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VARESEFOCUS 4/2021 - LUGLIO

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LUG • 2021

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di lago

NUMERO 4 • ANNO XXII Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA


Concessionaria per Varese e Provincia. Seguici su:


EDITORIALE

generale

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BMB VALVE, PIÙ DI UN SEMPLICE COLLAUDO

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Tel. 0331/306166 – Mob.: +39 351 6745354 Fax: 0331/1423727 Sede legale e operativa: Via Lombardia 53/55 – 21015 Lonate Pozzolo (VA) WEB: www.bmbvalve.it MAIL: sales@bmbvalve.it PEC: bmbvalvesrl@malpensapec.it

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©2021 Widiba S.p.A. - Gruppo Montepaschi. Messaggio pubblicitario con finalità promozionale.

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La Fiduciaria: come mettere al riparo il proprio patrimonio aziendale e personale

di Simone Filippini Consulente Finanziario di Banca Widiba

In un contesto di mercato post Covid sempre più incerto e complesso è fondamentale avere una strategia per mettere al sicuro il proprio patrimonio. Riservatezza, tutela, protezione verso terzi, ottimizzazione fiscale e stabilizzazione della governance aziendale, sono tutti obiettivi che si possono perseguire tramite lo strumento della Fiduciaria. Ma cos’è la Fiduciaria? Come opera? A chi si rivolge e quali sono gli obiettivi di questo strumento? Iniziamo col dire che la Fiduciaria è una società a cui si intestano beni o diritti (ad esempio beni mobili, immobili, quote di partecipazione in società, fondi comuni di investimento, Titoli, etc), che ha come scopo l’amministrazione dell’oggetto del conferimento sulla base di istruzioni fornite dal cliente fiduciante (persona fisica o giuridica). La Fiduciaria acquisisce così la titolarità solo in senso formale

dei beni conferiti; infatti, la vera titolarità effettiva dei questi rimane in capo ai fiducianti che la esercitano mediante istruzioni puntuali alla Fiduciaria. Questo strumento di pianificazione patrimoniale si rivolge prevalentemente a imprenditori e professionisti che dispongono di un patrimonio, sia aziendale sia personale, che si è accumulato nel tempo e vogliono cercare di proteggerlo. Per quanto riguarda gli obiettivi dell’impresa, la Fiduciaria può rivelarsi un buon mezzo per mantenere la massima riservatezza sulle proprie iniziative in ambito commerciale e proteggere le proprie partecipazioni. Può essere altresì utile alle imprese che necessitano di garanzie reali per essere finanziate, ma che non vogliono comparire o far comparire l’imprenditore in centrale rischi come soggetto garante. Non solo, può essere una soluzione per affrontare operazioni societarie straordinarie (M&A) oppure di transazioni commerciali di importo e complessità rilevante che necessitano di veder garantiti gli impegni presi dalle parti e può venire incontro alle esigenze di protezione degli

asset finanziari dell’impresa da eventuali ingiustificate pretese di terzi, al fine di proteggere il patrimonio aziendale. Se parliamo degli obiettivi personali perseguibili attraverso questo strumento, invece, la Fiduciaria può essere un mezzo utilissimo per mantenere la riservatezza, interna ed esterna alla famiglia e per prevenire azioni di terzi sul proprio patrimonio. Può rivelarsi un’ottima soluzione anche per ottimizzare i carichi fiscali su rapporti detenuti su più istituti bancari, inclusi asset patrimoniali detenuti all’estero e, infine, per cedere riservatamente la proprietà dell’azienda agli eredi disegnati, minimizzando l’impatto fiscale. Possiamo concludere dicendo che la società fiduciaria offre importanti opportunità per gli obiettivi di pianificazione patrimoniale e che sarà obiettivo del consulente finanziario indicare i vantaggi e le varie applicazioni dell’utilizzo della Fiduciaria ai clienti che volessero trovare la giusta soluzione per le loro esigenze attraverso questo strumento.

Simone Filippini | Consulente Finanziario di Banca Widiba https://simonefilippini.consulente.widiba.it/ Sede ufficio: Via V. Staurenghi 11, 21100 – Varese 231 +393285641154 | 107 simone.filippini@cfwidiba.it

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LUG • 2021

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di lago

FOCUS

Le parti sociali tornano protagoniste

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La rappresentanza che crea sviluppo

Il ritorno delle decisioni lunghe

Varese e il senso di comunità

Come diventare pilota di linea

I paradisi degli animali

L’Ecomuseo dei luoghi viscontei

La Fondazione Ascoli abbraccia il territorio

Fotografando i laghi

Il MA*GA riparte dagli impressionisti

Carrà e Martini tra sogno e mito

Una Gemma per Tokyo

ECONOMIA

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La bussola della sostenibilità

La svolta eco delle filiere del packaging

Il bikini che pulisce il mare

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L’industria varesina è un modello di sostenibilità

La riscoperta dei corpi intermedi

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NUMERO 4 • ANNO XXII

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VITA ASSOCIATIVA

FORMAZIONE

Il rapporto tra Scuola e impresa in Dad

UNIVERSITÀ

Il gambero che insegna l’economia circolare

SCIENZA

LUOGHI E BELLEZZA

CULTURA E DIGITALE

Terza pagina

In libreria

I corrieri dello spazio

Comunicare

Di cosa è capace una mosca soldato

Dal web

#ImpresediVarese


FOCUS

protagoniste ­


FOCUS

LA RISCOPERTA DEI

corpi intermedi Cionfrini

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l 70% degli italiani considera strategico il ruolo dei corpi intermedi per uscire dall’emergenza sanitaria e nella fase di ripartenza del Paese”. La notizia appare come un fulmine a ciel sereno sul sito del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro a metà ottobre 2020. La seconda ondata del Covid è alle porte. Il Paese sprofonda di nuovo nell’incubo e, allo stesso tempo, si aggrappa alle poche certezze che ha. Tra queste, certifica il Cnel riportando i dati della prima indagine sui corpi intermedi realizzata da Ipsos, ci sono le parti sociali che hanno, secondo l’opinione pubblica sondata, “la funzione fondamentale di collegamento tra le istituzioni e la cittadinanza nella rappresentanza di interessi altrimenti inascoltati” 10

e a “supplire alle carenze delle politiche pubbliche”. I cittadini girano le spalle alla stagione della disintermediazione che sembra (momentaneamente) finita. L’assalto al ruolo delle parti sociali non è andato a segno. Risultati che danno dunque ragione alle tesi contenute nel libro dall’imprenditore bustocco Michele Tronconi: “Perché insieme. Natura umana e corpi intermedi”. Una pubblicazione che è, allo stesso tempo, un’analisi accurata delle difficoltà che hanno attraversato,

negli ultimi anni, le parti sociali nel rapportarsi con chi aveva le leve del potere e uno studio sulle ragioni economiche e sociali su cui si è basato il tentativo di molte forze politiche e dei loro leader di minarne il ruolo centrale di interlocutrici nell’azione di governo. Il finale è svelato subito. Come in una narrazione al rovescio si arriva immediatamente alla conclusione: il tentativo è fallito. Proprio di fronte alla crisi pandemica e ad una fase di


IMPRESE ASSOCIATE TOTALE IMPRESE: 1.086

TOTALE ADDETTI: 64.661

RIPARTIZIONE PER CLASSE DIMENSIONALE

NUMERO DI ADDETTI

2.0% 1.0% 7.1%

1.0%

27.3%

14.1%

21.2%

26.3% da 1 a 10

da 21 a 50

da 101 a 200

da 251 a 500

da 11 a 20

da 51 a 100

da 201 a 250

oltre 500

ricostruzione economica e sociale del Paese, associazioni imprenditoriali e sindacati stanno riprendendo il loro giusto posto nel mondo. Oggi più che mai all’Italia servono rapidità, rappresentatività e competenza. Come conciliare tutti questi elementi se non “attraverso i corpi intermedi?” Del resto, scrive già nella premessa del libro Tronconi, “con chi concordare la chiusura delle attività produttive per limitare il contagio se non con

le rappresentanze delle imprese e coi sindacati? Con chi valutare gli interventi di sostegno al reddito, o il supporto finanziario alla produzione?” È nel pieno dell’emergenza che “la supposta semplificazione dei rapporti tra governanti e governati”, veleggiata per anni “sospinta dal populismo”, ha perso la sua forza. “Sembrava che i corpi intermedi fossero destinati al tramonto nel nome della disintermediazione”. E invece: “Ora

si sa che i corpi intermedi servono ancora”. Un po’ come nel ’92 e ’93, quando, ricorda Tronconi, “proprio in uno dei momenti più bui della Repubblica, sindacati e Confindustria hanno dato vita alla concertazione più costruttiva e pragmatica di sempre”. Il Trattato di Maastricht era da poco stato firmato. Occorreva “sistemare i conti pubblici sotto la pressione per l’alta inflazione che portava a emettere titoli di debito pubblico a tassi sempre maggiori”. Prima la manovra del Governo da 30mila miliardi di lire, poi quella aggiuntiva da 93mila miliardi, una delle più consistenti di sempre. La fuga dei capitali all’estero, la svalutazione della lira con un crollo del -25%. Il Paese era in ginocchio. “Tuttavia il confronto pressoché diurno col governo risultò essenziale per far spegnere l’inflazione, con due importanti accordi interconfederali che cambiano la storia delle nostre relazioni industriali”. Il primo è datato luglio 1992, il secondo luglio 1993. “Dapprima sopprimendo la scala mobile, poi modificando gli assetti della contrattazione collettiva”. Era il periodo dei Luigi Abete (Presidente) e Innocenzo Cipolletta (Direttore) in Confindustria. Dei Bruno Trentin (Cgil) nel sindacato. “Senza dimenticare, ovviamente, il ruolo giocato anche dai Segretari Generali di Cisl e Uil. Alla capacità di leadership di tutti loro va aggiunta una moltitudine di presidenti di associazione e di sindacalisti, spesso sconosciuti e dimenticati, che parteciparono alla costruzione del consenso e fecero da cinghia di trasmissione attraverso il Paese, passando per le fabbriche, o rispondendo sui giornali o alla televisione”. Il valore dei corpi intermedi diffusi sul territorio nei momenti di crisi. Quelli in cui le scelte, anche impopolari, hanno bisogno della costruzione di una condivisione dal basso. Di intermediazione, appunto. Oggi, come allora. Tronconi questo mondo lo conosce bene. La sua è una vita dedicata 11


FOCUS

LA RISCOPERTA DEI CORPI INTERMEDI

all’associazionismo imprenditoriale. Negli anni è stato Vicepresidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Presidente di SMI – Sistema Moda Italia, Presidente di Euratex (la federazione europea dell’industria tessile e dell’abbigliamento), componente del Consiglio Generale di Confindustria. Una passione ereditata da suo padre, Attilio Tronconi, Presidente dal ’78 all’81 dell’Unione Bustese degli Industriali. Allora Michele era uno studente del liceo, ma anche ghostwriter del papà: “Di quei tempi ricordo la speciale considerazione riservata al ruolo pubblico dell’associazione degli imprenditori, al pari dei sindacati. I politici tributavano a questi soggetti collettivi un’autorevolezza eguale a quella dei loro rispettivi partiti, quali interpreti delle istanze economiche e sociali del Paese”. Il gioco dei ruoli era semplice. Esistevano il Carlo capitale, il lavoro Bonomi e lo Stato. “Oggi – spiega invece Tronconi – è tutto più complesso nonostante s’invochi la semplicità e l’immediatezza di relazioni disintermediate”. Come dire: è proprio in una società dominata dalla complessità che i corpi intermedi tornano centrali per le politiche di sviluppo e di gestione delle difficoltà. E, invece, per anni, è avvenuto il contrario: “La concertazione si è spenta gradualmente per la sua irrilevanza sostanziale a causa della globalizzazione e della scomparsa dell’inflazione ed è del tutto terminata con la fine dell’ultimo governo Berlusconi nel 2011”. Da qui inizia la ricostruzione storica di Tronconi sulla disintermediazione. Una tentazione 12

che ha attratto trasversalmente tutti gli schieramenti. Non solo i rottamatori o i teorici della democrazia diretta che tutto risolve: “Dall’ultimo Berlusconi col Ministro Sacconi, a quello tecnico di Mario Monti, quindi quello di Matteo Renzi. Tutti questi governi, infatti, pur con modalità diverse, hanno cercato di ridurre sia il potere di veto dei sindacati, sia il ruolo della rappresentanza datoriale, negando il ritorno a logiche di ampio confronto”. Preconcetto, illusione, nuove geografie del potere: ecco i principali detrattori delle parti sociali. Il preconcetto secondo cui l’efficienza del Paese passi dallo scioglimento dei corpi intermedi, con “l’errata convinzione che la politica possa esistere senza formazioni collettive contrapposte, o pensando che chi assume il potere sia spinto unicamente dal pubblico bene”. L’illusione, alimentata da Internet, dai social network e dal conseguente mito della disintermediazione, che la democrazia diretta possa risolvere i problemi italici, come se le competenze non contassero. In democrazia uno vale uno, certo, “ma allo stesso tempo – spiega ai lettori di Varesefocus Michele Tronconi – la democrazia si costruisce anche con la sorveglianza degli eletti e con il confronto della pluralità dei corpi intermedi, ognuno dei quali è legittimato a rappresentare e difendere un interesse di parte, in un gioco di bilanciamento che porta alla costruzione di una sintesi nell’interesse generale altrimenti inarrivabile. Perché nessuno singolarmente può avere l’ambizione di esserne portatore. Chiunque esso sia. Che sia un partito, un singolo sindacato, una singola associazione datoriale”. E poi c’è

Il ritorno dell’inflazione, la necessità della contrattazione per affrontare le richieste sindacali di difesa del potere d’acquisto dei salari, il fenomeno della de-globalizzazione, la gestione del consenso intorno a politiche anche impopolari per affrontare il rientro dal debito pubblico: ecco i fenomeni che riportano al centro della scena il ruolo mediatore dei corpi intermedi l’ultimo elemento che in questi anni ha giocato contro i corpi intermedi: quello del potere, devoluto verso l’alto in direzione dell’Unione Europea e verso il basso in direzione delle Regioni. E con i Governi, dunque, tentati di riacquistare margini di rilevanza. Come? Semplicemente sostituendo la mediazione con le parti sociali attraverso l’interlocuzione diretta con il cittadino. Con il rischio di creare i presupposti di quella che un altro libro, “Italia 2030 – Proposte di Sviluppo”, ha definito la “frantumazione della società italiana”. L’individualismo che prende il posto del “bene comune”. La cancellazione di ogni coesione sociale con “la progressiva imposizione di nuove norme da rispettare senza essere discusse e condivise”. In pratica “la fine delle democrazie liberali” che rischia di arrivare fino alla deriva di “qualche forma di populismo autoritario”. In questo passaggio la pubblicazione “Italia 2030” converge sulla visione che emerge dal libro di Tronconi: c’è bisogno di ricostruire la società


su basi politiche diverse. Tronconi la chiama “controdemocrazia”. Il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, nell’introduzione di “Italia 2030” la definisce “democrazia negoziale”. Due termini più o meno simili. Ma l’importante è il concetto, così espresso da Bonomi: “L’Italia ha bisogno di una democrazia negoziale costruita e radicata su una grande alleanza pubblicoprivato su cui il decisore politico non ha delega insindacabile per mandato elettorale, ma con cui esso dialoga incessantemente attraverso la rappresentanza del mondo dell’impresa, del lavoro, delle professioni, del terzo settore, della ricerca e della cultura. E ciascuna di queste rappresentanze incarna sì interessi concreti e di parte, ma deve nutrire ambizione e capacità di portarli a sintesi in una grande matrice condivisa di bene comune e ricostruzione nazionale”.

Ed è quello che avverrà secondo le previsioni di entrambi i libri, anche come conseguenza del dramma sanitario che abbiamo vissuto in questi mesi e che ci ha fatto riscoprire “l’importanza delle competenze e ha rivitalizzato le spinte solidaristiche e un senso di comunità prima smarrito”. Nelle conclusioni Tronconi scrive: “Quando ho iniziato questo lavoro i corpi intermedi apparivano in declino, quasi una sorta di residuati bellici di tempi ormai trascorsi. Anche se le adesioni non sono mai drasticamente scemate. Poi è arrivata l’emergenza epidemiologica da Covid-19 e tutti ne hanno riscoperto il ruolo di interposizione”. Come nel ‘92/’93. Perché è nei momenti di crisi che le parti sociali emergono con il loro valore di rappresentanza. E i momenti difficili non sono finiti. Nel medio termine la riorganizzazione del lavoro secondo le nuove innovazioni digitali, la

ricomparsa dell’inflazione per via della de-globalizzazione alimentata dallo scontro Usa-Cina, il ritorno da protagonista della contrattazione per via delle rivendicazioni sindacali per la difesa del potere di acquisto dei salari, le necessarie politiche anche impopolari per la gestione del debito pubblico, sono tutti elementi che, per Tronconi, riportano allo scenario del ’92: la decisione avrà bisogno della concertazione e, dunque, delle parti sociali. “Non ci sarà più spazio per l’incompetenza o l’improvvisazione”. Non solo: la rincorsa del “facile consenso, attraverso scambi immediati” lascerà il posto a “un’ottica di lungo periodo”. Stiamo tornando ad un mondo in cui “la capacità deliberativa dovrà fondarsi sulla conoscenza dei problemi e sulla comprensione delle interdipendenze tra le variabili in gioco”. L’interesse generale torna ad avere bisogno di riscoprire i corpi intermedi. 13


FOCUS

LA RAPPRESENTANZA CHE

crea sviluppo Davide Cionfrini

Per il Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Roberto Grassi, flessibilità, velocità di reazione e discontinuità sono le uniche chiavi di lettura della modernità. Ciò vale anche per i corpi intermedi: “A partire da Univa che da tempo non è più una semplice parte sociale. Siamo molto di più: un protagonista del territorio impegnato ogni giorno nella creazione di benessere diffuso, economico e sociale, per tutta la comunità”

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osì come è cambiato il ruolo dell’impresa nella nostra società, così è evoluta anche l’azione dell’Unione degli

Industriali della Provincia di Varese per rispondere agli scenari sempre più complessi che contraddistinguono la modernità”. Quello del Presidente di Univa, Roberto Grassi, durante la recente Assemblea Privata della più

importante associazione datoriale del Varesotto, è stato un intervento che ha voluto dare un collocamento preciso all’azione di rappresentanza e al ruolo di corpo intermedio, così come interpretato dagli industriali varesini:

L’IMPEGNO PER IMPRESE E TERRITORIO Otto impegni per un obiettivo: lo sviluppo delle imprese e del territorio. Una partita che, secondo l’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, si gioca sui fronti dell’impegno per la rappresentanza, per le persone, per la sostenibilità, per l’innovazione, per l’internazionalizzazione, per le nuove generazioni, per la cultura d’impresa. “E, infine, quello che siamo stati chiamati

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ad assumerci in questi ultimi difficili mesi: l’impegno contro il Coronavirus”, come spiega il Presidente di Univa, Roberto Grassi, nell’introduzione del Rendiconto delle attività 2020 dell’associazione datoriale, sfogliabile e scaricabile su www. univa.va.it. “Non parliamo soltanto di una pubblicazione”, precisa Grassi: “Parliamo di ciò che siamo e di cosa significhi per ogni nostra impresa far parte di un sistema di

rappresentanza come quello che porta avanti ogni giorno la nostra Unione Industriali”. Per il Presidente di Univa “non c’è elemento o fenomeno sociale delle nostre comunità che non dipenda o non possa dipendere dalla crescita e dal sostegno dell’impresa. È con questa convinzione che l’Unione Industriali agisce sui più diversi fronti di interesse del sistema produttivo e del territorio: dalle

relazioni sindacali alla formazione, dal digitale alla finanza d’impresa, passando per il fisco, i rapporti con gli enti locali, la comunicazione, lo studio dei fenomeni economicosociali, il riposizionamento delle filiere nelle catene globali del valore, l’efficienza energetica, l’economa circolare”, spiega Grassi. “L’impresa a Varese è ovunque, ben presente con la propria cultura del saper fare in ogni aspetto delle nostre vite. Se


“Il nostro è un impegno che non è volto semplicemente a rappresentare e a difendere gli interessi delle imprese. Se così fosse la nostra Unione Industriali sarebbe semplicemente una parte sociale. Non è così e non lo è più da tempo. Siamo molto di più. Siamo una leva di sviluppo economico. Siamo un attore sociale il cui impegno

così non fosse non sarebbe nato proprio qui, in questa provincia, il più importante investimento nell’alta formazione mai realizzato in Italia da una comunità imprenditoriale locale: la LIUC – Università Cattaneo. La grande mole di attività della nostra Unione Industriali, così difficilmente riassumibile in una sola pubblicazione, è lo specchio di questo elemento distintivo del territorio: il suo stretto legame con l’impresa e tutto ciò che essa rappresenta”. Da qui il Rendiconto di Univa.

va oltre il perimetro delle aziende. L’Unione Industriali è un protagonista del territorio impegnato ogni giorno nel portare avanti l’interesse generale di creare benessere diffuso, economico e sociale, a tutta la comunità”. Tutto, però, parte da una constatazione: “Il Varesotto è terra d’impresa”. Non è una mera questione di posizionamento del territorio nelle classifiche della competitività: “Non siamo terra d’impresa solo perché Varese rimane una delle aree più industrializzate d’Europa. Lo siamo perché l’impresa è ovunque, ben presente con la propria cultura del saper fare in ogni aspetto delle nostre vite”. Da qui l’azione associativa di Univa: “L’Unione Industriali lavora ogni giorno perché l’impresa sia luogo di riscatto umano e sociale per le persone, elemento in grado di conciliare progresso e difesa dell’ambiente, trampolino verso la modernità, ascensore sociale per i giovani,

Una pubblicazione che quest’anno si presenta in una nuova veste. “Una nuova versione - scrive Roberto Grassi - che non racconta più tanto l’Unione Industriali per aree di attività, ma per impegni presi con imprese e territorio, appunto. Lo sforzo è stato anche quello di cercare di misurare per ogni azione, iniziativa e progetto speciale l’impatto su aziende e contesto di riferimento. Ciò attraverso una rendicontazione per numeri, che evidenzia i risultati ottenuti o ancora da raggiungere

strumento di promozione del territorio oltre i confini nazionali, scrigno di sapere tecnico e di cultura. Non c’è elemento o fenomeno sociale delle nostre comunità che non dipenda o non possa dipendere dalla crescita e dal sostegno dell’impresa”. In poche parole, sintetizza Grassi, gli imprenditori che partecipano alla vita associativa di Univa “condividono una strategia che possiamo benissimo definire ‘politica associativa di sviluppo’. Una politica di cui beneficia tutto il territorio”. Da qui il costante richiamo di Grassi all’interesse generale che, in una terra d’impresa, appunto, ha precise declinazioni: “Non ci possono essere modelli di sviluppo vincenti e credibili per Varese che non pongano l’impresa, la manifattura, il terziario avanzato e i sistemi di logistica al centro della riprogettazione delle nostre comunità”. E Univa, con la propria azione quotidiana vuole essere, allo stesso tempo, esempio e guida. Anche in momenti di emergenza come quelli vissuti nel pieno della pandemia: “La nostra Associazione ha dimostrato di essere capace di stare al fianco di imprese e territorio, dando prova di come oggi flessibilità, velocità di reazione e discontinuità siano le uniche chiavi di lettura della modernità”.

migliorandosi. Anche per questo, quello dell’Unione Industriali non è un Rendiconto ‘vetrina’, fatto di parole o di slogan. È un Rendiconto di cifre concrete”. Le 45 nuove adesioni di imprese per 932 addetti, i 3.735 utenti registrati al sito Internet www.univa.va.it, gli oltre 3.400 partecipanti agli eventi e ai webinar organizzati, le decine di partecipazioni ai tavoli istituzionali, le migliaia di interventi di consulenza. “Per la prima volta - chiosa il Presidente Univa - abbiamo anche mappato per ogni nostra

azione gli stakeholder con cui ci rapportiamo quotidianamente”. Con una precisazione per i lettori: “In questi elenchi posti all’inizio di ogni paragrafo non troveranno l’impresa. Ciò perché per l’Unione Industriali l’impresa non è un semplice stakeholder, bensì uno shareholder. Tradotto: un motivo di esistenza, il punto di partenza da cui muove l’intera macchina di Univa. Dall’impresa, secondo noi, tutto parte e tutto arriva. È questa la nostra chiave di lettura del progresso. È questa convinzione che ispira ogni nostro impegno”.

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FOCUS

UNIVA

Ne è prova, secondo Grassi, il ruolo ricoperto a partire dal primo lockdown. Nei giorni più duri. Quelli dei codici Ateco che facevano da spartiacque tra chiusure e aperture delle attività. Quelli dei Dpcm che cambiavano le regole da un giorno all’altro, in pieno weekend. Quelli in cui anche le mascherine e camici erano merce rara. “Sullo specifico fronte di intervento di emergenza contro il Coronavirus, l’Unione Industriali e la sua struttura operativa hanno dato prova dell’estrema flessibilità con cui la nostra Associazione è in grado di adeguarsi ai contesti anche più repentini, sapendo reagire prontamente in quel ruolo di attore sociale del territorio, a cui facevo prima riferimento. L’Unione Industriali in questo scenario ha saputo stare al fianco delle imprese, con un’attività d’informazione 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Stare al fianco del territorio: con una raccolta fondi tra le imprese Il Presidente Univa, Roberto Grassi

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che ha permesso di donare materiale sanitario e dispositivi di protezione agli Ospedali della provincia, per un valore di 1,15 milioni di euro. Stare al fianco del Paese: con un’azione di ricostruzione della filiera produttiva di mascherine e Dpi che ha coinvolto quasi 90 aziende del territorio”. Ecco cosa intende Grassi quando posiziona Univa tra i protagonisti dello sviluppo locale. Ed è da questo ruolo che Grassi lancia domande che sono per le istituzioni, le amministrazioni locali e per i corpi intermedi del territorio, a partire dalla stessa Univa, una vera e propria sfida. Anzi, la sfida: “Come vogliamo trasformare la provincia di Varese? In quale sviluppo crediamo? Quale modello di comunità vogliamo costruire? Su quali leve di competitività vogliamo fare forza? Per cosa vogliamo che la provincia di Varese sia riconoscibile e famosa nel mondo? Quali vocazioni vogliamo coltivare?”. È a queste domande che, secondo Grassi, il sistema della

“Non ci possono essere modelli di sviluppo vincenti e credibili per Varese che non pongano l’impresa, la manifattura, il terziario avanzato e i sistemi di logistica al centro della riprogettazione delle nostre comunità” rappresentanza deve saper contribuire a dare delle risposte. “Come Unione Industriali ci facciamo ispirare ogni giorno dagli impegni che, da attori sociali, ci siamo presi nei confronti di tutta la società che ci circonda, guardando oltre gli interessi di parte e impostando le strategie più innovative in grado di traghettare tutta la nostra provincia verso la modernità”.


FOCUS

Il ritorno DELLE DECISIONI LUNGHE Davide Cionfrini

La necessità del Paese di politiche di almeno medio periodo e di visioni alte, studiate e ragionate. Il fallimento dei bonus a pioggia per segmentare il consenso nella società. Il presenzialismo mediatico dei leader che abbrevia la curva temporale della popolarità. Ecco i fenomeni che hanno messo i bastoni tra le ruote della disintermediazione e che potrebbero riportare al centro della scena i corpi intermedi. Intervista al Presidente del Censis, Giuseppe De Rita

È

la necessità del Paese di tornare ad una visione di lungo periodo che riporterà al centro delle decisioni politiche il ruolo dei corpi intermedi. Questa la visione che il Presidente del Censis, Giuseppe De Rita, condivide con Varesefocus sui futuri rapporti tra potere esecutivo e legislativo, da una parte, e parti sociali, dall’altra: “Il mito delle decisioni rapide e del presenzialismo finirà”. Presidente De Rita in quale situazione si trovano oggi i corpi intermedi in Italia? Direi che il momento non è brillante. I corpi intermedi sono di

fronte ad una crisi diffusa dovuta a due generi di attacchi: uno dall’alto e uno dal basso.

Giuseppe De Rita

Partiamo dall’alto. Si riferisce alla politica? Quella della disintermediazione è una logica che ha caratterizzato negli ultimi anni più o meno tutti i politici. Matteo Renzi, in questo, non è stato l’unico attore, né probabilmente il primo. È un movimento in marcia da molti anni

che ha cercato il contatto diretto con il popolo elettore. Un contatto sul quale basare il proprio potere. Il disegno politico è chiaro ed è stato applicato alla realtà. Non è solo una questione di comunicazione. Il referendum costituzionale renziano ne è stata una manifestazione evidente. Ma anche la politica dei bonus lo è. Si introduce un bonus vacanza per intercettare il consenso del turista elettore, senza confrontarsi con l’associazione degli albergatori. In questo scenario l’associazione datoriale è priva della capacità di avanzare la propria domanda. La politica ha già deciso. L’associazione rimane a mani nude. Se poi questa politica funzioni è un’altra questione. Prima parlava anche di un attacco dal basso. È quello che devono affrontare quei corpi intermedi che non accettano la sfida del rinnovamento. Troppo spesso la rappresentanza è vittima di sé stessa e della propria burocrazia interna. In alcuni casi le parti sociali volano troppo basso, sono prigioniere della logica dell’emendamento, delle piccole modifiche da apportare a questa o a quella legge. 17


FOCUS

GIUSEPPE DE RITA

Serve, invece, più vitalità. Una progettualità più alta. Più democrazia interna. In molte associazioni serve anche impostare un ricambio più costante dei propri vertici. L’accusa che viene rivolta alle parti sociali da alcuni commentatori e da una parte della politica è che la concertazione e il confronto rallenta le decisioni. Mentre oggi la modernità ha bisogno anche di velocità nel legiferare e nel prendere provvedimenti. Abbiamo vissuto gli ultimi tre decenni con il mito della decisione rapida. Il nostro Paese è da troppo

prigioniero di questa logica surreale e contraddittoria. La democrazia è confronto sociale e il confronto sociale è cultura dei tempi lunghi. Serve la capacità di ragionare almeno sul medio termine per governare i processi in atto. Governare la complessità velocemente è una contraddizione. Come andrà a finire? Sono convinto che questo mito della rapidità scomparirà e verrà sconfitto. Non possiamo avere l’affanno di reagire sempre immediatamente ai contesti. Serve tornare ad un ragionamento di merito strutturale sui fenomeni che ci circondano. Non

si governa con il presenzialismo. Una vera classe dirigente interviene pubblicamente solo quando serve. I processi sociali sono lenti, ricondurli alla decisione quotidiana è un errore. Non è solo una questione che riguarda la politica. Basta guardare ai sociologi o ai virologi in televisione in questi mesi. Tutti a intervenire e a disquisire sul cambiamento della società dovuto alla pandemia. Ma un fenomeno del genere non si deve discutere oggi. Questa è la fase dello studio e dell’analisi. La verità è che non sappiamo oggi come cambieremo domani dopo il Covid. Prima serve osservare e analizzare.

GRUPPI MERCEOLOGICI PERCENTUALE SUL NUMERO DI ADDETTI DELLE IMPRESE ASSOCIATE ALL’UNIONE DEGLI INDUSTRIALI DELLA PROVINCIA DI VARESE

7.1% 14.1%

1.0%

2.0% 1.7%

27.3%

14.1%

Servizi infrastrutturali e trasporti Meccaniche

14.1%

Tessile e Abbigliamento Gomma e Materie plastiche Chimiche, Farmaceutiche e Conciarie

14.1%

Alimentari e Bevande Terziario avanzato Cartarie, Editoriali e Poligrafiche Varie

21.2%

26.3%

Materiali da costruzione, Estrattiva e Cave Siderurgiche, Metallurgiche e Fonderie

26.3% 18

Legno


Molti analisti sostengono che la disintermediazione ha fallito il suo attacco ai corpi intermedi la cui importanza è stata riscoperta proprio di fronte all’emergenza. Il Governo Draghi è l’inizio di una nuova fase? La successione dei governi conta poco. È la struttura della politica il vero nemico dei corpi intermedi. Sia Berlusconi sia Conte hanno governato con il senso del giorno per giorno. Solo il ritorno ad una visione di lungo periodo può riportare al centro della decisione politica le parti sociali. Draghi ha oggettivamente un’altra visione. D’altronde è un uomo che da governatore di banca centrale interveniva due volte all’anno, solo quando serviva. Il suo mandato è di impostare politiche che avranno i loro effetti nel medio termine, in questo il recupero del rapporto con le parti sociali è essenziale. Ci sono però ancora oggi aspetti strutturali della politica che ancora non funzionano. Lo abbiamo visto anche di recente: la tentazione di annunciare in conferenza stampa provvedimenti e misure è ancora forte. Le previsioni parlano di un possibile ritorno dell’inflazione. Questo può riportare al centro il ruolo della contrattazione?

“Abbiamo vissuto gli ultimi tre decenni con il mito della decisione rapida. Il nostro Paese è da troppo prigioniero di questa logica surreale e contraddittoria. La democrazia è confronto sociale e il confronto sociale è cultura dei tempi lunghi. Serve la capacità di ragionare almeno sul medio termine per governare i processi in atto. Governare la complessità velocemente è una contraddizione” La stagione della contrattazione come punto centrale della politica italiana credo non tornerà più, lo vedo impossibile. O almeno così come l’abbiamo conosciuta negli anni

Sessanta e Settanta. Insomma, secondo lei l’attacco della logica della disintermediazione ai corpi intermedi non è ancora finito, si è preso semmai una pausa. La disintermediazione coglie un elemento fondamentale della sfera individuale dell’uomo moderno. Lo ripeto, non è solo una questione di Internet o dei social network. Frutto di questa logica è anche la politica dei bonus che cercano di intercettare il consenso delle singole fasce della società segmentandola con gli aiuti, senza però coglierne la complessità. Ma anche questa è una fase. Non si può governare un Paese per troppo tempo senza un ritorno al ragionamento di lungo periodo. In tutto questo, però, come si inserisce il fatto che, dopotutto, i corpi intermedi non abbiano assistito ad un crollo dei propri iscritti? Tutto sommato una tessera è sempre meglio averla in tasca. È questo il ragionamento di molti. Ma è un ragionamento pur sempre individualista. In questa fase, però, il rapporto tra peso politico e appartenenza associativa sono due fenomeni che metterei in collegamento. 19


FOCUS

VARESE E IL SENSO

di comunità Davide Cionfrini

La ricostruzione su nuove basi del benessere sociale. La contrattazione come chiave di ripensamento del mondo del lavoro e delle relazioni industriali. Il rafforzamento dell’identità e della competitività territoriale. La riprogettazione delle dinamiche economiche, a partire dalle città. Ecco le visioni, le sfide e le prospettive dei sindacati e delle associazioni degli artigiani e dei commercianti locali per riportare i corpi intermedi al centro del ripensamento del Varesotto

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ono più importanti 100 euro in più in busta paga al secondo livello di contrattazione oppure far sentire i lavoratori come una comunità e organizzare insieme alle imprese un confronto con le istituzioni sulle politiche fiscali, sul benessere sociale delle persone e per la competitività?” Nella domanda del Segretario Generale della Uil di Varese, Antonio Massafra, c’è ovviamente già la risposta: “Come corpi intermedi siamo oggi chiamati a riappropriarci di un ruolo e capire come esercitarlo”. Anche sul territorio varesino: “Dialogare con le Amministrazioni locali è sempre difficile, soprattutto con i grandi Comuni. Ci si basa troppo sui rapporti personali. Ma mi chiedo: lo sviluppo e le sorti occupazionali di Malpensa sono un 20

problema di questo o quell’ente o è una questione che nella nostra area riguarda tutti?” Altra domanda, altra risposta scontata. Nella teoria, ma poi nella pratica è tutta un’altra cosa. Ma per Massafra non ci sono vie d’uscita per la politica: “Come si può pensare che quattro persone a Roma possano governare fenomeni epocali come l’immigrazione, la transizione ecologica, il progresso digitale o gli scambi internazionali senza i corpi intermedi del territorio? È su queste tematiche che ci dobbiamo sedere intorno a dei tavoli che puntino ad accordi con gli enti territoriali per il benessere della comunità. Quando si apre al confronto con le parti sociali, si apre alla conoscenza, si riporta al centro del dibattito la realtà delle cose. Oggi troppe persone nell’opinione pubblica stanno perdendo la dimensione della realtà a causa di un bombardamento mediatico

costante. Se la politica insegue, senza l’ambizione di guidare questo flusso, l’unico risultato è la mediocrità delle scelte e delle decisioni”. Ecco, dunque, il ruolo dei corpi intermedi secondo il sindacato: far uscire il Paese e il territorio dal rischio della mediocrità. Quando il gioco richiede competenze, i competenti devono cominciare a giocare. Sul punto il Segretario Generale della Cgil di Varese, Stefania Filetti, non ha dubbi: “In una fase in cui stiamo uscendo dalla fase emergenziale della pandemia e di fronte alle spinte dell’innovazione digitale, siamo chiamati come parti sociali a innovare il lavoro, ma anche le relazioni industriali”. Si riapre dunque la stagione del confronto: “Bisogna interpretare il cambiamento e farlo diventare contrattazione per costruire un nuovo mondo del lavoro. Smart working, nuovi orari, organizzazione. Abbiamo il


compito di analizzare i concreti e reali cambiamenti in atto e declinarli in una contrattazione decisionale”. Filetti parla di “visione alta”, della ricerca di un “denominatore comune del mondo del lavoro”, di coinvolgimento nelle fasi decisionali: “La rappresentazione delle parti in campo più sarà ampia, più arriverà a decisioni utili per la società”. Anche perché, è il ragionamento del segretario varesino della Cgil, “la diversità del mondo del lavoro può essere rappresentata solo dalle parti sociali. La politica spesso la fa facile, ma senza rappresentanza non c’è analisi della complessità”. Una teoria che diventa pratica buttando l’occhio al recente passato, secondo Filetti: “Guardiamo al momento più difficile degli ultimi anni, quello dell’inizio del lockdown, delle chiusure e della necessità di arrivare ad un protocollo che metta al sicuro lavoratori e imprese. Solo il

confronto tra Governo, Confindustria e Sindacati poteva arrivare ad un tale risultato in così poco tempo”. Insomma, il confronto porta anche a decisioni allo stesso tempo rapide ed efficaci, quando serve. Sul fatto che le parti sociali, anche quelle varesine, si stiano aprendo ad una svolta Davide Galli epocale, è d’accordo anche Davide Galli, Presidente di Confartigianato Imprese Varese: “Siamo di fronte a un nuovo paradigma del concetto di rappresentanza, che intendiamo come sfida culturale e sociale alla quale siamo chiamati, non solo in

qualità di ‘corpi intermedi’ ma in quanto ‘enzimi’ dello sviluppo delle aziende e promotori di un nuovo e più moderno concetto di economia. Rappresentanza non è ‘dare voce’, parlare in nome e per conto di imprese che a noi si affidano. Rappresentanza è ‘fare’, rafforzare le capacità di risposta all’imprenditore per affiancarlo nel concreto e nel quotidiano, nei percorsi di crescita, nella risposta ai cambiamenti del mercato, nella relazione con il tessuto economico di riferimento e nella reazione all’innovazione, digitale e green”.

La Camera di Commercio di Varese

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FOCUS

VARESE E IL SENSO DI COMUNITÀ

Anche per Galli è centrale il termine “competenza”, ma anche quelli di “consulenza, partecipazione, comprensione del contesto all’interno del quale le imprese, anche le piccole, sono chiamate a muoversi, e previsione delle evoluzioni che in questo contesto si vanno a delineare”. Serve, secondo il Presidente della Confartigianato locale “una relazione orizzontale, di ‘comunità’, all’interno della quale costruire Giorgio reti relazionali Angelucci e di business tra imprese, senza dimenticare l’accompagnamento del ‘nuovo’, a rafforzamento della nostra competitività (e identità) territoriale”. Il termine “comunità” ricorre anche nella visione del ruolo dei corpi intermedi che ha Daniele Magon, Segretario Generale della Cisl dei Laghi: “Purtroppo ci ricordiamo di questo termine solo quando si affaccia sulla nostra società il baratro della povertà. Quando arriva la crisi e la politica si sente inerme o in pericolo, allora, chiama al tavolo le parti sociali, mentre quando si è in

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paradiso quando ci sono le risorse da redistribuire, il decisore politico richiama a sé tutti i ruoli e punta alla disintermediazione”. Dietro l’angolo, però, c’è ora uno scenario complesso, di bisogni crescenti su cui intervenire, spiega, secondo il suo punto di vista, Magon: “Per rispondere a questo scenario, serve un patto sociale coi corpi intermedi, costruito su progetti di lungo termine. Basta con la visione dell’oggi, dobbiamo cominciare a guardare oltre investendo sul lavoro e sulla creazione di nuova occupazione”. Qualsiasi altra visione, soprattutto se dettata dalle logiche della disintermediazione, è il ragionamento dell’esponente locale della Cisl, rischia di essere una corsa sui cento metri che potrebbe impoverire nel lungo periodo Paese e territori. Di fronte ad un tale bivio, secondo il Presidente di Uniascom Confcommercio provincia di Varese, Giorgio Angelucci, “solo le associazioni di categoria strutturate e ramificate sul

territorio possono contribuire, stando nel ‘mezzo’, alla riaffermazione e al rilancio del tessuto economico locale, regionale e nazionale”. Le priorità della parte sociale dei commercianti nella visione di Angelucci sono: “Difesa dei centri cittadini, rigenerazione urbana, sostenibilità e digitalizzazione. Il nostro lavoro per il futuro parte dal presente”. Ossia dalle città: “La pandemia ha stravolto il mondo, sta costringendo a cambiamenti radicali e per quanto ci riguarda dobbiamo contribuire in modo decisivo a dare forza e nuove spinte ai baluardi del commercio. I centri storici sono il simbolo di paesi e città, sono la nostra tradizione, rappresentano la nostra cultura: il nostro ruolo di associazione non può prescindere dalla tutela di questo patrimonio unico. Metteremo a maggior ragione a disposizione delle amministrazioni comunali la nostra competenza nelle nuove pianificazioni urbanistiche (vedi Pgt), cercando di dare ai Distretti del commercio un ruolo sempre più centrale e strategico. Dai Duc (Distretti Urbani del Commercio) e dai Did (Distretto Diffuso di rilevanza intercomunale) dovrà partire un percorso concordato che non potrà prescindere dalla sostenibilità ambientale di ogni progetto, di ogni iniziativa”.


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ECONOMIA

sostenibilità

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ECONOMIA

LA SVOLTA ECO DELLE FILIERE

del packaging Francesca Cisotto

La virata ecologica è cominciata da tempo, ma ora accelera, coinvolgendo sempre di più il settore plastico e della carta. Una propensione al perfezionamento dell’economia circolare e alla realizzazione degli obiettivi climatici che si traduce e si manifesta nell’attenzione delle aziende alla sostenibilità e all’ambiente, nonché nelle capacità industriali sulle nuove frontiere del confezionamento a minor impatto ambientale. Gli esempi di MPG, Goglio e Litocartotecnica Pigni

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ell’era dell’economia circolare, della sostenibilità e delle normative ambientali sempre più stringenti, l’industria tiene il passo con la ricerca

di soluzioni e processi produttivi meno impattanti. Le aziende, così come i consumatori, sono sempre più informate e consapevoli delle problematiche ambientali. Basti pensare che i clienti finali non

guardano più solo l’etichetta, l’origine del prodotto e delle materie prime, ma anche come smaltire la confezione nel rispetto dell’ambiente. È così che si prospettano nuovi scenari per le imprese del settore del packaging che devono sperimentare imballaggi nuovi, sostenibili, certificati e provenienti dal riciclo con l’obiettivo di ri-ottimizzare le risorse.

La “Coppa del Nonno” di MPG

Un esempio di azienda che dedica particolare attenzione alla sostenibilità, attraverso tecnologie all’avanguardia e soluzioni ecocompatibili, è MPG Manifattura Plastica Spa di Gallarate, la prima azienda in Italia ad essere certificata ISCC Plus (International Sustainability & Carbon Certification) per la produzione di packaging alimentari in plastica rigida sostenibile e completamente 27


ECONOMIA

STORIE DI SOSTENIBILITÀ

riciclabile. A confermare ancora una volta le capacità industriali sulle nuove frontiere della plastica, a minor impatto ambientale, della MPG, è la recente commessa arrivata dal colosso Nestlé per 100 milioni di tazzine in materiale estratto dalla biomassa, per il famoso gelato Coppa del Nonno. L’attenzione della multinazionale Froneri (joint venture tra Nestlé e R&R Ice Cream) per la sostenibilità e per l’ambiente, le sempre più specifiche competenze industriali dell’impresa, i polimeri bio-based, ottenuti da biomasse tramite le tecnologie della fornitrice francese Total, hanno aperto una nuova strada nella catena del packaging alimentare che vira verso prodotti più ecologici, realizzati con risparmi di materie fossili e con importanti abbattimenti delle emissioni di gas serra nell’atmosfera. “Si tratta di un’innovazione importante, non solo per l’azienda, ma anche per i clienti finali a cui viene proposto un prodotto di consumo responsabile; un prodotto dal ridotto impatto ambientale che

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La vaschetta della Coppa del Nonno ‘bio’: “Un prodotto dal ridotto impatto ambientale che – come spiega il Presidente di MPG, Giampiero Perego – si traduce in un risparmio fino a 2,5 kg di CO2 per ogni kg di polimero prodotto, rispetto all’utilizzo di polimeri fossili”

credibile del fornitore che ha sviluppato una nuova materia prima più ecologica; dall’altra, mostriamo alle multinazionali dell’alimentare la nostra capacità di saper assecondare con prodotti innovativi e di qualità la loro crescente attenzione per la sensibilità ecologica del consumatore finale”. L’obiettivo di MPG che oltre a Froneri abbraccia realtà del food nazionale e internazionale, quali Igor Gorgonzola, Unilever, Valsoia e Kraft-Heinz, è quello di raggiungere una produzione sostenibile al 100%, passando totalmente dal polipropilene fossile a quello biobased.

si traduce in un risparmio fino a 2,5 kg di CO2 per ogni kg di polimero prodotto, rispetto all’utilizzo di polimeri fossili – spiega il Presidente di MPG, Giampiero Perego –. Questo vuol dire diventare ancora più importanti per il territorio e per tutto il settore: da una parte, dimostriamo di essere partner

Si distingue per la continua ricerca tecnologica che garantisce qualità, sicurezza e rispetto dell’ambiente anche Goglio Spa, azienda attiva nel settore del packaging, dagli imballaggi flessibili agli accessori in plastica rigida, fino alle macchine per le diverse esigenze di confezionamento. Un Gruppo

Il progetto di Goglio per Riso Gallo


multinazionale, con dieci stabilimenti produttivi e sette uffici commerciali in Europa, nelle Americhe e in Asia che continua ad avere la sua sede centrale a Daverio. È proprio nel technology center di questo stabilimento varesino che, dallo studio di un team di ricercatori sulle soluzioni all’avanguardia per l’imballaggio, è nato il progetto a fianco di Riso Gallo Spa: un confezionamento ecosostenibile per il riso sottovuoto.

Si tratta di un materiale multistrato “suitable for recycling”, ovvero adatto per il riciclo, che a differenza dei comuni imballi multistrato, attualmente utilizzati per il confezionamento del riso sottovuoto e smaltiti come rifiuti comuni, è riconosciuto dai moderni impianti di riciclo che così possono recuperarlo. Si tratta del “primo caso di applicazione nel settore del packaging alimentare di un materiale

multistrato suitable for recycling”, secondo l’ente indipendente tedesco Cyclos che ne ha dichiarato a tutti gli effetti la riciclabilità. Insomma, “un importante primato del made in Italy – commenta il Presidente della multinazionale Franco Goglio –. L’impegno nella ricerca e nello sviluppo è un elemento centrale per la nostra azienda che lavora quotidianamente per trovare le migliori soluzioni possibili per garantire cibo sicuro, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri. La creazione di questo materiale innovativo, nell’ottica di ridurre gli sprechi attraverso il riutilizzo delle materie prime, è un risultato significativo”.

LA REGOLA: ESSERE GREEN CON FANTASIA

Riesce ad essere innovativa e originale senza perdere di vista l’attenzione per l’ambiente, la Litocartotecnica Pigni di Gorla Maggiore, azienda attiva nel settore dei packaging di grandi formati. Crea confezioni di carta o cartone e si ingegna affinché siano sempre ecosostenibili fino ad inventare un genere di confezione ricavato dai prodotti della tavola. Sembrerebbe possibile solo nei cartoni animati e invece è quello

di cui è capace la cartotecnica varesina. Dal mais, ad esempio, solitamente, si ricavano l’olio, i semi, i cereali, le farine e i popcorn per i più golosi; oggi anche i packaging. Si tratta di un astuccio visivamente uguale ai packaging tradizionali ma totalmente compostabile, realizzato con la carta “Crush Mais” della Cartiera Favini di Rossano Veneto (VC), per i prodotti cosmetici della Previa Haircare.

Anche Melegatti 1894 Spa ha scelto Pigni per cambiare abito alla famosa colomba del brand dolciario: un packaging ancora più green col manico in carta che riproduce la “M” di Melegatti, in sostituzione a quello di tessuto. Ha voluto essere ancora più green anche Aromi e Profumi Srl con le nuove vaschette “ink free” della Pigni, che da luglio saranno presenti nei punti vendita Esselunga: confezioni con zero inchiostro nella stampa dei simboli certificativi. E mentre Goglio Spa, per conto della Riso Gallo, pensa al confezionamento sottovuoto del riso con un materiale multistrato adatto per il riciclo, Pigni si occupa, per lo stesso brand, del packaging esterno, certificato Fsc. Una certificazione internazionale di cui è in possesso l’azienda, oltre alla Pefc; le due attestazioni indicano l’appartenenza alla “catena di custodia” tramite la quale è possibile avere traccia di tutta la filiera, dal produttore dell’imballo fino all’albero che è stato tagliato.

Esempi, questi, di passi aziendali verso la sostenibilità sempre più necessari, perché, come spiega l’imprenditrice Patrizia Pigni, “il consumatore finale è sempre più cosciente ed è disposto a spendere anche qualcosa in più pur di avere un prodotto green. Sempre più clienti richiedono imballi monomateriali più adatti allo smaltimento e al riciclo”. Tutti ormai vogliono un prodotto sostenibile: “Riso Gallo così come Melegatti e Previa sono molto attenti a mettere sul mercato un packaging responsabile. Come azienda stiamo cavalcando l’onda con l’obiettivo di una produzione 100% sostenibile, a partire dalla stampa perché – spiega Patrizia Pigni – spesso, non è il packaging che inquina, bensì la lavorazione”. Un prossimo progetto della Litocartotecnica è infatti volto a diminuire l’impatto dei prodotti chimici sul processo di stampa con l’esacromia: una tecnica a sei colori fissi che permette di ridurre lo smaltimento delle tinte, delle lastre, dei prodotti chimici nel lavaggio e, conseguentemente, i costi per il cliente.

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ECONOMIA

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Barbara Cimmino


Studio Tributario e Societario

Le principali novità IVA 2021-2022 "Il Covid-19 ha sviluppato il commercio elettronico, rendendolo un’opportunità di rilancio per le imprese sui mercati internazionali, ma è necessario considerare il nuovo regime fiscale" Il nuovo regime fiscale delle Vendite online Dal 1° luglio 2021 cambierà la fiscalità delle vendite online destinate ai privati consumatori residenti in altri paesi dell’Unione Europea. Con il nuovo regime, ad eccezione della soglia di esonero di 10.000 euro, le società dovranno applicare l’IVA del paese di destinazione della merce. Oltre alle incertezze sulla determinazione dell’aliquota corretta del paese europeo di arrivo, occorrerà trimestralmente calcolare e versare l’imposta dovuta in ciascuno stato membro. Attraverso il network internazionale di professionisti, Deloitte vi supporterà nel percorso di creazione o adeguamento alla nuova normativa fiscale, nonché nell’analisi delle potenziali implicazioni negli altri paesi. La gestione dei crediti IVA come risorsa finanziaria Per le società è sempre più importante e strategico trasformare i crediti di imposta in liquidità finanziaria. Le società che hanno un credito IVA possono implementare alcune azioni per eliminare/ridurre la posizione IVA creditoria «fisiologica» attraverso la review della supply chain e/o l’implementazione di specifici istituti IVA, nonché con l’attuazione di soluzioni alternative di VAT cash flow recovery, anche attraverso la cessione dei crediti IVA ad istituti finanziari. La fatturazione elettronica in vigore dal 2022 Dal 1° gennaio 2022 entrerà in vigore l’obbligo di fatturazione elettronica anche per acquisti e vendite con controparti estere, invece l’esterometro sarà abolito. Pertanto, la trasmissione della fattura elettronica allo SDI (Sistema di Interscambio) diventerà così obbligatoria anche per le fatture relative a operazioni transfrontaliere di cessioni di beni e prestazioni di servizi effettuate (e ricevute)

nei confronti di soggetti al di fuori dello Stato. E’ l’occasione per analizzare eventuali opportunità e impatti amministrativi nonché di business al fine di evitare potenziali implicazioni fiscali e dare origine a processi di sviluppo, razionalizzazione e miglioramento delle performances. Plastic Tax: la futura imposta sulla plastica monouso Il 1° gennaio 2022 entrerà in vigore la “Plastic Tax”. L’imposta colpisce il consumo dei manufatti con singolo impiego, detti “MACSI», gli imballaggi “usa e getta” realizzati con l’impiego anche parziale di materie plastiche costituite da polimeri organici di origine sintetica e destinati a contenere, proteggere o consegnare merci o prodotti alimentari. Attraverso un approccio multidisciplinare, i professionisti vi supporteranno in modalità «End to End» accompagnandovi lungo tutto il percorso di adeguamento alla nuova normativa dal punto di vista fiscale, di evoluzione del modello operativo fino all’aggiornamento dei sistemi informativi.

CONTACT US Barbara Rossi Partner Dottore Commercialista Studio Tributario e Societario - Deloitte +39 335 1350783 brossi@sts.deloitte.it

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Stefano Lavore Senior Manager Dottore Commercialis Studio Tributario e Societario - Deloitte +39 349 9011723 fariva@deloitte.it


FORMAZIONE

in Dad

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er il decimo anno consecutivo l’Unione degli Industriali della Provincia di Varese e le 43 imprese partecipanti al progetto Generazione d’Industria, hanno consegnato 63 borse di studio agli studenti dei 17 istituti tecnici industriali ed economici del Varesotto. La situazione pandemica non ha permesso l’organizzazione della tradizionale cerimonia che si teneva al Centro Congressi Ville Ponti di Varese di fronte ad una platea emozionata di imprese, scuole e famiglie, ma la celebrazione del merito e delle capacità di questi ragazzi e ragazze si è comunque tenuta online, durante un webinar di

fine anno scolastico seguito da oltre 400 persone. Condivisione, fiducia e continuità sono da sempre i tre valori che fanno da motore e carburante di Generazione d’Industria. Un progetto nato esattamente dieci anni fa per volontà di un gruppo di imprese associate all’Unione degli Industriali della Provincia di Varese pronte a investire sulla scuola e sulle nuove generazioni. “Abbiamo portato l’azienda nella scuola e le scuole nelle imprese, anche attraverso la Dad – spiega Tiziano Barea, imprenditore, Presidente della Btsr e fondatore del Progetto Generazione d’Industria -. Neanche la pandemia ci ha fermato: in questo anno così difficile abbiamo

organizzato lezioni a distanza che hanno registrato 7.500 presenze con 100 ore di formazione che hanno coinvolto docenti, studenti e aziende. Abbiamo saputo creare stage di lunga durata e più strutturati. Abbiamo saputo dare valore al premio al merito dei ragazzi. Inoltre, abbiamo continuato a coinvolgere, sempre a distanza, 200 ragazzi e ragazze in colloqui simulati di lavoro per prepararli alle selezioni delle aziende, che sempre di più si svolgono tra l’altro online. Infine, 150 alunni sono stati messi alla prova dall’azienda del territorio Secondo Mona, aderente al nostro Progetto, nella progettazione di un componente aeronautico delle Frecce Tricolori”. Numeri relativi all’ultimo e difficile anno scolastico che si

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FORMAZIONE aggiungono ad un pallottoliere che in dieci anni conta: 500 studenti premiati con borse di studio, 17 scuole aderenti e 63 imprese varesine coinvolte nel tempo. E poi ancora: oltre 560 stage avviati e 33 visite aziendali; più di 360 ore di formazione congiunta tra imprese e scuole con più di 800 partecipanti tra docenti, presidi, imprenditori e persone che lavorano nelle aziende. Ma non di soli numeri vive il rapporto tra scuola e impresa. Centro e cuore del progetto Generazione d’Industria sono le persone che vi partecipano. “Per comprendere Generazione d’Industria bisogna guardare negli occhi i ragazzi che vi partecipano. Prima titubanti e timorosi di affrontare il mondo sconosciuto del lavoro. Entrati in azienda, dimostrate le capacità e conquistata la necessaria fiducia, l’affidamento di piccoli compiti da svolgere realmente permette ai ragazzi di toccare con mano il lavoro in tutte le sue fasi. Un’esperienza coinvolgente che li rende più consapevoli e quindi più sicuri”, racconta Carlo Mariani Vice Preside dell’Istituto Newton di Varese che partecipa a Generazione d’Industria dalla sua genesi: “Il progetto si impone per importanza grazie alla meticolosa progettazione, agli elementi innovativi di durata e articolazione del percorso, alla cura con la quale gli alunni vengono seguiti in azienda. Un’autentica best practice da diffondere per innovare la pratica dello stage”. Il lavoro di squadra è dunque uno dei pilastri più importanti su cui si basa tutto il progetto, una squadra affiatata formata da imprese, scuole e studenti che decidono di mettersi in gioco e mostrare quello che sono in grado di pensare e di fare. Come conferma la Dirigente Scolastica dell’Istituto Facchinetti 34

di Castellanza, Anna Bressan: “È un progetto ormai maturo e strutturato che fonda il proprio prestigio sulla serietà e sull’entusiasmo dei partner (aziende, scuole e Univa) nonché sull’offerta di opportunità per cucire un rapporto stabile e proficuo tra il mondo scolastico e il mondo del lavoro. Non si tratta solo di proporre esperienze di stage intensivi in azienda, ma di cercare un dialogo costruttivo tra le due realtà. Le varie proposte non fanno altro che creare

una sinergia di intenti tra docenti e aziende con lo scopo di aiutare i giovani a scegliere il proprio futuro e a crearsi una solida base sia culturale sia di competenze trasversali. Per i docenti di discipline d’indirizzo costituisce un modo per aggiornarsi e per capire come e cosa proporre in aula e per le aziende la possibilità di confrontarsi con la formazione scolastica. Questo progetto è vivo perché motivati ed interessati sono i vari partner che ogni anno propongono nuove iniziative da aggiungere a quelle ormai consolidate”. E come per ogni compleanno che si rispetti non possono mancare gli auguri, come quelli di Antonio Perrucci Vice Preside dell’Istituto Ponti di Gallarate: “Generazione d’Industria: buon compleanno! É il caso di dire: noi c’eravamo. Da sempre l’Istituto A. Ponti, seguendo anche la sua vocazione politecnica, ha avuto un forte connubio con il tessuto imprenditoriale del territorio della provincia di Varese. Proprio grazie alla collaborazione con le aziende, credo di non andare molto lontano dal vero dicendo che in ciascuna delle realtà produttive grandi e piccole del territorio abbia trovato impiego, come operaio, quadro, dirigente, proprietario, un nostro ex studente. Ed è per questo che, quando nel 2011 Univa ci ha proposto di aderire ad un progetto che favorisse l’incontro fra i giovani in formazione e le aziende, lo abbiamo accolto con entusiasmo”. I primi dieci anni di progetto sono quindi da considerarsi come un importante traguardo di un percorso condiviso tra diversi attori, che ha come obiettivo la formazione di una vivace e preparata nuova Generazione di Industria.


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IL GAMBERO CHE INSEGNA

l’economia circolare Alessia Lazzarin

Ci sono aziende che non sono ancora pronte a virare verso l’economia circolare. Questo non dipende solo dalla mancanza di tecnologie, impianti, competenze e potenziali elevati costi negli investimenti. Quello che serve alle imprese per diventare sostenibili è un cambio radicale di mentalità. Servono esempi concreti, come quelli contenuti nel nuovo libro curato dai ricercatori della LIUC sull’economia circolare e il management. Lo studio di un mondo industriale in trasformazione, a partire dalla filiera, passando per la produzione e arrivando poi alla distribuzione, attraverso un sistema di reti logistiche ottimizzate. E se la fonte di ispirazione fosse l’industria trasformatrice dei crostacei?

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mplementare l’economia circolare nei modelli di business d’impresa significa riflettere su come le aziende ridefiniscono la loro strategia competitiva, distributiva e promozionale. Così come avviene per i processi logistici. Tutto questo per permettere l’eliminazione o la rivitalizzazione degli scarti, ovvero quei prodotti considerati ormai a fine vita (che

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non dovrebbero neanche più esistere secondo i principi dell’economia circolare). È questa la premessa su cui si fonda il libro “Economia Circolare e Management: un nuovo approccio industriale per la gestione d’impresa”. Un libro scritto a più mani e nato grazie all’esperienza manageriale dei tre professori della LIUC – Università Cattaneo: Alessandro Creazza, Emanuele Pizzurno e Andrea Urbinati.

“L’obiettivo con cui nasce il testo è duplice – spiega Alessandro Creazza, professore associato di Logistica e Supply Chain Management della LIUC -. Se da un lato, infatti, si vuole dare una visione corale sull’economia circolare e su come tutto ciò si declina in ambito manageriale, dall’altro lato, lo scopo è anche quello di aiutare studenti e ingegneri gestionali, presenti e futuri, a capire quale sia la ricetta per rendere un’impresa circolare”. Modelli di business circolari, competenze, tecnologie e reti logistiche ottimizzate sono i macro-concetti approfonditi nel libro. Quello che manca ancora troppo spesso, nonostante si parli tanto di economia circolare e di sostenibilità, è una nuova visione di business d’impresa. “La componente tecnica nei processi industriali è indispensabile, ma serve un forte cambiamento di mentalità - afferma Creazza -. Molte imprese non sono ancora pronte alla transizione circolare e questo non dipende solo dalla mancanza di tecnologie all’avanguardia, di impianti o di potenziali elevati costi da sostenere”. È indispensabile un cambiamento più radicale. Subito dopo serve un punto di inizio. Un sistema che sia circolare a partire dalla filiera, passando per la produzione e arrivando poi alla distribuzione. In questo modo, secondo Creazza,


“avviene una integrazione interpretare. Prima di nella catena del valore”. terminare il cerchio La lavorazione con il sistema degli scarti dei logistico, però, gamberi sarà il serve sciogliere fil rouge delle due limiti. “Il pagine del testo. primo è quello Protagonista legato alla dell’esperimento citato nel libro frammentazione Alessandro Creazza è un’azienda della supply vietnamita attiva chain nella trasformazione ittica e di di prodotti ittici. lavorazione Ma per quale ragione dei gamberi”. la produzione di gamberi per Tra la catena del consumo alimentare rappresenta valore si posizionano molti un’opportunità considerevole in ottica attori: allevatori, raccoglitori, di economia circolare? Perché rispetto importatori ed esportatori. al totale del volume ittico processato, “Se si spezza questa catena circa il 40% deriva da by-product, un di congiunzione vengono prodotto secondario che può essere meno tutte le opportunità utilizzato per fini differenti rispetto di recupero perché al consumo alimentare umano. In manca coordinamento pratica, i by-product che derivano dal e condivisione” afferma gambero sono il carapace e la testa. Creazza. A partire Ci sono due modi per riutilizzare dalla pianificazione e lo scarto. “Il primo, di basso valore, distribuzione e passando riguarda la produzione di elementi quali fertilizzanti o mangimi per allevamenti ittici” spiega Creazza. Il secondo metodo è più sofisticato e dona massimo valore al rifiuto e tanto da non essere neanche più considerato tale”. “Da uno specifico trattamento dello scarto del gambero si può ottenere la chitina, il biopolimero più diffuso in natura dopo la cellulosa”. Risultato finale dell’innovativo processo industriale: da un piccolo granello di “bioplastica” si possono ottenere un’infinita di prodotti destinati a vari comparti. Dall’industria farmaceutica a quella della cosmetica. Passando per la produzione di packaging e componenti per l’industria meccanica. Si parte con le competenze da acquisire, si passa poi al possesso di impianti e tecnologie d’avanguardia e si finisce con un sistema di reti logistiche ottimizzate. Un ciclo chiuso, o circolare. Tanto per restare in tema. Dipende da come lo si voglia

Alessandro Creazza: “L’obiettivo con cui nasce il volume è duplice. Se da un lato, infatti, si vuole dare una visione corale sull’economia circolare e su come tutto ciò si declina in ambito manageriale. Dall’altro lato, lo scopo è anche quello di aiutare studenti e ingegneri gestionali presenti e futuri a capire quale sia la ricetta per rendere un’impresa circolare”

per le fasi successive di trattamento dei by-product. Da qui si inquadra il secondo grande limite: il problema del trattamento improprio dei sottoprodotti. Come è spiegato nel libro, infatti, i by-product ittici, in generale, si deteriorano rapidamente (in media entro quattro ore dal raccolto a temperatura ambiente). “Vista la considerevole distanza dei punti di raccolta dei prodotti secondari dai mercati potenziali, la logistica e le infrastrutture, contribuiscono in maniera consistente a mantenere la qualità”. Un buon sistema logistico permette quindi di preservare i volumi di input e output per la re-immissione del sottoprodotto nel ciclo produttivo. “La logistica dà un notevole contributo e impulso all’economia circolare racconta Creazza -. Gioca il ruolo di orchestratore per le aziende”. Quello che manca è un collegamento tra il recupero dello scarto e la sua reimmissione nella catena industriale. Le aziende, con il supporto degli operatori logistici, in questo modo possono compiere l’impresa sostenibile. “La logistica è il collante che serve alle manifatture per sostenere questo sistema produttivo. L’economia circolare è uno sforzo per molte imprese, ma logistica e supply management sono i punti di forza su cui puntare”. È in questo ampio quadro che si inserisce il lavoro di sensibilizzazione della LIUC con la scrittura di questo libro. “Abituare e formare studenti e ingegneri a portare nelle aziende modelli e processi di filiera non più tradizionali, ma circolari, è l’obiettivo che ci prefissiamo” conclude il professore Creazza. 37


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SCIENZA

I CORRIERI

dello spazio Luigi Bignami

È un lavoro tutto particolare quello svolto da D-Orbit, azienda di Como aderente al Lombardia Aerospace Cluster. La piattaforma sviluppata da questa impresa agisce come un camion di distribuzione dei satelliti che, una volta portato in orbita terrestre, li posiziona dove e quando servono. Un servizio sempre più richiesto in tutto il mondo: nei prossimi 5 o 6 anni potrebbero essere più di 20.000 i piccoli satelliti che dovranno essere “consegnati” e messi in funzione oltre l’atmosfera

N

on bisogna necessariamente avere delle rampe di lancio fuori casa per poter essere una grande società spaziale e non bisogna neppure trovarsi negli Stati Uniti, in Cina o in Russia. Lo dimostra D-Orbit, una società spaziale che ha sede a Como, in Lombardia, dove sarebbe impossibile far partire anche il più piccolo dei razzi verso lo spazio. Eppure, D-Orbit è internazionale: ha sedi in Portogallo, negli Stati Uniti e nel Regno Unito ed è sempre più richiesta a livello mondiale per posizionare in orbita satelliti di piccole dimensioni. È nata solo 10 anni fa, nel 2011. Fu la mente di Luca

Rossettini, vicentino, classe 1975, a pensare che in Italia sarebbe potuta nascere una società spaziale che, come punto di forza, avrebbe avuto il “piccolo taglio”. Rossettini, infatti, si era convinto dopo una sua permanenza negli Stati Uniti che nel futuro dello spazio si sarebbero visti satelliti sempre più contenuti in dimensioni, grandi non più di una scatola da scarpe, per intenderci, in grado di fare quasi tutto ciò che fanno i grandi satelliti. Una soluzione, tra l’altro, che avrebbe permesso alle aziende di poterli costruire e lanciare in tempi brevi, elementi di non poco conto per contenere i costi e ottenere i risultati

nel minor tempo possibile. Ed è qui che si è inserita D-Orbit, azienda che aderisce al Lombardia Aerospace Cluster: “La nostra idea iniziale è stata quella di creare una società di logistica spaziale, ossia creare delle specie di infrastrutture nello spazio che permettano a chi opererà di lavorare in modo sicuro”. In questo concetto rientra anche l’idea di ripulire lo spazio dalle enormi quantità di spazzatura che oggi si trova in orbita terrestre. Agli inizi dello scorso decennio ciò sembrava fantascienza, ma ci sono voluti pochi anni per capire che rimuovere la spazzatura spaziale è fondamentale per la sicurezza dei satelliti funzionanti, per non parlare delle stazioni spaziali abitate che nei prossimi anni saranno ben più d’una. E l’idea di D-Orbit sta prendendo sempre più forma con l’obiettivo di andare a prendere i satelliti ormai morti per farli precipitare nell’atmosfera prima che si scontrino con altri o che il degrado faccia loro perdere dei pezzi che diventano poi pericolosi per gli altri satelliti. L’idea, che allora sembrava fantascientifica, è stata seguita da molte altre industrie, tant’è che quando l’Agenzia Spaziale Europea nel 2019 ha emesso un bando per scegliere una società a cui affidare un primo tentativo di cattura di un satellitespazzatura, se ne sono presentate ben 13. Tra queste l’ESA ha scelto una 39


D-ORBIT

Credit: D-Orbit SpA

SCIENZA

società svizzera che sperimenterà il suo progetto nel 2025. Ma questo ha significato pressoché nulla per D-Orbit in quanto, già da tempo, stava lavorando per ottenere anche altri obiettivi. La società infatti, ha capito che, in un mondo dove il lancio di satelliti cresce di giorno in giorno, esiste un problema non indifferente che le aziende spaziali devono affrontare: il fatto che molto spesso, quando si lanciano più satelliti contemporaneamente, ciascuno di loro richiede di essere posto su un’orbita diversa. Questo fino a pochi anni or sono richiedeva lanci diversi e conseguentemente lunghe attese. Tenendo presente che i satelliti di piccole dimensioni, spesso privi di propulsione propria, hanno vite che non superano i 5 anni, era necessario trovare un modo che li distribuisse velocemente nel posto giusto così da permettere loro di iniziare a lavorare il più presto possibile. D-Orbit ha trovato la soluzione di distribuire i piccoli satelliti con una propria piattaforma, la quale spostandosi nello spazio rilascia i satelliti alle quote desiderate. “Ma c’è di più”, sottolinea Rossettini. “La nostra piattaforma può 40

anche trattenere al suo interno alcuni satelliti e rilasciarli quando lo desidera il cliente, magari per sostituirne uno in avaria per esempio. E, non ultimo, può anche fare da ponte con la Terra per inviare più velocemente i dati raccolti dai minisatelliti”. Senza cadere nella banalità si può paragonare la piattaforma ad un camion di un corriere che viene portato in orbita

“La nostra piattaforma può anche trattenere al suo interno alcuni satelliti e rilasciarli quando lo desidera il cliente, magari per sostituirne uno in avaria per esempio. E non ultimo può anche fare da ponte con la Terra per inviare più velocemente i dati raccolti dai minisatelliti”

terrestre. Il camion, poi, penserà lui stesso a distribuire i satelliti là, dove e quando necessario. Se si pensa che nei prossimi 5 o 6 anni potrebbero essere più di 20.000 i piccoli satelliti da trasportare nello spazio, si capisce come il lavoro del “corriere” sarà sempre più richiesto. L’ultima missione di D-Orbit è stata realizzata agli inizi del 2021, dopo appena due mesi di distanza dal precedente lancio. Un razzo Falcon 9 di SpaceX ha portato in orbita terrestre una “piattaforma” della società comasca che è stata posta in orbita polare - ossia in un’orbita che passa sopra i poli della Terra - dopo poco più di un’ora dal lancio. Da essa sono stati rilasciati 20 satelliti, di cui otto dell’azienda per l’osservazione della Terra Planet. Il tutto è andato per il meglio, giusto a due mesi di distanza dal successo di messa in orbita di ORIGIN che vide il posizionamento di 12 satelliti. D-Orbit comunque è in grado anche di fornire prodotti e servizi per i settori spaziali capaci di coprire l’intero ciclo di una missione: dalla progettazione, fino allo sviluppo del satellite e, se lo si vuole, allo smantellamento del satellite stesso a fine attività.


SCIENZA

DI COSA È CAPACE UNA

mosca soldato Francesca Cisotto

L’utilizzo delle proteine e dei grassi contenuti nelle larve per la produzione di mangime per l’allevamento di animali, l’impiego delle biomolecole per la creazione di biomateriali e la valorizzazione dei rifiuti organici urbani attraverso uno smaltimento 100% naturale. Sono i vantaggi che si potrebbero trarre dall’allevamento delle uova della mosca soldato nelle nostre discariche. Uno scenario, studiato all’Università dell’Insubria, da cui si snodano tre strade compatibili con la sostenibilità ambientale

S

i chiama Hermetia illucens, è una mosca soldato e rappresenta una delle sfide volte alla sostenibilità ambientale: la valorizzazione dei rifiuti organici attraverso la loro trasformazione in biomolecole, preziose risorse per l’ambiente. Ma come avviene questa sorta di metamorfosi? La conversione della cosiddetta FORSU, ossia la frazione organica del rifiuto solido urbano (quella che più comunemente chiamiamo “umido”), in biomolecole è possibile tramite un particolare processo di estrazione dalle larve. Da questo, vengono ricavati vari tipi di molecole, tra cui le proteine e i grassi usati, già da tempo, dall’industria che produce mangimi per animali, come una fonte proteica alternativa per l’alimentazione negli allevamenti. Ma allora qual è la novità apportata dal progetto?

Un esemplare di mosca soldato

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SCIENZA

LA MOSCA SOLDATO

“Dalle proteine estratte dalle larve si possono produrre biomateriali: dai packaging alimentari ai materiali per l’ambito biomedicale. Concretamente, si valorizza la FORSU impiegandola come nutrimento per le larve e da queste vengono ricavate le proteine utilizzabili per la creazione di materiali ecosostenibili. Una vera e propria circolarità ecosostenibile al 100%”. È così che il professore Gianluca Tettamanti, coordinatore del team di ricerca, sintetizza la tesi al centro del progetto Rich del Dipartimento di Biotecnologie e Scienze della Vita dell’Università dell’Insubria. Più nel dettaglio si tratta del progetto RICH “Turning Rubbish Into biobased materials: a sustainable CHain for the full valorization of organic waste” (Trasformazione dei rifiuti in materiali biobased: una filiera sostenibile per la piena valorizzazione dei rifiuti organici), finanziato da Fondazione Cariplo nell’ambito del bando 2020 “Economia Circolare: ricerca per un futuro sostenibile”. Non è la prima volta che la Fondazione finanzia uno studio dell’Università dell’Insubria su Hermetia illucens come risorsa. Il primo, dal titolo “InBioProFeed”, concluso nel 2019, era incentrato sulla trasformazione in mangime per pesci delle larve di questa particolare mosca allevate su scarti della filiera ortofrutticola.

All’origine di tutto il processo: la mosca soldato. È da lei che nascono tre strade compatibili con la sostenibilità ambientale: dalle sue uova schiudono le larve che, poste sul substrato del rifiuto organico e messe all’ingrasso, da un lato, contribuiscono allo smaltimento della stessa, dall’altro, producono biomassa utilizzabile come mangime per animali, ma soprattutto per generare prodotti ecosostenibili, tra cui i packaging alimentari. “Siamo davanti ad un progetto che permette di valorizzare un tipo di scarto che difficilmente potrebbe essere utilizzato in altro modo – precisa il professore Tettamanti –. Al centro, un processo di estrazione che guarda anch’esso alla sostenibilità, con costi ridotti e sistemi ecosostenibili, limitando l’uso di solventi chimici nelle fasi di lavorazione. Inoltre, nulla viene sprecato: il rimanente dall’allevamento delle larve può essere riutilizzato come ammendante, ovvero fertilizzante del terreno”. L’obiettivo ultimo della ricerca è quello di applicare il progetto su ampia scala creando una filiera innovativa e integrata di economia circolare per la gestione dei rifiuti. Come spiega ancora il coordinatore Tettamanti, “un efficace trattamento della FORSU, che rappresenta il 30% dei 30 milioni di tonnellate di scarti prodotti in Italia annualmente, apporterebbe un significativo

Si tratta di una circolarità ecosostenibile al 100% quella che vede protagoniste le larve della mosca soldato. Grazie a loro è possibile smaltire in maniera naturale la frazione organica dei rifiuti urbani, mentre dalle loro proteine, oltre al mangime per animali, si ottengono i biomateriali per la realizzazione di packaging, ma anche di strumenti per l’ambito biomedicale miglioramento all’ecosistema, contribuendo alla riduzione degli effetti negativi sull’ambiente e sulla salute pubblica, generati da pratiche di smaltimento incompatibili con la sostenibilità ambientale”. Nel team dell’Insubria, a collaborare sotto la guida dei professori Gianluca Tettamanti e Gianluca Molla del Dipartimento di Biotecnologie e Scienze della Vita, i professori Vincenzo Torretta del Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate, Andrea Vezzulli, Raffaello Seri ed Elena Maggi del Dipartimento di Economia. Un gruppo di ricerca con competenze multidisciplinari che vede il coinvolgimento e la collaborazione dell’Università degli Studi di Milano, del Politecnico di Milano e del Deutsches Institut für Kautschuktechnologie. Nella foto, lo staff di ricerca dell’Università dell’Insubria coordinato dal professor Gianluca Tettamanti (a sinistra). In apertura, la mosca soldato

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VITA ASSOCIATIVA

di sostenibilità

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Il fotovoltaico di Elmec Solar aiuterà le aziende a vincere la sfida del Rapporto di Sostenibilità Dal 2022 anche le aziende non quotate sopra i 250 dipendenti saranno obbligate a presentare il rapporto di sostenibilità: si tratta di un’opportunità per mostrare il proprio percorso virtuoso. Il fotovoltaico consente di ottenere benefici di efficientamento energetico e di sviluppare un percorso abile nell’approvvigionamento tramite le rinnovabili.

Le aziende italiane sono chiamate a una nuova sfida per lo sviluppo di un percorso virtuoso verso la sostenibilità: dal 2022 anche le aziende non quotate sopra i 250 dipendenti dovranno presentare il Rapporto di Sostenibilità al pari delle società quotate. Questa misura può rappresentare un nuovo volano di sviluppo: ciascuna di queste aziende dovrà infatti affrontare la necessità di ripensare diversi elementi della propria strategia di sviluppo come le fonti di approvvigionamento e l’impatto sul territorio. L’impiego di energie rinnovabili può essere una soluzione efficace sia per l’efficientamento dei costi nel breve termine sia per migliorare il proprio rapporto di sostenibilità nel medio-lungo termine. Il bilancio o rapporto di sostenibilità è, infatti, un rendiconto dell’attività di un’azienda che non si limita ai soli risultati finanziari raggiunti ma considera l’impatto che quella realtà ha sul territorio, l’ambiente e l’aspetto sociale. Scendendo più nel dettaglio, il Rapporto di Sostenibilità è regolamentato dall’Unione Europea e definito all’interno del Sustainable Finance Package del 21 aprile 2021 ovvero, un “omnicomprensivo” pacchetto di misure che dovrebbero consentire di convogliare sempre più risorse finanziarie verso le

attività e organizzazioni sostenibili all’interno della Comunità Europea. Definire una strategia di sviluppo sostenibile è importante: oltre ai vari dati di bilancio, il report deve includere le informazioni in merito agli impatti delle politiche di sostenibilità sugli stakeholder dell’impresa e i rischi legati a tali politiche, in modo tale da consentire agli utilizzatori delle informazioni di comprendere gli obiettivi di sostenibilità dell’impresa, il suo posizionamento e la sua performance e di prendere le decisioni sulla base delle informazioni disponibili. Il fotovoltaico può essere un alleato efficace per introdurre forme di approvvigionamento energetico sostenibile in azienda. Con un impianto fotovoltaico si possono ridurre i consumi energetici, autoproducendo l’energia di cui si ha bisogno e facendo bene all’ambiente. Ad esempio, il progetto sviluppato da Elmec Solar per Pony, azienda produttrice di banchi da stiro con sede a Inzago (MI), prevedeva l’installazione di un impianto fotovoltaico da 300kWp nominali sulla copertura dello stabilimento. Consente di produrre circa 300.000 kWh/anno, garantendo un autoconsumo del 65% con una conseguente riduzione del costo in bolletta del 40% e una diminuzione delle emissioni di CO2 pari a 150.000 kg/anno. Attraverso dati come questi, un’azienda può così trasformare l’obbligo del Report di Sostenibilità in un vantaggio competitivo nel mercato in grado di fornire un posizionamento ancora più efficace presso gli stakeholder e presso i propri clienti.

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COME DIVENTARE

pilota di linea

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a richiesta di piloti di linea è sempre alta, la pandemia è momentanea, ma non il trend di crescita delle figure professionali di cui le compagnie aeree sono e saranno alla ricerca. Basti pensare che, prima del Covid, stime ufficiali provenienti dalla Boeing, primo costruttore aeronautico del pianeta, individuavano in 500mila unità la domanda di posti di lavoro nei prossimi 20 anni in tutto il mondo”. È così che Claudio Tovaglieri, Presidente di Air Vergiate Srl, la scuola di volo di Somma Lombardo, racconta l’ingente richiesta di piloti sul panorama internazionale, a cui l’accademia è capace di rispondere. Un esempio di come quella di Varese sia una provincia con le ali, non solo da un punto di vista industriale e, dunque, di produzione di aerei ed elicotteri, ma anche sul fronte della formazione delle persone che quegli aeromobili devono poi pilotarli in tutta sicurezza. Quella di Air Vergiate è una realtà che nasce nel 1945 sull’aeroporto di Vergiate Siai Marchetti come Aero Club “Alessandro Passaleva” e che oggi, con la sua dozzina di aeromobili, un

Air Vergiate è un esempio di come quella di Varese sia una provincia con le ali, non solo da un punto di vista industriale, ma anche sul fronte della formazione delle persone che quegli aeromobili devono poi pilotarli in tutta sicurezza

elicottero, cinque istruttori di ala fissa, sette di elicottero e una quindicina di docenti esterni (in parte provenienti dalle aziende e dagli istituti aeronautici del territorio), vanta una media di 20 piloti professionisti brevettati all’anno. La voglia di volare tra i giovani è tanta. Basti pensare che la scuola di volo, che ha sede all’interno del sedime del Museo Volandia, ha attualmente 80 iscritti al corso professionale di pilota di linea. “Il nostro target – racconta Tovaglieri, coadiuvato nel Consiglio di Amministrazione da Daniela Mocciardini e Maurizio Armiraglio – è il ragazzo che vuole diventare pilota commerciale. Formiamo i piloti da zero fino al conseguimento della licenza di pilota di linea. Gli allievi, che al momento abbiamo in addestramento, hanno un’età media di 23 anni, ma il corso base (PPLPrivate Pilot License) può essere iniziato a 16 anni compiuti, mentre per il conseguimento del titolo sono necessari 17 anni di età e almeno 45 ore di volo. Gli studenti passano poi a fare addestramento su macchine sempre più complesse, sino all’abilitazione plurimotore; imparano a volare di notte e in condizioni strumentali, per poi conseguire la licenza CPL 49


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AIR VERGIATE

(Commercial Pilot License) con abilitazione IR (Instrument rating) indispensabile per intraprendere la carriera professionale, che consente di operare come pilota in operazioni commerciali. Invece, per diventare pilota di linea, quindi terminare il percorso formativo, è necessaria la licenza ATPL. L’intero iter, che può essere svolto attraverso un percorso sia modulare sia integrato, è paragonabile per tempistica ad un corso di laurea triennale”. Passione, tanto studio, voglia di mettersi in gioco: queste le qualità richieste ad un ragazzo che sogna di volare su un Boeing o Airbus di linea. Ma nulla è impossibile. “Come livello di difficoltà affrontare un nostro corso – spiega il Presidente di Air Vergiate – non è più difficile di ottenere una laurea in giurisprudenza. È comunque determinante la motivazione poiché la sola passione non è sufficiente”. I corsi per il conseguimento della licenza sono propedeutici a porsi come candidati all’assunzione presso l’operatore aeronautico. “Per pilotare un aereo di linea – continua Tovaglieri – serve inoltre essere abilitati per la specifica tipologia di aeromobile impiegato dalla compagnia, conseguendo il cosiddetto Type Rating”. Se il pilota deve condurre un Airbus A340 deve seguire un determinato corso, allo

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Claudio Tovaglieri: “Una particolarità della nostra scuola è l’avere in flotta l’SF 260, addestratore basico impiegato dall’Aeronautica Militare. Una macchina acrobatica, definita la Ferrari dell’aria, che ci viene richiesta spesso da coloro che intendono accedere alla carriera militare”

stesso modo, per poi switchare su un Boeing 747, occorre specializzarsi con altre ore di formazione, ma a quel punto sono le Compagnie che intervengono con appositi corsi principalmente svolti su simulatori evoluti. “Non conosco ex allievi che, ottenuto il brevetto da pilota, non abbiano trovato posto di lavoro. Le opportunità sono numerose; inoltre, ai voli commerciali di linea si aggiunge l’offerta del settore cargo, oggi in fortissima crescita o, ancora, quella dei voli executive (anche detti voli Vip, ndr), quelli sanitari e molto altro. Se poi il mercato interno ha una scarsa domanda ci si può rivolgere all’estero, dato che la licenza consente di volare ed essere assunti in ogni parte del mondo, essendo le regole dell’aria uniformate” afferma Tovaglieri. Ma Air Vergiate non forma solo i piloti nei primi passi della loro carriera. La scuola fornisce l’addestramento anche ai piloti che vogliono ottenere l’abilitazione per piloti istruttori. “Una particolarità della nostra scuola – spiega Tovaglieri - è l’avere in flotta l’SF 260, addestratore basico impiegato dalla nostra Aeronautica Militare per la formazione dei propri cadetti. Questa macchina acrobatica, definita la Ferrari dell’aria, spesso ci viene richiesta da coloro che intendono accedere alla carriera militare e iniziano a fare allenamento da noi per avere maggiori chance di superare la durissima selezione per l’ingresso in Accademia”.


La flotta, le aule per la didattica, il briefing, il debriefing e il planning, l’ufficio operativo e la direzione didattica, per non parlare della ricchezza del contesto storico e museale; è in questa offerta che si muovono gli studenti di volo, ed è così che Air Vergiate organizza le sue prime due aree di business: l’addestramento per l’ala fissa e quello per l’ala rotante. Sul fronte elicotteri “la nostra attività è legata alla collaborazione nata sin dai primi anni 2000 con AgustaWestland, prima, e Leonardo Divisione Elicotteri, poi. Attualmente i nostri istruttori stanno addestrando piloti in diversi siti sia in Italia che all’estero. Tra questi la Training Academy di Sesto Calende” spiega sempre Tovaglieri. Ma in quanti sono stati a visitare il Museo Volandia senza sapere di calpestare i locali adiacenti alla scuola di volo? Ebbene sì, all’Air Vergiate si entra dal cancelletto sulla sinistra del museo, nelle ex Officine Caproni, di fianco al Terminal 1 dell’Aeroporto Internazionale di Malpensa. Da una parte, la storia dell’aviazione nata proprio nel Varesotto; dall’altra, il futuro rappresentato dalla scuola di volo. A fare da collegamento tra questi due mondi è la stanza in cui è operativo un simulatore Alsim da 600mila euro: una ciliegina sulla torta per la scuola ma anche per Volandia, di cui Air Vergiate è socio fondatore. Ma c’è anche una terza linea di business portata avanti da Air Vergiate insieme all’addestramento dei piloti di aerei ed elicotteri: la gestione dell’Aeroporto di Biella Cerrione “Pietro Venanzi” acquistato nel 2016. Proprio questo aeroporto offre agli allievi la possibilità di svolgere l’attività di addestramento senza limitazioni; questo perché,

l’operatività è libera da condizionamenti. Come spiega il Presidente Claudio Tovaglieri: “Quella di Biella è una realtà interessante dal punto di vista aeronautico, fuori dagli spazi aerei, congestionati dagli aeroporti di Torino, Malpensa, Linate e Bergamo; è una sorta di corridoio in cui poter fare esercizio senza interruzioni e al di fuori delle aree maggiormente abitate e da ostacoli orografici”. Questo aeroporto non è l’unico a generare la terza area di business della società; Air Vergiate, per tramite della controllata SACE, ha acquisito la società di gestione dell’aeroporto di Venezia-Lido “Giovanni Nicelli”: “È un aeroporto demaniale aperto al traffico internazionale. È stato definito dalla Bbc uno dei più belli del mondo, creato nel tipico stile architettonico anni ‘30, e che noi di Air Vergiate abbiamo deciso con molto coraggio di rilevare, mettendo poi in campo rilevanti investimenti di riqualificazione. Mentre dell’aeroporto di Biella siamo proprietari, nel caso di Venezia siamo concessionari da ENAC per la durata ventennale, ma entrambi fanno capo a Vergiate” spiega Tovaglieri. Ma quanto costa diventare un pilota d’aereo di linea? “Diplomarsi nella nostra scuola comporta un investimento minimo di circa 70mila euro”. Una “retta” non indifferente, ma che Air Vergiate permette di rendere accessibile grazie all’accordo, sottoscritto con Banca Intesa Sanpaolo, del “Prestito con Lode”, una convenzione per il finanziamento dei corsi di volo professionali che assicura ai giovani, aspiranti piloti di linea, la possibilità di accedere e raggiungere l’obiettivo lavorativo senza dover dare alcuna garanzia. Perché il sogno diventi realtà. 51


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I PARADISI DEGLI

animali Alessandra Favaro

Gatti e cavalli, soprattutto. Ma anche ogni genere di specie selvatica. Da nord al sud della provincia di Varese sono diversi i rifugi che rappresentano esempi virtuosi di sostegno alla natura. Luoghi animati dalla passione di volontari e sostenuti dalle donazioni. Ma anche posti da visitare per andare alla scoperta di un modo diverso di vivere il territorio

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a provincia di Varese ama gli animali. E una dimostrazione lo sono i diversi progetti per la loro tutela diffusi sul territorio. Da nord a sud, rifugi speciali che fanno scuola, per l’impegno profuso nel proteggere chi non ha voce e anche per l’accessibilità al pubblico, per sensibilizzare sul tema e favorire il dialogo con l’uomo. Dove ogni ospite ha un nome e può vivere libero.

Negli ultimi anni Angera è diventata un centro conosciuto a livello nazionale per quanto riguarda Gattaland, non chiamatelo gattile! l’approccio etico Uno degli esempi più noti e che riscuote più successo è Gattaland, il parco felino di via al cavallo. In Allende in Gallarate. Questa oasi felina è molto primis, lo storico particolare perché qui i gatti possono vivere maneggio liberi: ci sono molte piante, tanto prato, panchine locale, Cascina e lampioni per i visitatori e comode cucce al riparo per gli ospiti in casette da giardino. L’area, Menegon. di proprietà del Comune di Gallarate, un tempo Ma anche era ridotta a discarica ed è stata recuperata il Progetto con un importante progetto di riqualificazione. Islander Grazie al lavoro di molti volontari e il supporto anche dell’Oipa (Organizzazione Internazionale di Nicole Protezione Animali) fu ripulita, attrezzata e Berlusconi riconvertita a rifugio. L’inaugurazione ufficiale avvenne a giugno del 2011. Oggi è in grado di accogliere quasi un centinaio di felini.

La priorità è il benessere degli ospiti a quattro zampe e tutto sembra fatto “a misura di gatto”: gli chalet riscaldati in legno con le cuccette dove possono riposare, le vaschette sempre pronte per offrire acqua e le aree “pappa” qui e là per il parco, la presenza di molti alberi e verde per farli scorrazzare e arrampicare. Immaginate un boschetto in piena regola, solo recintato, in mezzo a un quartiere residenziale in una città: ecco Gattaland. Suonato il campanello e varcata la porta si entra in un paradiso per i gattofili. La bella notizia è che il parco è aperto alle visite, di solito nel fine settimana anche se, a causa della pandemia, sono subentrate negli ultimi mesi varie restrizioni. Da qui il consiglio di prendere prima contatto con la struttura (appuntamenti.gattaland@gmail.com). Entrati, si viene accompagnati dai volontari alla scoperta del parco, delle sue sezioni, dei suoi ospiti e delle loro storie. Ogni micio ha un nome e spesso si avvicinano per essere coccolati. Quelli appena arrivati, bisognosi di cure o con malattie particolari sono appositamente sistemati in aree ad hoc molto spaziose, in modo che possano avere la tranquillità che necessitano per ambientarsi o guarire. Gli altri, sono liberi di passeggiare, farsi accarezzare, fotografare e gironzolare per il parco (e ogni 53


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RIFUGI PER ANIMALI

tanto sgattaiolando anche fuori) come veri proprietari di casa. I volontari di Gattaland realizzano durante l’anno anche iniziative a porte aperte per sensibilizzare sul progetto e far conoscere il loro lavoro. Sulla loro pagina Facebook è possibile restare aggiornati sulle loro iniziative, le possibilità di visite e partecipare a giornate di raccolte fondi o donazioni (anche online). — facebook.com/gattalandgallarate

Animali felici (per davvero) a Brissago Valtravaglia

Una piccola oasi in Valcuvia che da anni ospita animali di ogni tipo salvati o recuperati, che finalmente vivono in libertà. La storia e l’esempio del Rifugio Animali Felici a Brissago Valtravaglia ha riscosso interesse anche oltre confine diventando protagonista di una trasmissione di approfondimento su Rsi, la televisione svizzera. D’altronde, il fondatore del Rifugio, Giancarlo Galli, prima della pensione era direttore delle dogane svizzere. Dopo aver smesso con la sua professione, nel 2002 Galli ha deciso di coronare il suo sogno più grande: l’amore per gli animali, ed essere ancora utile per la società dedicando il tempo alla cura degli animali più sfortunati, deboli e indifesi. Ad oggi la famiglia degli animali ospitati 54

presso il Rifugio si è ampliata notevolmente e di conseguenza la sua struttura. All’inizio non era stata concepita per accogliere un grande numero di animali e di specie così diverse, poi l’ingrandimento e le numerose modifiche frutto di fatica e devozione. Ospita 450 animali di 30 specie diverse, in un’area ampia 40mila mq. Il rifugio salva anche gli animali selvatici: un’ottantina ogni anno. Gli ospiti del Rifugio Animali Felici sono animali salvati dalla crudeltà umana, che qui ritrovano una loro dimensione. A ognuno viene dato un nome e viene rispettato, nutrito, curato. Assieme a Galli opera un gruppo di persone, la cui prima priorità è salvaguardare la vita animale in tutte le sue forme. La struttura è aperta e inclusiva e sono possibili visite in sede per conoscere gli ospiti e il progetto. “Per i bambini è un’esperienza importante perché con l’aiuto dei genitori possono essere educati al rispetto per la vita animale” dicono gli organizzatori. Solitamente la visita dura poco meno di due ore. Ci si prenota direttamente online. — rifugioanimalifelici.it

Uno degli esempi più noti e che riscuote più successo è Gattaland, il parco felino di Gallarate. Qui i gatti possono vivere liberi: ci sono molte piante, tanto prato, panchine e lampioni per i visitatori e comode cucce al riparo in casette da giardino per gli Paradisi per cavalli e non solo: ospiti a quattro Progetto Islander e Cascina zampe Menegon

Negli ultimi anni Angera è diventata un centro


conosciuto a livello nazionale per quanto riguarda l’approccio etico al cavallo. In primis, lo storico maneggio locale, Cascina Menegon, che sviluppa da tempo un grande progetto di avvicinamento al cavallo ed equitazione etica. La sede è così particolare da essere stata anche meta di blog tour realizzati in città. Si trova in via Paludi, in mezzo al verde. Qui si può osservare un vero spettacolo: i cavalli lasciati liberi di vivere in branco. La filosofia della struttura ha scelto un approccio etico al cavallo a tutto tondo. Dall’addestramento all’equitazione, è tutto svolto con lo studio dei minimi dettagli. Nella scuderia, ad esempio, sono attivi i corsi con metodo Parelli (un metodo di equitazione dolce e comunicazione col cavallo). L’area più suggestiva della struttura è senza dubbio quella chiamata Cavalli nel Bosco: una zona verde di 3,5 ettari in cui gli animali vivono liberi secondo natura, in branco e senza ferri. Uno spettacolo vederli correre e socializzare. Si organizzano attività specifiche allo scopo di costruire una relazione uomo-cavallo sulla base di rispetto e fiducia. Lo scorso ottobre ha inoltre trovato sede, nella frazione di Capronno, il Progetto Islander,

Una piccola oasi in Valcuvia, che da anni ospita animali di ogni tipo, salvati o recuperati, che finalmente vivono in libertà: la storia e l’esempio del Rifugio Animali Felici a Brissago Valtravaglia ha riscosso interesse anche oltre confine

presso la tenuta agricola La mia Terra. Nata nel 2012, l’associazione ha come scopo la promozione di iniziative per la difesa del cavallo e la sensibilizzazione verso la triste realtà dei maltrattamenti. Fondatrice e presidente di Progetto Islander è Nicole Berlusconi. Si tratta di un’associazione no profit rivolta alla tutela dei cavalli e degli equidi in generale (pony, asini, muli e bardotti). L’associazione si occupa della riabilitazione psico-fisica di animali provenienti da sequestri per reati di maltrattamento. Una volta riabilitati gli animali vengono dati in affidamento e adozione secondo procedure e norme prestabilite. La onlus collabora anche con le Autorità (Polizia, Carabinieri, Asl, Guardia di Finanza, Guardie Ecozoofile) nei casi di sequestri per reati di maltrattamento con la nomina di Custode Giudiziario e si fa carico di tutte le spese legali, di mantenimento, trasporti, cure veterinarie. Vive solo di donazioni. Nel piccolo paradiso creato per loro a Capronno gli ospiti a quattrozampe che hanno trovato salvezza sono diversi e nei prossimi mesi si terranno anche corsi di ipposinergia per avvicinare uomo e cavallo. — progettoislander.it � cascinamenegon.it

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TERRITORIO

L’Ecomuseo Alessandra

Valorizzare una vera e propria “area di mezzo” del Varesotto che va dal Lago di Varese fino al Parco del Ticino, fatta di sentieri, panorami, castelli, antichi mulini e centri storici poco conosciuti. È questo l’obiettivo di un progetto che coinvolge nove amministrazioni comunali del territorio, con il Comune di Jerago con Orago come capofila 56


U

n vero e proprio pezzo di provincia da scoprire, fatto di piane e panorami a 360 gradi, sentieri dolci e centri storici pittoreschi, castelli, antichi mulini e leggende popolari. E ancora poco conosciuto anche da chi ci vive vicino. È un’area di mezzo che dal Lago di Varese arriva fino al Parco del Ticino, quella che cerca di valorizzare il progetto dell’ecomuseo degli “Itinerari delle Piane e dei Luoghi viscontei del Varesotto”. Obiettivo: svelare la storia e la natura di questa zona, con un occhio al turismo dolce e a km zero. La sfida coinvolge nove Comuni: Jerago con Orago, capofila del progetto, Azzate, Brunello, Casale Litta, Crosio della Valle, Daverio, Galliate Lombardo, Mornago e Sumirago. L’iter dovrebbe portare alla firma ufficiale del protocollo prima di Natale 2021, con la creazione dell’ecomuseo come obiettivo finale. Ne parliamo con Stefano Biondaro, architetto e ideatore di questo “sogno” che ha coinvolto così tanti amministratori. Non si tratta “solo” di un progetto “turistico” ma di un piano di ampio respiro che tocca ambiente e anche economia green dei territori, sottolinea Biondaro che è riuscito a convincere 9 enti locali: “I sindaci vanno ringraziati per il coraggio e l’energia con cui hanno creduto a questo progetto e con cui vogliono valorizzare il nostro territorio. A vantaggio degli abitanti, ma anche poi come veicolo di un turismo attento all’ambiente, alla mobilità dolce e all’outdoor, ma anche a economie ed edilizia sostenibile”. Gli fa eco l’assessore all’urbanistica e ai lavori pubblici di Jerago con Orago Giorgio Ginelli, che durante la conferenza stampa di presentazione, ha spiegato di vedere in questa idea non solo un elemento di cerniera tra il Lago di Varese (e il suo risanamento) e il Parco del Ticino, il cui territorio arriva ai confini dei comuni di Jerago con Orago e di Mornago, ma anche una opportunità di riqualificazione e valorizzazione del territorio, che restituisca centralità a questa zona che comprende la conca della Valbossa e le colline viscontee. Un disegno che potrebbe portare anche vantaggi economici: “La mia idea è anche quella di dare un valore etico e anche economico al paesaggio”, sottolinea Biondaro, impegnato in prima persona nella realizzazione concreta di questa iniziativa. Un’idea nata da tempo, cresciuta con una serie di incontri online durante la pandemia e affinato

grazie a un gruppo di lavoro ristretto che si è occupato della stesura del protocollo d’intesa, poi concordato da tutti i partner del progetto. L’ecomuseo dovrà evidenziare cartografia, storia del territorio e sue trasformazioni e gli elementi comuni culturali, paesaggistici, ambientali e socio-economici tipici, fino a definire “un marchio e un logo caratterizzanti e identitari” per poi farlo conoscere all’esterno. Così tracciati, i sentieri, così come le cascine e le dimore storiche dell’area dei nove comuni, saranno messi in rete e valorizzati per residenti e non, aprendo a grandi opportunità per l’outdoor, escursioni a piedi e in bici, iniziative didattiche. Ma quali sono i luoghi simbolo di questo grande progetto? Ecco solo alcuni dei punti di interesse.

La Piana di Vegonno

Forse una delle tappe più conosciute. Uno dei paesaggi più armonici e amati della provincia di Varese. È in questa frazione di Azzate, tra sentieri sinuosi, colline appena accennate in un ordine da cartolina, che il visitatore viene immerso in un’atmosfera bucolica e magica in ogni periodo dell’anno. Conosciuta anche come Valle dei Filosofi, forse perché con tanta bellezza attorno e il lento passeggiare lasciarsi andare a riflessioni e ispirazioni viene spontaneo.

Piana di Montonate

Meno conosciuta rispetto a Vegonno ma altrettanto affascinante, anzi più vasta, e ricca di biodiversità. Montonate, frazione di Mornago, è un centro dalle origini molto antiche, citato già in un documento dell’anno 848, epoca in cui era uno dei pochissimi villaggi esistenti in Lombardia. Il nome di Montonate sembra derivare, secondo l’archeologo Munere, da “inter montes natus” (“nato tra i monti”), per la sua collocazione tra piccole alture. Il panorama dalla piana spazia tra montagne e abbraccia diversi campanili delle cittadine limitrofe. Belvedere di Azzate. A sinistra, Santuario della Madonnina del Lago ad Azzate

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TERRITORIO

ECOMUSEO

Castello di Jerago con Orago. A destra, Piana di Mustonate

Valle Bagnoli

La Valle Bagnoli è una depressione compresa tra comuni di Besnate, Arsago Seprio e Mornago, delimitata a sud da Centenate (frazione di Besnate), a ovest dalla autostrada A26. È un’area ricca di biodiversità, attraversata da una fitta rette di canaletti con le acque che scorrono e poi confluiscono in un unico torrente che si immette nello Strona.

Castello di Jerago

Uno scenario fiabesco ancora poco conosciuto è il Castello di Jerago, che porta con sé una lunga storia che dura dal 1200. Oggi dimora per cerimonie ed eventi, è attraversato da una rete di interessanti percorsi del Parco del Ticino.

vite ed è operativa anche un’azienda vinicola famosa per la produzione di Nebbiolo, inserita in un edificio storico. Da non perdere il santuario della Madonnina del Lago, a cui è legata una leggenda locale. Lo storico Giorgio Bongiovanni, nel suo libro “Varese e la sua provincia” così scrive: “Posto in uno dei migliori punti di osservazione sulla conca del Lago di Varese, offre dai suoi colli una visione panoramica che tocca le Prealpi fino a raggiungere all’orizzonte i profili delle Alpi.”

Piana di Daverio

Daverio offre paesaggi rurali inaspettati e anche una vera e propria piana, meno conosciuta delle altre, dove si staglia Cascina Spazzacamino, in un’atmosfera agreste curata ma anche molto autentica, al di fuori dei classici circuiti turistici.

Centri storici

I centri storici dei paesi che compongono l’ecomuseo, sottolinea Biondaro, sono tutti meritevoli di una visita e di essere sempre più valorizzati anche come mete di escursioni. Dal centro storico di Gavirate a quello di Azzate, Laghetto di Menzago Molti non conoscono nemmeno la sua esistenza. passando per cittadine meno conosciute che potranno finalmente essere scoperte maggiormente grazie alla rete dell’ecomuseo. Invece questo piccolo specchio d’acqua immerso nella vegetazione sul confine con l’area Una rete da scoprire boschiva di Albizzate, a Menzago, frazione di Sumirago, è nel cuore di molte persone. Un’oasi Questi sono solo alcuni suggerimenti di una ricca rete di punti di interesse da visitare. L’Ecomuseo Itinerari delle Piane e dei Luoghi viscontei del Varesotto di pace nel verde. sarà capace di offrire insomma un percorso molto variegato e ancora poco conosciuto anche dal punto di vista storico. Una rete che potrebbe collegarsi, Azzate Non solo il famoso Belvedere, uno dei panorami ipotizza Biondaro, anche con tour e itinerari più ampi: “A Montonate ad esempio nacque nel 1872 Carlo Moroni, uno degli architetti che disegnarono il più spettacolari della provincia, ma anche le liberty in provincia, come a Gallarate, Villa Mauri a Crenna e il Parco Bassetti. acque della Roggia Vecchia, il Colle di San Anche questo, dunque, potrebbe essere un fil rouge da coltivare per creare un Quirico, con panorama sulla piana di Vegonno. nuovo racconto e nuovi percorsi in grado di valorizzare la nostra provincia”. Qui è stata ripristinata la coltivazione della

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TERRITORIO

LA FONDAZIONE ASCOLI ABBRACCIA

il territorio Alessia Lazzarin

Nata 15 anni fa per volontà dei coniugi Ascoli, dopo la prematura scomparsa del figlio Giacomo per un linfoma Non-Hodgkin, oggi la Fondazione in sua memoria offre supporto a oltre 200 bambini all’anno. Ha investito 250mila euro in ricerca e svolge molteplici attività grazie al contributo di 100 volontari. L’obiettivo è quello di offrire ai pazienti affetti da patologie onco-ematologiche assistenza medica e sostegno psicologico per garantire loro maggiori possibilità di guarigione e una qualità di vita migliore

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on domandatevi cosa fa il vostro Paese per voi. Chiedetevi cosa fate voi per il vostro Paese”. È il celebre motto di John Fitzgerald Kennedy a fare da stella polare all’attività portata avanti dalla Fondazione Giacomo Ascoli Onlus che proprio quest’anno ha spento quindici candeline. Era il 6 maggio 2006. Papà Marco Ascoli, insieme alla moglie, a seguito della prematura scomparsa del figlio Giacomo per un linfoma Non-Hodgkin, decidono di dar vita alla Fondazione. “L’obiettivo è stato chiaro fin da subito: offrire a bambini e adolescenti affetti da patologie onco-ematologiche l’assistenza medica e il sostegno psicologico più qualificati possibili, per garantire loro maggiori possibilità di guarigione e la miglior qualità di vita”, spiega il Presidente Marco Ascoli. Quindici lunghi anni, trascorsi al fianco di tante famiglie e pazienti, che hanno portato la Fondazione Ascoli a diventare un punto di riferimento per il territorio grazie al costante e incessante impegno messo in campo per sostenere

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Marco Ascoli: “L’aiuto arriva dalle aziende attraverso erogazioni liberali, che sono deducibili, o sistemi più moderni come Pay roll o Match giving che coinvolgono attivamente i collaboratori con effetti positivi per la Fondazione”

l’iniziativa solidale. Un impegno che si riflette nei significativi traguardi raggiunti. A darne prova sono proprio i numeri delle attività e dei servizi messi a disposizione delle famiglie. Dal 2019, ogni anno, sono oltre 200 i bambini che ricevono assistenza e 100 i volontari che sostengono il progetto e ne favoriscono l’operatività. “Sono loro a costituire la vera forza e l’inestimabile valore della Fondazione” ci tiene a sottolineare Ascoli. Prima di iniziare l’attività di volontariato però, devono seguire un corso di formazione in psicologia clinica. “In questo modo, possono garantire, ai bambini e alle loro famiglie, un sostegno costante fatto di presenza e servizi, in tutto il percorso di cura, a cominciare dall’accoglienza in Day Center”. Ed è proprio questa struttura, inaugurata nel 2019, negli spazi del quinto piano del padiglione Leonardo dell’Ospedale Del Ponte di Varese, a presentarsi anche nell’aspetto estetico come un’accogliente casa. “Anch’essa voluta e finanziata dalla stessa Fondazione per dare ai bambini affetti da patologie onco-ematologiche la possibilità di seguire terapie specifiche vicino alla


propria abitazione”, racconta Ascoli. Ambienti e arredi sono stati realizzati seguendo i più moderni criteri della bio architettura per creare spazi accoglienti e amorevoli, lontani dalle concitate e affollate corsie di altri ospedali. È in questo luogo, peraltro, che si trova una deliziosa chicca: “Il giardino d’inverno”. Un ambiente dove i bambini possono giocare e seguire le terapie in ogni stagione godendo del meraviglioso panorama sul Monte Rosa. Sono molte le attività al servizio dei pazienti e dei familiari. Alcune si svolgono proprio all’interno del Day Center, altre esternamente, come nel caso del servizio di trasporto: “Grazie al contributo giornaliero dei volontari si effettuano in media almeno 250 trasporti l’anno”. La Fondazione, infatti, garantisce e supporta gli spostamenti dalle rispettive residenze ad altri centri di riferimento. E non solo lombardi. Fondazione Giacomo Ascoli cerca di non perdere mai di vista quelle che sono le priorità nella vita di un bambino o di un adolescente e delle loro famiglie, partendo dalla loro quotidianità. Poter continuare l’attività scolastica anche durante i periodi di ricoveri rimane uno degli aspetti più

Entro il 2022 la Fondazione costruirà tre camere sterili per consentire il ricovero a Varese in tutta sicurezza di pazienti pediatrici maggiormente a rischio, ad esempio in aplasia o immunodepressi. Le stanze occuperanno il quinto piano dell’Ospedale Del Ponte

importanti per i giovani pazienti. Da qui il progetto “Ivo va a scuola”, reso possibile grazie al contributo dell’azienda varesina Elmec Informatica, che vede protagonisti ben 10 robot. L’idea è curiosa quanto geniale. I robot, che sono stati assegnati a istituti scolastici del territorio e ad altre attività educative, consentono agli studenti impossibilitati a frequentare le lezioni in classe di interagire con i professori e con i compagni da casa o dall’ospedale. “Questo assicura continuità al loro percorso scolastico anche durante i ricoveri o le terapie in Day Center” spiega Ascoli, sottolineando quanto sia indispensabile, appunto, il contributo dei donatori alla lotta contro le malattie oncologiche pediatriche. Anche l’azione delle imprese varesine va in questa direzione: “L’aiuto arriva dalle aziende attraverso erogazioni liberali, che sono deducibili, o sistemi più moderni come Pay roll o Match giving che coinvolgono attivamente i collaboratori con effetti positivi per la Fondazione”. Tra le attività solidali interne al Day Center si può contare sulla presenza di uno sportello psicologico per i pazienti e i loro familiari, coordinato da una equipe

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TERRITORIO

FONDAZIONE ASCOLI

Il progetto della nuova struttura in Largo Flaiano a Varese

di professioniste. Una sensibile attenzione è rivolta anche all’alimentazione, tramite il servizio “Nutri-Mente” che, grazie alla presenza di una dietista, è attivo dal 2017 in collaborazione con l’Associazione Adiuvare. Offrire un servizio completo non solo ai pazienti onco-ematologici ma anche a tutti i pazienti (in particolare i diabetici) che per qualunque motivo afferiscono alla clinica pediatrica dell’Ospedale Del Ponte: questo lo scopo. Ma gli sforzi della Fondazione non finiscono qui. Sono due i nuovi progetti già in cantiere. Il primo, che verrà realizzato entro il 2022, riguarda il quinto piano del padiglione Leonardo dell’Ospedale Del Ponte e consiste nella realizzazione di tre camere sterili, progettate dalla Fondazione Giacomo Ascoli e cofinanziate con l’Asst Sette Laghi per consentire il ricovero a Varese, in tutta sicurezza, di pazienti pediatrici maggiormente a rischio, ad esempio in aplasia o immunodepressi. “I nuovi spazi consentiranno di completare l’ambizioso progetto di creare un centro di riferimento completo e ai massimi livelli di eccellenza per le cure oncoematologiche pediatriche, con particolare riferimento al linfoma Non-Hodgkin” assicura Ascoli. La seconda iniziativa, invece, riguarda la ristrutturazione dell’edificio dismesso in Largo Flaiano, nelle vicinanze degli ospedali Del Ponte e di Circolo. “Sarà restaurato a integrali cure e spese dell’A ssociazione. La 62

La Fondazione ha investito 250mila euro nella ricerca per stimolare e sostenere lo scambio di medici con altre cliniche oncoematologiche per contribuire a garantire assistenza e percorsi di cura all’avanguardia e di eccellenza ai piccoli pazienti

struttura offrirà ospitalità ai familiari di persone ricoverate nei due ospedali. I lavori, già approvati dal Comune di Varese, partiranno entro la fine del 2021”. Un grande impulso, poi, è dato dall’attività di ricerca. Aspetto indispensabile per la Fondazione Giacomo Ascoli e al centro di importanti investimenti: sono 250mila le risorse messe in campo. “Lo scopo della ricerca è quello di stimolare e sostenere lo scambio di medici con altre cliniche onco-ematologiche; finanziare percorsi di aggiornamento specifici per il personale medico e sanitario dell’Asst Sette Laghi, per contribuire a garantire assistenza e percorsi di cura all’avanguardia e di eccellenza ai piccoli pazienti e per soddisfare pienamente le necessità dell’utenza in continua crescita” chiosa Marco Ascoli ricordando che la Fondazione è l’unico partner italiano della Pediatric Cancer Research Foundation con sede a New York, che organizza con cadenza triennale un atteso convegno mondiale sul linfoma pediatrico e sui nuovi metodi di cura, sempre più aggiornati ed efficaci.

Per aiutare la Fondazione Giacomo Ascoli


GITA A...

FOTOGRAFANDO

i laghi Alberto Bortoluzzi

Ottiche, focali, gestione della luce, tempi, composizione. E poi ancora appostamenti, ricerca dei punti di osservazione migliori, studio dell’inquadratura perfetta per esaltare la storia e l’ambiente che si vogliono raccontare. Lo scatto semplice non esiste. Soprattutto se il soggetto è lo scenario più tipico del Varesotto, quello lacustre. La fotografia è sempre una piccola avventura...

S

ono ben una decina i laghi della provincia di Varese, ognuno con le sue caratteristiche e il proprio fascino. È da questi specchi d’acqua che caratterizzano il territorio, che Varesefocus riprende il proprio viaggio alla riscoperta delle bellezze della provincia attraverso la macchina fotografica. Dopo Busto Arsizio, Gallarate e Varese, si parte dunque per un nuovo tour. Questa volta, però, niente street photography, nel mirino ci sono, invece, gli ambienti lacustri. Come sempre, la prima cosa che facciamo è lo studio dell’attrezzatura. Anche questa volta la scelta ricade su di una mirrorless: non avendo un sensore full-frame, ma un APSC, sfrutteremo questa caratteristica di sensore di minori dimensioni, per avere una focale più lunga a parità di obiettivo. Per quanto riguarda le ottiche, visto che ormai la qualità degli zoom è molto simile alle ottiche fisse, opteremo per una classica triade che possa coprire tutte le focali, partendo da un grandangolo equivalente a un 14, fino ad arrivare a un tele di escursione massima di 300mm; lunghezza focale ancora gestibile a mano libera.

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Sul lago di Comabbio siamo affascinati dai riflessi dei canneti nell’acqua, ci ricordano i quadri di un famoso pittore della nostra zona: Antonio Pedretti. Stando molto attenti alla composizione e al movimento delle onde, scattiamo

Il primo lago dove cominciamo ad operare è quello di Varese. Partiamo dalla Schiranna. Tra i canneti che contornano il parco Zanzi, notiamo subito una famiglia di Folaghe che hanno da poco nidificato. Mamma e papà fanno continuamente la spola per cibare i loro piccoli che sono nascosti tra i canneti. Subito montiamo il nostro tele-zoom e controllando di non utilizzare un tempo troppo lento, ci appostiamo aspettando il momento propizio per lo scatto. Una vecchia regola mai sorpassata suggerisce un tempo di scatto pari almeno al doppio della focale utilizzata per evitare problemi di mosso. Poco dopo ci appare uno svasso maggiore, ora è lui l’oggetto delle nostre attenzioni. Qui operiamo in campo aperto, sono le geometrie quelle che dobbiamo curare. Aspettiamo che il becco e la cresta del pennuto siano paralleli alle tante “saette” che si profilano sullo specchio del lago e scattiamo. Ad un centinaio di metri da dove ci troviamo, c’è la sede della storica Canottieri Varese, che nel nostro lago ha trovato le condizioni ottimali per questo sport. Grazie al gentilissimo Guido, uno degli allenatori, possiamo seguire uno degli allenamenti dei giovanissimi dalla barca.


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GITA A...

LAGHI DI VARESE

Usciamo, il tempo sta cambiando e non è il massimo per la voga, la superficie, di solito una tavola, ora è increspata. Anche il cielo è diventato minaccioso. Se per i ragazzi non è il massimo, noi segretamente ne siamo contenti, già immaginiamo l’immagine finale in bianco e nero, dove esalteremo queste condizioni metereologiche avverse. Al ritorno sul pontile, troviamo la mascotte della Canottieri Varese ad aspettarci: è un simpatico Germano reale che, per nulla impaurito, sembra mettersi in posa per lo scatto. Per oggi abbiamo finito. La mattina dopo proseguiamo il nostro “tour” portandoci a Biandronno. Un altro bell’aspetto del nostro lago è la pista ciclabile. Qui abbiamo un’idea ben precisa: fotografare uno dei tanti ciclisti di passaggio, ambientandolo con lo sfondo dove si vede il trampolino risalente al Ventennio. Questa volta è il grandangolo quello che useremo, ma in modo insolito, quasi fosse un teleobiettivo. Aspetteremo che il nostro soggetto ci passi molto vicino e scatteremo. Il tempo che useremo dovrà essere veloce, ma non troppo; vorremmo che ci fosse anche un leggero mosso che ci dia un’idea di movimento. Prima di lasciare la zona, vorremmo fare un’ultima foto: un pescatore. Ci portiamo allora Lago di Ghirla

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Gianfranco Zanetti ci ricorda lo scrittore Ernest Hemingway. A lui dedichiamo una foto ancora in pellicola

a Cazzago Brabbia dove ci aspetta Gianfranco Zanetti, presidente della loro associazione. Il suo viso ci ricorda lo scrittore Ernest Hemingway. A lui dedichiamo una foto ancora in pellicola. Siamo sulla sua barca, inquadratura perfetta, ma ci vorrebbe un colpo di flash per schiarirgli il viso, che fare? Ci ricordiamo allora del trucco visto fare da un famoso fotografo, e sfilata la nostra tee shirt bianca, la usiamo come specchio riflettente. Ora possiamo spostarci sul lago di Comabbio, dove la natura la fa da padrona, ed è questo l’aspetto che vogliamo mostrare. L’idea è quella di percorrere tutta la ciclabile e raggiungere quel fantastico pontile di legno sull’acqua. Purtroppo, scopriamo che è chiuso per restauri, proviamo allora a raggiungerlo a piedi dal paese. Lungo il percorso siamo affascinati dai riflessi dei canneti nell’acqua, ci ricordano i quadri di un famoso pittore della nostra zona: Antonio Pedretti. Stando molto attenti alla composizione e al movimento delle onde, scattiamo. Sarebbe bello anche una foto di qualche ninfea o fior di loto in fiore, ma è ancora presto per la fioritura; in molti punti del lago non sono ancora spuntate le foglie dall’acqua. La speranza, però, è l’ultima a morire e, quando siamo a ridosso della


passerella incriminata, restiamo estasiati. Per chissà quale miracolo in questo punto del lago la stagione è molto più avanzata e, proprio sotto di noi, troviamo alcuni fiori. La luce è insolita e straordinaria, le foglie sono argentee, sembra quasi che siano illuminate dalla luce della luna. Purtroppo, in fotografia, una foto facile non esiste e una serie di canne lacustri ci ostacola per un’inquadratura perfetta; la chiusura del pontile non ci voleva. Proviamo allora ad arrampicarci sulla staccionata della recinzione per avere una visione più dall’alto. Ahimè, non basta ancora! Per fortuna a tratti ci sono delle raffiche di vento che piegano le canne e, tribolando un po’, anche questo scatto è fatto. È tempo di dirigerci verso il Lago Maggiore. Qui l’obiettivo sono foto più tradizionali che ci descrivano le bellezze del lago. La prima meta che ci prefiggiamo è Monvalle con il suo delizioso porticciolo. Sulla strada per arrivarci notiamo una casa che ha un meraviglioso pontile di ferro che entra dentro il lago. Un vero fotografo non si deve fermare di fronte a nessun ostacolo, così con un po’ di faccia tosta proviamo a suonare al proprietario. È una persona gentile e convinto dal nostro entusiasmo ci fa entrare esaudendo

il nostro desiderio. Proseguiamo, eccoci arrivati a Monvalle poi a Reno. Come non rimanere incantati dalla vista del Monte Rosa e delle Isole Borromee, che d’improvviso ci appare tra due case. Decidiamo allora di fare due scatti, uno solo per il paesaggio e uno anche mostrando che l’estate è alle porte. Scendiamo allora in spiaggia e facciamo la stessa immagine con due ragazzi in costume da bagno, che prendono il sole. Per avere entrambi i soggetti a fuoco chiudiamo parecchio il diaframma, e quando la ragazza decide di sistemarsi i capelli, scattiamo. Dieci minuti dopo siamo a Laveno, il traghetto è in partenza. Quante volte abbiamo fatto questo tipo di foto, lo sappiamo è banale, ma pur sempre affascinante. Montiamo il grandangolo e, stando attenti alle geometrie, alla posizione del traghetto, e che nell’inquadratura compaia anche la scritta Laveno, scattiamo. L’ultimo specchio d’acqua che decidiamo di fotografare è il lago di Ghirla. Oggi poi ha un aspetto insolito, ricorda i laghetti di montagna delle dolomiti e quella sensazione per noi nuova, cerchiamo di trasporla anche nel nostro scatto. Missione compiuta, per oggi possiamo tornare a casa soddisfatti.

Il Lago Maggiore da Reno

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ARTE

IL MA*GA RIPARTE DAGLI

impressionisti Luisa Negri

Negli spazi del museo di Gallarate è visitabile, fino ai primi giorni del 2022, una rassegna composta da 180 opere di esponenti della pittura italiana e francese della seconda metà dell’Ottocento. Tra i tanti, Monet, Renoir, Manet, Cézanne, Gauguin, e “i nostri” Boldini e De Nittis Firmin-Girard, Prairie et Villas, 1880

Una delle spiagge più popolate in estate è allo sbarramento di Porto della Torre, alla spiaggetta Manera e Ferrario, dai locali chiamata “Canottieri”

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ARTE

IMPRESSIONISTI

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arte da Courbet e Gericault la mostra promossa dal Ma*Ga e dal Comune di Gallarate dedicata agli Impressionisti. Perché è in loro che i curatori hanno ravvisato i precursori di quanto sta all’origine di ogni discorso sulla modernità nell’arte. La rassegna, con la direzione scientifica di Sandrina Bandera, Emma Zanella, Vincenzo Sanfo e l’allestimento di Angelo Jelmini, rappresenta un momento di rinascita per il Ma*Ga, dopo la chiusura a causa della pandemia. Si avvale anche di un comitato scientifico composto da Rosa Barnier, Paolo Castagnone, Gilles Chazall, Virginia Hill, Fiorella Minervino, Gonzalo Fernandez Priete. “Impressionisti. Alle Origini della modernità”, questo il nome della rassegna, consta di 180 opere di esponenti della pittura italiana Sotto, Claude Monet, Vague, 1869-1871; a destra, Henry Somm, La lettre, 1890

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e francese della seconda metà dell’Ottocento. Tra i tanti, Monet, Renoir, Manet, Cézanne, Gauguin, e i “nostri” Boldini e De Nittis. Ha ottenuto, oltre che il sostegno del Comune della regione Lombardia e Fondazione Cariplo, il riconoscimento della medaglia del Presidente della Repubblica. Si è ripartiti, dunque, con l’entusiasmo della prima splendida mostra dedicata a Modigliani, in ritardo rispetto alla tabella di marcia che prevedeva l’evento lo scorso anno. Ma con il grande entusiasmo e l’emozione, palpabile nelle voci degli organizzatori il giorno dell’inaugurazione, di chi porta avanti un’attività che trova risposta nell’incontro del visitatore con l’arte. Mentre continua la consueta ricerca tra artisti contemporanei, come è nella tradizione del Ma*Ga e della Gam che l’ha preceduto - ne è testimonianza la mostra (visitabile fino al primo agosto) dedicata a Francesco Bertocco -, ecco che i curatori, sostenuti dai partner Ricola e Lamberti Spa, sono andati alla ricerca di quelle antiche, sempre vive radici che preludevano all’oggi. Creando sicuramente un evento importante non soltanto per Gallarate e il territorio limitrofo. Ma anche per i cugini milanesi e i tanti stranieri in transito da Malpensa o in direzione dei laghi. L’itinerario della mostra si divide in sezioni, dedicate ciascuna a titoli di capolavori letterari di fine Ottocento, così che le opere esposte appartenenti ad artisti presenti nelle mostre ufficiali dell’Impressionismo, dal 1874 al 1886 - siano in dialogo con le arti applicate, la moda, la musica e


la letteratura. Un richiamo che tocca non solo il discorso imprescindibile della totalità della cultura, ma che guarda anche al percorso del museo che sta per accogliere nelle sue sale la biblioteca. Dando così vita a quel polo culturale che sta sempre più completandosi negli spazi

del Ma*Ga, dove opere artistiche e opere letterarie si danno la mano, pronte all’uso di visitatori e studenti. Sono molti i giovani a trovare qui, da anni, un punto di riferimento fondamentale per lo studio e la ricerca. Si passa dunque in mostra da una sezione all’altra, tra dipinti, acquarelli, disegni, incisioni e sculture, ma anche ceramiche e abiti - attraverso un percorso che va dal Realismo all’Impressionismo, al Postimpressionismo. 71


ARTE

IMPRESSIONISTI

Tempi in cui la nuova bellezza, spiega la curatrice Zanella, “non va cercata più nel regno del mito, ma nella compromissione con la vita moderna”. La prima sezione è dedicata a Baudelaire e alla sua poesia “Correspondances”, tratta da “Les Fleurs du Mal” del 1857. Ci racconta il rapporto uomo e natura, con capolavori di Courbet, Monet, e Alfred Sisley. “Le ventre de Paris”, notissimo lavoro letterario di Zola, fa da fil rouge alle opere “La barricade” di Eduard Manet e “La faneuse” di Camille Pissarro, esempi significativi della capacità degli artisti del tempo di raccontare i disagi esistenziali tanto dei cittadini che dei contadini, coinvolti nel corso della storia e nelle avversità sociali loro malgrado. A volte, e lo si vede nella sezione “La Comedie Humaine” - qui il riferimento va all’opera di Honoré de Balzac, le opere descrivono lo stesso mondo degli artisti, colleghi, amici e estimatori, critici di mestiere. Interessante il ritratto a olio di Wagner, che Renoir eseguì a Palermo su sua insistenza per incontrare il musicista. La seduta durò appena 35 minuti, e non soddisfece del tutto Wagner che esclamò: “Sembro un prete protestante”. “Il che è vero - scrisse poi Renoir a un amico - e dunque ero molto felice di non aver fallito. Conservo così un piccolo ricordo di questo genio”. Il critico d’arte Julius Meier Graefe fu al contrario, prodigo di plausi per quel ritratto: “È un documento notevole e ci svela alcuni lati di Wagner con una psicologia sorprendente, quasi spietata, il che significa quanto l’artista fosse libero di fronte al suo soggetto”. Dello stesso Renoir è un ritratto a matita fatto da Pierre Bonnard. “A Rebours”, titolo del romanzo di Joris- KarlHuysmans, ispira le scelte di artisti come Cézanne e Gaugin, che, distaccandosi dall’Impressionismo, anticipano nella loro personalissima arte le nuove avanguardie. “La Vie Moderne”, come la chiamava Baudelaire, è infine rappresentata in mostra da opere di Auguste Renoir, della brava Berthe Morisot, amica di Edouard Manet e moglie del fratello Eugène, e da un nucleo di ottimi artisti italiani di punta, impegnati in Francia: Giuseppe de Nittis, Giovanni Boldini e Federico Zandomeneghi. Non inferiori certo ai colleghi francesi. Tra loro, molto cara ai curatori della mostra, anche la presenza Armand Guillaumin, Paysage d’Ile-de-France, 1885

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dello scultore gallaratese Lorenzo (Renzo) Colombo (1856-1885). Figlio di un musicista e di un’insegnante, artista dalla vita breve ma di alto profilo, lavorò agli inizi a Gallarate per le famiglie più importanti della città imprenditoriale, tra cui i Ponti, i Cantoni e i Durini. A soli tredici anni s’era già dilettato a eseguire ventisette disegni caricaturali, in penna e/o matita, di cittadini noti di Gallarate: medici, insegnanti, commercianti.

Frequenterà poi Brera e lavorerà con Orari: martedì - venerdì 10.00-18.00; sabatoEugenio Pellini. Nel 1882, dopo aver operato domenica 11.00- 19.00. in Firenze, Torino e altre città, raggiungerà Lunedì chiuso la Francia, dove dirigerà il Museo Grevin. Prenotazione consigliata Muore in Bretagna prima dell’inaugurazione della sua ultima scultura “Soldati bretoni morti nella battaglia di Champigny”. È autore anche di un busto dedicato a Francesco Ferrucci (Gallarate, Museo della Società gallaratese di Studi Patri), molto apprezzato dai contemporanei, e di un busto di Napoleone I, fuso da Pinedo. Ne esistono diverse copie (una si trova nella collezione del principe Napoleone Bonaparte). Per meglio documentare le mode e le usanze del tempo, sono in mostra anche preziosi abiti provenienti da una collezione privata, a suo tempo indossati dalla regina del Portogallo e da nobildonne francesi. E, ancora, preziose ceramiche e vetri con decori dell’Art Nouveau di squisita fattura, ispirati in parte alle influenze artistiche provenienti dall’Oriente. Segno dei cambiamenti in corso anche in ambito familiare e domestico, e di quei nuovi aneliti che portavano a guardare sempre più in là. Il catalogo in mostra è curato da Nomos edizioni, con testi di Emma Zanella e Alessandro Castiglioni. E schede scientifiche curate da Vittoria Broggini, Alessandro Castiglioni, Francesca Chiara, Lorena Giuranna, Emma Zanella.

Impressionisti. Alle origini della modernità


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tra sogno e mito Luisa

Al Museo del Paesaggio di Verbania la parallela ricerca dei due artisti, tra grafica, pittura e scultura. Una rassegna da novanta opere che è anche un’occasione per andare alla riscoperta di una struttura rinnovata, da sempre dedicata alle sperimentazioni della scuola pittorica lombarda cresciuta sulle sponde del Lago Maggiore

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l Museo del Paesaggio di Verbania ospita fino a settembre una mostra dedicata a due grandi, già presenti tra gli artisti della collezione: Carlo Carrà e Arturo Martini. Ma questa volta si aggiungono opere provenienti da una collezione privata milanese. Curatori della rassegna “Carrà e Martini, mito, visione e invenzione, l’opera grafica”, sono Elena Pontiggia e Federica Rabai, direttore e conservatore artistico del Museo. L’occasione della riapertura, dopo lo stop imposto dalla pandemia, consente tra l’altro di visitare Palazzo Viani Dugnani in una veste rinnovata. La bella e antica sede museale nel cuore di Pallanza accolse, nel 1914, la creatura fondata nel 1909 da Antonio Massara, il Museo Storico Artistico: scopo del fondatore era di “favorire lo studio delle bellezze naturali e artistiche della regione e promuoverne la tutela”. Da allora ospita opere e gessi del grande scultore russo, nato a Intra, Paolo Troubetzkoy, Giulio Branca e Arturo Martini, ma anche pitture di esponenti della scuola lombarda e piemontese tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del

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Novecento, artisti legati al territorio come Daniele Ranzoni, De Grubicy, Arnaldo Ferraguti, e molti altri... di chiara fama. Recenti lavori di ristrutturazione hanno portato alla disponibilità di altre sale espositive, oltre che a spazi destinati a nuovi servizi per il pubblico. L’inserimento di un ascensore consentirà ora di recarsi da una sala all’altra, lungo un percorso circolare molto più agevole e coerente. La rassegna comprende novanta opere, in prevalenza di grafica. Ma vi si affianca anche una serie di splendide sculture di Martini, legate al tema del mito e della visione, fondamentali cardini della sua ricerca e di quella di Carrà (1881-1966). Interessante è avvicinare quest’ultimo attraverso le cinquanta litografie a colori e acqueforti che ricalcano il parallelo percorso da lui già compiuto in pittura. “Casa a Belgirate”, del 1922, conferma gli estatici paesaggi che di Carrà conosciamo, sostenuti però da un tratto essenziale, pulito quanto fondamentale. Mentre le visionarie immagini, realizzate per un’opera di Rimbaud nel 1944, raccontano il periodo storico vissuto, calato tra dramma e speranza, tra momenti cupi e sereni, rappresentati da figure demoniache e angeliche, tra mitologia e realismo.


Spiega la curatrice Elena Pontiggia: “Guardiamo le case a Belgirate. Asserragliate in primo piano come un blocco di cristalli di Rocca, non sono una veduta en plein air, impressionista, ma riprendono la lezione di Cézanne e soprattutto di Giotto. La volumetria, ridotta a un puro profilo, elimina tutti i particolari. Anche le rare finestre e i pochi nomi sono riportati a una geometria elementare”. Così avviene pure in “Cengio”, opera del 1922, ispirata alla località ligure. Anche qui il paesaggio, nota sempre Pontiggia, non nasce da un’impressione, ma da una costruzione geometrica. L’artista richiama il suo passato, segue le orme pittoriche già lasciate, in una verifica che si tramuta in un album dei ricordi, dove non manca il ripensamento. Ecco perché ritornano nei lavori incisori anche i capolavori pittorici della Simultaneità futurista, delle Figlie di Loth, dell’Ovale delle apparizioni e del Poeta folle. Arturo Martini (1889-1947), fra i maggiori artisti del suo tempo per il vigore plastico cui seppe attingere - dopo le prove simboliste e futuriste -, Sotto, Arturo Martini, La vendemmia, 1935; Carlo Carrà, La nascita di Venere, 1923; in apertura, Arturo Martini, Can can, 1942-46

è presente al Museo grazie alla donazione di Egle Rosmini, sua compagna negli anni Trenta: nella sala a lui dedicata, accanto alle splendide opere scultoree, sono da sempre terracotte, medaglie, gessi, dipinti, e un piccolo nucleo di disegni e incisioni. Proprio questi ultimi sono al centro dell’attuale mostra nell’ interessante parallelo tra i due artisti che si sono avvicinati e confrontati. Museo del Paesaggio Così da poter osservare, accanto al noto Palazzo Viani Dugnani lavoro a matita su carta del 1921, “Il Circo”, Via Ruga 44 importante opera del momento di “Valori Verbania Pallanza 13 giugno - 3 ottobre 2021 plastici” - quando l’artista è molto vicino Orari: da martedì a venerdì all’arte di Carrà -, ben quaranta lavori datati dalle 10.00 alle 18.00 dal 1921 al 1945. La più antica delle incisioni in sabato e domenica mostra, “Il Carnevale”, è un’acquaforte del 23dalle 10 .00 alle 19.00 24, pubblicata da Ardengo Soffici sulla rivista romana Galleria. E se il Circo di Martini lo Tel. 0323 557116 rivela più che mai vicino al sentire di Carrà, un museodelpaesaggio.it gruppo di tali incisioni eseguito a Blevio - era l’estate del 1935 -, riprende, invece, soggetti di opere scultoree note come “L’attesa” e “Il ratto delle Sabine”. “L’Uragano”, del 1935, rivela a sua volta un sapore di fiaba, nella minuscola casa che resiste al vento e alla saetta (un elemento a zig-zag ispirato a Savinio). Gli undici disegni preparatori del ‘42, “bozzetti” per le illustrazioni di un racconto di Bontempelli “Viaggio d’ Europa”, rivelano, nei tratti pur nitidi, la necessità di ulteriori prove di lavoro. Nel ‘44-‘45 Martini realizza infine un

Carrà e Martini. Mito, visione e invenzione. L’opera grafica

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ARTE

PALAZZO VERBANIA

gruppo di incisioni per la traduzione italiana dell’Odissea, a cura di Leone Traverso, allora però non pubblicate. Lo furono poi nel 1960. E appaiono in realtà tra le migliori prove della sua produzione grafica, per il raffinato intreccio tra fantasia e essenzialità di segno e materia. Dieci sculture e tre tele, di alto valore artistico - si vedano “La Famiglia degli acrobati” e “Testa di ragazza”, o il dipinto “La siesta” - chiudono il magico percorso dedicato a Martini. Il viaggio all’interno del rinnovato museo naturalmente non deve finire qui. Ma essere motivo per scoprire l’interesse degli artisti del passato rivolto ai sublimi panorami del Lago Maggiore e alle sperimentazioni della scuola pittorica Sopra, Arturo Martini, La famiglia degli acrobati, 193637; sotto, Carlo Carrà, L’ovale delle apparizioni, 19181952; Carlo Carrà, La casa dell’amore II, 1924

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lombarda intorno alle sue sponde. Si vedano le fedeli vedute di Luigi Litta (1813-1891), esatto interprete del paesaggio lacustre verbanese attento al dettaglio, le intense tele di Eugenio Gignous, di Guido Boggiani e Achille Tominetti, che colpiscono e catturano l’attenzione del visitatore. Come le splendenti ricerche pittoriche di Carlo Fornara. E anche il realismo affascinante e impegnato di Ferraguti, con il suo celebre omaggio alle lavandaie intente a sciorinare i panni nella caletta di Pallanza, davanti al bel palazzo che è sede comunale. Di Daniele Ranzoni, illustre figlio di Intra, esponente della scapigliatura noto anche come acquerellista, amico di artisti e intellettuali, sono famosi ritratti e paesaggi. Ma che dire di colui che è ritenuto qui il padrone di casa, il grande Troubetzkoy (18661938), tanto da esserci la esatta, entusiasmante riproduzione di un suo studio? Fu ritrattista dei grandi del suo tempo, nato e vissuto sul Lago Maggiore, ma impegnato nell’esaudire le richieste di George Bernard Shaw, di Tolstoj, di Toscanini che, a sua volta, predilesse il lago e scelse come residenza estiva la quieta dimora sull’Isolino San Giovanni. Il gesso della grande opera equestre, dedicata a Giuseppe Garibaldi, ma mai realizzata in fusione, domina nelle sale museali. Tra i capolavori, sono i dolcissimi ritratti della bellissima moglie Elin e del piccolo Pierre, destinati a lasciarlo troppo presto solo, nella casa bianca affacciata sul Golfo Borromeo.


SPORT

UNA GEMMA

per Tokyo Andrea Della Bella

L’anno scorso il rinvio dei giochi olimpici a causa dello scoppio della pandemia, che sembrava far svanire un sogno inseguito per una vita. Poi il ritiro, durato mesi, nella bolla del centro federale di Pietralata per evitare qualsiasi rischio contagio. I continui slittamenti delle date delle gare. Lo stress psicologico. Infine, la qualificazione arrivata con la perfetta prestazione di Barcellona che ha permesso alla squadra azzurra di nuoto sincronizzato di qualificarsi per le Olimpiadi del Giappone. Tra le componenti, la bustocca Gemma Galli che, con le sue compagne, non vuole smettere di sognare, inseguendo il podio

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emma preziosa a Tokyo. È sempre stata a un passo, lì vicina. Andava solo afferrata. Occorreva una data, una piscina e avere la possibilità di scendere in acqua per conquistare il pass che ogni atleta sogna: la qualificazione olimpica. Ma la data, una volta fissata, è slittata più volte per via della pandemia. Maledetto virus, che anche nello sport ha creato scompiglio e messo tutti alla prova. E anche la città dove disputare il test più importante è di volta in volta cambiata. Eppure, i campioni non mollano mai, anzi, proprio perché sono campioni, sanno che devono sempre farsi trovare pronti al posto giusto e al momento giusto. Come i grandi attaccanti, che hanno il fiuto del gol e sfruttano l’unica palla buona dei novanta minuti giocati. Come i giganti del basket, che sul filo della sirena non sentono il braccio tremare e mettono dentro il tiro da tre del sorpasso. O i motociclisti che vedono il pertugio e infilano l’avversario passando dove

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alle persone di questa terra sembra impossibile. Insomma, pronti a vincere. E pronta è stata Gemma Galli, azzurra della nazionale di nuoto sincronizzato, che dopo rinvii, preparazione atletica eseguita ad hoc e ogni volta da affinare, è riuscita con la nazionale di nuoto sincronizzato a mettere in tasca il lascia passare per le Olimpiadi di Tokyo. E con Gemma Galli, in Giappone, ci va tutta Busto Arsizio, perché la sincronetta è tesserata per la Busto Nuoto. Roba da non credere, ma la qualificazione più semplice sulla carta, poiché per Galli e le azzurre il pass era piuttosto scontato, è diventata la questione più complicata. Una salita da scalare fatta di date fissate, allenamenti mirati e rinvii a pochi giorni dall’appuntamento. Si potrebbe quasi dire che questa qualificazione vale già di per sé una medaglia. Di costanza, concentrazione, tenacia e voglia di superare i limiti non del proprio corpo, ma quelli imponderabili della pandemia. “Già il posticipo della Olimpiadi – dice Gemma Galli, finalmente


Gemma Galli

Il triplete della Busto Nuoto

soddisfatta per il risultato ottenuto a Barcellona – è stata una vera mazzata psicologica. Con la squadra ci eravamo allenate in una bolla e lo slittamento ha voluto dire prolungare questa situazione di isolamento necessaria, ma non semplice da sostenere”. Pietralata, base del centro federale, come barriera di protezione. Perché Gemma Galli e le sue compagne sincronette non hanno avuto come unica preoccupazione quella di allenare al meglio corpo e mente. Il pericolo Covid, di infettarsi, era vivissimo e pericolosissimo. “Prenderlo avrebbe voluto dire rinunciare alle Olimpiadi e vedere svanire il sogno che ogni atleta ha fin da quando inizia a praticare in maniera professionale il proprio sport”. Ma non solo perché il nuoto sincronizzato non è una questione personale: “Ammalarsi avrebbe significato mettere in difficoltà tutta la squadra. E nel nuoto sincronizzato non è mai semplice cambiare un componente. Siccome lavoriamo sempre sulla stessa coreografia e su quella affiniamo tempi e movimenti, basta davvero pochissimo per destabilizzare tutto. Tenere lontano il virus è stata un’ansia. Uno stress che si è aggiunto allo stress”. Ma le sirene azzurre hanno vinto superato anche questa prova. Un test non sportivo, ma psicologico. “La testa – spiega Gemma Galli –

Stagione da incorniciare per le draghette della Busto Nuoto. Che con il successo negli Assoluti estivi mettono in bacheca un triplete da sogno. Le sincronette di Busto a Riccione hanno messo in acqua tutta la loro grazia ed eleganza e guidate dalle allenatrici Stefania Speroni e Elisa Mondonico nell’esercizio libero hanno concesso il bis al titolo conquistato il giorno prima nell’esercizio libero combinato e, dopo la medaglia d’oro degli Assoluti invernali. A corona degli allori di stagione, la società del presidente Renato Borroni ha conquistato anche un fantastico bronzo con il duo PedottiMacchi, che conferma il terzo posto delle qualifiche. La formazione del trionfo è composta da otto sincronette: Paganini, Amadei, Brogioli, Picozzi, Sichirollo, Gianazza, Macchi, Pedotti, con Restelli, Elena Torreggiani, Anna Torreggiani in veste di riserve. La Busto Nuoto, con un punteggio di 86.5667, ha preceduto ancora una volta le squadre della Rari Nantes Savona e della Zeus Lab Montebelluna. Un dominio che dopo qualche anno di assenza riporta la società nell’Olimpo del nuoto sincronizzato italiano.

è fondamentale nel nostro sport dove tutto è calibrato sulle frazioni di secondo”. E in questi mesi la tenuta psichica ha giocato un ruolo decisivo: “I continui rinvii mi hanno fatto vivere momenti difficili. Quando ho saputo che la data delle Olimpiadi era slittata ho pianto. Ho visto crollare tutto quanto avevo fatto con le mie compagne. Ritrovare la motivazione non è stato facile”. Come non è stato facile ricalibrare gli allenamenti. Anzi, è diventato complicato: una continua tensione, una preparazione che non solo è stata rimodulata, ma con il rinvio delle qualificazioni, si è dovuta prolungare quasi all’infinito. Come viaggiare senza una meta, senza sapere in quale punto c’è piantato il traguardo. Come la linea dell’orizzonte: la vedi sempre, ma, per quanto ti avvicini, non l’afferri mai. Anche quando ti sembra a portata di mano. Poi, finalmente, è arrivata Barcellona: 10 e 11 giugno. È lì che le sincronette azzurre sono scese in vasca, hanno scaricato tutta la tensione accumulata nei mesi precedenti e dimostrato tutto il loro valore. Tokyo non è più un sogno. Nella specialità a squadre saranno 10 le nazioni che si contenderanno il titolo olimpico. Oltre all’Italia, si sono qualificate Spagna e Grecia, che si uniranno così al Giappone, alla Russia, all’Australia, all’Egitto, alla Cina, all’Ucraina e al Canada. “Non ci crederete – rivela Galli – ma nel momento in cui ho realizzato che ci siamo qualificate ero più triste che felice. È venuto fuori tutto il disagio e la fatica di questi mesi. Mi sono sentita come fossi dentro una lavatrice. Le belle emozioni, però, sono arrivate dopo qualche giorno e mi sono gustata questo grande risultato”. E ora che il biglietto per il Giappone è al sicuro, Gemma Galli è felice e guarda a quanto fatto fino a questo momento. “Siamo una grande squadra. Lavoriamo insieme da tanti anni. Anzi, posso dire che viviamo insieme da tanti anni. Ci conosciamo, ci basta uno sguardo per capire cosa passa nella testa dell’altra, per comunicare. Nessuna di noi riesce a nascondere qualche lato del proprio carattere. È come se fossimo un’unica persona, ma ognuna di noi ha una caratteristica diversa, quella che serve per creare l’identità di questa nazionale”. Un bel biglietto da visita per la sfida, quella olimpica, che un atleta attende da una vita. E che, se le cose andranno come tutti sperano, potrebbe restituirci dal Giappone una Gemma preziosa. E se fosse di un metallo prezioso, sarebbe bellissimo. Oltre che il meritato premio. 79


Come spiega Andrea Paternostro nel libro “La mia vita, le mie passioni”, scritto nel 2013 per celebrare e raccontare i 50 anni della sua attività: “Il successo nasce dall’unione di capacità, coraggio, visione e tanta, tanta fortuna”. Leggendolo, però, si scopre che la fortuna non è solo figlia del caso, piuttosto il frutto del lavoro, delle capacità e soprattutto dell’impegno. Un impegno che può essere alimentato dalla passione. E la passione di Andrea Paternostro per il mondo dell’orologeria e della gioielleria è nata presto. Già nei primi anni ’60 quando, ancora giovanissimo, inizia a lavorare come orafo presso un prestigioso atelier di Milano. È lì che scopre i segreti della gioielleria, comincia ad affinare la propria creatività, a dare vita a nuovi gioielli e impara a riparare gli orologi e ad apprezzarne il valore, la meccanica, i movimenti e le complessità. Le sue capacità si affinano con l’apprendimento delle opportune competenze tecniche che acquisisce frequentando, la sera, i corsi della principale scuola orafa milanese presso l’Umanitaria. Conseguenza pressoché naturale di tutto questo impegno non poteva che essere il desiderio di aprire una propria gioielleria, iniziando dalla cantina di casa dei genitori prima, alla periferia poi, fino ad arrivare al centro di Pogliano Milanese nel 1972. A questo primo negozio, negli anni, se ne sono affiancati altri: a

Parabiago nel 1983, Legnano in via Giolitti nel 1996 e Rho nel 2002. Al suo fianco, in questo lungo percorso, la moglie Emilia con la quale divide le aree di competenza: Emilia si occupa della gioielleria, Andrea degli orologi. Entrambi, però, ricercano lo stesso obiettivo: la felicità e la soddisfazione del cliente. Oggi la Andrea Paternostro Gioielliere è un’azienda che può contare su due sedi situate nel centro storico di Legnano. In Piazza S. Magno una boutique completamente dedicata agli orologi dei marchi più prestigiosi come Bvlgari, Jaeger-leCoultre, Omega, IWC Schaffhausen, Longines, Dolce&Gabbana, Breitling, Gucci e il marchio Andrea Paternostro ed una in Corso Garibaldi completamente dedicata ai gioielli, dove oro e pietre preziose sono gli indiscussi protagonisti. I brand sono tutti di lusso: Bvlgari, Pomellato, Crivelli, Dolce&Gabbana, Vhernier, Chantecler, Messika, Fred, DoDo e Gucci. Le gioiellerie Paternostro comprendono anche una terza boutique, quella di Rho nella centralissima Piazza S. Vittore gestita da tre collaboratrici dove trovano spazio sia orologi che gioielli dei marchi più prestigiosi. Tra poco Andrea raggiungerà i 60 anni di attività professionale, è passato tanto tempo e insieme ad Emilia e a tutti i validi collaboratori che li affiancano, la voglia di fare ogni giorno aumenta sempre di più.

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RUBRICHE SU

CULTURA E DIGITALE TERZA PAGINA

COMUNICARE

DAL WEB

Una tiktoker in libreria

Sul Cervino c’è l’impronta di Vibram

Film a Tricolore


CULTURA E DIGITALE

Terza pagina UNA TIK TOKER

in libreria

Da Chiara Ferragni a Raffaello (Sanzio), il talento social della gallaratese Martina Socrate esce in libreria. Con tanta Varese

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ltre 1 milione di follower su Tik Tok (1,2 per la precisione, nel momento in cui scriviamo questo articolo), 125 mila su Instagram, collaborazioni che vanno dalla Galleria degli Uffizi a Chiara Ferragni e un romanzo fresco di stampa (promosso con

tram personalizzato a Milano). La tipica notizia che lo stereotipo del boomer e l’invidioso digitale stigmatizzerebbero con un “e chi se ne importa?”. Invece, con numeri da capogiro, Martina è una fuoriclasse, assolutamente da non sottovalutare. In un momento in cui il mondo della comunicazione si interroga – e non si dà

La trama di “Andava tutto troppo bene” “All’apparenza la vita di Marti è perfetta e invidiabile, tra un migliore amico vulcanico e affettuoso, una famiglia che la sostiene, un bell’appartamentino nel centro di Milano, e una determinazione tale che le farebbe raggiungere anche la luna. In realtà basta poco perché il cocktail di positività si rovesci e il bicchiere mezzo pieno si trasformi in un bicchiere mezzo vuoto. Il suo eccentrico coinquilino Francesco è costantemente depresso per le delusioni amorose e sforna dolci come se non esistessero calorie, la sua famiglia la adora e la chiama ‘Super’, certo, ma mantenere quel soprannome non è cosa da poco. E l’appartamento in centro? Bello, eh, ma come fa l’affitto di un bilo a costare più di una borsa di Chanel? La soluzione è che Martina si trovi un lavoro, e alla svelta. Tra un ‘le faremo sapere’ e l’altro però il bicchiere sembra sempre mezzo vuoto... Finché un incontro inaspettato non ribalta la situazione...”

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Occhiali che si appannano nelle campagne di partnership, sorrisi, maglie a righe: il talento di Martina è la simpatia delle risposte – sul fenomeno Khaby Lame, Martina Socrate è un altro caso eccellente di creatrice di contenuti. Classe 1998, nata a Gallarate, ex studentessa del Crespi di Busto Arsizio e oggi universitaria in Mediazione Linguistica a Milano, ha iniziato la sua carriera sui social solo un paio d’anni fa. Da sempre appassionata di romanzi e film comici, cresciuta a sketch di Zelig, nel 2019 ha scoperto la passione per la recitazione e quasi per caso, ha iniziato a dare sfogo alla propria creatività con parodie video di comici famosi, con uno straordinario successo che le ha permesso di arrivare a lavorare oggi come content

Silvia Giovannini

creator per una delle più importanti agenzie italiane. Basta uno sguardo ai suoi profili per avere un’idea: sorriso aperto, messaggi semplici e chiari anche quando posa niente di meno che con Raffaello, tra Agnolo e Maddalena, o con il David di Michelangelo. Ne emerge il racconto della vita normale di una ragazza normale, che ama le magliette a righe, viaggiare, gli amici. E per chi proprio fosse così prevenuto da non voler nemmeno sbirciare, sgombriamo subito il campo dagli equivoci: nessuno scatto sexy o pose provocanti nel racconto social. Una ragazza della sua età, acqua e sapone, con gli occhiali che si appannano anche nella campagna di partnership con Rayban. Una ragazza che sa scegliere le cause di valore e che ha promosso una raccolta fondi per la Croce Rossa Italiana ed è ambassador della campagna #tiraccontolitalia, attraverso cui racconterà il territorio nazionale. Il talento? La semplicità, certamente frutto di studio e cura, ma genuina. L’empatia, la capacità di raccontare il quotidiano in modo diretto, sicuramente in linea con un mondo della comunicazione che, negli anni, ha spostato i riflettori dai tronisti e isolani dei famosi siliconati ad influencer che dei valori affettivi e familiari fanno il proprio punto di forza. Basti pensare alle difficoltà


CREDIAMO IN UN MONDO CON I LIBRI Nel 1927 Pietro Giuseppe Redaelli fonda la Società Anonima La Tipografica Varese. In oltre 90 anni i migliori nomi dell’editoria hanno portato i loro libri a stampare a Varese anche grazie alla dedizione delle

tre generazioni Redaelli che si sono susseguite alla guida dell’impresa. Diverse le rivoluzioni tecnologiche vissute... ma il profumo della carta resiste al tempo!

superate e alla maternità step by step di Paola Turani, alla passione per i supereroi di Leone “Ferragnez” o ai tagli di capelli dei baby Pozzoli. Largo allora alla simpatia di Martina, che si racconta anche nel suo primo romanzo “Andava tutto troppo bene”, edito DeAgostini e stampato da La Tipografica Varese e destinato ad un pubblico dai teenager in su.

I dialoghi di Socrate con la rotativa “Quando ero piccolo immaginavo la rotativa come un nastro bianco che si riempie di parole”. Così Gianandrea Redaelli de La Tipografica Varese racconta affettuosamente la sua idea della nascita di un libro. “Dalla testa dell’autore, alla chiavetta usb e poi alla realtà: è sulla rotativa che avviene la creazione - un po’ come la Cappella Sistina - di un libro”. E Martina Socrate, autrice varesina, ha avuto l’occasione di visionare (e ovviamente raccontare ai follower) l’industria varesina che ha stampato il suo primo romanzo, durante quella che Redaelli chiama la creazione. Un’impresa familiare storica, nata nel 1927, che tra i suoi lavori ha visto “passare” anche Il Gattopardo, Il dottor Zivago, Va’ dove ti porta il cuore, Harry Potter e il Catechismo di Papa Francesco, grazie all’editore DeAgostini, oggi “incontra” anche Tik Tok. Una metafora del guardare avanti? Piace pensarla così. In ogni caso la Varese della comunicazione segna un nuovo punto da non sottovalutare, proprio grazie alla rotativa.

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CULTURA E DIGITALE

In libreria

Silvia Giovannini

Villa Toeplitz di Varese

In viaggio Alberto Bortoluzzi Alberto Bortoluzzi ed. 2021

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acconti di 40 anni di viaggi ambientati in: Europa, Americhe, Africa, Asia. “Viaggiare negli anni della mia adolescenza, aveva un significato molto diverso rispetto ad oggi; era una sorta di iniziazione alla vita” racconta l’autore. “Poi piano piano negli anni le cose sono cambiate, io stesso sono cambiato. Nei mesi di clausura per la pandemia, ho ripercorso alcune delle mie avventure trasponendole in una serie di racconti. Nella vita, come nei viaggi, ogni tanto bisogna fare una sosta per potere andare avanti. Io la mia l’ho fatta scrivendo questo libro, ora sono pronto per ripartire”. Ad maiora, dunque!

albertobortoluzzi.com 90

Bruno Belli Pietro Macchione Editore, 2021

Missione paziente Francesca Guido, Francesca Indraccolo Super Edizioni Pernice Editori, 2021

N

ascita e sviluppo dell’elisoccorso in Lombardia. Il volume illustra le tappe più significative dell’evoluzione del soccorso sanitario con l’elicottero, istituito in Lombardia nel 1986, un importante tassello del sistema di emergenzaurgenza regionale. Il libro è destinato agli operatori del settore ma anche ai non addetti ai lavori

e ha un fine benefico: è stato realizzato per la Fondazione Pro Elisoccorso - Servizio 118 onlus che, grazie al ricavato, intende acquistare attrezzature e apparecchiature per AREU, l’Agenzia regionale dell’Emergenza Urgenza della Lombardia. Il libro racconta gli aspetti organizzativi del sistema: dall’uso del verricello all’hovering, dal volo notturno alle tecnologie per le missioni in luoghi impervi, fino al trasporto dei pazienti con Covid-19. Completa il volume una scheda dedicata a 2 dei modelli di elicotteri in linea in Lombardia: l’AW139 e l’Eurocopter 145. facebook.com/ fondazioneproelisoccorso

U

na monografia dedicato alla splendida villa varesina con foto di Eugenio Manghi. Due i punti cardine: la storia dei coniugi Toeplitz, inserita nel contesto dell’epoca; le notizie su villa e parco con riferimenti d’archivio, testimonianze e immagini, una parte dei quali finora inedita. “Il complesso di Villa Toeplitz - si legge in quarta - è uno dei massimi esempi di eclettismo architettonico che si riflette nel parco, considerato, oggi, uno dei dieci più belli d’Italia. Si tratta di un complesso che fa parte di una delle ben 120 ville storiche del comune di Varese, che conta il 73% del paesaggio protetto”.

macchionepietroeditore.it


Di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda. Italo Calvino

Quattro Il risveglio

Come sarà Varese tra 30 anni

Luca Farru Sperling&Kupfer, 2021

Cesare Chiericati, Antonio Martina FrancoAngeli, 2021

U

na novità nel panorama fantasy che avrebbe tutti gli ingredienti per diventare caso letterario e sicuramente, inserendosi in un mercato ormai costituito prevalentemente da titoli stranieri, riapre il panorama del genere italiano. Un giovane autore varesino per una trilogia moderna e internazionale che spazia anche in tematiche Lgbtq e che ha già brillantemente superato la prova Wattpad con un milione e mezzo di visualizzazioni. Protagonisti Cody, Matt, Rose e Sybil, quattro ragazzi tra naturale e soprannaturale.

lucafarru.com

‘‘C Business Combat Mindset Joe Santangelo Officina di Hank, 2021

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anuale di psicodinamica del combattimento applicata al business. Nuovo e originale approccio al business coaching, che ha l’obiettivo di arricchire i metodi tradizionali sui quali è basato il management, con tecniche, tattiche, strategie

e principi provenienti dal mondo delle arti marziali e dagli sport a contatto pieno. L’autore, ex campione europeo di Kick Boxing, personaggio eclettico con all’attivo diverse pubblicazioni, è anche direttore della nuova collana ToolBox dell’editore genovese, inaugurata da questo volume. Lo studio è fondato sulla convinzione che elementi tipici del Combat possano essere vantaggiosamente traslati nel Business.

ome sarà Varese fra 30 anni. Le riflessioni di alcuni protagonisti sulle previsioni sociali, economiche, politiche, ambientali”. Nuova collaborazione per gli autori che, dopo aver indagato con rigore e un pizzico di nostalgia il passato cittadino, guardano al futuro. La pandemia mette in luce, come in tutti i momenti di difficoltà, problemi prima sottovalutati. Partendo dall’osservazione di questi, si indagano le possibili vie per costruire il futuro con un’indispensabile “visione prospettica”.

joe-santangelo.com

francoangeli.it 91


CULTURA E DIGITALE

Comunicare Sul Cervino

C’È L’IMPRONTA DI VIBRAM Chiunque può compiere grandiose imprese e scalare il Cervino è tra queste. Ma come si può realizzare una simile avventura? Lo racconta l’azienda varesina famosa in tutto il mondo per la produzione di suole in gomma nel nuovo film “Cervino, la Cresta del Leone”. A fare da storyteller è il protagonista della pellicola: il famoso alpinista Hervè Barmasse che accompagna, passo dopo passo, lo spettatore nella dimensione verticale Alessia Lazzarin

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hiunque, anche le persone comuni, possono compiere imprese grandiose. Scalare il Cervino è una di queste. Slanciato e armonioso

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dal versante svizzero, maestoso e imponente da quello italiano, il Cervino è una delle ascensioni più ambite dell’arco Alpino. È con questa convinzione che Vibram, azienda varesina famosa in tutto il mondo per la produzione di suole in gomma, ha realizzato il suo

terzo film dal titolo “Cervino, la Cresta del Leone”. Era il 1937 e Vitale Bramani, imprenditore, alpinista e guida alpina italiana, al rientro da un’escursione, decise di progettare la prima suola carrarmato in gomma. Quel giorno segna la storia di Vibram,

La sensazione che trasmette il documentario è proprio quella di essere in cordata insieme all’alpinista. Le riprese sono state fatte step by step, grazie all’aiuto di droni e riprese fatte da diverse prospettive. Alle immagini, che si susseguono con grande dinamismo, si accompagna la voce dell’alpinista che nei panni di uno storyteller, guida gli spettatori verso l’avvincente esperienza


Jerome Bernard: “Partire da un personaggio famoso per arrivare alla gente comune e divulgare la cultura dello sport e dell’aria aperta è stata l’idea che ci ha portati a realizzare il progetto”

e quella dell’alpinismo più generalmente. Le suole prodotte nell’impresa di Albizzate hanno fatto letteralmente il giro del mondo, accompagnando gli amanti delle alpi per kilometri e kilometri tra un sentiero e l’altro. Oltre ottant’anni di storia vissuti con una grande passione: conquistare un numero infinito di vette. È proprio con lo stesso spirito di quasi un secolo fa che Vibram dà vita alla propria terza produzione cinematografica. “Lo scopo dell’iniziativa è quello di supportare le attività alpinistiche e di valorizzare il territorio outdoor – spiega Jerome Bernard, Vibram Sport Innovation Marketing Global Director -. L’alpinismo è spesso visto e vissuto come una disciplina estrema. Con questa produzione cinematografica di ampio respiro abbiamo voluto spostare la prospettiva del racconto dell’alpinismo, dando la possibilità a chiunque di vivere quasi da protagonista un autentico viaggio nella dimensione verticale. L’alpinismo si sta evolvendo fortemente, ormai è accessibile a tutti, sempre con la giusta consapevolezza”. Il film,

della durata di 35 minuti, prodotto dal registra italiano Alessandro Beltrame e finanziato al 100% dall’azienda varesina, ripercorre le tappe della conquista, affronta tutti i passaggi più difficili della salita spiegando come affrontarli e ricorda alcuni dei più grandi alpinisti di sempre. Da Jean Antoine Carrel a Edward Whymper fino a Walter Bonatti. Nel film, il compagno di avventura durante l’arrampicata è il famoso alpinista Hervé Barmasse. “Questo film vuole essere un omaggio alla montagna simbolo di tutte le montagne nel mondo e a tutti coloro che hanno vissuto un’esperienza a cospetto del Cervino. Un documentario per conoscere la storia della Cresta del Leone, l’ascensione regina dei quattromila delle Alpi che, salita la prima volta il 17 luglio 1865, è tutt’ora una delle scalate più avvincenti a cui un alpinista possa aspirare” ha dichiarato Hervé Barmasse, atleta del global Team Vibram durante la presentazione in anteprima mondiale del film al Trento Festival 2021. Per Vibram la produzione cinematografica non è certamente una novità. Dal

2011 ad oggi sono state tre le pellicole realizzate. “The Extraordinary Story”, è un omaggio alla corsa in alta quota. “Duality”, è dedicato alle runner donne. E poi c’è il “Cervino, la Cresta del Leone”. Un forte e chiaro messaggio lega i tre film. Tutti possono realizzare imprese straordinarie, provare a superare i propri limiti: questo è il valore che l’azienda varesina vuole trasmettere agli spettatori. Ma come nasce l’idea di comunicare attraverso un film? Qual è lo scopo? “Partire da un personaggio famoso, come in questo caso da un alpinista di punta, per arrivare alla gente comune e divulgare la cultura dello sport e dell’aria aperta è stata l’idea che ci ha portati a realizzate il progetto” spiega Bernard. Un messaggio di sostenibilità sociale rivolto a tutta la comunità. “Il film ha un grande potenziale comunicativo e le aziende devono muoversi sempre di più in questa direzione divulgativa”. La sensazione che trasmette il documentario è proprio quella di essere in cordata insieme all’alpinista. Le riprese sono state fatte step by step, scalando la cresta, grazie anche all’aiuto di droni e realizzate da diverse prospettive. “In questo modo lo spettatore si sente davvero legato alla stessa corda di Barmasse”.

Alle immagini, che si susseguono con grande dinamismo, si accompagna la voce dell’alpinista che, nei panni di uno storyteller, guida, passo dopo passo, gli spettatori verso l’avvincente esperienza. Barmasse racconta aneddoti e storie sconosciute legate ai luoghi che lo circondano. Durante la scalata per arrivare alla vetta i panorami sono mozzafiato. Si intravedono scorci naturali unici. Sembra quasi di percepire l’aria frizzante che tira ad alta quota. “Il film, proprio perché realistico, ha avuto un grande successo al Trento Film Festival, nel giro di pochi minuti sono stati venduti più di 500 biglietti” conferma Bernard. Il documentario vuole essere anche motivo di ripartenza. Un impulso per riprendere a fare sport all’aperto. Vuole diffondere un senso di libertà dopo i mesi passati in lockdown per la pandemia. Vuole far aprire la mente e il cuore agli spettatori, tuffandosi nell’immensità della natura. Ritrovare sé stessi, quella voglia di spensieratezza rimasta chiusa in un cassetto per molti mesi: questo quello che emerge dall’emozionante avventura nella dimensione verticale al fianco di Barmasse. È proprio il caso di dire che il Cervino, oggi, ospita una nuova impronta. Quella della Vibram. 93


Dal web FILM

a Tricolore

Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network. Solo su varesefocus.it

A lezione di Frecce Tricolori

MV Agusta, il film

‘‘Y

ou see a bike” è il docufilm che celebra la storia di MV Agusta e racconta il presente del marchio ripercorrendo le tappe fondamentali dell’epico viaggio, attraverso voci della famiglia MV e altre esterne all’azienda. In luce, una storia di avanguardia, design, tecnologia e stile. Sullo sfondo le bellezze di un territorio parte integrante del progetto.

U

n workshop all’interno del progetto Generazione d’Industria per 150 studenti. Protagonista Secondo Mona Spa che, nel corso di 8 incontri a distanza, ha permesso ai ragazzi di vivere un percorso di progettazione di un componente aeronautico per un velivolo della Pattuglia Acrobatica Nazionale dell’Aeronautica Militare, meglio nota come Frecce Tricolori.

Dai social network

Gianluigi Viscardi, presidente del DIH Lombardia, nominato Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica

Sono tornate le lauree in presenza. Congratulazioni a tutti i neolaureati della LIUC - Università Cattaneo!

I 170 anni di Goglio Group raccontati nel nuovo podcast della rubrica Buongiorno Impresa di Varesefocus 95


CULTURA E DIGITALE

#ImpresediVarese Tessile e Moda: una selezione di post da Instagram. L’account dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese è @generazionedindustria

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