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VARESEFOCUS 6/2022 - ottobre

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guarda al futuro


EDITORIALE

#Varese2050 NASCE PER I GIOVANI Roberto Grassi

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reare una nuova “Fabbrica del Sapere e del Saper Fare” che sorgerà in un’area ex industriale a ridosso della LIUC – Università Cattaneo e che si chiamerà Mill - Manufacturing, Innovation, Learning, Logistics. Porre i cluster industriali (sia quelli da tempo radicati nel nostro sistema produttivo, sia quelli emergenti) al centro delle politiche di sviluppo locale. Dar vita ad un ecosistema dell’innovazione che possa fare la differenza nella costruzione della modernità. Fare dei settori logistica e trasporti driver di crescita diffusa, a partire da Malpensa. Trasformare il Varesotto in una wellness destination facendo leva sulle bellezze naturali e sulle numerose eccellenze attrattive che possiamo contare sul fronte dello sport. Sono questi i cinque pilastri del Piano Strategico #Varese2050. Ne diamo ampiamente conto nel focus di apertura di questo nuovo numero di Varesefocus. In gioco c’è il riposizionamento di Varese sui binari della crescita e della competitività. E di conseguenza, la costruzione di un futuro fatto ancora di benessere economico e sociale. La sfida è complessa e richiede uno sforzo allargato in grado di coinvolgere su obiettivi, strategie

e azioni, parti sociali, politica, amministratori pubblici, centri di ricerca, Università. Il rischio che stiamo correndo è di vedere la provincia di Varese relegata ai margini delle traiettorie di sviluppo. Da Luino a Saronno, come sottolineato in un mio recente intervento sul quotidiano La Prealpina, siamo tutti sulla stessa barca. O comprendiamo i veri termini della sfida che abbiamo di fronte o ci ritroveremo vittime di noi stessi e di lotte territoriali di quartiere che non avvantaggeranno nessuno, con una polverizzazione di progetti non coordinati fra loro che porterà a sprechi di risorse e forze. Serve, dunque, un cambio di passo e una vera innovazione della rappresentanza e del governo del territorio nel suo insieme. E noi, come Confindustria Varese, ci facciamo carico di questa sfida. Come Confindustria Varese, appunto, e non più come Unione degli Industriali della Provincia di Varese (per tutti Univa). Anche il cambio del nome dell’associazione datoriale che edita questo magazine è un passaggio storico perfettamente coerente con la stessa sfida che lanciamo al territorio e che lanciamo anche a noi stessi con il Piano Strategico #Varese2050. Non possiamo, infatti, pretendere di riposizionare l’immagine della provincia di Varese a livello

nazionale e internazionale senza rimetterci in discussione. Nessuno tema, però: Confindustria Varese non perderà alcun radicamento, anzi sul territorio vogliamo investire ancora più risorse. Con nuove iniziative, con nuovi progetti, con una nuova visione. Il primo sarà la nascita di una nuova “Fabbrica del Sapere e del Saper Fare” a Castellanza. Nascerà lì il nuovo Mill - Manufacturing, Innovation, Learning, Logistics perché lì c’è da valorizzare il più importante investimento che le imprese abbiano mai fatto nella crescita del capitale umano e nell’alta formazione: la LIUC – Università Cattaneo. Nei nostri intenti e obiettivi Mill sarà ben più che una nuova sede per Confindustria Varese. Vogliamo dar vita a un trampolino di lancio di nuove progettualità che si baseranno sulle persone e sulla conoscenza, al servizio di tutto il Varesotto. Con una priorità su tutte: investire nella creazione di rinnovate opportunità per i giovani. È prima di tutto per loro che nasce il Piano Strategico #Varese2050. Buona lettura.


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guarda al futuro

SOMMARIO FOCUS

Il posizionamento di Varese nel mondo

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Il piano strategico #VARESE2050

La sicurezza di eliporti e vertiporti

L’esempio dei Paesi Baschi

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A cosa serve la stampa 3D

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Nasce MILL

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ECONOMIA Presidente: Roberto Grassi Direttore editoriale: Silvia Pagani Direttore responsabile: Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione: Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese

Progetto grafico e impaginazione: Paolo Marchetti Fotolito e stampa: Roto3 srl Via per Turbigo 11/B - 20025 Castano Primo (Mi) T. 0331 889.601 Gestione editoriale: Univa Servizi srl Via Vittorio Veneto, 8/E 21013 Gallarate (VA) - T. 0331 774.345 Pubblicità: Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345

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Mezzo secolo di Nupi

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Quando l’aerospace è questione di famiglia

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L’azienda che progetta elettrodomestici

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Irca cresce senza sosta

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Il cerchio di Lasi

INCHIESTA 37

Questa testata è associata a

Altolà agli sprechi!

FORMAZIONE 40

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Il numero è stato chiuso il 13 ottobre Il prossimo numero sarà in edicola con Il Sole24Ore il 5 dicembre 2022 “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali dell’Unione Industriali della Provincia di Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore).

SCIENZA & TECNOLOGIA

LUOGHI E BELLEZZA 54

Sulle rive del Verbano... di leggenda in leggenda

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La signora dei deserti

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L’origine dei villaggi industriali

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Una giornata a Besano

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Il turismo delle zucche

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Luce e colore: la magia di Flangini

76

La levità dello scarto

78

Sul ghiaccio varesino arriva il curling

RUBRICHE SU

CULTURA E DIGITALE

Il mondo (su misura) delle scuole professionali

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Terza pagina

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In libreria

Nasce a Saronno una fabbrica di occupazione

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Dal web

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Comunicare

UNIVERSITÀ 45

RUBRICHE SU

La logistica e la costruzione di comunità sostenibili


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FOCUS

#VARESE2050 Creare una nuova “Fabbrica del Sapere e del Saper Fare” che nascerà a fianco della LIUC – Università Cattaneo e che si chiamerà Mill – Manufacturing, Innovation, Learning, Logistics. Porre i cluster industriali al centro delle politiche di sviluppo locale. Dar vita ad un ecosistema dell’innovazione. Fare dei settori logistica e trasporti driver di crescita diffusa. Trasformare il Varesotto in una wellness destination facendo leva sulle bellezze naturali e sulle eccellenze dello sport. Sono questi i cinque pilastri del Piano Strategico #Varese2050 per la competitività del territorio presentato da Confindustria Varese e redatto insieme al Think Tank Strategique di Harvard. Obiettivo: tornare a scalare le classifiche nazionali su vari indici economici e sociali, primo fra tutti quello relativo al fermento imprenditoriale e riposizionare la provincia all’ombra delle Prealpi tra i motori d’Europa. Operazione già riuscita in passato in altre regioni del continente, come dimostra l’esempio dei Paesi Baschi


FOCUS

IL POSIZIONAMENTO DI

Varese nel mondo Paola Margnini

Responsabile Ufficio Studi Confindustria Varese

Una provincia ricca, ma disomogenea nella sua capacità di generare benessere. Densa di filiere produttive. Poco innovatrice. Polarizzata e schiacciata, a Nord, dalla Svizzera e, a Sud, da Milano. Infrastrutturata, ma bloccata dall’intensità di traffico lungo alcune arterie. Soprattutto, un’area che deve risalire la classifica nazionale del fermento imprenditoriale. Questa la fotografia del sistema economico e sociale del Varesotto che emerge dall’analisi svolta dal Think Tank Strategique nella redazione del Piano Strategico #Varese2050 lanciato da Confindustria Varese

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rima buona regola per qualsiasi Piano Strategico è capire da dove si parte. Bisogna imparare a tracciare la rotta guardandosi dentro, guardandosi indietro e guardandosi attorno. Ossia conoscersi, avere memoria di se stessi e confrontarsi. Ed è sostanzialmente quello che ha fatto la Think Tank Strategique, legata alla scuola di Michael E. Porter dell’Harvard Business School, nel costruire lo studio di posizionamento di Varese che sta alla base del Piano Strategico #Varese2050 commissionato da Confindustria Varese a favore del territorio. Ed è proprio in questo essere a favore del territorio che si

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presenta un’analisi di competitività larga, che prende in considerazione lo sviluppo in tutte le sue componenti ed asset strategici locali. A partire

dalla tradizione manifatturiera, ma non solo. Si guarda al territorio come un sistema complesso che prevede più specializzazioni, anche naturali,

FERMENTO IMPRENDITORIALE

Fonte: Strategique


INDICI DI COMPETITIVITÀ

Fonte: Strategique

sportive e si misurano le performance globali. I dati restituiscono l’immagine di una provincia: ricca, ma disomogenea nella sua capacità di generare benessere. Densa di filiere produttive, alcune delle quali arrivate ad un elevato livello di maturità. Poco innovatrice, almeno rispetto al suo effettivo potenziale. Polarizzata e schiacciata da due diverse identità: quella dell’area metropolitana milanese, da una parte, e quella del confine con il Canton Ticino, dall’altra. Infrastrutturata, ma bloccata dall’intensità di traffico lungo alcune arterie che la rendono difficilmente percorribile e, di fatto, ne isolano lo sviluppo. L’indicatore del fermento imprenditoriale fa da perno a questa lettura. Si tratta di un indicatore che viene utilizzato per misurare il dinamismo dell’ecosistema imprenditoriale della provincia di Varese. L’indice viene elaborato ed aggiornato ogni anno ed è diffuso per il tramite del progetto Italia Compete. Esso si basa su più di 25 indicatori organizzati in 5 dimensioni: sviluppo delle competenze, innovazione, tessuto industriale, performance imprenditoriali e sviluppo finanziario. “Il risultato delle analisi offre il ranking delle 50 province d’Italia più ‘in fermento’. Quelle province, cioè, che più di altre sono state in grado, nei tre anni precedenti, di supportare la nascita di startup innovative,

incoraggiare l’imprenditorialità ed accrescere la valorizzazione e l’attrazione di talenti, risorse e capitali attraverso efficaci scelte, politiche e strategie di investimento”. L’analisi svolta secondo questi parametri mostra un dato preoccupante relativo alla dinamica di sviluppo della provincia all’ombra delle Prealpi. L’allarme era già stato lanciato nell’A ssemblea Generale dello scorso anno quando Confindustria Varese aveva presentato un proprio studio che rilevava il fenomeno di lento scivolamento del territorio e la differenza tra la sensazione di ricchezza percepita e il rallentamento

Italiacompete.com riguardo all’indice del fermento imprenditoriale: “Nel 2022 Varese ha perso quattro posizioni rispetto all’anno precedente scendendo in 48a posizione tra Pavia e Piacenza e rischiando quindi di uscire dalla top 50 italiana nella prossima edizione”

reale vissuto. Il confronto fatto da Strategique con le altre provincie italiane conferma quella sensazione e mette in luce la perdita competitiva in termini di dinamismo imprenditoriale ed innovativo. Le performance dimostrate nella classifica generale dell’Indice ne sono una conferma in entrambe le edizioni passate. “Nel 2022 – si legge su Italiacompete. com – Varese ha perso quattro posizioni rispetto all’anno precedente scendendo in 48a posizione tra Pavia e Piacenza e rischiando quindi di uscire dalla top 50 italiana nella prossima edizione. Complice, nonostante il buon posizionamento in classifica del tessuto di specializzazioni industriali, un rallentamento generale in tutte le dimensioni analizzate, ma soprattutto una significativa perdita di posizioni in quelle legate alle competenze (-2), all’innovazione (-5) e soprattutto allo sviluppo finanziario (-11)”. Un’analisi che impensierisce e potenzialmente spiazza perché sposta il focus dei benchmark con i quali siamo abituati a confrontarci quando ragioniamo del solo manifatturiero. L’indice ci mette a confronto con tessuti economici con mix diversi da noi, che, però, si muovono in maniera simile. Andando a fondo nel misurare, in particolare, le performance imprenditoriali vengono analizzati nel dettaglio la creazione di posti di lavoro, l’aumento dei ricavi da parte delle imprese ed il miglioramento delle performance nel commercio con l’estero. Negli ultimi tre anni, guardando ai risultati rispetto alle altre città italiane, si assiste ad un recupero di posizioni della nostra provincia (+14), ma in misura non ancora sufficiente da farla entrare nella prima parte della classifica e restando nel 2022 ancora 61a. Varese, poi, dimostra una difficoltà a mantenere un passo di crescita abbastanza sostenuto al confronto con le altre province della Lombardia. Anche se negli ultimi anni la provincia ha guadagnato posizioni 11


FOCUS

VARESE NEL MONDO

CLUSTER INDUSTRIALI VARESINI

in termini di produttività e di valore delle retribuzioni non è, però, riuscita a correre abbastanza in termini di creazione di nuove imprese nei diversi settori, nuovi posti di lavoro e valore aggiunto complessivo. Nell’arco dello scorso triennio, poi, il territorio ha dimostrato sofferenza nell’ottenere un miglioramento nella partecipazione al mercato del lavoro. Come migliorare? Cosa si può fare per dare un boost alla crescita coinvolgendo i giovani e valorizzando chi ha un’esperienza da condividere? Come riattivare il fermento imprenditoriale? Cruciale per migliorare il nostro posizionamento è attivare un canale di scambio di conoscenze tra mondo scientifico ed imprese, potenziando la capacità innovativa. Da lì si iniettano stimoli nel sistema. Colpisce il dato rilevato da Strategique sul posizionamento in termini di brevetti, trade marker e design: 83a. Un dato che non è così basso se si guarda al solo indicatore dei brevetti (39a), ma che, in qualsiasi caso, dà la misura del potenziale miglioramento che abbiamo non tanto nella capacità di 12

innovare, quanto, sicuramente, nella tutela della nostra innovazione. Da questa constatazione prendono corpo le proposte delle linee strategiche individuate nel Piano per creare una “Fabbrica del Sapere e del Saper fare” e promuovere un ecosistema innovativo (Mill – Manufacturing, Innovation,

Anche se negli ultimi anni la provincia di Varese ha guadagnato posizioni in termini di produttività e di valore delle retribuzioni non è, però, riuscita a correre abbastanza in termini di creazione di nuove imprese nei diversi settori, nuovi posti di lavoro e valore aggiunto complessivo

Learning, Logistics) nel territorio. Così come cruciale sarà la capacità di rafforzare e far dialogare diversi cluster di specializzazione presenti in provincia. Una ricchezza, quella della densità di specializzazioni imprenditoriali, che caratterizza il nostro posizionamento, ma che va coltivata se non si vogliono perdere posizioni come è successo in termini di addetti nell’ultimo decennio. Un recupero quindi è possibile, ma va guidato e facilitato lavorando anche su due altre dimensioni: quella della logistica-trasporti che diventa uno dei driver strategici per la competitività del territorio e l’accessibilità dello stesso, lo sviluppo degli scambi commerciali ed il rilancio dell’economia. A cui si aggiunge quella della valorizzazione dell’eccellenza nello sport, le risorse naturali e la qualità della vita nel territorio per arrivare ad essere quella wellness destination capace di attirare persone e risorse in cui tutti noi vorremmo vivere il nostro futuro. Anche questo è posizionamento... della miglior qualità.


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FOCUS

IL PIANO STRATEGICO

#Varese2050

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Davide Cionfrini

Cinque linee di azione per rilanciare la competitività del territorio. Sono quelle presentate da Confindustria Varese. Obiettivo: riposizionare il Varesotto con una nuova identità basata su pochi, ma precisi pilastri. Il Presidente Roberto Grassi: “Dobbiamo ritrovare nuovo slancio nel fermento imprenditoriale”

Roberto Grassi, Presidente Confindustria Varese 14


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reare a Castellanza, in un’area adiacente alla LIUC – Università Cattaneo, una “Fabbrica del Sapere e del Saper Fare” che sia un punto di riferimento per la costruzione di nuove competenze. Porre i cluster industriali al centro delle politiche di sviluppo locale. Dar vita ad un ecosistema dell’innovazione. Fare dei settori logistica e trasporti driver strategici di competitività. Trasformare il Varesotto in una wellness destination facendo leva sulle bellezze naturali e sulla vocazione sportiva. Sono queste le cinque linee di azione che Confindustria Varese vuole mettere in campo per costruire la Varese del 2050. L’A ssemblea Generale 2022 degli industriali varesini, che si è tenuta lo scorso 3 ottobre al Centro Congressi MalpensaFiere di Busto Arsizio, è stata l’occasione per il Presidente di Confindustria Varese, Roberto Grassi, di presentare il “Piano Strategico #Varese2050 per la competitività del territorio”, realizzato insieme al Think Tank internazionale Strategique, con sede ad Harvard. A guidare lo staff dei ricercatori, il professor Fernando G. Alberti che oltre ad essere Head di Strategique è anche professore Ordinario di Economia aziendale e Direttore dell’Institute for Entrepreneurship and Competitiveness alla LIUC – Università Cattaneo di Castellanza. Un documento partito dall’analisi del posizionamento competitivo della provincia di Varese, svolta in stretta sinergia con l’Ufficio Studi di Confindustria Varese. “Dalla nostra fotografia – spiega Grassi – emerge una provincia di Varese nel complesso stabile, contraddistinta da un elevato livello di benessere, una importante ricchezza accumulata e creata nel tempo, una radicata presenza

industriale. Un posizionamento, però, che Varese fa sempre più fatica a mantenere. Se ci paragoniamo alle altre province del Paese a noi simili per struttura economica e sociale, il nostro risulta sempre più essere un territorio a forte rischio di immobilismo competitivo”. Da una parte i punti di forza, del territorio: il benessere economico e sociale; la posizione strategica tra Europa centrale e meridionale; la dotazione infrastrutturale; la tradizione manifatturiera; la presenza di importanti cluster storici; l’emergere di nuove specializzazioni; la presenza di brand internazionali e importanti multinazionali; Malpensa; l’elevata propensione all’export; la concentrazione di settori ad alto contenuto tecnologico; l’alta produttività del lavoro; la vocazione sportiva. Dall’altra, però, le sfide enormi che Varese dovrà affrontare, tutte legate ai punti deboli di una provincia che si svuota, invecchia, innova meno di quanto potrebbe, manca di fermento imprenditoriale, perde competitività, erode ricchezza accumulata.

Le cinque linee strategiche di #Varese2050: creare una “Fabbrica del Sapere e del Saper Fare”, porre i cluster industriali al centro delle politiche di sviluppo locale, dar vita ad un ecosistema dell’innovazione, fare dei settori logistica e trasporti driver strategici di competitività, trasformare il Varesotto in una wellness destination Come fare leva sui primi per compensare i secondi e riposizionare il territorio sui binari competitivi di una crescita economica e sociale nei prossimi anni? Secondo il Presidente Grassi “la nuova identità di Varese deve essere basata su pochi ma precisi pilastri. Elementi che la rendano riconoscibile nel Paese e nel mondo per i suoi cluster industriali, le sue startup e la sua capacità di innovazione, la sua logistica, il suo sport e il suo turismo”. È sulla base di questa convinzione, emersa con forza anche dalle analisi di Strategique, che Confindustria Varese ha costruito le cinque macrolinee su cui intervenire attraverso il Piano Strategico #Varese2050. “Un piano – precisa il Presidente Grassi – che non si limita a tracciare scenari di lungo periodo, ma che già contiene azioni di dettaglio, indicatori per il monitoraggio degli obiettivi. Pronto, dunque, per essere portato subito ad esecuzione”. Soprattutto, un piano che Confindustria Varese non ha costruito da sola: “Abbiamo ascoltato tutti i 15


FOCUS

#VARESE2050

nostri stakeholder del territorio”, spiega Grassi. “Amministratori pubblici, Università, sindacati, imprenditori, funzionari della stessa associazione imprenditoriale, giornalisti, sistema finanziario. Soprattutto abbiamo ascoltato i giovani. Sono stati più di 100 i partecipanti coinvolti in quest’ampia opera di ascolto allargata attraverso workshop e interviste. La sfida ora è realizzare il progetto tutti insieme”. Obiettivo: “Dotare Varese di una strategia di riposizionamento capace di rimettere a sistema e valorizzare le forze del territorio e ritrovare lo slancio in quel fermento imprenditoriale che ha fatto le fortune delle nostre comunità”. Da qui le cinque linee di intervento che Confindustria Varese indica nel Piano Strategico per risalire la china della competitività. STRATEGIA #1: costruire una “Fabbrica del Sapere e del Saper Fare” che sia una cabina di regia di competenze e servizi per talenti, giovani, startup, imprese e cluster. Un acceleratore di imprenditorialità da cui ripartire. “L’area dove realizzarla – spiega il Presidente Grassi – è già stata individuata e da poco è diventata di proprietà di Confindustria Varese. Si trova a Castellanza, in una ex area industriale contigua alla LIUC – Università Cattaneo. Si chiamerà Mill – Manufacturing, Innovation, Learning, Logistics. E ospiterà spazi di creazione e incubazione di startup, nuove strutture per corsi Its, nuovi servizi per le imprese e la nuova sede di Confindustria Varese”. STRATEGIA #2: mettere i cluster industriali al centro delle strategie di sviluppo del territorio, rinforzando le specializzazioni esistenti, costruendo sulle specializzazioni emergenti e promuovendo la contaminazione tra settori. 16

LA STRATEGIA COMPETITIVA

“Per Varese – precisa Grassi – questo significa puntare sulla sua massima specializzazione industriale: il cluster aerospaziale. Ma siamo e dobbiamo rimanere un tessuto produttivo multisettoriale. Una buona politica di sviluppo locale deve rinforzare anche le altre specializzazioni industriali radicate sul territorio: meccanica, tessile, occhialeria, plastica, chimica, farmaceutica. E far leva sulle nuove specializzazioni emergenti: tecnologie informatiche e logistica”. STRATEGIA #3: costruire l’ecosistema dell’innovazione, favorire la creazione di startup attorno alle specializzazioni del territorio, promuovendo una diffusa cultura della brevettazione e attraendo investitori e capitali a supporto. “Sono ancora troppo poche – denuncia il Presidente di Confindustria Varese – le startup innovative in rapporto alle imprese esistenti ed al numero di addetti del territorio. È fragile anche l’ecosistema dell’innovazione in termini di disponibilità di strutture, servizi, operatori dedicati e risorse. Ci mancano gli strumenti per supportare e trattenere idee di business e talenti”.

STRATEGIA #4: fare di logistica e trasporti (e con essi Malpensa) i driver strategici per la competitività del territorio e l’accessibilità allo stesso, lo sviluppo degli scambi commerciali e il rilancio dell’economia. Per Grassi “è cruciale lavorare alla creazione di un cluster della logistica con un’azione corale di istituzioni e parti sociali. Tutti insieme. Come abbiamo fatto nei mesi scorsi in occasione del Master Plan 2035 di Malpensa. E, più in generale sul fronte infrastrutture, occorre lavorare per rendere più accessibile e attrattivo il territorio”. STRATEGIA #5: diventare una “wellness destination”, valorizzando l’eccellenza dello sport, le risorse naturali e la qualità della vita del territorio. “Dobbiamo rendere visibile all’esterno il nostro rebranding. Anche in questo caso – è il pensiero di Grassi – attori economici, sociali e istituzioni devono lavorare insieme in maniera coordinata. Valorizzando quanto sin qui già fatto e sforzandosi di integrarlo. Penso a quanto avviato in questi anni dalla Camera di Commercio con vari progetti, non ultimo quello della Sport Commission”.


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FOCUS

L’ESEMPIO DEI

Paesi Baschi Francesca Cisotto

Da una parte, nella regione iberica il punto di partenza è stato il Governo locale, dall’altra, a Varese, vuole esserlo il mondo imprenditoriale, ma la sfida dei due Piani Strategici è la stessa: stringere una sinergia tra pubblico e privato in grado di costruire una resilienza duratura e una crescita continua nel medio-lungo periodo. L’obiettivo? Generare valore a tutti i livelli per sviluppare innovazione, benessere e occupazione portando il territorio ad un più alto livello di competitività. Ecco come l’area autonoma al Nord della Spagna può essere un modello a cui la provincia di Varese si può ispirare

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l Pil pro capite ha superato i 34mila euro, con un aumento di oltre il 13% rispetto ai 30mila del 2014. Mentre la percentuale della popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale è scesa al 14,4%, uno dei livelli migliori in Europa. Sono alcuni dei dati che hanno portato i Paesi Baschi ad attestarsi tra le posizioni migliori nelle classifiche economiche e sociali del continente: in particolare, l’area a Nord della Spagna si è classificata al 29° posto su 218 regioni dell’Unione Europea sia per Pil pro capite sia per indice di povertà. Senza dimenticare la quota di esportazioni, che secondo gli ultimi dati disponibili (2019) costituisce il 33% del Pil regionale e l’occupazione in Ricerca&Sviluppo che ha raggiunto una quota del 2,06%, posizionando i Paesi Baschi

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al 21° posto. Risultati, questi, frutto di un lavoro sinergico tra Governo regionale, imprese e cluster di ricerca, ma più precisamente di un vero e proprio Piano Strategico di crescita applicato alla Regione autonoma di Euskadi, meglio conosciuta come Paesi Baschi. Un piano di ridisegno competitivo territoriale nell’area Nord della Spagna, non per niente identificato come un caso di successo in diversi prestigiosi studi, come quelli condotti dall’Ocse, l’Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico. Ma cosa significa essere tra le prime regioni d’Europa per Pil pro capite? Come si scala la classifica europea sull’indice di povertà attestandosi tra le prime posizioni su 218 regioni? Cosa vuol dire per un

Paese essere un esempio di successo fino a diventare un caso di studio nelle Università più prestigiose al mondo? Perché investire sulla competitività impegnando attori sociali a tutti i livelli? Che potenzialità ha tutto questo? Lo spiega Mari Jose Aranguren, professoressa e Direttore generale di Orkestra, l’Istituto di ricerca dei Paesi Baschi volto, appunto, a migliorare la competitività e il benessere della Regione: “Siamo stati in grado di affrontare con successo la crisi finanziaria del 2008 grazie all’esperienza e alle capacità sviluppate nei tre decenni precedenti. Quella che è stata attuata a partire dal 1980, anno in cui è stato creato il nuovo Governo regionale autonomo dei Paesi Baschi, è una strategia territoriale che ha permesso di costruire una resilienza


duratura e ha generato continui miglioramenti nei risultati economici e sociali. La collaborazione che si è creata tra la nuova classe politica, le realtà imprenditoriali e i centri di ricerca ha avuto ricadute su tutto il territorio, principalmente in termini di valore economico, benessere e occupazione. Il fine ultimo è quello di sviluppare, attraverso l’innovazione e la cooperazione, una competitività territoriale inclusiva”. Quello di cui parla il Direttore Aranguren, tema fra l’altro condiviso anche con gli imprenditori varesini e gli oltre 600 ospiti presenti all’A ssemblea Generale di Confindustria Varese dello scorso 3 ottobre, non è un progetto di semplice attuazione, ma rappresenta un modello a cui ispirarsi: una vera e propria strategia di azione cadenzata da obiettivi da raggiungere nel tempo, metriche per misurare i risultati e risorse da impiegare. Esattamente

il metodo che vuole adottare “#Varese2050”, il Piano Strategico per la competitività del territorio, realizzato da Confindustria Varese insieme al Think Tank internazionale Strategique, con sede ad Harvard. La differenza tra i due approcci sta più che altro nella governance. Il Piano Strategico varesino prende le mosse dal mondo imprenditoriale e dal suo sistema di rappresentanza. Quello basco, invece, ha preso avvio dal Governo regionale per poi coinvolgere le aziende e le organizzazioni intermedie, come associazioni, cluster e agenzie di sviluppo locale. Attori la cui collaborazione favorisce la competitività, certamente, ma più nel dettaglio, l’internazionalizzazione, lo sviluppo di competenze e di progetti tecnologici. “Si tratta di associazioni in grado di aiutare le imprese a raggiungere un più alto livello competitivo, proprio come fa

Mari Jose Aranguren, Direttore di Orkestra: “La collaborazione tra la nuova classe politica, le realtà imprenditoriali e i centri di ricerca ha avuto ricadute su tutto il territorio principalmente in termini di valore economico, benessere e occupazione. Il fine ultimo è quello di sviluppare, attraverso l’innovazione e la cooperazione, una competitività territoriale inclusiva” Mari Jose Aranguren

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FOCUS

PAESI BASCHI

La capitale basca, Vitória Gasteiz

Confindustria Varese con il settore aeronautico, ad esempio, attraverso il Lombardia Aerospace Cluster”, spiega Aranguren: “Noi ne abbiamo uno automobilistico e un altro dedicato alle macchine utensili, oltre alla trentina di agenzie di sviluppo locale, che lavorano a stretto contatto con le Pmi per migliorare le loro innovazioni e sviluppare la formazione. È molto importante poi collegare le imprese e le loro esigenze con le Università e i Centri di formazione attraverso dei programmi studiati ad hoc affinché gli studenti si approccino proprio a quelle competenze specifiche di cui hanno bisogno le realtà manifatturiere”. Una sinergia, questa, che permette di rispondere ad una doppia esigenza: dare al mercato talenti preparati e generare nuovi posti di lavoro. Formazione, dunque, ma anche crescita demografica, trasporti e mobilità sostenibile, innovazione industriale, transizione digitale, energetica e climatica. Questi i temi individuati come punti chiave della strategia per sviluppare nuove attività, nuove possibilità di lavoro e nuove progettualità. Per quanto riguarda gli asset, invece, la regione basca si è concentrata molto sugli investimenti in infrastrutture Ict (Information and Communications Technology), ad alto livello tecnologico. Un altro degli asset principali è stato l’aggiornamento delle competenze necessarie e quindi un allineamento 20

delle skill in base alle priorità definite dalla strategia. Tra le altre strade battute, quella delle innovazioni non tecnologiche sviluppando vari programmi in aiuto a piccole e medie imprese. Senza dimenticare la riorganizzazione del network “Scienza, Tecnologia e Innovazione” per lavorare sempre più in sinergia alle aziende e ai mercati. L’obiettivo: individuare le aree e le attività a cui dare priorità non solo nella manifattura, ma anche in ambito di energia pulita e rinnovabile, bioscienze, industria alimentare, economia circolare, e ancora, nelle attività creative e culturali. Ora la sfida per il futuro dei Paesi Baschi si chiama “Euskadi 2040: Competitività per il benessere”. Un nuovo piano che va ad aggiungersi alla strategia regionale attuata finora con l’obiettivo di non perdere il posizionamento raggiunto in questi anni. Tra le sfide quelle di integrare le transizioni di oggi come quelle energetico-ambientale e tecnologico-digitale; orientare le attività economiche, scientifiche e tecnologiche verso transizioni sostenibili; promuovere l’innovazione nel settore pubblico e l’innovazione sociale; aumentare quella che viene definita “ambidestrezza” delle imprese. Senza tralasciare la necessità di garantire la sostenibilità economica del modello di welfare e dei servizi pubblici di qualità costruiti fino ad oggi, attraverso la

disponibilità di occupazione e di un reddito adeguato per tutti, favorendo l’adattamento delle capacità (personali e istituzionali) alle sfide del futuro. Diventare un punto di riferimento a livello internazionale ed essere aperti al mondo condividendo conoscenze, finanza e capitale umano, ma sempre in maniera responsabile e mantenendo l’unicità del territorio. Ecco allora le linee strategiche per i territori che cercano di costruire uno sviluppo economico resiliente a lungo termine: rafforzare gli attori economici e sociali; assumersi i necessari rischi dando priorità ad attività specifiche e investendo nelle relative capacità; concentrare l’attenzione sui punti di forza per approfondirli e diversificarli.

Ora la sfida per il futuro dei Paesi Baschi si chiama “Euskadi 2040: Competitività per il benessere”: un nuovo piano che va ad aggiungersi alla strategia regionale attuata finora con l’obiettivo di non perdere il posizionamento raggiunto in questi anni


Da BPER e CDP 250 milioni a Mid-Cap e Pmi grazie ai Basket Bond Prima operazione di Basket Bond in Europa a beneficiare del sostegno del Fondo paneuropeo di Garanzia (FEG)

informazione pubblicitaria

A

quasi un anno dalla nascita della Direzione Corporate & Investment Banking, BPER Banca rilancia la propria capacità di sostenere le imprese italiane attraverso lo sviluppo di soluzioni innovative attivate grazie al contributo della nuova Direzione. È stato infatti lanciato il nuovo programma di Basket Bond del valore di 250 milioni di euro promosso da BPER Banca e Cassa Depositi e Prestiti (CDP) per sostenere i piani di investimento e crescita delle imprese italiane di piccole e medie dimensioni anche attraverso strumenti di finanza alternativa. È la prima volta che un piano di Basket Bond beneficia della garanzia del Fondo Europeo di Garanzia (FEG). Nel dettaglio, BPER Banca e CDP investiranno in minibond emessi da quelle imprese che intendono finanziare la propria crescita utilizzando un canale alternativo a quello creditizio tradizionale. Uno strumento caratterizzato da una durata più lunga rispetto alle tradizionali scadenze tipiche del credito bancario tradizionale, da regole meno stringenti sul fronte delle garanzie e da interessi ridotti grazie anche al sostegno del FEG. Supportare i progetti delle imprese italiane, affiancando a soluzioni tradizionali anche modalità innovative

di accesso ai mercati, è uno degli obiettivi della Direzione Corporate & Investment Banking. BPER ha racchiuso in un unico centro di responsabilità le migliori competenze corporate di Gruppo e le migliori capacità di strutturazione e di advisory al fine di sviluppare ulteriormente il proprio posizionamento nei confronti della clientela corporate. Il nuovo programma di basket bond è un esempio della capacità di realizzare soluzioni innovative e della capacità di coinvolgere le aziende clienti. Il poter assistere i progetti di crescita, affiancando a consolidate capacità di relazione anche competenze specialistiche in ambito di Equity and Debt Capital Markets, Acquisition e Project Finance, M&A Advisory, rappresenta un modello di offerta che ad oggi risulta vincente e che può incontrare il favore delle SME e MID Cap italiane che possono avere l’opportunità di accedere a prodotti e servizi tradizionalmente riservati a imprese di grosse dimensioni. La Direzione CIB di BPER Banca, guidata da Marco Mandelli, conta oggi più di 100 professionisti attraverso anche l’inserimento di nuovi profili dal mercato e con importanti obiettivi di crescita nel prossimo futuro, all’interno della progettualità del Piano Industriale 2022-2025, presentato lo scorso giugno.


FOCUS

NASCE

MILL Davide Cionfrini

Una cabina di regia di competenze e servizi per talenti, giovani, imprese e cluster. Un acceleratore di imprenditorialità da cui ripartire. Un centro in grado di collaborare, senza sovrapposizioni, con i più prestigiosi hub dell’innovazione lombardi, nazionali e internazionali. Una sede per la nuova Confindustria Varese, per corsi Its e per un incubatore di startup. Ecco cosa sarà Mill – Manufacturing, Innovation, Learning, Logistics. Pronto a sorgere di fianco alla LIUC – Università Cattaneo

M

anufacturing, per richiamare il tessuto imprenditoriale a trazione manifatturiera. Innovation, perché l’obiettivo è di creare un ecosistema dell’innovazione e per le startup. Learning: per far leva sulla crescita delle competenze e della conoscenza attraverso il sistema universitario e l’asset strategico per eccellenza del sistema industriale varesino rappresentato dalla nostra LIUC – Università Cattaneo. Logistics: per fare delle infrastrutture, delle imprese del trasporto e del sistema logistico in generale, a partire da Malpensa, uno dei principali driver di sviluppo del territorio. Sarà l’acronimo Mill – Manufacturing, Innovation, Learning, Logistics a dare il nome alla “Fabbrica del Sapere e del Saper Fare” che Confindustria Varese realizzerà nei prossimi anni

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a Castellanza, in un’area adiacente alla LIUC, dall’altra parte del fiume Olona. Una zona da tempo relegata ad una dimensione di archeologia industriale, che ha fatto la storia della manifattura del Varesotto e non solo: l’ex Cotonificio Cantoni. È lì che sorgerà nei prossimi anni, come spiega il Presidente degli industriali varesini, Roberto Grassi “una cabina di regia di competenze e servizi per talenti, giovani, startup, imprese e cluster. Un acceleratore di imprenditorialità da cui ripartire”. Come dire: costruire il futuro sulle basi di un passato che si fa presente. Simbologia e concretezza

si incrociano in un’operazione ambiziosa. Per dirla alla Grassi: “Qui, tutto parte e nasce dall’industria”. L’area è da poco diventata proprietà di Confindustria Varese: “Creeremo un luogo che possa ospitare spazi per la creazione e incubazione di startup e di nuova imprenditorialità, nuove strutture per corsi Its, nuovi servizi per le imprese e una nuova e unica sede di Confindustria Varese”. Esempi concreti di utilizzo di un’area che ambisce a diventare “il pivot per l’intero Piano Strategico #Varese2050”. Non a caso la sua realizzazione è stata posta come prima azione da portare avanti nel progetto lanciato da Confindustria Varese per il rilancio competitivo di tutto il territorio: “Mill non sarà solo un centro di costruzione della competitività del Varesotto, ma agirà da motore di sviluppo e sarà allo stesso tempo un luogo simbolo del riposizionamento della provincia.


L’Assemblea Generale di Confindustria Varese

Un luogo di contaminazione di idee, di sperimentazione di progettualità, di accompagnamento allo sviluppo imprenditoriale, di supporto alla crescita d’impresa”. Il Piano Strategico Varese2050, scaricabile sul sito www.univa.va.it, mette bene nero su bianco intenzioni e filosofia dell’operazione che, nella visione di chi l’ha pensata, “consentirà di ottenere, da un lato, una maggiore sinergia tra Confindustria Varese e la LIUC – Università Cattaneo, voluta e controllata dagli stessi industriali varesini”. Come la normale prosecuzione di un investimento e un percorso intrapreso 30 anni fa con la nascita dell’ateneo, dunque. “Dall’altro, permetterà di sviluppare un vero e proprio ecosistema di servizi a supporto delle startup e delle imprese già consolidate che possa diventare un punto di riferimento per tutto il territorio in termini di competenze, servizi e infrastrutture”. C’è chi, nei giorni seguenti l’annuncio della creazione di Mill, ha parlato sui media online delle province limitrofe di una “sfida lanciata a ComoNexT e Kilometro

Rosso”, come ha titolato la testata “Comozero”. In realtà è stato lo stesso Presidente Roberto Grassi a precisare, sulle colonne del quotidiano “La Prealpina”, che con Mill Confindustria Varese vuole “creare un polo che non si sovrapponga ai centri di innovazione già esistenti e a noi vicini, ma che con questi centri possa interfacciarsi e cooperare per creare nuove opportunità. Pensiamo a ComoNexT, al Mind di Milano, al Kilometro Rosso di Bergamo. E senza dimenticare le importanti sinergie che possiamo mettere in campo con la stessa Università dell’Insubria”. Il no a campanilismi, sovrastrutture, sovrapposizioni e inutili concorrenze è netto: “Mill vuole essere una porta di accesso di competenze internazionali al servizio di tutto il Varesotto e oltre. Le imprese non ragionano più per confini amministrativi”. Anche per questo tra gli obiettivi che il Piano Strategico #Varese2050 si pone con la creazione di Mill c’è quello, come si legge nel documento, di “progettare ed erogare servizi a supporto della nascita di startup e

dello sviluppo di imprese e cluster, anche in partnership con altre realtà di eccellenza di territori vicini e con gli hub internazionali dell’innovazione”. Altra sfida è quella di “allineare contenuti e programmi della formazione (accademica, tecnica e professionale) alle esigenze delle imprese, sviluppando competenze tecniche, professionali, manageriali e imprenditoriali a supporto dei cluster”. Tutto è studiato nei dettagli. Anche lo stesso logo. Con quella “M” stilizzata come una fabbrica. Del sapere e del sapere fare, appunto. Mill, in inglese. E poi la “I” e la doppia “L” che, “con una verticalità crescente” richiamano un “villaggio industriale” e “il senso della crescita economica e della proiezione al futuro”. Un futuro fatto di “innovazione, apprendimento e logistica”. E, inevitabilmente, manifattura. Pilastri “che rendono unica la provincia di Varese rispetto agli altri territori”. E proprio per questo in grado di dare al territorio un’identità riconoscibile nel contesto regionale, nazionale e internazionale. 23


ECONOMIA

MEZZO SECOLO

di Nupi Alessia Lazzarin

È la storia di un’impresa manifatturiera bustocca che è soppravvissuta a tutte le crisi degli ultimi quindici anni perché ha saputo diversificare la produzione, la gamma dei prodotti e i mercati. Solo negli ultimi sette anni ha investito 45 milioni di euro in macchinari all’avanguardia e in immobili, sia in Italia, sia negli Usa, per ampliare ulteriormente la propria produzione

‘‘S

iamo soppravvisuti a tutte le crisi degli ultimi quindici anni perché abbiamo saputo diversificare la nostra produzione, la gamma dei prodotti e i mercati. Abbiamo sempre investito senza mai fermarci”. È il segreto, secondo Marco Genoni, Amministratore Delegato della Nupi Industrie Italiane di Busto Arsizio, per arrivare a festeggiare cinquant’anni di attività. Per l’impresa bustocca a determinare questo traguardo è stata una visione di lungo raggio. “Nel 2001 abbiamo aperto la produzione anche negli Stati Uniti – afferma l’Ad –. All’inizio è stato difficile ma adesso fatturiamo 50 milioni di dollari all’anno”. Oggi, Nupi, è una realtà di successo internazionale. Ma la storia dell’azienda inizia da più lontano. Gli esordi risalgono al 1960, quando il bustocco verace (così

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lo definiscono in azienda), Luigi Genoni, classe 1936, ha un’intuizione imprenditoriale. Muove i primi passi come venditore nel settore delle tubazioni in Pvc per l’edilizia. “Accompagnare gli imprenditori in giro per l’Italia durante lunghe trasferte: è stata questa la prima esperienza lavorativa di mio papà”, racconta il figlio Marco. Durante i soggiorni in Romagna, Genoni si accorge che il destino della plastica imolese è sull’orlo di un baratro. Ma per l’imprenditore bustocco quel mercato è pronto a regalare grandi soddisfazioni. Così, nel 1972, insieme ad alcuni amici, rileva l’azienda in cui lavorava come dipendente. Nel 1978 costruisce un capannone di 3.200 metri quadrati e riunisce una quindicina di persone. È il primo stabilimento di Nupi Spa, a Imola e produce tubazioni in polietilene per acqua e gas in pressione. L’azienda,

in poco tempo, amplia la gamma di prodotti. Intanto, a Busto Arsizio, nasce l’impianto di Geco System Spa per la produzione di raccordi, ovvero gli elementi di giunzione per i tubi. Le due società crescono molto. “Nupi del +25%, Geco System del +30% – ricorda l’Amministratore Delegato –. Tra il 1998 e il 2010 le aziende promuovono con successo oltre 10 sistemi per il trasporto dell’acqua e del gas in pressione e 3 nuovi sistemi che sfruttano le energie rinnovabili”. Nel 2008 avviene la fusione delle due realtà in Nupigeco. “L’obiettivo era dar vita ad un’unica azienda, flessibile, all’avanguardia e pronta a mettersi in gioco per soddisfare le esigenze del mercato nel pieno rispetto dell’ambiente”. È nel 2015 che subentra la Nupi Industrie Italiane. Un’impresa manifatturiera presente in tutto il mondo che progetta e realizza tubi


e raccordi in materiale plastico che servono per trasportare acqua calda e fredda, gas, petrolio, benzina e prodotti chimici. “Ogni anno produciamo 25.000 tonnellate di tubi – afferma l’Ad Genoni –. Nupi è presente, con i suoi stabilimenti, a Busto Arsizio, Castelguelfo di Bologna, Imola, Houston (Texas) e Early Branch (South Carolina)”. L’azienda lavora sempre, 365 giorni l’anno, 7 giorni su 7 e h24. I dipendenti in tutta Italia sono 320, di cui 200 nel territorio varesino. Negli Usa, invece, sono 85. È un’impresa flessibile, reattiva e innovativa. “Ci tengo a precisare – sottolinea l’Amministratore Delegato – che l’ingrediente in assoluto più importante della ricetta di mio padre è costituito dalle persone che lavorano con noi. Sono loro la nostra vera forza, il motore che ci permette di affrontare le sfide del mercato e di continuare a crescere e migliorare ogni giorno”. I risultati di quest’anno, in controtendenza rispetto alle criticità socio-economiche che stanno investendo il Paese, sono positivi. “Nel 2022 il fatturato stimato in Italia è di 110 milioni di euro”. Frutto anche dei tanti investimenti fatti nel corso del tempo. “Negli ultimi sette anni abbiamo investito 45 milioni di euro”, continua l’Ad. Puntando su attrezzature e macchinari all’avanguardia e su immobili, sia in Italia, sia negli Usa. “L’obiettivo è di ampliare la capacità produttiva ma anche allargare i nostri spazi per ospitare nuovi impianti e prodotti”. Per il futuro la parola d’ordine è sempre la stessa: investimenti. “Recentemente abbiamo impiegato ulteriori 5 milioni in nuovi macchinari tecnologicamente avanzati”. Ma non solo. Particolare attenzione è rivolta anche alla sostenibilità: “Nel 2010 è stato istallato un impianto fotovoltaico e l’anno scorso abbiamo raddoppiato la nostra capacità – chiosa l’Amministratore Delegato –. L’ambizione è di avere zero scarti di produzione: ricicliamo e riutilizziamo i materiali che un tempo portavamo in discarica”. 25


ECONOMIA

QUANDO L’AEROSPACE È QUESTIONE

di famiglia Chiara Mazzetti

Da impresa “casa-bottega” a fornitrice di componenti di alta specializzazione per aziende nazionali ed internazionali di punta del comparto aeronautico, aerospaziale e della difesa. Nei suoi primi 50 anni di vita la Merletti di Arsago Seprio ha saputo innovare, di generazione in generazione, stando al passo con il mercato e, in alcuni casi, anticipandolo

T

utto è partito da una impresa familiare, le cosiddette “casabottega”, da due genitori appassionati, una figlia di appena quattro anni, un tornio pagato a rate e tanti sogni nel cassetto da realizzare. Da quel 1972 è trascorso mezzo secolo, l’azienda si è espansa fino ad arrivare a comprendere 50 collaboratori, su un’area di 2.800 metri quadri, passando dal settore della meccanica di precisione a quello dell’aeronautica, dell’aerospazio e della difesa. Questa è la storia della Merletti Aerospace di Arsago Seprio, impresa specializzata nella realizzazione conto terzi di componenti di alta specializzazione: “Tra la prima e la Seconda Guerra Mondiale, nei capannoni dove ora

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c’è il Museo del Volo di Volandia, sorgevano le Officine Aeronautiche Caproni. È proprio lì che nostro nonno paterno, abile falegname, scolpiva e creava le parti strutturali per i velivoli che, allora, non erano in

metallo ma in legno e tela”, racconta Ruggero Merletti, Accountable Manager aziendale, seconda generazione, entrato a far parte dell’impresa di famiglia insieme alla sorella Sabrina nel 1995. E sono state


proprio la passione e le competenze di nonno Luigi a muovere, di generazione in generazione, l’incessante progresso tecnologico della Merletti. Prima contagiando il figlio Gianluigi e la nuora Narcisa e, qualche anno più tardi, anche i nipoti che, volendo seguire il sogno di famiglia, hanno deciso di abbandonare il “posto fisso”: “Sia io che mio fratello avevamo, all’epoca, impieghi nel settore pubblico – spiega la Sales Director, Sabrina Merletti –, eppure abbiamo entrambi scelto di salire su quel treno in corsa lanciato verso il futuro, carico di tanti progetti. Sentivamo che era giunto il momento di dare il nostro contributo”. Da lì la svolta in direzione del settore aeronautico, cresciuto in maniera esponenziale dalla metà degli anni ‘90 e arrivato, attualmente, ad essere il prevalente impegno nelle attività di produzione e progettazione in supporto ai Prime nazionali ed internazionali. Dall’ala fissa alla rotante, dai sistemi di difesa ai satelliti, la Merletti Aerospace produce componenti che vanno da singole unità o prototipi ad assiemi complessi per clienti in tutta Italia, Europa, Stati Uniti e Svizzera. Certificata Iso9001 e dal 2006 En9100, nel 2018 l’azienda arsaghese è entrata a far parte dell’elenco di imprese di produzione approvate a livello europeo da Easa (European Union Aviation Safety Agency) e a livello nazionale da Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) oltre ad essere titolare

della licenza Tulps (Testo Unico della legge di pubblica sicurezza) per la fabbricazione di materiale destinato all’equipaggiamento di Forze Armate e di Polizia. Merletti Aerospace è, inoltre, membro di Aiad (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio la Difesa e la Sicurezza) e, dall’anno della sua fondazione nel 2009, del Lombardia Aerospace Cluster, un sistema integrato di imprese, Università e centri di ricerca, dotato di competenze tecnologiche e capacità scientifiche d’avanguardia. “È per noi motivo di grande orgoglio far parte di una squadra in cui crediamo fortemente e per cui combattiamo in prima linea praticamente tutti i giorni. Il cluster lombardo fortifica e garantisce il senso di appartenenza ad un gruppo strutturato e completo”, precisa Sabrina Merletti. Sul versante degli investimenti strutturali, Merletti ha, nel tempo, ampliato il parco macchine con nuovi impianti, sistemi gestionali, anche in ottica di Industry 4.0 favorendo l’interconnessione uomo-macchina. Ma sono gli investimenti in risorse umane il punto forte su cui l’impresa ha scelto di mirare: “Crediamo molto nell’aspetto educativo dei ragazzi, nella formazione sul campo. Da anni aderiamo al progetto Pmi Day dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese (da poco Confindustria Varese, ndr), pensato per presentare ai ragazzi delle scuole medie l’attività del mondo

manifatturiero. Collaboriamo poi con le scuole tecniche del territorio (Aslam, Fondazione Its, Iis Ponti, Iis Keynes) nell’alternanza scuola-lavoro organizzando diversi stage aziendali e anche con il Politecnico di Milano”, racconta Nadia Pirolo, moglie di Ruggero e Responsabile delle Risorse Umane. A parlare, infine, dei progetti futuri dell’azienda è il Responsabile Amministrativo Ivan Zingaro, cugino di Sabrina e Ruggero, in Merletti da 10 anni: “Il nostro principale obiettivo è ottimizzare e verticalizzare l’offerta dei nostri prodotti, per renderli ‘chiavi in mano’. Abbiamo implementato un impianto di controlli non distruttivi a Somma Lombardo, che prenderà avvio entro dicembre. Gli impianti sono in corso di certificazione dal punto di vista dei processi ed entro il secondo trimestre del 2023 l’obiettivo che ci siamo posti è di ottenere la certificazione Nadcap, indispensabile per operare in campo aeronautico. Stiamo anche pensando ad un ampliamento del comparto industriale di Arsago in ottica green, per ottenere uno stabilimento che abbia un minor impatto sull’ambiente e rendere l’azienda meno energivora. L’idea è: risparmiare da una parte per poi investire e continuare ad innovare”.

Sopra, alcuni dei prodotti di Merletti Aerospace. Nella pagina a fianco uno scatto storico con Luigi Merletti 27


ECONOMIA

L’AZIENDA CHE PROGETTA

elettrodomestici Francesca Cisotto

Bosch, Beko, Electrolux, Whirlpool, ma anche l’italiana Cannon, o ancora, le tedesche Ego Controls e Rehau. Questi alcuni dei nomi dal calibro internazionale per cui lavora da 25 anni la Ae Srl Appliances Engineering di Gavirate. È partito tutto nel 1997 dall’idea coraggiosa di Giacomo Luzardi: reinventarsi a capo di una realtà di outsourcing per l’industria del bianco. Oggi, insieme alla figlia Federica, guida una realtà capace di andare oltre i confini sia in termini geografici sia di settore rivolgendosi alle case di arredamento ma anche di design e di yacht

R

isponde a clienti che arrivano da tutto il mondo, dalla Germania fino all’India passando per l’Uzbekistan. Copre un raggio d’azione globale grazie a solo una ventina di addetti ingegneri che, dal connubio tra elettrodinamica e design, fanno nascere frigoriferi e più in generale elettrodomestici richiesti dalle case del bianco più famose al mondo. Porta con sé un’esperienza di oltre 200 progettualità per più di 100 clienti. È la Ae Srl Appliances Engineering, un’azienda di Gavirate, attiva nel settore dell’elettrodomestico, che ha recentemente festeggiato 25 anni di attività, tutti spesi al fianco di leader del calibro di Whirlpool, Electrolux e Bosch, per citare solo alcuni nomi. Altri esempi di

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collaborazioni importanti sono quelle con grossi produttori di impianti come la multinazionale italiana Cannon e con le famose case di componentistica e materiali, come le tedesche Rehau ed Ego Controls. Senza dimenticare i rapporti sinergici che l’impresa tiene anche con gli Istituti Internazionali come quello di certificazioni di sicurezza Ul International. Dalla produzione di articoli di alta gamma per l’arredo di lusso ai servizi di assistenza in ambito di termodinamica fino a progettualità da integrare a prodotti già in commercio. Queste le attività principali che ha sviluppato l’impresa in questi primi 25 anni. Un quarto di secolo che, come sottolinea la Ceo Federica Luzardi, Ae ha raggiunto “senza mai perdere il suo approccio innovativo, la sua flessibilità, la sua

empatia nel comprendere le richieste dei clienti, ma, soprattutto, senza perdere la passione, nemmeno nei momenti più difficili. Dai primi passi come una piccolissima realtà che cercava di farsi conoscere a livello internazionale, Ae è arrivata a sviluppare grandi progetti e a collaborare con i principali attori di un settore complesso e in continua evoluzione”. Quella guidata da Federica Luzardi, infatti, è un’impresa familiare nata nel 1997, da un’idea del padre, Giacomo Luzardi, ancora oggi mente e cuore pulsante di Ae, che, da progettista meccanico a direttore di stabilimento in un’altra azienda, ha deciso in quegli anni di reinventarsi aprendo quella che oggi è una realtà varesina ricercata soprattutto da clienti stranieri. L’obiettivo: portare la filosofia


dell’outsourcing, già ben conosciuto nel settore dell’automotive, anche in quello degli apparecchi domestici. Così Ae, prima ufficio tecnico per piccole imprese, poi a servizio di aziende più grandi, è oggi un punto di riferimento anche per leader come, appunto, Bosch, Beko, Electrolux e Whirlpool. Produttori stranieri che si appoggiano ad Ae per ricevere un supporto specialistico in diverse attività: dal concept design all’ingegnerizzazione, ma anche dalla prototipazione alla prova di laboratorio, fino al supporto all’industrializzazione passando per l’ottimizzazione di prodotto e processo. Il suo mercato è, dunque, principalmente rivolto all’estero: il 95% dell’attuale fatturato arriva da oltre confine, con netta predominanza dei Paesi Extra Ue. Il raggio di azione si estende dai Paesi del Centro e del Sud America fino a quelli dell’Asia, dell’Africa e del Medio Oriente, senza dimenticare l’export diretto in Paesi europei come, ad esempio, la Turchia e la Germania. Il restante 5%, invece, riguarda tutte quelle progettualità, pensate da Federica e realizzate dalla sua squadra di addetti, per uscire dagli schemi e proporre ai clienti, reali o potenziali, dei prodotti creati dal connubio di funzionalità e innovazione, ma soprattutto carichi di originalità. Progetti frutto del lavoro di ingegneri esperti, ma anche di giovani stagisti del Politecnico di Milano, che chiaramente se dimostrano le competenze necessarie, rimangono in azienda. “I più meritevoli ce li teniamo stretti – precisa la Ceo Federica Luzardi – perché abbiamo scoperto che formare i progettisti fin dai primi passi nel mondo del lavoro è la cosa più conveniente da fare perché, da un lato, è difficile trovarli già formati con le competenze specifiche necessarie e, dall’altro, perché crescono con noi e noi cresciamo con loro”. Le borse refrigerate per la spesa in comodato d’uso pensate per una famosa catena di supermercati; il frigorifero Popup, automatico e illuminato a led, per bottiglie di Champagne proposto

a un brand varesino attivo nel settore dell’arredamento e noto a livello mondiale; gli elettrodomestici di lusso proposti ad un leader nella costruzione di yacht; il Corner East&West dedicato alla conservazione, all’erogazione e al servizio di bevande, sia fredde sia calde, per un mobilificio, anche questo, con sede nella provincia di Varese ma con un portafoglio ordini internazionale. Queste alcune delle idee con cui l’azienda gaviratese gioca con la fantasia ed esprime le sue potenzialità in grado di andare oltre i confini sia in termini geografici sia di settore. Con una ventina di addetti e un mercato prevalentemente straniero. “Ae – sottolinea Andrea Bonfanti, Presidente del Comitato della Piccola Industria di Confindustria Varese e Vicepresidente nazionale della Piccola Industria di Confindustria

–, è considerata per definizione economica, in base al taglio e al numero di dipendenti, una piccola azienda, ma non è affatto piccola per la capacità innovativa e per i successi che ha saputo conquistare. Con la recente celebrazione, poi, dei 25 anni di attività in un luogo di cultura e storia come il Chiostro di Voltorre, ha espresso anche la volontà di essere protagonista della vita sociale del territorio in cui è nata e cresciuta. Anche per questo per Confindustria Varese Ae è un caso esemplare di successo. Senza dimenticare l’importanza dell’attenzione che l’impresa rivolge verso i suoi giovani talenti. Aderire a Confindustria Varese per una realtà manifatturiera vuol dire anche questo: lavorare per la crescita della sua comunità, del suo territorio e delle nuove generazioni”.

Gli ingegneri nell’ufficio progettazione. Sopra, tutti gli addetti di Ae con il Ceo Federica e il fondatore Giacomo Luzardi

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ECONOMIA

IRCA

CRESCE SENZA SOSTA Alessia Lazzarin

L’inaugurazione di una nuova unità produttiva. L’inserimento di una ventina di figure professionali negli stabilimenti di Gallarate. Un nuovo Amministratore Delegato fresco di nomina a guidare il Gruppo. Due acquisizioni d’azienda a distanza di poche settimane. La fabbrica del cioccolato varesina prosegue il percorso di espansione nei mercati internazionali, aumentando la capacità produttiva, puntando su prodotti sostenibili e salutisti e confermando, dunque, il trend positivo degli ultimi anni

L’

inaugurazione di una unità produttiva dedicata interamente al cioccolato fondente. L’inserimento, in azienda, di una ventina di figure professionali generando, così, opportunità occupazionali per il territorio varesino. Un Amministratore Delegato fresco di nomina con un’esperienza trentennale nel settore degli ingredienti alimentari. Tra le voci del suo curriculum si legge, come ultimo impiego, un ruolo dirigenziale a capo di De’ Longhi, il gruppo leader nel settore dei piccoli elettrodomestici e macchine da caffè. E, per finire, si fa per dire, due acquisizioni d’azienda nel giro di poche settimane. Il Gruppo Irca, che da oltre un secolo produce cioccolato e semilavorati per panificazione e pasticceria, continua a segnare traguardi, confermando, così, il suo percorso di espansione e

crescita e attestando i trend positivi degli ultimi anni. A tagliare il nastro del nuovo impianto gallaratese, insieme al nuovo Amministratore Delegato, Massimo Garavaglia, anche il Sindaco di Gallarate,

Andrea Cassani, in occasione del tradizionale Family Day, la giornata dedicata ai collaboratori di Irca e alle loro famiglie a cui hanno partecipato circa 800 persone con degustazioni e attività ludico31


ECONOMIA

IRCA

educative per i più piccoli. “Abbiamo fatto un nuovo investimento – commenta l’Ad –. Grazie a questa operazione stiamo continuando verso un percorso di espansione del Gruppo”. L’iniziativa è volta a incrementare la capacità produttiva e sostenere la crescita di Irca nei mercati internazionali, “rispondendo alla richiesta di prodotti di qualità sempre più sostenibili e salutisti”. Il nuovo stabilimento, nato dove un tempo si producevano pizzi e ricami, è stato progettato con tecnologie all’avanguardia. Camminando tra i macchinari dei laboratori sembra di stare in una sala operatoria. Tutto è curato nei minimi dettagli. Non una goccia di cioccolato sul pavimento. L’obiettivo della nuova unità è quello di arrivare ad una capacità produttiva di 16mila tonnellate di cioccolato. L’impianto gallaratese lavorerà a ciclo continuo, 7 giorni su 7 e la nuova linea produrrà, in un giorno, oltre 200 quintali di cioccolato. In un’ora, praticamente, si parla di 1.000 chilogrammi di fondente. Ma le aspirazioni non finiscono qui. “L’aspettativa è di raggiungere i 480 quintali ogni 24 ore entro il prossimo maggio”, specifica Garavaglia, puntando 32

ancora più in alto: “Nel 2023 ci sarà anche il raddoppio dello stabilimento in Vietnam”. Le radici dell’azienda, però, rimangono saldamente in Italia, dove si trova, a Gallarate, il quartier generale. “È questo il cuore pulsante della nostra attività. Qui c’è tutta la parte creativa e innovativa. È questo che fa la differenza rispetto ai nostri competitor”. Con l’apertura del nuovo impianto si sono create nuove opportunità occupazionali per il territorio: sono state, infatti, inserite in azienda una ventina di figure professionali. Una cifra notevole che va a sommarsi ai 1.000 dipendenti di Irca in tutto il mondo, di cui 400 sono collocati in Europa, 300 in Vietnam e altri 200 tra Paesi Bassi e Stati Uniti. Non solo una nuova fabbrica per produrre tonnellate di fondente. Il Gruppo, nel giro di poche settimane di distanza, ha portato a termine due acquisizioni d’azienda. La prima nel settore dei semilavorati per pasticceria e gelateria: Irca ha acquistato il 100% delle quote azionarie della Cesarin Spa (dalla famiglia Cesarin). Una realtà fondata nel 1920 e guidata da Alberto Cesarin, che ha saputo trasformare una vocazione familiare in una moderna impresa internazionale.

Oggi l’azienda è presente in più di 85 Paesi, impiega oltre 100 persone e possiede un know-how unico nel settore, basato su processi di trasformazione della frutta che sono il risultato di anni di esperienza e maestria. La seconda: il Gruppo ha rilevato Anastasi, impresa con sede a Bronte, in provincia di Catania, che si occupa dal 1972 della lavorazione del pistacchio. Presente, oggi, in 30 Paesi nel mondo con un portafoglio prodotti che rappresenta la tradizione italiana. Il neo Amministratore Delegato conclude: “Siamo orgogliosi di collaborare con Anastasi e diamo loro il benvenuto all’interno del nostro Gruppo. Riteniamo ci sia forte potenziale di crescita nel mercato degli ingredienti a base di pistacchio. Anastasi rappresenta un’eccellenza del settore per qualità, capacità e professionalità. Sono certo che rafforzerà notevolmente il portafoglio prodotti di Irca, posizionandoci al meglio in un segmento di mercato in forte espansione”.

La nuova linea Irca produrrà in un giorno, oltre 200 quintali di cioccolato


ECONOMIA

Il cerchio di Lasi

STORIE DI PEOPLE

Silvia Giovannini

La Lavorazione Sistemi Lasi diventa Società Benefit. A raccontarlo è Giuseppe Boggio, Ceo dell’azienda di Gallarate specializzata in elettronica ed elettromeccanica che, dopo una riorganizzazione interna, è arrivata alla stesura di un Codice Etico puntuale e rigoroso, insieme alla realizzazione di un Bilancio di Sostenibilità

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uando si comincia, il processo diventa irreversibile”. È disarmante la semplicità con cui Giuseppe Boggio descrive il nuovo percorso avviato dalla Lasi Spa, l’azienda di Gallarate specializzata in elettronica ed elettromeccanica, di cui è Ceo. Non stiamo parlando di un processo produttivo, ma di un cambiamento societario importante che pure per la vita aziendale non risulta uno stravolgimento. Un cambiamento che è piuttosto il riconoscimento e la presa di coscienza della propria essenza. Occorre chiarire: di recente Lasi ha compiuto il percorso per diventare Società Benefit. Si parla sempre di più del tema, ma le motivazioni dietro alla scelta non sono chiare a tutti. Perché affrontarla? Di cosa si tratta? Diventare Benefit rappresenta per un’impresa un passaggio statutario che

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ne definisce chiaramente la visione. L’azienda, infatti, oltre a quello del profitto, si pone altri obiettivi: in due parole, obiettivi etici. E non si tratta di un corollario della vita aziendale. Perseguire quei risultati che oggi chiamiamo sostenibili, tutte quelle attitudini e iniziative promosse per costruire un futuro migliore, per le persone, la società e l’ambiente, non è un’attività estemporanea, ma semplicemente il proprio modo di essere. Diventare Benefit, quindi, non è un cambiamento in termini operativi, ma il riconoscere per statuto la propria realtà, con una nuova coscienza, garantendo coerenza e soprattutto continuità a questi valori. Può sembrare un percorso complesso, ma Boggio lo racconta in parole semplici: “Il nostro modo di essere impresa è da anni ben chiaro e delineato. Una volta conosciuto il mondo delle Società Benefit, la domanda non è stata più ‘perché’, ma

‘perché non farlo?’ Diventare Benefit significa prendere consapevolezza dei propri valori, ma soprattutto assumersi un impegno, per le generazioni che verranno, mettendo nero su bianco idee e obiettivi nel tempo”. Ma come si è avvicinata la Lavorazione Sistemi Lasi al tema? “La decisione è maturata nel tempo, ma si è concretizzata poi in fretta, grazie all’incontro con Massimo Folador, Docente di Business Ethics alla LIUC Business School e Ceo di Askesis Società Benefit Srl”, racconta Boggio. “Nel 2019 avevamo già realizzato il primo Report sulla Sostenibilità in azienda, la volontà c’era, ma è stato solo nel 2021 che abbiamo capito che quella sarebbe stata la strada da imboccare”. E quali sono i passaggi pratici di questo percorso? “Si è trattato di riorganizzare quanto già facciamo per le nostre persone, per i giovani, per il territorio, ragionando su organizzazione interna, missione,


visione e valori, per arrivare alla scrittura vera e propria di un Codice Etico puntuale e rigoroso. Il percorso non è impegnativo, perché viene naturale: si tratta di guardarsi dentro e di dare una forma nuova a quello che già si è e provare a raccontarlo con una consapevolezza nuova. I progetti vanno sognati, realizzati e raccontati con trasparenza: è chiaro che il ‘fare’ è imprescindibile in questo percorso, ma anche la comunicazione acquisisce un valore nuovo, sia nell’assunzione di

responsabilità sia per la condivisione di valori. Gli obiettivi, inseriti nero su bianco nel Codice Etico e in un corposo Bilancio di Sostenibilità, recentemente reso pubblico, diventano un impegno verso noi stessi e gli altri, da cui non si sfugge. Tra questi, ovviamente, anche gli obiettivi strettamente sostenibili, come quello di attivare il progetto Zero Emissioni e raggiungere il risultato entro il 2025”. Ma non si tratta di semplici azioni. “Il passaggio allo status di Benefit è

STORIE DI PEOPLE Con la storia di Lasi Spa continua il viaggio di Varesefocus tra le imprese del territorio impegnate in azioni di welfare aziendale, conciliazione lavoro-famiglia, sviluppo demografico, supporto alla genitorialità, inclusione di genere. Un racconto coerente con gli obiettivi del Progetto “PEOPLE, l’impresa di crescere insieme” lanciato da Confindustria Varese per

contribuire all’attrattività del Varesotto con una serie di iniziative ad ampio spettro. Tutte accomunate da un unico filo conduttore: l’investimento e la valorizzazione delle persone in azienda. Per segnalare la storia della tua impresa scrivi a info@varesefocus.it. Per maggiori informazioni sul Progetto PEOPLE vai su www.univa.va.it oppure scrivi a people@univa.va.it.

prima di tutto culturale e poi strategico”, aggiunge l’imprenditore. “Parte dall’interno per poi coinvolgere tutte le realtà con cui l’azienda ha a che fare. È una scelta volontaria, ma insieme è un obbligo vero e proprio verso se stessi, un impegno preso come azionisti nei confronti della governance aziendale, anche quella futura e un impegno a sviluppare alleanze strategiche con aziende con gli stessi ideali”. Un tema quello delle Benefit che si inserisce nel dibattito avviato tra le imprese varesine dal progetto “People, l’impresa di crescere insieme” portato avanti da Confindustria Varese per sensibilizzare le imprese sui temi del welfare e della genitorialità. L’attenzione alle persone, infatti, è uno dei punti chiave del percorso raccontato da Lasi che, ad esempio, da anni aderisce, tra le altre iniziative al programma Whp – Workplace Health Promotion, che promuove corretti stili di vita in azienda. Ma non solo. Di pari passo, va l’attenzione ai giovani, testimoniata dalle numerose attività per gli studenti: dalle visite, all’alternanza scuola-lavoro, fino alle borse di studio. Tra queste, quella intitolata a Lina e Mirocle Boggio per supportare gli studenti meritevoli dell’Isis Facchinetti di Castellanza e la partecipazione al progetto Generazione d’Industria sempre di Confindustria Varese. Senza contare le innumerevoli iniziative portate avanti in favore dell’inclusione. “Essere famiglia è uno dei valori cardine di Lasi – spiega Boggio sintetizzando il filo che lega queste iniziative –. Abbiamo deciso di dare un titolo al nuovo percorso, chiamandolo ‘La Chiusura del Cerchio’. Quando disegni un cerchio, infatti, decidi un punto di inizio; quando lo chiudi crei continuità. Questa immagine rappresenta la nostra storia. Il disegno iniziato da mamma Lina e papà Mirocle è il primo punto di quello che diventerà il ‘cerchio’ di Lasi. L’idea, la loro e poi la nostra, la mia e dei miei fratelli e di tutta la squadra, resta una: creare qualcosa di buono per la famiglia, cioè per gli altri e per quelli che verranno dopo”. 35


L’IMPORTANZA DEL MOBILITY MANAGER Aziende e Pubbliche Amministrazioni sono tenute a nominare un Mobility Manager se hanno più di 100 dipendenti e sono ubicate in: - un capoluogo di regione; - una città metropolitana; - un capoluogo di provincia; - un comune con più di 50 mila abitanti.

Chi è il mobility manager? Il Mobility Manager è la figura professionale che si occupa di gestire la mobilità sostenibile di un’azienda. La sua responsabilità principale è la creazione e presentazione di un Piano Spostamenti Casa‐Lavoro (PSCL) entro il 31 dicembre di ogni anno. Il Mobility Manager aziendale viene classificato come figura specializzata “nel governo della

domanda di mobilità e nella promozione della mobilità sostenibile nell’ambito degli spostamenti casa‐ lavoro del personale dipendente”. È quindi una figura di supporto alle attività nella pianificazione, programmazione e alla promozione di soluzioni efficaci in tema di mobilità sostenibile; deve quindi essere un soggetto in possesso di elevata e riconosciuta competenza professionale ed esperienza nel settore della mobilità e dei trasporti, meglio se certificato da appositi corsi di aggiornamento.

zona, hanno molti dipendenti. Il piano è finalizzato a migliorare la raggiungibilità dei luoghi di lavoro e ottimizzare gli spostamenti dei propri dipendenti, con i seguenti obiettivi:

Cos’è il Piano degli Spostamenti CASALAVORO (PSCL)?

Per arrivare a stilare il PSCL – la cui trasmissione è obbligatoria per legge ogni anno entro il 31 dicembre – il Mobility Manager deve effettuare un’ analisi degli spostamenti da e

Il PSCL ha come obiettivo quello di ridurre il traffico dei veicoli privati dovuto ad aziende o PA che, in quella specifica

- ridurre l’impatto ambientale derivante dal traffico veicolare privato nelle aree urbane e metropolitane; - ridurre l’uso del veicolo privato individuale a motore negli spostamenti casa‐ lavoro; - decongestionare il traffico nelle aree urbane mediante la riduzione dell’uso del mezzo di trasporto privato individuale.

INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

verso i luoghi di lavoro, utilizzando strumenti statistici ed informatici, ed analizzando nel dettaglio le abitudini di mobilità non solo del personale dipendente, ma anche di fornitori stabili. Noi offriamo questo servizio in Outsourcing, forti di anni di esperienza nel settore della mobilità, soprattutto sostenibile, e siamo certificati a livello europeo per i corsi specifici che abbiamo fatto. Contattaci sia per questo servizio specifico che per le esigenze di mobilità di impresa (auto e furgoni aziendali): ti risponderà un partner professionale ed affidabile che ti saprà aiutare con una vera consulenza. ExecutiveLease S.r.l. convenzione per aziende associate Univa 039 2260562 convenzioni@executivelease.it


INCHIESTA

ALTOLÀ

agli sprechi! Francesca

La bolletta è troppo alta. È diventato dispendioso anche solo stare a casa. Per non parlare dell’attenzione richiesta nei reparti produttivi e in ufficio. L’esplosione dei prezzi dell’energia impone di rivalutare ogni aspetto della vita quotidiana, evitando quelle abitudini apparentemente più innocue, ma che, in tema di crisi energetica, richiamano al senso civico e al necessario risparmio. Briciole forse, ma che valgono sempre di più

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INCHIESTA

O

ENERGIA

rmai da diversi mesi, con una crescita sempre più sostenuta e proiezioni allarmanti per l’inverno, i prezzi dell’energia stanno scalando una vetta altissima colpendo violentemente il sistema economico italiano. Si tratta di un livello vertiginoso dei costi che richiama tutti all’ordine perché a sgretolarsi sono i due pilastri portanti del Paese in termini di occupazione e di mercato: imprese e famiglie. Da un lato, le aziende che potrebbero essere costrette ad interrompere la produzione in quanto non più economicamente sostenibile. Dall’altro, le famiglie, tra cui aumentano sempre più quelle in condizione di povertà energetica. Sono almeno 9 i milioni di italiani a rischio. Una vulnerabilità che non significa solo impossibilità di riscaldare con regolarità le case d’inverno e rinfrescarle d’estate, ma anche di non poter usare gli

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elettrodomestici tutti i giorni. Questa la situazione che emerge da una rielaborazione degli ultimi dati resi disponibili dal Rapporto 2021 di Oipe, l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica. Ecco, allora, la necessità di cambiare anche le abitudini e fare ognuno la propria parte. Iniziando a risparmiare all’interno delle case, così come sul luogo di lavoro. Da una parte, si sta mobilitando il Governo con una campagna di sensibilizzazione in aiuto alle famiglie grazie anche alla collaborazione di Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. Dall’altra, allo stesso tempo, lo stanno facendo le imprese, con lo scopo di resistere ad un’onda d’urto senza precedenti. Come sottolinea Fabio Tarocco dell’Area Energia di Univa Servizi, la società di servizi alle imprese di Confindustria Varese: “Ciò che sta succedendo sta mettendo tutti di fronte alla sfida di

un cambio di rotta immediato. Per farlo davvero a 360 gradi ci vorranno tempi medio-lunghi, ma possiamo iniziare ad applicare azioni semplici, concrete e immediate nel quotidiano per avere effetti già nel breve periodo e mitigare così, almeno in parte, gli effetti indesiderati di questo choc energetico”.

I consigli per le imprese

Briciole di risparmio, potrebbe obiettare qualcuno. Briciole, però, che a questi livelli di quotazioni valgono sempre di più. “Un kilowattora risparmiato è un kilowattora guadagnato” direbbe lo scienziato statunitense da cui prese il via l’ora legale, Benjamin Franklin. Anzi: “A kWh saved is a kWh got”. È proprio questo il titolo del decalogo per contenere i costi della crisi energetica, redatto dal Lombardy Energy Cleantech Cluster (LE2C), l’associazione di ricerca per l’energia e l’ambiente, attiva a supporto


dell’innovazione e della competitività dell’ecosistema tecnologico lombardo. A farne parte: Pmi e grandi imprese, Università e centri di ricerca, associazioni industriali ed enti no profit, istituzioni del settore pubblico, di ambito finanziario e media. Realtà che, a fronte della situazione emergenziale, si sono mobilitate per suggerire azioni concrete e immediate, volte a contenere i consumi del mondo produttivo nel breve periodo. Un’iniziativa che, come precisa il Presidente di LE2C, Luca Donelli, “vuol essere un’occasione di riflessione e di condivisione di buone pratiche, anche a prima vista banali, in uno scenario così mutato da essere comunque utili alla sostenibilità economica e sociale”. Mappare le utenze elettriche e monitorarle per eseguire interventi di ripristino e incremento di efficienza. Identificare quelle che restano accese 365 giorni l’anno e h24, così da programmarne l’autospegnimento. Posticipare nell’arco della giornata e della settimana quei consumi rinviabili a fasce con tariffe meno onerose oppure, in caso di impianti

di autoproduzione energetica, rimandarli a orari senza particolare autoconsumo. Queste alcune delle pratiche consigliate nel decalogo del Cluster. Una buona abitudine, ad esempio, potrebbe essere quella di ricaricare i muletti o le auto aziendali nel fine settimana. Tra le altre suggerite, anche quelle di eseguire la manutenzione ordinaria dei sistemi come pannelli fotovoltaici, impianti di riscaldamento e condizionamento, perché una loro corretta funzione assicura una resa sempre efficiente. LE2C raccomanda poi di rivalutare gli investimenti in impianti di energia rinnovabile, identificare le possibili opportunità di recupero di calore e promuovere un corretto uso delle utenze da parte dei dipendenti.

I consigli per le famiglie

Alle famiglie, invece, Enea consiglia di preferire apparecchi elettronici di classe energetica superiore, utilizzare ciabatte multipresa in modo da poter spegnere i dispositivi inutilizzati con un unico gesto, schermare le finestre durante la notte, evitare ostacoli davanti e

sopra i termosifoni, non lasciare le finestre aperte a lungo, sbrinare regolarmente frigoriferi e congelatori e utilizzare lampadine a Led, che consentono un grande risparmio energetico, oltre che di manutenzione. Senza dimenticare di controllare la temperatura degli ambienti e fare attenzione alle ore di accensione dei riscaldamenti, ridurre l’utilizzo di acqua calda e tenere la luce spenta se non strettamente necessaria. Tra le altre pratiche, più dispendiose, Enea consiglia poi di migliorare la coibentazione dell’abitazione, isolare tetto e soffitto, sostituire i vecchi serramenti con nuove soluzioni a doppi vetri, fare il check-up dell’immobile per conoscerne il grado di efficienza energetica e realizzare impianti di energia rinnovabile. Oltre ad altri accorgimenti come, ad esempio, applicare una centralina di regolazione della temperatura, valvole termostatiche e un sistema di contabilizzazione del calore, sostituire la caldaia esistente con una caldaia a condensazione ed effettuare la manutenzione degli impianti. Briciole, forse. Ma necessarie.

DALLA PENTOLA AL MICROONDE, COME RISPARMIARE IN CUCINA “La pasta, ma anche i ravioli, l’uovo sodo e le verdure, si possono cuocere nel bollitore elettrico e in casi estremi nel microonde”. A dirlo, è Dario Bressanini, chimico, divulgatore scientifico e professore dell’Università degli Studi dell’Insubria. Quello stesso prof, come si definisce lui, “amichevole chimico di quartiere”, che è famoso per aver dimostrato, in un video YouTube, come si riesca a fare un buon piatto di pasta spegnendo il fuoco subito dopo l’ebollizione dell’acqua. Va contro la tradizione ma la verità è che, come spiega Bressanini, “non c’è bisogno di tenere il fuoco accesso per tutto il tempo di cottura. Si sa da almeno 200 anni. A cuocere è il calore che passa dall’acqua

calda a ciò che viene immerso in pentola. Basti pensare che in montagna la pasta non bolle a 100 gradi ma a temperature inferiori; eppure, è buona uguale, nessuno si lamenta”. Il procedimento per risparmiare è semplicissimo. È necessario portare l’acqua a bollore, immergere la pasta e mescolare un attimo. Subito dopo: mettere il coperchio e spegnere il fuoco. Non resta che aspettare qualche minuto in più rispetto ai normali tempi di cottura e il gioco è fatto! Ma attenzione, non bisogna lasciarla troppo tempo a riposare prima di scolarla e nemmeno alzare in continuazione il coperchio. Si tratta di prendere solo un po’ le misure e il risparmio è assicurato. Ma non è tutto:

il gas in alcuni casi potrebbe proprio non essere necessario. In alternativa ai fornelli si può utilizzare il bollitore elettrico con cui la dispersione termica è inferiore o, addirittura, il microonde. In quest’ultimo caso, basta riempire il contenitore adatto per microonde con un po’ d’acqua, adagiare all’interno l’alimento desiderato e far andare il forno alla massima potenza. “Gli asparagi, ad esempio – rivela Bressanini –, vengono molto meglio con il microonde”. Occhio, poi ai luoghi comuni: “La gente pensa di risparmiare lavando i piatti a mano, ma in realtà i programmi ‘Eco’ delle lavastoviglie sono più efficienti in termini di energia e di utilizzo d’acqua”.


FORMAZIONE

IL MONDO (SU MISURA) DELLE SCUOLE

professionali Lisa Aramini Frei

Dal nord della provincia di Varese fino ai confini della città metropolitana di Milano, gli istituti IeFP, con corsi dedicati al mondo del tessile, abbigliamento e moda (nonostante qualche eccezione), continuano ad attrarre ragazze e ragazzi da tutto il territorio. Prosegue il viaggio di Varesefocus nel mondo dell’Istruzione e Formazione Professionale

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on Bosco diceva spesso: “I ragazzi hanno l’intelligenza nelle mani”. Ed è proprio su questo concetto di manualità che si basano molti degli IeFP (Istruzione e Formazione Professionale) presenti nella provincia di Varese: sulla consapevolezza che molti ragazzi preferiscano dedicarsi ad attività più manuali e concrete, senza comunque sottovalutare e tralasciare la parte di studio “tradizionale”. Varesefocus entra negli Istituti scolastici provinciali per scoprire i vari settori in cui studenti e studentesse possono specializzarsi frequentando questo tipo di scuole. Dall’addetto alla ristorazione all’operatore grafico, fino ad arrivare a quello del benessere, sono diversi

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gli ambiti di specializzazione. E tra questa vasta offerta, c’è di sicuro un settore in grande ripresa, sia a livello economico, sia per quanto riguarda le iscrizioni: si tratta del comparto tessile, abbigliamento e moda. Nonostante una battuta d’arresto subito dopo il periodo di inizio

pandemia, le iscrizioni a scuole professionali o tecniche sono sempre rimaste stabili, per la maggior parte anche in crescita, fatte le dovute eccezioni. Sul territorio varesino sono 4 gli istituti e i centri di formazione che offrono, all’interno di un vasto catalogo di percorsi, un tipo di offerta formativa legata a quest’ambito: l’Istituto Paritario Olga Fiorini di Busto Arsizio, l’Iiss Isaac Newton di Varese, Aslam – Cooperativa Sociale S. Macario di Samarate e l’Iiss C. Facchinetti di Castellanza. All’interno di queste scuole, i corsi si diversificano per durata, tipologia e diploma rilasciato: si parte dai percorsi di natura professionale della durata di tre anni, gli IeFP appunto, di Operatore delle produzioni tessili, Operatore dell’abbigliamento dei prodotti tessili per la casa e Operatore alle lavorazioni di prodotti di pelletteria che daranno la possibilità di ottenere, al termine del percorso di studi, la Qualifica di Istruzione e Formazione Professionale. Si finisce poi con i corsi di natura tecnica di durata quinquennale con l’indirizzo Sistema moda con cui poi si otterrà il Diploma di Maturità. Scuole di natura diverse, ma accomunate da un forte legame con le imprese del territorio. Oltre a luogo di formazione per la cosiddetta alternanza


scuola-lavoro, spesso le aziende sono in prima linea per formare il più possibile gli studenti in modo tale da poterli inserire nell’organico aziendale al termine degli studi. “Abbiamo costruito un legame solido con gli stakeholder e le imprese del territorio – spiega Davide Marzagalli, Dirigente dell’Iiss Isaac Newton di Varese –. Questo ci permette di avere un dialogo continuo anche per comprendere le esigenze sempre diverse provenienti da questo settore”. Ma oltre ad un posto di lavoro praticamente assicurato una volta terminati gli studi, cos’altro offrono queste scuole? All’interno dei loro programmi, i percorsi più professionali si strutturano con le classiche discipline di natura culturale come italiano, matematica, inglese e storia, per poi entrare nel merito del settore con l’apprendimento di metodologie legate all’utilizzo di strumenti specifici, sviluppando competenze relative alla realizzazione di figurini e modelli,

oppure imparando ad eseguire, per esempio, attività di rifinitura per quanto riguarda i percorsi dedicati alla pelletteria. La particolarità degli IeFP è la quantità di ore dedicate all’apprendimento, prima in laboratori attrezzati con macchinari e strumenti professionali poi direttamente sul campo nelle aziende del territorio. Ciò che differenzia, perciò, gli Istituti Tecnici dagli IeFP (accomunati da una forte presenza delle imprese nel percorso di studi) è una formazione, nel primo caso, fatta di discipline legate alle conoscenze teoriche e, nel secondo, molto più applicative. Queste due realtà riescono a coesistere tra di loro, grazie anche ad un momento di passaggio che spesso accade tra le due tipologie di scuole. Non è raro infatti che uno studente, completato il quarto anno integrativo di Istruzione e Formazione Professionale, decida di proseguire con la propria formazione iscrivendosi ad un Istituto Tecnico, ottenendo così

il Diploma di Maturità. Un ciclo di formazione dall’inizio alla fine, come spiega Sergio Scaltritti, Dirigente in Acof Olga Fiorini – Cooperativa Sociale Onlus: “Da oltre quattro anni siamo soci dell’Accademia di Moda Iuad di Milano, con una sede al cui interno sono presenti i corsi Ifts e Its, in modo tale da garantire una formazione post-diploma il più possibile articolata e completa”. C’è però un rovescio della medaglia. Se per alcune scuole le iscrizioni sono costanti o in aumento, per altre non è esattamente così. Come dichiara Anna Bressan, Preside dell’Iiss C. Facchinetti: “Personalmente siamo in affanno. Sembra esserci poca attrattività per gli studenti che non comprendono le diverse applicazioni dei tessuti e la loro importanza. Serve una riqualifica dei corsi”. Un percorso di studi, quindi, da intraprendere e approfondire, così da poter imparare una professione fondamentale per il settore della moda e per il territorio varesino.

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FORMAZIONE

NASCE A SARONNO UNA FABBRICA

di occupazione Chiara Mazzetti

L’Its Lombardia Meccatronica si arricchisce di un nuovo corso postdiploma per diventare “Tecnico superiore per l’automazione ed i sistemi meccatronici industriali” con base operativa all’Itis Giulio Riva. Tra i campi di applicazione, la robotica, la smart factory, la stampa 3D e i sistemi di interfaccia uomo-macchina

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uando si dice “lasciar parlare i numeri”: il 95% di chi frequenta un corso all’Its Lombardia Meccatronica trova un posto di lavoro, coerente con il proprio percorso di studi, ad un anno dal diploma; sono 157 i soci e oltre 450 le aziende partner della fondazione; il corpo docente proviene per il 60% dal mondo del lavoro e la formazione per il 40% delle ore si svolge in azienda tra tirocinio e apprendistato. All’Its Lombardia Meccatronica, là dove la meccanica e l’elettronica si incontrano per formare tecnici iperspecializzati e letteralmente contesi dalle imprese, nasce un nuovo corso post-diploma della durata di due anni che forma la figura del “Tecnico superiore per l’automazione ed i

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sistemi meccatronici industriali”. Dopo i percorsi avviati a Sesto San Giovanni, Bergamo, Brescia, Lecco, Pavia e per ultimo anche Como, l’anno formativo 2022/2023 vede la partenza anche sul territorio varesino, per la precisione all’Istituto Giulio Riva di Saronno, di un corso fortemente voluto dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese (da poco Confindustria Varese) e da Confindustria Alto Milanese. “Un nuovo corso dell’Its Lombardia Meccatronica, con sede a Saronno, non è soltanto una buona notizia per il territorio di Varese e dell’A lto Milanese, ma è una buona notizia per l’intero Paese”, a parlare è Giovanni Brugnoli, Vicepresidente di Confindustria per il Capitale Umano, nel corso dell’open day di presentazione del nuovo percorso di

studi saronnese. “Rappresenta infatti un metodo virtuoso perché dimostra che per aumentare l’occupabilità dei nostri giovani non è necessario far nascere nuove Fondazioni Its, di fatto disperdendo risorse in nome di una sbagliata ‘logica del campanile’, ma serve moltiplicare i corsi mettendo a valore il grande bagaglio di esperienza e competenza di Its eccellenti come l’Its Lombardia Meccatronica – precisa ancora Brugnoli –. È su questo obiettivo che va investito il miliardo e mezzo previsto dal Pnrr sugli Its: diffondere best practice, creare laboratori, nuovi corsi, anche in rete tra più Regioni. Bisogna amplificare i buoni risultati raggiunti finora per dare all’Italia, finalmente, un sistema compiuto di alta formazione professionale e Confindustria, come fatto fino ad oggi, sarà in prima linea


Studenti dell’Its Lombardia Meccatronica

per raggiungere questo obiettivo”. Ottime premesse, dunque, per i ragazzi e le ragazze che sceglieranno di diventare “Tecnico superiore per l’automazione ed i sistemi meccatronici industriali” e avranno la possibilità di operare in svariati ambiti, tra cui la realizzazione, integrazione e programmazione di macchine e sistemi automatici destinati ai più diversi processi e settori in ambito industriale. Le figure formate dall’Its Lombardia Meccatronica potranno, inoltre, collaborare con le strutture tecnologiche preposte alla progettazione, alla produzione e alla manutenzione dei dispositivi sui quali ormai operano tutte le più moderne imprese manifatturiere. Come spiega Raffaele Crippa, Direttore di Its Lombardia Meccatronica: “Il nuovo corso, della durata di 2.000 ore di cui 1.200 di formazione e 800 in azienda per un totale di 25/40 ore settimanali, è composto da circa 30 studenti. Per entrare a far parte di questa squadra è stato necessario superare due step:

un iniziale test scritto ed un colloquio motivazionale in cui i ragazzi hanno avuto modo di dar voce alla loro passione, spiegando per quale motivo sarebbero voluti diventare dei tecnici meccatronici industriali. Al momento le iscrizioni per il percorso di Saronno sono chiuse ma abbiamo in programma, per la prossima primavera, nuovi open day”. Ma cosa “fa da grande” il tecnico superiore per l’automazione ed i sistemi meccatronici industriali? Le professionalità legate a questo settore, precisa Crippa, vanno a ricoprire la maggior parte delle mansioni che, abitualmente, si possono trovare in un’azienda, ovvero l’ufficio tecnico, il tecnico commerciale, il programmatore industriale e il technical service. Mentre i campi di applicazione comprendono la robotica, la smart factory, la stampa 3D e la supervisione sistemi – Hmi (interfaccia uomo-macchina, un dispositivo o un software che permette al suo utilizzatore di comunicare con un macchinario o un impianto di produzione). Un corso

che ha come sbocco principale le imprese, è partecipato dalle imprese e disegnato dalle imprese. “Grazie alla co-progettazione con le aziende, i nostri corsi rispondono a precisi fabbisogni professionali, riducendo notevolmente il mismatching tra domanda e offerta di lavoro. Oggi, inoltre, grazie all’approvazione della legge che ha istituito definitivamente gli Its e la grande rete che sostiene i nostri percorsi pensati per i reali fabbisogni aziendali, non è più il giovane a rincorrere il lavoro conclusa la formazione, bensì il lavoro che lo cerca in base proprio ai suoi talenti acquisiti – aggiunge il Direttore di Its Lombardia Meccatronica –. Questo corso di studi post-diploma è in grado di garantire un posto di lavoro in pratica a tutti quelli che lo frequentano, vista l’elevata richiesta da parte delle imprese. In Lombardia, infatti, l’indice di placement di chi studia meccatronica supera il 90%”. In altre parole, una vera e propria fabbrica di occupazione. itslombardiameccatronica.it 43


UNIVERSITÀ

LA LOGISTICA E LA COSTRUZIONE

di comunità sostenibili Alessia Lazzarin

Sono tre gli asset fondamentali su cui puntare per iniziare a costruire città che siano “intelligenti” e inclusive. Per prima cosa bisogna educare i cittadini al concetto di smart city. Poi, bisogna sfruttare le potenzialità della tecnologia, fattore abilitante per la realizzazione di un mondo green. Infine, serve un’azione di governance. La LIUC di Castellanza sta lavorando in questa direzione, anche grazie alle attività portate avanti dal Green Transition Hub

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a logistica gioca un ruolo da protagonista nella realizzazione di comunità sostenibili. Cosa serve per realizzare questo progetto? Da dove bisogna partire? Il settore è pronto a questa sfida? A spiegarlo è Alessandro Creazza, Direttore del Green Transition Hub (centro di aggregazione di competenze e conoscenze sui temi di transizione ecologica che si rivolge a studenti e imprese per indirizzarli verso obiettivi sostenibili) della LIUC – Università Cattaneo di Castellanza. Professor Creazza, come può

la logistica partecipare alla lavoro di tante persone. Un lavoro costruzione di comunità sostenibili? difficile da controllare e coordinare. La logistica può contribuire alla Apro una parentesi: è proprio durante costruzione di comunità sostenibili il periodo della pandemia che questo attraverso la capacità di settore ha dato prova di attivare delle relazioni grande forza, riuscendo che nel corso del a connettere e tempo si sono gestire tra loro tutti interrotte. La questi elementi. logistica è sempre Faccio un stata vista come esempio pratico un sistema capace di comunità di spostare un sostenibile grazie pacco da una alla logistica: Alessandro Creazza parte ad un’altra. ipotizziamo di Ma in realtà dietro a scegliere un punto queste movimentazioni di consegna per c’è molto altro. C’è il ritirare i pacchi. Un bar, 45


UNIVERSITÀ

COMUNITÀ SOSTENIBILI

un negozio, una biblioteca. Un luogo che riunisca persone e quindi diventi un punto di aggregazione. Questo è il valore sociale della logistica. Poi ci sono i corrieri. Invece di effettuare dieci consegne in una stessa zona, in questo modo, possono farne solo una. Questo, invece, è il valore ambientale. Quali sono, quindi, le opportunità di una città smart e sostenibile? Quali, allo stesso tempo, le difficoltà da superare per raggiungere questo traguardo? Le opportunità per le imprese e per la società ci sono. Sono ambientali, sociali ed economiche. Questo si traduce nell’ottimizzazione dei costi, nell’efficienza dei processi e quindi nella riduzione dei tempi, e infine, nel vantaggio di avere un’immagine di “azienda green” da spendere con i propri stakeholder e competitor. Ci sono però ancora dei limiti da superare in questo contesto. Il più grande è di tipo culturale. C’è poca informazione e diffusione su questo tema. Spesso, le imprese, così come i cittadini, non conoscono i reali benefici che questo sistema porta. Serve, quindi, coinvolgere più persone possibili, educare e rendere consapevoli. Bisogna convincere la 46

comunità che fare qualche passo in più e andare a ritirare il proprio pacco invece di riceverlo direttamente a casa è un’azione sostenibile. Per progettare città smart, sostenibili e vivibili, cosa serve? Secondo lei, da dove bisogna partire? Sono tre i punti fondamentali per iniziare a costruire queste realtà. Come prima cosa bisogna educare, appunto, i cittadini al concetto di città smart e sostenibile. Serve, poi, la tecnologia. Fattore abilitante per la realizzazione di un mondo sostenibile. Infine, c’è bisogno di una governance. Amministrazioni pubbliche e aziende devono lavorare insieme, in un’ottica di collaborazione, per fare sistema. Ci deve essere interdipendenza. Il comparto della logistica è complesso, al suo interno ci sono tanti elementi, diversi, che vivono di vita propria. I presupposti per creare comunità sostenibili, quindi, sembrerebbero esserci. La logistica è pronta a questa sfida? La logistica è parzialmente pronta a questa sfida. In linea teorica mi sento di dire che sì, è pronta ad affrontare questo nuovo stimolo. Sul

lato pratico, però, c’è uno scollamento tra la visione strategica e di sistema e l’aspetto pratico. Ci deve essere un cambiamento culturale che parte dalle stesse aziende. Le multinazionali sono più avanti in questo, stilano già report di sostenibilità che li portano ad avere un approccio propositivo. Mentre tra le piccole e medie imprese c’è ancora del lavoro da fare. Bisogna solo voler cogliere le opportunità per dar vita ad un circolo virtuoso: impatto ambientale, ottimizzazione dei processi e dei costi ed effetti positivi in termini di accesso al credito. All’interno di questo tema trova spazio il Green Transition Hub fondato proprio dalla LIUC. Quali gli obiettivi in questo contesto? L’Hub è nato con lo scopo di sensibilizzare la comunità verso il tema della sostenibilità. Attraverso l’attività di ricerca ci impegniamo per contribuire allo sviluppo di un futuro sostenibile. I nostri progetti aiutano i cittadini e le imprese a prendere sempre maggior consapevolezza sul tema. Il team di lavoro è composto da docenti, ricercatori e dottorandi che hanno sviluppato competenze ed expertise su tematiche di logistica sostenibile ed economia circolare.


SCIENZA

La sicurezza

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Base Hems per elisoccorso a Pieve di Cadore. Nella pagina a fianco, piattaforma per campo eolico nel Mare del Nord


SCIENZA

A COSA SERVE

la stampa 3D Alessia Lazzarin

Con questa tecnologia è possibile realizzare oggetti di ogni tipo, in qualsiasi ambito: metalmeccanico, aerospaziale, tessile, sportivo o medicale. Smart, sostenibile ed efficiente perché si può scegliere cosa produrre e in che misura. Il concetto di geometria praticamente non esiste più, per questo i prototipi stampati sono personalizzabili all’infinito. La manifattura additiva e l’esperienza della Elmec 3D di Brunello

C

i sono operazioni chirurgiche molto delicate per le quali, spesso, è necessario fare una simulazione prima di entrare in sala operatoria. Ai medici serve una riproduzione di organi umani che siano il più possibile vicino alla realtà, così da ridurre al minimo il rischio di errore. Per alcuni sportivi, invece, come nel caso della campionessa olimpica di canottaggio, Sara Bertolasi, è stato indispensabile farsi costruire un carrello ergonomico su misura, partendo dal calco del suo corpo, per limitare i dolori provocati durante i lunghi allenamenti in barca. Un’impresa, per esempio, può aver bisogno di aumentare le performance, la produttività e il consumo di un macchinario, attraverso l’ottimizzazione e l’alleggerimento di un componente, ottenendo anche una significativa riduzione dei costi di stock. Per un operaio che lavora per molte ore nella stessa posizione, l’uso

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di poggiagomiti potrebbe essere utile per mantenere una corretta postura. Tutte operazioni rese possibili dalla stampa 3D. Verrebbe, quindi, da chiedersi: cosa è possibile realizzare con questa innovativa tecnologia additiva? Praticamente tutto. Si possono progettare, replicare o

stampare oggetti di qualsiasi tipo, in qualsiasi ambito. Metalmeccanico, aerospaziale, tessile, sportivo o medicale. In tanti parlano di questa tecnologia, pochi, però, conoscono le sue potenzialità al 100%. Facciamo un passo indietro e partiamo dall’abc. Cos’è la manifattura additiva? “É un innovativo sistema produttivo, basato


sull’aggiunta di materiale, piuttosto che sulla sottrazione – racconta Martina Ballerio, Business Unit Manager della Elmec 3D di Brunello –. Questo sistema cambia il modo di pensare e realizzare prototipi o prodotti finali, abbattendo tempi e costi di produzione. Le applicazioni sono praticamente infinite”. Si tratta di un ciclo produttivo a tutti gli effetti. Si parte dalla materia prima. Prendiamo come esempio la polvere, il materiale tipicamente utilizzato dalle tecnologie industriali, che può essere sia polimerica sia metallica. Semplificando, attraverso un processo di fusione del materiale, si ottengono oggetti in plastica oppure in metallo. Questo nel caso dell’attività svolta dall’impresa varesina. “Con le nostre macchine, ogni giorno stampiamo prototipi, PoC (Proof of Concept, ovvero la realizzazione incompleta o abbozzata di un determinato progetto, ndr) e prodotti finiti – spiega Ballerio –. È una tecnologia intelligente, sostenibile ed efficiente. Non si spreca materiale in eccesso, si riutilizza l’80% della polvere non fusa nella fase di stampa. Si ha la possibilità di produrre solo quello che serve e quando serve, eliminando di fatto la necessità di avere uno stock di parti che potrebbero diventare obsolete senza mai essere usate”. La stampa è solo uno degli ultimi step di processo, precisa Martina Ballerio: “Il lavoro di design e progettazione, con software specifici, è fondamentale per ottenere i risultati desiderati. Il ragionamento

del progettista 3D è finalizzato a mettere materiale solamente dove è necessario e, di contro, toglierlo laddove non è strutturalmente utile”. Per questo è un processo intelligente. La realtà di Brunello vende stampanti 3D alle imprese, fa consulenza e formazione, utilizza la prototipazione rapida per creare e testare parti finali e funzionali e ridisegna i progetti. “Dobbiamo cogliere le esigenze dei nostri clienti. Si tratta di una produzione flessibile”, precisa ancora Ballerio. Nella stampa tridimensionale le forme geometriche e i vincoli progettuali quasi non esistono più. Da qui il vantaggio della personalizzazione del prodotto. Durante l’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19, lo sforzo di Elmec 3D è stato fondamentale. “Siamo andati incontro alle esigenze del personale medico e dei pazienti – informa Ballerio –. Abbiamo realizzato da zero e in pochissime ore una maschera per proteggersi dal virus. Abbiamo creato oltre 1.000 valvole Venturi per l’ospedale di Varese e diversi adattatori e prototipi sia per filtrare l’aria in entrata e quella in uscita sui caschi Cpap, sia per adattare i tubi dei respiratori”. La manifattura additiva offre tanti benefici e grandi opportunità. Però, c’è ancora qualche limite da superare. “In primis, uno scoglio riguarda la possibilità di stampare grandi quantità – sottolinea la Business

Unit Manager di Elmec 3D –. E poi, c’è il problema delle certificazioni”. Alcune imprese hanno la possibilità di ottenerle da sole, altre non possono perché si tratta di un processo costoso. Questo tende a frenare molto l’utilizzo della manifattura additiva. Anche sul lato delle competenze si può fare di più. “Le figure specializzate in questo ambito ci sono, ma sono ancora troppo poche. Le imprese, spesso, si avvicinano con fatica a questo mondo perché non riescono a cogliere tutti i vantaggi che può dare la stampa 3D”. Quello che manca, è una mentalità aperta, che sappia percepire anche ciò che sta dietro a un prodotto finito. L’impresa di Brunello sta continuando ad investire, con lo sguardo rivolto al futuro: “Vogliamo incrementare il lavoro sulla stampa del metallo – conclude Martina Ballerio –. Stiamo accelerando molto in questa direzione ed è la principale ambizione dei prossimi mesi. È un mercato in crescita e in evoluzione”. Questo tipo di tecnologie, secondo l’esperienza di Elmec 3D, spesso vengono percepite come un qualcosa di non strettamente necessario. Ma le prospettive sono positive. “Stiamo cercando nuove figure professionali da inserire in azienda e poi continuiamo a spingere sull’importanza della formazione nelle imprese”. Passione, creatività, spirito di iniziativa e tanta voglia di fare: questo quello che fa la differenza per la realtà varesina.

CHI È MARTINA BALLERIO Dopo aver conseguito una laurea in Ingegneria dei Materiali e delle Nanotecnologie al Politecnico di Milano, un Master in Nanoscienze e Nanotecnologie alla Katholieke Universiteit Leuven in Belgio, e aver maturato diverse esperienze

lavorative in Europa, Martina Ballerio, a soli 28 anni, fonda Elmec 3D, la Business Unit di Elmec Informatica dedicata alla manifattura additiva. Nel 2019 è stata inclusa da Forbes Italia nella classifica dei Top Under 30: i 100 italiani al di sotto dei 30 anni che stanno cambiando il mondo. È considerata una delle 5 personalità emergenti nella categoria Manufacturing & Industry.

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di leggenda in leggenda Roberto Fassi

Seconda puntata del viaggio di Varesefocus tra le leggende del territorio, nello specifico quelle legate ai laghi. La penna dell’europeista convinto Roberto Fassi e i suoi testi, tratti dal blog “Itinerari nella vecchia Europa”, questa volta ci portano alla scoperta della Rocca di Orino, del martirio di San Gemolo in Valganna, di Sant’Ambrogio e della Torre degli Ariani Santa Maria del Monte, Varese

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orna l’appuntamento con le millenarie leggende di cui il continente europeo è pregno e che si tramandano da secoli come curiosità turistico-letterarie o come simboli narrativi di località misteriose. E nell’Europa delle leggende, la regione Lombardia, in particolare la sponda orientale del Lago Maggiore, non è certo meno ricca di spunti e meraviglie. E dopo le prime tre storie dedicate alla nascita del lago Delio, ai mercenari della Val Veddasca e alle chiese gemelle di Valtravaglia, ecco altre tre leggende della “sponda magra” del Lago.

I fantasmi della Rocca di Orino

Tanto tempo fa (si dice che fosse il 1500) c’era una truppa di soldati di ventura che risaliva in disordine la Valcuvia. Erano mercenari svizzeri dalle barbe incolte e dalle lunghe alabarde che avevano combattuto senza tregua per tutta l’estate contro quei vanitosi di francesi scesi dalle Alpi. Stanchi di battaglie, ricoperti di molte ferite e di poca gloria, volevano tornarsene nei loro borghi, tra le montagne dei Grigioni o nelle verdi valli di Turgovia e di Argovia, a fumare la pipa e a godersi il bottino di guerra. L’inverno era però alle porte e probabilmente la neve era già signora e padrona dei passi di montagna. La soldataglia procedeva lenta e sfaticata, le donne della truppa si lagnavano di continuo per il mal di schiena e gli scudieri soffrivano di pellagra: fu allora che Marchione Pugnodiferro, il feroce capitano di quella marmaglia, adocchiò una rocca in rovina che emergeva dal fitto bosco nei dintorni del paese di Orino. Ordinò di porre l’accampamento e di accendere i fuochi. All’interno di quelle mura diroccate avrebbero trascorso l’inverno, al sicuro dal minaccioso esercito di Francia, con acqua, legna e selvaggina abbondante a portata di mano. L’inverno fu lungo e freddo come al solito. E noioso. E quando i soldati stanno con le mani in mano sono anche più pericolosi di quando menano le mani. Era dunque gennaio quando per l’accampamento si sparse la voce che Ada, la giovane e soave moglie dell’irascibile Marchione, tradiva il marito con un paio di bellimbusti del canton di Turgovia. Marchione non pensò affatto che la colpa potesse essere di quelle notti così gelide e, in un accesso d’ira, tagliò la gola a quei due giovani armigeri che, a parer suo, erano stati troppo intraprendenti. Poi prese per il collo la soave Ada e la scaraventò giù per il pozzo che stava da secoli in mezzo alla corte della rocca. Infine, non ancora pago, se la prese anche con i parenti: chi ne fece le spese fu Francesco, suo La Rocca di Orino

luogotenente e, purtroppo per lui, fratello di Ada. Nonostante le sue disperate proteste, Francesco fu imprigionato nel torrione della rocca che aveva porte robuste e inferriate alle finestre. “E chiudete a doppia mandata!” sbraitò Marchione Pugnodiferro. Venne il tempo di partire per il Nord e Francesco fu abbandonato nella sua prigione, destinato ad una lunga agonia. Non si ebbero più notizie di Marchione, il collerico, né si sa se il suo carattere si addolcì quando, di lì a poco, grazie ai semi di cacao provenienti dal nuovo mondo, i mercenari svizzeri cominciarono a mangiare cioccolato dolce a tutto spiano. Tutti gli inverni, invece, si hanno notizie, anche se incerte e un po’ confuse, di quelle due anime perdute di Ada e Francesco: si dice che i loro fantasmi corrano da secoli lungo le mura della rocca e che, nelle fredde notti senza luna, bisbiglino la loro leggenda a chi ha il coraggio di avventurarsi su per i boschi della Valcuvia.

Il martirio di San Gemolo in Valganna

Tanto tempo fa (si dice che fosse circa l’anno Mille) c’era una carovana di pellegrini che transitava lenta e devota sul ponte di legno gettato sul fiume Tresa. Erano pellegrini che venivano dalla terra dei Germani, o forse dei loro cugini, i Goti, o fors’anche di quegli altri lontani parenti, i Burgundi. Avevano valicato i passi alpini allo sciogliersi delle nevi e chissà se avevano scelto il valico del San Bernardino o il più aspro San Gottardo o il più angusto passo del Lucomagno. A valle c’erano comunque arrivati, in quel contado di laghi e di ladri: allora, infatti, bande di briganti infestavano i monti sopra Milano, in cerca di facili bottini da strappare alle comitive di viandanti che, passo passo, dall’Europa del Nord cercavano di raggiungere Roma, città eterna, caput mundi e dimora millenaria del Buon Pastore. Passo passo i pellegrini di Germania salivano dunque per i boschi della Valmarchirolo. Li guidava un vecchio vescovo in odor di santità che aveva condotto con sé un manipolo di giovani scalpitanti, pieni di fervore religioso e di smania di avventure. Tra di essi c’era Gemolo che, oltre a essere ardito e scalpitante, era pure nipote del buon vescovo. Sopraggiunta la notte (una delle tante in quel lungo cammino), gli stanchi viaggiatori posero il bivacco all’imbocco della Valganna, terra di ruscelli e di chiari specchi di palude. Occhi furtivi, celati nella boscaglia, spiavano quei pellegrini affaticati e quando tutto 55


TERRITORIO

ITINERARIO LEGGENDARIO

fu silenzio e il sonno prese possesso dell’accampamento, certi ceffi da galera sbucarono quatti quatti dalla selva oscura e fecero man bassa di cibo, ori e tesori destinati al Papa di Roma. Ma l’ultimo di quei manigoldi era grasso e un po’ impacciato e teneva sottobraccio due grossi sacchi di mercanzia rubata: nell’oscurità inciampò nel pentolame abbandonato sulla cenere del bivacco e ruppe il silenzio della notte. A quel frastuono improvviso, i suoi compagni di ventura afferrarono svelti i fardelli col bottino e si dileguarono verso il bosco nero e protettivo. Anche Gemolo si levò di soprassalto e, scambiata un’occhiata d’intesa col suo amico Imerio, si gettò con lui all’inseguimento di quei briganti fracassoni. Che non erano solo rumorosi e violenti, ma anche vili e feroci. Appena si resero conto che gli inseguitori erano solo due, frenarono la loro fuga e tesero un’imboscata ai due inesperti cavalieri venuti dal Nord. Là dove il ruscello Margorabbia si apriva un varco tra gli alberi del bosco, Gemolo e Imerio furono circondati dai briganti e uccisi senza pietà. Alle prime luci dell’alba, il vecchio vescovo e i suoi compagni di viaggio li ritrovarono riversi sulle sponde del torrente, coperti dall’ultima, pietosa brina di stagione. Gemolo fu sepolto ai margini di quelle terre palustri, nel luogo dove più tardi sarebbe stata eretta la badìa di Ganna.

per aver cacciato gli eretici. Era un avvenimento speciale, così speciale che il vescovo ordinò subito di porre un altare di pietra grezza in quel luogo per celebrare l’evento e confermare la sacralità di quella montagna. Anche lo stesso Ambrogio era un uomo speciale e divenne infatti sant’Ambrogio, patrono di Milano e della Lombardia. Degli Ariani si persero le tracce perché i boschi in cui fuggirono erano davvero molto scuri: della loro presenza sulla montagna pare sia rimasta solo una vecchia torre cocciuta e squadrata. Il monte sopra Velate ebbe invece un destino radioso perché, nel giro di un millennio o poco più, diventò il più panoramico Sacro Monte d’Europa. Come sempre, con vista sui laghi e sulla metropoli di Milano. O magari, per chi non è uomo di poca fede, con possibilità di vedere anche più in là. “Itinerario leggendario sulle rive del Verbano” è uno dei viaggi, corredati di testi e fotografie, consultabili gratuitamente sul sito www. viaggivecchiaeuropa.wordpress.com. Sul prossimo numero di Varesefocus, in edicola a dicembre, nuove leggende e nuove storie con la terza e ultima puntata.

www.viaggivecchiaeuropa.wordpress.com

Il paesino di Boarezzo

Sant’Ambrogio e la Torre degli Ariani

Tanto tempo fa (si dice che fosse il 400 d.C.) c’era un piccolo monte con vista sui laghi della Lombardia e, nelle giornate di vento impetuoso, con vista anche sulla città di Milano, una delle più grandi e famose città dell’Impero Romano d’Occidente. Sui versanti meridionali della montagna stava invece un modesto paese chiamato Velate e, considerato che anche a quel tempo la geografia cercava di essere una cosa precisa, la montagna in questione fu detta “monte sopra Velate”. In quel periodo la Lombardia e tutti i territori dell’impero erano percorsi da mille idee religiose e nessuno sapeva con esattezza quale fosse la migliore. Tra gli stessi cristiani c’erano, per esempio, i seguaci del prete Ario che consideravano Gesù come un grand’uomo, ma certo non come un Dio. Scacciati dalle grandi città perché considerati eretici, gli Ariani se ne andarono raminghi e per un po’ misero su casa proprio alle pendici del monte sopra Velate. Un giorno, alle falde della montagna, giunse Ambrogio, che era vescovo di Milano ed era anche uno che non la faceva passar liscia agli eretici che si lasciavano abbindolare da strane idee. Chiamati a raccolta i suoi soldati, il vescovo Ambrogio diede l’assalto alla montagna e, dopo una serie di scontri militari, mise in fuga quei testardi di Ariani che si dispersero negli scuri boschi del Nord. Si racconta che, dopo la battaglia, ad Ambrogio apparve per un breve momento l’immagine della Madonna che s’aggirava nei paraggi. Il vescovo interpretò quell’apparizione come un segno di benevolenza e di approvazione 56

Il blog “Itinerari nella vecchia Europa” Il blog “Itinerari nella vecchia Europa”, pensato e popolato dalla penna di Roberto Fassi, racchiude una serie di itinerari turistici mirati, facilmente consultabili, con caratteristiche ben definite. Come, ad esempio, il riferimento al continente europeo, la scelta di una città-fulcro attorno alla quale ruota l’itinerario e la volontà di privilegiare la sfera letteraria, artistica, scientifica e cinematografica nei percorsi proposti. Il tutto tenendo bene al centro della narrazione l’Europa che, a detta di Robert Schuman “non sarà fatta tutta in una volta, o secondo un unico piano. Essa si formerà attraverso concrete realizzazioni che creino dapprima una solidarietà di fatto”. E se il politico francese, ritenuto uno dei padri fondatori dell’Unione europea, si riferiva ai piccoli passi ideali (politici, economici e sociali) che devono portare a una vera unità istituzionale, i passi reali sono quelli di un cammino che ci porta in giro per l’Europa: “un desiderio di conoscenza reciproca tanto piacevole quanto necessario. Piccoli passi che sono il cardine di questi itinerari per le strade della vecchia Europa”. Come si legge proprio in apertura del blog.


TERRITORIO

LA SIGNORA

dei deserti Alberto Bortoluzzi

foto di Alberto Bortoluzzi e Oscar e Carla Perrotti

Ha affrontato sfide a dir poco rischiose, percorso a piedi i più remoti e pericolosi angoli del pianeta, segnando record mai raggiunti prima. Uno spirito di avventura, quello dell’esploratrice e documentarista Carla Perrotti, forgiato nella casa di villeggiatura dei suoi genitori a Marzio, dove ancora oggi passa i suoi momenti di relax insieme alla famiglia. Ecco la storia di una traversata lunga una vita

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e vi capitasse in questo periodo di passare dalle parti di Marzio, un piccolo comune della provincia di Varese di appena 300 abitanti, potreste imbattervi in Carla Perrotti, una donna decisamente fuori dal comune. Esploratrice, documentarista e parte del club che annovera i migliori atleti del mondo (“Sector No Limits Team”), Perrotti è attualmente l’unica persona al mondo ad aver attraversato un deserto per ogni continente, compreso il temibile Taklamakan cinese, che prima di lei nessuno era riuscito a valicare. Ma cosa ha spinto uno spirito avventuroso e libero a scegliere un paesino come Marzio per i propri momenti di relax e di stop? Ecco la risposta. Cosa l’ha portata in questo paese di montagna così poco conosciuto? La mia famiglia ha sempre avuto un legame molto forte con Marzio sin dagli anni ‘50, quando mio padre, milanese d’adozione, cercando un luogo di villeggiatura in cui trascorrere l’estate con la famiglia acquistò la foresteria della villa Bonomi e Bolchini, ai margini del paese nei pressi del bosco. Forse proprio qui ho forgiato il mio spirito d’avventura, arrampicandomi sugli alberi e accompagnando i pastori, tutti i giorni, quando portavano le bestie al pascolo. Così, anche dopo la morte dei miei genitori, né io né mio fratello abbiamo mai pensato di vendere questa casa e ci siamo sempre venuti qualche giorno in estate. Quando la moglie di mio figlio, nata in America, ha manifestato il desiderio di andarsene da Milano e venire a vivere qui per far crescere i suoi figli in mezzo alla natura, io e mio fratello siamo stati felici di cederle la casa. Il mio ruolo di nonna e i ricordi d’infanzia, hanno fatto il resto, ecco il motivo per il quale trascorro sempre più tempo a Marzio.

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Ci può raccontare qualcosa in più della sua vita e di questa passione per il deserto? Io e mio marito Oscar, di professione medico, siamo sempre stati appassionati di viaggi e di avventure, tanto da farlo diventare un lavoro a tempo pieno, quando abbiamo cominciato a realizzare dei veri e propri documentari per Canale 5. Lui faceva le fotografie e i video, mentre io mi occupavo dei testi e del montaggio dei film. In quanto al deserto: una volta eravamo in Niger per girare un documentario, quando ci siamo imbattuti in una carovana del sale che stava attraversando il deserto con 200 cammelli al seguito. Ne siamo rimasti folgorati e abbiamo pensato che sarebbe stato interessante realizzare un servizio a tema: mio marito avrebbe seguito la carovana da lontano, scattando qualche foto e girando alcune riprese e io avrei provato ad aggregarmi a loro, raccontando questa esperienza dal di dentro. Grazie ad un amico che aveva delle conoscenze nel paese, siamo riusciti a contattare il capo carovana, che, dopo un’iniziale titubanza, si è reso disponibile a farmi aggregare al gruppo, a patto che, se non ce l’avessi fatta, sarei stata abbandonata al mio destino senza alcun aiuto.


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TERRITORIO

LA SIGNORA DEI DESERTI

Com’è stata quella prima esperienza? Quanto è durato il viaggio? Il viaggio è durato 9 giorni. Mai e poi mai mi sarei aspettata un percorso così duro: si camminava dalle 7.00 del mattino alle 10.00 di sera ininterrottamente, con brevi periodi in sella al cammello, anzi in groppa al cammello (le selle non c’erano, visto che i cammelli erano caricati con il sale). Mi era permesso di salire sul cammello solo quando lo decideva il capo carovana, solitamente durante le ore più calde del giorno, quando le temperature superavano i 50 gradi e al calar del sole, perché temevano che altrimenti mi sarei persa. I primi giorni sono stati quelli più duri, talmente duri che pensavo di non farcela. Più di una volta mi sono ritrovata a piangere silenziosamente nella mia tendina bianca pensando di mollare il colpo, pur ritenendomi una donna forte, con trascorsi da atleta: quello che ho provato in quella prima occasione nel deserto non è descrivibile. Da quel caldo insopportabile durante il giorno, al freddo della notte, alle vesciche dolorosissime sotto ai piedi, al mal di schiena causato dall’andare a dorso di cammello senza sella. Miracolosamente, sono riuscita ad arrivare in fondo a quell’avventura e a guadagnarmi il rispetto dei Tuareg, come unica donna ad aver attraversato il deserto al seguito di una carovana del sale.

È con questa impresa che è diventata “Sector No limits”? Sì, dopo aver attraversato con la carovana del sale il deserto, si sono interessati a me e mi hanno sostenuto nelle mie imprese. Ma i miei viaggi hanno sempre avuto come fine la conoscenza di me stessa, più che la grande impresa e di volta in volta ho spostato i miei limiti più avanti. È così che è nata l’idea di attraversare un deserto per ogni continente. La meta successiva? La meta successiva è stata il deserto del Kalahari tra Sud Africa e Botswana. In questo viaggio ho voluto provare un’esperienza nuova, ovvero partire senza viveri al seguito per

© OSCAR E CARLA PERROTTI

E il secondo deserto quale è stato? Quello in Bolivia a 3.600 metri di altezza, il Salar de Uyuni, la più grande distesa salata del mondo. L’ho attraversato in 6 giorni trainando un carretto che pesava 130 chili. Non avevo con me la radio e mi orientavo usando una bussola e tenendo come riferimento le montagne. Il vero pericolo di questo viaggio sono stati gli “occhi del salar”, dei buchi circolari nella crosta di sale solitamente molto spessa, che, quando meno te lo aspetti, possono inghiottirti.

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mancava la vista, Fabio Pasinetti, con cui ho attraversato il Deserto Bianco in Egitto. All’inizio Fabio, appassionato di maratone, affrontava il viaggio solo dal punto di vista sportivo, ma pian E poi è arrivato il deserto della Cina, quello che prima di lei nessuno era piano ha cominciato a viverlo in modo diverso e più profondo. Sono stati proprio i cambiamenti riuscito ad attraversare vivo: non aveva paura? che ho visto in lui a darmi l’idea di organizzare No, non so perché, ma ero certa che ce l’avrei fatta. Il viaggio è durato 24 dei percorsi per persone comuni, da affrontare giorni. Mi facevo lasciare delle taniche d’acqua ogni 25 chilometri, che ritrovavo grazie alle coordinate che mi venivano inviate sul telefono satellitare. come una sorta di Desert Therapy, una terapia del deserto. E da allora sono passati ben 13 anni, senza contare gli ultimi due di pandemia, Quinto ed ultimo deserto, quello australiano: quali difficoltà ha ovviamente. Ogni viaggio mi riserva sorprese riscontrato? incredibili: non potete immaginare la gioia Il deserto australiano è stato il più pericoloso, non tanto per le difficoltà del nel vedere persone, alla partenza, cariche viaggio in se stesso (ormai ero temprata), ma soprattutto per la pericolosità di problemi emotivi, che riescono, durante il degli animali che si possono incontrare lungo il tragitto, spesso mortali. Nei 15 giorni che ho impiegato ad attraversarlo, quindi, non mi sono mai rilassata. percorso, a ritrovare un equilibrio interiore. nutrirmi solo di quello che mi offriva la natura, come bacche e radici, grazie all’aiuto di un guerriero Boscimane. Un’esperienza durissima durata 15 giorni, in cui percepivo il mio corpo andare in autoconsunzione.

Cosa ha provato pensando che, di lì a poco, la sua esperienza con i deserti sarebbe terminata? Avevo iniziato a pensare alla fine del ciclo di questi viaggi avventurosi mentre attraversavo il deserto del Taklamakan in Cina. Un giorno, mentre camminavo su di un terreno non troppo accidentato, ho provato a chiudere gli occhi, chiedendomi cosa potesse provare una persona non vedente affrontando un’esperienza come quella. Così, dopo aver concluso con successo la mia missione nei cinque continenti, ho cominciato a condividere le mie esperienze con altri. Il primo viaggio è stato proprio con una persona a cui

Ha mai pensato di proporre la Desert Therapy nel mondo del lavoro, per esempio, a imprenditori e manager? È una di quelle attività che mi piacerebbe approfondire, non solo andando a parlare nelle aziende, ma organizzando dei viaggi in cui poter insegnare a queste persone come affrontare positivamente i momenti di difficoltà e come superare lo stress lavorativo.

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STORIA

L’ORIGINE DEI

villaggi industriali Maria Grazia Gasparini

Dal primo esempio italiano, realizzato da Ferdinando IV Re delle due Sicilie, nel 1789 a Caserta San Leucio a uno tra i più famosi, quello di Crespi d’Adda, Patrimonio Unesco dal 1995. Il welfare aziendale, nato all’epoca della prima Rivoluzione Industriale, ha trovato casa (è proprio il caso di dirlo) intorno alle imprese. Trasformate in piccoli borghi familiari e, col tempo, in veri e propri paesi cresciuti anche in provincia di Varese. Il welfare aziendale di oggi nasce da questa storia i primi villaggi industriali, fatti di abitazioni familiari dotate di molti comfort, per l’epoca non scontati, come ad esempio l’acqua corrente, l’elettricità e i servizi igienici in casa. Per fare questo fu necessario rivoluzionare il concetto stesso di lavoro. Le abitazioni venivano date in uso ai dipendenti della fabbrica, i quali si trasformavano da contadini in operai, con uno stipendio garantito. In questo modo il territorio iniziò a cambiare letteralmente con il sorgere, dapprima, di piccoli borghi che col tempo si l welfare aziendale ha radici molto lontane. Tanto quanto trasformavano in veri e propri paesi. I villaggi l’industrializzazione. Il pensiero da cui nasce, così come le prime erano dotati di tutto: dalla chiesa, fattore iniziative, infatti, prende corpo già prima dell’800 in Inghilterra aggregativo importante, alla scuola con la quando iniziò la prima Rivoluzione Industriale. Tutto un altro mondo. sua funzione formativa, all’asilo per i figli delle Le formule di allora non sono certo applicabili ai giorni d’oggi, ma lavoratrici, insieme anche a strutture e servizi la validità di quel concetto sociale resta la stessa. Anche il motore da cui ricreativi per i dipendenti. prende spinta è il medesimo: la lungimiranza di capitani d’impresa in grado di Tutto sotto l’occhio vigile e paternalistico guardare oltre. Allora, come oggi, il modello di welfare si contraddistingueva, del proprietario della fabbrica che, in questo infatti, per scelte innovative di grandi imprenditori del tempo che, per merito modo, fidelizzava il suo personale. Le esigenze delle nuove tecnologie e dei progressi nel campo della fisica e della chimica, industriali, sempre crescenti, portavano alla entravano “a gamba tesa” nei territori a vocazione esclusivamente agricola, nascita di scuole professionali che richiamavano trasformandoli non solo da un punto di vista economico, ma anche sociale. i giovani per avere una specializzazione che Fu così anche in Italia dove all’industrializzazione si accompagnò il forte gli consentisse un futuro migliore. In Italia movimento migratorio da Sud verso il Nord alla ricerca di quel personale i primi nuclei abitativi sorsero verso la fine necessario per far fronte alla crescente richiesta di operai. Nascevano così del XIX secolo e in Lombardia molto dopo,

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La rete ferroviaria si andava sviluppando nel Nord-Ovest della Lombardia, collegando Milano con Novara, Varese, Laveno, Como ed Erba, creando nuove opportunità per le industrie del territorio che potevano così esportare con più facilità i loro prodotti oltre frontiera

nel 1877, anno di nascita anche delle Ferrovie Nord che, con un concetto avveniristico per l’epoca e con una rete capillare per il territorio lombardo, consentirono un eccezionale progresso industriale. La rete ferroviaria si andava sviluppando nel Nord-Ovest della Lombardia, collegando Milano con Novara, Varese, Laveno, Como ed Erba, creando nuove opportunità per le industrie del territorio che potevano così esportare con più facilità i loro prodotti oltre frontiera. Uno studio approfondito dei villaggi industriali italiani, in collaborazione con il Comune di Saronno e la Società Storica Saronnese, è stato fatto dal professor Sergio Beato, esperto in storia dell’arte e storico appassionato. Dalle sue ricerche è emerso che il primo villaggio industriale, in Italia, fu realizzato da Ferdinando IV Re delle due Sicilie, nel 1789 a Caserta San Leucio. Ai margini, in fondo alla grande e spettacolare reggia, sorgevano le case per i lavoratori che richiamavano alla mente i villaggi inglesi o le villette a schiera. La fabbrica veniva dotata di innovativi torcitoi per la produzione di esclusiva e preziosa seta, fiore all’occhiello della produzione reale e il personale veniva adeguatamente istruito. Le case erano progettate, cosa incredibile per l’epoca, dotandole di acqua corrente e servizi igienici.

Nel 1877 in Lombardia, i Crespi, ricchissima famiglia di imprenditori cotonieri originaria di Busto, costruiva un grande stabilimento sulle rive dell’Adda e intorno realizzava il Villaggio ideale. “Un piccolo feudo – racconta Sergio Beato – dove il castello del padrone era il simbolo sia dell’autorità sia della benevolenza verso gli operai e le loro famiglie. La posizione del castello era preminente e intorno sorgevano le case per i dirigenti, con uno stile e ampiezza diverse, quelle per le maestranze e per gli operai. Un microcosmo autosufficiente, dotato anche di una chiesa, copia perfetta dell’omonima Basilica di Santa Maria a Busto e il cimitero”. Oggi il villaggio Crespi è visitabile ed è patrimonio dell’Unesco dal 1995. Sorsero, con questo stimolo dell’innovazione industriale dell’epoca, altri villaggi in Piemonte, Toscana, Veneto e in Sardegna. Il territorio varesino è ricco di questi esempi. A Busto Arsizio, un altro Crespi, Benigno, nipote del patriarca di Crespi d’Adda, seguì l’esempio del nonno paterno. A Castiglione Olona c’era e c’è tuttora la Mazzucchelli, a Cislago il cotonificio Ogna/Candiani e le ceramiche Cristina. Qui l’architettura si diversificava e cominciarono, perciò, a sorgere i condomìni aziendali. A Saronno, soprattutto per effetto della rete ferroviaria delle Ferrovie Nord, sorsero diversi villaggi operai: la Torley, poi divenuta Cemsa, i condomìni delle Ferrovie Nord e il villaggio Frua, tuttora abitato in parte dagli ex dipendenti della Cantoni e ancora contraddistinto da una scultura di bronzo, posta all’ingresso del villaggio, che rappresenta la famiglia, opera dello scultore Egidio Boninsegna. Sopra, villaggio Cantoni e, sotto, villaggio Torley, entrambi a Saronno. Nell’altra pagina, il primo villaggio industriale italiano a Caserta San Leucio

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GITA A...

a Besano Alessandra

Tra miniere e mari antichi, in 24 ore di avventura a 360 gradi, immersi tra storia, natura e patrimoni Unesco, è possibile visitare la cittadina ai piedi del Monte San Giorgio. Terra di ritrovamenti, di fossili, leggende e personaggi che paiono usciti da un racconto

Panorama sulla Valceresio lungo il sentiero dei fossili

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GITA A...

B

BESANO

esano, l’antico mare oggi montagna, tra le vette verdi della Valceresio, è una continua scoperta. Dominato dal Monte San Giorgio, area occupata tra 247 e 237 milioni di anni fa dal mare abitato da specie di pesci, ittiosauri e animali marini, patrimonio Unesco, regala altre spettacolari scoperte. Come le miniere: orbite nere che sprofondano nel ventre della montagna, oggi osservabili solo dall’esterno, protagoniste di un ambizioso progetto di recupero che, assicura il sindaco Leslie Mulas, farà aprire tra fine 2023 e inizio 2024 le miniere al loro interno anche a percorsi turistici.

Le miniere di Piodelle

“La storia del ritrovamento dei fossili a Besano nasce proprio perché qui in passato si scavava”, spiega il sindaco Leslie Mulas. “Prima era un piccolo paese che viveva di artigianato, di lavoro contadino o di impieghi oltreconfine, in Svizzera. Poi si cominciò a estrarre pietra, in particolare lo scisto bituminoso. In paese venne creato uno stabilimento per la sua lavorazione in loco e questo influì molto sullo sviluppo della località. Gli scavi permisero poi la scoperta di fossili che rendono oggi questo territorio unico, riconosciuto Patrimonio Unesco. La nostra idea è valorizzare le caratteristiche naturali di questo tesoro naturalistico e storico in ottica paesaggistica e turistica. E dopo aver riqualificato i sentieri e il Museo, ora stiamo realizzando un grande progetto turistico per rendere visitabili le antiche miniere di Piodelle”. Gli scisti bituminosi che affiorano sulle pendici del monte Ravello, del Monte Orsa e nell’adiacente area del Monte San Giorgio sono noti da secoli agli abitanti. Si sa, come spiegano dal Museo dei Fossili in centro paese, che fra il 1774 e il 1790 venne ripreso lo sfruttamento di una vecchia miniera a Besano per ottenere materiale combustibile per le fornaci, mentre intorno al 1839 si pensò di utilizzare gli scisti per la produzione di gas per l’illuminazione. In quel periodo, c’era un progetto per illuminare le vie di Milano. Non andò in porto, ma contribuì ad attirare l’attenzione sulle miniere e poi sui fossili. Il giacimento di Besano fu dunque un punto di partenza fondamentale per scoprire i preziosi fossili della zona, ma anche per produrre unguenti medicali. Con lo scisto estratto, infatti, si produceva fino agli anni ‘50 l’ittiolo, una pomata medicale.

Il sentiero dei fossili

La magia di Besano sta anche nel fatto di trovarsi, in poco più di 20 minuti di cammino dal centro del paese, in un’area totalmente verde e selvaggia, di difficoltà modulabile a seconda del tempo e della preparazione. Per passare una bella giornata a Besano, l’ideale è partire proprio da centro paese. Lasciare l’auto e, seguendo la segnaletica, addentrarsi lungo il sentiero dei fossili, tra fiumi, aree picnic, punti panoramici mozzafiato e loro: le antiche miniere. Il sentiero parte dal piazzale attrezzato Monte San Giorgio. Dopo una

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breve camminata si arriva al Rio Ponticelli e al nuovo parco-area picnic. Proprio qui, nel letto del torrente Rio Ponticelli fu aperta una campagna di scavo negli anni ‘70 e ‘80, che portò al rinvenimento di centinaia di fossili grazie ai quali Besano e il Monte San Giorgio hanno ricevuto il riconoscimento di patrimonio Unesco. Da qui, proseguendo per un’altra ventina di minuti di cammino, si arriva alla suggestiva area delle ex miniere: in questo punto è possibile godere di un’affascinante vista sul Lago Ceresio, ammirabile da vere e proprie balconate naturali e sedute ad hoc da cui godersi il panorama “in prima fila”, assaporando il silenzio e i rumori del bosco. Da qui la strada prosegue: si può continuare il sentiero con destinazione i monti Grumello e Pravello, con le trincee della Linea Cadorna. Per gli appassionati dei punti panoramici, breve salita verso la “Crocetta” di Besano, posta da tempo immemore su un piccolo sperone roccioso dal quale si gode una vista su tutto il paese e sulla valle fino al Lago Ceresio. La crocetta può essere raggiunta anche partendo dal piazzale Monte San Giorgio in direzione “Bernasca” oppure direttamente dalla via Bernasca situata dietro la cava ex americana, tra Besano e Piamo.

Il Museo dei Fossili

Altra tappa da non perdere durante una gita di Besano, o meglio, forse il punto di partenza migliore per cominciare a conoscere la località, è il Museo dei Fossili cittadino, in via Prestini 5. Qui si può scoprire tutto sull’ancestrale mare Triassico di Besano che, milioni di anni fa, era popolato da un gran numero di pesci. Il Museo, riallestito nel 2020, espone una parte significativa degli eccezionali reperti scoperti sul territorio. Una finestra su un passato lontano 240 milioni di anni, quando, nelle calde acque di un mare tropicale, vivevano le creature che oggi si possono ammirare perfettamente conservate nelle sale


E poi ci sono i rii, i torrenti che attraversano il paese, che raccontano una vita che non c’è più: “Il Cusciuree e la Novella sono delle località dove si andava a fare il bagno in pozze, a volte nascoste dal verde. In gioventù, mio padre andava a pescare i gamberi di fiume o a raccogliere i mazzi di mughetti da vendere poi agli svizzeri o ai milanesi di passaggio. Oggi sono entrambe specie protette e non si possono pescare né raccogliere, ma un tempo era comune racimolare qualche soldo in questo modo per gli abitanti”. E poi ci sono i “personaggi” del paese. Da antichi contrabbandieri storici permeati da un alone leggendario, a figure pittoresche come “La Vivere a Besano: i racconti della guida Capannona”, una signora che viveva nel centro Terra antica di contrabbando e di pensatori ribelli, Besano conserva storie storico, famosa per la moltitudine di gatti che e personaggi d’altri tempi, che solo chi conosce bene può svelare. Storie allevava e che difendeva a spada tratta da che aggiungono un valore emozionale a ciò che si visita e si scopre. Antea Franceschin, besanese di terza generazione, guida escursionistica ambientale chi, soprattutto nel dopoguerra, cercasse di appropriarsene (e non per adottarli, ma mossi dal 2016, ha deciso di vivere e valorizzare il territorio in cui è nata. E di luoghi dalla fame). Besano è anche questo, un libro del cuore e aneddoti ne ha molti. Tra questi, il Colle San Martino un luogo ricchissimo di storie tanto da sembrare un molto caro agli abitanti: da qui, si dice, venne fondato l’antico nucleo del racconto d’avventura popolato da innumerevoli paese. Su questo colle, puntellato da una Via Crucis, si staglia una chiesetta personaggi. in stile romanico, dedicata alla Madonna. Spesso è chiusa ma, consiglia la guida, è un luogo magico da visitare grazie al panorama spettacolare che si apre sulle montagne e sul Lago di Lugano. Il Museo dei Fossili, secondo Sopra, le miniere di Besano. Nella pagina a fianco, da Franceschin, merita di essere visitato anche per un altro aspetto: la sua sinistra, l’inizio del sentiero dei fossili, la targa degli architettura: “A differenza di quello svizzero, è costruito all’interno di una delle Alpini sulla Crocetta di Besano e la riproduzione del case di corte del paese che ha mantenuto questa caratteristica tipica”. besanosauro nel cortile del Museo Civico

museali. Tra i rettili spicca il famoso Besanosaurus, enorme ittiosauro lungo quasi 6 metri, che conserva nell’addome ben 4 embrioni. Ospite del Museo è poi il Saltriosauro, i cui resti sono gli unici fossili in Italia di un grande dinosauro carnivoro. Il Museo è dotato anche di uno spazio accoglienza, di un laboratorio didattico ed è particolarmente amato dai bambini. Molto utile la visita al Museo, dunque, prima di percorrere altri sentieri, in modo da “inquadrare” la ricchezza e le storie che il territorio è in grado di svelare lungo un cammino. Ma non solo: all’ingresso, è possibile trovare una mappa dei sentieri oppure scaricarla tramite QR code sul telefonino. Un’opzione molto utile per organizzare la propria gita. Un altro consiglio è anche quello di scaricare tracce gps dei sentieri da app (come Komoot) o affidarsi ad una guida, in modo che in caso di dubbi, si abbia chiaro quali deviazioni prendere.

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TERRITORIO

IL TURISMO

delle zucche Alessandra Favaro

L’autunno si tinge di arancione tra feste gastronomiche, parchi a tema ed eventi locali. Ecco alcuni campi, a un’ora (massimo) da Varese, in cui praticare l’usanza tutta a stelle e strisce (ma con radici anche nella nostra tradizione contadina) che prevede la raccolta, l’intaglio e la decorazione del famoso ortaggio, simbolo di questa stagione. In vista della notte più spaventosa dell’anno...

C

hi vive in Lombardia, ama le zucche e adora le atmosfere campestri, questo autunno troverà pane per i suoi denti. Si è aperto il periodo in cui sagre, feste e iniziative originali di ogni sorta vedono protagonisti i simpatici ortaggi arancioni. Tutti da scoprire nelle loro diverse varietà, in ricette antiche o sempre nuove e persino nel loro lato “spaventoso” la notte più paurosa dell’anno. Da Varese fino alle province limitrofe, ogni weekend è un’occasione speciale per tuffarsi in un divertente mondo arancione, ideale per una gita con i bambini ma non solo. Non tutti sanno infatti che, ancora prima che venisse importata dall’America con Halloween, la tradizione dell’intaglio delle zucche e il suo legame con il culto dei morti faceva parte di antiche tradizioni celtiche e di diverse località del Nord Italia, Lombardia compresa. Qui le zucche intagliate si chiamavano Lumère, in veneto Lumasse: termine dialettale che indica, per l’appunto, quanto questa antica usanza fosse radicata nella cultura contadina di un tempo. Forse è anche per questo motivo che ancora oggi le zucche, nel piatto e nella tradizione, attirano su di sé l’interesse di un pubblico sempre maggiore. In onore di questo ortaggio simbolo dell’autunno, vengono organizzate sagre e feste di ogni tipo: negli ultimi anni, in particolare, molto in voga i campi di zucche pick-up. Eccone alcuni sparsi nella provincia di Varese e nei dintorni.

indiscussa. A Gavirate, sul Lago di Varese, si tiene invece una delle Feste della Zucca più famose d’Italia: l’appuntamento è tutti i weekend di ottobre sul lungolago della cittadina. Qui, tra i ricchi stand gastronomici vengono proposte alcune specialità della tradizione lombarda: tortelli, risotti, ravioli, dolci. Oltre al buon cibo, è possibile anche curiosare tra mercatini di specialità tipiche, una Fiera del Disco e, per i più sportivi, anche una parete d’arrampicata. Si tiene, invece, ad Agra un’altra Sagra della Zucca, con tanto di elezione di “Miss Zucca” e gara tra le opere più belle di intaglio. Altre attrazioni sono il mercatino dell’artigianato e le visite tra gli antichi cortili che ospitano mostre, esposizioni e dimostrazioni artistiche, oltre che spettacoli di animazione per bambini. Gli stand gastronomici offrono specialità locali insieme alle castagne ed ai famosissimi tortelli di zucca.

Tra feste e zucche in provincia di Varese. Forte la tradizione delle feste dedicate agli ortaggi arancioni in provincia di Varese, tra appuntamenti già conclusi ed altri in calendario per tutto il periodo autunnale. A partire dall’evento organizzato a Osmate. Il bel paesino sul Lago di Monate ogni anno, infatti, mette in scena la sua personale Sagra della Zucca. Il borgo si tinge d’arancio e offre stand gastronomici dove la zucca è protagonista

I campi di zucche in Lombardia. La Lombardia è una grande produttrice di zucche. E non a caso, anche attorno alla provincia di Varese, si è assistito nel corso del tempo ad un fiorire di iniziative legate proprio a questo ortaggio. Numerosi, negli ultimi anni, i campi per

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Il Villaggio delle zucche a San Martino Siccomario (Pavia)

il cosiddetto Pumpkin Patch, ovvero distese in cui, in pieno stile americano, poter passeggiare e raccogliere la propria zucca, nel periodo che precede Halloween, per poi intagliarla e renderla una “spaventosa” decorazione casalinga. L’atmosfera giocosa e i grandi spazi aperti naturali rendono l’esperienza divertente e affascinante, da condividere soprattutto con i piccoli di casa. Per visitare i campi è spesso richiesta la prenotazione: è bene, perciò, verificare prima di mettersi in viaggio. Il Campo di Federica a Nerviano. A Nerviano, in provincia di Milano, a poco più di mezz’ora da Varese, il Campo di Federica è un immancabile appuntamento per gli appassionati di Pumpkin Patch, che qui si trasforma in Festival d’Autunno. L’iniziativa, fino al 1° novembre, promette di far vivere “un’esperienza fuori dal comune, tra zucche, fiori e speciali installazioni”. Al campo si viene avvolti da una calda atmosfera fatta di balle di fieno, pannocchie, oggetti vintage, simpatici felini e tante istallazioni. L’esperienza di visitare il campo e intagliare la propria zucca nell’area creativa dura circa un’ora e mezza. Azienda Agricola La Campanella a Rho. Alle porte di Milano, più precisamente a Rho, l’Azienda Agricola La Campanella propone divertimento a palate. Nell’area country ci si può arrampicare sulle balle di fieno, ammirare trattori e partecipare a tante iniziative pensate per i più piccoli, con aree creative dove i bambini possono decorare la propria baby zucca. Una dimensione familiare in cui vivere la magia dell’autunno e dei prodotti di stagione. Anche in questo caso, la distanza da Varese è di circa 40 minuti in auto. Mirtilli di San Vito a Gaggiano. Ogni weekend di ottobre l’azienda agricola

Mirtilli di San Vito (a Gaggiano, in provincia di Milano) organizza la raccolta in campo delle zucche con laboratori e giochi in stile country. Un’esperienza ideale per i bambini ma non solo, per godersi una giornata autunnale in piena campagna, a un’oretta di distanza da Varese. Campo dei Fiori a Galbiate. Tra i più vicini campi di zucche c’è quello di Galbiate, non distante dal Lago di Lecco, il primo ad aprire in Italia. A “Il Campo dei Fiori” è possibile trovare zucche di tutte le varietà: violino, butternut, mantovana, Hokkaido e la zucca spaghetti, oltre a quelle ornamentali da decorare per Halloween. Il campo, aperto fino al 31 ottobre, organizza anche tanti eventi pensati per i bimbi e dista circa un’ora in auto da Varese. Tulipania a Bergamo. Un’altra affascinante realtà a poco più di un’ora da Varese, che consente di passeggiare tra le zucche e scegliere quella da portarsi a casa, è Tulipania. Ci troviamo in provincia di Bergamo, a Terno d’Isola per la precisione. Qui la startup agricola Tulipania, una grande fattoria, permette di ammirare immense distese di tulipani in primavera e di zucche in autunno. L’obiettivo 69


GITA A...

IL TURISMO DELLE ZUCCHE

di questa startup è riportare le persone ad avere un contatto più diretto con la natura. Entrando a Tulipania, i visitatori possono fotografarsi tra spaventapasseri, montagne di zucche e molte altre aree allestite a tema, fermarsi a fare una merenda con i prodotti dell’azienda agricola o fare uno “zuccaperitivo”. Tra le novità autunno 2022 c’è anche la possibilità di prenotare la colazione. I bimbi potranno decorare la loro zucca e giocare con i semplici passatempi di una volta.

La startup agricola Tulipania a Terno d’Isola (Bergamo)

Campo di zucche a Ornago. Sempre ad un’oretta circa di auto da Varese, si può visitare Shirin, in Brianza. A Ornago questa azienda agricola offre lo spettacolo di fioriture in ogni periodo dell’anno. E l’autunno naturalmente è dedicato alle zucche. Shirin è infatti un progetto a gestione familiare, noto per le splendide fioriture estive di tulipani e girasoli. All’interno del campo è possibile scoprire diverse varietà di zucca, divertirsi a scattare foto e partecipare a laboratori dedicati. Il più grande Pumpkin Patch del Nord Italia. Il Villaggio delle Zucche a San Martino Siccomario, Pavia, ha la particolarità di essere il più grande Pumpkin Patch in stile americano del Nord Italia. Si trova a poco più di un’ora di viaggio in auto da Varese. Il Villaggio è un luogo immerso nel verde di un parco di 35mila metri quadrati con alberi secolari, dotato anche di una fattoria didattica con pony, caprette, conigli e galline e ricco di iniziative come animazione, giochi, golosità, laboratori didattici e creativi. Le attività da provare in loco sono diverse, tra cui un’allegra passeggiata a cavallo di un pony e l’attraversata di un laghetto a bordo di un pedalò. Il Villaggio delle Zucche a San Martino Siccomario rimane aperto anche nelle giornate piovose.

Il Campo dei Fiori di Galbiate


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ARTE

Luce e colore: LA MAGIA DI FLANGINI Luisa Negri

Un omaggio, con un anno di ritardo a causa della pandemia da Covid-19, per i sessant’anni dalla morte dell’artista nato a Verona che, nel corso della sua poliedrica carriera, sperimentò e lavorò in ogni campo dell’arte, dalla pittura alla grafica, alla ceramica, persino al teatro in veste di attore, autore, regista e scenografo

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iuseppe Flangini (1898-1961), la sua terrena e fertile vicenda umana e d’artista meritavano un ricordo importante, che la pandemia ha rinviato, impedendone lo scorso anno la celebrazione, a sessant’anni dalla morte. Ecco perché la sua memoria, di internazionale risonanza, viene ora omaggiata, fino al 10 novembre, a Palazzo Pirelli, con l’antologica “Giuseppe Flangini. Racconti di luce e colore”, curata da Elena Pontiggia, promossa da Regione Lombardia e dall’Associazione Flangini, presieduta dalla nipote Cristina Flangini Renso e con sede a Saronno. La rassegna offre un’ampia panoramica sulla vita eclettica di un’artista che sperimentò e lavorò in ogni campo dell’arte, dalla pittura alla grafica, alla ceramica, persino al teatro in veste di attore, autore, regista e scenografo. Nato a Verona nel 1898, da Luigi e Maria Sterza, insegnante e figlia di Alessandro Sterza, illustre matematico e inventore della lampada ad acetilene, conseguito il diploma di maestro, il giovane Giuseppe iniziò ben presto a lavorare, impegnandosi nell’insegnamento per mantenere i fratelli e la madre. Si spostò poi a Milano nel ‘43, per ragioni politiche, dove fu amico di grandi interpreti dell’arte del dopoguerra. Si dedicò alla pittura per un’intera vita, tanto da morirne, all’improvviso, nel 1961, per intossicazione da colori. La mostra mette in luce le caratteristiche del suo lavoro, tanto vario quanto alto, ma insieme semplice e pulito, in un percorso che va dai primi anni ‘20 fino alla fine degli anni ‘50. Accanto ai 60 dipinti provenienti da gallerie, musei italiani e stranieri e collezioni private (con un interessante nucleo principale di paesaggi e ritratti inediti degli anni ‘20 e ‘30) sono anche disegni, acqueforti, oli e documenti grafici, come alcune copertine e pagine interne dei giornali con cui collaborò, in testa il Corriere della Sera. E persino le maschere provenienti dall’atelier milanese di via Corridoni. Il teatro, la recitazione, la regia furono infatti altre sue passioni, in un’esistenza ricca di interessi e di viaggi, affollata di amici artisti e presenze importanti. Le collaborazioni di

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lavoro, con le quali teneva acceso il dialogo, alimentavano la sua voglia di confronto, ma, ancora prima, l’amicizia. Si vedeva con Luciano Albertini, con Albano Vitturi e Orazio Pigato, con Arturo Martini, i primi, importanti amici,


incontrati sul suo percorso. È di quest’ultimo il busto in gesso che Flangini utilizza per rappresentare se stesso nell’Autoritratto del 1925. A dimostrazione anche di quel rispecchiamento voluto dell’uno nell’altro, di quell’amicizia rafforzata dalla vicendevole stima. Sono pezzi di raro interesse che s’affiancano in mostra a un altro importante pezzo: un vaso in ceramica di Albisola del 1954, a conferma che Flangini seppe essere, nella indiscutibile abilità poliedrica della sua ricerca, anche raffinato ceramista. Ci saranno poi Carlo Carrà, Aligi Sassu, Aldo Carpi, Giuseppe Migneco e gli artisti del caffè San Babila di Corso Venezia, ai tempi della lunga stagione milanese, ad accompagnarlo in ore di fertili chiacchiere, ma anche di instancabile lavoro. Sono un migliaio, sottolinea Elena Pontiggia, soltanto le opere pittoriche catalogate. Eppure, la pulizia dei colori, come la chiara luce dei suoi tanti paesaggi, le marine e le vedute lacustri, (la splendida, chagalliana azzurrità del “Lago di Bardolino”, uno specchio di cobalto), le delicate pianure verdeggianti o le pitture dedicate alla sua Milano (si vedano Corso Magenta e i Navigli) o ad altre città e paesi più lontani, non concedevano superficialità di racconto. Tantomeno l’essenzialità descrittiva dei ritratti, in particolare quelli del figlio e della moglie, la pittrice Gina Zandavalli, si sottraeva a quel tipo di ricerca. Al contrario erano, come anche la mostra racconta, la sublimazione

figurata di un percorso tenace e profondo, la generosa offerta del suo vitale dono di amore: in forma di fiaba, di sogno, di poesia pittorica. Onirico e un po’ chagalliano, ma innamorato degli eccessi cromatici di Van Gogh, dopo la conoscenza con Vincente Minnelli, regista del film “Brama di vivere”, dedicato al pittore dei girasoli, si mostra senza limiti nel suo espandersi, sulle tracce di Vincent, a sempre nuove esperienze verso altri paesi. A interessarlo sono soprattutto il Belgio, l’Olanda e la Francia, che visita in cerca di freschi approdi di arte e di vita. Ma anche in vista di una conoscenza dei meno fortunati, i contadini e i pescatori, gli operai delle fabbriche, gli emigrati, gli spalatori di sabbia o i minatori con le loro storie buie. Storie da raccontare (e infatti raccontate, Sopra, Giuseppe Flangini, Il faro di Ostenda, 1960-1961. A sinistra, Giuseppe Flangini, Mio figlio, 1928-1930

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ARTE

GIUSEPPE FLANGINI

La mostra mette in luce le caratteristiche del suo lavoro, tanto vario quanto alto, ma insieme semplice e pulito, in un percorso che va dai primi anni ‘20 fino alla fine degli anni ‘50. Accanto ai 60 dipinti provenienti da gallerie, musei italiani e stranieri e collezioni private sono anche disegni, acqueforti, oli e documenti grafici, come alcune copertine e pagine interne dei giornali con cui collaborò, in testa il Corriere della Sera

celebrate anche dalla storica dell’arte Rossana Bossaglia), richieste poi alla famiglia dell’artista, in occasioni commemorative importanti, anche dalla città di Marcinelle. Sempre in Belgio conosce Ensor e ne diviene amico. Discutono

di arte, naturalmente. Sottolinea la curatrice Pontiggia come le Kermesse, rappresentazione delle feste popolari mascherate, siano ideale omaggio al maestro, oltre che l’approfondimento di un tema, quello della maschera, molto caro a Flangini, uomo di teatro. Così come gli anni dal ‘59 al ‘61 furono caratterizzati dalla nascita di un nuovo, felice cromatismo riconducibile alle esperienze dei fauves e di Vlaminck in particolare. In opere come “Campagna a Charleroi” (1961), “Mulino a vento a Hetchel” (1960), “Paesaggio a Gilly” (1961), traspare una visione più serena della vita. Non gli mancheranno, in vita e dopo la morte, i riconoscimenti e le partecipazioni importanti ai maggiori eventi artistici: dal Palazzo della Permanente di Milano, dal ‘48 al ‘61, alla Quadriennnale d’Arte di Roma, nel 2008. Due importanti retrospettive gli furono dedicate, sempre a Milano, a Palazzo Reale (1967) e all’Arengario, oggi Museo del Novecento (1970) su proposta degli amici Carlo Carrà, Ernesto Treccani e Aldo Carpi. A Washington, nel 2012, una mostra è stata organizzata dal Ministero degli esteri italiano e dall’Accademia Internazionale di Belle Arti. Altre rassegne si 74

sono tenute ad Amsterdam, Ostenda, Monaco e San Paolo del Brasile. L’esistenza dell’artista si chiuderà a Verona. È il 1961. Ma le opere appena terminate, insieme a quella incompiuta rimasta sul cavalletto dopo la morte, nei colori ocra e gialli, spalmati su cieli limpidi e tersi, parlano di liete bevute di luce tra i mari e le acque del Nord. Sul mare di Ostenda, guardando dal faro. O accanto ai mulini di Bruges, coi suoi mille canali dal colore di perla. Appena l’anno prima, nel 1960, aveva dipinto un magico olio su tela coi più vividi colori colti nella “Campagna a Farciennes”, tra alberi montagne e casupole bianche accese dal tramonto. La morte fu improvvisa. E la causa, lo sappiamo, era per avvelenamento da colore. Un fascio di luce, ancora. Una sciabolata divina, a chiudere le pagine di un libro ben scritto. Il senso finale è da cercare nelle parole di Elena Pontiggia: “Tutto è filtrato dalla capacità dell’artista di immedesimarsi in ciò che vede, di scoprirne le fibre segrete e di rivelarcele. È allora che la materia sembra intridersi di luce, sembra anzi composta di luce: una luce che l’artista aveva cercato in tutta la sua pittura e in tutta la sua vita”. A sinistra, Giuseppe Flangini, Campagna a Farciennes, 1960. Sopra, Giuseppe Flangini, Enigma II, Arlecchino, 1945-1946

GIUSEPPE FLANGINI. RACCONTI DI LUCE E COLORE Grattacielo Pirelli Spazio eventi espositivi, via Fabio Filzi 22, Milano Dal 7 ottobre al 10 novembre 2022 Ingresso libero Dal lunedì al giovedì, dalle 10.00 alle 18.30 Il venerdì, dalle 10.00 alle 14.30 Testi in catalogo di Elena Pontiggia e Antonio D’Amico


ARTE

LA LEVITÀ

dello scarto Luisa Negri

L’arte del riciclo e del riuso in una mostra di ispirazione “calviniana”, nata a Varese e richiesta da Regione Lombardia per un’esposizione a Milano. Una sinergia a 360 gradi tra mondo artistico e ambiente capace di dare vita a opere che fanno riflettere, ancor prima di colpire per la loro bellezza

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uando economia e arte vanno a braccetto si genera un circolo virtuoso di bello e di buono. Succede, ad esempio, se un artista impegna il proprio estro e le personali capacità, donate dalla natura, per soccorrere proprio quest’ultima, assediata e sempre più compromessa dall’insipienza e dalla scarsa volontà degli uomini, che troppo poco e soprattutto male, se ne occupano. È esemplare in questo senso la mostra evento “Arte di... scarti. L’Arte del Riciclo. L’arte del Riuso” che si tiene allo Spazio IsolaSET di Palazzo Lombardia fino al 16 novembre, realizzata da 32 artisti di Contemporary Arte & Ambiente APS. Si tratta di un’associazione varesina, nata nel 2020, presente su Instagram e dotata di un proprio sito. Gli artisti di Contemporary, guidati dalla curatrice Fabrizia Buzio Negri, fondatrice e anima del sodalizio artistico e a sua volta protagonista dell’evento milanese, si sono impegnati da tempo nella realizzazione di opere d’arte con riutilizzi dichiarati di scarti. Dal vetro, alla carta, al legno, alle stoffe, ai rifiuti informatici o biologici,

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non è certo una novità che gli artisti cerchino in ogni tempo di esprimere la propria creatività con materiali abbandonati o scartati. Si pensi al nostro Burri, con i suoi sacchi bruciati, agli stracci di Boetti, agli specchi di Pistoletto, ma anche ai bottoni e alla passamaneria dell’outsider Enrico Baj. O a Duchamp o Man Ray e alle loro bizzarre creazioni. Certo è che la rassegna, nata in territorio varesino e presentata alla Sala Veratti lo scorso febbraio, è stata chiamata dalla Regione Lombardia, in questo autunno (arricchita di altre 15 presenze) anche nel capoluogo. In quanto esempio interessante e ben riuscito di sinergia tra arte e ambiente. La forza del compatto gruppo di artisti, presenti da anni in campo internazionale, sta anche nell’ormai rodato approccio alla volontà di coniugare

GLI ARTISTI IN MOSTRA 3Re Trezza/Regidore, Angelo Ariti, Ilaria Battiston, Lorella Bottegal, Fabrizia Buzio Negri, Pierangela Cattini Franca Cerri, Maria Enrica Ciceri, Gladys Colmenares, Marina Comerio, Laura Fasano, Flora Fumei, Francesca Genghini, Martina Goetze Vinci, GuerraepaolO, Antonella Lelli, Franco Mancuso, Raffaella Merlo, Sonia Naccache, Carlo Pezzana, Elisabetta Pieroni, Idillio Pozzi, Elio Rimoldi, Elena Rizzardi, Daniela Rombo Massimo Sesia, Donatella Stoltz, Roberto Villa, Annamaria Vitale, Flor Voicu, Francesca Zichi.


creatività e rispetto della natura. Che è fondamentale pensiero, in un mondo in grande patimento. Dove la somma di superficialità, trascuratezza e invadenza di veleni e rifiuti nell’ambiente, ha prodotto inquietanti numeri di vera emergenza. Molti i materiali usati per la rassegna, carta e legno, plastica o metallo e diverse le tecniche, siano pittura, scultura, disegno, collage o altro, ma unico è stato l’intento di questi 32 artisti di arrivare al problema, nel rispetto del pianeta e delle materie stesse recuperate e trasformate per suscitare un’idea e offrire una soluzione accanto all’emozione. Per questo non ve li raccontiamo uno per uno, bisogna cercarli e incontrarli davanti a quell’unico progetto, in cui ciascuno esprime il proprio sentire e le proprie attitudini creative. La mostra milanese si propone, nelle intenzioni di chi l’ha ideata e ne è anche interprete, di inseguire “quella visionarietà profetica e preveggente dei letterati e degli artisti autentici” che fu propria del grande Italo Calvino. “Più che mai oggi – scrive in catalogo la curatrice Buzio Negri – sembra di camminare tra le descrizioni che lo scrittore fa raccontare da Marco Polo all’imperatore dei Tartari Kublai Khan ne ‘Le città invisibili’, opera del 1972 fluttuante tra il fantastico e l’allegorico. Leonia è città simbolo di un mondo in preda a un delirio consumistico che riporta alla situazione di molte metropoli moderne. In un costante sperpero di denaro e di energie è come se la città di Calvino si fosse estesa a livello globale in dinamiche e memorie evidenti un po’ ovunque: in ogni città gli scarti scivolano verso altri territori, caratterizzando negativamente la società in cui viviamo, molto vicina nell’atteggiamento alla Leonia calviniana. Il rischio ipotizzato nel racconto di Calvino, di rimanere sommersi da una gigantesca valanga di spazzatura, da surreale è diventato una realtà”. L’Associazione si presenta a Milano anche con una grande installazione site specific, “L’Albero delle plastiche”, che è elemento centrale dell’evento milanese. Dove ogni artista, autore di un piatto appeso all’albero, ha dato il personale, fantasioso apporto per ricordare quelle decine di tonnellate di

plastica che ogni anno vengono riversate nel mare Nostrum. E non solo. La sfida di fronte a un tale disastro mondiale, ricorda la curatrice, è solo all’inizio “ma l’innovazione si muove già: l’economia circolare esiste per dare nuova vita a quanto si avanza o si scarta. Gli scarti diventano così materia prima/seconda per potenziali nuovi utilizzi, per nuovi mercati e nuove soluzioni operative. Prodotti innovativi, progetti e processi stanno provando a scalare una nuova cultura imprenditoriale, a misura di uomo e di ambiente”. “Credo che avere la Terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”, la frase, presa in prestito da Andy Warhol, è di incoraggiamento per l’agguerrita compagine artistica di Contemporary Arte & Ambiente. Sopra, Albero delle plastiche 1, opera collettiva Arte & Ambiente, 2022. A sinistra, Roberto Villa, Luci, colore, rumore. Nell’altra pagina, Ilaria Battiston, Anima buona, tecnica mista e scarti

ARTE DI... SCARTI L’Arte del Riciclo L’Arte del Riuso Spazio IsolaSET Palazzo Lombardia, via Galvani 27, Milano Dal 19 ottobre al 16 novembre 2022 Dal lunedì al venerdì, dalle 10.30 alle 18.30 Ingresso libero Per informazioni: 3355443223 www.contemporaryarteambiente.com

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SPORT

SUL GHIACCIO VARESINO ARRIVA

il curling Andrea Della Bella

Nata come costola dell’Hockey Club Varese, la società voluta dagli sportivi Errico Mazzacane e Davide Quilici, insieme al direttore tecnico e allenatore Alberto Arienti, è ora pronta a scendere in pista e far conoscere una disciplina nuova ed inesplorata nel Varesotto. Dopo lo stop causato dalla pandemia da Covid-19 e i lavori al PalaAlbani, il variegato panorama “on ice” si arricchisce, quindi, di un nuovo “folle” progetto sportivo

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rrico Mazzacane e Davide Quilici, una vita (sportiva) nell’hockey e in particolare “sul ghiaccio” del Palazzetto di via Albani. E ora, dopo aver lasciato mazze, dischi, caschi e protezioni i due sono pronti a scrivere un nuovo capitolo e così arricchire il variegato panorama “on ice” con una disciplina nuova ed inesplorata in terra, anzi, sul ghiaccio varesino. Colori biancorossi, differenti da quelli storici dell’hockey, ma identici a quelli della città; una quindicina di tesserati, due serie delle costosissime stone e un direttore tecnico e allenatore, Alberto Arienti, che si è innamorato di questo “folle” ma bellissimo progetto ai piedi del Sacro Monte e ha deciso di lasciare una società strutturata per costruirne una vincente qui a Varese. Per ora, e non è poco, questo è il Curling Varese (nome della società), una costola della “casa madre”, ovvero dell’Hockey Club Varese. Insomma, bisogna ancora pattinare moltissimo per raggiungere i livelli di realtà, anche italiane, con alle spalle più storia, maggior tradizione e parecchi trofei in bacheca. Nel panorama nazionale il curling trova le sue radici in Alto Adige. In Lombardia la punta avanzata del movimento è a Bormio. Varese è l’ultima arrivata ed è già in competizione con Milano. E segnali positivi stanno arrivando da Bergamo e dalla vicina Como dove, ancora non ci sono società strutturate, ma sta crescendo l’interesse e la voglia di provarci. Certo se ci fossero due visionari come Mazzacane e Quilici in salsa bergamasca e comasca le società sarebbero già “in pista”. “E pensare che io non ho mai pattinato sul ghiaccio – racconta Mazzacane, Vicepresidente della società di curling, tornando al Curling Varese –. Eppure, amo questo mondo da sempre. Mi sono avvicinato all’hockey per seguire mio nipote Salvatore Sorrenti. È stato lui a portare in casa l’amore per pattini con le lame, mazze e disco. I miei figli hanno deciso di seguire l’esempio del cugino e così io ho iniziato a entrare in società come dirigente. Ho vissuto le ultime stagioni del grande hockey a Varese, ma anche gli anni bui. E sono uno dei soci fondatori della Cooperativa che, possiamo dire, ha salvato questo sport in città”. Un paio di anni fa però la passione di Mazzacane “scivola” verso il curling. “A stuzzicarmi – dice – è stato Quilici, il Presidente. È lui che ha lanciato la sfida e devo dire che i due anni di pandemia e lo stop del palazzetto per i lavori hanno frenato questo progetto. Appena siamo partiti, infatti, più di cinquanta persone si sono avvicinate e hanno iniziato a provare a giocare a curling”. Il lungo e forzato stop ha un po’ bloccato l’attività sul ghiaccio ma non ha arrestato la costruzione della società. “Sappiamo cosa fare quando si parte da zero – continua Mazzacane – e il primo tassello da sistemare è stato quello di trovare un allenatore. Non semplice per una società appena nata e con tutto fermo. Però crediamo che il nostro progetto possa crescere e con noi ci crede Alberto Arienti, ex giocatore e tecnico a Milano, che ha deciso di scommettere su questo neonato progetto insieme a noi”. Finita l’emergenza Covid-19 e con il PalaAlbani rinnovato e riaperto, il Curling Varese è di nuovo sceso sul ghiaccio. Ora conta 14 atleti tesserati che partecipano ai vari campionati, una squadra iscritta alla serie B femminile e una maschile di serie C. “Ma il nostro pallino sono i giovani – rilancia il Vicepresidente –. Due sono gli obiettivi che ci siamo prefissati: il primo è dare vita a un settore giovanile forte e il secondo è ‘formare’ un campione che possa andare alle Olimpiadi”. Fatta la società, trovato l’allenatore, schierate due squadre e con la possibilità di avere a disposizione due campi gara nel gioiellino di via Albani, ora bisogna lavorare sulla comunicazione. Il curling, infatti, alle latitudini nostrane, è percepito come sport più utile alla socializzazione che alla competizione. E

solo le ultime imprese azzurre hanno scaldato i cuori e iniziato ad abbattere i pregiudizi. “In molti – racconta Mazzacane – pensano al curling come se si trattasse del gioco delle bocce ma su ghiaccio. In realtà non è esattamente così e chi si avvicina a questa disciplina da neofita percepisce al volo la differenza e il fatto che si tratta di uno sport vero e proprio”. La strada è ancora lunga da percorrere, ma oltre alle ambizioni non mancano i risultati raggiunti. Anche in termini di attrezzature a disposizione degli atleti del Curling Varese. Le mitiche stone, infatti, ovvero gli strani oggetti impiegati sui campi e più simili a un ferro da stiro che a una boccia, sono infatti costosissime. Basti pensare che per disputare una partita ne occorrono 16 e che ogni set costa attorno agli 8mila euro. “Più la società cresce – spiega il Vicepresidente – e più set servono. Noi ne abbiamo due in dotazione e puntiamo a raddoppiare l’attrezzatura nel giro di pochissimo tempo. E anche qui, possiamo parlare di impresa, perché la società si autofinanzia, anche se qualche sostenitore l’abbiamo. E anche in questo caso chi ha deciso di aiutarci economicamente l’ha fatto dopo aver sposato lo spirito sportivo di questo sport, ma anche l’atmosfera che fino a questo momento siamo riusciti a costruire attorno al Curling Varese”.

Sopra, gli allenamenti del Curling Varese al Pala Albani. Nella pagina a fianco, alcuni atleti della neonata società

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Motori

TRE COSE CHE NON SAI DI RENAULT MEGANE E-TECH ELECTRIC È nativa Google, ha un cruise control adattivo di tipo contestuale e propone tre experience di guida realmente differenti Matteo Dall’Ava

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uova Mégane E-Tech Electric è il primo modello della generazione 2.0 di veicoli elettrici Renault; rivoluzione elettrica che per la Casa francese ha più di un decennio. Nei suoi 4 metri e 20 centimetri di lunghezza e 440 litri di bagagliaio, Megane E-Tech Electric può vantare un

motore sincrono da 96 oppure 160 kW, rispettivamente 130 o 218 cavalli per uno stacco 0-100 km/h in 7,4”. Anche il pacco batteria permette la duplice scelta tra 40 kWh per un’autonomia di 300 km o 60 kWh per un totale di 470 chilometri entrambi certificati WLTP. Il caricatore di bordo AC 22 kW è di serie. Per la ricarica veloce, le versioni con batteria più piccola integrano il caricatore DC 85 kW, mentre quella più capiente ha la versione DC 130 kW. Quest’ultima soluzione permette di caricare fino a 300 km di autonomia

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in 30 minuti. Attualmente, sul mercato delle vetture a batteria, Mégane E-Tech Electric è tra le meglio dotate in termini di infotainment, sistemi di assistenza alla guida e comfort. Tra questi, però, abbiamo tre plus rilevanti che è il caso di sottolineare: è nativa Google, ha un cruise control adattivo di tipo contestuale e propone tre experience di guida realmente differenti. Su Megane E-Tech Electric non è più necessario sincronizzare lo smartphone. Dietro al nuovo schermo openR da 774 cm2, batte un sistema multimediale nativo Google. Così, diverse app presenti sul telefono sono già in vettura: basta inserire il l’account personale. In più, attraverso il riconoscimento vocale “Hey Google”, oltre a tenere le mani sul volante (multifunzione) senza distrarsi, è possibile pianificare un itinerario, gestire alcune funzioni dell’auto e la domotica della casa. Il sistema operativo si aggiorna automaticamente ed è compatibile con Android Auto e AppleCarPlay. Il secondo plus riguarda il livello 2 di guida autonoma che grazie al nuovo Active Driver Assist fonde il mantenimento della carreggiata e lo Stop&Go all’Adaptive Cruise Control contestuale. Quest’ultimo sfrutta i dati di geolocalizzazione abbinati alle specifiche delle mappe, come rotatorie, limiti di velocità e curve pericolose, per regolare automaticamente la velocità. Infine, il feeling con la strada abbinato a tre modalità di guida Eco, Comfort e Sport più una personalizzabile. Ogni programma è una vera experience perché influenza la risposta dell’acceleratore, dello sterzo, ma anche l’atmosfera a bordo compreso settaggio sedile e temperatura abitacolo. Nuova Mégane E-Tech Electric è proposta in Italia con i 3 livelli di equipaggiamento Equilibre, Techno, Iconic a partire da 37.100 euro e batteria EV40 oppure 41.700 euro con la batteria EV60.


IL VADEMECUM DELLE AUTO IBRIDE L’arrivo dirompente della mobilità green porta con sé una gamma di nuovi termini: cerchiamo di fare luce, con questo breve manuale, sulle differenti motorizzazioni ibride disponibili sul mercato Matteo Dall’Ava

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l mondo della mobilità elettrificata ad personam, escludendo biciclette, monopattini e scooter, si divide in automobili Mild Hybrid, Full Hybrid, Extended Range e Plug-in Hybrid. È importante sottolineare che, in determinate regioni, le vetture ibride possono accedere alle zone a traffico limitato e all’esenzione del bollo. Il Mild Hybrid Electric Vehicle o ibrido leggero ha un motore termico a cui si affianca un dispositivo elettrico reversibile. Di norma è un alternatore-

starter azionato meccanicamente capace di funzionare come generatore di corrente e da motore elettrico. Questo dispositivo collegato all’albero motore consente il recupero dell’energia in frenata e in decelerazione. Tale energia alimenta un sistema elettrico parallelo a 12 o 48 volt a cui è collegata una batteria agli ioni di litio di modeste dimensioni. Non si ricarica alla presa elettrica. Non permette di muovere in autonomia la vettura, ma si limita a fornire una spinta in più in fase di accelerazione e consente la funzione Start&Stop. L’Hybrid Electric Vehicle, chiamato anche Full Hybrid ha un motore endotermico abbinato a un motore elettrico. Entrambi partecipano alla trazione del veicolo. Grazie alla batteria da 1-1,5 kWh le Full Hybrid possono viaggiare in puro elettrico per una manciata di chilometri. Non si ricarica alla presa elettrica. Il sistema è ideale per l’uso in città in cui accelerazioni e frenate sono all’ordine del giorno, piuttosto che andature costanti. Il risparmio di carburante rispetto a vetture con analoga potenza è intorno al 30%.

Nei veicoli elettrici ad autonomia estesa la trazione è esclusivamente elettrica e il motore termico funziona da generatore di corrente. Quando il sofisticato sistema di gestione della batteria rileva il livello minimo di carica, il Range Extender si avvia automaticamente per generare elettricità. Il powertrain di un Plug-In Hybrid Electric Vehicle è composto da un motore elettrico che può lavorare anche in maniera autonoma rispetto a quello endotermico. Ha un pacco batterie di circa 15 kWh situato nel bagagliaio o sotto i sedili. Permette alla vettura di spostarsi in modalità elettrica EV per circa 30-60 km fino a 135 km/h. Terminata la carica, la vettura si muove con il propulsore endotermico che grazie alla funzione recharge può ricaricare la batteria. In alternativa, l’ibrido plug-in si deve ricaricare con una presa di corrente AC, ecco perché si definisce anche ibrido alla spina. Data l’autonomia elettrica, le auto ibride plug-in sono indicate per chi compie giornalmente meno di 50 km.


COMUNITÀ ENERGETICHE RINNOVABILI

UN’OPPORTUNITÀ AMBIENTALE, SOCIALE ED ECONOMICA

Elmec Solar, l’azienda varesina che si occupa di fotovoltaico e di sostenibilità energetica, tratteggia il diffondersi di un nuovo trend emergente basato sulla condivisione dell’energia pulita: lo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili (CER) Ottobre, 2022 - Scommettere sulle rinnovabili non è più soltanto un tema legato alla sostenibilità, ma è anche una seria questione economica e sociale. In quest’ottica, viene ad assumere sempre maggior valore strategico un’idea che nei prossimi anni è destinata a diventare di grande rilievo a livello italiano: il fenomeno delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), ossia associazioni di consumatori e produttori di energia che si scambiano localmente quanto prodotto attraverso fotovoltaico, eolico o altre fonti. Tra i sostenitori del potenziale delle Comunità Energetiche Rinnovabili c’è Elmec Solar, l’azienda di Brunello (VA)

del gruppo Elmec che si occupa di progettare, realizzare e manutenere impianti fotovoltaici residenziali e industriali. “La nascita delle comunità energetiche rinnovabili sta riscontrando un reale interesse da parte delle aziende italiane che stanno diventando sempre più coscienti di quanto sia importante e conveniente investire in forme di approvvigionamento sostenibile”, afferma Alessandro Villa, Amministratore Delegato di Elmec Solar e Membro del Consiglio di Italia Solare. “Diverse aziende avevano già iniziato un percorso che le vedeva coinvolte in iniziative sul territorio - tra cui il condividere i propri spazi riunione, organizzare convegni aperti per diffondere la colo coultura. Ora con questa formula hanno anche l’ opportunità di mettere a disposizione la parte di energia prodotta dai loro impianti rinnovabili e non consumata a cittadini e famiglie ricevendo in cambio quella eventualmente prodotta dagli impianti di questi ultimi quando non consumata”.

comunità energetiche realizzate in Italia. Due le più conosciute: la prima, chiamata “Comunità energetica e solidale di Napoli Est” sorge nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, in provincia di Napoli, mentre la seconda, denominata “City Hall”, si trova a Magliano Alpi, in provincia di Cuneo. Altre 16 comunità energetiche sono in fase di progettazione e altre 7 in movimento, ovvero ancora nelle primissime fasi preliminari che vedono coinvolti Comuni, imprese e cittadini. Sullo sfondo di questo scenario, il 2022 sarà quindi l’anno decisivo per l’implementazione delle comunità energetiche in Italia che vede in prima linea, per la difesa dell’ambiente, Sardegna Puglia e Sicilia, le tre regioni in cui stanno

prendendo il via la maggior parte di questi progetti. Inoltre, sempre secondo quanto rilevato da Legambiente, le comunità energetiche potranno contribuire con circa 17 GW di nuova potenza da rinnovabili al 2030, pari a circa il 30% dell’obiettivo climatico al 2030 del PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima). “Lo sviluppo delle CER diviene quindi a tutti gli effetti una strategia di contrasto alla povertà energetica e di lotta alle diseguaglianze, rappresentando allo stesso tempo una risposta concreta al fenomeno del caro bollette, un problema trasversale che sta interessando numerose famiglie e aziende”, conclude Alessandro Villa.

Secondo la rielaborazione da parte di Elmec Solar dei dati pubblicati da Legambiente, ad oggi, sono una dozzina le

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RUBRICHE SU

CULTURA E DIGITALE

Signore e signori, su il sipario!

Guardando oltre

Effetto cringe


CULTURA E DIGITALE

Terza pagina

Mario Chiodetti

foto di Alberto Bortoluzzi

SIGNORE E SIGNORI

su il sipario!

Dopo due difficili anni di stop e programmazioni a singhiozzo, dovuti dalla pandemia, il teatro prova a ripartire. Molte le proposte in cartellone, dalle più leggere per tentare di evadere dalle difficoltà di tutti i giorni, agli intramontabili classici: ecco un assaggio di cosa è possibile trovare (e andare a vedere, ovviamente) sui palcoscenici della provincia di Varese nei prossimi mesi

S

ignori e signore, su il sipario! Il teatro riparte dopo la terribile sosta forzata dovuta alla pandemia, i divieti e i distanziamenti, le mascherine e la paura del contagio. Riparte con

Cinema Teatro Nuovo di Varese

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rinnovata energia, dopo uno stop che ha causato gravi danni economici e molti malumori non soltanto tra gli artisti, costretti a un’obbligata inattività, ma anche tra gli operatori, che nel 2021

hanno dovuto organizzare stagioni a singhiozzo. Finalmente il pubblico ritorna numeroso nelle sale, come attestano i dati di prevendita dei biglietti e degli abbonamenti: c’è voglia di ricominciare a

sognare e a chiacchierare di attori e attrici, di questo o quel regista e di godere in santa pace un’opera lirica o un esilarante spettacolo di cabaret. Nel Varesotto la scelta è ampia, ci sono teatri in ogni capoluogo che offrono un ventaglio di proposte adatte a ogni età e gusto. Abbiamo cercato di capire se la nuova programmazione abbia tenuto conto del dramma del Covid-19 e delle altre avversità che stanno colpendo un po’ tutti (dall’incubo della guerra, alla crisi climatica ed energetica) mettendo in cartellone spettacoli un po’ più “leggeri”, in modo da non aggiungere per lo spettatore dramma al dramma. “La programmazione del Cinema Teatro Nuovo di Varese rimane sulla linea di un teatro che faccia pensare, stimolando suggestioni in cui lo spettatore si riconosca. Offriamo l’opera lirica, il


Oscar Masciadri, Teatro Giuditta Pasta di Saronno: “La gente ha voglia di ritornare a teatro, noi ascoltiamo i nostri abbonati e costruiamo la stagione anche in base alle loro richieste. La programmazione è variegata: si va dalla danza al cabaret, dall’operetta alla prosa”

teatro di sperimentazione, organizzeremo il Concerto di Natale con l’Orchestra da Camera Canova. Le nostre sono proposte trasversali e impegnate; abbiamo deciso di non modificare il cartellone in funzione dei cambiamenti che ci circondano”, dice la regista Serena Nardi, Direttrice Artistica del Teatro assieme a Giulio Rossini. Che ribadisce: “Da tempo diversifichiamo la nostra offerta, rendendola più accattivante e inclusiva, poiché la cultura deve dialogare con il territorio di riferimento. Nel nostro cartellone ci sono opera lirica, jazz, prosa, rock e teatro leggero, ci rivolgiamo soprattutto a un pubblico giovane, anche con sconti sui biglietti per gli under 21”. Filippo De Sanctis è il Direttore del Teatro di Varese, che ha una lunga tradizione di prosa e cabaret, musical e operetta. “La nostra vocazione è rivolta per l’80% sull’intrattenimento, il calendario di prosa è concertato con il Comune di Varese. Il cartellone comprende anche spettacoli certamente più riflessivi, ma non più impegnativi dal punto di vista psicologico. La cosa positiva, dopo tutti questi guai, è la riposta immediata e convinta del pubblico, con ottimi dati di vendita da giugno a oggi, senza

neppure l’ausilio della promozione”. L’impianto varesino offre anche 10 spettacoli per bambini con il Teatro del Buratto, che conta già parecchie prenotazioni: un segnale che lascia ben sperare. “Lo spettacolo è sempre stato una valvola di sfogo per lo spettatore e anche i drammi psicologici aiutano ad approfondire problematiche a volte personali. È terapeutico e costa meno andare a teatro che dallo psicanalista. I giovani? Vengono per i comici, più difficilmente per la prosa. Non siamo mai stati un teatro per abbonati, il nostro è un

calendario commerciale e ognuno sceglie la tipologia di spettacolo che preferisce. Contiamo comunque su una media di 800 persone e tutti gli spettacoli cancellati per la pandemia sono stati recuperati e con la sala piena, per giunta”. Anche il Teatro Giuditta Pasta di Saronno può mettere sul piatto numeri considerevoli: “A giugno, prima della presentazione della nuova stagione, avevamo già 160 abbonamenti, la nostra campagna ha funzionato. La gente ha voglia di ritornare a teatro, noi ascoltiamo i nostri abbonati e costruiamo

la stagione anche in base alle loro richieste. La programmazione è variegata: si va dalla danza al cabaret, dall’operetta alla prosa, che però sta perdendo pubblico”, spiega il Direttore Oscar Masciadri. “Manteniamo la nostra linea di taglio leggero, unendo spettacoli di teatro civile, gradito in particolare dai giovani, e dalle scuole, sperando con il tempo di creare un nuovo pubblico anche per la prosa. Il teatro funziona 7 giorni su 7, con laboratori per i ragazzi, ma è necessario che le istituzioni siano più attente alle nostre istanze, anche perché per noi il 2021 è

Teatro di Varese

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Filippo De Sanctis, Direttore del Teatro di Varese: “Lo spettacolo è sempre stato una valvola di sfogo per lo spettatore e anche i drammi psicologici aiutano ad approfondire problematiche a volte personali”

stato economicamente un bagno di sangue”. Quello del Teatro Condominio di Gallarate è un cartellone rivolto soprattutto al cabaret e al teatro di intrattenimento e comico: “Facciamo leva sulla prosa brillante, con attori come Max Pisu, Enrico Bertolino, Giacomo Poretti e Marco Cavallaro o su spettacoli quali ‘Camera con crimini’ con Sergio Sgrilli, per attirare un pubblico giovane e farlo tornare a teatro. Non puntiamo sulla prosa pura, in passato abbiamo avuto anche dei ‘forni’, come con Giancarlo Giannini, con in sala non più di 100 persone. Continuiamo però a proporre l’opera lirica: quest’anno in ottobre avremo il ‘Don Giovanni’ di Mozart con l’Orchestra Canova e la regia di Serena Nardi, ma anche il balletto e omaggi ai Pooh e a Ennio Morricone, con l’Ensemble Le Muse e la voce di Angelica De Paoli. Ovviamente non mancano I Legnanesi, una garanzia di sold out. A vederli viene tutta la famiglia, sono in programma quattro repliche”, spiega il Direttore Marco Negri. Il Sociale “Delia Cajelli” di Busto Arsizio, oggi di proprietà della Fondazione comunitaria per il Varesotto, è l’unico teatro storico rimasto in provincia. Fu inaugurato il 27 settembre 1891 con “La forza del 90

destino” di Verdi e ha visto sul suo palcoscenico i più grandi attori italiani di diverse generazioni, dai “leoni” Novelli Zacconi e Ruggeri, a Vittorio De Sica, Emma Gramatica e Cesco Baseggio e perfino Filippo Tommaso Marinetti. Celebre per le messe in scena di opere liriche (ci cantarono Emma Carelli, Carlo Tagliabue e Toti Dal Monte), è rinato negli anni ‘70 grazie all’impegno di Delia Cajelli che creò, tra l’altro, una scuola di recitazione per attori professionisti. “I nostri punti di forza sono ancor oggi la prosa e la lirica, ma anche la fruttuosa collaborazione con le scuole, soprattutto con i licei artistico e classico di

Teatro Condominio di Gallarate

Busto Arsizio. La nostra è la stessa programmazione che avevamo prima della chiusura per la pandemia, con l’opera che oggi è il fiore all’occhiello. Abbiamo rappresentato con successo ‘Rigoletto’, mettendo in scena tra le comparse anche dei ragazzi del liceo artistico, dopo aver risistemato la buca dell’orchestra nel periodo della chiusura forzata. Per il 130esimo anniversario del Teatro, in dicembre, allestiremo ‘La traviata’ e nel marzo 2023 la ‘Carmen’ di Bizet. Il 23 ottobre, poi, avremo il Galà della Lirica, con la presenza di Aquiles Machado, tenore acclamato nei più importanti teatri del mondo e del soprano Sara

Cortolezzis, fresca vincitrice del Concorso Verdiano di Busseto”, dice il Direttore e Presidente del Teatro Sociale, Luca Galli. “Per ‘La traviata’, nel 2021 abbiamo avviato un casting con 130 cantanti provenienti da tutto il mondo, selezionati dal Presidente della giuria, il tenore Nicola Martinucci, operazioni che creano anche un indotto per la città. Il nostro Teatro conta anche su una stagione di musica sinfonica, di prosa e di cabaret ed è impegnato almeno 100 giorni all’anno, con la sala che si può aff ittare per eventi privati. Il pubblico risponde, finalmente sembra di essere tornati alla normalità”.


CULTURA E DIGITALE

In libreria

Silvia Giovannini

Una nuova Italia in una nuova Europa

La strada per le stelle

“U

n romanzo sul coraggio di scegliere, di rischiare, di amare”, così sintetizza l’autore. I temi cari all’amata firma varesina non mancano: lo sport, le domande sul senso della vita, le storie di pianura e montagna. Cuore del racconto, però, è la storia d’amore. Protagonisti Anna e Marco (come nella canzone), lei psicologa di Goito (Mantova) e lui giornalista di Castelleone (Cremona). Sullo sfondo della narrazione, ambientata nei primi anni 2000, in particolare durante una settimana bianca sulle Dolomiti, i luoghi d’origine dei protagonisti, Milano e la Val Gardena.

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Su nel blu

D

alla Terra allo spazio: viaggio volante sfogliabile. Una spettacolare “rilettura del cielo”, tra colorate illustrazioni e pensieri evocativi. Per chi vive nella cosiddetta “provincia con le ali”, un viaggio un po’ diverso per rispondere alla domanda: cosa c’è nel blu sopra di noi? Dopo “Giù nel blu”, gli autori raccontano qui “tutto quello

che va dai nostri piedi allo spazio, con le ali della fantasia e la lente di ingrandimento della scienza nello zaino”. Un volume illustrato che arricchisce il catalogo dell’editore bustocco che quest’anno festeggia i 25 anni, regalandosi un restyling del logo e dell’immagine coordinata. “Perché sì, sono tante le cose che si possono fare in 25 anni, e noi abbiamo scelto i libri”, raccontano gli editori con grande orgoglio per celebrare il prestigioso anniversario.

S

ottotitolo (piuttosto esplicativo): “Purché si governi la transizione”. Il volume riprende gli articoli di entrambi, pubblicati tra ottobre 2020 e inizio novembre 2021, nel periodo che, nel perdurare della crisi sanitaria, economica e sociale, porta al Governo Draghi. La ripresa dell’Italia è partita dall’industria ed è stata trainata in modo straordinario dalla manifattura, quindi innanzitutto dall’economia reale, che ha dimostrato resilienza e competitività anche nel commercio estero. A distanza di un anno, una lettura ricca di stimoli.


“E dopotutto ci sono tante consolazioni! C’è l’alto cielo azzurro, limpido e sereno, in cui fluttuano sempre nuvole imperfette. E la brezza lieve” Fernando Pessoa

Ppp & private capital for sustainable infrastructure and smart cities

Fiori di Ictus

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U Q

uesto lavoro, frutto delle attività di ricerca del Centro di eccellenza sulla finanza sostenibile per le infrastrutture e le città intelligenti (ExSUF), istituito nel 2021 da Unece (United Nations Economic Commission for Europe) e dalla LIUC – Università Cattaneo di Castellanza, diventa occasione per riflettere sul ruolo della finanza pubblica e privata per le infrastrutture sostenibili e sullo strumento del Public Private Partnership in Italia.

Santa Caterina del Sasso

Q

uella che in copertina è descritta come “La più affascinante storia del Lago Maggiore” è il cuore di questo nuovo lavoro dell’editore varesino. Meta di infiniti pellegrinaggi di

turisti e di fedeli, ricca di arte e spiritualità, Santa Caterina, è una delle località più amate del territorio. La visita all’Eremo, tra chiese e conventi, è fonte di preziose scoperte architettoniche e artistiche, ma anche di testimonianze di fede e di miracoli. Il valore di questo lavoro sta anche nel rinverdire il racconto delle bellezze del territorio, purtroppo non sempre note ai giovani varesini.

na storia che arriva dritta al lettore come un pugno nello stomaco e, insieme, come uno sprone. Il racconto di Carolina, dalla malattia (quella che lei definisce un imprevisto) alla rinascita, in un momento di grandi e diffuse fragilità emotive dei più giovani, diventa un insegnamento per tutti. Il libro è una sorta di diario, con una scrittura fresca e sincera. “Non dovete abbattervi, dovete sperare e crederci” è il messaggio dell’autrice, giovanissima osteopata varesina. E a noi fa piacere condividerlo. E a noi fa piacere condividere questo pensiero di speranza nel futuro per i giovani.

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Dal web GUARDANDO OLTRE

Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network. Solo su

Tomalab e il test molecolare innovativo L’impresa di Busto Arsizio, il più grande laboratorio di genetica nazionale, va oltre la pandemia con un nuovo test molecolare in grado di identificare il Covid e altri 18 virus respiratori contemporaneamente. Uno strumento di diagnosi nato per affrontare la fase endemica con sicurezza.

Un nuovo spazio per SPM

Zeiss guarda oltre Per far “vedere da vicino” cosa affronta ogni giorno una persona affetta da disabilità visiva, Zeiss e Real Eyes Sport, l’associazione nata da un’idea del campione Daniele Cassioli, hanno organizzato una giornata di sensibilizzazione al Parco Pratone di Venegono Superiore.

Due nuovi corsi della Fashion Academy Una news per i giovani e per le imprese. Fashion Academy Its Cosmo e Centrocot, Centro Tessile Cotoniero e Abbigliamento hanno presentato l’offerta formativa 2022/2024 con due proposte dedicate a diplomati e laureati.

Copying porta l’osteopata in azienda Nonostante le difficoltà causate dalla pandemia e dalla crisi recente, l’azienda di Brissago Valtravaglia sceglie di guardare al futuro con un nuovo capannone su due piani che, nell’arco di qualche mese, accoglierà tutta la Divisione Sport.

All’interno delle numerose e varie iniziative organizzate per i dipendenti, Copying ha aperto un focus sul tema dell’osteopatia, come strumento per prevenire patologie, ridurre lo stress, favorire il benessere in gravidanza, attraverso una serie di trattamenti realizzati direttamente in azienda.

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CULTURA E DIGITALE

Comunicare Effetto cringe I

l risultato ha messo tutti d’accordo. Non parliamo del voto, ma di un giudizio condiviso sull’uso da parte dei politici dei social network durante la campagna elettorale appena conclusa. La premessa, una sorta di excusatio non petita a difesa della categoria, è che l’ultima campagna è stata una delle più brevi e complesse, anche per la concentrazione nei mesi estivi. Quindi, sorvoleremo su una certa sovraesposizione di volti e nomi, dalla sagra della salsiccia ai post su Facebook. Quello che non è altrettanto giustificabile è l’uso, approssimativo e poco curato, dei canali digitali, in particolare di un social molto frequentato dai ragazzi come Tik Tok. Sgombriamo un dubbio: il giudizio non è legato alla questione anagrafica dei candidati. Non pensiamo, per citare la caduta di stile dell’influencer Giulia Torelli che ha affermato che “i vecchi non dovrebbero votare”, che gli over 30 non dovrebbero usare Tik Tok. La questione sta tutta nello stile. Se, restando nel campo delle citazioni ma di altro

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spessore, in comunicazione “il mezzo è il messaggio”, è altrettanto vero che questo va conosciuto bene. La facilità con cui ci si approccia ad uno strumento, può certo dipendere dalla predisposizione legata all’età, ma dipende soprattutto dalla conoscenza del linguaggio o, almeno, dall’umiltà di impararlo. La competenza: quella che un cliente paga fior di quattrini per la realizzazione di una manciata di parole che diventeranno uno slogan pubblicitario, memorabile e iconico. Perché questa stessa non viene richiesta per la strategia su Tik Tok, definito piuttosto ingenuamente un canale di “balletti”? In un bell’articolo della giornalista Mirella Castigli su Agenda digitale, l’autrice parla di “Effetto cringe” per descrivere il risultato sui più giovani della presenza dei politici online, una presenza che avrebbe portato ad un solo risultato positivo: far parlare di sé sui media tradizionali. Se l’obiettivo, dunque, era il coinvolgimento, le elezioni hanno dimostrato, invece, una certa lontananza dei ragazzi dai contenuti.

Silvia Giovannini

Ma non vogliamo qui banalizzare: il panorama attuale è complesso e una non comprensione o un distacco dalla riflessione politica è un tema che necessita approfondimento. Quello che il comunicatore dovrebbe chiedersi è come accorciare le distanze con i destinatari anche su nuovi canali. Quello che conta, come sempre, è continuare a mettersi in discussione.

studiare, e sperimentare poi, tecniche e metodi narrativi: le ultime elezioni hanno visto il fiorire di progetti collettivi di racconto politico, giornalistico e non, di alto livello. Prendere coscienza che il mezzo fa la differenza e che quanto raccontato in un bar, non può diventare la pubblicità su un autobus o lo storyboard di un podcast. Smettere di credere che essere ovunque, in qualunque momento, sia un dogma. E soprattutto puntare sempre sull’integrità, perché sui social i valori appaiono chiari: quale aspettativa si può avere da un candidato che non

Partire dagli scenari reali, abbandonando quei luoghi comuni che fanno parte del bagaglio del comunicatore “miocuggino”, ma non di un professionista: smettere ad esempio di raccontare che Tik Tok in Italia è il social numericamente più seguito. Imparare da quanto già esiste e funziona per

rispetta il silenzio elettorale? Quale autorevolezza passa da chi usa uno strumento e, insieme, lo svilisce? Quello che forse (ma forse) oggi fa sorridere, un domani potrebbe creare un distacco tra la politica e le nuove generazioni. Evitare che sia così è anche responsabilità del comunicatore.


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