Skip to main content

Varesefocus 3-2019

Page 1

ANNO XX · N.3

MAGGIO 2019

VARESEFOCUS

L’Europa siamo noi Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA


Mettiamo al centro il welfare per costruire il futuro della tua azienda. Il futuro di un’azienda si costruisce anche attraverso il benessere dei suoi lavoratori. Per questo è nato UBI Welfare, un modello personalizzabile di welfare KdSOXNKVO MRO KPº KXMK VK ^_K SWZ\O]K SX ^_^^O VO PK]S NS attivazione di un piano, con un servizio di consulenza su misura e una rete di Specialisti Welfare a tua disposizione. I tuoi dipendenti possono scegliere i beni e i servizi che meglio rispondono ai loro bisogni personali e familiari, anche di organizzazioni del terzo settore e di aziende del territorio, vicino a casa. In modo molto semplice, grazie a percorsi formativi in azienda e a una piattaforma sempre disponibile da pc, tablet o smartphone. Con tutti i vantaggi NOV aOVPK\O KdSOXNKVO KXMRO NS XK^_\K º ]MKVO ]SK ZO\ S ^_YS dipendenti sia per la tua azienda. Cogli l’opportunità che ne farà nascere molte altre e attiva il piano con UBI Welfare.

Fissa un appuntamento con lo Specialista Welfare ubibanca.com/welfare

Fare banca per bene. Il servizio UBI Welfare include una piattaforma informatica offerta dalla Banca in collaborazione con DoubleYou Srl (Società del Gruppo Zucchetti) e un insieme di servizi connessi alla gestione del piano welfare aziendale. Per le condizioni contrattuali ed economiche si rinvia alla documentazione contrattuale NS]ZYXSLSVO SX º VSKVO +QO`YVKdSYXS º ]MKVS Z\O`S]^O ZO\ S ZSKXS NS aOVPK\O KdSOXNKVO ]OMYXNY VK XY\WK^S`K `SQOX^O 7O]]KQQSY Z_LLVSMS^K\SY MYX º XKVS^q Z\YWYdSYXKVO


Siamo europei EDITORIALE

ma anche europeisti Riccardo Comerio

S

iamo europei, ed è un dato di fatto. Nonostante la crescente ondata anti-Ue, ci sono fatti, episodi, casi della vita che ci richiamano continuamente alla nostra natura di cittadini di una realtà, sicuramente non politica, ma certamente culturale, dalle radici molto più profonde e allargate rispetto agli stretti confini nazionali. Un esempio è la reazione commossa di fronte alle fiamme che hanno mandato in fumo il tetto di Notre-Dame di Parigi. Ma non siamo europei solo per dato di fatto. Come imprenditori siamo e saremo sempre anche europeisti. Convinti sostenitori di un progetto che auspichiamo possa essere rilanciato nei prossimi anni. Magari su basi diverse, se quelle pensate qualche decennio fa continueranno a scricchiolare, ma sempre e comunque con la ferma convinzione che gli Stati nazionali rappresentino ormai un ambito troppo ristretto per contare nel mondo. A livello economico, ma non solo. L’Europa è, anche per le imprese varesine, un mercato domestico, è una non-scelta, quasi una professione di fede. Ci si può differenziare sull’idea di Europa che si ha, ma non sulla sua necessità e ineluttabilità. Germania e Francia, solo per fare due esempi, molto citati in questi mesi di turbolente relazioni internazionali (e già il termine fa quasi sorridere per la vicinanza che dovrebbe contraddistinguere in realtà i nostri rapporti), sono due partner strategici a cui la nostra industria è strettamente legata nella catena del valore globale. Anche per questo abbiamo voluto dedicare gran parte di questo numero di Varesefocus al tema dell’Europa. Non tanto per entrare nei dettagli di tutte quelle che sono le vere battaglie che come Italia dovremmo avere il coraggio di affrontare in sede Ue. Quanto piuttosto perché siamo convinti che di fronte al prossimo voto per il Parlamento Europeo di domenica 26 maggio, occorra fare chiarezza almeno sull’ABC. Occorre andare oltre i luoghi comuni e puntare alla riscoperta delle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo e delle loro potenzialità. Perché se votare è un diritto, entrare in cabina elettorale solo dopo essersi informati è un dovere civico. Non parliamo, ovviamente dei programmi dei singoli partiti o movimenti. Di questo si occuperanno altre testate. Il ruolo di Varesefocus, nell’attuale dibattito politico, pensiamo possa e debba essere un altro: richiedere alle nostre forze politiche

che il confronto, pur aspro, avvenga raccogliendo il consenso non su tematiche nazionali, ma su un progetto e una visione di Europa che si vuole portare avanti. Il Paese ha la necessità che la politica lavori ad una classe dirigente italiana che sappia stare ai giusti tavoli europei. Non serve avere poltrone di prestigio, serve avere politici e funzionari preparati e concentrati sulle tematiche della Ue, che sappiano affrontare i giusti dossier con la necessaria competenza. Gli interessi dell’industria made in Italy, e del Paese in generale, vengono messi a volte in secondo piano nelle decisioni europee per colpa nostra, per la nostra incapacità, perché non sappiamo stare in Europa nella giusta maniera. Evocare complotti su presunti boicottaggi orchestrati da fantomatici euroburocrati è solo un facile alibi per affibbiare ad altri responsabilità proprie. Cerchiamo dunque di cogliere l’opportunità di questa tornata elettorale per cambiare soprattutto un atteggiamento: l’Europa non è un trampolino di lancio per far carriera politica in Italia, è, invece, un aspetto strategico della nostra vita economica ed istituzionale quotidiana che dobbiamo saper gestire in maniera migliore. Dobbiamo farci rispettare, è vero, ma non alzando la voce o i toni di uno scontro fino a se stesso, bensì attraverso una classe politica e dirigenziale all’altezza dell’importanza delle decisioni che ormai vengono prese a Bruxelles e a Strasburgo.

■

1


UPTOWN, IL TUO MIGLIOR INVESTIMENTO A MILANO 4DFHMJ EJ WJWFSF NFHMJP -F OVPWF SFTJEFO[F &"45 61508/ UJ BTQFUUBOP

4DFHMJFSF 61508/ TJHOJĂDB TDFHMJFSF JM primo vero Smart District d’Italia: un quartiere in fortissima espansione, direttamente collegato con il Mind (Milano Innovation District - il Parco della scienza, del sapere e dell’innovazione che sorge sull’ex area EXPO e ha già attratto investimenti privati per 1,8 miliardi) e con le prossime sedi di Human Technopole JM QPMP UFDOP TDJFOUJĂDP EJ SJDFSDB

sul genoma specializzato in tecnologie che migliorino la qualità della vita), dell’Ospedale Galeazzi (struttura d’eccellenza nazionale per diagnostica, chirurgia, degenza e pronto soccorso), della Clinica Sant’Ambrogio e delle GBDPMU™ TDJFOUJĂDIF EFMMŠUniversità Statale, oltre ad aziende private legate al mondo della ricerca TDJFOUJĂDB NFEJDB F GBSNBDFVUJDB


Per questo investire oggi su EAST UPTOWN TJHOJĂDB JOWFTUJSF TVM GVUVSP EFMMB QSPQSJB GBNJHMJB HPEFOEP B QJFOP EJ UVUUJ J TFSWJ[J F EFMMB RVBMJU™ EFMMB WJUB EFMMP 4NBSU %JTUSJDU Le nuove residenze di EAST UPTOWN sono immerse nella quiete di in uno spazio progettato per farti vivere al meglio. Scegli di abitare nel primo smart district di Milano, sicuro ed esclusivo, dove i giochi d’acqua al centro della piazza, il grande boulevard alberato ed i servizi su misura per i residenti ti aspettano per migliorare la tua vita sotto ogni aspetto. La progettazione di EAST UPTOWN ha seguito gli obbiettivi della Smart City, per questo è nata già perfettamente collegata ai principali punti strategici di Milano, alle principali arterie stradali extra urbane ed ai principali aeroporti nazionali ed internazionali, oltre che alle linee ferroviarie regionali e Alta Velocità . TUTTE LE STRADE PORTANO AD UPTOWN

6ƋDJP 7FOEJUF: via Pier Paolo Pasolini 3, Milano Orari di apertura 09.30-13.00 / 14.30-19.00

Online: uptown-milano.it


ANNO XX · N.3

MAGGIO 2019

VARESEFOCUS

L’Europa siamo noi Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA

Periodico di economia, politica, società, costume, arte e natura in provincia di Varese.

S O M 6

Presidente Riccardo Comerio Direttore editoriale Vittorio Gandini Direttore responsabile Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese

Richiedi il tuo abbonamento gratuito online collegandoti al sito

www.varesefocus.it Progetto grafico e impaginazione Paolo Marchetti Fotolito e stampa Roto3 srl Via per Turbigo 11/B 20025 Castano Primo (Mi) T. 0331 889.601 Gestione editoriale Univa Servizi srl Via Vittorio Veneto, 8/E 21013 Gallarate (VA) - T. 0331 774.345

PUBBLICITÀ Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345 Questo numero è stato chiuso il 24 aprile 2019. Il prossimo numero sarà in edicola con Ilsole24Ore il 1° luglio 2019. “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali dell’Unione Industriali della Provincia di Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore).

FOCUS 6 L’Europa siamo noi 8 Europa quanto ci costi 10 Fondi europei: ecco chi non se li fa scappare 14 A Varese la circular economy è targata UE 16 L’Italia nel Parlamento europeo 19 L’Erasmus non è solo per studenti 20 L’Europa in casa

22 Le nuove sfide per banche e imprese

ECONOMIA 24 L’industria tedesca investe a Busto Arsizio 26 L’arte di governare i fluidi

FORMAZIONE 29 Pendolari dello studio via traghetto

Interventi e contributi di: Luigi Bignami, giornalista; Andrea Della Bella, giornalista; Andrea Ferretti, docente universitario; Maria Grazia Gasparini, giornalista; Marco Giovanelli, giornalista; Luciano Landoni, giornalista; Michele Mancino, giornalista; Luisa Negri, giornalista; Paola Provenzano, giornalista; Sergio Redaelli, giornalista. In redazione: Cristina Cannarozzo, Davide Cionfrini, Silvia Giovannini, Chiara Mazzetti, Maria Postiglione. Segreteria di redazione: Barbara Brambilla, Viviana Maccecchini. Fotografie di: Archivio Reuters, Davide Cionfrini, Pietro Limido, Mauro Luoni, Chiara Mazzetti.


M A R I O UNIVERSITÀ

SCIENZA

32 Una moneta in cerca di futuro

44 Varese Jurassic Park

62

TERRITORIO 47 La via Francisca del Lucomagno 69 Mostre e appuntamenti

32 VITA ASSOCIATIVA 34 Bad boss VS Good boss 36 Il lavoro che verrà 38 L’homo faber 4.0 40 L’impresa è questione di cuore

FOTO DAL MONDO 42 La guglia di Notre Dame in fiamme

42

47

▶ Sport 71 Vita da arbitro

51 Un premio da “10 e lode!”

RUBRICHE

71

▶ Provincia da scoprire 54 Storia e arte per le vie di Saronno

▶ Motori 75 E-tron: l’elettrico di casa Audi

▶ Gita a... 58 Conta il punto di vista

▶ In libreria 77 Dal naufragio maledetto al maledetto design

▶ Arte 62 La pittura come il mare 66 Il sogno di Leonardo

▶ Dal Web 80 Questioni di chimica


FOCUS

L’Europa siamo noi In vista delle elezioni europee 2019 Varesefocus accompagna i propri lettori in un viaggio alla scoperta della Ue. Perché se votare è un diritto, informarsi prima di entrare in cabina elettorale è un dovere civico sua voce non sia tenuta in conto a Bruxelles, vista sempre come

Paola Provenzano troppo lontana e popolata da euroburocrati, figure tanto leggen-

G

uardare l’Unione Europea un po’ più da vicino può essere un buon esercizio in vista dell’imminente appuntamento elettorale del 26 maggio: il viaggio non può che cominciare dal motore della macchina europea e da chi è al volante. Sfiducia? Alcune cose da sapere Il 55% degli italiani (Rapporto standard Eurobarometro dicembre 2018) non ha fiducia nell’Europa e il 66% è convinto che la

6

darie quanto mitologiche. Quello che esiste nella realtà è un’Unione Europea che ha leggi e paletti che ne regolano la vita con istituzioni pensate – almeno sulla carta – per essere rappresentative dei cittadini e dei Governi. L’Ue non è uno stato federale (come lo sono gli Stati Uniti d’America) e non si tratta nemmeno di un insieme di Paesi uniti solo da specifici accordi commerciali: l’Unione è una realtà sovranazionale in continua evoluzione. Se potessimo vedere in time-lapse soprattutto gli ultimi 30 anni, vedremmo un’Unione Europea che


Le regole del gioco Nell’Unione ci sono regole del gioco che sono state scritte e continuano ad essere scritte insieme. Per funzionare l’Ue ha un suo preciso quadro normativo che abbiamo contribuito a scrivere: i Trattati, che sono la sua “carta costituzionale” e poi l’ordimento derivato che si concretizza ad esempio in direttive, regolamenti e raccomandazioni. Sono questi i provvedimenti che hanno a che fare con la nostra vita di tutti i giorni, dalla tutela della privacy ai sacchetti bio per frutta e verdura nei supermercati e che spesso ai cittadini vengono presentati come vessatori, ingiusti e imposti. Esiste davvero un’Unione Europea che fa il bello e il cattivo tempo senza che il nostro Paese abbia voce in capitolo? Eccoci al cuore delle istituzioni europee e dei loro processi decisionali. Essi sono il frutto dell’azione di tre organismi: il Parlamento, che rappresenta i cittadini; il Consiglio, che rappresenta i Governi; la Commissione, organo esecutivo indipendente dai Governi e garante dell’interesse degli Europei nonché “custode dei Trattati”. Se è vero che sono i primi due organismi a legiferare, la Commissione elabora ed invia proposte e si fa garante che quello che viene deciso resti dentro ai confini tracciati dai Trattati e sia applicato dagli Stati membri. I giocatori: democrazia o vecchia diplomazia? Lo schema di gioco, ridotto all’osso, è questo: il Parlamento condivide con il Consiglio sullo stesso piano (si parla di co-decisione) la responsabilità di legiferare e di approvare il bilancio. Sotto questa voce vanno gli slogan “lo vuole Bruxelles” e “dove finiscono i nostri soldi”. Eppure, in tutti i casi in cui le decisioni sono prese l’Italia è presente e quindi vota, esprime una opinione e cerca accordi. In Parlamento siamo presenti con i Parlamentari; in Consiglio con i Ministri coinvolti a seconda dell’argomento discusso e in Commissione con i Commissari, ovvero persone scelte di comune accordo tra i Paesi membri, ma che devono agire nell’interesse dell’Europa e non su indicazione dei Governi nazionali. A sovraintendere a questa complessa struttura c’è poi il Consiglio Europeo, formato dai capi di Stato o di Governo dei Paesi membri. Il quadro che ne esce è quello di una realtà dove convivono rappresentanza democratica e diplomazia intergovernativa.

Nell’Unione ci sono regole del gioco che sono state scritte e continuano ad essere scritte insieme. Per funzionare l’Ue ha un suo preciso quadro normativo che l’Italia ha contribuito a scrivere. L’alibi “ce lo impone l’Europa” non funziona

FOCUS

si allarga e cambia pelle. Se è vero infatti che nel Secondo Dopoguerra furono esigenze economico-commerciali a spingere verso il mercato unico, da un certo momento storico in poi – quello che ha visto cadere il muro di Berlino – sul piatto sono comparsi bisogni e problemi ben più complessi di cui farsi carico insieme: da quelli geopolitici, alla sicurezza interna, fino alla lotta ai cambiamenti climatici. Essere uniti è stato vantaggioso? Nessuno ha una sfera di cristallo per dirlo, ma di certo disegnare una linea del tempo dal 1500 ad oggi potrebbe aiutare a visualizzare che – in tutti questi secoli – i Paesi ricompresi nella Ue non avevano mai avuto 70 anni consecutivi di pace. In politica i teoremi non valgono un granché, ma è innegabile che avere obiettivi comuni ci farà forse discutere con tedeschi e francesi dentro i palazzi, ma ci ha tenuti lontani da trincee e bombe.

Sull’Unione Europea forse non sapevi che… 1. Il Paese con gli elettori più giovani? È l’Austria dove per il Parlamento Ue voteranno anche i sedicenni. 2. Il tedesco è la lingua che ha più locutori all’interno della comunità europea, in base al numero di abitanti dei Paesi dove questo idioma è parlato. 3. La Bandiera dell’Ue all’inizio era la bandiera del Consiglio d’Europa (che non ha nulla a che vedere con l’Ue!). Come riconosciamo se è corretta? Tutte le stelle devono avere la punta orientata verso l’alto. 4. Il totale della popolazione dei Paesi Ue è di 508 milioni di persone: l’Ue è l’entità politica più popolata dopo Cina e India. 5. Ci sono precedenti alla Brexit? Possiamo dire sì, ma anche no. Nel 1982 infatti ci fu una uscita dalla Cee: è il caso, del tutto diverso rispetto a quello del Regno Unito, di un referendum fatto in Groenlandia, isola che geograficamente fa parte del continente americano e politicamente della Danimarca. 6. L’Euro è moneta ufficiale di Andorra, San Marino e Città del Vaticano: si tratta di micro Stati che non fanno parte dell’Ue ma che intrattengono rapporti speciali e accordi per coniare la moneta. Le monete coniate con le effigi di Città del Vaticano sono rare e molto ricercate!

■

7


FOCUS

Europa, quanto ci costi? Uno sguardo attento e approfondito dentro il bilancio della Ue, per andare alla scoperta dei numeri veri, quelli che, se letti attentamente senza pregiudizi o retorica, tolgono il velo a falsi miti e drenano terreno a critiche spesso infondate. Con un rapporto costi e benefici che viene, così, ribaltato se e contributi e di questi 1 euro va a finanziare il bilancio dell’U-

Paola Provenzano nione Europea che – se commisurato al Reddito Nazionale Lor-

S

ull’Unione Europea è facile imbattersi in luoghi comuni, frasi fatte e “ho sentito dire che…”: spesso si tratta di argomentazione basate su scarsa conoscenza oppure su sbrigative analisi. Sotto accusa spesso ci sono i costi della macchina europea, ma anche l’assurdità di alcuni provvedimenti.

Europa quanto ci costi? Su 100 euro guadagnati, ogni cittadino dell’Ue ne versa 50 in tas-

La sede a Bruxelles del Parlamento europeo

8

do – appare piuttosto modesto: il bilancio Ue rappresenta infatti circa l’1% di esso. In soldoni sul piatto per il periodo 2014 - 2020 ci sono 1.087 miliardi di Euro da spendere per attuare politiche ed interventi europei. Il che significa che il livello di spesa pubblica dell’Ue, rispetto alla spesa pubblica di un qualsiasi Stato, è cosa assai piccola. Ma come sono spesi questi soldi? Il 34% della spesa va sotto la voce coesione economica, sociale e territoriale (cioè soprattutto i fondi strutturali come quello regionale e quello sociale), poi c’è


una fetta pari al 39% che ha l’etichetta “crescita sostenibile e risorse naturali” (qui dentro la parte del leone la fa la politica agricola comune); il 13% è impegnato per competitività, crescita e occupazione; il 6,3% va a sostegno della cooperazione internazionale e dello sviluppo; il 2% prende la via delle spese che riguardano sicurezza e cittadinanza, dentro le quali si situa la spinosa questione dei flussi migratori. Infine, il 6% serve per le spese amministrative di gestione della macchina comunitaria. Altro capitolo, è quello che mette sotto la lente quanto diamo noi alle casse di Bruxelles e quanto torna indietro. L’ultimo dato disponibile è relativo al 2016 e dice che l’Italia ha versato 13,9 miliardi di Euro mentre sono stati spesi – sul nostro territorio – 11,5 miliardi. La Germania ha versato nelle casse comunitarie 23 miliardi a fronte di soli 10 miliardi di spesa. Cosa accadrà dopo il 2020? Attualmente è in corso un negoziato molto complesso sul quadro finanziario pluriennale, dal quale dipenderanno le priorità di spesa nel periodo 2021–2027. La Commissione ha presentato, nello scorso mese di maggio, la sua proposta sulla quale gli Stati membri dovranno trovare un accordo all’unanimità. Regole vs semplificazioni: chi vince? Il famoso regolamento sulle dimensioni dei cetrioli (abrogato, peraltro, nel 2008) è diventato il simbolo di un’Unione Europea burocratizzata, tutta presa a dettare norme dal sapore assurdo, come quella che definiva nel dettaglio persino la misura della curvatura di un ortaggio. A nulla vale sottolineare che quel regolamento era stato voluto proprio dagli agricoltori, per una questione di tutela del prodotto e che la sua abrogazione portò anche a malumori in alcuni Paesi come Francia e Spagna, senza peraltro aver mai arrecato danno a quelle persone che se ne lamentavano. Più raro è sentir riconoscere, ad esempio, che grazie all’Ue è diventato per noi meno caro telefonare dall’estero, in seguito al taglio del roaming internazionale; poche anche le parole che si spendono per gli effetti della liberalizzazione dei voli sui prezzi dei biglietti aerei o per la facilità con cui oggi viaggiamo da un Paese all’altro. Anche se le semplificazioni targate Unione Europea superano di gran lunga le regole, le prime appaiono meno evidenti. Quali sono gli ambiti in cui l’Ue ha potere di prendere decisioni e con quali conseguenze per cittadini e imprese?

FOCUS

Su 100 euro guadagnati, ogni cittadino dell’Ue ne versa 50 in tasse e contributi e di questi 1 euro va a finanziare il bilancio dell’Unione Europea che – se commisurato al Reddito Nazionale Lordo – appare piuttosto modesto: solo l’1%

L’Unione Europea svolge attività in 35 settori differenti, potendo agire in modo esclusivo per tutto quello che concerne l’unione doganale; le regole di concorrenza nel mercato unico; la politica monetaria (per i Paesi dell’area Euro); la conservazione delle risorse biologiche marine; la politica commerciale comune e - ove previsto - la conclusione di accordi internazionali. Accanto a ciò ci sono poi ambiti dove le competenze sono condivise con gli Stati membri. Senza voler entrare nel dettaglio di ciascun capitolo, gli effetti più evidenti sono quelli legati al mercato unico, che racchiude in sé le quattro grandi libertà di circolazione per persone, merci, servizi e capitali. Cosa significa questo per la nostra vita di tutti i giorni? La fine dei monopoli e la liberalizzazione nel campo del trasporto aereo hanno portato ad aprire le rotte a tutte le compagnie aeree con il conseguente abbassamento dei prezzi e con il fenomeno dei voli low cost. Proviamo a pensare quanto avremmo speso 25 anni fa per un volo Milano – Berlino: oggi ci bastano 25 euro. E poi ci sono gli steccati imposti agli aiuti di Stato che, per un Paese come il nostro, significa fermare l’emorragia di fondi pubblici. E poi ancora potremmo citare il caso della telefonia. Semplificazioni dunque e non solo burocrazia che, comunque, rappresenta pur sempre un male necessario per qualsiasi istituzione. La stessa Commissione Europea si è data l’obiettivo di non essere invasiva e di intervenire solo dove necessario. Sotto lo slogan “Grande per le cose grandi e piccola per le cose piccole” dalla sua entrata in carica (nel 2014) l’attuale Commissione europea ha presentato l’80% in meno di iniziative rispetto al mandato precedente.

■

9


FOCUS

Fondi europei, ecco chi non se li fa scappare Altro che tesoretto. Per il periodo 2014-2020, l’Europa ha messo a disposizione dell’Italia piÚ di 75 miliardi di euro. Risorse che transitano attraverso lo Stato e le Regioni per la gran parte rimaste inutilizzate. Quando invece ai fondi europei le imprese possono accedere rapportandosi direttamente con Bruxelles tutto cambia, come dimostra il caso della Mogu di Inarzo

10


passaggi burocratico-amministrativi nel nostro Paese non agevo-

O

gni anno vengono stanziati da Bruxelles tantissimi fondi destinati a finanziare opere, progetti di ricerca, imprese, innovazione, eppure non sempre questo fiume di soldi viene speso. La questione dei fondi europei è sicuramente complessa: volendo semplificare possiamo dire che ci sono due grossi capitoli. Uno riguarda i fondi indiretti: sono quelli che non riusciamo a spendere e che rischiamo di dover restituire a causa del blocco rappresentato dall’inefficienza della pubblica amministrazione. Quando invece, ed è il secondo capitolo, i finanziamenti vanno in modo diretto a imprese e centri di ricerca, gli italiani sono tra i più bravi ad accedere alle risorse. Fondi europei: ecco chi li perde... e chi non se li fa scappare Una tavola imbandita da piatti ricchi e appetitosi, dove però non sempre i commensali riescono davvero ad arrivare alla fine del pranzo: potremmo così rendere l’idea di quello che accade per i cinque Fondi strutturali e di investimento finalizzati a sostenere lo sviluppo economico generale. Qui si parla più che altro attraverso sigle come Feasr (dedicato allo sviluppo agricolo); Fesr (Fondo europeo per lo sviluppo regionale); Fse (Fondo sociale europeo, per promuovere l’occupazione); Fc (Fondo di coesione) e Feamp (fondo per affari marittimi e la pesca). Si tratta di fondi cosiddetti “indiretti”, la cui gestione passa cioè attraverso gli Stati membri, nel caso del nostro Paese da Ministeri e Regioni, con tutto ciò che ne consegue in termini di lentezze e burocrazia. L’Italia per il periodo 2014-2020 aveva da spendere il suo bel tesoretto, che superava i 75 miliardi di euro tra finanziamento Ue e cofinanziamento. Ma il nostro Paese fa fatica a spendere e spesso gli investimenti restano bloccati: peggio di noi fanno solo Spagna e Malta. Ad esempio, i due principali programmi, ovvero Fesr e Fse, ammontano complessivamente a 55 miliardi, ma a fine 2018, la cifra spesa era appena del 12,62 per cento, con un grado di avanzamento dei progetti in media del 32 per cento: un ritardo importante dal momento che il 2020 è oramai dietro l’angolo e c’è il rischio di perdere i fondi non spesi. Ma perché facciamo così tanta fatica a cogliere queste vere e proprie opportunità? Di certo i

Ci lamentiamo spesso di contribuire troppo come Italia al bilancio dell’Unione Europea in rapporto a quanto riceviamo indietro, ma siamo proprio sicuri che sia colpa della Ue e non nostra, della nostra burocrazia nazionale?

grovigli delle regole nostrane, nella litigiosità delle gare d’appalto e nella lentezza della giustizia, pagando una inefficienza tipica della nostra pubblica amministrazione che, in ultima analisi, fa da collo di bottiglia. C’è poi invece un ambito in cui cittadini, imprese, Università e centri di ricerca accedono direttamente a fondi e finanziamenti dell’Ue e qui troviamo una bella notizia: nel capitolo dei cosiddetti “fondi diretti” siamo tra i più bravi ad accedere alle risorse. In questo caso non c’è una quota riservata a ciascuno Stato, ma il confronto avviene con tutti i competitori dell’Unione. E se si guarda ai cinque programmi più importanti (Erasmus Plus, Life, Cosme, Creative Europe e Horizon 2020) i progetti targati Italia sono al secondo posto appena dietro la Spagna e davanti a Germania, Regno Unito e Francia. Insomma – a differenza dei fondi indiretti che passano dalla pubblica amministrazione nostrana e che facciamo fatica a spendere – qui si respira un’aria diversa che sa di cittadinanza europea.

FOCUS

Paola Provenzano lano: i fondi europei insomma rischiano di restare intrappolati nei

Dall’Ue una spinta all’innovazione Un esempio di efficienza nel saper sfruttare le risorse europee per la crescita delle imprese arriva dalla provincia di Varese. È quello di un finanziamento a fondo perduto pari a un milione e mezzo di euro, a fronte di un progetto di ricerca e sviluppo che guarda al mercato dell’interior design e della bioedilizia e il cui valore complessivo è di oltre due milioni di euro. Sono questi i numeri che dicono come l’Unione Europea ha creduto all’idea di una giovane azienda di Inarzo, la Mogu, nata nel 2014 con un preciso obiettivo: valorizzare gli scarti industriali e vegetali per produrre materiali e prodotti innovativi, con un occhio rivolto anche al comfort e al design. Guardare all’Europa da questo piccolo centro del Varesotto non è cosa inusuale, con la consapevolezza che la sfida per l’innovazione passa proprio da qui. “Questo non è il solo progetto Europeo che abbiamo in corso - dice Stefano Babbini, Ceo dell’azienda - siamo anche coinvolti in altre progettualità, ad esempio come partner all’interno di un progetto Horizon 2020 BBI (Bio Based Industries), denominato Agrimax che ha come capofila un’azienda spagnola e riunisce 25 soggetti diversi tra imprese, centri di ricerca e università. Il nostro ruolo in questo caso è quello di sviluppare una demo per la realizzazione di soluzioni destinate al packaging ed alle attività floro-vivaistiche ottenuti da scarti dell’industria agroalimentare”. Un’altra progettualità è invece quella che prevede il finanziamento a fondo perduto pari a un milione e mezzo di euro, nata nell’ambito dello Sme Instrument, uno strumento dell’Ue che assegna fondi per attività di ricerca e sviluppo nelle piccole e medie imprese. Quello presentato dalla Mogu è uno dei nove progetti italiani premiati nella call dell’aprile 2018. La differenza rispetto a quando si lavora con finanziamenti pubblici italiani? “La differenza è grande - dice Babbini - a partire ad esempio dalla percentuale del costo complessivo del progetto che può essere finanziata: nel caso dell’Ue si arriva fino al 70% del costo finanziato, in Italia, attraverso fondi regionali, generalmente 11


FOCUS

I due principali programmi, ovvero Fesr e Fse, assegnano all’Italia risorse per 55 miliardi, ma a fine 2018, la cifra spesa era appena del 12,62 per cento, con un grado di avanzamento dei progetti in media del 32 per cento al 50 per cento. E poi ancora, in Italia per avere gli anticipi sulle spese è spesso richiesta una fideiussione, cosa che non succede per i progetti Europei. Anche la burocrazia in tutte le fasi, compresa quella di rendicontazione, risulta molto più pesante e farraginosa”. “Se parliamo di innovazione ricerca e sviluppo - aggiunge Babbini - sicuramente la risposta non arriva dal nostro Paese, ma dall’Europa”. Sotto il cappello SME Instrument, ad ottobre 2018 Mogu ha avviato un progetto che prevede lo studio, lo sviluppo e la commercializzazione di una pavimentazione modulare e sostenibile, creata a partire da materiali naturali di scarto provenienti dalla filiera tessile, e rilavorati grazie all’utilizzo di particolari funghi che, nutrendosi proprio di questi scarti, producono un nuovo materiale ottimizzato per realizzare mattonelle. Trattata poi con resine

12

a base biologica, la pavimentazione offre una soluzione dal design naturale destinata ad un mercato in espansione come quello dell’edilizia green. “Il vero punto di forza – conclude Babbini – è quello di avere i partner giusti quando si lavora in consorzio con altre aziende ed enti di ricerca oppure, se si corre da soli, avere un bravo euro-progettista che conosca i meccanismi dei finanziamenti europei al quale affidare la propria proposta di innovazione che deve comunque essere eccellente. La nostra esperienza dice che l’Europa è pronta e disponibile a dare spazio alle idee e a sostenere l’innovazione”.

■

Nel capitolo dei cosiddetti “fondi diretti” siamo tra i più bravi ad accedere alle risorse. Quando la palla passa a imprese e cittadini, bypassando la burocrazia italiana, il nostro Paese scala le classifiche europee arrivando al secondo posto, dietro alla sola Spagna


FOCUS

A Varese la circular economy è targata Ue Il Progetto europeo Life M3P, portato avanti da Unione Industriali e Centrocot, ha sviluppato una piattaforma online per far incontrare domanda e offerta di materiali di scarto. Fenomeno sempre più diffuso anche sul territorio come testimoniano gli esempi di Holcim, Mazzucchelli 1849 e Vibram attraverso il processo produttivo del cemento che ha come risul-

Davide Cionfrini tato finale la totale assenza di scarti alla fine. Il partner di cui si av-

“L

a produzione di cemento contribuisce a chiudere il ciclo dell’economia circolare e produce sviluppo sostenibile. La tecnologia del co-processing consente infatti di recuperare non solo energia, ma anche materia dai rifiuti

univa.va.it

14

vale Holcim (Italia) per applicare i principi di circolarità e aumentare la sostenibilità del proprio processo produttivo è Geocycle Italia appartenente al 100% al gruppo. Attiva da oltre 30 anni nella gestione sostenibile e responsabile dei rifiuti, Geocycle è stata tra i pionieri dell’implementazione dei principi della circular eco-


Il Progetto Life M3P promuove lo sviluppo di un sistema di valorizzazione degli scarti industriali, favorendone il riutilizzo nelle imprese e riducendo il conseguente impatto economico e ambientale

Il Progetto Life M3P vede il sistema economico varesino cooperare con altri partner europei: Belgio (Fiandre), Grecia (Macedonia Occidentale) e Spagna (Asturie) tecnologie. Tra i problemi nel dare una seconda vita a questi materiali c’è il fatto che le opportunità offerte dai nuovi brevetti, dallo sviluppo di nuove conoscenze aziendali e dai processi di trasferimento tecnologico, non sono conosciuti da chi li produce e li gestisce. L’obiettivo della nostra Piattaforma è avvicinare questi due mondi per dare nuova vita agli scarti con un’attività di matching. Un punto di incontro di tecnologie, scarti e persone, per andare oltre le esperienze delle singole aziende”. Perché se le iniziative delle singole imprese sul fronte dell’economica circolare si stanno ormai diffondendo anche in provincia di Varese, ciò che manca è una visione d’insieme, una strategia territoriale. “Noi nasciamo dalla montagna e produciamo suole in gomma ad alte performance – dice Marco Guazzoni della Vibram di Albizzate – la sostenibilità è dunque nel nostro Dna. Da anni, per quanto riguarda l’economia circolare, studiamo come riutilizzare gli scarti industriali di altre imprese e quelli prodotti dai nostri stessi stabilimenti per minimizzare gli sprechi di produzione e magari riuscire a dare in futuro i nostri scarti ad altre aziende come materia prima seconda. Nella Piattaforma M3P abbiamo trovato un partner ottimo per investigare le possibilità di design, di prodotti e di materie per migliorare la virtuosità dei nostri scarti”. Un fronte, quello del riutilizzo, su cui è fortemente impegnata anche la Mazzucchelli 1849 Spa di Castiglione Olona: “L’economia circolare – racconta Marco Santero – si concretizza nella nostra azienda con il riuso dell’acetato di cellulosa, ossia un materiale plastico di origine naturale, che può essere riadoperato più volte come materiale riciclabile. Quello che otteniamo può essere usato per la produzione di occhiali oppure, a livelli di granulato, in applicazioni minori come piedini delle sedie o punte degli ombrelli. Siamo comunque sempre alla ricerca di nuove strade per dare nuova vita a quella parte di materiale che non riusciamo a riutilizzare nel nostro stabilimento”. Occorrono nuove idee pensate da giovani designer. Anche su questo sta lavorando, grazie ai fondi europei, Life M3P attraverso un altro partner italiano del Progetto: Material Connexion Italia “che ha fatto da connettore – come spiega Veronica Sarbach – tra mondo del design e realtà manifatturiera, coinvolgendo le scuole di design milanesi, tra queste il Politecnico, per far sviluppare dagli studenti nuovi concept, utilizzando gli scarti industriali messi a disposizione delle imprese. Fino adesso abbiamo raccolto un numero vasto di idee. I materiali erano molto diversi e i concept emersi spaziano dal pannello decorativo di una parete, alle lampade, passando per le borse create in gomma”.

FOCUS

nomy”. Holcim, presente in provincia di Varese con l’insediamento di Ternate, è una delle sempre più numerose aziende del territorio che hanno deciso di implementare i principi dell’economia circolare all’interno dei propri cicli produttivi. Usare i propri scarti industriali o gli scarti industriali di altre imprese come materia prima da recuperare per dar vita a nuovi prodotti: questo il concetto. Con precisi e concreti vantaggi per l’ambiente e le comunità locali, come spiega Luca Danuvola di Holcim (Italia) Spa: “Oltre ad un risparmio di materia prima e ad una forte riduzione di anidride carbonica – continua Danuvola – nel processo produttivo del cemento la tecnologia del co-processing risulta una soluzione di prossimità e consente di valorizzare la porzione non riciclabile dei rifiuti garantendo la totale eliminazione di scarti e quindi la totale chiusura del ciclo dei materiali alla fine del processo”. Non si spreca nulla. Che è poi l’obiettivo del Progetto Life M3P. Finanziato nell’ambito del programma dell’Unione Europea Life – Resource Efficiency, M3P promuove lo sviluppo di un sistema di valorizzazione degli scarti industriali e coinvolge partner provenienti da Italia (Lombardia), Belgio (Fiandre), Grecia (Macedonia Occidentale) e Spagna (Asturie). L’iniziativa punta a promuovere il miglioramento della gestione dei rifiuti nei distretti industriali, favorendone il riutilizzo nelle imprese e riducendo i fabbisogni di trattamento, deposito e trasporto ed il conseguente impatto economico e ambientale. Varese è protagonista di questo progetto europeo grazie alla partecipazione, in qualità di partner, dell’Unione Industriali varesina e, in qualità di capofila, di Centrocot. “Il progetto Life M3P – spiega Marco De Battista, Coordinatore delle Aree Economiche dell’Unione Industriali – vuole rappresentare un contributo a supporto delle imprese, sia di quelle che già hanno avviato processi produttivi in questa direzione, sia di quelle che vogliono avvicinarsi a questo nuovo paradigma. Dopo due anni di lavoro siamo ormai pronti a condividere i risultati raggiunti nello sviluppo di una piattaforma online per la catalogazione degli scarti industriali e delle tecnologie innovative per il riciclo. Uno strumento web che fa incontrare offerta e domanda di materiali di scarto”. Più di 900 quelli fino ad oggi censiti e caricati sulla Piattaforma Life M3P. “La Piattaforma Life M3P – racconta Claudio Brugnoni di Centrocot – è un luogo digitale dove gli scarti incontrano anche le

■

15


FOCUS

L’Italia nel Parlamento europeo Scheda elettorale, circoscrizioni, preferenze. E poi ancora i numeri dei rappresentanti italiani a Strasburgo e il funzionamento della costituzione dei Gruppi politici. Ecco una guida al voto per il prossimo 26 maggio Paola Provenzano

I

l voto per il Parlamento europeo, a poche settimane di distanza, sembra un appuntamento destinato a mutare solo in parte gli equilibri attuali, portando in eredità una grande attenzione per il futuro dell’Unione Europea, ma anche una certa frammentazione, determinata dall’ascesa di un nutrito gruppo di partiti nazionalisti ed euroscettici. È ragionevole pensare che, a gettare Il Parlamento europeo a Strasburgo

16

La circoscrizione a cui appartiene la provincia di Varese, ovvero la Nord-Occidentale (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia), avrà la scheda di colore grigio


L’appuntamento e come si vota in Italia A fine maggio sono chiamati al voto circa 400 milioni di cittadini europei: di essi però solo una piccola parte probabilmente deciderà di votare. Il dato sulla affluenza alle urne per le elezioni Europee è infatti costantemente in calo; nel 1979 (anno delle prime elezioni) votò il 63% degli elettori e 15 anni più tardi, nel 1994 si scese al 57%, mentre nel giro dei successivi 15 anni il tasso di partecipazione è calato in misura ancor più significativa, attestandosi nel 2014 attorno ai 43 punti percentuali. I deputati del Parlamento europeo sono designati con suffragio universale diretto e con il metodo proporzionale. Le regole elettorali in realtà non sono uniformi in tutta l’Unione, ma variano

da Paese a Paese così come variano le età minime per eleggere ed essere eletti. Le urne in Italia saranno aperte domenica 26 maggio, dalle ore 7 alle ore 23. Ai fini delle votazioni, l’Italia viene divisa in cinque circoscrizioni elettorali che avranno schede di colore differente: Nord-Occidentale, Nord-Orientale, Centrale, Meridionale, Insulare. La circoscrizione a cui appartiene la provincia di Varese, ovvero la Nord-Occidentale (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia), avrà la scheda di colore grigio. Il voto di lista si esprime tracciando sulla scheda un segno sul contrassegno corrispondente alla lista prescelta. È possibile anche esprimere da uno a tre voti di preferenza per candidati compresi nella lista votata; nel caso di più preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza. Seggi e gruppi parlamentari Con questo appuntamento saranno assegnati i 751 seggi del Parlamento (numero massimo fissato dai Trattati); all’Italia, dall’en-

trata in vigore del trattato di Lisbona ne spettano 73. A meno di colpi di scena prima del 23 maggio, i britannici saranno anche loro chiamati alle urne: poi, con la definitiva uscita del Regno Unito dall’Ue, una parte dei suoi 76 seggi verrà redistribuita e si prevede di scendere a 705 seggi totali. Una curiosità: in base a complessi meccanismi di ricalcolo, l’Italia a quel punto avrà 76 scranni da occupare. Ma cosa succederà dopo il voto? A partire dal 27 maggio, i nuovi deputati eletti avvieranno i negoziati per la costituzione dei gruppi politici: in definitiva gli eletti nelle liste di un partito dovranno aderire a un gruppo politico che dovrà essere formato in base a precise regole. Per costituire un gruppo politico infatti sono necessari 25 membri eletti in almeno un quarto degli Stati membri. Sarà dentro a questi gruppi che i nostri politici andranno a lavorare nei prossimi anni, accanto a colleghi di altri Paesi e di altri partiti. Per farci una idea possiamo guardare alla fotografia attuale. I gruppi politici attualmente rappresentati nel Parlamento europeo sono otto, qui elencati dal più numeroso al meno numeroso: Gruppo del Partito Popolare Europeo (PPE), Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D), Conservatori e Riformisti Europei (Ecr); Alde (Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa), Gue/Angl (sinistra unitaria Europea/ sinistra verde nordica) Verdi/Ale (Verdi alleanza libera europea), EFDD (Gruppo Europa delle libertà e della democrazia diretta), ENF (Europa delle nazioni e delle libertà) e infine i non iscritti.

FOCUS

un’ombra sull’avvicinamento alle urne, sia stato soprattutto l’esito della Brexit con un Regno Unito in preda alla difficoltà di risolvere in modo positivo e vantaggioso l’uscita dall‘Unione.

Scenario possibile La situazione a cui ci si troverà di fronte dopo le elezioni potrà essere quella di uno scenario differente, proprio perché l’adesione ai gruppi e la loro formazione dipende dagli esiti delle urne e dagli equilibri che si andranno a definire. Se da una parte c’è la percezione che si potrà rafforzare la componente sovranista e nazionalista, dall’altra parte non ci si aspetta un completo ribaltamento degli equilibri in essere che attualmente vedono una prevalenza delle forze centriste. Uno dei segni maggiormente distintivi della prossima legislatura potrebbe però essere la maggiore frammentazione delle forze politiche con la conseguenza di rendere più difficile il processo decisionale: ma questo lo potremo vedere solo dopo il 2 luglio prossimo, quando si insedierà la nona legislatura del Parlamento europeo che resterà in carica per i prossimi 5 anni.

■

È possibile anche esprimere da uno a tre voti di preferenza per candidati compresi nella lista votata; nel caso di più preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso 17


La Commissione Ue promuove diversi programmi di mobilità che, in 32 anni, hanno permesso a 9 milioni di persone di fare esperienza all’estero per motivi di studio, lavoro, volontariato e sport. Anche da qui passa la costruzione di una cittadinanza europea Paola Provenzano

N

on solo studenti, ma anche sportivi, volontari e lavoratori, del pubblico come del privato. Sono decine di migliaia ogni anno le persone che fanno le valigie e partono per un periodo all’estero, non come turisti ma per accrescere il loro bagaglio di conoscenze e competenze. Sono cittadini dell’Ue per i quali la parola mobilità significa occasione per vivere in prima persona la dimensione di Europa. Oggi a permettere tutto ciò è il programma della Commissione europea denominato Erasmus+, un cappello sotto il quale sono stati riuniti tutti i precedenti programmi di mobilità per i cittadini. Qui sono raccolti diversi tipi di esperienze di studio, sport, lavoro o volontariato. In 32 anni di esistenza si sono mossi 9 milioni di cittadini europei (ovvero l’1,7% della popolazione Ue) per periodi variabili da pochi mesi ad un anno. A quale costo? Il budget dell’intero programma stanziato per il periodo 2014–2020 è di 14,7 miliardi di euro (tra il 2007 e il 2013 fu stanziata esattamente la metà dei fondi): i 2/3 di questo budget è assorbito dal programma relativo agli studenti universitari. Qui università Con il nome Erasmus si è per anni indicata l’esperienza legata all’ambito universitario, che partì nel 1987; un dato dal quale è facile evincere che i primi studenti Erasmus oggi sono oramai ultracinquantenni. Fu una professoressa di Bologna, Sofia Corradi, a lanciare l’idea di aiutare i giovani universitari a fare esperienze di studio in altri Atenei europei, dando così il là alla ideazione di que-

Qui volontariato Con l’Unione Europea anche il volontariato giovanile è mobile: dal 1996 ad oggi con la formula dello Sve (Servizio Volontario Europeo, oggi Corpo Europeo di solidarietà) si sono mossi circa 100mila giovani, di età compresa tra i 17 e i 30 anni. Tra questi si contano a decine anche i ragazzi partiti e arrivati nel nostro territorio dove l’ente di invio e accoglienza di riferimento è il Csv (Centro di servizio per il Volontariato) Insubria. Cosa significhi nel concreto questa opportunità ce lo racconta proprio uno di loro, Kanthavel Pasupathipillai, partito da Varese per un progetto di volontariato europeo in Portogallo nel 2007 come laureando in filosofia, tornato lo scorso anno con una seconda laurea – questa volta in matematica applicata – e un lavoro, che gestisce da qui, come data scientist per una FinTech portoghese: “La mia esperienza come volontario Sve – racconta – è durata un anno: ero a Moura, cittadina al confine con la Spagna e mi occupavo dei bambini della comunità rom. Il Portogallo mi piaceva come Paese in cui vivere e quindi ho deciso di fermarmi là, trasferendomi a Lisbona”. A dispetto della collocazione nell’ambito del terzo settore, l’esperienza è a tutti gli effetti legata a una dimensione di crescita non solo personale, ma anche professionale. “Questa esperienza mi ha permesso di conoscere molte persone – dice Kanthavel – ma anche di comprendere meglio cosa era importante per me nella mia vita personale e professionale”.

FOCUS

L’Erasmus non è solo per studenti

sto programma diventato molto popolare in pochissimo tempo tra i ventenni. C’è chi parla, forse con eccessiva enfasi, di generazione Erasmus, ma certamente questo tipo di esperienza non è da trascurare. Le valutazioni di impatto, pubblicate dalla Commissione Ue, dicono che tra gli ex studenti Erasmus il rischio di disoccupazione a 5 anni dalla laurea è del 23 per cento più basso della media.

Qui mondo del lavoro Anche per i lavoratori esistono possibilità di compiere esperienze all’estero, intese come formazione e crescita professionale. Ce lo racconta Concetta Caliendo che lavora all’Ufficio diritto allo studio dell’Università dell’Insubria, occupandosi tra le altre cose anche di internazionalizzazione: “Come dipendenti – spiega – ci è data la possibilità di candidarci ad un Bando che mette a disposizione l’opportunità di andare per un periodo massimo di due settimane in un’Università all’estero, al fine di conoscere altre modalità di lavoro nel nostro stesso ambito”. Una opportunità resa possibile grazie al supporto economico non solo della Commissione, ma anche dell’Ateneo che stanzia per questo appositi fondi. “Si tratta a tutti gli effetti – spiega Concetta – di attività formative sul campo che permettono di interagire con altre realtà e di individuare buone prassi lavorative”. Concetta non si è fatta scappare l’occasione per ben due volte: lo scorso anno è andata in Finlandia e quest’anno all’Università di Nicosia, a Cipro, in entrambe i casi per una settimana durante la quale ha potuto vedere da vicino il lavoro in altre realtà. A questi progetti di scambio breve per i lavoratori si affiancano altri strumenti di mobilità destinati non solo a chi compie lavoro d’ufficio, ma anche ad insegnanti e formatori e persino a giovani imprenditori e startup.

■

19


FOCUS

L’Europa in casa Da una parte la Scuola Europea di Varese, dall’altra il Jrc di Ispra. Pochi altri territori in Italia possono vantare una vocazione europea come quella della provincia all’ombra delle Prealpi Paola Provenzano

L’

Europa abita a casa nostra stabilmente da quasi 60 anni anche se spesso noi ce ne dimentichiamo. Il Varesotto infatti, da questo punto di vista, rappresenta un caso unico nel nostro Paese, con due presenze importanti che affondano le loro radici negli anni ’60 del secolo scorso: si tratta del CCR di Ispra e della Scuola Europea di Varese. Due presenze legate fra loro dal momento che la scuola è nata proprio per rispondere all’esigenza di garantire l’istruzione ai figli dei dipendenti del Centro, che arrivano qui da tutti i Paesi dell’Unione. La Scuola Europea di Varese, fondata nel 1960, è una delle 14 scuole europee esistenti nell’Unione europea ed è l’unica con sede in Italia. La sua presenza era inizialmente legata alla

20

necessità di avere una scuola di riferimento per i figli dei dipendenti del Centro Comune di Ricerca, ma da tempo sono accettati anche altri studenti, nel limite dei posti disponibili. Qui ogni giorno sono ospitati oltre 1300 alunni di 47 diverse nazionalità: dai più piccoli della scuola materna fino ai ragazzi del liceo, che terminano gli studi con una serie di esami (armonizzati e uguali in tutte le scuole europee) che portano a conseguire la licenza liceale europea, comunemente denominata BAC o “baccalaureato europeo”. Cinque sono le sezioni linguistiche (italiana, inglese, francese, tedesca e olandese) e ciascun alunno, fin dall’inizio della primaria, comincia un corso di seconda lingua a scelta tra inglese, francese oppure tedesco. A Ispra oggi, in un’area il cui perimetro è lungo 6 chilometri e che al suo interno ha 36 chilometri di strade, sono presenti alcuni dei 7 istituti di ricerca dislocati in 5 Paesi membri dell’Unione Europea. Tutti insieme questi istituti di ricerca costituiscono la DG-JRC, ovvero la direzione generale Joint Research Centre della Commissione europea. Anche in questo caso si tratta dell’unica presenza sul territorio italiano: gli altri istituti di ricerca sono in Belgio, dove c’è anche la direzione generale, in Germania, Spagna e nei Paesi Bassi. Prima della nascita dell’Ue in questa area a ridosso del Lago Maggiore, dalla metà del secolo scorso, era presente il centro Euratom dedicato allo sviluppo di ricerche in campo nucleare. Oggi qui si effettuano studi sulla sicurezza nucleare, ma anche ricerche nel campo delle risorse sostenibili e dei trasporti, ricerche sulla sicurezza alimentare, sulla crescita e l’innovazione e sui cambiamenti climatici. Oggi, tra dipendenti, studiosi e ricercatori, nella cittadella Europea della scienza con sede nel Varesotto lavorano circa 2mila persone.

■


L'OFFERTA CHE SI FA IN 4 PER LA TUA AZIENDA. Scopri la nostra linea di prodotti dedicata alle imprese, pensata sulle esigenze di ogni singolo settore. FORMULA IMPRESA

BUSINESS

FORMULA IMPRESA

PMI

FORMULA IMPRESA

SHOP

FORMULA IMPRESA

NON PROFIT Ti aspettiamo in Filiale e su

ubibanca.com/formula-impresa in filiale

ubibanca.com

800.500.200

Fare banca per bene. Formula Impresa è l’offerta a pacchetto di UBI Banca S.p.A. riservata a chi svolge un’attività imprenditoriale e alle organizzazioni non profit. Ciascun pacchetto proposto dalla Banca si compone di diversi prodotti e servizi tutti obbligatori, che possono essere di nuova o precedente apertura, tra i quali vi è sempre un conto corrente sul quale devono essere regolati tutti gli altri rapporti compresi nello stesso pacchetto. La cessazione per qualsiasi causa di anche di uno solo dei prodotti che compongono obbligatoriamente il pacchetto determina la cessazione dell’offerta, mantenendo i restanti prodotti alle medesime condizioni in essere. Le attività tecniche collegate al Servizio POS fisico sono svolte da CartaSì, quelle collegate al servizio Digital Banking Imprese da ICBPI. La carta di credito “Libra Business” non fa parte del pacchetto ma può essere facoltativamente acquistata dal Titolare di Formula Impresa a condizioni economiche migliorative. Per le condizioni contrattuali di Formula Impresa e di Libra Business si rinvia ai fogli informativi e ai documenti informativi precontrattuali delle carte di credito disponibili nelle filiali di UBI Banca S.p.A. e nella sezione “Trasparenza” del sito www.ubibanca.com. Messaggio pubblicitario con finalità promozionale.


FOCUS

Le nuove sfide

per banche e imprese Ecco perché le nuove politiche della Bce per mettere in sicurezza il sistema bancario continentale rischiano, nel breve termine, di ripercuotersi negativamente sul sistema produttivo Andrea Ferretti (*)

F

orse conviene approfittare di questo momento di calma apparente (prima che la Commissione Europea torni ad esaminare l’evoluzione dei nostri conti pubblici) per fare qualche considerazione sulle sfide che attendono le imprese e le banche italiane. Sfide che, ormai è certo, si concretizzeranno in uno scenario non certo facile. Infatti, mentre le previsioni della Commissione europea evidenziano un Pil dell’Area Euro in crescita dell’1,1% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020, le previsioni di crescita dell’Italia appaiono decisamente più preoccupanti. Più in particolare, per il 2019, si va dal -0,2% dell’Ocse al + 0,2% di tutti le altre istituzioni, Governo compreso. Poco meglio il nostro Pil nel 2020. Come se non bastasse, il tutto in un quadro generale permeato da una “incertezza pervasiva e da una persistente debolezza” come afferma la Bce e sottoposto a forti incognite quali le tensioni tra Usa e Cina a causa dei dazi, la crisi delle economie emergenti, la “hard Brexit”. Dunque, sul fronte della crescita l’Italia appare isolata perché cresce decisamente meno degli altri Paesi per colpa dei pesanti fardelli strutturali quali la scarsa produttività, l’alta incidenza del costo del lavoro e la pesante tassazione delle imprese. La conseguenza diretta è che, mentre noi avremmo ancora bisogno di manovre decisamente espansive, gli Organismi europei si muovono, invece, con i piedi di piombo al fine di evitare l’insorgenza di pericolose bolle. Ad esempio, le nostre imprese dovranno fronteggiare il descritto scenario regressivo senza poter più contare sul supporto garantito fino ad oggi da interventi straordinari della Bce quali l’LTRO ed il TLTRO. Si tratta di finanziamenti a tre e quattro anni, a tassi contenutissimi, che hanno decisamente sostenuto il tessuto imprenditoriale ancora in debito di ossigeno per il prolungarsi della crisi. E se un nuovo programma TLTRO potrebbe essere varato, seppure con condizioni decisamente meno interessanti rispetto ai precedenti, è altamente improbabile che venga varato un nuovo programma di Quantitative Easing. Attraverso questo strumento, la Bce dal marzo 2015 al dicembre 2018, ha acquistato titoli ed obbligazioni pubbliche,

22

Una regola aurea recita: “Ogni nuova norma di vigilanza sul credito deteriorato colpisce le banche alle 11 del mattino, ma si ripercuote sulle aziende alle 3 del pomeriggio”. Quelle allo studio non fanno eccezione e nell’immediato colpiranno un sistema produttivo ancora in forte affanno prevalentemente dalle banche, per 2.600 miliardi di cui ben 365 miliardi in Italia. Con la liquidità ricavata dalla vendita dei titoli alla Bce gli istituti di credito hanno potuto finanziare a medio termine gli investimenti delle imprese a tassi molto contenuti o addirittura negativi accelerando così l’uscita dalla fase più nera della crisi. Il problema per le nostre imprese è che questi stimoli monetari stanno progressivamente venendo meno proprio in presenza dell’affacciarsi di un nuovo periodo buio. Infatti, dal 1° gennaio 2019 la Bce ha concluso la fase degli acquisti dei titoli pubblici limitandosi a ricomprare quelli in scadenza. E questo perché gli stimoli di natura monetaria non possono essere prolungati oltre determinati limiti in quanto tendono a generare effetti collaterali. Più in particolare, i tassi tenuti a livelli bassissimi dal programma di acquisti della Bce, nel lungo termine, tendono ad indebolire la redditività delle banche generando così un circolo vizioso che impedisce agli istituti di sostenere adeguatamente il tessuto imprenditoriale. In realtà esiste una motivazione anche più pragmatica che spinge la Germania ad opporsi alla continuazione del Quan(*) Docente Corso di Gestione delle Imprese Familiari, Università di Verona


titative Easing. I tedeschi hanno circa 5.000 miliardi di risparmio che, a causa dei tassi tenuti bassi dalla Bce per rilanciare l’economia, di fatto sono da tempo infruttiferi. E, si sa, che i risparmiatori, prima o poi, divengono elettori. Da non sottovalutare, infine, che in Italia, i problemi delle imprese sono legati a doppio filo con i problemi delle banche. Infatti, il nostro sistema bancario, pur avendo fatto più sforzi di qualunque altro Paese per lo smaltimento del credito deteriorato, ha ancora un fardello di Npl (Non Performing Loans) decisamente molto pesante e pari a circa il 10 % degli impieghi. La media europea si attesta attualmente al 3,5% circa (Francia 3%, Germania 2%, Olanda 2%). Il problema è che, di conseguenza, il nostro sistema bancario è più esposto rispetto ai partner europei alle nuove normative di vigilanza che tendono ad imporre a tutti i Paesi uno “smaltimento veloce” del credito deteriorato. Le linee guida della Bce che richie-

FOCUS

I tedeschi hanno circa 5.000 miliardi di risparmio che, a causa dei tassi tenuti bassi dalla Bce per rilanciare l’economia, di fatto sono da tempo infruttiferi. E, si sa, che i risparmiatori, prima o poi, divengono elettori

dono alle banche di coprire integralmente con accantonamenti il “nuovo” credito deteriorato in 7 anni se garantito ed in 2 anni se privo di garanzie; le nuove norme sugli sconfinamenti continuativi oltre i 90 giorni (past due); la normativa sulle misure di tolleranza concesse dalle banche alle imprese in difficoltà finanziaria (credito Forborne), vanno tutte nella stessa direzione, chiedendo alle banche sempre maggiori accantonamenti e sempre maggiore patrimonio. Peccato che esiste una regola aurea che recita “ogni nuova norma di vigilanza sul credito deteriorato colpisce le banche alle 11 del mattino, ma si ripercuote sulle aziende alle 3 del pomeriggio”. Infatti, se è vero che queste norme rendono più resiliente il sistema bancario a possibili shock sistemici nel lungo periodo, è anche vero che colpiscono nell’immediato un sistema produttivo ancora in forte affanno.

■

Il credito deteriorato in pancia alle banche italiane ammonta a circa il 10% degli impieghi. Una quota ancora molto elevata rispetto ad una media europea del 3,5%. Come dire: i numerosi sforzi fin qui fatti non bastano

23


ECONOMIA

L’industria tedesca investe a Busto Arsizio Tradizione manifatturiera, know-how diffuso, posizione strategica a due passi da Malpensa e dalla capitale della moda, Milano: ecco perché la multinazionale bavarese Rudolf, specializzata nel finissaggio dei tessuti, ha deciso di aprire un laboratorio nel pieno centro bustocco Michele Mancino

P

erché, nonostante la burocrazia canaglia, una certezza del diritto che farebbe desistere anche la dea della giustizia, infrastrutture inadeguate e un sistema di tassazione non proprio amico delle imprese, una multinazionale chimica tedesca, specializzata nel finissaggio dei tessuti, che da quasi un secolo prospera in Baviera, nel 2019 è venuta a investire in Italia? La domanda è tutt’altro che retorica, anzi. Se poi si considera che l’investimento riguarda un hub per l’innovazione della chimica per il tessile, questa scelta diventa ancor più sorprendente. Quando Alberto De Conti, manager della Rudolf, nel suo ufficio di Monaco rimuginava su dove aprire il nuovo centro di ricerca, Hub 1922, due erano le risposte che gli venivano continuamente in mente: Olanda e Italia, proprio in quest’ordine. “La prima era una scelta naturale, perché Amsterdam è la capitale europea del denim - racconta De Conti - mentre per l’Italia la destinazione predestinata era Milano. Fin da subito però abbiamo spostato la nostra attenzione ancora più a nord, a Busto Arsizio, perché lì c’erano una tradizione, una storia legata al tessile e un ecosistema favorevole”. Per un’azienda che fattura 300 milioni di euro ed esporta il 90 per cento di ciò

24

che produce, avere un aeroporto internazionale come Malpensa praticamente fuori dal cancello dello stabilimento è un vantaggio competitivo non da poco. A questo poi si deve aggiungere la vicinanza con Milano, conosciuta nel mondo per il suo sistema-moda, e ancora più a nord con il Canton Ticino, la “Fashion Valley” della Svizzera, popolata dai grandi marchi. Un arcipelago di 320 aziende, tra cui Ermenegildo Zegna, Hugo Boss, Gucci e Guess, solo per citarne alcune. Presenze molto attive sul mercato con i loro centri di sviluppo, produttivi, commerciali, logistici e direzionali. “Accanto alla storia e alla tradizione - continua il manager di Rudolf - qui c’è anche


In queste foto, gli spazi della Rudolf a Busto Arsizio

Alberto De Conti, manager della Rudolf: “Accanto alla storia e alla tradizione qui c’è anche il futuro, rappresentato dai giovani talenti che vanno a scuola e studiano cose che a noi interessano molto, supportati da un efficace sistema formativo”

Le aziende che hanno resistito alla crisi strutturale del tessile “lo hanno fatto molto bene. In Italia trovi ancora una qualità che è quasi impossibile ottenere da altre parti”. Quello che manca è, forse, un’adeguata narrazione di queste capacità

ECONOMIA

il futuro, rappresentato dai giovani talenti che vanno a scuola e studiano cose che a noi interessano molto, supportati da un efficace sistema formativo”. Il confronto con altri Paesi, appunto, come la Germania, eterno avversario dell’Italia per il podio più alto della manifattura in Europa, secondo Alberto De Conti, ha proprio nel percorso di formazione degli studenti italiani il suo aspetto più interessante. “Il tedesco, così come il giapponese e l’americano, è fortemente specializzato. Socialmente funziona così: se sei un chimico organico sai tutto della chimica organica, ma sai poco o nulla di tutto il resto. Il tedesco è un ottimo esecutore sul terreno che gli è congeniale, ma se vuoi innovare devi avere spirito critico, qualità tipica degli italiani, frutto della loro formazione”. La presenza di molte scuole, soprattutto istituti tecnici superiori e università, è stato dunque un argomento fondamentale per orientare geograficamente l’investimento della Rudolf e la storia personale di De Conti sembra confermare la sua teoria. Un diploma all’istituto alberghiero (“grandissimo errore”), due anni di studio matto e disperatissimo, per recuperare terreno all’università, e una laurea in Scienze e tecnologie alimentari, non sono proprio passaggi coerenti per fare carriera

in un’azienda che fa chimica per tessuti tecnici. Il passato di Busto Arsizio, un tempo soprannominata la Manchester d’Italia, è ancora in grado di emanare un grande fascino per chi lavora nel tessile-abbigliamento, nonostante una crisi del settore divenuta ormai strutturale. La Rudolf i suoi prototipi, utilizzati dai grandi marchi per produrre capi di abbigliamento, li fa confezionare in provincia di Treviso. “In Italia c’è stato un impoverimento generale - spiega il manager -. Nel business del tessile alcuni luoghi sono stati più colpiti di altri e forse, all’inizio degli anni Novanta, quando lavoravo per la Levi’s in Belgio e pianificavo le risorse, anch’io ho contribuito a questo impoverimento. Le aziende che hanno resistito lo hanno fatto molto bene, purtroppo hanno chiuso anche realtà che avevano grandi competenze e un saper fare unici. Nonostante tutto ciò, in Italia trovi ancora una qualità che è quasi impossibile ottenere da altre parti”. Manca forse un’adeguata narrazione del nostro sistema che, una volta varcate le Alpi, appare claudicante più di quanto non lo sia nella realtà. Sul territorio si continua infatti a innovare molto, soprattutto nei tessuti tecnici. Certo, è un’innovazione incrementale, tipica delle piccole imprese italiane, ma è proprio quello che cercano i bavaresi della Rudolf che, con la loro impronta ingegneristico scientifica, vogliono scardinare alcune logiche di conservazione, tipiche di un settore maturo, senza però cancellare il passato. E l’aver scelto un edificio dell’800 nel pieno centro di Busto Arsizio, che un tempo ospitava l’azienda tessile Stefano Grassi, è un gesto coerente con questa visione. “Nell’Hub 1922 - conclude De Conti - prendiamo la chimica funzionale e la iniettiamo nel mondo della moda per creare un’innovazione imprevedibile. Siamo stati fortunati perché l’ingegneria tedesca e lo stile creativo italiano insieme funzionano bene”.

■

25


ECONOMIA

L’arte di governare i fluidi Compie 40 anni Interfluid Srl, azienda di Gallarate che lavora in ambito internazionale, fornisce componenti e sviluppa soluzioni personalizzate nelle 3 divisioni: oleodinamica, pneumatica e alta pressione Interfluid ha investito nell’implementazione di sistemi per la gestione dei flussi della merce con l’obiettivo di migliorare il servizio offerto e ridurre i tempi di consegna

compleanno della loro azienda. Sono passati infatti 40 anni da quel

Cristina Cannarozzo 1979 quando Roberto Sala fondò Interfluid Srl insieme alla moglie

D

i ritorno dalla grande fiera di Hannover di aprile, Roberto Sala e il figlio Giampaolo stanno cominciando a ragionare su come festeggiare degnamente l’importante

26

Marcella e solo 2 dipendenti a Cassano Magnago. Anni di crescita, sviluppo e trasformazione operando nell’ambito dell’automazione industriale per una clientela varia e molto diffusa in provincia di Varese prima, e in diversi Paesi del mondo ora, che vede aziende del


settore tessile, della gomma plastica, ma più in generale del settore delle macchine per l’industria. “Come suggerisce il nome stesso dell’azienda – racconta Roberto Sala – Interfluid lavora dove c’è da regolare e controllare la circolazione di fluidi. Le divisioni principali sono 3: pneumatica, oleodinamica e alta pressione. L’azienda si pone come intermediario tra il costruttore di valvole, pompe, ingranaggi e l’utilizzatore di sistemi di automazione industriale. Mettiamo a disposizione il nostro magazzino e la consulenza dei nostri professionisti per andare incontro in, maniera completa ed efficace, alle esigenze del cliente.” L’ingresso in azienda di Giampaolo Sala nel 2003 porta Interfluid ad aprirsi ai mercati internazionali: in questi 40 anni l’azienda, inizialmente operante principalmente con le imprese del territorio, si è aperta ai mercati europei come Francia, Polonia, Spagna, Portogallo. Il numero di dipendenti è cresciuto sino ad arrivare ai 22 attuali e l’azienda si è insediata a Gallarate, in via Lazzaretto,

ECONOMIA

raddoppiando nel tempo il suo capannone. “Il know-how della nostra azienda è conosciuto ed apprezzato ben oltre i confini italiani – spiega Giampaolo Sala – Le nuove evoluzioni nel settore dell’automazione industriale portano allo studio di soluzioni per il massimo risparmio energetico e per l’ottimizzazione di controlli da remoto e interconnessione tra le macchine. Le certificazioni e le normative diventano sempre più stringenti ed Interfluid è conosciuta ed apprezzata da clienti storici e nuovi per l’affidabilità del suo servizio”. L’attenzione particolare per il concetto di risparmio energetico, l’ assunzione di profili tecnici, l’inserimento della divisione alta pressione per la fornitura di componenti e sistemi per collaudi con settore di destinazione principale oil&gas, raccontano bene un’azienda in costante sviluppo. La recente installazione di un banco prova interno per test di pompe e valvole oleodinamiche ne sono un ulteriore conferma, così come, nel 2017, l’inclusione tra gli Atos Service Center ufficiali, con possibilità di manipolare pompe e valvole Atos con gli stessi standard qualitativi del produttore. È quindi con soddisfazione e un pizzico di orgoglio che Roberto e Giampaolo Sala si stanno immaginando come festeggiare questi 40 anni, segno di maturità ma di altrettanta voglia di crescere.

■

Il know-how della nostra azienda è conosciuto ed apprezzato ben oltre confini italiani – spiega Giampaolo Sala

Da sinistra, Roberto e Giampaolo Sala

27


Una connessione veloce si vede dalla velocitĂ della sua assistenza.

Nasce EOLO Azienda e, grazie al servizio clienti dedicato EOLO People e all’assistenza immediata Next Business Day, porterai il tuo lavoro dove gli altri non arrivano. Chiama il numero 800.939.939 o scopri di piÚ su eolo.it/azienda


C’è una vera e propria calamita che attrae gli studenti varesini oltre il Lago Maggiore: è l’istituto Cobianchi di Verbania dove ogni mattina vanno a lezione più di 450 ragazzi provenienti dal Varesotto. Perché? Maria Postiglione

A

Verbania, sulle sponde del Lago Maggiore, ha sede l’Istituto Cobianchi la cui storia nasce nel 1874 con il testamento di Lorenzo Cobianchi, imprenditore e politico italiano, che dispose la creazione di una scuola speciale di Arti e Mestieri. La scuola nel 1919 si trasformò in un istituto professionale e nel 1933, sulla base della legge di riordino dell’Istruzione del 1931, divenne un Istituto Tecnico Industriale. Lo sviluppo fu celere e costante, nonostante le difficoltà derivanti dalla storia dello sviluppo economico e sociale del nostro Paese, i primi tre corsi a consolidarsi furono Chimica, Meccanica ed Elettronica. A partire dal 1970 vennero costituiti altri corsi tutt’ora presenti nell’offerta didattica: Informatica, Elettronica, Biologico, Scienze Umane e Sociali, Linguistico-Moderno e Scientifico Tecnologico. Attualmente l’offerta formativa è composta da ben 4 corsi nell’indirizzo tecnologico (Chimica, Materiali e Biotecnologie; Elettronica ed Elettrotecnica; Informatica e Telecomunicazioni; Meccanica Meccatronica ed Energia) e 3 indirizzi liceali (linguistico;

FORMAZIONE

Pendolari dello studio via traghetto Scienze Applicate; Scienze umane - opzione Economico Sociale). Una scuola che si distingue per la qualità dell’offerta formativa: nell’edizione 2018/19 della ricerca “Eduscopio”, promossa dalla fondazione Luigi Agnelli, che ha come scopo quello di fornire una fotografia delle performance delle scuole superiori indicando classifiche per ogni indirizzo scolastico a seconda se si vorrà proseguire con gli studi universitari o si hanno aspirazioni lavorative post diploma, il Cobianchi di Verbania ha ottenuto infatti ottimi risultati. Per gli studenti dell’indirizzo tecnologico che decidono di entrare nel mondo del lavoro, la capacità formativa della scuola in termini di inserimento lavorativo ha un indice di occupazione che supera il 63%, e più del 35% dei diplomati a 2 anni dal diploma lavorano e hanno una qualifica professionale perfettamente in linea con il titolo di studio conseguito. Per gli studenti dei percorsi liceali, sempre secondo la ricerca “Eduscopio”, l’indice, che tiene conto del diverso grado difficoltà dei corsi di laurea e degli esami sostenuti, indica come 25 la media dei voti universitari ottenuti dagli ex studenti Cobianchi. Una capacità formativa e attrattiva che ha una lunga tradizione e che si basa su un solido presente, ai 18 iscritti al corso diurno e agli 88 del corso serale del primo anno scolastico (1886/1887) arriviamo all’anno scolastico 2018/19 con una popolazione studentesca che sfiora i 1.500 studenti. Una scuola dunque che con la sua offerta didattica risulta molto popolare nelle scelte dei ragazzi, e non solo dei ragazzi piemontesi. Un dato molto importante quello dei circa 450 studenti che dalla provincia di Varese che ogni giorno decidono di raggiungere la scuola verbanese per seguire le lezioni. Un vero e proprio pendolarismo studentesco con numeri importanti. Per capire quali possono essere i motivi alla base di tale fenomeno, abbiamo chiesto ad Andrea Buzzi studente del quarto anno dell’indirizzo informatico, residente a Gavirate, cosa lo ha spinto a scegliere la

29


FORMAZIONE

scuola di Verbania. “Prima di scegliere il Cobianchi la mia scelta era rivolta ad un’altra scuola. Amici di famiglia il cui figlio frequentava l’istituto mi consigliarono di partecipare all’open day per conoscere meglio l’offerta formativa. Rimasi affascinato e colpito tanto da sceglierla immediatamente. É una scelta che rifarei senza ombra di dubbio per diversi motivi, il principale è da ricercare nelle modalità didattiche. Alle lezioni frontali si affianca un utilizzo intensivo dei laboratori che rende l’apprendimento stimolante ed efficace grazie a lezioni che privilegiano l’aspetto pratico. Non è però tutto semplice. La criticità maggiore è la distanza. Ogni giorno ci impiego più di un’ora per raggiungere la scuola e lo stesso tempo mi occorre per tornare a casa. Questo ovviamente impatta notevolmente sul tempo del pomeriggio da dedicare allo studio”. Anche la Dirigente scolastica del Cobianchi, Enza Maselli, ha espresso la propria visione sulle possibili motivazioni che spingono tanti studenti “fuori sede” a frequentare la scuola da lei diretta: “Spesso ci viene posta la domanda sul perché questa ‘popolazione scolastica così variamente distribuita’ decida di affrontare un percorso di studio sicuramente non agevole anche dal punto di vista logistico. Credo non esista un’unica risposta: l’istituto è particolarmente attivo in attività e progetti extracurricolari, è conosciuto per la serietà e la professionalità che ne ha caratterizzato la storia ultracentenaria, forma giovani diplomati in grado di avvicinarsi al mondo del lavoro in modo competente e flessibile mediante una formazione che sviluppa la capacità di imparare ad imparare. Certo che motivare il perché circa quattrocento gio-

SPORTING CLUB MONDODOMANI Via G. Pascoli 222 | 21050 Marnate (VA) | tel. 0331 601097 segreteria@mondodomani.com | mondodomani.com |

Mondodomani

vani tutte le mattine attraversino il lago per raggiungere Intra, e nella fattispecie la nostra scuola, non è semplice. Gli studenti, interrogati a tal proposito, ritengono che questa scuola sia in grado di farli crescere non solo dal punto di vista della formazione scolastica, ma anche nella crescita personale. È interessante osservare come negli studenti si crei, fin dai primi anni, un senso di appartenenza, quello che banalmente potremmo definire ‘uno spirito di squadra’. Alle molteplici attività curricolari proposte, si affianca nel triennio un approccio allo studio di tipo quasi universitario. Il corpo insegnante interagisce con gli studenti con una metodologia che va oltre il rapporto docente/discente, divenendo quasi un rapporto di collaborazione nel percorso di crescita formativa dei ragazzi”.

■


ECONOMIA AZIENDALE INGEGNERIA GESTIONALE giovedì 9 maggio - ore 9.00 Università aperta “In viaggio verso il futuro” Tavola rotonda con gli studenti delle Scuole di Economia e Ingegneria Modera Federico Visconti, Rettore LIUC – Università Cattaneo

Test di ammissione a.a. 2019-20 ECONOMIA AZIENDALE obbligatorio con voto di maturità inferiore a 85/100 giovedì 9 maggio - giovedì 18 luglio INGEGNERIA GESTIONALE Test obbligatorio per tutti > TOLC-I del circuito CISIA giovedì 9 maggio - martedì 21 maggio altre date su www.cisiaonline.it Iscrizioni on line www.liuc.it/test info.liuc.it orientamento@liuc.it


UNIVERSITÀ

Una moneta in cerca di futuro Perché si è scelto di dotare l’Europa di una valuta comune? Quali conseguenze avrebbe la rinuncia all’Euro da parte di un Paese? Ecco perché oggi l’unica via è accelerare e non guardarsi indietro Paola Provenzano a moneta unica è diventata moneta ufficiale per 11 Paesi dell’Ue il primo gennaio 1999 ed è diventata “moneta circolante” esattamente tre anni dopo: oggi, a venti anni di distanza, essa si trova al centro dell’attenzione di populisti e sovranisti, che le attribuiscono di volta in volta gli effetti della crisi economica o la responsabilità di una minore competitività del nostro Paese. È veramente così? Cosa accadrebbe in caso di uscita dall’Euro? Ne parliamo con il professor Rodolfo Helg, docente di Economia Internazionale della LIUC – Università Cattaneo.

Rodolfo Helg, docente di Economia Internazionale della LIUC – Università Cattaneo: “Dopo un’uscita dall’Euro le nostre imprese si troverebbero quasi subito a dover pagare costi molto più alti per le materie prime importate dall’estero”

A quale scenario ci troveremmo di fronte con l’uscita dalla moneta unica? Ammesso e non concesso che il nostro Paese uscisse dalla moneta unica, cosa che non è prevista dal punto di vista giuridico e formale, quello che accadrebbe sarebbe la fine dell’Unione Europea. In un primo momento, con una nuova ipotetica moneta nazionale, avremmo l’effetto di una fortissima svalutazione che porterebbe ad un impatto molto positivo sulle nostre esportazioni, ma sarebbe un impatto dalla durata limitata. Infatti, le nostre imprese si troverebbero subito dopo a dover pagare costi molto

più alti per le materie prime importate dall’estero, avendo appunto una moneta molto debole sul mercato dei cambi. In altre parole, l’effetto positivo sulle esportazioni sarebbe riassorbito nel giro di pochi mesi. A ciò si aggiungerebbe un enorme costo sul fronte dei contratti in essere: basti pensare al contenzioso che si produrrebbe per tutta la contrattualistica tra aziende di Paesi differenti. In ultima analisi, l’uscita dall’Euro in questo momento porterebbe al crollo di tutta l’Unione Europea nel giro di sei mesi: il mercato unico, senza moneta unica, non è concepibile perché si

L

32


UNIVERSITÀ

“I problemi di competitività dell’Italia e delle sue imprese nascono prima dell’Euro, quando già noi crescevamo meno rispetto ad altri Paesi in primis la Germania. Dietro a ciò vi è la variabile della produttività del lavoro che da noi non è cresciuta” creerebbero degli squilibri così grossi per le imprese che vi operano da rendere inaccettabile continuare a scambiare merci senza barriere doganali. Sarebbe la fine di un sogno che ci ha permesso di avere crescita e pace per molti decenni. L’Italia sarebbe a quel punto sola in mezzo al Mediterraneo. C’è un nesso tra i problemi di competitività del nostro Paese e la moneta unica? I problemi di competitività dell’Italia e delle sue imprese nascono prima dell’Euro, quando già noi crescevamo meno rispetto ad altri Paesi in primis la Germania in termini di Pil. Dietro a ciò vi è la variabile della produttività del lavoro che da noi non è cresciuta. Dal punto di vista economico è questo il nodo strutturale che va affrontato, e le tesi per risolverlo sono diverse. Il problema non è la moneta unica, ma la soluzione di problemi connessi con il mercato del lavoro e con il mercato energetico, che creano ancora troppi costi alle nostre imprese e ne compromettono la competitività. Chi oggi demonizza la moneta unica dovrebbe ricordare che, con la sua introduzione, la convergenza dei tassi di interesse ha portato a una grossa riduzione dello spread e degli interessi sul debito, che sono passati dal 13 al 3 per cento. Insomma, l’Italia ha visto ridursi notevolmente gli interessi sul debito: sarebbe stato opportuno, a quel punto, lavorare sulla riduzione del debito stesso, cosa che non è stata fatta. Così, con la crisi del 2008 abbiamo preso la “polmonite”. Le crisi nel sistema economico capitalistico sono cicliche, non possono essere evitate, ma come per i terremoti occorre costruire edifici antisismici, così occorrerebbe prevedere strutture finanziarie in grado di assorbire gli effetti di una crisi. E poi non bisogna mai dimenticare di chiedersi cosa sarebbe successo senza l’Euro. Siamo sicuri che con la Lira lo scenario sarebbe stato migliore? Perché si è scelto di avere una moneta unica? Per comprendere bene le cose dobbiamo pensare agli anni in cui si scelse di avere una moneta unica. Certamente prima il nostro Paese usava la leva della svalutazione per recuperare competitività sui mercati, ma questo indubbiamente, in un contesto di mercato unico creava tensioni. Le nostre imprese si avvantaggiavano rispetto ai competitor grazie a politiche monetarie che agivano rendendo i loro prodotti meno cari. E poi dal punto di vista geopolitico vi era il rischio reale che la Germania guardas-

se sempre più al blocco dei Paesi dell’Est usciti dall’influenza sovietica e ben disposti a credere nel Marco come moneta, per crearsi una sua sfera di influenza, ritagliandosi un ruolo fuori dall’Europa. La moneta unica ha significato tanto allora, da entrambi i punti di vista: nel primo caso ha significato salvaguardare il mercato unico e nel secondo caso ha significato tenere la Germania in Europa. Qual è la soluzione per migliorare le cose? La risposta è che dobbiamo avere più Europa e ridurre il grado di sovranità nazionale. Con l’Euro è stata varata anche la politica monetaria unica, che è stata trasferita alla Banca Centrale Europea la quale però non ha gli stessi poteri di una Banca Centrale Nazionale. Non abbiamo voluto andare fino in fondo su questo punto per preservare la sovranità delle singole nazioni, ma questo non è privo di conseguenze. Il vero grande problema è la mancanza di una politica fiscale comune, intesa come politica che riguarda la tassazione e la spesa pubblica. In questo senso si avrebbero non solo strumenti reali di controllo della spesa pubblica dei singoli Stati, ma anche strumenti di salvataggio da mettere in campo in caso di un default da parte di un Paese membro. Nel caso della Grecia tutto ciò avrebbe fatto la differenza.

■

“Chi oggi demonizza la moneta unica dovrebbe ricordare che, con la sua introduzione, la convergenza dei tassi di interesse ha portato a una grossa riduzione dello spread e degli interessi sul debito, che sono passati dal 13 al 3 per cento” 33


VITA ASSOCIATIVA

▶ ASSEMBLEA CONGIUNTA “TESSILE E ABBIGLIAMENTO”, “TERZIARIO AVANZATO”, “LEGNO”, “VARIE” E “SERVIZI INFRASTRUTTURALI E TRASPORTI”

Bad Boss vs Good Boss Vittorio D’Amato della LIUC Business School: “L’80% dei lavoratori non consiglierebbe il proprio responsabile come una persona con cui lavorare. Da qui la necessità di reinventare il management” Chiara Mazzetti

Vittorio D’Amato

“L’

87% dei dipendenti è disengaged rispetto al proprio ambiente di lavoro. Tradotto: è demotivato, distaccato da quello che fa e dove lo fa. È un problema che si riversa sui capi di azienda e che deve essere preso in carico subito dai manager. Sono troppo pochi quelli che arrivano a questi ruoli dopo aver frequentato un corso di leadership. Ecco perché dopo decenni di dibattiti e convegni siamo ancora qui a chiederci quali siano le qualità che deve avere un buon boss”. Non ha avuto peli sulla lingua Vittorio D’Amato, Direttore del Centro sul Cambiamento, la Leadership e il People Management della LIUC Business School, intervenuto nel corso dell’Assemblea congiunta dei Gruppi Merceologici “Tessile e Abbigliamento”, “Terziario Avanzato”, “Legno”, “Varie” e “Servizi Infrastrutturali e Trasporti” dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. Evento che ha dato il via al ciclo di Assise di settore in vista dell’Assemblea Generale Univa del prossimo 27 maggio 2019. “Questo significa – ha proseguito D’Amato – che alla domanda ‘Consiglieresti ad altri il tuo capo come una persona con cui lavorare?’ l’80% delle oltre 600 persone da noi intervistate nella ricerca ‘Good Boss vs Bad Boss’ ha risposto di no. Questo ci fa capire che ci sono degli evidenti problemi: da qui la necessità di reinventare il management”. L’indagine “Good Boss vs Bad Boss”, avviata nel 2017, è stata realizzata dal Centro sul Cambiamento, la Leadership e il People Management della LIUC Business School sulla base di un questionario online che ha raccolto le opinioni, in forma anonima, di persone impiegate in svariati settori, soprattutto industriali. Prendendo in considerazione inquadramento, età, esperienza lavorativa e settore di afferenza, la ricerca poneva una domanda diretta,

34

“Tra le qualità che un buon capo dovrebbe avere, la più votata è la capacità di lasciare ai collaboratori un ampio grado di libertà nel modo in cui si conseguono i risultati (segnalata dal 53,63% degli intervistati)”


Viceversa, tra i comportamenti che portano, invece, a non consigliare il proprio capo, in testa c’è la mancata definizione di ruoli e responsabilità (indicata dal 32,66% degli intervistati) e l’assenza di feedback tempestivi (34,27%)

VITA ASSOCIATIVA

con una votazione da 1 a 10 e un focus sui comportamenti che portano a consigliare il proprio capo e su quelli che portano a non consigliarlo. “Quanto è probabile che lei raccomandi il suo capo a dei colleghi/amici come qualcuno con cui lavorare?” Questa, la domanda di fondo posta al campione analizzato. Il problema però non è solo porre il giusto interrogativo, ma trovare anche la persona giusta per avere la risposta più attendibile e oggettiva. “Non è corretto – ha spiega D’Amato – chiedere ai manager quali siano le competenze del manager ideale, perché istintivamente questi ultimi elencheranno solamente skill di cui già sono in possesso, tralasciando quelle di cui sono manchevoli. La domanda è da rivolgere, piuttosto, ai collaboratori stessi: cosa dovrebbe fare il tuo capo per permettere a te di lavorare al meglio? Un po’ come decidere a chi chiedere se il prodotto di un’azienda è buono oppure no. Non ha senso rivolgere il quesito a chi lo produce. Bisogna porlo al cliente”. E la risposta arriva forte e chiara. “Tra le qualità che un buon capo dovrebbe avere, la più votata è la capacità di lasciare ai collaboratori un ampio grado di libertà nel modo in cui si conseguono i risultati (segnalata dal 53,63% degli intervistati). Subito dopo, per importanza, figurano la disponibilità ad ascoltarli per un confronto (43,95%) e ad accogliere le loro opinioni (40,73%). Di grande importanza è anche la propensione a prendere decisioni difficili (33,47%) e collocare i compiti in una prospettiva più ampia (29,03%)”, chiarisce il Direttore del Centro sul Cambiamento, la Leadership e il People Management della LIUC Business School. In altre parole, il capo ideale dovrebbe essere “un buon coach, un mentor, avere carisma, motivare e ispirare le persone. Si ma come mettere concretamente in pratica questi assunti da manuale? Imparando a guardare il mondo attraverso gli occhi dei propri impiegati – precisa D’Amato –. Noi siamo animali risonanti: ten-

diamo ad imitare il comportamento di chi ci sta intorno. Quindi un buon manager, per settare il giusto clima lavorativo, dovrebbe mettere in pratica alcuni semplici accorgimenti, imitabili e ripetibili dai suoi collaboratori, come salutare appena entra in ufficio. E dedicare almeno un minuto della propria attenzione quotidiana ai problemi che vengono posti dal proprio collaboratore”. Viceversa, tra i comportamenti che portano a non consigliare il proprio capo, in testa c’è la mancata definizione di ruoli e responsabilità (indicata dal 32,66% degli intervistati), preceduto solamente dall’assenza di feedback tempestivi (34,27%). Non di solo bastone vive un capo. “Il clima sereno e positivo è essenziale per avere un ufficio o un reparto produttivo efficiente. Bastano dei piccoli feedback. Fare i complimenti per un buon lavoro portato a termine. Spiegare, in altri casi, gli errori da non ripetere. Se non diamo questi riscontri ai nostri dipendenti, essi non avranno una bussola che li possa guidare ad una maggiore produttività e a risultati migliori”, questo il consiglio di D’Amato agli imprenditori di Univa.

■

Da sinistra: Piero Sandroni, Roberto Pompa, Giorgio Paglini, Marco De Battista, Riccardo Ambrogio e Giovampaolo Lucifero

35


RUBRICHE

▶ ASSEMBLEA CONGIUNTA “MECCANICHE” E “SIDERURGICHE, METALLURGICHE E FONDERIE”

Il lavoro che verrà Pierangelo Albini (Confindustria): “Le relazioni industriali oggi sono relazioni tra persone. Interconnessione è la parola chiave del futuro, ma anche per saper leggere il presente” Silvia Giovannini

C

ome il digitale cambia il contesto aziendale? Una domanda cui si è cercato di fornire risposta durante l’assemblea congiunta dei Gruppi merceologici delle imprese “Mec-

Da sinistra: Roberto Ceroni, Vittorio Gandini, Giovanni Berutti, Dario Gioria

36

caniche” e delle “Siderurgiche, Metallurgiche e Fonderie” dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese dedicata al tema “Il lavoro che verrà”. “Prima di tutto dobbiamo mettere a fuoco la questione”, ha sottolineato Annamaria Simonazzi, professoressa di Economia dell’Università La Sapienza di Roma inaugurando il dibattito: “Oggi non si parla di tecnologie al centro del dibattito ma di relazioni tra le stesse e di contesti. Industria 4.0 non è solo investimento di macchine, ma un vero e proprio nuovo scenario che prevede una riorganizzazione della fabbrica e del processo produttivo e che richiede una formazione non solo del lavoratore ma dell’imprenditore stesso”. In evidenza la necessità di avere una forza lavoro adeguata alle nuove esigenze, acquisendo in azienda le competenze necessarie e superando divari, come quello della disparità di genere. Per Pierangelo Albini, Direttore Lavoro, Welfare e Capitale Uma-


no di Confindustria bisogna prendere atto innanzitutto del fatto che “le relazioni industriali oggi sono fatte di relazioni industriali e di relazioni con le persone. È qui che va fatto l’investimento in innovazione in un momento in cui si apre una stagione nuova di grande cambiamento. È diventata l’interconnessione il concetto chiave sul tavolo: il rapporto nuovo dell’uomo con la macchina è, infatti, un dato di fatto di cui bisogna prendere atto. Le relazioni industriali d’ora in poi dovranno essere costruite su nuove basi e le persone si dovranno attrezzare culturalmente ad affrontare il cambiamento. Eppure, non sempre chi si occupa di relazioni industriali coglie in pieno questa vera e propria rivoluzione. Bisogna invece porsi delle domande sul cambiamento e analizzare la realtà. Questa ci dice che la maggiore difficoltà attuale è trovare le persone giuste. Per questo bisogna assolutamente puntare sull’education e su una formazione di alta qualità”. “In azienda quando parliamo di organizzazione smart notiamo un divario tra le professionalità reali e le definizioni del Contratto Nazionale di Lavoro. Oggi non è quello che si fa, ma il come,

RUBRICHE

Annamaria Simonazzi, Università La Sapienza: “Industria 4.0 non è solo investimento in macchine, ma un vero e proprio nuovo scenario che prevede una riorganizzazione della fabbrica e del progetto produttivo”

che fa la differenza: questa innovazione di processo passa naturalmente dalle persone”, ha aggiunto Carmine Trerotola di Whirlpool EMEA, precisando anche che “il lavoratore smart, cioè intelligente, è quello responsabile che sa confrontarsi con cose nuove. Non è l’oggetto che cambia, ma cambia il modo in cui lo si fa: pensiamo al frigorifero intelligente ad esempio. È con questo che ci si deve confrontare. Ed è ovvio che devono cambiare le regole”. Barbara Colombo, di Ficep Spa ha, invece, illustrato i grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni nella sua azienda, sottolineando il valore di due fattori: in primis, l’introduzione della lean manufactury che, in particolare, ha aiutato a portare giovani in azienda e che, con l’introduzione di regole, ha aiutato a migliorare il metodo di lavoro. Il secondo punto, secondo l’imprenditrice, è l’industria 4.0. “Dicevamo ‘si è sempre fatto così e così bisogna fare’ e invece no”, ha spiegato la vice presidente dell’azienda meccanica di Gazzada. “Abbiamo creato un’Accademy interna per la formazione dei lavoratori, ma il problema in generale è che non ci sono abbastanza giovani che vogliono lavorare nel manifatturiero e mancano alcune competenze specifiche, come quella meccatronica. Sicuramente serve una nuova cultura: le famiglie dovrebbero capire che il lavoro è cambiato ed è bello e affascinante e dovrebbero rivalutare gli istituti tecnici, che tra l’altro sono un fiore all’occhiello del territorio”. Il futuro, hanno convenuto sia Pierangelo Albini, sia Barbara Colombo, si chiama ITS, Istruzione Tecnica Superiore. Quella post-diploma che già oggi garantisce tassi medi di occupabilità dei ragazzi superiori all’80%.

■

Carmine Trerotola Whirlpool EMEA: “In azienda quando parliamo di organizzazione smart notiamo un divario tra le professionalità reali e le definizioni del Contratto Nazionale di Lavoro. Oggi non è quello che si fa, ma il come, che fa la differenza” 37


VITA ASSOCIATIVA

▶ ASSEMBLEA CONGIUNTA “ALIMENTARI E BEVANDE”, “CHIMICHE, FARMACEUTICHE E CONCIARIE”, “GOMMA E MATERIE PLASTICHE”, “CARTARIE, EDITORIALI E POLIGRAFICHE”, “MATERIALI DA COSTRUZIONE, ESTRATTIVE E CAVE”

L’homo faber 4.0 Annamaria Simonazzi, docente di Economia all’Università La Sapienza di Roma: “Occorrono una visione e un impegno congiunto per il futuro del lavoro 4.0” Assemblee 2019 dei Gruppi Merceologici dell’Unione degli In-

Silvia Giovannini dustriali della Provincia di Varese e che ha visto riunite in assise

R

oseo o non roseo? Il futuro del lavoro è una domanda aperta. A spiegarlo con chiarezza la professoressa Annamaria Simonazzi, docente di Economia a La Sapienza, intervenuta durante il terzo incontro che ha chiuso il ciclo delle

Da sinistra: Giovanni Rossetti, Fiorenza Cogliati, Marco De Battista, Roberto Di Domenico, Angela Ribolzi, Giovanni Orsi

38

congiunta le imprese dei settori “Alimentari e bevande”, “Chimiche, farmaceutiche e conciarie”, “Gomma e materie plastiche”, “Cartarie, editoriali e poligrafiche”, “Materiali da costruzione, estrattive e cave”. Non una visione pessimista, ma lucida quella della docente che


Annamaria Simonazzi

“Allo stato attuale il futuro del lavoro potrebbe essere non roseo, con una crescente polarizzazione, dovuta alle tecnologie, tra lavoratori qualificati e non, con relativa polarizzazione del reddito e intuibili conseguenze sociali, diseguaglianze, incertezza, populismo”

VITA ASSOCIATIVA

ha analizzato gli scenari possibili all’interno dell’Industria 4.0 e alla luce dei mutamenti che questa porta con sé, in un incontro dall’illuminante titolo: “L’homo faber 4.0 all’interno dei mutamenti della cultura d’impresa. Verso quale futuro?” “Allo stato attuale il futuro del lavoro potrebbe essere non roseo, con una crescente polarizzazione, dovuta alle tecnologie, tra lavoratori qualificati e non, con relativa polarizzazione del reddito e intuibili conseguenze sociali, diseguaglianze, incertezza, populismo” ha spiegato Simonazzi. “È, quindi, fondamentale che le imprese e le parti politiche e sociali facciano di questa sfida che si presenta una opportunità, imboccando la strada giusta e, soprattutto, collaborando tra loro, anche a livello internazionale”. Ma come si profila il cambiamento? “L’industria 4.0 - chiarisce la docente - descrive l’organizzazione di processi produttivi basati su tecnologie e dispositivi che comunicano autonomamente gli uni con gli altri lungo l’intera catena del valore. Il modello di fabbrica ‘intelligente’ del futuro comprende sistemi guidati da computer che monitorano i processi, che creano riproduzioni virtuali del mondo reale, che rendono possibile il decentramento delle decisioni sulla base di meccanismi di autoregolazione. Molte delle tecnologie che formano la base di Industria 4.0 sono già utilizzate da tempo; la novità consiste nell’utilizzo integrato di queste, che porterà una trasformazione significativa: postazioni isolate verranno messe insieme in un flusso produttivo ottimizzato, automatizzato e integrato, determinando una maggiore efficienza e cambiando la natura e le modalità delle relazioni tra fornitori, produttori e clienti. Il digitale impatta sull’occupazione: aumenteranno le professioni, sia intellettuali che manuali, in cui l’uomo è ancora superiore alla macchina, diminuiranno quelle intermedie. Sono necessari dunque investimenti in formazione per l’acquisizione di nuove competenze”.

Una necessità non omogenea in tutti i settori. “La necessità di aggiornare conoscenze e competenze dei lavoratori occupati si distribuisce in modo diversificato: i settori maggiormente interessati sono quelli dei servizi come istruzione, sanità e assistenza alle persone (47,8% delle imprese), comunicazione, attività finanziarie e altri servizi alle imprese (38,6%). Nell’industria: chimica, farmaceutica e plastica (37,7%), elettronica (36,9%), energia, acqua e rifiuti (35,3%) e metalmeccanica (34,4%). Fra il 2014 e il 2017 il fabbisogno manifestato dalle imprese è aumentato: +6,2% nei settori istruzione, sanità e servizi alle persone; +4,4% nella chimica e nella farmaceutica; +5% per le industrie alimentari e +3,9% nel settore metalmeccanico”. Un problema di mancanza di tecnici, dunque, ma non solo. Sul banco di prova dell’Industria 4.0 anche il problema della partecipazione femminile alle nuove dinamiche del lavoro. “Il dualismo attuale - spiega l’economista - si riscontra anche nelle questioni di genere, che andranno affrontate con lo stesso impegno: se la donna non viene messa in condizione di lavorare dovrà scegliere. Con sempre maggiore divario tra chi decide di lavorare e chi di dedicarsi alla famiglia. A livello culturale bisogna lavorare dalla scuola per far capire alle ragazze che ce la possono fare, ad esempio puntando sulle STEM (acronimo inglese che individua le materie scientifiche: Science, Technology, Engineering, Mathematics ndr) il dato di fatto è che le donne si impegnano di più ma rischiano meno”. Problemi aperti quindi. Ma le imprese sono consapevoli del cambiamento anche culturale che le nuove forme di lavoro impongono? “Le imprese grandi o le piccole giovani, quelle nate già in aura tech, per intenderci, sono consapevoli. Per il resto, anche qui esiste un dualismo: alcune tendono a ‘vivacchiare’ con la convinzione che basti acquistare macchinari per essere 4.0. In realtà, il problema è porsi le domande su cosa farci. Non sempre il passaggio c’è e il legislatore non si è posto la questione. Anche su questo occorrerà lavorare”. Oltre alla consapevolezza, urge capacità di coordinamento degli aspetti tecnologici e sociali del cambiamento e, soprattutto, spiega la docente: “Serve una visione, cioè capacità di leggere, interpretare e governare il cambiamento”.

■

39


VITA ASSOCIATIVA

“L’impresa è questione di cuore” Mauro Vitiello, Presidente uscente del Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione Industriali di Varese, traccia un bilancio della propria esperienza “positiva e straordinaria” sguardo particolarmente attento al tema dell’innovazione. Anche

Silvia Giovannini in quest’ottica, gli abbiamo chiesto un personale resoconto del

‘‘V

suo biennio di presidenza.

erso una nuova era”. Era il titolo dell’Assemblea del Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, che segnava l’avvio della presidenza di Mauro Vitiello. Un titolo di buon auspicio, in linea con i tempi, e sicuramente in linea con la personalità dell’imprenditore che oggi, allo scadere del mandato, traccia un quadro che rispecchia non solo la propria esperienza e quella del Movimento, ma anche del contesto economico sociale in continuo – e, secondo Vitiello, entusiasmante – cambiamento. Classe ‘79, specializzato in digitalizzazione dei processi, il Presidente uscente è amministratore di Copying Srl, una realtà che lui stesso ha condotto ad essere un riferimento nel settore della digitalizzazione dei processi aziendali e gestione di infrastrutture di Information Technology. Una competenza questa, che lo ha portato a vivere l’esperienza del Gruppo e le altre attività con uno

Nella prima intervista di inizio mandato, lei si poneva tre obiettivi su cui lavorare: vita associativa, innovazione, ricerca di talenti. Al termine di questo percorso, qual è il bilancio? Sicuramente positivo. Partiamo dalla vita associativa: è stata per me un’esperienza straordinaria. In generale, però, ci tengo a dire che non è solo un’esperienza, ma un’opportunità che va colta. Essere Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori o, semplicemente, esserne un membro attivo, significa avere a disposizione una squadra che, in un contesto come il nostro, ha un forte ruolo formativo. Io personalmente mi sono trovato non a formare, ma a formarmi come imprenditore e come persona. Credo che, sempre più in futuro, il Presidente sarà una figura aggregante, ma soprattutto che ascolta e impara dai giovani. Del resto, i giovani oggi sono molto in gamba e propensi all’innovazione.

Mauro Vitiello con Paolo Nespoli e altri imprenditori durante l’Assemblea 2018 del Gruppo Giovani

40

Un parere quest’ultimo che non tutti condividono. Non è che la sua fiducia nei giovani nasce dal fatto che lavora in un settore smart per definizione? No e, soprattutto, non in questo territorio: la nostra è una provincia con vocazione manifatturiera e, insieme innovativa, da sempre nel nostro Dna. Deve esserlo ancora di più oggi che è cambiato tutto e tutto continua a cambiare. Quando si parla di giovani, spesso si sentono giudizi trancianti: personalmente ne ho conosciuti tantissimi, validi, entusiasti, molto proiettati a farsi le domande giuste e, soprattutto, con


A proposito di “più giovani”, sono tanti i progetti che il Gruppo sostiene per gli studenti. Pensiamo ai numerosi incontri e momenti di Impresa Formativa Simulata, Latuaideadimpresa, gli incontri di orientamento al lavoro... C’è un progetto che l’ha colpita di più? Come Gruppo, pensiamo che il rapporto con la scuola sia fondamentale. Personalmente, ho particolarmente a cuore la partecipazione agli incontri con gli studenti: da quelli in cui si permette loro di esprimere le proprie potenzialità sperimentando competenze che poi saranno oro sia sul lavoro che nella vita quotidiana, come nel progetto Latuaideadimpresa, a quelli in cui siamo noi imprenditori a trasmettere loro le nostre competenze, per aiutarli ad orientarsi. Nel cuore porto anche gli incontri “A tu per Tu”, organizzati all’interno di Generazione d’Industria (un’iniziativa Univa nata per avvicinare i giovani al mondo dell’impresa, con la collaborazione tra scuole e imprese, che ha già premiato quasi 300 studenti con borse di studio, ndr). Ci tengo particolarmente perché permette di arrivare ai ragazzi singolarmente, in momenti organizzati di veri e propri colloqui simulati one to one. Se è relativamente semplice parlare ad un gruppo, avere un dialogo con i singoli fa, invece, emergere perplessità e problematiche più intime. Quest’esperienza mi ha fatto maturare una consapevolezza: ai ragazzi bisogna concedere la paura di sbagliare. Viviamo in una società che pensa che gli errori siano insormontabili e insuperabili. Non è così: gli errori insegnano. Ecco che torma la visione positiva dei giovani e del cambiamento di cui saranno protagonisti... Sicuramente le mie competenze mi sono d’aiuto, tanto più in un momento in cui quello che fa la mia azienda, mi permette una visione privilegiata di ciò che sta cambiando nelle imprese. Ma mi hanno permesso anche di maturare una consapevolezza più generale: i problemi aziendali, in fondo, sono tutti uguali. È qui che si coglie il ruolo fondamentale dell’associazione: la vita associativa è altamente formativa perché permette di discutere, condividere, confrontarsi con altre persone su problematiche comuni, per trovare soluzioni.

Mauro Vitiello: “Ai ragazzi bisogna concedere di sbagliare. La società pensa che gli errori siano insuperabili: invece, insegnano molto”

VITA ASSOCIATIVA

una grandissima capacità di fare impresa. Mi schiero decisamente dalla loro parte e sono contento di aver portato il Gruppo ad abbassare l’età media. Per esempio, negli ultimi 4 anni è raddoppiata la percentuale di iscritti tra i 18 e i 25 anni, portando gli under 30 a rappresentare quasi il 40% del Gruppo.

Mauro Vitiello

“Nel passaggio generazionale, il giovane oggi deve saper acquisire una maturità tale da tranquillizzare il genitore. È tutta una questione di cuore”

Tra queste problematiche, lei mette il passaggio generazionale? Avverto un profondo cambiamento anche in questo. Non esiste, o esiste meno, la classica chiusura dei padri verso i figli. C’è una preoccupazione paterna, invece, più profondamente affettuosa, che corrisponde alla paura di lasciar sbagliare i giovani, cui mi riferivo prima. È comprensibile, lo dico da padre. Cosa deve fare il giovane, secondo me? Acquisire una maturità tale da tranquillizzare il genitore. È tutta una questione di cuore. Visto che parliamo di passaggio di consegne, cosa suggerisce a chi verrà dopo di lei? Il suggerimento al prossimo Presidente è quello, anche qui, di mettere il cuore davanti al portafoglio: noi siamo imprenditori, sul lavoro ma anche in Associazione. Del resto, quello che ci contraddistingue come imprenditori italiani quando andiamo all’estero è questo: il cuore. Non ce ne dobbiamo mai dimenticare. E a proposito, colgo l’occasione per sottolineare che in questo percorso ho avuto una grande fortuna: quattro Vicepresidenti di cuore che sono stati una “macchina da guerra”. Ciascuno ha vissuto la propria esperienza nel Gruppo Giovani, come se fosse un’impresa e i risultati si vedono.

■

41


42

FOTO DAL MONDO


REUTERS/Benoit Tessier

FOTO DAL MONDO

La Guglia della Cattedrale di Notre Dame di Parigi avvolta dalle fiamme, 15 aprile, 2019.

43


SCIENZA

Varese Jurassic Park La fascia prealpina è terra di dinosauri, dai ritrovamenti scientifici di rilevanza mondiale. Come quelli del Saltriosauro e del Besanosauro. Due rettili accomunati dal fatto di essere varesotti, ma, per il resto, dalle grandi differenze. Ecco quali Luigi Bignami

L

a provincia di Varese è patria di dinosauri? Ebbene sì. Non è necessario raggiungere il deserto di Gobi o le immense pianure dell’Argentina per ritrovare dinosauri di 200-230 milioni di anni fa. Ma basta percorrere le aree tra Besano e Saltrio, distanti pochi chilometri, per immergersi in un mondo “che fu” che ci riporta a quando grandi rettili marini e dinosauri avevano iniziato a dominare il pianeta. Negli ultimi anni si è venuta a creare un po’ di confusione circa l’identità dei fossili scoperti in queste terre e allora cerchiamo di fare ordine. Recentemente il paleontologo Cristiano Dal Sasso del Museo Civi-

44

co di Storia Naturale di Milano ha definito le caratteristiche di quello che veniva chiamato con il soprannome di Saltriosauro, ma che scientificamente è stato definito Saltriovenator, che sta a significare “cacciatore di Saltrio” e che in base alle rocce in cui è stato rinvenuto si può affermare che visse 199 milioni di anni fa. Le prime parti fossilizzate del dinosauro vennero alla luce nel 1996 quando le scoprì Angelo Zanella in un giacimento di fossili proprio vicino a Saltrio, mentre era alla ricerca di ammoniti. Gli studi, iniziati fin da allora, hanno permesso di portare alla luce un certo numero di frammenti fossilizzati dell’animale che però non hanno dato modo di stimarne con precisione le dimensioni. Il confronto con esseri simili ha permesso a Dal Sasso di capire che era lungo almeno 7-8 metri, pesava più o meno una tonnellata e quando morì doveva avere un’età di


circa 24 anni. Questo lo rende il più grande teropode (un gruppo di dinosauri per lo più carnivori) conosciuto del suo tempo. “Si tratta del primo vero dinosauro scoperto in Lombardia – spiega Dal Sasso –, ma il ritrovamento non si limita ad un record italiano; si tratta di un record mondiale, in quanto è il più antico e più grosso ceratosauro (dinosauri predatori a quattro dita) del Giurassico inferiore. L’importanza di questo dinosauro comunque, va ben oltre a tutto ciò, in quanto mostra caratteristiche che lo collegano all’evoluzione che portò alcuni dinosauri a diventare uccelli. Va detto che la scoperta più clamorosa è arrivata dallo studio della ‘mano’ del dinosauro”, prosegue Dal Sasso. “Abbiamo potuto stabilire infatti, che aveva tre dita con grossi artigli e un quarto dito che stava scomparendo. Queste tre dita sono state ereditate nelle ali degli uccelli”. È possibile che l’esemplare studiato da Dal Sasso sia morto sulle rive di una spiaggia prima di essere trasportato in mare dove subì l’attacco di invertebrati marini e dove la maggior parte delle ossa vennero disperse prima che venissero avvolte da sedimenti e fossilizzassero al loro interno. Ancora più antico del Saltriovenator è il Besanosaurus Leptorhynchus, il cui nome sta a significare “Lucertola di Besano dal becco sottile”, la quale visse nel Triassico medio, un periodo compreso tra 247 e 235 milioni di anni fa. Venne anch’esso individuato da un gruppo di appassionati di fossili nei pressi di Besano. Ma ad occhio nudo si vedeva solo una piccola porzione del fossile stesso e così ci vollero quasi 150 radiografie ai raggi X per capire cosa contenevano le 38 lastre di rocce che vennero portate alla luce. Una volta resosi conto della scoperta ancora una volta Dal Sasso iniziò a studiarlo dopo averlo estratto dalle rocce. Un’operazione che richiese circa 16.500 ore di lavoro. Le ricerche permisero di capire che si trattava di un rettile marino lungo circa 6 metri con un corpo che ricordava quello dei delfini dei nostri giorni. Possedeva delle pinne che assomigliavano a pagaie con le due anteriori grandi circa il 15 per cento in più rispetto alle posteriori. Sembra che avesse un comportamento natatorio simile a quello delle anguille, ossia

SCIENZA

Il Saltriosauro è stato ribattezzato scientificamente Saltriovenator, nome che sta a significare “cacciatore di Saltrio”. In base alle rocce in cui è stato rinvenuto si può affermare che visse 199 milioni di anni fa

procedeva con una rapida accelerazione iniziale per poi muoversi a velocità moderata. Lo studio delle caratteristiche delle rocce in cui venne scoperto ha permesso di capire che l’animale viveva lungo le coste dell’antico oceano Tetide, il grande mare che a quel tempo separava l’Africa dall’Europa. Il rostro affusolato e piuttosto sottile e i piccoli denti fanno pensare che andasse a caccia di prede di dimensioni contenute, probabilmente dei molluschi. L’eccezionalità del rettile scoperto vicino a Besano sta anche nel fatto che si è capito che era una femmina in attesa di piccoli, in quanto, attraverso le costole, sono stati individuati i fossili di quattro embrioni e questo fa pensare che i Besanosauro fossero ovovivipari, ossia incubavano le uova nel corpo della madre le quali si schiudevano nel momento del parto. I grandi rettili e dinosauri italiani non si fermano al Besanosauro e al Saltriosauro, ma sono molti di più: dal Neptunidraco Ammoniticus, scoperto vicino a Verona, un rettile marino affine ai coccodrilli vissuto 165 milioni di anni fa, a Ciro rinvenuto a Pietraroja (Benevento), un cucciolo di dinosauro che visse 113 milioni di anni fa e che conserva fossilizzati anche gli organi interni, solo per fare due esempi. E poi ci sono decine di impronte di dinosauri sparsi un po’ qui e un po’ là in Italia, che rendono il nostro Paese un “Jurassic Park” con tanti segreti ancora da scoprire.

■

Il Besanosaurus era un rettile marino lungo circa 6 metri con un corpo che ricordava quello dei delfini dei nostri giorni. Possedeva delle pinne che assomigliavano a pagaie

45


WELFARE AZIENDALE Con il welfare vincono l’Azienda e tutte le sue persone. Il welfare è il nuovo pilastro della retribuzione e consiste nell’introduzione di una componente non monetaria per acquisto di beni e servizi per i Dipendenti. I principali vantaggi sono: Ǧ Ƥ - incremento della produttività aziendale - aumento del potere d’acquisto

Incremento della produttività aziendale L’attuazione del sistema di welfare aziendale è strettamente connesso all’aumento della produttività interna all’Azienda e promuove anche un impatto sulla diminuzione del turnover interno del personale. Il rapporto 2019 Welfare Index PMI evidenzia, in relazione a diverse tematiche, risultati sensibilmente superiori alla media: nella produttività del lavoro (63,9%), nella soddisfazione dei lavoratori e nel miglioramento del clima (73,1%), Ƥ ȋ͟͞ǡ͠άȌǡ to dell’immagine e della reputazione (72,5%)

Welion è la società di welfare integrato di Generali Italia. Un welfare Integrato, Innovativo e semplice. Dalla ƪ Ƥ ǡ semplici da fruire per dare più valore alle famiglie, ai lavoratori e alle imprese.

Ƥ Posto il fondamentale contributo delle ultime leggi di Bilancio allo sviluppo del welfare aziendale, il principale riferimento normativo in materia di welfare aziendale e Ƥ Ƥ ° Ǧ Ƥ Ǧ sui Redditi (TUIR). Se per un Dipendente ricevere un premio in welfare piuttosto che in denaro è senz’altro conveniente in termini di risparmio di contributi previdenziali e imposte a suo carico, grazie al Ƥ contributivo sui beni e servizi, va considerato che i Ƥ ǯ le aziende. Ƥ î ǯ dubbio nel ơ ai dipendenti dall’imponibile del reddito d’Impresa.

Aumento del potere d’acquisto L’aspetto più noto del welfare aziendale è la sua capacità di apportare risorse aggiuntive alla spesa sociale pubblica e privata ơ servizi e di facilitazioni all’accesso che altrimenti non sarebbero disponibili. Ma accanto a questo, altro fondamentale fattore di protezione e di benessere, soprattutto in un’epoca di frammentazione sociale e di isolamento, è il contributo dato dalle Imprese alla coesione tra le comunità e le persone che ne fanno parte. La Enrico Cantù Assicurazioni srl ha ottenuo le 5W del rating Welfare Index PMI 2019, una ragione in più per chiederci un consiglio! Contattaci info@generalisaronno.it T +39 02 96700365 www.enricocantuassicurazioni.it

INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

associata


TERRITORIO

La Via Francisca del Lucomagno Dal Canton San Gallo, alla Lombardia. Da Costanza, fino a Pavia, passando per il Varesotto. Un antico cammino trionfo dell’acqua tra boschi, sentieri e navigli. Un’esperienza da non perdere per gli amanti del trekking Grigioni e poi il Canton Ticino. Attraverso boschi, sentieri, strade

Marco Giovannelli tutte in sicurezza si attraversa una parte della provincia di Varese

D

alle montagne alla brughiera fino alla pianura Padana, il Varesotto ha tanti volti. Patria del volo, degli sport acquatici, del ciclismo, è anche una meta per gli amanti del trekking. Da alcuni anni, grazie all’impegno di alcuni appassionati e al lavoro degli enti pubblici, si è riscoperto un antico cammino, la Via Francisca del Lucomagno, che nasce a Costanza e porta fino a Pavia. Un percorso per i pellegrini che dal centro Europa si mettevano in viaggio per Roma. La Via entra in Italia a Lavena Ponte Tresa, pittoresco paese di frontiera sul lago Ceresio, dopo aver percorso 375 chilometri passando dal Canton San Gallo, i

fino a Busto Arsizio. Da lì si entra nell’area metropolitana milanese costeggiando i navigli fino a Bereguardo per poi arrivare a Pavia. Il tratto italiano si sviluppa lungo 135 chilometri. “Il cammino sollecita il senso del sacro, restituisce la magia all’esistere - afferma l’antropologo francese David Le Breton. La marcia è l’atto di resistenza che privilegia la lentezza, la conversazione, il silenzio, la curiosità, l’amicizia, la gratuità, la generosità, la contemplazione”. Ingredienti che in parte spiegano la crescita dell’interesse per questa attività. Negli ultimi anni, infatti, l’esperienza del cammino è in aumento in tutto il mondo e il nostro Paese in questo ha una

Monastero di Torba (foto di Giorgio Majno / FAI)

47


TERRITORIO

La Via Francisca del Lucomagno nasce come percorso per i pellegrini che dal centro Europa si mettevano in viaggio per Roma. La Via entra in Italia a Lavena Ponte Tresa dopo aver percorso 375 chilometri buona tradizione. Per la prima volta nel 2018 il numero delle persone che hanno effettuato uno dei tanti cammini italici, sono superiori ai connazionali che hanno raggiunto Santiago de Compostela, il più popolare tracciato nel mondo. La Francisca ha tutti i numeri per avere un reale sviluppo. È una via caratterizzata dall’acqua con laghi e fiumi presenti dall’inizio alla fine del percorso. Dal Ceresio ai laghi di Ghirla e di Varese, per poi costeggiare l’Olona e i navigli fino al Ticino. Solo in Italia la via attraversa due siti dell’Unesco (Sacro Monte e il Monastero di Torba), pregevoli monumenti, diversi parchi (Campo dei Fiori, RTO, Medio Olona, Alto Milanese e infine le valli del Ticino). Ha un tracciato facile, con pochi dislivelli ed è adatta a ogni genere di camminatore perché permette di modulare a proprio piacimento

48

la lunghezza delle tappe. Non occorre avere una grande preparazione e può essere percorsa anche con tratti parziali per chi non dispone del tempo necessario a percorrerla interamente.

Il progetto di valorizzazione della via “Quattro anni fa raccogliemmo l’appello di Adelaide Trezzini, Presidente dell’Association Internationale Via Francigena, per dare vita a un progetto per attualizzare l’antico cammino storico denominato La Via Francisca del Lucomagno - racconta Ferruccio Maruca, funzionario di Regione Lombardia -. Ci abbiamo lavorato con passione condividendo questo progetto con tutte le amministrazioni pubbliche interessate dal percorso, da Lavena Ponte Tresa a Pavia. Due anni fa siamo arrivati a sottoscrivere tra Regione Lombardia e questi 49 enti un accordo di collaborazione per valorizzare in territorio lombardo l’antica Via”. L’assessore regionale Stefano Bruno Galli si è espresso in più occasioni a favore del progetto. “La via Francisca attraversa tanti territori e li tiene insieme attraverso secoli di vicende storiche e culturali - dice Galli -. Questo cammino parte da una base storica solida e si sviluppa lungo un percorso importante e ricco di elementi e di testimonianze. Complimenti per il lavoro fatto fin qui, anche nella prospettiva di far convergere sul progetto della Via Francisca una condivisione di intenti tra pubblico e privato. Da parte del mio assessorato ci sarà attenzione verso lo sviluppo del progetto”. Il Vicepresidente della Provincia di Varese, Alessandro Fagioli, presiede il tavolo tecnico di coordinamento di tutti gli enti che hanno sottoscritto un accordo di programma per la sua valorizzazione. “Oggi, grazie alla condivisione del progetto con alcune realtà private - spiega Fagioli - quell’idea diventa molto più concreta tanto che alcuni pellegrini stanno già camminando lungo la via”. Questo è possibile anche per la sensibilità e la disponibilità di alcune strutture ad ospitare i viandanti. A queste se ne aggiungeranno altre in modo che la Via diventi una vera opportunità di sviluppo di una particolare forma di attività che ha anche aspetti turistici. I nostri territori da Lavena Ponte Tresa a Pavia presentano luoghi storici e ambienti di grande bellezza. Ora dobbiamo lavorare tutti insieme perché vengano valorizzati sempre meglio anche grazie alla Via Francisca.


Abbazia di Morimondo

TERRITORIO

L’antropologo David Le Breton: “Il cammino sollecita il senso del sacro, restituisce la magia all’esistere. La marcia è l’atto di resistenza che privilegia la lentezza, la conversazione, il silenzio, la curiosità, l’amicizia, la gratuità, la generosità, la contemplazione” Mettersi in cammino Il cammino lento permette di vivere un’esperienza profonda in sintonia con il territorio che si percorre. Ognuno può decidere da dove partire e ci sono numerosi sentieri che portano a incrociare la Via Francisca. Per chi volesse percorrerla tutta la partenza è dalla dogana di Lavena Ponte Tresa. In tutto occorrono dai sei ai nove giorni a seconda della lunghezza delle tappe che si decide di fare. Lungo il cammino si trovano numerose accoglienze per ogni esigenza. Si va dalle classiche strutture “povere” tipiche delle vie più famose, come monasteri, centri sociali, ai piccoli hotel, ai B&B.

Il costo medio per notte si aggira tra i 20 e i 30 euro a persona. Tutte le informazioni sono disponibili su una app, sul sito Internet lafrancisca.org e sugli account dei principali social network..

■

ASSOCIATA

Con noi trovi risposte! Ci trovi anche su

Piazza Motta, 6 - Varese Tel. 0332 18 88 172

www.ddsinvestigazioni.it


TERRITORIO

Un premio da “10 e lode!” Torna anche quest’anno il premio letterario “Mille e.. Una Storia” promosso dalla GMC Editore di Busto Arsizio e sostenuto da numerose imprese del territorio di premiare e gratificare concretamente l’impegno e l’entusiasmo

Luciano Landoni degli aspiranti scrittori e delle aspiranti scrittrici, sia nella categoria

D

a dieci anni a questa parte, il terzo venerdì di novembre, i giovani che hanno avuto il coraggio di scommettere su se stessi e sul proprio talento vengono premiati. Il loro valore viene riconosciuto (tangibilmente) e una fetta importante della società civile (l’Italia che lavora e produce, vale a dire gli imprenditori e le loro imprese) li gratifica e li sostiene. Non a caso, una delle peculiarità di “Mille e… Una Storia” (il premio letterario pensato e organizzato dalla GMC Editore di Busto Arsizio, a partire dal 2010) è il forte legame con il tessuto imprenditoriale del territorio: le generose e lungimiranti sponsorizzazioni provenienti da alcune fra le più prestigiose aziende industriali della provincia di Varese e dell’Alto Milanese consentono

“lettori” che in quella “studenti”. “Ho sempre aderito con grande piacere a questa importante manifestazione culturale – spiega Milena Cortiana, amministratore delegato della Cibitex Srl – perché il suo fulcro è la valorizzazione dei giovani e, di conseguenza, del futuro. La particolare fase socio-economica che stiamo attraversando è fra le più complesse di sempre e la tentazione diffusa è quella di assecondare la conservazione (impossibile) del passato, piuttosto che la progettazione e la conquista del domani. Un’iniziativa come questa – conclude l’ad di Cibitex, impresa meccanotessile leader a livello internazionale – si pone in positiva controtendenza, crede nei giovani e vuole premiarli, rappresenta quindi una specie di ‘inno’ al futuro. Ecco perché sono felice di sostenerla”.

51


TERRITORIO

Milena Cortiana, Cibitex Srl: “Ho sempre aderito con grande piacere a questa importante manifestazione culturale perché il suo fulcro è la valorizzazione dei giovani e, di conseguenza, del futuro”

dei giovani, che del futuro sono il simbolo. È dovere di noi imprenditori investire su di loro e per loro. È per questo motivo – precisa Agostino Molina – che sostengo con entusiasmo e convinzione il premio letterario ‘Mille e… Una Storia’: un esempio concreto e lungimirante di investimento nei e per i giovani. Il modo migliore per tendere al… 10 e lode. Servono esempi concreti e trascinanti. Diamoci da fare in questo senso”. “Idee nuove, progetti nuovi: solo così le aziende possono crescere. Bisogna credere nei giovani e dare loro fiducia. È per questo che mi è sempre piaciuto il progetto culturale che ispira questo premio letterario, sostiene Anna Chiaravalli responsabile dell’area amministrativa e finanziaria di Chiaravalli Group Spa, azienda europea nella produzione e distribuzione di componenti per la trasmissione meccanica. “La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande”, diceva Hans-Georg Gadamer. È proprio così e per verificarlo basterà prendere parte alla cerimonia di premiazione della 10° edizione di Mille e... Una Storia, venerdì 22 novembre al Teatro Sociale di Busto Arsizio. Prendetene nota sulle vostre agende.

■

Parole importanti e stimolanti, parole dalle quali scaturisce un messaggio di coraggiosa fiducia. Nonostante tutto e tutti. “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”, diceva Alcide De Gasperi, che idealmente sarà di certo presente alla serata del prossimo 22 novembre, al teatro Sociale di Busto Arsizio dove si svolgerà la cerimonia delle premiazioni della 10° edizione di Mille e ... Una Storia. Il premio letterario è intitolato quest’anno “10 e lode!” ed è su questo tema che i partecipanti (lettori, studenti delle Scuole Medie Superiori e giovanissimi fino a 13 anni d’età) dovranno cimentarsi scrivendo i loro racconti. Un tema dalla forte carica evocativa e simbolica, proprio come il manifesto illustrativo del premio. Ne è pienamente convinto Agostino Molina, Presidente della Molina & C. Spa, una delle imprese industriali leader a livello mondiale, quinto in Europa, nel trattamento e nella lavorazione delle piume d’oca: “Il futuro deve essere costruito con tanto impegno, tanta fiducia e altrettanto coraggio. Soprattutto nei confronti 52


Da un antico cascinale lombardo dei primi del ‘900, immerso verdedeldel Parco AltonelMilanese, Da un antico cascinale lombardonel dei primi ‘900, immerso verde del Parco sorge Villa Sant’Uberto, Alto Milanese, sorge Villa Sant’Uberto, il luogo perfetto per concedersi luogo perfetto per concedersi momenti di relax momenti di il relax in assoluta riservatezza. in assoluta riservatezza BUSINESS LUNCH

A Villa Sant'Uberto è particolarmente piacevole il servizio ristorante, che viene ȅАǓȖȠȅ ȠȣȠȠǩ ǩ ǠǩȅȖǿǩॹ Ǐƺǹ ǹȣǿǓǏǯ ƺǹ ΚǓǿǓȖǏǯ ǏƺǹǹǓ ȅȖǓ ࢲࢳঀࢱࢱ ƺǹǹǓ ȅȖǓ ࢲࢵঀࢴࢱॹ ǩǿ ǹȣLj /ȅȣșǓ ȅ ǩǿ ΚǓȖƺǿǏƺঀ ^ljȅǿȠȅ ࢲࢶઔঀ

MEETING CENTRE

Villa Sant'Uberto è il luogo ideale per ogni evento aziendale. L'area meeting è composta da due ampie sale situate tra i due giardini interni e ǏȅȠƺȠǓ ǏǓǹǹǓ ȒǩȨ ǾȅǏǓȖǿǓ ȠǓljǿȅǹȅǠǩǓ ƺȣǏǩȅΚǩșǩΚǓ শtǩǏǓȅΛƺǹǹ ^ƺǾșȣǿǠ ࢴࢱࢱΠࢳࢱࢱষঀ Tutti gli spazi, sia interni che esterni, sono funzionali e modulabili a seconda delle necessità, con la possibilità, durante la stagione estiva, di richiedere allestimenti a bordo piscina. ^ljȅǿȠȅ ࢲࢶઔঀ

CONVENZIONE RISERVATA UNIVA XǓȖ ȣșȣǟȖȣǩȖǓ ǏǓǹǹƺ ljȅǿΚǓǿΦǩȅǿǓ ǚ șȣГljǩǓǿȠǓ ǓșǩLjǩȖǓ ǹƺ ǏǩljǦǩƺȖƺΦǩȅǿǓ Ǐǩ appartenenza all’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. Per ulteriori ǩǿǟȅȖǾƺΦǩȅǿǩ ǚ ȒȅșșǩLjǩǹǓ ljȅǿȠƺȠȠƺȖǓ ǹƺ ȖǓǟǓȖǓǿȠǓ ^ǩǠঀȖƺ Xƺȅǹƺॹ ȠǓǹঀ ࢱࢴࢴࢲ ࢱࢸ ࢶࢺ ࢷࢱ ȅ inviare una mail all’indirizzo club@villasantuberto.eu.

CONTATTI tǩƺǹǓ eȅșljƺǿƺॹ ࢳࢱࢱ ࢳࢲࢱࢶࢳ ȣșȠȅ ȖșǩΦǩȅ শt [ ^ ষ www.villasantuberto.eu

ASSOCIATA


RUBRICHE

▶ PROVINCIA DA SCOPRIRE

Storia e arte per le vie di Saronno Una passeggiata sulle orme di Leonardo da Vinci in una città la cui storia è legata mani e piedi a quella dell’industria o di ferie, val bene una passeggiata nella città che una volta era

Maria Grazia Gasparini conosciuta come “città degli Amaretti” per la presenza della stori-

I

n circa mezz’ora di treno, si arriva a Saronno sia da Varese sia da Milano, essendo la città equidistante dal capoluogo lombardo; un po’ come i due rami di una fionda. Oggi il trasporto è solo per passeggeri ma nel 1879, anno di nascita delle Ferrovie Nord, la strada ferrata ha rappresentato una grandissima risorsa e i treni, prevalentemente con un servizio di trasporto merci, incrementarono la forte espansione dell’industria. Una giornata di vacanza

Palazzo Visconti Rubino

54

ca fabbrica Lazzaroni famosa in tutto il mondo, trasferitasi, però, ora negli Abruzzi. La tradizione della lavorazione degli amaretti però è rimasta ed è tuttora un fiore all’occhiello della cittàgrazie alla società Paolo Lazzaroni & figli che produce sia gli amaretti sia un liquore di amaretto e poi la storica Illva con il suo Disaronno diventato il liquore tra i più famosi nel mondo e sulla cui ricetta segreta, aleggia una leggenda: il pittore Bernardino Luini, allievo di Leonardo da Vinci, fu incaricato di abbellire il Santuario di Sa-


Scultura all’ingresso del villaggio Frua

Il pittore Bernardino Luini, allievo di Leonardo da Vinci, fu incaricato di abbellire il Santuario di Saronno dedicato alla Madonna dei Miracoli. Per dipingere la Vergine scelse come modella una bellissima locandiera del luogo ronno dedicato alla Madonna dei Miracoli. Per dipingere la Madonna scelse come modella una bellissima locandiera del luogo e quest’ultima volle ringraziarlo donandogli un boccale pieno di un liquore ambrato, fragrante e delicato, ricavato dalla macerazione del nocciolo dell’albicocca in acquavite. Saronno, ha molto da offrire anche in fatto di arte, cultura, shopping e altro ancora. Per questo viaggio ci conduce a braccetto il professor Sergio Beato, esperto di storia dell’arte, membro della Società Storica Saronnese e profondo conoscitore delle bellezze di Saronno che ci accompagna dove l’arte, come sempre, ci meraviglierà. “La ferrovia Nord – esordisce il nostro esperto - oggi non è altro che la sostituzione della vecchia diligenza che partiva da Milano e garantiva un servizio postale giornaliero e continuo. A Saronno, a casa Morandi, si cambiavano i cavalli e il servizio riprendeva lungo la via Varesina, sino a Varese”. Uscendo dalla ca-

RUBRICHE

Casa Morandi era l’antica stazione di posta e cambio cavalli. Oggi è centro culturale cittadino (teatro, biblioteca, Informagiovani). Nella sala lettura sono esposti i 4 grandi teleri con le storie di Bacco e Arianna del pittore saronnese Stefano Maria Legnani, detto il Legnanino ratteristica stazione delle Nord, dopo pochi passi c’è la Chiesa di San Francesco. “È la più antica parrocchia di Saronno che fino al 1570 si chiamava San Pietro. È una storia curiosa che risale a San Carlo Borromeo che risolse l’antica disputa tra i frati Francescani, che si occupavano della Chiesa e il parroco di Saronno. Il Borromeo decise di lasciare la Chiesa e il convento sotto la responsabilità dei Francescani e di dedicarla a San Francesco mentre stabilì di designare il titolo di Parrocchia, all’antica chiesa di santa Maria, più centrale rispetto al borgo, dedicandola ai Santi Pietro e Paolo”. C’è molto da vedere: “L’apparato decorativo, gli affreschi, le storie di San Francesco e Sant’Antonio da Padova, l’affresco con la Madonna del Rosario, opera dei figli di Bernardino Luini. La Chiesa attuale risale al 1500 ed è affrescata con decorazioni del ‘600 e del ‘700”. Sottopassando la ferrovia, ci dirigiamo verso il Santuario della Beata Vergine. L’8 maggio del 1498 è la data ufficiale di fondazione, ma la storia è più antica. Ci racconta il professore che la chiesa fu costruita per volontà popolare e per secoli fu amministrata secondo l’atto di fondazione dai sei deputati eletti dal popolo: 4 nobili e 2 popolani. “Fondamentale caratteristica è la gestione laica dei beni della chiesa, riconfermata e ribadita - racconta Sergio Beato - dopo molte controversie con il clero locale, da una bolla pontificia emanata da Papa Borgia nel 1503. Un esempio di trasparenza amministrativa, ante litteram. Nell’arco dei secoli i deputati saronnesi, liberi da vincoli ecclesiali, scelsero gli artisti migliori sul mercato per abbellire la chiesa e affidarono gli affreschi del presbiterio a Bernardino Luini (1525) e la cupola al Gaudenzio Ferrari, (1535) altre pitture al Lanino. Le sculture lignee furono dipinte da Alberto da Lodi e altri importanti artisti dell’epoca. La chiesa è totalmente decorata e crea una suggestione di ricchezza, da lasciare senza fiato”. Usciti dal Santuario, c’è casa Morandi, l’antica stazione di posta e cambio cavalli che oggi è centro culturale cittadino (teatro, biblioteca, Informagiovani). “Nella sala lettura sono esposti i 4 grandi teleri con le storie di Bacco e Arianna del pittore di origine saronnese Stefano Maria Legnani, detto il Legnanino (1661–1713) uno dei più importanti artisti nel passaggio tra barocco e rococò”. Ci vuole una sosta per un caffè e allora ci dirigiamo verso il centro 55


RUBRICHE

Merita una visita il giardino della sede di rappresentanza della città di Saronno: villa Gianetti, costruita dagli omonimi industriali nel 1919. La loro fabbrica, fondata verso la fine dell’800, produceva cerchioni di ferro per carrozze, carri e auto

famiglia lasciò in eredità al Comune la villa dalle forme neo-rinascimentali lombarde. Da qui il passo è breve per entrare nel più bell’edificio civile del 1700 saronnese: palazzo Visconti Rubino. “La forma che vediamo oggi – racconta il professor Beato - risale al 1728 quando divenne proprietario il giovane conte don Diego Rubino. Secoli prima l’edificio originale era ‘dimora da nobile’ dei Visconti di Saronno di cui oggi, però, non resta traccia architettonica dell’epoca. Notevoli all’interno, seppur ammalorati, gli affreschi di soggetto mitologico di mano del pittore Giovanni Antonio Cucchi. Quest’anno si celebrano i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci che dipinse la famosa dama dell’ermellino, Cecilia Gallerani, giovane e bellissima amante di Ludovico Il Moro. A lei

Chiostro Lazzaroni (San Francesco)

della città passando sotto il ponte della Vittoria costruito in epoca fascista e che conserva i fasci littori in ferro battuto visibili sulle ringhiere. Anche questo è un pezzo di storia perché un secolo fa, la ferrovia divideva in due il popoloso borgo causando molti disagi. Si può fare a piedi ed è una piacevole passeggiata sotto i portici ammirando i moltissimi negozi, prevalentemente dedicati all’abbigliamento e alle pause ristoratrici. È stato definito il grande centro commerciale all’aperto “proprio per queste caratteristiche. Sullo sfondo dell’asse viario delle cosiddette tre chiese, vediamo la facciata della prepositurale dei Santi Pietro e Paolo. L’originaria costruzione di fondazione è assai antica ed era intitolata a Santa Maria Maggiore. Fu rifatta totalmente nel ‘700 su progetto dell’architetto Giulio Galliori e in seguito fu ampliata con l’aggiunta di due navate laterali raggiungendo le forme attuali”. Pochi passi ed entriamo nel giardino della sede di rappresentanza della città di Saronno: Villa Gianetti, costruita dagli omonimi industriali nel 1919. La loro fabbrica, fondata verso la fine dell’800, produceva cerchioni di ferro per carrozze, carri e auto, diventando, in pochi decenni, la prima industria italiana nel settore. Senza eredi diretti, dopo l’improvvisa morte dell’unico nipote Giulio, la 56

furono attribuite come appannaggio, alla fine della loro relazione da cui nacque anche un figlio, le entrate fiscali dei dazi saronnesi. Non risulta che la nobildonna abbia mai dimorato a Saronno da cui però percepiva le entrate fiscali”. Oggi, purtroppo, il palazzo non è visitabile se non dall’esterno e da molti anni è in stato di abbandono. A ridosso del centro città ci sarebbe ancora da vedere il Villaggio De Angeli-Frua, un borgo/quartiere con case per gli operai e le maestranze, a ridosso dell’omonima fabbrica. Un esempio dell’ideologia del paternalismo illuminato di alcuni industriali dell’800. C’è poi il Museo dell’Industria e del lavoro, testimonianza di un ricco passato produttivo delle realtà lavorative che contraddistinsero la Saronno del passato. Ritornando al punto di avvio, alle spalle di San Francesco, c’è il Museo delle Ceramiche: una fantastica collezione privata di pregiate ceramiche settecentesche e contemporanee che si trova all’interno di una villa del 1936 mantenuta inalterata nel tempo. Tra le chiesette sussidiare della città ci sarebbe da vedere l’oratorio di S. Antonio Abate al Lazzaretto costruito nel 1400 per volere di un laico, il signor Antonio Zerbi. Da anni, il 17 gennaio, si celebra il Santo con una tradizionale e coreografica sagra storico/ religiosa per le vie della città.

■


Il viaggio la leva di marketing

che arriva all’anima Le aziende sono fatte di persone. Ogni azienda, ogni giorno, senza nemmeno rendersene conto, affronta la più grande delle sfide: quella di creare motivazione al risultato, lavoro di squadra, senso di appartenenza. Solo se il clima aziendale è tale da rendere ciascun collaboratore consapevole della propria responsabilità si può esser certi che i risultati arriveranno. La voce “senso di appartenenza” non è contemplata in nessuna riga di bilancio eppure è grazie a questo coefficiente che i numeri prendono il volo e le decisioni diventano opportunità per grandi risvolti. Come lavorare su questo intangibile valore? Attivando leve del marketing trasversale affiancate alla formazione tradizionale; perché le persone sono mente e anima. Ed è più facile far vibrare le corde dell’anima in momenti e contesti fuori dalla quotidianità, anche quella lavorativa. Lo “stacco”, che sia di un giorno o di una settimana, è una potente leva di marketing con un valore percepito decisamente più elevato del valore reale. I vantaggi prodotti dall’enorme differenziale tra il valore percepito e il costo reale del viaggio non sono ancora abbastanza sfruttati dalle aziende; eppure è proprio il viaggio lo strumento che può segnare la svolta nelle relazioni coi nostri collaboratori, coi nostri clienti o con la rete commerciale. Ciascuna azienda, in funzione dei propri obiettivi e delle dimensioni, ha l’opportunità di pianificare un progetto usando il viaggio come volano.

LeMarmotte ha competenza e versatilità per lavorare affiancando l’azienda in tutte le fasi: dal confronto iniziale per comprendere le esigenze, alla selezione dell’iniziativa più adeguata fino alla gestione della stessa prima, durante e dopo la partenza. Trent’anni di esperienza significa conoscenza del mercato, comprensione delle esigenze dei clienti e scelta dei fornitori più affidabili. Quale tra i tanti fornitori in un mercato di cambiamenti come quello turistico? Eden Viaggi. Un Tour Operator da sempre al nostro fianco con il quale abbiamo spesso brindato insieme alle nostre aziende clienti.

Tra le esperienze meglio riuscite? Soggiorno mare all’Eden Village in Oman Al Fanar, city break a Dubai, fino alla gita sul trenino del Bernina. Incentive è una parola ridondante e riduttiva. Il viaggio non è solo incentivazione alla vendita, è molto di più. Ed è per tutte le aziende e per tutti i budget.

INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

Manuela Marazzini cell. 338 6072177 • manuela.marazzini@lemarmotte.it

associata

www.lemarmotte.it www.edenviaggi.it


▶ GITA A RUBRICHE

Conta il punto di vista Quattro grandi fotografi spiegano la tecnica, gli spunti e lo stile per interpretare il territorio varesino attraverso una gita armati di obbiettivo, ma soprattutto sensibilità. Con qualche consiglio pratico e una provocazione: mettere da parte il digitale e tornare al rullino Sergio Redaelli

C’

è chi ha un approccio da sociologo, chi da esteta del paesaggio, chi racconta la vita delle periferie, chi immagina campagne pubblicitarie, chi scompone ciò

Brebbia, ph Claudio Argentiero

58

che vede in forme e geometrie. Sono tanti i modi di affrontare la professione del fotografo. Un nobile mestiere che in provincia di Varese è molto ben rappresentato. Carletto Meazza è autore di decine di libri d’arte. Giorgio Lotti ha girato il mondo per i settimanali Epoca e Panorama fotografando Yasser Arafat, Zhou en Lai e i cercatori d’oro del Klondike. Claudio Argentiero scatta, racco-


RUBRICHE glie e rende fruibili da trent’anni le immagini delle trasformazioni del territorio. Franco Canziani ha dato un volto alle emozioni che si provano salendo di notte al Sacro Monte. Senza dimenticare il grande Vivi Papi, scomparso nel 2005, che ha lasciato centomila foto all’Università dell’Insubria consultabili nel Centro di storia locale di Villa Toeplitz. È un tesoro affettuosamente catalogato dalla vedova Anna Maria Fumagalli che richiama l’attenzione sull’importanza, per un professionista, di tenere in ordine l’archivio: “Non basta scattare le foto, consegnarle e dirsi ‘poi se avrò tempo le metto a posto’. Un privato, un giornale, un museo, un editore, un collezionista possono chiederti uno scatto anche dopo vent’anni e devi sapere dove mettere le mani”. Carriere prestigiose, percorsi d’artista, vite da giramondo. Un mestiere bohémien che riserva qualche delusione. La crisi economica in corso, le aziende che tagliano le spese della comunicazione e le nuove tecnologie che aprono la strada al “fai da te” assottigliano il fatturato a fine mese. E colpiscono quella che un tempo era la zona franca delle foto di cerimonia, matrimoni, battesimi, cresime, oggi spesso affidate, per risparmiare, agli scatti dell’amico appassionato. Non tutto è oro quel che luccica. Ma la passione, quella ce l’hai dentro e la provincia di Varese esercita mille e una seduzione sull’anima gentile dei fotografi. Anche di chi inizia e cerca idee da realizzare. Quali soggetti fotografare? Quali tecniche adottare? Ogni chef ha le sue ricette, ogni maestro un modo d’insegnare. Giorgio Lotti è rientrato alla base dopo una formidabile carriera di fotoreporter. Un presunto flirt con Brigitte Bardot. Era a Firenze nel

Giorgio Lotti: “Ora mi sono innamorato del lago di Varese. L’ho frequentato quasi ogni giorno nelle quattro stagioni dell’anno. Ho fotografato tramonti, vento, nuvole. Ho colto il movimento dell’acqua, i disegni, i colori”

Carlo Meazza

Carlo Meazza: “Mi affascina l’inesauribile racconto della vita quotidiana della gente: gli avventori di un bar di periferia alle dieci di sera, le fermate dei pullman all’alba, la vita che gravita intorno alle stazioni, gli studenti con i libri negli zaini” 1966 per l’alluvione, era con Eugenio Montale a Milano quando il poeta seppe al telefono di aver vinto il Nobel per la letteratura. Immortalò la sua reazione in nove scatti, dalla sorpresa al pianto: “È la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto – ammette –. Ora mi sono innamorato del lago di Varese. L’ho frequentato quasi ogni giorno nelle quattro stagioni dell’anno. Ho fotografato tramonti, vento, nuvole. Ho colto il movimento dell’acqua, i disegni, i colori. Tutto dipende dalla luce. Se vai nell’ora sbagliata è piatta, senza riflessi. Ideali sono il mattino presto e la sera quando i colori si esaltano. Avrei pronta una perfetta campagna pubblicitaria, Varese turistica, con manifesti di due metri per tre”. Un consiglio ai giovani? “Non puoi fotografare con il digitale, annulli i colori più deboli. Devi poter impostare il tempo di esposizione, chiudere e aprire l’obiettivo secondo la luminosità. La macchina è importante ma conta la testa. Se non hai capito che cosa hai davanti, farai soltanto una orribile bella foto”. Carlo Meazza raccomanda di usare una macchina fotografica semplice, leggera e pratica. Ce ne sono tante non costose, dice. Consiglia di non appesantirsi con obiettivi strani, basta uno zoom focale variabile dal grandangolare al teleobiettivo, da 28 a 200 mm. Un chilo, un chilo e due di peso. E consiglia di sviluppare in bianco e nero. Lui ha firmato volumi d’inchiesta, calendari e mostre d’arte. Ha fotografato i campi di battaglia della Resistenza e i siti Unesco, i luoghi che hanno ispirato Chiara, Sereni, Morselli, la poetessa Antonia 59


RUBRICHE

Pozzi morta suicida, Calvino, Fenoglio, Meneghello e Renata Viganò, autrice del romanzo “L’Agnese va a morire”. “Mi affascina l’inesauribile racconto della vita quotidiana della gente – confessa – i ragazzi africani che giocano a pallone all’oratorio. Gli avventori di un bar di periferia alle dieci di sera, le fermate dei pullman all’alba, la vita che gravita intorno alle stazioni, gli studenti con i libri negli zaini che credono nel futuro nonostante tutto. Luoghi di resistenza umana. Bisognerebbe guardare le cose con serenità interiore, senza pregiudizi e con la capacità di meravigliarsi. Le foto sensazionali e

Franco Canziani è il poeta dei notturni al Sacro Monte. Nel suo libro forse più riuscito compie un avventuroso viaggio cogliendo i fruscii, le emozioni e la magia della notte salendo la strada delle Cappelle. Il lavoro di un anno. Ha richiesto cento escursioni, lo studio delle effemeridi, sole, luna, cielo stellato, la consultazione della webcam e delle condizioni atmosferiche del Campo dei Fiori. “Un’esplorazione esistenziale e mistica – la definisce – dopo anni di routine ho riscoperto il piacere di fare questo mestiere per passione. Cogliendo i toni, i chiarori e gli angoli di scatto giusti”. Da quarant’anni campa lavorando per le aziende: “Le tecnologie aiutano a deresponsabilizzarsi - osserva -. Il paesaggio è alla portata di tutti, ma richiede regole e un pensiero alle spalle. Servono tre cose: pazienza perché con la luce sbagliata la foto diventa banale, preparazione sul Giorgio Lotti al lavoro in Cina Claudio Argentiero soggetto perché gridate hanno la durata di una palla di neve. Restano quelle con un lo studio del sole e della luna ti fa raccogliere il massimo, stabilità significato”. Claudio Argentiero va a caccia di dettagli. Ville, dipinti, perché il cavalletto su cui posi la macchina ti consente di decidere il cortili, fabbriche dismesse, archeologia industriale, il bacino dell’O- tempo, il diaframma e la sensibilità. Più bassa è la luce, più si allungalona. Sulla scia di Franco Pontiggia, dice con orgoglio. “Cerco uno no i tempi di posa. E hai tempo per ragionare, per fare modifiche. Il stile personale oltre i cliché - spiega -. Esploro i segni marginali, gli mercato offre cavalletti con buona testa per la macchina, in acciaio stravolgimenti urbani, le architetture anomale, le forme e le geo- pesano di più, in carbonio e magnesio sono più leggeri. Ce ne sono metrie attraverso i dettagli. Non mi interessa documentare, voglio di tutti i prezzi. Poi ciascuno ci deve mettere del suo”. interpretare. Metto il bello e il brutto a confronto. Bisogna sempre avere un proprio punto di vista”. Argentiero fa parte della commissione che gestisce l’Archivio Fotografico Italiano, organizza mostre, festival fotografici. Predilige la tecnica a infrarossi in bianco e nero e non rinuncia a sviluppare di persona: “Oggi è normale manipolare lo scatto in Photoshop e far cambiare pelle all’immagine. Ma il post-produttore che ritocca è un grafico. Il fotografo invece aspetta la luce per dare prospettiva ed esaltare il segno. I tempi della pellicola sono lenti. Conta avere uno stile, non riprodurre la realtà perfetta come in certi album di cera dei matrimoni. O peggio ancora improvvisare”. Franco Canziani

■

60


▶ ARTE RUBRICHE

La pittura come il mare La prima rassegna postuma di Pietro Guccione organizzata dal museo di Mendrisio. Una mostra che racconta la vita dell’artista siciliano, attraverso la sua particolare e privilegiata interpretazione delle onde il suo esercizio umano e artistico di sottrazione terrena. La mostra

Luisa Negri comprende 56 opere tra oli e pastelli, tutti capolavori ispirati al

S

criveva l’amico Leonardo Sciascia: “La continua sottrazione guccioniana si arresterà solo al cospetto del silenzio”. Parlava di Pietro Guccione, noto pittore siciliano, tra i migliori del ‘900, e alludeva ai suoi sconfinati cieli e mari illiquiditi fino alla trasparenza. Secondo la figlia dell’artista, Paola, il padre

mare, perché su quell’unico ma fondamentale tema di Guccione, tra i tanti della sua opera, a Mendrisio si è fatta la scelta di posare occhi e cuore. Accanto al percorso umano e artistico, ampiamente documentato da lettere dei tanti amici scrittori (oltre a Sciascia, Enzo Siciliano e Alberto Moravia anche Dino Buzzati, Bufalino, Dante Isella e molti

Il nero e l’azzurro

era accomunato, come Sciascia, da uno stesso unico desiderio: “Narrare l’essenziale, scavando ogni singola parola o ombra di colore”. Paola è, con Simone Soldini, Barbara Paltenghi Malacrida e Giovanni Giro tra i curatori della retrospettiva (la prima dopo la morte) “La pittura come il mare” dedicata dal Museo d’Arte di Mendrisio all’artista che, proprio lo scorso ottobre, ha terminato 62

altri) si evidenzia dunque la fondamentale importanza di un ciclo che per l’artista ha rappresentato il culmine dell’intera ricerca di una vita: puntata a un momento finale in cui potesse convergere la sua esperienza umana e artistica. Dove grafica e pittura si fondono in una sintesi felice di tratti e cromatismi essenziali, sublimati al massimo, dove cielo e mare si allineano e sovrappongono, si completano


RUBRICHE Mare a Punta Corvo

e si abbracciano nell’occhio di chi, per anni, ha imparato a osservare. Nel racconto degli amici e della figlia, Guccione ha osservato il suo mare per quarant’anni: poteva rimanere ore a osservarlo, poi ne riproponeva sulla carta e sulla tela onde e movimenti, sfumature cromatiche, luci e ombre. Più di un suo quadro è nato proprio partendo dall’ombra di una piccola onda che lui vedeva approdare e frantumarsi sulla battigia. Filtrava, non attraverso la macchina fotografica, ma coi propri occhi, naso, cuore, orecchi, gli umori del tempo e delle stagioni e odori, colori, luccichii, mormorii e silenzi della natura. Rientrato in casa, tutto immetteva poi in quelle tele chiare di luce, di tenui trasparenze cromatiche: ottenute con oli o pastelli. Questi ultimi per una esecuzione più immediata, perché la sua mano potesse fermare all’istante il passaggio repentino di movimenti di acqua e vapore in ininterrotta corsa, sopra e sotto la infinita linea dell’orizzonte. Nato nel 1935 a Scicli, in provincia di Ragusa, Guccione compie i

Nel racconto degli amici e della figlia, Guccione ha osservato il suo mare per quarant’anni: poteva rimanere ore a osservarlo, poi ne riproponeva sulla carta e sulla tela onde e movimenti, sfumature cromatiche, luci e ombre

primi studi d’arte a Comiso e Catania. Lavorerà ben presto come grafico, dopo la morte del padre, in uno studio romano, avendo scartata la possibilità di continuare all’Accademia di Belle Arti della capitale dopo un’insoddisfacente esperienza. Proprio a Roma, da giovane artista, ebbe la fortuna d’incontrare Renato Guttuso (di cui sarà assistente di cattedra in anni successivi) e i pittori neorelisti Astrologo, Attardi, Tornabuoni e Vespignani. Gli anni immediatamente seguenti saranno di lavoro e ricerca insieme, di viaggi e scoperte: si recherà nel Sahara con Fabrizio Mori alla scoperta di pitture e graffiti rupestri. Ma sarà anche a New York dove andrà a proporre proprio i disegni dei graffiti sahariani. Dal ‘63, lasciato il lavoro di grafico, Guccione comincerà a vivere finalmente di sola pittura, che gli permette di scegliere e dirigere la sua vita, proprio come una vela nel mare, là dove gli piace. A tale proposito, nel 1969 costruisce la dimora estiva tra Punta Corvo e la Baia di Sampieri, estremo lembo della Sicilia orientale. Suo indispensabile luogo di vita e lavoro. E ben presto mette a segno una delle più importanti rassegne della sua vita: la mostra parigina alla galleria Bernard dove viene folgorato dall’arte di Caspar David Friederich. Un punto di arrivo e ripartenza venuto appena dopo la rassegna antologica a Palazzo Diamanti di Ferrara, presentata da Enzo Siciliano e la nuova mostra di New York con testo di Alberto Moravia. Ne seguiranno di sempre più rilevanti tra Milano e Roma, presentate, tra gli altri curatori da Goldi, Calvese, Sgarbi. Amatissimo da questi ultimi come dagli amici intellettuali otterrà, accanto al loro riconoscimento, anche quello dell’ufficialità, concretizzato in numerose onorificenze. Ma sul finire degli anni Settanta, nonostante la sua vita impegnata, preferisce tornare al paese natale. Per sempre: le sue ore sono da lì in 63


RUBRICHE

poi osservazione silente ma laboriosa di luci e colori. “Io voglio fare il mare” dice a un giornalista ed è la dichiarazione di quella voglia di tornare al reale, di mettere da parte in arte ogni tentazione di stravaganze pittoriche o intellettualistiche. Ricorda Soldini in catalogo: “Ad attirarlo era quell’impercettibile differenza di colore che si vedeva all’orizzonte tra la parte bassa di mare e la parte alta di cielo. Cercava di ricreare precisamente quella indefinita linea in lontananza”. In un volumetto dal titolo Stesure (2005) l’artista scrive: “Il mare? Cerco di farlo muovere per incontrare il cielo. Ma il senso del cielo è quello dell’immobilità, mentre il mare è la mobilità. Il mare è la fissità mobile, il cielo è la fissità assoluta. Inconsciamente mi adopero per farli incontrare”. Un lungo impegno quotidiano, quasi monacale, in tuta da lavoro che poteva durare l’intera giornata, per assecondare il lento processo che per lui aveva fine solo nell’incontro, quando il reale e l’ideale si congiungono. Di tanto lavoro rende conto la mostra di Mendrisio, meritevole di aver posto sotto la lente di ingrandimento proprio questo processo, frutto della necessità dell’artista di ritornare alle radici, là dove la sua vita era originata, su quelle spiagge in cui scorrono millenni di storia. E questa antica storia, sua e del suo mare, lui ci narra. Non a caso il viaggio d’artista, partito dagli uadi asciutti, ritorna e confluisce sulle sponde sicule del grande Mediterraneo, un mare Padre, citato da Jean Clair, suo massimo estimatore che a lui dedicò un memorabile saggio, riproposto in mostra, il cui titolo è stato scelto anche per la rassegna elvetica. Una mostra da vedere. Si può ben raccontare l’interessante vita di

Guccione, come abbiamo fatto, ma non si possono, non si devono, raccontare i suoi quadri. Perché a raccontarli dev’esser la stessa luce che lui ha imprigionato in ogni sua opera spingendola al limite della trasparenza. Bisogna mettersi davvero come l’artista davanti ai suoi quadri, osservare da lontano e da vicino quelle linee d’orizzonte, come “Linee del mare” o “La linea azzurra”, e ancora entrare nelle atmosfere rosate o dorate, nel prodigioso “Luce di scirocco” o ne “La lontananza del mare” (2001-2003), dei suoi cieli, lasciare scivolare lo sguardo sul violetto di “Ondoso di forma vagante” (2008-2009). Perdersi anche nella chiarità tranquillante e infinita di “Luna d’agosto” e riflettere sul quel lembo d’ombra in margine alla grandiosa narrazione pittorica di “Il nero e l’azzurro”, la grande opera del senato della Repubblica italiana esposto in rassegna. “Mare a Punta Corvo”, olio su tela del 2000, è infine tra le più significative citazioni artistiche del suo luogo dell’anima, sintesi perfetta di quel difficile mestiere di pittore del mare.

■

PIERO GUCCIONE LA PITTURA COME IL MARE MUSEO D’ARTE DI MENDRISIO Dall’8 aprile al 30 giugno Da martedì a venerdì: 10.00-12.00, 14.00-17.00 Sabato e festivi: 10.00-18.00 www.mendrisio.ch/museo

LE INFORMAZIONI SONO IMPORTANTI. DIFENDILE DA ORECCHIE INDISCRETE!

Utilizziamo le più moderne apparecchiature per le FSRMǻGLI HE QMGVSWTMI, telefoniche e telematiche, rinnoviamo costantemente la formazione dei nostri tecnici e ci dotiamo di strumenti idonei a fronteggiare un “nemico” sempre agguerrito ed aggiornatissimo. Operiamo su tutto il territorio nazionale WIQTVI I WSPS GSR RSWXVM XIGRMGM WIR^E QEM EǽHEVI E XIV^M M RSWXVM servizi garantendo il QEWWMQS HIPPE VMWIVZEXI^^E.

ASSOCIATA

Contattaci al numero 331 455 53 75 o visita il nostro sito.

Stopmicrospie.it è un brand della DDS Investigazioni


Assistenza informatica in outsourcing: conta anche la qualità della domanda Esternalizzare la parte IT, attivando un servizio di “assistenza sistemistica” in outsourcing, porta davvero vantaggi? E come possono entrambe le parti, Cliente e Fornitore, fare rendere al massimo un servizio di questo tipo? Ne abbiamo parlato con Fabio Fabris, IT Manager di Assi srl. Fabio quali sono i vantaggi di avvalersi di un servizio di assistenza all’infrastruttura IT, più comunemente detta “assistenza sistemistica” in outsourcing? Un partner esterno garantisce alle aziende continuità operativa, perché dispone di più tecnici organizzati per gestire situazioni ordinarie come quelle straordinarie. L’outsourcing garantisce poi qualità del servizio e rapidità nella risoluzione delle più disparate difficoltà operative, grazie all’elevato livello di professionalità delle risorse in campo. Mi piace ricordare sempre che, in ambito tecnologico, le risorse sono il vero fattore x, perché parliamo di un settore per sua natura in continua evoluzione ma anche molto tecnico e che richiede competenze sempre più verticalizzate ed aggiornate. Un partner esterno valido è quindi quello che sceglie la formazione continua per le sue risorse, da qui un altro vantaggio che è quello di essere sempre aggiornati non solo per assicurare il monitoraggio dello status esistente ma anche il miglioramento continuo dell’infrastruttura e della sua sicurezza. Il vantaggio dell’outsourcing è anche economico? Sì, il vantaggio economico del servizio in outsourcing è trasversale per tutte le aziende anche se declinato diversamente a seconda delle realtà. Le piccole e medie aziende, avvalendosi di un partner esterno, ottengono un servizio equiparabile a quello di un IT interno, continuativo ma senza i costi fissi delle risorse dirette. Le aziende più grandi possono decidere di avere un supporto esterno per periodi di picco senza l’impegno dell’assunzione della risorsa diretta. In questo caso il vantaggio economico si abbina alla flessibilità del supporto. Infine, le realtà organizzate in filiali o su più sedi, possono ottenere insieme al vantaggio economico la capillarità del servizio senza spostamenti di risorse interne. In tutti i casi, con gli attuali strumenti di collegamento da remoto, possiamo lavorare come se fossimo sempre presenti in azienda. In breve: outsourcing vuole dire risorse esterne e vantaggi interni! Quali caratteristiche hanno le aziende ITC che offrono un servizio di qualità? Vorrei spezzare una lancia a favore di chi fa il mio mestiere: il migliore servizio offerto non basta se dall’altra parte non c’è qualità della domanda.

Si raggiungono ottimi risultati con il Cliente che condivide l’obiettivo, dedica attenzione e tempo a valutare le soluzioni, mette in campo risorse e, infine, si lascia guidare. Non serve saperne quanto un tecnico ma sarebbe utile saperne quel tanto che basta per cogliere aspetti sostanziali delle proposte del proprio partner. Rifletterei quindi sul valore della qualità della domanda. Fatta questa premessa, direi che un buon partner del servizio in outsourcing ha professionisti che sanno svolgere le attività operative preventive e su richiesta in qualsiasi ambiente informatico. Ma la differenza la fa chi riesce ad essere un collaboratore proattivo del suo cliente, anticipandone le richieste e individuando soluzioni che portano vantaggi concreti e in linea con le peculiarità del suo Cliente. Voi avete questo approccio? Sì, noi conosciamo quanto più possibile i nostri clienti e quando dico clienti intendo processi, caratteristiche informatiche ma anche persone. Non solo, noi approcciamo sempre il possibile cliente con la richiesta di effettuare uno studio dell’infrastruttura informatica esistente, e una mappatura di tutti i client, server e servizi attivi. Solo dopo questa fase di analisi preliminare facciamo proposte di collaborazione. Dire che chi bene comincia è a metà dell’opera è troppo, però sicuramente è a buon punto!

www.assi.it INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

Associata


▶ ARTE RUBRICHE

Il sogno di Leonardo In sala Veratti a Varese verranno esposte venti macchine, funzionanti e interattive, realizzate da esperti sui disegni dell’artista no utilissimo impiego in campi diversi.

Luisa Negri In Sala Veratti sarà possibile avvicinarsi a una mostra che per-

I

n occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, avvenuta ad Amboise il 2 maggio 1519, anche Varese si è mossa per ricordare quel mito che già Vasari aveva identificato nelle sue “Vite” come uomo di ineguagliabile genialità. Al punto di scrivere: “Ciascuna sua azione è tanto divina che, lasciandosi dietro tutti gli altri uomini, manifestamente si fa conoscere per cosa largita da Dio”. A occuparsi della memoria dell’autore della celebre Gioconda è Fabrizia Buzio Negri, che ha aperto il ciclo di eventi dedicati a Leonardo dal Comune di Varese con una brillante e seguitissima conferenza al Salone Estense. La stessa è anche curatrice di un’interessante mostra dedicata a “Le macchine di Leonardo da Vinci” che aprirà al pubblico il 30 maggio in Sala Veratti di Varese e sarà visitabile fino al 20 giugno. La multiforme genialità creativa di Leonardo lo portò, com’è noto, a realizzare anche, dopo averle pensate e progettate, incredibili macchine (avveniristiche per i tempi) che spesso trovaro-

mette di comprendere al meglio come, colui che era ritenuto tra i massimi artisti rinascimentali, avesse saputo avvicinarsi alla scienza e alla meccanica, accostandovisi concretamente in veste di indagatore profondo e di sperimentatore acuto e audace dei tanti progetti da lui ideati. Una versatilità, la sua, che la mostra spiega e ben documenta nei passaggi da una sezione all’altra. Sono venti le macchine leonardesche presentate ed esposte in facsimile nei riferimenti costruttivi di Paolo Candusso. Tutte funzionanti ed interattive, sono state realizzate da esperti e appassionati e ogni prototipo permette di risalire ai progetti, cioè i testi cui Leonardo affidava i segreti dei suoi studi. Richiestissime in Italia e all’estero, avvincono il visitatore proprio perché consentono di avvicinare il frutto della modernità e poliedricità del pensiero del maestro. Spiega la curatrice: “Uno degli studi più cari di Leonardo è il sollevamento nell’ideare macchine che producono energia: le gru hanno un posto di molto rilievo nel percorso della mostra, dove ai disegni leonardeschi si accompagnano le perfette realizzazioni di Paolo Candusso. Varie le gru girevoli. Una di esse deriva dall’ingegnosa macchina servita da Brunelleschi per innalzare la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Un carro differenziale ci riconduce invece alla realtà contemporanea. In Leonardo molto convincente appare la battaglia per valorizzare le arti meccaniche con un occhio attento al mondo del lavoro, affinché l’uomo possa impegnarsi con meno fatica, in tal modo già presagendo il progresso tecnologico del futuro”. Dalla sezione dedicata alle gru si passa a quella delle macchine da guerra, ben note anche a chi sappia poco di tanto studio e Paolo Candusso, Carro armato

66


progettazione di Leonardo. Curioso che proprio le macchine da guerra siano state il biglietto da visita per presentarsi a colui che sarebbe stato suo massimo ammiratore e sostenitore, Ludovico il Moro. Al signore di Milano, Leonardo aveva inviato una famosa lettera, accompagnandola con tutte le informazioni professionali riguardanti la sua persona, un vero e proprio curriculum ante litteram. Si dichiarava ingegnere, architetto, urbanista, musico, scultore, pittore. Una presentazione che Ludovico dimostrò di apprezzare da subito. A interessarlo erano particolarmente certi sistemi difensivi e offensivi utilizzati (come mezzi per attacco e difesa delle mura) di cui si possono vedere significativi esemplari in mostra. È ancora la curatrice a spiegarci l’idea leonardesca: “Il Genio toscano propone un concetto bellico dinamico, addirittura con la possibilità di regolare la traiettoria dei proiettili: le armi sono provviste di sistemi a vite per regolare l’alzo”. Ma aveva pensato anche al cannone smontabile, al carro armato, alle spingarde. Né si era dimenticato dei ponti: dal ponte mobile di barche al salvatico, un ponte adatto al salvataggio dei soldati, costruito di soli tronchi d’albero, senza uso di ferro e cordame, molto agile quindi nell’essere montato e smontato. Fondamentale sezione è quella dedicata al volo, al cui studio Leonardo si era appassionatamente dedicato anche osservando e studiando il volo degli uccelli. Si pensi alle realizzazioni, più volte proposte in filmati dell’oggi, di macchine azionate dalla forza muscolare, applicate alle braccia umane a guisa di ali. I disegni in mostra di “Ornitottero” e “Vite aerea” - notissimo quest’ultimosbalordiscono per la capacità di anticipare progetti e modelli di macchine volanti moderne come l’elicottero. E ancora “Vascello volante” e “Paracadute” sono immagini di sogni fatti nel Cinquecento e divenuti realtà secoli dopo. Se in pittura fu eccelso Leonardo non lo fu da meno nella meccanica. Da lui prediletta dichiaratamente. È un foglio del codice di Madrid a ricordare tale passione, ma del resto i tre quarti dei codici leonardeschi trattano proprio di meccanica. Difficile dire in quale ruolo si sia più distinto. Se la sua pittura ha incantato il mondo, non solo la misteriosa “Gioconda”, ma anche la bellissima “Dama con l’ermellino” o “La Vergine delle Rocce”, non meno affascina la sua predilezione per la meccanica e l’ingegneria. Se Leonardo fosse qui, ci si domanda, cosa non potrebbe fare, progettare e sperimentare? E se l’informatica fosse stata tra le sue mani, quali risultati avrebbe potuto raggiungere e cos’altro

RUBRICHE

Fondamentale sezione è quella dedicata al volo, al cui studio Leonardo si era appassionatamente dedicato anche osservando e studiando il volo degli uccelli

Paolo Candusso, Doppia gru girevole

avrebbe potuto inventare? Sicuramente cose meravigliose. Al comune visitatore della preziosa mostra di Sala Veratti sia almeno consentito il sogno. Lo stesso Leonardo fu, prima di tutto, un grandissimo sognatore. Accostarsi a lui è ancora, a distanza di secoli, una grazia e un privilegio.

■

Paolo Candusso, Vite aerea

LE MACCHINE DI LEONARDO NELLE REALIZZAZIONI DI PAOLO CANDUSSO - SALA VERATTI Via Veratti, Varese Dal 30 maggio al 20 giugno Mostra realizzata in collaborazione con Anvo (Associazione Navimodellisti Valle Olona) Info per gruppi e scolaresche: 335 5443223 Giovedì e venerdì: 15.30-18.30 Sabato e domenica: 9.30-12.30, 15.30-18.30 67


M O S T R E

E

A P P U N T A M E N T I

RUBRICHE

a cura di Maria Postiglione

PREMIO RICCARDO PRINA: “UN RACCONTO FOTOGRAFICO”

L’Associazione Amici di Piero Chiara, la famiglia Prina, gli Amici di Riccardo intendono ricordare il critico d’arte e di fotografia Riccardo Prina realizzando un concorso internazionale, un Premio di fotografia a lui dedicato.

68

originale e inedita. MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE E INVIO DEGLI ELABORATI Per partecipare al Premio bisogna inviare entro e non oltre lunedì 20 maggio 2019 esclusivamente via mail all’indirizzo premioprina@gmail. com la seguente documentazione: • Una sequenza fotografica, da 3 a 6 scatti, che abbia in sé un’idea di narrazione, corredata da titolo; • I singoli scatti in ordine di narrazione, tutto in formato jpg; • Un testo di massimo 200 battute (spazi inclusi) che spiega il racconto fotografico; • Breve biografia discorsiva di max. 300 battute (spazi inclusi); • Fotocopia carta d’identità e fotografia dell’autore; • Scheda di partecipazione scaricabile su www.premiochiara.it

OGGETTO DEL PREMIO Si richiede una sequenza fotografica che abbia in sé un’idea di narrazione, da 3 a 6 scatti, corredata da titolo.

MODALITÀ DI SELEZIONE La Direzione e la Segreteria del Premio sono affidate all’Associazione Amici di Piero Chiara. Ogni giurato esaminerà il materiale digitale e sceglierà le opere finaliste.

REQUISITI PER PARTECIPARE Partecipazione gratuita, riservata a fotografi professionisti e non, dai 18 ai 40 anni. I partecipanti garantiscono che l’opera presentata è

MODALITÀ DI SCELTA DEL VINCITORE La Giuria si riunirà a ottobre in Triennale e individuerà in modo insindacabile e inappellabile i

vincitori. Il vincitore riceverà un Premio di 800 euro dalla famiglia Prina e avrà la possibilità di realizzare una mostra personale al Museo Maga di Gallarate nella primavera 2020. Ad una menzione andrà un Premio di 400 euro. Gli Amici di Riccardo segnaleranno un’altra opera a cui andrà un Premio di 400 euro. ORGANIZZAZIONE MOSTRE ED EVENTI E PREMIAZIONE Le opere finaliste saranno esposte in una mostra da sabato 5 a domenica 6 ottobre, dal titolo “Un racconto fotografico” nel Salone d’onore alla Triennale di Milano. Incontro pubblico sabato 5 ottobre alle ore 17.00 con la fotografa Letizia Battaglia presentata da Matteo Balduzzi curatore del Museo della Fotografia Contemporanea. La premiazione dei vincitori avrà luogo alla Galleria Ghiggini di Varese domenica 13 ottobre alle ore 16.30. La mostra sarà visitabile sino al 27 ottobre.

CONCORSO DI VIDEOMAKING L’Associazione Amici di Piero Chiara indice un concorso di videomaking. L’obiettivo è di estendere la conoscenza dello scrittore, delle sue opere e della sua storia.


E

OGGETTO DEL CONCORSO I partecipanti dovranno realizzare un video ispirandosi a un racconto di Piero Chiara.

PREMI Vincitore: 1.000 euro. Menzione: 500 euro. La Premiazione si terrà domenica 10 novembre alle ore 17.00 in Villa Recalcati Varese, in un evento pubblico espressamente dedicato al concorso.

REQUISITI PER PARTECIPARE Concorso nazionale e transfrontaliero rivolto a videomaker, creativi, esperti digitali, professionisti e non, senza limiti di età, residenti in Italia e nella Svizzera italiana, i quali potranno partecipare singolarmente o in gruppo con un unico video. REQUISITI VIDEO Il video dovrà avere durata massima di 10 minuti, comprensivi di titoli di testa e di coda. Il racconto di Piero Chiara sarà a scelta del partecipante. MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE I concorrenti dovranno inviare il video entro sabato 15 giugno 2019, esclusivamente via email all’indirizzo contest.pierochiara@gmail.com unitamente alla scheda scaricabile dal sito www.premiochiara.it alla pagina concorso videomaking e allegando una biografia di max 300 battute e una copia documento d’identità.

A P P U N T A M E N T I 7,00. Speciale famiglia (2 adulti + 2 bambini): € 32,00. Gratuito fino ai 5 anni.

RUBRICHE

M O S T R E

Per informazioni: Tel. 0332 283960. Email: faibiumo@fondoambiente.it www.villapanza.it

LONG LIGHT, Sean Scully a Villa Panza La mostra riunisce 60 opere dai primi anni Settanta a oggi ripercorrendo per la gran parte la produzione dell’artista statunitense di origine irlandese, offrendo una profonda e robusta visione della sua ricerca e riconfermandolo tra i protagonisti della scena pittorica contemporanea. Fino al 6 gennaio 2020 Villa e Collezione Panza – Piazza Litta 1 - Varese Orari: Tutti i giorni (esclusi lunedì non festivi) dalle ore 10 alle 18 (chiusura biglietteria alle 17.15). Prezzi di ingresso. Iscritti FAI: € 6,00. Intero: € 15,00. Studente (19 - 25 anni): € 10,00. Ridotto (bambini 6 - 18 anni): €

TRA REALTÀ E FANTASIA, Mostra collettiva di: Anna Maria Drozd, Anna Nacca, Enrica Morini, Marina Craizar. A cura di Antonio Cosentino Fino al 23 giugno 2019 Punto d’Incontro di Maccagno Complesso Auditorium Ingresso pedonale da Via Pietro Valsecchi, 21 Orari: Sabato e domenica: dalle ore 10.00 alle ore 12.00 e dalle ore 14.00 alle ore 19.00. Per informazioni: www.comune.maccagno.va.it/ cultura/eventi 69


▶ SPORT RUBRICHE

Vita da da arbitro I raduni a Coverciano, la formazione tecnica, l’allenamento fisico: ecco come si diventa “direttori di gara” di Serie A. La storia di Daniele Minelli che da Morosolo è arrivato, fischietto in bocca, ad arbitrare la massima serie necessari per muovere i primi passi nel ruolo di direttore di gara,

Andrea Della Bella Minelli si iscrive al corso per arbitri. Lo conclude e a 16 anni non

A

lui le partite di calcio non piace giocarle. Preferisce arbitrarle. Da sempre. Già da bambino. Perché il sogno di Daniele Minelli, varesino di Morosolo, è sempre stato quello di diventare arbitro di calcio. E così, appena compiuto i 15 anni d’età,

ancora compiuti fa il suo esordio in campo. Era il 17 marzo 1998, nella partita tra Arcisatese Audax e Ceresium. Da quell’esordio “a due passi” da casa Daniele Minelli ne ha fatta di strada in giro per l’Italia, sui campi di calcio e in quasi tutti gli stadi più importanti del Paese: serie D, Seconda divisione, Prima

71


RUBRICHE

divisione, Serie B e Serie A. Tre partite dirette nella massima serie per ora. Ma soprattutto una carriera scandita da promozioni all’interno della sua categoria (oggi è Arbitro Can B) e da premi e riconoscimenti: miglior arbitro C.R.A. Lombardia e d’Italia e premio “Lealtà nello sport” Enel-Lnd nel 1998, il Premio Roberto Prati e il Premio Sportilia riservato al miglior giovane arbitro distintosi in Lega Pro nel 2011. Daniele Minelli quando e perché ha scelto di fare l’arbitro? Il calcio è sempre stato il mio sport preferito. Da bambino ho anche giocato, però non ero capace e non mi è mai piaciuto praticarlo. Insomma, ho capito quasi subito che stare in campo da giocatore non sarebbe stata la mia strada. Io volevo fare l’arbitro. Anche quando ero piccolo, durante una partita di pallone, spesso osservavo il direttore di gara. Come si muoveva, cosa faceva. Quello era il mio sogno, arrivare ad arbitrare in serie A il mio obiettivo. Centrato nel 2014: stadio Azzurri d’Italia di Bergamo, partita Atalanta vs Verona. Cosa ha provato in quell’occasione sognata a lungo e finalmente arrivata? Ho iniziato ad arbitrare per arrivare lì, quindi una grande e bella emozione. Arrivare ad arbitrare in serie A non è semplice, ma ancora più difficile è restarci. Come si diventa arbitro e come si arriva ad arbitrare nella massima serie? La prima cosa necessaria da fare è seguire il corso. Dopo di che si inizia ad arbitrare nelle serie minori. Sui campi ci sono osservatori che esprimono, in termini numerici, un giudizio sull’arbitro e sulla conduzione della partita. A fine stagione viene stilata una graduatoria. I primi due salgono di categoria, mentre gli ultimi tre devono smettere. Ecco perché restare ai massimi livelli non è semplice. Occorre essere professionisti. Quando non è in campo ad arbitrare cosa fa? Il professionismo arbitrale in Italia non esiste ancora. Tutti gli arbitri però è come se lo fossero. A partire dalla mentalità con cui ognuno svolge questa attività. I raduni a Coverciano, la formazione tecnica, l’allenamento fisico. Sono tanti gli aspetti da curare e mantenere sempre al top. E poi le partite: in genere si arbitra una partita sì e una no. Ma ogni volta che si gioca “si è in campo”. Non come arbitro, ma come quarto uomo. Come si prepara per arbitrare una partita? Studiando. Conoscere le squadre sotto il profilo tattico è per noi fondamentale. Abbiamo un programma che ci mostra come una squadra si schiera sui calci d’angolo, come batte le punizioni. Saper questi dettagli ci permette in tutta una serie di situazioni che si verificano

72

in campo, di posizionarci nel modo migliore e corretto. Oltre a tutto questo, la concentrazione è poi importantissima. Oltre al fatto che bisogna leggere l’azione con qualche frazione di secondo in anticipo. Mi spiego meglio: quando un giocatore sta per crossare, prima che lui lo faccia, io devo già vedere cosa sta accadendo in area. Se guardo dove sta il pallone non posso avere una visione completa di quanto accade. Quanto aiuta la tecnologia in questo senso? È molto importante. Soprattutto oggi che il calcio è caratterizzato da una velocità esasperata per cui si fa fatica a cogliere i dettagli. Però attenzione, la tecnologia in alcune situazioni non riesce a mostrare quello che realmente è accaduto in campo. Mi spiego meglio: in una fase di spinta tra giocatori, ad esempio, non sempre un rallenty riesce da darti l’intensità giusta. Quella la può percepire solo l’arbitro. Qual è stata la partita più difficile che ha arbitrato? Per un arbitro non ci sono partite facili. Se escludo l’esordio in serie A, credo la finale di ritorno di prima divisione tra Latina e Pisa per salire in serie B. Ha un modello di arbitro al quale fa riferimento? Abbiamo sempre avuto grandi arbitri. Personalmente osservo tutti i miei colleghi in attività e che sono ai massimi livelli, poiché da ognuno di loro c’è sempre qualcosa da imparare. Il rapporto tra arbitro e pubblico è a volte conflittuale. Voi arbitri finite nel mirino per ogni decisione non condivisa. In campo sentite queste pressioni del pubblico, che spesso degenerano in insulti e offese? No, la concentrazione è talmente alta che quella è l’ultima cosa a cui si pensa in campo. Certo abbiamo la percezione di come è stata presa una decisione, ma questo non mi condiziona. Credo che l’importante sia fare sempre la scelta giusta. Dopo di che, il pubblico fa il pubblico, ma noi continuiamo a fare gli arbitri. Tre buoni motivi per convincere un giovane a intraprendere la carriera di arbitro? Non ho dubbi: ti responsabilizza, ti insegna a prendere decisioni in una frazione di secondo e ti fa girare l’Italia. Un giovane arbitro si trova subito davanti a responsabilità che oggi nemmeno un ragazzo più grande si prende o immagina. Non solo. Arbitrare poi insegna a prendere decisioni e a farlo in pochissimo tempo. Infine, viaggi parecchio. Insomma, non è una vita facile essere quasi sempre in viaggio, però è uno degli aspetti che più mi piace della mia professione. Quindi consigli a tutti i ragazzi di provare questa esperienza? Assolutamente sì. È davvero formativa.

■


TI PIACE IL CAFFÈ? GUARDA COSA ABBIAMO ARCHITETTATO...

C’è chi lo ama intenso, chi lo preferisce lungo, chi cremoso e chi ancora non può fare a meno di un bel caffè aromatico.

Ma solo con WEFOR puoi avere un’offerta very professional. % DI SCONTO 10 sul primo ordine

IN REGALO:

• MACCHINA DA CAFFÈ PROFESSIONALE in comodato d’uso

• ELEGANTE MIX BOX con 50 capsule in omaggio • TAPPETINO SALVAGOCCIA firmato WEFOR

• TUTTA LA QUALITÀ E LA VARIETÀ DEI GUSTI Nespresso Professional

CONTATTACI SUBITO! 800-162303

www.wefor.ch


▶ MOTORI RUBRICHE

E-tron: l’elettrico di casa Audi Il primo modello Audi completamente elettrico è pronto a conquistare la strada

G

razie a due motori elettrici capaci di erogare potenza complessiva di sistema fino a 300 kw, la nuova e-tron garantisce il massimo delle performance in ogni condizione. La trazione quattro elettrica, abbinata a una batteria ad alta tensione che garantisce un’autonomia di oltre 400 chilometri nel ciclo WLTP, rende il nuovo SUV Audi perfetto per viaggiare ovunque senza rinunciare a comfort e a prestazioni da vera sportiva. La nuova e-tron raggiunge una velocità massima di 200 Km/h. Accelerazione da 0 a 100 in 5,7 secondi. Ricaricare Audi e-tron è più semplice di quanto si pensi: il sistema di ricarica compact è la soluzione portatile che Audi ha progettato per consentire ai propri clienti di dare nuova energia al SUV direttamente nel garage della propria abitazione. Il sistema si collega ad una presa standard domestica da 230 Volt o presa trifase da 400 Volt e Audi e-tron si ricarica completamente in meno di nove ore. Il sistema “connect” opzionale raddoppia la potenza di carica fino a 22 Kw. La potente

batteria ad alta tensione di Audi e-tron assicura un’autonomia superiore a 400 chilometri: non è quindi necessario, nel normale utilizzo quotidiano, doversi fermare alle colonnine di ricarica. Qualora invece si dovesse affrontare un viaggio particolarmente lungo, l’avanzato sistema di gestione termica della batteria agli ioni di litio permette alla vettura di ricaricarsi in meno di mezz’ora, con una potenza fino a 150 kw. Efficienza, leggerezza e intuitività: l’abitacolo di Audi e-tron dimostra queste doti in ogni singolo dettaglio. La qualità delle finiture e dei materiali è di altissimo livello: il comfort a bordo è dato anche dal tetto panoramico in vetro, che fa apparire gli interni ancora più luminosi e ampi, dal climatizzatore automatico bizona, disponibile su richiesta anche a quattro zone, e dal pacchetto Air Quality. Tutto è pensato per rendere ogni viaggio un’esperienza di relax, e non solo un semplice spostamento. Potete conoscere da vicino la nuova Audi E-tron da Audi Zentrum Varese presso le sedi di Varese in Viale Belforte, 151 e Solbiate Olona (VA) in Via dei Combattenti, 1.

■

75


Da Brother per gli associati UNIVA

CONOSCI I COSTI LEGATI AL PRINTING NELLA TUA AZIENDA? Disporre del giusto mix di risorse rappre- profondamente sbilanciate, in cui domisenta un elemento strategico per tutte le nano onerosi dispositivi personali monoaziende. Contare esclusivamente sulla funzione o che, all’estremo opposto, si loro presenza, però, non basta: sbilan- caratterizzano per il ricorso eccessivo ad ciamenti o allocazioni sbagliate pos- apparecchi multifunzione condivisi, che sono causare, infatti, annullano il risparmio sprechi e inefficienze. dato dalla centralizzazioAttraverso il corretto Un rischio che non rine con una produttività allineamento tra risorse guarda solo persone e ridotta degli utenti. di stampa e necessità processi, ma anche asRibilanciando le risoroperative, i servizi set e infrastrutture, inse di stampa è possibile consulenziali di Brother cluse quelle dedicate alla correggere tutte queste sono in grado di abbattere stampa, alla copia e alla situazioni, riequilibrani costi di gestione delle scansione dei documendo le infrastrutture e asinfrastrutture printing, ti. In questo caso, il disicurando importanti incrementando al massimo sallineamento tra risorse benefici economici alle la produttività degli utenti. e necessità operative si aziende. traduce spesso in scarsa Eseguire un assessment produttività, oltre che in costi gestionali rigoroso delle necessità dei gruppi di lafuori controllo. voro e un calcolo accurato dei volumi di La società di analisi IDC stima che le stampa e dei costi associati (consumabili aziende spendano in media il 3% del e servizi di assistenza inclusi) è fondamenproprio fatturato in stampa e distribuzio- tale per centrare questo doppio obiettivo. ne di documenti, una percentuale che po- Un’analisi approfondita che solo realtà trebbe essere ridotta almeno del 15-20% dallo spiccato DNA consulenziale come riallineando risorse printing ed esigenze Brother possono garantire, riuscendo ad degli utenti. Il corretto bilanciamento del- evidenziare con chiarezza tutte le aree le periferiche aziendali non è altro che il di miglioramento e a suggerire i correttivi frutto di un’attenta selezione di dispositivi indispensabili per rendere finalmente efficondivisi, personali, mono e multifunzio- cienti i processi documentali delle azienne, collocati laddove se ne hanno effettive de. necessità. Una messa a punto per zone Una volta mappate le periferiche e calcoche non solo permette di abbattere i costi lato il loro Total Cost of Ownership, i condi gestione, ma riesce anche a spingere sulenti Brother e la propria rete di partner al massimo la produttività degli utenti e sono in grado di proporre precise ottimizl’efficacia dei flussi di lavoro. zazioni, riallineando le risorse ai flussi opeUno scenario ideale, che spesso si scon- rativi e abbattendo qualsiasi spreco. tra nella realtà con infrastrutture printing

INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

Questo studio per gli associati UNIVA è gratuito. È sufficiente inviare un’email a infosolutions@brother.it per essere contattati e avviare il processo di ottimizzazione e razionalizzazione del parco stampa della propria azienda.


“Questa cosa ogni cosa divora, ciò che ha vita, la fauna e la flora; i re abbatte e così le città, rode il ferro, la calce già dura; e dei monti pianure farà” (J.R.R. Tolkien)

IN LIBRERIA

Dal naufragio maledetto al maledetto design Di flora e di fauna, di domande e di risposte, prendetevi del tempo per le letture di primavera. Silvia Giovannini

Michael Kleih FLORA TRA IL LAGO MAGGIORE E IL LAGO DI COMO Nomos, 2018 “Atlante corologico e fotografico di tutte le specie (spermatofite)”. Un volume che farà impazzire di gioia gli appassionati: un inedito, organico e fruibile lavoro di sintesi sulla distribuzione delle piante vascolari (quelle cioè caratterizzate da tessuti cavi) tra Lago Maggiore e Lago di Como. Corredata da foto e carte distributive, l’opera è strumento di studio per il lettore competente; per il semplice curioso consente di leggere il territorio da un punto di vista diverso imparando ad identificare anche le varietà più difficili. I testi riportano informazioni su usi alimentari e medicinali delle principali e più comuni specie, sugli ambienti di crescita e sui dati storici di maggior interesse. Diverse varietà non ancora descritte in opere floristiche generiche, sono raccontate qui per la prima volta in modo dettagliato. 77


IN LIBRERIA 78

Patrizia Rossetti LA LEGGENDARIA CUCINA DEL TITANIC Pietro Macchione ed., 2019 “Oltre cento anni fa, il Titanic colpì un iceberg al largo di Terranova. La più grande e lussuosa nave da crociera, ritenuta la più sicura al mondo, affondò in un paio d’ore. Dal momento della catastrofe fu messa in discussione l’arroganza dell’uomo. Il Titanic rivelò entrambi i lati della Belle Époque: uno stile di vita raffinato all’eccesso e una frattura sociale. La stessa nave ne portava l’impronta, con le sue tre classi separate. Niente di meglio riassume questa bivalenza che La leggendaria cucina del Titanic.” Così scrive Claudio Bossi, autore di diversi testi sulla storia del Titanic, nella prefazione al nuovo lavoro della Rossetti, che si conferma un riferimento nell’originale filone della rilettura della

storia attraverso ricette di cucina. Dal volume sui Promessi sposi, a quello sul Titanic con i suoi menù. I piatti sono rivisitati e aggiornati, ma si percepisce l’eleganza di un’epoca. In rassegna anche dettagli storici: dall’elenco del personale alle scorte di cibo, vino, attrezzature e gli elementi essenziali per una macchina nata per soddisfare clienti esigenti. Alessandra Coppa MALEDETTO DESIGN Centauria, 2019 “L’ossessione pop delle icone. Celebrato, osannato, mitizzato e... spesso sopravvalutato. Oppure male interpretato. Il design, nella sua versione pop, è la grande incognita del nuovo millennio: bufala colossale o vera innovazione sociale? Questo libro, con interviste, immagini e testi critici racconta in modo ironico e intelligente come il design possa essere una

vera e propria maledizione, anche per gli stessi designer.” Un lavoro insieme scientifico e irriverente, elegante e sorprendente, prezioso e piacevolmente accessorio. Un po’ come il design contemporaneo? L’autrice, architetto, giornalista e docente di Storia dell’architettura contemporanea al Politecnico di Milano, ci perdoni l’accostamento da lettore profano. Per quest’ultimo, ma anche per quello competente, una lettura affascinante e a più livelli di un’epoca. Alessio Franconi SI COMBATTEVA QUI! Hoepli, 2017 Nei luoghi della Grande Guerra. Passando lungo le vallate dell’Isonzo, sulle cime delle Alpi Giulie, tra le creste delle Dolomiti e i ghiacciai della Marmolada e dell’Adamello fino a raggiungere lo Stelvio. E poi oltre i confini fino ai monti


IN LIBRERIA

Carpazi. Là dove combattevano i nostri soldati nella Prima Guerra Mondiale. Fotografo, scrittore e firma di pregevoli guide, l’autore di questo reportage oggetto anche di una mostra, patrocinata dalla Commissione Europea, così lo descrive: “Lo spirito del lavoro è quello di mostrare le conseguenze dei conflitti fratricidi pre Unione Europea e come questa aiuti a prevenire il ripetersi di simili tragedie”. Una segnalazione d’obbligo in un numero della nostra rivista dedicato a raccontare l’Europa. LE IMPRESE PER GLI STUDENTI DEL TERRITORIO Unione degli Industriali della Provincia di Varese, 2019 “Conclusa l’esperienza del Pmi Day 2018 e con lo sguardo proiettato verso la prossima edizione, abbiamo ritenuto importante tracciare un bilancio e mettere in evidenza l’impegno delle imprese della provincia per questa iniziativa: il volume, vuole infatti essere un riconoscimento per le aziende che hanno aperto i cancelli dei loro stabilimenti ai giovani per un progetto di avvicinamento e conoscenza tra il mondo scolastico e quello imprenditoriale.” Così Giancarlo Saporiti, Presidente del Comitato per la Piccola Industria dell’Unione Industriali di Varese, descrive il volume, presentato a marzo alla Castaldi Lighting di Cassano Magnago. Un libro, curato ed edito dall’associazione imprenditoriale stessa, che racconta con numeri e immagini un’edizione da record, come ricordato dal Presidente Riccardo Comerio: “Per la nona edizione dell’iniziativa più di 140 aziende del territorio hanno aperto i cancelli dei propri stabilimenti agli oltre 4.000 studenti delle classi terze delle scuole medie per un totale di 150 visite aziendali. Un risultato che conferma e rilancia gli sforzi compiuti fin dalla nascita del progetto. Un percorso che, negli anni, porta gli studenti a toccare con mano cosa fa un’azienda e a comprendere quali siano le competenze necessarie per trovare occupazione nei settori del manifatturiero e del terziario avanzato”.

79


RUBRICHE

▶ DAL WEB

Questioni di chimica Le ultime notizie dal web e dai social network sulle #ImpresediVarese

solo su

varesefocus.it Un giorno da chimico in Lamberti Quarta edizione per l’iniziativa dell’azienda di Albizzate che apre i cancelli ai bambini delle scuole elementari e medie. A oggi sono oltre 600 gli alunni che hanno partecipato nel corso del tempo al progetto. “Siamo stati contenti di poter accogliere anche quest’anno alcune classi delle scuole del territorio ed offrire ai ragazzi, accompagnati dai loro insegnanti, la possibilità di avvicinarsi al mondo della chimica”, ha commentato Fabio Viola, direttore dello stabilimento.

Vibram è innovazione Anche l’industria varesina è stata protagonista del Premio Nazionale per l’Innovazione “Premio dei Premi” 2018 della Presidenza della Repubblica, consegnato ai migliori progetti del Made in Italy dalla Presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati. Vibram ha vinto il premio con Vibram Furoshiki The Wrapping Sole.

L’impegno di Carlsberg per l’ambiente “Carlsberg Italia: un’industria resiliente al cambiamento climatico”: questo il titolo di un convegno che ha visto il Birrificio Poretti, appartenente al Gruppo danese, presentare il proprio piano di adattamento ai cambiamenti climatici, realizzato nell’ambito del progetto europeo Life Iris, cofinanziato dalla Commissione Europea.

80

dai social


Seguici su:


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook