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VARESEFOCUS 6/2023 - OTTOBRE

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Varese


EDITORIALE

Transizioni epocali Roberto Grassi

I

n questa fase storica ci sono tre transizioni epocali in atto nelle nostre imprese. La transizione digitale, quella ecologica e quella sociale. Un riposizionamento del sistema produttivo su diversi fronti di impegno che darà vita ad un sistema economico diverso. Più tecnologico, non solo in ottica di industria 4.0, ma anche nell’impiego dell’Intelligenza Artificiale in vari ambiti aziendali: produttivo, di servizio e organizzativo interno. Più ecologico e ambientalmente più sostenibile. E in cui l’impresa giocherà un ruolo sempre più cruciale nelle comunità di riferimento e nella società, anche a livello di iniziative non solo benefiche, ma anche culturali, sportive, artistiche, formative. Uso il futuro perché il risultato finale del quadro in composizione è ancora tutto da disegnare. Ma il fenomeno è già in corso. Varesefocus, in questo scenario, si è da tempo dato il compito di raccontare questa onda lunga di un cambiamento fatto di dati statistici, certo, ma anche di numerose storie che è giusto far emergere per comprendere il contesto che ci circonda e in cui l’industria riveste da sempre, soprattutto nella nostra provincia, un ruolo fondamentale di sviluppo. In ogni senso. È quello che facciamo anche con questo nuovo numero. Nelle

pagine di economia, ad esempio, potrete leggere un’interessante analisi del giornalista Antonio Calabrò, Direttore di Fondazione Pirelli e anche componente del Cda della LIUC – Università Cattaneo. La sua è un’attenta interpretazione del posizionamento dell’impresa italiana proprio sul fronte delle transizioni in atto e sul ruolo che territori di provincia fortemente manifatturieri, come Varese, stanno e possono giocare in quello che il sociologo Aldo Bonomi ha ribattezzato il “capitalismo delle reti” o, se preferite, “la metamorfosi delle città medie”. Ne emerge una fotografia che va controcorrente rispetto ad uno strisciante pessimismo sul peso che il made in Italy ha sulle dinamiche internazionali. Ma a stupirsi può essere solo chi poco conosce il nostro sistema manifatturiero. Chi, invece, come Calabrò, ne rappresenta un accorto interprete sa bene, quanto quella italiana rappresenti una “cartina economica di intrecci imprenditoriali, culturali e sociali che hanno retto bene le crisi contemporanee e che stanno rispondendo alle sfide poste dalla cosiddetta “Twin Transition”. Detta in altri termini, oggi più che mai l’impresa italiana, e con lei quella varesina, emergono come cerniere tra il possibile e la realtà, tra i sogni di sostenibilità e la loro realizzazione, tra la scoperta tecnologica e la sua reale applicazione nei prodotti e nei servizi. Non c’è sviluppo senza imprese. Un esempio concreto che

forniamo, sempre in questo numero, è nel focus di apertura dedicato al tema dell’idrogeno verde, quale nuovo vettore energetico da applicare nei processi produttivi, così come nel sistema dei trasporti, compresi quelli aerei, in ottica di decarbonizzare la nostra economia. Anche qui la sfida può essere vinta solo se l’impresa saprà essere cerniera tra progetti e sostanziale applicazione degli stessi nella quotidianità. È questione di industrializzare processi, di creare una filiera produttiva (anche locale), di far evolvere una domanda di mercato. Senza impresa tutto questo sarà impossibile. Non è solo un fatto di risorse a disposizione e di capacità tecnologiche. L’impresa, nella costruzione di un mondo più sostenibile, ha anche il compito e la naturale predisposizione di garantire che il cambiamento avvenga nell’ambito di una giustizia sociale, le cui basi stanno prima di tutto nella creazione di valore e benessere e, poi, nella loro distribuzione nella comunità. Ciò si chiama progresso. Tutto, però, rischia oggi di essere messo in discussione da un equilibrio internazionale sempre più incerto, uno scenario geopolitico meno pacifico, relazioni tra Stati prive di chiavi di lettura precostituite a cui aggrapparci e che rischiano di riportarci indietro nel tempo. Ma in questo salto nel buio, il ruolo di cerniera tra auspicabile e reale, tra guerra e pace, è di un solo e unico elemento in grado di fare la differenza: l’uomo.


SOMMARIO

Varese

FOCUS

Un’Hydrogen Valley intorno a Malpensa 10 Il Varesotto culla l’energia del futuro 14 Breve lezione sull’idrogeno 16 Il futuro prossimo è nell’industria 19 Una filiera in costruzione 23 Lo stato dell’arte in Italia 6

Foto in copertina SmirkDingo / stock.adobe.com

Presidente: Roberto Grassi Direttore editoriale: Silvia Pagani Direttore responsabile: Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione: Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese

INCHIESTA 26 Le aziende di Varese nel mondo 30 Quando l’impresa è export oriented ECONOMIA Le città medie nella mappa della competitività 35 L’oleodinamica smart di Atos conquista il mondo 38 Inca Cosmetici si rifà il trucco 42 Orsa Foam ritorna totalmente italiana 46 Gnodi fa viaggiare la prevenzione 32

Progetto grafico e impaginazione: Paolo Marchetti Fotolito e stampa: Roto3 srl Via per Turbigo 11/B - 20025 Castano Primo (Mi) T. 0331 889.601 Gestione editoriale: Univa Servizi srl Via Vittorio Veneto, 8/E 21013 Gallarate (VA) - T. 0331 774.345 Pubblicità: Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345 Il numero è stato chiuso il 12 ottobre. Il prossimo numero sarà in edicola con Il Sole 24 Ore il 4 dicembre 2023. “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali di Confindustria Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore). Questa testata è associata a

FORMAZIONE La formula giusta per diventare chimici

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UNIVERSITÀ 50 L’impresa di fare sport SCIENZA & TECNOLOGIA 53 Intelligenza Artificiale e (ir)responsabilità umane Rubriche su LUOGHI E BELLEZZA 58 Come nasce uno spazzolino 63 Ricordi dal sottosuolo 66 Varese terra di ceramica 70 In bici tra i colori dell’autunno 74 Due Veronese e un Picasso sul Lago Maggiore 78 Il maratoneta del deserto 80 Il softball saronnese sul tetto d’Europa RUBRICHE SU

CULTURA E DIGITALE 90 92 95 96

Terza pagina In libreria Dal web Comunicare


FOCUS

Obiettivo

HYDROGEN VALLEY

LADY AI / STOCK.ADOBE.COM

Rina, Sea, Confindustria Varese e Comune di Busto Arsizio, insieme ad altri partner europei, lanciano il progetto TH2ICINO per dar vita sul territorio ad una filiera di produzione e consumo di idrogeno verde. Ma non è l’unica iniziativa che nel Varesotto punta su questo vettore energetico come strumento per la decarbonizzazione dell’economia locale. C’è grande fermento sia intorno all’aeroporto di Malpensa, sia ad alcune aree industriali dismesse, come l’ex cartiera Vita Mayer in Valle Olona. Ipotesi da scaricare a terra nella realtà anche grazie ai finanziamenti europei e ai fondi del Pnrr. E le imprese non stanno alla finestra, tra idee innovative, opportunità di crescita e non poche difficoltà. La fotografia dello stato dell’arte di una tecnologia strategica in ottica di sostenibilità, scattata con il contributo della Fondazione Eni Enrico Mattei e della LIUC Business School


FOCUS

UN’HYDROGEN VALLEY INTORNO

a Malpensa Francesca Cisotto

Decarbonizzare sempre più il sistema dei trasporti e della manifattura; diversificare le fonti energetiche; aprire altre e innovative porte alla ricerca tecnologica; far nascere un nuovo business locale, con conseguenti posti di lavoro. Questi gli obiettivi di TH2ICINO, un progetto finanziato dall’Unione Europea che nasce per realizzare nell’area dello scalo della brughiera un elettrolizzatore dalla capacità produttiva di 500 tonnellate di idrogeno verde all’anno, al servizio dei settori industriali e aeroportuali

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YINGYAIPUMI / STOCK.ADOBE.COM

SCHARFSINN86 / STOCK.ADOBE.COM

C

reare una hydrogen valley in provincia di Varese. Dar vita ad una filiera di produzione e consumo di idrogeno verde a supporto della crescita sostenibile dell’aeroporto di Malpensa. Progettare una culla di energia alternativa a favore della transizione ecologica dei cluster industriali del Varesotto. Non è fantascienza ecologista, ma un progetto concreto che ha già preso avvio dalla partnership tra Rina, multinazionale di ispezione, certificazione e consulenza ingegneristica, Confindustria Varese, Sea, la società che gestisce lo scalo della Provincia di Varese, oltre a quello di Linate e il Comune di Busto Arsizio. Tutto nell’ambito di un ampio progetto di respiro europeo: TH2ICINO. Un acronimo che sta per “Towards H2ydrogen Integrated eConomies In NOrthern Italy” e che vuole puntare all’installazione nel Sud del Varesotto, nell’area intorno a Malpensa, di un elettrolizzatore

dalla capacità di 5 Megawatt del Gruppo Lhyfe, produttore francese di idrogeno verde. Praticamente, un dispositivo elettrochimico alimentato da energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, in grado di rompere le molecole dell’acqua, separando l’idrogeno dall’ossigeno, per produrre circa 500 tonnellate di idrogeno verde all’anno. Prima per i mezzi di terra della società aeroportuale Sea, poi per il sistema manifatturiero circostante. Più precisamente, si tratta di un progetto finanziato di oltre 7 milioni di euro dalla Clean Hydrogen Partnership nell’ambito di Horizon Europe, il programma quadro dell’Unione Europea per sostenere e promuovere la ricerca e l’innovazione nel periodo 2021-2027. Tra gli altri, infatti, sono partner anche ulteriori realtà italiane, francesi, spagnole e greche. Tutte impegnate, a diverso titolo, per le proprie competenze e capacità, nella creazione di una

hydrogen valley intorno a Malpensa, con un’attenzione particolare all’ottimizzazione dei costi nella catena del valore dell’idrogeno verde: uno dei vettori energetici di cui sempre più si parla in ottica di strategie di decarbonizzazione. L’obiettivo è quello di porre le basi per l’utilizzo di idrogeno negli scali aeroportuali contribuendo, così, alla decarbonizzazione di più settori strategici. Da un lato, del trasporto di passeggeri e merci. Alimentando, prima, i mezzi pesanti e i bus all’interno dello scalo e, poi, perché no, rifornendo in futuro quegli aerei a idrogeno che Airbus si

Il progetto è finanziato da oltre 7 milioni di euro della Clean Hydrogen Partnership nell’ambito di Horizon Europe 7


FOCUS

HYDROGEN VALLEY

Andrea Bombardi, Rina: “L’Hydrogen Valley Malpensa mira a ridurre le emissioni annue di anidride carbonica della zona di Malpensa di 4.400 tonnellate, equivalenti a quelle di 1.500 autovetture” volano di lavoro, talenti e tecnologie, che possa essere un modello di riferimento su larga scala, anche per altri aeroporti e territori industriali, a livello italiano e non solo. Replicabile, quindi. A tappeto. A livello internazionale. Lo spiega così Andrea Bombardi, Carbon Reduction Excellence Executive Vice President di Rina: “L’Hydrogen Valley Malpensa è

un progetto d’avanguardia che mira a ridurre le emissioni annue di anidride carbonica della zona di Malpensa di 4.400 tonnellate, equivalenti a quelle di 1.500 autovetture. Crediamo sia un progetto pionieristico replicabile in altre zone e scali, pensato non solo per la logistica aeroportuale ma anche per abilitare nuovi off-taker (utilizzatori, ndr.), aumentando la sinergia tra aeroporto e aree limitrofe. La ricaduta sul territorio si vedrà anche nella necessità di nuove professioni. Ecco perché un altro tema centrale è quello della formazione, non solo per una questione di indotto ma anche per essere protagonisti sul fronte dell’idrogeno. Si tratta, dunque, di una tecnologia che è un abilitatore di un intero ecosistema o, meglio, di una serie di scalini da percorrere necessariamente per creare il lancio di un’economia vera”. Un progetto tanto complesso

SCHARFSINN86 / STOCK.ADOBE.COM

sta preparando a portare sul mercato entro il 2035. Dall’altro, delle aziende manifatturiere che, proprio dall’impianto installato, in prima istanza, al servizio dell’aeroporto, si potrebbero rifornire di questo vettore energetico alternativo. Un beneficio, in primis, per quelle imprese più energivore che hanno bisogno di creare elevato calore per le proprie produzioni. L’ambizione è, dunque, quella di creare una sorta di valle dell’idrogeno, una hydrogen valley, appunto. Anzi, l’Hydrogen Valley Malpensa: la prima in Italia, nonché una delle prime in Europa per transizione ecologica di uno scalo. Una frontiera della ricerca in Italia, ma anche in Europa e nel mondo. Un vero e proprio ecosistema per l’idrogeno verde che sia in grado di rispondere alle esigenze di tutta la filiera. Dalla produzione al consumo, passando per lo stoccaggio e la distribuzione. Ma soprattutto, un

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quanto ambizioso. Ma senz’altro frutto di una naturale propensione del territorio alla competitività e all’innovazione: “Dopo esserci concentrati sull’economia circolare, ora la sfida è l’idrogeno – precisa il Presidente di Confindustria Varese, Roberto Grassi –. È la terza volta in pochi anni che, come associazione datoriale, partecipiamo, in qualità di partner, a un progetto di sviluppo dell’economia sostenibile sul territorio finanziato dall’Unione Europea. Non è un caso, ma la conferma di una nostra priorità: assistere il sistema delle imprese sul fronte della transizione ecologica. Da una parte, dobbiamo valorizzare, attraverso l’organizzazione di una nuova filiera, capacità, competenze e tecnologie diffuse e già oggi esistenti tra diverse imprese varesine sul fronte della produzione di idrogeno verde. Dall’altra parte, però, si gioca una partita altrettanto strategica: quella di creare la domanda, con la riconversione dei sistemi produttivi delle aziende dei settori manifatturieri più energivori, attraverso l’utilizzo dell’idrogeno come fonte energetica alternativa.

In mezzo, c’è lo sviluppo di moderni e sicuri strumenti di stoccaggio e trasporto dell’idrogeno e, ancora una volta, il ruolo centrale di Malpensa come driver di sviluppo su tutto il territorio di un importante indotto a vantaggio dell’intera area”. E se non è un caso che diversi attori locali siano interessati e attivi nel portare avanti questo progetto di portata europea, non è nemmeno casuale che la messa a terra ricada nella zona dell’aeroporto: “L’idea di concretizzare il tutto a Malpensa nasce dal fatto che quella attorno allo scalo è un’area fatta da solide basi industriali, infrastrutture strategiche già presenti e un forte potenziale di energia rinnovabile che possiamo sfruttare per la produzione di idrogeno verde. Basti pensare ai molteplici impianti di fonti energetiche sostenibili presenti nella zona”, spiega Alessandra Cuneo, Innovation for Power Generation and Hydrogen Manager di Rina. Un po’ come a dire che in provincia di Varese quello che circonda l’aeroscalo è un terreno fertile e perfettamente in grado di contenere tutte quelle tecnologie

UN PROGETTO DAL RESPIRO INTERNAZIONALE Il progetto TH2ICINO per la creazione di una hydrogen valley in provincia di Varese ha ricevuto un finanziamento di 7,446,920 euro dalla Clean Hydrogen Partnership nell’ambito di Horizon Europe, programma quadro dell’Unione europea per sostenere e promuovere la ricerca e l’innovazione nel periodo 2021-2027, con l’accordo di sovvenzione numero 101112098. Sono coinvolti vari partner europei che rappresentano l’intera catena di valore dell’idrogeno: Rina, Sea, Confindustria Varese, Comune di Busto Arsizio, AirPullman (società

che gestisce il trasporto pubblico locale nell’area Nord Ovest di Milano, nell’area di Monza/Brianza e a Paderno Dugnano), Artelys (azienda francese specializzata nell’ottimizzazione, supporto alle decisioni e modeling), Circe (centro tecnologico spagnolo per lo sviluppo sostenibile), Emisia (spin-off greca dell’Università Aristotele di Salonicco che si occupa di mobilità e sostenibilità) e Lhyfe Labs (gruppo francese dedicato alla transizione energetica, produttore e fornitore di idrogeno verde).

necessarie per la produzione, lo stoccaggio, la distribuzione e il consumo di idrogeno. E al contempo, come sottolinea la manager Cuneo, “fungere da hub di ricerca per trovare nuove soluzioni e opportunità di sviluppo. Un sistema integrato che chiaramente porta con sé numerose sfide come l’identificazione delle opportunità con la valutazione dei possibili offtaker; la gestione delle complessità; l’accesso ai finanziamenti, sia pubblici sia privati; l’espansione della valle con il coinvolgimento di nuovi stakeholder”. Un progetto complesso e sfidante, sicuramente, ma che ha tutte le carte in regola, non solo per decarbonizzare, diversificare le fonti energetiche e migliorare la qualità dell’aria del territorio, allineandolo, così, alle direttive dell’Unione Europea. Ma anche per creare proprio un’indipendenza energetica, per dare slancio allo sviluppo della provincia, per aprire altre e innovative porte alla ricerca tecnologica, per far nascere un nuovo business locale. Il che vuol dire: crescita economica, nuovi posti di lavoro e, più in generale, strade virtuose per attrarre e coltivare giovani talenti. L’Hydrogen Valley Malpensa potrà essere anche questo.

Roberto Grassi, Confindustria Varese: “Partita altrettanto strategica è quella di creare la domanda di idrogeno, con la riconversione dei sistemi produttivi delle aziende dei settori manifatturieri più energivori” 9


FOCUS

Il Varesotto

CULLA L’ENERGIA DEL FUTURO Francesca Cisotto

Il territorio all’ombra delle Prealpi sta lavorando per essere in prima linea nello sviluppo dell’idrogeno verde. A dimostrare il grande fermento attorno a questo vettore energetico, ritenuto tra i più validi per una vera e propria decarbonizzazione, sono i diversi progetti sparsi in provincia, allo studio di attori sia pubblici, sia privati. Non solo TH2ICINO. Altri esempi sono Olga all’interno di Malpensa e l’ipotesi di una hydrogen valley nel cuore della Valle Olona

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ttorno all’area dello scalo di Malpensa ha preso il via la progettazione di un’hydrogen valley per la decarbonizzazione del settore sia dei trasporti sia della manifattura; all’interno dello stesso aeroporto varesino, invece, è prevista l’attivazione, entro il 2024, di un impianto per l’alimentazione a idrogeno dei suoi mezzi di terra; mentre poco più in là, a solo una ventina di chilometri dal sedime aeroportuale, un altro più piccolo progetto è sul tavolo per la creazione di un ecosistema orientato alla circolarità e alla riduzione degli impatti sull’ambiente. Al centro di tutte e tre queste iniziative volte alla 10

decarbonizzazione dell’economia c’è, appunto, l’idrogeno e più precisamente quello verde, cioè quello generato attraverso l’impiego di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico). Praticamente, nel territorio della provincia all’ombra delle Prealpi, più di qualcuno, tra attori pubblici e privati, vede una valle dal forte potenziale: una sorta di culla di energia green.

TH2ICINO e Malpensa

Andando con ordine: quello pensato nell’area attorno a Malpensa rientra nell’ambito di un più ampio progetto, finanziato dall’Unione Europea e su cui stanno lavorando diversi enti del territorio, sia pubblici sia privati, che sul fronte dell’idrogeno, in provincia di Varese, fa un po’ la parte del leone. Si chiama TH2ICINO ed è volto alla creazione di un hub di idrogeno da cui i settori strategici, come quello dei trasporti e della manifattura, si possano rifornire (leggi articolo precedente). Un investimento che, come sottolinea Armando Brunini, Amministratore Delegato di Sea, la società che gestisce lo scalo varesino, oltre a quello di Linate, “permette di testare lo sviluppo dell’impiego dell’idrogeno in aeroporto. Sea, in collaborazione con partner selezionati, avrà un ruolo di facilitatore e di abilitatore per l’introduzione della nuova Armando tecnologia. Brunini Il campo principale di applicazione di questo progetto è l’autotrazione, ma è la prima fase per maturare il know-how e le condizioni abilitanti


Progetto Olga

Ma a Malpensa, ancor prima dell’ambizioso TH2ICINO, è arrivato Olga (hOListic Green Airport): il progetto approvato e finanziato dalla Commissione europea, in cui Sea è impegnata insieme a Snam, la società di infrastrutture energetiche, a realizzare, per la prima volta in un aeroporto, un impianto per l’alimentazione a idrogeno verde dei suoi mezzi di terra. “Olga – come precisa Giorgio Medici, Director Environment and

Funded Initiatives di Sea –, è il frutto di quella visione che Malpensa ha della direzione da intraprendere. Ora la sfida è sviluppare tutta la catena del valore in modo che l’incremento della domanda possa accompagnare la produzione di idrogeno e viceversa. Abbiamo bisogno di costruire know-how, ma soprattutto di stimolare le infrastrutture e di creare le condizioni per cui la domanda cresca. Si stratta di un sistema che necessiterà di anni prima che inizi a funzionare a pieno regime, ma bisogna arrivarci

pronti. L’aeroporto da solo non ha nessuna chance a convertirsi Giorgio Medici all’utilizzo dell’idrogeno se attorno non si crea tutto un ecosistema orientato a questo vettore energetico”.

Il progetto di Regione Lombardia in Valle Olona

E se, da un lato, c’è l’Europa che finanzia un’hydrogen valley nell’area attorno al sedime aeroportuale di Malpensa, e un secondo e più piccolo progetto, proprio all’interno dello scalo varesino, dall’altro, c’è Regione Lombardia che, tramite i fondi AA+W / STOCK.ADOBE.COM

(tecnologiche, normative, gestionali e logistiche) all’utilizzo anche aeronautico dell’idrogeno, secondo un approccio di sistema che è l’unico adeguato a sviluppare questa innovazione del settore trasporti, essenziale, insieme ad altre soluzioni, quali i Saf (sustainable aviation fuel, ndr.), per la decarbonizzazione”.

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FOCUS

IL VARESOTTO CULLA L’ENERGIA DEL FUTURO

del Piano nazionale di ripresa e resilienza, sostiene la realizzazione di un terzo impianto per la produzione di idrogeno verde in provincia. Questa volta nel cuore della Valle Olona. Più precisamente negli spazi dell’ex cartiera Vita-Mayer tra i comuni di Cairate e Lonate Ceppino. Una superficie di circa 650mila metri quadrati che, dopo la dismissione negli anni ‘70 delle attività produttive, si trovano da tempo in stato di abbandono. È da qui che nasce il progetto di Expand: la società specializzata nello sviluppo di piani finalizzati alla decarbonizzazione e alla produzione di energia, attraverso fonti rinnovabili sostenibili. Questa volta si tratterà di un elettrolizzatore da 2 Megawatt, alimentato da un impianto fotovoltaico da 4,5 Megawatt per una produzione di idrogeno verde di circa 100 tonnellate all’anno. Un progetto, quest’ultimo, che oltre ad aver ottenuto un finanziamento da 2,5 milioni di euro da parte della Regione nell’ambito dei bandi del Pnrr, dedicati proprio al finanziamento di impianti di produzione di idrogeno verde su aree dismesse, ha il sostegno dei Comuni di Cairate e di Busto Arsizio, ma anche quello di associazioni di categoria come Confindustria Varese e Confartigianato Varese. Mentre realtà come Sea, Ferrovie Nord Milano, Hupac, Atpl della città metropolitana di Milano, Monza Brianza, Lodi e Pavia, Autostradale, MedicAir, Stie, AirPullman, Agesp Energia, Agenzia Tpl Como, Lecco e Varese, hanno già manifestato una domanda di idrogeno verde che in totale ammonterebbe a un fabbisogno di circa 1.800 tonnellate l’anno. Praticamente, una terza culla di idrogeno, che vuole creare intorno a sé tutto un ecosistema territoriale costituito da aziende, istituzioni e comunità che possano beneficiare di quelle infrastrutture sostenibili e hi-tech volte alla circolarità e alla 12

riduzione degli impatti sull’ambiente. Ma non solo: vuole essere anche un’opera di rigenerazione urbana e recupero ambientale di un’intera area oramai abbandonata da diversi decenni. Lo spiega così, in un comunicato stampa, Gianluca Begnini, responsabile sviluppo di Expand: “Stiamo lavorando alla scalabilità del progetto con l’obiettivo di creare un contenitore di sviluppo urbano e territoriale sostenibile, che prevede l’insediamento di nuovi servizi e attività, immerse in un ecosistema green, in grado di generare benefici in termini di riqualificazione ambientale, sicurezza, presidio del territorio, occupazione e qualità della vita”. Tre soluzioni diverse, dunque, ma accomunate dall’ambiziosa visione di poter fare del Varesotto il

terreno fertile per la creazione di un sistema energetico integrato, volto ad avvicinare sempre di più il mondo dei trasporti, della manifattura e la comunità, in genere, al famoso “net zero”: la neutralità carbonica.

Armando Brunini, Sea: “Il campo principale di applicazione del progetto è l’autotrazione, ma è la prima fase per maturare il knowhow e le condizioni abilitanti all’utilizzo anche aeronautico dell’idrogeno”

IL TERRENO GIUSTO PER UN’IMPRESA AMBIZIOSA “Credo fermamente che il nostro territorio rappresenti un terreno fertile per sperimentare un ecosistema di idrogeno come futuro vettore energetico per il sistema manifatturiero e dei trasporti. La visione è quella che un giorno potremo produrre quell’energia necessaria a casa nostra. Ma perché questo accada dobbiamo lavorare affinché la domanda e l’offerta di idrogeno crescano insieme. Nel nostro contesto cittadino ci sono tutti i presupposti per la creazione di una hydrogen valley di successo che possa fare da modello a livello nazionale e internazionale”. Queste le parole dell’Assessore alla Rigenerazione Urbana del Comune di Busto Arsizio, Giorgio Mariani, sul progetto TH2ICINO, previsto nell’area attorno all’aeroporto di Malpensa. “Busto, infatti – continua –, si trova al centro di una delle aree più industrializzate d’Europa, con settori all’avanguardia come la meccanica e la meccatronica. Oltre ad essere a pochi chilometri dall’aeroporto e da Cargo

City, dal punto di vista logistico, ha due interporti ferro-gomma (Hupac e Malpensa Intermodale del gruppo FNM) e un sistema di trasporto pubblico e privato molto sviluppato. Hub, questi, che in totale risultano muovere circa 2.000 mezzi pesanti al giorno. Ecco perché le imprese e il settore della movimentazione merci e persone, costituiscono una parte essenziale della filiera dell’idrogeno. Inoltre, un’altra possibilità che offre un sistema integrato di questo tipo, è quella di creare anche gli e-fuel, cioè quei combustibili a emissioni zero, frutto dell’unione dell’idrogeno con la CO2 catturata dalle emissioni del sistema manifatturiero, sfruttando così quell’anidride carbonica che andrebbe dispersa nell’ambiente. Una valle di idrogeno sul territorio permetterebbe tutto questo: un’autonomia energetica, la decarbonizzazione dei settori intermodale, aeroportuale, manifatturiero e, dunque, anche nuovi posti di lavoro”.


FOCUS

Breve lezione SULL’IDROGENO Luigi Bignami

Che cos’è? Come si produce? Perché si è iniziato a parlarne in ottica di transizione ecologica? Che livelli di sicurezza garantisce il suo utilizzo? Quali settori sono più interessati al suo sviluppo e impiego? È una possibile opzione da affiancare alle auto elettriche per dar vita ad una mobilità sempre più green? Ecco alcune risposte alle più frequenti domande riguardanti un nuovo fronte di impegno verso un’economia sostenibile

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a riduzione delle emissioni di anidride carbonica e metano nell’atmosfera in seguito all’uso delle fonti di energia fossili, prevede che vi siano più strade da percorrere, le quali, indirizzate là dove il loro impiego è più proficuo, diano i migliori risultati all’umanità. Ora, se da un lato si parla molto dell’utilizzo di energia elettrica attraverso l’uso di batterie che stanno lavorando su un numero sempre crescente di auto elettriche, poco si parla dello sviluppo dell’utilizzo dell’idrogeno come fonte di energia pulita. Eppure, vi sono numerosi progetti che stanno dimostrando la sua assoluta affidabilità. L’idrogeno è un gas (incolore e inodore) e quando viene

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utilizzato dà come sottoprodotto solo acqua, redendolo così, estremamente pulito. Cerchiamo allora di capire gli elementi fondamentali del suo utilizzo, partendo, prima di vedere le applicazioni, da come lo si produce.

Come si produce?

Per produrlo si possono percorrere varie strade. Una prima, chiamata “tradizionale”, prevede di ottenerlo dalla raffinazione del petrolio o del gas, ma poiché richiede molta energia si hanno elevate emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, una via, dunque, che non risolve il problema “ambiente”. La strada pulita che porta all’idrogeno chiamato “verde” prevede di utilizzare fonti rinnovabili di energia, come il solare, l’eolico o l’idroelettrico, attraverso

il processo di elettrolisi dell’acqua. Il sistema che utilizza l’elettrolisi, chiamato “elettrolizzatore”, utilizza energia elettrica per dare vita ad una reazione chimica in grado di suddividere la molecola dell’acqua (H2O) nei suoi due componenti di base, idrogeno e ossigeno. L’ossigeno se ne va nell’atmosfera e non ha effetti negativi, mentre l’idrogeno viene immagazzinato per l’utilizzo che se ne vuole fare. Utilizzando le fonti di energia rinnovabili, non si producono gas serra o altri gas inquinanti e questo è il motivo fondamentale per cui l’idrogeno che si produce ottiene l’appellativo di “verde”. Attualmente l’idrogeno verde costa di più rispetto a quello tradizionale, ma l’incremento delle energie rinnovabili lo sta portando sempre più a livelli competitivi. Ad onor di cronaca, va detto che esistono anche altre tecnologie per produrre idrogeno, ma che al momento non sono concorrenziali con l’elettrolisi.

Chi lo sta utilizzando?

A questo punto ci chiediamo: “Quali sono i migliori usi dell’idrogeno?” L’utilizzo migliore dell’idrogeno è nei settori industriali definiti “hard-to-abate”, cioè quelli per cui l’elettrificazione è tecnicamente difficile e poco competitiva: questi hanno bisogno di grossi quantitativi di energia e risulta complesso, dunque, abbattere le emissioni di gas serra. Rientrano in questi settori


non ultimo poiché nell’aria vi è azoto questo prende parte alla reazione dando origine, tra l’altro, a biossido di azoto, un gas irritante. Va detto però, che si sono già aperte varie strade per bruciare l’idrogeno senza fiamma con ottimi risultati, anche se non ancora a livello di produzione in grande stile.

Quale il suo futuro nella mobilità?

Vien da chiedersi ora se l’idrogeno non risulti un combustibile ideale anche per le automobili, visto che vi sono vari progetti in tal senso. Anche se non tutti sono d’accordo va detto che allo stato attuale lo sviluppo delle auto si sta indirizzando verso quelle elettriche, non solo per il costo inferiore di acquisto e manutenzione, ma anche perché i veicoli elettrici sono 2,5 volte più efficienti rispetto a quelli ad idrogeno. Tra l’altro mentre una macchina elettrica classica ha le batterie che producono direttamente energia elettrica per il motore, un’auto a idrogeno ha bisogno di una cella a combustibile, ossia un dispositivo elettrochimico, composto da membrane ed elettroliti (sostanze chimiche ad hoc) in grado

di creare il processo opposto di un elettrolizzatore, così da produrre l’energia elettrica da incanalare nel motore. Va comunque detto che le ricerche vengono portate avanti anche in questo settore, tant’è che sono già stati costruiti camion a celle a combustibile e recentemente anche il primo treno e una nave. Per sistemi di trasporto più pesanti delle macchine potrebbe essere più idoneo.

Quanto è sicuro?

C’è un’ultima domanda che ci si pone a proposito dell’uso dell’idrogeno: è sicuro? L’idrogeno è molto leggero, più leggero dell’aria, per cui in caso di perdite accidentali si diffonde rapidamente verso l’alto, disperdendosi in atmosfera. Tuttavia, ad alte concentrazioni, essendo un gas altamente infiammabile, può diventare potenzialmente pericoloso se innescato, dando origine ad esplosioni. Esattamente come per altre sostanze utilizzate nell’industria, tuttavia, esistono standard di sicurezza già in vigore da anni per produzione, immagazzinamento e utilizzo che permettono l’uso dell’idrogeno in sicurezza.

NHAN / STOCK.ADOBE.COM

l’industria legata alla produzione di acciaio, ceramica e cemento, l’industria chimica, le fonderie e il trasporto navale e aereo a lungo raggio. Fino ad oggi le energie richieste da queste industrie sono state prodotte dai combustibili fossili. In questi casi però, l’idrogeno può essere utilizzato direttamente come combustibile, anche se il processo risulta estremamente complesso. Se si prende l’idrogeno e lo si unisce all’ossigeno (2H2 + O2 → 2H2O), esattamente come si fa, per esempio, bruciando metano (CH4 + 2O2 → CO2+ 2H2O), si ottiene energia senza produrre anidride carbonica, ma come sottoprodotto solo acqua sotto forma di vapore. Sembrerebbe semplice, vista la reazione chimica, ma il problema principale sta nel fatto che la reazione ossigeno-idrogeno può dare origine a fiamme che vanno in direzione opposta a quella con cui vengono messi a contatto i reagenti, con possibilità di esplosioni o danni ingenti al bruciatore. Inoltre, la reazione avviene a temperature molto superiori rispetto a quella del metano e questo può sottoporre a stress notevoli i materiali utilizzati. E

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FOCUS

IL FUTURO PROSSIMO

è nell’industria Davide Cionfrini

Acciaierie, vetrerie, cartiere. È nei settori manifatturieri, dove per produrre serve raggiungere alte temperature, che si concentrerà maggiormente l’impiego dell’idrogeno nei prossimi anni. Questa la previsione di Alessandro Lanza, Direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei e autore del libro “Energia Arcobaleno”

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idrogeno non è la soluzione per la decarbonizzazione, ma una delle soluzioni possibili”. L’uso dell’articolo indeterminativo, al posto di quello determinativo e il passaggio dal singolare al plurale fanno la differenza. Non solo a livello grammaticale, ma anche di visione su quello che avverrà nella transizione ecologica dei prossimi anni e, in particolare, nel ruolo che in essa avrà l’idrogeno. Ne è convinto Alessandro Lanza, Direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei e autore del libro “Energia Arcobaleno – Il futuro è dell’idrogeno?” Direttore Lanza, qual è la risposta alla domanda che lei pone al lettore nel sottotitolo del suo volume? Insomma, il futuro sarà veramente ad appannaggio dell’idrogeno? Sì, no, forse. Nel senso che l’idrogeno può rappresentare un utile tassello in una più ampia strategia

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di decarbonizzazione, ma non può rappresentare l’unica soluzione. Serve un mix di strade da percorrere, non escluso l’utilizzo ancora per diverso tempo di una certa quantità, seppur notevolmente ridotta, di fonti fossili. Mentre per il ritorno al nucleare nel nostro Paese nutro personalmente un forte scetticismo. I tempi sarebbero lunghissimi, decenni. Il suo libro parla di “energia arcobaleno” perché esistono vari modi di produrre Alessandro idrogeno, Lanza ognuno indicato con un colore. Nello specifico caso dell’idrogeno verde, qual è la sfida che abbiamo di fronte?

L’idrogeno è verde se viene ricavato utilizzando l’energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili: eolico, solare, idroelettrico. Il problema sta dunque principalmente qui. Ma occorre porsi soprattutto una domanda: se ho già prodotto elettricità con fonti alternative, perché utilizzarla per ricavare idrogeno e non usarla direttamente come energia? Già, perché? Se ne discute tanto nella mobilità. Nel trasporto aereo, per esempio, si parla più dello sviluppo di aerei a idrogeno, che di velivoli elettrici. Sì, però, in questo specifico caso ci sono ancora


MALP / STOCK.ADOBE.COM

molti aspetti di sicurezza da risolvere. Nel settore delle automobili invece nell’utilizzo dell’idrogeno si è ancora molto indietro rispetto all’elettrico sul fronte infrastrutture. Pensiamo ai modelli di autovetture in commercio o alla rete di rifornimento. Nel nostro Paese, secondo le mie informazioni, c’è solo un distributore dove rifornirsi di idrogeno.

Ma in quale settore, secondo lei, oggi sarebbe più strategico usare l’idrogeno? In tutte quelle attività in cui serve molto calore. Penso dunque a determinati settori manifatturieri. Per esempio, alle acciaierie, all’industria del vetro, alle cartiere. Produzioni dove bisogna arrivare fino a 700 gradi, oggi ottenibili solo con fonti fossili.

C’è chi parla di un possibile impiego nell’autotrasporto pesante. Ossia i camion. Sì, su quel fronte vedo maggiori margini di applicazione. Anche se, me lo faccia dire, personalmente credo che il Pnrr sia stata un’occasione mancata per mettere sui treni le merci dei Tir che viaggiano sulle nostre autostrade. Abbiamo perso un’opportunità d’oro di un’azione di transizione ecologica che avrebbe dato significativi risultati. Nel Piano, però, non un euro è stato stanziato a questo fine.

C’è però una sfida di conversione degli impianti industriali. Sì, ma non è un grosso problema. Non parliamo di tecnologie stellari. Sappiamo come si fa.

Sul lato trasporti vede altre possibilità di impiego dell’idrogeno? Un’applicazione possibile è sulle navi. Molte di quelle grandi, soprattutto quelle che viaggiano nel Mediterraneo dove ci sono obblighi di legge, hanno già oggi motori elettrici che vengono fatti funzionare con il gasolio. Ecco in questi casi si potrebbe utilizzare l’idrogeno.

Non rischia però di essere un problema di sostenibilità economica, soprattutto per le Pmi? Dipende qual è il punto di partenza. Quanto costa l’anidride carbonica? Detto diversamente: l’investimento sarà tanto più abbordabile, tanto più aumenterà la carbon tax, ossia la tassa che viene imposta a chi utilizza le fonti fossili con relative emissioni. Quindi è questione di politica industriale. Ovviamente è questione di politica industriale. Ma direi anche di politica in generale. Bisogna capire quanto vogliamo essere seri quando diciamo di voler decarbonizzare la nostra economia. Cosa che dovremo fare,

perché il cambiamento climatico, per chi ancora non se ne fosse ancora accorto, è un problema molto serio che dobbiamo risolvere. Non ci sono alternative. Un economista parlerebbe di prezzi relativi. Sull’idrogeno, però, c’è un fronte su cui, come Italia, abbiamo un vantaggio. Quale? Quello dell’idrogeno blu, ricavato dal metano. Dal gas viene separato l’idrogeno e la rimanente anidride carbonica deve essere stoccata sottoterra. Sappiamo come si fa e abbiamo la geologia per poterlo fare. Abbiamo milioni di metri cubi di ex depositi di gas naturale. Penso alla Pianura Padana e al Mar Adriatico. Se ne parla però ancora troppo poco. Un ultimo esempio di impiego che potrebbe avere l’idrogeno? Lo stoccaggio di energia. Pensiamo all’energia elettrica prodotta dal solare. Quando c’è sovraproduzione, il rischio oggi è di disperderla. Trasformarla in idrogeno verde permetterebbe di immagazzinarla e utilizzarla quando serve. Sui treni? Dipende quanto costa elettrificare una determinata tratta, rispetto all’investimento in motrici a idrogeno. Su questo servono maggiori studi di confronto. 17


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FOCUS

Una filiera IN COSTRUZIONE Chiara Mazzetti

A che punto è la provincia di Varese in tema di produzione ed utilizzo di idrogeno? Come viene impiegato il primo e più leggero elemento della tavola periodica nell’industria varesina? Le aziende all’ombra delle Prealpi sono hydrogen ready? Ecco le esperienze ed i progetti di tre realtà: Interfluid di Gallarate, F2N Green Hydrogen di Varese e Tenova di Castellanza. Tra innovazione e tanto ancora da fare

Tenova 19


FOCUS

UNA FILIERA IN COSTRUZIONE

U

n’impresa che da oltre 40 anni si occupa di automazione industriale, anche a livello internazionale. Una startup innovativa di recente fondazione, animata dalla passione di una manciata di persone appena. Un’azienda technological provider per soluzioni e impianti nell’ambito dei metalli, dell’acciaio e dell’alluminio. Cos’hanno in comune queste tre diverse realtà industriali della provincia di Varese? L’idrogeno. C’è chi lo produce o contribuisce a produrlo e chi, invece, vorrebbe diventarne utilizzatore nel breve periodo. Ecco le sfide, le opportunità di crescita e i progetti portati avanti, in ambito idrogeno, da Interfluid Srl di Gallarate, F2N Green Hydrogen Srl di Varese e Tenova Spa di Castellanza. Tra progettualità innovative e qualche perplessità.

Interfluid

“Dal 1979 ci occupiamo di componentistica pneumatica ed oleodinamica. Nel 2007 ci siamo specializzati nella progettazione e realizzazione di sistemi per effettuare collaudi e unità di generazione di alta pressione, dedicati a clienti del settore Oil&Gas, automotive e aerospace. Competenze che ci sono tornate utili proprio nel mondo dell’idrogeno, nel quale, all’interno della filiera, ci occupiamo di fornire soluzioni di progettazione e componenti per il piping (sistema di tubazioni, ndr.), il controllo e la sicurezza dei sistemi”. A parlare è Giampaolo Sala, Managing Director di Interfluid che, attualmente, è in grado di fornire specifica consulenza tecnica sull’idrogeno, nonché i componenti necessari ai vari processi, anche grazie a partnership americane e svizzere con cui l’impresa gallaratese ha portato avanti, negli anni, importanti progettualità. Non da ultima una realizzata insieme a Rina, capofila del progetto TH2ICINO di cui Confindustria Varese è partner. “Ci 20

F2N Green Hydrogen

è stato chiesto di collaborare ad un progetto per portare l’idrogeno a 1.000 Bar per specifici collaudi: siamo stati gli unici ad accettare questa proposta. Grazie ad una pluriennale esperienza nel campo dell’alta pressione, i nostri partner ci hanno seguito e così siamo riusciti a realizzare un impianto con queste caratteristiche, che viene utilizzato tuttora: è stato il primo di questo tipo in Italia e uno tra i primi in Europa”, precisa Sala. Interfluid è stata, inoltre, tra i promotori di uno studio sullo stato dell’arte dell’idrogeno in Italia, realizzato dalla LIUC Business School. “Ci è stato utile per capire come fosse costituita la filiera dell’idrogeno – aggiunge il Managing Director aziendale –. Era per noi fondamentale comprendere a chi rivolgerci e a chi potesse tornare utile, anche a livello europeo, il nostro know-how”.

F2N Green Hydrogen

Da chi produce componenti e fornisce consulenza a chi si occupa di fare ricerca, sviluppo, progettazione e prototipazione di prodotti legati alla produzione di stack per “green hydrogen”. Un passo indietro è d’obbligo: quando si parla di stack, si intende il reattore, cuore di un impianto di generazione di idrogeno per elettrolisi. Questo il progetto che porta avanti la startup innovativa con sede a Varese F2N Green Hydrogen nata appena un anno fa, con lo scopo di sviluppare, ingegnerizzare, produrre e commercializzare, anche a livello internazionale, stack per impianti di elettrolisi medio-grandi alimentati da fonti rinnovabili, per la produzione di idrogeno “verde” su grande scala. Come racconta il Presidente e Amministrare Delegato,


Francesco Massari: “Attualmente siamo nella fase iniziale di sviluppo e validazione di un’idea da proporre al mercato. In sostanza il nostro prodotto è un facilitatore di filiera, ovvero un componente a valore aggiunto in grado di compensare il gap tecnologico presente nella filiera dell’elettrolisi, impiegata per produrre idrogeno dall’acqua. La nostra visione è di supportare efficacemente la transizione energetica e l’obiettivo net zero, consentendo l’utilizzo dell’idrogeno verde sia come vettore energetico sia come molecola a valore per un’economia sostenibile”. Grazie a finanziatori esterni, F2N Green Hydrogen è riuscita a realizzare un prototipo di stack ed un impianto per collaudarlo con una potenza di 500kW, in grado di produrre 200 kg al giorno di idrogeno. “Entro la fine dell’anno – prosegue Massari – dovremmo completare la fase di collaudo e caratterizzazione del reattore per poter iniziare con la commercializzazione. Inoltre, per il 2024 prevediamo un insediamento produttivo in zona Varese, per avviare la produzione di questo prodotto proprio qui”. Ma quando si parla di filiera dell’idrogeno, l’Italia, come è posizionata? A detta dell’Ad della startup varesina c’è ancora molto da fare: “Sono molti, a livello globale, i progetti sull’idrogeno e tanti, nel corso degli anni, sono stati gli annunci ma pochi i programmi scaricati a terra. Da qui nasce l’idea di fare qualcosa di concreto. Noi proponiamo un prodotto finito e su questo possiamo ragionare. Qui intorno, partendo da Varese fino ad arrivare a Milano, sono presenti utilizzatori di peso, grandi player che possono avviare attività e ragionare sull’utilizzo concreto dell’idrogeno”.

di Tenova, multinazionale con sede principale a Castellanza che fornisce soluzioni e impianti per l’industria metallurgica, come ad esempio i produttori di acciaio e alluminio. “Da sempre Tenova crede nella sostenibilità e investe per concretizzate i suoi principi nelle tecnologie che sviluppa e nei suoi processi produttivi – racconta il Direttore Ricerca e Sviluppo, Enrico Malfa –. Il settore siderurgico, che noi serviamo, emette circa il 7% dell’anidride carbonica al mondo ogni anno. Per ottenere riduzioni importanti e significative, le strade sono diverse. Una di queste è ridurre l’uso dei combustibili fossili, fino a sostituirli completamente nei processi di produzione, per esempio sostituendo il carbone con le biomasse e il gas naturale con l’idrogeno. Per essere sostenibili le tecnologie che proponiamo mirano, innanzi tutto, a essere sufficientemente flessibili da abilitare la trasformazione energetica in corso e contenere gli effetti globali dovuti alle emissioni di anidride carbonica grazie all’impiego graduale di idrogeno, consentendo quindi di salvaguardare gli investimenti. Inoltre, puntiamo a non aumentare altre emissioni che hanno un impatto locale. Un esempio possono essere i sistemi di combustione che utilizzano idrogeno, che, se non opportunamente progettati, provocano un aumento delle emissioni di ossidi di azoto. Siamo sostanzialmente alla costante ricerca di un bilanciamento che risulti sempre a favore della sostenibilità nella

sua declinazione completa: ambiente, persone ed economia”. Attualmente Tenova si sta muovendo su due fronti paralleli per quanto riguarda l’uso del primo e più leggero elemento chimico della tavola periodica. “Abbiamo collaborazioni in corso che stanno dimostrando la possibilità di aumentare la percentuale di idrogeno che i nostri processi possono utilizzare, insieme o in sostituzione del gas naturale, per la produzione di metalli. Il processo ENERGIRON®, sviluppato in collaborazione con Danieli, opera con il 100% di idrogeno nei progetti HYBRIT in Svezia e SALCOS in Germania, tra i principali in cui Tenova è coinvolta per la costruzione di impianti hydrogen ready in Europa e nel mondo. Un’altra tecnologia su cui stiamo lavorando riguarda la parte a valle della produzione di acciaio liquido, ovvero i forni di riscaldo e di trattamento che utilizzavano sistemi di combustione basati su combustibili gassosi di origine fossile metano, quali gas naturale o gas di recupero dei processi siderurgici. La tecnologia sviluppata da Tenova e basata sul concetto di combustione flameless permette già oggi di poter utilizzare il 100% di idrogeno. Al momento quindi, per il settore metallurgico, la vera difficoltà è la scarsa disponibilità di questo vettore energetico, possibilmente verde, ossia prodotto da fonti rinnovabili, che per queste applicazioni serve in quantità elevate e a costi sostenibili”, spiega infine Malfa. Interfluid

Tenova

Verrebbe da porsi una domanda o forse anche due: tutto questo idrogeno, dopo essere stato generato, a chi servirà? Un esempio di processi e prodotti hydrogen ready, ovvero già pronti a impiegare idrogeno, sono quelli 21


CONSULENZA AZIENDALE

SENZA PAURE, SENZA PENSIERI IN SICUREZZA e RISPARMIANDO


FOCUS

LO STATO DELL’ARTE

in Italia Alessia Lazzarin

Il Paese ha una conformazione territoriale idonea alla produzione di idrogeno. Scarseggiano, invece, le infrastrutture. Le imprese che fanno già parte della filiera riescono a convertire facilmente le proprie attività e le proprie competenze. Spesso, però, riscontrano difficoltà nella gestione di questa nuova tecnologia, a volte ancora poco conosciuta. Questi alcuni risultati emersi dall’indagine della LIUC Business School

S

e da un lato l’Italia ha tutte le carte in regola per giocare la partita dell’idrogeno rispetto al resto del mondo, dall’altro ci sono alcuni aspetti su cui bisogna ancora lavorare parecchio. Al Paese si riconosce una conformazione territoriale particolarmente favorevole alla produzione di idrogeno e le imprese che fanno già parte della filiera riescono a convertire facilmente il proprio business e le proprie competenze. Sotto il profilo delle infrastrutture, invece, l’Italia è in difficoltà. Scarseggiano e non ci sono ancora, al momento, realtà ad uno stato particolarmente avanzato verso l’utilizzo o produzione di questa tecnologia. Sono alcuni dei risultati emersi dall’indagine svolta dal Centro sull’Innovazione Tecnologica e l’Economia Circolare della LIUC Business School di Castellanza. Uno studio svolto per analizzare lo

stato dell’arte dell’idrogeno (verde) a livello nazionale, assecondando la richiesta di un’impresa varesina che aveva bisogno di ottenere una visione più chiara sulla situazione prima di intraprendere questo percorso: la Interfluid di Gallarate, system integrator a livello internazionale in tutti i processi dell’automazione industriale per l’oleodinamica, la pneumatica e l’alta pressione. “Uno dei settori in cui l’applicazione dell’idrogeno verde è più immediata è quello della mobilità, sia aeroportuale, sia logistica. Specialmente quella che riguarda i

veicoli più pesanti e i carri elevatori – afferma Gloria Puliga, ricercatrice LIUC –. I punti di forza sono indubbiamente il fatto che parliamo di un materiale sostenibile e che, a differenza dell’elettrico, essendo un vettore, può essere stoccato per lungo tempo in grandi quantità. Limitata, invece, l’applicabilità sui veicoli leggeri dove l’elettrico è sicuramente più avanti e ci sono maggiori infrastrutture e beni complementari”. L’obiettivo della ricerca è stato quello Gloria Puliga di capire se fosse possibile applicare le competenze di Interfluid in un nuovo tipo di business. Quello dell’idrogeno. 23


LO STATO DELL’ARTE

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FOCUS

“In alcuni contesti, a livello di skill, potrebbero non esserci grandi investimenti che gravano sulle imprese in quanto è possibile sfruttare competenze già esistenti – continua Puliga –. Dal punto di vista tecnico, invece, è importante capire se per una realtà l’investimento sia fattibile e sostenibile”. Lo studio ha dato un quadro esaustivo del Paese in questo contesto. È emerso come, già da tempo, l’Italia stesse investendo in maniera importante in questa tecnologia. Rispetto al quadro internazionale, anche secondo alcuni output arrivati dai centri di ricerca e dalle Università di Milano, Torino e Reggio Calabria, “il nostro Paese si posiziona ad un buon punto della classifica rispetto al resto del mondo”. Un altro fattore che gioca a favore dell’Italia è sicuramente la conformazione territoriale. Al Sud il clima è mite e soleggiato e questo aiuta particolarmente nella produzione di idrogeno verde. E poi, ovunque, sono presenti centri di ricerca o Università che portano 24

avanti studi scientifici. “Il nostro territorio ha indubbiamente delle forze – incalza Puliga – e può giocarsi la sua partita a livello mondiale”. Tra gli aspetti su cui bisogna ancora lavorare a lungo c’è sicuramente quello delle infrastrutture. C’è anche la difficoltà nel trattare un elemento del tutto nuovo, spesso ancora poco conosciuto e con specificità tecniche particolari. Chi decide di usarlo deve conoscere ogni suo aspetto. Così come chi sceglie di investire in questo ambito. “Esiste una forte asimmetria informativa tra investitori e produttori di tecnologia che può e deve essere ridotta mediante momenti di confronto e trasferimento tecnologico e di conoscenza – precisa Puliga –. Il nostro obiettivo è quello di estendere il caso di Interfluid ad altre realtà per creare una rete solida. Siamo ancora in una fase embrionale”. L’ateneo, anche insieme al lavoro che svolge il Green Transition Hub, vuole diffondere linee guida sulle aree su cui è possibile investire e

sulle competenze interne che le aziende possono sfruttare a loro favore. “È ampia la profondità della ricerca scientifica e lo sviluppo riguarda sia grandi realtà sia Pmi”. Nonostante questo, i ricercatori della LIUC, invitano le aziende “ad essere molto attente nel navigare questa fase e comprendere le competenze rilevanti e gli asset complementari necessari”. Servono skill tecniche ma anche di gestione della transizione. Interfluid ha già maturato la convinzione che il primo passo verso il business dell’idrogeno deve essere fatto investendo nel capitale umano: “Per spingere maggiormente la transizione verso l’idrogeno – dichiarano dall’azienda – è necessario semplificare e rendere più snello l’iter di approvazione degli impianti, delegando l’analisi della sicurezza ad un tecnico abilitato, incentivando in questo modo la capillarità delle realizzazioni di impianti di distribuzione di idrogeno sul territorio nazionale, che ad oggi risultano praticamente inesistenti”.


Pianificazione patrimoniale: gli strumenti di BPER Banca

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roteggere beni e persone che amiamo è un’esigenza attualissima, un tema su cui gli interrogativi sono davvero tanti. Pianificare, però, significa anche individuare la struttura e l’organizzazione patrimoniale più confacente alle proprie esigenze, conclamate o latenti, per far sì che un patrimonio, personale o aziendale, sia tutelato, garantendo la cura dei propri cari, con il supporto di una squadra di professionisti competenti, di esperienza e capaci di ascoltare i bisogni dei propri clienti. Ne è convinto il responsabile dell’ufficio Wealth Advisory di BPER Banca, Angelo Taffurelli, che sul tema ha dichiarato: “Il nostro Istituto, da oltre 15 anni, dispone di una struttura di specialisti dedicata, in grado di supportare i bankers, offrendo un servizio altamente qualificato a clienti Private e ‘HNWI’ (individui ad alto patrimonio netto), oltre che ai loro consulenti, di advisory non finanziario a contenuto legale e fiscale, relativo a tutte le tipologie di beni che compongono il patrimonio di una persona. Una consulenza che supera l’aspetto finanziario e tiene conto dell’evoluzione dei contesti e delle conseguenti modifiche qualiquantitative del patrimonio”. Il tema pone un ulteriore interrogativo, non banale, ossia “quando pianificare?”: “Come dico spesso, credo semplicemente che prevenire sia meglio che curare. Pianificare in tempi di pace per prevenire una guerra, eventuale e futura. Consiglio più che mai attuale”. Angelo Taffurelli è anche consigliere delegato di BPER Trust Company Spa: “Il trust rappresenta oggi uno strumento valido e dinamico

che può essere proposto in situazioni ove le esigenze manifestate dai clienti non possono essere tutte soddisfatte con istituti tipici e ‘statici’ di diritto italiano. Bper Trust Company Spa è una società creata nel 2012 da BPER Banca con lo scopo di erogare consulenza patrimoniale e successoria in senso lato, predisporre atti di trust, quando necessario, ed assumere l’incarico di trustee o guardiano. Il trust è uno strumento flessibile da conoscere e valutare, magari in combinazione con altri istituti del diritto domestico, che consente di strutturare una programmazione dinamica, capace di

Angelo Taffurelli, responsabile dell’ufficio Wealth Advisory di BPER Banca

coinvolgere, anche progressivamente nel tempo, ogni bene o diritto a contenuto patrimoniale presente in un patrimonio, dando vita ad un progetto eventualmente di lunga scadenza con cui il cliente affida al trustee una parte del proprio patrimonio da amministrare nell’interesse dei beneficiari o per la realizzazione di uno scopo. La potremmo definire una cassaforte di famiglia in cui il patrimonio viene protetto e gestito al meglio, nell’interesse dei clienti e di coloro che amano, cercando di presidiare momenti straordinari e di discontinuità”, ha concluso Taffurelli.


INCHIESTA

LE AZIENDE DI VARESE

nel mondo Filippo Villani

(Centro Studi Confindustria Varese)

In un contesto sociopolitico in costante mutamento, dovuto al perdurare del conflitto russo-ucraino e non solo, le imprese varesine hanno mantenuto i loro livelli di competitività sulle piazze estere? L’Indagine Internazionalizzazione 2023, condotta dalle 9 Associazioni Territoriali di Confindustria Lombardia, ha scattato una fotografia di quanto sta accadendo nelle realtà industriali manifatturiere della provincia all’ombra delle Prealpi

N

egli ultimi anni, il mondo ha assistito a tre grandi shock: la pandemia da Covid-19, la guerra russo-ucraina e le tensioni tra Cina e Stati Uniti. Questi eventi hanno accelerato la transizione verso un nuovo ordine globale, sfidando molte delle nostre precedenti assunzioni sul mondo globalizzato: l’inflazione moderata, i tassi di interesse vicini allo zero e le forniture stabili di gas russo all’Europa sono solo alcune delle certezze che sono state messe in discussione. Sono cambiate anche alcune posizioni geopolitiche, come l’atteggiamento pacifista di Germania e Giappone (con un radicale aumento delle somme stanziate del bilancio pubblico per le spese militari) e la neutralità storica di Finlandia e Svezia. In un quadro così complesso, in cui la geopolitica torna

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a guidare e impattare sulle relazioni internazionali e commerciali, l’Indagine Internazionalizzazione di Confindustria Lombardia cerca di comprendere gli effetti di tali fenomeni sui trend di competitività delle imprese lombarde. Parliamo dell’Indagine Internazionalizzazione, condotta dalle 9 Associazioni Territoriali di Confindustria Lombardia, che rileva con cadenza biennale e a livello regionale le modalità di presenza all’estero, le aree geografiche di interesse e i principali ostacoli delle imprese manifatturiere del territorio. Nell’edizione 2023, che ha raccolto informazioni da parte di oltre 1.000 aziende, si approfondiscono gli impatti della pandemia da Covid-19 e gli effetti delle tensioni geopolitiche rispetto alla competitività e al posizionamento delle imprese a livello internazionale.

Un’indagine che il Centro Studi di Confindustria Varese ha declinato dal regionale al locale, con uno specifico focus contenente le elaborazioni a livello di industria varesina. Ciò attraverso l’analisi di un campione di 146 imprese del Varesotto, l’85,6% Pmi, mentre il 14,4% grandi imprese. In questo spaccato varesino, 115 realtà sono risultate internazionalizzate, ossia con rapporti con l’estero di diverso genere (circa il 79% del campione). Ma qual è la “radiografia” delle dinamiche di internazionalizzazione della provincia all’ombra delle Prealpi? Qual è la loro resilienza di fronte alle sfide del nuovo ordine globale?

Prevalgono le esportazioni, con canali prevalentemente diretti

Le esportazioni, in linea con i dati lombardi, rappresentano la


imprese esportatrici si interfaccia direttamente ed esclusivamente con il cliente finale, riducendo così i rischi legati alla rottura delle catene globali del valore.

flessibilità operativa che gli strumenti digitali permettono di raggiungere.

Si diffonde l’utilizzo di piattaforme digitali nelle strategie di internazionalizzazione

Nel 2022 la quota di fatturato realizzata all’estero dalle imprese di Varese sale al 44,4%, dal 43,1% nel 2021; inoltre, le realtà intervistate segnalano mediamente un trend in crescita anche per il 2023, prevedendo una quota pari al 45,4% nonostante i vari shock globali in corso, rimanendo nel solco dei dati regionali. Il numero medio di Paesi serviti da un’azienda è pari quasi a 17, di cui circa 7 si trovano al di fuori dell’Unione Europea. I mercati europei rimangono i principali come destinazione delle vendite estere (in vetta Germania, Francia e Spagna) e si conferma l’importanza del mercato statunitense. A livello prospect, ossia osservando i Paesi verso i quali le imprese sono più interessate ad espandersi da qui al 2025, è evidente

Il 43% delle imprese varesine esportatrici ha attivato almeno un canale di digital export; tra queste, il 76% ha un proprio sito web in multilingua, che risulta quindi essere la modalità preferita, mentre il 13% ha sviluppato una propria piattaforma e-commerce, il 18% si appoggia a piattaforme di terzi (equamente distribuite tra generaliste e specializzate) e il 7% ha attivato un e-commerce sui social network. La situazione è dinamica: si possono ipotizzare in prospettiva ulteriori spazi di diffusione delle modalità digitali di vendita sia per le filiere B2B sia B2C, alla luce anche della maggiore

Fatturato realizzato all’estero in crescita, con nuovi Paesi in vista

KHAIRULZ / STOCK.ADOBE.COM

modalità più diffusa di presenza all’estero per le imprese di Varese, adottata dal 93% dei rispondenti all’indagine. Gli scambi commerciali attraverso l’import, sia di materiali e componenti, sia di impianti e tecnologie, rappresentano la seconda tipologia e interessano rispettivamente il 51% e l’8% delle realtà. La presenza commerciale diretta o produttiva con altre sedi sono meno diffuse, ma coinvolgono comunque un buon numero di imprese. Emerge un quadro in linea coi dati dell’edizione 2021 dell’Indagine: un indicatore della resilienza delle imprese varesine e lombarde, le cui dinamiche di internazionalizzazione non sono state alterate in maniera significativa né dalla pandemia né dal conflitto russo-ucraino. Inoltre, è interessante sottolineare come la presenza delle aziende di Varese sui mercati internazionali non sia caratterizzata da un alto grado di dipendenza dalla committenza estera: il 68% delle

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INCHIESTA

LE AZIENDE DI VARESE NEL MONDO

la propensione ad esplorare mercati geograficamente distanti, come Brasile, Emirati Arabi Uniti, Cina e Canada.

Resilienza della competitività, con attenzione ai trend geopolitici

della provincia. Le imprese del territorio sono quindi consapevoli dei trend che stanno cambiando gradualmente le dinamiche del commercio globale e stanno agendo per poter mantenere ed incrementare la propria competitività: non solo giocando su strategie di prezzo, ma lavorando anche sulla qualità dei prodotti e sull’innovazione, oppure cambiando fornitori esteri Ue ed extra-Ue (in alcuni casi anche “accorciando” le filiere di fornitura). L’internazionalizzazione è sì una sfida, ma anche un’opportunità. Le imprese lombarde, e in particolare quelle varesine, stanno dimostrando di essere all’altezza della situazione, adattandosi a un mondo in rapido cambiamento e cercando soluzioni sempre più innovative.

AERIAL-DRONE / STOCK.ADOBE.COM

Emerge anche un miglioramento consistente della competitività delle imprese varesine internazionalizzate sui mercati esteri nel 2022: nel confronto con il periodo prepandemia, ben il 30% ha conquistato quote di mercato rispetto ai competitor all’estero e il 54% le ha mantenute invariate. In linea con i dati regionali, le aziende del Varesotto hanno, quindi, mostrato resilienza competitiva: solo l’8% ha dichiarato di aver perso temporaneamente quote

di mercato e il 3% definitivamente. Per quanto riguarda invece i fornitori esteri, emerge che ben il 23% del campione ha sostituito uno e più fornitori nel 2022, mentre il 12% non l’ha ancora fatto ma considera di farlo per l’anno prossimo: nel complesso, più del 35% delle imprese ha modificato o sta per modificare le proprie catene di fornitura estera. Per quanto riguarda le principali tendenze che influenzeranno le scelte di internazionalizzazione nel medio-lungo termine, le aspettative delle aziende all’ombra delle Prealpi sono in linea con quelle della media regionale: scenari geopolitici, evoluzione tecnologica e sostenibilità sono percepiti come fattori chiave nella definizione delle future strategie di internazionalizzazione

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INCHIESTA

QUANDO L’IMPRESA

è export oriented Chiara Mazzetti

Che si tratti di Pmi o grandi gruppi, realtà con pochi dipendenti o centinaia di collaboratori, le aziende varesine, nel corso del tempo, hanno saputo intessere, in ogni settore, rapporti commerciali proficui e duraturi, spingendosi ben oltre i confini europei. Il successo del made in Italy nel mondo è fatto anche di storie, progetti e aspirazioni come quelle della Fadis Spa di Solbiate Arno, della B.D.G. EL. Srl di Bardello e della Dimontonate Floccati Spa di Mornago

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uanto sono internazionalizzate le imprese varesine? Quante hanno rapporti con Paesi oltre il confine nazionale? Quali progettualità hanno trovato terreno fertile all’estero? A raccontarlo sono le testimonianze di tre realtà della provincia di Varese: Fadis Spa, B.D.G. EL. Srl e Dimontonate Floccati Spa. La prima esperienza parte da Solbiate Arno per arrivare in 70 Paesi in tutto il mondo, primi tra tutti Cina, Bangladesh, Turchia, Pakistan, Stati Uniti, India, Vietnam e Sud America. Senza dimenticare Germania, Francia e Inghilterra. Le roccatrici di precisione per la lavorazione di tutte le tipologie di filati, tra cui cashmere, seta, cotone e lana, per tutti i settori, dall’abbigliamento alla moda, fino al medicale, partono dalla Fadis, impresa nata nel 1960 e che impiega

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circa 70 dipendenti, per raggiungere destinazioni lontane svariate centinaia di chilometri. A spiegare la vocazione per l’estero dell’azienda di famiglia è l’Amministratore Delegato Debora Carabelli: “L’internazionalizzazione è nel nostro dna. Lo è fin dal principio della nostra storia, quando mio nonno Giuseppe, fondatore di Fadis, si rese conto che il nostro prodotto doveva essere venduto all’estero per sopravvivere. L’idea con cui era nata l’impresa era fornire le macchine per la lavorazione dei filati al vecchio calzificio Carabelli che, all’epoca, si trovava ad appena pochi metri di distanza dalla nostra sede. Già nel ‘61, tuttavia, mio nonno iniziò a partecipare a fiere internazionali, capendo che era al mondo che dovevamo puntare”. Si tratta, a detta di Debora Carabelli, di un vero e proprio approccio culturale: “Bisogna essere curiosi, aver voglia

di viaggiare, conoscere bene le lingue ed essere disposti a comprendere la cultura del Paese in cui si va”. Fadis, il cui fatturato annuo deriva per il 90-92% proprio dall’export, vende in tutto il mondo macchinari e pezzi di ricambio, offrendo un servizio puntuale di assistenza. “Progettiamo,

Quanto sono internazionalizzate le imprese varesine? A raccontarlo sono le testimonianze di tre realtà: Fadis Spa di Solbiate Arno, B.D.G. EL. Srl di Bardello e Dimontonate Floccati Spa di Mornago


produciamo, vendiamo e istalliamo tutto noi, da Solbiate Arno – precisa l’Ad –. Nel tempo abbiamo instaurato alleanze con agenti, nei vari Paesi in cui operiamo, per garantire il servizio di assistenza post-vendita. In Cina abbiamo un ufficio di import-export, in India uno di rappresentanza e in Turchia svariati accordi con istallatori locali”. Carlo Del Grande, Direttore Generale di B.D.G. EL. Srl di Bardello, impresa meccatronica che si occupa della fabbricazione di apparecchiature nel settore dell’elettrodomestico, racconta un’altra storia di internazionalizzazione. “Per noi essere internazionali significa portare avanti azioni di marketing, vendita, ricerca e sviluppo in collaborazione con i nostri clienti che hanno sedi

avere a che fare e confrontarci con l’estero”. La più grande sfida nell’affrontare le piazze straniere? “Per un’azienda di piccole dimensioni come la nostra, è sicuramente riuscire a mantenere la competitività – precisa Del Grande –. Il problema reale non è tanto penetrare il mercato, quanto mantenere rapporti duraturi e profittevoli”. Ed è anche per questo motivo che B.D.G. EL. nel corso del 2022 si è trovata a sostituire alcuni dei fornitori oltre confine: “Lo abbiamo fatto in favore di altri più competitivi, in termini di qualità e contenuto innovativo dei prodotti”, spiega di nuovo il Direttore Generale. Lavorando principalmente con 9 Paesi, tra cui Polonia, Turchia, Ungheria, Bangladesh e India, la sfida che si prospetta per l’azienda di Bardello

Una lavorazione della B.D.G. EL.

sparse per il mondo. Quello che può accadere oggi nello sviluppo di un progetto è avere, ad esempio, un progettista in Brasile, un laboratorio in Polonia, sviluppatori in Italia e altri in India. È sempre più frequente lavorare con team internazionali. Siamo la tipica Pmi con 32 dipendenti e un fatturato di circa 9 milioni annui, ma siamo consci di quanto sia fondamentale, per il nostro business,

è trovare un aiuto nelle attività di internazionalizzazione. “Ci piacerebbe essere guidati e accompagnati nel nostro percorso di espansione all’estero poiché il nostro è un comparto di nicchia”, chiosa Del Grande. Dal settore meccanico a quello della gomma-plastica, l’ultima impresa a raccontarsi è la Dimontonate Floccati Spa di Mornago, nata nel 1973 come

produttrice di materiali floccati per il settore del luxury packaging e oggi impegnata a servire con i suoi prodotti 20 Paesi, tra cui Stati Uniti, Messico, Cina, Corea, Giappone Polonia e Croazia. “Nel 2005 abbiamo inserito nel nostro catalogo materiali floccati per guarnizioni di finestrini per automobili: è stato questo prodotto che ha dato respiro all’internazionalizzazione della società”. A parlare è il Presidente e Ceo aziendale Federico Rosa, che racconta come, partendo dall’Italia, la Dimontonate Floccati sia riuscita a raggiungere prima i mercati europei e poi quelli del Nord America. “Nel 2014 abbiamo aperto la prima unità produttiva negli Stati Uniti e, in parallelo, ci siamo spinti fino in Cina con una società distributrice. Sono seguite le piazze giapponesi, coreane e indiane”. Con lo scopo di continuare ad espandersi principalmente in Asia, la piccola multinazionale varesina che in Italia dà lavoro a 60 persone e nel mondo a 150, è cresciuta negli ultimi 10 anni quintuplicando il numero di addetti globali e quadruplicando il fatturato come gruppo. Risultati raggiunti partendo da un assunto semplice: “Il prodotto aveva possibilità migliori, in termini numerici, fuori dall’Europa”. Una volta compreso questo, il resto è venuto da sé. “Abbiamo capito che era necessario spingerci oltre i confini nazionali e per farlo dovevamo essere affiancati da persone in loco che ci insegnassero come fare business in quello specifico luogo. La prima fase dal nostro approccio con l’estero è stata, dunque, trovare un business developer per le analisi di mercato”, specifica Rosa. Prossimo step: esportare all’estero l’impegno sulle tematiche sostenibili. “In Europa la sostenibilità sta assumendo un peso sempre maggiore, mentre nel resto del mondo se ne parla ancora poco. Vorremmo differenziarci dai nostri competitor, puntando proprio su questo aspetto”, chiosa Federico Rosa. 31


ECONOMIA

Le città medie NELLA MAPPA DELLA COMPETITIVITÀ Antonio Calabrò

(Senior Vice President Cultura Pirelli e Direttore Fondazione Pirelli)

Da una parte lo sviluppo dell’industria sulla scia delle trasformazioni ambientale, digitale e sociale che posizionano il made in Italy nel mondo come capofiliera di sofisticate catene di valore. Dall’altra le province manifatturiere che in questo scacchiere geoeconomico in ricomposizione giocano un ruolo da protagoniste e alla ricerca di nuovi rapporti con le aree metropolitane. Breve guida pratica per interpretare il nuovo “capitalismo delle reti”. In cui anche realtà come Varese possono dire la loro

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i sta/ come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”, scriveva Giuseppe Ungaretti. Stagione di passaggio, appunto, l’autunno. Tempo di incertezze. Anche per l’economia italiana, soprattutto quest’anno. La crescita rallenta, più del previsto, anche se nessuno si aspetta che si vada in recessione. La Germania, nostro principale partner commerciale, è ferma, con effetti su parecchie supply chain. La Cina, tradizionale motore economico internazionale, arranca. L’inflazione

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resta alta e i tassi potrebbero ancora continuare a salire, per i timori di Fed e Bce. Il quadro geopolitico generale segnala squilibri e conflitti drammatici. E la più generale twin transition, ambientale e digitale, sta sottoponendo a vere e proprie turbolente riorganizzazioni tutti i cicli di Antonio produzione, Calabrò distribuzione e consumo. L’età delle incertezze, si sa, non fa bene all’economia, almeno nel breve periodo. E per quanto positiva sia, in generale, la stagione del cambiamento, nell’immediato ne paghiamo i costi, economici e sociali, cercando comunque di costruire tempi migliori.

Ma come stanno le cose, in prospettiva? Staccando lo sguardo dalla contingenza e provando a ragionare sui dati di fondo, vale la pena ricordare che, al di là della congiuntura tutt’altro che brillante, l’economia italiana, trainata dal settore industriale, nel corso della lunga stagione successiva alla grande crisi finanziaria del 2008, ha costruito solide basi di sviluppo. Su cui ha fatto leva per la ripresa postCovid e su cui continuare a insistere anche adesso, per intravedere la via d’uscita dal rallentamento e fare scelte d’investimento e di crescita lungimiranti. Che basi? Un radicale rinnovamento tecnologico, sia per i prodotti che per i meccanismi di produzione, grazie a robusti investimenti stimolati da ben costruiti stimoli fiscali. Una maggiore attenzione alla qualità. Uno sguardo ampio verso i mercati internazionali, soprattutto nelle nicchie a maggior


ALBERTO BORTOLUZZI

valore aggiunto. Un’originale capacità di definire nuovi processi capaci di tenere insieme manifattura, servizi e ricerca high tech, nel “cambio di paradigma” digitale dell’impresa data driven. E una responsabile attenzione alla sostenibilità, sia ambientale che sociale, considerata non come un semplice elemento di comunicazione e di marketing, un furbo green washing, ma come un vero e proprio asset di competitività, come una caratteristica essenziale che connoti il miglior made in Italy (le analisi di Symbola e la presenza di parecchie imprese italiane ai vertici degli indici internazionali di sostenibilità ne sono ben documentata conferma).

Piazza Monte Grappa a Varese

La parte tecnologicamente più avanzata dell’impresa italiana ha vissuto con profonda convinzione questa svolta (su cui anche il cambio generazionale ha avuto un peso rilevante). È cresciuta. Ha fatto da capofiliera di sofisticate catene del valore internazionali e oggi può giocare con successo la partita del re-shoring, del ritorno a produrre in Europa come grande piattaforma manifatturiera di qualità. Ha intessuto migliori relazioni con le Università, per usare bene le leve della “economia della conoscenza” e dell’impiego degli strumenti offerti dall’Intelligenza Artificiale. E adesso può rilanciare il ruolo di motore di sviluppo di lungo periodo, in una serie di settori

produttivi d’eccellenza: meccanica e meccatronica, chimica e farmaceutica, life sciences e industria agroalimentare, automotive e gomma, aerospazio e cantieristica, sistemi di trasporto ed edilizia, arredamento e tessileabbigliamento. Sono questi i punti di forza essenziali, in una rete integrata di relazioni. Sono le garanzie che, al di là dei momenti congiunturali di difficoltà, l’impresa italiana ha un futuro e può continuare a determinare la crescita del Paese. Ma l’impresa, naturalmente, non può fare tutto da sola. Servono scelte politiche, atti di governo, a livello nazionale ed europeo. Politiche industriali di respiro, ben diverse dalle tentazioni stataliste e protezioniste. Politiche fiscali mirate all’innovazione e non certo al premio di corporazioni elettoralmente influenti. Politica per la sicurezza, legata all’energia e alle forniture di materie prime strategiche. Un percorso ben definito per la conoscenza e la formazione di lungo periodo. E quelle riforme (pubblica amministrazione, giustizia, scuola, mercato del lavoro) di cui si parla da tempo, ma senza effetti concreti. Il Pnrr è stato individuato come strumento, politico sia per gli investimenti sia per le infrastrutture e le riforme. Non usarlo a pieno sarebbe un grave errore. L’Europa resta il nostro essenziale punto di riferimento. In sintesi: per poter ragionare con senso di responsabilità sul futuro dell’economia italiana (e dunque su quello delle nuove generazioni), vale la pena tenere a mente la sintesi fatta da Il Sole 24 Ore (il 31 agosto) per una lunga inchiesta sulle imprese innovative: “Il genio italiano esiste. Ma senza ricerca, manager e struttura finanziaria è destinato a fare poca strada”. C’è un territorio, in particolare, cui fare riferimento, nella necessaria riscrittura delle nuove mappe geoeconomiche, guardando, per esempio, alle integrazioni in corso tra sistemi produttivi, nel senso ampio del termine. È la mega-regione A1-A4 che prende idealmente nome dalle 33


ECONOMIA

CAPITALISMO DELLE RETI

Un processo produttivo in MV Agusta

autostrade che la attraversano e che va dal Nord Ovest di Piemonte e Liguria al Nord Est, includendo Milano, la Lombardia e l’Emilia-Romagna della media impresa “multinazionale tascabile”, le fitte reti delle filiere produttive dell’industria con solidi legami europei e internazionali, ma anche quelle delle attività finanziarie, delle Università e dei centri di ricerca e formazione, della logistica e di una complessa serie di servizi high tech. È una mappa economica di intrecci imprenditoriali, culturali e sociali, che hanno retto bene le crisi contemporanee, hanno reagito e rispondono anche alle sfide poste dalla cosiddetta twin transition, ambientale e digitale, dando così un contributo essenziale alla crescita del Pil dell’Italia, la migliore nella Ue, dal ‘22 a oggi. Un intreccio, ancora, in cui sottolineare le relazioni tra grandi e prestigiose Università metropolitane (gli atenei e i Politecnici di Torino e Milano) e Università ricche di competenze 34

formative e di ricerca diffuse nella dinamica provincia, come l’ateneo di Bologna, la LIUC a Castellanza e la Muner (Motorvehicle University of Emilia-Romagna), per fare solo alcuni di tanti esempi possibili. O i rapporti sociali e culturali, tra solidarietà e competitività, di cui le Fondazioni di origine bancaria, in relazione con le strutture e le associazioni del Terzo

L’impresa italiana ha avuto la capacità di tessere relazioni con le Università, per usare bene le leve della “economia della conoscenza” e dell’impiego degli strumenti offerti dall’Intelligenza Artificiale

Settore, sono protagoniste di grande importanza. Qual è la caratteristica di questa mappa? Mostrare la tenuta dei rapporti tra le aree metropolitane, le città medie e le province produttive (Varese ne è ottima testimonianza), segnando anche quella che Aldo Bonomi, sociologo attento alle evoluzioni urbane, chiama “la metamorfosi della città medie”, tra “neo-municipalismo” e “capitalismo delle reti” e agevolando le tendenze di una crescita industriale che nel tempo rapido dalle nuove ragioni della competitività internazionale, conquista spazi e credibilità nel mondo. Quella di cui stiamo parlando, insomma, è la mappa di una condizione originale in Europa. E analizzarla attentamente può aiutare i decisori politici, nazionali e locali, nel definire e attuare scelte chiare e lungimiranti, nell’interesse del sistema Paese e delle nuove generazioni. Per scrivere una migliore “storia al futuro”.


ECONOMIA

L’oleodinamica SMART DI ATOS CONQUISTA IL MONDO Alessia Lazzarin

L’organizzazione e i metodi di una multinazionale combinati con la flessibilità, la reattività, l’orientamento al cliente ed al servizio tipici di un’azienda italiana. Dalla Cina agli Stati Uniti, passando per l’India. Il Gruppo con headquarter a Sesto Calende, tradizionalmente presente nel mercato dell’oleodinamica con valvole, cilindri, sistemi, filtri e pompe, si è esteso, con l’acquisizione di ulteriori società italiane, anche in altri settori: riscaldamento ad induzione, raccordi oleodinamici, impianti alimentari

U

n fatturato di 170 milioni, 750 dipendenti in tutto il mondo e 80.000 metri quadrati di stabilimenti. 1,5 milioni di componenti prodotti ogni anno e 15 milioni di raccordi.

Il Gruppo Atos ha un fatturato totale di 170 milioni e 750 dipendenti. Nel 2022 ha generato profitti lordi per 38 milioni, posizionandosi tra le prime dieci aziende in provincia di Varese per utile lordo 35


ECONOMIA

GRUPPO ATOS

Sono questi i numeri che fanno di Atos un Gruppo in continua crescita. Una multinazionale operante in oltre 80 Paesi, con 10 siti produttivi distribuiti tra Italia, Cina, India e Stati Uniti. Il più importante è quello in provincia di Varese, a Sesto Calende, dove ha sede l’headquarter. “Negli ultimi anni siamo cresciuti molto – afferma l’Amministratore Delegato, Andrea Carbonatto –. Oggi siamo in più di 700 distribuiti in tutto il mondo”. Una crescita sia in termini di risorse umane, sia economica. “Nel 2022 con la sola Atos abbiamo registrato un fatturato di 120 milioni di euro, in aumento del +17% rispetto al 2021. Rispetto al 2019, invece, calcolando il periodo pre-pandemia, abbiamo rilevato un andamento positivo del +34%. A livello di Gruppo, su un fatturato di 170 milioni di euro, gli utili lordi sono stati di 38 milioni di euro. Un traguardo che ha permesso di posizionarci quinti tra le dieci aziende che generano i maggiori profitti in provincia di Varese”.

Management Team 36

Parliamo di un Gruppo che, a livello mondiale, ha pochi rivali nel campo dell’elettroidraulica. Si tratta di una tecnologia che, integrando oleoidraulica ed elettronica, consente un incremento delle prestazioni delle macchine. Le divisioni in cui opera sono diverse: valvole, elettronica, cilindri, pompe, filtri, sistemi. Il core business è la ricerca di soluzioni innovative per qualsiasi applicazione, da quelle industriali con i controlli asse ad alte prestazioni, alla linea Exproof per aree a rischio esplosione, fino a quella in acciaio inossidabile per ambienti e fluidi corrosivi. I prodotti di Atos, solo per fare degli esempi, vengono utilizzati in svariati settori industriali, quali pale eoliche, sistemi di trivellazione, estrazioni offshore. L’Europa rappresenta il 53% del mercato di Atos. Seguono Asia (36%) e le Americhe (11%). La carta vincente, quella che ha permesso al Gruppo di espandersi a livello internazionale, è stata la capacità di unire l’organizzazione

e il metodo di una multinazionale alla flessibilità, reattività, servizio e attenzione al cliente tipica del made in Italy. “Le consegne dei prodotti avvengono in quattro settimane, con un canale ultrarapido che riduce i tempi a tre giorni – continua Carbonatto –. I nostri software di configurazione sono esclusivi e permettono una selezione semplice e guidata di qualsiasi prodotto. Il 15% della produzione di Atos è personalizzato sulla base delle esigenze dei clienti. Inoltre, offriamo una rete globale pre e post-vendita, direttamente supportata e coordinata dalla sede centrale”. Responsabilità, eccellenza, innovazione e passione: questi i quattro valori che guidano le azioni di Atos. “Per il Gruppo, essere smart significa avere coraggio e determinazione nel definire nuovi standard di eccellenza. Un nuovo approccio in cui ogni processo è analizzato e ottimizzato: dalla progettazione alla produzione, dalla


consegna al servizio post-vendita”, sottolinea ancora l’Amministratore Delegato: “Smart Electrohydraulics è la nostra risposta alle richieste del mercato di soluzioni avanzate, semplici da installare e da utilizzare”. Ma come si traduce questo concetto nei prodotti o nei processi produttivi? “La tecnologia e l’innovazione guidano la ricerca verso nuove soluzioni sostenibili ed efficienti, anche con il supporto dei nostri fornitori con i quali sviluppiamo delle vere e proprie partnership. I prodotti sono unici per semplicità d’uso, intelligenza e automazione, mantenendo sempre i più alti standard di affidabilità e sicurezza. Il nostro capitale umano agisce come una squadra, motivato a crescere ed incentivato a proporre idee innovative e miglioramenti in tutte le attività aziendali”. Il Gruppo Atos affianca professionisti con elevata anzianità aziendale a giovani di talento, investendo sulla formazione e la crescita dei propri collaboratori, che vivono in ambienti di lavoro gradevoli, sicuri e curati. Grande è l’attenzione al worklife balance, alla flessibilità e al welfare. Un altro aspetto a cui il Gruppo tiene particolarmente è

la digitalizzazione. Atos, infatti, ha definitivamente abbandonato l’elettronica analogica tradizionale a favore di una gamma completa di driver elettronici per valvole proporzionali e controlli asse, 100% digitali. Il software della multinazionale permette un facile accesso a configurazioni, diagnostica avanzata, cronologia allarmi e oscilloscopio integrato di tutti i propri prodotti. Senza dimenticare anche il tema della qualità: “Atos è dotata di un team di 80 persone dedicate alla qualità e dei più avanzati sistemi di controllo in grado di garantire la piena conformità della costruzione dei componenti, delle funzionalità e delle loro prestazioni – si legge sul sito Internet dell’azienda –. Le attività del controllo qualità sono gestite attraverso metodi normalmente applicati nel settore automotive con il supporto di software dedicati per eseguire analisi e miglioramenti di processo”. Il Gruppo, tradizionalmente presente nel mondo dell’oleodinamica con valvole, cilindri, sistemi, filtri e pompe, si è esteso anche ad altri settori, con società italiane, come Atos Induction (riscaldamento ad induzione), Raccorderie TAA

(raccordi oleodinamici), TRIVI (impianti alimentari). Oggi il Gruppo Atos guarda al futuro: “Ogni anno – conclude il Ceo Andrea Carbonatto – investiamo il 10% del nostro fatturato in ricerca e sviluppo e, solo per il periodo 2022-2024 abbiamo un piano di investimenti superiore ai 25 milioni di euro, oltre a quanto stanziato sull’estero per l’avvio di nuove attività produttive in India e negli Usa. Il piano ha come focus l’ammodernamento del nostro parco macchine in tutti i siti ed il progetto Smart Factory per il nostro headquarter e sito principale di Sesto Calende, che include nuovi macchinari automatici 4.0, il magazzino automatico e un aumento degli spazi adibiti ad uffici, oltre che l’introduzione di impianti fotovoltaici”.

“Per il Gruppo, essere Smart significa avere coraggio e determinazione nel definire nuovi standard di eccellenza” 37


ECONOMIA

Inca Cosmetici SI RIFÀ IL TRUCCO Silvia Giovannini

Foto di Lisa Aramini Frei

A due passi dal Lago Maggiore vengono creati prodotti make-up di qualità noti in tutto il mondo. A produrli un’azienda che, grazie alla tenacia dei suoi dipendenti, ha iniziato una seconda vita dopo una grave crisi che stava portando alla chiusura definitiva dell’attività nel 2019. Ecco i nuovi progetti dell’impresa di Porto Valtravaglia, tra innovazione, ricerca e tanta voglia di crescere

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er citare Stendhal, chi ha un animo sensibile non può non visitare il Lago Maggiore. E, in particolare, aggiungeremmo, Porto Valtravaglia, una delle sue località di maggiore bellezza. Un fascino straordinario, ma tutto sommato ben noto: non una sorpresa. Una novità per molti, invece, è il fatto che Porto Valtravaglia possa essere considerata una meta di bellezza anche in un altro senso, più strettamente industriale. Qui, infatti, dagli anni ‘50, la Inca Cosmetici produce per i grandi marchi, soprattutto, del made in Italy, prodotti per il make-up e la skincare di altissimo livello. Entrare in azienda è un’occasione unica per chi ama il settore: qui si scopre, ad esempio, come nasce un rossetto, dall’idea al confezionamento, passando per tutte le fasi produttive, test compresi. Un mondo ricco di fascino che, però, ha una storia complessa, che molto racconta del comparto fashion, ma anche delle peculiarità del territorio a Nord della provincia di Varese. Tra le ben note difficoltà congenite, prima tra tutti quella di trattenere talenti, attratti dalla vicina Svizzera e la caratteristica voglia di fare impresa. È una storia complessa ma testimone di grande tenacia, quella di

Inca, che dalla nascita nel 1951 per volere della famiglia Faverio, deve attraversare nella sua vita aziendale non poche prove. Alle origini di tutto una passione, che spinge i due figli del fondatore Giuseppe, uno votato all’ingegneria e l’altro alla chimica, a creare due anime aziendali con lo stesso nome, che diventano presto eccellenze (con 450 dipendenti nel momento di massimo successo): una nel settore del packaging per la profumeria di lusso e l’altra nella cosmetica. Quest’ultima si afferma subito per capacità e competenze ma, complice la scomparsa prematura del titolare e andamenti economici sfavorevoli, nel 2019 l’azienda entra

in concordato preventivo e rischia il fallimento. E qui la tenacia della squadra viene fuori chiaramente: è un piccolo gruppo di management e operai a rimboccarsi le maniche per salvare l’azienda e i posti di lavoro non più sicuri. Si tratta, prima di tutto, di una questione di cuore. A raccontarlo è Ferrante Lavorato, uno degli artefici della rinascita di Inca e di un’operazione importante dal punto di vista economico. “La soluzione più semplice – spiega – era vendere la parte cosmetica e abbandonare tutto. Ma qualcosa ci ha spinto a ricercare un’altra via. Bisogna fare una premessa: Inca è unica nel suo genere e nel territorio. Innanzitutto, è un’azienda di riferimento della cosmetica, che straordinariamente non ha sede in un distretto della cosmetica. Poi è un’azienda nata da una famiglia ma che non è più familiare in senso stretto. Eppure, poggia le basi su legami affettivi molto solidi. Sono state proprio questa forza delle relazioni e la voglia di non mollare a spingerci a voler salvare l’impresa, anche facendo sacrifici personali e indebitandoci noi lavoratori per mantenerla qui, nella sua sede in provincia di Varese. La stessa Nella foto, da sinistra, Ferrante Lavorato e Gianluca Campagnani

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ECONOMIA

INCA COSMETICI

convinzione che poi ci ha permesso di trovare un finanziatore”. È durante una semplice chiacchierata tra Lavorato e l’imprenditore milanese Angelomario Moratti che la storia dell’azienda di Porto Valtravaglia arriva al cuore di quest’ultimo, che decide di investire in maniera importante nella nuova vita di Inca Cosmetici. A due giorni dalla data fissata per l’asta pubblica per la vendita, avviene il salvataggio. Parte così una nuova avventura che mette insieme le competenze d’impresa, il legame con il mercato e una nuova energia. Ad aprile 2020 viene perfezionata l’operazione di cessione delle quote societarie ad una holding partecipata dall’imprenditore milanese. I punti fermi dell’accordo sono ben chiari ed evidenziati nero su bianco nella nota stampa: “Oltre alla valorizzazione dell’attuale management, il mantenimento di tutto il personale della società con l’obiettivo di preservare una realtà imprenditoriale importante per il territorio”. E il futuro? “Ora guardiamo avanti: il nostro scopo principale è crescere”, spiega Gianluca Campagnani, oggi Amministratore Delegato di Inca Cosmetici, che si assume il compito di traghettare questa nuova avventura. “Prima di tutto puntiamo a crescere internamente, in termini di spazi, risorse umane e tecnologia. Entro il 2024 ci sposteremo a Gemonio in un nuovo stabilimento di 4.000 metri quadrati, per un investimento importante iniziale di 3 milioni di euro, adeguato a poter accogliere questa crescita. Volontà di tutti, a partire dalla proprietà milanese, è quella di rimanere sul territorio, sempre vicino alle nostre radici, ma in uno spazio più ampio, perfettamente sostenibile e sicuro, consono ad ospitare nuove risorse umane e macchinari. Un biglietto da visita per la clientela importante e sempre più esigente. Parallelamente, la nuova proprietà 40

ci ha dato uno spazio per la sede commerciale in Corso Venezia a Milano, capitale della moda e della cosmetica. L’altra linea di crescita è al di fuori dell’azienda: Inca Cosmetici è nome noto nel mondo, partecipiamo alle fiere più prestigiose, riceviamo riconoscimenti, ma i nostri clienti sono soprattutto grandi marchi del made in Italy. Il 70% del fatturato deriva dall’Italia e il 30% dai mercati esteri, principalmente dall’Europa. Vogliamo aprirci a nuovie piazze al di fuori del nostro Paese, come gli Stati Uniti. Anche questo comporterà l’ingresso in azienda di nuove risorse

umane con le giuste skill. L’obiettivo è quello di un fatturato a doppia cifra entro il 2024-2025”.

IL MAKE-UP PUNTA SULL’ASCOLTO Non solo rossetti. Prodotti per la cura e il colore di labbra e occhi, viso e corpo, sviluppati in svariate formule e colori. Gli articoli per la bellezza di Inca Cosmetici sono potenzialmente infiniti. Se, infatti, la skincare si evolve ma resta un settore in cui la fidelizzazione vince, il comparto del make-up è più soggetto al cambiamento: sono gli acquisti istintivi a farla da padrone e a definire il mercato sono variabili legate a gusti e psicologia del momento. Basti pensare alla voglia di uscire e di spensieratezza del post-Covid. È quindi possibile per le imprese definire delle tendenze di massima? “Come per tutte le aziende della moda, il settore della cosmetica anticipa le collezioni di un anno. Per intenderci, in autunno vengono presentati i cataloghi dell’autunno successivo. Va chiarito che, quando si lancia una nuova linea, sono tre i fattori in gioco: la texture, i colori moda e il packaging. Per creare un prodotto nuovo con questi tre fattori ci vogliono dai 4 ai 6 mesi”, spiega Ferrante Lavorato, che oggi in azienda ha l’incarico di Strategic

Business Consultant. “Quando si parla di nuove tendenze, quindi, bisogna tenere presente questa complessità ma anche che il mercato negli ultimi anni è cambiato. Temi come l’influencer marketing o l’armocromia incidono nell’offerta e la fanno moltiplicare. Senza contare altri aspetti: il settore della profumeria è diverso da quello della farmacia. Ci sono aziende che principalmente si occupano di make-up e altre che lo fanno in modo sporadico (pensiamo al rossetto come occasionale completamento di una linea di un altro prodotto moda). Poi c’è il tema del brief. A volte siamo noi a proporre nuove idee al cliente, altre il contrario, ma per definire il prodotto si lavora insieme: questo è certamente il nostro punto di forza. Quello che conta poi sono le materie prime di alta qualità e la capacità di innovare. Di recente un nostro prodotto struccante viso e occhi ha vinto il premio Award Innovation Millennials a Los Angeles: partendo da Porto Valtravaglia è una bella soddisfazione”, conclude Lavorato.


ECONOMIA

Orsa Foam

RITORNA TOTALMENTE ITALIANA Davide Cionfrini

La Orsa Group Srl, a totale controllo made in Italy, ha rilevato dalla multinazionale belga Recticel Sa il 33% del capitale di Orsa Foam Spa, storica azienda con headquarter a Gorla Minore, produttrice di resine espanse flessibili per i mercati dell’arredamento, automotive, calzature, materassi e cuscini, insonorizzazione e spugne

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a proprietà della Orsa Foam Spa torna italiana al 100%. I soci italiani della storica azienda produttrice di resine espanse flessibili, con headquarter a Gorla Minore, in provincia di Varese, hanno infatti rilevato la quota del 33% in mano alla multinazionale belga Recticel Sa. Un’operazione del valore di 18 milioni di euro. Tanto vale, in termini di patrimonio netto, la partecipazione che è stata acquisita tramite la capogruppo Orsa Group Srl, a totale controllo italiano. L’esborso effettivo ammonterà a 7,15 milioni di euro, che permetterà a Recticel Sa di dismettere così la sua partecipazione, dopo aver ceduto nei mesi precedenti la divisione Engineered Foam al gruppo statunitense Carpenter.

Il costante sviluppo

La storia di Orsa Group è in continua espansione e questo costante sviluppo è testimoniato anche dal fatto che durante il 2022 e proprio all’inizio di quest’anno il Gruppo Orsa ha rimborsato con mezzi propri un finanziamento di 24 milioni di euro con due anni di anticipo sulla scadenza. E ora, a pochi mesi di distanza da questo rimborso, la nuova operazione che riporta completamente nelle mani italiane un patrimonio industriale che ha un valore di 56 milioni di euro. Questa la valutazione del patrimonio netto della Orsa Foam Spa e delle sue società controllate, su un patrimonio netto complessivo del Gruppo Orsa che ammonta a 120 milioni di euro. Orsa Foam vanta un range di oltre 200 tipologie fra prodotti in

polietere e poliestere, che escono dagli stabilimenti di Gorla Minore e di altre parti d’Italia sottoforma di blocchi e rotoli per fornire i mercati dell’arredamento, del bedding, delle calzature, delle automobili, delle spugne e dell’insonorizzazione dei locali. Il tutto per un fatturato di 118 milioni di euro.

Non solo Orsa Foam

Ma la Orsa Foam rappresenta solo uno dei settori industriali che fanno capo alla Orsa Group Srl. Le altre business unit manifatturiere sono rappresentate in primis dalle attività storiche, che riguardano la realizzazione di interni per l’automobile (con un parco clienti che, tra gli altri, conta nomi come Ferrari, Lamborghini, Stellantis, Mercedes, Volkswagen) e la produzione di tessuto non tessuto la cui commercializzazione è rivolta a svariati settori. Altrettanto importanti sono le nuove attività recentemente intraprese dal Gruppo Orsa che riguardano in particolare il settore dell’energia. In totale parliamo di un gruppo industriale che ha un fatturato consolidato (escludendo dunque gli scambi infragruppo) di oltre 160 milioni di euro e che investe in Ricerca e Sviluppo oltre 5 milioni l’anno. Sono più di 800 i dipendenti,

Oggi il Gruppo Orsa, attivo anche nei settori dell’automotive, del tessuto non tessuto e nel comparto dell’energia, dà lavoro ad oltre 800 dipendenti ed ha espresso nel 2022 un fatturato consolidato di oltre 160 milioni 43


ECONOMIA

ORSA GROUP

di cui circa 350 lavorano in tre stabilimenti in Polonia e gli altri 450 nei vari stabilimenti italiani, dei quali il principale è quello storico di Gorla Minore, a cui si aggiungono quelli di Novedrate (Co), Campodarsego (Pd), Matera, Mortara (Pv), Pontedera (Pi) e Bernareggio (Mb). A testimonianza della fase di crescita c’è il premio Bper Banca “Valore

Impresa” assegnato ad aprile alle tre società della Lombardia che meglio hanno rappresentato con la loro storia lo sviluppo di una realtà industriale, tra cui, appunto, il Gruppo Orsa.

Lo sviluppo sostenibile

Con l’acquisto del 33% di Orsa Foam da Recticel Sa per i soci italiani “si realizza un importante obiettivo strategico e si gettano le basi per un

ulteriore cambio di passo”. Una nuova fase che si pone come imperativo di coniugare sviluppo e sostenibilità, traguardando nuove tappe di un percorso avviato già da tempo sul fronte della transizione ecologica. È nell’ambito di tale linea guida che il Gruppo Orsa ha recentemente investito nel settore dell’energia green, realizzando una nuova business unit composta da tre società che operano in particolare nei settori della cogenerazione e dell’installazione di pannelli fotovoltaici. Attualmente sono 520 gli impianti realizzati, pari a 5,2 MW di potenza installata. Inoltre, già oggi, spiegano dalla Orsa Foam, “siamo tra i pochi, forse gli unici industrialmente in Italia, a realizzare, nel nostro specifico settore, prodotti con materie prime a base vegetale o derivate da fasi di riciclo. In quest’ultimo caso, grazie, da una parte, al recupero di scarti di produzione e, dall’altra, nell’ambito di processi di circular economy anche di beni (in particolare materassi) a fine vita, vengono realizzati prodotti che hanno diversi mercati di sbocco”. Tra questi, sistemi di insonorizzazione per la casa, moquette, campi da calcetto, tappeti per le mucche per favorirne il riposo e migliorare la produzione di latte. La Orsa Foam, tornata totalmente italiana, è anche questo.

Un’operazione dal valore di 18 milioni di euro che corona, con un nuovo importante successo, una fase di rilancio partita nel 2014, quando il Gruppo industriale venne acquisito da 5 manager, che da allora ne sono alla guida 44


INFORMAZIONE PUBBLICITARIA


ECONOMIA

GNODI FA VIAGGIARE

la prevenzione

VAI AL SITO DEL PROGETTO “SENOLOGIA AL CENTRO”

Silvia Giovannini STORIE DI PEOPLE

La lotta al tumore al seno viaggia sulle cliniche mobili del gruppo industriale di Somma Lombardo, per raggiungere il maggior numero di donne possibile. Anche in azienda, in Università, nei centri medici e nei luoghi pubblici. Il progetto “Senologia al centro”, portato avanti insieme alla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, ha l’obiettivo di espandersi arrivando a fare tappa in tutta Italia

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uasi 1.200 mammografie, 640 ecografie e 700 visite nel primo anno di vita del progetto. È solo l’inizio, quindi, ma i numeri parlano chiaro: è un dato importante quello dell’iniziativa che vede in campo il gruppo Gnodi a fianco della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (Lilt), insieme per la prevenzione del tumore al seno. Un progetto unico nel suo genere e di portata nazionale, che mette le competenze aziendali al servizio della salute. Gnodi, nata come piccola realtà artigianale nel 1995, è oggi un vero e proprio gruppo a Somma Lombardo, con tre anime. Una di queste, Mobile System, è una carrozzeria industriale specializzata in soluzioni modulari e veicoli speciali su misura dalle diverse applicazioni. Tra queste c’è anche il settore medicale. Nasce da questa competenza e dalla chiara volontà della proprietà, il progetto “Senologia al centro” realizzato con Lilt.

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“L’idea è molto semplice”, Bergamo, Saronno, Luino, spiega Irene Mesisca, Gallarate, Sesto Calende Direttore Generale e Pavia. La prossima del gruppo. “Il data sul territorio progetto è nato sarà a novembre, dal desiderio di in piazza Monte fare la nostra Grappa a Varese. parte nella lotta Un’iniziativa ai tumori, con che, nata e un ruolo attivo, cresciuta in mettendo a provincia, è disposizione della però destinata Irene Mesisca comunità quelle alle piazze di tutta che sono le nostre Italia. Ma non solo alle competenze e i nostri piazze. Il servizio, infatti, talenti. Obiettivo è portare sui grazie alla collaborazione di Lilt territori la prevenzione senologica, con Ats e Aziende ospedaliere può grazie a personale medico altamente potenzialmente arrivare ovunque. Nei qualificato, anche attraverso le luoghi pubblici, ma anche nei centri nostre cliniche mobili attrezzate di medici che abbiano bisogno di una ecografo e mammografo di ultima clinica mobile, nelle Università e nelle generazione”. stesse aziende. Il progetto è partito nel 2022, ad In un mondo di impresa sempre ottobre, il mese dedicato proprio alla più attento a mettere al centro le prevenzione del tumore al seno, da persone, grazie ad una nuova cultura Busto Arsizio per poi fare successive del benessere, ampiamente inteso, tappe ad Aosta, Enna, Gambara, il tema della prevenzione entra nei


organizzare anche un appuntamento di prevenzione per le sue clienti o chi accoglie la clinica mobile in azienda, come le tre imprese bergamasche Sangalli, Cosberg e Cabrini assicurazioni”. “Vogliamo raggiungere più persone possibile. Del resto, la prevenzione del tumore al seno è un tema su cui è importante sensibilizzare tutti”, aggiunge la Direttrice di Gnodi. “Le neoplasie della mammella sono tra i tumori a più alta sopravvivenza, ma va sottolineato il vantaggio di diagnosi precoci e tempestive. Non va peraltro dimenticato che lo screening raccomandato dalla sanità pubblica coinvolge mediamente le donne tra i 45 e 75 anni, mentre questo progetto si rivolge al restante target, che non ha accesso gratuitamente allo screening, ma che è comunque a rischio. Nella lotta contro il cancro molto è già stato fatto in termini di progresso scientifico e tecnologico, ma resta la necessità di sensibilizzare alla prevenzione”.

IL MODELLO BREAST UNIT

progetti aziendali a pieno titolo. “La clinica mobile di ‘Senologia al centro’ può arrivare fisicamente nelle realtà industriali che ne facciano richiesta per giornate dedicate a visite ed esami diagnostici. Oppure anche semplicemente per incontri di sensibilizzazione sul tema”, spiega Mesisca. “Il vantaggio per le dipendenti interessate ad effettuare i controlli si traduce anche in un

risparmio in termini di tempo, organizzazione e logistica. Va anche detto che non ci sono requisiti di spazio particolari per accogliere la clinica mobile. Tante aziende ci contattano per poter supportare l’iniziativa o inserirla nel loro piano di welfare. C’è chi lo fa con un contributo, sostenendo una o più tappe in piazza, chi come Enrico Cantù Assicurazioni ha deciso di

Largo alla prevenzione. Anche Confindustria Varese, in linea con i progetti “PEOPLE, l’impresa di crescere insieme” e “WHP Workplace Health Promotion”, sostiene la lotta ai tumori. Tante le iniziative a tema sul territorio e, proprio per questo, assume valore il modello della Breast Unit, che ha l’obiettivo di diffondere la conoscenza dei percorsi diagnostici, terapeutici, assistenziali e riabilitativi. Soroptimist International e C.A.O.S. con il patrocinio di Regione Lombardia e Ats Insubria promuovono dei webinar con esperti per conoscere e aderire ai programmi di prevenzione personalizzata. Il prossimo appuntamento sarà l’8 novembre alle 15.30. Informazioni su www.soroptimist.it

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FORMAZIONE

La formula

GIUSTA PER DIVENTARE CHIMICI Lisa Aramini Frei

Villa Litta a Lainate

N

ata più di 10 anni fa a Bergamo, la Fondazione Its Nuove Tecnologie per la Vita Academy, con le sue cinque sedi dislocate tra Bergamo, Milano e Crema, accoglie all’interno della storica Villa Litta a Lainate un nuovo corso post-diploma specializzato in BioGreen ed Innovazione. La Fondazione, unica in Italia per la sua specializzazione prettamente chimica, offre ai ragazzi e alle ragazze un panorama di corsi che spaziano dal settore biotecnologo, farmaceutico e cosmetico, a quello ambientale, biomedico e dell’industrializzazione degli impianti farmaceutici. A partire da giovedì 26 ottobre, le aule di Villa Litta vedranno una trentina di studenti impegnati per i prossimi due anni a studiare con le imprese. “Nello specifico – racconta Salvo Luca, Direttore Corsi per la sede di Lainate – il corso in avviamento, per la parte di Innovazione, andrà a

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Grazie al dialogo costante con le aziende, la Fondazione Its Nuove Tecnologie per la Vita Academy amplia la sua offerta formativa con il nuovo corso BioGreen ed Innovazione, in grado di formare futuri tecnici specializzati nei processi produttivi con base biotecnologica. Tra le imprese varesine partner: Vibram, Lati e Thor sviluppare conoscenze nell’ambito dell’automazione industriale, della robotica e della trasformazione industriale 4.0, fortemente richiesta da parte delle imprese. Per la parte di BioGreen invece saranno presenti insegnamenti di microbiologia, chimica organica e di laboratorio. Tutto il percorso si basa sulla chimica degli alimenti, sulla chimica dei prodotti integratori alimentari, sulle buone norme di fabbricazione e sui prodotti cosmetici”. Oltre a questi insegnamenti che caratterizzano il corso, sono presenti moduli come Sicurezza della normativa ambientale o Applicazioni Tecniche Industriali, comuni agli altri percorsi Its di Chimica e Sostenibilità 4.0 e Chimica industriale presenti nella sede di Villa Litta. Nel corso dei due anni i ragazzi saranno impegnati in 1.200 ore di lezione e laboratorio e 800 ore di stage, effettuati nelle varie aziende partner della Fondazione stessa.

È proprio dalle esigenze delle imprese di avere figure legate sia al mondo dell’automazione sia a quello di laboratorio che nasce il corso BioGreen e Innovazione. “Si creano così – continua Luca – nuovi mestieri che oggi sono fondamentali per portare avanti un’azienda moderna. I nostri corsi nascono dal dialogo con le imprese attraverso un comitato tecnico scientifico, di cui fanno parte un vasto numero di componenti, tra i quali, per la provincia di Varese, Vibram, Lati e Thor oltre alla stessa Confindustria Varese. Le aziende manifestano così i propri bisogni e pareri. Ciò ci permette di aggiornare costantemente i moduli dei corsi mantenendoli in linea con le richieste del mercato del lavoro”. Oltre ai consigli delle aziende, merito del successo degli Its è da attribuire anche alla presenza di insegnanti provenienti dal settore di riferimento del corso, permettendo così un insegnamento più autentico


dell’Istruzione ha avuto modo di vedere in prima persona questo successo durante l’ultima cerimonia di consegna dei diplomi svoltasi nel mese dello scorso giugno. Oltre ai diplomi, infatti, agli alunni sono stati consegnati anche i vari contratti di lavoro nelle aziende. Un momento per celebrare il successo di tutti gli attori coinvolti”. Una forma di garanzia quello dell’Its che avvicina il mondo del lavoro ai ragazzi di tutte le età. In particolare, quelli che vogliono intraprendere un percorso nell’ambito delle biotecnologie e inserirsi in laboratori di analisi, nelle aree di Ricerca e Sviluppo o nell’ambito della gestione di impianti di un’azienda. Per coloro che, terminato il biennio, volessero comunque continuare il percorso di formazione, la Fondazione ha attivato una convenzione con l’Università E-Campus, la quale riconosce fino a 126 Crediti Formativi Universitari per

la facoltà di Ingegneria Industriale, permettendo così l’inserimento diretto al terzo anno di corso e la possibilità di ampliare le proprie conoscenze. “Come dico spesso – conclude Nardiello – è un ciclo completo che passa dalla formazione al territorio in cui vincono tutti: gli studenti, perché trovano un lavoro; le aziende, perché trovano personale qualificato e appunto, il territorio perché ha così la possibilità di crescere”.

Nel corso dei due anni i ragazzi saranno impegnati in 1.200 ore di lezione e laboratorio e 800 ore di stage, effettuati nelle varie aziende partner della Fondazione stessa

VLADIMIR BOROVIC / STOCK.ADOBE.COM

e diretto della materia agli studenti, insegnando anche come avere un buon rapporto di lavoro con i colleghi di corso e con i propri insegnanti. Durante il periodo in aula, al termine di ogni modulo formativo, i ragazzi sono chiamati a verificare le proprie conoscenze acquisite tramite dei mini-esami che sfoceranno poi in un esame finale al termine del biennio, attraverso il quale, previo superamento dello stesso, i ragazzi e le ragazze potranno ottenere il Diploma di Tecnico Superiore per la Ricerca e lo Sviluppo di prodotti e processi a base biotecnologica ed entrare così nel mondo del lavoro. “Il tasso di occupazione dei ragazzi al termine del percorso – spiega Giuseppe Nardiello, Presidente della Fondazione ITS Nuove Tecnologie per la Vita Academy – è praticamente del 100%, con una quasi totalità di studenti che viene assunta proprio in quella azienda in cui ha svolto il periodo di stage formativo. Il Ministro

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UNIVERSITÀ

L’IMPRESA

di fare sport Alessia Lazzarin

Diffondere tra la comunità studentesca una cultura del benessere psicofisico. È con questo obiettivo che è nata alla LIUC di Castellanza una vera e propria società sportiva dilettantistica. Un progetto che, insieme all’offerta didattica, punta ad attrarre studenti da tutta Italia. Alla presidenza di questa nuova realtà è stato nominato l’imprenditore varesino che probabilmente più di altri ha legato il proprio nome allo sport del territorio: Antonio Bulgheroni

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mplementare le squadre di calcio, pallavolo e pallacanestro già in essere e introdurne di nuove; sviluppare l’attività sportiva individuale, oltre a promuovere i corsi fitness che, già attualmente, si svolgono nel campus universitario; incentivare il benessere psicofisico che passa dal fare movimento, da una corretta alimentazione e da un modello di vita sostenibile. Ma anche rafforzare il rapporto sempre più stretto con la comunità studentesca chiamata ad “entrare in partita” con la possibilità di usufruire di nuovi spazi a cielo aperto. È con questi obiettivi che è

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nata LIUC Sport SSD arl, la società sportiva dilettantistica dell’ateneo di Castellanza. A raccontare l’iniziativa è il Presidente di questa nuova realtà, Antonio Bulgheroni. Imprenditore che più di altri ha legato il proprio nome al mondo dello sport sul territorio. Antonio Bulgheroni

Presidente Bulgheroni, perché la scelta, per un ateneo, di dotarsi di una società sportiva? La scelta è nata per due principali motivi. Il primo è stato quello di voler aumentare in maniera consistente la partecipazione degli studenti alla pratica dello sport. Il secondo, invece, quello di promuovere corretti stili di vita, non solo attraverso una sana

alimentazione o un modello di vita sostenibile, ma anche e soprattutto con il movimento e l’attività fisica. LIUC su questo fronte è impegnata già da tempo con alcune iniziative proposte all’interno del campus universitario. L’istituzione di questa società, però, è la prova tangibile dell’impegno verso questa direzione. L’obiettivo che ci prefissiamo è quello di portare tra i nostri giovani la cultura del benessere psicofisico. In questo modo, nella nostra visione, costruiamo un rapporto sempre più stretto tra Università e comunità degli studenti. Quali gli obiettivi che la società si pone di realizzare nei prossimi anni? Avete nuove progettualità sulle quali state lavorando? Da un lato ci sarà il potenziamento e il miglioramento di tutte quelle attività sportive già in essere, come le squadre di pallacanestro, pallavolo o calcio. Daremo maggior risalto anche


di “fare squadra”, di stare insieme con altre persone e di creare basi solide per condividere del tempo in gruppo. E, soprattutto, ti insegna che, spesso, i traguardi non si raggiungono singolarmente ma, appunto, tutti insieme.

allo sport individuale o ai corsi di fitness che già attualmente si svolgono all’interno del campus universitario. Stiamo lavorando per realizzare spazi a cielo aperto. Inoltre, metteremo a disposizione dei laureandi convenzioni con varie società sportive del territorio per permettere a tutti di svolgere lo sport che più preferiscono. In questo percorso ci siamo affidati alla società di consulenza Capital Advisory. L’intento è quello di attrarre giovani talenti da tutta Italia. L’attività formativa e didattica rimangono, ovviamente, il cuore di LIUC. Ma sono fortemente convinto che, oggi più che mai, l’Università debba poter essere anche un luogo di aggregazione in cui star bene, sia fisicamente, sia psicologicamente. Si tratta di una progettualità perfettamente in linea con le nuove tendenze di una società sempre più moderna che pone al centro le passioni e gli hobby delle persone. Quanto è importante fare sport? E soprattutto, da imprenditore, prima ancora che sportivo, “fare gioco di squadra”, è solo una metafora o un mantra che può fare la differenza anche nelle performance? Facendomi questa domanda, sfonda una porta aperta. Ho sempre fatto sport da giovane, anche durante il periodo universitario.

Sci, pallacanestro, nuoto. E più avanti nel tempo mi sono avvicinato anche al golf. I valori, i principi e gli insegnamenti che l’attività sportiva mi ha trasmesso durante la mia gioventù sono stati gli stessi che hanno guidato tutta la mia vita. Soprattutto quella imprenditoriale. Fare movimento fisico non solo aiuta corpo e mente a stare meglio. Ti insegna il concetto

“Ognuno di noi deve fare la propria parte per creare un territorio che sia il più attrattivo possibile”

Tra le cinque linee d’azione del Piano Strategico #Varese2050 di Confindustria Varese, una cita: “Diventare una ‘wellness destination’, valorizzando l’eccellenza dello sport, le risorse naturali e la qualità della vita del territorio”. LIUC Sport SSD può essere uno strumento anche in questo senso? Varese ha un grande vantaggio: quello di essere una provincia con una variegata presenza di discipline. Dalla pallacanestro al calcio. Dall’atletica al ciclismo. Dalla pallavolo al canottaggio. Questi sono solo alcuni esempi di eccellenze sportive varesine. Attività che coinvolgono migliaia di sportivi insieme alle loro famiglie. Ecco perché credo che ognuno di noi debba fare la propria parte per creare un territorio che sia il più attrattivo possibile. Un territorio dove scegliere di passare il proprio tempo libero. Tutti abbiamo bisogno di sentirci bene. Mi domando: esiste forse qualcosa di meglio di fare sport in una provincia che ha tante bellezze naturalistiche da offrire?

I PROSSIMI PASSI Potenziare gli sport attuali con l’iscrizione della squadra di basket al campionato di serie D, di quelle del volley maschile e femminile alla terza divisione e quella di calcio alla terza categoria. E poi: implementare nuove discipline e attività ludiche e realizzare una grande palestra all’aperto, il più grande playground (basket, volley, fitness) universitario in Italia. Questi i prossimi passi di LIUC Sport. Con vantaggi anche per le imprese

che decideranno di investire risorse a supporto di questo sviluppo. Tra gli altri, quello di poter rendicontare l’investimento tra le proprie politiche ESG e accedere alle agevolazioni fiscali ad oggi esistenti: deducibilità del costo al 100% fino ad un importo non superiore a euro 200mila euro di spesa annua sostenuta; detraibilità al 100% dell’Iva in relazione al costo sostenuto nei limiti di 200mila euro. Per informazioni: mcattaneo@liuc.it.

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SCIENZA & TECNOLOGIA

Intelligenza Artificiale

E (IR)RESPONSABILITÀ UMANE Luca Mari e Francesco Bertolotti

Professore e ricercatore Scuola di Ingegneria Industriale LIUC – Università Cattaneo Immagini create da Lisa Aramini Frei con Midjourney

Continua il viaggio di Varesefocus alla scoperta delle nuove frontiere che si stanno aprendo con lo sviluppo dei sistemi chatbot come ChatGPT. Non solo questioni tecnologiche, di utilizzo e di analisi. Il vaso di Pandora si apre anche sul lato etico e sociale. Con profondi interrogativi. Del tipo: quanto gli agenti IA influiranno sui processi di formazione, sul mondo del lavoro e sulla società nel suo complesso, in particolare nello svolgimento della vita democratica? —Quarta puntata

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n una recente intervista, Yuval Noah Harari ha parlato della fine dell’era del dominio umano, riferendosi a quell’arco temporale, dall’estinzione dei Neanderthal ad oggi, in cui i Sapiens sono stati le sole entità intelligenti sulla Terra capaci di agire in modo sistematicamente efficace sull’ambiente circostante. A suo dire, e anche Sam Altman, Ceo di OpenAI, ha sostenuto lo stesso in una recente intervista concessa al podcast “In Good Company”, nel giro di cinque anni esisteranno sistemi artificiali intelligenti e autonomi, con un ruolo pervasivo nelle nostre esistenze. Perché ciò accada, non è però 53


SCIENZA & TECNOLOGIA

sufficiente lo sviluppo di intelligenze artificiali capaci di comprensione e abilità di generazione di informazione (dunque di testi, immagini, …) sempre migliori. Per quanto intelligenti siano le sue risposte, un chatbot reagisce agli input testuali dell’utente (i cosiddetti prompt) ma non è proattivo e non è in grado di operare autonomamente. È vero che alcuni dei sistemi di Intelligenza Artificiale pubblicamente accessibili più sofisticati, come ChatGPT nella versione con GPT-4 e Bard, possono accedere in modo autonomo a informazione disponibile sul web, per esempio leggendo durante la conversazione il contenuto di pagine web, ma anche in questi casi essi non operano in autonomia, ma solo reagendo agli input degli utenti. Rimangono quindi entità prive di quelle caratteristiche, come la capacità di prendere decisioni autonome e di orientare le proprie azioni verso un obiettivo, che distinguono un soggetto da un oggetto, proprietà che sono chiamate di “agenzialità”. Posto che non esiste ancora una definizione condivisa di cosa sia, o potrebbe essere, un “agente artificiale intelligente”, e anzi al proposito vi è un’ampia varietà di definizioni e interpretazioni, un agente artificiale intelligente (lo chiameremo “agente 54

CHATGPT

IA” in breve) può essere pensato come un’entità che usa un qualche genere di Intelligenza Artificiale, oggi plausibilmente una rete neurale artificiale, per: 1. acquisire e interpretare gli input che riceve dall’ambiente circostante, empirico (e allora sono necessari dei sensori) o informazionale (tipicamente il web, ma possibilmente anche database o insiemi di documenti privati); 2. formulare strategie per risolvere i problemi che emergono da questo processo di interpretazione, in accordo a obiettivi che in qualche modo sono noti; 3. attuare queste strategie modificando il proprio stato o intervenendo sull’ambiente circostante, empirico (e allora sono necessari degli attuatori, per esempio i motori di un robot) o informazionale (per esempio inviando un segnale di acquisto o vendita di un certo titolo in una certa borsa). Per quanto tutto ciò possa apparire sorprendente, e per qualcuno preoccupante, il processo che abbiamo descritto è realizzato in tanti sistemi la cui presenza diamo per ovvia, per esempio i termostati di casa, che per altro non devono essere poi così intelligenti per attuare una strategia del tipo “se la temperatura nella stanza è minore di quella desiderata, accendi la caldaia”. Lo scenario che i nuovi

agenti IA ci stanno prospettando è però effettivamente nuovo e questo per due ragioni: perché sono in grado di formulare in modo autonomo strategie, anche estremamente complesse, per la soluzione dei problemi e perché sono in grado di scegliere in modo almeno parzialmente autonomo gli obiettivi da cercare di soddisfare. Per esempio, un agente IA potrebbe essere capace di leggere le notizie di cronaca finanziaria, acquisendole da un elenco di siti preselezionati e utilizzarle per decidere le operazioni da compiere su un certo mercato azionario. Che ci piaccia o no, agenti IA con queste caratteristiche sono già realizzabili da chiunque abbia delle competenze base di sviluppo di software (lo strumento al momento più diffuso è probabilmente LangChain, https://www.langchain.com). Considerando poi che è diventato possibile interagire con questi sistemi in linguaggio naturale, come l’italiano, praticamente chiunque potrebbe esserne un utente, senza dover acquisire competenze tecnologiche specifiche. È dunque verosimile che prossimamente queste entità diventeranno molto comuni, anche considerando che sta diventando possibile un’interazione anche di tipo


vocale, grazie a cui potremo parlare, invece di scrivere, con questi agenti IA. Se sta iniziando la corsa alla generazione di buone idee per sistemi innovativi basati su agenti IA, è però chiaro che c’è anche l’altra faccia della medaglia da considerare: dobbiamo ammettere di non avere alcuna esperienza di entità artificiali autonome al punto da poter scegliere strategie e perfino obiettivi delle loro azioni. E questa mancanza di esperienza ci fa supporre che potrebbe non essere sempre e comunque una buona idea delegare scelte su strategie e obiettivi a decision maker così diversi da quelli a cui siamo abituati. È infatti plausibile che saranno tra noi agenti IA usati per creare valore nella società, per esempio con il compito di aiutare ricercatori in operazioni complesse o studenti a migliorare i loro processi di apprendimento, ma anche altri che invece avranno obiettivi impropri o perfino illeciti, per esempio virus “intelligenti” nell’ingannare le persone per farsi inviare dati personali o denaro. Il vaso di Pandora è aperto, insomma, e le novità che ci stiamo trovando di fronte sono così radicali che dobbiamo ancora farci un’idea di come comportarci per cercare di gestirle al meglio. Se potrebbe essere

vantaggioso per un’azienda investire in Ricerca e Sviluppo per arrivare prima sul mercato con nuovi prodotti o servizi basati su agenti IA, dovremmo anche auspicare che chi ha un ruolo di governo della società introduca regole per limitare le condizioni di uso di questi sistemi, e forse per evitare che si diffondano troppo rapidamente, per darci il tempo di prepararci? E, in un bilancio tra opportunità e rischi, quanto tutto ciò influirà sui processi di formazione, sul mondo del lavoro, e sulla società nel suo complesso, in particolare nello svolgimento della vita democratica? Quanto gli agenti IA saranno nostri assistenti/ aiutanti e quanto ci sostituiranno? Da qualche mese si sente ripetere questa affermazione: “Non sarà l’Intelligenza Artificiale che ti porterà via il lavoro, ma una persona che sa usare l’Intelligenza Artificiale meglio di te”. Ma sarà poi davvero così? Siamo onesti, e riconosciamo che non possiamo ancora avere idee ben fondate su tutto ciò, anche perché le cose continuano a cambiare (per esempio, se l’accesso a sistemi di Intelligenza Artificiale gestiti da aziende potrebbe essere regolato da leggi, come comportarci con i sistemi “aperti”, sempre più diffusi, che chiunque, a meno di disporre di

hardware abbastanza potente, può addestrare e usare?). In questa situazione di incertezza, un punto rimane fermo: la nostra società è fondata, tra l’altro, su un principio di responsabilità individuale. Pur con eccezioni, come nei casi di incapacità “di intendere e volere”, ognuno deve rispondere delle sue azioni di fronte alla collettività. Sappiamo come applicare questo principio di accountability a esseri umani, ma, almeno per ora, non abbiamo le basi culturali, prima ancora che giuridiche, per applicarlo a entità artificiali. Se anche ci circonderemo di agenti IA capaci di formulare strategie e identificare obiettivi in modo autonomo, la responsabilità dei risultati che si otterranno sarà di esseri umani, che siano gli sviluppatori del software degli agenti, o i loro addestratori, o i loro utilizzatori (la questione potrebbe essere essa stessa tutt’altro che semplice; si pensi al caso di incidenti causati da automobili a guida autonoma: chi dovrebbe essere sanzionato?). Forse un effetto inatteso della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo sarà che riscopriremo il valore e l’importanza della responsabilità che ognuno di noi, esseri umani, ha di fronte alla società. 55


L’IMPATTO DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO PER LE IMPRESE DEL TESSILE: IL CONVEGNO DI ELMEC SOLAR A ORTICOLARIO 2023 Elmec Solar, azienda del gruppo Elmec che si occupa di progettare, installare e manutenere impianti fotovoltaici residenziali, commerciali e industriali, ha incontrato diversi imprenditori del settore tessile all’interno dell’incantevole contesto di Villa Erba per discutere le sfide che l’industria tessile deve affrontare a causa del cambiamento climatico e le opportunità che possono derivarne. Anche quest’anno, Elmec Solar, l’azienda del gruppo Elmec che si occupa di progettare, installare e manutenere impianti fotovoltaici residenziali e industriali, è stata presente a Orticolario, l’evento culturale, che si svolge per 4 giorni a Villa Erba, dedicato a chi vive la natura come stile di vita e ha a cuore la sostenibilità ambientale. Villa Erba, oltre a essere in un contesto meraviglioso, è un esempio di sostenibilità grazie all’installazione di un moderno impianto fotovoltaico.

di uno strumento potentissimo costituito dalla possibilità di trasferire le colture in nuovi ambienti più idonei e per questo si hanno esempi eclatanti per i cereali. Oggi la panoplia di tool tecnologici che la scienza offre è enormemente più elevata che in passato. Ciò spiega la visione in complesso ottimistica espressa dall’ultimo outlook FAO-OECD secondo cui nel decennio 2023-2032 la produzione globale di cotone filato

L’incontro, che si è tenuto il 28 settembre 2023 dalle ore 17.00, a Villa Erba, Cernobbio, è stato un’occasione per discutere le sfide riguardanti i cambiamenti che l’emergenza climatica comporta per il comparto tessile e le difficoltà che gli imprenditori che operano in questo settore devono affrontare, in particolare sulla catena degli approvvigionamenti. “L’industria tessile si trova di fronte a sfide senza precedenti per raggiungere obiettivi di maggiore sostenibilità ambientale e per affrontare l’impatto potenziale della variazione climatica sulla catena di approvvigionamento. Noi, soprattutto rispetto al tema dell’aumento della sostenibilità ambientale, possiamo dare un contributo importante, aiutando a trasformare queste sfide in concrete opportunità,” afferma Alessandro Villa, CEO di Elmec Solar e membro del consiglio di Italia Solare. “Il mercato e i consumatori mostrano una crescente sensibilità verso le strategie e le politiche ambientali adottate dalle aziende, specialmente per quanto riguarda la produzione e l’impegno nell’economia circolare. Proiettando lo sguardo verso il 2030, possiamo dire che c’è ancora molto da fare e per raggiungere gli obiettivi occorre impegnarci tutti, come privati cittadini e come imprese, nelle piccole azioni quotidiane ma anche in iniziative significative, come realizzare un impianto fotovoltaico sul tetto della propria industria”. Nel corso dell’evento, Elmec Solar si è unita ad alcuni esperti del settore per affrontare il tema delle conseguenze che la variazione del clima può portare alla produzione tessile. “Fin dalle sue origini, l’agricoltura ha dovuto affrontare il cambiamento climatico e lo ha fatto introducendo innovazioni nei processi produttivi attraverso la selezione di nuove specie e varietà. In tempi più recenti, ha anche abbracciato l’innovazione tecnologica e l’uso della genetica. Anche le tecniche colturali stanno cambiando”, afferma Luigi Mariani, Professore di Agronomia e Coltivazioni Erbacee dell’Università di Brescia. “Inoltre, l’agricoltura dispone

crescerà dell’1,81% annuo per raggiungere 28,1 Mt nel 2032, con un aumento dovuto in primis alle rese più elevate (+1,4% annuo) e inoltre all’espansione delle superfici (+0,4% annuo)”. “Credo fermamente che l’unione tra natura e tecnologia possa rappresentare una combinazione preziosa per la sopravvivenza dell’uomo sul pianeta terra”, dichiara Moritz Mantero, Presidente di Orticolario. “Diffondere concetti che vanno in questa direzione è nel DNA di Orticolario, intrecciato al comparto tessile sin dalle sue origini, per storia e territorialità”. Ha concluso i lavori il Dott. Filippo Arcioni, Presidente del Centro Internazionale Esposizione e Congressi Villa Erba SpA nonché Consigliere di ComoNext - il polo tecnologico del territorio comasco-, grande promotore della sostenibilità ambientale e della realizzazione dell’impianto fotovoltaico che contribuirà ai consumi dei padiglioni espositivi dello stesso complesso fieristico.

INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

elmecsolar.com


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Come nasce uno spazzolino

In bici tra i colori dell’autunno

Veronese e Picasso sul Lago Maggiore 57


TERRITORIO

COME NASCE

uno spazzolino Chiara Mazzetti

Foto di Lisa Aramini Frei

Protagonisti di una nuova puntata del viaggio di Varesefocus tra i prodotti, i processi e le professionalità dell’industria manifatturiera varesina sono spazzole, pettini e accessori bagno realizzati dalla Koh-i-noor di Tradate da oltre 80 anni. Impresa nata come stampatrice di materie plastiche che, ora, lavora anche con legno, abs riciclato e policarbonato, puntando sempre più su sostenibilità e materiali green

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utto parte da una grande lastra di acetato di cellulosa, della dimensione di circa 60 per 140 centimetri. Suddiviso questo grande foglio in blocchi più piccoli, vengono fresate (tagliate con l’ausilio di una fresa) delle targhette più piccole da cui si ricava la forma dello spazzolino. A questo punto, i profili liberati dalla lastra di acetato, vengono scaldati a 150 gradi e piegati con un apposito macchinario, nel caso in cui sia prevista una piegatura. Una volta raffreddati, gli spazzolini con la nuova forma ricurva passano alla fase di lucidatura, in gergo burattatura, che prevede il passaggio dei pezzi opachi in tre diverse tipologie di botti rotanti, al cui interno si trovano pezzi di legno di grammature e forme differenti e paste lucidanti: si comincia con botti di metallo in cui gli spazzolini vengono sgrossati e privati degli spigoli sporgenti, quindi, si passa poi a botti di legno in grado di lisciare la superfice del prodotto che, in questa fase, non è ancora del tutto lucida. È l’ultimo passaggio, con legni più piccoli, a conferire agli spazzolini la giusta lucidatura. Al termine di questa operazione, che dura all’incirca una sessantina di ore, è tempo

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TERRITORIO

KOH-I-NOOR

di setolatura: vengono, perciò, aggiunte setole naturali, ad esempio di cinghiale, di tasso e di maiale, ma anche sintetiche, che, in seguito, un addetto andrà a rifinire manualmente o con l’ausilio di una macchina, nella cosiddetta fase della rasatura. A questo punto gli spazzolini sono pronti per essere stampigliati, ovvero marcati a caldo con il marchio aziendale, che

prevede il trasferimento sul prodotto di una foglia oro o argento. Il tutto si conclude con il confezionamento. Questo è il ciclo che porta alla nascita di uno spazzolino da denti alla Koh-i-noor di

“Siamo presenti in Italia e in più di 30 nazioni in Europa e nel mondo, tra cui gli Stati Uniti, l’Asia, ma anche la Francia e la Germania”

Tradate, storica impresa nata oltre 80 anni fa proprio come importatrice di questo oggetto per la cura dentale. Come racconta Giuseppe Bortoluzzi, Direttore Commerciale Export dell’azienda: “Nel 1950, dopo alcuni anni come importatori, abbiamo deciso di aprire un reparto di produzione in Italia, allargando la gamma dei prodotti, includendo articoli come spazzole per capelli, pettini, pennelli da barba, porta sapone, accessori per la manicure e specchi per il make-up”. Con lo scopo di rendere completa e a tutto tondo l’esperienza di prendersi cura del proprio benessere, Koh-i-noor negli anni ‘90 ha inaugurato una divisione arredo bagno, a cui si è affiancata quella più tradizionale dedicata alla bellezza. “Siamo presenti in Italia e in più di 30 nazioni in Europa e nel mondo, tra cui gli Stati Uniti, l’Asia, ma anche la Francia e la Germania, paesi in cui l’attrattività del made in Italy non ha eguali”, precisa ancora Bortoluzzi. Con oltre 2.200 prodotti in catalogo, 100mila spazzolini e 250mila spazzole, tra le varie tipologie, realizzati ogni anno nello stabilimento tradatese, in cui lavorano 26 dipendenti, Koh-i-noor punta molto sull’innovazione, senza dimenticare la sostenibilità. “Siamo nati come stampatori di materie plastiche, ma nel corso del tempo, abbiamo introdotto nelle nostre lavorazioni materiali come il legno (acero Da sinistra, Gianluca Marvelli, Carlo Marvelli, Giuseppe Bortoluzzi e Martino Scavini

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americano, faggio), l’abs riciclato, il policarbonato – spiega Carlo Marvelli, Direttore Tecnico e Responsabile della produzione –. Non è facile innovare prodotti presenti nel nostro catalogo da svariati decenni: ad avere nuova vita, ad esempio, non è la spazzola in sé, che è sempre la stessa, ma piuttosto l’ergonomicità dei materiali con cui quella spazzola viene realizzata, rendendoli sempre più green”. Architetti, ingegneri chimici, tecnici per lo stampaggio di pezzi complessi, sviluppatori di stampi che possano durare nel tempo, operai specializzati in illuminotecnica per quanto riguarda l’assemblaggio degli specchi della divisione arredo bagno, commerciali per le vendite. In Koh-i-noor trovano spazio le professionalità più diverse: “Il nostro studio di progettazione interno, in collaborazione con qualificati designer italiani e stranieri, crea i prodotti con una cura particolare rivolta all’innovazione tecnologica e al design, sempre seguendo l’impronta che ha caratterizzato la storia dell’azienda. Ovvero una grande attenzione alla qualità e all’artigianalità”, chiosa l’Amministratore Delegato Gianluca Marvelli.


TERRITORIO

Ricordi

DAL SOTTOSUOLO Alberto Bortoluzzi

Foto di Alberto Bortoluzzi

Difficile da credere ma, sotto la città di Varese, corre una fitta rete di bunker antiaerei, utilizzati nel corso della Seconda Guerra Mondiale, come rifugi per la popolazione durante bombardamenti provenienti dal cielo. Grazie ad una collaborazione tra il Comune di Varese e il Gruppo Speleologico Prealpino, 2 dei 7 percorsi varesini sono aperti al pubblico e possono essere esplorati durante delle visite guidate, alla scoperta di un mondo sotterraneo dall’immenso valore storico

Un’immagine significativa del bunker situato sotto i Giardini Estensi 63


TERRITORIO

‘‘L

BUNKER ANTIAEREI

o ricordo come se fosse oggi il secondo bombardamento di Varese del 1944. Era una domenica mattina, eravamo andati a fare una passeggiata con mio padre e la mia sorella più piccola, quando verso le 11:30 vedemmo arrivare in lontananza uno stormo di aerei che, dopo aver sorvolato la città, fecero una strana virata dietro al Campo dei Fiori. Pochi minuti più tardi ne arrivò un altro dalla parte opposta che, congiungendosi al primo, fece capolino sulla sommità del Campo dei Fiori. Fu in quell’istante che mio padre capì cosa stesse per succedere e ci disse di correre più forte che potevamo e di cercare un riparo al coperto. Fu allora che gli aerei scesero in picchiata sulla città e le sirene cominciarono a suonare. Alcuni momenti dopo si cominciarono a udire i sibili delle bombe e la terra cominciò a tremare”. Questo il racconto di una testimone oculare, la signora Stefania Longoni, recentemente scomparsa, che ben 79 anni fa visse in prima persona la paura e lo sgomento di un attacco aereo. “Il bombardamento non durò a lungo, ma quel tempo a me sembrava infinito. Obiettivo di quell’incursione era L’Aeronautica Macchi, che si trovava in via Sanvito Silvestro, di fianco al Grand’Hotel Palace che in quel momento era stato trasformato in un ospedale militare. Da quella incursione la fabbrica uscì indenne, non altrettanto l’ospedale militare che invece fu colpito e ci furono parecchi morti – proseguiva ancora la signora Longoni nella sua testimonianza, scavando tra i ricordi lontani –. Dopo quei primi bombardamenti aerei, ci furono altri allarmi e mi capitò diverse volte di scappare nei vari rifugi dislocati per la città, che avevano dimensioni diverse: ce n’erano di più grandi e di più piccoli, alcuni contenevano al massimo una decina di persone. La maggior parte erano stati realizzati nel 1944. Quando si sentiva suonare l’allarme si cercava di dirigersi verso quello più vicino, dal quale si usciva solamente quando la sirena segnalava il cessato allarme. Là sotto capitava di tutto: c’era gente che pregava, chi recitava il rosario, chi preso dal panico gridava che saremmo morti tutti, altri ancora dissimulavano la paura fingendo che tutto era sotto controllo per non spaventare i bambini. Per fortuna a me e alla mia famiglia andò sempre bene”. Dall’alto, il bunker situato in Via dei Mille. Quello situato sotto i Giardini Estensi e Dagli eventi tramandati dalla signora Stefania, l’ingresso dello stesso da Via San Francesco D’Assisi

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è trascorso quasi un secolo ma per lungo tempo di quei rifugi antiaerei varesini non se ne è più saputo nulla. Poi nel 2011, grazie alla collaborazione tra il Comune di Varese e il Gruppo Speleologico Prealpino, si è voluto fare conoscere la storia, anche a chi non l’aveva vissuta in prima persona, rendendo visitabili due dei sette principali bunker della città. Il primo e meglio conservato è quello di via Lonati, di fronte al parcheggio dell’Aci. Questo rifugio attraversa la collina dei Giardini Estensi e sbuca nei pressi della piscina comunale di via Copelli. Sui suoi muri si possono ancora leggere alcune comunicazioni di servizio come: “Ordine e calma”, “Uscita di sicurezza” e “Posto di soccorso”. A metà circa dei 140 metri del tunnel alto 2 metri e largo 3, vi è un’uscita di sicurezza, a cui si accede tramite una scala a chiocciola che sbuca in prossimità del trenino per bambini vicino a Villa Mirabello. Il secondo bunker, molto meno conosciuto, è quello che si trova in viale dei Mille. Questo rifugio è molto più grande e più lungo di quello che corre sotto ai giardini Estensi e non ha scritte sui muri. La sua galleria principale è lunga ben 200 metri e poteva contenere 800 persone.

Il suo sviluppo assomiglia ad una U allungata. Dopo un primo tratto iniziale di una quarantina di metri, ci si immette nella parte principale che ospita una latrina, un’infermeria e un’uscita di emergenza. Quasi in fondo alla galleria, capita di imbattersi in una “sorpresa” naturalistica inaspettata: il microclima particolare e la perfetta ventilazione di questo tunnel, hanno permesso nel corso degli anni la creazione di centinaia di stalattiti che, scendendo dal soffitto, regalano una visione a dir poco suggestiva: diverse superano il metro di lunghezza. Chinando la testa e proseguendo oltre, dopo aver svoltato a sinistra, una nuova scoperta attende i visitatori del bunker antiaereo: sul pavimento della galleria, nella parte di sinistra, è possibile ammirare delle concrezioni calcaree. “Le visite ai due bunker varesini sono programmate in alcune date fisse e altre straordinarie. Oltre a quelle con le scolaresche, abbiamo organizzato, ad esempio, una visita al mese, generalmente il sabato pomeriggio. Poi ci sono quelle legate ad eventi particolari: il primo sarà il Falò di Sant’Antonio, poi le notti bianche, l’Agrivarese e il 2 giugno. Ma se un gruppo che supera la decina di persone desidera visitare i bunker, basta che ci contatti e possiamo organizzare una visita guidata compatibilmente con i nostri impegni”. A parlare è Guglielmo Ronaghi, Presidente del Gruppo Speleologico Prealpino che racconta anche la volontà di rendere fruibile al pubblico altri percorsi, finora non accessibili: “Nel bunker di via Lonati, quello più frequentato, registriamo circa 2.500-3.000 visite annue, mentre in quello in via dei Mille, tra le 600 e le 700. Ci piacerebbe venisse aperto anche il rifugio che corre al di sotto di piazza della Repubblica, ma si tratta di un progetto di cui, probabilmente, si parlerà più avanti”.

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VARESE TERRA

di ceramica Luisa Negri

Da Saronno a Laveno Mombello passando dalla Valganna e arrivando fino a Cunardo: la storia antica delle creazioni varesine, tra collezioni tramandate da generazioni e oggetti che raccontano come il territorio abbia interpretato “la prima tra le arti”. In mostra, dal Nord al Sud della provincia, i lavori di grandi nomi del ‘700 e non solo, tra cui i Robustelli, altri maestri del mestiere e, un nome su tutti, Lucio Fontana

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l fascino della ceramica, antico quanto il mondo (basti pensare alle ceramiche greche o romane, ma anche alle porcellane delicatissime di Cina e Giappone), si allarga ad ogni territorio con le più preziose testimonianze in ogni parte del pianeta. Piatti ornamentali e da tavola, vasi per profumi o fiori, contenitori per la toilette delle signore da tenere sul comò, recipienti per i farmaci, portaombrelli, servizi da tè e caffè. E grandi o piccole sculture firmate dai nomi migliori. Non c’è museo antico o moderno che non esponga oggetti in ceramica che hanno fatto la storia e ancora fanno battere il cuore a chi ritrova in esposizione i pezzi familiari della domestica quotidianità. Le ceramiche di Albissola, dove anche il grande Picasso si divertiva a lavorare, le

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ceramiche di Faenza, raccolte in uno dei più bei musei del genere in Italia, quelle umbre della De Ruta, le fiorate di Caltagirone, ci raccontano tutte la stessa magia: impasti che prendono forma dalle mani dell’artista per essere poi messi a cuocere nel forno ad alte temperature e, una volta cotti, decorati seguendo i gusti personali o di una scuola. Nel nostro territorio ci sono musei molto importanti che meritano la visita, perché ricchi di pezzi di valore, testimonianza di una storia, dal Sud al Nord della provincia, molto antica e di alta qualità. Partiamo da Sud e dal Museo Gianetti di Saronno, inaugurato nel 1994, ricco di pezzi pregiati. È collocato in un edificio un tempo di proprietà delle sorelle Biffi, Virginia e Carla, le cognate di Giuseppe Gianetti che aveva sposato la loro sorella, Nina. Imprenditore, cultore di arte e collezionista, acquistò in giro per l’Italia preziosi pezzi, tra cui mobili, quadri e sculture, che si possono ancora oggi ammirare nelle sale della villa nel percorso su più piani che ne svela ogni meraviglia. Dal ‘33 iniziò a collezionare porcellane. Dopo la morte dei coniugi, le sorelle ereditarono le collezioni. E fu loro premura donarle alla Fondazione voluta dalla famiglia. La storia del Museo prende vita proprio da qui. Dalle due donazioni: della Casa Biffi e della collezione di porcellane del ‘700 e contemporanee. Oggi Casa Gianetti è sede espositiva, ma anche luogo di lavoro, di ricerca e incontro. Per seguire appositi corsi di ceramica oppure occuparsi della storia di un museo importante e ricco di pezzi raffinatissimi che fa capo alla


Fondazione. Fin dall’ingresso l’interno della Villa, una dimora del 1940, si svela ai visitatori nell’intatta bellezza di casa d’epoca. Sono rimasti i bei mobili, le poltroncine in paglia di Vienna, i preziosi tappeti, i raffinati e solidi parquet, i marmi, gli arredi, gli specchi, il lampadario di Murano e le scalinate con le ringhiere disegnate dalla padrona di casa. Ci sono persino gli infissi, le rubinetterie e gli interruttori per la luce di allora. E dietro le vetrine sono esposti nelle sale rari esemplari di vasi, piatti e oggetti vari decorati. Il primo nucleo di 200 pezzi comprende preziose ceramiche tedesche di Meissen, dal ‘700 all’800. Il secondo accoglie invece porcellane italiane (Ginori e Capodimonte) ma anche europee, con 65 opere provenienti da Austria, Svizzera, Francia e Inghilterra. Bellissimi i servizi viennesi, Sotto, a sinistra, la Ceramica Ibis a Cunardo e, a destra, il Museo della Badia di San Gemolo. In apertura, opera di Giorgio Spertini, MIDeC di Laveno Mombello

ma anche i divertenti e coloratissimi servizi da caffè o alcune realizzazioni animalier dai ricercati decori. Di raffinata fattura sono poi le 33 ceramiche cinesi e giapponesi realizzate dalla compagnia delle Indie per l’Occidente. Infine, una quarta sezione comprende maioliche italiane ed europee del XVIII secolo. Con un nucleo principale di ben 230 porcellane italiane. Alle opere di Gianetti si sono poi aggiunte, a 20 anni dall’apertura del Museo, 24 importanti pezzi provenienti dalla collezione di Aldo Marcenaro, professore dell’ospedale San Martino di Genova e collezionista di opere del ‘700. Trattandosi per lo più di porcellane di Meissen, si integrano perfettamente con la collezione di Gianetti. Tra i pezzi più pregiati servizi per tè e caffè, una grande ciotola e un vassoio ottagonale, un piatto con decoro Kakiemon (uno stile giapponese molto imitato in Occidente). E maioliche raffinate come un bacile da barba e una veilleuse (lampada da notte). Nella collezione di arte contemporanea sono opere di Robustelli, Dusi e Spector e altri noti artisti italiani, accanto ad alcuni provenienti dal Cameroun, paese con cui il COE (Centro Orientamento Educativo) della Fondazione museale collabora. Scivolando a Nord della provincia, la Ceramica di Laveno, poi Sci, ha scritto una grande storia e i suoi protagonisti sono presenti con le loro ineguagliabili opere, conservate nelle sale dell’antico Palazzo Perabò, sede del MIDeC, fondato nel 1971. Vanta 500 pezzi esposti e 3.500 visitatori l’anno. Siamo in quel di Cerro, con vista sul Lago Maggiore e le Isole Borromee. Si rincorrono qui i nomi dei più grandi maestri e direttori della ceramica, come Guido

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TERRITORIO

VARESE TERRA DI CERAMICA

Andlovitz, Antonia Campi, Ambrogio Pozzi e Giorgio Spertini. Lavorò qui anche Albino Reggiori, che guidò il Museo per anni e fu, a sua volta, ceramista di ottima mano. Quest’anno il Museo, per i 100 anni dalla fusione della Laveno con Sci, ha portato in mostra 100 stupende opere di Gio Ponti, realizzate per la manifattura di Doccia (a cura di Anty Pansera e Giacinta Cavagna di Gualdana, con allestimento di Ivo Tomasi). Se poi risaliamo da Cerro, in direzione della Valganna, si possono avvicinare le ceramiche di Ghirla, custodite nell’antico Museo della Badia di Ganna, dove sono in mostra, accanto a piatti, zuppiere, alzate e vasi di vario uso in maiolica, anche paramenti religiosi preziosi, dipinti e opere di artisti locali di ottima mano, come lo scultore Enrico Butti e il pittore Gariboldi. Nella foto, piatto di ceramica del Museo Giuseppe Gianetti a Saronno. Sotto, il chiostro della Badia di San Gemolo a Ganna

VARESE TERRA DI CERAMICA Museo Giuseppe Gianetti Via Carcano 9, Saronno Tel. 02 960 2383 (telefonare per visita guidata) www.museogianetti.it MIDeC Museo internazionale design e ceramico Lungolago Perabò 5, Cerro Laveno Mombello Dal martedì al giovedì, dalle ore 10.00 alle 12.30 Il venerdì e il sabato dalle ore 15.00 alle 20.00 La domenica dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 19.00 Tel. 0332 625551 Museo della Badia di San Gemolo Via Perego 3, Ganna (Varese) Ceramica Ibis di Robustelli Museo all’aperto Via Fornaci 3, Cunardo Tel. 0332 991612

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La maiolica di Ghirla, uscita da botteghe locali attive tra ‘700 e ‘800 e poi ancora nel ‘900, fino al secondo dopoguerra, era ed è ancora famosa per il suo azzurro cobalto, per i decori giocati tra bianco e blu, per la bellezza di certi “ricami” di pieni e di vuoti ottenuti nella lavorazione del pezzo crudo. Rara e preziosa, la ceramica di Ghirla è ancora molto ricercata dai collezionisti che guardano con attenzione a questo angolo di mondo della verde Valganna. Dove nell’XI secolo venne martirizzato il Santo Gemolo. Non è difficile che qualche prezioso pezzo di Ghirla faccia a volte la sua comparsa nei negozi o nei mercatini d’antiquariato. Non lontana da Ghirla è Cunardo, altra e molto suggestiva patria della ceramica. Qui si lavora ancora tra il verde e l’ombra delle fornaci e la storia delle ceramiche Ibis continua, a sua volta, un’antichissima tradizione, si dice nata ai tempi di Tiberio, portata avanti per anni dagli artisti Robustelli, maestri del mestiere. I due fratelli hanno speso la loro vita attorno all’antichissima e amata fornace. Addirittura ricomprata dai loro avi, costretti a venderla in tempi sfavorevoli. Ma, ora che il fratello Gianni se ne è andato da tempo, Giorgio è in attesa che si profilino artisti vogliosi di continuare. Caratteristico anche qui il color blu Cunardo e la simbologia dell’uccello sacro Ibis, scelta come marchio di fabbrica. Sulle pareti dei rustici, attorno alla fornace, sono ben in vista le opere uscite dalle mani dei Robustelli e di altri artisti noti, uno per tutti Lucio Fontana. Opere, spesso vere e proprie sculture, che richiamano un elevato modo di far ceramica, dove il discorso artistico può ispirarsi per esempio a motivi afro, cari alla pittura di Modigliani. O a Picasso, che notoriamente amava moltissimo plasmare la terra e poi decorare piatti, ciotole, maschere e tanto altro, con il suo robusto segno. E che la considerava la prima, la più antica, tra le arti.


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In bici

TRA I COLORI DELL’AUTUNNO Alessandra Favaro

Per gli amanti della stagione autunnale e del foliage, il Parco del Campo dei Fiori è una meta ideale. Da esplorare in mountain bike, con sentieri pensati per esperti ma anche semplici appassionati, tra borghi storici, cultura rurale e tanta natura. Partenza da Brinzio, in direzione Rasa di Varese e le sorgenti dell’Olona, con tappa obbligatoria al suggestivo specchio lacustre brinziese e alla Cascata del Pesegh

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autunno tinge di colori caldi gli sterminati boschi del Parco del Campo dei Fiori e i suoi sentieri diventano un vero e proprio parco giochi per gli amanti della mountain bike. Dagli itinerari più semplici ai tracciati più tecnici per veri esperti della

Il centro storico di Brinzio 70

bicicletta su sterrato, Brinzio e dintorni offrono uno spettacolo per immergersi nella magia del foliage e nel profumo di foglie umide, funghi e castagne, che qui crescono in abbondanza. Scopriamo alcuni percorsi davvero affascinanti per mountain bike adatti a questo periodo dell’anno, con variazioni più o meno semplici, a seconda del grado di allenamento (e della bicicletta che si ha come compagna di viaggio).

Il sentiero 315: croce e delizia dei ciclisti

Il sentiero 315 Ganna - Brinzio è un percorso ideale per ammirare il foliage, ma anche storia e cultura locali. Da raccomandarsi però solo a chi è ciclista esperto, data la presenza di alcune salite e discese, che, probabilmente seguendo il tracciato di antiche mulattiere, si distinguono per cumuli di rocce scivolose e acqua. Il rischio è dover percorrere parte del tragitto bici in spalla. Partendo dal paese di Ganna, nei pressi della Badia di San Gemolo, parte il sentiero, ben segnalato. È possibile attraversare il caratteristico ponte in legno sul Rio Pralugano, testimone delle opere di bonifica realizzate dai Monaci Benedettini nei secoli XII e XIII e la Riserva Naturale del Lago di Ganna, che accoglie con la sua biodiversità tinta di rosso e giallo i visitatori, offrendo loro la possibilità di ammirare alcuni luoghi iconici della valle come la Fonte e la Cappella di San Gemolo. Sosta fotografica nell’area picnic allestita dal Parco, un luogo ideale per rilassarsi e godersi la natura e poi via di nuovo in sella verso il punto panoramico, da dove poter ammirare la Palude del Pralugano, il Lago di Ganna e le montagne circostanti. Proseguendo, si attraversano boschi di faggi e si raggiunge dopo una salita abbastanza impegnativa, la località Valicci, un esempio affascinante della civiltà contadina delle valli lombarde. Dopo aver superato la località “Paurett”, il sentiero porta verso l’abitato di Brinzio. Questo piccolo paese, situato tra il Campo dei Fiori e il Monte Martica,


La Cascata del Pesegh 71


GITA A...

IN BICI TRA I COLORI DELL’AUTUNNO

è capace di sorprendere con il suo centro storico caratteristico e la chiesa parrocchiale dedicata ai Santi Pietro e Paolo. E qui può cominciare un altro itinerario, per chi ama bici e natura, ma adatto anche a chi pedala per passione.

Badia di San Gemolo

Brinzio: parte tutto da qui

Brinzio, per questa tipologia di gite in sella ad una bici, è il luogo perfetto da cui partire. Da qui si snoda un dedalo di sentieri e strade davvero caratteristici che portano fino al monte Martica in alto e fino ai verdi boschi della Valganna scollinando in basso. Un caffè pre-partenza al circolino del paese Ur Grupp è d’obbligo prima di salire in sella, ammirando le foto d’epoca dello storico sodalizio. Il circolo ricreativo brinziese, infatti, è stato fondato il 12 dicembre 1874 ed è uno dei più antichi della provincia di Varese ancora in attività. Si può partire percorrendo le strade del borgo e i suoi cortili tematici, che rievocano l’antica cultura contadina e le attività legate alla raccolta delle castagne. Qui, al termine del giro, è possibile tornare per fare una sosta e visitare il Museo della Cultura Rurale Prealpina, creato con l’obiettivo di salvaguardare, tutelare e valorizzare le intricate relazioni, sia materiali sia immateriali, che hanno caratterizzato e continuano a definire un patrimonio etnicoculturale e paesaggistico di questa zona. L’istituzione si trova in via Trieste 24 e rappresenta un punto di riferimento fondamentale per chi desidera approfondire la storia e le tradizioni rurali delle Prealpi Varesine. Sono presenti anche delle fontanelle con cui riempire la borraccia prima di proseguire.

Verso le Sorgenti dell’Olona

Un bel percorso adatto a tutti da fare in bici da qui porta in località Rasa di Varese, il cui centro storico merita una visita (con la bike a mano, mi raccomando). Da questo momento, infatti, i borghi storici cominciano a lasciare spazio alla natura. Da Brinzio si avanza salendo sulla provinciale SP 62 fino alla Motta Rossa e poi si prende il sentiero nel bosco, che accompagna i visitatori tra gli alberi fino al borgo della Rasa, per poi scendere di nuovo sulla SP 62. Ritornando verso Brinzio dopo pochi metri si incontra il Villaggio Cagnola. Qui si può osservare un piccolo grande “miracolo”: la sorgente del fiume Olona. La polla di acqua dove il fiume prende origine e risale in superficie, è visibile e ben recintata da una costruzione attraverso cui si può scendere sul fondo, seguendo una breve 72

scala a chiocciola. Da qui il fiume inizia il suo percorso: un tragitto di oltre 60 chilometri che arriva fino alla città di Milano. Da lì in poi l’Olona cambia nome, diventando Lambro Meridionale per poi confluire, infine, nel fiume Lambro nel comune di Sant’Angelo Lodigiano.

Tappa al Lago di Brinzio

Seguendo un sentiero nel bosco, su sterrato ben compatto e foglie colorate, si arriva al piccolo Lago di Brinzio: un’oasi di biodiversità poco conosciuta ancora. Questo specchio d’acqua, di origine morenica, è avvolto da una leggenda affascinante. Si racconta che, negli anni ‘30, dopo un violento temporale primaverile, un boscaiolo credette di vedere un mostro marino, simile ad una balena, nelle sue acque. La notizia si diffuse rapidamente e gli abitanti del paese si precipitarono sulle rive armati di attrezzi vari, sperando di catturare l’enorme creatura. Ma, avvicinandosi, scoprirono che il “mostro” era solo il tronco di un antico castagno trascinato in acqua dal taglio dei boschi e dalla tempesta. Questa storia è diventata così popolare che la “balena” è ora il simbolo della Pro Loco di Brinzio. Il laghetto, dal 1994 Riserva Naturale Orientata, è un angolo di paradiso custodito dal Parco del Campo dei Fiori. Circondato da ontani neri e canneti, le sue acque ospitano trote, lucci e trinche e in primavera diventano rifugio per i rospi comuni. Durante l’inverno, il freddo trasforma il lago in una distesa ghiacciata e innevata, offrendo uno spettacolo incantevole.

La Cascata del Pesegh

È possibile terminare il tour in mountain bike ritornando sulla SP 62 e rientrando a Brinzio, per prestare attenzione ad un cartello che, proprio poco dopo il centro abitato, indica la “Cascata del Pesegh”. Per gli appassionati di atmosfere autunnali, la deviazione è d’obbligo. Si scende per una strada sterrata, ma ben tenuta, che porta ad un punto panoramico dove poter ammirare il salto di 30 metri che qui effettua il torrente Valmolina. Nei dintorni è ancora possibile osservare le tracce dell’antica attività tessile in loco: un mulino e la filanda Ranchet, che un tempo sorgeva vicino alle rovine della cascata. Un viaggio nel foliage ma anche un viaggio nel tempo.


ARTE

DUE VERONESE E UN PICASSO

sul Lago Maggiore Luisa Negri

Dal Museo del Paesaggio di Pallanza al Parisi Valle di Maccagno, incontri d’arte con i grandi della pittura. Nel primo, in mostra, fino a marzo, due tele di Paolo Caliari, detto il Veronese, considerato tra i maggiori artisti veneti del Rinascimento. Nel secondo, l’esposizione “Meraviglie dal caveau” lascia in eredità opere di Picasso, al fianco di De Chirico, Guttuso, Fiume e Carlo Levi

U

n eccezionale appuntamento

d’arte è quello offerto dal Museo del Paesaggio di Verbania nell’anno in corso e fino al 25 febbraio 2024. Nel ricco percorso museale, tra i più affascinanti del Lago

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Maggiore, accanto alle incantevoli opere della gipsoteca dello scultore russo Paolo Troubetzkoy, che visse e morì proprio nella cittadina sul Verbano, e ai dipinti dei più famosi pittori e artisti locali, come Daniele Ranzoni, Arnaldo Ferraguti, Mario Tozzi e Arturo Martini, sono ora presenti fino a marzo due splendide tele di proprietà della regione Piemonte. Si tratta di “Allegoria della scultura” e “Allegoria con la sfera armillare”, oli di grandi dimensioni (entrambi 205x114,3 cm), opera di Paolo Caliari, detto il Veronese (15281588), con Tiziano e Tintoretto considerato tra i maggiori artisti veneti del Rinascimento. La presenza nel Museo di queste opere non è casuale, ma rivela un’interessante storia che merita di essere conosciuta. Dieci anni fa una giovane studentessa, Cristina Moro, in procinto di lavorare alla propria tesi dedicata a Villa San Remigio, gioiello dell’architettura locale ispirato a Casa Bagatti Valsecchi di Milano, fatto costruire sulla cima della Castagnola nel 1896 dai cugini-sposi Silvio Della Valle di Casanova e Sophie Browne, rinvenne, all’interno della dimora abbandonata da anni, nell’importante sala dedicata alla quadreria, due imponenti lavori. Non fu però possibile da subito individuarne la firma. La colpirono l’analogia delle due opere in certi particolari, come la sontuosità delle figure rappresentate, i temi trattati, la preziosità del racconto, l’uso simile e sapiente dei colori, la posa dei personaggi e tanti altri elementi che le conoscenze acquisite le suggerivano come fondamentali. Ulteriori ricerche della giovane e la richiesta ad esperti studiosi, tra cui Antonio Agosti e Jacopo Stoppa, i docenti che avevano affidato la tesi alla studentessa, e Vittoria Romani dell’Università di Padova, permisero poi di arrivare alla ricostruzione di una serie di quattro dipinti. Andata dispersa nel corso dei secoli sul mercato antiquario, era nota soltanto attraverso copie. Le altre due tele della serie originale “Allegoria con la balestriglia” e “Allegoria con l’Astrolabio piano”, sono oggi parte della


collezione del Los Angeles County Museum. La critica è propensa a ritenere che il ciclo fosse stato realizzato per la biblioteca Marciana di Venezia, intorno al 1557. E infatti le atmosfere e i temi cari alla pittura veneziana del tempo, evidente già nel Veronese giovanile, ci sono tutti: dalla suggestione michelangiolesca della monumentalità dei quattro personaggi rappresentati fino all’intreccio delle citazioni di arte e scienza, visibile nelle architetture raccontate e nei riferimenti alle conoscenze geografiche. Per tornare alle due opere provenienti da Villa San Remigio, sono esposte in una grande sala al piano nobile di Palazzo Viani Dugnani a Pallanza. Sono illuminate da speciali effetti luminosi che permettono una visione ottimale e più ravvicinata dei particolari descrittivi e dei colori della pittura del Veronese, caratterizzata da sapienti giochi di luci e ombre, di contrasti cromatici ora accesi, ora più delicati e trasparenti. In “Allegoria della scultura l’artista” ci racconta l’arte dello scolpire, cioè la rappresentazione dell’intuizione artistica attraverso legno, pietra o altro materiale da plasmare, incarnandola in

A sinistra, Giuseppe Parisi, Ritratto di Lucio Fontana, 1938. Sopra, Museo Parisi Valle Maccagno, Renato Guttuso, Nudo, 1947. A destra, Museo Paesaggio Verbania, Veronese, Allegoria della scultura

una splendida figura femminile. Abbigliata con abiti antichi e setosi, creatura dal viso dolcissimo e luminoso incorniciato da una capigliatura raffinata e raccolta, appare intenta ad osservare un putto. Che regge un frammento di torso maschile e una stecca, tipico attrezzo scultoreo. Sullo sfondo sono elementi architettonici e una colonna scanalata. I curatori dell’allestimento fanno notare che nel corso del restauro effettuato sono stati rilevati alcuni segni di ridipintura sul ventre della donna, coperto solo da un velo leggero. Si racconta in mostra, in video, l’intera storia della ricerca che ha portato all’identificazione dell’autore. Fondamentale, in questo senso, fu anche una piccola targa nascosta, recante la scritta “Veronese”, scoperta in un secondo tempo su una delle due opere. In “Allegoria con la sfera armillare” è rappresentato un uomo con il 75


ARTE

VERONESE E PICASSO

turbante che regge la sfera, antico strumento astronomico formato da anelli disposti con riferimento ai principali circoli della sfera

Sopra, Museo Paesaggio Verbania, Veronese, Allegoria con la sfera armillare. A destra, Museo Parisi Valle Maccagno, Picasso, Bagno turco, 1921

DUE VERONESE SUL LAGO MAGGIORE STORIA DI UNA COLLEZIONE Dall’8 luglio 2023 al 25 febbraio 2024 Museo del Paesaggio Palazzo Viani Dugnani, via Ruga 44, Verbania Dalle ore 10.00 alle 18.00 Chiuso il martedì www.museodelpaesaggio.it Civico Museo Parisi Valle Via Leopoldo Giampaolo1, Maccagno con Pino e Veddasca Il venerdì dalle ore 15.00 alle 19.00 Il sabato e la domenica dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 19.00 www.museomaccagno.it

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celeste, al centro la Terra. Tale strumento veniva utilizzato per determinare le coordinate degli astri. Era “di moda” porre esemplari simili in studi e studioli di aristocratici e studiosi, considerate nel ‘500 simbolo dell’astronomia e della scienza. Mentre il mappamondo ai piedi del personaggio, dove sono visibili lembi delle Americhe e del continente australe, rimanda alla geografia e alla cosmografia. Ci sia consentito, a proposito di Veronese, un raro e prezioso riferimento letterario. Lo scrittore e premio Nobel Hermann Hesse, nei suoi taccuini di colto e insaziabile viaggiatore in Italia, scriveva nel 1902: “Erano le nove, avevo davanti a me una bella mattinata luminosa. Ho deciso allora di dedicare la bellezza di quell’ora a Paolo Veronese, che è, a dispetto di Tiziano, il vero pittore di Venezia. Per qualche istante sono stato indeciso se andare al Palazzo dei Dogi o a San Sebastiano, infine l’ultimo mi è sembrato il luogo migliore e più degno. Ho preso perciò la prima gondola e mi sono recato laggiù nell’aria fresca e pura della laguna mattutina. San Sebastiano, la chiesa di Paolo Veronese, si trova in una posizione un po’ appartata, non lontano dalle Zattere: una stupenda chiesetta che possiede più di una dozzina di quadri di quel radioso maestro. Lo spazio modesto riluce tutto dei suoi ricchi e festosi colori e in mezzo ai quadri troneggiano il busto e la lapide del pittore con la celebre iscrizione. Sono rimasto a osservarli a lungo e con piacere, soprattutto la ‘Madonna con i quattro Santi’”. Dopo la mostra a Pallanza, le due opere di Veronese, già esposte con quelle di Los Angeles a Vicenza nella mostra “Le Allegorie ritrovate”, torneranno a Venaria Reale. Per rimanere sul lago e godere ancora del suo splendore autunnale, sponda lombarda però, a Maccagno si possono scoprire altri fondamentali nomi della pittura, questa volta contemporanea, come Picasso e i nostri Balla, De Chirico, Guttuso, Fiume, Carlo Levi, Bruno Cassinari. Una particolare e raffinata esposizione, “Meraviglie dal caveau”, è stata dedicata dal locale Museo Parisi Valle proprio la scorsa estate, per evidenziare le opere di questi maestri. Sono opere di grafica, disegni e pitture, parte dell’ampia collezione donata al Museo dedicato all’arte contemporanea da Vittorio Parisi (19152009), pittore e scultore, già fondatore e mente del complesso museale. Il direttore Federico Crimi ha giocato nel riallestimento proprio con la voglia di sdoganare l’importante patrimonio custodito. Ma le opere sono comunque sempre presenti, visibili a rotazione, nel percorso delle sale che si sviluppa all’interno del complesso edilizio realizzato da Maurizio Sacripanti, architetto romano che ebbe alti riconoscimenti per la bella costruzione realizzata sul torrente Giona, alla confluenza nel Verbano. Parisi ebbe infatti modo di accostarsi a molti di questi grandi artisti esposti, compreso Picasso, divenendone anche competente collezionista. Il frutto di tanta raccolta fu poi da lui affidato al Museo di Maccagno, certo che la bella località avrebbe potuto godere della magia di un luogo unico, un posto felice per incontrarsi con l’arte.


SPORT

IL MARATONETA

del deserto Andrea Della Bella

Gianni Stigliano, di Gorla Maggiore, è una sorta di Iron Man varesino che ama la sabbia, le rocce e le dune del deserto del Sahara, Scenario estremo affrontato prima in sella della sua moto durante la Dakar e poi a piedi, sfidando temperature elevate e scarsità d’acqua nel corso della famosa gara podistica Marathon des Sables: 250 chilometri in 7 giorni, praticamente in solitaria

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abbia, dune, caldo. Tanto caldo e poca acqua. È l’epica Marathon des Sables: 250 chilometri nel deserto del Sahara in 7 giorni e in solitaria o quasi. Una gara podistica, per chi riesce a correre a temperature folli e per chilometri e chilometri nel nulla, per veri Iron Man. Uomini d’acciaio nel fisico e soprattutto nella testa perché, come racconta Gianni Stigliano, “quando i muscoli sono sul punto di abbandonarti è la mente che ti aiuta a tirar fuori energie che uno nemmeno immagina di avere dentro”. Gorla Maggiore, la più piccola delle “sorelle” della Valle Olona, è distante anni luce dal deserto del Sahara. Eppure, Gianni Stigliano, che a Gorla ci abita, “sente” il deserto come una dimensione familiare. Rocce, sabbia, alte temperature, poca acqua e punti di riferimento invisibili all’occhio “urbanizzato”. Elementi ostici per molti. Non per Gianni che nel Sahara, ma anche in altri deserti, ha corso in moto. Nella storia sportiva di Stigliano, infatti, ci sono i rally, tra cui la Dakar a cavallo di una moto. “È la mia passione – racconta –. Il deserto mi ha rapito fin dalla prima volta che ci sono stato. È quasi

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il mio habitat naturale. A molti appare un luogo desolato, ma quando inizi a conoscerlo, capisci che sa anche trasmettere serenità e pace, qualcosa che qui da noi in città, spesso, si fa fatica a trovare”. Gianni Stigliano nella vita “umana” ha un lavoro e una famiglia. Ma nel tempo libero ha una fissazione: misurarsi sportivamente e provare ogni volta a superare i propri limiti, alzando l’asticella sempre un po’ più in su. Correre la Dakar, infatti, è per il gorlese un sogno ormai diventato realtà, ma che ora, a causa di un brutto incidente, è tornato ad essere un obiettivo da riconquistare.


Ed è stato proprio un momento di forte fragilità a tirar fuori, ancor più forte, in Gianni la voglia di non arrendersi. E siccome il percorso di riabilitazione post infortunio l’avrebbe tenuto a lungo lontano dalla moto, Stigliano ha messo nel mirino il Sahara, ma questa volta da attraversare a piedi e di corsa. “Prima però ho dovuto recuperare e per farlo ho dovuto nuotare tantissimo – racconta Stigliano –. Così tanto al punto che a completamento dell’allenamento in acqua, ho attraversato lo stretto di Messina a nuoto”. Insomma, gli spazi chiusi, piccoli e sicuri non fanno per lui. Dopo di che è iniziata la preparazione per la Marathon des Sables, una corsa leggendaria che si snoda nel Sahara marocchino. In solitaria di fatto, poiché il serpentone colorato degli oltre 1.200 partecipanti provenienti da tutto il mondo

rimane compatto per ben pochi chilometri e la selezione, fin dalla prima tappa, è durissima. Ma Stigliano il deserto lo conosce: “Certo – spiega – un conto è attraversarlo in moto, un altro è farlo di corsa. Ma non ho impiegato molto a ritrovare una serie di punti di riferimento che aiutano a orientarsi e capire dove ci si trova”. In quel mare di sabbia e roccia, il nulla è solo apparente. E l’Iron Man di Gorla Maggiore, che ha preparato e vissuto questa avventura con l’amico Luca Saporiti di Besnate, ha macinato chilometri riuscendo a raggiungere nei tempi stabiliti il campo base di giornata. Ma non solo. “Era per me un esordio – racconta Stigliano tornando con la mente alla Marathon – quindi mi sono posto obiettivi giorno dopo giorno. Ovvero finire la tappa che stavo per affrontare. La classifica l’ho guardata solo alla fine perché arrivare al campo di giornata era già una grande soddisfazione”. Gioia che è cresciuta all’arrivo: Stigliano ha concluso la maratona nella “parte sinistra” della graduatoria generale, poiché si è piazzato attorno al 450esimo posto, il che significa ben sopra la metà classifica. “Un risultato che mi ha fatto piacere, che però è passato in secondo piano. La Marathon è un viaggio, direi quasi mistico, alla scoperta di se stessi”. L’atleta poi rivela alcuni aneddoti che ben spiegano cosa significhi correre nel deserto per molti chilometri al giorno e per una serie di giorni consecutivi: “Partivamo prima del sorgere del sole per evitare il più possibile le alte temperature. Nel corso della tappa però si arrivava anche a picchi di 56 gradi”. E poi le distanze: “Una tappa poteva durare anche 8 ore. Con il tappone da 92 chilometri. Ho camminato per quasi 24 ore. In pratica mi sono giocato il giorno di riposo perché il calendario mi dava l’opportunità di percorrere la tappa nell’arco di 36 ore”. E poi il fidato amico: lo zaino. “Il contenuto l’ho studiato a lungo prima di partire, anche perché con me avevo il cibo che doveva durare tutta la Marathon. Eppure, una volta in gara mi sono accorto di aver portato troppe cose e così ho regalato quasi tutto a chi incontravo lungo la strada. Tutto tranne il cibo, ovviamente, razionato tra i vari giorni della gara”. E ora? “Ho un conto aperto con la Dakar – conclude Stigliano –. Ne ho fatte due, ma non sono mai arrivato alla fine. Certo non abbandono la corsa perché ormai è un’attività che mi è entrata dentro, ma ho quel tassello da sistemare e sto lavorando per metterlo a posto”.

Stigliano ha concluso la maratona nella “parte sinistra” della graduatoria generale, poiché si è piazzato attorno al 450esimo posto, il che significa ben sopra la metà classifica: “La Marathon è un viaggio, direi quasi mistico, alla scoperta di se stessi” 79


SPORT

Il softball

SARONNESE SUL TETTO D’EUROPA Andrea Della Bella

Foto di Laura Massarenti

Scudetto, Coppa Italia e Coppa delle Coppe conquistati nella sola stagione 2022, un titolo di Campioni d’Italia Under 16, uno di ViceCampione d’Europa e 18 vittorie consecutive nel 2023. Questo il ricco palmares delle ragazze della Inox Team, squadra di Saronno che in pochi anni ha scalato le vette dello sport che più di tutti assomiglia al baseball, vincendo (quasi) tutto. Praticamente rinascendo dalle ceneri di un passato sportivo fatto di incertezza e molte sconfitte

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oft, come lo sport che più di tutti assomiglia al baseball e che ha principalmente il volto femminile. Inox come l’acciaio e come il brand dello sponsor che dà il nome all’Asd Saronno Softball (ma ancora anche Baseball), società che in pochi anni ha scalato le vette di questo sport vincendo (quasi) tutto. “Ma ora che abbiamo scoperto il dolce sapore della vittoria, ci abbiamo preso gusto”, ha rivelato Massimo Rotondo, Presidente vincente di questa bella realtà sportiva, che proprio nel 2023 festeggia i 50 anni di vita. È ricco il palmares della Inox Team, fresca di triplete con Scudetto, Coppa Italia e Coppa delle Coppe conquistate nel 2022, una stagione che passerà alla storia di questa disciplina. Oltre al fatto che in bacheca ci sono anche un titolo di Campioni d’Italia Under 16, una seconda Coppa Italia (Inox regina di Coppa nazionale nel 2022, ma anche nel 2023 a Bologna), un titolo di Vice-Campione d’Europa è un bel record (anche se amaro poiché non ha portato al secondo

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tricolore) di 18 vittorie consecutive nella regular Season 2023. Tanta roba, verrebbe da dire, per una società che solo 10 anni fa militava in A2 e aveva chiuso la stagione con 24 sconfitte su 24 partite. E la storia più bella inizia proprio dal punto più basso. Ma la rinascita e la scalata ai vertici del softball nazionale da parte dell’Asd Saronno è un romanzo con tanti capitoli da scoprire. Tutta da raccontare, ad esempio, è


come Massimo Rotondo, il pres, scopre il mondo della “palla gialla” del “lancio da sotto” (perché la pallina bianca e il lancio da sopra sono tipici del baseball). Nella vita di Rotondo, infatti, c’era uno sport, ma questo era il calcio. Prima Dirigente nella Fbc Saronno e poi Direttore Sportivo anche alla Base 96, due realtà importanti del pallone dilettantistico. A fargli scoprire il softball è stata la figlia: “Alessandra ha iniziato a giocare nel Saronno e per starle vicino ho cominciato a seguire il suo impegno. Sono entrato in società come Dirigente e ora sono Presidente”. Alessandra Rotondo è tutt’ora uno dei pilastri della Inox e della nazionale: ha disputato anche le Olimpiadi di Tokyo. E il talento della ragazza ha, di fatto, facilitato il rapporto sportivo tra la figliagiocatrice e il padre-Presidente: “Ho la fortuna di avere un gruppo di grande valore umano e tecnico e uno staff di prim’ordine di cui mi fido. Non sono il tipo di Presidente che si intromette nelle vicende della squadra. Non ne ho motivo”, dice rivelando anche di essere orgoglioso dei risultati di Alessandra. Rotondo poi racconta l’incipit vincente della Inox, “iniziato con 24 ko su 24 incontri”. E parla di come il progetto sia stato costruito senza pressioni, passo dopo passo. “Dopo aver riportato fiducia nell’ambiente, siamo riusciti a centrare la promozione in Seria A1 e da lì, anno dopo anno, abbiamo dato vita ad una crescita programmata. Salvezza nella prima stagione, consolidamento di squadra e società, fino ad arrivare al vertice del campionato”. Che tradotto in numeri significa tre finali scudetto di cui una vinta, negli ultimi quattro anni. L’ultima (sfumata) è quella che brucia di più: persa contro Forlì. “Abbiamo dominato la stagione con 18 successi di fila. In campionato abbiamo sempre vinto con Forlì, la squadra che oggi è il top nel panorama nazionale, purtroppo però siamo arrivati un po’ scarichi all’appuntamento decisivo”. Preceduto da un tris e da una finale in Coppa dei Campioni, persa contro le olandesi. Due cadute a un passo dall’Olimpo nazionale e continentale, che hanno però dato una certezza all’ambiente Inox: “Non sapevamo cosa volesse dire vincere, ma ora che conosciamo il sapore del successo, vogliamo subito riprovarci”. Tanto più che i presupposti per regalare un ciclo importante ci sono tutti: gruppo talentuoso in campo e società che conosce il fatto proprio: “Siamo contentissimi delle vittorie, perché ci hanno permesso di far conoscere il nostro

progetto e di coinvolgere anche qualche partner in più – spiega Rotondo –, ma siamo ancor più felici perché abbiamo quattro giocatrici nel giro della Nazionale oltre a quattro atlete che sono cresciute nel nostro vivaio”. E proprio il settore giovanile è uno dei fiori all’occhiello dell’Asd Saronno. Sono circa 80 le atlete tesserate, presenti in tutti i campionati di ogni categoria. Insomma, Saronno non ha quella tradizione nel softball che altre realtà in Italia possono vantare, ma è forse l’esempio più bello tra le realtà emergenti. E nell’ottica della competizione tra “cugini”, si può anche dire che ha superato le rivali della vicina Bollate, squadra che negli ‘80 e ‘90 ha fatto la storia. Non solo. I successi contribuiscono a portare in giro per l’Italia e per il mondo il nome della città e dell’intero territorio. E Rotondo promette di non volersi certo fermare. Anzi, oggi la galassia Inox conta anche il Saronno Baseball. “Una nuova sfida ci attende – spiega il Presidente –. Abbiamo da poco assorbito la società, consapevoli che partiamo dalla categoria più bassa. Il nostro primo obiettivo è quello di ricostruire il settore giovanile, senza trascurare la prima squadra”. Insomma, tutto riporta alle origini del successo del softball: per arrivare in alto, si parte dal punto più basso. Abstract Massimo Rotondo: “Dopo aver riportato fiducia nell’ambiente, siamo riusciti a centrare la promozione in Seria A1 e da lì, anno dopo anno, abbiamo dato vita ad una crescita programmata. Salvezza nella prima stagione, consolidamento di squadra e società, fino ad arrivare al vertice del campionato” Il settore giovanile è uno dei fiori all’occhiello dell’Asd Saronno: sono circa 80 le atlete tesserate, presenti in tutti i campionati di ogni categoria La rinascita e la scalata ai vertici del softball nazionale da parte dell’Asd Saronno è un romanzo con tanti capitoli da scoprire

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In cucina

Rubrica in collaborazione con Enoteca Bottazzi 1957, Besozzo enotecabottazzi.it info@bottazzi1957.com

GIARDINIERA DI LAGO Ingredienti per 6 persone 2 filetti di lavarello 2 filetti di trota salmonata 2 filetti di lucioperca 2 carote 3 gambi di sedano 2 cipolle bionde 1 zucchina 0,5 lt di aceto di mele 0,5 lt di aceto di vino bianco

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1/4 lt vino bianco 1 lt di acqua 1 foglia di alloro 1 radice di zenzero 1 stecca di cannella Sale, pepe, zucchero, farina di mais finissima Olio di semi per friggere

Procedimento Tagliare il pesce in tre parti, infarinarlo con la farina di mais e friggere. Salare e lasciar raffreddare. Tagliare a losanga carote, sedano, zucchina e cipolle. Sobbollire gli aceti con vino e acqua, aggiungere sale, pepe, zucchero e odori. Trascorsi cinque minuti, aggiungere le verdure in ordine di consistenza in modo che una volta cotte abbiano la croccantezza desiderata. Scolare le verdure. Far raffreddare. Unire pesce e verdure alla bagna in una vasca abbastanza capiente da contenerli entrambi. Lasciar riposare in frigorifero almeno due giorni prima di consumarla.

Il Blanc de Blancs Beaufort Già dal sedicesimo secolo, la famiglia Beaufort coltivava vigna nella Champagne, ma solo con l’avvento di Marcellin Beaufort agli inizi del ‘900 si inizia a far conoscere i loro vini, fino a quel momento non spumantizzati. Nel 1929 grazie a suo figlio Herbert inizia ufficialmente la produzione dello Champagne Beaufort che oggi conta 13 ettari di cui 10 a Pinot Noir e 3 a Chardonnay per un totale di 130mila bottiglie circa. Il comune di Bouzy è uno dei 17 comuni con la denominazione Grand Cru di tutta la regione ed è vocato alla produzione di Pinot Nero; lo Chardonnay invece si produce in quantità molto ridotte. Il comune di Bouzy si trova alle pendici della Montagna di Reims, è contraddistinto da un suolo molto calcareo e da pendenze ed esposizione eccellenti per la maturazione delle uve, l’88% è coltivato a Pinot Nero ed il 12% a Chardonnay. Qui vengono prodotti anche vini fermi di qualità interessante sotto la denominazione Coteaux Champenoise. La Cuvée du Melomane è un Blanc de Blancs di solo Chardonnay che affina per circa 36 mesi sui lieviti. Il vino si presenta di colore giallo paglierino carico, con riflessi dorati, le bollicine sono numerose e persistenti, al naso si aprono delicati aromi di fiori bianchi e sentori di frutta fresca a polpa bianca come pesca e albicocca, evidenti anche le note esotiche di ananas e pompelmo. In bocca la bollicine sono delicate e ci massaggiano il palato. La freschezza data dall’acidità spiccata è ammorbidita dalla struttura che lo rende estremamente gradevole, nel retrogusto ritroviamo la fragranza del prodotto da forno e la frutta che si percepiva a livello olfattivo. Vino ideale per aperitivi e antipasti leggeri dalla grande piacevolezza di beva. Sommelier Bruno Bottazzi 83


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Motori

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er scoprire come funziona Nissan e-POWER, abbiamo visitato la concessionaria Nissan Busto Motor Company che espone nel suo showroom il crossover Qashqai e il suv X-Trail già equipaggiati con questa interessante motorizzazione. Le due vetture beneficiano delle potenzialità di un motore elettrico con un motore termico, un connubio perfetto tra efficienza e performance. Una soluzione

che non si può semplicemente incasellare nella famiglia degli ibridi, perché questo propulsore elettrificato garantisce oltre 1.000 km con un solo pieno di benzina. Il cuore pulsante è un motore elettrico da 190 CV (204 per X-Trail), l’unico responsabile della trazione delle ruote. Questo garantisce un piacere di guida paragonabile a quello di un’auto 100% elettrica, con accelerazioni vivaci e una coppia di 330 Nm sempre pronta a rispondere. Ma la magia avviene sotto il cofano: un sofisticato motore turbo benzina tre cilindri da 1,5 litri e 158 CV

si occupa di generare l’energia elettrica necessaria, eliminando la necessità di ricaricare la batteria tramite una presa esterna. La gestione dell’energia è regolata da un avanzato sistema di controllo. Quando si viaggia a bassa velocità, parte dell’energia prodotta dal motore termico alimenta sia il motore elettrico sia la batteria. Una volta che la batteria è carica, il motore termico si spegne, permettendo al veicolo di avanzare esclusivamente grazie all’energia accumulata. Questa tecnologia rappresenta un impegno concreto per ridurre consumi ed emissioni, soprattutto in ambito urbano, dove l’efficienza di e-POWER si manifesta al meglio. Nel ciclo combinato WLTP, i consumi oscillano tra 5,3 e 5,4 litri per 100 km (5,8-5.9 l/100 km per X-Trail). Ma uno degli aspetti più innovativi è la tecnologia del rapporto di compressione variabile. Questo motore, infatti, può variare il volume della camera di combustione in tempo reale, ottimizzando prestazioni ed efficienza a seconda delle condizioni di guida. In aggiunta, le due vetture adottano la tecnologia e-Pedal Step, che permette ai conducenti di accelerare e rallentare utilizzando un unico pedale, ideale in situazioni di guida con frequenti variazioni di velocità. Per chi fosse interessato ad accogliere il futuro nel proprio box, Nissan Qashqai e-POWER è disponibile a partire da 36.270 euro, mentre X-Trail e-POWER da 39.080 euro. Non resta che visitare la concessionaria di Busto Arsizio per ammirare da vicino questa meraviglia della tecnologia automobilistica e contribuire attivamente alla transizione verso una mobilità più sostenibile. 85


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RENAULT ESPACE: UFFICIO MOBILE SU QUATTRO RUOTE Da monovolume a sport utility: nuovo Renault Espace si accorcia, si alleggerisce, ma mantiene lo spazio interno che lo ha sempre contraddistinto Matteo Dall’Ava

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enault Espace compie 40 anni e ridefinisce il concetto di voiture à vivre con una nuova combinazione di eleganza e sportività: si può già vedere dal vivo in una delle concessionarie Renault Paglini della provincia di Varese. Nella nuova veste di sport utility da 4,72 metri (14 cm in meno rispetto alla generazione precedente), Espace sfrutta in maniera razionale tutta la lunghezza abitabile di 2,48 metri, tanto da potersi adattare a vero e proprio ufficio mobile con i suoi 39 litri di vani portaoggetti e un bagagliaio modulabile da 159 a 1.880 litri. Oltre ad essere spazioso, è reso molto luminoso dal tetto panoramico che supera il metro quadrato di superficie grazie all’assenza di traverse. La versatilità di Espace si manifesta nelle opzioni degli allestimenti. Si parte dalla Techno con una cospicua dotazione di base: dalla parking camera al display Open R da 24” o ancora il portellone del bagagliaio motorizzato. L’allestimento Esprit Alpine che, oltre ad avere i rivestimenti in Alcantara, introduce il sistema 4Control Advanced con le quattro ruote sterzanti. Soluzione che ne migliora la guidabilità e riduce a 10,4 metri il raggio di sterzata. Infine, l’allestimento Iconic, il più lussuoso con inserti in vero legno di frassino, sedili in pelle trapuntata e l’introduzione di

numerosi sistemi di assistenza alla guida (adas). Dal punto di vista tecnico, il nuovo Espace adotta il sistema E-Tech Full Hybrid da 200 CV. Questa motorizzazione ibrida, composta da un motore termico turbo 3 cilindri di 1,2 litri e due motori elettrici, offre la capacità di circolare prevalentemente in modalità elettrica in ambiente urbano, garantendo risparmi sul carburante e un’esperienza di guida paragonabile a quella di un’auto elettrica pura. Il consumo misto certificato WLTP di 4,6 l/100 km garantisce un’autonomia che può superare i 1.000 chilometri. A questo si aggiunge la trasmissione

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automatica Smart Multimode, che seleziona in autonomia la modalità di funzionamento del sistema ibrido più appropriata: da 100% elettrica a totalmente termica con tutte le varianti in cui i tre motori intervengono insieme o separatamente sulle ruote o sulla ricarica della batteria da 2 kWh a 400 V. Così, senza vincoli di ricarica, Espace può viaggiare fino all’80% di tempo in elettrico con un risparmio anche del 40% di carburante. Avanguardia nella meccanica così come nel sistema operativo capace di ricevere aggiornamenti in tempo reale e prevedere manutenzioni. Anche l’interfaccia digitale cambia radicalmente con il grande schermo a forma di L al cui interno si trova il display del cockpit e quello dell’infotainment. Ma Renault Espace riserva molte altre sorprese, con prezzi a partire da 43.700 euro.

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CULTURA E DIGITALE

TERZA PAGINA

DAL WEB

COMUNICARE

Il primo Festival non si scorda mai

Il lavoro che nobilita

L’inclusione parte dalla comunicazione 89


CULTURA E DIGITALE

Terza pagina

Lisa Aramini Frei

Il primo Festival NON SI SCORDA MAI

Dalle collaborazioni con Disney Channel al ruolo nell’ultimo film “Comandante” al fianco di Pierfrancesco Favino, presentato in anteprima alla rassegna cinematografica di Venezia, Arianna Di Claudio, originaria di Besozzo, ha già un portfolio più che invidiabile. Ma per lei è solo l’inizio

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elebrità da tutto il mondo. Lingue straniere che si mischiano tra loro, apparentemente diverse ma accomunate dal linguaggio del cinema. Tappeto rosso, giornalisti e flash di macchine fotografiche che illuminano a giorno le notti movimentate della laguna veneziana. Il festival del Cinema di Venezia è prestigio, classe e storia, ma soprattutto emozioni. Per coloro che sono più avvezzi a calcare i red carpet, può trattarsi di un festival come un altro, ma per chi ha appena dato il via alla propria carriera e si trova lì, alla rassegna cinematografica più importante d’Italia, per la prima volta, dopo aver esordito a soli tre anni in una compagnia teatrale in provincia di Varese, l’esperienza è senza dubbio straordinaria. Arianna Di Claudio, classe 2001, originaria di Besozzo, ha iniziato proprio così. Figlia di Silvia Sartorio, che nel 2008

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“È un film con un grande Pierfrancesco Favino. Vederlo recitare è sicuramente un’esperienza difficile da eguagliare. Nonostante il mio non fosse un ruolo da protagonista sono riuscita comunque a vivere la magia del set”

ha dato vita alla Compagnia Duse, gruppo teatrale attivo in provincia, ha iniziato prestissimo a calcare i palchi del Varesotto, anche se, ci racconta, “io mi sono formata principalmente come musicista, pianista e cantante, per essere precisi. Già a 12 anni cantavo in un gruppo folkloristico, ‘Treni in corsa’, in cui utilizzavamo principalmente il dialetto ticinese e in quell’occasione abbiamo conosciuto Cesareo, chitarrista di Elio e le Storie Tese. Quello è stato il punto di partenza della mia carriera perché è nata una collaborazione con l’etichetta musicale di Elio, la Hukapan. Loro mi hanno sostenuto molto, puntando ad un mio inserimento nel mondo dello spettacolo”. Inizia così il suo periodo di provini e tentativi fino a quando arriva l’opportunità di far parte dell’universo di Disney Channel, tanto bramato dagli adolescenti. Arianna entra così a far parte, nel 2017, del cast di “Penny on M.A.R.S.”, serie tv italiana ma interamente recitata in inglese. Il programma racconta di un’aspirante cantante, Penny per l’appunto, che nel famoso liceo artistico M.A.R.S. sviluppa le sue abilità canore, insieme ad amici e compagni di scuola, per poi provare ad entrare nel campo della musica. L’esperienza, durata fino al 2019, ha dato ad Arianna la possibilità

di conoscere l’universo delle produzioni televisive, composto da attori, addetti di scena, ma anche tanti divertenti backstage legati all’esperienza targata Disney Channel. “Mi sono sentita quasi privilegiata, perché avevo la possibilità di lavorare con delle persone straordinarie e contemporaneamente formarmi e divertirmi. Claudio Norza, il regista dello show, mi ha dato le giuste dritte per proseguire in quest’ambito, così come lui anche gli altri attori più esperti sono stati come dei tutor per la recitazione”. Di Claudio prosegue, così, la sua formazione artistica frequentando nel 2018 un corso intensivo di recitazione cinematografica in lingua inglese della MetFilm School di Londra. Terminati poi gli studi al Liceo Artistico A. Frattini di Varese, Arianna decide di rispolverare la sua vocazione musicale, iscrivendosi alla Musical Academy di Milano del Teatro Nazionale. Questa esperienza la porta ad un punto di svolta nella sua carriera e le permette di sentirsi più sicura delle sue abilità, arrivando poi così all’esperienza cinematografica del film “Comandante”, diretto da Edoardo De Angelis e con protagonista Pierfrancesco Favino, pellicola che ha aperto l’80esima edizione della kermesse veneziana,

quest’anno. Il film ripercorre la storia di Salvatore Todalo, interpretato da Favino, che nel 1940 si ritrova nella posizione scomoda di accogliere sul suo sottomarino un gruppo di soldati belgi, che avevano attaccato precedentemente il convoglio su cui viaggiava. “È un film con un grande Favino – continua Arianna –, vederlo recitare è stata un’esperienza difficile da eguagliare. Nonostante io non abbia un ruolo da protagonista, ho vissuto la magia del set in cui ho conosciuto il gruppo di attori che interpretavano l’equipaggio del sottomarino e con cui sono nate amicizie anche fuori dal set. Il regista, De Angelis, è unico nel suo genere ed è stato capace di tirare fuori il meglio da tutti gli attori, anche con poche indicazioni. Lui crede molto nelle persone e la cosa, alla fine, si è rivelata reciproca”. L’esperienza sul set, seppur di sole due settimane, è stata molto influente per la giovane attrice besozzese e si è conclusa nel modo migliore che un interprete possa immaginare: con la premiere cinematografica al Festival del Cinema di Venezia. “Per me è stata la prima volta ad un evento internazionale come il Festival ed ero veramente felice. Poter ammirare i miei compagni di avventura, così belli ed emozionati, è stato veramente un orgoglio. Anche incontrare attori

famosi come Adam Driver, è un’esperienza che porterò per sempre nel cuore”. Per Arianna la carriera nel cinema è appena iniziata e sono già diversi i progetti a cui ha partecipato e che la vedranno coinvolta nei prossimi mesi in ambito teatrale e di cortometraggi a Roma, dove ora vive per essere più vicina agli ambienti cinematografici. “La strada per me è ancora lunga – conclude Di Claudio –, ma si procede a denti stretti e si va avanti. Un consiglio che mi sento di dare a chi vuole iniziare questa carriera? Studia un sacco, leggi bene i contratti e non dimenticare mai di divertirti e soprattutto testa alta: alla fine, anche i registi più temibili, sono persone come te”.

“La strada per me è ancora lunga, ma si procede a denti stretti e si va avanti. Un consiglio che mi sento di dare a chi vuole iniziare questa carriera? Studia un sacco, leggi bene i contratti e non dimenticare mai di divertirti: alla fine, anche i registi più temibili, sono persone come te” 91


CULTURA E DIGITALE

In libreria

Silvia Giovannini

Barbara Conti L’arte... che avventura Nomos, 2023

Antonio Simeone Oltre i confini Altromondo, 2023

Il Piano Strategico #Varese2050, promosso da Confindustria Varese, mette in luce le leve di sviluppo della provincia. Tra queste l’arte, che vede sul territorio un crescente fermento sia da parte delle istituzioni sia del privato. Un tema per tutte le età ma che diventa ancora più affascinante quando si parla di bambini. In questo nuovo lavoro che la casa editrice bustocca dedica ai lettori più piccoli, si raccontano le avventure delle opere d’arte. Quali avventure vive un’opera prima di trovarsi in museo? Protagonisti 14 capolavori, dall’arte antica a quella moderna, che per varie ragioni avrebbero potuto andare perduti per sempre.

è un breve saggio omaggio all’iconica due ruote. “Il mio intento – racconta – è stato scrivere un Vespa-libro che non si rivolgesse solo a chi è già vespista, ma anche a chi non lo è. Con curiosità che hanno del leggendario, legate alla sua nascita come prodotto o al come abbia ispirato scrittori e artisti, fino al suo essere una compagna di viaggio speciale”.

La felicità tra paradosso e audacia di essere felici. Cos’è la felicità? Come vivere la vita al meglio? E, soprattutto, è davvero possibile essere felici? L’autore prova a rispondere con la storia di Hiroki, giovane giapponese, osservatore delle storie infelici del mondo. Il suo viaggio personale e la sua determinazione lo porteranno in un percorso di crescita che guida il lettore attraverso la “conoscenza degli strumenti utili per vivere una vita ricca di gioia e consapevolezza”. Senza voler rispondere alla domanda di ciascuno. Pagine per riscoprire il valore del pensiero positivo.

ediciclo.it

altromondoeditore.it

nomosedizioni.it 92

Lorenzo Franchini Le infinite strade della Vespa Ediciclo, 2023 L’amore per la Vespa, che aveva portato l’autore in Argentina (un’avventura raccontata in “Dove il mondo finisce”, volume premiato al concorso Storie in Viaggio) lo accompagna in una nuova escursione letteraria. Inserito nella collana “Piccola filosofia di viaggio”,


I libri di queste pagine sono consultabili, anche in prestito alla Biblioteca “Mauro Luoni” di Confindustria Varese. Tel: 0332.251000. Email: biblioteca@confindustriavarese.it

CONSULTA IL CATALOGO WEB

Andrea Garlinzoni La Rocca di Orino Macchione Editore, 2023

Patrizia Tettamanzi Sostenibilità, impresa e stakeholder Giuffrè, 2023

Tra le preziosità del territorio varesino, che però spesso i varesini non conoscono, c’è la Rocca di Orino, antica fortezza, le cui origini probabilmente risalgono addirittura al IV-III secolo a.C. “Un luogo incantato”, una costruzione a 540 metri di altitudine che, poggiata sulla roccia, concede al visitatore la vista sulla Valcuvia. Questo libro, iniziato con testi, disegni e foto circa 50 anni fa, quasi come un passatempo tra amici poi dimenticato, restituisce vita ai ricordi dell’autore e diventa nuovo strumento per apprezzare questa storica meta del territorio. Una lettura che diventa viaggio, accompagnata dalle illustrazioni di Franco Canziani.

di rete e di fronte a soggettività debordanti, si rende necessaria un’arte di organizzare che vada oltre la scienza, tragga ispirazione dalla creatività artistica e dalla dimensione estetica e lavori a una costruzione sociale, di ricerca di senso e di significato in un contesto aperto e pluralista”. Un testo che soprattutto guarda al management del futuro.

L’ultimo lavoro dell’autrice, docente della LIUC Università Cattaneo, rappresenta una panoramica sul tema della sostenibilità tra stato dell’arte, punti di forza e debolezza, con riferimento anche all’economia circolare oltre che alla relazione tra l’uso delle risorse e gli approcci di gestione e governance, in linea con i nuovi paradigmi del fare impresa. Tre le prospettive: quella del management, degli investitori e istituzioni finanziarie e degli altri stakeholder. Il tema è inquadrato nel panorama internazionale, con riferimento al Green Deal europeo ed è arricchito con casi esemplari e dati su aspetti tradizionali o innovativi in ambito ESG.

este.it

giuffrefrancislefebvre.it

macchionepietroeditore.it

Gianfranco Rebora Governare le organizzazioni nel rumore e nel caos Este, 2023 La scienza delle organizzazioni ha conosciuto una veloce evoluzione nel corso del ‘900. Un volume che vuole sondare questo tema con la consapevolezza che “per affrontare livelli di complessità ulteriori nell’apertura alle relazioni

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Dal web IL LAVORO CHE NOBILITA

Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network. Solo su

Al via il corso IFTS di Luino per tecnici 4.0

EcoVadis 2023, medaglia d’oro per LATI

È partito il corso post-diploma della Fondazione ITS INCOM Academy, realizzato in collaborazione con aziende del territorio sulla base di specifiche esigenze di competenze emerse dalle imprese del Nord della provincia. Obiettivo: formare tecnici specializzati in Industria 4.0.

L’impresa di Vedano Olona, tra i più importanti produttori europei di termoplastici tecnici per uso ingegneristico, celebra il terzo anno consecutivo di successo con la prestigiosa medaglia d’oro, dimostrando il suo impegno continuo verso la sostenibilità e la responsabilità sociale d’impresa.

Irca, un anno di traguardi

Podcast “Il lavoro per rinascere”

Confindustria Varese arriva su TikTok

“Vogliamo continuare a crescere. Formazione ed educazione sono i nostri pilastri”. Massimo Garavaglia, Ad di Irca ha presentato i numeri dell’azienda durante il Family Day, il tradizionale appuntamento dedicato ai dipendenti e alle loro famiglie che ha riunito più di 1.000 persone.

Il ruolo del lavoro e della formazione per riabilitare i detenuti e dar loro una seconda occasione: le esperienze positive di Eolo e Lasi con Randstad. Storie eccezionali, ma che possono ispirare altre realtà del territorio. Il racconto nel podcast di Varesefocus, Buongiorno Impresa.

La comunicazione social di Confindustria Varese sbarca sulla popolare piattaforma di video sharing con il racconto dei progetti, delle attività e dei servizi dell’associazione e le storie delle #ImpresediVarese .

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CULTURA E DIGITALE

Comunicare L’inclusione PARTE DALLA COMUNICAZIONE

Quando comunicare alimenta il motore dell’inclusività in azienda. Al festival del giornalismo Glocalnews, promosso da Varesenews, le storie di tre imprese varesine, BTicino, Vector e Openjobmetis, con le loro esperienze di eccellenza legate all’integrazione e alla valorizzazione della diversità. Appuntamento l’11 novembre alle 9.00 al Salone estense di Varese

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PRO HI-RES / STOCK.ADOBE.COM

is-abile. Se pensiamo semplicemente all’evoluzione nella storia della comunicazione del lessico usato per riferirsi ad una persona con un diversità fisica, ci rendiamo conto di quanto, e per fortuna, la sensibilità collettiva, e di conseguenza la lingua, abbiano fatto dei passi in avanti nell’evoluzione culturale. Non senza difficoltà: la storia ci insegna come

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spesso questa stessa cura nel definire la diversità, pur con intenti nobili, abbia a volte portato a risultati che hanno accezioni negative. Per restare sul caso specifico, ad esempio, almeno in italiano, è ampiamente preferita l’espressione “diversamente abile”. In generale, risulta però chiaro che l’uso delle parole, come strumento di chi parla e, quindi, in continuo cambiamento, testimonia

una sensibilità a questi temi. Così come lo è la relativa sensibilità verso integrazione e inclusione, termini che, anche senza scomodare l’etimologia, parlano evidentemente di accoglienza della diversità. Temi che si affermano sempre di più anche nelle imprese che, come nucleo della società, rappresentano piccoli spaccati di mondo. Quella che emerge chiara è l’attenzione alle persone che, se per alcune realtà è già connaturata, per altre è un percorso, non senza fatiche, ma comunque chiaramente tracciato. La sorpresa non è evidentemente questa attitudine, ma, per i professionisti del settore, è notare come la stessa diventi funzione vera e propria, sempre di più affidata a chi si occupa di comunicazione interna in azienda. Come

Silvia Giovannini

se fosse ben chiaro che l’inclusione della diversità debba partire proprio dalle aree comunicazione. E, con l’inclusione, la valorizzazione delle differenze nel momento in cui ci si rende conto che tutti gli individui sono diversi, senza dover scomodare diversità motorie o mentali, di genere, di orientamento sessuale o politico, di etnia o altro. Una riflessione importante, e una sfida per la responsabilità del singolo, umana e professionale, che arriva in tutti gli ambiti in cui la comunicazione è al centro: dalle indicazioni deontologiche promosse dall’Ordine dei giornalisti, ai festival di settore, come quello di Perugia, ai premi per le buone prassi. Fino alla nascita di figure professionali nuove come il Diversity Editor introdotto di recente al quotidiano La Stampa. Sarà questo uno dei temi di cui si parlerà a Glocalnews, il festival del giornalismo promosso da Varesenews, in programma nel mese di novembre. Al centro di un incontro dedicato, oltre al progetto di Confindustria Varese “PEOPLE, l’impresa di crescere insieme”, le storie di tre imprese varesine (BTicino, Vector e Openjobmetis), con le loro esperienze di eccellenza legate all’integrazione e alla valorizzazione della diversità, che diventano anche casi di narrazione giornalistica.


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