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VARESEFOCUS 7/2020 - DICEMBRE

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ANNO XXI · N.7

DICEMBRE 2020

VARESEFOCUS

L’intelligenza artificiale

nell’industria

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Come ci siamo trasformati con la pandemia e come possiamo affrontare il futuro? Come possono farlo, in particolare, i giovani imprenditori? Ne parliamo nel progetto congiunto targato Gruppo Giovani Imprenditori di Univa e Varesefocus. Un ciclo di video-interviste con testimonianze di docenti universitari, economisti, sociologi e sportivi con l'obiettivo di offrire brevi spunti di riflessione e visioni di futuro. Idee e consigli per cambiare noi stessi e il mondo, in meglio.  Unione degli Industriali della Provincia di Varese Playlist “Pop Up Your Mind� www.varesefocus.it www.ggi.univa.va.it


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entiamo sempre più spesso parlare di “nuova normalità”. Il problema, però, è che siamo ancora in attesa della vecchia. Di normale nel recente dibattito politico abbiamo visto ben poco. È normale un Paese che nell’ultimo decennio e fino a ieri ha buttato via miliardi di euro in un buco nero per salvare un’azienda come Alitalia? Uno spreco infinito di risorse pubbliche che non sono mai state capaci né di rilanciare la compagnia, né di porre fine al lento e inesorabile dissanguamento di posti di lavoro. Quanti ne sarebbero stati salvati e riqualificati se le stesse risorse fossero state investite per un piano strategico di rilancio dell’intero comparto nazionale del trasporto aereo fatto di aeroporti, infrastrutture, vettori privati nazionali e vettori internazionali da attrarre? Perché tanto si è fatto per Alitalia e nulla sembra appalesarsi per creare una barriera di sicurezza intorno all’indotto di 40mila posti di lavoro che gravita intorno a Malpensa? Un esempio, questo, legato al nostro territorio che però dice molto dell’incapacità di fare delle scelte da parte di chi ha responsabilità di governo. L’importante è rimandare, come se ci fosse sempre del tempo. Ma ne abbiamo ancora? Ne abbiamo mai veramente avuto? Nella prima parte di questa edizione di Varesefocus diamo grande spazio ai contenuti e agli studi del World Manufacturing Forum 2020 che si è tenuto a Cernobbio. Nei vari paper preparati da studiosi, economisti, manager e imprenditori ce n’è uno curato dalla LIUC – Università Cattaneo sulle politiche fiscali e monetarie in cui si dice chiaramente: “Sovvenzionare aziende e industrie zombi sarebbe uno spreco di risorse finanziarie e comprometterebbe anche le condizioni del mercato del lavoro, aumentando il problema del disallineamento delle competenze prospettiche”. L’espressione è forte ma costringe tutti a farci i conti. Tutti, anche il mondo dell’impresa. Possiamo ancora permetterci una politica di piccoli rivoli di sussidio per salvare il salvabile? Al di là dei contingenti paracaduti economici e sociali necessari e fondamentali per rinsaldare il Paese di fronte all’emergenza sanitaria, è logico continuare a governare l’economia senza scegliere? Dobbiamo far leva sui punti di forza. Su quei settori in grado di creare, con il proprio sviluppo, un progresso allargato che va oltre il proprio perimetro. Tanto per non andare lontani pensiamo al ter-

EDITORIALE

La manifattura intelligente come priorità Vittorio Gandini ritorio varesino e alle imprese dell’aerospazio, della chimica, della farmaceutica, delle macchine utensili, della moda, dell’alimentare, della plastica (sì, della plastica che può essere, lo ribadiamo ancora una volta dalle pagine di questa rivista, sostenibile). Locomotive che possono trainare il Paese e creare nuove opportunità, ma che hanno bisogno di energie e sostegno per affrontare sfide epocali, come quelle che ci pone di fronte l’avanzare dell’intelligenza artificiale, di cui parliamo nell’inchiesta di apertura di questo numero di Varesefocus. Da qui la domanda: è possibile che a poche settimane dalla presentazione alla Ue dei dettagli del piano italiano, il Recovery Plan del nostro Paese non abbia ancora un titolo? La Francia punta sull’idrogeno, la Polonia sulla decarbonizzazione, la Spagna su uno sviluppo economico inclusivo e promotore della parità di genere. E l’Italia? Per il momento nulla, i ministeri ancora litigano per ritagliarsi quote di risorse ingenti, ma non infinite. Ecco allora la nostra proposta di titolo: “Manifattura Intelligente”. Puntiamo sull’industria e sui servizi ad essa legati. Lo facciamo come parte sociale, certo. D’altronde siamo l’Unione Industriali varesina, e non potrebbe che essere che così. Ma abbiamo anche la storia dalla nostra parte. Quella legata al primo miracolo economico costruito sullo sviluppo industriale da cui è poi partito, appunto, il progresso di un Paese. Allora sapemmo cogliere la rivoluzione dell’automazione. Oggi è il digitale ad aprirci all’opportunità di ripetere quel miracolo. A patto, però, di fare delle scelte e di saper guidare imprese e persone verso una nuova conoscenza e verso un accesso equo di quello che è la nuova ricchezza: i dati. Di tutto questo nel dibattito politico non v’è traccia. Eppure, la sfida tecnologica che pone l’intelligenza artificiale non è solo tecnologica o economica. È anche, e forse prima di tutto, sociale ed etica. Sicuramente, strategica.

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ANNO XXI · N.7

DICEMBRE 2020

VARESEFOCUS

L’intelligenza artificiale

nell’industria

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Periodico di economia, politica, società, costume, arte e natura in provincia di Varese. Presidente Roberto Grassi Direttore editoriale Vittorio Gandini Direttore responsabile Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese

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Progetto grafico e impaginazione Paolo Marchetti Fotolito e stampa Roto3 srl Via per Turbigo 11/B 20025 Castano Primo (Mi) T. 0331 889.601 Gestione editoriale Univa Servizi srl Via Vittorio Veneto, 8/E 21013 Gallarate (VA) - T. 0331 774.345

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Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345 Questo numero è stato chiuso il 26 novembre 2020. Il prossimo numero sarà in edicola con Il Sole24Ore il 1° febbraio 2021. “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali dell’Unione Industriali della Provincia di Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore).

FOCUS 4 L’intelligenza artificiale lancia il guanto di sfida 7 L’industria oltre il Covid 10 Esempi di innovazione digitale

13 Quanto investe Varese? 15 Il futuro del lavoro è nella gestione del dato 17 La rivoluzione 4.0 passa dalle macchine utensili

Interventi e contributi di: Mario Chiodetti, giornalista; Andrea Della Bella, giornalista; Cristina Di Maria; Alessandra Favaro, giornalista; Damiano Franzetti, giornalista; Paola Margnini; Luisa Beatrice Negri, giornalista; Stefania Radman, giornalista. In redazione: Davide Cionfrini, Silvia Giovannini, Alessia Lazzarin, Chiara Mazzetti, Maria Postiglione. Segreteria di redazione: Barbara Brambilla, Viviana Maccecchini. Fotografie di: Alberto Bortoluzzi, Mario Chiodetti, Alessandra Favaro, Chiara Mazzetti.


M A R I O ECONOMIA

TERRITORIO

20 Varese si ridisegna green 22 L’impresa contro il Covid 24 La nuova dimensione della competività

36 Perché Varese è la “Città Giardino” 42 Il paese dei mosaici, dove le finestre sorridono 45 La pianista che ama Taino

FORMAZIONE 26 I podcast che orientano allo studio

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34 Una Business Academy per il territorio

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RUBRICHE ▶ Provincia da scoprire 48 Benvenuti a Villa Rocchetta

▶ Storia 67 Il primo Giro d’Italia fu vinto da un varesino

▶ Gita a 52 Due cuori e un rifugio. Gita al Cuvignone

▶ Motori 71 A spasso con Tiguan

▶ Arte 56 Il mecenatismo UNIVERSITÀ varesino si mette in mostra 30 L’incubatore di Startup 60 Vittore Frattini 32 Come nasce maestro di luce un’impresa

VITA ASSOCIATIVA

▶ Di moda 62 La ricetta per gustare le feste 65 Sotto l’albero la riscoperta del tempo

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▶ Sport 73 Per non finire in “zona rossa” anche col peso ▶ In libreria 76 La tenerezza del Natale ▶ Dal Web 78 Gnocco fritto digitale e instaPanettoni 79 Dal Nido all’Università 80 Dalle #ImpresediVarese


FOCUS

L’intelligenza artificiale lancia il guanto di sfida Vantaggi competitivi, logistica più efficiente, sistemi di produzione autonomi, capacità predittiva di risolvere i problemi. Ma anche rischi etici, soprattutto quelli legati alla privacy e ad un accesso equo alla nuova ricchezza: i dati. Il Report 2020 del World Manufacturing Forum ci mette in guardia. Perché l’innovazione sia sinonimo di progresso economico e sociale serve l’impegno di tutti: imprese, governi e singoli individui

meno che non impariamo come evitare i rischi”. La frase del famo-

‘‘I

Davide Cionfrini so astrofisico Stephen Hawking è un monito che i ricercatori del

l successo nella creazione dell’intelligenza artificiale potrebbe essere il più grande evento nella storia dell’umanità. Sfortunatamente, potrebbe anche essere l’ultimo, a

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World Manufacturing Forum hanno voluto inserire sin dalle prime pagine del Report 2020 del think tank che ogni anno si riunisce a Cernobbio. Per questa edizione il tema affrontato è “Il manifatturiero nell’era dell’intelligenza artificiale”. Una pubblicazione di 100 pa-


Il decalogo del World Manufacturing Forum 2020

gine che non solo analizza lo stato di avanzamento e di implementazione delle tecnologie digitali legate all’intelligenza artificiale nel sistema produttivo mondiale, ma che a questa trasformazione lega anche dei rischi potenziali da cui difendersi. Il risultato finale è un manifesto in 10 punti, un decalogo di raccomandazioni per un uso etico e produttivo dell’intelligenza artificiale nei vari sistemi-Paese e nella loro industria. “L’intelligenza artificiale non è solo una tecnologia, ma fa sempre più parte della nostra vita quotidiana. La manifattura è un motore positivo per il benessere della società, perciò nell’edizione 2020 del Wm Report ci siamo chiesti come l’intelligenza artificiale possa migliorare quel ruolo. La risposta, in questa fase storica, è che la comprensione del potenziale dell’Intelligenza Artificiale, le sue implicazioni per le organizzazioni e le sue applicazioni, sta diventando sempre più rilevante per molti cittadini, governi e aziende, anche in ottica di competitività”, spiega Marco Taisch, Scientific Chairman della World Manufacturing Foundation. Tanto per intendersi il World Manufacturing Forum di Cernobbio sta all’industria, come il World Economic Forum di Davos sta all’economia mondiale. Un pensatoio che traccia le linee di sviluppo di tutta la manifattura internazionale e ne promuove il ruolo di creazione di ricchezza diffusa e crescita sociale. Anche attraverso l’implementazione dell’intelligenza artificiale nelle fabbriche, ma non solo. La sfida è generale e coinvolge l’impresa, così come i governi, i sistemi scolastici e universitari, ogni singola persona.

FOCUS

Le 10 raccomandazioni emerse dal Report 2020 del World Manufacturing Forum per trasformare l’implementazione dell’intelligenza artificiale nelle imprese in volano di sviluppo per l’industria mondiale e l’intera società: 1. Alimentare dibattito pubblico per aumentare la comprensione e costruire la fiducia nei sistemi di IA; 2. Gestire le aspettative dei produttori sulla capacità dell’IA; 3. Implementare riflessioni etiche nell’intero ciclo di vita dell’IA; 4. Garantire la qualità, privacy e disponibilità dei dati; 5. Mettere gli esseri umani al centro degli ambienti di lavoro IA; 6. Assicurare l’allineamento strategico dell’IA in tutta l’organizzazione; 7. Sostenere le PMI manifatturiere nel loro percorso verso l’IA; 8. Promuovere l’IA per supportare reti di fornitura resilienti; 9. Educare e formare la forza lavoro attuale e futura per lavorare con l’IA; 10. Implementare standard, politiche e regolamenti per guidare un’adozione sostenibile dell’IA.

Il fenomeno è pervasivo a partire dai numeri. Secondo il Wmf Report 2020 i ricavi globali derivanti dall’applicazione dell’intelligenza artificiale nelle imprese passeranno dagli 1,6 miliardi di dollari del 2018 ai 31,2 miliardi stimati per il 2025. L’utilizzo degli algoritmi nei processi di apprendimento delle macchine, la maggiore implementazione di sensori e reti di Internet of Things, i progressi sul lato hardware e software, i sistemi di controllo su processi e prodotti, il cloud: l’intelligenza artificiale sta acquisendo sempre più importanza all’interno dell’economia globale, tanto che gli esperti di Cernobbio calcolano che gli investimenti delle imprese sono destinati ad aumentare dai 2,9 miliardi del 2018 ai 13,2 miliardi del 2025. A investire di più sarà proprio la manifattura che, solo nel 2021, spenderà in tecnologie legate all’intelligenza artificiale 9,5 miliardi di dollari. La fetta più grande, dunque, seconda solo a quella del settore bancario, finanziario e assicurativo che per il prossimo anno ha già messo a budget 12 miliardi di euro. Segue il commercio con 9,3 miliardi, il settore pubblico con 8,9 miliardi e il sistema sanitario con 5,3 miliardi. Le principali ragioni che portano un’impresa a investire nell’intelligenza artificiale sono legate all’ottenimento o al sostegno di vantaggi competitivi. Una molla che spinge verso questa direzione l’84% delle realtà aziendali, secondo le cifre snocciolate dal World Manufacturing Forum. Ma non solo: altre motivazioni sono la necessità di riposizionare l’azienda su nuovi business (75%), la necessità di contrastare aziende concorrenti che vogliono entrare nel proprio settore (75%), il tentativo di non farsi superare sul fronte tecnologico dai propri concorrenti (69%), 5


FOCUS

ridurre la pressione sul lato dei costi (63%). rapporti, anche di fiducia, tra cliente e fornitore, tra elettore e poSe ad oggi i principali ambiti di applicazione dell’intelligenza litico, tra consumatore e venditore, tra social network e utente, tra artificiale in azienda riguardano la gestione degli ordini e la piani- datore di lavoro e collaboratore. Gli ambiti sono i più disparati. Ed ficazione della produzione, l’automazione nelle fabbriche, il mo- il primo diritto da rispettare è quello della privacy: “È indispennitoraggio della qualità e la gestione dei difetti, la prevenzione e il sabile - si legge nel report - disporre di linee guida su come i dati controllo dei rischi per una produzione sicura, nonché la gestione vengono raccolti e utilizzati nei diversi contesti. Ad esempio, gli delle consegne, nel prossimo futuro i maggiori spazi di crescita operai in officina dovrebbero capire chiaramente come vengoe implementazione riguardeno utilizzati i dati derivanti dal ranno altri aspetti dell’attività loro lavoro sulle macchine. Allo aziendale. Come ad esempio: stesso modo, i dati relativi all’acL’ABC: che cos’è l’intelligenza l’accorciamento dei tempi nel quisto e all’uso dei prodotti da artificiale ciclo di progettazione del proparte dei clienti dovrebbero esdotto, le attività di marketing, sere usati in modo ragionevole L’intelligenza artificiale, nella sua definizione la personalizzazione dell’espee non essere condivisi senza il più semplice, è la capacità di un programma per rienza del cliente, i servizi di loloro consenso”. Il rischio è ducomputer o di una macchina di pensare e apprengistica, la gestione delle risorse e plice: “Le aziende dovrebbero dere. Il fatto però che non esista una definizione delle attrezzature. L’intelligenza attribuire estrema importanza artificiale si evolve, così come il alla privacy e all’uso etico dei precisa, completa e universalmente accettata “ha suo utilizzo. dati, in quanto il mancato riprobabilmente aiutato il settore a crescere e ad Su tutti, è la previsione del Wmf spetto di questa precauzione è avanzare a un ritmo sempre più rapido”, spiegaReport, saranno tre i filoni ai già costato ad alcune realtà sia no gli esperti del World Manufacturing Forum. quali le imprese dovranno fare ingenti somme finanziarie, sia Un’altra versione, più tecnica, di spiegazione è più attenzione: lo sviluppo di danni alla propria reputazione”. quella offerta da Wikipedia che cita l’ingegnere reti di fornitura digitale, l’imIl fardello rischia di essere molto italiano Marco Somalvico, vincitore nel 1998 del piego delle nuove tecnologie pesante, soprattutto per le Pmi. Joseph Engelberger Robotics Award: “L’intelliin fabbrica e l’evoluzione delle Ma non si tratta solo di singole genza artificiale è una disciplina appartenente macchine utensili. aziende. Il World ManufactuMa se i vantaggi competitivi ring Forum evidenzia in più di all’informatica che studia i fondamenti teorici, le sono ben chiari alle imprese, un passaggio che quella dell’inmetodologie e le tecniche che consentono la proaltrettanto nitidi devono essere telligenza artificiale è anche una gettazione di sistemi hardware e sistemi di pronella mente di tutti, imprendisfida sociale. Se il dato è ricchezgrammi software capaci di fornire all’elaboratore tori e chi ha responsabilità di za, così come ogni risorsa, va elettronico prestazioni che, a un osservatore cogoverno in primis, quali siano distribuita con equità. Senza dimune, sembrerebbero essere di pertinenza esclusii rischi che si celano dietro allo scriminazioni: “Esiste il rischio va dell’intelligenza umana”. sviluppo dell’intelligenza arti- mette in guarda il Wmf Report ficiale. Una macchina il cui pe- che i sistemi di intelligenza trolio è essenzialmente il dato artificiale possano amplificare i in quanto tale. Propellente da cui scaturisce la fiamma dell’inter- pregiudizi esistenti nella società, specialmente quando i dati impretazione e della gestione, certo, ma anche quella della giusta messi nel sistema non sono abbastanza inclusivi (cioè quando alconservazione. Che rischia di bruciare tutti. Sia chi il dato lo ha cuni gruppi etnici sono storicamente sottorappresentati nel pool in mano e sia chi lo cede con troppa superficialità. Cambiano i di dati). A questo proposito, i sistemi di intelligenza artificiale dovrebbero essere ‘addestrati’ a non discriminare in base al colore o all’origine etnica”. Il rischio, tanto per tornare a Stephen Hawking, è di innovare senza creare progresso. La chiosa del rapporto non Secondo il Wmf Report 2020 i ricavi lascia spazio a dubbi: “Ognuno di noi è responsabile nel garantire globali derivanti dall’applicazione che l’innovazione dell’intelligenza artificiale non solo avvantaggi ma alla fine contribuisca anche a un dell’intelligenza artificiale nelle la comunità manifatturiera, maggiore bene per la società”. Cambiano le sfide e le tecnologie, ma rimane sempre l’etica della responimprese passeranno dagli 1,6 miliardi sabilità sociale d’impresa, quale unico strumento di di dollari del 2018 ai 31,2 miliardi creazione di benessere.

stimati per il 2025

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worldmanufacturing.org


FOCUS

L’industria oltre il Covid

Concentrare le risorse solo su quei settori in grado di trainare territori ed ecosistemi produttivi. Investire nella formazione delle nuove competenze digitali. Sfruttare le capacità crescenti dei cluster di creare “valore condiviso” e di fare della collaborazione un vantaggio competitivo. Ecco le traiettorie indicate dai white paper del Wmf 2020 per costruire una nuova normalità manifatturiera futuro delle imprese nel contesto mondiale.

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Davide Cionfrini “La WM Foundation sta rafforzando il proprio ruolo di riferi-

ome sviluppare le nuove competenze richieste da un’industria moderna e sempre più intelligente? Quali sono le politiche regionali, nazionali e internazionali di cui imprese e territori hanno bisogno per cavalcare le nuove catene globali del valore? Quale sarà il ruolo dei classici distretti industriali ormai evoluti in cluster? Ci sono domande a cui aziende e i decisori politici devono Alberto Ribolla al WMF 2020 dare al più presto risposte chiare e su più fronti per costruire il mondo post-Coronavirus e traghettare il sistema manifatturiero verso una nuova normalità. A provare a dare una mano a orientarsi in una fase così convulsa e confusa, tra piani per affrontare l’emergenza e visioni di un futuro sempre più incerto, oltre che sempre più digitale, è una serie di white paper riassunti nel documento “Back to the Future: Manufacturing Beyond Covid-19” che il World Manufacturing Forum ha presentato nell’edizione 2020 dopo un anno di lavoro che ha coinvolto, subito dopo lo scoppio della pandemia, decine di professori universitari, direttori di centri di ricerca ed esperti di industria. Risultato: una sorta di manifesto della nuova normalità. Persone, politica, preparazione, produttività. Questi i quattro grandi capitoli esaminati su cui si gioca il

mento nel manifatturiero globale attraverso iniziative che puntano a incrementare le relazioni e il confronto e a mettere a fattor comune le esperienze positive, valorizzando la sinergia tra industria, ricerca e politiche provenienti da ogni parte del mondo. Mai come dopo questa lunga e inaspettata fase emergenziale le esperienze di resilienza manifatturiera rappresentano una speranza per una più rapida ripartenza di tutta l’economia e l’industria”, spiega il varesino Alberto Ribolla, Presidente della World Manufacturing Foundation. Un contributo importante in questo lavoro di studio è quello fornito dai docenti della LIUC – Università Cattaneo, l’ateneo

Stanno emergendo nuovi lavori. Tra i primi 5 indicati dal Wmf ci sono l’artificial intelligence specialist, il data scientist, il data engineer, il big data developer, il data analyst 7


FOCUS fondato ormai quasi 30 anno fa dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese e, proprio per questo, tra le strutture di ricerca economica applicata più vicine al mondo dell’impresa e, in particolar modo, della manifattura. Due i filoni su cui si sono concentrati gli esponenti della LIUC che hanno partecipato al progetto del World Manufacuring Forum: le politiche fiscali e monetarie necessarie per aiutare le imprese a superare la crisi pandemica e il futuro dei cluster manifatturieri. “Anche se le autorità sia monetarie che fiscali hanno sbloccato una quantità di risorse finanziarie senza precedenti - si legge nel white paper curato dai docenti della LIUC Massimiliano Serati e Andrea Venegoni - è necessario ora fare delle scelte per non disperderle in troppe azioni frammentate e per trovare un quadro integrato in grado di spingere davvero il tessuto economico verso un’evoluzione strutturale”. Una conclusione che vale per l’Italia, così come per tutte le principali potenze industriali chiamate a “strutturare un piano di economia industriale coerente, scegliendo quali settori e filiere saranno strategici nello sviluppo economico di un dato ecosistema e quali non hanno 8

prospettive” e dovranno dunque essere abbandonati al loro destino. Impossibile sostenere tutti. Questo il concetto forte che esce dal white paper. “Sovvenzionare aziende e industrie zombie sarebbe uno spreco di risorse finanziarie e comprometterebbe anche le condizioni del mercato del lavoro, aumentando il problema del disallineamento delle competenze prospettiche”. Una metodologia politica, quella suggerita dai ricercatori della LIUC, che si traduce anche in consigli concreti a partire da quello di “investire in infrastrutture fisiche e, soprattutto, digitali, rivedere il quadro fiscale e accelerare le procedure burocratiche e legali”. Ma ancora più importante è per i ricercatori Serati e Venegoni l’attenzione posta sui fronti dell’istruzione e del mercato del lavoro: “La formazione e l’attrazione di lavoratori altamente qualificati, oltre a evitare l’obsolescenza delle competenze e la ‘reingegnerizzazione’ dei Neet (le persone che non studiano e non lavorano ndr) e dei lavoratori sotto-qualificati, sarà fondamentale per mantenere competitivo il sistema economico e fornire al sistema produttivo le risorse necessarie per essere pronto per le sfide future”.


Perché se è vero che nelle imprese sempre più digitali e intelligenti il ruolo delle macchine è destinato ad aumentare, allo stesso tempo si aprono nuove opportunità legate a nuove competenze. Di cui oggi le imprese hanno vera e propria fame. Nel Wmf Report 2020 è scritto a chiare lettere: oltre alla mancanza di accesso alla vera risorsa moderna rappresentata dai dati (indicata dal 58% delle imprese), l’altro fattore (indicato dal 47% delle aziende) che fa da ostacolo all’implementazione dell’intelligenza artificiale nel sistema produttivo è la mancanza di una sufficiente forza lavoro dotata di competenze digitali. Bisogna intendersi: la perdita dei posti di lavoro è uno dei rischi più grandi legato allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, insieme a quello della sicurezza e della privacy. Ma è anche vero che le nuove macchine, pur aumentando la loro quota di lavoro sottraendola all’uomo, hanno bisogno di nuove competenze per funzionare in maniera efficiente e produttiva. Stanno emergendo nuovi lavori. Tra i primi 5 indicati dal Wmf ci sono l’artificial intelligence specialist, il data scientist, il data engineer, il big data developer, il data analyst. Poche imprese possono farcela da sole. Da qui il ruolo sempre più strategico che possono giocare sul fronte dell’innovazione i cluster. Ossia l’evoluzione moderna del classico, e tanto caro all’Italia, concetto di distretto industriale. La differenza tra l’uno e l’altro? Che mentre nel distretto a creare sinergie erano le sole imprese tra loro, ora il cluster coinvolge nelle catene collaborative sia le aziende, sia le università, sia i centri di ricerca, sia le asso-

FOCUS

Alberto Ribolla, Presidente World Manufacturing Foundation: “Mai come dopo questa lunga e inaspettata fase emergenziale le esperienze di resilienza manifatturiera rappresentano una speranza per una più rapida ripartenza di tutta l’economia e l’industria”

ciazioni datoriali come quelle del Sistema Confindustria. Due esempi per tutti vicini al territorio: il Lombardia Aerospace Cluster e il Cluster Fabbrica Intelligente. “I cluster - spiegano nel loro white paper i docenti della LIUC Fernando Alberti e Federica Belfanti - stanno supportando le aziende nell’affrontare tre sfide principali che, secondo le evidenze raccolte, abbracciano paesi, regioni e settori: accelerare i processi di digitalizzazione; migliorare l’agilità e la collaborazione per reagire rapidamente, adottando modelli di business flessibili e adattivi basati sul concetto chiave di ‘co-creare e imparare’; riorientare le strategie verso obiettivi sociali e ambientali per affrontare meglio i bisogni emergenti delle persone e del pianeta con pratiche di creazione di valore condiviso”. Un ruolo sempre più strategico, dunque, quello dei cluster nell’industria moderna, che deve essere colto sia dalla politica, sia dagli stessi imprenditori: “La collaborazione come vantaggio competitivo”. È questo il messaggio chiave che i ricercatori della LIUC lanciano alle imprese con il documento preparato per il Wmf 2020. Ne va della capacità di “essere più resilienti”, nonché di dotare i sistemi produttivi territoriali di “un mix più equilibrato tra catene di approvvigionamento e reti locali e globali”. Allo stesso tempo, però, servono nuove misure politiche di innovazione a diversi livelli: “Un livello di attività (ad esempio, supporto alla ricerca e sviluppo e implementazione di nuovi modelli di business collaborativi); a livello aziendale (supporto a start-up); un livello settoriale (la promozione, appunto, della collaborazione in cluster e reti); un livello di mercato (con la deregolamentazione)”. Insomma, meno burocrazia e capacità di visione. Alla fine, si torna sempre lì.

univa.va.it

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FOCUS

Esempi di innovazione digitale Occhialeria, industria grafica, tessile e abbigliamento. Non c’è settore che non sia coinvolto nella trasformazione 4.0 dell’industria. Ecco tre chiavi di lettura tratte dalle esperienze di altrettante imprese della provincia di Varese appartenenti a comparti completamente diversi nomati nel panorama dell’occhialeria a livello mondiale. “Il nostro

Chiara Mazzetti punto di forza è l’integrazione verticale dalla visione del progetto ▶ LEM Collaborare con i robot è possibile

Un’esperienza di oltre 35 anni nel settore della produzione di occhiali, specializzata nella tecnologia ad iniezione, circa 90 addetti e 800mila occhiali prodotti per terze parti ogni anno. LEM, azienda di Galliate Lombardo, in provincia di Varese, nel corso degli anni è cresciuta, consolidando partnership con alcuni dei marchi più ri-

alla progettazione e produzione industriale. Tutti questi passaggi fanno parte di un ben definito piano di sviluppo che viene eseguito interamente, dal suo inizio al controllo finale della qualità dei prodotti prima della spedizione”, spiega Stefano Lodigiani, Direttore Generale di LEM. Ma in un comparto storicamente fatto in gran parte di sapere artigianale con livelli di automazione vicini a zero, per giunta in una Pmi che per sua natura non gestisce grandi lotti produttivi in grado di soddisfare ingenti investimenti tecnologici, LEM

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FOCUS

LAZZATI

come ci è arrivata l’industria 4.0? “Per LEM industria 4.0 significa equipaggiare la maggior parte delle macchine con un sistema che colloquia con il gestionale e quindi consente alla macchina di interagire direttamente con il sistema di gestione per raccogliere tutti i dati produttivi, dai tempi di lavorazione, quantità prodotti, fino ai costi per unità di pezzi prodotti”, precisa Lodigiani spiegando che, fino a tre anni fa, il costo per singola cella robotizzata era troppo alto per consentire la sua diffusione in aziende della dimensioni di LEM. “Con l’avvento dei robot collaborativi i costi iniziali necessari all’automazione si sono abbassati notevolmente – racconta ancora il Direttore Generale – rendendo l’investimento economicamente possibile. Oggi in azienda abbiamo 4 robot collaborativi, di cui 2 lavorano nella manipolazione lenti, uno nell’assemblaggio e uno nel reparto di iniezione. Ora l’automazione è complementare al lavoro dell’uomo”. Le motivazioni per investire in questa tecnologia 4.0 sono state diverse: la ripetibilità dell’operato, sempre uguale nel tempo, una superiore qualità del lavoro, un minor costo, nonché la possibilità di eseguire lavorazioni che altrimenti non sarebbero state possibili. E i risultati non hanno tardato ad arrivare: aumento del 30% dell’efficienza produttiva, riduzione praticamente a zero degli scarti di alcune lavorazioni, incremento del know-how aziendale.

▶ LAZZATI Quando anche l’industria grafica è 4.0

Nata nel lontano 1802, passando nel corso degli anni attraverso tutte le tappe fondamentali della storia della tipografia, la Lazzati Industria Grafica rappresenta, ad oggi, la seconda azienda grafica

più anziana sul territorio italiano. Produttrice di cataloghi per mobilifici o per il settore della moda e del lusso, libri d’arte, astucci e cartonati realizzati per brand del calibro di Luxottica, Ray-Ban, L’erbolario, MSC Crociere e McDonald. Con una simile tradizione alle spalle, sembra quasi impossibile pensare che un’impresa plurisecolare possa parlare di Industria 4.0 e applicarla concretamente nei processi produttivi quotidiani. Questo è il mito che Roberto Salmini, Amministratore della storica tipografia di Casorate Sempione, ci tiene a sfatare a gran voce: “Abbiamo sempre innovato, cercando non solo di stare al passo con i tempi, ma addirittura di precorrerli, guardando sempre al futuro”. Obiettivi portati avanti grazie ad acquisizioni e investimenti in tecnologie, in costante crescita negli ultimi anni: stampa offset e UV Led, digitale maxi-formato, cartotecnica, legatoria e nobilitazioni rappresentano la base tecnologica di un’azienda che dal 2002 a oggi ha investito un valore tra il 10% e il 15% del suo fatturato, facendo della qualità il suo marchio distintivo. “Negli ultimi 25 anni abbiamo puntato molto sulla digitalizzazione dei processi, dalla struttura informatica di supporto alla gestione del dato variabile, ai flussi e strumenti software di prestampa, per la linearizzazione dei nostri processi – prosegue Salmini –. Abbiamo iniziato con i sistemi di preventivazione, di gestione della commessa, del consuntivo, della raccolta dati automatizzata e dei tempi di tutte le operazioni produttive, fino ad arrivare al magazzino automatico, una delle ultime implementazioni apportate in azienda per avere costantemente sott’occhio le giacenze e le disponibilità per poter fornire velocemente il prodotto, quasi in tempo reale, al cliente, tramite sistemi di archiviazione con barcode, tracciabili e facilmente individuabili”. 11


FOCUS

Neppure il Coronavirus è stato in grado di fermare l’incessante progredire tecnologico della Lazzati che a febbraio, poco prima dello scoppio della pandemia, aveva avviato un processo di automatizzazione di tutti i flussi produttivi di prestampa. “Siamo sempre propensi ad automatizzare il più possibile i nostri flussi in maniera 4.0, perché crediamo che avere un flusso produttivo il più automatizzato possibile, preciso e senza errori sia garanzia di qualità, velocità ed economicità del nostro processo produttivo. Il nostro scopo ultimo è un’automatizzazione spinta, capace di limitare il più possibile le interpretazioni umane oggettive. Anche se la componente umana rimane e rimarrà sempre di notevole importanza e nessuna macchina potrà mai sostituire il giudizio finale dell’uomo”, chiosa Salmini.

▶ BRUGNOLI GIOVANNI Il tessile che supera le barriere del Covid

Dal filo al tessuto finito, integrando il processo di nobilitazione. Il tutto per dare vita a tessuti a maglia circolare premium, destinati a vari settori dell’abbigliamento: casual, sportswear, abbigliamento classico, corsetteria, lingerie, fitness e bagno. Made in Italy e più precisamente made in Busto Arsizio dal 1952, con creatività, passione e innovazione, secondo la tradizione di famiglia. Brugnoli Giovanni Spa in oltre 60 anni di attività, tra cambiamenti epocali e sfide quotidiane, non ha mai smesso di prestare attenzione all’innovazione e alla sostenibilità dei suoi progetti. Con una storia in continua evoluzione ed una naturale propensione al cambiamento, era destino che il cammino della Brugnoli Giovanni e le tecnologie 4.0 si incrociassero, presto o tardi. L’occasione è stata il Piano nazionale Industria 4.0. “Siamo partiti 3 anni fa grazie alla Legge Calenda con un potenziamento delle BRUGNOLI

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tecnologie 4.0. Abbiamo fatto investimenti importanti a livello di macchinari, come ad esempio telai integrati con sistemi remoti di pianificazione della produzione – spiega Massimiliano Denna, Amministratore Delegato dell’azienda bustocca –. Il progetto ha avuto come primo obiettivo l’integrazione a 360 gradi tra i vari reparti, quindi non solo la produzione, ma anche la parte commerciale e la parte amministrativa, proprio per riuscire a dare un servizio migliore e più rapido ai nostri clienti”. E i risultati di questo approccio tecnologico si sono visti, sia all’interno, che all’esterno: “I progetti sono stati portati avanti non dall’alto, ma attraverso la creazione di team di lavoro dedicati e quindi tutti i nostri collaboratori sono stati coinvolti da subito e molto felici di partecipare. Anche in termini di customer service abbiamo subito avuto segnali positivi: l’obiettivo è migliorare sempre più, essere più rapidi e riuscire a portare la qualità che abbiamo nei nostri tessuti anche in tutto quello che è il processo di servizio al cliente”, precisa l’Ad di Brugnoli. “Dai primi esordi nel 2017 - spiega il Direttore Generale Alessandro Avignolo - abbiamo integrato in azienda diverse tecnologie di Industry 4.0, iniziando a coltivare un nostro personale progetto digitale. Siamo partiti con i sistemi di produzione, per poi approdare ad una piattaforma di presentazione digitale delle nostre collezioni, integrata con diversi strumenti che ci hanno permesso di arrivare ai clienti, anche se lontani, per presentare le nostre novità”. Un’innovazione quanto mai lungimirante in tempi di Covid e limitazioni, anche internazionali, agli spostamenti. “Il tutto è stato poi integrato sia con una piattaforma di document e workflow management per la gestione dei processi pre e post vendita, che con un sistema ad hoc di business intelligence che misura l’efficienza di tutti questi processi”.


Secondo i dati di una rilevazione dell’Ufficio Studi di Univa nel 2019 circa 3 imprese varesine su 4 hanno effettuato almeno un investimento, il 50% lo aveva fatto in digitalizzazione. Livelli che, secondo le proiezioni di inizio anno, dovevano essere confermati anche nel 2020. Poi è arrivato il Covid. Il mondo è cambiato, anche quello degli investimenti. Ma non tutte le imprese hanno tirato il freno

FOCUS

Quanto investe Varese?

ridurre. Sono continuati gli investimenti che erano già partiti, ma

R

Cristina Di Maria tutto il frenabile, è stato frenato”.

isale alla fine di gennaio 2020 la fotografia scattata dall’Ufficio Studi dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese che descrive (per un campione di 142 imprese della provincia) l’andamento degli investimenti realizzati dalle aziende nel 2019, nonché i loro piani per il 2020. Circa 3 imprese su 4 hanno dichiarato di aver realizzato degli investimenti nel 2019. Di queste, 1 su 3 ha investito più di quanto avesse fatto nel 2018; 1 su 2 ha investito anche in digitalizzazione; la maggior parte ha beneficiato almeno di un’agevolazione legata al Piano Impresa 4.0. Ma ciò che oggi, praticamente a fine anno, salta maggiormente all’occhio sono sicuramente i piani d’investimento che le imprese avevano ipotizzato ancor meno di un anno fa: 2 imprese su 3, il 63% di quelle intervistate, avevano ipotizzato degli investimenti per il 2020 ed il 74% di queste aziende aveva previsto un impegno pari o superiore a quello del 2019. Questi i piani a fine gennaio. Poi è arrivato il Covid e il mondo è cambiato. Nel giro di pochi mesi, in maniera epocale, lo scenario è totalmente mutato. Chi prima, chi dopo, tutti si sono dovuti fermare. Le previsioni di vari istituti (Fmi, Commissione Europea, Confindustria, Banca d’Italia, Mef-Governo) si attendono un calo nel 2020 del PIL nazionale intorno al 10%. E se è vero, come afferma Warren Buffett, che “investire è semplice, ma non è facile”, un tale scenario sicuramente non ha aiutato. Con una domanda in stallo per mesi, prospettive incerte per il futuro, nonché problemi pressanti di quotidianità, non sono mancate le realtà del Varesotto che nel corso del 2020 hanno dovuto differire alcuni investimenti. Una per tutte, l’aeroporto di Malpensa: il Ceo di Sea Milan Airports, Armando Brunini, aveva dichiarato durante un’intervista a metà novembre, che “nel 2019 sono stati fatti investimenti per circa 120 milioni di euro, e Sea aveva un piano d’investimenti importanti, espansivi anche per il 2020, che è stata costretta però a

Ma se questa è la storia che ha interessato in maniera rilevante diverse realtà della provincia, c’è anche una fetta di aziende che, fornendo prodotti e servizi utili a fronteggiare l’emergenza sanitaria (come mascherine e servizi di sanificazione), ha invece ampliato nel 2020 la propria capacità produttiva, o si è riconvertita acquistando/realizzando macchinari, o ha incrementato investimenti in ricerca e sviluppo, sfociati anche nel deposito di brevetti. Al di là di questa “filiera contro l’emergenza”, è un fatto che il Covid abbia reso necessario sviluppare (anche investendo in formazione) alcune nuove e vecchie competenze. Si è trattato non solo di imparare ad utilizzare piattaforme digitali che sono entrate nella quotidianità praticamente di tutti, ma anche di sviluppare capacità organizzative (ad esempio per coordinare il lavoro in team da remoto), nonché di gestione delle relazioni. Si tratta in primis di competenze in materia di e-commerce e comunicazione digitale, in particolare per le imprese a valle delle filiere che, rivolgendosi al consumatore finale, hanno dovuto far leva sulla tecnologia ed i canali digitali per mantenere anche a distanza un legame con i propri clienti. Ma non sono mancate aziende in provincia di Varese più a monte che hanno investito in competenze e tecnologie avanzate (come la realtà aumentata) per ovviare ad esempio all’impossibilità di spostarsi e permettere ugualmente le operazioni di manutenzione e installazione di impianti e macchinari. E ora? Con il 2021 alle porte, cosa ci si può aspettare, o almeno augurare, per gli investimenti? Una chance unica viene dai fondi del Recovery Fund, augurandosi che le scelte politiche siano guidate da concretezza, coraggio e soprattutto consapevolezza delle rilevanti evidenze empiriche che le politiche strutturali (tra cui gli incentivi all’innovazione, previsti dal Piano Industria 4.0) sono una leva fondamentale di crescita del Pil come evidenziato dalla Banca d’Italia nel documento “The effects of structural reforms: Evidence from Italy” di novembre 2020. Segue Indagine Investimenti in Provincia di Varese ▶▶

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INDAGINE INVESTIMENTI IN PROVINCIA DI VARESE INDAGINE INVESTIMENTI IN PROVINCIA DI VARESE INDAGINE INVESTIMENTI IN PROVINCIA DI VARESE

L’indagine, svolta a gennaio 2020, ha monitorato l’andamento degli investimenti realizzati nel corso del 2019 da imprese operanti in provincia di Varese. Le imprese rispondenti sono state 142 per oltre 10mila addetti (con un tasso di risposta del 13%). Le aziende coinvolte appartengono a tutte le classi dimensionali ai settori più rappresentativi dell’economia provinciale. L’indagine, svolta a gennaio 2020, ha monitorato l’andamento edegli investimenti realizzati nel corso del 2019 da imprese operanti in provincia di Varese.

FOCUS

Le imprese rispondenti sono state 142 per oltre 10mila addetti (con un tasso di risposta del 13%). GLI HIGHLIGHT Le aziende coinvolte appartengono a tutte le classil’andamento dimensionali e ai investimenti settoriDELL’INDAGINE più rappresentativi dell’economia provinciale. L’indagine, svolta a gennaio 2020, ha monitorato degli realizzati nel corso del 2019 da imprese operanti in provincia di Varese. Le imprese rispondenti sono state 142 per oltre 10mila addetti (con un tasso di risposta del 13%). GLI HIGHLIGHT DELL’INDAGINE Le aziende coinvolte appartengono a tutte le classi dimensionali e ai settori più rappresentativi dell’economia provinciale.

2018 2018

20202020 2020

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Il 70% delle imprese che hanno investito nel 2019, lo ha fatto in SOSTITUZIONE / AMMODERNAMENTO

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(dati a gennaio 2020)

delle imprese che hanno investito nel 2019, lo ha fatto anche ALL’ESTERO

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FOCUS: INVESTIMENTI IN DIGITALIZZAZIONE

Non solo sostituzione e ampliamento →

2020

(dati a gennaio 2020)

nel 2019, ha dichiarato investimenti MAGGIORI rispetto al 2018

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FOCUS: INVESTIMENTI IN DIGITALIZZAZIONE

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FOCUS

Il futuro del lavoro è nella gestione del dato

Lettura e interpretazione delle informazioni, capacità di analisi, risoluzione dei problemi, flessibilità. È su queste competenze che si gioca la partita dell’occupazione nei prossimi anni. Milioni di posti di lavoro scompariranno, ma molti di più saranno quelli che verranno a crearsi. E intanto, sul fronte formazione, le “smart industries” del territorio si attrezzano con i corsi post-diploma negli Its Maria Postiglione

S

tiamo vivendo una nuova rivoluzione industriale: i grandi, rapidi, e non facilmente prevedibili cambiamenti che si stanno producendo rendono difficile per i giovani progettare un proprio percorso di formazione. Le professioni e i mestieri sono sempre più influenzati e plasmati dall’avvento di nuove tecnologie, dall’intelligenza artificiale, dai network sociali ed economici, oltre che da tutto quello che riguarda il commercio elettronico globale. L’innovazione tecnologica, la globalizzazione e la sostenibilità sono infatti alla base della trasformazione affrontata non solo dall’economia, ma da tutto il sistema produttivo in generale. Il futuro del lavoro, è una grande incognita, ma proprio per questo va considerato come uno spazio da sviluppare e costruire. “Come progettare un percorso di formazione? Quali competenze acquisire? Non esiste nessuna sfera di cristallo, ma i ragazzi si devono chiedere se stanno progettando un percorso di formazione che possa essere valido anche in futuro. La sfida che i giovani sono oggi chiamati ad affrontare è quella di sapere come porre le basi giuste per poter poi in futuro affermarsi professionalmente ed essere felici. É una sfida importante”. Un messaggio

Luca Mari, docente LIUC – Università Cattaneo: “L’intelligenza ha due dimensioni, la capacità di approfondimento e di interpretazione e la capacità di sintesi ovvero di collegare i dati ottenuti. Noi esseri umani siamo in grado, più delle macchine, di gestire questa seconda competenza” quello di Luca Mari, professore ordinario della Scuola di Ingegneria Industriale alla LIUC – Università Cattaneo, condiviso recentemente con gli studenti delle scuole superiori che aderiscono a “Generazione d’Industria”, il progetto dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese che ha l’obiettivo di riportare la cultura d’impresa negli istituti d’istruzione del territorio. L’invito è chiaro: avere uno sguardo di lungo periodo.

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FOCUS

Non basta guardare all’oggi. Quello delle competenze professionali è, d’altronde, un campo sempre più complesso e in grande trasformazione. Fondamentale per anticipare i possibili scenari futuri è, secondo Mari, comprendere il rapporto tra efficienza e flessibilità. “Durante la prima rivoluzione, quella risalente al 1800 – spiega il docente della LIUC - si è cercato di ridurre la flessibilità per aumentare l’efficienza, un vero e proprio cambio di paradigma. Quello che si venne a creare era uno scenario in cui le competenze delle persone non erano fondamentali, perché semplicemente a supporto delle macchine. Successivamente però efficienza e flessibilità ottengono pari dignità, è il momento dello sviluppo dell’automazione, il periodo in cui il profilo di competenze richiesto alle persone cambia, si eleva. Arriviamo all’oggi, momento in cui sempre più l’automazione si fonda con l’intelligenza artificiale. Lo scenario è in costante mutamento, ma ancora una volta si basa su due costanti: l’uomo e la macchina”. È immaginabile che i prossimi anni decreteranno la fine di alcune professioni, tendenzialmente ripetitive e dal poco valore aggiunto umano, per invece crearne di nuove. È quindi importante fin da subito costruire nuove competenze che rispondano alle richieste delle imprese e dei loro percorsi di sviluppo tecnologico. Tema, quest’ultimo, emerso anche dal report “Future of Job” realizzato dal Work Economic Forum che evidenzia come in particolar modo nelle grandi aziende ci sarà sempre più la necessità di nuove professionalità che arricchiscano il capitale umano. Sempre secondo lo stesso studio la tecnologia avrà un

In provincia di Varese sta partendo il corso di istruzione e formazione tecnica superiore (Ifts) di “Tecnico di sistemi Iot per i servizi e le smart industries”, il cui avvio è fissato per dicembre 2020. Un corso post diploma organizzato, insieme alle imprese, dalla Fondazione Incom di Busto Arsizio 16

duplice ruolo, da una parte quello di causare la perdita di milioni di posti di lavoro (la stima degli esperti di Davos è di circa 85 milioni entro il 2025), professioni svolte oggi per lo più in maniera ripetitiva e facilmente sostituibile, dall’altra le nuove tecnologie ne creeranno addirittura di più (circa 97 milioni, con un saldo positivo, dunque, di 12 milioni). Si tratterà di ruoli in cui il fattore chiave sarà determinato da quelle abilità e capacità che le macchine non potranno svolgere: lettura e interpretazione dei dati, capacità di analisi, risoluzione dei problemi, e flessibilità. Si apre poi un altro fronte, quello della formazione. Se i cambiamenti dal lato delle competenze professionali sono repentini e costanti è importante che i programmi formativi tengano il passo. Un esempio sul territorio varesino è il corso di istruzione e formazione tecnica superiore (Ifts) di “Tecnico di sistemi Iot per i servizi e le smart industries”, il cui avvio è fissato per dicembre 2020. Un corso post diploma organizzato dalla Fondazione Incom di Busto Arsizio che nasce in stretta sinergia con il sistema produttivo e con l’obiettivo di formare tecnici specializzati che operano nell’ambito dello “Smart Factory”, ovvero un ambito in cui le imprese lavorano e investono su piattaforme integrate di tecnologie, dalla produzione (robotica, stampa 3D, Machine to Machine) alle soluzioni IT (Cloud, Cyber Security, IoT). Lo scenario quindi che ci si trova davanti ha due direttrici ben precise. La riqualificazione per quelle professioni che più rischiano l’estinzione a causa delle nuove tecnologie, e un continuo upskilling ovvero l’attitudine a migliorarsi costantemente apprendendo competenze sempre nuove. “Yuval Noah Harari, storico e professore universitario israeliano, afferma che uno degli effetti più drammatici della rivoluzione industriale in corso è che l’automazione porterà a una situazione in cui numerose figure professionali diventeranno inutili”. Un monito quello di Luca Mari, a cui segue però un consiglio: “Possiamo passare da uno spazio di ricerca di efficienza e flessibilità a uno spazio dove è presente anche l’intelligenza. L’intelligenza ha due dimensioni, la capacità di approfondimento e di interpretazione e la capacità di sintesi ovvero di collegare i dati ottenuti. Noi esseri umani siamo in grado, più delle macchine, di gestire questa seconda competenza. É dunque questo il campo dove si gioca la sfida delle competenze future”. Sempre maggiore importanza rivestirà dunque la capacità di immaginare e prevedere le trasformazioni del lavoro, assumendo un atteggiamento di curiosità dello sviluppo in atto. Se il nuovo petrolio è il dato. Il nuovo sceicco sarà colui che saprà gestirlo e interpretarlo. Buono studio.


FOCUS

La rivoluzione 4.0 passa dalle macchine utensili Pochi altri settori sono coinvolti in prima persona come abilitatori della modernità nella manifattura nazionale e mondiale. E l’Italia, così come Varese, ha la possibilità di ricoprire un ruolo da protagonista grazie alla radicata presenza delle imprese del comparto sul territorio. Ma a quali condizioni? Intervista all’imprenditrice varesina, Barbara Colombo, Presidente di Ucimu

4.0 in Italia e nel mondo. Non è un caso che proprio l’ultima edi-

T

Davide Cionfrini zione del World Manufacturing Forum abbia posto le macchine

utensili tra i principali ambiti di applicazione dell’intelligenza artiutti i settori dell’industria sono coinvolti trasversalmen- ficiale nel prossimo futuro. Ed è forte di questo ruolo che la Presite nella trasformazione digitale. Ma pochi altri compar- dente di Ucimu lancia un primo messaggio al Governo: “Il Piano ti manifatturieri sono abilitatori di questa rivoluzione Transizione 4.0. deve essere reso strutturale, deve durare almeno come quello delle macchine utensili. È dalle imprese di questo 5 anni per permettere alle imprese di programmare nel tempo spaccato industriale, particolarmente radicato in provincia gli investimenti di ammodernamento e digitalizzazione dei di Varese (784 unità locali, 13.200 addetti e un expropri reparti produttivi. È l’unico vero strumento di port annuo di 2,2 miliardi), che passa la moderpolitica industriale che il Paese si sia dato negli nità. Lo sa bene Barbara Colombo. Non solo ultimi anni, è un provvedimento che attiva la in qualità di imprenditrice e amministracrescita del sistema economico del Paese e tore delegato della Ficep Spa di Gazzada quindi occorre che il Governo prosegua Schianno. Ma anche in qualità di neosu questa strada, ben oltre il 2020”. Presidente eletta alla guida di Ucimu, l’associazione di categoria del Sistema Con quali concreti incentivi per Confindustria dei costruttori italiani di le imprese? macchine utensili, robot e automazione. Riguardo allo strumento scelto, il credito “Le nostre imprese – spiega – rappresentadi imposta è, certamente, quello più adeno una componente dell’industria made in guato perché di semplice utilizzo e fruibile Barbara Colombo Italy che occupa posizioni di primo piano nelle anche dalle imprese che non fanno utili e che classifiche internazionali di settore. Posizioni che possono recuperare l’investimento detraendoabbiamo le capacità di presidiare a patto che tutti faclo dai contributi previdenziali. Chiediamo però che ciano la loro parte: imprese, istituzioni e organi di governo”. Soste- siano corretti al rialzo i massimali su cui applicare il credito di nere il settore, considerandolo strategico per il Paese, vuol dire ac- imposta e sia prevista la rimodulazione delle aliquote. compagnare tutta l’economia nazionale nella quarta rivoluzione industriale. Così come la Cina ha già deciso di puntare, nel piano Si parla tanto di trasformazione digitale, di 4.0, ma di sviluppo dei prossimi anni, sull’autarchia tecnologica, facendo alcune imprese non possono essere definite nemdi questo elemento il perno del proprio sviluppo, così per l’Italia meno 2.0. Come colmare questo gap interno alla diventa strategico far valere le proprie competenze manifatturiere stessa industria? nelle macchine, per cavalcare l’implementazione dell’industria Proprio per questo come Ucimu stiamo chiedendo che anche 17


FOCUS per gli acquisti di nuove macchine utensili non legate all’industria 4.0, quelle che in passato erano soggette al superammortamento, sia raddoppiata l’aliquota del credito di imposta, ora fissata al 6%. Questo perché la trasformazione dell’industria manifatturiera italiana è un percorso graduale. Bisogna arrivarci per step. Ci sono aziende che sono già ad una fase molto avanzata di digitalizzazione. Ve ne sono altre invece che hanno bisogno di svecchiare il parco macchine presente nelle loro officine. Ma alla componente tecnologica si affianca anche il tema delle competenze. Il cambiamento che stiamo vivendo può essere affrontato solo se contemporaneamente viene costruito un grande piano formativo, sia all’interno delle imprese, sia nelle scuole.

die fra il diploma e la laurea, potenziando gli Its - Istituti Tecnici Superiori, perché, nel nostro settore, non troviamo giovani meccanici, elettronici, informatici, meccatronici preparati. Ed è un’assurdità visto il tasso di disoccupazione giovanile al 30%. Questo è uno dei più drammatici gap che bloccano lo sviluppo delle nostre imprese, del Paese e della crescita del benessere sociale. La maggior parte degli iscritti al biennio post-diploma degli Its in specializzazioni come la meccatronica vengono intercettati dalle imprese per una futura assunzione sin dal primo dei due anni di studio. Questo dà l’idea della fame di competenze delle imprese e, allo stesso tempo, delle opportunità che l’industria 4.0 sta dando alle nuove generazioni. Opportunità che rischiano di andare sprecate. Con danno per tutti.

Proprio sul fronte della formazione all’interno delle imprese qualche esponente di Governo ha voluto sottolineare che gli incentivi già previsti sono stati poco utilizzati dagli imprenditori. Questo perché fino ad oggi è mancato un elemento chiave per rendere fruibili tali incentivi. Ossia quello di far rientrare anche il costo per l’utilizzo dei migliori docenti. Il credito di imposta per la formazione deve comprendere anche il costo del consulente esterno. Fino ad oggi non è stato così, tagliando fuori in questo modo le piccole e medie imprese per le quali l’investimento in una formazione di qualità è spesso proibitivo.

Ma come rendere l’industria delle macchine utensili made in Italy protagonista della trasformazione digitale nel mondo? In questo caso l’internazionalizzazione deve richiamare le imprese ad un cambio di paradigma nel presentarsi sui mercati. Dobbiamo fare maggiormente squadra come sistema. Ecco perché come Ucimu abbiamo per esempio deciso di muoverci sul mercato indiano con le reti d’impresa. Un modello che sta funzionando e che vogliamo replicare su altre aree di interesse. A partire dagli Stati Uniti (nostro primo mercato di sbocco) e Vietnam, quest’ultimo come testa di ponte per tutta l’A sia. Altra sfida internazionale è quella di non lasciare l’Africa Centrale al solo presidio dell’industria cinese. Possiamo essere protagonisti anche noi.

E sul fronte dei giovani e della scuola? Qui occorre favorire il raggiungimento di conoscenze interme18


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ECONOMIA

Varese si ridisegna green Come impatterà la strategia europea del Green New Deal sul territorio varesino e, in particolare, sulla sua manifattura? Una prima stima parla di un coinvolgimento (solo iniziale) di circa 1.400 imprese Ragionando in ambito strettamente industriale dovremmo atten-

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Paola Margnini (*) derci un duplice impatto per il sistema delle imprese legato a due

ostenibilità. Green New Deal. Decarbonizzazione. Climate change. Sono tutte parole con cui abbiamo imparato a confrontarci quotidianamente. Sino ad un paio di anni fa erano concetti, sì conosciuti, ma percepiti come lontani nella loro concretizzazione nella vita quotidiana di tutti noi. Un qualcosa di eticamente corretto, ma in fondo rimandabile. A quando ce ne se sarebbe stato il tempo. A quando sarebbe divenuto indifferibile. Una maggior sensibilità nei giovani, un peggioramento climatico ormai evidente e, non ultimo, lo stravolgimento nelle vite e nelle abitudini di tutti noi hanno aperto la strada a questi temi e ne stanno tracciando gli argini entro cui il cambiamento avanza. Quella di puntare sulla sostenibilità non è più una scelta ideologica, è diventata un obiettivo nelle roadmap strategiche. A livello europeo la presidenza Von Der Leyen ne aveva fatto una vera e propria strategia di crescita ancor prima dell’esplosione della pandemia, ed ora, che bisogna trovare degli ancoraggi forti per tracciare una linea di sviluppo, il Green New Deal avanza. Anzi corre. A settembre sono uscite le prime call europee dedicate al Green Deal. Ed anche a livello di Paese si inizia a tracciare un cammino di incentivazione di interventi per la sostenibilità e, viceversa di disincentivazione dei comportamenti non Green. Cosa significa? Quali settori ne saranno toccati e come si posiziona la Varese manifatturiera su questi temi? Innanzitutto, il Green New Deal si propone come strategia di crescita con un obiettivo molto preciso: azzerare le emissioni nel 2050. E ridurle assai prima, nel 2030 di almeno il 55%. Tradotto: abbiamo 10 anni di tempo per ridurre drasticamente le emissioni di Co2. Ciò significa spingere all’uso efficiente delle risorse, ridurre l’inquinamento e ripristinare la biodiversità. Si attendono forti impatti in diversi ambiti: industria, clima, energia pulita, mobilità, agroalimentare, biodiversità ed inquinamento. Poco rimarrà intoccato da questa strategia.

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trasformazioni che verranno accelerate: quella digitale e quella verde. Entrambe con effetti sul new deal. La prima sta già cambiando il modo di produrre ed i prodotti stessi con un impatto trasversale su tutte le imprese, in quanto crescenti utilizzatrici di tecnologie digitali. Sarà un “cambiamento da dentro”, destinato ad interessare tutti, anche le imprese più piccole, man mano che la digitalizzazione diverrà uno standard. Le numerose strategie post Covid e New Normal, che vengono via via rilasciate per ristrutturare il modo di produrre a valle della pandemia, già inglobano una crescente carica di digitalizzazione. Ci vorrà del tempo per raggiungere tutti, ma questa strada sembra ormai già segnata. Caso mai andrebbe accompagnata e rafforzata da piani di lunga visione affinché la transizione possa essere più efficace e meglio coordinata come Paese. La digitalizzazione avrà un impatto non solo dal lato delle domande di tecnologie, ma anche di offerta delle stesse. In questo campo le imprese del territorio hanno senz’altro specializzazioni da valorizzare: si pensi al settore della meccanica strumentale che è un naturale incorporatore e diffusore di tecnologie digitali e che da sola conta più di 13.000 addetti sul territorio. Ursula von Grandi opportunità quindi a chi saprà salder Leyen dare alla meccanica anche la sensoristica e le tecnologie di gestione di grandi masse di dati. La trasformazione verde, così come quella digitale, avrà anch’essa un impatto trasversale su tutte le imprese che sono chiamate a ridisegnare prodotti aumentando l’utilizzo di materie prime a basso impatto, processi più green in termini di emissioni e di recupero degli scarti di lavorazione. Nel Piano d’Azione per Economia Circolare sono stati individuati già ora alcuni settori target, identificati come settori ad alta intensità di risorse: si tratta di tessile, edilizia, prodotti elettronici e plastica. Un insieme di imprese che ha come focus alcune delle specializzazioni più tradizionali della nostra economia. Nella sola provincia di Varese (*) Responsabile Ufficio Studi Univa


ECONOMIA Fonte: dati economia circolare, elaborazioni Ufficio Studi Univa su dati prima edizione del censimento permanente delle imprese realizzato dall’ISTAT (maggio-settembre 2019, dati 2018). Dati Accredia per le certificazioni. Green Jobs: fonte Unioncamere, Fondazione Symbola, GreenItaly report 2019.

significherebbe interessare per la sola parte manifatturiera un insieme di circa 1.400 attività produttive che coinvolgono circa un quinto degli addetti dell’industria in senso stretto. Numeri che salgono ulteriormente se si stima anche il possibile impatto sull’edilizia. Questi settori, e non solo questi, saranno chiamati a riflettere sul tema degli input sostituibili (utilizzando energia da fonti rinnovabili, materiali riciclati e riciclabili e biodegradabili) ma anche a lavorare sui temi del fine vita (recuperando il valore a fine vita di beni e prodotti e attivando processi di riciclo, riutilizzo e rigenerazione); dell’aumento dell’intensità di utilizzo (promuovendo il maggior utilizzo del prodotto o servizio) e dell’estensione della vita utile (promuovendo la durate della vita di prodotti e servizi). Oltre alle misure sulla circolarità di prodotti che se interessano alcuni settori, non ne escludono nessuno, si aggiungono azioni su settori speciali per cui sono state individuate strategie ad hoc come la chimica che nel nostro territorio vede concentrarsi molte produzioni per l’industria per un totale di circa 3.950 addetti. Vedremo inoltre implementate anche politiche per la decarbonizzazione come nel caso della acciaierie che vedono nel nostro territorio una forte affinità con il settore metallurgico, che tra siderurgia e fonderia conta più di 2.000 addetti, più in generale, la decarbonizzazione del sistema energetico con un’ attenzione particolare per quella del sistema del gas a cui è anche legata la strategia europea per l’idrogeno. Alla ricerca in questo campo si stanno già dedicando all’estero ed

anche in Italia molte risorse per le sue applicazioni anche in campo motoristico per i mezzi di trasporto. Ciò fa il paio anche con le opportunità legate alla ricerca sull’energia portabile ed in particolare sul tema delle batterie, una delle grandi sfide per applicazioni nel campo automobilistico, dei trasporti e non solo. Questi due temi idrogeno e batterie aprono anche per i produttori locali scenari nuovi nel campo della mobilità avanzata e di nuova generazione. Infine, dovremo scontare un grande effetto sul sistema dei trasporti e quindi della logistica che vedrà incentivato riconversione verso le energie pulite, il passaggio a rotaia e riduzione delle quote gratuite di emissione assegnate alle compagnie aeree. Sono quindi innumerevoli gli effetti che il Green New Deal potrà avere sul sistema produttivo locale. Non solo per i numerosi settori core che verranno “regolamentati” e quindi spinti a cambiare, ma anche per settori che sceglieranno di cambiare anticipando le opportunità che si vanno profilando. E d’altronde sono in molti quelli che già si stanno preparando cogliendo innanzitutto la sfida della sostenibilità. Come testimonia l’Istat nel rapporto sul tema, il 66 % delle imprese attive in provincia ha svolto almeno un’azione di sostenibilità per ridurre l’impatto ambientale e 1 su 2 svolge azioni risparmio materiale nei processi produttivi. Nel 2019 sono stati attivati 6.855 nuovi contratti per green jobs. Insomma, il Green Deal è già nelle nostre corde. Dobbiamo imparare a guardarlo nella sua veste di opportunità.

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ECONOMIA

L’impresa contro il Covid

Come la capacità di reazione di una Pmi aiuta ad affrontare un’emergenza pandemica. La storia della RCA Bignami Srl di Varese che, in pochi mesi, ha progettato e realizzato una macchina altamente tecnologica che sta producendo 75mila mascherine FFP2 anti-Covid al giorno

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na macchina altamente tecnologica che sta producendo 75mila mascherine al giorno. È quella progettata, realizzata e oggi operativa all’interno della RCA Bignami Srl di Varese. Per l’esattezza la mascherina in questione è una semi-maschera filtrante denominata “Breathe”. Un dispositivo di protezione individuale FFP2-Covid-19 anch’esso ideato dalla stessa azienda varesina e che ha ottenuto la certificazione CE0068. Il piede della RCA Bignami è puntato sull’acceleratore: “L’idea ci è venuta a marzo - spiega Giorgio Bignami, titolare dell’azienda - in due mesi e mezzo abbiamo realizzato il progetto. Da una parte abbiamo messo a punto la macchina che ora siamo pronti a fabbricare e vendere alle realtà produttrici di mascherine che ne faranno richiesta; dall’altra, attraverso il primo prototipo della macchina, siamo noi stessi produttori per i grossisti del settore. Si tratta di un

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obiettivo raggiunto in pochissimo tempo rispetto agli standard, considerando che per realizzare una macchina di questo tipo, di norma, impieghiamo circa sette mesi”. Per la RCA Bignami il settore medicale/farmaceutico, non è una novità. Per questo, lo sviluppo di una nuova tecnologia di produzione di mascherine non può essere definita, come in altri casi più estemporanei, una “riconversione” per questa azienda varesina. Semmai è la messa a terra di una conoscenza tecnologica che conferma l’abilità di una tipica Pmi italiana, riuscita a rispondere rapidamente e in maniera flessibile ad una richiesta impellente di un prodotto oggi più che mai primario. Quello della RCA Bignami Srl di Varese è un quarto di secolo di storia, la gran parte del quale passato nello studio, progettazione e sviluppo di macchinari per il converting nel settore medicale/ farmaceutico. Il know-how acquisito negli anni ha consentito


Giorgio Bignami: “Da una parte abbiamo messo a punto la macchina che ora siamo pronti a fabbricare e vendere alle realtà produttrici di mascherine che ne faranno richiesta; dall’altra, attraverso il primo prototipo della macchina, siamo noi stessi produttori per i grossisti del settore”

studiata, progettata, montata e collaudata per unire i cinque strati, accorparli e trasformarli in bobine, caricate elettrostaticamente per rafforzare la protezione dal virus. Le bobine vengono inserite nella seconda linea di produzione per essere trasformate nel prodotto finito. Il ciclo produttivo inizia con la saldatura ad ultrasuoni della sagoma, l’applicazione del nasello, l’inserimento e la saldatura ad ultrasuoni degli elastici, il taglio sagoma della maschera e il contemporaneo inserimento della stessa in singola busta di confezionamento e termina con un sofisticato sistema di controllo di qualità eseguito da specifiche telecamere. La lavorazione è priva di contatto ed alterazioni da agenti esterni, sottolinea Bignami, ed avviene in una macchina realizzata in acciaio inox “che possiede tutti gli standard per essere collocata nelle camere bianche”. Il tessuto entra nella macchina e, in pochi secondi, ne esce una mascherina già pronta all’uso e sigillata. L’utilizzatore di “Breathe”, che aprirà la busta, sarà il primo ed unico a venirne a contatto. Sviluppo di processo e di prodotto a cui si è affiancata anche un’azione solidale per il territorio con la donazione di queste mascherine alla Fondazione Piatti di Varese, all’Istituto “La Provvidenza” di Busto Arsizio, all’A sst “Sette Laghi”, all’Ospedale di Crema e alla Polizia di Stato. Con 170 macchine realizzate in 25 anni per il settore medicale e farmaceutico di tutto il mondo e un aumento costante di fatturato negli ultimi anni del 20-30%, la RCA Bignami continua a pensare a nuovi e innovativi progetti. Ancora una volta si assiste ad una prova di forza tutta Made in Italy, in questo caso Made in Varese, che mette in luce la capacità di reazione e la velocità di adattamento della piccola e media impresa. Se oggi le mascherine e la loro disponibilità non sono più un problema è anche e soprattutto per queste storie d’impresa. “La mascherina - chiosa Giorgio Bignami - diventerà un oggetto che ci accompagnerà per molto tempo, anche dopo la pandemia. Sarà parte dei nostri kit da viaggio e di vita. Manager, casalinghe, sportivi, impiegati, viaggiatori, studenti: chiunque la porterà in macchina, in valigia, nello zaino. Durante i futuri normali picchi di influenza nessuno si vergognerà a vestirla in autobus, metropolitana, aeroporti. Diventerà un gesto normale come mettere un cappello se fa freddo o gli occhiali da sole in estate, magari per proteggersi semplicemente dallo smog”.

ECONOMIA

all’azienda di farsi trovare pronta in un momento di emergenza senza precedenti che ha coinvolto il mondo intero. L’idea maturata durante il periodo di lock-down è stata messa a punto tra i mesi di marzo e luglio scorsi inventando e realizzando sia la maschera “Breathe” che la macchina di produzione denominata “Med Mask”. La nuova macchina tecnologica, innovativa e completamente elettronica è stata realizzata dall’impresa per produrre quantità industriali della maschera “Breathe”, 100% made in Varese e con materiali made in Italy. RCA Bignami Srl è nata nel 1994. La sua storia è un vero e proprio percorso di crescita: partiti con la produzione specializzata di coltelli rotativi, sono passati alla produzione di moduli di taglio per arrivare poi a progettare e costruire macchine complete per la produzione di cerotti e altri prodotti del settore medicale e farmaceutico. Oggi la produzione si è ulteriormente allargata fino ad offrire intere linee di produzione dal taglio all’imballaggio, sempre su specifica del cliente, perché da sempre il motto di RCA Bignami è “customized for you”. “Il dispositivo di protezione individuale è composto da 5 strati di materiali, 2 di Spunbond all’esterno e 3 di Meltblow all’interno – spiega Bignami -. Il Meltblow è il filtro che si trova all’interno della mascherina”. In breve tempo, a supporto della Med Mask, è maturata la necessità di una seconda macchina che in tempi record è stata

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ECONOMIA

La nuova dimensione della competività Rafforzamento patrimoniale, maggiore cultura finanziaria, allargamento della già radicata presenza sui mercati esteri: queste le sfide che nei prossimi anni metteranno alla prova il sistema imprenditoriale locale e che STS Deloitte vuole contribuire a far vincere con il proprio sbarco a Varese Varese come un hub che fa da porta di accesso a 850 professioni-

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Davide Cionfrini sti Tax&Legal presenti in tutta Italia in grado di fornire un’ampia

a una parte le sfide: l’aggancio della ripartenza attraverso la conquista di nuovi mercati esteri, gli investimenti per migliorare la solidità patrimoniale e per la crescita dimensionale, la costruzione di una nuova normalità anche organizzativa con il remote working. Dall’altra i punti di forza: la vocazione manifatturiera spalmata trasversalmente su tutti i principali settori industriali, la forte internazionalizzazione, la diffusa cultura d’impresa. Nei pregi e nei punti da migliorare di un sistema economico locale si specchiano i motivi che hanno portato una realtà internazionale della consulenza aziendale, come STS Deloitte, a sbarcare a Varese. È passato poco più di un anno dal simbolico taglio del nastro avvenuto nel dicembre 2019 durante un convegno al Centro Congressi Ville Ponti (quando gli eventi si potevano ancora fare…). Troppo poco per fare un bilancio, ma sicuramente sufficiente per mettere in fila le strategie da mettere in campo per contribuire alla crescita competitiva del sistema economico locale. “Quello di cui ci siamo accorti – spiega Alessandro Lualdi, Country Tax&Legal Leader di Deloitte – è che le imprese di una provincia come quella di Varese per affrontare le sfide di innovazione e crescita hanno bisogno di accedere a tutta una serie di servizi specialistici difficilmente rintracciabili in un unico contenitore. Proprio per questo abbiamo organizzato la presenza di Deloitte a

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gamma di servizi con livelli di specializzazione molto forti. In primis, sul fronte legale e fiscale”. Ricchezza di conoscenze, dunque, ma anche radicamento sul territorio. Questa la strategia di Deloitte che a Varese ha deciso di posizionarsi attraverso un ufficio che ha sede in piazza Monte Grappa 12, appoggiandosi all’esperienza di Luigi Jemoli e di Andrea Ardo, presenze storiche tra i commercialisti varesini, entrati a far parte di STS Deloitte. Nell’area di Varese, il Tax&Legal di Deloitte svolgerà prevalentemente attività di assistenza sui fronti tributari, legali e societari, Alessandro rivolgendosi sia a società italiane apparteLualdi nenti a gruppi multinazionali esteri, sia alle numerose piccole medie imprese anche a controllo familiare che sono la spina dorsale del sistema imprenditoriale locale. “La scelta di Varese è per la nostra organizzazione – racconta Lualdi – la prosecuzione di un modello di prossimità e vicinanza alle imprese. La forte propensione all’export delle aziende varesine e la loro struttura familiare le porta ad avere bisogno di un’assistenza fiscale e legale specialistica e multidisciplinare”. Come dire: le multinazionali tascabili, sono tali anche nei bisogni di assistenza. “Quello che proponiamo loro è dunque il classico e riconosciuto modello internazionale di Deloitte, a cui gli imprenditori varesini potranno finalmente accedere senza spostarsi sulla piazza milanese, ma rivolgendosi a uno studio nel centro del capoluogo che potrà contare sulla conoscenza delle sensibilità del territorio”. Un modello nuovo,


ECONOMIA dunque, allo stesso tempo globale e locale che, precisa Lualdi, “non vuole entrare in contrapposizione con i consulenti storici già presenti, ma supportarli nelle esigenze di natura più specialistica”. La sfida è soprattutto quella di essere di supporto al “rafforzamento della solidità patrimoniale delle imprese manifatturiere varesine e alla loro crescita in termini dimensionali”. È qui che si giocherà la vera partita del futuro secondo gli esperti di Deloitte che hanno svolto di recente un’indagine insieme alla Piccola Industria di Confindustria e a Intesa Sanpaolo. “Dalla quale è emerso – afferma Lualdi – che 6 imprese su 10 considerano strategico per la ripresa l’allargamento del proprio bacino clienti attraverso gli investimenti nell’innovazione di prodotto e di processo. Un’impresa su 2, inoltre, è convinta che la ripartenza avverrà sul piano dell’internazionalizzazione e, dunque, sull’investimento nell’espansione sui mercati esteri”. Ma le imprese varesine hanno la struttura dimensionale e la forza finanziaria per affrontare tali

Nell’area di Varese il Tax&Legal di Deloitte svolgerà prevalentemente attività di assistenza sui fronti tributari, legali e societari, rivolgendosi sia a società italiane appartenenti a gruppi multinazionali esteri sia alle numerose piccole medie imprese

sfide? È questa la domanda a cui Deloitte vuole aiutare il territorio a dare una risposta. “Il sistema economico varesino – sostiene Luigi Jemoli – ha un grande pregio: le aziende sono molto forti sia sul lato prodotto, sia sui mercati. Aerospazio, plastica, alimentare, solo per fare alcuni esempi, sono settori che riescono a dettare l’agenda della crescita, le imprese varesine sanno benissimo cosa fare. Il problema è semmai legato al fatto che l’aumento della complessità delle sfide poste dalla modernità sta mettendo sempre di più in discussione l’aspetto dimensionale delle imprese e la loro conoscenza finanziaria. La maggior parte delle imprese del territorio, anche quelle più capitalizzate sono familiari”. Non un modello da stravolgere secondo Jemoli: “Proprio questa connotazione permette alle aziende di prendere decisioni veloci e di adattarsi più rapidamente di altre ai tempi che cambiano, ma allo stesso tempo apre una questione di continuità”. A spiegarne i termini è Andrea Ardo: “Le imprese manifatturiere varesine sono tra le più longeve a livello nazionale. Una capacità di resilienza che, però, pone la sfida della gestione dei passaggi generazionali. Un aspetto spesso sottovalutato ma che ha la stessa importanza dei temi, pur cruciali, dell’internazionalizzazione e dell’innovazione”. Dinamiche legali e fiscali, ma non solo, spiega Ardo: “Ci vuole più programmazione, ma non basta solo attrezzarsi a livello tributario o societario. All’interno delle imprese familiari le dinamiche umane e personali sono fondamentali e da non sottovalutare”. Punti di forza (la diffusa capacità imprenditoriale) e di debolezza (la necessità di crescere dimensionalmente) di un sistema economico. Ecco perché Deloitte è sbarcata a Varese. Far leva sui primi, per permettere al territorio il salto di qualità sui secondi. Sullo sfondo l’obiettivo di Deloitte: difendere e far crescere il modello tutto italiano e varesino dell’impresa familiare.

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FORMAZIONE

I podcast che orientano allo studio

Pandemia e didattica a distanza rivoluzionano anche gli strumenti a cui gli studenti delle scuole medie possono appoggiarsi per la scelta della scuola superiore a cui iscriversi. L’esempio delle audio-guide messe a disposizione di ragazze e ragazzi dall’Unione Industriali per districarsi tra licei, istruzione tecnica e professionale chi a rotelle, mascherine e videolezioni a distanza, la didattica ha

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Chiara Mazzetti subìto, nel giro di pochi mesi, rivoluzioni fino a qualche tempo

uanto può essere complicato per un giovane studente, in tempo di pandemia, ritagliarsi i propri spazi all’interno di un mondo scolastico in continuo mutamento, che sembra avere regole diverse ogni giorno che passa? Tra ban-

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fa inimmaginabili. Per i ragazzi di terza media, poi, l’avvicinarsi della scelta della scuola superiore a cui iscriversi al termine dell’anno scolastico, non fa altro che aumentare confusione e disorientamento, in special modo dopo i difficili periodi trascorsi in lockdown, tornati all’ordine del giorno con la Lombar-


Istruzione e formazione professionale

Anna: Non so ancora cosa farò da grande: sono così tante le possibilità di scelta che rischio di perdermi. Avrei bisogno di una mano. Narratore: La guida “Percorsi, Istruzione e Formazione dopo la terza media in provincia di Varese” ideata dalla Provincia di Varese fa al caso tuo, Anna. Perché racchiude in poche pagine tutto quello che c’è da sapere sull’istruzione superiore del nostro territorio. Partendo dall’IeFP fino ad arrivare ai licei e persino oltre. Anna: Wow, ma cos’è un IeFP? Narratore: Con IeFP si intendono i percorsi di qualifica dell’Istruzione e Formazione Professionale. Si svolgono in Centri di Formazione Professionale (i cosiddetti CFP) e negli Istituti scolastici ed hanno una durata di 3 anni. Anna: Interessante, ma cosa si studia in un IeFP? Narratore: Il primo anno riceverai una preparazione di carattere generale, valida per la figura professionale che tu avrai scelto. Il secondo anno le materie professionalizzanti entreranno nel vivo e inizierai anche a svolgere un periodo di stage in azienda. Il terzo anno, infine, proseguirai l’esperienza di stage e riceverai la preparazione per poterti inserire nel mondo del lavoro con una

tua professionalità completa. Una volta ottenuta la qualifica triennale, sarà poi possibile accedere al quarto anno, conseguendo un Diploma Professionale quadriennale. Anna: Quindi cosa diventerei al termine di un IeFP? Narratore: Potresti diventare un operatore delle lavorazioni tessili o dei prodotti di pelletteria e avere, così, le competenze di preparazione, taglio e assemblaggio di un prodotto di pelletteria. Oppure potresti diventare un operatore ai servizi di impresa e lavorare nell’ambito dei processi di amministrazione e gestione aziendale. Anna: Mi ha sempre affascinato molto il mondo della moda! Non avevo idea che esistesse una scuola superiore in grado di fornirmi le competenze necessarie per lavorare in questo mondo. Narratore: Devi sapere Anna che gli IeFP sono tipici della regione Lombardia, non si trovano facilmente nel resto d’Italia.

FORMAZIONE

dia inserita in “Zona Rossa”. Come si suol dire, però, non tutto il male vien per nuocere. Insomma, a mali estremi, estremi rimedi e chi più detti ha più ne utilizzi. Il mondo della scuola e della formazione in generale, seppur messo duramente alla prova come moltissimi altri settori di tutta l’economia italiana e non solo, sta cogliendo le opportunità legate alla pandemia. Mettendo in atto quei cambiamenti, di prospettiva e tecnologici, solamente ipotizzati prima dell’avvento del Covid-19. Si sono così moltiplicate, lungo tutto lo Stivale, iniziative di didattica ed apprendimento alternative ai metodi classici. Sorte con il preciso scopo di aiutare gli studenti (più piccoli ma anche ormai cresciuti) a ritrovare la bussola, a volte purtroppo smarrita. Ed è con questo intento che l’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, per il tramite della redazione multimediale del proprio magazine Varesefocus ha realizzato uno speciale di quattro podcast, dedicato ai ragazzi e alle ragazze che tra non molto dovranno compiere il difficile passo dell’iscrizione ad una scuola superiore. Tra dubbi, perplessità e idee a dir poco confuse. Questa sorta di guida agli Istituti Superiori in provincia di Varese è nata con l’ambizioso obiettivo di fare chiarezza tra le molte strade percorribili, a partire dai percorsi di Istruzione e Formazione Professionale fino ad arrivare all’Istruzione Liceale. Attraverso una sorta di “a tu per tu” con una tredicenne alle prese con i dilemmi e le preoccupazioni per il futuro, questa audio-guida parla direttamente agli studenti, in un linguaggio nuovo ed accattivante e ha il dichiarato scopo di indirizzarli verso una scelta più consapevole. Tema della prima puntata sono gli IeFP, i percorsi di qualifica dell’Istruzione e Formazione Professionale. Ma facciamo due chiacchiere direttamente con Anna, la protagonista di questi podcast che l’accompagnano alla scoperta dei percorsi di studio presenti sul territorio.

Istruzione professionale

Nella seconda puntata invece si parla di IP, Istruzione Professionale. Narratore: Oggi ti racconto qualcosa sull’IP, ovvero l’Istruzione Professionale. Si tratta di un percorso finalizzato al conseguimento di un diploma quinquennale di Istruzione Secondaria di II grado. Anna: Nella pratica, che lavoro potrei fare? Narratore: Potresti lavorare nel settore della manutenzione e assistenza tecnica, imparando ad istallare, riparare e collaudare macchine e impianti. Oppure potresti trovare impiego nel campo dell’industria e dell’artigianato per il made in Italy o ancora nei servizi commerciali, partecipando alla realizzazione di processi amministrativo-contabili in una delle molte aziende presenti in provincia di Varese. Che ne pensi? Anna: Sono molto incuriosita da queste possibili occupazioni. Sai dirmi qualcosa sul settore della meccanica? Il mio papà ci lavora e mi piacerebbe seguire le sue orme. Narratore: Ho il corso che fa proprio al caso tuo.

Istruzione tecnica

Cuore della terza puntata è l’Istruzione Tecnica. Narratore: Ti interessava sapere qualcosa di più sul mondo della meccanica, vero? In questo caso, l’Istruzione Tecnica è ciò che più fa per te. I percorsi degli Istituti Tecnici si articolano in un’area di istruzione generale, comune a tutti i percorsi e in aree di indirizzo. Anna: Ho capito, ma non mi è chiaro cosa c’entri la meccanica con tutto questo. Narratore: Ottima osservazione. La meccanica, così come la meccatronica, l’elettronica e l’elettrotecnica, sono tra le specializzazioni più richieste in assoluto in provincia di Varese e, ovviamente, sono alcuni tra gli indirizzi tra cui scegliere per quanto riguarda l’Istruzione Tecnica. Anna: Bene, ora ha un senso. Ma quindi cosa studia un ragazzo o una ragazza che si sta diplomando in meccatronica? Narratore: Impara come operare nel campo dei materiali, scelta, trattamenti e lavorazioni sulle macchine e sui dispositivi utilizzati nell’industria manifatturiera e come collaborare alla progettazione, 27


costruzione e collaudo dei dispositivi e dei prodotti, nonché nella realizzazione dei relativi processi produttivi. FORMAZIONE

Istruzione liceale

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Chiude il viaggio alla scoperta delle scuole superiori a cui potersi iscrivere dopo la terza media l’Istruzione Liceale. Narratore: Devi sapere Anna che i percorsi liceali hanno durata quinquennale e forniscono agli studenti strumenti culturali e metodologici per una comprensione approfondita della realtà, per sapersi porre di fronte alle situazioni ed ai problemi della vita con atteggiamento razionale, creativo, progettuale e critico. Anna: Interessante, ma sai dirmi qualcosa sugli stage? Narratore: Certo, per gli studenti dei licei c’è l’obbligo di svolgere 90 ore di formazione in alternanza scuola-lavoro, sempre nel triennio finale. Anna: Cos’altro c’è da sapere sull’Istruzione Liceale? Narratore: Che è suddivisa in diverse tipologie e vari indirizzi. C’è infatti il Liceo Artistico, il Liceo Classico, il Liceo Linguistico, il Liceo Musicale e Coreutico, il Liceo Scientifico, il Liceo Economico-sociale e il Liceo delle Scienze Umane. Quale ambito è il più vicino ai tuoi interessi? Anna: Direi il liceo scientifico, perché ho sempre amato la matematica.

Narratore: Ottimo. Con un diploma di Liceo Scientifico potresti, ad esempio, sapere imparare a padroneggiare strumenti di calcolo e d rappresentazione per la modellizzazione e la risoluzione di problemi. E, dopo la maturità, potresti proseguire gli studi ed iscriverti ad Ingegneria. Ti piacerebbe diventare un ingegnere? Anna: Ci penserò! È una strada che non escludo di poter percorrere. Su www.varesefocus.it è possibile trovare una pagina dedicata, nella quale sono raccolti tutti i podcast, ascoltabili singolarmente su Spreaker, nella rubrica “News d’impresa”.

Attraverso una sorta di a tu per tu con una tredicenne alle prese con i dilemmi e le preoccupazioni per il futuro, l’audio-guida di Univa, consultabile su www.varesefocus.it, parla direttamente agli studenti in un linguaggio nuovo e semplice


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UNIVERSITÀ

L’incubatore di Startup Una palestra per preparare gli studenti della LIUC – Università Cattaneo a diventare imprenditori. Nasce, in collaborazione con l’hub innovativo ComoNExt, il laboratorio C.Lab per aiutare i giovani dell’ateneo di Castellanza a trasformare le idee in nuove aziende. Anche con il supporto delle imprese del territorio stri studenti delle facoltà di Economia e Ingegneria e si propone

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Alessia Lazzarin di sviluppare le loro attitudini imprenditoriali”. Un’iniziativa che

no scambio di idee fra università e aziende. Un luogo di contaminazione tra innovazione e imprenditorialità. È questa l’intuizione che ha portato la LIUC - Università Cattaneo, insieme a ComoNExT (Innovation hub comasco), ad istituire il laboratorio di contaminazione C.Lab. “Il progetto – spiega il Rettore della LIUC, Federico Visconti – è rivolto ai no-

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funge da strumento di tensione verso il cambiamento “perché esprime l’idea di dare risposta ai bisogni degli studenti. C.Lab, infatti, entra a pieno titolo nel tessuto della LIUC e costituisce il tassello mancante di un mosaico complesso”. Si tratta di un luogo fisico, un laboratorio appunto, per l’orientamento e per la creazione di un’azienda, dove i saperi si rendono disponibili a sostenere un percorso di formazione sui temi dell’imprendi-


UNIVERSITÀ La LIUC - Università Cattaneo

torialità e dell’innovazione. In altre parole, un incubatore di startup che ha lo scopo di stimolare, raccogliere, valutare e selezionare idee innovative da sviluppare attraverso un percorso di tutoraggio con ComoNExT, incubatore certificato dal Ministero dello Sviluppo Economico. “Ospitiamo più di 135 aziende e oltre 900 persone che lavorano sulle tematiche delle innovazioni – spiega Stefano Soliano, Direttore Generale di ComoNExT -. Il nostro punto di partenza è stato quello di creare una community di innovatori”. E quale miglior luogo per stimolare e generare nuove intuizioni, se non un ateneo? Non a caso “la LIUC è una delle principali università con cui abbiamo avviato collaborazioni e progettualità”. Se si pensa all’innovazione come ad una filiera, la materia prima è la startup che poi si trasforma in impresa ed infine vira verso l’onda di mercato. Durante questo percorso, l’idea, ancora acerba, viene fatta crescere anche grazie al supporto di ComoNExT. Come una vera e propria palestra di vita: allenamento dopo allenamento. Il percorso di sostegno alla creazione delle startup avviene attraverso tre attività organizzate dalla LIUC insieme all’hub innovativo comasco. La prima, paragonabile ad una passeggiata, è l’attività di trekking. Ovvero una giornata d’incontro con imprese tecnologiche che prevede anche vari momenti di laboratorio per capire, per esempio, cos’è il neuromarketing. Questo primo passaggio permette di immergersi direttamente nel mondo delle tecnologie e delle tecniche di sviluppo ad esse collegate. Si passa poi alla seconda fase, quella di proposal. L’attività delle occasioni. Gli studenti della LIUC, infatti, possono presentare ad un ufficio competente le loro proposte imprenditoriali: un momento di confronto aperto e trasparente. L’ultimo passo verso la fine di questo percorso riguarda l’attività di tutoraggio delle idee proposte dagli

studenti, che verranno selezionate dall’ateneo e da ComoNExT. Questa fase è a tutti gli effetti l’ultimo step verso l’istituzione della startup. Una staffetta per avvicinarsi quindi alla imprenditorialità e all’innovazione tecnologica e digitale. “La collaborazione con ComoNExT - racconta Raffaella Manzini, Direttore della Scuola di Ingegneria Industriale della LIUC- è un tassello molto importante per il nostro modello didattico basato non solo sul sapere teorico (che è molto importante) ma anche sul saper fare, per accompagnare i nostri studenti nell’applicazione delle loro conoscenze. Questo per noi è importante sia perché ce lo chiedono le aziende alla ricerca di profili di studenti neolaureati da inserire nel mondo del lavoro, sia perché crediamo fortemente che coinvolgere i ragazzi sul tema dell’imprenditorialità, soprattutto se si parla di innovazione, è un modo per stimolare la creatività degli studenti e anche di coltivare e far crescere le loro attitudini”. Obbiettivo: creare qualcosa di più, per sé stessi ma anche e soprattutto per la comunità. “Perché costruire nuove imprese – conclude Manzini - vuol dire creare nuovo lavoro, generare ricchezza e nuove conoscenze per favorire lo sviluppo del Paese”. Ma lo sguardo non è rivolto solo ai giovani, al loro futuro e alle loro entusiasmanti intuizioni. Anche le imprese del territorio, infatti, possono scegliere di entrare a far parte di questa rete digitale. Il modello proposto dalla LIUC e da ComoNExT è quello dell’”impresa Sospesa”, che funziona esattamente come la tradizione del “caffè sospeso” tipico della città di Napoli. Cosa vuol dire questo? Che gli imprenditori possono destinare un contributo al laboratorio di contaminazione. Questo aiuto farà da carburante a tutte quelle idee embrionali che sono pronte a percorrere la strada verso l’incubazione imprenditoriale.

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UNIVERSITÀ

Come nasce un’impresa L’esempio di Xplo, startup varesina di Lonate Pozzolo, che ha preso vita da due studenti della LIUC e impegnata nello sviluppo di soluzioni di realtà aumentata e di Internet of Things per accompagnare le aziende nella trasformazione digitale I protagonisti di questa idea d’impresa hanno iniziato il loro per-

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Alessia Lazzarin corso tra i banchi dell’università. All’ultimo anno della triennale in

ccelerare la progettazione e lo sviluppo di prodotto con visualizzazioni olografiche, migliorare l’attività di manutenzione con istruzioni guidate, supportare sul campo e in tempo reale i clienti dall’altra parte del globo: ormai tutto ciò non è più fantascienza, ma applicazioni industriali che si possono realizzare grazie alla realtà aumentata. Una tecnologia avanzata al centro delle attività di Xplo, startup varesina, con sede a Lonate Pozzolo, fondata da due giovani imprenditori ed ex studenti laureati alla LIUC – Università Cattaneo. 32

ingegneria gestionale, e con una tesi da scrivere, i due startupper varesini sono partiti per l’America partecipando ad una delle Tech Mission organizzate dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. Tema della missione di quell’anno: andare alla scoperta delle ultime tecnologie sviluppate nella West Coast e in Silicon Valley. “Il nostro percorso è cominciato nel 2017 - spiega Matteo Vavassori, fondatore di Xplo - durante un viaggio fatto mentre eravamo ancora degli studenti”. È durante questa esperienza ispiratrice oltreoceano che i giovani imprenditori si appassionano ai temi dell’industria 4.0. Realtà aumentata e Internet of Things (Internet


fornitori”. Un’ideazione che ha coinvolto circa 60 persone che hanno testato il software per capire come poter rendere questa tecnologia utile e di supporto per tutti. Due anni di collaborazione e tre progetti per portare all’interno di Electrolux la realtà aumentata, con il fine di migliorarne le prestazioni industriali. Tra i progetti futuri, che come in ogni buona startup che si rispetti non possono mancare, ci sono mille idee tutte da sviluppare. Una di queste, a cui Xplo sta lavorando da mesi, riguarda la creazione di una piattaforma per la gestione delle attività di post-vendita per le imprese. Un portale unico di facile accesso per il cliente che gli permette di ordinare ricambi, visualizzare documentazione tecnica e richiedere assistenza. “Questa soluzione non solo aiuterebbe il cliente ad ottenere una risoluzione dei problemi più rapida, ma consentirebbe anche al produttore di semplificare e gestire al meglio il supporto offrendo un elevato livello di servizio”. “Dal 2017 ad oggi - raccontano Vavassori e Sotgiu - ci sono state alcune difficoltà da superare. La cosa più difficile, che tutt’ora riscontriamo, è ricevere fiducia da parte dei clienti. Un po’ per la nostra giovane età, un po’ perché quando si trattano temi di alta tecnologia risulta difficile arrivare a coinvolgere tutte le persone che possono beneficiarne”. E poi c’è lo scoglio delle competenze digitali necessarie in questi ambiti ipertecnologici, fronte su cui l’Italia ha più di qualche gap da colmare secondo i due giovani imprenditori: “Per questo, quando entriamo in aziende poco modernizzate, cerchiamo di spiegare bene quanto sia importante investire nelle tecnologie 4.0, con soluzioni che nel medio lungo periodo portano a grandi risultati, non solo in termini di semplificazione del lavoro, ma anche di aumento del fatturato”. Infine, c’è il problema della difficoltà di stare costantemente al passo con le nuove tendenze, o di potersi confrontare con altre realtà simili alla propria. “Per questo, però, ComoNext, l’hub innovativo comasco, crea una rete solida che permette alle aziende partner di tessere relazioni costanti e fedeli tra di loro”, assicurano Vavassori e Sotgiu.

UNIVERSITÀ

delle cose) sono le due strade che li portano non solo alla loro tesi universitaria, ma anche verso il loro percorso aziendale. “Il nostro obiettivo iniziale era quello di accompagnare le Pmi italiane verso la trasformazione digitale – racconta Simone Sotgiu, cofondatore della startup -. In particolare, il nostro punto di inizio è stato quello di sviluppare soluzioni digitali che potessero davvero supportare le aziende nelle attività di tutti i giorni: dalla progettazione, alla produzione, fino al servizio di post-vendita”. Le due tecnologie su cui gli startupper, giorno dopo giorno, hanno spinto e Matteo Vavassori e Simone Sotgiu continuano a spingere, sono appunto la realtà aumentata e l’IoT. “Per noi queste tecnologie sono due facce della stessa medaglia – continuano i due neo-imprenditori -. In mezzo c’è il digitale”. Attraverso queste tecnologie innovative, creano strumenti in grado di accompagnare le imprese verso la digitalizzazione. “Prima studiamo di cosa si occupa la realtà industriale che vogliamo aiutare a crescere tecnologicamente, poi capiamo quali obiettivi vuole raggiungere e infine decidiamo cosa proporre. A volte offriamo strumenti già sul mercato, altre volte li costruiamo da zero”. Ma cosa si intende esattamente per realtà aumentata? E per IoT? “La realtà aumentata permette di rendere tangibili nel mondo reale informazioni provenienti dal mondo digitale, sovrapponendo alla realtà, per esempio, modelli 3D, dati di funzionamento, istruzioni di manutenzione. L’IoT, invece, fa l’esatto opposto, ovvero, permette di trasportare qualcosa di fisico in digitale, raccogliendo i dati di funzionamento rilevati dal campo. La combinazione di questi due aspetti permette di creare una rappresentazione digitale di prodotti, impianti industriali e processi che abilita nuovi scenari e modelli di business”. Il progetto più importante realizzato da Xplo riguarda l’ambito della realtà aumentata: “Abbiamo ideato per Electrolux, azienda specializzata nella produzione di elettrodomestici, una soluzione in grado di accelerare il processo di prototipazione, visualizzare i risultati di simulazioni ingegneristiche direttamente sul prodotto fisico e migliorare la comunicazione sia tra reparti che con i

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VITA ASSOCIATIVA

Una Business Academy per il territorio L’Unione Industriali lancia Univa Servizi Business Academy, una scuola di prossimità territoriale per le aziende. Un investimento in nuove risorse, tecnologie e spazi fisici portato avanti in piena crisi pandemica ed economica. Per dare un messaggio chiaro: sulla formazione, nessun passo indietro competenze per affrontarle. E così, anche sul fronte della formazio-

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Davide Cionfrini ne, le aziende si attrezzano con vere e proprie scuole interne.

uello delle Business Academy è un fenomeno in crescita, anche tra le imprese italiane. Il mondo è sempre più complesso. Le traiettorie di sviluppo tracciate da fenomeni come il digitale, l’industria 4.0, l’economia circolare e la nascita di nuove catene del valore internazionali pongono al sistema produttivo sfide competitive sempre più difficili, con la richiesta di nuove

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Ma per quelle che non hanno le risorse o le capacità per farlo? È a questa domanda che risponde il nuovo investimento messo in campo dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese sul fronte della formazione: nasce Univa Servizi Business Academy. In pratica una scuola di prossimità territoriale costruita dalla società di servizi alle imprese dell’Unione Industriali, Univa Servizi, per il sistema produttivo locale e sulla base delle sue esigenze ed aspirazioni di crescita sul


queste le aree formative su cui si concentrerà Univa Servizi Business Academy. “Di fronte a un contesto globale con sempre meno punti di riferimento, l’unico appiglio è quello della formazione. Sapere di non sapere, per essere pronti a rimettersi in gioco partendo da una nuova conoscenza e nuove competenze. Questa la sfida delle imprese e di chi ci lavora. Siano essi imprenditori, manager o dipendenti”, spiega De Battista. Una domanda di nuovo sapere che, seppur rallentata nelle sue dinamiche di crescita per via della pandemia, non si è fermata. Univa Servizi nei primi nove mesi del 2020 (gennaio-settembre) tra formazione offerta per il tramite dei conti sistema dei fondi interprofessionali come Fondimpresa e Fondirigenti, formazione realizzata attraverso la gestione delle risorse a disposizione dei singoli conti formazione delle aziende e formazione a pagamento ha organizzato corsi per quasi 500 imprese e più di 4.300 persone. Per un totale di oltre 13mila ore di lezione. “Il mondo ci pone di fronte a stimoli e a rivoluzioni che impongono un cambio di passo nella crescita sul fronte delle competenze necessarie a saper interpretare e anticipare i tempi e le sfide che stiamo vivendo”, è la convinzione di Roberto Grassi. Sia sui fronti della sostenibilità, sia dell’internazionalizzazione, sia dell’innovazione l’importanza della formazione è fondamentale. “Dobbiamo fare in modo - è la sfida che lancia il Presidente dell’Unione Industriali - che la conoscenza all’interno delle nostre aziende sia in grado di evolversi altrettanto velocemente delle tecnologie digitali che stiamo implementando. E non mi riferiscono solo alla conoscenza tecnica o tecnologica. Ma anche a quella finanziaria, gestionale, relazionale, solo per fare alcuni esempi. Senza sottovalutare la necessità di arricchire le nostre aziende di nuovi valori culturali in grado di porre l’impresa la centro del benessere delle proprie comunità di riferimento. E il benessere delle proprie comunità di riferimento al centro dell’impresa”.

VITA ASSOCIATIVA

fronte delle competenze interne alle aziende. Obiettivo: supportare la crescita del capitale umano delle imprese del Varesotto. “Come associazione datoriale e, ancor più, come attore sociale – spiega il Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Roberto Grassi – con il lancio di Univa Servizi Business Academy vogliamo dare un segnale molto chiaro al territorio, alle sue imprese e alle sue istituzioni: occorre continuare a investire sul futuro. E il punto di ripartenza non può che essere quello della formazione. Lo facciamo con convinzione, in piena crisi economica ed in piena emergenza sanitaria. Non vogliamo solo chiedere alle istituzioni di avere uno sguardo di lungo periodo. Vogliamo essere i primi a dotarci di una visione di crescita e il fatto che Univa investa sulla formazione è un segnale concreto e tangibile di quanto per noi sia strategica la valorizzazione delle persone”. Quello dell’Unione Industriali in Univa Servizi Business Academy è un investimento su diversi fronti. Un investimento in nuove risorse “da mettere a disposizione di un nuovo concetto di formazione per le imprese”, precisa il Presidente Roberto Grassi; in nuove tecnologie “per portare avanti una didattica che è oggi, e sarà domani, sempre più digitale”; in nuovi spazi fisici di apprendimento nella sede di Gallarate di Univa Servizi “perché - è la convinzione del Presidente degli industriali del Varesotto - lo sviluppo di una didattica digitale, che oggi risponde ad una logica emergenziale e che, domani, rappresenterà comunque un nuovo modo smart di fare aggiornamento, non potrà mai sostituire completamente l’aula e la possibilità di trasformare ogni corso anche in un momento di confronto e networking tra aziende e tra persone”. Un punto, quest’ultimo, quello di essere un’occasione per fare rete e sistema, centrale nell’iniziativa della nuova Business Academy, come spiega il Presidente di Univa Servizi, Marco De Battista: “Abbiamo creato un luogo, che è allo stesso tempo fisico e virtuale, dove le imprese potranno, insieme ai professionisti del territorio, condividere esperienze e conoscenze con l’obiettivo di valorizzare la crescita delle strutture aziendali e delle persone che ne fanno parte. Ciò attraverso la costruzione di un processo di apprendimento continuo che integrerà tra loro molteplici competenze e la creazione di una formazione basata su progetti su misura per ogni tipo di impresa, dalla Pmi alla grande multinazionale. Non guideremo il sistema produttivo locale solo su percorsi di crescita professionale, ma anche di rafforzamento dei valori aziendali e di miglioramento della cultura organizzativa e d’impresa”. Marketing e vendite, compliance e sistemi di gestione, digital innovation, export e internazionalizzazione, finanza d’impresa, sicurezza, soft skill & people management, innovazione e sviluppo, fisco:

Il Presidente dell’Unione Industriali, Roberto Grassi: “Con questo investimento diamo un segnale concreto e tangibile di quanto per noi sia strategica la valorizzazione del capitale umano” 35


TERRITORIO

Perché Varese è la “Città Giardino”

Storia di un soprannome che ormai da anni contraddistingue il capoluogo del Varesotto nel mondo. Come un “segno particolare” sulla propria carta di identità, legato a motivi storici, dotte citazioni letterarie, ma anche a numeri di un presente ancora e sempre verde Stefania Radman è da considerare una vera e propria definizione della città è meno

foto di Alberto Bortoluzzi

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i siete mai chiesti quando è nato il concetto di Città Giardino per definire Varese? Che il capoluogo della nostra provincia sia una città “anomala” in senso positivo per quantità di verde e parchi è assodato: ma da dove arrivi quella che

noto, e la risposta è decisamente più sfumata. “Il concetto di ‘città giardino’ nasce in Gran Bretagna agli inizi del secolo ventesimo con un movimento fondato da Ebenezer Howard - spiega Daniele Zanzi, varesino e Vicesindaco di Varese, nonché agronomo di fama internazionale -. Howard era un urbanista che affrontò alla fine del XIX secolo il problema del sovraffollamento delle città e lo spopolamento delle campagne a seguito della Rivo-

Giardini Estensi

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luzione industriale. Quello di città giardino quindi era un concetto utopico, che nasceva come reazione all’espansione incontrollata delle città industriali, che Howard aveva spiegato nei particolari in un suo saggio: La ‘Garden City’ doveva essere infatti costituita da un parco centrale attorno al quale si sarebbero sviluppate le aree residenziali servite da ampi viali puliti e una cinta ferroviaria che

TERRITORIO

Mauro Della Porta Raffo: “Quello di città giardino era un modo di definire Varese negli anni d’oro dell’Hotel Excelsior, oggi Villa Recalcati. Era la fine dell’Ottocento, un periodo in cui Varese era una delle più importanti e civettuole città turistiche d’Europa. In quell’albergo soggiornavano dive, personalità della cultura, politici”

chiudeva l’intera città. Per spiegarla meglio, nel suo saggio descrisse addirittura inoltre la proporzione tra quantità di terreno e unità abitative. Come si può già capire, Varese non corrisponde alla descrizione di una vera ‘città giardino’, anche se è piena di giardini”. Del resto, l’accostamento tra Varese e spazi verdi è ben precedente al movimento urbanistico delle ‘città giardino’: “Nel Settecento, per esempio, il rettore della biblioteca Ambrosiana Nicolò Sormani, originario di Brusimpiano, definì Varese in uno dei suoi libri come la città ‘dell’Insubria vago giardino’”, spiega ancora Zanzi che nel suo racconto di ricostruzione di questo soprannome ricorda anche che “Stendhal definì Varese la ‘Versailles di Milano’. Nel 1911, però, una rivista turistica tedesca parlò di Varese, per reclamizzare il Grand Hotel Excelsior di Casbeno, come di una ‘città giardino’. La definizione, come abbiamo già visto, è impropria, proprio perché le città giardino erano una realtà ben precisa in quegli anni, ma a quel punto finì per diventare ufficiale”. Il termine, d’altronde, aveva cominciato a circolare anche qualche anno prima: “Quello di città giardino era un modo di definire Varese negli anni d’oro dell’Hotel Excelsior, oggi villa Recalcati conferma lo storico Mauro Della Porta Raffo -. Era la fine dell’Ottocento, un periodo in cui Varese era una delle più importanti e civettuole città turistiche d’Europa. In quell’hotel soggiornavano dive, personalità della cultura, politici: ci venne in vacanza anche il presidente degli Stati Uniti

Villa Mylius

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TERRITORIO

Dino De Simone: “Varese ha ottocentomila metri quadri di proprietà comunali, considerati i 7 parchi storici, i 53 giardini scolastici, le 39 aree verdi di quartiere, le 31 aiuole, le13 aree verdi esterne ai cimiteri, i 3 campi sportivi amatoriali e le 25 aree verdi in zone libere” Ulysses S. Grant. Il termine però fu usato ancor più nel secondo dopoguerra quando Manlio Raffo, mio padre, era direttore dell’Ente provinciale del Turismo: oltre a utilizzare il termine già noto di ‘città giardino’, con l’architetto Bruno Ravasi e lo scrittore Piero Chiara inventarono altre definizioni per i nostri territori: come ‘nel Varesotto non manca mai un raggio di sole’ o ‘la provincia dei sette laghi’”. Oltre a “Varese città giardino”, però, c’è anche chi utilizza l’espressione “Varese città di giardini”: lo ha fatto proprio Zanzi negli anni

Villa Ponti

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passati, ma anche Paolo Cottini nel libro “I giardini della città Giardino” (Lativa, 2004). Ma dal punto di vista dei numeri, è proprio così? Di certo c’è la quantità di verde in città che, propriamente o no, la possono far definire se non una città giardino, almeno una città verde: “Varese ha ottocentomila metri quadri di proprietà comunali, considerati i 7 parchi storici (Giardini Estensi con villa Mirabello, Villa Toeplitz, villa Augusta, Villa Baragiola, il parco Mantegazza al castello di Masnago, villa Torelli Mylius e parco Zanzi), i 53 giardini scolastici, le 39 aree verdi di quartiere, le 31 aiuole, le13 aree verdi esterne ai cimiteri, i 3 campi sportivi amatoriali e le 25 aree verdi in zone libere. A cui si aggiungono i quasi quattrocentosettantamila metri quadri di boschi comunali. In tutto un milione e 270mila metri quadri, oltre un chilometro quadro di spazi verdi comunali in città”, spiega l’assessore all’ambiente e verde pubblico Dino de Simone: “A cui si aggiungono oltre 27 milioni di metri quadri di verde privato: tra boschivo, agricolo e storico, nei parchi delle ville private. In tutto le aree verdi, private e pubbliche occupano più della metà della superficie totale della città, che è di oltre 50 milioni di metri quadrati: Varese quindi si può considerare, senza tema di smentita e numeri alla mano, una ‘città verde’”. La città giardino non è solo storia. È anche presente. Nei numeri.


nuova sede

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TERRITORIO

Il paese dei mosaici, dove le finestre sorridono

In alcune opere è rintracciabile il tentativo di andare alla ricerca della vita o dell’estetica del quotidiano. In altre, più prosaicamente, a spiccare è l’ironia sui difetti della nostra società. A dominare è comunque sempre il colore. Quello delle tessere con cui Andrea Sala (in arte Arend) sta abbellendo, come un cantastorie della modernità, piazze e facciate di Brenta Mario Chiodetti Corte di Brenta”, tre camere e otto posti letto, una grande sala, terraz-

zi, un orto e un giardino oltre a un laboratorio, con la possibilità per gli ospiti di innamorarsi dell’arte musiva, partecipare a corsi e immmaginate di chiudere gli occhi e partire per un viaggio in una pegnarsi in prima persona nella decorazione del paese. Una home terra sconosciuta, e poi riaprirli, scoprendo un paese dove le gallery in cui essere accolti in nome dell’ecologia e della solidarietà, per uno stile di vita sano e in equilibrio con finestre sorridono, accese di colori, i l’ambiente. muri raccontano, e un cantastorie di nome Così Andrea-Arend ha trasformato il paArend prende per mano grandi e piccini ese, illuminandolo con decine di mosaici, insegnando loro a creare meraviglie con le coinvolgendo l’amministrazione comunale mani, arcobaleni di felicità che accendono con in testa il sindaco Gianpietro Ballardin, i cuori. che nel 2013 gli ha messo a disposizione i Il paese immaginario esiste, si chiama Brenta, 1.800 abitanti a un passo da Cittiglio, locali della vecchia latteria di piazza Diaz, case di una volta, basse e povere, una piazoggi sede del suo laboratorio e dei corsi za finora anonima, muri di cemento vuoti per bambini e adulti. Proprio in quell’anno, e automobili parcheggiate, toni di grigio su l’artista di Brenta si recò per due mesi come grigio. Finché non è arrivato Andrea Sala, volontario nella “Escuela de la Vida y de la 34 anni, un diploma al Naba, la Nuova AcPaz” di Arequipa, in Perù, per realizzare, con cademia di Belle Arti di Milano nel corso di la collega Alberta Jacqueroud, due grandi primo livello in Graphic design e Art direcmosaici insieme ai bambini del luogo, “L’Albero della Vita” e “la Croce andina”. tor e poi in secondo livello all’Accademia di “Dopo aver sistemato la mia casa, ho penbelle Arti di Ravenna, 110 e lode nel corso Andrea Sala sato di decorare il paese e, nel 2015, mi è di Mosaico. Andrea ha ristrutturato la casa di famiglia, che data 1686, nel centro venuta l’idea di creare delle finestre di mosaico sui muri delle case. storico con l’aiuto di papà Massimo, creatore di vetri Tiffany e scul- Mi sono ispirato agli affreschi di Arcumeggia, volevo che Brenta si tore per diletto, trasformandola nel 2012 nel bed & breakfast “La colorasse un po’, così invitai artisti di tutto il mondo: in cambio del

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TERRITORIO soggiorno nel mio b&b avrebbero realizzato ognuno una finestra. Oggi siamo arrivati ad averne sedici, ma non ci fermiamo qui”, racconta Andrea, che ha un’altra grande passione, la canoa, con la quale progetta di rifare il viaggio, dal Ticino fino a Milano, che compivano un tempo i barconi carichi del marmo di Candoglia per le sculture del Duomo.

Andrea Sala: “Mi sono ispirato agli affreschi di Arcumeggia, volevo che Brenta si colorasse un po’, così invitai artisti di tutto il mondo: in cambio del soggiorno nel mio b&b avrebbero realizzato ognuno una finestra. Oggi siamo arrivati ad averne sedici, ma non ci fermiamo qui”

A Brenta sono presenti mosaici dai temi più disparati, come si legge nella brochure che Arend ha realizzato per promuovere le sue iniziative: “Essi toccano punte di lirismo (Amy Sanders, Giorgia Lattanzi) come di ironia (Manoka Capol e Arend Sala), e riflettono sul significato del gesto di frammentare (Raffaella Ceccarossi), sui pericoli della società globalizzata (Kerstin Kuemmerle), sul senso della vita (Massimo Sala). Alcuni evocano universi improbabili (Catherine Prioli, Sé Van Wert), altre celebrano l’estetica del quotidiano (Marco De Santi, Emanuela Bottana) non senza connotazioni simboliche (Neslihan Zabci Erdal, Alberta Jacqueroud e Zeida Bruce”. Ma Andrea, anche buon fisarmonicista che allieta gli anziani delle case di riposo con le melodie popolari, è una fonte inesauribile di idee, così nel maggio scorso, terminato il lockdown, ha deciso di trasformare la Piazza della Pace in un cantiere, terminando sul campo il lavoro iniziato nel 2019 in laboratorio, protagonisti quaranta tra bambini e adulti della zona, autori dei mosaici poi incollati a muro. “La piazza è stata ottenuta abbattendo vecchi edifici, ma i muraglioni rimasti erano tristissimi, grigi e anonimi. Così abbiamo immaginato di dividerli in due, sotto mosaici con il tema del mare e sopra con quello del cielo. Nella parte superiore del muro era rimasta una ‘finestra’ di vecchi mattoni, l’abbiamo lasciata, mettendoci vicino un 43


TERRITORIO

mosaico a forma di Coronavirus legato a una catena, come fosse la palla di ferro di una gru demolitrice. Simbolicamente è il virus che buca le nostre certezze e la nostra salute, oscurando un pezzo di cielo. Prima del periodo di chiusura, con la collaborazione dell’Associazione genitori, a 160 bambini delle scuole di Brenta abbiamo consegnato un kit per creare un cuore, con le tessere del mosaico a mo’ di pixel, che poi abbiamo inserito nell’opera sul muraglione della piazza. Ogni bambino può così ritrovare il suo cuoricino ogni volta che passa di lì”, spiega Arend, che manda avanti il b&b con l’aiuto di Claudia, argentina, anche lei coinvolta nei progetti dei mosaici. Passeggiando per le vie di Brenta si scoprono opere di Andrea in ogni angolo, dalle insegne dei negozi allo stemma del paese, sistemato sulla facciata del palazzo comunale, mentre il suo b&b è letteralmente ricoperto di mosaici, e ogni stanza ha uno stile diverso, con opere che richiamano Paesi esotici o i nostri dintorni, ma anche volti e ritratti di animali. Nel laboratorio di Piazza Diaz, poi, è appesa una grande opera collettiva, dal titolo “Siamo alberi”, composta da tante piastrelle musive realizzate da allievi e visitatori. Chi vuole può acquistare, con offerta libera, un kit per costruire un mosaico con il “fantasmino” del videogioco dei Pokémon. “Ora sto realizzando copie di mosaici romani, partendo dal disegno e poi posizionando le tessere che sono in marmi policromi. Le sistemo a rovescio, poi faccio una gettata di cemento e le giro, e alla fine le stucco, chiudendo le fessure. Gli altri mosaici sono fatti con pezzi di piastrelle o vetri, usiamo materiale di scarto per abbattere i costi. Anche in questo caso parto dal disegno, poi posiziono le tessere su una rete e le incollo. Spesso utilizzo pezzetti che taglio da piastrelle rotte delle cucine o dei bagni, i vetri smaltati, che provengono da Venezia, sono troppo costosi”. Andrea Sala utilizza antiche tecniche: il marmo, che serve per le copie dei mosaici romani, viene tagliato con uno speciale attrezzo detto “tagliolo”, con il pezzo posizionato sopra uno spuntone di ferro e messo a misura con la “martellina”, un attrezzo speciale già in uso nell’antica Roma. Le piastrelle e i vetri, invece, sono sagomati con la tenaglia. Nel 2010, Arend ha trascorso due mesi a Damasco, con l’obiettivo di restaurare alcuni mosaici pavimentali romani assieme alla Cooperativa italiana allo sviluppo, una esperienza che ha ancora accresciuto la sua voglia di impegnarsi nella conoscenza dell’arte musiva. “Il laboratorio è condiviso, il comune ha voluto creare uno spazio per tutti. Ho diversi allievi che ritornano spesso, come la signora Roberta di Casalzuigno, ospite da cinque anni e autrice del grande pannello a mosaico che raffigura la carta geografica del mondo, appeso in laboratorio. Quando il paese è in festa, mi piace riprodurre all’aperto un cantiere romano e organizzare corsi su quel tipo di mosaico, e mi piacerebbe molto collaborare con altri comuni, come ho fatto con Gemonio, dove con i bambini ho realizzato diversi lavori», dice Andrea, che con i ragazzi di Brenta ha esposto una grande bandiera italiana a colorare un altro pezzo di muro di Piazza della Pace. Arend ha realizzato il suo sogno, Brenta è un paese accogliente e dai mille colori, le porte del suo b&b sono sempre aperte a chi ha curiosità e voglia di imparare. Un messaggio di solidarietà e condivisione di questi tempi sempre più raro.

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È nel silenzio pieno di energia di Boscoforte che l’artista veneta di fama internazionale, Gloria Campaner, ama ricaricarsi dopo le sue tournée in giro per il mondo. Ed è qui che Varesefocus l’ha raggiunta: “C’è una gran quiete e colori meravigliosi”

TERRITORIO

La pianista che ama Taino

dopo le tournée, anche se con la pandemia gli impegni si sono no-

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Mario Chiodetti tevolmente ridotti.

li occhi verde foglia di Gloria Campaner traggono nutrimento dalla luce obliqua d’inizio autunno, e si riempiono di mille sfumature associandosi alla luminosità del suo sorriso. La pianista di Jesolo è per qualche tempo a Boscoforte di Taino, nella residenza messa a disposizione dal Borletti-Buitoni Trust, che nel 2014 le aveva assegnato, prima pianista italiana a riceverla, una borsa di studio. Il parco della residenza è immerso nel silenzio, un luogo magico e pieno di energia che l’artista predilige per ricaricarsi

Gloria Campaner, 34 anni, è stata un enfant prodige del pianoforte, incominciato a suonare per gioco a quattro anni, allieva di Daniela Vidali, per poi tenere il primo recital a cinque e debuttare con l’Orchestra Sinfonica di Venezia a dodici, con il Kinderkonzert per pianoforte di Franco Margola, che fu eseguito anche dal suo idolo Arturo Benedetti Michelangeli. Allieva di Bruno Mezzena, Fanny Solter, Konstantin Bogino e Sergio Perticaroli, perfezionatasi a Pescara e alla Hochschule für Musik di Karlsruhe, vincitrice di molti concorsi internazionali tra cui il prestigioso Paderewsky International

Gloria Campaner

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TERRITORIO

Piano Competition di Los Angeles e l’Ibla Grand Prize, l’artista veneziana ha suonato con importanti orchestre nel mondo, collaborato con artisti come Sergej Krylov, Johannes Moser, Giovani Sollima o il Quartetto di Cremona e inciso alcuni cd dedicati a musiche di Schumann e Rachmaninov. Nella quiete di Boscoforte Gloria è ritornata da Verona, dove ha partecipato a uno spettacolo dedicato al 250° anniversario della nascita di Beethoven, assieme all’Orchestra Canova diretta da Enrico Pagano e da lui fondata a Varese, e allo scrittore Alessandro Baricco. Ora l’attendono diversi impegni, ma l’incertezza per l’epidemia di Covid-19 continua e grava sulla possibilità di programmare ad ampio raggio. Lei ha incominciato a suonare il pianoforte grazie a una vicina di casa che gliene regalò uno bianco e rosso in miniatura quando aveva tre anni: se avesse potuto avrebbe scelto un altro strumento? Adoro il violino e ho studiato la tromba, da pianista amo suonare musica da camera, condividere le emozioni con altri strumentisti. In famiglia non ci sono musicisti, mia madre si dilettava di pittura e danza, mio padre era un attore, però ho un cugino, Luca Campaner, famoso chitarrista blues. A quale dei suoi maestri deve di più? A tutti, persone meravigliose e grandi insegnanti da cui si ha tanto da imparare anche umanamente. Il mio modello è stato Arturo Benedetti Michelangeli (Gloria ha studiato con uno dei suoi migliori allievi, Bruno Mezzena ndr) e quando stavo partecipando alle selezioni per il Premio Van Cliburn a Lugano, andai a Pura per visitare la sua tomba. Una signora anziana mi indicò la via senza che glielo chiedessi, trovai una croce e due piccoli lumini, ne accesi uno inginocchiandomi sulla neve. Piansi. Benedetti Michelangeli sosteneva che non basti una vita per fare bene una sola cosa, io ho un po’ capovolto questa sua visione, mi sono abituata a mettere a fuoco la vita e ad accettare l’ignoto, l’inaspettato e il diverso, perciò ho fondato l’associazione “C-Sharp” che si legge “see sharp”, vedi chiaro, un laboratorio che insegna ai giovani musicisti a superare le difficoltà e lo stress emotivo. Ho portato la musica nelle favelas e in luoghi dove la povertà è assoluta, suonando davanti a bambini che non possedevano nulla se non il loro sorriso.

Gloria Campaner al Bustan Festival di Beirut

lo paese di pescatori, su una lingua di terra tra mare e laguna in cui c’è acqua di ogni gradazione salina. Amo anche la montagna e qui a Boscoforte mi trovo benissimo, c’è una gran quiete e colori meravigliosi. Nella vita seguo l’istinto, ma ogni tanto sento il bisogno di normalità, qualche volta sono stata anche “fuori centro”. Occorre lasciar parlare il cuore e sapersi rialzare dopo le cadute, ascoltare e sapersi ascoltare, stare nel letto del proprio fiume in cui l’acqua però si rinnova. Però ci si deve mettere in gioco, non giudicare mai ma usare gli altri come specchio, dando sempre un parere creativo.

Lei spazia da Respighi e Schumann alla musica contemporanea, alle pietre che suonano di Pinuccio Sciola, e in passato era parte di una band rock. La mia versatilità deriva in parte dall’insegnamento di Bruno Mezzena, che non voleva mai che si suonassero brani troppo noti e mi proponeva Schönberg. Però ho voglia di eseguire la musica di oggi, molti compositori mi hanno dedicato i loro pezzi e ho partecipato a diverse prime assolute. La musica è di chi la ascolta, e il bello della contemporaneità è che puoi parlare e confrontarti con l’autore. Ora ho un progetto in corso con uno dei più celebri minimalisti americani, Nico Muhly, gli ho scritto per capire meglio ogni dettaglio della partitura, ma è l’approccio che uso con qualsiasi brano che leggo per la prima volta e guardo con occhi nuovi, perché non bisogna adagiarsi sui cliché. Ogni artista lancia un messaggio personale ogni volta che suona qualcosa. Con Sciola ho collaborato con gioia, diceva di accarezzare le pietre perché avevano un cuore tenero e conservavano la memoria della loro origine. Il basalto, per esempio, ha Lei che è giramondo come tutti gli artisti, che rapporto ha una voce sorda e gutturale, quella della Madre Terra. con la sua città d’origine e con la natura? Adoro Venezia, anche se sono nata a Jesolo, che alla fine è un picco- Come si è trovata a lavorare con l’Orchestra Canova, nata a Varese dalla volontà del suo giovane direttore Enrico Pagano? Molto bene. Ho uno splendido ricordo dell’esperienza all’Arena di “Occorre lasciar parlare il cuore Verona, Enrico, che conoscevo già come violoncellista, è stato braa tenere compatti tutti i protagonisti in una struttura frame sapersi rialzare dopo le cadute, vissimo mentata che comprendeva narrazione ed esecuzione musicale. È ascoltare e sapersi ascoltare, stare stata un’esperienza totalizzante.

nel letto del proprio fiume in cui l’acqua però si rinnova”

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Quali sono le passioni di Gloria Campaner oltre la musica? Desideri irrealizzabili… Conoscere Leonard Bernstein, un musicista totale.


Vittima di frodi da parte di collaboratori o soci in affari?

lIcenzIamento gIuSta cauSa

Due diligence aziendale

ACCERTAMENTI AUTENTICITÀ PRODOTTI SabotaggI e danneggIamentI

IndagInI reputazIonalI

Supporto organismi di vigilanza 231

False timbrature e dichiarazioni

Furti in azienda

Servizi verifica qualità (mistery client)

VERIFICA CLIENTI FORNITORI

VIOLAZIONE PATTI DI NON CONCORRENZA

Storno dIpendentI

abuso permessi legge 104 Indagini anti contraffazione

IndagInI produttIvItà notturna

SImulazIone InfortunI

IndagInI recupero credIto

Doppio lavoro

FALSA MALATTIA

Infedeltà soci e dipendenti

aliunde perceptum

ConCorrenza Sleale

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Benvenuti a Villa Rocchetta Fascino anni Trenta e scenografia da romanzo. Il dietro le quinte di una location dal fascino misterioso ed antico, che, nella cornice di Ispra, intreccia la storia di due famiglie importanti: i Cadorna, da cui discese il famoso Generale, e gli Henny Consonno ne in provincia di Varese si trova ad Ispra. Villa Rocchetta ha

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Alessandra Favaro molte caratteristiche che la rendono perfetta per fantasticare

chi non è mai capitato di passare davanti a una residenza particolare e immaginarsi la vita dei suoi abitanti o la sua storia? Ci sono case che entrano nell’immaginario collettivo anche se viste per pochi minuti solamente dall’esterno. Una di quelle che più solleticano l’immaginazio-

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sulla sua storia: si trova in un’area di grande bellezza ambientale, il parco della Quassa, in una zona abbastanza riservata ma anche visibile da chi ama passeggiare in quegli ambienti. È situata in un lembo di lago più nascosto, praticamente irraggiungibile a piedi dalla spiaggia. E anche questo fa aumentare la curiosità dei passanti.


Villa Rocchetta, la più originale della Quassa Alcuni fortunati in realtà l’hanno vissuta dall’interno, visto che la dimora storica è spesso location per matrimoni. Ma quanti, conoscono la sua storia? Quanti sanno perché il vialetto del giardino che degrada verso il lago sembra così sconfinato o hanno fatto attenzione a cosa c’è scritto sulla banderuola segnavento in cima alla torretta centrale? Villa Rocchetta intreccia saldamente indietro nei secoli la storia di due famiglie importanti: i Cadorna, da cui discese il famoso Generale e gli Henny Consonno. Furono questi ultimi ad acquistare dai Cadorna tutta la tenuta della Quassa a inizio secolo scorso. “E avendo il mio bisnonno quattro figli, tre femmine e un maschio, preparò le residenze per ciascuno”. A

Una vita da romanzo “La Villa è del 1935 ma la nonna, amante dello stile classico, impose all’allora architetto Righini alcune modifiche: dalla torre viscontea all’arredo interno, che la rendono un po’ senza tempo”. Oggi la dimora storica è location per eventi e cerimonie ma ancora per poco. Nel 2022 i proprietari potrebbero tornare a viverla come residenza. D’altronde è come entrare in un altro mondo dove arte, architettura, storia e natura sono densi di significato.

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Villa Rocchetta ha molte caratteristiche che la rendono perfetta per fantasticare sulla sua storia: si trova in un’area di grande bellezza ambientale, il parco della Quassa, in una zona abbastanza riservata ma anche visibile da chi ama passeggiare in quegli ambienti

ricordare la storia è l’attuale proprietario, Franco Henny, discendente della famiglia italo-olandese. Villa Rocchetta è la tenuta più originale. Un segnavento svetta sulla cima della torretta principale. A guardare con attenzione si intuisce una scritta in stile Liberty: Elena, il nome della nonna di Franco. Elena Henny Consonno. Che di personalità ne aveva da vendere.

I luoghi amati da Raffaele Cadorna A partire dalla prima proprietaria: Elena Consonno Henny era un’affascinante donna degli anni ‘30, forte e originale. Villa Rocchetta fu non solo la sua casa, ma anche il suo rifugio sicuro in tempi di guerra. Amica fin dall’infanzia di Raffaele Cadorna, figlio del famoso maresciallo. Cadorna fu paracadutato dagli americani durante la Seconda Guerra Mondiale oltre le linee tedesche per comandare il Corpo Volontari della Libertà (CLN) e fare da cappello alle organizzazioni partigiane, che appartenevano a partiti e correnti diverse. Un impiego rischioso che lo metteva in grande pericolo. Se i tedeschi lo avessero preso, infatti, lo avrebbero

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ucciso senza pietà. Si muoveva in gran segreto tra Milano e le campagne per comandare il CLN. Durante i suoi spostamenti sotto copertura venne anche a Villa Rocchetta, a trovare gli Henny Consonno. Un legame che oggi resta vivo tra i discendenti delle due famiglie. La Villa nei secoli accolse l’intellighenzia internazionale, da Raffaele Cadorna ai Visconti di Modrone, al cugino dello Scià di Persia. Elena Consonno: una donna forte Il periodo della guerra però, pur in una dimora paradisiaca, non fu affatto facile per Elena Consonno. Sola, in ristrettezze che chi vive un conflitto bellico conosce fin troppo bene. Imparò a confezionarsi cappotti con le coperte di casa e a simulare di essere armata gettando lampadine dal balcone, quando i gruppi di banditi, facendosi passare per partigiani, cercavano di rapinare le case. Devota e amante dello stile classico, ha lasciato un segno di sé anche oggi tra le stanze, gli arredi puliti, l’inginocchiatoio in camera da letto, i suoi ritratti alle pareti. Una sua foto, oggi conservata alla Biblioteca Nazionale Braidense, la ritrae nel 1922 con una bambina e uno stile anni ‘20, fotografata da Emilio Sommariva. Esempio di giardino tardo romantico Il fascino di Elena Consonno è come se avesse impregnato gli ambienti della casa e del giardino, un esempio raro e affascinante di tardo romantico, sullo stile paesaggistico inglese. L’idea era

quella di dividere l’ambiente naturale in scenari, sul solco dei parchi paesaggistici inglesi. A partire dall’ingresso, dal cancello, lo sguardo si apre in una galleria verde che arriva a lambire con un effetto sorpresa uno scorcio di lago in lontananza. Un dettaglio ad hoc per creare sorpresa e curiosità. I rami, tenuti alti e ben curati, creano profondità visiva. I vialetti sono realizzati in modo da sembrare più lunghi e sinuosi della realtà, grazie a un sapiente gioco di prospettive e proporzioni per cui alcuni cespugli, alberi e dettagli sono più grandi e separati in primo piano che sullo sfondo. Una vite del Canadà incendia di colori la facciata principale dell’abitazione, facendola “entrare” paesaggistica nell’ambiente. Nulla è fuori posto o disarmonico. Ogni dettaglio contribuisce all’impressione di un parco infinito dove non si vedono barriere e lo sguardo può spaziare verso l’infinito. Il parco certo non è infinito ma poco ci manca: si distende su tre ettari fino a lambire il lago, dove alcune querce europee vantano oltre un secolo di vita. All’interno All’interno della casa si succedono scorci di esterno che sembrano quadri e dipinti, luminosi saloni, ampie vetrate e boiseries preziose, ove la proprietaria amava ricevere i suoi amici illustri. L’antica cantina oggi è trasformata in ampio salone con veranda, con accesso diretto al giardino, quadri e dipinti alle pareti. All’ultimo piano, uno studio di architettura e in una camera circolare Starwood, il tavolo a forma di stella in legno disegnato e progettato dall’architetto Franco Henny, una vera e propria scultura capace di emozionare, frutto della paziente ricerca e della viva curiosità per l’arte del suo creatore. Che senza dubbio ad Elena Consonno sarebbe piaciuto.

I massi erratici della Quassa Nel giardino di Villa Rocchetta un enorme masso erratico emerge dal suolo. Lo chiamano affettuosamente “La Tartaruga”, per via della forma e della superficie rugosa che lo fanno somigliare ad una tartaruga gigante, quieta e anziana. Il masso erratico risalirebbe al periodo celtico e sarebbero presenti sulla sommità alcune coppelle devozionali utilizzate per sacrifici o doni agli Dei del tempo. Non è l’unico esempio di masso erratico in zona. Un altro, molto suggestivo è a poca distanza, nel confinante comune di Ranco. Addentrandosi nel parco della Quassa verso il lago si arriva al Sasso Cavallazzo, una spiaggetta affacciata su un piccolo golfo da cui si staglia dall’acqua un altro enorme e antico masso, classificato “Monumento Naturale” da Regione Lombardia nel 1983.

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▶ GITA A

Due cuori e un rifugio Gita al Cuvignone Che si tratti di una visita estiva, alla ricerca di un fresco ristoro oppure di un’escursione culinaria invernale, alla ricerca di piatti tipici e prelibati, a poco più di tre ore a piedi da Laveno si nasconde, a circa 1.000 metri di altitudine, il perfetto ristoro per camminatori. Esperti e non

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arà perché si trova al centro di una serie di percorsi perfetti per bellezza e gradi di difficoltà, perché è immerso nella natura ma allo stesso tempo facile da raggiungere anche in auto, perché la polenta e cinghiale riscaldano anche i giorni più freddi, fatto sta che il Rifugio Cai De Grandi Adamoli all’Alpe Cuvignone nel comune di Castelveccana, è sempre una buona idea. E forse, l’ingrediente segreto che trasforma un rifugio di montagna nel Rifugio con la R maiuscola sono i due gestori, Enrico e Daniela. Il Rifugio Adamoli si trova a pochi passi dal Passo Cuvignone a circa 1.000 metri. Meta di ciclisti, escursionisti, appassionati di montagna, è collocato in posizione perfetta per godere di una panoramica vista da più punti. Dal caratteristico balcone naturale del “Poggiolo”, a tre minuti di camminata, lo sguardo spazia sul lago Maggiore, sul Rosa, sullo Zeda e su numerose altre cime dell’arco alpino. Per chi ha voglia di camminare un poco di più, si può salire fino al sentiero dei Pizzoni di Laveno dove, procedendo sulla cresta, la vista spazia in tutte le direzioni. Un altro aspetto positivo del Rifugio è che si può goderne (pandemie permettendo) tutto l’anno: per prendere fresco nelle stagioni più calde, vivere la natura, ammirare i colori dell’autunno, la neve in inverno. Il Rifugio è infatti aperto in ogni stagione dell’anno e capita di trovare la luce accesa per godersi la stufa o una cioccolata calda. La cosa migliore da fare prima di salire al Rifugio, soprattutto in questi periodi, è comunque verificare i giorni di apertura sul sito

web ufficiale e chiedere verifica prima al gestore, Enrico Finotto (tel. 3667012735; enrico.solemite@gmail.com; www.caibesozzo.it). “Il Rifugio offre una cucina dai sapori antichi, semplici e ricercati dei nostri nonni”, lo descrive il Cai. I piatti forti? La polenta col brasato e lo spezzatino di funghi quando c’è. Anche il tagliere di salumi e formaggi mentre si aspetta il pasto caldo è una coccola a cui abbinare un buon bicchiere di rosso della casa dopo una lunga camminata. In estate si può mangiare fuori, in inverno c’è spazio dentro, con il calore di stufa e camino. Le torte sono da provare: ogni tanto c’è anche quella di pane, un’antica ricetta povera della tradizione. Anche nei momenti in cui è chiuso, il Rifugio resta la perfetta meta per un’escursione, perché la strada per arrivarci è suggestiva come gli scorci a cui ti accompagna. Si può arrivare a piedi al Cuvignone partendo dal lago, da Laveno. La camminata in questo caso è di circa 3 ore e abbastanza impegnativa, con parti di salita con una pendenza del 30%. Dopo la parte più ripida però la camminata diventa una piacevole escursione tra i boschi passando anche per borghi pittoreschi, come Vararo e Casere. Per chi parte da Laveno, i metri di dislivello sono 800. Ma si può salire fino a Vararo, lasciare l’auto e partire da lì: in questo caso i metri di dislivello sono “solo” 400 e la durata della camminata è di circa un’ora e mezzo. Il Rifugio, un grande edificio bianco, è raggiungibile anche in auto, seguendo le indicazioni per l’Alpe Cuvignone. Una facilità che lo rende amato e godibile da tutta la famiglia, anche dai più anziani o chi ha difficoltà a camminare. Si chiama così perché è dedicato al nipote del senatore morto a 20 anni, a cui sono dedicati altri edifici

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Alessandra Favaro

La panoramica dal Rifugio Adamoli

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Il Rifugio Adamoli si trova vicino al Passo Cuvignone a circa 1.000 metri. Meta di ciclisti, escursionisti, appassionati di montagna, è collocato in posizione perfetta per godere di una panoramica vista da più punti a Besozzo, suo paese di nascita. Per ricordarlo, la famiglia diede un forte contributo in denaro per la costruzione della struttura. Oggi il Rifugio è vivo più che mai, anche in inverno, grazie a due persone speciali, Enrico e Daniela, lui del Varesotto, lei toscana, lui già gestore di un mitico circolo di paese a Monvalle, lei che ha lasciato la Toscana per vivere una vita semplice sulle Alpi. Un mix che ha reso questo posto speciale, a cui si unisce Lupetta, il loro cagnolino. Al Rifugio Adamoli, 997 metri di altezza, verso il Passo del Cuvignone, l’aria profuma di erba e di pini, è fresca e leggera. In inverno, anche quando a valle pare non sia poi così freddo, può darsi che lassù ci sia ancora la neve, che il passo sia chiuso e che si debba raggiungere il Rifugio a piedi. Insomma, niente è facile e niente è scontato. Ma cosa spinge a gestire un rifugio? Lo spiega Enrico: “È una scelta di vita direi. Io e Daniela abbiamo sentito quando è arrivato il momento giusto. Gestire un rifugio è un modo per fare accoglienza, di rapportarsi all’ambiente, ai clienti, al lavoro, più autentico da un certo punto di vista. Con ritmi più umani”. La cosa più bella? “Amo stare quassù. So che sembra vago, ma è tutto qui. Staccarsi un attimo da alcuni ritmi. Vivere a contatto con la natura”. Dal Rifugio De Grandi Adamoli ci sono numerosi sentieri e itinerari per gli escursionisti di ogni livello che amano passeggiare o fare belle foto. Ad esempio, seguendo i Pizzoni si può arrivare a Laveno. Oppure, partendo da Caldé frazione di Castelveccana, si può salire con un sentiero che si chiama La Cresta e arrivare fino a sotto il rifugio: sono circa un paio d’ore e mezza di cammino, ad andatura turistica. Qui attorno ci sono anche begli itinerari verso il Monte Nudo e il Monte Crocetta, dove, se il vento è buono, si potrà assistere allo spettacolo dei lanci con il parapendio.

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Una gita in montagna ai tempi del Covid “Rifugi: fotografia di una stagione anomala” è la riflessione del Club Alpino Italiano sulla stagione dei rifugi montani 2020 approfondita a novembre scorso su Montagne360. Il quadro emerso è che, considerate le premesse, per la montagna l’estate scorsa ad esempio, nonostante i limiti imposti dalla pandemia, è andata bene. Soprattutto sono andati bene i gestori dei rifugi, che si sono dimostrati caparbi, determinati e straordinariamente responsabili: hanno rispettato le regole nazionali, i protocolli sanitari e le raccomandazioni del Cai, con una notevole capacità di adattarsi con flessibilità al nuovo contesto e alle nuove modalità di lavoro che si sono dovute adottare. I contributi evidenziano però anche la necessità di riflettere sull’eccessiva affluenza registrata nei picchi di stagione o nei weekend. Un’affluenza caratterizzata, purtroppo in diversi casi, da una mancanza di cultura e di rispetto per i territori montani. Tutto questo richiama un ulteriore impegno del Club Alpino nell’educare e nell’insegnare a frequentare le terre alte a un numero sempre maggiore di persone, a partire dalla scelta delle mete delle escursioni. La montagna, soprattutto quest’anno di emergenza sanitaria, è stata riscoperta anche da chi non era abituato a questo tipo di ambienti e strutture. Una bella notizia, ma anche un impegno da parte di Cai, Guide e rifugi montani, a contribuire a rendere il visitatore consapevole e a proteggere tradizioni, identità locali ed equilibri naturali spesso molto delicati. In questi mesi, le attenzioni vanno anche alla sicurezza di sé e degli altri. I partecipanti a un’escursione devono rispettare le norme di igiene, di distanziamento e quant’altro inerente all’utilizzo di Dispositivi di Protezione Individuali (DPI) secondo quanto disposto dalle Autorità competenti in quel momento, con lo scopo di limitare la diffusione del contagio virale. L’ideale durante la passeggiata è mantenere una distanza interpersonale di almeno 2 metri, in bicicletta di almeno 5 metri, come raccomanda il Cai per le escursioni dei suoi soci. Evitare scambi di attrezzatura, oggetti, cibi, bevande o altro tra i partecipanti a un’escursione o se non appartenenti allo stesso nucleo familiare. Portare sempre con sé mascherina e igienizzante, ma attenzione a disperdere mascherine o altri dispositivi di protezione individuale lungo il percorso: tutto va portato a casa con sé, così come i rifiuti.


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â–ś ARTE

Il mecenatismo varesino si mette in mostra Al Castello di Masnago di Varese una rassegna sul legame tra filantropia e arte che ha contraddistinto la storia del territorio tra Ottocento e Novecento. Un racconto per immagini in cui immergersi, in attesa della riapertura dei musei, attraverso il web 56


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l Castello di Masnago, guidato da Daniele Cassinelli, ospita dallo scorso ottobre la mostra “Nel salotto del collezionista. Arte e mecenatismo tra otto e Novecento”, promossa da Fondazione Cariplo, Fondazione Comunitaria del Varesotto e Comune di Varese. Curata dall’ottimo Sergio Rebora la rassegna offre la vista di settanta dipinti, sculture e oggetti d’arte decorativa. Molti i capolavori, in parte provenienti da Fondazione Cariplo (nell’ambito dei progetti culturali-espositivi Artgate e Open), in parte dalle collezioni civiche di Varese, infine da collezioni private e importanti musei lombardi. Ma, soprattutto, vuole evidenziare quel filone di filantropia e arte, sostenuto e rappresentato anche oggi dalle due Fondazioni, che ha contraddistinto particolarmente il territorio tra Metà Ottocento e inizio Novecento. I protagonisti della narrazione sono i rappresentanti dell’aristocrazia e soprattutto della borghesia, a cavallo tra un secolo e l’altro. Varese, terra di confine tra l’opulenta Svizzera e il milanese, favorita dal clima e dalla sua posizione intermedia, conobbe a quel tempo una fioritura di bellezza artistica e architettonica. È proprio di questa bellezza che ci parla la mostra di Masnago. L’insistente presenza del Covid ha ne rimandato purtroppo l’apertura dalla scorsa primavera all’autunno. Ma di nuovo, a novembre, si sono dovute chiudere le porte al riaffacciarsi dell’epidemia.

Nella speranza che, zone rosse permettendo, si possa presto tornare a visitarla di persona, ve la raccontiamo per ora noi, rimandandovi comunque alla landing page della mostra (http://www. fondazionevaresotto.it/nel-salotto-del-collezionista/) dove sono disponibili dei video per visite virtuali, a cui accedere anche attraverso i canali social della Fondazione Comunitaria del Varesotto (Facebook, LinkedIn, YouTube). Partiamo dai protagonisti, soprattutto le famiglie dei Ponti, noti industriali gallaratesi del tessile, dei Borghi, dei Cantoni e dei Turati, impegnati in analogo settore, dei banchieri Taccioli, accanto ai Maino, ai Tallachini, agli Armellini, ai duchi Litta Visconti Arese. A loro si deve l’amore verso l’arte e gli artisti, ingaggiati per ornare dimore e ritrarre i volti dei familiari, e un nuovo modo di vivere, esteso a tutti. Merito di un’illuminata classe imprenditoriale che favoriva, accanto al progresso delle tecniche produttive, migliori condizioni per i lavoratori e sviluppo sociale. Esempi di fabbriche più luminose e aerate, nate in quel periodo, con abitazioni vicine per le maestranze, sono ancora presenti nel territorio lombardo. Come le dimore private edificate allora sui pendii delle colline, accanto alle preesistenti case di delizia degli aristocratici milanesi: valga per tutti l’esempio dei Ponti, signori anche del lago di Varese, dopo la supremazia dei Litta Visconti Arese, gli aristocratici milanesi un tempo proprietari dell’attuale Villa Panza. La famiglia Ponti acquistò i diritti di pesca dai Litta, proprio per trasmetterli ai pescatori del lago. Edificò inoltre ville imponenti

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Luisa Beatrice Negri

Gaetano Previati, La danza delle ore (1899), Fondazione Cariplo. In apertura, Francesco Hayez, Tamar di Giuda (1847), Musei Civici di Varese

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sulla collina di Biumo Superiore e vi chiamò a lavorare l’architetto Balzaretto e il pittore Appiani, noto ritrattista. Quasi emblema della mostra è il quadro di Carlo Gerosa, realizzato nel 1874 circa, che propone il ritratto della famiglia di imprenditori varesini Tallachini. Tra essi, notano i curatori, è presente Luigia Pascal, nota arpista, moglie dell’ingegnere Giovanni Battista Tallachini. Gerosa, frequentatore della casa di Alessandro Manzoni era ritrattista ufficiale dello scrittore. Segno che il mondo dell’imprenditoria e quello dei salotti colti si frequentano e insieme nascono progetti di bellezza e sviluppo. Ma parliamo dei capolavori, che non sono pochi. Tra gli altri spiccano due opere dei musei civici varesini: per prima La Tamar di Giuda del 1847, impareggiabile capolavoro di Hayez, donata dall’imprenditore Chang Sai Vita ai musei cittadini di Varese nel ventesimo secolo. Era industriale del tessile di radici ebraico-cinesi. Sai Vita finanziò anche la costruzione della cupola dell’osservatorio del Campo dei Fiori, nel 1971. Seconda per importanza è la “Bambina con fiori”, di Giacomo Balla, del 1902, donata da Amelia Bolchini De Grandi, nel 1965. Di nota famiglia di avvocati, moglie del capomastro Luigi De Grandi, Amelia donò la sua ricca collezione d’arte alla città. Il largo cappello di paglia, l’abito di estrema

Una sala del Castello di Masnago. Sopra, Lodovico Pogliaghi, Venere (1900 circa), Casa Museo Lodovico Pogliaghi

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leggerezza, forse in tulle, e il mazzo di fiori parlano di estate e di sole. Ma i colori sono tenui, come il volto e i grandi occhi dell’esile creatura, un po’ impacciata nel gesto. Suggeriscono uno straniamento che s’apparenta a un‘altra bella opera “Margherita Villa bambina” di Daniele Ranzoni, del 1873 circa, donata da un medico Milanese dell’Ospedale Maggiore di Milano. Non si perda la sala di sculture dell’artista e collezionista milanese Ludovico Pogliaghi, sacromontino naturalizzato - vi abbiamo raccontato il suo museo nel numero di settembre (5/2020) di Varesefocus (pag. 68) - né i meravigliosi marmi dello scultore Wildt, provenienti dal Museo della Società gallaratese per gli Studi Patri, tra cui il ritratto di Carolina Trotti Maino, madre degli imprenditori Alessandro e Antonio Maino, donato nel 1972. Nella sala grande, al piano nobile del Castello, si notano gli otto vetri dipinti di Giuseppe Bertini, provenienti dal Poldi Pezzoli. Riproducono alcune fotografie realizzate - su bozzetti di Hayez - da Giuseppe Elena, in occasione di un evento mondano del 1828, il ballo del Romanticismo, il più importante della restaurazione a Milano. Si tenne nella dimora di un conte ungherese e rimase nella memoria di molti. Sipario di un mondo che stava cambiando.


▶ ARTE RUBRICHE

Vittore Frattini maestro di luce

Il mosaico e il vetro sono materia che trasforma in opere inarrivabili per armonia e colori. Le sue grafiche e i suoi “Lumen” sono ormai un simbolo riconosciuto in tutto il mondo. Intervista al pittore e scultore varesino che si racconta a partire dal rapporto con suo padre Angelo, anche lui artista e cantore di una classicità imponente Luisa Beatrice Negri

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ittore Frattini, varesino di nascita nel 1937, ancora oggi è in piena attività nella sua piccola patria di Sant’Ambrogio Olona. Pittore e scultore come il padre Angelo - cantore di una classicità imponente e raffinata, venata di lirismo e leggerezza - ha raccolto gli insegnamenti ricevuti dai grandi, artisti e personaggi del mondo della cultura, conosciuti e frequentati fin dall’ado-

lescenza. Ma ha trovato e seguìto ben presto una strada tutta sua, dalla prima mostra personale a Sanremo del 1957, mantenendo una cifra stilistica immediatamente riconoscibile per pulizia di narrazione, pur nella ricchezza e varietà di temi e tecniche. Il mosaico e il vetro sono stati per lui materia di sculture inarrivabili, in armonia di colori e forma. Ha esposto ed è stato premiato da prestigiosi musei, in Italia e all’estero, in Francia, in Svizzera, in Inghilterra, in Canada, negli Stati Uniti. La nostra città ospita sue pitture nelle raccolte d’arte cittadine e - in luoghi aperti - sculture e mosaici da lui dedicati a istituzioni e personaggi della storia varesina. Le sue grafiche e i Lumen (opere con speciale effetto notturno), apprezzatissimi da Piero Chiara e Giuseppe Panza, e presenti nella sua collezione, sono, più che mai oggi, simbolo e faro di luce. Nulla dies sine linea è il significativo titolo della mostra del 2018 a Villa Mirabello e anche quello di una pubblicazione di Nomos curata da Max Frattini, suo figlio, con prefazione di Philippe Daverio in occasione dei tuoi ottanta anni. C’è tutto il senso dell’infinito e scrupoloso lavoro di una vita dedicata all’arte. Da dove le piacerebbe iniziare a raccontarla? Mi piacerebbe raccontarla proprio da mio padre, quando stava eseguendo il Ritratto di Piero Chiara, nel 1950 ed io avevo 13 anni. Già allora, nel suo studio, lo aiutavo a tenere la “terra creta” ben umida. Uomo di grande bontà, ho sempre osservato con lui un rapporto rispettoso. E nel lavoro l’ho quasi sempre voluto vicino, come avvenne in una Rassegna di Artisti Italiani negli Stati Uniti, nel 1965 (con invito alla Casa Bianca). Fu quello un momento davvero speciale della mia vita. Non solo genitore affettuoso, ma anche maestro e collega di lavoro è stato per lei papà Angelo. Sì, posso dire che ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione. E poi, via via che il mio percorso artistico procedeva, ci raffron-

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Lei è poliedrico, dalla grafica all’acquerello, dalla pittura alla scultura, nel pieno possesso del segno e dei vari materiali e colori. A volte rivela un lirismo che pare inerpicarsi all’infinito verso algide cime di sublimazione e solitudine. A volte sorprende con esplosioni cromatiche, girandole di fuoco e

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di luce che accendono il cuore: come nei mosaici o nei suoi magici lavori in vetro di Murano. La sua arte sembra conoscere picchi di interessi e sentimento molto diversi tra loro, lasciando traccia di un diagramma emozionale sensibilissimo al vento della vita... Ho realizzato numerose pubblicazioni di grafica partendo dal 1959, molte edite con Giorgio Upiglio, presentate, tra gli altri, da Aldo Patocchi, Franco Russoli, Piero Chiara, Roberto Sanesi, Vanni Scheiwiller, Renzo Modesti e Mario Luzi. Alla scultura sono arrivato più tardi, anche per evitare un confronto con mio padre, che ancora Altre persone e incontri, magari inattesi, hanno particolar- oggi mi stupisce con le sue opere. Le mie opere più impegnative, di mente contato nel suo percorso? grandi dimensioni, le ho potute realizFrattini, Lumen Rosso (2020), tecnica Con Luigi Carluccio, curatore di mostre Vittore zare grazie a un ottimo “team” di lavoro mista su tela. A sinistra, l’artista all’opera storiche al Museo di Torino, ho avuto il diretto da mio fratello Gigi e dai miei mio primo grande riconoscimento nel figli: dal Monumento a Giovanni Bor1963. Ne nacque una sincera amicizia. ghi, collocato nella rotonda di fronte Con Piero Chiara è nato poi un rapallo Stadio di Varese, alla Grande V porto speciale, grazie all’amico Mauro di Malpensa, i cui bozzetti sono stati della Porta Raffo. Con lo scrittore reaesposti alla mia Mostra al Museo di lizzai il “Mini Pocket”che rappresenta il Spoleto, nel 2005. passaggio del mio lavoro da una Pittura atmosferica ai “ Lumen”. Tra i miei primi C’è un evento, e un luogo, della sua sostenitori ebbi l’onore di avere il Conte vita di artista che porta più che mai Giuseppe Panza di Biumo e la moglie nel cuore? Giovanna. Con loro ci fu un rapporto L’invito ricevuto con mia moglie Sildi stima e amicizia. Curioso e davvero vana all’ambasciata italiana a Washingemozionante per me era stato poi l’inton dopo la mia mostra personale alla contro con Carlo Carrà. Esponevo alla Georgetown University. Permanente di Milano, era il 1965, nella sala dedicata ai giovani artisti. All’uscita, Il suo rapporto con Varese è quello mentre parlavo con i colleghi, intravvidi di un artista con le radici ben fisse un signore anziano, dai capelli bianchi, che cercava a fatica di attraver- in questa terra, una “Plaga benedetta da Dio”, come scriveva sare la strada. Pensai di andare in suo soccorso e lui si appoggiò a me, Montanari, che le vuole bene perché lei continua a darle tanto. riconoscente per l’aiuto offerto. Vedendolo in ulteriore difficoltà gli Le tue opere, in luoghi significativi della città, ci rallegrano la proposi di accompagnarlo fino a casa. Alla fine, si presentò: sono Car- vita. Anche la Grande V di Malpensa è un simbolo ormai irrilo Carrà. Sorpreso e commosso gli dissi: maestro, è stato un grande nunciabile per il nostro territorio. Quali sorprese ha ancora in onore per me conoscerla. E lui mi invitò a casa sua. serbo per la sua città? Sappiamo che ha lavorato molto in questo periodo di clausura, tra le pareti del suo studio... Lei è stato insegnante a Brera, dopo il diploma, e ha fondato e Recentemente, è proprio così, per reagire a questo triste momento, guidato per anni il liceo artistico varesino. Ha saputo coglie- ricordando con stima ed affetto Philippe Daverio ed il titolo che re al meglio quanto la scuola offre, pur assecondando un’arte aveva scelto per l’introduzione della mia monografia – “Nulla Dies libera e personalissima che ha raggiunto, forse proprio nei Sine Linea – non mi fermo! Ogni giorno traccio un segno. Ultimi Lumen, il suo punto più alto. in ordine di tempo, una tela Lumen su sfondo chiaro lunga 4 metri Ho iniziato a insegnare a Brera, come assistente, nel 1961, poi sono e un grande Lumen Rosso al quale tengo molto. Per quanto riguarrimasto per sette anni al Liceo Artistico di Busto Arsizio, prima della da invece la mia città, porto nel cuore i mosaici come quello per il fondazione del Liceo Artistico a Varese, nel 1969. L’insegnamento palazzo del Molina o l’altro, eseguito con il maestro Luigi Veronesi, delle basi dell’arte è sempre stato un ulteriore stimolo per il mio lavoro. nelle vicinanze di via Morosini. tavamo o scambiavamo idee: a volte io attingevo a lui, a volte era lui a inseguire una mia idea sviluppandola poi secondo la sua visione. Oggi posso dire di essere stato per lui un buon gregario. Nel suo studio ho avuto occasione di conoscere artisti come Flaminio Bertoni, Renato Guttuso e Lucio Fontana. Mio padre e Flaminio avevano l’abitudine, da giovanissimi, di andare al Campo dei Fiori e scolpire all’ombra del Grand Hotel. Non avendo la possibilità di acquistare il marmo, costava troppo per loro, si esercitavano a lavorare la pietra sul posto. Hanno lasciato lì sculture che nel tempo sono andate perdute.

Vittore Frattini, da vero minimalista, chiosa così in semplicità la sua intervista per noi. Eppure, Maestro, chissà? Nulla Dies sine Linea. Noi ci aspettiamo ancora qualche sorpresa: in una Varese che si sta finalmente rinnovando abbiamo bisogno di nuove testimonianze dei nostri migliori artisti. E di speranza.

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▶ DI MODA RUBRICHE

La ricetta per gustare le feste

Tre talenti varesini della cucina e della pasticceria, per altrettanti piatti ideali per la tavola di Natale. Un primo, un secondo e un dolce per un menu green a base di carciofi, anatra, mela e panettone 4 minuti, mescolando: salare, pepare e profumare con poco timo

Silvia Giovannini e prezzemolo. Mescolare la ricotta con la panna, poco sale e pepe “La prima regola di un buon cenone è non sprecare cibo”, scriveva il giornalista Paolo Massobrio. Quest’anno per la tavola di Natale di un anno sicuramente difficile, abbiamo chiesto a tre talenti varesini della cucina di svelarci qualche segreto e regalarci altrettante ricette a tema per un menu natalizio green. Per una tavola lieta, che concili la sostenibilità con il gusto.

IL PRIMO Lasagne ai carciofi e ricotta di Anna Prandoni

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lettori più affezionati riconosceranno la firma: le lasagne natalizie di Anna Prandoni sono ormai una tradizione per la nostra rivista. Giornalista e scrittrice bustocca, eclettica ambasciatrice del #piùcibomenofood, è anche podcaster e ideatrice di diversi progetti per la promozione del cibo tra cui il recente Gastronomika, quotidiano dedicato al cibo, alla cucina e a tutti gli aspetti socio-economici sul tema. Ecco la ricetta con un consiglio green.

• Ingredienti e dosi per 4 persone • 16 carciofi già puliti 8 scalogni 1 kg di ricotta di pecora 200 ml di panna fresca 100 g di pecorino o parmigiano 500 g di sfoglie di lasagne fresche pastorizzate timo, prezzemolo olio extravergine d’oliva sale, pepe nero

• Procedimento •

Pulire con cura e affettare sottilmente i carciofi; allo stesso modo preparare gli scalogni. Rosolare gli ortaggi in padella con olio per 62

sino ad ottenere una crema omogenea. In una pirofila ben unta alternare la pasta, la crema di ricotta e le verdure. Completare con il formaggio grattugiato. Cuocere a 180/200° per circa 20 minuti in forno ventilato; lasciar riposare per 5 minuti. Servire.

• Consiglio green •

Con le bratte e i gambi dei carciofi è possibile realizzare una pasta fresca fatta in casa, da usare per le lasagne e che le renderà ancora


IL SECONDO Petto d’anatra alle mele e arance di Davide Brovelli

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ele e arance. Chissà quante ne avete in casa in questo periodo! Chef Brovelli del Sole di Ranco, lo storico ristorante fondato nel 1850 a Ranco, meta gioiello del Lago Maggiore, ci insegna come trasformare due semplici e comuni ingredienti in un piatto da re. Regalandoci una ricetta che racconta molto di lui e della sua cucina, legatissima ai prodotti del territorio.

• Ingredienti e dosi • Un petto d’anatra da 300 g 2 mele golden 2 arance 1 cipolla 50 g di prugne secche denocciolate 50 g di albicocche 50 g di uva passa 3 patate a pasta gialla 50 g di burro 50 ml di latte 50 ml di vino bianco noce moscata

• Procedimento •

Prendere il petto d’anatra con la pelle e marinare con sale, pepe rosa, succo d’arancia, cognac, coprirlo e mettere in frigo per 12 ore. Tagliare a fettine sottili le mele e le cipolle. Tagliare a cubetti la frutta secca e mettere sul fuoco con una padella e un goccio d’olio; quando soffrigge bagnare con il vino. Pelare le arance e aggiungerle al soffritto, poi spremerne il succo. Aggiungere un mestolo di brodo e cucinare per un’ora tenendo sotto controllo il brodo, il tutto dovrà risultare leggermente caramellato. Bollire delle patate pelate e schiacciarle, aggiungere del burro e del latte caldo, dovremo avere un composto morbido. Finire con noce moscata, sale e pepe. Prendere dal frigo l’anatra marinata dal lato della pelle e incidere con due righe verticali e orizzontali, spadellarla per qualche minuto. I ¾ della cottura dovranno essere dalla parte della pelle e ¼ dalla parte della carne. Successivamente far riposare l’anatra e impiattare sulla purea e terminare con la salsa di mele e arance.

IL DOLCE Bicchieri con bavarese al panettone, crumble al Muscovado e mele arrostite di Davide Steffenini

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l suggerimento per il dessert è un regalo di Davide Steffenini, giovane e promettente pasticcere della varesina DolceMente. Anche in questo caso si tratta di una ricetta molto particolare che permette di riutilizzare ingredienti casalinghi, come la mela, e di dosare la semplicità, come quella dei biscotti al burro, e la ricercatezza, ad esempio del fior di sale. Anche in questo caso protagonista la mela. Omaggio al gusto con strizzatina d’occhio alla salute, ma, almeno a Natale, senza esagerare.

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migliori. Basta stracuocere finché sono morbidi tutti gli scarti con poca acqua. Si passa tutto al frullatore e poi si filtra in modo da ottenere una purea liscissima e priva di ogni residuo. Si usa questa purea, allungata con poca acqua, mescolata alle uova e alla farina per realizzare una pasta fresca dal sapore concentrato. La proporzione deve rimanere pari peso di farina e di mix di uova e purea. Questa purea si può anche usare per arricchire le lasagne spiegate in ricetta e rendere il sapore di carciofi ancora più concentrato e gustoso.

• Ingredienti, dosi e preparazione per 4 persone •

Bavarese al panettone 600 g crema inglese di base 6.0 g gelatina in fogli 200 g panettone classico 400 g di panna fresca Tagliare a cubetti il panettone, mixarlo con un frullatore a immersione e quando la temperatura è tra i 30°-35°C aggiungere la panna semi-montata. Utilizzare Subito. Crumble con Muscovado 210 g biscotti al burro 43 g burro 43 g zucchero Muscovado 1,2 g Fleur de Sel de Camargue Rompere a pezzettini i biscotti. Montare per un paio di minuti a media velocità il burro e lo zucchero, aggiungere la frolla, stendere o rompere della dimensione voluta e cuocere a 165° C fino a tostatura. Mele Arrostite 2 mele Golden 2 mele Renetta 70 gr zucchero di canna 70 zucchero semolato 100 gr olio Olio extra vergine di Oliva 0,5 vaniglia in bacche 1 g cannella in polvere Miscelare gli zuccheri con lo zucchero di canna e lo zucchero semolato. Pelare le mele con un pelapatate e tagliarle in 12 levando il torsolo. Disporle in fila ordinate sopra una teglia rivestita con carta da forno e cospargere le mele con gli zuccheri aromatizzati e versare sopra l’olio. Cuocere in forno a 230 gradi.

• Procedimento finale •

In un bicchiere tipo Margarita o Campari mettere un cucchiaio di crumble al Muscovado, disporre circa 100 gr di bavarese al panettone e guarnire con quattro fette di mela, avendo la cura di mettere due fette di mela Golden e due fette di mela Renetta e qualche pezzettino di crumble. Lasciar riposare almeno due ore in frigo prima di consumare.

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Sotto l’albero la riscoperta del tempo

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▶ DI MODA

Santa Claus quest’anno arriva con slitta elettronica, mascherina e carico di igienizzante, ma anche tanta voglia di portare nel suo sacco un regalo davvero gradito. Beauty, videogiochi, complementi d’arredo le idee che saranno più gettonate. Ma anche il “chilometro zero” varesino può rappresentare un’interessante opzione. Ecco qualche consiglio sopra alla mascherina. Nell’anno del virus, la corsa al regalo sarà

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Silvia Giovannini inevitabilmente digitale e non riguarderà solo i big del mercato.

ome ogni inverno, puntuali e ormai quasi un’attesa tradizione, arrivano le ricerche sulle tendenze di acquisto in vista del Natale. Quest’anno, numeri e dati, sono soltanto una conferma di quello che è sotto gli occhi di tutti, o meglio

Anche i piccoli si sono attrezzati con e-commerce strutturati o semplici consegne a domicilio e con esperienze d’acquisto talmente variegate da essere su misura sia che Babbo Natale si rifornisca da Amazon, che al negozietto sotto casa. Ma vediamoli questi dati, anche solo per rispetto alle tradizioni così importanti

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RUBRICHE

uno spazio: elegantissime e adatte a tutti gli ambienti quelle della Cereria Bianchi (via Vajone 2, Galliate). In alternativa, per centrare le due categorie di regalo in vetta alla top dei desideri (complementi d’arredo e prodotti per il benessere) un’idea può essere quella di un oggetto utile e bello insieme: per l’uomo ultrastiloso un prodotto per la rasatura e lo styling di Depot® (piazza Monte Grappa, 13, 21100 Varese), per la donna amante della skin care, le idee di Z.one concept di Panzeri Diffusion di Malnate, dalle coccole per i capelli Milk Shake, alle coccole per la pelle, come la maschera idratante viso Caress me.

in questo periodo. Interessanti quelli di Salesforce che ha rilasciato le previsioni sulle tendenze d’acquisto pre-natalizio 2020. Questi i punti salienti: le vendite sui canali digitali raggiungeranno i massimi storici, verosimilmente il +30% rispetto al 2019, e, contemporaneamente, porteranno le aziende ad avere una limitata capacità di spedizione, anche considerati gli effetti dell’emergenza sanitaria su logistica e trasporti. Superato il dilemma “meglio un libro o una cravatta?”, saranno disponibilità, tempi di spedizione e di consegna le variabili in gioco a farla da padroni nella scelta dei regali. Due le probabili conseguenze in termini di abitudini d’acquisto: le aziende incentiveranno la formula ritiro in negozio e i compratori inizieranno prima gli acquisti. Ultimo punto, la crescita dello shopping online comporterà un picco anche nei resi: in totale, si prevede che a livello globale verranno restituiti 280 miliardi di dollari di acquisti online, il 30% di tutti quelli effettuati. E per quanto riguarda le scelte e la tipologia di prodotti? Secondo la ricerca, beauty, elettronica e videogiochi si confermeranno tra le principali categorie di spesa ma arredamento e complementi d’arredo per la casa, prodotti per il fitness e giocattoli saranno tra le nuove categorie “best-seller” quest’anno. Ed ecco, quindi, tre suggerimenti tutti varesini a tema per chi ancora non sa come orientarsi.

Casa dolce casa

Se “state a casa” è stato il mood del 2020, per il prossimo anno ci auguriamo tutti di poter uscire il più possibile. Certo è che negli scorsi mesi, un occhio in più al domestico focolare lo abbiamo dato. Perché dunque non pensare ad un regalo proprio per la casa? Anche un semplice dettaglio di home decor come una candela può impreziosire e personalizzare 66

Casa dolce casa. Ma anche salata

La seconda fase della pandemia ha segnato una certezza alimentare. Il lievito ha stufato. Abbandonata la panificazione casalinga, per lasciare spazio al massimo ai biscotti decorati, largo alle raffinatezze per il palato. Da un salmone norvegese ad uno storione bianco affumicato di Fjord (via per Cassano Magnago 120, Busto Arsizio), che solo a nominarli viene voglia di cenone ad una selezione di vini, o anche di distillati, proposta da Bottazzi (Via Roncari, 30 Besozzo). Mai come in questo momento facciamo nostra la frase di Goethe citata dall’azienda “La vita è troppo breve per bere vini mediocri”. Ma non solo vini. Sullo shop Terredispirito.it, Rossi d’Angera propone soluzioni per tutti i gusti, perfette anche per incontri tra amici a distanza. Gli aperitivi NIO in busta sono un’idea originalissima, perfetti per regalare una serata smart: un po’ di ghiaccio e il gioco è fatto. Senza dimenticare le confezioni più tradizionali, con le inconfondibili note di lago.

Il valore del tempo

Mai come quest’anno, abbiamo riscoperto il tempo, sospeso, prezioso, scandito da notizie che sono prepotentemente entrate nelle nostre vite. Il suggerimento della Gioielleria Nicora (via Manzoni, 14, 21100 Varese) è un segnatempo per grandi viaggiatori. In un anno come questo, in cui il viaggiare assume un simbolismo potente, un pensiero benaugurale con sguardo al mondo: il Rolex Oyster Perpetual Sky-Dweller in oro giallo 18 ct. con bracciale Oysterflex che permette la lettura simultanea dell’ora di due fusi orari e dispone di un calendario annuale dall’affascinante nome Saros. Come tutti gli orologi Rolex, l’Oyster Perpetual SkyDweller vanta la certificazione di Cronometro Superlativo. Perfetto per augurare un anno superlativo.


Il primo Giro d’Italia fu vinto da un varesino

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▶ STORIA

Non portò a casa la maglia rosa solo perché a quei tempi non esisteva. Ma l’albo d’oro della gara a tappe organizzata, allora come oggi, dalla Gazzetta dello Sport inizia con il nome di Luigi Ganna di Induno Olona. Un’impresa passata giocoforza alla storia. Come protagonista, un uomo che per anni si allenò facendo il muratore pendolare in bicicletta. Da e per Milano, tutti i giorni Damiano Franzetti no. Al momento di vincere il Giro d’Italia, però, Ganna aveva già

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smesso di armeggiare con mattoni e cazzuole: il suo nome iniziò a circolare sugli ordini d’arrivo delle gare ciclistiche fin dal 1904 e nel fatidico 1909 era senza dubbio uno degli uomini più attesi. Quello fu anche l’anno dell’altro suo grande trionfo, la vittoria nella “Milano-Sanremo” conquistata alla media (record) dei 30 all’ora, staccando di 3 minuti il francese Georget e di oltre un quarto d’ora il tortonese Cuniolo. Ancor più lontani il belga Van Houwaert e il mitologico “Diavolo Rosso”, Giovanni Gerbi. “I giganti della strada dominati da Ganna”, strillava in prima pagina la Gazzetta dello Sport del 5 aprile 1909, quasi un presagio di ciò che avvenne poi a fine maggio. Al Giro, Ganna era segnalato come tesserato dell’Unione Sportiva Varesina, ma largo spazio veniva dato anche alla sua attrezzatura: “macchina Atala” e “pneumatici Dunlop” è la scritta che campeggia sulla Gazzetta accanto al nome del vincitore e a un dato numerico clamoroso: “500mila persone salutano l’ingresso dei trionfatori a Milano”. Già, la sua Atala: la bicicletta utilizzata da Ganna pesava circa 15 chili, aveva un solo rapporto che, dicono le cronache, sviluppava poco più di 5 metri a pedalata e aveva il pignone fisso che costringeva a pedalare anche in discesa. Chissà se questi particolari, che rendevano ancor più eroico

l recente trionfo di un giovane corridore di Verbania ai Mondiali di ciclismo di Imola (nella cronometro individuale) ha riportato alla ribalta un cognome che, nella storia del pedale, è di quelli che valgono un monumento: Ganna Filippo. Il ragazzo in questione non è però parente di quel Luigi di cui parliamo in queste righe, un’autentica leggenda per ogni appassionato. Il motivo principale è semplice: quando si legge l’albo d’oro del Giro d’Italia, il primo nome che si incontra è proprio quello, Luigi Ganna. Era il 1909 e la corsa rosa, che rosa non era ancora, visto che la maglia di leader entrò in vigore nel 1931, si disputava per la prima volta suddivisa in 8 frazioni, con partenza e arrivo a Milano. E proprio lì, nella celebre cornice dell’Arena Civica, “Luisìn” (o “Luisòn”) pronunciò la frase più famosa della sua carriera. Alla domanda rivoltagli da un giornalista, su come si sentisse subito dopo aver vinto il Giro, il Ganna rispose in dialetto con la massima sincerità possibile: “Me brüsa ‘l cü”. Il nostro non era nuovo a quei panorami meneghini: il suo primo mestiere era, infatti, quello di muratore e Milano era il luogo in cui Ganna lavorava. Ogni mattina il futuro campione partiva in bici dalla sua Induno Olona, il luogo dove viveva e dove era nato il 1° dicembre del 1883 e raggiungeva la grande città, pedalata dopo pedalata. E lo stesso accadeva al ritor- Luigi Ganna al Giro d’Italia del 1909

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RUBRICHE un ciclismo già sufficientemente duro (tra strade sterrate e tappe di lunghezza mostruosa), influirono nella scelta di Ganna di diventare costruttore di biciclette, vincenti e ben più moderne, nella seconda parte della sua vita. In quell’edizione del Giro, il possente corridore varesino primeggiò in 3 tappe su 8, quelle con arrivo a Roma (quarta), Firenze (quinta) e Torino (settima). Alla fine, vinse con 25 punti (la classifica per tempi sarebbe entrata in vigore solo nel 1914), 2 in più del milanese Carlo Galetti che ebbe modo di rifarsi negli anni seguenti. “Come forma, Ganna, ha dimostrato di essere l’uomo più completo e meglio preparato”, racconta ancora il quotidiano sportivo milanese, che a quei tempi dedicava al ciclismo l’intera prima pagina (e come oggi, organizzava la corsa). Per centrare il successo finale, il campione varesino dovette superare più di una difficoltà personale, ma nella tappa conclusiva poté finalmente godere di un colpo di fortuna. Attardato per una foratura, Ganna riuscì a tornare sul gruppo dei migliori a causa di un passaggio a livello chiuso, li raggiunse e arrivò con loro all’Arena in mezzo a una folla oceanica. La volata fu altrettanto epica: vinse il romano Beni, secondo Galetti, Ganna ottenne il terzo posto sufficiente a garantire il successo nel Giro mentre lo sfortunato Rossignoli venne travolto da un cavallo imbizzarrito dei Lancieri di Novara, agghindato da parata. La meravigliosa vittoria al Giro 1909 cambiò la vita di Ganna che si sposò, si trasferì a Varese e aprì un’officina, il primo nucleo della sua azienda. Non smise subito di correre: sfiorò il trionfo nel Giro 68

di Lombardia, centrò altre tappe al Giro e portò il nome “Ganna” in gruppo, anche sulle maglie e sui telai. Le bici e il marchio di Ganna vissero a loro volta giornate gloriose: 2 vittorie a Sanremo, la prima con il belga Jef Demuysere nel 1934, la seconda con il toscano Cesare Del Cancia nel 1937. Quest’ultimo regalò al buon “Luisòn” altri risultati storici: in maglia Ganna vinse sia la Tre Valli del ‘36, sia la tappa del Giro del ‘38 con arrivo a Varese. Ma l’impresa delle imprese per il Ganna costruttore risale al 1951, quando Fiorenzo Magni gli diede la vittoria al Giro d’Italia. Luigi Ganna morì pochi anni dopo, nel 1957 e ancor oggi è ricordato a Varese grazie all’intitolazione del velodromo di Masnago.

Nell’edizione 1909 del Giro d’Italia, il possente corridore varesino primeggiò in 3 tappe su 8, quelle con arrivo a Roma (quarta), Firenze (quinta) e Torino (settima): alla fine, vinse con 25 punti (la classifica a tempo venne introdotta solo più tardi)


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A spasso con Tiguan È pronto a sfrecciare sulle strade il nuovo Suv della Volkswagen

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olkswagen ha aperto gli ordini per il restyling della nuova Tiguan 2020 in Italia. Il nuovo Suv sarà disponibile in tre diversi allestimenti e quattro motorizzazioni: si tratta delle versioni Life, Elegance ed R-Line e dei propulsori 1.5 TSI da 130 e 150 CV e 2.0 TDI da 122 e 150 CV, con le due varianti più potenti acquistabili anche con trazione integrale 4Motion. In un secondo tempo, si aggiungeranno a listino il 2.0 TDI da 200 CV, la versione R 2.0 TSI da 320 CV e la eHybrid plug-in da 245 CV. Andiamo per ordine. L’allestimento di accesso Life offre di serie il cruise control adattivo, il Lane Assist, il Front Assist, il Side Assist Plus, i cerchi da 17”, i vetri oscurati, i gruppi ottici a Led, il climatizzatore trizona automatico, i sensori di parcheggio e l’impianto audio Composition con display da 6,5 pollici e servizi We Connect Plus (incluso l’abbonamento per un anno). Sulla versione Elegance saranno disponibili anche i gruppi ottici Matrix Iq.Light, i cerchi da 18”, le finiture esterne cromate, il cruise control predittivo, il Park Assist con retrocamera, il portellone elettrico, il sistema Keyless, l’infotainment Discover Media con schermo da 8”, l’A pp Connect, il navigatore, la strumentazione digitale da 10,25 pollici e il Dynamic Road Sign Display. La Tiguan RLine, una versione dal look dinamico, è per i motori 1.5 TSI da 150 CV con DSG, 2.0 TDI da 150 CV con DSG e 2.0 TDI da 150 CV con DSG e trazione integrale 4Motion. Rispetto alla Elegance, offre in più i cerchi di 19”, fregi esterni neri, i sedili sportivi con poggiatesta integrati e il volante in pelle di tipo sportivo. Inoltre, aggiunge il kit aerodinamico con finiture nero lucido, il volante

multifunzione con comandi touch e i sedili sportivi con poggiatesta integrato. L’edizione 2020 della Suv media Volkswagen Tiguan offre i seguenti motori: il turbo benzina 1.5 TSI, nelle versioni da 130 o 150 CV, e il turbo diesel 2.0 TDI, in quelle da 122 o 150 CV, abbinati al cambio manuale a 6 marce o al robotizzato doppia frizione DSG a 7; per il 2.0 TDI da 150 CV c’è anche la trazione integrale 4Motion. Il potente benzina 2.0 TSI da 320 CV, per la Tiguan R (novità dell’edizione 2020), e il sistema ibrido plug-in della Tiguan e-Hybrid: si compone del turbo benzina 2.0 TSI e di un motore elettrico integrato al cambio robotizzato a doppia frizione, per 245 CV di potenza complessiva.

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▶ MOTORI

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Per non finire in “zona rossa” anche col peso

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▶ SPORT

In periodi di lockdown più o meno stringente il personal trainer è a distanza. C’è chi sceglie le lezioni video con l’allenatore di fiducia e chi decide di scaricarsi una delle tante app ormai sviluppate. Per tutti il consiglio è, però, sempre lo stesso: qualsiasi buon esercizio parte dalla conoscenza del proprio corpo Andrea Della Bella

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empi duri per chi ama stare in forma. Il Covid chiude le palestre, aguzza l’ingegno e apre porte che tanti hanno già “varcato”, ma non tutti gli amanti del fitness avevano prima d’ora sperimentato. Sedute di lavoro fisico a distanza: in

video on demand o con app che forniscono piani di allenamento personalizzati, abbinamenti tra sessioni di attività e corretta alimentazione e la possibilità di interagire. Senza dimenticare che, già al primo lockdown, alcuni corsi si sono trasferiti dalle palestre fisiche a quelle virtuali, sfruttando le piattaforme digitali più diffuse. La convinzione che però emerge è che quando l’emergenza sarà

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RUBRICHE

passata, le palestre torneranno ad avere un ruolo insostituibile per il benessere fisico delle persone, sia per la presenza di attrezzatture professionali che difficilmente ci si può permettere a casa propria, sia per la presenza del trainer, che sarà (magari) meno personal rispetto a questo a periodo, ma potrà seguire con maggior efficacia piani di allenamento ed esecuzione corretta degli esercizi.

Mamma mi si è ristretta la palestra!

Comoda. Certamente, poiché non bisogna nemmeno uscire da casa. Le palestre ai tempi del lockdown si sono ridotte ai pochi metri quadrati di una stanza, sia questa la camera da letto, lo studio o il soggiorno. “Ma poco attrezzata”, spiega Alice Ippolito, personal trainer specializzata in Power lifting della Fun4fit di Busto Arsizio: “Uno dei problemi più grandi da risolvere è proprio quello delle attrezzature che a volte si fa fatica a trovare anche nei negozi online, visto che con due lockdown a distanza di pochi mesi c’è stata una vera corsa all’acquisto”. E quindi? “È complicato. Soprattutto per chi è abituato ad allenamenti di elevato profilo”. E la fantasia può offrire soluzioni per tamponare la situazione, non certo risposte a chi frequenta spesso le palestre per tirare a lucido i propri muscoli. “Infatti, diciamo che per la tipologia di persone che seguo, in questi periodi di chiusura, è necessario cambiare piani di allenamento e obiettivi. Bisogna mettere da parte la crescita della massa muscolare e lavorare sul mantenimento e sulla tonicità”. Insomma, i pesi “fai da te” come bottiglie o casse d’acqua possono andar bene “diciamo per l’emergenza”, o per chi magari ha aspettative più basse. “Ma anche in questo caso, bisogna fare molta attenzione”.

Fitness a distanza: non andrà tutto bene

L’attività fisica fa bene… se fatta bene. E questo è un altro inconveniente del fitness in streaming, a distanza o svolto con l’ausilio di app. “È chiaro che in alcuni momenti non c’è altra scelta – spiega Alice Ippolito – ma la presenza del trainer accanto a chi

sta lavorando è fondamentale. Solo così si può correggere ciò che non va bene. Il rischio, infatti, è quello di memorizzare movimenti sbagliati che alla lunga possono comportare problematiche. Quando si sceglie quindi di seguire allenamenti personalizzati non da un allenatore in carne d’ossa, ma puntando su app o video on line bisogna fare molta attenzione, ma soprattutto conoscere il proprio fisico e come questo si muove nello spazio”. Non basta inserire peso e altezza, insomma.

Lockdown ma… corpo libero

Alice Ippolito, che tra i suoi allievi ha anche chi ai pesi e ai bilancieri preferisce un’attività più di movimento, non ha dubbi: “La miglior attività fisica da svolgere in questo periodo è quella a così detto corpo libero. Primo perché non richiede grandi attrezzature, anzi il peso altro non è che il proprio corpo, secondo perché permette di conoscersi meglio. Negli allenamenti che conduco a distanza, infatti, punto su tutti quegli aspetti che a volte in palestra vengono un po’ dati per scontati. È quasi paradossale, ma per un neofita è una buona occasione per prendere consapevolezza di come si muove il proprio corpo nello spazio”.

Attenzione al riscaldamento

È fondamentale non perdere di vista il riscaldamento: sia quello fisico prima della seduta di esercizi, sia quello che serve per riscaldare la propria abitazione. Dove, oltre a vivere, si fa anche attività fisica. “Quest’ultima cosa è un dettaglio non da poco – continua Ippolito – Andiamo incontro alla stagione fredda e ai riscaldamenti accesi. È importante bere tanto e non dimenticarsi di farlo. Per molti, infatti, non è un gesto spontaneo e bisogna lavorare per farlo diventare la normalità”.

Mattino, pomeriggio, sera: a ciascuno il suo

“Mai esagerare”, questa è una regola d’oro per mantenersi in forma non potendo andare in palestra. “Per chi riprende a fare attività fisica o per chi vuole iniziare – spiega Alice Ippolito – può bastare anche una camminata di un paio di chilometri. Serve per comunicare al proprio corpo che si sta riprendendo a muoversi. Poi si può aumentare la distanza gradualmente e alla fine è bene dedicare un po’ di tempo allo stretching”. E non c’è un momento migliore per allenarsi, “perché – conclude Ippolito – molto dipende dal proprio fisico, dal proprio metabolismo, ma anche dalla predisposizione mentale. Personalmente, ad esempio, mi alleno davvero bene da mezzogiorno alle 16. Ma c’è chi lo fa la mattina presto, perché l’attività fisica gli dà la carica giusta per affrontare la giornata e chi invece predilige la sera, poiché vuole scaricare lo stress accumulato nelle ore di lavoro”.

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IN LIBRERIA

La tenerezza del Natale “Nessun incanto è pari alla tenerezza del cuore”. (Jane Austen)

Per questo Natale, libri per tutti i gusti, tra nuvole, mummie e colore. Segnalazioni che sono l’occasione per un augurio da parte della nostra redazione per voi, cari lettori Silvia Giovannini Richard Jones PERDÙ Nomos, 2020

La città è un luogo affollato, la città è un luogo rumoroso, la città è molto grande se tu sei molto piccolo. Una storia tenera e commovente con protagonisti un cane e una bambina. Una storia sulla ricerca di un posto da chiamare casa. Questa è la storia di Perdù. “Perdù la guardava negli occhi, così gentili, mentre lei gli annodava la sciarpa. E tutt’a un tratto, seppe di essere al sicuro”. Cosa desiderare di più quest’anno sotto l’albero se non un po’ di sicurezza proprio come il cucciolo del racconto illustrato pubblicato da Nomos? Un libro che scalderà il cuore di grandi e bambini, e che abbiamo 76

scelto per aprire la nostra selezione per il Natale 2020, proprio perché “sicurezza” e “casa” ci sembrano due parole di valore e benaugurali per tutti. Al termine di un anno impegnativo, la nostra scelta per voi è quindi quello di “Letture che siano come un caldo abbraccio”. E - perché no? - anche regali graditi, per amici congiunti di ogni grado! Dalle tenerezze poetiche di Sica, al primo vero romanzo della Origi, dopo l’apprezzata avventura dei comfort book, per arrivare alle storie di streghe della Signorini, affermata firma del genere gotico noir e alla lunga giornata sul lago Maggiore dipinta dall’ottimo Azzalin tra intrighi e raffinato erotismo, per arrivare ad altre pennellate, quelle celeberrime di Pollock, quelle soffici delle nuvole. Un filo di varesinità unisce proposte di genere per tutti i palati, che non dimenticano attenzione al territorio e intento benefico. Con l’omaggio ad un caro liceo per uno sguardo sulla Scuola in senso lato, così necessario oggi, o con le storie di solidarietà ai tempi del Coronavirus pensate per raccogliere fondi per creare veri e propri Parchi della Memoria o, infine, con un elegante volume fotografico i cui proventi andranno alla LILT. Per rendere la tenerezza anche gesto concreto.


c Sarah Zambello, Susy Zanella Nuvolario - Atlante delle nuvole Nomos, 2020 A.A.VV. Storie da Ricordare Associazione Valentia Ed., 2020 Dino Azzalin Una lunga giornata ES, 2019

Associazione Liceali Sempre Il Liceo è un Tempo Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, 2020

IN LIBRERIA

Letture che siano come un caldo abbraccio

Massimo Folador, Giuseppe Buffon Verso un’economia integrale. La via italiana alla ripresa Guerini Next, 2020

Elisa Origi, Paolo e Sofia Scatole Parlanti, 2020

Gennaro Sica Le tenerezze del tempo I Libri di Pan, 2019

Emanuela Signorini Nero di Mummia Giovane Holden Edizioni, 2020

Bruno Damascelli Volare a Milano Sagep, 2020

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DAL WEB

Gnocco fritto digitale e instaPanettoni

Mentre il mondo della comunicazione, d’impresa e istituzionale, si interroga sulle ripercussioni relazionali ed etiche dei contenuti digitali creati in epoca pandemica, i principali canali social investono sul cambiamento, ponendo nuove sfide a giornalisti, uffici stampa, aree marketing più la relazione complicata tra carta e web ad impensierirci, ma

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Silvia Giovannini quella tra di noi: quando il “guarda che non hai acceso l’audio” so-

rendete un respiro e contate prima di sbuffare. Che reazioni vi provocano le espressioni “tra carta e web” e “tra tradizione e innovazione”? Un filo di sopportabile noia o un fastidio urticante? Il fatto è che, nel campo della comunicazione negli ultimi quasi 30 anni, in queste espressioni, ripetute in ogni dove come mantra scacciacrisi, si è concentrato il tentativo di raccontare la ragionevole fatica di integrare mondi distanti e di far percepire al pubblico, da una parte la volontà di non perdere un bagaglio prezioso, dall’altra la volontà di stare sul pezzo. Questo percorso - la storia insegna - non ha visto tutti convinti, con i comunicatori divisi, com’è lecito che sia, tra coraggiosi avventurieri e bradipi del web. Tra illustri caduti e acclamati vincitori. Ma non c’è stata scelta: spalancate le porte al www, sono arrivati i siti, i blog, le piattaforme di scambio e poi i social... Lungi da noi riassumere tutto in una riga: sarebbe follia. Opportunità, ma anche rischi ovunque quindi, per giornalisti, comunicatori, esperti di marketing, privati e imprese. E la convinzione diffusa, a mo’ di faro nella nebbia, che tutto cambia molto in fretta ma non le linee guida, le strategie, i valori. E oggi? Alla fine di un annus horribilis, eppure determinante per chi si occupa di comunicazione, impossibile non fare riflessioni. Davanti a noi si aprono scenari infiniti, scenari che, complice la pandemia, anche chi non avrebbe mai voluto nemmeno sentire nominare, si ritrova ad osservare con cauto ma necessario interesse. E in un attimo non è

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stituisce la stretta di mano, quando lo stand virtuale sostituisce lo gnocco fritto alla fiera dell’artigianato, quando il panettone lo ordini su Instagram, tutto va riconsiderato. E mentre ci interroghiamo sulle ripercussioni relazionali ed etiche o, semplicemente sulla potenza di banda, i principali canali di comunicazione investono sul cambiamento. E così una mattina, apri Facebook e lo trovi diverso, c’è pure un servizio di incontri che lo fa un po’ Tinder. E allora vai su LinkedIn e anche lì stessa storia - strizzi gli occhi perché non vuoi crederci, che LinkedIn era una “vecchia” certezza! - e ci trovi anche le stories come un Instagram qualsiasi. Stories che parlano di stories che parlano di stories, un po’ metateatro. E allora ti fiondi a controllare Instagram, che magari è rimasto uguale e, invece no, ti ritrovi dentro a TikTok... Una bella contaminazione, anche se la parola non è proprio di buon gusto oggi. Che fare quindi? Chiudere tutto e tornare a sfogliare la carta e leggere un pezzo su una rubrica come questa che, ahinoi, si chiama Dal web? Il nostro augurio per i comunicatori del 2021 è che sappiano, aprendo occhi, cuore e mente, trovare una via che non sia solo professionale ma portatrice di un bene comune in un mondo complesso. Siamo certi che nel grande mare del digitale, troveranno questa via, pur sapendo che non sarà facile. Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare, scriveva Seneca. Ai comunicatori del 2021 auguriamo di trovare la rotta nel mare magnum del digitale.


Dal Nido all’Università solo su

solo su

univa.it

varesefocus.it

L’industria plastica varesina è ELITE

Nupi e l’apprendistato duale

Si allunga l’elenco delle imprese ELITE della provincia di Varese. Le ultime ad aver aderito al programma di Borsa Italiana, che connette le imprese a diverse fonti di capitale per accelerarne la crescita, sono state la Ilma Plastica di Gavirate e la Polyworld Systems di Gornate Olona. Due realtà con specializzazioni diverse ma appartenenti allo stesso settore: quello dell’industria plastica, tra i più radicati sul territorio e distretto industriale locale tra i più importanti a livello nazionale.

Il rapporto scuola/ lavoro del terzo Millennio si chiama Apprendistato Duale. È la convinzione di Nupi Industrie Italiane di Busto Arsizio che ha promosso questo progetto formativo in collaborazione con l’Isis Facchinetti e Ali-Agenzia per il Lavoro. “Abbiamo aderito all’iniziativa con entusiasmo – ha spiegato l’Ad Marco Genoni - perché siamo convinti che sia un nostro preciso dovere sociale, come impresa, contribuire alla formazione dei giovani.”

Focus costante sulla Scuola, da parte di Confindustria e del Vice presidente, Giovanni Brugnoli, a conferma dell’attenzione del mondo imprenditoriale verso quello dei giovani.

Continuano le attività del Gruppo Giovani Imprenditori Univa e il progetto 60’ Talking. Nell’ultimo appuntamento un confronto tra gli imprenditori sull’internazionalizzazione ai tempi del Covid.

DAL WEB

Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network

Con questa bella immagine della LIUC – Università Cattaneo auguriamo a tutti i giovani, dal Nido all’Università, un 2021 di crescita ed entusiasmo. Together and safe. 79


Dalle

DAL WEB

#ImpresediVarese

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Voglia di libertà: una selezione di post di Instagram delle imprese di Varese. L’account dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese è @generazionedindustria


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