ANNO XXI · N.3
MAGGIO 2020
VARESEFOCUS
Come stiamo
cambiando Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA
EDITORIALE
Come stiamo cambiando Roberto Grassi
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on c’è bisogno di drammatizzare la pandemia per raccontarne l’impatto che sta avendo sulle nostre vite. Partendo da una tale certezza con questo nuovo numero di Varesefocus ci siamo dati un obiettivo: proporre una chiave di lettura su come il deflagrare di Covid-19 sul nostro pianeta, nei nostri Paesi e nelle nostre città stia trasformando più di un aspetto della società. Ovviamente, visto il Dna della nostra rivista, partiamo dalle imprese e dal mondo dell’economia. Ma sfogliando, e speriamo leggendo con attenzione, tutta l’edizione, proponiamo al nostro lettore un percorso, un quadro d’insieme che parte dal sistema sanitario, con la sua capacità di reazione presente e futura alla minaccia dei virus, per arrivare fino all’arte e ai nuovi modi che abbiano di fruirne le bellezze, alla ricerca di un nuovo Rinascimento, così come avvenuto già in passato in altre fasi storiche caratterizzate dalla forza devastatrice delle epidemie. Una devastazione che è anche ricostruzione di nuove quotidianità. Pensiamo al modo di vivere il tempo libero nelle nostre case, all’approccio che abbiamo nei confronti dei nostri (per fortuna numerosissimi sul territorio) gesti di carità e solidarietà, alle nuove forme di allenamento domestico e di sport tra le quattro mura delle nostre stanze. Ma alzando lo sguardo verso scenari più ampi è evidente come si stia formando nel Paese una nuova coscienza collettiva, di come le relazioni internazionali – peraltro in forte fibrillazione già prima del propagarsi del Coronavirus – stiano mettendo in discussione gli equilibri di una globalizzazione da tempo al tramonto, almeno per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi anni. E poi ancora: cosa serve all’Unione Europea per salvarsi dallo tsunami che, anche per colpa degli Stati che la compongono, rischia di travolgerla se non riuscirà a impostare una reale politica comune di rinascita post-Coronavirus? Come la scienza si è posta di fronte ad un evento senza precedenti nella nostra storia recente? Come si evolverà la didattica nelle scuole? Come si sta riorganizzando il sistema universitario? Tanta carne al fuoco. Moltissime le domande a cui cerchiamo di dare non risposte definitive, ma almeno una chiave di lettura autorevole attraverso interviste a professori universitari, medici, esperti, ricercatori, giornalisti, esponenti del mondo della cultura, sociologi e, ovviamente, imprenditori. Ma c’è un quesito su
tutti che rimane nell’aria: usciremo veramente diversi da tutto questo? Le trasformazioni e i piccoli e grandi cambiamenti che stiamo vivendo e che raccontiamo in queste pagine porteranno a nuove quotidianità definitive, nuovi stabili equilibri? Oppure tutto svanirà non appena Covid-19 diventerà (questa vola sì) una malattia come le altre, grazie alla scoperta di una cura o alla predisposizione di un vaccino? La realtà è che si sentono in giro troppe opinioni spacciate per certezze. Nessuno lo sa. Nessuno può essere granitico nell’affermare che nascerà un nuovo mondo, così come avvenuto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale o dopo il crollo del Muro di Berlino. Molto dipenderà da quanto l’emergenza sanitaria durerà e per quanto tempo dovremo convivere con un virus senza vaccino. L’unica certezza che ci sentiamo di spendere è quella che propone, nella sua intervista, il Rettore della LIUC – Università Cattaneo, Federico Visconti: “Per risollevarci abbiamo bisogno di visioni alte, moderne e forti e con esse una notevole capacità di esecuzione”. Per sfuggire alla mediocrità ritorniamo alla valorizzazione delle competenze, dunque. Un patrimonio che al territorio varesino non manca e il cui scrigno più prezioso è rappresentato dalle sue due università. Ripartiamo da qui. Per cambiare in meglio. Ci sarebbe piaciuto anche scrivere un articolo su come, di fronte a questa emergenza, anche la politica abbia saputo trasformare i propri rituali, la propria capacità di fare sistema e di riempire di contenuti il richiamo all’unità nazionale che da più parti del Paese si levava. Ma, niente. La cronaca non ci ha fornito il materiale per farlo. Speriamo di riuscirci nel prossimo numero.
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Periodico di economia, politica, società, costume, arte e natura in provincia di Varese. Presidente Roberto Grassi Direttore editoriale Vittorio Gandini Direttore responsabile Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it
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reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese
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PUBBLICITÀ Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345 Questo numero è stato chiuso il 23 aprile 2020. Il prossimo numero sarà in edicola con Il Sole24Ore il 6 luglio 2020. “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali dell’Unione Industriali della Provincia di Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore).
FOCUS 6 9
Le tappe del Coronavirus La nuova responsabilità sociale d’impresa è guardare avanti
11 Pericolo “Big One” per l’Europa 13 Alla ricerca di una nuova visione 15 Guerra permanente ai virus 17 La scienza non si è divisa
Interventi e contributi di: Federico Anselmi; Luigi Bignami, giornalista; Giuseppe Catalfamo; Mario Chiodetti, giornalista; Andrea Della Bella, giornalista; Alessandra Favaro, giornalista; Andrea Ferretti; Maria Grazia Gasparini, giornalista; Marco Giovannelli, giornalista; Michele Mancino, giornalista; Luisa Negri, giornalista; Paola Provenzano, giornalista; Stefania Radman, giornalista; Sergio Redaelli, giornalista. In redazione: Davide Cionfrini, Silvia Giovannini, Alessia Lazzarin, Chiara Mazzetti, Maria Postiglione. Segreteria di redazione: Barbara Brambilla, Viviana Maccecchini. Fotografie di: Archivio Reuters, Alessandra Favaro, Sala Stampa Presidenza del Consiglio dei Ministri.
M A R I O 19 Comunicare o non comunicare? 21 Il racconto di Covid-19 24 Varese fa scuola (a distanza) 26 Il trauma collettivo da superare 28 Il vero significato dello smart working 30 Sul crinale le parole cambiano significato 33 Alla ricerca di un nuovo equilibrio mondiale
SCIENZA
41 Nasce l’Università del Polo Sud
TERRITORIO 44 La stella di Varese che brilla a Londra
▶ Motori 71 Il futuro dell’auto elettrica è già qui
36 Non smart, ma connessa
38 Ballerini del balletto Nazionale Ceco
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UNIVERSITÀ
FOTO DAL MONDO
▶ Arte 64 A spasso (virtualmente) per Villa Panza 68 Rinascimento digitale
47 Un augurio sonoro di felicità 50 La scatola dei suoni al Mils 53 Qual è il cibo buono da donare? 56 Il Premio Chiara non si ferma
▶ Sport 72 #Iorestoacasa a fare sport ▶ Di moda 74 Alla riscoperta dei giochi da tavolo
RUBRICHE
▶ In libreria 76 Nutrirsi di libri
▶ Provincia da scoprire 61 Tra misticismo e leggende nel Varesotto
▶ Dal Web 78 In (social) medio stat virtus
FOCUS
Le tappe del Coronavirus Dal contagio a Wuhan, alle misure restrittive in Italia. Dalla notizia del primo malato in provincia di Varese, alla proclamazione della pandemia da parte dell’Oms: la storia e la progressione di Covid-19, attraverso i principali avvenimenti degli ultimi mesi della sanità (Oms) dell’esistenza di una serie di casi assimilabili alla
Chiara Mazzetti polmonite, ma anomali, le cui cause sono sconosciute. Il motivo? Il
È
il mese di dicembre del 2019 e il Coronavirus fa la sua prima comparsa a Wuhan, capoluogo della provincia cinese di Hubei, la metropoli più popolata della parte orientale della nazione, con 11 milioni di abitanti. Ignare che da lì a poche settimane quel virus si sarebbe trasformato in un’epidemia che avrebbe invaso tutto il mondo, il 31 dicembre le autorità cinesi informano l’Organizzazione mondiale
virus non corrisponde a nessuno noto fino ad allora. Iniziano così le prime indagini e si identifica come epicentro della diffusione del virus ignoto il mercato del pesce di Huanan, a Wuhan, che dal primo gennaio viene chiuso. Il contagio, pare, possa essere stato causato da prodotti di origine animale, venduti proprio all’interno di quel mercato. È del 7 gennaio l’annuncio, da parte delle autorità cinesi, dell’identificazione di un nuovo tipo di virus, un coronavirus, la famiglia di cui fanno parte la Sars e la Mers, ma anche la più comune influenza. Il nuovo virus viene rinominato “2019-nCoV”. È il primo importante passo per la ricerca e lo sviluppo di kit diagnostici in grado di identificare la malattia. Pochi giorni dopo viene confermato il decesso della prima vittima da Coronavirus, un 61enne affetto da polmonite. Ma in tutta la Cina, a quel punto, le persone contagiate sono già almeno una quarantina. È del 13 gennaio il primo decesso da Coronavirus fuori dalla Cina: si tratta di una donna cinese, appena
Le tappe fondamentali del
Coronavirus
7 gennaio
Identificato un nuovo tipo di Coronavirus, rinominato “2019-nCoV”
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parente del coronavirus responsabile della Sars, più letale anche se meno contagiosa. Tra il 21 e il 22 febbraio si registrano i primi contagi in Italia legati a Covid-19, di persone non provenienti dalla Cina: il nuovo focolaio, di cui non si conosce ancora l’estensione, è ormai certo con centinaia di persone risultate positive, casi concentrati soprattutto nelle zone del Lodigiano e in Veneto. Iniziano quindi le consultazioni tra Conte, la Protezione civile e i ministri competenti: il risultato è un primo decreto, emanato nella serata tra il 22 e il 23 febbraio, per contrastare la trasmissione del Coronavirus. Mentre per 10 comuni, tra cui Lodi e Codogno, scatta l’isolamento. Il 28 febbraio viene registrato il primo caso di Coronavirus in provincia di Varese, a Busto Arsizio: si tratta di un uomo di 74 anni. È datato 4 marzo il nuovo decreto che sancisce la chiusura di scuole e università fino al 15 marzo. Inoltre, il campionato di calcio potrà svolgersi solo a porte chiuse per un mese, anche per cinema e teatri vengono introdotte restrizioni, insieme alla distanza di sicurezza di un metro da mantenere in ogni occasione. Da evitare le strette di mano e gli abbracci. Secondo i dati della Protezione civile, le persone positive al Coronavirus, al momento, sono circa 2.700, con primi casi in tutte le regioni, non solo quelle del nord Italia. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, con un nuovo decreto, il Premier italiano dichiara la Lombardia e le province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti, Alessandria, Verbano Cusio Ossola, Novara e Vercelli zona rossa, con limitate possibilità di movimento. La sera del 9 marzo, con un nuovo decreto in vigore dal giorno successivo, la zona protetta viene estesa a tutta l’Italia. È l’epoca del #iorestoacasa: è consentito lasciare la propria abitazione solo per comprovate ragioni di necessità, come fare la spesa, esigenze lavorative, l’acquisto di farmaci o motivi di salute. Con oltre 165 Paesi nel mondo toccati dal Coronavirus, l’11 marzo l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara che quella di “SarsCoV-2” è una pandemia. Introducendo misure sempre più restrittive, il 17 marzo l’Ue chiude le sue frontiere esterne. Ma finalmente,
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Primi casi accertati in Italia, 2 turisti cinesi ricoverati all’Ospedale Spallanzani
Il Consiglio dei Ministri decreta lo stato d’emergenza sanitaria
Registrato il primo contagio in provincia di Varese, a Busto Arsizio
Con decreto vengono chiuse scuole e università
Lombardia e altre 14 province tra Emilia Romagna e Veneto diventano “zona rossa”
FOCUS
tornata da Wuhan in Thailandia. Una settimana più tardi, il presidente cinese XI Jinping rilascia una prima dichiarazione ufficiale e globale, chiedendo uno “sforzo comune” per frenare la diffusione del nuovo virus. Di lì a poco vengono confermati casi di contagio in Corea del Sud, Giappone e Australia: è del 21 gennaio il primo caso negli Stati Uniti, un trentenne ricoverato nello Stato di Washington, di ritorno da Wuhan. Lo stesso giorno, viene annunciato che il Coronavirus, probabilmente passato dall’animale all’essere umano in fase iniziale, si trasmette anche da uomo a uomo. Tuttavia, non è ancora chiaro quanto facilmente possa avvenire il contagio. L’Oms decide, comunque, di non dichiarare lo stato di emergenza di salute pubblica internazionale: al momento i morti sono 17. Il virus inizia a circolare, così negli aeroporti di molti paesi in tutto il mondo cominciano i controlli sui voli in arrivo dall’area di Wuhan, anche attraverso la rilevazione della temperatura corporea dei passeggeri. Il 24 gennaio vengono accertati i primi casi in Europa, in Francia, a Bordeaux e Parigi. Il Coronavirus si espande ed arriva anche ad Hong Kong, Macao, Nepal, Singapore, Taiwan, Malesia e Vietnam. Verso la fine di gennaio le vittime da Covid-19 sono oltre 100: la città di Wuhan viene isolata e viene disposto il blocco temporaneo dei mezzi di trasporto in entrata e in uscita. Il 30 gennaio l’Oms dichiara il Coronavirus “emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale”, senza tuttavia porre restrizioni sui viaggi. Lo stesso giorno arriva la notizia dei primi casi accertati in Italia, 2 turisti cinesi ricoverati in isolamento all’ospedale Spallanzani di Roma. Il Premier Giuseppe Conte annuncia la chiusura del traffico aereo da e per la Cina. Il 31 gennaio il Consiglio dei Ministri decreta lo stato d’emergenza per il rischio sanitario legato al Coronavirus: la durata prevista è di 6 mesi, con uno stanziamento di 5 milioni di euro. L’11 febbraio la nuova malattia causata dal Coronavirus, ha un nome, scelto dall’Oms: Covid-19. Co e vi stanno ad indicare la famiglia dei coronavirus, d la malattia (disease in inglese), 19 perché scoperta nel 2019. Il virus, invece, cambia nome passando da “2019-nCoV” a “Sars-CoV-2”, in quanto il patogeno risulta essere
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SALA STAMPA PALAZZO CHIGI
FOCUS Il premier Giuseppe Conte
il giorno successivo, arriva una notizia incoraggiante: per la prima volta dall’inizio dell’emergenza, nella città di Wuhan e in tutta la provincia di Hubei, si contano zero nuovi contagi. La sera del 21 marzo, il premier Conte definisce quella che l’Italia sta affrontando “la crisi più difficile dal secondo dopoguerra”. Le nuove misure messe in campo prevedono la chiusura, fino al 3 aprile, delle aziende non strategiche. Possono invece restare aperti supermercati, farmacie, servizi postali, assicurativi, finanziari, insieme ai trasporti che continueranno a funzionare. Il 1° aprile, con le festività pasquali alle porte, viene annunciata la proroga delle misure restrittive, in vigore fino al 13 aprile. Intanto, si mobilita la macchina della solidarietà: il 3 aprile si chiude la raccolta fondi organizzata
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dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese per supportare le 2 Aziende Socio-Sanitarie Territoriali del Varesotto nella lotta contro l’epidemia di Coronavirus: la Asst Sette Laghi e la Asst Valle Olona. In appena due settimane le donazioni raggiungono la soglia di 1,14 milioni utilizzati subito per rifornire di attrezzature le terapie intensive e subintensive degli ospedali del Varesotto e i medici e gli infermieri dei necessari dispositivi di protezione. Nella serata del 10 aprile, un nuovo Dpcm (sigla ormai entrata nel gergo comune) annuncia che l’Italia non è ancora pronta per la fase 2: le misure di sospensione delle attività produttive e di distanziamento sociale vengono prorogate fino al 3 maggio. Articolo chiuso il giorno 14 aprile 2020
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marzo
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La “zona rossa” viene estesa a tutta l’Italia
L’Oms dichiara che quella di Sars-CoV-2 è una pandemia
Per la prima volta dall’inizio dell’emergenza a Wuhan si contano zero nuovi contagi
Si chiude la raccolta fondi di Univa: donati quasi 1,14 milioni di euro
Annunciata la proroga delle misure restrittive, in vigore fino al 3 maggio
FOCUS
La nuova responsabilità sociale d’impresa è guardare avanti Fatturati e produzioni fermi. L’enorme problema della liquidità. Ma anche acquisizioni di realtà straniere, grandi gesti di generosità, sostegno al territorio, voglia di futuro. Il mondo delle aziende in trasformazione a causa dell’epidemia è fatto di tante tessere. L’immagine finale del puzzle in ricostruzione dipenderà dalla capacità del Paese di tornare ad investire un’azienda tedesca”. La telefonata dell’area marketing dell’azienda
Davide Cionfrini aerospaziale ALA - Advanced Logistics for Aerospace, con he-
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ontattiamo la redazione di Varesefocus perché volevamo porre alla vostra attenzione la notizia della nostra acquisizione delle quote di maggioranza di
adquarter a Napoli, ma con una sede di recente apertura anche a Gallarate, è il classico caso di scuola di giornalismo. Quello che tutti i caporedattori insegnano agli stagisti in erba per spiegare che si ha in mano una notizia “non quando è il cane a mordere
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FOCUS
l’uomo”, bensì quando “è l’uomo a mordere il cane”. Nel pieno dell’emergenza sanitaria, con le attività produttive alle prese con il lockdown, con le preoccupazioni della maggior parte delle imprese per la propria liquidità, con le previsioni fosche di ogni centro studi nazionale e internazionale che snocciolano cali del Pil, perdite di posti di lavoro e chiusure aziendali, la ALA annuncia l’acquisizione della Industrio GmbH, con sede a Norimberga. L’eccezione che fa la regola. La notizia che emerge. L’uomo che morde il cane, per l’appunto. A cui fa il paio, tanto per citare un altro esempio sempre dello stesso settore, il completamento dell’acquisizione, da parte di Leonardo, della società elicotteristica elvetica Kopter. Il racconto di quali siano le vie per le quali sta passando e passerà la trasformazione delle imprese per riadattarsi ad un mondo colpito dalla pandemia, passa anche da queste storie. Tutte riassumibili in una chiosa espressa dal commercialista Massimo Solbiati, durante un Webinar sulla finanza d’impresa e il problema della liquidità alle imprese, organizzato dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, in sostituzione alla normale attività convegnistica (altro segno dei tempi aziendali che cambiano): “La responsabilità sociale d’impresa oggi si esprime nel saper guardare avanti”. Nella capacità di immaginarsi, comunque e nonostante tutto, un futuro “in cui la condivisione al livello sociale del valore che produce l’impresa” sarà elemento dirimente. È la ricerca di una nuova normalità la sfida più grande che le imprese, e non solo loro, hanno di fronte. In questo scenario, continua Solbiati, “il profitto non è il fine dell’impresa, ma il mezzo per creare qualcosa”. Prima di tutto la difesa dei posti di lavoro e di benessere diffuso. Di fronte alle richieste di riapertura del mondo della rappresentanza imprenditoriale, tra cui il Sistema Confindustria, una parte della società si è scandalizzata. Una parte dei media ha come scatenato una caccia all’untore andando, a volte, a cercarlo nelle fabbriche rimaste aperte, perché inserite in quelle filiere produttive ritenute indispensabili dai vari provvedimenti del Governo. Ma le imprese non hanno mai richiesto di riaprire per il fine del profitto, ma per il mezzo che la produzione rappresenta per il territorio e le persone: la capacità di creare posti di lavoro e garantite la tenuta sociale.
È la ricerca di una nuova normalità la sfida più grande che le imprese hanno di fronte. In questo scenario, spiega il commercialista Massimo Solbiati, “il profitto non è il fine dell’impresa, ma il mezzo per creare qualcosa” 10
In un’intervista di metà aprile rilasciata a VareseNews, il Presidente dell’Unione Industriali varesina, Roberto Grassi, è stato molto chiaro: “In un tessuto industriale fatto soprattutto di piccole e medie aziende come quello della nostra provincia è naturale che la salute dei lavoratori sia la priorità. La ragione è semplice: un datore di lavoro conosce i propri collaboratori uno per uno, per nome e per cognome, passa più tempo con loro che con la propria famiglia”. Prima la salute. Ma assodato questo, il leitmotiv dei rappresentanti delle imprese, varesini e non solo, è che “territorio e comunità hanno bisogno della ricerca di una nuova normalità operativa del sistema produttivo”. Il concetto è ben espresso nella relazione dei Presidenti dei 12 Gruppi Merceologici dell’Unione Industriali che hanno tenuto nelle scorse settimane, anche in questo caso in videoconferenza, le proprie assemblee annuali: “È il momento di un atto di fiducia nei confronti di un elemento fondamentale nello sviluppo di ogni società: l’impresa”. Nello sviluppo, ma anche nella difesa, nei momenti di crisi, di patrimoni e valori condivisi. Perché questo ruolo fondamentale nella società a cui fanno appello i vertici dei vari settori produttivi e dei servizi dell’economia varesina sta anche nella cronaca delle centinaia di progetti e iniziative di sostegno alle proprie comunità di riferimento. Donazioni, raccolte fondi, progetti di solidarietà digitale, l’impegno del settore aeronautico nel trasporto degli aiuti, le donazioni di mascherine e di sanificazione degli ambienti pubblici, riconversioni di produzioni con stampa 3D, solo per fare alcuni esempi. Impossibile provare a citarli tutti con nomi e cognomi senza fare dei torti a concreti gesti di solidarietà. Ci vorrebbe un’enciclopedia più che un magazine. O pagine infinite come quelle che offre il web ed è per questo che sul nostro blog www. varesefocus.it ci abbiamo provato. Resta comunque la testimonianza che il mondo dell’impresa, di fronte alle mille difficoltà che si è trovata ad affrontare, non si è rinchiusa in se stessa e nelle sue preoccupazioni. Ma ha cercato di ricostruire il futuro guardando al di fuori dei propri bilanci e dei propri cancelli, puntando lo sguardo alle necessità degli ospedali e degli operatori sanitari innanzitutto. Oltre che delle fasce più deboli della società. Dando concretezza al concetto “prima la salute”. Un esempio sono gli 1,14 milioni di euro che l’Unione Industriali è stata in grado di raccogliere tra le imprese, i singoli imprenditori e cittadini per rifornire di attrezzature e dispositivi di protezione i 7 ospedali della Asst Sette Laghi e i 4 presidi della Asst Valle Olona. Ecco il valore dell’impresa: senza perdere il senso dell’emergenza dell’oggi, il saper guardare al domani. L’impresa o è proiettata al futuro o non è. Ma qui sta uno dei problemi. In azienda il futuro è sinonimo di investimenti, quelli fissi secondo Centro Studi Confindustria rischiano di crollare con un -10,6% nell’anno. In pratica, spiegano gli economisti di Viale dell’Astronomia, “l’economia italiana verrebbe trascinata giù proprio da quello che dovrebbe essere uno dei suoi motori. E la mancanza di investimenti zavorra anche la crescita del Paese nel medio-lungo termine”. Con quali conseguenza, non solo per le aziende e i posti di lavoro, ma anche per tutta la comunità che dalla responsabilità sociale d’impresa tanto dipende? La priorità per il Paese è servita.
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L’epidemia di Coronavirus pone l’impalcatura della Ue di fronte alla propria immagine. Cosa vuole essere Bruxelles nei prossimi anni? Quali strumenti vuole utilizzare per uscire da una crisi che rischia di essere devastante per tutti gli Stati membri? Da queste risposte dipende il suo futuro
FOCUS
Pericolo “Big One” per l’Europa economie dei Paesi “ospiti”. Tuttavia, le recenti stime del Fondo
Andrea Ferretti (*) Monetario Internazionale prevedono, nell’ipotesi di un rientro
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particolarmente arduo formulare oggi delle stime sensate sulle conseguenze che il Coronavirus potrà avere sull’economia dell’Europa e, segnatamente, dell’Italia. Anche perché Covid 19 fa parte di quel gruppo di virus detti Ecovirus che non sono solo letali per l’uomo, ma anche devastanti per le
dell’allarme sanitario entro l’estate, una perdita economica a livello mondiale nel biennio 2020/2021 di 9.000 miliardi di dollari. Sempre secondo Fmi, nel 2020, l’Ue evidenzierà un calo del suo (*) Docente Corso di Gestione delle Imprese Familiari, Università di Verona
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FOCUS
Un’inazione della Ue potrebbe lasciare i Paesi più deboli e indebitati abbandonati alla speculazione che, come noto, caccia in branco alla ricerca di prede ferite ed isolate
Pil del 7,5% con l’Italia in penultima posizione dopo la Grecia con un Pil in calo di oltre il 9%. Comunque, non molto peggio dei principali partner europei (Germania -7%, Francia – 7,2%, Spagna - 8% Uk – 6,5%). Da evidenziare, inoltre, che lo scenario economico prospettico è reso particolarmente instabile dalla grande incertezza legata alla durata dell’emergenza sanitaria. E questa incertezza è anche connessa al rischio che, nel disperato tentativo di rimettere in moto il volano dell’economia, si possa abbassare la guardia anzitempo determinando così un andamento a “denti di squalo” caratterizzato da più picchi di contagio continuativi e ravvicinati. Che poi è ciò che è successo con la Spagnola del 1918. Il punto è che gli effetti economici della pandemia potrebbero colpire l’Italia anche in misura maggiore rispetto ad altri partner europei, specie quelli del nord Europa, per almeno due ragioni. La prima è che gli Ecovirus, come tutti i virus, diventano particolarmente aggressivi a fronte di scenari economici, quale il nostro, già provati da patologie conclamate o con gravi sindromi immunodepressive (scarsa crescita, scarsa produttività, elevato indebitamento). La seconda è che questa tipologia di virus, a causa dell’aggressività del suo contagio, genera uno stato di ansia sociale diffusa i cui effetti negativi si riverberano soprattutto su alcuni settori a forte componente emotiva per noi strategici. Basterà pensare al settore turistico ed alle nostre esportazioni alimentari appena scampate per miracolo alla mannaia dei dazi di Trump. Tuttavia, esiste un motivo che potrebbe indurre ad una visione
Le armi messe in campo dalla Bce che oggi ci sembrano normalissime, come il Quantitative Easing da 1.000 miliardi, ante Draghi erano pura fantascienza 12
più ottimistica dello scenario che ci attende. Infatti, non dovremmo dimenticare che la precedente crisi ci ha insegnato che “cose eccezionali si fanno solo in momenti eccezionali”. Le armi messe in campo dalla Bce che oggi ci sembrano normalissime - Quantitative Easing da 1.000 miliardi, linee di liquidità straordinarie a medio termine (Tltro), limitazioni alla normativa di vigilanza sulla gestione del credito deteriorato (Npl) - erano pura fantascienza nel periodo ante-Draghi. E, ancora oggi, i tedeschi non si capacitano di come abbiano potuto consentire a Draghi di modificare geneticamente il Dna della “loro” Bce, nata a immagine e somiglianza della Bundesbank con l’unico scopo di contrastare l’inflazione (sindrome di Weimar). Come erano catalogati “pura fantascienza” gli interventi attivati oggi dalla Commissione Europea per fronteggiare questa pandemia. Basterà ricordare, la sospensione del Patto di Stabilità, l’ammorbidimento della normativa sugli “aiuti di stato”, la possibilità lasciata ai Paesi di difendere le proprie imprese strategiche da scalate ostili (Golden Rule) e molto altro. Tuttavia, a fronte della possibilità di essere travolti da una onda anomala in grado di sommergere non solo l’economia dell’Unione Europea, ma anche la sua stessa impalcatura politica, tutto questo potrebbe non bastare. E allora, guardando soprattutto alla successiva fase della ricostruzione, diventa fondamentale continuare a ragionare su interventi innovativi anche se fino ad oggi considerati impensabili. Ad esempio, sulla possibilità di trovare un accordo su qualche embrione di strumento che preveda una prima condivisione del rischio a livello europeo. In quest’ottica, forse un primo varco è stato aperto dalla proposta francese di un Recovery Found destinato a fronteggiare la ricostruzione, tuttavia, sicuramente, la strada è ancora lunga e tortuosa. Rimane comunque il fatto che, in assenza di una risposta concertata a livello di Ue, si avrebbero due conseguenze molto gravi. La prima è che i Paesi più deboli ed indebitati verrebbero abbandonati alla speculazione che, come noto, caccia in branco alla ricerca di prede ferite ed isolate. La seconda è che nella successiva fase della “ricostruzione” si accentuerebbe drammaticamente la divaricazione tra i Paesi con una struttura finanziaria solida in grado di affrontare in maniera più autonoma la crisi (come Germania e Olanda) e Paesi più fragili quali Italia, Spagna che ovviamente incontrerebbero difficoltà molto maggiori. Il punto è che, verosimilmente, questa sorta di “distanziamento sociale delle economie” genererebbe una pressione sull’impalcatura europea dagli esiti del tutto imprevedibili. E, come sanno bene gli abitanti della California, più aumenta la pressione sulla faglia di Sant’Andreas e più aumentano i rischi che arrivi il temuto “Big One”.
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Economia, sistema universitario e scolastico, sanità, mondo associativo: “Per risollevarci abbiamo bisogno di visioni alte, moderne e forti e con esse una notevole capacità di esecuzione”. La chiave di lettura del rettore della LIUC–Università Cattaneo, Federico Visconti
FOCUS
Alla ricerca di una nuova visione
Federico Visconti
mente le richieste di nuove regole che arrivavano da più parti a ini-
Michele Mancino ziare dall’economia reale che di quella crisi ne subì il contagio.
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l mondo non sarà più come prima” è una frase che abbiamo sentito pronunciare fino alla noia da esperti o sedicenti tali durante le crisi degli ultimi 15 anni. Esclamata ogni volta con la stessa enfasi tipica delle mancate verità che alimentano i talk show televisivi. Dopo il disastro dei mutui subprime, e il fallimento di Lehman Brothers, erano gli stessi finanzieri che la sciorinavano come monito per ritrovare la fiducia smarrita. Ma la finanza è andata avanti esattamente come prima, ignorando bella-
Ora siamo di nuovo punto e a capo con l’emergenza sanitaria scatenata dal Coronavirus, una situazione che ci ha colti impreparati ma con sintomi conosciuti da anni. Quella frase ricompare puntuale nei commenti insieme ad un altro luogo comune, quello del cigno nero, nonostante non lo fosse la crisi del 2008 e non lo sia quella attuale. Molti citano il bel saggio del filosofo di origine libanese Nassim Nicholas Taleb, dimostrando che “Il cigno nero” sono in pochi ad averlo letto. Entrambe le crisi erano prevedibili, c’è stato qualcuno che le aveva previste ed è rimasto puntualmente inascoltato. 13
FOCUS
Federico Visconti, Rettore della LIUC – Università Cattaneo di Castellanza, quando parla di crisi è abbastanza navigato per evitare di cadere nella trappola del luogo comune e della facile retorica. E nell’era dei big data, dell’infallibilità teorica degli algoritmi e della leggerezza del cloud computing, rimane fermamente convinto che sia il capitale umano, incarnato in una sana e consapevole leadership, la variabile in grado di fare la differenza nell’emergenza sanitaria generata da Covid-19. “È un mondo nella sua totalità che viene messo in discussione dalla natura – sottolinea il Rettore della LIUC –. Una situazione che nessuno ha mai affrontato prima. Per risollevarci abbiamo quindi bisogno di visioni alte, moderne e forti e con esse una notevole capacità di esecuzione. E non mi riferisco solo al mondo universitario, ma anche a quello sanitario, scolastico e associativo”. Non è un segreto che Visconti sia un ammiratore di Sergio Marchionne. Come non è un segreto che il Rettore della LIUC non ami la definizione di economista, termine su cui ironizza molto, preferendogli quella di aziendalista. Non deve quindi sorprendere che, dopo una vita passata a studiare il comportamento di imprese e imprenditori, metta sullo stesso piano l’importanza della visione e la capacità di realizzarla, accoppiata tipica dei capitani d’industria nostrani. Riuscire a vedere ciò che gli altri non vedono dunque non basta. Occorrono anche molta concretezza e resilienza, qualità che gli imprenditori italiani hanno di default. Lo stesso Ceo della Fiat in una delle tre lezioni sulla leadership che tenne alla Bocconi tra il 2012 e il 2014 e riportate nel libro “Sergio Marchionne il coraggio di cambiare”, curato da Alberto Grando, affermò che: “Nel nostro ruolo di leader se abbiamo la forza di immaginare un futuro di crescita per le nostre aziende o per i nostri Paesi, abbiamo la responsabilità di rendere questa visione reale”.
“Ci troviamo di fronte a una situazione nuova – dice Visconti – che ribalta le logiche tecnologiche che hanno governato il mondo negli ultimi anni. Non c’è nulla di paragonabile a quello che stiamo vivendo”
Riuscire a vedere ciò che gli altri non vedono non basta. Occorrono anche concretezza e resilienza. Diceva Marchionne: “Se abbiamo la forza di immaginare un futuro di crescita per le nostre aziende o per i nostri Paesi, abbiamo la responsabilità di rendere questa visione reale” I modelli tecnologici, mutuati soprattutto dalla finanza, non sono in grado per il momento di dare una risposta a questa nuova crisi. Gli algoritmi che ne sono la massima espressione sfruttano in modo efficiente la potenza di calcolo, ma il risultato finale dipende sempre dalla qualità del dato che viene elaborato. “Ci troviamo di fronte a una situazione nuova – dice Visconti – che ribalta le logiche tecnologiche che hanno governato il mondo negli ultimi anni. Non c’è nulla di paragonabile a quello che stiamo vivendo”. La pandemia ha posto l’Italia di fronte allo specchio: in un momento di emergenza si deve scegliere una leadership diversa e adeguata alla gravità della situazione per prendere decisioni almeno fino al medio periodo e ritornare a investire in tutti quei settori che in questi anni sono stati colpevolmente dimenticati dal pubblico. La sfida va ben oltre la ricostruzione di un viadotto di un’autostrada o di un palazzo crollati. In gioco c’è molto di più: l’idea di Paese e di società che si vuole realizzare, dove l’eccellenza non è un esercizio di stile, ma un bene comune misurabile e tangibile. “La vera battaglia in questo momento è non lasciar avanzare il virus della mediocrità – continua il Rettore della LIUC –, per i giovani sarebbe un messaggio deleterio. Il grande nemico sono le visioni basse quelle che in tutti questi anni hanno impedito di fare investimenti mirati nella ricerca, nel sistema sanitario in particolare, nella formazione e assunzione di medici e infermieri e nella scuola più in generale”. Infine, insieme al tema della decisione ci sono anche quelli della verticalità, del merito e della rotazione del management che Visconti affida a una caustica battuta attribuita al prevosto di Legnano, il quale durante un’omelia ammonì i fedeli presenti: “Guai a voi se le poltrone non diventano panchine”.
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Guerra permanente ai virus Le riflessioni di Paolo Antonio Grossi, professore di Malattie Infettive all’Università degli Studi dell’Insubria, su alcuni insegnamenti che l’epidemia di Covid-19 ci ha impartito e che non dobbiamo dimenticare per evitare che un’altra emergenza ci colga impreparati. La priorità: “Sviluppare la sanità territoriale” ficacemente questo tipo di problematica che non consiste certa-
Luigi Bignami mente nel semplice provare la febbre quando le persone arrivano
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ecine di migliaia i contagiati, migliaia i morti, lo tsunami che ha colpito l’Italia sta ritornando sui suoi passi. Sta retrocedendo. Non sappiamo ancora quando se ne sarà andato del tutto e non sappiamo neppure se potrà tornare ancora. Cosa è successo lo conosciamo a memoria. Per tutti è stata una lezione epocale che non potrà essere dimenticata, ma dovrà essere utilizzata al meglio per il futuro di noi tutti e dei nostri figli. Una dura lezione che deve porci anche delle domande a cui si dovranno dare risposte concrete. Non possiamo Paolo permetterci che un’altra situazione del Antonio genere ci trovi impreparati. Ad aiutarci Grossi a capire come è andata, Paolo Antonio Grossi, professore di Malattie Infettive all’Università degli Studi dell’Insubria e Direttore del Dipartimento Trapianti e delle Malattie infettive e tropicali dell’Asst Sette Laghi di Varese. È possibile che la guerra ai virus possa diventare una costante negli anni futuri? Penso proprio di sì. Vivendo ormai in un mondo globalizzato dove i vettori aerei consentono spostamenti estremamente rapidi di persone da un capo all’altro del pianeta (ciò che ha permesso la diffusione di questa pandemia) portando agenti virali potenzialmente sensibili, temo che dovremo in qualche modo abituarci a convivere con questo rischio potenziale. E questo mi dice che i sistemi sanitari dovranno organizzarsi per poter fronteggiare ef-
in un aeroporto, anche perché se la malattia è in incubazione la febbre può non manifestarsi. E allora come si deve preparare il Sistema Sanitario italiano di fronte ad emergenze del genere? Di fronte a questa lezione è necessario che chi ci governa abbia chiaro che se si vuole fronteggiare simili emergenze è indispensabile innanzi tutto investire efficacemente in ricerca per far sì che non ci si trovi impreparati. E poi è necessario e forse ancora più importante, sviluppare la sanità territoriale. Se da un lato siamo riusciti a far fronte alle problematiche crescenti che ci ha imposto il virus, con sempre più persone che hanno necessitato di ventilazione meccanica in terapie intensive, il resto della sanità è stato messo in seria difficoltà. In altre parole, si è riusciti, grazie al duro lavoro di tutti i medici e degli infermieri a far fronte all’epidemia, ma al contempo si doveva comunque fronteggiare tutte le altre patologie che però è come se fossero scomparse di fronte all’impellenza della prima, è così? È proprio così. Non è che le altre malattie se ne siano andate di colpo, sono rimaste, ma l’impegno di uomini e mezzi ha messo a rischio quella che doveva essere la gestione, senza dubbio performante fino a prima del virus, di tutte le altre problematiche. E questo in una regione italiana tra le più avanzate dal punto di vista 15
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strette a casa per l’intasamento dei Pronto Soccorso.
“Vivendo ormai in un mondo globalizzato dove i vettori aerei consentono spostamenti estremamente rapidi di persone da un capo all’altro del pianeta portando agenti virali potenzialmente sensibili, temo che dovremo in qualche modo abituarci a convivere con questo rischio potenziale”
della gestione medica. Bisogna anche tener conto che la nostra popolazione ha in sé un gran numero di persone anziane e quindi già di per sé sensibili. Non appena si uscirà dall’emergenza, è necessario che si faccia una seria riflessione su come si vuole affrontare tali situazioni o anche un possibile ritorno del virus. Prima o poi questo stato di assoluto isolamento dovrà terminare, perché altrimenti la nostra economia finirà in ginocchio, ma questo porterà di nuovo a relazioni sociali e quindi al rischio che ci possano essere delle recrudescenze dell’infezione. E per questo va rivisto anche il discorso della medicina territoriale, considerato il gran numero di persone che pur essendosi ammalate sono state co16
Il ritorno alla “vita normale” di ogni singola persona come dovrà avvenire, per evitare conseguenze più serie di quelle che abbiamo già vissuto? Dovrà procedere con estrema cautela. Si dovrà evitare ancora per del tempo, che si dovrà valutare passo passo, gli assembramenti di persone. Quindi si dovranno evitare tutte le attività che portano a contatto grandi numeri di uomini e donne (manifestazioni sportive, concerti) che dovranno essere le ultime ad essere concesse prima della normalità assoluta. Intanto ovviamente, si dovranno far riprendere le attività commerciali per permettere al Paese di ritornare attivo, perché se così non facciamo temo per molte aziende, magari di piccole dimensioni, il serio rischio di chiusura definitiva. Certo, sarà essenziale man-
tenere alcune norme che impediscono il trasmettersi del virus. L’uso delle mascherine, ci deve essere ben chiaro, non è tanto per proteggere noi stessi dal virus, ma per proteggere gli altri nel caso noi fossimo portatori sani, magari inconsapevolmente. Diventeremo mai immuni al Coronavirus? È verosimile che chi lo ha contratto ed è guarito lo diventi, così come avviene per molte infezioni virali, come ad esempio per il morbillo. Ma che questo valga anche per questa infezione non lo sappiamo ancora con certezza e dunque saranno necessarie, ancora per lungo tempo, tutte le cautele del caso.
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FOCUS
La scienza non si è divisa “Una semplice influenza”: la frase riecheggia ancora. Poi i dati, il dramma, la pandemia. Ma non è vero che all’inizio dell’emergenza Coronavirus la comunità scientifica fosse divisa. Le conclusioni affrettate di pochi “bastian contrari”, alimentate da alcuni media, non hanno mai scalfito la certezza diffusa nella gran parte della comunità scientifica che non bisognasse sottovalutare Covid-19 rus la scienza si è davvero divisa?
Luigi Bignami No, la scienza non si è divisa. Si sono divisi gli scienziati. Ma come
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oprattutto all’inizio dello scoppio dell’emergenza sanitaria ha aleggiato una domanda nell’opinione pubblica: perché stavolta la scienza si è divisa? Ora, però, a mente più fredda, sarebbe meglio riformulare il quesito: sul Coronavi-
a volte succede fa più “rumore” la voce di un “contrario” che 1.000 voci comuni su una medesima linea. Prima di capire cosa è successo con Covid-19, facciamo un esempio molto attuale che riguarda il clima. La quantità di anidride carbonica che negli ultimi decenni stiamo immettendo nell’atmosfera non ha precedenti ne17
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gli ultimi 800.000 anni. È un dato di fatto inequivocabile. Mentre le variazioni di anidride carbonica nell’atmosfera non hanno mai superato le 5 parti per milione al secolo (come valore massimo, ma la media è di 2 parti per milione) negli ultimi 100 anni vi è stato un incremento di 120 parti per milione. Come avrebbe potuto ciò non far aumentare la temperatura terrestre visto che l’anidride carbonica è un gas serra? Ed infatti, la temperatura è cresciuta di oltre un grado. Questi sono dati indubbi, con altrettante ricadute inequivocabili: fusione dei ghiacci, aumento dell’energia nell’atmosfera e altri fenomeni che tutti conosciamo e sperimentiamo. Eppure, ci sono “scienziati” che trovano appigli per “dimostrare” che tutto ciò non è vero, che non sta in piedi. Affermazioni che vengono categoricamente smentite dalla maggior parte degli scienziati con dati alla mano. Ma un’affermazione dei “bastian contrari” fa molto rumore, soprattutto se qualche giornalista (inesperto in materia) fa da gran cassa. Cosa è successo con Covid-19? Fin dalle prime avvisaglie dalla Cina arrivavano notizie e appelli su come comportarsi. Si sapeva che questo coronavirus non sarebbe stato come una semplice influenza, perché contro di esso l’uomo non ha alcuna difesa. Si sapeva che la sua capacità di diffondersi era molto forte. I numeri dalla Cina lo dicevano senza ombra di dubbio. Si sapeva inoltre, che attaccando corpi deboli, anziani o con patologie pregresse, portava le persone alla sala di rianimazione. Lo si sapeva benissimo, perché era sufficiente fare una telefonata in un ospedale cinese per riceve queste indicazioni che non venivano nascoste a nessuno. Ma cosa è successo in Italia per far sembrare che la scienza si fosse divisa? Molto semplice: qualche virologo ha pensato bene di sottovalutare la forza del virus e di affiancare a Covid-19 l’idea che fosse una semplice influenza, “certo da non sottovalutare”, diceva, ma influenza e nulla più. Tutti gli altri virologi invece, consci della reale situazione, erano d’accordo su una linea ben diversa, quella che aveva alle spalle ciò che era già accaduto in Cina e che alcuni articoli scientifici dimostravano. Lì c’era stato “l’esperimento” (non voluto) di quel che poteva causare la diffusione del virus. E si sa, la scienza ha bisogno di esperimenti per avere conferme e non di semplici idee o pensieri propri. La scienza sperimentale diceva che, se si fosse voluto bloccare la diffusione del virus, sarebbe stato necessario isolare le persone, bloccare le attività, impedire i contatti, fermare tutto. Si levò, però, la parola di pochi che incoraggiarono l’idea che “questa emergenza è una follia, si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale” (venne detto da alcuni ricercatori il 23 febbraio); oppure: “non voglio sminuire il Coronavirus, ma la sua problematica rimane appena superiore all’influenza stagionale” (venne detto l’1 marzo). Ma no, la scienza, nonostante queste sporadiche affermazioni amplificate da alcuni
media, non si è divisa. La scienza ha percorso un cammino preciso. Possiamo dire che all’inizio gli scienziati possono non essersi resi conto immediatamente della gravità della situazione, ma poi i dati e le ricadute sono stati tali da non lasciare adito ad ipotesi alternative. Ma qualcuno ha pensato di trarre conclusioni affrettate. Forse per protagonismo? Di certo c’è solo che è passata l’idea che la scienza si sia divisa, che la parola di pochi potesse valere quella di molti. Ma le opinioni non valgano quanto i dati. No, la scienza non si è divisa. Si sono divisi gli scienziati. La scienza si è trovata di fronte a qualcosa di inusuale che ha faticato a capire e a comprendere, mentre alcuni “scienziati” hanno scelto di trarre subito delle conclusioni senza sottostare a quel che la scienza chiede sempre: fare un’ipotesi, sperimentare, trarre conclusioni. Chi ha seguito questa strada, ad esempio sequenziando coronavirus 2019-nCoV ha confermato la sua origine nei pipistrelli e ha mostrato che il virus è poco mutabile. Al tempo stesso è stato però individuato un punto di elevata variabilità nelle proteine del virus, con l’esistenza di 2 sottotipi virali. Lo studio, pubblicato sul Journal of Medical Virology, è stato guidato da Federico Giorgi, ricercatore di bioinformatica al Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna. I ricercatori hanno confermato la probabile origine del Coronavirus da una variante animale: il parente più stretto dei virus isolati corrisponde infatti, alla sequenza EPI_ISL_402131 di un coronavirus di Rhinolophus affinis, un pipistrello asiatico di medie dimensioni, rinvenuto nella provincia dello Yunnan (Cina). Il genoma del nuovo coronavirus umano condivide almeno il 96,2% di identità con il suo probabile progenitore nel pipistrello, mentre si discosta molto di più dal genoma del virus umano responsabile della Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome), con una somiglianza dell’80,3%. Questa è scienza, le opinioni no.
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Una cosa è il caso mediatico, un’altra è il metodo scientifico: fare un’ipotesi, sperimentare, trarre conclusioni. Da subito è stato chiaro alla scienza la capacità del virus di diffondersi molto velocemente: i numeri dalla Cina lo mostravano senza ombra di dubbio
“Non temete i momenti difficili, il meglio viene da lì”, diceva Rita Levi Montalcini. Con questa convinzione, anche i comunicatori delle imprese portano avanti il loro lavoro ai tempi del Coronavirus
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Comunicare o non comunicare? in prestito queste parole come esempio del pensiero di molti im-
Silvia Giovannini prenditori e comunicatori delle imprese varesine e per affrontare
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n tempi normali non avremmo reso nota questa operazione, ma il Paese vive momenti difficili e credo sia dovere di tutti noi, aziende e cittadini, agire e chiamare tutti all’azione.” Le parole di Matteo Liberali, Ceo di Lu-Ve a commento del comunicato di presentazione delle attività benefiche messe in campo dalla sua azienda, esemplifica la situazione complessa in cui si trovano anche i professionisti della comunicazione in tempo di Coronavirus. “Non vogliamo soltanto offrire un aiuto concreto alle strutture cliniche - prosegue la dichiarazione - vogliamo anche mostrare un segno di vicinanza, di stima e di gratitudine per la loro lotta a difesa della comunità e di tutti noi”. Prendiamo
un tema che resta uno dei più delicati. Come comunicare in tempo di crisi? Come regolarsi in una situazione così imprevedibile e così delicata per ciascuno, sia dal punto di vista umano che da quello professionale? Comunicare o non comunicare, quindi? Questo sembrerebbe il problema. La risposta di grandi, piccole e medie imprese, realtà iperlocali e brand di fama internazionale, è stata chiarissima: continuare a comunicare ma, per usare un termine tanto impiegato in questo periodo, riconvertendo la produzione. Abbandonati i messaggi fortemente commerciali, le aziende hanno iniziato ad intraprendere strade diverse, con maggior spazio alla narrazione e all’ascolto, con campagne meno aggressive, legate al contesto, dalle parole alle immagini.
Il trasporto di materiale sanitario garantito dagli elicotteri Leonardo
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Il racconto della solidarietà diventa simbolo di una strategia di comunicazione e marketing che deve continuare, perché la vita non si ferma e contemporaneamente tiene presente non solo la responsabilità verso il contesto economico e sanitario, ma anche la sensibilità condivisa
professionista di settore si trova di fronte a una domanda non facile. Che non è realmente “comunicare o non comunicare”, ma piuttosto “in che modo”. Con lucidità verrebbe da rispondere: facendo ciascuno il proprio mestiere per il proprio settore, tenendo i piedi ben saldi nel contesto, con una capacità di informarsi in modo eccellente e da fonti ufficiali e certe e, insieme, con una attenzione alla formazione sui nuovi trend per poter raggiungere al meglio il proprio target. Ma, soprattutto, con una grande capacità empatica di ascoltare, tenendo presente la difficoltà e, persino, il dolore delle famiglie, dosando sapientemente un silenzio rispettoso al racconto orgoglioso e sincero del proprio operato.
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12 consigli per i comunicatori Fin dall’inizio quando, per fare un esempio, i marchi della moda da Armani a D&G al Gruppo Pianoforte, con i brand Yamamay e Carpisa, in pieno clima da fashion week, si sono attivati con iniziative benefiche comunicate in modo rapido ed efficacissimo. Ed è proprio in questo campo - le iniziative benefiche - che si gioca grande parte della partita della comunicazione, perdonate il paragone che può sembrare poco rispettoso. Il racconto della solidarietà, infatti, diventa, simbolo di una strategia di comunicazione e marketing che deve continuare, perché la vita non si ferma e contemporaneamente tiene presente non solo la responsabilità verso il contesto economico e sanitario, ma anche la sensibilità condivisa. In un momento in cui ai singoli si chiede tout court di rinunciare ciascuno a buona parte della propria libertà per il bene di tutti, le aziende si fanno interpreti di quella responsabilità sociale che era tema del momento ben prima della pandemia. E questo implica il raccontarlo, non senza fatica. Perché prendiamo proprio la solidarietà come esempio? Semplicemente perché è un dato di fatto, meraviglioso e di grande impatto. La provincia di Varese ha visto fiorire moltissime iniziative portate avanti dalle imprese per sostenere chi si adopera per fronteggiare l’emergenza Coronavirus e tutta la collettività. Persone e aziende hanno intrapreso vie benefiche personali, mettendo in campo anche straordinarie idee innovative: da cospicue donazioni alla solidarietà digitale, dalla tecnologia 3D alla realtà aumentata in favore delle strutture sanitarie, dagli elicotteri e gli aerei e i mezzi di sanificazione messi a disposizione per l’emergenza, fino ai dolci regalati ai medici e agli ingredienti per la pizza distribuiti ai dipendenti. Ma le azioni benefiche, per loro natura, esemplificano un altro dato di fatto: la difficoltà in questo momento di comunicare. Se da una parte, infatti, l’etichetta e il comune sentire, consiglierebbero di compiere in silenzio e discretamente i propri atti di generosità, in questo momento storico è importante diffondere il valore, mostrare vicinanza (per citare Liberali) e, se possibile, generare emulazione. Partendo da qui, per guardare più in generale a tutta la comunicazione, dall’ufficio stampa al marketing, dalla redazione all’agenzia, il 20
Global Alliance for Public Relations and Communication Management ha diffuso 12 consigli per la comunicazione responsabile sulla pandemia. Lo scopo è ricordare che la comunicazione è chiave per modellare il sentimento, per aiutare a superare la crisi e per essere pronti a un futuro migliore. Ecco i 12 consigli diffusi dalla Ferpi Federazione nazionale relazioni pubbliche: 1. Prima di comunicare, pensa all’impatto del tuo messaggio al di fuori della tua organizzazione; 2. Non nascondere l’impatto della pandemia: sii realistico nelle tue comunicazioni, basandoti su dati di fatto; 3. Usa un linguaggio semplice e chiaro per ridurre al minimo la drammatizzazione della situazione; 4. Includi una visione di speranza; 5. Diffondi buoni esempi e buone prassi; 6. Identifica e legittima le emozioni delle persone; 7. Dai la priorità alle informazioni provenienti da fonti ufficiali; 8. Evita di condividere notizie false: sii critico nei confronti delle fonti di informazione; 9. Non saturare le reti con inutili messaggi; 10. Non perdere tempo nella mera critica della comunicazione pubblica. Prova ad essere costruttivo con l’ente pubblico per migliorare la comunicazione; 11. Supporta il lavoro dei media fornendo informazioni accurate al momento giusto; 12. Lo humour può essere un antidoto a sentimenti depressivi e di crisi, purché non sia frivolo.
Qual è il giusto ruolo del giornalismo di fronte ad una pandemia? Come è cambiato e sta cambiando il mondo dell’informazione cartacea e web? Giornali, siti internet e Tg sono stati all’altezza? Voci, opinioni, e qualche autocritica, dal mondo della stampa Marco Giovannelli (*)
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l suono del Coronavirus è il trillo dei messaggi WhatsApp che si incolonnano sullo schermo. E il silenzio fuori dalla finestra. Da ogni finestra”. La pandemia ha sorpreso tutti. Anche i giornalisti che all’improvviso si sono ritrovati in una condizione che non avevano mai conosciuto. Non è come la guerra, perché lì affronti un nemico e non devi mantenere le distanze. I giornali poi sono un’opera collettiva e hanno rituali, riunioni, momenti di confronto, spazi condivisi. Tutto questo nel giro di pochi giorni si è via via ristretto, facendo trovare i giornalisti da soli e spesso alle prese con uno smart working (*) Direttore VareseNews
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Il racconto di Covid-19 Luca De Biase, Il Sole 24 Ore: “L’impegno a sviluppare informazioni documentate si è improvvisamente trovato al centro della mediasfera. Il giornalismo metodologicamente corretto ha ritrovato importanza” obbligato a cui non erano abituati. Ascoltare le voci di alcuni di loro ci può aiutare a capire cosa è successo e come l’informazione possa cambiare a partire da una emergenza sanitaria drammatica.
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Annalisa Monfreda, Direttore Donna Moderna: “Dobbiamo metterci in testa che ‘dire i fatti non equivale a dire la verità’. La verità sta nel peso che diamo alle notizie, nell’ordine con cui decidiamo di darle, nel tipo di approfondimenti che cerchiamo di fare” Il compito del giornalismo e la pandemia “Il compito non facile del giornalismo in questa crisi - racconta Annalisa Monfreda, Direttore di Donna Moderna - è guidare i lettori attraverso la complessità e l’incertezza. I quotidiani, cercando titoli facili o notizie ad effetto, spesso hanno commesso l’errore di fare da megafono a certezze parziali, senza esplicitare il contesto di dubbio in cui venivano espresse. E questo ha contribuito al clima di generale spaesamento. D’altra parte, è sui quotidiani che abbiamo letto gli interventi, le opinioni, le inchieste migliori che ricorderemo di questi mesi. Dobbiamo metterci in testa che ‘dire i fatti non equivale a dire la verità’. La verità sta nel peso che diamo alle notizie, nell’ordine con cui decidiamo di darle, nel tipo di approfondimenti che cerchiamo di fare. Più che mai, ogni scelta in questo momento, deve essere ragionata”. Carlo Bartoli, Presidente dell’Ordine dei giornalisti della Toscana, ha visto svolgere un buon lavoro da parte dei colleghi: “Il sistema dell’informazione ha risposto in maniera positiva alla sfida della pandemia. In questo periodo le paure dei cittadini potevano essere sfruttate per vendere qualche copia in più o per generare qualche manciata di contatti in più con titolazioni azzardate e servizi indulgenti nei confronti di rimedi miracolosi, complottismi di vario tipo, strizzando l’occhio all’insofferenza di chi non accetta regole e limitazioni fondamentali per garantire la salute altrui. Ciò non è avvenuto e il giornalismo ha reso un servizio fondamentale alla nostra comunità, aiutandola a capire, facendo ogni sforzo per individuare e denunciare errori o inadempienze”. “L’epidemia - secondo Luca De Biase, Caporedattore de Il Sole 24 Ore e uno dei maggiori esperti di innovazione - ha spostato improvvisamente l’attenzione del pubblico verso la ricerca di fonti attendibili. L’impegno a sviluppare informazioni documentate si è improvvisamente trovato al centro della mediasfera. Il giornalismo metodologicamente corretto ha ritrovato importanza. L’avversario non era più nella confusione dei social, ma nel giornalismo stesso: il lavoro di inchiesta, il servizio umile e preciso, la narrazione razionale hanno riconquistato attendibilità; ma si sono ritrovati di fronte le forme giornalistiche della
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narrativa tragica cinicamente orientata a impaurire il pubblico senza offrire soluzioni, oppure le scelte editoriali orientate al piatto asservimento alle logiche narrative impostate dal potere politico. L’evoluzione richiesta al giornalismo è chiaramente quella di offrire informazioni documentate, senza altro scopo che quello di consentire ai cittadini di formarsi la loro opinione su quanto avviene. Non è un risultato scontato. Ma questa crisi ha dimostrato che non è neppure impossibile”. Matteo Bartocci, Direttore editoriale delle edizioni digitali de Il manifesto, riprende un tema molto dibattuto in passato: “Il giornale di carta, oggetto novecentesco che sembrava destinato all’oblio, è oggi un bene essenziale, di quelli da tenere in vita per decreto in un’Italia in quarantena da un mese. La matrice che ci unisce tutti è internet, sempre più vicino al collasso, ma il nostro mondo fisico, reale, è ristretto all’osso. Il giornale quotidiano, come in Harry Potter, esiste anche nel mondo del Coronavirus. A questo servono i giornali: a informare e a formare. È il plasma che alimenta i nostri neuroni, che ci fa sentire meno soli, che ci fa incazzare, che ci consola, che ci illumina con una cosa che non sapevamo, che ci accompagna nel distinguere le priorità e il vero dal falso”.
La qualità del giornalismo e le comunità Bartocci tocca una questione centrale per il giornalismo: la sua qualità. Argomento su cui concentra la sua analisi Alessandro Galimberti, Presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia: “Il giornalismo lombardo ha dato il meglio di sé nel lavoro di testimonianza e di cronaca, sfidando difficoltà, divieti, rischi (non ultimo quello di contagio), con il passar dei giorni e l’aggravarsi della pandemia è riuscito anche a sintonizzarsi mirabilmente sulle frequenze dell’inchiesta per superare narrazioni embedded monocordi. Sul resto invece luci e ombre. Il dovere deontologico di non ricorrere a sensazionalismi, tanto più in situazioni di pericolo per la salute collettiva, raramente è stato osservato all’inizio dal mainstream. Il rispetto della privacy dei malati ha registrato talvolta scivolate, la selezione degli ospiti di trasmissioni televisive giornalistiche (ma soprattutto quelle di infotainment, che hanno alle spalle redazioni giornalistiche) non sempre è stata all’altezza della missione né soprattutto utile a orientare il pubblico. Ma a confondere l’opinione pubblica e a provocare reazioni irrazionali sono state purtroppo le notizie
Alessandro Galimberti, Presidente Ordine giornalisti Lombardia: “Il dovere deontologico di non ricorrere a sensazionalismi, tanto più in situazioni di pericolo per la salute collettiva, raramente è stato osservato all’inizio dal mainstream”
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non complete, non verificate o non attendibili, iniziando dal caos sui decreti governativi di lockdown che, come tutti ricordiamo, avevano generato anche fughe notturne di massa, oltre ad assalti a supermarket”.
Digitale, organizzazione e futuro “L’informazione digitale ai tempi del Coronavirus - secondo quanto espresso dal direttivo dell’Associazione Nazionale Stampa Online, Anso - ha aperto nuovi scenari e conferma l’importanza delle piccole realtà editoriali che operano sul territorio. L’emergenza sanitaria sta cambiando abitudini e quotidianità, spingendo sull’acceleratore del digitale, con le testate online locali che si sono viste più che triplicare le visite. Nell’emergenza i canali informativi, attraverso la loro autorevolezza e attendibilità, diventano una fonte indispensabile dai quali andare ad attingere notizie e aggiornamenti”. Una valutazione in tal senso arriva anche dalle analisi di Michele Mezza, giornalista esperto di tecnologie: “L’informazione professionale ha spostato ancora di più il suo baricentro sul web, rendendo sempre più fruibile, competitivo e utile lo spazio online rispetto alle versioni tradizionali di giornali e Tg. Ho notato lo sforzo di costruire i quotidiani come sintesi di una lunga giornata in rete, caratterizzando le prime pagine con titoli e servizi di supporto civile, di integrazione al senso comune, più che di vera informazione. L’emergenza rende più visibile il ruolo del giornalismo territoriale come navigatore, tom tom potremmo dire della comunità, più che vettore di informazioni, che circolano per le vie più diverse e sussidiarie. Infine, una considerazione per il futuro: la smaterializzazione della redazione, con lo spopolamento dei desk porterà ad un’ulteriore torsione sulla struttura materiale dei gruppi editoriali”.
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Il giornalista Michele Mezza: “Ho notato lo sforzo di costruire i quotidiani come sintesi di una lunga giornata in rete, caratterizzando le prime pagine con titoli e servizi di supporto civile, di integrazione al senso comune, più che di vera informazione” 23
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Varese fa scuola (a distanza) Non tutto sta funzionando alla perfezione, ma negli istituti scolastici della provincia non mancano storie positive di una didattica che, in tempi di Coronavirus, ha saputo reinventarsi in pochissimo tempo grazie al digitale e alle videolezioni, facendo da esempio per altri territori a nuove forme alternative di lezione e apprendimento.
Maria Postiglione Un orizzonte temporale incerto ha spostato la priorità delle prime
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emergenza sanitaria che ha cambiato negli ultimi mesi paradigmi e consolidate attività, ha trasformato anche il mondo scolastico, mettendolo di fronte ad una grande sfida: un passaggio repentino da una didattica tradizionale in aula,
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settimane di mantenere viva la relazione didattica con gli studenti, alla necessità attuale di renderla significativa, in termini educativi. A distanza di poche settimane infatti, tutte le scuole italiane di ordine e grado, hanno dovuto abbandonare le consuete lezioni in aula, per svolgere percorsi didattici sulle più moderne piattaforme
e alunni si sono trovati a dover sviluppare e confrontarsi con delle competenze e modalità tecnologiche e informatiche, che fino a qualche mese prima erano inconsuete. Ma come dice il proverbio “di necessità virtù”, dalla situazione di emergenza sono nate appunto azioni e collaborazioni virtuose. Un esempio è quello messo in campo dall’Isis Andrea Ponti di Gallarate, che grazie al suo rodato gruppo tecnico, già operante a livello nazionale, è riuscito a mettere in atto una risposta immediata e concreta, sia internamente che esternamente. Internamente tutti i docenti si sono impegnati, secondo il loro orario settimanale delle lezioni, adattando i tempi ai nuovi paradigmi imposti dal contesto, attivando classi virtuali e coinvolgendo gli studenti in attività didattiche, con videolezioni sincrone e asincrone, attività individuali e momenti di restituzione e verifica. Ma l’istituto di Gallarate ha anche svolto un ruolo nella formazione nazionale con Future Smart Teacher, l’incarico ricevuto per la formazione regionale in qualità di Future Lab regionale (Progetto formativo nell’ambito dei percorsi nazionali e internazionali, in presenza e online, sulle metodologie didattiche innovative e sulle tecnologie digitali nell’educazione). La riconosciuta competenza di molti dei suoi docenti ha indotto diverse scuole d’Italia a richiedere al Ponti l’erogazione di corsi di formazione online, sia per lo svolgimento della didattica sia per migliorare lo svolgimento delle attività degli Organi Collegiali. Le azioni formative, tramite webinar ed altre attività online, sono state rivolte sia ai docenti del territorio della provincia di Varese sia a quelli di altre provincie e regioni italiane. La successiva formazione per gruppi di docenti prevede interventi, fino alla fine del mese di maggio, con corsi per la Puglia, la Calabria, la Sicilia e la Lombardia. Molti di questi corsi sono stati duplicati o addirittura triplicati, per venire incontro alle numerose richieste di adesione. Le aree tematiche prevalenti sono riferite ai bisogni educativi speciali, al cooperative learning e all’uso delle metodologie didattiche innovative, al Cloud, alle Web App e in generale alle tematiche inerenti le modalità della didattica a distanza. È indubbio che ci siano state delle criticità, ma si può tranquillamente affermare che la scuola italiana, quella varesina in particolare, è stata in grado di creare anche dei modelli positivi e delle soluzioni creative, con l’intento di includere tutti gli studenti senza lasciarne nessuno indietro.
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web. Studenti e docenti si sono dovuti confrontare da subito con nuove modalità e nuovi strumenti, una sfida a cui partecipano anche enti, aziende e istituzioni al fine di supportare in modo congiunto e sinergico il sistema scolastico. L’obiettivo comune è stato quello di consentire ai 9 milioni di studenti italiani di proseguire gli studi grazie agli strumenti digitali, cercando, nel limite del possibile, di non perdere lezioni e relazioni. A confermarlo la professoressa Alessandra Antonini, insegnante di tedesco all’Istituto Gadda-Rosselli di Gallarate (Istituto Tecnico Economico e Liceo Linguistico): “Nella scuola in cui insegno è stato da subito attivato l’utilizzo gratuito di una piattaforma, di cui la scuola era da tempo in possesso, che ha permesso agli insegnanti di portare online le proprie classi e attivare percorsi didattici mirati. Nonostante da anni al Gadda-Rosselli la tecnologia faccia parte del regolare svolgimento delle lezioni, sono stati comunque subito attivati 4 corsi di formazione, 2 a livello base e 2 a livello avanzato, per permettere sia agli insegnanti meno avvezzi all’uso delle nuove tecnologie, sia a quelli desiderosi di approfondimento, di conoscere e utilizzare i diversi strumenti informatici di ‘collaboration’ e le numerose risorse didattiche online. Questo ha consentito di favorire e facilitare la comunicazione con gli studenti e di organizzare e strutturare al meglio le diverse fasi didattiche e i loro contenuti. L’utilizzo delle Classi Virtuali ha permesso di ricreare l’ambiente aula su piattaforma con la possibilità di gestire le presenze degli alunni, costruire percorsi didattici online (anche personalizzati per gruppi o singoli studenti), condividere materiali e risorse, aprire forum, attivare videoconferenze, assegnare test di valutazione, coinvolgendo nell’agire didattico l’intero personale scolastico. Docenti e alunni stanno quindi lavorando insieme in uno spazio di lavoro condiviso di dialogo, interazione e collaborazione costante, con la possibilità di assegnare, disporre e fruire dei contenuti nei tempi e luoghi scelti dagli utenti stessi”. E gli studenti come hanno affrontato e vissuto questa sfida? Per Edoardo Losito, studente del quinto anno del Liceo Scientifico “Ludovico Geymonat” di Tradate “questa situazione ha fatto emergere sia punti positivi sia criticità: i punti positivi sono stati un maggior uso di contenuti multimediali, che hanno approfondito e chiarito alcuni concetti, raccolti in un’unica piattaforma intuitiva e di facile utilizzo. Durante le lezioni inoltre ci sono state meno interruzioni, favorendo una maggiore concentrazione. Non sono mancate però delle difficoltà: spesso una scarsa qualità video e audio causata della connessione internet, non ottimale in certe zone della nostra provincia, non ha consentito a tutti di poter sempre seguire le lezioni. C’è stato poi, inevitabilmente, un maggior lavoro individuale, ognuno di noi si è dovuto adattare in maniera repentina a un modo di studio totalmente diverso, che deve rispondere a una nuova didattica, considerata efficace ed equivalente a quella svolta in aula”. Un percorso in salita, fatto di partenze diverse. Per alcune scuole sono state numerose le difficoltà riscontrate: la scelta della piattaforma gratuita per la creazione delle classi digitali, come condividere i contenuti e ancora come verificare l’apprendimento. Non è stato facile per molti organizzare delle videolezioni a distanza, professori
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La voce degli studenti: “Questa situazione ha fatto emergere sia punti positivi sia criticità. I punti positivi sono stati un maggior uso di contenuti multimediali, che hanno approfondito e chiarito alcuni concetti, raccolti in un’unica piattaforma intuitiva e di facile utilizzo” 25
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Il trauma collettivo da superare “Gratitudine, solidarietà e compassione sono il motore per vivere meglio e superare le difficoltà”. Così la psicoterapeuta Marta Zighetti: “Nella lontananza dell’isolamento abbiamo rafforzato una interdipendenza che ci ha resi tutti più uniti e ci ha fatto riconoscere il valore dell’altro” rando in stretta collaborazione con l’equipe di Spazio Incentro di
Paola Provenzano Laveno Mombello. Obiettivo? Leggere quanto accaduto con una
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osa salveremo del periodo di isolamento forzato tra le pareti di casa? Come riconoscere eventuali fragilità che potranno accompagnarci anche dopo? Come curare i traumi più importanti legati ai lutti, ma soprattutto quale lezione ricavare per il futuro? Ne abbiamo parlato con Marta Zighetti, psicologa psicoterapeuta sistemico relazionale, terapeuta del trauma e coordinatrice del centro Essere Esseri Umani a Varese, che su questi temi sta lavo-
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maggiore attenzione a noi stessi e alle emozioni che abbiamo vissuto, ma anche guardare il tutto da un punto di vista più “globale”. La separazione sociale ci ha costretti tra le mura domestiche: cosa salveremo di questo tempo accanto ai nostri affetti più cari? Laddove non abbiamo vissuto situazioni di lutto o malattia, è stata un’occasione importante per rinsaldare, o addirittura costruire, le
Sono le situazioni peggiori in cui rimanere a casa e che diventano un fattore di rischio invece che di protezione. Difficili anche le situazioni in famiglie in cui c’è personale sanitario: l’alto rischio ha creato un vissuto più pesante anche per i figli, solo in parte mitigato dalla consapevolezza dell’importante ruolo sociale del genitore.
Restare isolati e senza certezze sull’immediato futuro ha avuto effetti negativi sul nostro equilibrio. Come riconoscere i segnali e come reagire? Ci siamo trovati a convivere con 2 fattori: isolamento e imprevedibilità. Sono condizioni molto pesanti da vivere insieme ed è normale provare ansia, frustrazione, rabbia, impotenza e stress. Serve riconoscere la particolarità di questa situazione: le emozioni negative che proviamo sono del tutto normali. Possiamo però cercare di essere anche proattivi, reinventando una nuova routine, mantenendo buone abitudini, anche dal punto di vista alimentare, con un giusto ritmo del sonno e senza guardare troppi notiziari. È importante che aiutiamo i più piccoli e gli adolescenti a mantenere i rapporti con gli amici attraverso i canali a disposizione, quegli stessi canali social che normalmente, come genitori, cerchiamo di contrastare. Per tutti vale il consiglio che, se si fa fatica a riprendere la vita sociale e lavorativa e appaiono problemi di eccessivo affaticamento, insonnia, ansia e irritabilità, è meglio ricorrere ad un aiuto specialistico. Purtroppo, la pandemia è un “trauma collettivo” che coinvolge l’intera comunità e tutti noi potremmo soffrire in modo più o meno grave di alcuni Disturbi dell’Adattamento.
Questa malattia ha causato anche lutti vissuti in modo drammatico. Come si potranno elaborare? È un tema molto delicato: in questi tempi è mancata la possibilità di assistere i propri cari ricoverati durante la malattia e la possibilità di un addio e di una sepoltura secondo i riti previsti. In pratica un lutto nel lutto, che porta a conseguenze molto pesanti: flash back, pensieri intrusivi, aumentata reattività o, all’opposto, anestesia emozionale sono tutti sintomi possibili. Può essere necessario l’intervento di esperti e cure specifiche, come la terapia Emdr, per evitare che questi traumi compromettano in futuro la vita della persona e di chi gli sta accanto.
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relazioni affettive con i nostri familiari, fondamentali per nutrire il cervello e regolare l’equilibrio corporeo, quindi anche per gestire al meglio l’ansia e lo stress. Non dimentichiamoci però di chi è rimasto a casa in totale solitudine e ha dovuto gestirsi paura e ansia senza il supporto di una persona cara.
Quali sono le situazioni familiari più critiche in questo periodo di isolamento? Purtroppo, la famiglia non è sempre e per tutti la nostra “base sicura”: laddove preesistevano situazioni problematiche o conflittuali, la quarantena può aver creato nelle persone la sensazione di “paura senza sbocco”. Le situazioni più critiche sono gli ambiti di violenza domestica e di minori a rischio; in Italia sono circa 450mila, di cui 91mila vivono con problemi di maltrattamento fisico o psicologico.
Se possibile, chiudiamo con un segnale positivo da tenere stretto. Avremo imparato che non dobbiamo dare tutto per scontato: il sistema in cui abbiamo vissuto, con la sua eccessiva complessità, era destinato ad esplodere e il pianeta ci stava già mandando chiari segnali. Nessuno avrebbe voluto pagare un prezzo così alto per comprendere che gratitudine, solidarietà e compassione sono il motore per vivere meglio e superare le difficoltà. L’abbiamo visto con i medici arrivati da altri Paesi, con le raccolte fondi e con tutta la solidarietà che si è attivata. Paradossalmente nella lontananza dell’isolamento abbiamo rafforzato una interdipendenza che ci ha resi tutti più uniti e ci ha fatto riconoscere il valore dell’altro. Si spera che la cooperazione continui anche dopo l’emergenza e penso che la scuola dovrebbe potenziare l’educazione civica insegnando la “cittadinanza planetaria”, di cui parla il filosofo Edgar Morin, passando competenze emotive e relazionali, poiché la nostra cultura deve tornare ad avere rispetto della nostra natura e dell’ecosistema che ci contiene.
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Il vero significato dello smart working L’emergenza Coronavirus ci ha permesso di capire (obbligandoci) che possiamo lavorare in maniera diversa. La panoramica sulle aziende della provincia di Varese e sugli strumenti utilizzati per costruire una nuova normalità di demarcazione, descritta come un baratro, che ogni tecnologia
Giuseppe Catalfamo affronta quando passa dal mercato degli early adopters, i visionari,
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kype numero massimo partecipanti”, “download Zoom gratis italiano”, “Teams come funziona”. Queste alcune frasi, quasi inesistenti nei mesi precedenti, che sono risultate tra le più frequenti nel mese di marzo 2020 sui motori di ricerca. La provincia di Varese e l’Italia intera hanno rocambolescamente osservato lo smart working attraversare il famigerato “chasm” di Geoffrey Moore (1991). Si tratta di quella forte linea
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che adottano pratiche e strumenti per la curiosità di esplorare cose nuove, a quello degli early majority, cioè i pragmatici che, disinteressati delle novità fini a se stesse, comprano prodotti e strumenti solo quando si riscontra un vero bisogno. Potremmo parlare per giorni della generale impreparazione con cui si è arrivati ad affrontare l’emergenza a inizio marzo. È un dato di fatto che, per molte imprese manifatturiere, approntare i propri addetti d’ufficio a un lavoro remoto, anche non “smart”, non fosse
Software per videochiamate: sebbene il metodo più utilizzato in azienda per contattare un cliente, un fornitore, un collega di un’altra sede o qualsiasi persona esterna al proprio luogo di lavoro sia solitamente quello di inviare una mail oppure alzare il telefono, si sa che l’opportunità di potersi parlare faccia a faccia, magari condividendo dei documenti a schermo, permette sempre di cogliere delle sfumature diverse rispetto a una semplice telefonata o a uno scambio asincrono di email. Anche se c’è chi fa le videochiamate su WhatsApp come alternativa semplice e gratuita, sono gli strumenti professionali a farla da padrone, anche grazie al valore aggiunto delle funzionalità extra, con Skype/Skype for Business, Microsoft Teams, Google Hangouts e Zoom tra gli strumenti utilizzati da oltre il 75% degli intervistati. Software per la comunicazione interna tra colleghi: lavorare a distanza ha reso evidente come l’email e il telefono non fossero suffi-
cienti a soddisfare tutte le necessità di comunicazione per agevolare il lavoro tra più persone. Anche in questo caso presenti i gruppi WhatsApp, affiancati sempre da strumenti più professionali come Slack e Microsoft Teams, già molto diffusi negli Stati Uniti. Per capire meglio l’effetto smart working: Teams è cresciuto di 12 milioni di utilizzatori nella sola settimana dall’11 al 18 marzo 2020.
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esattamente tra le priorità strategiche. O che, culturalmente parlando, il lavoro a distanza sia visto con una certa dose di diffidenza, in Italia, nell’ambiente lavorativo più tradizionale. Ma, per la prima volta in questo secolo, un fattore esogeno non controllabile come Covid-19, sta introducendo nuove dinamiche, inter e intra aziendali. E la parte più interessante è stata la risposta delle imprese di fronte alla necessità: la mobilitazione generale nelle prime due settimane di marzo ha smosso anni di staticità organizzativa con scatti tecnologici degni del più giovane Usain Bolt. La pubblicazione di nuovi decreti sempre più restrittivi ha accelerato il passaggio a smart working di decine di migliaia di addetti in poche settimane, con il record di solo uno o due giorni per alcune organizzazioni. In una survey sottoposta dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese a un campione di circa 100 imprese, è emerso un dato veramente interessante sul grado di adozione del lavoro intelligente: 9 aziende su 10 lo stanno facendo. L’Unione Industriali, supportando le imprese in questo delicato processo multidisciplinare, si è anche posta il quesito di quali fossero gli strumenti che abbiano permesso questa vera e propria trasformazione digitale. Quali sono quindi questi strumenti utilizzati per il lavoro da casa? Molti. Ed è giusto fare alcune distinzioni tra le categorie più comuni.
Software per la gestione e la condivisione di documenti aziendali: le soluzioni scelte ricadono all’interno di 3 categorie fondamentali. Primo: VPN, ovvero collegare i computer remoti alla rete aziendale attraverso una connessione privata e sicura (oltre il 75%); secondo: strumenti per la virtualizzazione dei desktop aziendali come TeamViewer; terzo: gestione dei file con sistemi in cloud, ad esempio Dropbox, Google Drive o soluzioni Microsoft Sharepoint/Onedrive. È importante sottolineare come, fra queste 3 categorie, non ci sia un migliore o un peggiore, ma la diversa natura delle soluzioni stesse sia più o meno confacente a esigenze aziendali ben distinte. I risultati ottenuti dall’adozione di questi strumenti non solo gli effetti positivi dovuti alla continuità lavorativa: molte persone stanno scoprendo benefici sia professionali sia personali, dal non dover fare i pendolari per 2 o più ore al giorno, all’essere più vicini alla famiglia (e non “troppo vicini” perché in uno smart working senza virus il problema delle scuole chiuse non ci sarebbe), il poter lavorare senza distrazioni e, in generale, lavorare meglio. Ed è proprio questo “lavorare meglio” il vero significato di smart working e non, come alcuni pensano, “lavorare a distanza”. Il contatto umano, al netto delle quarantene forzate, rimane fondamentale e centrale nelle relazioni lavorative. Per concludere, ricordiamoci di una cosa: dobbiamo uscire il prima possibile dalla mentalità del “facciamo le cose così finché non passa l’emergenza”. Perché stiamo lavorando “a casa” e non “nonostante si stia a casa”. Non ne usciremo a breve e sicuramente le cose non torneranno uguali a prima. Questa corsa si spera dunque non sia servita solo per lavorare da remoto, ma anche a capire che si può lavorare diversamente e che deve essere ragionata internamente e discussa una “nuova normalità”. Questi strumenti rimarranno utili e parte integrante della vita lavorativa anche dopo il rientro in ufficio. Se così non fosse, non avremo imparato nulla.
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FOCUS
Sul crinale le parole cambiano significato Vulnerabilità, interdipendenza, libertà, legame. Secondo il sociologo ed economista Mauro Magatti la pandemia sta modificando il modo con cui la società è chiamata a rapportarsi a questi concetti. In gioco c’è anche la costruzione di un nuovo paradigma economico possibile. Se c’è una cosa che per ognuno di noi è fin troppo evidente
Paola Provenzano con questa pandemia, è che indietro non si torna. E allora le strade
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elle parole di Mauro Magatti, professore ordinario di sociologia generale dell’Università Cattolica di Milano, sociologo ed economista, ci sono tutte quelle sfumature che dicono del
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che si aprono sono tutte da scoprire o meglio da costruire, nei rapporti umani come nell’economia, nella geopolitica come nell’informazione. Si può fare l’esercizio di declinare alcune parole, dentro e fuori l’emergenza o, come dice Magatti, sul crinale dove oggi ci troviamo.
FOCUS
Parole sul crinale Vulnerabilità, ad esempio: “Per quanto la nostra società sia avanzata, resta vulnerabile: vulnerabili sono le persone anziane, in un mondo dove l’età media si è alzata molto e dove chiaramente abbiamo una fetta di popolazione con molte patologie. Ma il virus è stato in grado di inceppare il sistema in cui vivevamo, senza che noi fossimo pronti o capaci di reagire, quindi vulnerabili”. Un sistema, quello che si è inceppato, fatto di una grandissima interdipendenza, un’altra parola che ha una connotazione ambivalente poiché si esplica nel bene come nel male. “Anche in questo ambito non sappiamo cosa succederà. Per una lunga fase possiamo immaginare che le relazioni saranno più chiuse, non sarà possibile tornare subito alle abitudini di prima. Molto dipenderà anche dalla scoperta di un vaccino, ma la chiusura non sarà solo quella delle relazioni di tutti i giorni. Ce lo dice già ora la geopolitica: questa pandemia mette la parola fine ad un modello di globalizzazione che abbiamo conosciuto fino a ieri e spinge in una direzione di chiusura, anche sul piano dei rapporti tra i Paesi”. Anche la parola libertà è tra quelle che sono state messe a nudo da questa pandemia, poiché ciascuno si è sentito “meno libero” nella sua possibilità di muoversi. A poco a poco abbiamo chiuso le porte, siamo scesi da treni ed aerei che solo una manciata di mesi fa rappresentavano una via di fuga, una modalità di lavoro, una espressione del desiderio di conoscere. “Libertà è una parola che induce a molti equivoci”, così riprende Magatti, autore tra l’altro di “Non avere paura di cadere” (Mondadori 2019), sottotitolo “La libertà al tempo dell’insicurezza”. “Pensiamo a Nelson Mandela, un uomo che è stato in carcere per anni senza mai perdere la sua libertà. Libertà non è fare ciò che si vuole, ma significa fare scelte con responsabilità. La nostra libertà si pone in relazione con gli altri e lo stare a casa significa esattamente questo: stando a casa ci stiamo assumendo la responsabilità del bene di altri. Non una libertà che soddisfa un nostro desiderio, ma una libertà che crea legami”. E anche i legami sono messi alla prova in questo momento, che ha fatto emergere tanto gli slanci di solidarietà, al-
truismo ed empatia, quanto la voglia di trovare un responsabile, un untore da additare come causa del dilagare della pandemia. “Possiamo dire che siamo in un momento di crisi, intesa nel significato etimologico, che è quello di stare su di un crinale: non torneremo come prima, ma potremo diventare migliori se sarà fatto un balzo in avanti, oppure peggiori se si sceglierà un atteggiamento di chiusura e radicalizzazione”.
Un nuovo capitolo per l’economia C’è poi un capitolo che per Magatti non può non essere affrontato ed è quello dell’economia che, dopo la crisi del 2008, attraversa un periodo di cambiamento che riguarda anche società e politica. “L’economia non ripartirà solo perché ci metteremo a correre, non basterà questo. Occorreranno risorse da allocare in modo sensato, avendo in mente un disegno e sapendo dove vogliamo andare e quali sono gli obiettivi dello sviluppo futuro”. Possiamo pensare che i modelli che abbiamo conosciuto fino ad ora hanno risposto a due prerogative: c’è l’economia del bisogno, quella che risponde appunto ad un bisogno di approvvigionamento dell’uomo. Poi abbiamo l’economia del desiderio, dove la spinta è differente e dettata appunto dal soddisfacimento di qualcosa di diverso dal mero bisogno, più legato invece alla sfera dei nostri desideri. “Ora i tempi ci dicono che si pone un cambio del paradigma economico, verso il modello della generatività sociale, dove ognuno è chiamato a generare bene comune”. Il riferimento è all’idea di una modalità di produrre beni, servizi, cultura, informazione, indossando occhiali nuovi che ci mostrino la cura degli altri come motore dell’azione. Qui dentro stanno i temi della sostenibilità, dell’ambiente, della circolarità dell’economia ovvero tutto ciò che chiama ad una visione ampia di benessere comune. “Ciascuno non è più solo consumatore, ma partecipa a produrre un valore che è comune e per tutti”. Ancora una volta nessuno si salverà da solo: in questo momento del “possibile”, stanno dentro scelte e responsabilità che ci permetteranno di arrivare a definire nuove regole e a pronunciare le stesse parole di prima, ma dando ad esse un significato nuovo.
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FOCUS
Alla ricerca di un nuovo equilibrio mondiale Il protagonismo della Cina, i colpi di grazia di Trump al multilateralismo, un’Europa senza capacità di narrazione. Più che uno tsunami, per le relazioni internazionali, l’epidemia di Covid-19 rappresenta un acceleratore di trasformazioni che in realtà erano già in atto fenomeni già in essere, che non uno tsunami. La fotografia scatta-
Paola Provenzano ta in piena diffusione del virus mostra l’America distante, la Cina
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osa lascerà in eredità sullo scenario geopolitico la pandemia in corso? Il Coronavirus sembra essere stato più un reagente, ovvero qualcosa che accelera e mette in evidenza
in cerca di un ruolo forte e una Unione e europea che cammina sul filo della sua stessa sopravvivenza come entità politica. L’uscita dal tunnel? Potrà risolversi a favore dell’ascesa della Cina a superpotenza mondiale oppure a favore di una rivalsa dell’Occidente 33
FOCUS con Stati Uniti e Unione europea di nuovo protagonisti.
Tsunami o “reagente”? Non è stata la pandemia a spazzare via, nella relazione tra Stati, il modello multilaterale nato come conseguenza della Seconda guerra mondiale. Piuttosto la pandemia ha “tolto il velo”, mettendo a nudo come istituzioni e meccanismi, nati 75 anni fa, si fossero inceppati. “Da tempo – spiega Nicola Bilotta, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali – ci si era resi conto che avevamo a che fare con paradigmi superati: pensiamo alla retorica della globalizzazione, con l’enfasi sui suoi effetti positivi per la crescita della prosperità dei Paesi meno sviluppati, che ha rivelato con il tempo anche il rovescio della medaglia, ovvero la crescita delle diseguaglianze e i tanti problemi ambientali connessi. Lo stesso si può dire del modello multilaterale. Erano anni che ci si interrogava sulla sua effettiva capacità di risposta rispetto ad alcuni temi emergenti”. Il modello multilaterale a cui si fa riferimento è quello nato dopo la Seconda guerra mondiale e che ha fatto perno sulle istituzioni internazionali come Onu, Nato o Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio). Qui si mette al centro la negoziazione tra tanti Paesi come luogo di composizione degli interessi. È il modello della comunità internazionale contrapposto a quello di rapporti che si consumano a livello bilaterale, tra i Paesi. Su al34
cuni temi recenti e cruciali, ad esempio quello delle tecnologie, gli interessi di Stati Uniti, Cina ed Europa sono apparsi inconciliabili. Covid-19 non ha fatto altro che far emergere in maniera più evidente questo punto di rottura del modello. Ma se la risposta multilaterale non funziona più, ci sono delle ragioni precise. Con buona pace di tutti il mondo resta comunque globalizzato, interconnesso e, come dimostrato dagli avvenimenti, profondamente
Nicola Bilotta, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali: “Da tempo ci si era resi conto che avevamo a che fare con paradigmi superati: pensiamo alla retorica della globalizzazione o al modello multilaterale. Erano anni che ci si interrogava sulla loro effettiva capacità di risposta”
vulnerabile. Ed è a questa realtà che bisognerà dare risposte anche in futuro: sul come farlo la partita è aperta tra reazioni di chiusura e prospettive di maggiore collaborazione.
Chi si ritira (Usa) e chi fa un passo avanti (Cina) Protagonisti indiscussi del multilateralismo sono stati gli Usa e a segnare il cambio di passo non è stato il virus, bensì l’elezione di Donald Trump. “Trump è stato il più grande detrattore di questo schema – spiega Bilotta – non solo ha ingaggiato una guerra commerciale con la Cina, ma ha anche usato il tema del commercio come arma diplomatica nei rapporti con gli altri Paesi e con l’Europa, minacciando dazi e chiusure, potendo contare su di un mercato interno molto ampio e con grande capacità di spesa”. D’altro canto, le spinte nazionaliste e la disgregazione, pensiamo anche alla Brexit, sono il segno dei nostri tempi ben da prima che scoppiasse la pandemia. L’affermarsi, sulla scena mondiale, di governi filo nazionalisti e di leader che sposano questo tipo di posizione, è chiaramente un segno di sempre maggior indebolimento del modello multilaterale e di sempre maggiore chiusura. Così quello che si registra adesso è la prima grande crisi mondiale nella quale gli Stati Uniti si stanno chiamando fuori dai giochi, con la prospettiva tuttavia delle prossime elezioni americane che, in autunno, potrebbero anche portare delle novità importanti. Nel vuoto creatosi sullo scacchiere internazionale, la Cina di Xi ha cercato sempre più di guadagnare il suo spazio. “La Cina – spiega Bilotta – si è fatta avanti a difesa del libero commercio e del multilateralismo, nonostante le mancasse una legittimità internazionale per agire con questo ruolo. In questo senso va letta, ad esempio, una iniziativa come la ‘Belt and Road Initiative’, progetto d’investimenti che ha una valenza politica e simbolica fortissima in termini di affermazione della influenza cinese sullo scacchiere internazionale”. Su questo punto la vera sorpresa oggi è che questo disegno non solo non è venuto meno con la pandemia, ma la Cina sta riuscendo a guadagnare una sua credibilità nonostante sia il Paese da cui è partita una così devastante crisi che sta mettendo in ginocchio l’intero pianeta. “L’operazione di immagine mes-
FOCUS
“L’operazione di immagine messa in atto è stata straordinaria da parte della Cina. L’arrivo dei medici, delle mascherine, dei macchinari ha creato nell’immaginario collettivo un racconto che ha messo in ombra il fatto che la pandemia sia partita da Wuhan”
sa in atto – dice ancora Bilotta – è stata straordinaria da parte della Cina. L’arrivo dei medici, delle mascherine, dei macchinari ha creato nell’immaginario collettivo una narrazione che ha messo in ombra tutto il resto”. Ma chiaramente questa operazione ha avuto anche la valenza di rilanciare l’economia del centro produttivo dello Hubei. La scommessa dunque per la Cina è ancora aperta: affermarsi come nuovo perno nelle relazioni internazionali, in grado di assumere un ruolo di leadership mondiale basato su anni di crescita economica ininterrotta. I punti a suo favore in questo momento sono molti, ma le ombre certo non mancano.
Capitolo Unione europea Quello su cui l’Unione europea è scivolata fin da principio è esattamente ciò su cui la Cina ha costruito il suo successo, ovvero la capacità di comunicare e gestire la sua immagine. “Da subito l’Europa si presenta disunita, manda messaggi contraddittori e non riesce a comunicare quello che sta facendo. Pensiamo a quanto ha affermato la Lagarde nei primi giorni della crisi, con il suo atteggiamento anni luce lontano da quello del ‘whatever it takes’ del suo predecessore Mario Draghi e una gaffe che ha gettato nel panico i mercati, quando era necessario esattamente l’opposto”. Nei fatti però la Bce ha, subito dopo, messo sul piatto i primi ingenti stanziamenti dando l’ossigeno per correre nell’emergenza. A marzo la Banca centrale europea ha comprato titoli pubblici e privati per 51 miliardi: di questi il 35% è andato a sostegno di titoli italiani (11,8 miliardi). “Si può discutere sul fatto che si potesse fare di più – commenta Bilotta – e si può parlare di quello che ancora resta da fare, ma non si può dire che non ci sia stato un aiuto”. Il vero problema o meglio il vero corto circuito si è creato quando le decisioni da prendere sono giunte al livello “politico”, laddove siedono i ministri dei singoli Governi nazionali. Qui il cuore delle istituzioni europee si è mostrato per quello che è: un insieme di Paesi che faticano a vedere un “bene comune europeo”, ma guardano ciascuno al suo interno. “Qualcosa si è mosso anche sotto questo profilo – nota Bilotta – perché anche nei Paesi più restii a certe scelte, come la Germania, si sono alzate voci favorevoli agli aiuti verso i Paesi più in difficoltà. Conte stesso ha concesso interviste direttamente ai giornali tedeschi cercando un filo diretto senza precedenti”. Un sondaggio ZDF rivela che il 68% dei tedeschi è favorevole a un aiuto finanziario verso i Paesi più colpiti dalla crisi come Italia e Spagna. La decisione finale sugli aiuti economici post Covid-19 è alla fine frutto di una strenua negoziazione tra i ministri delle Finanze prima e i capi di Governo poi schierati nei due gruppi ribattezzati “del nord” (con Germania e Olanda in testa) e del sud. “Non va dimenticato che in quest’ultimo gruppo, del quale l’Italia è parte, sono compresi 9 Paesi che da soli rappresentano il 59% del Pil dell’Eurozona”. Quel che è certo è che il Coronavirus potrebbe appunto agire come reagente e far evolvere finalmente l’Ue verso un modello veramente più coeso e solidale, in grado di assumere maggior peso in uno scenario in cui, di fronte a problemi globali e interconnessi, le risposte adeguate non possono non essere a loro volta globali e interconnesse.
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UNIVERSITÀ
Non smart, ma connessa Come sarà l’università dopo Covid-19? Il mondo della didattica, così fortemente messo alla prova dall’emergenza sociosanitaria, come sta reagendo al repentino cambio di ritmo degli ultimi mesi? Lo abbiamo chiesto ad Aurelio Ravarini della LIUC – Università Cattaneo Chiara Mazzetti
A
l bando l’aggettivo smart, utilizzato (ed abusato) in epoca digital fin troppo spesso. A maggior ragione durante un isolamento forzato che ha portato, volenti o nolenti, le persone, i dispositivi ed i processi a diventare più “intelligenti”. Si è parlato tanto di “smartitudine”, a partire ovviamente dallo smart working per arrivare agli oggetti e al pensiero, anch’essi costretti quasi improvvisamente a diventare smart. A causa (o grazie) all’emergenza sanitaria da Coronavirus sono stati molti i settori e gli ambiti a subire, e in alcuni casi a cavalcare, una spinta in avanti che ha portato, in breve tempo, all’attuazione di progettualità solamente ipotizzate. E tra i comparti più messi alla prova non è difficile trovare quello della didattica. Aurelio Ravarini, Delegato del Rettore all’Innovazione Didattica della LIUC – Università Cattaneo, ci ha aperto uno spiraglio sul mondo universitario al tempo di Covid-19. Come sta cambiando l’università con il Coronavirus? All’orizzonte vedo molti scenari e diverse ipotesi possibili: dipenderà tutto da quanto ancora durerà questa situazione e quando si tornerà alla normalità. Il cambiamento riguarderà tutto il mondo, non solo la LIUC o le università italiane. Da 10 anni ormai si parla di come l’istituto dell’università e l’alta formazione in generale siano in crisi. È in atto da tempo una riflessione nelle cosiddette business school, quelle che formano i manager del futuro. Una riflessione sul ruolo che l’alta formazione dovrebbe generare, rispetto al risultato che attualmente raggiunge, ovvero immettere nel mondo del lavoro manager capaci di ottenere risultati per le aziende e per la società. Nelle odierne dinamiche tra docenti e studenti, osservo che quello che sta succedendo sta portando sempre più ad una forte accelerazione di fenomeni che già erano in atto. Non abbiamo avuto il tempo di impa36
“Se questo periodo durerà abbastanza, credo che non si potrà più tornare indietro. Il mondo universitario avrà caratteristiche significativamente diverse” rare a controllare questa nuova velocità. Il dubbio sull’adeguatezza dell’università nella formazione efficace dei manager del futuro, ci sta dunque portando a fare delle riflessioni più rapide. Quindi l’emergenza ha affrettato processi di innovazione nella didattica che erano già in embrione? Già da tempo si parlava dell’importanza di fare formazione a distanza, ma lo si faceva non senza qualche reticenza. Covid-19 ha solo dato un’accelerata: non ci siamo inventati nulla di nuovo. Se questo peAurelio Ravarini riodo durerà abbastanza, credo che non si potrà più tornare indietro. Il mondo universitario avrà caratteristiche significativamente diverse: avrà dimostrato che esistono modi efficaci di fare formazione anche a distanza. Non sono convinto che le due modalità didattiche, quella classica in aula e quella a distanza, possano l’una sostituire totalmente l’altra. La tecnologia continuerà ad essere utilizzata solo se garantirà risultati migliori. Le lezioni in presenza rimarranno, a mio avviso, incomparabili a livello esperienziale. Quando l’emergenza sarà rientrata, ci saremo resi conto sulla nostra pelle che esistono forme intermedie tra dinamiche fatte in presenza e in assenza totale. Il che genererà, ne sono certo, cambiamenti permanenti.
UNIVERSITÀ
Una studentessa LIUC durante un momento di didattica a distanza
Si può, quindi, definire positivo questo repentino stravolgimento? Una scossa penso servisse. L’economia e la società hanno sempre viaggiato ad una velocità molto alta e il mondo universitario faticava a tenere il passo. Ora è quasi il contrario, la tendenza si è invertita. Se c’è una cosa buona (a me piace trovare il lato positivo anche nelle situazioni di crisi) è questa: se la scossa verrà ben interpretata, sarà in grado di agevolare un cambiamento. Chi guiderà il cambiamento e in che posizione lo porterà? Questo non lo possiamo sapere, ma di sicuro avremo un maggiore ed estremo utilizzo della tecnologia per aumentare la collaborazione tra imprese e professionisti di settori diversi. Il che porterà a nuove forme di relazione tra le aziende. Si potrà, forse, iniziare a superare la competizione e parlare di coopetizione, molto difficile da realizzare se si pensa al territorio italiano fatto di piccole e medie imprese. Come sarà l’università quando tutto sarà finito? Ci troveremo, inevitabilmente, ad affrontare una grave crisi economica e la variabile costo sarà ancora più chiave nelle decisioni delle persone, degli studenti e delle famiglie. Varieranno le logiche di business degli atenei: bisognerà ripensare al modo di essere sul mercato delle università. Anche questo, di sicuro, sarà un aspetto da tenere in considerazione. Io credo che l’università sarà più a
fianco delle evoluzioni dei fenomeni socioeconomici. Questo periodo ci ha obbligati a riallinearci. Potremmo dire che l’università sarà più connessa e interconnessa con questa realtà in evoluzione e sfrutterà più efficacemente le possibilità di interazione, indipendentemente da tempo e distanza. Proprio come stiamo sperimentando ora. Ho sempre immaginato l’università come un hub, una piazza in cui le persone si incontrano e scambiano competenze. Credo che d’ora in poi questa piazza sarà più vicina alle persone e quindi più facilmente raggiungibile da tutti.
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“Ho sempre immaginato l’università come un hub, una piazza in cui le persone si incontrano e scambiano competenze. Credo che d’ora in poi questa piazza sarà più vicina alle persone e più facilmente raggiungibile da tutti” 37
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FOTO DAL MONDO
REUTERS/David W. Cerny
FOTO DAL MONDO
Ballerini del balletto Nazionale Ceco, provano per una performance benefica, al Teatro Nazionale di Praga.
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SCIENZA
Nasce l’Università del Polo Sud L’ateneo dell’Insubria sarà il primo al mondo a sbarcare con una propria sede in Antartide. Un luogo per attività didattiche e di ricerca sul cambiamento climatico. Ma, tra qualche tempo, anche una struttura che potrà portare avanti studi con implicazioni nella medicina, nella chimica, nell’astrofisica e nella microbiologia vederà sia attività didattiche e di formazione che di ricerca, è l’e-
Federico Anselmi stremità nord-est della costa occidentale della western Antarctic
‘‘L’
Università degli Studi dell’Insubria sarà la prima al mondo ad aprire una sede al Polo Sud”, così afferma Mauro Guglielmin, docente di geografia fisica e geomorfologia, nonché uno dei fautori del progetto dell’università varesina e assiduo frequentatore del Polo Antartico. Il luogo scelto per avviare il polo insubre, che pre-
Peninsula, dove è attiva, già dal 1948 la base cilena di O’Higgins, realizzata in collaborazione con il Programma Antartico Cileno (Inach). Una realtà operativa tutto l’anno e in grado di ospitare fino a 60 persone. “Innanzitutto, il nostro nuovo centro permetterà a studenti,
Spedizione dell’Università degli Studi dell’Insubria in Antardide. Sopra, Mauro Guglielmin
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SCIENZA
Mauro Guglielmin, docente di geografia fisica e geomorfologia: “L’idea nasce da oltre 25 anni di studi e analisi scientifiche da parte del gruppo di Ricerca nel Continente Bianco e dal fatto che la Penisola Antartica sia uno dei luoghi più incontaminati ma allo stesso tempo più fragili del mondo”
mancanza di interferenza antropica, che rende questo territorio più semplice e più facilmente modellabile, basti pensare che nell’ultima spedizione, in collaborazione con il Cnr di Messina e diverse università italiane, abbiamo studiato anche un ecosistema di brine saline all’interno del permafrost antartico, analogo a quello del pianeta Marte”. Oltre alle caratteristiche fisiche e naturali che contraddistinguono questo territorio, rendendolo fertile e appetibile per spedizioni e studi scientifici, vi è anche un altro motivo particolarmente singolare di carattere pratico, come spiega lo stesso Guglielmin: “La mia assidua frequentazione del Polo Sud nasce anche dal fatto, del tutto curioso, che lo studio degli effetti del cambiamento climatico sulla vegetazione o sul paesaggio montano o costiero, sono molto più finanziati in Antartide rispetto alle Alpi e che quindi, pur nascendo come studiosi delle nostre interessantissime montagne, i finanziamenti per il Polo Sud, sino a 10-15 anni fa, erano relativamente più facili da reperire”. Ovviamente il principio base della passione e dell’amore per la ricerca e la scoperta della penisola Antartica è legato, come conclude Guglielmin, “ad un sogno fatto più di 40 anni fa, poi continuato e sorretto nel tempo da tanta perseveranza, voglia di scoprire e soprattutto capire quanto la natura possa essere fragile e per questo debba essere studiata, conosciuta, conservata, protetta e ascoltata, oggi come allora”.
docenti e ricercatori di studiare e approfondire aspetti scientifici riguardanti gli effetti del cambiamento climatico sul permafrost, sui ghiacciai e sulla vegetazione. Tutti elementi che stanno profondamente cambiando persino in Antartide”. Ma dopo questa prima fase, continua Guglielmin, “gli studi potranno certamente espandersi e riguardare diversi campi della medicina, della chimica, della fisica dell’atmosfera, dell’astrofisica e della microbiologia”. Il progetto, in parte finanziato dal Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), dovrebbe essere realizzato in 3 anni a partire dal dicembre 2019, per un costo complessivo di 480mila euro, incluso il funzionamento degli iniziali 2 anni di attività, che per i primi studenti e professori, dovrebbe incominciare entro il marzo 2021, “ma a causa della pandemia di Covid-19 – specifica il professore Guglielmin – penso che tutto slitterà di un anno”. La struttura tra i ghiacci sarà divisa in 2 unità prefabbricate ecocompatibili: una ad uso abitativo in grado di ospitare 8 persone alla volta, l’altra attrezzata a laboratorio e dotata di connessione satellitare, permetterà di svolgere lezioni in telediddattica, seminari e teleconferenze, oltre che realizzare tesi Magistrali e di Dottorato in tutte le discipline potenzialmente interessate, dalle La base cilena Scienze ambientali alla Medicina. In particolare, gli studi scientifici che verranno intrapre- in Antartide si e approfonditi al Polo Sud avranno a che fare con il cambiamento climatico: “L’idea nasce da oltre 25 anni di studi e analisi scientifiche da parte del gruppo di Ricerca nel Continente Bianco – specifica il professore – e dal fatto che la Penisola Antartica sia uno dei luoghi più incontaminati, ma allo stesso tempo più fragili del mondo, dove lo studio degli impatti legati al clima è più facile, anche perché – sottolinea ancora Guglielmin – negli ultimi 50 anni qui il cambiamento climatico è stato fortissimo come in nessun’altra parte del globo”. Inoltre, il Polo Sud è unico per le sue condizioni, come spiega il docente varesino: “Qui c’è una quasi assoluta 42
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TERRITORIO
La stella di Varese che brilla a Londra Lo chef Giorgio Locatelli della celebre Locanda Locatelli nella capitale d’Oltremanica, giudice di Masterchef, si confessa a Varesefocus: “Punto sul lavoro, non mi fido della notorietà” moglie Plaxy e mia figlia Margherita, non usciamo neppure per
Sergio Redaelli sgranchirci le gambe al parco. Il problema più importante è capire
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nnovera tra i suoi clienti Kate ed Harry d’Inghilterra, è un brillante imprenditore e si è scoperto da poco personaggio televisivo dall’infallibile sex-appeal. Giorgio Locatelli, 56 anni, di Corgeno di Vergiate, brizzolato titolare della Locanda Locatelli dell’hotel Hyatt Regency di Londra, è uno chef che piace alle donne. “Qui a Londra mi chiamano ‘italian stallion’ – ammette compiaciuto –. Ma diffido della facile popolarità e sto coi piedi per terra. Il successo in tv è volatile, ho lavorato anche con la Bbc e ho imparato a non lasciarmi travolgere dalla notorietà. Quello che conta è il lavoro, ciò che ho saputo costruire in tanti anni di sacrifici. Però venire a Milano a fare Masterchef è stata una piacevolissima esperienza e una grande soddisfazione professionale”. Locatelli è un emigrante varesino di successo, carriera scintillante, da classico self-made man. Gli inizi a pelar patate nelle cucine dei ristoranti svizzeri, il debutto ai fornelli prima a Parigi e poi a Londra, la svolta imprenditoriale, i libri gastronomici “divorati” dai lettori inglesi e infine la scoperta di essere un volto che funziona anche in tv, bello, bravo e simpatico quanto basta per alzare l’audience. “Contento? In realtà temevo il ritorno in Italia, è stato un banco di prova e mia moglie lo sa – confessa –. Avevo più dubbi di chi mi ha chiamato a Milano, invece è andato tutto bene. Purtroppo, i problemi oggi sono altri. Ho 71 dipendenti e 2 locali a Dubai e Cipro. Ero in procinto di aprirne un quarto in Montenegro, ma l’imprevedibile Covid-19 ha bloccato i progetti. Siamo chiusi dai primi di marzo, mi ritrovo sbarrato in casa a Camden Town con mia 44
fino a quando potremo sostenere finanziariamente la forza lavoro inutilizzata”. Il successo è una parola che Locatelli tratta con cautela: “Penso che sia dovuto a una combinazione di cose: sei un bravo chef quando fai da mangiare con 25 coperti e i clienti escono dal locale soddisfatti. Ma diventa un mestiere diverso quando coordini
decine di persone che lavorano per te. E pensare che da bambino a Corgeno mangiavo pochissimo. Invidiavo gli amici che ingurgitavano corn flakes e rifiutavo il minestrone della nonna, che oggi ricordo con nostalgia. Andavo a dare una mano allo zio Alfio nel ristorante La Cinzianella a Vergiate. Fu là che imparai i segreti della gestione familiare e ho poi cercato di applicarla in proprio. Per me il personale è come una famiglia”. A Vergiate è rimasta la mamma Pinuccia, 84 anni, che Giorgio sente tutte le sere al telefono. E non scorda Varese, terra di grandi cuochi. Grazie alle sue scuole alberghiere, la provincia vanta una gloriosa tradizione nella formazione di chef partiti alla conquista del mondo. Il più celebre è Bartolomeo Scappi, dumentino, che visse quando le scuole di cucina come le intendiamo oggi non esistevano ancora. Emigrò a Roma, servì alla mensa di quattro papi in Vaticano e scrisse il trattato di culinaria forse più famoso del ‘500: “Opera dell’arte di cucinare”. “So bene chi è Scappi – s’illumina Locatelli –. Il mio primo manager Giovanni Baldino era di Dumenza, come lui. Posseggo una bella riproduzione ottocentesca del libro dell’arte di cucinare e quando è possibile mi piace riproporre ricette storiche italiane. Per esempio, ho imparato da Scappi la salsa di pane con le noci. Ma posso prepararla solo quando mia figlia Margherita è assente perché se mangia le noci rischia uno choc anafilattico. È allergica. Ha 22 anni ed è vegana. L’altro mio figlio, Jack, 30 anni, mangia di tutto”. Proprio la cucina senza allergeni e la “fusion” fra la tradizione inglese e quella italiana sono diventati i punti di forza della Locanda Locatelli che serve piatti come la lepre dello Yorkshire con la liquirizia di Rossano Calabro, le capesante irlandesi al Prosecco di
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Locatelli è un emigrante varesino di successo, con una carriera scintillante, da classico self-made man. Dagli inizi nelle cucine dei ristoranti svizzeri, al debutto ai fornelli prima a Parigi e poi a Londra, fino alla tv in qualità di giudice di Masterchef
Valdobbiadene e le linguine aglio, olio e peperoncino con i “velvet crabs”, i granchi dalla pancia vellutata pescati sulle coste britanniche. Non figurano in menù le ghiottonerie prealpine che infiammano i dibattiti sul piatto tipico di Varese, il risotto col pesce persico, i bruscitti di Busto, la faraona alla creta e le costine grigliate come le fanno a Somma Lombardo. Ma c’è una ragione: “Il pesce d’acqua dolce è difficile da trovare oltre manica – spiega –. Il persico arriva 2 volte su 10 dai laghi italiani, le altre dal Nilo e non è la stessa cosa. Mi affido spesso comunque alla gastronomia di lago, cucino il luccioperca e il carpione caldo, magari applicando la tecnica ad altri pesci anziché al lavarello. La cucina è legata alla qualità degli ingredienti. Mi diverto a vedere banchieri e finanzieri della City che a mezzogiorno si siedono a gustare un piatto di pizzoccheri della Valtellina”. C’è qualche problema anche per avere a Londra i vini Igt di Varese: “Mio cugino di Vergiate è stato campione italiano di sommellerie e mi parla spesso dei Nebbiolo di Angera e Azzate, dei Merlot di Golasecca e Morazzone. Ma no, non li ho in lista. È difficile trovarli. Lavoriamo invece con gli ottimi Merlot del Canton Ticino”. Lo chef-rubacuori non scarta l’ipotesi di aprire un giorno un ristorante a Varese. “Non escludo niente – conferma –. L’Italia resta un sogno, magari un locale in riva al lago di Comabbio, a Monate o a Varese città. Dove peraltro ho già fatto gavetta da ragazzo come lavapiatti al ristorante Il Passatore. Di cosa sono orgoglioso? Di aver elevato l’immagine della ristorazione italiana a Londra portandola al livello di quella francese, sono stato il primo a ottenere una stella Michelin all’interno di un hotel cinque stelle. Non era mai successo prima. Nei grandi alberghi c’erano solo ristoranti gestiti dai cugini d’Oltralpe. Grazie a me è cambiata la tendenza, è il mio piccolo contributo all’Italia e ne vado fiero”.
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Giorgio Locatelli: “Andavo a dare una mano allo zio Alfio nel ristorante La Cinzianella a Vergiate. Fu là che imparai i segreti della gestione familiare e ho poi cercato di applicarla in proprio” 45
SMART WORKING: COSA POSSIAMO FARE PER VOI
(e cosa vi suggeriamo di fare per le vostre Aziende)
Dal 10 marzo, data di avvio del lockdown, tutto lo staff di ASSI è pienamente operativo in forma di smart working. Molte delle imprese nostre clienti hanno potuto fare come noi, grazie alle soluzioni software e hardware che da anni promuoviamo e alla loro lungimirante risposta positiva nell’accoglierle. Per il nostro gestionale SisisnfoWeb 4.0 abbiamo fornito la consueta assistenza perché, nella sua formula in cloud, ha garantito la continuità operativa di sempre. Nelle settimane successive al 10 Marzo abbiamo invece lavorato senza sosta per attivare postazioni di lavoro da casa, a clienti di sempre (che ancora non avevano alcuni strumenti) e clienti nuovi. Abbiamo così trascorso buona parte del mese di Marzo e di Aprile: • Acquistando, configurando, consegnando e installando notebook e mobile devices • Supportando clienti per implementare forme di BYOD (Bring-Your-Own-Device) che prevede la possibilità da parte dei lavoratori, nell’ambito di specifici accordi, di utilizzare i propri device personali per accedere ad alcune applicazioni aziendali • Attivando VPN e accessi sicuri • Attivando servizi di cloud computing (che garantiscono, anche in tempi fuori dalle emergenze contingenti, scalabilità dei dati, in un ambiente profilato che contiene applicativi e informazioni in totale sicurezza e preservandone l’integrità) • Fornendo assistenza telefonica immediata e reale a tutte le soluzioni avviate Sappiamo che molte imprese si sono “forzatamente” dotate di queste (non nuove) tecnologie per fare lavorare da casa risorse aziendali ma, da tutti loro, abbiamo avuto riscontri positivi non solo perché sono riusciti a garantire la continuità operativa di cui avevano bisogno ma anche perché, con l’occasione, hanno scoperto una forma di lavoro “smart” da molti altri punti di vista. Smettere di investire in tecnologia, mai come oggi, significa fermarsi. Fermarsi davvero anche in tempi non pandemici. La sostenibilità e il guardare avanti, lockdown o no, è anche tecnologia e digitale di cui dotarsi e su cui formarsi.
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Un augurio sonoro di felicità Due giovani violinisti, un lago al tramonto, una melodia emozionante: questi gli ingredienti del filmato che spopola su YouTube realizzato dai varesini Simone Aguzzi e Tommaso Losito Mario Chiodetti
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ue ragazzi, un violino, un violoncello e il lago al tramonto, in una calma assoluta, quella che la natura sa donare a chi la ama. Due ragazzi e un messaggio in bottiglia, sonoro e struggente, che accarezza le acque e i canneti prima di perdersi nel cielo e frammentarsi in un pulviscolo leggero diretto ai cuori di chi ascolta. Simone Aguzzi e Tommaso Losito, 15 e 17 anni, studenti di musica, hanno dedicato il loro primo video alla regione in cui vivono, la Lombardia, falcidiata dalla pandemia del Coronavirus, e a tutti coloro che hanno sofferto o lavorato con straordinario impegno per fermare il nemico invisibile. Entrambi
varesini, prima che i decreti governativi impedissero i contatti sociali, hanno deciso di fare qualcosa per allietare le ore da trascorrere forzatamente in casa e non c’è niente di meglio della musica per far volare la mente lontano dalle preoccupazioni e dall’angoscia. “Dalla scorsa estate suoniamo insieme, il nostro ensemble si chiama SdueT, le nostre iniziali suggellano il duo, che abbiamo formato per esibirci a feste e matrimoni, proponendo sia musica classica sia hit leggere. Il nostro sogno era quello di realizzare un video, così abbiamo contattato due amici, Riccardo Bossi e Paolo Giorgetti, entrambi appassionati di fotografia e riprese. Abbiamo accelerato i tempi e a metà febbraio le riprese erano pronte: Riccardo ha manovrato il drone, mentre Paolo ha girato il video e lo ha montato. Abbiamo scelto il porticciolo di Capolago, da poco
I due giovani violinisti sul porticciolo di Capolago (Varese)
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Simone Aguzzi e Tommaso Losito, 15 e 17 anni, studenti di musica, hanno dedicato il loro primo video alla regione Lombardia e a tutti coloro che hanno sofferto o lavorato con impegno per fermare Covid-19, il nemico invisibile risistemato, e sul pontile abbiamo suonato uno dei brani più belli di Ennio Morricone, ‘Once upon a time in the West’, tema tratto dal film ‘C’era una volta il West’ di Sergio Leone. Le riprese sono state effettuate al tramonto, per dare maggiore suggestione e creare emozioni in chi poi avrebbe guardato il video, postato su YouTube e Instagram”. A parlare è il quindicenne Simone Aguzzi, allievo del Liceo scientifico “Galileo Ferraris” e della scuola dell’associazione ImmaginArte di Varese, istituto quest’ultimo dove si insegna musica con il metodo Suzuki. “Il problema poi è stato quello di realizzare l’audio e mixarlo, con la quarantena non è stato facile. Io e Tommaso abbiamo registrato la nostra parte a casa e poi montato il tutto con le immagini. In 5 giorni abbiamo avuto su YouTube ben 3.100 visualizzazioni, segno che il nostro augurio di serenità è arrivato a destinazione”. Simone Aguzzi studia il violino dall’età di 4 anni, è allievo di Carlo Taffuri e Adrian Pinzaru e suona sia come solista sia nell’orchestra di ImmaginArte, con la quale ha compiuto tournée a New York, Parigi, San Pietroburgo, Venezia e Sofia. “Nella mia famiglia papà suonava un po’ il violino da ragazzo e mia mamma il pianoforte. Loro mi hanno incoraggiato a studiare musica, ora sto imparando il Concerto per violino e orchestra di Max Bruch. Con Tommaso, anche lui allievo di ImmaginArte, ho suonato anche nelle orchestre Ukom e Futurorchestra di Milano, e ho debuttato come solista eseguendo il secondo e terzo tempo dell’‘Inverno’, tratto dalle Quattro stagioni di Vivaldi. Amo molto il Barocco e Vivaldi in particolare, ma ascolto musica di ogni genere, tranne il rap italiano. Mi piace il canottaggio e lo pratico alla Schiranna, ma anche la fotografia e il videomaking, ma la musica
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mi permette di conoscere me stesso e il mondo. Certo, lo studio di uno strumento presuppone dei sacrifici, ma per me vuol dire esprimere le emozioni che voglio ed è come se ogni volta imparassi un nuovo linguaggio. Tra i violinisti di oggi, oltre al mio maestro Pinzaru, sono affascinato dalla bravura di Hilary Hahn”. I musicisti di SdueT fanno “tutto in casa”, scelgono i brani e li arrangiano per violino e violoncello, dalla Passacaglia di Haendel a “Viva la vida”, fino a “Despacito” e così hanno fatto per “Once upon a time in the West”, “pezzo molto emozionale che fa riflettere sul dramma che stiamo vivendo per i contagi nel mondo e in particolare in Lombardia”. Tommaso Losito studia al Liceo musicale di Varese, dove è allievo di Caterina Cantoni e alla scuola Suzuki di ImmaginArte con l’iraniano Babak Khayami. Sua è stata l’idea del brano di Morricone da eseguire nel video: “L’ho ascoltato al teatro di Varese prima di Natale, nel corso di uno spettacolo dedicato alle musiche da film di questo grande autore. Ho trascritto la parte per SdueT e abbiamo incominciato a studiarla, pensando a un luogo ‘iconico’ dove girare il video. La scelta del lago di Varese non è casuale, rappresenta le nostre radici. Il nostro è un messaggio di speranza, la musica sa unire i cuori e le menti. Nei giorni di quarantena abbiamo poi postato sempre su YouTube un altro video, realizzato forzatamente in casa: si tratta di ‘Libertango’ di Astor Piazzolla, un brano più dinamico, capace di trasmettere ottimismo. Con Simone suono anche musica contemporanea, un’idea è quella di realizzare un video al Sacro Monte, quando finirà il distanziamento sociale, con l’Hallelujah di Leonard Cohen”. Tommaso studia il violoncello da 9 anni e vuole diventare concertista: “I miei genitori mi portarono alla scuola Suzuki dove mi fecero ascoltare diversi strumenti. Il violoncello mi affascinò subito e lo scelsi senza indecisioni. Terminata la scuola a Varese entrerò in conservatorio, ho già dato alcuni esami, e poi mi auguro di poter fare il solista e di stare con l’orchestra alle spalle, anche se mi piace comunque suonare in gruppo”. Il giovane violoncellista varesino, che ama ascoltare musica classica - il suo compositore preferito è Cajkovskij - ha 2 artisti di riferimento: “Uno è il grande ‘Slava’ Rostropovich, ma ancor di più l’armeno Narek Hakhnazaryan, bravissimo, dalle cui registrazioni cerco di imparare più che posso”. Due ragazzi in gamba, capaci di dare vita a un sogno e a condividerlo con la comunità, unendo la musica alla bellezza con semplicità e dedizione. Il mondo che verrà dopo la fine della pandemia, avrà sempre più bisogno di giovani come loro.
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TERRITORIO
La scatola dei suoni al Mils Il Museo delle Industrie e del Lavoro del Saronnese è una realtà in cammino, inaugurata nel 1968, che nel corso degli anni ha esposto pezzi della storia industriale del Varesotto, narrandone le tappe fondamentali. Tra le ultime in iniziative, l’esposizione di una mostra sulla radiofonia Maria Grazia Gasparini
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l Museo di cui parliamo si trova a Saronno e il suo nome per esteso è: Museo delle Industrie e del Lavoro del Saronnese, acronimo Mils. Nato per volontà di Luigi Lazzaroni e di alcuni suoi amici operanti nel settore industriale, fu creato nel luglio del 1966 e 2 anni dopo fu inaugurato in uno storico
Radio Phonola
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capannone messo a disposizione dalle Ferrovie Nord Milano. Lo stesso spazio lo occupa tuttora con 2.200 metri quadri di cui 800 al coperto. Già, perché una sezione allo scoperto ospita materiale rotabile d’epoca con storici macchinari, tutti visitabili. Saronno ha sempre avuto uno stretto rapporto con le Ferrovie Nord Milano, fin dal 1879 quando fu inaugurata la linea Milano-Saronno che diede un forte impulso all’insediamento di piccole e grandi attività industriali. È fuori dubbio che per oltre 60 anni alcune fra le più prestigiose industrie meccaniche, cotoniere, elettromeccaniche, del settore alimentare e altre ancora, consentirono al territorio un benessere reale e diedero spunto a nuove prospettive di sviluppo del territorio. Il dopoguerra rappresentò un periodo difficile come per tutto il mondo. La crisi del tessile e della meccanica, causata anche dalla concorrenza internazionale, provocò la chiusura di grandi aziende come la Cemsa e l’Isotta Fraschini che passò all’Iri. Emersero però altre piccole e medie imprese in altri settori produttivi e nel terziario; diverse “ferite industriali” si sanarono e nel 1960 a Saronno fu conferito il rango di “città”. Proprio per non disperde-
re queste preziose testimonianze, il Mils ha continuato ad arricchire il suo patrimonio e a mantenerlo sempre vivo attraverso varie iniziative. Va detto che il Museo saronnese può vivere solo grazie ai suoi volontari ed è grazie a questo gruppo di persone che è possibile l’apertura gratuita delle sue sale al pubblico e le visite guidate di gruppi e scolaresche che trovano, di fatto, un pezzo di storia ben raccontata e tangibile che non potranno dimenticare. Presidente è Arnaldo Siena che ha trascorso la sua vita lavorativa alle Ferrovie Nord, Vicepresidente e direttore è Silvio Bonfiglio. L’ultima acquisizione del Mils è una ricca collezione di radio d’epoca che, aggiungendosi agli apparecchi già presenti, testimoniano l’evoluzione tecnologica della radiofonia. Sono apparecchi provenienti da tutto il mondo, costruiti da 54 costruttori diversi tra americani ed europei e fra questi 11 localizzati in Lombardia. La visita della collezione rappresenta un affascinante viaggio lungo mezzo secolo, dagli anni ‘20 agli anni ‘60, dove spiccano radio con design di diverso stile, dal liberty, all’art nouveau, fino al neoclassico. Se si pensa che questi oggetti hanno rappresentato in passato l’unico mezzo per restare collegati al mondo e hanno offerto momenti di gioia e di svago, sono veramente da guardare con affetto. La radio poi ha un legame particolare con Saronno: qui, infatti, nel 1929, nacque la Fimi, che costruì apparecchi radio e poi televisori col famoso marchio Phonola. Sin dalla sua nascita il Museo ha prestato particolare attenzione al mondo dei giovani con visite guidate e varie iniziative atte a “catturare” la loro attenzione anche attraverso un linguaggio e un approccio contemporaneo. La realtà virtuale è uno tra i più gettonati: sulla vecchia carrozza ferroviaria, il visitatore, seduto sui comodi divani di velluto della prima classe, indossa il visore e viene coinvolto in un viaggio simulato. Si vedrà attorniato da pas-
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La realtà virtuale è una tra le attrazioni più gettonate del Museo: sulla vecchia carrozza ferroviaria, il visitatore, seduto sui comodi divani di velluto della prima classe, indossa il visore e viene coinvolto in un viaggio simulato
seggeri vestiti con abiti dell’epoca che viaggeranno con lui: donne che chiacchierano, un uomo che legge il quotidiano, bimbi che si divertono con una palla mentre dai finestrini scorre il paesaggio della campagna lombarda. Nella prima sala del Museo c’è poi uno schermo gigante trasparente con visione olografica su cui viene proiettato un filmato che fa da introduzione alla visita del Museo. E poi c’è un tablet, donato dal quotidiano locale online, Il Saronno, che dà la possibilità di creare un ponte fra la storia delle aziende del passato e la cronaca della Saronno di oggi, dando così un inizio e una fine alle vicende. Non paghi, c’è la Biblioteca del Mils, dove sono conservati documenti, cataloghi e libri che testimoniano l’evoluzione industriale del Saronnese, inclusi alcuni brevetti registrati in Italia e all’estero, da sempre una preziosa fonte per le ricerche e per la preparazione di tesi universitarie. Al Mils, dietro ad un ingresso modesto che passa quasi inosservato, si apre un mondo incantato e soprattutto si apre una preziosa e dinamica realtà a molti sconosciuta. Il Vicepresidente Bonfiglio
Una carrozza storica di Ferrovie Nord Milano
si augura che la mostra sulla radiofonia recentemente realizzata (è stata inaugurata il 13 febbraio in occasione della Giornata Mondiale della Radio) possa diventare anche una “mostra itinerante” ospitata dalle scuole del territorio, per consentire a tanti ragazzi di avvicinarsi alla storia della radio e scoprire come si sia tecnologicamente evoluta e l’importante ruolo che ha svolto, come indispensabile mezzo di comunicazione e di socialità.
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Il Museo saronnese può vivere solo grazie ai suoi volontari ed è grazie a questo gruppo di persone che è possibile l’apertura gratuita delle sue sale al pubblico e le visite guidate di gruppi e scolaresche 51
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Qual è il cibo buono da donare? Cosa mangiare, in quali quantità, come alternare gli alimenti ed imparare a nutrirsi bene. Questi sono solamente alcuni degli obiettivi del vademecum realizzato dalla dietologa Carla Lertola e dall’associazione Robin Foood, da anni attiva nella distribuzione di pasti equilibrati per i più poveri. Consigli utili per donazioni di qualità, ma anche per migliorare il proprio stile di vita “Liberi dalle diete con il Metodo Carla Lertola”, il libro che illu-
Stefania Radman stra le sue teorie alimentari pubblicato dalle edizioni Mondado-
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on basta, per fare del bene al prossimo, semplicemente “donare cibo”: per evitare malattie e malnutrizione è importante far si che tutti possano alimentarsi in modo corretto. Mangiare bene e stare in salute non è così semplice e scontato, anche nei paesi più ricchi. Per rendere più razionali gli aiuti alimentari a chi ha difficoltà economiche è nata così l’associazione Robin Foood (si, proprio con 3 “o”) che da 5 anni, e ancor più in questo periodo di emergenza sanitaria, si occupa di assicurare pasti equilibrati in grado di aiutare a mantenere in salute i più poveri. Ad idearla è stata una dietologa dall’esperienza trentennale: Carla Lertola, che in questi anni, oltre alla sua attività medica in studio (una delle sue sedi è al Melo di Gallarate), si è preoccupata di promuovere la diffusione di una corretta cultura alimentare, anche attraverso i media nazionali. Da anni infatti è esperta dietologa per il mensile Starbene, è nota per la trasmissione di Canale 5 “In Forma con Starbene” e per le sue numerose apparizioni televisive ed ha infine Carla Lertola pubblicato con successo il suo
ri. Il progetto di Robin Foood prevede la consegna settimanale o mensile di pasti e pacchi alimentari che contengono alimenti freschi, di stagione e che rispondono ai fabbisogni nutrizionali di ogni persona, secondo le linee guida scientifiche italiane, in base a sesso ed età. “L’obiettivo non è semplicemente ‘donare cibo’, ma fornire tutti gli alimenti e i principi nutritivi necessari alla vita e a un buon stato di salute”, spiega Carla Lertola. Robin Foood con i suoi pacchi ha come obiettivo anche quello di insegnare ai suoi assistiti come gestire gli alimenti durante la giornata e come alternarli tra loro nei vari pasti, giorno per giorno. Per questo, accanto al supporto dietologico, l’associazione si preoccupa di effettuare il monitoraggio nutrizionale e psicologico degli assistiti. Un insegnamento importante in tempi normali, che lo diventa ancor di più in tempi di emergenza sanitaria: “In questa particolare contingenza, è fondamentale nutrirsi bene, per poter rimanere in salute - sottolinea l’esperta -. Consumare una quantità di alimenti adeguata al mutato fabbisogno e seguire un regime alimentare bilanciato aiuta a mantenere uno stile di vita sano, ‘sobrio’ e senza sprechi 53
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a partire dalla tavola. Per questo abbiamo deciso di mettere ‘per iscritto’ poche semplici regole che potevano essere d’aiuto a tutti”. Quello che ha realizzato Robin Foood con la direzione medica della Lertola è qualcosa di più di una semplice lista della spesa: un modo concreto per scoprire in cosa consiste il “buon cibo”, cioè una dieta bilanciata, con giuste quantità per ogni pasto. “In realtà, il vademecum è nato come supporto a Fondazione Banco Alimentare, che aveva la necessità di fornire dei pacchi alle famiglie bisognose il più possibile equilibrati: il nostro opuscolo digitale è quindi nato innanzitutto in loro supporto - spiega la dietologa -. Ma alla fine ci siamo resi conto che si trattava di prescrizioni valide per tutti e pratiche in un momento in cui la spesa si fa in condizioni difficili, troppo spesso senza poter pensare a cosa abbiamo bisogno”. Per tutti coloro che non stanno già seguendo una terapia dietetica per problemi di salute, il team di Robin Foood Onlus ha quindi realizzato un vademecum che vuole fornire un aiuto nell’organizzare i pasti in modo corretto e nutrizionalmente bilanciato: “Il momento che tutti stiamo vivendo è delicato, ma con qualche semplice suggerimento possiamo agire nel modo corretto, anche a tavola, per evitare di accumulare troppo cibo o di puntare sugli alimenti nutrizionalmente sbagliati”. Nel vademecum, innanzitutto, c’è la “La lista della spesa ideale”: cioè tutti gli alimenti essenziali perché una persona possa mangiare correttamente per una intera settimana. “Alcuni comuni lo hanno anche usato come riferimento per i buoni spesa”, spiega. Ma contiene anche le indicazioni di base su una corretta nutrizione e un accenno alla “dietetica per volumi” che riesce, senza bisogno di pesare e quindi senza la schiavitù della bilancia, a definire qual è la porzione giusta, semplicemente aiutandosi con la propria mano. Insomma, La lista della spesa ideale un utile opuscolo, in pdf, per tutti coloro (per 1 persona per 1 settimana) che fanno fatica a “gestire la quarantena” anche dal punto di vista dell’alimentaLatte vaccino o bevanda vegetale (tipo latte di soia): 1-1,5 litro zione. Per coloro che ritenessero utile Biscotti, fette biscottate, cereali da colazione: un pacco l’attività dell’associazione, c’è poi anche Pane, pasta, riso: 1-1,5 kg la possibilità di partecipare e contribuire: Legumi: 3 scatolette piccole o un pacco di legumi secchi “Per coloro che volessero supportare le Pesce: 0,5 kg circa già pulito nostre attività aiutandoci con una donaCarne bianca: 200/250 g zione, ricordiamo che è sempre possibile partecipare alla campagna ‘Dona un PacCarne rossa: 100/150 g co’ di Robin Foood Onlus - conclude la Salumi: 50/70 g dietologa -. Devolvendo la cifra necessaUova: 2 ria a coprire una o più settimane di buon Formaggio fresco: 100 g (una mono-porzione) cibo per un nostro assistito. Soprattutto Formaggio stagionato: 50 g in un periodo come questo, aiutare può Verdura: 3/3,5 kg davvero fare la differenza: grazie a partFrutta: 2,5/3 kg ner e donatori, a marzo abbiamo distriOlio extravergine d’oliva (preferibilmente a crudo): una bottiglia buito 1.200 pacchi solo a Milano”.
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robinfoood.it
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Il Premio Chiara non si ferma Confermata l’edizione 2020 della rassegna letteraria, e non solo, dedicata allo scrittore luinese. Il Festival del Racconto, Coronavirus permettendo, porterà eventi alla biblioteca di Varese, al salone Estense, a Villa Recalcati e nei comuni di Azzate, Luino, Milano, Mendrisio e Lugano dal fatidico febbraio, quando il male ha incominciato a infiltrarsi
Mario Chiodetti dappertutto, ma non la macchina che muove il premio intitolato
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hissà cosa avrebbe scritto Piero Chiara sulla convivenza forzata nelle case dovuta all’incubo del Coronavirus, con coppie al collasso, amanti contattati via Skype, baci virtuali e bambini resi idrofobi dalla clausura. Tutto si è fermato
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allo scrittore luinese, con al volante gli indomiti Bambi Lazzati e Romano Oldrini, decisi anche stavolta a promuovere cultura e bellezza. Il distanziamento sociale obbligatorio fa sì che gli ingegni si aguzzino e le tecnologie diventino l’unico appiglio per tenere unita la
sono: Michele Airoldi, Presidente di “LetterAltura” di Verbania, Paola Benetti, dell’ufficio scolastico territoriale di Varese, Cristina Baracchi di Filosofarti di Busto Arsizio e Preside del “Crespi”, Marco Corso, giornalista, Marco Faré, docente al liceo di Bellinzona, Simone Fornara della Supsi di Lugano e Pierpaolo Pedrini, docente alle scuole superiori di Lugano. Se tutto andrà bene, la presentazione dei ragazzi finalisti avverrà domenica 4 ottobre alle 16:30 alla libreria Feltrinelli con Consolo e Baracchi a intervistare i giovani scrittori. Per i papabili al Chiara alla Carriera e al premio “Le Parole della Musica” bocche cucite, Lazzati e Oldrini hanno in mano un poker di nomi molto interessanti, architetti, critici d’arte, direttori d’orchestra e cantautori che hanno appeal verso i giovani, ma per ora si sa soltanto che non si interromperà la catena
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popolazione dei giurati e dei lettori, punto di forza del Festival del Racconto, assieme agli autori e ai molti ospiti degli incontri. Nonostante il lockdown, infatti, ci sarà molta carne al fuoco anche per l’edizione 2020, la trentaduesima, e accanto al Premio Chiara, che nel 2019 ha visto la vittoria di Marta Morazzoni, rimarranno come al solito il Chiara Giovani, il Premio Inedito e quello alla Carriera, oltre alle Parole della Musica, al Premio Prina e al concorso Videomaking “Da un racconto di parole a un racconto per immagini”. “Il ‘Chiara’ non si ferma, questo è il nostro messaggio forte, la cultura va avanti, pur nelle difficoltà. Certo, abbiamo dovuto compiere diversi aggiustamenti e forse dovremo rinunciare ad assegnare il premio per il miglior inedito perché finora sono arrivati pochissimi manoscritti”, spiega Bambi Lazzati. “La novità forzata riguarda la giuria del Premio Chiara, che si riunisce online per scegliere la terna finalista. Sono arrivate circa 40 raccolte di racconti, la scelta come sempre non è semplice, ma i giurati sono di alto livello. Purtroppo penso che non potremo fare la conferenza stampa di presentazione dei finalisti del premio maggiore, di quello dedicato ai giovani e dell’inedito, prevista il 25 giugno. Vorrà dire che la organizzeremo online. Un altro problema sarà quello relativo alla votazione della giuria popolare: è molto difficile ormai spedire i libri e le schede per il voto a ogni giurato. Probabilmente ricorreremo, per la lettura, al pdf del libro, da leggere al computer e sui tablet, però il nostro notaio non tiene conto di votazioni online, vuole giustamente la scheda cartacea. Vedremo se per fine estate la cosa sarà possibile”. Rischia anche la cerimonia di proclamazione del vincitore, prevista per il 18 ottobre alle 17:00 a Ville Ponti: “Chi sa se per quella data si potranno fare entrare persone in una sala e a che distanza dovranno stare. Sarebbe un peccato annullare tutto, questa edizione la dovrebbe presentare proprio Marta Morazzoni, che ha accettato con entusiasmo. Il giorno prima, alle 17:00, dovremmo presentare la terna di finalisti alla Biblioteca Cantonale di Lugano e il 18, alle 10:00 del mattino, fare lo stesso al Ma*Ga di Gallarate, speriamo”. La macchina del Premio Chiara quindi va avanti e Bambi Lazzati ha anche stavolta pensato di stampare il libretto con i racconti dei ragazzi del Premio Chiara Giovani, concorso che quest’anno ha per tema l’Acqua e la cui giuria vede come Presidente Salvatore Consolo, Preside del “Cairoli” di Varese, mentre i giurati
dei riconoscimenti. “Speriamo anche di poter fare i 2 seminari gratuiti, ma con obbligo di prenotazione, in ottobre a Villa Recalcati. Il primo sarà tenuto il 10 ottobre dalle 9:00 alle 13:00 da Beatrice Marini, che insegnerà a scrivere una fiaba, mentre il secondo, a cura di Claudia Donadoni e Nicola Tosi, in programma il 17 con lo stesso orario, sarà dedicato alla lettura espressiva”, aggiunge Bambi Lazzati. Altri 2 appuntamenti importanti sono Il Premio “Riccardo Prina” per un racconto fotografico e quello per i videomaker, per la trasposizione in video di un racconto di Piero Chiara. “Anche quest’anno, virus permettendo, con il ‘Prina’ saremo in Triennale a Milano il 7 e l’8 novembre con le opere finaliste e poi in Galleria Ghiggini a Varese il 15, con la mostra e la premiazione dei vincitori. Sabato 7 novembre, alle 17:00, nel Salone d’Onore della Triennale il fotografo Francesco Jodice parlerà della sua ricerca assieme a diversi giovani colleghi”. Il bando per partecipare al Premio “Riccardo Prina”, arrivato alla decima edizione, è aperto ai fotografi di età tra i 18 e i 40 anni e scade il 25 maggio. Occorre inviare una sequenza fotografica che abbia in sé un’idea di narrazione, da 3 a 6 scatti, corredata da titolo. La partecipazione è gratuita e nella giuria ci sono, tra gli altri, Matteo Balduzzi, curatore del museo di Fotografia Contemporanea, l’architetto Riccardo Blumer ed Elisabetta Sgarbi. Il vincitore riceverà un premio di 800 euro dalla famiglia Prina e
Nelle foto alcuni momenti salienti del Premio Chiara 2019
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avrà la possibilità di realizzare una mostra personale al Ma*Ga di Gallarate nella primavera 2021. Il comitato del Premio “Claudio De Albertis”, alla memoria del celebre presidente della Triennale, sceglierà poi un’opera a cui andrà un riconoscimento di 400 euro, così come altri 400 euro andranno all’autore della fotografia scelta dagli Amici di Riccardo Prina. Terza edizione per il concorso Videomaking “Da un racconto di parole a un racconto per immagini”, nazionale e transfrontaliero e aperto a videomaker, creativi, esperti digitali professionisti e no senza limiti di età, con scadenza per la consegna via mail (all’indirizzo: contest.pierochiara@gmail.com) il 27 giugno 2020. Dieci minuti la durata dei video da presentare e racconto di Chiara scelto a piacere magari dal “Meridiano” Mondadori dedicato allo scrittore e curato da Mauro Novelli. In giuria Domenico Lucchini, direttore del Cisa di Locarno, Gianmarco Gaspari, docente di Letteratura italiana all’Insubria, il regista Giorgio Ghisolfi, i giornalisti Matteo Inzaghi e Bernardino Marinoni e il responsabile della redazione spettacoli del “Corriere del Ticino” Antonio Mariotti. Al vincitore andranno 1.000 euro, al menzionato 500. “Se la pandemia ce lo permetterà, il Festival del Racconto porterà eventi alla biblioteca di Varese, al salone Estense, a Villa Recalcati e nei comuni di Azzate, Luino, Milano, Mendrisio e Lugano. Gli sponsor ci sostengono anche questa volta, c’è la Regione Lom-
“Anche quest’anno, virus permettendo, con il Premio Riccardo Prina saremo in Triennale a Milano il 7 e l’8 novembre con le opere finaliste e poi in Galleria Ghiggini a Varese il 15, con la mostra e la premiazione dei vincitori” bardia e la Regio Insubrica, con il premio a essa dedicato, arrivato alla seconda edizione e assegnato a uno dei 15 finalisti del Premio Chiara Giovani che fa parte della Regio Insubrica, comprendente Vco, Varese, Como e Canton Ticino”, conclude Bambi Lazzati. In questi mesi di convivenza forzata, la lettura può essere davvero una risorsa preziosa, assieme all’auspicio di poter presto ascoltare le voci degli scrittori e di chi ha amato e ama lo straordinario mondo creato da Piero Chiara nei suoi racconti e romanzi. Il Premio Chiara non si ferma e anche noi lettori, da casa, possiamo dargli una mano.
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▶ PROVINCIA DA SCOPRIRE RUBRICHE
Tra misticismo e leggende nel Varesotto Luoghi sacri meno conosciuti, cappelle campestri e antiche mitologie pagane. Varesefocus accompagna i propri lettori in un itinerario inedito, alla scoperta di località, a volte, difficilmente accessibili ma dall’enorme fascino spirituale. In attesa di poterle visitare di persona... Alessandra Favaro
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antuari e monasteri silenziosi, cripte segrete, leggende e misticismo: c’è una chiave di lettura che va in profondità tra Varese e la sua provincia e passa per tanti luoghi di Fede e misticismo che hanno permeato da sempre città, edifici sacri, ma anche boschi e luoghi naturali. I luoghi della Fede hanno lasciato testimonianze di arte, storia e cultura divenute ricchezza per tutta la comunità del Varesotto. A partire dai suoi esempi più lampanti, come il Sacro Monte di Varese, Patrimonio Unesco, il Monastero di Torba bene Fai, quello di Cairate, il Chiostro di Voltorre affacciato sul lago di Varese e altri monumenti ed edifici religiosi da sempre noti e visitati. Ma i luoghi della spiritualità del Varesotto sono molti di più, a volte difficilmente accessibili, ma non meno affascinanti. Torniamo al Sacro Monte varesino, dopo aver percorso la Via delle Cappelle e visitato il santuario. Nel sottosuolo, è stata scoperta una cripta di origine romanica, ricca di affreschi e reperti che testimoniano in loco l’esistenza di un antichissimo edificio di culto mariano, a oggi non noto. Questa antica chiesa originaria venne abbattuta in età carolingio-ottoniana per edificare, ex novo e in forma ampliata, una nuova cappella, il cui presbiterio absidato è arrivato fino ai giorni nostri, la Cripta romanica del Sacro Monte. Uno degli aspetti più suggestivi della cripta sono gli affreschi, con scene devozionali, databili tra il 1360 e il 1370 circa; secondo altri la loro esecuzione va avanzata ai primi anni del XV secolo, a causa di caratteri stilistici simili a quelli presentati dagli affreschi della Schirannetta di Casbeno datati 1408. Dal Varesotto passano anche i luoghi mistici di un antico pelle-
Cappella di San Gemolo
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grinaggio da poco riqualificato, la Via Francisca del Lucomagno: un’antica via romana-longobarda che da Costanza, nel centro Europa, porta a Pavia passando dalla Svizzera. È lunga 510 chilometri, di cui 135 in Italia. Alcuni tratti sono accessibili alle persone a ridotta capacità motoria. Il tracciato è ben segnalato e in sicurezza. La Via può essere percorsa tutto l’anno, a piedi o in bicicletta, grazie al fatto che il passo del Lucomagno in Svizzera, con i suoi 1.915 metri di altezza è il più basso dell’area alpina e difficilmente presenta condizioni avverse ai camminatori. Tre le tappe varesine del percorso: a Lavena Ponte Tresa, Torba e Varese. Misticismo e sacralità penetrano fino ai luoghi più remoti della provincia, intrecciando storie di Fede e di Santi ad antiche leggende pagane. Come la figura di San Gemolo a Ghirla: la cappelletta campestre è un cameo che spicca all’interno del parco del Campo dei Fiori. Da li partono numerosi sentieri nel verde, tra cui quello che accompagna alla “fontana dei sassi rossi” o Fonte di San Gemolo. La credenza popolare narra che i sassi di quel punto fossero tinti dal sangue del martire. Secondo la tradizione infatti il giovane diacono Gemolo, verso l’inizio dell’XI secolo, fu decapitato da alcuni briganti nel tentativo di difendere il proprio zio Vescovo, nei pressi di una sorgente in Valganna. Al sacrificio seguirono diversi miracoli e la santificazione del giovane con dedicazione della chiesa che oggi è conosciuta come la Badia di San Gemolo. Ubicata poco più avanti, nel comune di Valganna: nata come cappella alla fine dell’XI secolo, venne eretta in stile lombardo nel 1125 con campanile romanico. Il complesso ospitò una comunità ermetica benedettina divenuta nei secoli sempre più influente e ricca, tanto da rendere la Badia un importante punto di snodo e transito. Oggi è arricchita da un museo. Non solo testimonianze sacre e cappellette campestri: la provincia di Varese è costellata anche da luoghi naturali e siti considerati leggendari o mistici, a cui sono legate storie e leggende. Restando in Valganna ad esempio, c’è la “leggenda del Faggio guerriero”: ogni primavera, nella zona del lago di Ghirla, nel mese di aprile, c’è un albero maestoso che si colora di verde e fiorisce prima di tutti gli altri. Come se fosse un “generale” che dà per primo il via alla fioritura di tutti gli altri. A questo fenomeno singolare è legata una leggenda: un condottiero sanguinario si tolse la vita dopo es-
Misticismo e sacralità penetrano fino ai luoghi più remoti della provincia, intrecciando storie di Fede e di Santi ad antiche leggende pagane. Come la figura di San Gemolo a Ghirla: la cappelletta campestre è un cameo che spicca all’interno del parco del Campo dei Fiori 62
sersi pentito di un’esistenza violenta e dopo aver mandato a morte il suo esercito. Una strega, gli concesse un ultimo desiderio: il condottiero chiese di poter essere, almeno per una volta, portatore di vita e non di morte. Così è da allora. Un’altra leggenda che riguarda alberi e luoghi naturali è quella della “fontana dell’Avvocato”, lungo la strada che da Brinzio porta a Cuvio passando per Castello Cabiaglio. Si chiama così perché il terreno in passato apparteneva ad un avvocato, appunto. Qui, proprio affacciata sulla strada, si trova una fonte a cui è legata una strana leggenda: si dice che da qui sgorghi acqua afrodisiaca. Spesso ne hanno parlato anche giornali e ricerche, ma ancora un fondo scientifico a questa credenza, che resiste agli anni, non è stata scoperta. “Ul funtanin de l’avucatt”, come si chiama in dialetto, sgorga sotto le radici di un faggio secolare e pare le sue acque venissero considerate una sorta di Viagra naturale... credenza, verità o speranza? Sulle sponde del fiume Ticino è nata una delle civiltà antiche più famose dell’area insubrica, la Civiltà di Golasecca, cultura protoceltica molto evoluta, di cui ancora oggi si possono osservare usi e costumi in musei ma anche in passeggiate nel bosco. Un luogo “mistico” è senza dubbio nel bosco di Golasecca, a pochi metri di distanza dalla cosiddetta spiaggia Melissa: addentrandosi nel sentiero del Parco del Ticino, si può scoprire il sentiero del Monsorino, estremamente suggestivo, perché immerso all’interno di un’importante area archeologica, che ha permesso di studiare nel corso degli anni passati le popolazioni della Cultura di Golasecca. Dalla riva del fiume Ticino, attraverso boschi di querce, castagni, sambuchi e biancospini, il sentiero raggiunge la zona archeologica, in cui sono ancora oggi visibili i circoli di pietre funerari (cromlech, termine gallese che indica un recinto circolare di pietre) dei golasecchiani. Oltre a quelli del Monsorino, sono stati trovati nel Varesotto ulteriori cromlech, precisamente nei pressi delle località Garzonera di Vergiate e a Vigano di Somma Lombardo (dove è presente il cromlech di dimensioni maggiori, avente un diametro di 17 metri). Il lago Maggiore invece, ad Angera, custodisce l’unica testimonianza di culto mitriaco in Lombardia e una delle pochissime in Italia. Un culto antichissimo di cui si conosce poco e che qui veniva celebrato in una grotta lungo la parete di roccia che porta alla Rocca Borromeo. L’antro mitriaco di Angera, detto anche “Tana del Lupo” (tana del luf, in angerese), è una cavità naturale in cui sono stati ritrovati importanti reperti del mesolitico, risalenti a circa 7.000 anni prima di Cristo. In età romana, dal II secolo d.C. in poi, la grotta venne adibita al culto del dio persiano Mitra, i cui riti venivano celebrati in locali sotterranei. Al suo interno sono presenti antiche incisioni legate ai culti misterici, oltre a diversi incavi rettangolari predisposti per accogliere lapidi e rilievi votivi. A questo luogo, inaccessibile al pubblico, ma che è possibile conoscere nel museo locale cittadino, è legata una leggenda: questo misterioso passaggio rappresenterebbe un’apertura verso altre realtà e dimensioni, ma solo in rari e particolari momenti.
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▶ ARTE
A spasso (virtualmente) per Villa Panza Anna Bernardini, direttore della collezione, guida i visitatori in un tour attraverso le bellezze della storica dimora di Biumo, gioiello del Fai, e del suo grande parco. Il tutto, comodamente dal divano di casa do l’America da un oceano all’altro. Aveva intuito l’armoniosa
Luisa Negri coerenza delle loro installazioni negli spazi di Villa Menafoglio
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iuseppe Panza ha anticipato i tempi nel gusto per un’arte che pochi conoscevano: l’arte americana minimalista. Ha collezionato opere dagli anni ‘40 agli anni ‘60 e oltre. Scovava gli artisti nei loro luoghi di lavoro, attraversan-
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Litta, a suo tempo acquistata dal padre. Ai Sims, Simpson, Flavin, i primi artisti prediletti, aggiunse poi tanti nomi, sempre americani. Sole eccezioni, gli italiani Ettore Spalletti e Vittorio Tavernari. La Villa è oggi gioiello del Fai e luogo di eccellenza nel mondo. Le tante presenze alle mostre di Wenders, Viola e
Wilson mandarono in tilt il traffico di Varese. La visita virtuale del museo e del grande parco è però sempre possibile. Lo è anche nel video-racconto di un affascinante percorso offerto dalle parole di Marco Magnifico. Vicepresidente esecutivo Fai e nipote di Giovanna Panza, complice delle scelte collezionistiche del marito, ha ricordi di un’infanzia vissuta spesso nella Villa di Biumo, meta di straordinari incontri. Anna Bernardini, una laurea in storia dell’arte e una vocazione al bello assimilata in famiglia (lo zio materno era Giovanni Testori), è a sua volta guida sicura di questa realtà irripetibile in veste di direttore della collezione, parte del circuito Guggenheim e della Villa. Come è cominciata questa tua felice avventura? Dopo 10 anni di impegno ai Musei Civici di Varese e uno in Electa Mondadori, nel 2006 Marco Magnifico, Vicepresidente esecutivo del Fai, decide di “arruolarmi” come responsabile scientifico e organizzativo della Villa. Giuseppe Panza era allora partecipe all’ideazione di mostre e attività espositive non solo nelle grandi realtà internazionali, ma anche in questa dimora. Certo la mia formazione era focalizzata sull’arte del ‘600 e il salto è stato notevole. Ma collaborare e confrontarmi con Giuseppe Panza e Giovanna, ragionare in modo approfondito sui progetti, lavorare cercando di tendere alla qualità, alla coerenza e alla relazione con il luogo, è stata per me un’esperienza e una sfida importante, anche nella definizione della mia personalità. Sarò sempre grata per la fiducia con cui mi hanno accolta e accompagnata in questo percorso. Se Panza avesse dovuto affrontare questo momento di difficoltà da Coronavirus, avrebbe puntato sui social, come avviene ora in ogni tempio dell’arte o si sarebbe inventato altro per la sua Villa? Difficile rispondere a questa domanda. Ma non dimentichiamo che Giuseppe Panza, nato nel 1923, visse momenti drammatici durante la Seconda Guerra Mondiale e altri di crisi, come racconta con infinita tenerezza nei “Ricordi di un Collezionista” e sue memorie: a 12 anni, durante l’epidemia della scarlattina, malattia allora insidiosa, venne “isolato per 40 giorni con regole molto rigide” e questa difficoltà si tradusse in un’occasione decisiva. Si chiuse in camera e si fece portare i libri necessari per
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La visita virtuale del museo e del grande parco è sempre possibile. Lo è anche nel video-racconto di un affascinante percorso offerto dalle parole di Marco Magnifico, Vicepresidente esecutivo Fai e nipote di Giovanna Panza
studiare la storia dell’arte e le vicende di tanti artisti e opere, ma anche discipline come la biologia, l’astronomia, la storia romana, greca e del Medioevo. Fu per lui un periodo di formazione: la nascita di una grande passione, in un approccio trasversale alla vita, che in quel momento emerse con evidenza e rimase radicale nella sua esperienza, anche di collezionista. Avete da poco ripristinato il percorso museale del primitivo allestimento, quando Villa Panza aprì ufficialmente i cancelli al pubblico nel 2000. Perché questo ritorno? Il 2020 doveva rappresentare un’occasione particolare per Villa Panza: il decennale della morte del collezionista e anche il ventennale dell’apertura al pubblico da parte del Fai. Un momento importante per mettere a fuoco e approfondire la ricerca di Giuseppe Panza e l’attività del Fai che ne ha raccolto l’eredità. La Villa è stata presentata assecondando le modalità con le quali Panza aveva concepito il palinsesto espositivo e i criteri museografici da lui indicati. È ritornata nella grande Scuderia anche l’installazione Desire (1981), non esposta dal 2012, di Martin Puryear, scultore afroamericano che ha rappresentato gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia del 2019. A questo riallestimento integrale della collezione si sono affiancati i lavori lasciati qui dagli artisti, dal 2000 fino ad oggi. Un excursus che include una sequenza di donazioni e acquisizioni connesse a progetti espositivi site specific di protagonisti dell’arte contemporanea internazionale già intercettati dal collezionista o assimilabili ai suoi intenti di ricerca per sensibilità e visioni. Tra gli altri Christiane Loher, Wim Wenders, Meg Webster, Sean Scully, Robert Wilson, Robert Irwin. Quanto è stata utile la video-arte per avvicinare il pubblico a un nuovo modo di fruire l’arte, non solo contemporanea? Penso al grande albero di Viola che muta nel tempo, per ore, nella sequenza filmica di infiniti fotogrammi o alla proiezione della storia del lupo e dell’agnello di Wilson, il sangue rosso che s’allarga sulla neve, il belato dell’agnello e il lugubre ululare del lupo mentre l’occhio di chi guarda insegue l’occhio della telecamera. Abbiamo sempre cercato di coinvolgere artisti e farli riflettere sull’identità del luogo partendo dai temi e dalla genetica della collezione e della Villa. Pensiamo alla luce, ai colori, allo slow motion (ai tempi lenti della percezione), alla relazione tra interno ed esterno degli ambienti e l’interiorità ed esteriorità; ancora tra architettura e natura, tecnologia e dinamica dell’esperienza che muta. L’aspetto percettivo e il carattere immersivo (non possiamo non ricordare i grandi lavori di Flavin e Turrell o di Irwin e Maria Nordman che costellano Villa Panza) sono elementi fondanti delle origini di Villa Panza e, per molti aspetti, vicini alle esperienze di Viola e Wilson, citate precedentemente. Grazie alla voce e alla poesia di questi maestri sono stati sperimentati dialoghi profondi, a volte inaspettati, non senza suggestivi cortocircuiti con la collezione permanente e gli ambienti 65
compagnano. Assoluta è stata in lui la profondità della ricerca e del giudizio. Come lo erano coerenza e chiarezza, era una persona rispettosa di sé e degli altri. Nella sua testa non esistevano compromessi: il senso della qualità ha prevalso nel suo lavoro, nella scelta delle opere ma anche nell’esecuzione degli alleGuardare all’arte significa anche per voi utilizzare la stimenti. E la cortesia vera e il fascino della sua intelligenza lo tecnologia, che, in questo difficile momento, aiuta a distinguevano. La sua passione e la sua vita hanno armoniosamente coinciso, erano un tutt’uno. spalancare i musei del mondo? Il Fai in queste settimane narra, accompagna e desidera star vicino (attraverso la Newsletter, con Facebook e Instagram) ai suoi sostenitori e a chi ama ascoltare storie particolari o compiere visite speciali e tour virtuali nei luoghi, nei beni e nei giardini. “Giuseppe Panza a 12 anni, Quanto a Villa Panza ci riferiamo sempre più, per la collezione durante l’epidemia della permanente e per le mostre temporanee, anche a un pubblico giovane, con progetti didattici e percorsi per studenti di ogni scarlattina, malattia allora grado, dalla scuola dell’infanzia e primaria fino all’Università, insidiosa, venne isolato per 40 con la quale collaboriamo da tempo. La tecnologia è, anche per questo aspetto, fondamentale. giorni con regole molto rigide e
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interni; allo scopo di porre domande e interrogativi in linea con la funzione dell’arte contemporanea e quanto per primo Giuseppe Panza ha voluto indicarci con la sua appassionante avventura.
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Il ricordo più profondo lasciato a te da Giuseppe Panza? I ricordi sono tanti. Ci sono aspetti della sua personalità che hanno segnato la mia sensibilità e la memoria. E ancora mi ac-
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questa difficoltà si tradusse in un’occasione decisiva di studio”
Pietro Conti
Luciana Bottazzini
Francesca Bossi
Lorenzo Cipolletta
Andrea Colombo
Vanessa Barea
Martina Giorgetti
Andrea Marcora
Giorgia Munari
Andrea Bottini
Jacopo Novello
Il Gruppo Giovani Imprenditori di Univa non si ferma! Vi aspettiamo on line e sui nostri canali social con tanti corsi e iniziative. Seguiteci! @GiovaniImprenditoriVarese
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▶ ARTE RUBRICHE
Rinascimento digitale Come dei moderni personaggi di boccacciana memoria, stiamo affrontando un’epidemia fin troppo simile a quella che costrinse i protagonisti del Decamerone all’isolamento. Come ne usciremo? L’arte, come avvenuto in altri momenti bui della storia, ci può risollevare. Motivo in più per “viverla” sul web gioia di camminare liberamente all’aria aperta, di incontrarci con pa-
Luisa Negri renti e amici per scambiare quattro chiacchiere. Eppure, è capitato. Fosse andato tutto bene saremmo qui a parlarvi della bella, imperdiessuno di noi avrebbe mai pensato che ci saremmo un gior- bile mostra dedicata da Milano a “Georges de La Tour”, il Caravaggio no trovati, come nel Decamerone di Boccaccio, chiusi nelle francese. Abbiamo avuto appena il tempo di vederla allestita nelle sale nostre stanze, senza possibilità di godere della quotidiana di Palazzo Reale, di scoprire da vicino la magica luce delle sue opere,
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Il museo del Louvre a Parigi. A sinistra, la Cappella Sistina nella Città del Vaticano
che lo ha reso celebre nel mondo, ma non di raccontarvela. Perché le porte si sono chiuse poi al virus e ai visitatori. Lo faremo più avanti. Visitare un museo, lo abbiamo spesso lasciato trasparire anche dalle nostre pagine d’arte, è sempre un viaggio emozionante. L’emozione di entrare nel quadro, come amano dire gli artisti, di esserci, in intimo rapporto con l’opera, è inarrivabile. Eppure, ci siamo abituati da tempo a visitare online gli spazi museali e vedere opere e percorsi a distanza. Curiosare col web può essere sempre affascinante, anche se ci mancano lo scricchiolio delle scarpe sull’antico parquet e il suono delle voci che arriva da fuori, mentre si ha il privilegio di essere soli,
La necessità di questa emergenza da pandemia ha portato tutti gli spazi museali, ovunque si trovino, ad aprire le sale al mondo intero grazie alla magia tecnologica. Dai più semplici ai più sontuosi, dai musei di casa nostra a quelli più lontani e irraggiungibili per molti
davanti a un’opera di Caravaggio o di Monet. Capita peraltro sempre più spesso, nella moltitudine di visitatori dei grandi musei, di faticare a intravedere il capolavoro: come capita al Louvre davanti a Monna Lisa, che fa incetta di flash. E allora, ecco, la visita a tu per tu sul web, anziché sul posto, diventa davvero a sua volta un momento magico. Fin da subito, appena il Coronavirus ha chiuso le porte, non solo quelle dell’arte, in ogni parte del mondo e in ogni ambito, si è cercato di sostenere il pianeta e la sua quotidianità attraverso la rete. La necessità di questa emergenza da pandemia ha portato tutti gli spazi museali, ovunque si trovino, ad aprire le sale al mondo intero grazie alla magia tecnologica. Dai più semplici ai più sontuosi, dai musei di casa nostra a quelli più lontani e irraggiungibili per molti. Dai nostri Uffizi alla Cappella Sistina, dai Musei Vaticani al Louvre e al Palazzo di Versailles, ai musei olandesi come il Rijiksmuseum e il Van Gogh Museum di Amsterdam. Fino agli splendori dell’Ermitage, alla compostezza altera e solenne della National Gallery londinese, ai musei americani come il Metropolitan Museum e il Moma. Questo è successo. Ma succede anche a casa nostra: da Villa Panza e potete leggere l’intervista - in questo stesso numero - al direttore Anna Bernardini, al Ma*Ga di Gallarate, guidato da Emma Zanella, che offre ogni giorno sempre nuovi momenti di incontro e dialogo con i visitatori, vissuti nel segno della consueta fantasia e creatività. La civica raccolta di Busto Arsizio, delle sue belle collezioni abbiamo raccontato lo scorso mese, è a sua volta già da qualche anno aperta alle visite virtuali. Anche le limitrofe realtà museali del Mendrisiotto, 69
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Quegli angoli di casa foderati di libri, sono le sale della consolazione da Coronavirus, un luogo intimo in cui fissarsi a riflettere e magari anche consultare opere che vale la pena di riprendere in mano. Avremo anche noi un nuovo Rinascimento? come Il Museo Vincenzo Vela di Ligornetto, la pinacoteca Zust di Rancate, il Museo d’Arte moderna e il M.A.X. di Chiasso sono aperti al pubblico in rete. In fondo possiamo vivere questa pur obbligatoria opportunità come un magico e universale colloquio con il mondo dell’arte, da luogo a luogo, come un segno di affratellamento in nome del bello e anche come offerta di consolazione, per risarcirci delle afflizioni da paura e forzata clausura, ma soprattutto per riflettere su tante possibilità che a volte non consideriamo di avere ormai così vicine. E avremo ore di piacere, in un raffinato viaggio che ci permette di ricostruire intrecci di vite, di personaggi ritratti e di artisti, di momenti storici diversi: dalle magnificenze giottesche, in quel di Assisi e Padova, alle divine tavole di Piero della Francesca e del Beato Angelico in quel di Arezzo, ai grandi del Rinascimento, su su lungo i secoli fino alle sbrigliate bizzarrie, a volte piene di mistero, dell’arte contemporanea. L’arte ci racconta Il MA*GA di Gallarate la storia del mondo, l’amore e anche la morte e ci fa viaggiare da Paese a Paese in momenti diversi. Nell’arte c’è tutto: il nostro passato, il presente e, se sappiamo leggere le indicazioni nascoste nel sorriso di un ritratto o nei lembi di cielo di un paesaggio, ci sono anche i segni del futuro. Ecco, l’arte è affresco della saggezza del mondo. Dicevamo prima di quella somiglianza tra gli anni della peste del grande Boccaccio, narrata nel XIV secolo dal Decamerone (1350-1353) e l’oggi. Boccaccio immagina che un gruppo di 10 giovani, 7 donne e 3 uomini, rifugiati in una villa fuori Firenze, per trascorrere il tempo e allontanare l’ansia della malattia e della morte, si raccontino a vicenda delle novelle, ben 100. Il contenuto si rifà al romanzo e all’amor cortese, ma soprattutto rappresenta per Boccaccio un invito a guardare avanti, a nutrire speranza nel futuro e
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a guardare alla parola scritta come a uno strumento nobile, utile nei momenti bui per tenere accesa la fiamma della speranza. Col Decamerone si compie, in fondo, un cammino parallelo a quello intrapreso da Dante nella sua commedia, attraverso ironia e riflessione sulla umana condizione. Boccaccio ci riporta infine a sua volta a “riveder le stelle”. Ci sono analogie forti tra gli anni della peste di Boccaccio e questo nostro momento. Ci sono in comune, tra quel mondo e il mondo di oggi, momenti bui, di guerre e carestie, di mutamenti climatici, di terremoti e sovraffollamento. La gente è delusa e stanca, le differenze economiche segnano steccati sempre più alti tra i poveri e gli abbienti. La situazione è dunque favorevole perché la malattia possa fare il suo corso travolgendo tutto e tutti, non solo facendoli ammalare, ma creando divari ancora più vasti tra chi sta bene e chi non ce la fa proprio. Boccaccio dedica il suo libro alla voglia di ripresa che investe i più giovani, lo dedica anche alle donne in particolare, perché vede in loro più sofferenza e dedizione, ma soprattutto capacità di intuire e ascoltare. Pensa a Dante e a Petrarca e intravede nel suo tempo malato, con intuito premonitore, quella grandezza che sfocerà poi nel Rinascimento. Di questo si parla e si scrive anche in questi giorni. La scrittura, la parola e il bello dell’arte stanno riaffermando la loro forza e necessaria vitalità. Abbiamo visto le librerie alle spalle degli intervistati in tv, quasi un tacito accordo non cercato ma che è venuto fuori da sé, a conferma che il libro è un’àncora, un rifugio cui tornare ad aggrapparsi. Quando si fa a una persona la retorica domanda “cosa porteresti con te su un’isola deserta?” la risposta comprende sempre il preferito tra i libri letti. Ecco, quegli angoli di casa foderati di libri, che abbiamo visto in questi giorni, sono le sale della consolazione da Coronavirus, un luogo intimo in cui fissarsi a riflettere e magari anche consultare opere che vale la pena di riprendere in mano. Abbiamo visto anche qualche pittura alle spalle degli intervistati. L’arte è infatti l’altra parola magica che ci può, a sua volta, consolare e salvare. Avremo anche noi un nuovo Rinascimento? Ogni museo o chiesa d’arte ha intanto aperto i suoi cancelli virtuali per questo. Perché ci sia concesso di osservare, ancora una volta, il volto sublime della Pietà michelangiolesca in San Pietro o le leggiadre opere del Botticelli tra le sale degli Uffizi o di penetrare nella maestosità della Cappella Sistina, già altre volte visitata e tornare a riscoprire quel lavoro affratellante e competitivo di Michelangelo e di Raffaello, due geni, due amici-nemici. O infine, perché ci sia dato di sostare tra i gioielli dell’Ermitage, nelle lussuose sale di Pietro il Grande e ripensare ad altre storie, segnate di vita e di morte, nella storia di sempre.
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▶ MOTORI RUBRICHE
Il futuro dell’auto elettrica è già qui Passa anche dai top di gamma, come quelli di Audi, la nuova tecnologia in grado di sfruttare come fonte primaria l’elettricità al posto dei combustibili fossili
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l primo modello Audi completamente elettrico conquista la strada. Grazie a due motori elettrici capaci di erogare fino a 408 CV, la nuova E-tron garantisce il massimo delle performance in ogni condizione. La trazione integrale elettrica, abbinata a una batteria ad alta tensione che assicura un’autonomia di oltre 400 chilometri nel ciclo WLTP, rende il nuovo SUV Audi perfetto per viaggiare ovunque, senza rinunciare a comfort e a prestazioni da vera sportiva. Consumo di corrente nel ciclo combinato in kWh/100 km: 26,6–22,4. Emissioni di anidride carbonica combinate in g/km: 0. Il sistema di trazione di Audi E-tron stupisce per la sua capacità di adattamento. I due motori elettrici erogano fino a 408 CV di potenza e 660 Nm di coppia. Per accelerare da 0 a 100 km/h sono necessari meno di 6 secondi e si raggiunge una velocità massima di 200 km/h, con uno spunto da fermo impressionante. La potente batteria ad alta tensione assicura un’autonomia superiore a 400 chilometri. Qualora si dovesse affrontare un viaggio particolarmente lungo, l’avanzato sistema di gestione termica della batteria agli ioni di litio permette alla vettura di ricaricarsi in meno di mezz’ora, con una potenza fino a 150 kW. E ricaricare Audi E-tron è più semplice di quanto si pensi: il sistema di ricarica compact è la soluzione portatile che Audi ha progettato per consentire ai propri clienti di dare nuova energia al SUV, direttamente nel garage della propria abitazione. Il sistema si collega ad una presa standard domestica da 230 Volt o presa trifase da 400 Volt e Audi E-tron si ricarica completamente in meno di 9 ore. Qualora l’abitazione disponga di un impianto fotovoltaico, il SUV può attingere in modo pre-
ferenziale alla corrente prodotta, adattando il proprio fabbisogno alle fasi di irraggiamento solare, grazie alle funzionalità avanzate di Audi charging system connect. Il primo SUV puramente elettrico della casa dei quattro anelli, si presenta come un compagno sportivo e sicuro, adatto alla vita quotidiana. “Massima priorità all’elettrificazione”, dichiara Anna Letizia Della Torre, Amministratore Delegato di Wendecar Spa, titolare del brand Audi Zentrum Varese. “Nel quinquennio 2020-2024, Audi investirà complessivamente 37 miliardi di euro in ricerca e sviluppo. Di questi, ben 12 miliardi saranno stanziati esclusivamente per le vetture a batteria. Entro il 2025 Audi avrà in gamma oltre 30 modelli a elevata elettrificazione, di cui 20 full electric, con le vetture ibride o a zero emissioni che rappresenteranno il 40% delle vendite”. Audi è quindi protagonista e portavoce del cambiamento verso un futuro sostenibile e sempre più all’avanguardia. Un cambiamento di cui si può essere protagonisti in modo ancora più semplice. Grazie ad Audi E-tron Bridge, una nuova formula (di noleggio) che garantisce la massima flessibilità per affrontare il cambiamento tecnologico, è infatti data la possibilità di guidare i modelli Audi E-tron e Audi E-tron Sportback con un canone fisso e anticipo zero e con la possibilità, tra il 6° e il 12° mese di noleggio, di decidere se tenerla o sostituirla con qualsiasi modello della gamma Audi, senza nessun costo aggiuntivo. E-tron Bridge è la vera possibilità di sperimentare come un veicolo elettrico Audi potrà impattare sul nostro quotidiano. Con la possibilità concreta di cambiare.
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▶ SPORT RUBRICHE
#Iorestoacasa a fare sport Una volta c’era lo sportivo della domenica. Oggi, complice la pandemia, c’è quello domestico. Indoor o all’aperto, amatoriale o professionista: i consigli per un’attività sana sono sempre gli stessi. Eccone 5, da tenere buoni anche per il post-quarantena però, anche nel campo del fitness, del benessere fisico e dell’at-
Andrea Della Bella tività sportiva, ha aperto frontiere davvero inimmaginabili. Vere
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mart. All’improvviso tutto (o quasi) è diventato smart. Anche nel campo dell’attività sportiva: i corsi da palestra, gli allenamenti, lo yoga e molte discipline, alcune delle quali, solo qualche settimana fa, nemmeno ci si immaginava potessero essere trasferite nella realtà virtuale. Al massimo erano un video games. Quanti, infatti, pensavano di poter assistere a un Giro delle Fiandre in cui i corridori hanno macinato chilometri, scalato i tradizionali “muri”, senza allontanarsi un centimetro dalla posizione di partenza? È chiaro che questa non sarà la dimensione futura dello sport, che ha necessità di essere praticato (in tutte le sue forme e ad ogni livello, professionistico ma anche amatoriale) dal vivo: nelle palestre, sui campi di gara e di calcio, sulle strade. La pandemia
e proprie finestre utili al fisico e alla mente in un momento tanto difficile. Che probabilmente, con il ritorno alla vita normale, verranno chiuse. Ma non del tutto, in quanto la pratica dello “sport in casa” ha permesso di scoprire aspetti positivi.
Le app e il rischio di perdere il contatto con la realtà Il mondo delle app che offrono programmi di allenamento è diventato molto più frequentato di prima. I download sono cresciuti. Ma l’applicazione non basta per raggiungere i risultati: i programmi di allenamento offerti, infatti, sono in genere standard e mai personalizzati. E questo può essere un rischio, soprattutto per chi non frequenta strutture sportive o palestre, ma ha sempre limitato la propria attività fisica a camminate o passeggiate all’aperto. “L’applicazione è unica, ma i soggetti che si allenano sono differenti per livello di allenamento, caratteristiche fisiche e anche psicologiche. Quindi il primo consiglio – spiega Andrea Morelli, tecnico sportivo e allenatore di ciclismo del centro sportivo Mapei di Olgiate Olona – è di fare attenzione all’approccio. Ciò significa che, chi decide di affidarsi a un’app, deve avere la capacità di ascoltare il proprio fisico”.
Le piattaforme per pedalare con il proprio campione Nessun problema per chi si è costruito una piccola palestra domestica con varie attrezzature o per chi può usufruire 72
Le 5 regole d’oro
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Progressività e intensità: fissare obiettivi semplici da raggiungere. Soprattutto all’inizio e dopo un periodo in cui magari non ci si è potuti allenare con la stessa regolarità. In questo caso è necessario trasformare i volumi di allenamento in attività efficace per mantenere la capacità di performance raggiunta. Le tempistiche: l’indicazione è quella di dedicare all’attività fisica circa 300 minuti la settimana. Ovvero: 3 allenamenti da 60 minuti dedicati all’attività aerobica e un paio di sedute per lavorare sulla forza con esercizi a corpo libero, con l’ausilio di pesi. Idratazione e percezione della fatica: due condizioni a cui prestare attenzione anche negli allenamenti indoor. Insomma, il fatto di praticare sport a casa non deve lasciar pensare che sia meno faticoso o che si possano trascurare alcuni dettagli necessari al proprio fisico. Allenare la mente: è questo un aspetto importante in condizioni normali, ma ancor di più quando cambia la realtà attorno a sé e ci si trova a dover affrontare situazioni come quelle dell’emergenza di Covid-19. Allenare il fisico non basta. “Yoga e Mindfullness sono le pratiche consigliate – continua Morelli – e che si possono svolgere senza alcun problema logistico a casa, anche collegandosi sulle più diffuse piattaforme con il proprio teacher e gruppo”. Un buon suggerimento è quello, per chi non ha un maestro di riferimento, di andare a individuare autorevoli professionisti. In questo caso alcune indicazioni si possono recuperare sul sito dell’ex apneista Mike Maric, dal quale si può anche accedere a un Webinar gratuito sulle tecniche di respirazione e rilassamento.
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Il karate domestico Per il maestro Funakoshi, fondatore del karate tradizionale (karate-do), l’allenamento non finisce uscendo dalla palestra. Ma continua. Poiché conta lo stile di vita e lo stare in mezzo agli altri. Il “do” è una via per imparare a rispettare le persone e le regole, ad autocontrollarsi, a migliorare la propria autostima e il proprio carattere. E parte proprio da questa riflessione la decisione della società di Busto Bu Do Kan, guidata dal maestro Giorgio Gazich di “traslocare” la palestra in rete. “Abbiamo deciso di avviare in diretta online le nostre lezioni di karate – racconta Gazich – come vera e propria ‘strategia di lotta’, nello spirito delle arti marziali, alla crisi sanitaria”. Anche perché il senso di unione, la partecipazione collettiva ad un progetto è importante quanto la stessa attività fisica ad esse collegata. “Ritrovarsi, anche solo per un’ora, una o due volte la settimana, anche se esclusivamente in modo virtuale, diventa uno scopo che aiuta a farci sentire vivi nella vita di tutti i giorni. Soprattutto in un periodo come questo in cui i pensieri e le emozioni tendono ad essere piuttosto negativi”. Per questo la società di karate ha attivato tutto lo staff tecnico e predisposto un programma per gli allievi di ogni grado ed età, ma anche insegnato a realizzare un tatami domestico, dove in kimono e piedi scalzi si sale per partecipare alle video lezioni di gruppo.
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di uno spazio all’aperto. Ma lo sport non ha confini e si può praticare, volendo, anche in un piccolo monolocale: bottiglie d’acqua o sportine della spesa riempite che si trasformano in pesi, una corda per saltare, “ma attenzione alle ripercussioni sulle articolazioni”, le scale o in assenza di gradini, è sufficiente anche solo un piccolo dislivello. “Avere a disposizione qualche attrezzatura aiuta – continua Morelli – ma non sempre può far bene. Anche in questo caso, come con le app, il modo di utilizzo è importante. Mi spiego meglio. Nelle settimane passate sono cresciute le piattaforme alle quali collegandosi si può partecipare (in maniera virtuale) a gare ciclistiche. A volte anche con i professionisti collegati in contemporanea. Da un lato questa può essere una bella esperienza, dall’altro però c’è il rischio di ‘farsi prendere la mano’ e andare oltre le proprie possibilità fisiche”. Insomma, una Milano – Sanremo non è per tutti anche in forma virtuale. Questo è un buon esempio in cui si può riflettere sull’importanza di praticare sport per il proprio benessere psicofisico, ma anche sul fatto che gli eccessi possono essere dannosi. D’altronde, all’aperto o indoor, i consigli per fare del buono sport, non cambiano molto.
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Ricondizionamento: è l’ultima regola, poiché occorre applicarla nel momento in cui si tornerà agli allenamenti normali “fuori casa” o dopo un lungo periodo di inattività. “Tutti parlano di allenamento, un termine che ha insito il concetto di prestazione – spiega Claudio Pecci, Medico, Direttore Responsabile e Sanitario del Centro Ricerche Mapei Sport di Olgiate Olona –. Invece, per i non professionisti, è molto più importante riflettere sull’attività fisica come fonte di benessere e salute. Partendo da qui, quando si esce da un lungo periodo di scarsa attività, bisogna lavorare per ricondizionare i muscoli, gli apparati cardiocircolatori e di respirazione. Un periodo non breve, ma fondamentale, per poi passare alla fase di allenamento”.
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▶ DI MODA
Alla riscoperta dei giochi da tavolo Dai classici Monopoly e Risiko, fino ad arrivare ai game di ruolo online: un mondo creativo e fantasioso in continua espansione, che non sembra conoscere crisi. Come spiega il bustocco Luca Borsa che, di professione, inventa e progetta nuovi giochi di società soprattutto nella varietà. Poiché quello dei giochi di società è un
Andrea Della Bella settore in grande espansione e che non ha certo avuto “bisogno”
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vete presente il Monopoly e il Risiko? Due grandi classici nel panorama dei giochi di società. Ma se il termine di paragone fosse la musica, sarebbe come parlare di Nilla Pizzi e Claudio Villa. Insomma, grandi protagonisti del passato che contano ancora parecchi estimatori, in un panorama contemporaneo però completamente rivoluzionato nei titoli, nei gusti, ma
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della clausura da Covid-19 per esplodere. Stiamo parlando, sulla base delle stime economiche, di una crescita annuale ancora a 2 cifre. E per dare un’idea del potenziale del comparto ludico “da tavolo” basta citare Asmodee, editore e distributore francese (conta anche una divisione in Italia) di giochi da tavolo, di carte e di ruolo, capitalizzata per 1 miliardo e 400 milioni di euro. Ma non solo. Le stime dicono che ogni anno vengono messi sul mercato circa
5.000 nuovi giochi di società. Inoltre, gli eventi fieristici organizzati richiamano centinaia di migliaia di appassionati. In Italia un esempio su tutti è il Play Festival di Modena, che ha registrato più di 50mila presenze nell’edizione 2019.
Via il coperchio: iniziamo a giocare “In ogni scatola c’è un mondo. E quello dei giochi di società è un universo che sta diventando grande. E che, in grande parte, è ancora tutto da scoprire”. Chi parla è Luca Borsa, ingegnere civile di formazione e game designer di professione, ovvero inventore di giochi di società. È di Busto Arsizio e la sua passione per i giochi di società nasce quand’era bambino, con un gioco, “Carriere”, diffuso negli anni ‘70 e che Borsa ancora custodisce: “L’ho sempre trovato più affascinante del Monopoly”. Ma da “Carriere” ai giorni nostri di giochi ne sono passati tantissimi, alcuni sono diventati dei must, altri hanno deluso le attese e sono stati dimenticati. Ma la riscoperta di quanto sia bello sedersi attorno a un tavolo con gli amici o i famigliari, aprire una scatola, spiegare un piano di gioco, studiare un regolamento e misurarsi con avversari in carne ossa, secondo Luca Borsa, non è legata agli stili di vita casalinghi imposti dal Coronavirus. “È vero – spiega il game designer – che la gente, avendo più tempo, ha anche rispolverato i giochi in scatola o ne ha scoperti di nuovi. Ma sono anni che questo mondo regala soddisfazioni e innovazioni”.
Quando la fantasia anticipa la realtà E se la clausura da Covid-19 non ha influito più di tanto sulla crescita del popolo dei giochi in scatola, ha invece contribuito a modificare i luoghi: i tavoli attorno a cui trovarsi, da reali sono diventati virtuali. “Sotto questo aspetto – spiega Borsa – si è in effetti registrato un incremento significativo. E se ci pensiamo, esistono giochi che si adattano perfettamente anche alla rete. Il più semplice è quello delle categorie ‘cose, animali, nomi’. Ma oggi lo sviluppo della tecnologia ha abbattuto moltissime barriere e online si possono disputare partite anche di giochi più strutturati e complicati”. Esistono, infatti, piattaforme che si sono sostituite a tavoli e sedie tradizionali e che in tempi di crisi sanitaria hanno dovuto mettere mano ai propri server, per potenziarli e poter soddisfare i giocatori connessi. “È stato il caso di Border Game Arena – continua Borsa – che ha registrato picchi di oltre 20mila persone con-
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Asmodee, editore e distributore francese di giochi da tavolo, di carte e di ruolo è capitalizzata per 1 miliardo e 400 milioni di euro. Le stime dicono che ogni anno vengono messi sul mercato circa 5.000 nuovi giochi di società
nesse contemporaneamente”. Ma prima che il digitale incontrasse una scatola da gioco tradizionale, sul mercato mondiale è apparso un gioco che, possiamo dire ha anticipato la realtà dell’epidemia. “Pandemic”, uscito nel 2007, ha come scopo quello di debellare 4 malattie potenzialmente letali dal mondo, ognuna delle quali imperversa in una specifica zona della terra. “Tra i giochi di cooperazione è uno di quelli che ha avuto più successo – dice Borsa –. In questo caso i player non sono avversari, ma devono allearsi per sconfiggere il gioco stesso”.
I segreti del successo Uno dei segreti del successo di un gioco, non è tanto dovuto al tempo libero da riempire, quanto piuttosto e in senso generale, al fatto che, accanto all’aspetto ludico, c’è una parte meno evidente ma altrettanto stimolante legata all’apprendimento di tutta una serie di competenze. Come ad esempio il rispetto delle regole o semplicemente del proprio turno, “utili e che danno soddisfazione ai più piccoli ad esempio”, spiega Borsa oppure lo sviluppo di strategie che, nei giochi più sofisticati, intrigano i giocatori più adulti. “Oltre al fatto – continua Borsa – che un gioco di società diventa anche uno strumento che facilita la relazione tra avversari e, se giocato in famiglia, tra genitori e figli”. Proprio le regole di un gioco poi sono la croce e delizia per tutti. Ovvero per chi come Luca Borsa li inventa, “poiché il trucco, se così si può dire, è quello di ideare un gioco bello e avvincente, ma che funzioni in ogni suo aspetto. E per farlo è necessario stilare un regolamento che non contempli contraddizioni, ma che soprattutto preveda ogni aspetto”. Regolamenti da “decifrare” per chi per la prima volta si cimenta: “In passato questo era lo scoglio più complesso da superare. Oggi invece un aiuto importante per i giocatori arriva dalla rete. Ormai esistono blog, siti e video tutorial che spiegano passo dopo passo le regole di qualsiasi gioco. Ma che aiutano soprattutto i neofiti a trovare il gioco che fa per loro”.
La top 5 di Luca Borsa Nel mare magnum dei giochi da tavolo non è semplice orientarsi e può succedere, dopo aver aperto una scatola con grandi aspettative, di restare delusi e riporre quindi il game nel proprio scaffale e nel dimenticatoio. Senza magari averne esplorato le grandi potenzialità ludiche che rimangono così nascoste. Luca Borsa, che questo mondo lo naviga ormai da qualche anno e che vanta una trentina di nuovi giochi ideati, ha stilato una sua top 5 personale, che può anche diventare una roadmap, soprattutto per gli esordienti. “Non è una classifica vera e propria – spiega Borsa – poiché non è semplice assegnare le posizioni. Diciamo che tra i giochi che un appassionato dovrebbe avere ci sono Dixit, ormai diventato un classico in Italia e nel mondo; Insoliti Sospetti, che trasforma i giocatori in detective e che mette in gioco anche una parte più psicologica per arrivare a scoprire il colpevole; Quartò, che è una variante più geniale del Tris e continua ad avere una buona longevità visto che è sul mercato da almeno 25 anni; Double, un gioco di carte semplice, perfetto anche per i più piccoli e Carcassonne, un game di strategia da milioni di copie vendute nel mondo”.
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IN LIBRERIA
Nutrirsi di libri “Il più bel successo in cucina è riuscire a riempire lo stomaco con l’immaginazione”. (José Manuel Fajardo)
per sperimentazioni domestiche di ricette che normalmente si mangiano fuori casa, come la pizza o il ramen. Il ricavato della pubblicazione andrà a Croce Rossa Italiana.
annaprandoni.it
Lorenzo Franchini DOVE IL MONDO FINISCE Alpine Studio Editore, 2019
Una selezione di letture per riempire di immaginazione la vostra mente Silvia Giovannini Anna Prandoni, Gaia Menchicchi CUCINA DI RESISTENZA NEL TEMPO SOSPESO APProjects edizioni, 2020
Se nel tempo del #restateacasa, siete diventati perfetti panificatori, pizzaioli acrobati e cuochi di Instagram, apprezzerete la bontà dell’idea. Una divulgatrice enogastronomica e una fotografa hanno realizzato un instant book dedicato alla cucina ai tempi del Coronavirus. Spiega Prandoni: 76
“Nei primi giorni di reclusione mi sentivo come un orchestrale del Titanic: parlare di cucina in un momento così delicato mi sembrava inutile e anche irrispettoso. Poi mi sono resa conto che fare semplicemente il mio lavoro poteva essere di aiuto per tutte quelle persone che avevano l’esigenza di cucinare a casa, ma non avevano gli strumenti per far fronte alla situazione”. Il libro è un vademecum per cucinare con piacere ed efficacia: oltre al ricettario, tanti consigli su come rendere il tempo piacevole, per apprendere nuove ricette e sperimentare. Oltre ai classici, è stata introdotta la categoria “extra” con le ricette più adatte per gli aperitivi virtuali o
Nuova veste editoriale per un lavoro uscito qualche anno fa e che oggi riaccende la voglia di scoprire orizzonti. “È la storia vera di un viaggio in Vespa i cui sviluppi hanno finito per disegnare la trama di un autentico romanzo on the road”, spiega l’autore. “Un gruppo di amici, eterogeneo per età ed estrazione, decide per evadere dal quotidiano di regalarsi una grande avventura. Si organizzano allora per andare oltre Atlantico e raggiungere un luogo iconico: la ‘Fin del Mundo’, determinati a conquistare la meta in sella ai loro scooter. Un viaggio che si rivela generoso di colpi di scena ed imprevisti, anche drammatici, assumendo i toni della grande avventura, ben oltre ogni aspettativa”. Una storia corale con ampio spazio alle dinamiche tra i protagonisti,
doveilmondofinisce.tk
Emiliano Bezzon IL DELITTO DI VIA FILODRAMMATICI Frilli Editori, 2020
Torna un personaggio e penna nota ai nostri lettori: ex Comandante della Polizia Locale di Gallarate, Vigevano, Varese e Milano e oggi a Torino, l’autore unisce al talento da scrittore le conoscenze affinate sul campo. Nella Milano del dopo Expo, dei grattacieli e del nuovo skyline, la Milano dal ritmo continuamente “in crescendo” che sembra fermarsi in una riverente pausa davanti alla sacralità del tempio mondiale della Lirica, il Teatro alla Scala e alla quiete della casa di riposo Giuseppe Verdi, dove anziani musicisti vivono di musica e di ricordi, è ambientato l’assassinio “quasi perfetto”. Come un terremoto che sconquassa la superficie patinata e porta alla luce un sommerso di odio e intrighi. Torna l’accoppiata vincente di Doriana
Messina e Giorgia del Rio. Risolveranno un’indagine così complessa?
frillieditori.com
Maria Chiara Ciaccheri, Anna Chiara Cimoli, Nicole Moolhuijsen SENZA TITOLO Nomos, 2020
“Le metafore della didascalia”. Il progetto “Senza titolo”, da cui nasce il volume è stato organizzato con la Fondazione Querini Stampalia di Venezia. Avete mai riflettuto sull’importanza delle didascalie nella fruizione di luoghi e opere d’arte? “Nell’immaginario comune sono strumenti scientifici per eccellenza - si legge nella presentazione -. In realtà, si tratta di atti interpretativi, situati nel tempo e nello spazio, imperfetti e provvisori. La museologia recente ci parla infatti di didascalie critiche, polivocali, sempre più attente all’accessibilità e alla presa in conto di punti di vista e sensibilità diverse”. Chi dovrebbe scriverle e come? Questo lavoro vuole suggerire possibili tracce per la progettazione e l’analisi critica di una didascalia. Con l’intervista di Maria Elena Colombo a James Bradburne, direttore della Pinacoteca
di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense.
nomosedizioni.it
Chiara Cavelli HO FATTO UN 48 2020
IN LIBRERIA
ai quali quest’esperienza finirà per far cambiare lo sguardo sulla vita.
Un libro di poesie, di imperfetti e liberi versi, come li chiama l’autrice. Un libro uscito prima della pandemia e che si è trasformato anche in un’iniziativa benefica con l’invito a sostenere l’ospedale di Busto Arsizio. “Fin da ragazza ho sempre scritto e tenuto tutto per me. Mi perdevo nelle poesie dei grandi poeti e nelle parole dei cantautori - spiega l’autrice -. La poesia e la scrittura in generale sono state per tanti anni il mio angolo privato. Un mondo dove mi conoscevo nel profondo. Ma appunto mi conoscevo solo io. E più scavavo dentro di me, più vedevo lontano il mondo reale. Lo scorso anno ho conosciuto una poetessa, una donna speciale, un’amica che mi ha sostenuta e spinta a far ascoltare anche agli altri le mie parole. È nato così ‘Ho fatto un 48’, gli anni che ho compiuto a febbraio e titolo quasi profetico di questo momento di rivoluzione delle nostre vite. L’ho scritto per tutti coloro che hanno voglia di viaggiare dentro se stessi”.
@leparoledichiara
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▶ DAL WEB
DAL WEB
In (social) medio stat virtus I digital trend ai tempi della pandemia? Eccone 5 con i consigli per gestirli al meglio sirene. Oro certo, ora e sempre, ma meglio stare attenti. In un
Silvia Giovannini momento in cui molti hanno meno da fare, chi non sa insegna
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“Pronto, prontooooo…?” È dai tempi del Nokia 3210 che non si sentiva così spesso. Alzi la mano chi in quarantena non ha partecipato almeno ad un Webinar o a un video aperitivo. Dalle riunioni in giacca, cravatta e pantaloni del pigiama, con l’amato-odiato Zoom (ci sarà un motivo se il sistema prende il nome da un criminale dei fumetti), ai compleanni con Houseparty, le discussioni di laurea con Meet, le video interviste con sottofondo di treni e camion e le chiamate vintage con Skype dai balconi di casa. La tendenza del momento? Sul podio sicuramente la videocall, rigorosamente pronunciata all’americana. Videochiamare è in, telefonare è out, fingere di non sentire o non vedere in videochiamata “is the new black”.
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“Chiunque abbia il controllo della tecnologia ha nelle mani il mondo.” No, non è un aforisma postumo di Steve Jobs, ma una citazione di Lex Luthor, l’acerrimo nemico di Superman. Tra i trend del momento per i digital esperti c’è l’analisi dei dati. Infografiche, mappe, grafici a torta a 7 piani. Sui social è tutto un proliferare di numeri da far venire gli occhi a cuoricino a matematici e ingegneri. Ma attenzione alla lettura: mater semper certa, la fonte dei dati non sempre. Tenere sempre acceso il radar antifake.
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“Stateacasa”. Sì, ma a fare cosa se il lievito di birra è introvabile e l’ultimo hobby che vi abbia appassionato è stato giocare a biglie sulla sabbia a 8 anni? Ecco allora che ad ottimizzare il tempo a casa la parola “formazione” arriva come manna dal cielo e, unita all’aggettivo “gratuita” è più attraente del canto delle
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e lo fa in videoconference. Come orientarsi senza rinunciare a quella che è davvero un’ottima occasione? Usando il buon senso. Ad esempio, valutando cv ed esperienze. Un esperto di social usa bene anche i propri canali, come un esperto di cucina dovrebbe saper cucinare.
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Sabato sera, 20:20. Scatta l’ora della conferenza stampa. Da “Giovanni anche io non vado dal barbiere” alla ricrescita da Palazzo Chigi, tanto cara alle Bimbe di Conte, scatta anche l’ora dei meme e delle parodie. Non fingete di non capire a cosa ci riferiamo, nascondendovi dietro al rispetto istituzionale: la difficoltà collettiva aguzza l’ingegno e l’ironia regna sovrana. Su Facebook come su WhatsApp. Un consiglio però: scegliete cosa e a chi condividere. In soldoni, contate fino a 3 prima di inoltrare. Da grandi poteri umoristici derivano grandi responsabilità social(i).
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In un mare magnum di informazioni e notizie, 2 regole per orientarsi: poche fonti e buone. Sui social tutti sanno tutto di tutto. È fisiologico. A chi credere? All’amico del cugino del vicino che ha visto cose o all’audio dello studio avvocatizio che generosamente elargisce chiarimenti sul decreto tal dei tali? Tenete come riferimento le autorità ufficiali: sanitarie, di Governo, quelle di cui vi siete sempre fidati (il nostro sito dell’Unione Industriali www.univa.va.it, ad esempio, per non fare pubblicità). E non limitatevi alla lettura passiva. Cercate le opportunità. Da non perdere, il portale Solidarietà Digitale promosso dal Ministro per l’Innovazione e la Digitalizzazione. E, per questa volta, “fate girare”!
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Manifesto di speranza DAL WEB
Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network solo su
varesefocus.it Il tempo della solidarietà
ALA si espande in Germania
Il momento di emergenza e difficoltà legato al Coronavirus diventa momento della solidarietà. Una selezione di iniziative benefiche portate avanti dalle imprese varesine per sostenere chi si adopera per fronteggiare l’emergenza sanitaria e tutta la collettività. Un elenco senza pretesa alcuna di esaustività, per offrire l’idea di quanto si muove nella nostra provincia. Se volete segnalarci la vostra iniziativa, scrivete a info@varesefocus.it.
ALA – Advanced Logistics for Aerospace, azienda che opera da oltre 30 anni come distributore di parti e fornitore di servizi di supply chain management nel settore aerospace, ha acquisito le quote di maggioranza della tedesca Industrio GmbH, con sede a Norimberga, azienda di distribuzione di materiali aerospaziali, con una conoscenza capillare del mercato tedesco. L’acquisizione porterà ALA, che ha già sedi operative e magazzini in Italia, Francia, Regno Unito, Stati Uniti ed Israele ad avere maggiori opportunità di business nel mercato aerospaziale europeo.
I colleghi della sede cinese di Goglio Tianjin Packaging hanno preparato per tutto il Gruppo Goglio dei messaggi di incoraggiamento e di speranza.
Esami universitari in tempi del Coronavirus? Si può fare grazie alla tecnologia messa a disposizione dalla LIUC Università Cattaneo.
Il manifesto di Generazione d’Industria come simbolo della volontà di non fermarsi e proseguire il virtuoso percorso di collaborazione tra scuola e imprese. 79
Dalle
DAL WEB
#ImpresediVarese
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Una selezione di scatti varesini su Instagram ai tempi del Coronavirus. L’account di Univa è @generazionedindustria
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AGENZIA DI SARONNO SAN GIUSEPPE