lo lo sport sport
Siamo pronti per offrirti la miglior esperienza non solo con i nostri modelli, ma anche con tutti i nostri servizi. Ti aspettiamo nel nuovo Showroom ŠKODA in via Viale Milano, 25 - 21013 Gallarate (VA)
Martignoni srl Viale Milano, 25 - 21013 Gallarate (VA) - Tel . +39 0331 795370 info@martignonisrl.it - www.martignonisrl.it
EDITORIALE
Alla ricerca DI UNA NUOVA IDENTITÀ Roberto Grassi
I
l mondo aperto alla globalizzazione, dove le nostre aziende avevano saputo portare a casa un primato dietro l’altro, non esiste più. Dazi, difficoltà di spostamento per il Covid-19 e le sue nuove varianti, andamento delle materie prime, difficoltà logistiche nei porti e nell’approvvigionamento dei container stanno ridisegnando una geografia produttiva internazionale e logiche di export sulle quali ci dobbiamo riposizionare. È di questo che parliamo nel Focus di apertura del nuovo numero di Varesefocus. Serve capacità di visione nazionale e territoriale per far fronte a scenari così epocali, complessi e sfidanti. La priorità è rimanere competitivi e attrattivi per i capitali nazionali ed esteri, a cui garantire la giusta remuneratività. Solo così potremo continuare a produrre ricchezza e lavoro. La narrazione giornalistica è spesso tentata di trarre da singoli fatti di cronaca, particolarmente eclatanti, considerazioni generali sullo stato del Paese. Un esempio per tutti fu quello del naufragio della Concordia sulle coste dell’Isola del Giglio, una tragedia eretta a immagine di un’Italia a rischio affondamento. Era il 2012, l’anno della cura shock del Governo Monti per salvare l’Italia dalla bancarotta, della disoccupazione record, del Pil al -3%. Oggi lo
storytelling del Paese sembra essere cambiato. Le immagini che abbiamo negli occhi post-estivi sono quelli dei trionfi sportivi agli europei di calcio, del record di podi olimpici a Tokyo e di medaglie storiche come quelle legate ai 100 metri. Ci crogioliamo nelle definizioni. Siamo i più veloci al mondo. Da qui il nuovo romanzo nazionale, tentato, con la sua trama, di andare oltre gli stretti confini delle competizioni, per esaltare il saper fare italico su altri fronti. Così le gesta dei nostri atleti vengono abbinate alla crescita economica superiore, per una volta, alla media europea e della Germania: +2,7% nel secondo trimestre. Un clima di fiducia quanto mai necessario dopo il periodo buio che la pandemia ci ha costretto ad attraversare, ma che dobbiamo saper governare. I nostri limiti strutturali sono ancora tutti lì, ben presenti, pronti a frenarci se non sapremo affrontare la sfida dei fondi europei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e del Green Deal oggi a disposizione per riforme di cui siamo in attesa da decenni. Dobbiamo ripensarci. Come Paese, ma anche come territorio. Di fronte ad un’Italia in accelerazione Varese non può rimanere ferma o giocare solo sull’effetto traino. Dobbiamo essere protagonisti di una stagione in grado di costruire un’identità e una vocazione precisa per la nostra provincia se vogliamo continuare a mietere quei primati sui mercati internazionali che ci hanno
resi famosi in tutto il mondo. Cosa serve dunque al Varesotto? In primis, investimenti nel capitale umano e nel rafforzamento dell’offerta formativa degli ITS (su questo fronte registriamo nell’ultimo periodo un notevole fermento che raccontiamo nelle pagine di formazione di questa edizione del nostro magazine). Occorre poi dar vita ad un progetto allargato e condiviso per investimenti in infrastrutture con l’obiettivo di trasformare la provincia di Varese in un polo logistico intermodale strategico per tutto il Nord Italia, grazie anche al ruolo di perno che può giocare Malpensa (su questo vi invito a leggere con attenzione l’intervista all’amministratore delegato di Sea, Armando Brunini, che trovate nelle pagine seguenti). Dobbiamo, inoltre sforzarci, di dare maggior impulso ai processi di digitalizzazione (sono ancora troppo poche, ad esempio, le imprese che si appoggiano a piattaforme di e-commerce per presidiare i mercati esteri, come potrete apprendere dall’inchiesta di apertura). Servono anche percorsi di sostenibilità sostenibile, per procedere senza passi indietro, anzi spingendo sull’acceleratore dei sentieri di economica circolare e sostenibilità ambientale che già vedono le nostre imprese protagoniste delle classifiche nazionali, ma che devono essere gestiti senza fughe in avanti che ci pongano fuori gioco sul fronte competitivo con i nostri competitor extra-europei sempre più agguerriti.
1
©2021 Widiba S.p.A. - Gruppo Montepaschi. Messaggio pubblicitario con finalità promozionale.
SONO SEMPRE PRESENTE Sono sempre al tuo fianco per rispondere ai bisogni del presente: con una certificazione in linea con gli standard internazionali, una piattaforma di consulenza evoluta e una struttura ad architettura aperta, per essere libero di proporti strategie personalizzate di consulenza finanziaria, per ogni tua esigenza.
Contattami per scoprire di più:
Gian Paolo Bonsignori Consulente finanziario Via Staurenghi 11 - Varese M 3351990600 gianpaolobonsignori.widiba.it
Trattamento di fine mandato: come uno strumento poco sfruttato dalle PMI potrebbe offrire notevoli vantaggi di Gian Paolo Bonsignori Consulente Finanziario di Banca Widiba
Nel momento in cui cessa un rapporto di lavoro, ai lavoratori dipendenti spetta il TFR, trattamento di fine rapporto, ovvero una somma in denaro i cui criteri di calcolo sono regolati dall’art. 2120 c.c. Una forma analoga per destinazione ma meno conosciuta, seppur ricca di benefici fiscali, è il TFM, trattamento di fine mandato, che, pur essendo facoltativo e non normato, può essere corrisposto agli amministratori delle società. Cos’è il trattamento di fine mandato? Come si calcola? Quali sono i vantaggi fiscali? Il trattamento di fine mandato è un’indennità che le società possono corrispondere agli amministratori alla scadenza del loro mandato e prevede l’accantonamento annuale in un apposito fondo di una quota del compenso per le prestazioni svolte. L’ammontare dell’accantonamento viene regolato dalla volontà delle parti (società e amministratore) quasi sempre mediante due atti: la delibera assembleare dei soci oppure l’inserimento nello statuto societario, con la sola discriminante di seguire criteri di ragionevolezza
e congruità rispetto alla realtà economica dell’impresa (buona norma è mantenersi su una percentuale di circa il 20% del compenso annuo dell’amministratore e cercare di non superare il 30%). È molto importante che il TFM sia contenuto in un atto con data certa in modo da poter garantire i terzi circa la sua veridicità e conferire all’azienda e all’amministratore due notevoli vantaggi: la società dedurrà gli accantonamenti effettuati secondo il principio di competenza abbassando così la base imponibile dell’aliquota IRES al 24%, mentre l’amministratore beneficerà del regime fiscale agevolato della tassazione separata per quando incasserà il TFM e avrà diritto anche all’anticipo dello stesso con ampia discrezione in merito alla destinazione mancando una normativa di riferimento in merito. Quali sono le metodologie di accantonamento? Quale conviene sottoscrivere? Due sono le metodologie di accantonamento del trattamento di fine mandato: tramite semplice scrittura contabile con la controindicazione che potrebbe venire intaccato l’equilibrio finanziario nell’esercizio in cui verrà corrisposta l’indennità in quanto erogata direttamente dalla società; oppure, tramite la contraenza da parte della società di un prodotto assicurativo. Questo strumento dà la possibilità di inserire
una copertura caso morte in capo all’amministratore e di avere a disposizione la professionalità e la specializzazione della compagnia di Assicurazione nella gestione del denaro investito nella polizza. A seconda che lo strumento di accantonamento prescelto sia la contabilizzazione o la sottoscrizione di una polizza possono esserci vantaggi o svantaggi; in entrambi i casi il tfm è fiscalmente deducibile per competenza, ma se la società contrae un prodotto assicurativo il tfm è anche insequestrabile e impignorabile, l’amministratore ha la certezza del percepimento dello stesso, la società ha la possibilità di ottenere prestiti a fronte degli accantonamenti effettuati in polizza, di avere un minimo garantito finanziario e il consolidamento del rendimento. Al contrario, a fronte di una scrittura privata, il tfm è sequestrabile e pignorabile, il percepimento da parte dell’amministratore dipende dalla solvibilità dell’azienda, l’accantonamento contabile non garantisce la possibilità di ottenere prestiti e il compenso non matura plusvalenze finanziarie. In conclusione, il trattamento di fine mandato è uno strumento che può dare importanti benefici fiscali, ma bisogna prestare attenzione ad effettuare la sottoscrizione in modo corretto e secondo le normative vigenti per poter usufruire completamente dei vantaggi.
Gian Paolo Bonsignori | Consulente Finanziario di Banca Widiba gianpaolobonsignori.widiba.it Sede ufficio: Via V. Staurenghi 11, 21100 – Varese 231 +393351990600 | 107 gianpaolo.bonsignori@cfwidiba.it
INFORMAZIONE PUBBLICITARIA
SET • 2021
SOMMARIO FOCUS
COME SI FOTOGRAFA
Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA
Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese
12
Le filiere internazionali si fanno elastiche
16
Ditec apre le porte al reshoring
RUBRICHE SU
19
La matita globale che spiega la logistica
53
Il segreto di Mattia
21
Il ruolo di Malpensa per la competitività del territorio
58
Il passato gonfia le vele del futuro
62
Viaggiare e sognare intorno a Malpensa
66
Il futuro dello smart working a Varese
La street photography a Saronno
71
Nella Silicon Valley l’impresa diventa liquida
L’impresa che trasformava i film in argento
75
Castiglione Olona: 600 anni di Rinascimento
78
Perché fare canottaggio
INCHIESTA 24 26
Paolo Marchetti Roto3 srl Via per Turbigo 11/B - 20025 Castano Primo (Mi) T. 0331 889.601 Univa Servizi srl Via Vittorio Veneto, 8/E 21013 Gallarate (VA) - T. 0331 774.345 Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345
Questa testata è associata a
Mazzucchelli mette a fuoco il green
Il riposizionamento dell’export varesino
Foto di copertina: Matteo Ozbot
Roberto Grassi Vittorio Gandini Davide Cionfrini
45
8
lo sport NUMERO 5 • ANNO XXII
SCIENZA
ECONOMIA 30
La storia della grafica siamo noi
VITA ASSOCIATIVA 34
Un secolo d’impresa
FORMAZIONE 38
A scuola di lavoro
UNIVERSITÀ 41
A che punto è la sostenibilità?
LUOGHI E BELLEZZA
RUBRICHE SU
CULTURA E DIGITALE
88
Terza pagina
90
In libreria
92
Comunicare
95
Dal web
96
#ImpresediVarese
FOCUS
Le nuove CATENE GLOBALI DEL VALORE
Con una quota di export pari al 40% del valore aggiunto prodotto ogni anno, la provincia di Varese è tra le più internazionalizzate d’Italia. Uno spaccato economico locale che, non solo a causa della pandemia, è di fronte alla sfida di un riposizionamento delle proprie esportazioni nel mondo e di un ripensamento delle proprie supply chain. In questo scenario di profonda trasformazione le filiere, più che corte o regionali, si fanno elastiche e il fenomeno del reshoring, ossia delle fasi produttive che dopo anni di delocalizzazione ritornano in patria, rimane un’eccezione. Come quella rappresentata dalla Ditec Spa di Origgio. Tra le poche certezze c’è il ruolo di leva strategica di sviluppo che ricoprono le attività logistiche. Ed è su questo fronte che il sistema produttivo varesino, lombardo e di tutto il Nord Italia ha un’arma in più da valorizzare e sui cui investire: Malpensa
FOCUS
IL RIPOSIZIONAMENTO DELL’EXPORT
varesino Davide Cionfrini
Regionalizzazione delle catene di fornitura, reshoring, presidio dei mercati esteri attraverso le piattaforme digitali, ricerca di nuovi primati in Paesi a più alto potenziale di crescita: tra falsi miti, fenomeni ancora di nicchia, capacità di tenuta di fronte allo tsunami del Covid e sfide ancora tutte da decifrare, e in gran parte ancora da giocare, l’industria della provincia di Varese è alla ricerca di un ruolo nelle nuove catene globali del valore in veloce trasformazione. Ma fino a che punto il nuovo mondo sarà così diverso da quello pre-pandemia?
S
upply chain che saltano e si riorganizzano. Quote di mercato che, da una parte si perdono e dall’altra si riacquistano, sia riconquistando posizioni sia penetrando nuovi mercati. Primati che vengono rimessi in discussione. Container introvabili nei porti e costi logistici che si impennano con tempi sempre più incerti nelle consegne. Piattaforme digitali di e-commerce che faticano a decollare, ma che diventano sempre più importanti per presidiare ampie fasce di consumatori. E poi il fenomeno del reshoring, ossia di quelle imprese che tornano a produrre in Italia e in Europa dopo anni di delocalizzazione. È come se la pandemia avesse fatto strike, buttando giù in un sol colpo tutti i birilli che formavano la geografia delle catene globali del valore, con
8
le loro logiche a livello industriale, logistico e di catene di fornitura. Intendiamoci: i birilli dondolavano da un po’, non essendo più da tempo tenuti fissati a terra dalle sacre regole della globalizzazione spinta e del multilateralismo commerciale. Un territorio come quello varesino, con tassi di propensione all’export tra i più alti in Italia (oltre il 40% sul valore aggiunto prodotto), lo stava già sperimentando da diversi anni sulla propria pelle: “Le catene di fornitura - spiega il Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Roberto Grassi - si stavano spezzando ancor prima dello scoppio della pandemia. Le guerre commerciali a suon di dazi tra blocchi continentali erano partite ben prima dell’arrivo del Covid, così come la costruzione di muri anti-export in stile Brexit. La pandemia non ha fatto altro che fare
da acceleratore di fenomeni già in atto. Le difficoltà di presidio dei mercati, in uno scenario pandemico che limita gli spostamenti, e gli stop produttivi hanno fatto il resto”. I segnali, però, sono contrastanti. Difficile cercare di disegnare oggi la futura mappa degli scambi globali e della riorganizzazione dei fattori produttivi a livello mondiale. Così come è difficile prevedere quanto essa potrà essere diversa rispetto a quella pre-Covid, quando tutti i birilli verranno riposizionati. Stefano Riola, docente di economia dell’Unione Europea all’Università di Auckland, in un recente articolo scritto per l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), è come se mettesse in guardia sul fatto che, allo stato attuale, sapere di non sapere sia l’unica certezza: “È ancora presto per dire se e come le catene del valore si
modificheranno a causa dello shock del Covid-19. L’eterogeneità delle catene e le discontinuità, come la nuova Presidenza Usa, potrebbero rendere ardue analisi contro-fattuali. È tuttavia probabile una maggiore
LE PREVISIONI DELLE IMPRESE VARESINE ECCO I 10 PAESI DI MAGGIOR INTERESSE PER IL 2021-2023
RUSSIA → 28% USA → 21% CINA → 17% REGNO UNITO → 16% GIAPPONE → 16% FRANCIA → 11% GERMANIA → 11% CANADA → 9% SPAGNA → 8% SUDAFRICA → 8% PERCENTUALE IMPRESE SU TOTALE RISPONDENTI (FONTE: UFFICIO STUDI UNIVA)
regionalizzazione delle catene del valore per via di un loro accorciamento e di una strategia di diversificazione favorita anche dagli accordi regionali di libero scambio”. A provare a sondare cosa stia succedendo tra le imprese del territorio è l’ultimo Rapporto Indagine Internazionalizzazione svolto da Confindustria Lombardia, i cui dati varesini sono stati rielaborati dall’Ufficio Studi Univa. Tabelle da cui emerge come proprio quello della regionalizzazione delle catene del valore sia un fenomeno ancora tutto da dimostrare. Basta guardare ai primi cinque mercati con cui le imprese del Varesotto hanno maggior interesse ad avviare nuovi rapporti nei prossimi tre anni: Russia, Usa, Cina, Regno Unito e Giappone. Le destinazioni dell’export, dunque, nei progetti di crescita dell’industria locale nonostante tutto si mantengono su strade lontane, tutte extra-Ue. Una geografia almeno in parte diversa rispetto all’attuale che vede tra i primi cinque partner commerciali delle esportazioni varesine tre Paesi della Comunità europea (Germania, Francia e Spagna), a cui si affianca la vicina Svizzera e con l’unica eccezione a questo panorama prettamente europeo rappresentata dagli Stati Uniti, che si piazzano in quarta posizione. Quel fenomeno di riavvicinamento dei mercati di cui tanto si parla nei
convegni al momento sembra dunque interessare fino ad un certo punto la manifattura varesina. Che sia, però, in atto un almeno parziale ripensamento delle filiere interazionali è un altro dato che emerge dall’analisi dell’Ufficio Studi di Univa. Il 77% delle imprese all’ombra delle Prealpi dichiara di aver mantenuto invariati la composizione e il numero dei propri fornitori, ma una quota del 23% ha intenzione di apportare dei
Il Presidente di Univa, Roberto Grassi: “Quello del reshoring è un fenomeno sopravvalutato e molto più marginale di quanto si pensi. Le imprese italiane non ritorneranno in massa perché molte delle aperture di siti all’estero dipendeva e dipende dall’esigenza di presidiare direttamente i mercati, più che per rincorrere bassi costi di produzione”
9
FOCUS
L’EXPORT VARESINO
cambiamenti nella propria supply chain nei prossimi anni oppure lo ha già fatto nel corso del 2020. D’altronde, la pandemia ha picchiato duro colpendo al cuore quella parte di lavoro delle imprese industriali varesine legato all’export che ha sempre fatto da àncora di salvezza dell’economia locale, anche nelle fasi più acute della crisi post shock finanziario del 2008. Sono pari ad una quota del 63,8% le aziende che nel corso del 2020 hanno dovuto fare i conti con un calo di fatturato estero derivante dalle vendite oltre confine. Di queste, il 37% ha rilevato cali anche superiori al -20%. Stabile, invece l’export nel 18,9% dei casi. Mentre il 17,3% è riuscito ad andare contro corrente con una crescita dell’export che nel 4,7% dei casi è stato superiore
addirittura al +30%. Calo degli ordinativi (46% dei casi), difficoltà di spostamento del personale (37,9%), prezzi delle materie prime (28,1%), problemi di approvvigionamento legati a difficoltà di produzione dei fornitori (15,3%): queste le criticità operative sui mercati esteri che più hanno colpito le imprese varesine. Queste difficoltà, però, nella maggior parte dei casi sembrano essere momentanee. Dai dati rilevati e analizzati dall’Ufficio Studi Univa, infatti, emerge una sostanziale tenuta competitiva. Nel 67% dei casi, infatti, le quote di mercato rispetto ai propri competitor, nonostante il calo dell’export, sono rimaste immutate. Come dire: mal costume, mezzo gaudio. Nell’11% dei casi sono
PERCEZIONE DELLA TENUTA COMPETITIVA NEL 2020 RISPETTO AI COMPETITOR SUI MERCATI ESTERI PERCENTUALE IMPRESE SUL TOTALE RISPONDENTI (DATI VARESE)
66.7%
0.8% PERDITA DEFINITVA (ABBANDONATO ALMENO UN MERCATO D’ESPORTAZIONE)
ALLINEAMENTO AL POTENZIALE
10. 6 % 21.9% PERDITA TEMPORANEA (RECUPERO ATTESO NEL 2021-2022)
10
SUPERAMENTO DEL POTENZIALE
addirittura aumentate. Solo nello 0,8% dei casi si registra una perdita definitiva di posizione sui mercati esteri. Mentre nel 22% dei casi la perdita di posizione è ritenuta solo momentanea, con una ripresa attesa tra il 2021 e il 2022. C’è, però, di che stare attenti secondo il Presidente dell’Unione Industriali, Roberto Grassi: “Il problema per Varese è che la fase storica di costante crescita delle esportazioni vissuta dal 2008 fino al 2018, è stata sostituita dal 2019, ancor prima dell’arrivo della pandemia, da una fase di alti e bassi congiunturali come dimostra il -2,8% del primo trimestre del 2021 o il -7,3% del 2019. Ciò dimostra che la divisione in blocchi per aree geografiche delle catene di fornitura e le guerre commerciali ci impongono di riposizionarci velocemente per non perdere i nostri primati”. In questo ripensamento del posizionamento dell’export, delle catene di fornitura e delle strategie di internazionalizzazione, però, poco spazio sembra esserci nei fatti per il fenomeno del reshoring, ossia del ritorno in patria di quelle attività industriali delocalizzate negli anni passati. La globalizzazione di ritorno nei numeri non esiste. Secondo l’indagine di Confindustria Lombardia, solo il 3% delle imprese della regione ha fatto operazioni di reshoring tra il 2018 e il 2020. E le cose nel prossimo futuro non cambieranno: le aziende che stanno pensando di chiudere nei prossimi anni uno o più impianti produttivi all’estero sono il 2%. “È un fenomeno sopravvalutato e molto più marginale di quanto si pensi”, commenta il Presidente Grassi che elenca tre motivi alla base di questa sua analisi: “Primo: il sistema-Italia non è così attrattivo come quello di altri Paesi, i vincoli burocratici sono un ostacolo enorme al rientro in patria delle attività, così
come nell’attirare nuovi investimenti stranieri. Secondo: le imprese italiane non ritorneranno in massa perché molte delle aperture di siti all’estero dipendeva e dipende dall’esigenza di presidiare direttamente i mercati, più che per rincorrere bassi costi di produzione. Terzo: il presidio dei mercati con presenze all’estero è una strategia ancora più vincente in una fase di guerra commerciale per aggirare i vincoli dei dazi”. Il quadro è confermato anche dai risultati del sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi, condotto dalla Banca d’Italia tra settembre e ottobre del 2020, elaborato dagli esperti di PwC (PricewaterhouseCoopers). Numeri secondo i quali solo il 5,1% delle imprese italiane ha chiuso nell’ultimo triennio degli impianti produttivi all’estero. L’1,9% ha riportato la produzione in Italia, l’1,1% l’ha trasferita in altri Paesi, mentre nel
2,1% dei casi si è trattato di una chiusura secca, ossia cessata attività. Più o meno identico lo scenario che emerge nelle catene di fornitura. Le slide di PwC parlano chiaro: nel 78,4% dei casi le imprese in questi anni non hanno ridotto i propri fornitori esteri e non intendono farlo nel prossimo futuro. A farci un pensierino è solo il 4,6%. Ancora meno chi lo ha già fatto: parliamo di una netta minoranza del 4,3%. Di questi lo 0,8% ha deciso di produrre tutto in casa propria, mentre il 3,3% ha deciso di accorciare la catena di fornitura rivolgendosi a imprese italiane. “Il dato nazionale è coerente con quanto riscontriamo a livello locale”, commenta Roberto Spotti Partner PwC TLS dell’Ufficio di Varese: “Negli ultimi anni abbiamo infatti visibilità di un solo caso di reshoring tra i nostri clienti in area, mentre assistiamo sempre più spesso ad acquisizioni di aziende locali da parte di gruppi internazionali”.
UTILIZZO DELL’E-COMMERCE
PERCENTUALE SUL TOTALE DELLE IMPRESE ESPORTATRICI (DATI VARESE)
Ricomposizione, dunque, ma fino ad un certo punto. Ma in un tale quadro che ruolo gioca l’e-commerce? Anche in questo caso il presidio digitale dei mercati esteri coinvolge una nicchia di attività. Il 70% delle imprese varesine internazionalizzate non lo utilizza. Il 14,6% si sta attrezzando, mentre solo il 15,4% si appoggia già a piattaforme on-line. Nel 73,7% si tratta di piattaforme proprie, appena il 15,8% lo fa attraverso i brand più affermati come Amazon, Alibaba o Tmall. Mentre per il 15,8% si tratta di piattaforme di terzi specializzate nel settore di riferimento. In questo quadro, chiosa il Presidente dell’Unione Industriali varesina, Roberto Grassi, “il modello flessibile delle cosiddette multinazionali tascabili italiane rimane la nostra carta più importante da giocare. L’ingegnosità, la capacità di molte aziende di adeguare i propri sistemi e strategie ai repentini contesti, anche emergenziali, sono tutti elementi che caratterizzano l’industria lombarda e varesina e su cui far leva per il riposizionamento dei prossimi mesi, anni”.
15.5%
UTILIZZA L’E-COMMERCE
69.9% NON È INTERESSATO
73,7%
ATTRAVERSO UNA PIATTAFORMA PROPRIA
15,8% 15,8%
14.6%
ATTRAVERSO UNA PIATTAFORMA DI TERZI GENERALISTI (AD ES. AMAZON, ALIBABA, TMALL) ATTRAVERSO UNA PIATTAFORMA DI TERZI SPECIALIZZATI NEL SETTORE DI ATTIVITÀ DELL’AZIENDA
NON UTILIZZA L’E-COMMERCE MA SI STA INTERESSANDO
FONTE UFFICIO STUDI UNIVA SUI DATI INDAGINE INTERNAZIONALIZZAZIONE CONFINDUSTRIA LOMBARDIA
FOCUS
LE FILIERE INTERNAZIONALI
si fanno elastiche Paola Margnini
Responsabile Ufficio Studi Univa
Le imprese sono di fronte ad un ripensamento delle lunghe o addirittura lunghissime supply chain che hanno contraddistinto l’avvento della globalizzazione. Il modello alternativo, però, al momento, non è quello del reshoring spinto e incondizionato. Le parole d’ordine sono semmai elasticità e ridondanza dei fornitori
I
l 2020, l’anno della pandemia, verrà ricordato oltre che per il carico di dolore anche per le importanti discontinuità introdotte nel modello di sviluppo economico. Tra queste una delle più significative è stata senz’altro l’interruzione forzata delle lunghe catene del valore internazionali. Il blocco delle forniture di componenti e l’impossibilità di muoversi delle persone hanno messo temporaneamente in crisi un consolidato modello di specializzazione internazionale delle produzioni. Ed ora che, per effetto dei vaccini, ci si è avviati verso una diversa normalità, rimane pur sempre il retropensiero che qualcosa
12
nel modello di specializzazione internazionale portato all’estremo possa di nuovo non funzionare. Da qui le sempre più numerose riflessioni sul tema delle filiere e del reshoring che si affacciano nelle discussioni pubbliche. Il reshoring viene spesso descritto come la facile soluzione al tema di mantenere un maggior controllo sugli approvvigionamenti. Almeno su quelli critici. Alcuni Stati si stanno già muovendo in questa direzione, si pensi alla Francia ed alle politiche del Presidente Macron per incentivare il ritorno in patria delle produzioni considerate strategiche. Si pensi ben prima alle politiche di reshoring avviate già da Obama e riprese con ancor più vigore da Trump sotto
l’egida dell’America First. Insomma, l’atteggiamento del “ritirarsi”, del ritorno alla base con lo scopo di rafforzare l’economia del territorio di origine sta facendo capolino. E con esso si fa largo anche un ripensamento del modello di iperglobalizzazione degli ultimi decenni. Ma dietro il reshoring c’è un più complesso sistema che va osservato: quello dell’articolazione delle
Nell’ anno del Covid-19 si è avuta evidenza del lungo fenomeno della regionalizzazione su base continentale e degli scambi. La gara dapprima alla realizzazione e poi agli approvvigionamenti dei vaccini ha funzionato da cartina di tornasole in cui si sono fatti avanti interessi sempre meno globali
filiere. Veniamo da anni di filiere lunghe, sempre più lunghe e iperspecializzate. Filiere che per esistere e lavorare perfettamente hanno bisogno di alcune precondizioni. La prima è un fattore microeconomico e riguarda il modello di organizzazione dell’impresa. Le filiere lunghe si appoggiano ad un modello d’impresa snella che cresce sull’esterno. Un’impresa articolata, che non internalizza tutti i processi, ma divide e distribuisce fasi produttive spalmandole su una platea di fornitori specializzati ottimizzandole. Secondo un modello di impresa “snella e connessa”. La seconda condizione riguarda il fattore “ambientale”. Un modello di impresa così articolato richiede il prefetto funzionamento della globalizzazione. Così la filiera si ottimizza se è possibile andare a ricercare competenze e fornitori laddove sono disponibili, non importa quanto lontano nel pianeta. Secondo un modello del “mondo senza barriere”. La terza condizione è che la rete degli scambi funzioni dal punto di vista logistico. Nulla si deve inceppare e le merci ed i semilavorati devono continuamente poter circolare con una perfetta sincronizzazione che permetta lo sviluppo del just in time. Il combinato disposto di questi fattori ha consentito di costruire nel tempo filiere lunghissime ed ottimizzate dal punto di vista dei tempi di delivery e dei costi. Ma la pandemia è entrata a gamba tesa. Il modello di crescita delle imprese è rimasto lo stesso (non si modifica in un anno), ma la globalizzazione ha mostrato le sue fragilità e la logistica è stata interrotta. Nell’anno del Covid-19 si è avuta evidenza del lungo fenomeno della regionalizzazione su base continentale e degli scambi. La gara all’approvvigionamento dei vaccini ha funzionato da cartina di tornasole in cui si sono fatti avanti interessi sempre meno globali.
Del continente Nordamericano si è già detto, la Brexit, che nei fatti è iniziata proprio con la pandemia, parla da sola. Ma più di tutti peserà il “Regional Comprehensive Economic Partnership” (RCEP), l’accordo economico-commerciale tra i 10 Paesi del Sud-Est asiatico dell’A SEAN più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, firmato il 15 novembre
dopo otto anni di negoziati. L’accordo storico segna l’avvio del blocco commerciale e di investimento più grande al mondo e sarà in grado di rivoluzionare, come sottolinea l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), la geopolitica della regione e i rapporti tra gli Stati di quella regione. L’Europa in questo quadro ha riacquistato una maggior
IMPRESE CHE HANNO MODIFICATO COMPOSIZIONE E NUMERO DEI FORNITORI NEL 2020 PERCENTUALE IMPRESE SUL TOTALE RISPONDENTI (DATI VARESE)
4%
SÌ, PRINCIPALMENTE SOSTITUENDOLI CON ALTRI FORNITORI IN VIA DEFINITIVA
1.6%
SÌ, PRINCIPALMENTE SOSTITUENDOLI CON ALTRI FORNITORI IN VIA TEMPORANEA
17%
NO, MA STA CONSIDERANDO DI FARLO NEL PROSSIMO ANNO
77.4% NO, E NON INTENDE FARLO NEL PROSSIMO ANNO
FONTE UFFICIO STUDI UNIVA SUI DATI INDAGINE INTERNAZIONALIZZAZIONE CONFINDUSTRIA LOMBARDIA
13 13
FOCUS
FILIERE INTERNAZIONALI
coesione interna, mantenendo un atteggiamento meno protettivo degli scambi, rispetto agli blocchi continentali. Questo, in sintesi, lo scenario mutato con cui devono fare i conti le imprese globalizzate e le catene del valore. Che con la ripresa economica hanno visto ripartire la domanda internazionale, ma stanno sperimentando tutte le difficoltà di reperimento delle materie prime e della componentistica. La grande domanda è se queste scosse degli approvvigionamenti siano transitorie e destinate ad assestarsi o se i movimenti ondulatori spingano a trovare nuovi equilibri di produzione in via definitiva all’interno delle value chain. Guardando i primi numeri elaborati nel “Rapporto Indagine internazionalizzazione 2021: gli effetti delle pandemia negli scambi globali delle imprese lombarde”, realizzato da Confindustria Lombardia su circa 1.200 imprese che hanno rapporti con l’estero (export, import, franchising, produzione), il Covid sta invitando le aziende ad un potenziale ripensamento delle supply chain in futuro: infatti se è vero che il 67% delle imprese rispondenti ha mantenuto invariati composizione e numero dei propri fornitori nel 2020,
14
ben il 25% delle aziende lombarde dell’indagine ha intenzione di modificarli nel prossimo anno. Lo spaccato dell’indagine per le imprese di Varese realizzato dall’Ufficio Studi Univa mette in evidenza una minor propensione a rivedere i rapporti lungo le catene internazionali di fornitura: il 77,4% dichiara di non aver cambiato i fornitori, né di volerlo fare nel prossimo anno. Appena il 5,6% ha sostituito i fornitori in via temporanea (1,6%) o definitiva (4,0%). Nessuno ha internalizzato la produzione ed il rimanente 17% sta pensando a modificare la composizione dei fornitori nel prossimo anno. Tutto ciò si inquadra anche in una sostanziale tenuta delle quote rispetto ai competitors all’estero delle imprese varesine rispondenti con circa il 67% che dichiara una tenuta rispetto al potenziale di mercato, il 22% che ha subito una perdita temporanea, lo 0,8% che ha subito una perdita definitiva di almeno un mercato di esportazione e quasi l’11% che ha superato il potenziale acquisendo quote. Se poi si analizza la percentuale di chi ha riportato la produzione in Italia, il dato si abbassa significativamente: meno del 2% del totale delle imprese intervistate
ha fatto reshoring. Come è naturale che sia, vuoi perché il fenomeno del reshoring si deve misurare nel tempo (sono decisioni lunghe e organizzativamente complicate), vuoi perché se si è componentisti intermedi le decisioni produttive dipendono anche dalle decisioni dei prime contractor, vuoi perché volenti o nolenti il baricentro economico e la domanda mondiale si stanno sempre più spostando verso l’A sia. È lì il mercato dei prossimi anni. In buona sostanza siamo di fronte sicuramente ad un ripensamento del modello delle catene lunghe e lunghissime e perfettamente ottimizzate che hanno caratterizzato il periodo della iper-globalizzazione. Le imprese però non stanno ancora pensando, rimanendo invariate le condizioni di contesto, ad un modello di catene corte o cortissime (reshoring incondizionato), quanto piuttosto a catene elastiche che sono disposte a perdere qualcosa in ottimizzazione per guadagnare in ridondanza di fornitura, aprendo la rete anche a fornitori di prossimità capaci di garantire la continuità produttiva in caso di shock e, magari, qualche aiuto a ridisegnarsi in termini di digitalizzazione e sostenibilità. Il nuovo trade-off è questo. Hic Sunt Leones.
FOCUS
DITEC APRE LE PORTE
al reshoring Silvia Giovannini
Tornare a casa, a Origgio, dopo la delocalizzazione della produzione oltre confine: una scelta valoriale, ma soprattutto economica. La storia di Ditec Spa, marchio noto nel mondo per i sistemi di automazione per cancelli, porte da garage e porte industriali
‘‘L’
orgoglio di reinvestire nel sistema Italia”. Potrebbe essere una felice definizione del termine “reshoring”, un fenomeno economico di cui tanto si parla e che desta un notevole interesse, ma anche – non si può nascondere – una certa perplessità. C’è davvero chi lo mette in pratica? Certamente. Le parole programmatiche, infatti, sono quelle di Matteo Fino, Amministratore Delegato della Ditec Spa di Origgio, specializzata nei sistemi di automazione per cancelli, barriere automatiche, automazioni per porte da garage e portoni industriali, porte automatiche e porte rapide. Un nome noto a Varese e nel mondo: è possibile che anche il cancello elettrico della vostra abitazione o del vostro luogo di lavoro sia firmato Ditec. Orgoglio, quindi, nel raccontare la storia di un’azienda che ha messo in pratica proprio di recente il tanto acclamato reshoring. Ma non solo, perché non si tratta di una questione meramente “sentimentale”, seppure di valore, ma
16
di un progetto aziendale concepito in epoca pre-Covid e concretizzatosi a febbraio 2021. Con precisi obiettivi economici. “Abbiamo riportato in Italia le linee produttive della linea di prodotto Cancelli Automatici che avevamo all’estero, creando una trentina di posti di lavoro e riavvicinandole al nostro centro Ricerca e Sviluppo, che invece è sempre rimasto qui, a stretto contatto coi nostri principali mercati. A questo si aggiunge l’orgoglio di aver saputo spiegare ai vertici del gruppo multinazionale, di cui Ditec fa parte, le ragioni della scelta strategica e di aver avuto il via libera a procedere” spiega Fino. Andiamo con ordine: la Ditec – dal 2009 parte del gruppo svedese ASSA ABLOY, leader mondiale dei sistemi
di chiusure e sicurezza, e presente anche a Mogliano Veneto (Treviso), dove si progettano le automazioni per cancelli Matteo Fino - nasce nel lontano 1974. La crescita progressiva ma costante, dapprima in Italia, poi nel mondo, ne fa una vera e propria multinazionale “tascabile” di matrice italiana. A seguito dell’ingresso nel gruppo, è inevitabile una fase di ottimizzazione dell’assetto logistico-produttivo, con la decisione di delocalizzare alcune linee in Cina e Repubblica Ceca. Oggi, a fronte di uno scenario macro-economico fortemente mutato, il ritorno in Italia con relativi investimenti. “Crediamo nel ritorno per diversi motivi. Innanzitutto, per un’azienda che qui ha mantenuto la propria Ricerca e Sviluppo è fondamentale
riportare la produzione in Italia: avere la produzione vicino a dove si concepisce l’idea ha un valore altissimo, in assoluto e, in particolare, per noi”. Ma non è l’unico punto di forza. “C’è poi un vantaggio in termini di distanza dai mercati principali per poter reagire con maggiore tempestività e flessibilità alle richieste: anche questo aspetto è fondamentale”. E i vantaggi non sono legati solo alla singola azienda ma all’intero settore. “C’è tutto un tema che probabilmente sfugge al consumatore finale: quello dell’indotto. L’Italia, soprattutto Nord-Est ed Emilia, è una eccellenza assoluta al mondo per quanto riguarda i cancelli automatici. Ritornare a casa, significa anche essere più vicini alla catena di fornitori di qualità, ottimizzando un bacino di competenze da non sottovalutare”. E, seppure la scelta di riportare a casa la produzione sia nata in epoca pre-pandemica, ora sul piatto si aggiungono altri fattori. “Oggi il problema dei costi di trasporto via mare, ci avrebbe comunque portato a cercare urgentemente delle
alternative che invece, fortunatamente, avevamo già analizzato e trovato. Certo, il lockdown ci ha fatto ritardare di qualche settimana la messa in atto di un progetto, che, però, era già avviato.” Ma il virus, per Ditec e le aziende del settore, ha portato anche altre conseguenze. “Dopo il primo lockdown ci siamo resi conto di una ‘stranezza’. Mentre i mercati mettevano in evidenza una certa cautela negli investimenti, il settore residenziale assisteva ad una evidente espansione a partire da luglio 2020. Alla base di questo trend, riteniamo che ci sia il fatto che il consumatore finale ha riscoperto il valore della casa e, mentre spendeva meno in altro, abbia deciso di investire sul proprio comfort e sicurezza. Per quanto riguarda noi oggi, è ovvio che avere le linee produttive vicino alla Ricerca e Sviluppo ci permette di rispondere più efficacemente e tempestivamente, a questa domanda crescente. Inoltre, ci consente di investire nel prodotto, soprattutto nella parte di intelligenza elettronica. Questo anche grazie al Dna
del Gruppo, da sempre caratterizzato da una alta capacità di innovare per rispondere alle esigenze del cliente. Per dare un’idea in numeri, questa capacità ci ha già permesso di rinnovare il catalogo prodotti dell’85% negli ultimi cinque anni. L’appuntamento per presentare le prossime novità e finalmente incontrare i nostri clienti sarà la fiera Sicurezza 2021 a Milano a novembre”. Porte aperte all’innovazione, quella targata made in Italy.
“Il settore residenziale ha assistito ad una forte espansione post lockdown. Per Ditec la crescita, unita al ritorno in Italia, significa poter investire ancora di più in innovazione di prodotto”
17
Vicina al paese. Vicina alle sue Imprese. BPER Banca vuole essere al fianco degli imprenditori per sostenere i loro progetti e i territori in cui operano.
Per conoscere i nostri prodotti e servizi visita il nostro sito
bper.it
800 22 77 88
Messaggio pubblicitario.
FOCUS
LA MATITA GLOBALE CHE SPIEGA
la logistica Paola Provenzano
Anche i più semplici oggetti di uso quotidiano vengono ormai prodotti grazie a una catena di fornitura mondiale che coinvolge decine di Paesi di diversi continenti. Ecco perché fenomeni apparentemente lontani, come una nave che si mette di traverso nel canale di Suez o un’inondazione in America Latina, sempre di più hanno ripercussioni sulle nostre economie locali. Esempi che possono aiutarci a capire come anche le supply chain internazionali si stiano modificando per far fronte ai cambiamenti in atto e quali strategie e trasformazioni stiano impostando le aziende su questo fronte
P
rodurre un oggetto apparentemente semplice come una matita? Per farlo occorrono componenti provenienti da 20 diversi Paesi: basta questa informazione per comprendere complessità, delicatezza e globalità di una catena fatta di movimenti di merci, beni e materie prime da un capo all’altro del pianeta. Un quadro dentro il quale – come accaduto nel
recente passato – il blocco di qualche giorno Fabrizio Dallari del canale di Suez genera conseguenze immediate sui processi produttivi e sulle catene lunghe di approvvigionamento
da fornitori a migliaia di chilometri di distanza dai mercati di sbocco. Ma soprattutto, partire da questo esempio è utile per mettere sotto i riflettori il tema della logistica post Covid-19: lo facciamo con Fabrizio Dallari, professore ordinario di Logistica e Supply Chain Management della LIUC - Università Cattaneo e direttore del Centro sulla Logistica e il Supply Chain Management della LIUC Business School. Professore, qual è lo scenario a cui ci troviamo di fronte dopo la pandemia per quanto riguarda questo comparto? Il Covid-19 ha sicuramente prodotto in tutti noi una maggiore consapevolezza rispetto a quanto sia fondamentale la “logistica” nella nostra quotidianità: tutti ci siamo misurati con gli scaffali vuoti al supermercato, ma anche con la chiusura dei negozi e con la necessità di ricorrere sempre più spesso agli acquisti 19
FOCUS
LOGISTICA
online, che richiedono una logistica completamente diversa. Inoltre, è diventato evidente che la logistica non si esaurisce con la movimentazione di merci e persone, ma ha a che fare con l’organizzazione stessa delle imprese e con le scelte che vengono fatte rispetto alle strategie di produzione, di approvvigionamento e di distribuzione. Soprattutto abbiamo capito che nello scenario attuale sussiste un elevato grado di vulnerabilità dovuto non solo alla pandemia, ma anche ad attacchi terroristici, eventi naturali, conflitti bellici e guerre commerciali, o semplicemente “incidenti di percorso” come quello accaduto nel canale di Suez. Sono tutti eventi avversi che possono provocare ingenti perdite di fatturato, fermi di produzione, ordini persi con ripercussioni molto pesanti per il conto economico delle imprese e i consumatori finali. Di fronte a uno scenario così complesso e pieno di incognite, quali sono le risposte che si possono mettere in campo? La parola chiave anche per la logistica è “resilienza”, ovvero la capacità di sviluppare di continuo non uno, ma una serie di piani B, che permettano di avere soluzioni alternative da mettere in campo al verificarsi di eventi avversi che mutano le condizioni al contorno. Imparare a ragionare per scenari è stata una innovazione che riguarda non solo la logistica, vale a dire l’organizzazione dei flussi di merci e di informazioni, ma tutti i processi aziendali. Ciò significa, ad esempio, avere più fornitori per una stessa materia prima o per un componente, dislocati, però, in regioni differenti, in modo da avere sempre una alternativa pronta in caso di problemi; significa anche lavorare con più scorte a magazzino oppure saper anticipare gli ordini con una migliore capacità previsionale. Come centro di ricerca universitario abbiamo realizzato un apposito vademecum, 20
che contiene un albero delle soluzioni adottabili per aumentare la resilienza, mettendo nero su bianco scenari e soluzioni possibili. Il rischio, in altre parole, va gestito e i suoi effetti, se possibile, mitigati. Possiamo elencare i cambiamenti più evidenti che si sono verificati e in che misura si tratta di cambiamenti definitivi? Un primo cambiamento, evidente, positivo e irreversibile, è quello della digitalizzazione dei processi logistici. I documenti di trasporto cartacei, per evidenti motivi, sono stati velocemente sorpassati da documenti digitalizzati e grandi passi avanti si sono fatti anche per quanto riguarda il tracciamento in tempo reale dei mezzi e dei carichi. Un altro grande cambiamento è quello prodotto in fatto di reti globali: per le imprese che avevano fatto scelte di off-shoring la pandemia ha implicato delle precise conseguenze. In questo caso però l’effetto non è necessariamente quello di rivedere tali scelte, ma sicuramente di mettere in campo strumenti e strategie per evitare alcuni inconvenienti legati proprio agli aspetti logistici connessi all’internazionalizzazione della produzione. Infine, il terzo cambiamento è quello della omnicanalità delle vendite con l’esplosione dell’e-commerce e tutto quello che ne consegue in termini di logistica e consegne all’ultimo miglio: si stima che l’accelerazione prodotta in questo ambito sia stata pari a due anni. Siamo cioè arrivati ad uno scenario che – in condizioni normali e senza pandemia – avremmo raggiunto tra circa 24 mesi. Rispetto a questa esplosione della logistica, come si coniuga il tema della sostenibilità? Si tratta di un tema cruciale che chi si occupa di logistica sta affrontando con soluzioni differenti. Esse riguardano non solo le emissioni dei veicoli o la revisione dei materiali
di imballaggio, ma anche le scelte sul il network distributivo. Sulle grandi distanze una risposta importante può venire dal trasporto marittimo e da quello intermodale gomma-treno. La soluzione intermodale è quella più a portata di mano per le imprese del nostro territorio e, grazie ad una serie di incentivi, può anche rappresentare un risparmio in termini economici. Esiste anche un tema di sostenibilità sociale... Dopo il Covid-19 si sono accentuate alcune tendenze in essere nel settore: scegliere un fornitore per la gestione della logistica significa porre attenzione alle condizioni di lavoro garantite ai suoi dipendenti. La logica del costo minimo del servizio non può prevalere rispetto a una più generale scelta di campo da parte dell’impresa a favore della responsabilità sociale anche verso i propri business partner.
Fabrizio Dallari, docente della LIUC – Università Cattaneo: “Un primo cambiamento, evidente, positivo e irreversibile, è quello della digitalizzazione dei processi logistici. I documenti di trasporto cartacei sono stati velocemente sorpassati da documenti digitalizzati e grandi passi avanti si sono fatti anche per quanto riguarda il tracciamento in tempo reale dei mezzi e dei carichi”
FOCUS
IL RUOLO DI MALPENSA PER LA COMPETITIVITÀ
del territorio Davide Cionfrini
La capacità delle imprese di tutto il Nord Italia di presidiare i mercati esteri e di attrarre capitali stranieri dipende anche dalla crescita dell’hub della brughiera. Investimenti in sostenibilità energetica, nuovi collegamenti (soprattutto ferroviari) per aumentare il bacino di utenza, ampliamento dell’area cargo in grande spolvero, incremento del già ampio ventaglio di compagnie in assenza di un unico vettore di riferimento. Ecco le strategie di sviluppo dell’aeroporto spiegate dall’Ad di Sea, Armando Brunini
Q
ual è il ruolo di Malpensa in uno scenario economico internazionale caratterizzato dalla riorganizzazione delle catene globali del valore? “La nostra mission non cambia ed è quella di connettere una delle aree più dinamiche del Paese e d’Europa, come il Nord Italia, con il resto del mondo. Abbiamo una vocazione intercontinentale che gli scenari globali pre e post pandemici non scalfiscono. Rendere libere le persone nei loro movimenti e competitivo il territorio sono obiettivi che continueremo a inseguire con determinazione”. Armando Brunini, Amministratore Delegato di Sea non vuole, però, giocare questa sfida in solitario,
anche perché nulla può essere dato per scontato: “Non è detto che nei prossimi anni, nella fase di ripresa post-Covid, la geografia del trasporto aereo rimanga la stessa. Questo ci pone di fronte a una partita che dobbiamo giocare insieme al territorio, partendo da un nuovo patto che abbia come base una maggiore sostenibilità delle nostre attività”. Qual è lo schema giusto per vincere il match? Più rotte e meno tempo. Aumentare i collegamenti e ridurre le tempistiche degli spostamenti di persone e merci è il gioco competitivo in cui vogliamo come Malpensa fare la nostra parte per rendere il territorio più attrattivo per gli investimenti esteri. Ristabilire
nuove rotte e attrarre nuove compagnie è il lavoro che dobbiamo portare avanti nei prossimi anni. Come sta impattando la pandemia sulle attività di Malpensa? I problemi del trasporto aereo li conosciamo bene e Malpensa non fa eccezione. Registriamo però anche dati confortanti: Malpensa, ad esempio, nei primi mesi di quest’anno ha perso meno rispetto ai primi 20 aeroporti europei. La pandemia sta sparigliando le carte e come in ogni nuova fase si profilano ovviamente dei rischi, ma si creano anche delle opportunità per acquisire nuove posizioni di mercato. Come sta accadendo all’area cargo? Nel primo trimestre del 2021 il 21
FOCUS
MALPENSA
Armando Brunini
BMB Valve S.r.l. www.bmbvalve.it info@bmbvalve.it
FIRE SAFE Nella pubblicazione precedente abbiamo iniziato un percorso informativo sul mondo delle valvole, raccontando la mission dell’azienda e facendo un focus su manutenzione e collaudo. Continuiamo il racconto di BMB Valve con uno dei migliori test: il Fire Safe Test. Fire safe test, altresì detto “la prova di resistenza al fuoco”, è un tipo di test atto a garantire l’idoneità e la tenuta delle valvole per proteggere la popolazione e l’ambiente in cui verrà installato il prodotto. Lo scopo del test è quello di defi-
nire le prestazioni ed individuare i limiti di accettabilità di una valvola quando viene esposta a condizioni di incendio critiche definite dalle norme di riferimento. Ciò permette di valutare la capacità di tenuta di una valvola in pressione durante l’esposizione e dopo la prova del fuoco. La valutazione è riferita alle perdite interne in corrispondenza delle guarnizioni e alle perdite verso l’ambiente esterno; tale test viene considerato soddisfatto se le perdite interne ed esterne non eccedono dai valori definiti dagli standard di prova. Le prove sono
INFORMAZIONE PUBBLICITARIA
condotte, a seconda delle richieste del cliente, in funzione della norma applicabile di riferimento; le norme API 607, API 6FA ed EN ISO 10497 sono quelle più richieste. Le valvole con certificazione “Fire Safe” sono tipicamente utilizzate negli impianti petrolchimici e negli impianti per lo stoccaggio di gas di petrolio liquefatto. Nella prossima pubblicazione vi introdurremo uno dei nostri test: TEST AD ALTA TEMPERATURA. A cosa serve? Quali sono le norme applicabili più usate?
INCHIESTA
IL FUTURO DELLO SMART WORKING
a Varese Filippo Villani
Con lo scoppio della pandemia il “lavoro agile” è entrato prepotentemente, quasi in maniera forzata e senza tante possibilità di scelta, nell’organizzazione del lavoro delle imprese del territorio. Ma da un’analisi dell’Ufficio Studi Univa emerge un dato non scontato: le aziende che alla fine dell’emergenza continueranno ad adottarlo saranno il doppio di quelle che già lo avevano sperimentato prima del Covid. Anche da qui passa la nuova normalità
L’
emergenza pandemica ha rappresentato il “cigno nero” del secolo, sconvolgendo interi sistemi economici, sociali e culturali. Specialmente il lavoro, è finito sotto i riflettori, vedendo l’emergere di nuove modalità di “smart working”. Un’analisi condotta dall’Ufficio Studi dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese prova a rispondere ai principali quesiti sulle forme che un tale fenomeno ha assunto a livello territoriale. Cosa è successo a Varese? Primo obiettivo dell’Ufficio Studi Univa è stato quello di dare un quadro del rapporto delle imprese con lo “smart working” nelle sue varie declinazioni prima, durante e dopo la pandemia. I dati utilizzati per le elaborazioni sono stati raccolti attraverso l’Indagine campionaria di
24
Confindustria sul lavoro (edizione 2021 - dati 2020) e hanno riguardato 183 imprese del territorio, per un totale di 33.841 dipendenti, di cui la maggior parte afferenti all’industria (82%, contro 6% dei servizi e il 12% di altre attività) e alle micro e piccole imprese (il 56%, contro il 44% delle medie e grandi aziende). I primi risultati a spiccare sono relativi all’impatto della pandemia sull’utilizzo dello “smart working”. Innanzitutto, il suo – prevedibile –
aumento esponenziale nel 2020: prima dello scoppio della pandemia solo una minor parte delle aziende stipulava accordi individuali e/o collettivi a favore del cosiddetto “lavoro agile” (16,4%), mentre con l’arrivo del Covid-19 e i relativi lockdown la maggior parte delle imprese è ricorsa al “lavoro agile di emergenza” (65,6% al massimo utilizzo). Situazione che ha avuto un chiaro riflesso sulla quantità di lavoratori coinvolti, triplicata con la pandemia (da 7,3% a 22,9% nei
DIFFUSIONE DELLO SMART WORKING RISPETTO ALLA PANDEMIA
16.4%
65.6%
31.1%
PRIMA DOPO % DI IMPRESE CHE UTILIZZANO LO SMART WORKING RISPETTO AL TOTALE DELLE IMPRESE INTERVISTATE (FONTE UFFICIO STUDI UNIVA)
DURANTE
momenti di massimo utilizzo). Fin qui, tutto prevedibile. In un certo senso, viste le normative sul distanziamento sociale e i primi blocchi produttivi, l’affermazione improvvisa dello “smart working” è stato un fenomeno forzato, quasi senza scelta. Molto meno scontato è, invece, il consolidamento del fenomeno atteso nel futuro e fotografato dai dati raccolti dall’Ufficio Studi Univa: ben il doppio delle imprese rispetto al pre-pandemia prevede di mantenerlo (31,1% contro 16,4%), avvicinandosi anche al concetto anglosassone di “smart working”. Nei fatti, tra queste imprese che sceglieranno di conservare tale modalità di lavoro, la maggior parte (61,4%) prevede di renderla ancora più strutturata ed estesa, per esempio con la riorganizzazione degli spazi di lavoro e la ridefinizione delle retribuzioni sugli obiettivi. Quali le differenze tra le imprese? Tuttavia, il fenomeno non interessa ugualmente tutte le aziende. Prima della pandemia, la diffusione del “lavoro agile” interessava maggiormente le imprese dei servizi (45,5%) e le grandi imprese (55%). Durante la pandemia, tutte le grandi aziende del campione hanno sperimentato il “lavoro agile di emergenza”, mentre il dato scende alla metà per le piccole imprese e a poco meno (45,2%) per le micro;
Tra le imprese che sceglieranno di portare avanti lo smartworking anche dopo il Covid, la maggior parte (61,4%) prevede di renderlo ancora più strutturato ed esteso inoltre, anche in questo caso i servizi vedono il fenomeno più diffuso (81,8%) rispetto all’industria (61,3%), nella quale, per loro natura, alcune fasi produttive non possono essere effettuate “da remoto”. Nel futuro, le imprese dei servizi (54,5%) e di grandi dimensioni (81,8%) dovrebbero continuare a spiccare con varie forme di “smart working”, ma anche nell’industria più di un’impresa su quattro lo utilizzerà. Per quanto riguarda invece le
funzioni aziendali, prevalgono in tutte e tre le fasi i sistemi informativi e la gestione del personale, perché intrinsecamente “flessibili” a livello operativo e funzionali alla transizione tecnologica-organizzativa necessaria per lo “smart working” stesso. Cosa accadrà nel lungo periodo? Pur con la consapevolezza di essere ancora in un quadro emergenziale, sono già evidenti gli effetti dirompenti della pandemia sulle imprese di Varese. Molte più aziende prevedono di ricorrere allo “smart working”, facendolo diventare sempre più una nuova “filosofia manageriale” a tutto tondo. Il prossimo passo per renderla una prassi diffusa è passare da una regolamentazione di stampo unilaterale da parte dell’Esecutivo all’ascolto delle parti sociali, con la loro capacità di rappresentare le istanze della comunità e favorire una traduzione legislativa organica e consistente nel tempo.
LAVORATORI COINVOLTI NELLO SMART WORKING RISPETTO ALLA PANDEMIA
7.3%
PRIMA
22.9%
% DI LAVORATORI SUL TOTALE NELLE IMPRESE INTERVISTATE (FONTE UFFICIO STUDI UNIVA)
DURANTE
COSA SI INTENDE PER “SMART WORKING”? Ci si può riferire allo “smart working” concepito nel mondo anglosassone: un approccio innovativo all’intera organizzazione del lavoro, flessibile per tempi e luoghi, con retribuzione parametrata sugli obiettivi. O si può intendere il “lavoro agile” normato dal nostro ordinamento agli artt. 18-23, Legge n. 81/2017, che cerca di
implementare giuridicamente lo smart working sopracitato, costituendo nella pratica una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato alternata tra i locali aziendali e l’esterno, stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi ed eventuale utilizzo della tecnologia digitale.
Tuttavia, lo “smart working” diventato noto con la pandemia è il cosiddetto “lavoro agile di emergenza”, normato dal Dpcm 23 febbraio 2020 (in attuazione del Decreto Legge 6/2020) in riferimento alle cosiddette «zone rosse» e poi esteso a tutto il territorio nazionale con il Dpcm del 1° marzo 2020. Il nuovo istituto ha trasposto il “lavoro di ufficio”
nel domicilio dei dipendenti, con l’utilizzo “obbligato” della tecnologia digitale e ricorrendo a orari di lavoro sostanzialmente coincidenti con quelli tradizionali. Una modalità di lavoro emergenziale che corrisponde più a un “remote working forzato” che alla flessibilità per tecnologie, luoghi, tempi e volontà dello smart working vero e proprio.
25
INCHIESTA
NELLA SILICON VALLEY L’IMPRESA
diventa liquida Marco Astuti
Anche nella West Coast degli Stati Uniti è tempo di riflettere su che cosa il ritorno alla normalità lascerà in termini di smart working post pandemia. O forse sarebbe meglio chiamarlo remote working, come preferiscono definirlo gli americani. Si va dalla “flexible week” di Amazon, Microsoft e IBM, al lavoro agile al 100% di Twitter. Con Google che potrebbe puntare su una settimana di quattro giorni in presenza e uno a casa. Ma sullo sfondo si affaccia una nuova realtà, quella delle “liquid companies”
N
egli anni scorsi peregrinando nella Silicon Valley gli imprenditori varesini e lombardi che hanno partecipato alle Tech Mission dell’Unione degli Industriali della Apple Park
26
Provincia di Varese, organizzate per andare alla scoperta delle aree tecnologicamente più avanzate dell’economia mondiale, sono stati affascinati dalla visione delle big high tech company che si susseguivano senza soluzione di
continuità sulla US101, forse la più famosa (ma anche la più trafficata) autostrada del pianeta. Un panorama di edifici così diversi dai nostri, letteralmente immersi fra piante grandiose e rigorosamente con un solo enorme piano terra circondato
da un parcheggio sconfinato. Dentro, accanto ai laboratori e agli uffici, tutto quello che poteva rendere piacevole la vita, ad esempio un bar ogni 50 metri assolutamente gratuito e le mense, veri e propri ristoranti di livello pronti a servire menù internazionali ad ogni ora del giorno e della notte. Inevitabile per molti dipendenti americani restare al lavoro fino a sera, coinvolti convintamente nei “destini” della propria azienda. Guardando bene però questi edifici erano alquanto precari e decisamente brutti; sembrava che bastasse un po’ di vento a farli volar via. Ed ecco che negli ultimi anni molte importanti aziende hanno fatto grossi investimenti ingaggiando i migliori architetti a livello mondiale per realizzare strutture molto più piacevoli, spesso avveniristiche, in grado di dare un senso di solidità, nel contempo aggiungendo ulteriori servizi per i dipendenti. Basti pensare a GooglePlex, ad Apple Park e al nuovo campus di Facebook a Menlo Park: tutti progettati dal famoso Frank Gehry. A un certo punto però anche questo incantesimo si è rotto: ricercatori e impiegati hanno smesso di voler stare nella Valle; non si sono più sentiti, come in passato, “pionieri delle alte tecnologie” al cui sviluppo dedicare tutto sé stessi. È subentrata l’ambizione per una qualità della vita diversa, magari a San Francisco. Le aziende sono subito corse ai ripari e, senza batter ciglio, hanno aperto bellissime strutture in città: un esempio per tutte, la fantastica SalesForce Tower, uno dei più alti grattacieli al mondo. Google, Twitter, Facebook, Uber hanno così rinnovato il tessuto urbano, in termini sia di sicurezza, sia di vivibilità. Poi con la pandemia il processo si è arrestato e si è cominciato a lavorare da casa. Tutti in remote working (negli Usa il termine smart working non piace). Ora, però, con il lento ritorno alla normalità, anche negli States, è il tempo di fare un bilancio e capire
cosa rimarrà del lavoro a distanza. Con questo articolo Varesefocus prova a scattare una fotografia con l’aiuto di Maurizio Gianola, manager e imprenditore varesino con una straordinaria lunghissima esperienza di lavoro nella Silicon Valley e tra i protagonisti della TechMission di Univa di gennaio di quest’anno, inevitabilmente svoltasi in maniera virtuale viste le limitazioni nei viaggi. Il dibattito è aperto soprattutto su un punto: rientrare nel posto di lavoro o continuare in remoto? Come previsto, nelle aziende della Bay Area la tendenza è verso una modalità ibrida, la cosiddetta flexible work week, ovvero 3 giorni in ufficio, normalmente martedì, mercoledì e giovedì, rigorosamente con tutti presenti, e due a casa. Ma non ovunque, come è il caso delle aziende di servizi finanziari dove tutti devono invece rientrare in sede. La maggioranza delle imprese di high tech prevedeva l’avvio della flexible week da fine settembre (Amazon, Microsoft, IBM). Apple ha deciso qualcosa di simile ma si è dovuta confrontare con una forte rivolta interna perché i team richiedono di lasciare a loro le scelte su come organizzare il flexible work. SalesForce lo farà da fine anno, mentre Twitter ha detto che i dipendenti continueranno a lavorare da casa per sempre; come evidentemente farà anche Slack. Tempistiche, comunque, da rivedere a causa dell’andamento della pandemia nel mese di agosto, che farà slittare l’avvio delle flexible week. Pochi problemi, invece, per Oracle e HP che, quando, prima del Covid, hanno trasferito i loro headquarter ad Austin, già non avevano richiesto il trasferimento di tutti i dipendenti dando la possibilità di restare a lavorare nelle loro case a migliaia di chilometri di distanza. Un vero “caso di scuola” è Google che pure prevede il rientro a fine settembre, ma in modo molto scaglionato, con la consegna che
Il fenomeno delle liquid companies: aziende che, invece di avere una sede con l’headquarter e vari distaccamenti periferici, sono completamente distribuite nelle case dei dipendenti. Hanno un indirizzo con la sede sociale, magari presso un avvocato, e tutti lavorano in remoto in ufficio si fa tutto il lavoro di interazione, attività sociali, meeting; ma non sedersi a lavorare alla propria scrivania. Con una novità: Google sta facendo un gigantesco investimento in nuovi uffici e data center molto prestigiosi non solo in Silicon Valley, ma in tutti gli Usa facendo intravedere a lungo termine (per costruire e rendere operativi questi campus ci vogliono almeno 5 anni) il ritorno totale in ufficio. Tenendo presente che già prima del Covid la maggioranza del personale Google lavorava a casa un giorno alla settimana, si può prevedere che a regime si affermerà un flexible work 4/1, rafforzando ulteriormente il modello immersive live experience, con ulteriori bar e mense stellate, e poi ancora: nuovi campi per ogni tipo di sport, teatri, lavanderie, asili nido. Poiché l’esempio di Google verrà seguito da molti, si intravede un ulteriore cambio di paradigma nel processo di ridefinizione del posto di lavoro che sembra tornare a privilegiare grandi e innovative sedi fuori dalle città. Anche perché in questi mesi tantissimi hanno abbandonato i piccoli, scomodi e costosi appartamenti in San Francisco per trasferirsi in casette singole con 27
INCHIESTA
SMART WORKING
Google Corporate Headquarters
giardino nella Valle, senza problemi di traffico e di parcheggio, oppure anche molto più lontano. La stessa cosa è avvenuta a New York, a Seattle e in altre metropoli americane. Ma la cosa più interessante che si nota oggi è il fenomeno, per ora limitato alle piccole aziende (piccole con occhi americani, ma medie realtà per gli standard italiani) delle cosiddette liquid companies. Queste invece di avere una sede con l’headquarter e altri distaccamenti periferici, sono completamente distribuite nelle case dei dipendenti. Hanno un indirizzo con la sede sociale, magari presso un avvocato, e tutti lavorano in remoto utilizzando esclusivamente strumenti come Zoom e Slack. L’azienda si struttura in modo assolutamente diverso: se necessita un particolare talento i processi aziendali remoti permettono di ricercarlo e ingaggiarlo ovunque e con molti vantaggi: riduzione dei costi di infrastrutture, aumento della base dei talenti su cui si può far conto, 28
grande flessibilità nel lavoro. Dall’altra parte ci sono anche nelle liquid companies problemi di psicologia del lavoro e coinvolgimento a cui si fa fronte con iniziative di condivisione come i company meeting trimestrali nei quali tutte le persone convergono in un luogo, che può essere ovunque, mediamente per una settimana. Qui si conoscono, lavorano insieme, hanno momenti di socializzazione, acquistano fiducia reciproca e poi rientrano a casa loro. Almeno un meeting all’anno è per tutta l’azienda, gli altri possono essere anche per gruppo di lavoro. Essenziali però in questo schema sono la definizione di processi aziendali molto precisi e assolutamente vincolanti, e la presenza di tutor o mentor a disposizione dei nuovi assunti per facilitare il processo di onboarding. È poi molto importante che la condivisione dell’informazione sia estremamente precisa e ad ogni livello aziendale. È prematuro dire se questo è il futuro della Valle ma, mentre per le
aziende più grandi il modello ibrido sta diventando la norma, le aziende piccole soprattutto del settore high tech guardano con molto interesse a questo approccio che peraltro non è nuovissimo. Significativo anche che due fra i pionieri di questa tendenza siano italiani: Marco Zappacosta, cofondatore di Thumbtack e Diego Ventura, Ceo di noHold. Qualcosa di analogo sta avvenendo anche in UK come ben descrive un recente articolo del Guardian di fine giugno, dal quale è emerso come il problema della creatività in remoto rimanga comunque una questione aperta. In conclusione, proprio una intelligente sintesi fra digital transformation, remote working e nuove tecnologie per la comunicazione e l’interazione sarà la combinazione vincente in Silicon Valley così come in altre parti del mondo; purché non venga colta solo come una questione tecnologica ma in una più profonda accezione, cioè di rinnovamento della filosofia aziendale.
ARCHITETTI DEL VERDE LANDSCAPING Archiverde, realtà significativa a livello nazionale nell’ambito della progettazione e della realizzazione degli spazi verdi.
Ogni paesaggio ha la sua storia: quella che leggiamo, quella che sogniamo e quella che creiamo.
Sopralluoghi in Italia isole comprese e Svizzera. Per residenze private, contesti aziendali o ricettivi.
“George Michael Sinclair Kennedy”
archiverde.it
Indirizzo: Via Giambello 13 Jerago con Orago (VA) Telefono 0331 21 31 08 E-mail: info@archiverde.it
ECONOMIA
LA STORIA DELLA GRAFICA
siamo noi Alessia Lazzarin
Dalla tipografia, passando per la litografia e la cartotecnica, per arrivare alla stampa digitale. Sono state queste le tappe principali che hanno segnato la storia della stampa. Una storia che da ben 220 anni vede come protagonista la Lazzati Industria Grafica di Casorate Sempione, tra le realtà più longeve, innovative e dinamiche del settore. Un’impresa moderna che è anche scrigno di un patrimonio industriale nato a Gallarate nel 1802, prima dell’Unità d’Italia
R
adici solide, spirito giovane e ali per volare. È questa la filosofia d’impresa della Lazzati Industria Grafica di Casorate Sempione che quest’anno festeggia 220 anni di attività industriale. Oltre due secoli di storia che rendono l’azienda varesina, ad oggi, una delle realtà più longeve, ma al tempo stesso dinamiche e innovative, nel panorama dell’industria grafica italiana. Nata nel lontano 1802, a Gallarate, e dopo una tradizione storica passata dalle mani di più proprietari, oggi l’azienda è guidata dalla famiglia Salmini, arrivata alla terza generazione. Nonostante il trascorrere dei secoli e i numerosi passaggi di testimone, però,
30
Lazzati ha mantenuto il suo nome originario. “La storia dell’impresa è legata a quella della stampa - spiega Roberto Salmini, amministratore
delegato alla guida della Lazzati Industria Grafica insieme alla sorella Laura -. Tipografia, litografia e stampa digitale sono state le tre grandi epoche in cui la nostra azienda si è fatta strada e si è sviluppata”. Nata, appunto, come stamperia, nel corso del tempo l’azienda varesina è cresciuta secondo l’evoluzione della comunicazione grafica. Fino agli anni Sessanta, infatti, si occupa dell’attività tipografica. È qui che si stampano i manuali tecnici di volo di molte realtà aerospaziali del territorio. Cataloghi, libri d’arte e qualsiasi altro supporto su carta. È un decennio più tardi che inizia il vero cambiamento. La Lazzati passa alla litografia e alla stampa offset e UV. Nel frattempo, si evolvono i macchinari, si velocizzano i tempi di composizione degli stampati e dei testi e si investe non solo nella struttura, ma anche e soprattutto nelle persone. È negli
Laura e Roberto Salmini
anni Ottanta che avviene un cambio radicale di mentalità: dall’attività artigianale si passa ad una attività industriale. “Partecipiamo a tutte le fasi del progetto di stampa – spiegano i fratelli Salmini -. Le nostre competenze abbracciano diversi settori”. La grafica, la prototipazione, le nobilitazioni di stampa sono alcuni esempi. “Nella nostra lunga storia abbiamo assistito a importanti cambiamenti tecnologici, sempre gestiti in maniera proattiva, senza mai farci sopraffare - racconta Laura Salmini -. Acquisizioni strategiche e continui investimenti nei macchinari più evoluti per la stampa e il confezionamento si affiancano però al costante ampliamento del nostro team, in ogni settore operativo”. Grafici, progettisti, stampatori e cartotecnici sono alcune delle competenze che si trovano in Lazzati, “perché siamo profondamente
convinti che siano le persone a dare valore aggiunto a un’azienda”. Portare l’attività di prestampa all’interno del ciclo produttivo aziendale: questa una delle più importanti operazioni che ha visto l’impresa introdurre negli ultimi decenni all’interno del proprio know-how anche la fase grafica “preparatoria”, ovvero quella di progettazione e di design. “Questo ci permette di offrire ai clienti un servizio più efficace e completo” spiegano i fratelli Salmini. Gli anni Duemila sono quelli delle nuove tecnologie e degli ingrandimenti che si traducono in spazi più grandi e in macchinari all’avanguardia. Nell’ultimo decennio, invece, oltre ad aver affermato le competenze acquisite nell’ambito dell’industria 4.0, Lazzati ha compiuto due acquisizioni aziendali e creato il recente reparto cartotecnico. Un
balzo in avanti in termini di qualità e opportunità: l’impresa inizia a produrre accessori più articolati e ricercati anche per il brand di lusso Rayban, senza dimenticare alcuni di quelli storici come Luxottica, L’Erbolario e McDonald’s. Saper essere storici, custodendo il patrimonio industriale, e moderni al tempo stesso vuol dire, secondo Lazzati, “essere giovani antichi. Alla passione per la stampa e la tecnologia uniamo il pallino per l’innovazione e la cura del servizio”. L’industria grafica varesina, oggi, ha l’ambizione di diventare BCorp, ovvero una società che rispetta il codice etico di sostenibilità, tutela l’ambiente e dà importanza al sociale. Un impianto fotovoltaico, veicoli elettrici e carte certificate FSC per un uso responsabile delle foreste e delle piantagioni e inchiostri vegetali fanno di Lazzati un’impresa “verde dentro” come spiegano Laura e Roberto Salmini: “La sostenibilità per noi non è il trend del momento ma un impegno appassionato e profondo che ha radici nella passione per la montagna e la natura. Da anni investiamo in tecnologie e soluzioni che riducono sensibilmente l’impatto ambientale delle nostre attività”. Sapere, curiosità, ambizione. La voglia di non fermarsi mai e guardare sempre oltre. Competenze e conoscenze. Essere moderni. Preservare l’autenticità storica e industriale di cui sono i custodi da diverse generazioni. È questo il Dna che fa di Lazzati un “tipografo evoluto”. Dal nonno di Laura e Roberto, che nel 1910 è entrato a far parte dell’impresa, al papà Antonio, di strada ne è stata fatta molta. Raggiungere importanti traguardi personali e anche economici, costruendo un legame solido con il territorio. Avere, poi, il desiderio di raddoppiare la cifra dei 220 anni non è certo un obiettivo che non tutti sono in grado di porsi. Lazzati, sulla base del proprio passato e del proprio presente, può. 31
Guida. Esplora. Vivi. Nuova Macan. Il modo migliore di conquistare la città è lasciarsi conquistare. Percorrere ogni strada verso la prossima meta. Viverla al massimo. E il modo migliore per fare tutto questo è a bordo della nuova Macan. Scopri di più al Centro Porsche Varese. Consumo combinato (varianti modello): 11,7 - 11,1 l/100 km. Emissioni CO₂ combinate: 265 - 251 g/km
Centro Porsche Varese Delcar S.p.A. Via Sanvito Silvestro 81, Varese Tel. 0332 825911 www.varese.porsche.it
VITA ASSOCIATIVA
Un secolo
D’IMPRESA Alessia Lazzarin
Hanno lo stesso anno di fondazione: 1921. Cartiera Lombarda Spa di Fagnano Olona, Dama Spa di Varese e Rettificatrici Ghiringhelli Spa di Luino: questi i nomi delle aziende associate all’Unione degli Industriali della Provincia di Varese che quest’anno celebrano 100 anni di attività produttiva. Ecco la loro storia
D
urante un viaggio nel Maine, intorno ai primi anni ‘70 del Novecento, Paolo Dini, il figlio maggiore di Gian Ludovico, si trova per caso in un piccolo cortile di un velaio. Il suo sguardo cade su una vecchia vela da lavoro utilizzata sui clipper di fine diciottesimo secolo. “Paul&Shark” è la scritta che gli appare davanti. Sono passati cinquant’anni da quel ricordo
Maglificio Dama 34
che tutt’oggi appare vivo più che mai tra le mura della Dama Spa di Varese. Ma andiamo con ordine e seguiamo il tempo. Partiamo dal 1921. È da poco finita la Prima Guerra Mondiale. L’Italia seppur vincitrice si ritrova mutilata. Aumenta la disoccupazione, dilaga la crisi economica per gli sforzi bellici. Gli operai si agitano nelle fabbriche. C’è un gran caos nel Paese e non sembrano esserci prospettive rosee nell’immediato futuro. Nel
cuore della provincia di Varese, però, nascono tre imprese controcorrente, ancora oggi attive e protagoniste dell’economia locale: la prima sorge a Masnago, è il Maglificio Dacò, a cui più avanti, il 4 maggio 1957, Gian Ludovico Dini dona nuova vita rinominandolo Dama, ragione sociale indissolubilmente legata, dagli anni ’70, al marchio “Paul & Shark”, famoso in tutto il mondo; la seconda viene costituita a Busto
Cartiera Lombarda
Arsizio, da Angelo Ferrario, che apre un deposito di cartonaggi specializzato nel commercio di cartoni e nella fabbricazione di assicelle di cartone per tessuti: è la Cartiera Lombarda Spa, che oggi ha sede a Fagnano Olona; la terza è quella di Giuseppe Ghiringhelli che insieme all’amico Mario Pisoni, fonda un’officina meccanica dedita alle lavorazioni conto terzi, in particolare di fusi e spine coniche per l’industria tessile allora molto attiva nel luinese. Parliamo della Rettificatrici Ghiringhelli Spa. Sono tre storie di coraggio e di persone, oggi patrimonio del tessuto imprenditoriale di Varese ma anche simbolo del saper fare impresa a livello mondiale. Realtà che hanno raggiunto un traguardo importante: il secolo di vita, che verrà celebrato con la consegna di un premio, alla storia e al presente, da parte dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. Serve anche a questo una premiazione, a ripercorrere le tappe di un’epopea. Anzi, di tre epopee. Si parte da Masnago, quartiere di Varese. Qui si trova la Dama Spa, un’azienda tessile produttrice di capi di abbigliamento in maglia. È una storia italiana, anche se per alcuni curiosi aspetti può essere considerata internazionale. I primi momenti di questa avventura sono quelli tipici di tante case di abbigliamento nate in Lombardia, all’ombra dei
grandi cotonifici della Valle Olona. Una forte crescita nel dopoguerra, il successo del boom economico a fare da sfondo e, agli inizi degli anni Settanta la scelta di creare un marchio di abbigliamento sportivo nautico: Paul&Shark, il cui simbolo è uno squalo. “Risale alla metà degli anni ‘70 la decisione di Paul&Shark di iniziare ad operare nel settore della moda sportiva con una collezione ispirata all’universo dello yachting, allo spirito d’avventura e all’eleganza” racconta Andrea Dini, amministratore unico di Dama. Collezioni distribuite in 73 Paesi del pianeta, in 458 città e in più di 2.000 punti vendita. Questi i numeri che fanno di Paul & Shark un’impresa varesina cresciuta in tutto il mondo. “Per noi aver raggiunto quota 100 è un enorme onore. Siamo grati a tutte le persone che lavorando con serietà in questi anni hanno permesso all’azienda di resistere così a lungo” afferma Dini. “Abbiamo condiviso momenti felici e altri più difficili. Ma il legame che si è costruito è profondo e molto dipende anche dal fatto che l’azienda è sempre stata a Masnago”. Passano gli anni. Si investe e ci si ingrandisce. Tanti cambiamenti. Ma quello che resta sono i valori. “Quello che cambia è come vengono declinati e reinterpretati nello svolgere del tempo come se fossimo una start up appena nata”. Da Masnago si passa a Fagnano
Olona. Le origini della Cartiera Lombarda sono legate alla famiglia Ferrario e prendono le mosse nel settore del cartoncino. “L’attività si inserisce, oltre che nel comparto degli scatolifici e delle cartotecniche, anche in quello degli imballi dei tessuti data la vocazione industriale del territorio”, si legge nel sito Internet dell’azienda. È nel 1955 che viene istituita l’attuale Cartiera Lombarda che, all’attività di commercializzazione, affianca quella produttiva di cartoncini patinati. “Attento all’evoluzione del mercato, agli inizi degli anni ‘90, l’allora Presidente Bruno Ferrario opera la conversione in centro di taglio per cartoncini di alta qualità”. È un’azienda a conduzione familiare, attualmente presente nel Nord e nel Centro Italia, con un’esperienza secolare. Lo sguardo, oggi, è rivolto al futuro: “L’obiettivo che la nostra azienda persegue come centro di taglio è la qualità della trasformazione e la vendita di cartoncino da stampa, perseguendo sempre l’innovazione tecnologica, nel pieno rispetto dell’ambiente. La nostra attenzione è rivolta ad una produzione innovativa, ma attenta alle esigenze del territorio, per incentivare lo sviluppo ed il benessere comune nel pieno rispetto dei lavoratori, dei cittadini, delle norme vigenti e dell’ambiente”. Dall’industria cartaria si passa a quella meccanica. Da Fagnano 35
VITA ASSOCIATIVA
UN SECOLO D’IMPRESA
Rettificatrici Ghiringhelli
Olona si salta a Luino, vicino al confine con la Svizzera, dove si trova la Rettificatrici Ghiringhelli Spa, impresa familiare sin dalle sue origini. Dopo la costruzione dell’officina meccanica nel 1921, l’azienda ha la necessità produttiva di installare macchine utensili più precise. È così che Giuseppe Ghiringhelli di rientro da un viaggio in Germania ha un’idea: progettare la prima rettificatrice senza centri (macchina utensile adoperata per effettuare lavorazioni di finitura ed estrema precisione su pezzi metallici). Da allora sono un migliaio le rettifiche installate con successo in tutto il
mondo. La forte vocazione all’export è una costante fin dal 1948 e rappresenta oggi l’80% del fatturato. Automotive, elettrodomestici, aerospace, utensili, energia eolica e mobilità elettrica sono i campi di applicazione dei prodotti dell’impresa. “La storia della nostra azienda è fortemente legata a quella della nostra famiglia”, racconta Patrizia Ghiringhelli, terza generazione insieme alla sorella Silvia. Raggiungere 100 anni di attività significa avere compiuto un’impresa: è questa la consapevolezza maturata negli anni dalla Rettificatrici Ghiringhelli Spa. “Siamo rimasti per scelta una piccola-
media impresa che ha saputo dare un contributo al settore mondiale delle macchine utensili”. È una storia di impegno, responsabilità e al tempo stesso orgoglio e gratificazione. “Quello che contraddistingue la nostra attività è il legame identificativo che si è costruito negli anni con il territorio e con le persone che lavorano in e per l’azienda”. Storicità e modernità sono una costante per la Ghiringhelli di Luino. “Un perfetto equilibrio tra esperienza e innovazione che ci ha permesso di conquistare posizioni di leadership in tutti i mercati di riferimento”.
TUTTE LE IMPRESE PREMIATE DA UNIVA I 100 anni di vita, ma non solo. Oltre alle tre imprese centenarie a fine settembre verranno premiate anche altre aziende del territorio, quelle che nel corso del 2021 taglieranno il nastro dei 30, 40 e 50 anni di iscrizione e vita associativa all’interno dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. Cave Del Ticino Srl di Lonate Pozzolo; Elettromeccanica Cattaneo Srl
36
di Busto Arsizio; Ferbox Srl di Legnano; Fonderie Officine Meccaniche S. Agostino Spa di Legnano; Hexion Italia Srl di Solbiate Olona; I.T.A. Srl Industria Tessile Abbigliamento E Arredamento di Inveruno; Istituto Clinico Mater Domini Casa Di Cura Privata Spa di Castellanza; Lodetex Spa di Busto Arsizio; Mottin Srl di Cassano Magnago; Officina Meccanica O.M.R. Srl di Oleggio; Primula Sas Arredamenti Metallici di Legnano; Rentex Sas Di Moroni
Giacomo & C di Solbiate Olona; S.I.R. Srl Societa’ Italiana Resistor di Castellanza; Saporiti Srl di Solbiate Olona; Simec Group Srl di Olgiate Olona. Essebi Srl di Solbiate Olona; Foroni Spa di Gorla Minore; Parasacchi Srl di Oggiona con S.Stefano; Repi Srl di Lonate Ceppino; Ritorcitura Bardelli Gianfranco Srl di Samarate; Tecnimed Srl di Vedano Olona; Tistamp Srl di
Busto Arsizio; V.T.E. Srl di Varese; Veropiz Srl di Arsago Seprio. Cesare Cerana Industriale Srl di Busto Arsizio; Fadis Spa di Solbiate Arno; Ilfas Srl di Busto Arsizio; Impresa Di Pulizia Luigi Pellegrini Srl di Varese; L.M.P. Fluorcarbon Srl di Taino; Norden Sas Di Bandini Maria di Osmate; Officina Meccanica Fratelli Bertolotti Srl di Solbiate Arno; Rettificatrici Ghiringhelli Spa di Luino.
FORMAZIONE
A SCUOLA
di lavoro Maria Postiglione
Tessile e moda, meccatronica, aeronautica. Ma anche chimica, information technology, logistica ed efficienza energetica. Tra conferme e novità, ecco l’offerta formativa post-diploma degli Its e Ifts sul territorio. Corsi che garantiscono un’occupazione all’85% dei ragazzi e delle ragazze che li frequentano, anche grazie alla stretta sinergia con il mondo delle imprese
L’
offerta formativa degli ITS, Istituti Tecnici Superiori, nella provincia di Varese diventa sempre più completa, solida e innovativa. Dal tessile alla meccatronica; dall’information technology alla logistica; passando per l’aeronautica, la chimica e l’efficienza energetica: ad ogni settore viene garantito un importante incubatore di eccellenza. Al centro di questi percorsi post diploma di formazione avanzata e professionale, della durata di 4-6 semestri e fortemente caratterizzati dal coinvolgimento del mondo produttivo sia nella docenza, sia nella parte di tirocinio obbligatorio, c’è lo studente che rappresenta il fulcro di un percorso formativo. Dalle ultime rilevazioni di placement, l’85% degli allievi diplomati trovano una occupazione coerente in tempi brevissimi.
38
Un ventaglio ampio quello dei corsi ITS che si amplia con i corsi IFTS (corsi post diploma della durata di un anno) in partenza nel prossimo autunno. A ottobre partiranno i corsi organizzati dall’ ITS Lombardo Mobilità sostenibile che presidia l’area tecnologica della mobilità sostenibile attraverso l’erogazione di percorsi basati sulla gestione logistica, progettazione e costruzione dei mezzi di trasporto, manutenzione dei velivoli e dei sistemi di automazione per l’industria 4.0. L’ITS Lombardo Mobilità sostenibile è a Case Nuove di Somma Lombardo, una sede sostenibile e collocata strategicamente tra il Terminal 1 e il Terminal 2 dell’aeroporto di Malpensa, dove operano alcune tra le compagnie aree e logistiche più importanti. Compagnie che collaborano attivamente in diversi modi: nella
progettazione dei corsi, mettendo a disposizione il personale aziendale per ore di docenza tecnica specialistica e, soprattutto, accogliendo gli studenti in tirocinio formativo. Per chi si sente più attratto dal settore dell’informazione e della comunicazione, il consiglio è quello di guardare all’offerta formativa dell’ITS Incom di Busto Arsizio.
In ambito moda prenderà il via a novembre il corso IFTS sulla sostenibilità del tessile e i nuovi materiali. La sede sarà il Centro Tessile Cotoniero – Centrocot di Busto Arsizio. Approvato da Regione Lombardia, il nuovo corso rappresenta un’opportunità ad accesso gratuito per giovani disoccupati ad una formazione proiettata verso il lavoro Cinque corsi ITS e due corsi IFTS, erogano una formazione tecnica professionale negli ambiti del Cloud Developer, Data Science, Full Stack Developer e ancora sul networking: sicurezza e progettazione reti e sui sistemi IoT per i servizi e le Smart Industries. Gli allievi dell’ITS Incom avranno la possibilità di fare esperienza diretta nelle aziende del territorio e anche all’estero. Imprese che, anche in questo caso, collaborano alla realizzazione dei corsi e interessate all’inserimento dei diplomati. Ci sono poi contesti e settori apparentemente più tradizionali,
come quello del tessile, che hanno la capacità di coniugare perfettamente tradizione e innovazione. È il caso dell’offerta formativa dell’ITS Cosmo che nelle sedi lombarde di Milano, Busto Arsizio e Como crea – nell’arco di un biennio di specializzazione all’avanguardia – esperti nel coordinamento dei processi di progettazione, comunicazione, marketing e retail del prodotto calzatura, moda, oreficeria. Una scelta innovativa e metropolitana per i giovani che vogliono confrontarsi dinamicamente con i nuovi trend del ‘fashion system’, svolgendo una funzione di collegamento tra l’azienda e il consumatore, in continuo e stimolante equilibrio fra logica organizzativa e creatività. Al termine del percorso lo studente oltre ad aver trascorso 2mila ore di formazione specialistica sui temi moda, tessuti, calzatura ed oreficeria si vedrà riconosciuto il 5° livello EQF della qualifica (Nel quadro europeo delle
qualifiche i risultati di apprendimento sono definiti da un indice, compreso tra 1 ed 8, che si propone di identificare in modo veloce ed univoco il livello di approfondimento raggiunto in un certo ambito). E sempre in ambito tessile prenderà il via a novembre il corso IFTS sulla sostenibilità del tessile e i nuovi materiali. La sede sarà il Centro Tessile Cotoniero–Centrocot di Busto Arsizio. Approvato da Regione Lombardia, il nuovo corso di alta formazione tecnica per il settore tessile, moda, pelle e nuovi materiali rappresenta un’opportunità ad accesso gratuito per giovani disoccupati ad una formazione proiettata verso il lavoro. Con un volo pindarico ci spostiamo in ambito cantieristico con i corsi della Fondazione Red fruibili in provincia di Varese. Construction manager ed energy manager 4.0, sono due corsi che permettono agli studenti di diventare dei ‘supertecnici’
nel campo della sostenibilità edilizia, dell’efficienza degli impianti grazie alle lezioni che spaziano dalla progettazione alla costruzione, dalla qualità all’analisi dell’impatto ambientale. Schiacciando infine l’occhiolino alle province più vicine la fondazione ITS Nuove Tecnologie della Vita - unico Istituto Tecnico Superiore in ambito chimico in Italia - organizza a Lainate il corso in transizione ecologica, con l’obiettivo di formare un tecnico in grado di intervenire nei processi economia circolare che, come previsto dal Piano d’azione Europeo, verranno applicati nelle aziende nei prossimi anni. Infine, la fondazione ITS Lombardia Meccatronica eroga – in diverse provincie lombarde – corsi annuali e biennali nei diversi ambiti della meccatronica, rivolti a giovani diplomati che vogliono qualificare ulteriormente le proprie competenze.
39
Superbonus 110% Con le agevolazioni del Decreto Rilancio potrai detrarre, a determinate condizioni, fino al 110% delle spese di efficientamento energetico e antisismico. Per saperne di più e conoscere anche le date degli eventi e dei corsi dedicati al tema del Superbonus visita il sito unicredit.it
unicredit.it/superbonus
Messaggio pubblicitario
Al fianco di privati, condomini e imprese. Al 110%.
UNICREDIT PER L’ITALIA
UNIVERSITÀ
A CHE PUNTO È LA
sostenibilità? Alessia Lazzarin
Attuare strategie innovative sostenibili migliora le performance aziendali con vantaggi di breve, e se costanti nel tempo, medio e lungo periodo. La circolarità non solo permette di ridurre l’impatto ambientale, ma crea benefici anche negli ambienti di lavoro e rende le imprese più competitive. Le aziende che mettono al centro delle politiche sostenibili il capitale umano, infatti, riscontrano maggior efficienza e produttività da parte dei dipendenti. A dimostrare questa tesi è lo studio empirico svolto dalla LIUC–Università Cattaneo sulla circolarità delle attività manifatturiere italiane. Intervista alla ricercatrice Giovanna Afeltra
U
na crescente attenzione alle problematiche ambientali. Una maggiore predisposizione alle innovazioni sostenibili. Nuove performance organizzative aziendali. Più competitività e valorizzazione del capitale umano. Essere sostenibili conviene. Non è uno slogan, ma il risultato dell’indagine svolta dalla LIUC–Università Cattaneo in collaborazione con l’Università di Bologna e Tno-Strategic Analysis and
Policy. “Sustainable Innovation and Organizational Performance: beyond anecdotal evidence” è il titolo dello studio portato avanti dai ricercatori dell’ateneo per conoscere gli effetti benefici delle innovazioni sostenibili che rendono sempre più competitive le aziende. Più di 370 le realtà aziendali sondate, l’81% delle quali rappresentate da piccole e medie imprese. A spiegare come si è svolta l’indagine, con quali obiettivi prefissati, risultati raggiunti e opportunità è Giovanna Afeltra ricercatrice della LIUC.
Secondo quali criteri LIUC ha svolto l’indagine? L’indagine è stata svolta in maniera scientifica, basando le domande su quanto emerso dalla letteratura sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica. In particolare, la LIUC ha svolto uno studio empirico nel contesto italiano per mettere in luce gli effetti della sostenibilità sulle performance organizzative delle aziende manifatturiere. Quali gli obiettivi prefissati e i risultati raggiunti? L’obiettivo principale dell’indagine è stato quello di dimostrare che: essere sostenibili conviene. Le domande che il gruppo di ricerca ha posto agli interlocutori, per lo più Ceo, riguardano le azioni concrete che le aziende attuano per rispettare e tutelare l’ambiente. Un altro aspetto che si è rivelato essere fondamentale e cruciale, poi, è quello legato alla sostenibilità negli ambienti di lavoro. In generale, i risultati ottenuti dall’analisi statistica dei dati raccolti, hanno dimostrato che l’adozione di pratiche e innovazioni sostenibili da Giovanna Afeltra parte delle imprese italiane del settore manifatturiero, costituisce un
UNIVERSITÀ
SOSTENIBILITÀ
importante driver con effetti benefici sulla performance aziendale, che consegue così un vantaggio competitivo di medio-lungo periodo. Ricercatrice Afeltra, perché ad una impresa conviene essere sostenibile? Le imprese che si distinguono per essere attente all’ambiente, attraverso la riduzione degli sprechi, il risparmio energetico, la riduzione dell’emissione di sostanze inquinanti e rifiuti tossici, così come quelle che hanno migliorato i loro prodotti per soddisfare criteri o direttive ambientali, risultano essere più attrattive agli occhi dei consumatori. Questi ultimi, infatti, sono sempre più consapevoli del cambiamento climatico e dell’importanza di difendere l’ecosistema e sembrano premiare quelle aziende che si impegnano in questa direzione. Pertanto, queste scelte virtuose da parte delle manifatture italiane hanno un impatto positivo sulla reputazione delle stesse. Mettere al centro dell’impresa le risorse umane: questo un altro vantaggio
42
nell’ambito della sostenibilità sociale. Questi risultati possono avere importanti risvolti pratici se gli imprenditori valorizzano il capitale umano e migliorano i processi di produzione. Attraverso meccanismi di incentivazione e training continui, per esempio, è possibile ridurre l’assenteismo e migliorare la produttività dei dipendenti. Infine, in un’azienda attenta alla salvaguardia dell’ecosistema, il personale è più coinvolto nel raggiungimento degli obiettivi aziendali. Quali sono i punti di forza e quelli di debolezza della transizione verso una maggiore sostenibilità? L’aumento della spesa per l’innovazione dei processi produttivi volti a migliorare l’impatto ambientale e sociale, così come la commercializzazione di nuovi prodotti “green”, sembra influenzare positivamente le relazioni e la gestione di tutti gli stakeholder. Nel complesso, un’attenzione diffusa al benessere dei dipendenti, alle esigenze dei clienti, all’ambiente e ai processi
produttivi innovativi, sono considerati interventi rilevanti per migliorare la performance organizzativa e attrarre e fidelizzare i consumatori. Tuttavia, il livello di spesa può variare tra le aziende in base al loro accesso al credito e all’ammontare degli investimenti relativi alle innovazioni sostenibili che possono rappresentare degli ostacoli alla loro adozione e implementazione. Quali sono i maggiori ostacoli che le imprese si trovano di fronte? Alcuni dei riscontri più negativi da parte delle imprese riguardano spesso il fatto che la normativa in materia ambientale non è coerente con l’attività aziendale a cui si riferisce. È spesso confusa e contradditoria. Questo genera sfiducia, alimentando la percezione di alcune imprese che un adeguamento in questi termini comporti un dispendio eccessivo di tempo e risorse economiche. Questo potrebbe in parte spiegare perché molte aziende stanno facendo più fatica di altre sul cammino verso la sostenibilità.
Studio Tributario e Societario
SMALTIRE DOCUMENTI ÈNuovi UN PROBLEMA? oneri documentali
CONVENZIONE UNIVA TRUST CODE® offre alle imprese associate all’Unione Industriali della Provincia di Varese un servizio a condizioni di particolare vantaggio, consultabili su www.univa.va.it nella sezione Convenzioni
ECCO LA di SOLUZIONE! in materia transfer
pricing: il Provvedimento del 23 novembre 2020
fondatore di TRUST CODE®. “La nostra azienda nasce proprio per rispondere a questa esigenza: siamo un riferimento nell’offrire ai clienti la completa gestione dello smaltimento e distruzione degli archivi. Il servizio Le nuove disposizioni incidono ai fini si rivolge ad imprese di ogni settore: dalle industrie, alle banche, studi professionali, sindacati, enti della documentazione in tema di transfer pubblici, aziende sanitarie, scuole e università... Lo pricing relativa al periodo d’imposta 2020 smaltimento riguarda ogni attività che abbia a che fare con dati e materiali confidenziali e che abbia la necessità di tutelarli fino alla fase ultima della loro 14 maggio 2018 per i servizi infragruppo a basso Il 23 novembre 2020, il Direttore dell’Agenzia delle vita.” valore aggiunto. Entrate ha pubblicato il Provvedimento che contiene i nuovi standard documentali in materia di “prezzi di NESSUN DOCUMENTO ESCLUSO • È introdotto un obbligo, pena la non idoneità, di firma trasferimento”, ossia i requisiti che le imprese sono Gli archivi rappresentano un ingombro distruggerli, digitale della documentazione con “dataecerta”, tenute a rispettare se intendono accedere al regime di rispettando la normativa che tutela la sicurezza, certificata a mezzo di marca temporale da apporre non entro è sempre facile. Dove, comedella e quando sono le dei esenzione dalle sanzioni (cd. penalty protection), la data di presentazione dichiarazione domande da porsi. TRUST CODE® garantisce ritiro, altrimenti previste in caso di accertamento del mancato redditi. Per la prima volta, è dunque richiesto di fornire distruzione e smaltimento dei dati su carta, ma non rispetto del principio di libera concorrenza nella una precisa evidenza in ordine a quando la solo.documentazione L’azienda si occupa anche della distruzione determinazione dei prezzi nell’ambito di operazioni sia stata predisposta, mantenendo dei dati su supporti informatici come dvd, cd, transfrontaliere infragruppo. Le nuove disposizioni l’indicazione della data di presentazione della hard disk, data cartridge con soluzioni modulari e hanno efficacia a partire dal periodo d’imposta in corso dichiarazione dei redditi quale scadenza temporale personalizzate. Per ogni settore, per ogni supporto, alla data di pubblicazione del Provvedimento. Dunque, ultima di predisposizione. per ogni necessità, esiste la soluzione adeguata per gli esercizi coincidenti con l’anno solare, le regole di • È prevista la possibilità di predisporre la e personalizzata, certificata lungo tutto l’arco del recente introdotte sono applicabili ai fini della documentazione solo per talune operazioni poste in servizio. documentazione relativa al periodo d’imposta 2020, da essere con le entità consociate. Ne consegue che, se predisporre entro la scadenza della presentazione della l’impresa sceglierà di documentare solo una parte delle LA SICUREZZA NON VA SMALTITA relativa dichiarazione dei redditi, nel 2021. proprie attività infragruppo, il regime di le esenzione UN SERVIZIO PER TUTTI “La protezione del dato è centrale per impresedalle e sanzioni sarà applicabile solo con riferimento Per ogni impresa, pubblica o privata, arriva il per la normativa” spiega Corti. “Da oltre diecialle anni specifiche operazioni documentate. momento in novità: cui diventa necessario e urgente abbiamo ottenuto la certifi cazione ISO 9001:2008 e la Le principali indicazioni operative smaltire la propria documentazione sensibile. certifi cazione UNI:EN 15713:2009 Secure destruction • La documentazione idonea comprende un Masterfile e “Appare subito evidente che occorre farlo in of confi dential materia per offrire al cliente la una documentazione nazionale (o Local file) per tutti i sicurezza, proteggendo i dati nel rispetto delle massima garanzia e una policy rigorosa. Per le CONTACT US soggetti che rientrano nell’ambito di applicazione della normative e in modo pratico ed economico, aziende che mettono la sicurezza in primo piano normativa in esame (i.e. società, enti commerciali e Roberto Monasterolo Stefano Lavore funzionale al business e agli spazi e tempi aziendali. sempre, anche il processo di distruzione dei materiali Transfer Pricing Senior Manager Transfer Pricing Partner imprenditori residenti e stabili organizzazioni in Italia di In breve, evitando il fai da te!” spiega Luigi Corti deve rispecchiare questi standard”. Studio Tributario soggetti non residenti).
• La tipologia dei dati e delle informazioni da includere nei due documenti ha subito alcune rilevanti modifiche in termini sia di contenuto che di esposizione delle informazioni. • È prevista la predisposizione di un autonomo insieme di Via Nino Bixioscelta 11/B documenti, in conseguenza dell’eventuale 21049 Tradate (VA) dell’approccio semplificato previsto dall’art. 7 del Decreto
Studio Tributario e Societario - Deloitte +39 3480622529 rmonasterolo@sts.deloitte.it
info@trust-code.it www.trust-code.it
INFORMAZIONE PUBBLICITARIA
e Societario - Deloitte +39 3442330491 slavore@deloitte.it
associata
DA GIUGNO 2020 LE COSE SONO CAMBIATE E LA VOSTRA VALUTAZIONE DEL RISCHIO FULMINAZIONE POTREBBE RICHIEDERE UN AGGIORNAMENTO Con l’entrata in vigore della norma CEI EN-IEC-62858 per il calcolo di Ng (numero di fulmini che cadono a terra), il valore precedentemente rilevato potrebbe essere cambiato. La norma introduce la necessità di aggiornare l’analisi del rischio ogni 5 anni, per garantire l’adeguamento dei valori analizzati nel tempo, rispetto al mutamento delle condizioni climatiche. Offriamo gratuitamente, a tutti gli iscritti UNIVA,l’aggiornamento del documento di Valutazione del Rischio scariche atmosferiche.
EUTHALIA per UNIVA Il nostro Ufficio Tecnico è a Vostra disposizione: contattateci all’indirizzo mail info@euthalia.com per ricevere la necessaria modulistica.
SCIENZA
Mazzucchelli
METTE A FUOCO IL GREEN Francesca Foto: Mazzucchelli 1849
Gli ingenti quantitativi di scarti di plastica che derivano dalla filiera dell’occhialeria non sembrano essere un problema per la storica azienda di Castiglione Olona che dagli avanzi di fabbricazione ricava, nuovamente, materia prima. Quello a cui dà vita l’impresa, attiva nel settore dei semilavorati di materie plastiche, è un acetato di cellulosa sostenibile al 100%. Lo fa attraverso un processo di riciclo nato negli Stati Uniti che guarda alla riduzione delle emissioni di gas serra e dei rifiuti normalmente inviati alle discariche
45
SCIENZA
È
MAZZUCCHELLI
un esempio concreto di consapevolezza aziendale sulla necessità di progettare percorsi di sviluppo sostenibile nella filiera della plastica quello che la Mazzucchelli 1849 Spa di Castiglione Olona, azienda attiva nel settore dei semilavorati di materie plastiche, ha tradotto in un progetto di produzione circolare. Questa iniziativa si innesta perfettamente su un percorso di sostenibilità avviato da Mazzucchelli 1849 già da diversi anni con l’introduzione del nuovo materiale M49, un acetato con un elevato contenuto bio-based e biodegradabile. Si chiama CRT (Carbon Renewal Technology) ed è un processo in cui lo scarto viene valorizzato trasformandolo in materia prima. È così che nasce l’Acetate Renew®, un tipo di acetato composto per il 60% da materia bio-based e per il 40% da materiale riciclato certificato, con cui l’azienda produce le lastre di materiale plastico di origine vegetale per la realizzazione delle montature degli occhiali. Si tratta di un’innovazione a cui l’impresa varesina ha aderito appoggiando il processo Carbon Renewal Technology, messo a punto negli
46
Stati Uniti dal fornitore di materia prima Eastman Chemical. Il progetto è nato proprio nell’ambito dell’occhialeria poiché, come spiega il general manager, Alberto Bianchi, “il livello degli scarti prodotti in tutta la filiera Giovanni Orsi di produzione Mazzucchelli degli occhiali è, storicamente, elevatissimo: il processo di fabbricazione di un occhiale, a partire da una lastra - una tavoletta piena di 7 cm per 17 cm -, può generare uno scarto fino al 70%. A questa percentuale, si aggiunge poi quella degli scarti generati dalla fabbricazione delle lastre”. È proprio sugli ingenti quantitativi di scarti che Mazzucchelli, al fianco di Eastman, si sta concentrando: “Quella che viene riciclata è, generalmente, solo una piccola parte, mentre il resto dello scarto è smaltito in discarica. Lo scopo di tutta la filiera è quindi quello di azzerare completamente questo tipo di smaltimento, non solo
per l’azienda ma per la salute di tutto il territorio” ha affermato Bianchi. Eastman ha trovato, dunque, in Mazzucchelli, un partner ideale, da tempo interessato alla sostenibilità: “La produzione di lastre in Acetate Renew®, infatti – continua Bianchi –, va ad affiancarsi in modo ottimale a quella di lastre di origine naturale con cui da sempre l’azienda sostiene i principi ambientali”. Il CRT è il risultato della consapevolezza aziendale dell’urgente necessità di progettare ulteriori percorsi di sviluppo sostenibile. Più nel dettaglio, la Carbon Renewal Technology è un processo di riciclaggio chimico messo a punto per recuperare l’acetato di cellulosa che, trattato nell’apposito impianto, viene riportato agli elementi chimici primari da cui ripartire per ottenere una nuova materia prima. Il risultato è, quindi, un acetato composto per il 60% da materia bio-based e per il 40% da materiale riciclato certificato. Da qui, le nuove lastre che avranno un certo contenuto di materiale riciclato, ma con caratteristiche fisico-meccaniche identiche a quelle di un prodotto in acetato “originale”, non riciclato. Per giunta, CRT consente anche il recupero di quelle materie plastiche altrimenti non recuperabili con le tecniche di riciclo tradizionali, quali la separazione, la frantumazione e la rilavorazione: il processo è in grado di scomporre i rifiuti di plastica in molecole primarie, dando origine a ossido di carbonio e idrogeno, il cosiddetto Syngas che è il punto di partenza per la produzione dell’acetato di cellulosa, ma che è anche utilizzato per la fabbricazione di altri prodotti chimici. È così che
Nuovo Maserati Levante Hybrid. Performance Charged SCUDERIA BLU COMO - Via Tentorio, 6 Tel. 031/3390138 - info@scuderiablu.it
Levante Hybrid. Consumo di carburante in ciclo misto min – max (l/100km) 9.7 – 10.7; emissioni di CO2 in ciclo misto min – max (g/km) 220 - 243. I valori indicativi relativi al consumo di carburante e all’emissione di CO2 sono rilevati dal costruttore in base alla normativa vigente e aggiornati alla data del 07/2021. I valori più aggiornati sono disponibili presso le Concessionarie Ufficiali Maserati e sul sito Maserati in quanto gli stessi sono indicati a fini comparativi e potrebbero non riflettere i valori effettivi.
SCIENZA
MAZZUCCHELLI
Mazzucchelli, dai rifiuti normalmente inviati alle discariche, crea lastre di acetato sostenibile al 100%, e quindi a impatto zero sull’ambiente. Ebbene sì, “l’Acetate Renew® – continua Bianchi –permette una sostanziale riduzione, tra il -20% e il -50 %, delle emissioni di gas serra rispetto a quelle generate dalla produzione di acetato tradizionale”. Alla riduzione delle emissioni di gas serra, all’alta percentuale di riciclo dei materiali e al calo dello smaltimento in discarica, si aggiunge un altro notevole vantaggio: l’invariabilità dei processi di lavorazione. “Quando si attua un procedimento di riciclo – spiega Bianchi –, le prestazioni dei materiali sono generalmente inferiori rispetto a quelle dei materiali tradizionali; l’impiego di questi materiali riciclati permette invece di avere le medesime prestazioni e non richiede alcun cambiamento dei parametri di trasformazione rispetto alla lavorazione degli altri materiali”. Inoltre, la possibilità di recuperare gli scarti generati dalle lavorazioni è garantita a tutti gli attori della filiera produttiva: chiunque, all’interno
della filiera produca uno scarto, in qualunque fase, potrà riportarlo all’origine per recuperarlo, trattarlo e rimetterlo in circolo in maniera virtuosa. La sinergia, tra tutti i settori produttivi coinvolti, avviene attraverso il comune interesse alla sostenibilità. “Concretamente – spiega Bianchi –, il filo rosso che lega e accomuna tutti gli attori della catena produttiva è la certificazione ISCC Plus (International Sustainability Carbon Certification) che regolamenta e certifica l’attività di recupero e di reimpiego dei materiali plastici e che, dunque, certifica che ciascuna società coinvolta ha messo in atto la serie di procedure relative alla corretta gestione dei materiali riciclati. Il negozio-cliente, a sua volta, sarà certificato per poter vendere il prodotto garantito secondo lo standard internazionale”. Il processo di riciclo, ad oggi, coinvolge il produttore di lastre e quello di occhiali, ma il general manager di Mazzucchelli, Alberto Bianchi, non esclude che in un prossimo futuro si possa estendere l’iniziativa alle catene, ai negozi e agli
Il progetto prevede che chiunque all’interno della catena produttiva generi uno scarto, in qualunque fase, possa riportarlo all’origine per recuperarlo, trattarlo e rimetterlo in circolo in maniera virtuosa utilizzatori finali: “Molti clienti si stanno già attivando per partecipare a questo progetto di circolarità. A guidare questa partecipazione sono la propensione alle politiche di sostenibilità ambientale e l’alone di esclusività che questo trend genera; chi fa un occhiale utilizzando questo materiale può raccontare di creare un prodotto con un valore aggiunto; il rivenditore può vantare di avere in catalogo prodotti sostenibili e, infine, l’utilizzatore finale si sente maggiormente corretto sotto il profilo ambientale e al passo con i tempi del consumatore green”.
L’ALLEANZA MAZZUCCHELLI-LUXOTTICA Un’operazione finanziaria a sostegno della sostenibilità. È quella che vede protagoniste, da una parte la Mazzucchelli 1849 Spa e dall’altra uno dei principali gruppi industriali del Paese, leader dell’occhialeria nel mondo: Luxottica. Due realtà che da tempo collaborano insieme su più fronti, non ultimo quello dello sviluppo e produzione di un tipo di acetato altamente sostenibile, accessibile a tutti gli attori del mercato. Da manifatturiera, ora la partnership si sposta anche sul lato finanziario. L’accordo stretto poco prima dell’estate, infatti, prevede l’acquisizione da parte di Luxottica di una quota
48
di minoranza di circa il 35% del capitale sociale di Mazzucchelli 1849 Spa, al fine di finanziare lo sviluppo del progetto all’interno degli stabilimenti produttivi di Mazzucchelli. L’operazione conferma e rafforza l’impegno di lunga data di Luxottica e Mazzucchelli di ridurre l’impatto ambientale delle loro attività nel lungo periodo coinvolgendo l’intera catena del valore e aumentando l’offerta di occhiali in acetato di alta qualità e sostenibili. “Abbiamo stretto questa alleanza per accelerare la realizzazione di un progetto che ci sta a cuore: la sostenibilità dell’acetato nel
mondo dell’occhialeria – spiega il Presidente della Mazzucchelli 1849 Spa, Giovanni Orsi Mazzucchelli a Varesefocus –. La condivisione degli obiettivi ambientali e di sostenibilità ha spinto il Gruppo Luxottica ad unire con noi le forze per il raggiungimento di un obiettivo di estrema qualità”. Nel comunicato stampa con cui le due realtà hanno annunciato l’accordo si precisa che l’operazione ha un obiettivo puramente finanziario “e non prevede – come spiega la nota - la sottoscrizione di accordi parasociali per la designazione da parte di Luxottica di alcun amministratore
di Mazzucchelli”. La famiglia fondatrice Orsi Mazzucchelli, in sostanza, manterrà la gestione dell’azienda. “Ciò conferma la stima di Luxottica nella gestione della nostra famiglia”, commenta Giovanni Orsi Mazzucchelli, aggiungendo: “Il team di ricerca e sviluppo della società lavorerà per massimizzare la circolarità della filiera dell’acetato e per efficientare i processi industriali verso minori consumi energetici. Il risultato della collaborazione andrà quindi a beneficio dell’intero settore dell’occhialeria e consentirà di garantire al consumatore finale un prodotto di alta qualità attento all’ambiente”.
Con noi riuscirai a tagliare qualsiasi traguardo.
Con EOLO la tua azienda non è mai stata così veloce. Grazie alla velocità di rete, all’assistenza dedicata e all’attivazione rapida, riuscirai a portare il tuo business dove gli altri non arrivano. Chiama il numero 800.939.939 o scopri di più su eolo.it/azienda
RUBRICHE SU
Foto di Mattia Ozbot
LUOGHI E BELLEZZA TERRITORIO
GITA A...
ARTE
Come si fotografa lo sport: il segreto di Mattia
Street photography a Saronno
Castiglione Olona: 600 anni di Rinascimento
In prima linea nell’economia circolare, dal 1945:
il caso di LATI, dal recupero della plastica al fotovoltaico con Elmec Solar LATI Industria Termoplastica Spa con sede a Gornate Olona (VA), ricicla la plastica dall’immediato dopoguerra e oggi sceglie il fotovoltaico di Elmec Solar per continuare a costruire un futuro ecosostenibile.
L’impegno verso un riutilizzo dei materiali per ridurre quanto più possibile l’inquinamento è oggi una priorità per tutte le aziende, sia per ottimizzare le risorse sia per migliorare il proprio impatto sul territorio. Ma c’è un’azienda varesotta che su questo fronte è impegnata da ben 76 anni. Parliamo della Lati Industria Termoplastica Spa con sede a Gornate Olona (VA), che ha sposato il concetto di “economia circolare” già nel lontano 1945 quando, Cosimo Conterno fondatore dell’azienda, creò una fabbrica per smistare e riciclare la plastica recuperata dai residuati bellici. Da allora, LATI non ha mai abbandonato la spinta verso l’economia circolare e, applica questo principio, ai propri prodotti utilizzando componenti in cui la sostituzione di metalli con specifici materiali termoplastici rendono i pezzi più leggeri garantendo un notevole risparmio energetico e l’utilizzo di processi produttivi meno costosi.
garantire un approvvigionamento energetico efficace e rispettoso dell’ambiente. La decisione è avvenuta a seguito dell’apertura di un bando di Gara basato su diversi parametri, tra cui il rapporto qualità/prezzo, l’orientamento strategico del fornitore, l’attenzione al territorio e la flessibilità, tutti fattori riscontrati in Elmec Solar. Il fotovoltaico può essere un alleato efficace per la transizione ecologica di un’azienda. Con un impianto fotovoltaico si possono ridurre i consumi energetici, autoproducendo l’energia di cui si ha bisogno e facendo bene all’ambiente. Si tratta di un fattore decisivo per Lati, un’azienda ad alta intensità energetica con un consumo di 20 milioni di kWh all’anno. Questo dato obbliga a lavorare con impegno per ridurre l’impatto dei livelli di consumo, monitorando in tempo reale i consumi energetici per ciclo produttivo. Con l’obiettivo di massimizzare l’autoproduzione e l’abbattimento dei consumi, Elmec Solar ha proposto a Lati un impianto da 117 kWp con moduli SunPower Maxeon 3 e inverter Solaredge; sono prodotti di altissima qualità, sia in termini di performance sia di garanzie. La produzione annua di circa 120 mila kWh garantirà un ritorno dell’investimento in massimo 7 anni e 60 tonnellate di co2 evitata ogni anno, l’equivalente di una piantagione di 1800 alberi. LATI prosegue così la propria strada verso la transizione ecologica mostrando come anche attraverso la scelta nel proprio approvvigionamento energetico, un’azienda possa contribuire alla costruzione di una società più equa e a rendere il nostro pianeta più vivibile.
Nell’ultimo anno LATI ha aggiunto un ulteriore tassello al proprio impegno per la sostenibilità: ha scelto Elmec Solar, azienda B Corp del gruppo Elmec dedicata alle energie rinnovabili, per lo sviluppo dell’impianto fotovoltaico in grado di INFORMAZIONE PUBBLICITARIA
elmecsolar.com
TERRITORIO
IL SEGRETO
di Mattia
Silvia Giovannini
L’inizio, quasi per caso, alimentato dalla passione per il basket, la formazione sul campo, lo sport, gli eventi, i vip, il premio prestigioso, il libro: storia di un giovane talento varesino della fotografia, Mattia Ozbot 53
TERRITORIO
S
MATTIA OZBOT
orriso aperto e modi gentili: chi ha avuto la fortuna di osservare Mattia Ozbot all’opera se ne è fatto rapidamente un’opinione chiara. Mattia è un giovanissimo talento, dalla firma unica e riconoscibile, ma senza alcun vezzo da artista affermato, nonostante il crescendo di conferme anche internazionali della qualità del suo lavoro. La semplicità, anzi, è un altro tratto distintivo del fotografo varesino, classe 1995, che dalla sua ha anche una certa flessibilità che gli permette di muoversi facilmente in svariati ambiti professionali: dall’evento sportivo di livello, alle sfilate della moda, fino alle classiche cerimonie. Non ultimo, Mattia non è geloso dei suoi segreti e ne svela uno per i nostri lettori aspiranti fotografi. Ma partiamo dall’inizio. Come si riesce a trasformare una passione in mestiere in un momento storico in cui – non ce ne vogliano i professionisti – tutti quanti possono facilmente scattare fotografie in qualsiasi condizione? Da una scintilla. “Quando ero piccolo ho iniziato a giocare a basket”, ci spiega Mattia, ben consapevole del fatto che sul territorio varesino
54
Mattia Ozbot ha vinto il premio come miglior fotografo sportivo under 30 della AIPS, l’Associazione Internazionale della Stampa Sportiva. “Luci e Ombre” è il nome dello scatto vincente effettuato al PalaDesio
questa parola evochi tutta una serie di storie, emozioni e tradizioni. Non un semplice sport. “Lo” sport. “La squadra aveva una convenzione per permettere ai ragazzi di assistere alle partite. Lì è nata la curiosità. In seguito, mia madre mi ha regalato l’abbonamento in curva: ho scoperto quanto mi desse adrenalina osservare le azioni in campo in un contesto così particolare. Quindi è nata la passione per la fotografia, che c’era già ma non era così definita: ho iniziato a scattare durante il match. In poco tempo, mi sono reso conto che ormai guardavo la partita dall’obiettivo della macchina fotografica! Allora ho semplicemente unito le due passioni: ho iniziato a documentarmi, studiare e a lavorare per una testata online”. Una passione diventa mestiere dunque... “Con il tempo. Andavo ancora a scuola quando ho iniziato a capire che la fotografia poteva diventare un lavoro. Mi sono rimboccato le maniche. Ho iniziato con un upgrade dell’attrezzatura, acquistando una macchina basica ma professionale, seguito dei corsi semplici, come quello di Varesecorsi, ma soprattutto ho cercato di mettere da parte diverse esperienze. Capire l’ambiente in cui
55
TERRITORIO
MATTIA OZBOT
si opera: questo è davvero fondamentale. Poi ho avuto la fortuna di essere contattato dall’agenzia principale della Lega Basket: l’estate della maturità l’ho passata così, seguendo la pallacanestro nazionale. E lì ho capito che era la strada giusta”. Partire dalla serie A non è poca cosa... “I risultati sono arrivati, ma anche l’impegno è stato notevole: quando frequentavo le superiori al Cobianchi, ero il fotografo delle feste estive, poi sono arrivati i matrimoni, gli eventi (anche la festa per i 20 anni di Varesefocus è tra questi), le iniziative commerciali, le pubblicità e le sfilate di moda. Progetti che possono sembrare molto diversi, ma che hanno una linea comune: la visione sportiva, il senso della immediatezza. Ecco il segreto e il consiglio per chi volesse addentrarsi in questo campo: il movimento. Bisogna essere sempre pronti a fotografare l’azione, che si tratti di canestro sul parquet o di una uscita in passerella. Bisogna fotografare l’azione senza sbagliare. È lo sport la mia grande passione, ma la velocità è fondamentale in qualsiasi ambito”. Questa filosofia del movimento è rappresentata benissimo in uno scatto che ha ricevuto nel 2020 un riconoscimento prestigioso di primissimo piano. Mattia Ozbot è stato premiato, infatti, come miglior fotografo sportivo under 30 dalla AIPS, l’Associazione Internazionale della Stampa Sportiva. “Luci e Ombre” è il nome dello scatto in bianco e nero effettuato al PalaDesio durante una partita tra Cantù e Pistoia grazie a una macchina comandata da remoto. “Volevo riprodurre dall’esterno l’idea di un campetto grazie alla luce del flash. È stata un’idea innovativa. Mi piace sperimentare, diversificare, avere stimoli nuovi. Alle volte si tratta semplicemente di trovare un punto di osservazione inedito perché se fai sempre la stessa cosa puoi perdere attenzione ed entusiasmo. Nello sport ci si può muovere con fantasia. Al Palazzetto di Varese una volta mi sono addirittura arrampicato sul ‘cubo’ sospeso e nelle partite di calcio cerco di inventare punti di vista diversi, al di là delle posizioni fisiche in campo. Anche nella ressa in strada bisogna sapersi muovere: non tutti hanno la prontezza. In fotografia non bisogna aspettare l’attimo, altrimenti passa. Ecco, probabilmente questa è la mia firma, quella caratteristica che mi contraddistingue e che spinge le persone a scegliermi per i loro servizi fotografici.” Se muoversi a bordo campo non è da tutti, sicuramente non lo è muoversi tra modelle e 56
L’arte della fotografia in un libro Dalla collaborazione fra Nikon e Corriere della Sera è nata la collana Master di Fotografia edita da Corriere e Gazzetta dello Sport: 25 volumi con la partecipazione di 95 professionisti. Mattia Ozbot è tra i professionisti che hanno messo a disposizione la propria esperienza per divulgare l’arte della fotografia. http://mattiaozbot.com
Mattia Ozbot
vip, quando, oltre alla prontezza, serve anche una buona dose di faccia tosta. “È sempre la stessa regola: bisogna sapersi muovere. Le foto che ho scattato a Chiara e Valentina Ferragni? Un esempio di quanto spiegavo per lo sport. Mi trovavo in mezzo alla massa dei fotografi pronti a scattare e l’agente delle Ferragni ci ha mandato via. Allora ho cercato un punto di vista diverso, e diverso da quello dei colleghi, ho cercato il loro van e le ho incontrate lì, dove, nonostante l’irritazione dell’agente, si sono gentilmente messe in posa e il resto è... foto!” È quindi tutta questione di punti di vista? “È soprattutto questione di cercare e trovare il proprio stile, il proprio linguaggio così come nelle altre forme di comunicazione. È cercare di raccontare la propria visione, che non può essere pura spontaneità: si parte dallo studio, dall’esercizio, dall’osservazione di quanto fanno gli altri. Io non mi accontento mai. Quello che penso sempre è questo: la foto migliore la vorrei fare io”. E noi saremo qui ad ammirarla.
WATCH ME ALL ELECTRIC MUSTANG MACH-E Via Belforte, 235 Ford Mustang Mach-E All Electric: autonomia fino a 610 km e CO2 0 g/km.
3440270504
TERRITORIO
IL PASSATO GONFIA
le vele del futuro Un centro di aggregazione, fulcro di attività didattiche-formative per i giovani interessati ai maestri d’ascia e più in generale, al mondo nautico. Un’area espositiva museale dedicata al mondo della vela. Una biblioteca che farà da incubatore per nuovi artisti e artigiani. Sono questi gli elementi di “Officine dell’Acqua”, il sogno che l’Associazione Vele d’Epoca del Verbano sta trasformando in realtà attraverso il progetto di riqualificazione degli ex-magazzini delle Ferrovie Nord di Laveno Mombello. Obiettivo: dar vita a un motore di rinascita economica e sociale locale partendo dalle tradizioni Francesca Cisotto Foto di Matteo Aldeni
D
elle vele antiche, nuove, appena ritoccate o ancora da restaurare; dei giovani artigiani e artisti in pensione, ancora affascinati dalle tradizioni e dai lavori manuali, incorniciati da quel verde smeraldo delle montagne del Verbano e quel blu petrolio del Lago Maggiore. È in questo quadro lacustre fatto di persone, aspirazioni e natura che l’Associazione Vele d’Epoca del Verbano, più comunemente conosciuta con l’acronimo Avev, sta realizzando un sogno. Si tratta del progetto Officine dell’Acqua con cui i vecchi magazzini ferroviari di fine ‘800 di Laveno Mombello torneranno a vivere. Siamo sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, a pochi passi dalla Navigazione Laghi che collega la cittadina alla costa piemontese e dalla stazione Ferrovie Nord Milano che collega direttamente Laveno a Milano. È proprio negli storici locali adiacenti ai binari, un tempo sede del Magazzino Merci Ferroviario edificato nel 1886 che prenderà il via Officine dell’Acqua. Lì dove una volta venivano stivati gli
58
Avev è sorta dieci anni fa come associazione culturale rivolta a tutti gli amanti delle barche d’epoca e classiche. Dalla sua nascita, promuove la tutela e il restauro degli scafi che hanno fatto la storia della vela
imballi scaricati dai barconi lacustri e destinati al capoluogo lombardo sta prendendo forma l’idea dei soci Avev: trasformare un luogo abbandonato da oltre trent’anni in un centro di aggregazione sociale e fulcro di attività didattico-formative legate all’artigianato tradizionale, altrimenti destinato a scomparire. Avev è nata dieci anni fa come associazione culturale rivolta a tutti gli amanti delle barche d’epoca e classiche. Dalla sua nascita, l’Associazione promuove la tutela e il restauro degli scafi che con i loro pregiati legni e i loro lucidi ottoni hanno fatto la storia della vela e tramite l’organizzazione di eventi sportivi e culturali, si propone di riunire, arricchire ed ampliare la grande “famiglia” degli appassionati delle vele, storiche e tradizionali, che solcano le acque del Verbano e non solo. Oggi, convertita in Aps, ovvero in Associazione di promozione sociale, ha come scopo la tutela, la valorizzazione e la divulgazione del prezioso patrimonio rivierasco. Come spiega il Direttore di Avev, Paolo Sivelli, “l’associazione culturale, fatta
di amici appassionati di barche storiche, scopre la necessità di andare oltre il compiacimento dei soli soci, trasformandosi in Associazione di promozione sociale. Al di là degli acronimi, cambiano profondamente i contenuti; ci siamo accorti che quello che avevamo fatto era il frutto di una passione dal valore culturale estremamente alto e, dunque, abbiamo
guarda il video
pensato di far nascere un qualcosa che potesse trasmettere questa passione e questa cultura, coinvolgendo i giovani che hanno le potenzialità per trasformare le conoscenze in opportunità e disegnare così il loro futuro”. Una visione ambiziosa che affonda le sue radici nell’impellente necessità di salvare, tramandare e riscoprire il secolare rapporto con il Lago e le
Paolo Sivelli
59
TERRITORIO
OFFICINE DELL’ACQUA
Vie dell’acqua per trasformarla in un’opportunità: quella di aprire nuovi percorsi di sviluppo locale a vantaggio delle nuove generazioni, sulle orme della storia e della tradizione. Il tutto nasce dal desiderio degli appassionati dell’Associazione di trasmettere i valori e la cultura che hanno legato nei secoli la popolazione rivierasca all’acqua, fonte di sostentamento e crescita economica e sociale. Fino agli inizi del secolo scorso, quella sponda del Lago Maggiore era la cornice di un ingranaggio vitale per il territorio, che vedeva protagoniste microeconomie locali, dalla pesca alla costruzione di barche, reti e attrezzatura nautica, fino alla navigazione turistica e commerciale. Un mondo che oggi non c’è più, o che è rimasto solo in parte, trasformato dalla modernità prima, e dalla globalizzazione poi. Ma che non è detto possa ritornare a essere protagonista dell’economia del nord del Varesotto. La visione è di grande respiro, sia in termini temporali che di spazio. Trenta sono gli anni durante i quali, da contratto, Officine dell’Acqua potrà dare nuova vita ai vecchi magazzini ferroviari “perché, ovviamente – spiega il Direttore Paolo Sivelli –, un progetto di riqualificazione di spazi così ampi necessita un intervento economico esterno che può provenire sia dai privati che dalle istituzioni o, ancora, dai fondi europei. Ma nessuno investe in progetti che non hanno un futuro, dunque, la possibilità di avere una visione di grande respiro temporale diventa fondamentale per poter reperire le risorse”. Sono 1650, invece, i metri quadrati in cui si muoverà il progetto all’interno dei vecchi magazzini. Gli stabili ricalcano la classica architettura ferroviaria; le strutture ancora esistenti sono strettamente collegate alle dimensioni dei vagoni che dovevano accostarsi al magazzino per effettuare lo scarico e il carico merci, in corrispondenza delle aperture. Cinque, le sale che ospiteranno le attività. Un’ampia area espositiva museale racconterà il territorio, da sempre fortemente legato all’acqua, a testimonianza dell’operosità e dell’ingegno lavenese che seppe sfruttare questa risorsa naturale, aprendo le economie del Lago ai mercati della pianura Padana, spingendo le grandi barche da trasporto e i piroscafi a vapore fino a Venezia e al Triveneto, perché, come ricorda Paolo Sivelli, “l’acqua, oggi, è vista prevalentemente come una barriera, ma una volta era l’autostrada dei giorni nostri; fondamentale per trasporti e turismo, ma 60
Paolo Sivelli, Direttore Avev: “Abbiamo già in essere una convenzione con l’Università di Genova per i corsi di formazione sul restauro e sulla costruzione navale; siamo accreditati come ente formativo, dalla stessa Università, sia per la facoltà di Architettura navale che per quella di Ingegneria navale”
soprattutto le vie d’acqua congiungevano il Lago Maggiore al mare”. Un nuovo padiglione, invece, interamente costruito in legno, ospiterà i corsi di carpenteria, restauro e costruzione navale; l’obiettivo è quello di ricreare una scuola di maestri d’ascia, che, come sottolinea il Direttore Sivelli, “porti alla trasmissione della conoscenza di un antico mestiere che oggi sta scomparendo in tutta Italia”. L’Associazione Vele d’Epoca Verbano è già attiva in questo campo ed è già in dialogo con le scuole per poter offrire dei programmi didattici extra scolastici avvicinando i ragazzi più giovani alla cultura dell’acqua: “Abbiamo già in essere – continua Paolo Sivelli – una convenzione con l’Università di Genova per i corsi di formazione sul restauro e sulla costruzione navale; siamo accreditati come ente formativo, dalla stessa Università, sia per la facoltà di Architettura navale che per quella di Ingegneria navale”. Una terza area sarà attrezzata per la lavorazione e l’esposizione di giovani artigiani e artisti, mentre una quarta sala ospiterà la biblioteca dell’acqua e del legno con annessa area studio e attrezzatura polifunzionale per convegni e meeting. E infine, l’ufficio turistico con l’area accoglienza delle Officine dell’Acqua. Il progetto vuole, dunque, configurarsi non solo come semplice spazio espositivo dedicato alla tradizione e alla navigazione delle acque interne, ma anche come luogo di aggregazione, fulcro e catalizzatore dell’ampia offerta culturale che il territorio circostante offre. Un perfetto connubio tra museo e officina. Non mancherà, dunque, l’operatività e la necessità della collaborazione di tutti i lavenesi: “Il target è estremamente trasversale perché è un progetto che vuole essere un ponte tra la tradizione del passato e l’opportunità del futuro - spiega il Direttore Avev, Paolo Sivelli -. Saranno fondamentali, quindi, le persone che hanno vissuto il passato glorioso degli anni trascorsi, con tutti i loro ricordi e le loro conoscenze, e le nuove generazioni che devono, invece, assorbire, metabolizzare e trasformare le conoscenze in opportunità per il futuro. Sarà importante, inoltre, il coinvolgimento di tutta la popolazione dal punto di vista sociale, ma anche economicoproduttivo, dalla pesca alla cucina di lago, fino al turismo”. La storia lancia il guanto di sfida al domani di un territorio in cerca di una nuova identità. E se la soluzione per una volta fosse nel passato?
TERRITORIO
a Malpensa
L
Al piano -1 del Terminal 1, vicino alla stazione dei treni, il Malpensa Photo Square regala spesso mostre fotografiche originali con artisti internazionali e anche locali su temi differenti (qui vi hanno esposto, ad esempio, Mario Bobba e l’Archivio Fotografico Italiano)
“Viaggiare con la mente” a Malpensa
Tornavento
Volandia
¡ ¢ Vizzola Ticino £ ¤
¥ ¤
Una ciclabile da Milano all’aeroporto
¦
TERRITORIO
MALPENSA
Golasecca
La base geodetica a Somma Lombardo
LE INFORMAZIONI SONO IMPORTANTI. DIFENDILE DA ORECCHIE INDISCRETE!
Utilizziamo le più moderne apparecchiature per le bonifiche da microspie, telefoniche e telematiche, rinnoviamo costantemente la formazione dei nostri tecnici e ci dotiamo di strumenti idonei a fronteggiare un “nemico” sempre agguerrito ed aggiornatissimo. Operiamo su tutto il territorio nazionale sempre e solo con nostri tecnici, senza mai affidare a terzi i nostri servizi garantendo il massimo della riservatezza.
ASSOCIATA
Contattaci al numero 331 455 53 75 o visita il nostro sito.
Stopmicrospie.it è un brand della DDS Investigazioni
Associata
Con quasi quarant’anni di esperienza nel settore della distribuzione automatica, rendiamo la pausa dei nostri clienti un’esperienza unica. Noi di Maghetti conosciamo ognuno dei nostri clienti e abbiamo a cuore le loro storie. Per questo offriamo un’assistenza su misura, affinché ognuno possa affidarsi con serenità alla nostra professionalità, per godersi la sua pausa. maghetti.it
GITA A...
LA STREET PHOTOGRAPHY
a Saronno Alberto Bortoluzzi
66
Come immortalare una chiesa scarsamente illuminata? Quale soggetto può dare la sensazione di un ambiente fuori dal tempo? Come aggirare gli ostacoli antiestetici delle automobili parcheggiate che impediscono di avere l’immagine pulita di un monumento? Come uno scatto diventa in maniera fortuita racconto di attualità? Ecco alcuni consigli molto pratici del fotografo Arturo Bortoluzzi per trasformarsi in fotoreporter di strada per un giorno. Le gite di Varesefocus con reflex e mirrorless al collo continuano e stavolta fanno click su volti, monumenti e vie saronnesi
B
usto Arsizio, Castellanza, Gallarate e Varese. Poi l’escursione sui laghi. E ora il ritorno in città, nell’estremo sud della provincia, a Saronno. Le gite di Varesefocus con macchina fotografica al collo fanno tappa nella città del Santuario della Beata Vergine dei Miracoli, del Museo delle Industrie e del Lavoro, e del Museo delle Ceramiche Giannetti, solo per citare alcune delle principali attrazioni che nel tempo la nostra rivista ha raccontato. Ma stavolta il punto di vista è diverso. È quello dell’obiettivo e del tentativo di immortalare monumenti e cittadini saronnesi con l’arte della street photography. Il momento più difficile è sempre quello della partenza. Da dove cominciare? Non potendo dedicare ad ognuna delle mete che offre Saronno il tempo che meriterebbero, decidiamo di tralasciare i musei e optiamo per una visita approfondita del Santuario della Beata Vergine. Il resto della mattinata lo trascorreremo facendo della street photography per la città, facendoci ispirare da quello che incontreremo lungo il cammino. Dopo aver parcheggiato la macchina nei pressi della stazione, ci dirigiamo in direzione del Santuario. In lontananza scorgiamo una statua, vi è raffigurata una donna che rappresenta la Patria e che tende un arco a difesa del nemico;
sul suo grembo riposano le spoglie di un giovane soldato caduto. Sul monumento campeggia una scritta: “A rimembranza dei Prodi Saronnesi che per una madre, l’Italia, lasciarono le Madri”. A lei dedicheremo la nostra prima foto. Quando si fa uno scatto è importante decidere a priori lo scopo dell’immagine e scegliere con attenzione l’inquadratura. Se volessimo descrivere il motivo della statua, dovremmo fotografarla nella sua interezza. Noi invece vogliamo solo mostrarne il lato estetico, lasciando intuire a chi guarderà l’immagine, quella che è la sua finalità; optiamo quindi per un suo primo piano. Dobbiamo però fare attenzione che nell’inquadratura la testa non si confonda con il fogliame antistante. Proseguendo nel cammino ecco in lontananza la cupola del Santuario della Beata Vergine dei Miracoli, nostra prossima meta. Rimaniamo molto colpiti dal suo retro. La presenza delle automobili parcheggiate è, però, come spesso accade in questi casi, subito fonte di fastidio per una fotografia. Alziamo così un pochino l’inquadratura e la nostra immagine assume tutt’altro aspetto. Ma si presenta un altro problema, siamo troppo vicini per poter mantenere le linee perfettamente verticali. Pazienza, cercheremo almeno di mantenere verticale il centro dell’immagine, così la fotografia risulterà comunque armonica. Fotografato anche il fronte della chiesa, ci portiamo ora all’interno del santuario: è stupendo. La sua costruzione risale al 1498, e aveva lo scopo di dare ospitalità al simulacro della Madonna del miracolo, una statua della seconda metà del XIV secolo, posta allora in una cappella sulla strada Varesina, ritenuta dispensatrice di miracolose guarigioni. La chiesa purtroppo è molto buia, i numerosi faretti che dovrebbero illuminarla, sono in gran parte spenti. Innalziamo allora la sensibilità della nostra macchina fotografica al limite massimo che non pregiudichi con il “disturbo” la qualità dell’immagine, e montato un grandangolo stabilizzato ci prepariamo a scattare. Un paio
67
GITA A...
SARONNO
di respiri profondi e, trattenendo il fiato, con estrema delicatezza, appoggiando i gomiti al petto, schiacciamo l’otturatore. Il tempo con il quale scattiamo è proibitivo, stiamo parlando di 1/8 di secondo, ma il fatto che stiamo utilizzando un obiettivo ultra-grandangolare e per giunta una mirrorless, rende questa magia possibile. Proseguendo lungo la navata ci appare ora in tutto il suo splendore la cupola e sul lato sinistro un’ultima cena lignea che immortaliamo. Attaccato al Santuario vi è un oratorio; un nugolo di ragazzini sta giocando. Incuriositi proviamo ad entrare, e qui ci appare una scena quasi biblica: una ragazza con il capo coperto e con un lungo abito, sta chiacchierando con altri ragazzi. Alle sue spalle, un murales rappresentante delle montagne brulle e desertiche. L’immagine sarebbe degna del grande fotografo Salgado, così non ce la facciamo sfuggire. Vinto un iniziale timore, oggi con lo spauracchio della privacy fotografare persone diventa sempre più difficile, proviamo a chiederle se ha voglia di posare per noi con quello sfondo. Lei ne è entusiasta, ne nasce una foto bellissima senza luogo e senza tempo, che sfidiamo chiunque ad immaginare che sia stata fatta in un oratorio nel centro di Saronno. Soddisfatti per questo scatto inaspettato camminiamo ora verso il centro. Superata la ferrovia, stiamo percorrendo il vialone principale che ci porta a un’altra chiesa, è quella di San Francesco. Purtroppo ci accorgiamo tardi 68
di quello che sarebbe uno scatto magistrale: dalla sommità del portone principale, improvvisamente si vede uscire un braccio munito di cazzuola. Fossimo stati più pronti, la foto sarebbe stata fantastica. Le macchine fotografiche andrebbero sempre portate al collo per essere più rapidi, meglio se due, una con montato un teleobiettivo e una con un grandangolo. Poco male, ci rifacciamo cento metri dopo, quando su di un tabellone di metallo notiamo un manifesto che invita a partecipare ad un concorso: “Fotografa un Saronnese”. Lo spazio di fianco al manifesto è vuoto. Non ce lo facciamo dire due volte e così quando transita un ragazzo, gli chiediamo se ha voglia di mettersi in posa. Bisogna avere capacità di cogliere l’attimo e ad avere, insieme, capacità di visione e di costruire su due piedi una scenografia. Ora siamo diretti in quella che è la piazza principale di Saronno, dove si trova la chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Un ragazzino sta giocando a pallone al centro della piazza. Fiutata una potenziale immagine di successo, ci inginocchiamo per portarci alla sua altezza e presa la macchina fotografica seguiamo i suoi movimenti facendogli una serie di scatti fino a che non sentiamo di avergli fatto quello giusto. Non lontano da lì c’è Villa Giannetti, una bella struttura, un tempo sede comunale e oggi museo della ceramica. Purtroppo è in fase di restauro. Ma all’uscita della villa, scorgiamo una sorta di torre sulla cui sommità campeggia la scritta Lus. Una persona del luogo ci racconta che si tratta di una fabbrica dismessa, dove venivano prodotte penne e pennini e altro materiale di cancelleria. La fabbrica era stata fondata nel 1929 da Umberto Legnani. Incuriositi proviamo ad avvinarci e quando ci troviamo di fronte al suo ingresso principale rimaniamo folgorati. Sembra di essere stati proiettati in un’altra dimensione, quella di un film di fantascienza. Le porte, sembrano quelle di un caveau, peccato non si possa entrare. La mattinata è volata, è tempo di fare rientro. Sulla via del ritorno, un ultimo colpo di scena, su di un muro leggiamo una scritta riguardante la Carrà. Che fine avrà fatto? È un po’ che non se ne sente parlare. Poche ore dopo veniamo a sapere che proprio quel giorno è venuta a mancare. Lo scatto si trasforma così nella celebrazione involontaria di un mito. Anche questo è fotografia.
OFFICIAL MEMBER OF
SILVER WINNER 2021
WWW.MECCANICHEOROLOGIMILANO.COM
ARTE
i film in argento
Dagli anni Venti fino agli anni Sessanta del Novecento solo un’azienda al mondo macerava e riciclava le pellicole dei film in bianco e nero ricavandone argento e celluloide. A raccontare la storia di questi pionieri dell’economia circolare è un cortometraggio del famoso regista e sceneggiatore Luigi Comencini dedicato alla Benigno Marcora di Olgiate Olona. Oggi a ripercorrere le tappe di questa storica impresa è una mostra realizzata dagli studenti del liceo artistico di Busto Arsizio e allestita al Museo MA*GA di Gallarate Alessia Lazzarin
C’
è chi, esattamente 100 anni fa, praticava già l’economia circolare. Protagonista di questa impresa secolare è stata un’azienda varesina: la Benigno Marcora, nata a Busto Arsizio e successivamente trasferitasi ad Olgiate Olona. Unica realtà industriale al mondo che dagli anni ‘20 agli anni ‘60 del Novecento si occupò del macero e del riciclo delle pellicole dei film in bianco e nero e dei cinegiornali che venivano trasformate in argento e celluloide. L’attività della Benigno Marcora è stata raccontata intorno agli anni ‘50 in un cortometraggio di Luigi Comencini dal titolo “Il museo dei sogni” diventato anche un vero e proprio film, un lungometraggio intitolato “La valigia dei sogni” firmato dallo stesso famoso regista e sceneggiatore italiano. Le riprese, fatte all’interno degli stabilimenti aziendali, descrivono in che modo “muoiono” i film, come raccontava la voce narrante di allora nello spiegare il primo gesto di scomposizione manuale delle pellicole che avveniva a colpi di ascia. Oggi, dopo quasi settant’anni, la storia si ripete. A raccontarla, però, questa volta, sono gli studenti del terzo anno del Liceo Artistico Candiani di Busto
Ma come si riciclava una pellicola? “Veniva separata la celluloide dal bisolfuro di argento con cui veniva impressa la pellicola in bianco e nero. La celluloide veniva utilizzata per fare vernice e nelle calzature, mentre il bisolfuro, una volta trattato, dava argento allo stato puro”.
Arsizio che insieme all’artista Jacopo Rinaldi in collaborazione con il Dipartimento Educativo del MA*GA, presenteranno gli esiti del laboratorio a metà settembre all’interno della mostra Academy Young. Partendo proprio dalle scene di 71
ARTE
BENIGNO MARCORA
Comencini, gli studenti hanno prima disegnato e poi trasformato in immagini visive alcune parti del cortometraggio. “Abbiamo realizzato un workshop di animazione - spiega Rinaldi -. Una prima attività di laboratorio è stata fatta direttamente al museo insieme agli studenti. Successivamente c’è stata una parte più teorica”. Il lavoro sarà destinato a rimanere all’interno della collezione del MA*GA. “Le riprese del cortometraggio sono state convertite in disegno e dopo trasformate in brevi immagini animate. I ragazzi si sono recati fisicamente al museo per capire come esporre il lavoro - continua Rinaldi -. Ma si sono anche calati nelle vesti di giornalisti per conoscere la storia dell’impresa Marcora e per poterla descrivere visivamente”. Narrare il tessuto del territorio varesino ripercorrendone le tappe storiche e industriali è lo scopo del progetto artistico. Ma da dove comincia la storia della Benigno Marcora? “L’attività di riciclo dell’azienda di famiglia ha origini molto lontane – racconta Riccardo Marcora, nipote del fondatore Benigno -. Tutto è iniziato con il lavoro imprenditoriale del mio bisnonno. L’impresa si occupava di riciclare materiali ferrosi”. Il bisnonno di Marcora, infatti, aveva ritirato dopo la Prima Guerra Mondiale una grossa partita di maschere antigas. Da queste poteva riciclare le parti in alluminio. “Bruciava il materiale in un
72
Benigno Marcora
“L’attività di riciclo dell’azienda di famiglia ha origini molto lontane. Tutto è iniziato con il lavoro imprenditoriale del mio bisnonno”.
forno e poi ne ricavava il metallo”. Un giorno, però, per effetto del gas residuo presente all’interno della maschera, il forno bruciò. Da quel momento la famiglia Marcora decise allora di smontare a mano le maschere. Quello che rimaneva erano alte pigne di lenti. “Mio nonno Benigno che valorava per il Calzaturificio Borri di Busto Arsizio sapeva come riciclare le lenti da vista”. Vaschette, pettini, penne, montature di occhiali, puntali per le scarpe e stringhe sono alcuni esempi di ciò che si poteva ricavare dal riciclo delle maschere antigas. Dopo questa intuizione, Benigno partì per Milano per cercare di vendere i materiali. Grazie ad un disguido con il venditore, l’azienda bustocca scoprì che dalla cellulosa, ricavata appunto dalle lenti, si poteva guadagnare molto. “Grazie a questa scoperta mio nonno iniziò a recuperare e poi vendere la materia prima”. Viaggiando in lungo e in largo per l’Italia e il mondo, Benigno scoprì che anche le pellicole dei film in bianco e nero potevano essere riciclate. Di lì a poco il secondo colpo di fortuna. La parte nera delle pellicole era fatta di bisolfuro di argento. “Dopo aver lavato la pellicola, si ricavava una fanghiglia di polvere nera, simile a quella dei fondi del caffè. Una volta trattata, veniva rivenduta a quei commercianti e gioiellieri che negli anni ‘20 avevano il
monopolio dell’argento”. Il core business dell’azienda bustocca era ormai avviato. La famiglia acquistava pellicole e cinegiornali da tutto il mondo, principalmente dagli Stati Uniti. Erano gli anni del boom di Hollywood. Dopo il primo conflitto mondiale, se da un lato il cinema europeo subì una grande crisi, quello americano visse di successi immensi, arrivando a produrre circa il 90% dei film di tutto il globo. Era il fratello di Benigno a fare i viaggi d’affari. Per molti mesi stava lontano da casa, ma prima di rientrare “riempiva navi intere di milioni di metri di pellicole” racconta Riccardo Marcora. Insieme alle pellicole c’erano poi tutti i cinegiornali che dopo una settimana nelle sale cinematografiche erano considerati vecchi. “Si teneva qualche copia per l’archivio, mentre tutto il resto passava dall’azienda di mio nonno”. Ma come si riciclava 100 anni fa una pellicola? “Veniva separata la celluloide dal bisolfuro di argento con cui veniva impressa la pellicola in bianco e nero. La celluloide veniva utilizzata per fare vernice e nelle calzature, mentre il bisolfuro, una volta trattato, dava argento allo stato puro. Per questi due prodotti l’azienda non aveva mai produzione sufficiente a soddisfare la domanda – spiega Marcora -. In totale, nel corso degli anni, l’impresa è arrivata
Cos’è l’Academy Young “Academy Young” è un progetto finanziato dal bando “La Lombardia è dei giovani” promosso da Regione Lombardia per sostenere le attività di espressione, ricerca, formazione dei giovani nel campo culturale. Le azioni sono proposte da 11 partner che lavorano in sinergia per proporre eventi con e per i giovani tra i 15 e i 34 anni per aumentare le competenze, la partecipazione attiva e la capacità progettuale di qualità nell’ambito delle professioni creative e dell’industria culturale. Tutte le info su https:// academyoung.it/.
ad avere fino a 170 dipendenti”. La pellicola cinematografica è un materiale altamente infiammabile. Per questo motivo l’azienda originaria di Busto Arsizio fu costretta a spostarsi a Olgiate Olona. Gli incendi, infatti, erano all’ordine del giorno. Proprio per questo “gli uffici erano lontani dai capannoni per motivi di sicurezza”. Gli stabilimenti operativi dell’impresa furono costruiti a blocchi, “in questo modo quando scoppiava un incendio era possibile arginarlo subito senza che questo compromettesse l’intero reparto produttivo”. L’attività della Benigno Marcora tramontò con l’avvento della pellicola a colori. “L’introduzione del colore ridusse al minimo la presenza di nero e, quindi, di bisolfuro di argento”. Anche la celluloide nel frattempo è cambiata. “Una volta era una materia ricercata e utilizzata per vernici, adesivi e calzature. Nel tempo il supporto per i film è cambiato molto”. L’evento del digitale fa il resto. Nel corso degli anni l’attività produttiva aziendale si trasforma e si specializza nella lavorazione, colorazione e commercializzazione delle materie plastiche. A guidare l’impresa, che mantiene il nome originario fino al 2018, è il figlio di Benigno, Silvio Marcora. Fino alla sua morte e con essa anche quella del business e la trasformazione di un’epica storia d’impresa in arte pura.
73
PROGETTAZIONE CAD La perfetta combinazione tra approccio innovativo, capacità realizzative e l’esperienza maturata in 40 anni al fianco delle aziende manifatturiere, ci hanno permesso di affiancare e supportare i nostri clienti nel loro percorso di crescita. Nell’ambito della progettazione CAD, grazie ad un team consolidato di professionisti, composto da tecnici qualificati e certificati secondo gli standard PTC, con esperienze specialistiche e funzionali nell'area engineering, siamo in grado di fornire:
Strategia & Consulenza Implementazione & Personalizzazione Formazione & Affiancamento
• portfolio completo di soluzioni PTC per la progettazione CAD: 2D, 3D (diretta e parametrica), progettazione generativa, progettazione multi-body, gestione Multi-CAD, Model-Based Definition (MBD), simulazioni ed analisi FEA; • add-on ed applicazioni sviluppate direttamente dalla divisione R&D di SIT Engineering Solutions, per ampliare e potenziare le soluzioni PTC per la progettazione CAD;
Supporto & Assistenza Tecnica
• supporto completo a 360°: definizione delle strategie, consulenza, implementazione, configurazione e personalizzazione delle soluzioni CAD, formazione ed affiancamento utenti, supporto ed assistenza tecnica.
CONTATTACI Via Oberdan 90 - 21010 Ferno (VA) info@sittec.it www.sittec.it Telefono: +39 0331 236810
ARTE
CASTIGLIONE OLONA:
600 anni di Rinascimento
Luisa Negri
Foto: Alberto Bortoluzzi
Un’isola di Toscana in Lombardia: così lo scrittore Gabriele d’Annunzio definì questo borgo del Varesotto dove storia, architettura e cultura si intrecciano con una laboriosità industriale che ha saputo trasformare la plastica in arte 75
ARTE
CASTIGLIONE OLONA
C
astiglione Olona è conosciuta come Isola di Toscana in Lombardia. Così la vide Gabriele d’Annunzio, che se ne innamorò e la rese nota nel mondo. Comunque la si voglia descrivere, pochi comuni possono vantare tanta ricchezza architettonica e decorativa in uno spazio così ben delimitato, affiancato dal corso del fiume Olona, quasi un mondo a parte. Dove il Rinascimento rivive accanto alla complessa tradizione di un passato magnifico e di un presente, altrettanto vivo e ricco di stimoli storici e culturali, che si mantiene nel tempo con la laboriosa volontà e l’orgoglio dei residenti. La Fiera del Cardinale, il Palio dei Castelli con la Corsa delle botti, e tanti altri eventi, come i fedeli frequentatori sanno, rinsaldano la tradizione. Vanno in questa direzione anche le diverse celebrazioni previste per il 2022, a seicento anni dalla ripianificazione del borgo, voluta dal Cardinale Branda Castiglioni (1350-1443) e seguita alla concessione della bolla di papa Martino V per la erigenda Collegiata. Nato sui resti di un accampamento romano, il borgo fu dominato dai Mazzucchelli Castiglioni a partire dal mille. Uomo raffinato, appartenente a una delle famiglie milanesi più importanti di Lombardia - coi Visconti e i Torriani -, illuminato e colto protagonista del suo tempo, docente
76
La Fiera del Cardinale, il Palio dei Castelli con la Corsa delle botti, e tanti altri eventi, rinsaldano la tradizione. Vanno in questa direzione anche le diverse celebrazioni previste per il 2022, a seicento anni dalla ripianificazione del borgo, voluta dal Cardinale Branda Castiglioni (1350-1443)
universitario e ambasciatore, il cardinale fece di questo luogo un vero gioiello, una ‘cittadella ideale del Rinascimento’. Nella stessa visse e chiuse la sua lunga vita, ultranovantenne, avendo ultimati ormai i suoi progetti. Oggi il curioso visitatore dei laghi Maggiore e di Como che arriva fino al borgo, in un solo colpo d’occhio, si appropria della bellezza delle architetture: il palazzo Branda Castiglioni per primo, dove visse il cardinale, luogo di devozione oggi dedicato anche a Museo Civico. Conserva suoi preziosi oggetti personali, vesti e soprattutto ne racconta la vita attraverso i dipinti del grande Masolino da Panicale. L’artista fu chiamato dal committente in grazia della sua fama. Era meraviglioso interprete con Masaccio dell’arte del tempo, per delicatezza di tratti e coloristica pittorica, per i suoi raffinati visi d’angelo e l’uso dell’oro che richiama Giotto. Imponente e splendida per raffinatezza dell’architettura e armonia è la bella cattedrale, la Collegiata, sorta sul colle dell’antico castello - se ne vede ancora un originario portale - su progetto degli architetti Alberto, Giovanni e Pietro Solari. In cotto lombardo e pietra serena, è a sua volta riccamente decorata dagli artisti prediletti del cardinale, che portò a Castiglione maestranze toscane, tra cui Masolino, Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta e Paolo Schiavo.
Le Storie della Vergine e le Storie di San Giovanni (nel Battistero adiacente la chiesa) sono tra le più alte testimonianze del primo Rinascimento italiano. La stessa è a sua volta sede museale. Il palazzo dei Castiglioni da Monteruzzo - ramo laterale della famiglia del porporato - costruito tra il XII e il XV secolo, con affaccio su di un ampio cortile in stile gotico-lombardo, la corte del Doro, contiene pregevoli affreschi del Quattrocento e il Map, museo di Arte Plastica. Si offre qui l’incontro coi migliori nomi dell’arte contemporanea impegnati a elaborare le proprie opere, in materiali plastici prodotti dalla Mazzucchelli Celluloide, nel laboratorio sperimentale Il Polimero Arte voluto da Lodovico Castiglioni e Franco Mazzucchelli tra il 1969 e il 1973.
A sinistra, dall’alto, in senso orario: Esterni Palazzo Branda Castiglioni, Camera da letto, Battistero le storie di San Giovanni, La Collegiata e lo studio con affreschi di Masolino da Panicale. Sotto, il Museo Arte Plastica. In apertura, interno della Collegiata
Altre opere e artisti vennero poi, in un ricco lavoro di ricerca tecnica e artistica che continua. Nell’abbraccio alla piazza è compresa anche la Chiesa del Ss. Corpo di Cristo, la cosiddetta Chiesa di Villa, di chiara ispirazione all’architettura del Brunelleschi. A seguire sono il Palazzo dei familiari del Cardinale, il Pio Luogo dei poveri di Cristo e la Scuola di Canto e Grammatica, oggi felice sede del Municipio. Si racconta che Branda Castiglioni “conferì pace e beatitudine ai luoghi appartenuti al suo casato, tristemente famosi, sino ad allora, solo per guerre di potere, agguati e disfide belliche”. In quella pace trascorse i suoi ultimi anni, appagato dalla serenità donata, e a lui ritornata, attraverso la benevolenza che ancora oggi circonda la sua figura e la sua opera.
Map: Museo Arte Plastica È uno dei più interessanti Musei del territorio. Il Map (Museo Arte Plastica), curato da Rolando Bellini e allestito da Sara Frattini a Palazzo dei Castiglioni di Monteruzzo, non solo è un originale contenitore di arte contemporanea firmata da artisti di fama internazionale. È anche testimonianza dell’attività produttiva di un territorio che, da sempre, offre lavoro e qualità. Già dagli anni Quaranta, e via via nel secondo dopoguerra, l’utilizzo di materie plastiche in campi diversi, dall’ottica ai giocattoli, dall’attrezzatura sportiva alla bigiotteria, aveva spinto la Mazzucchelli Celluloide di Castiglione Olona, oggi Mazzucchelli 1849 Spa, a una ricerca e sperimentazione di materiali, di colori, di caratteristiche di flessibilità, leggerezza, duttilità, trasparenza. Una sperimentazione che oggi la vede presente nel mondo, siglando una lunga storia partita da lontano, quando Santino Mazzucchelli, fondatore dell’impresa nel 1849, iniziò a produrre pettini e bottoni di osso, corno e tartaruga. Il Map offre sculture e installazioni di artisti chiamati nel 1969 dal conte Lodovico, discendente della casata e appassionato d’arte, e dal presidente della società Franco Mazzucchelli a lavorare e sperimentare per mesi coi materiali della Mazzucchelli Celluloide. I partecipanti al cenacolo chiamato Polimero Arte erano tra i maggiori artisti. L’elenco comprendeva Carla Accardi, Filippo Avvalle, Enrico Bay, Giuliana Balice, Elvio Becheroni, Valentina Berardinone, Gianni Colombo, Medeiros De Lima, Camillian Demetrescu, Marcolino Gandini, Peter Gogel, Mario Guerini, Hsiao Chin, Fulvia Levi Bianchi, Anna Marchi, Smith Miller, Sante Monachesi, Giulia Napoleone, Edival Ramosa, Hilda Reich, Bruno Romeda, Giovanni Santi Sircana, Tino Stefanoni, Guido Strazza e Kumi Sugai. Alle loro opere si sarebbero aggiunti nel tempo altri importanti lavori di artisti quali Giacomo Balla e Man Ray (sua la suggestiva e polimaterica “Boule sans neige”, 1970) cui seguirono anche
lavori di artisti di fama internazionale operanti sul territorio: come Vittore Frattini (presente con il coloratissimo “Rhodoid 441”, 1985) Carlo Giuliano, Marcello Morandini (inconfondibile la sua girandola bianconera “Scultura n.363”, 1990) e Giorgio Vicentini, autore di una magica e lieve tecnica mista del 2004 “Colore puro self storage” su 2 fogli di polifoil. Spiccano i suggestivi “Personaggi” in sicoglass e bottoni in rhodoid perlato di Enrico Baj. Fu tra i primi artisti ad aderire nel ’69, presente anche con un ritratto omaggio all’amico artista Max Ernst. Come imperdibili si rivelano le due lievi e nitide stilizzazioni (di fiore e di foglia rispettivamente) di Giacomo Balla del ’71, nello stesso materiale. “Il mare in una conchiglia” e “Conchiglia azzurro e blu” di Camillan Demetrescu sono un sublime incanto di trasparenze. La magia del luogo è anche quella di un museo di arte contemporanea al centro di un territorio noto per la sua antichissima storia. Il contrasto, felicissimo, consente al visitatore di contemplare i pezzi d’arte offerti in un contesto architettonico e storico altamente suggestivo, ornato da motivi pittorici e decorativi di scuola lombarda, di ispirazione naturalistica. Un motivo in più per perdersi tra le sale, osservare forme lineari e contorte, strisciate di verdi e azzurri, di rossi e di gialli, si veda il brillante e divertente “Gioco di colori” di Medeiros de Lima (1971). Sono tutti piccoli capolavori, lievi eppure indistruttibili e preziosi come i prodotti della Mazzucchelli.
[MAP] Museo Arte Plastica ∙ Palazzo dei Castiglioni di Monteruzzo Via Roma, 29 ∙ Castiglione Olona (VA) Per informazioni e prenotazioni: Telefono: 0331/858301 (Ufficio Cultura) Email: museocivico@comune.castiglione-olona.va.it
77
SPORT
Perché fare CANOTTAGGIO
I grandi eventi ospitati negli ultimi anni sul lago di Varese e la recente medaglia d’oro olimpica di Federica Cesarini, ma non solo. A fare da volano ad uno sport in forte crescita sul territorio è anche la passione di chi porta avanti le attività di società come la Canottieri Varese e la Canottieri Gavirate. Scuole di campioni, ma anche e soprattutto realtà dove bambini e bambine possono iniziare a muovere i primi colpi di remi. Anche solo per allenare all’aperto corpo e mente Andrea Della Bella Foto: Alberto Bortoluzzi
I
grandi appuntamenti ospitati dal territorio e la recente vittoria olimpica di Federica Cesarini a Tokyo sono un volano incredibile per il canottaggio. Ma non l’unica spiegazione dell’ascesa di questo sport nel gradimento di giovani e famiglie. E fulcro della popolarità che il canottaggio sta vivendo è rappresentato certamente dalle acque del lago di Varese e dalla Canottieri Varese, pilastri sempre più di riferimento del panorama remiero nazionale e internazionale. A confermare la crescita del movimento è Pierpaolo Frattini, direttore della società che ha il suo quartier generale alla Schiranna e direttore del Comitato organizzatore degli appuntamenti internazionali che si sono recentemente disputati a Varese. Frattini, il canottaggio varesino sta vivendo un momento davvero felice... Senza dubbio i grandi appuntamenti che si sono disputati sul nostro lago hanno rappresentato un volano importante sotto il profilo della popolarità di questo sport. Varese e le sue acque hanno potuto dimostrare le grandi potenzialità sia del canottaggio, sia dell’intero territorio. Da un lato abbiamo dimostrato la capacità organizzativa, consolidando la nostra credibilità, dall’altro siamo stati una spinta sotto il profilo della promozione
78
turistica e dell’indotto economico. Senza dimenticare il consenso incassato dagli atleti in gara e la soddisfazione per i risultati raggiunti nelle varie categorie della nostra nazionale. Ma il successo ottenuto con i grandi eventi non è l’unica spiegazione. Ovvero? La Canottieri Varese non ha mai smesso di lavorare per crescere come società. Nulla nasce a caso. Diciamo che i grandi eventi sono la vetrina, ma dietro le quinte c’è un’attività quotidiana che non si è mai fermata. È però altrettanto vero che i riflettori internazionali hanno aumentato l’interesse nei confronti di questo sport. Molti giovani e famiglie si sono avvicinati e chiedono informazioni.
I giovani (e le famiglie) appunto. Con quali occhi guardano attualmente al canottaggio? Con grande interesse. E non solo per seguire la moda del momento. Ci dia tre buone ragioni per praticare questo sport. Fisico, mente e la possibilità di fare sport all’aria aperta. Il canottaggio è una disciplina completa, che aiuta lo sviluppo armonioso del fisico di un ragazzo. Ma anche la testa. È uno sport che allena il corpo e aiuta il ragazzo a crescere anche come persona. Chi fa canottaggio può misurarsi con se stesso nel singolo, ma imparare anche a stare in gruppo e a fare squadra. Inoltre, dettaglio non secondario, lo si pratica all’aperto e sul lago di Varese, acque che sono sempre più punto di ambiente famigliare, ho legato subito con quelli che erano i miei compagni, riferimento a livello internazionale. sono arrivate le prime soddisfazioni sportive e ho proseguito tutta la mia carriera conquistando anche la nazionale e i successi ottenuti. E lei, da ex canottiere di alto livello può portare anche la sua esperienza personale. A che età si inizia a vogare? Come ha iniziato? Nove anni. E si sale subito in barca per disputare le prime gare promozionali. Non da giovanissimo. Io giocavo a hockey e In Canottieri siamo molti attenti nel promuovere questo sport. Un esempio è il al canottaggio ci sono arrivato in seguito a un Summer Camp che anche quest’anno abbiamo organizzato. L’obiettivo che ci infortunio. Mi è stato consigliato di praticare siamo fissati era quello di avere una trentina di ragazzi per ogni settimana. Limite canottaggio in attesa di guarire dall’incidente di che abbiamo superato arrivando quasi a 50, puntando solo sul passaparola. gioco. Mi sono avvicinato per necessità, ma ho Segno che questo sport sta davvero entrando nel cuore della gente. E questo è continuato a remare per passione. Ho trovato un per noi motivo di grande soddisfazione.
La campionessa Caraffini: “Uno sport per teste dure” “Nel canottaggio la differenza la fa la testa. La capacità di stare a stretto contatto con la fatica e la voglia di raggiungere un obiettivo. Non conta il mezzo, la differenza la fai tu”. Basterebbero queste parole per capire quanto questo sport sia davvero una scuola di vita per chi lo pratica. Chi parla è Alessandra Caraffini, fresca Campionessa Italiana con l’8 azzurro, da una vita nella Canottieri Gavirate, la stessa società che ha forgiato la neo medaglia d’oro, Federica Cesarini. Parole intrise di passione e amore per quello che Caraffini definisce “lo sport che ha segnato la mia vita, perché mi ha fatto crescere e mi ha insegnato ad affrontare la realtà quotidiana”. Alessandra Caraffini è una donna d’acqua, a differenza della mamma Margot Acquaderni, che per vincere nello sport ha scelto l’aria e stabilito record mondiali con il suo aliante nei cieli di tutto il mondo. La sua palestra è il lago di Varese, la sua casa la Canottieri Gavirate, dove inizia a vogare nel 2003 e dove ancor oggi rema e supporta i giovani atleti. Alessandra Caraffini cresce sotto l’ala di Giovanni Calabrese, allenatore e “maestro di vita. Giovanni mi ha fatto crescere come atleta e come persona. Dopo un anno, mi ha dato la possibilità di partecipare ai Campionati Italiani Esordienti, che ho vinto e ai Campionati Mondiali Universitari. Nel 2005 ho disputato i Mondiali Under 23 e gli Assoluti”. Ma per Alessandra Caraffini il canottaggio è molto di più di una competizione da preparare in maniera meticolosa e vincere. Il canottaggio è vita. “È uno sport che ti mette a nudo e fa venire fuori
quello che davvero sei. Quando sei sulla linea di partenza tutti i concorrenti sono uguali. Le barche non fanno la differenza. Conta come ti sei allenata, la tecnica, ma soprattutto la testa. E chi ce l’ha più dura, chi riesce a convivere più a lungo con la fatica, chi ha voglia di superare il proprio il limite, vince”. E la determinazione cementata negli anni, colpo di remo dopo colpo di remo, diventa pace con se stessa quando, ancor oggi, Alessandra Caraffini con la sua barca e i suoi remi inizia a prendere il largo dalla sponda gaviratese per vogare sulle acque del lago di Varese. “È lì che ritrovo me stessa – racconta (ed è un piacere starla ad ascoltare) – e che mi misuro. Non è semplice descrivere le sensazioni che provo quando sono in barca, uno spazio fisico ridotto al minimo, in mezzo al lago. Un’emozione unica”. Ma il canottaggio non è solo sfida singola, “chi lo pratica impara anche a stare insieme agli altri e a confrontarsi. Ed è proprio quello che accade nella vita. In barca può capitare di stare anche con chi non leghi a livello caratteriale, ma devi condividere l’obiettivo e questo ti insegna a trovare le strategie per superare le difficoltà se si vuole davvero raggiungere la meta”. E infine i giovani. «Agli ultimi Campionati Italiani ho vogato con atlete diciottenni. Esperienza impagabile sentire la felicità e l’entusiasmo di vogare dei giovani. Abbiamo vinto in otto. Ed è per questo che sono felice di mettere a disposizione dei ragazzi della Canottieri Gavirate la mia esperienza. È un modo bellissimo per restituire quanto io ho ricevuto e continuo a ricevere da questo sport».
79
Nella cornice del Modenese tra domenica 18 e lunedì 19 Luglio l’Orologeria Paternostro e Jaeger-LeCoultre hanno festeggiato i 90 anni dell’iconico segnatempo dal quadrante rettangolare di casa JLC, con un evento esclusivo. Reverso, un orologio elegante e sofisticato con una particolarità tutta sua: la cassa ribaltabile. La giornata di domenica è iniziata con una colazione nella nuova gioielleria, gli invitati sono arrivati con le proprie auto d’epoca, per un totale di nove auto tra cui Ferrari e Porsche, nel cuore di piazza San Magno a Legnano e successivamente si sono diretti verso Modena.
Tutto il viaggio è stato organizzato alla perfezione seguendo le strade più panoramiche e gli ospiti hanno avuto l’occasione di visitare il museo Enzo Ferrari, il Museo Stanguellini e l’Acetaia Giusti, la più antica d’Italia. Tra un tour nelle colline modenesi, pranzi gourmet e giri in autodromo, il weekend si è poi concluso consumando un raffinato aperitivo presso l’orologeria Paternostro, allestita appositamente come una Boutique Jaeger-LeCoultre. Gli ospiti hanno avuto la possibilità di visionare alcuni contagiri arrivati dal Museo Stanguellini proprio perché le auto all’epoca montavano contatori e orologi da cruscotti Jaeger, e inoltre hanno potuto provare le novità 2021 della Casa Madre svizzera.
LEGNANO | C.so Garibaldi, 2 - Tel. 0331.45.23.07 RHO | Piazza San Vittore, 13 - Tel. 02.934.17.97
WWW.ANDREAPATERNOSTRO.IT
In cucina
Si brinda con il Tocai Friulano “Rassauer”
SCOPRI IL PIACERE DI GUIDARE CON NOI
SHOWROOM NOLEGGIO TEST RIDE MOTO DEMO SERVICE ACCESSORI ABBIGLIAMENTO
Bike House Varese
Concessionaria BMW Motorrad
Viale Belforte, 2 - Varese Tel. 0332 1815700
info@bikehousegroup.com www.bikehousegroup.com
BikeHouseMotorrad bikehousebmw
Motori
NUOVO DUCATO, SEMPRE PIÙ CONNESSO COL LAVORO
Q
uarant’anni e non sentirli. Ducato soffia sulle candeline di una ricorrenza a cifra tonda con un successo importante: quello che lo incorona come il veicolo commerciale più venduto in Europa nel 2020. Ma Fiat Professional non si culla sugli allori e rinnova il proprio campione di vendite lanciando sul mercato il Nuovo Ducato Serie 8, un modello che racchiude efficienza, comfort di bordo, sicurezza, performance e connettività. Il look di Nuovo Ducato è quello familiare e rassicurante di sempre, ma con un’evoluzione che si nota a partire dal design dei nuovi proiettori con tecnologia Full Led che garantiscono il 30% in più di luminosità rispetto ai classici fari alogeni.
Il rinnovamento continua all’interno con il Keyless Entry and Go per aprire e chiudere le porte e avviare il motore senza chiave, il freno di stazionamento elettrico per ridurre gli ingombri in cabina e facilitare gli spostamenti, il sedile passeggero “Eat and Work” che diventa uno spazio per lavorare o per fare uno spuntino, l’hub per ricaricare i cellulari o ancora le prese USB, la presa di corrente ad alta tensione a 230 V e il parabrezza riscaldato con resistenze elettriche interne per un rapido sbrinamento. Il nuovo servosterzo elettrico e il volante dal diametro ridotto ridefiniscono il concetto di comfort, a vantaggio dell’ergonomia e della riduzione dello stress per conducenti e passeggeri sottoposti a impegni lavorativi sempre crescenti.
Borgo Agnello Spa a socio unico Largo Verrotti, 9 Gallarate (VA) www.borgoagnello.it informazione pubblicitaria
In termini di performance, Nuovo Ducato rinnova la gamma offrendo propulsori sviluppati secondo le normative Euro 6D-Final e ampliando la gamma disponibile con omologazione Heavy Duty. I nuovi motori sono diesel Multijet3. L’offerta si articola tra quattro livelli di potenza e due trasmissioni: manuale a 6 marce disponibile per 120, 140, 160, 180 cavalli ed automatica con il cambio “9Speed” a 9 rapporti, disponibile sui livelli di potenza 140, 160 e 180 cavalli. La tradizionale idroguida è sostituita da una guida assistita elettricamente in grado di autoregolarsi, facilitando così le operazioni di parcheggio, mentre la tradizionale architettura “all-forward” continua a garantire il miglior raggio di sterzata della categoria e una maggiore facilità nelle operazioni di carico e scarico. Rinnovata anche la configurazione digitale: navigazione 3D, nuove interfacce Uconnect con schermi fino a 10,1”, un sistema di radionavigazione che incorpora mappe TomTom 3D e interfaccia Apple Car Play/Android Auto con sistema wireless. Si propone come il primo “Large Van” con guida autonoma di livello 2 offrendo un intero range di Sistemi Avanzati di Assistenza alla Guida; completa l’ausilio il Digital Central Mirror che proietta in digitale l’immagine posteriore sostituendo il retrovisore. Grazie agli Uconnect™ Services e all’app Fiat sarà possibile gestire il mezzo direttamente dai devices.
IL TUO BUSINESS NON AVRÀ CONFINI
FINO A 370km* DI AUTONOMIA *Batteria a 5 moduli
ENERGIA IN MOVIMENTO
RECOVERY MODE
PRENOTA UN TEST DRIVE GRATUITO A GALLARATE Prova E-Ducato 100% Elettrico Scansiona Il QR code
Oppure chiama
Linea dedicata
0322 539072
Borgo Agnello è a GALLARATE in Largo Francesco Verrotti, 9 infopromo@borgoagnello.it | www.borgoagnello.it
100% DUCATO. 100% ELETTRICO.
QUANDO VUOI, DOVE VUOI, SENZA DIVIETI
CARROZZERIA CERTIFICATA PORSCHE A VARESE In Italia sono solo 25 le carrozzerie certificate dalla casa automobilistica tedesca. Tra queste una è varesina: la Carrozzeria Premoli, appartenente al gruppo societario Wendecar Spa e Delcar Spa - Centro Porsche Varese
‘‘H
o sempre considerato il lavoro del carrozziere una professione nobile. Una forma di arte, ovvero la capacità di saper riparare una vettura danneggiata riportandola al suo stato originario. Questa è l’idea guida che mi orienta e mi stimola tutte le volte che inizio una riparazione”. Queste le parole di Graziano Premoli, alla guida della Carrozzeria Premoli, certificata Porsche e appartenente al gruppo appartenente alla famiglia Della Torre, Wendecar Spa e Delcar Spa Centro Porsche Varese. Il legame tra la casa automobilistica tedesca e la carrozzeria varesina inizia nel 1998. Servizi esclusivi, personale altamente qualificato e attrezzature all’avanguardia garantiscono alla Carrozzeria Premoli il posizionamento in una élite: quella delle venticinque carrozzerie italiane con Certificazione Porsche. “Nel 2007 inizia la collaborazione con la Concessionaria Delcar Spa - Centro Porsche Varese – spiega Premoli - Dopo tre anni, abbiamo aderito all’iniziativa voluta da Porsche AG volta a certificare le prime carrozzerie in Italia, iniziando quindi un percorso di formazione specialistica del nostro personale”. Per ottenere la certificazione, la carrozzeria Premoli sfreccia direttamente presso i centri tecnici della sede di Stoccarda. È qui che si forma una squadra che oggi offre un servizio fatto di diversi e studiati step di riparazione: dall’accettazione alla riconsegna, infatti, ogni fase è eseguita con il rispetto e la cura che le auto richiedono. Prima si esamina
la tipologia del danno. In un secondo momento si effettua una diagnosi completa della scocca, attraverso uno strumento elettronico certificato. Infine, i tecnici dell’officina elaborano un piano di lavoro documentando le fasi delle lavorazioni con un dossier fotografico o video per dimostrare in modo esaustivo e trasparente tutti gli interventi effettuati sul veicolo. Con questo sistema certificato e d’avanguardia lo sguardo di Centro Porsche Varese è rivolto verso il futuro. Un futuro che, sempre di più, vedrà sulle strade auto ibride ed elettriche. “Non sarà più possibile iniziare una riparazione senza aver prima effettuato una diagnosi accurata e predisposto tutte le procedure necessarie per la messa in sicurezza dell’auto”. Ciò comporterà che le operazioni di ripristino saranno molto più delicate e si dovrà avere
Centro Porsche Varese Via Sanvito Silvestro, 81 – Varese 0332 825911 https://dealers.porscheitalia.com/varese/ita informazione pubblicitaria
un’approfondita conoscenza dei sistemi di riparazione per non danneggiare gli apparati elettronici e le connessioni, riducendo il rischio di compromettere seriamente la vettura nelle sue funzionalità e soprattutto nella sicurezza”. Porsche, e di conseguenza le carrozzerie certificate, tra cui quella varesina, hanno effettuato investimenti consistenti ma anche mirati, per raggiungere obiettivi di eccellenza per garantire alle loro vetture la conservazione del valore nel tempo. “La certificazione ci consente di riparare le auto con degli standard di qualità elevati, utilizzando le specifiche attrezzature omologate, nonché di essere in grado di riparare le nuove tipologie di veicoli costruiti con scocche in leghe di alluminio e acciai ultra resistenziali, garantendo di riportare la vettura come in origine”.
INFORMATICA DAL SECOLO SCORSO Digitalizziamo la tua impresa
Tel. 0332 817490 - email: sales@assi.it - www.assi.it
associata
RUBRICHE SU
CULTURA E DIGITALE
TERZA PAGINA
Percezione o realtà? COMUNICARE
Ti raggiungerò e altre storie DAL WEB
La ripresa tra Borsa, storia e sport
CULTURA E DIGITALE
Terza pagina PERCEZIONE O REALTÀ? Nel libro “Odi et amo”, edito da Mimesis, il fisico milanese Giuseppe Caglioti, docente emerito di Struttura della materia e Aesthetics al Politecnico di Milano, teorizza come la fisica quantistica possa svelare i misteri della mente umana. Un libro che riconcilia cultura scientifica e umanistica partendo dallo studio di come percepiamo le illusioni ottiche e le immagini ambigue, ossia quelle che possono avere più chiavi di lettura, come ad esempio il famoso vaso di Edgar Rubin
C
ome oggi si parla della sindrome di Stendhal, l’estasi che colpisce alcune persone davanti alla bellezza di un’opera d’arte, forse un giorno si parlerà della
88
sindrome di Caglioti. Nel libro “Odi et amo” (Mimesis) il fisico milanese, docente emerito di Struttura della materia e Aesthetics al Politecnico di Milano, mette in relazione la dinamica delle
ambiguità percettive con la dinamica della misurazione dei sistemi quantistici. A ispirare Giuseppe Caglioti è stato il quadro “Trauma spaziale” di Franco Grignani, esposto nel 1975 in una
Michele Mancino
Giuseppe Caglioti: “Esiste una stretta analogia tra il processo di misurazione delle strutture quantistiche e la percezione dinamica delle immagini ambigue, che non sono illusioni ottiche: per me queste ultime rappresentano la realtà quantistica della nostra mente. Forse siamo alle soglie dello sviluppo di una nuova disciplina: la fisica mentalquantistica” mostra alla Rotonda della Besana di Milano. L’opera, un olio su tela, rappresenta l’avvicinamento di due enormi buchi neri che, formando una spirale, collassano e sprigionano onde gravitazionali, già previste un secolo fa da Albert Einstein ma registrate per la prima volta nel settembre del 2015. Caglioti osserva attentamente altre opere dell’autore, in
particolare “Psicoplastico”, geometrie psicovisive che originano illusioni ottiche. “Sconcertante”, così il fisico definisce l’analogia che c’è tra quelle immagini, capaci di innescare nell’osservatore una percezione dinamica (ambigua) e la misurazione delle strutture quantistiche eseguita nei laboratori di fisica. “Era il brusco rovescio della medaglia a cui sono seguite notti da incubo racconta l’autore -. L’unico modo per uscirne era affrontare la questione con il rigore scientifico e con l’aiuto di colui che aveva sollevato il problema”. Le figure ambigue, alcune molto note, come i due profili di Edgar Rubin che diventano un vaso e viceversa, a seconda dell’oggetto su cui si concentra l’osservatore, o il cubo di Necker, figura bidimensionale che genera un’inversione di profondità, alimentano nella mente di chi guarda una vera e propria danza tra possibilità sovrapponibili e al tempo stesso incompatibili l’una con l’altra. Proprio come accade nella meccanica quantistica che, secondo Caglioti, è congeniale al nostro modo di percepire, pensare, decidere e scegliere. Una condizione di ambiguità che giustifica anche la scelta di utilizzare come titolo “Odi et amo”, il celebre carme di Catullo. Odio e amore, due sentimenti opposti che convivono sovrapponendosi nel cuore
e nella mente del poeta latino, un ossimoro generato dall’amore per Lesbia e dai suoi tradimenti. Una dimostrazione della danza degli opposti inconciliabili di cui è capace la nostra mente è visibile nella versione animata della copertina attivabile con un QR code. Una sovrapposizione che trasforma il “Canto d’amore”, famoso dipinto di Giorgio De Chirico, in un quanto d’amore. La pubblicazione di questo libro è il risultato di un percorso che ha trovato, strada facendo, conferme nelle neuroscienze, nella biologia, nella psicologia e nella stessa fisica quantistica. Un saggio necessariamente multidisciplinare perché l’ambiguità generata da quel processo mentale pervade ogni aspetto della nostra esistenza e solleva interrogativi a più livelli che nel saggio vengono affrontati grazie al contributo della filosofa Tatiana V. Tchouvileva, professore di Aesthetics all’Istituto cinematografico di Mosca e, a contratto, al Politecnico di Milano, e dell’architetto Luigi Cocchiarella, professore associato al Politecnico di Milano. In questo percorso la cultura scientifica e quella umanistica si riconciliano. Il loro trait d’union è quella ambiguità che ha reso insonni le notti di Caglioti, dopo la visione dell’opera d’arte di Grignani. Per usare le parole del fisico
Giorgio Benedek, autore della prefazione, “si ricompongono in indissolubile unità con la convinzione che i meccanismi cerebrali alla base della creatività artistica e scientifica siano sostanzialmente gli stessi, guidati da una logica quantistica”. Lo psichiatra Vittorino Andreoli, a cui è affidata la postfazione del libro, riconosce fondato l’auspicio dell’autore circa il contributo che la fisica quantistica può dare alle neuroscienze, dicendosi convinto che “sia proprio la coscienza, su quelli che io chiamo i livelli di coscienza, che sono sovrapponibili, che l’incontro tra fisica quantistica e mente si prospetta come un salto nella comprensione dell’uomo”. Caglioti dice di aver raccolto la sfida lanciata dal Premio Nobel per la fisica Richard Feynman, secondo cui, la natura non è classica e se vuoi fare una simulazione
della Natura sarebbe bene farla in termini quantistici. Un problema che lo stesso Feynman definì “magnifico”, perché non sembrava tanto facile, neanche a una mente meravigliosa come la sua. “Esiste una stretta analogia tra il processo di misurazione delle strutture quantistiche e la percezione dinamica delle immagini ambigue, che non sono illusioni ottiche: per me - sottolinea Cagliotiqueste ultime rappresentano la realtà quantistica della nostra mente. Forse siamo alle soglie dello sviluppo di una nuova disciplina: la fisica mental-quantistica”. Giuseppe Caglioti con Tatiana Tchouvileva e Luigi Cocchiarella Odi et amo Dalle ambiguità percettive al pensiero quantistico Prefazione di Giorgio Benedek, Postfazione di Vittorino Andreoli Mimesis Editore
La pubblicazione di questo libro è il risultato di un percorso che ha trovato, strada facendo, conferme nelle neuroscienze, nella biologia, nella psicologia e nella stessa fisica quantistica. Un saggio necessariamente multidisciplinare perché l’ambiguità generata da quel processo mentale pervade ogni aspetto della nostra esistenza e solleva interrogativi a più livelli 89
CULTURA E DIGITALE
In libreria
Silvia Giovannini
Finanza alternativa per l’economia reale
La vita pretende dignità... e rende “essere”
Anna Gervasoni Guerini Next, 2021
Gianfranco Galante Macchione, 2021
I
n un periodo di grande discontinuità, è sempre più attuale per le imprese capire il mondo della finanza innovativa. Sui mercati è ormai consolidata la tendenza a vedere sempre più attivi operatori alternativi alla Banca, che offrono capitali alle imprese con diverse modalità. Il testo passa in rassegna i principali soggetti e strumenti, inquadrandoli in uno scenario che comprende anche la parte più tradizionale dei mercati finanziari. Si parla, tra l’altro, di ricorso al private equity, venture capital, private debt, di crowdfunding, di quotazioni sui mercati. liuc.it
90
L’oro del suono Franco Mussida Nomos, 2021
U
na monografia che raccoglie e ricerca la produzione dell’artista - noto musicista, membro fondatore della PFM - Premiata Forneria Marconi -, nell’arte contemporanea. Un’opera tesa a divulgare il più possibile la percezione di quanto la musica sia un linguaggio di assoluto valore e ancora tutta da indagare e scoprire. L’autore aspira ad un futuro in cui la musica possa andare oltre la dimensione di intrattenimento, per
diventare strumento di una nuova didattica e tornare alla sua dimensione di bene comune. Con i contributi di Corgnati, Auracantar, Di Pietrantonio, Paparoni e Zanchetta. Mussida è musicista, compositore, filosofo-ricercatore. Affascinato fin da giovane dalla comunicazione non verbale legata al mondo del suono e della musica, promuove, sulla relazione suono-emozione, specifiche ricerche ormai più che trentennali. Scrive libri e trattati tra cui “La musica ignorata” (Skira, 2013) e “Il pianeta della musica” (Salani, 2019). francomussida.com
‘‘È
la vita che assurge a protagonista e, filosoficamente, si pone come specimen di questo nuovo e interessante scritto di Galante. Un inno alla vita che non prescinde dalle persone. Anzi. Le mette in primo piano”. Le parole di Enea Biumi sono perfette per descrivere il nuovo lavoro dell’autore, curiosamente uscito in contemporanea ad una silloge poetica. Qui la narrazione porta all’introspezione dell’animo umano tra luci e ombre, con delicata attenzione verso le fragilità. Una riflessione forte ma tratteggiata con uno stile delicatamente ironico tipica firma dell’autore.
macchionepietroeditore.it
Non è oro tutto quello che luccica, ma bisognerebbe equamente aggiungere che neppure luccica tutto quel che è oro. Friedrich Hebbel
Identity Men
Sapore di azzurro e di neve
Alberto Meomartini, Andrea Villa Skira, 2021
Annalisa Podestà Aletheia, 2021
G
li uomini e le donne che hanno difeso il patrimonio culturale italiano (19431951). Ricostruendo le biografie dei componenti britannici e americani della sottocommissione “Monuments, Fine Arts and Archives” (i Monuments Men) e le vicende dei tanti funzionari che si preoccuparono di mettere in salvo monumenti e opere d’arte, colpisce che a tutela del nostro patrimonio artistico fossero impegnate persone molto diverse. Dai funzionari dello stato fascista, che temevano le conseguenze della risalita in Italia degli Alleati, a quelli che invece si opponenevano. skira.net
L Ed, il mio carceriere Patrizia Baccarin Booksprint, 2021
I
l primo romanzo dell’autrice varesina racconta una storia di fatti drammatici, ma soprattutto la storia di una scelta fondamentale: per la protagonista della narrazione e per il lettore. Cosa seguire tra amore e dovere, rimpianti e felicità?
Cuore o buon senso? O sono la stessa cosa? Ritrovarsi inaspettatamente ostaggio a seguito di una rapina sconvolge la vita di Prudencia e la cambierà per sempre. Quella che nasce come una prigionia, si trasforma in una inaspettata storia. Due persone molto diverse si ritrovano unite in un’esperienza surreale, che tra avversità e colpi di scena li segnerà in modo indelebile, mettendoli entrambi davanti a una svolta.
a prima opera dell’insegnante del Legnani di Saronno è un romanzo di rinascita. Protagonista Clara, giovane donna della borghesia milanese, che, rimasta vedova a seguito della morte del marito per Covid, si trasferisce a Gravagna, frazione di Pontremoli ai piedi del Passo della Cisa, con la esuberante figlia Celi. Dagli inizi di maggio 2022 fino al Natale, Clara compie un non facile percorso di riscoperta di sé, attraverso il suo ruolo di madre ma anche grazie all’incontro con gli abitanti del luogo, che le consentono di cogliere nuove prospettive e immaginare un futuro diverso.
booksprintedizioni.it
aletheiaeditore.it 91
CULTURA E DIGITALE
Comunicare TI RAGGIUNGERÒ E ALTRE STORIE Dalle calze della Carrà made in Busto Arsizio ai tormentoni estivi: come cambia il modo di fare pubblicità e marketing. Tra rischi e opportunità. Ma soprattutto con occhi sempre bene aperti sulla reputazione aziendale e sull’etica Silvia Giovannini
‘‘S
e chiami questa notte, io ti risponderò per dirti cento volte: per te io ci sarò. E non mi importa niente quanti chilometri. Tu pensami più forte finché non sarò lì. Ti raggiungerò”. Chissà quante volte avete canticchiato queste parole durante l’estate, considerandole quello che sono: il ritornello di una
canzone leggera reggaeton. E così per le “labbra rosso Coca Cola” o il “ti ho in testa come Pantene” del 2020, entrambi legati alla premiata coppia Ferragnez. Ma se, per questi due tormentoni, il sospetto di un accordo commerciale sarebbe venuto in mente anche ad un sordo, per il singolo di Fred De Palma la cosa non è stata così evidente. Serviva vedere il video e tutta la promozione per scoprire una vera e propria chicca del product
placement 2021. Sull’onda del “distanti ma uniti”, Windtre si è giocata infatti la carta della semplicità: una canzone fresca e solare che racconta storie di vicinanza o, meglio, di connessione. Ti raggiungerò è il concetto. Semplicemente geniale, no? Ti raggiungerò is the new “Tutto intorno a te”, di Megan Galeiana memoria. Nelle pubblicità che parlano di rete, il segno dei tempi che cambiano fatto a spot. Per comunicatori e professionisti del marketing
Fred De Palma
Megan Gale 92
un’evoluzione lineare in fondo: cambiano i tempi, cambiano le modalità, cambia la narrazione dei contenuti. Quest’ultima, a conti fatti, è la parte più semplice: dopo il biennio appena trascorso, il tema del momento in pubblicità è quello della relazione. Il centro non è il singolo (Tutto intorno a te, è bello certo, ma non basta) bensì lo stare vicini della canzone di De Palma. Ed è così per tutta una riscoperta di valori, che - complice anche
il confronto diretto con il pubblico via social - premia chi sa ascoltare con empatia le sensibilità del momento. Anche le modalità sono un’interessante opportunità: dagli smartissimi reels ai raffinati docufilm, dai resoconti aziendali che diventano vere e proprie pubblicazioni patinate, al dialogo veloce con il cliente via tweet, al comunicatore, non mancano certo le possibilità né tecniche né di varietà formale. Quello che oggi, invece, comporta una riflessione molto lucida, per agenzie e imprese, è quella del volto che racconta il brand. In occasione della sua scomparsa, ci siamo ricordati di una Carrà che ha prestato le gambe ai collant made in Busto Arsizio, ma ci sono volti e nomi legati indissolubilmente a prodotti e servizi. Nomi sopra le parti, che resteranno agganciati al marchio, tanto che qualche imprenditore più coraggioso negli anni ha sfidato le regole giocando il proprio a sostegno della narrazione: come Rana o Condorelli. Oggi la faccenda è più complessa, i testimonial diventano influencer, gli influencer sono produttori di contenuti e promotori in primis di se stessi. Molti, non tutti, si inventano da soli, si impongono al mercato, con il loro bagaglio valoriale che non sempre coincide con la storia del marchio. Capita allora che un’azienda come
Un consiglio sempre valido: investire in una figura professionale esperta che aiuti l’azienda nella consapevolezza delle occasioni e dei pericoli della comunicazione che cambia, che monitori con attenzione i portatori di influenza e “quello che si dice in giro” della propria realtà e che sappia introdurre iniziative di rottura Windtre possa permettersi di puntare sull’immagine di un giovane cantante talentuoso, ma che altre si affidino, più o meno ingenuamente, a semivip senza arte né parte con tutti i pericoli che ne conseguono. Un rischio grandissimo, come cavalcare un’onda anomala nel mare della reputazione aziendale cercando di restare in equilibrio e raggiungere in piedi riva e obiettivo. Con tutta una serie di domande etiche nascenti, cui la legge cerca di dare delle risposte che anziché diventare definitive, restano solo piccoli ostacoli da aggirare. Ecco allora il senso delle famose etichette “adv” e simili, ben nascoste da starlette che promuovono bibitoni dimagranti miracolosi. Fenomeni ormai vecchi e arcinoti, che allertano la soglia della nostra attenzione al primo sguardo. Ma che succede se a fare da testimonial non
è una ex tronista di Maria De Filippi ma un giornalista economico iscritto all’albo dei giornalisti che propone una immagine più credibile e, probabilmente, propone anche un prodotto più credibile o in linea con le nostre corde? E che succede se chi rappresenta l’azienda ne diventa rappresentante anche in comunicazione, come un vero testimonial, suo malgrado o senza il benestare dell’azienda? Pensiamo all’esemplare caso Vacchi ma non serve sfrugugliare ai vertici aziendali per capire che un dipendente può diventare un vero veicolo dei valori aziendali con un solo post su Facebook. Sono solo un paio di domande ma potrebbero essercene milioni, se pensiamo al punto di vista dell’azienda, del comunicatore, del cliente finale o dello stakeholder in generale. E restano domande per lo
più senza risposta. Perché in un mondo dalle infinite possibilità, infiniti sono anche i rischi. Sono passati i tempi in cui un’azienda assumeva un Tiger Woods, solo, unico e riconoscibile, e lo licenziava per scandali che lo allontanavano dai valori del marchio. Dispendiosa come gestione del problema, ma lineare. Per le imprese oggi, invece, grandi poteri e grandi responsabilità, per usare Spiderman come super influencer del concetto. Ecco, quindi un consiglio sempre valido: investire in una figura professionale esperta che aiuti l’azienda nella consapevolezza delle occasioni e dei pericoli della comunicazione che cambia, che monitori con attenzione i portatori di influenza e “quello che si dice in giro” della propria realtà, e che sappia introdurre iniziative di rottura. Idee inedite, ardite e creative. Ad esempio, perché non uscire dagli schemi e, anziché ricorrere ad un testimonial del messaggio, non rendere proprio il messaggio testimonial come in Ti raggiungerò? O perché non rendere il prodotto stesso testimonial come nella coraggiosa campagna contro le discriminazioni della Lego Everyone is Awesome? Le occasioni sono lì da cogliere. Con occhi e mente sempre ben aperti. 93
Dal web
Borsa, storia e sport
Industria varesina: si consolida la ripresa
Industria aerospaziale: A.L.A. si quota in Borsa
‘‘L’
L
Dai social network
CULTURA E DIGITALE
#ImpresediVarese Accogliendo l’autunno: una selezione di post di Instagram delle imprese di Varese. L’account dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese è @unioneindustrialivarese
96