a Varese
EDITORIALE
TUTTE LE ROTAIE
portano a Varese Vittorio Gandini
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MAR • 2021
TUTTE LE ROTAIE PORTANO
a Varese
NUMERO 2 • ANNO XXII Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA
SOMMARIO FOCUS
Tutte le strade portano a Varese 6
L’ombelico d’Europa
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Dove investire per un trasporto sostenibile
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La Cina è più vicina (anche in treno)
INCHIESTA Presidente: Roberto Grassi Direttore editoriale: Vittorio Gandini Direttore responsabile: Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione: Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese
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ECONOMIA 22
24 Progetto grafico e impaginazione: Paolo Marchetti Fotolito e stampa: Roto3 srl Via per Turbigo 11/B - 20025 Castano Primo (Mi) T. 0331 889.601 Gestione editoriale: Univa Servizi srl Via Vittorio Veneto, 8/E 21013 Gallarate (VA) - T. 0331 774.345 Pubblicità: Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345
Il numero è stato chiuso il 4 marzo 2021. Il prossimo numero sarà in edicola con Il Sole24Ore il 3 maggio 2021. “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali dell’Unione Industriali della Provincia di Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore).
Il futuro dell’idrogeno in Europa
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Quando il business è la credibilità del sistema Varese Brevetti Montolit e il piastrellista influencer
RUBRICHE SU
LUOGHI E BELLEZZA 39
Il gigante di pietra
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L’investimento nella preistoria
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I sentieri delle sculture
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Passeggiata fotografica a Gallarate e dintorni
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L’imprenditore dell’armonia
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Il soffio di Eolo sul Giro d’Italia
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Un cuore pulsante a 5 cilindri dal nome Cupra Formentor
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Alla ricerca della dolcezza
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Il barolomisù dello chef varesino Davide Aviano
L’impresa secondo Papa Francesco
FORMAZIONE 28
Il liceo strizza l’occhio al mondo del lavoro
UNIVERSITÀ 30
La “FABULA” delle imprese di famiglia
VITA ASSOCIATIVA 32
L’industria tiene in piedi il Paese
RUBRICHE SU
CULTURA E DIGITALE
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Terza pagina
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In libreria
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Comunicare
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Dal web
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#ImpresediVarese
Insieme faremo grandi imprese. Nei nostri Centri Imprese offriamo una consulenza completa, con professionisti specializzati per le esigenze specifiche del mondo imprenditoriale.
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FOCUS
Tutte le strade PORTANO A VARESE
Il Varesotto è al centro dei principali corridoi europei di trasporto. Soprattutto di quello merci. Una posizione strategica, valorizzata anche dalla presenza di Malpensa, che, però, potrebbe essere meglio colta per creare maggiori opportunità di crescita e di lavoro. Il rischio è di sprecare occasioni preziose, come quelle offerte dai nuovi trafori svizzeri, per dar vita ad un sistema a minor impatto ambientale. Servono investimenti, soprattutto quelli che possono aprire la strada, anzi i binari, all’intermodalità tra camion e treni. Anche su questo fronte il territorio ha una carta in più da giocare: quello del polo di Hupac 5
FOCUS
L’OMBELICO
d’Europa
Redazione Varesefocus
Esattamente al centro dei principali corridoi infrastrutturali europei. Sia quello che collega i grandi porti del nord, come Amsterdam con Genova, sia quello che parte da ovest, in Portogallo, per arrivare ad est fino a Kiev e da lì verso l’Estremo Oriente. E, in più, il trampolino sul mondo rappresentato da Malpensa. Varese è un punto strategico del sistema di trasporto continentale, soprattutto di quello merci. Un vantaggio che stiamo sfruttando appieno? Qual è lo stato dell’arte? Dove intervenire con nuove opere per essere più competitivi e creare nuova occupazione? Come creare le basi per una ragnatela stradale e ferroviaria sostenibile?
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n tema di mobilità e infrastrutture il futuro ormai prossimo parla di digitalizzazione, sostenibilità, intermodalità e logistica integrata: a dirlo è il disegno strategico italiano per il Recovery Plan che, al suo interno, dedica un apposito capitolo alle azioni e alle risorse per l’alta velocità e le infrastrutture. Un capitolo che, per
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i prossimi sei anni, impegna risorse per 31,98 miliardi di euro spalmati su 4 linee progettuali declinate su di un duplice asse, quello dell’alta velocità ferroviaria e manutenzione stradale 4.0 e quello dell’intermodalità e logistica integrata. Al di là delle cifre e delle pianificazioni di opere infrastrutturali anche importanti e in attesa di capire se il nuovo Governo confermerà l’impostazione
del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del precedente Esecutivo, partendo dall’osservazione del nostro territorio e dello scenario post Covid-19 gli atavici problemi del sistema sembrano essere spesso il completamento, l’adeguamento, l’attenzione a nodi e interporti, il focus su primo e ultimo miglio degli spostamenti e l’utilizzo “razionale” delle infrastrutture esistenti.
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foto © blitz
Autostrada Pedemontana
FOCUS
Lo stato dell’arte sul territorio
A fare una mappatura dello stato dell’arte a livello locale ci ha pensato uno studio, presentato durante un webinar a dicembre, condotto con il supporto di Uniontrasporti (società di sistema delle Camere di commercio italiane) all’interno del Progetto Interreg STICH il cui capofila italiano è Polis – Regione Lombardia e di cui Camera di Commercio di Varese è partner. Obiettivo? Analizzare la dotazione infrastrutturale dell’area insubrica, con particolare riferimento alla mobilità da e per il territorio della provincia di Varese e mettere a confronto esperti ed attori coinvolti sul tema delle infrastrutture. Ed ecco allora che il nostro territorio, sulla mappa, risulta posizionato all’incrocio di due corridoi di comunicazione impegnativi, quello Reno Alpi che collega i porti del nord Europa al porto di Genova, e quello Malpensa Area Cargo
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Mediterraneo che connette la penisola iberica con il confine ungherese-ucraino. Una posizione che comporta un alto livello di traffico di attraversamento che va a sommarsi ai flussi generati da residenti e imprese. Se per i residenti la mobilità più importante è quella che riguarda gli spostamenti verso Milano per motivi di lavoro, le imprese del territorio – con la loro forte e strutturale vocazione all’export – rappresentano un importante bacino di domanda di infrastrutture. Principali generatori ed attrattori di traffico sono in particolare due punti situati a sud della città capoluogo, ovvero l’aeroporto di Malpensa e il Terminal Hupac di Busto Arsizio. Basti pensare che – prima della pandemia, ovvero nel 2019 – dallo scalo della brughiera sono transitati 29milioni di passeggeri e la Cargo City aeroportuale assorbiva il 50% del traffico cargo del nostro Paese:
una situazione in grado di riversare 2mila veicoli pesanti sulle arterie stradali limitrofe. A ciò si aggiungono
A fare una mappatura della situazione è il Progetto Interreg STICH il cui obiettivo è analizzare la dotazione infrastrutturale dell’area insubrica, con particolare riferimento alla mobilità da e per il territorio della provincia di Varese e mettere a confronto esperti ed attori coinvolti nel settore trasporti
i 1.500 veicoli pesanti in entrata e in uscita dallo scalo Hupac, punto di riferimento per i servizi intermodali da e verso il centro e nord Europa. Se questo è il panorama, ne consegue che le reti stradali e ferroviarie si trovano a gestire volumi di traffico eterogeneo (locale, nazionale, internazionale, a breve e lunga percorrenza) e, talvolta, superiore alle loro capacità strutturali, con conseguenti fenomeni di congestione. Gli interventi per dare ossigeno al sistema sono noti e fanno parte di una serie di opere spesso di completamento o di adeguamento. Basti pensare alla realizzazione del collegamento ferroviario tra il Terminal 2 dell’aeroporto e Gallarate. Si tratta di 4,6 chilometri di tracciato che permetterebbe l’interscambio, anche con l’alta velocità migliorando notevolmente la connettività con l’area metropolitana milanese. Un progetto che ha già trovato le
fonti di finanziamento a livello Europeo ed era arrivato - dopo aver incassato tutti i pareri favorevoli - ai nastri di partenza a dicembre dello scorso anno, ma che è stato bloccato per il dissenso di un’unica Amministrazione Comunale: uno stop che ha visto la reazione compatta del mondo imprenditoriale varesino. Camera di Commercio, Confartigianato, Uniascom e Unione degli Industriali della Provincia di Varese hanno parlato con voce unanime in una nota stampa congiunta. “Non si può costruire il futuro di un Paese e di un territorio sul diritto di veto. Bisogna tornare ad affermare il diritto delle nostre comunità all’interesse generale. Malpensa è una priorità”, ha tuonato il Presidente di Univa, Roberto Grassi.
Le sfide per passeggeri e merci Se questo è il panorama, la
pandemia ha certamente segnato una profonda cesura, rispetto alla domanda di trasporto, sia per le persone che per le merci. Smart working, maggiori esigenze di sicurezza personale, aumento del ricorso all’e-commerce, ingenti domande di trasporto di ausili e materiali medici: sono tutti fattori che hanno e avranno ricadute importanti sui flussi di traffico. Sul fronte dello sviluppo infrastrutturale e della mobilità dei passeggeri, gli interrogativi e le sfide sono molti. “Con la pandemia – dice Leonardo Cesarini, della direzione Commerciale Trenord – abbiamo registrato una contrazione significativa della domanda di trasporto passeggeri e ancora non siamo tornati ai livelli pre-Covid. Il nodo per noi resta quello degli orari di punta che vanno decongestionati. La sfida in termini di sostenibilità è invece rappresentata dal progetto dell’Hydrogen Valley, Traforo del Gottardo
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FOCUS
Malpensa Area Cargo
ovvero l’utilizzo di treni a idrogeno che si realizzerà entro il 2023 in Valcamonica”. Lavorare sugli orari e sulla razionalizzazione della fruizione dei mezzi, così come un maggior impegno sul fronte della sostenibilità, sono punti in comune anche oltre confine. “Anche per noi in Canton Ticino la contrazione è stata notevole – afferma Roberta Cattaneo, della direzione regionale FFS, regione Sud –. Tra le soluzioni c’è quella sicuramente di spalmare meglio gli orari di utilizzo, grazie al dialogo con le istituzioni del territorio a partire da scuole e Università. La spinta per un maggior utilizzo per noi passa dalla creazione, nei pressi delle stazioni, dei cosiddetti hub di mobilità, con biciclette e servizi connessi a disposizione in modo da risolvere il problema dell’ultimo miglio per chi decide di spostarsi con i mezzi, scegliendo una soluzione divertente ed ecologica”. Altro piano di ragionamento 10
è quello che riguarda l’efficienza logistica e la mobilità delle merci. Il settore offre numerose opportunità, anche in termini di crescita occupazionale, non solo economica. Ma non è solo una questione di opere e cantieri. La creazione di nuovi profili professionali è un punto su cui pone l’accento Piero Solcà, Director terminal Infrastructures & Services Hupac SA: “Occorre guardare non solo al dato infrastrutturale, ma anche ai processi, al personale e alla sua formazione”. Sulle sfide e le prospettive future, invece, la svolta arriva dalla recente apertura della galleria di base del Ceneri e del tunnel di base del Gottardo, due passi importanti che si traducono tra le altre cose in treni più lunghi e pesanti (treni merci con una lunghezza fino a 750 metri) e nel taglio di circa due ore per la tratta da Rotterdam a Milano. Restando in tema di traffico merci un punto di vista differente è quello che
riguarda il trasporto aereo. “Il traffico Cargo a Malpensa – afferma Giovanni Costantini, Cargo Manager Sea Aeroporti di Milano – ha mostrato segnali di resilienza. Se prima del Covid circa il 30% del traffico merci di Malpensa viaggiava nelle stive degli aerei passeggeri, la forte contrazione di questi voli ha visto crescere voli cargo, voli espressamente dedicati all’e-commerce e l’avvio di un hub DHL a Malpensa: il tutto ha fatto sì che i livelli di merci movimentati, a ottobre 2020, era tornato a livelli pre-crisi e addirittura a novembre questo livello è stato superato”. La fiducia rispetto al futuro? “Per noi – dice ancora Costantini – arriva dai dati che abbiamo appena visto e dalle analisi macro economiche secondo le quali il commercio dovrebbe riprendere in maniera abbastanza coerente rispetto al passato nei prossimi anni”.
Dove investire PER UN TRASPORTO SOSTENIBILE Michele Mancino
La parola d’ordine è efficienza. Ecco cosa serve al sistema infrastrutturale lombardo per dar vita a una rete di connessioni a minor impatto e in grado di far rimanere le imprese agganciate alle catene globali del valore. Occorre investire. Pedemontana, Varese-Como-Lecco, alta velocità tra Brescia e Verona. Ma non è solo questione di cantieri. Digitalizzazione, automazione, intermodalità, sono altri fattori abilitanti di modernità. Le policy suggerite da uno studio dell’Università Bocconi promosso da Confindustria Lombardia
C’
è una domanda che da tempo aleggia nell’aria: finita la pandemia quali saranno le prospettive dell’economia italiana? Provando a restringere l’orizzonte spaziale di questa domanda alla sola Lombardia, uno studio curato da Oliviero Baccelli, Alberto Bramanti e Raffaele Galdi del Centro di ricerca Green dell’Università Bocconi di Milano, fornisce uno schema di lettura che si concentra sulle catene globali del valore e sulle connessioni
con le infrastrutture di trasporto e logistica, oggi sempre più strategiche per la competitività e l’attrattività dei territori. Se si circoscrive quella domanda al solo settore manifatturiero, la ricerca indica una serie di interventi sulle infrastrutture che possono favorire le imprese nello sviluppo dei megatrend, a partire dalla mobilità e dalla logistica, per connetterle, attraverso la partecipazione alle filiere globali, con il resto del mondo. Se il sistema produttivo italiano è da considerare fortemente
connesso alle catene globali del valore a cui sono riconducibili oltre la metà delle esportazioni, il manifatturiero lombardo è a sua volta ben posizionato con un’importante presenza di Pmi e un trend in netta crescita (+12%) negli ultimi dieci anni rispetto alla media nazionale. Quello lombardo è un sistema in cui i settori dell’high e del mediumtech producono il 44% del valore aggiunto e i grandi esportatori, cioè con quote superiori ai 50 milioni di euro, sono solo lo 0,63% delle oltre 60mila aziende esportatrici. Per avere un termine di confronto rispetto alla partecipazione dell’Italia alle catene globali del valore, il Belpaese si posiziona alle spalle di Germania, Francia e Paesi Bassi e precede invece Giappone, Stati Uniti e Cina. Per stare sui mercati internazionali occorre sviluppare “moderne e resilienti reti infrastrutturali per i trasporti e la logistica” con investimenti mirati, tenendo conto che le imprese italiane di autotrasporto hanno costi poco competitivi e un ruolo marginale in un mercato dominato da imprese straniere. I ricercatori hanno analizzato il sistema di trasporti lombardo che presenta alcuni punti di forza, a partire dagli aeroporti che gestiscono il 65% del traffico aereo cargo italiano, di cui il 50% generato a Malpensa. Nel 2019 lo scalo della Brughiera ha movimentato 558 mila 11
FOCUS tonnellate di merci per un valore di 45 miliardi di euro. Numeri che lo candidano tra gli hub di riferimento a livello continentale. Il trasporto merci su rotaia, secondo la ricerca, ha notevoli margini di efficientamento e riduzione dei costi per l’interscambio delle merci. I grandi gate lombardi, dall’intermodalità ferroviaria al trasporto aereo, possono fare economie di scala e mettersi al servizio delle filiere complesse di tutto il sistema produttivo nazionale. “La Lombardia – scrivono i ricercatori – si contraddistingue come regione
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gateway, ossia principale punto di ingresso di beni, servizi e capitali stranieri in Italia (per via della presenza di multinazionali e dei principali nodi infrastrutturali), ma anche come punto di uscita”. Tenendo conto di queste premesse, analizzando i dati e prendendo spunto dalle interviste alle imprese, la ricerca individua cinque policy a sostegno della competitività della manifattura lombarda. Per adattarsi a un contesto economico in continuo cambiamento una delle priorità è rendere efficiente la rete infrastrutturale. In molti casi si tratta di opere stradali e ferroviarie
già programmate e mai completate. In appendice la ricerca le riporta in modo analitico, secondo le indicazioni date da Confindustria Lombardia e Assolombarda, associazioni che hanno promosso la ricerca. Tra le infrastrutture a supporto dell’efficienza dei gate internazionali ci sono: il completamento della Pedemontana lombarda, con la realizzazione del secondo lotto della tangenziale di Como, e il completamento del collegamento Vigevano-Malpensa-Tangenziale Ovest Milano. Per quanto riguarda
Due immagini dell’aeroporto di Malpensa
invece la rete ferroviaria, è stata indicata la realizzazione della tratta Brescia-Verona ad alta velocità e ad alta capacità, il potenziamento della linea ferroviaria Milano-MonzaComo-Chiasso in collegamento alla rete svizzera Alptransit. Tra le opere a supporto dell’efficienza delle catene di fornitura locali ci sono la realizzazione dell’autostrada regionale Varese-Como-Lecco, il raccordo autostradale tra l’autostrada A4 e la Valle Trompia, l’autostrada regionale Bergamo-Treviglio e l’interconnessione PedemontanaBrebemi. Le policy individuate dalla ricerca includono inoltre lo sviluppo dei processi di digitalizzazione e automazione nella logistica per modernizzare i trasporti e sostenere l’integrazione dei processi produttivi delle imprese manifatturiere con quelli distributivi. La valorizzazione della sostenibilità ambientale e sociale che nel trasporto delle merci permette alle imprese manifatturiere di contenere l’aumento dei costi del trasporto stradale, valorizzando al contempo la multimodalità. Il consolidamento dell’internazionalizzazione aprendo
Il sistema di trasporti lombardo presenta alcuni punti di forza, a partire dagli aeroporti che gestiscono il 65% del traffico aereo cargo italiano, di cui il 50% generato a Malpensa. Nel 2019 lo scalo della Brughiera ha movimentato 558 mila tonnellate di merci per un valore di 45 miliardi di euro nuove opportunità di mercato per le piccole e medie imprese. Infine, vecchio tasto dolente del sistema, favorire il cambiamento della cultura amministrativa da parte delle pubbliche amministrazioni per realizzare una reale semplificazione burocratica per il rilancio degli investimenti nelle infrastrutture per la logistica.
L’ESEMPIO SVIZZERO SUL TRASPORTO MERCI Secondo la ricerca condotta dal Centro Green dell’Università Bocconi, le policy più incisive a livello lombardo nel settore del trasporto merci su direttrici internazionali dipendono dalle politiche intraprese dalla Svizzera. Si tratta di un insieme di policy avviate 25 anni fa e considerate ormai strutturali che fanno riferimento alla politica di trasferimento del traffico merci dalla strada alla rotaia. Sono strumenti che incidono su tutti i traffici transfrontalieri lungo l’asse del corridoio Reno-Alpi e che hanno avuto nel 2019 l’Italia come
origine e destinazione per oltre un milione di spedizioni. Le policy adottate dalla Confederazione elvetica hanno permesso di ridurre il numero dei mezzi pesanti in transito sulle direttrici internazionali attraverso i valichi alpini svizzeri da 1,4 milioni a 941.000 fra il 2000 e il 2018 con l’obiettivo di arrivare a quota 650.000. Per comprendere meglio la portata della decisione presa dalla Svizzera è sufficiente fare un confronto con quanto accade al valico del Brennero dove il numero di mezzi pesanti
in transito è passato da 1,56 a 2,42 milioni fra il 2000 e il 2018. Il programma in vigore in Svizzera prevede un rimborso per i costi aggiuntivi generati dall’utilizzo di servizi di trasporto combinato accompagnato (autostrada viaggiante) e non (traffico combinato non accompagnato). Il budget definitivo per il 2018 per questo programma di incentivi ministeriali è stato pari a 142 milioni di franchi svizzeri, circa 120 milioni di euro, in calo di 22 milioni rispetto al 2016, con la logica di ridurre in modo graduale la contribuzione pubblica
all’aumentare dell’efficienza delle linee ferroviarie. La sovvenzione media per invio transalpino nel trasporto combinato strada/rotaia non accompagnato nel 2018 è stata pari a circa 116 franchi, erano 128 nel 2016. Le imprese di trasporto combinato beneficiarie dei sussidi della Confederazione Elvetica nel 2019 erano 21 e ricevono contributi per lo sviluppo di 69 relazioni quasi tutte (65) con origine e destinazione Italia, in particolare Lombardia (41), Piemonte (20) ed Emilia-Romagna (3), quasi esclusivamente su distanze oltre i 600km.
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FOCUS
LA CINA È PIÙ VICINA
(anche in treno) Davide Cionfrini
Il polo intermodale Hupac guarda sempre di più alle lunghe tratte verso Oriente. Ma grazie all’apertura dei nuovi trafori elvetici la principale via di espansione rimane il corridoio in direzione dei porti del nord Europa
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ispetto ad altri Paesi come la Svizzera, dove il 70% delle merci viaggia su rotaia, siamo indietro. Ma la speranza è che i nostri attuali livelli che si aggirano intorno al 10% possano crescere notevolmente nei prossimi anni grazie alla transizione ecologica su cui punta l’Europa. Ne va della riduzione di anidiride carbonica. Ogni trasporto fatto con un treno comporta un abbattimento delle emissioni dell’89%”. Roberto Paciaroni rilascia questa intervista nel doppio ruolo di Presidente del Gruppo merceologico “Servizi infrastrutturali e Trasporti” dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese e di Direttore di Hupac Spa, il polo intermodale del Gruppo svizzero che sul territorio opera nell’hub tra Busto Arsizio e Gallarate, a ridosso della superstrada che 14
collega la A8 con Malpensa. È qui che le merci trasportate dai camion vengono messe sui treni e viceversa. Intermodale, appunto. Gomma/ rotaia. Tir/treno. “Negli anni ci stiamo allargando, la crescita è stata costante e anche in questo periodo di Covid stiamo tutto sommato tenendo. A settembre avevamo già riagguantato i livelli pre-pandemia”. Quanto è strategica la posizione del vostro polo tra Busto Arsizio e Gallarate? Basta guardare una cartina per capirlo. Siamo vicino alla direttrice Milano-Gallarate-Luino e da qui ai nuovi trafori della Svizzera che portano a Nord verso i porti di Rotterdam, Amsterdam, Amburgo e da qui in tutto il mondo. Siamo a due passi dalla rete autostradale nella Roberto direzione verso Paciaroni Milano. Siete anche a pochi chilometri da
Malpensa, quali sono le sinergie con l’aeroporto? La vicinanza con Malpensa è un indubbio vantaggio. Qualcuno pensava fino a qualche tempo fa che fossimo addirittura concorrenti con l’area cargo. Ma anche se noi copriamo ormai tratte molto lunghe che arrivano fino alla Cina, le merci che viaggiano in aereo sono di diverso tipo, più pregiate. Basti pensare alle auto di lusso, tanto per fare un esempio. La sfida che abbiamo oggi, però, è quella di creare più sinergie con l’hub aereo. Certo, per riuscirci servirebbero più investimenti nelle infrastrutture. Tipo quali? La realizzazione del collegamento stradale Pedemontana-Vanzaghello, quello ferroviario tra il Terminal 2 e Gallarate. Finché non ci dotiamo di questi interventi rimarremo un territorio con tante belle infrastrutture dai grandi potenziali, ma poco collegate tra di loro. Nonostante gli evidenti vantaggi di agevolare il trasporto intermodale investendo sulla rotaia, però, molti
cantieri sono ostacolati e registrano sempre forte opposizioni. Un esempio per tutti: la Tav. Secondo lei perché? Manca una visione complessiva. Tutto deve essere sempre soppesato, poi ridiscusso, mettendo in forse decisioni già prese e vagliate per anni, a cantieri già aperti. Così i benefici ambientali rimangono al palo. La stessa Tav potrebbe portare vantaggi anche al sistema di trasporto del nostro territorio. Intanto, però, sulle Alpi svizzere si sono da poco aperti il traforo di base del Gottardo e il Ceneri. Come queste opere cambieranno il trasporto ferroviario tra il Nord e il Sud Europa? Gli svizzeri sono stati precisi come la fama che li precede: 17 anni per realizzare il traforo del Gottardo, il più lungo del mondo con i suoi 57 km. Poi i 15 km del Ceneri. In questo modo si potrà realizzare l’obiettivo di riduzione dei transiti dei camion attraverso le Alpi a soli 650 mila all’anno (i transiti iniziali nel 2000 erano 1,4 milioni, mentre oggi siamo a circa 850 mila). E ciò, grazie al tratto pianeggiante, con anche un numero di treni proporzionalmente minore, perché potranno passare da una lunghezza di 500 a 750 metri con una sola locomotiva, anziché due. E,
dunque, ulteriori risparmi energetici e ambientali. L’Italia e la rete in provincia di Varese è pronta a cogliere l’opportunità di migliori collegamenti Nord-Sud? Ci stiamo attrezzando. Tra Luino e Busto Arsizio sono stati fatti importanti interventi di adeguamento. Altre soluzioni tecnologiche che verranno implementate. Come sulla tratta Como-Seregno o Monza-Milano. Siamo, però, ben messi. Certo la Svizzera ci ha aiutato e ha contribuito, ma il grosso degli investimenti è stato realizzato da Rfi – Rete Ferroviaria Italiana del Gruppo Ferrovie dello Stato. Il problema semmai è a Nord, in Germania. Vuole dire che l’Italia su questo è più avanti dei tedeschi? Eh, sì. Strano a dirsi ma è così. Per cogliere tutte le potenzialità dei trafori elvetici serve un allargamento da 2 a 4 binari nella Valle del Reno. Oggi solo un terzo dei lavori è stato portato a termine. La Germania ha un ritardo di 20 anni su questo fronte. Parliamo di una delle tratte più trafficate in Europa, che sta diventando un vero e proprio collo di bottiglia. Qual è un altro punto debole per il trasporto merci della nostra area?
Sicuramente il sistema portuale ligure che non riesce ad essere attrattivo per le merci extra-europee che preferiscono transitare verso i giganti del Nord Europa. Il problema non sono solo i fondali bassi, ma anche il fatto che i nostri porti presi uno a uno singolarmente, rappresentano quello che per Amburgo, Rotterdam o Amsterdam è un semplice molo. Questo limita la capacità ricettiva e quella competitiva. Seve una maggior sinergia tra i porti della Liguria, che devono diventare come un unico grande hub che va da Genova a La Spezia. Serve poi snellire le procedure delle operazioni doganali. In un contesto attuale, alla Amazon, il “just in time” non è più un’opzione. È un problema di dotazione tecnologica? Non solo. È un problema sì, tecnologico, ma anche burocratico e logistico. I tempi di attesa non sono concorrenziali. Meglio sarebbe creare una zona “retroporto” in Piemonte dove gli spazi potrebbero essere più ampi. La nave arriva, la merce prosegue all’interno per un centinaio di chilometri e in un terminal con maggiore capacità viene allestito uno spazio per operazioni doganali più moderne e veloci. Quali sono le traiettorie che come hub Hupac di Busto Arsizio e Gallarate ritenete più a rapida crescita nel futuro? Che strade, anzi ferrovie, prenderanno le nostre merci? Il nostro polo è da sempre forte nella tratta verso Nord: MannheimLudwigshafen, Colonia, Amburgo, Duisburg, i porti del Belgio ed Olanda e da lì la Gran Bretagna. Ma ci stiamo estendendo anche a Ovest, verso la Spagna. Sempre più promettente e frequente è la tratta verso la Cina, passando dall’Austria. Ma collegamenti, una volta deboli, ma oggi sempre più importanti, sono quelli verso il Sud Italia: Bologna, Bari, Pomezia, Marcianise. 15
INCHIESTA
IL FUTURO DELL’IDROGENO
in Europa
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aggiungere la Carbon Neutrality entro il 2050. Per farlo serve un aumento dell’efficienza energetica e della generazione elettrica rinnovabile. Un calo dei consumi di petrolio e carbone, una contrazione delle importazioni di gas naturale e l’aumento dei consumi di biometano e idrogeno prodotti. È questa la visione, di medio-lungo periodo, della Commissione Europea per giungere ad un’economia a impatto neutro sul clima. Imprese e cittadini giocano un ruolo importante in questa fase di transizione per la salvezza del pianeta. Ancor di più oggi, in uno scenario globale instabile e di profonda crisi sociale ed economica. Serve, però, qualche certezza in più a cui aggrapparsi. Un punto di partenza da cui iniziare. Servono azioni concrete e piani di sviluppo da portare avanti. E l’idrogeno, in questo contesto, 18
rappresenta un primo passo verso il cambiamento. Verso un futuro nuovo e tutto da ridisegnare. Proprio per questo, nonostante sia considerato il più leggero tra tutti gli elementi chimici, l’idrogeno occupa uno spazio sempre più pesante nei piani di ripresa e di sviluppo dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. Tanto da essere destinato ad entrare in molti dei programmi che verranno portati al tavolo dell’Ue per accedere ai fondi del Recovery Plan. E l’Italia potrebbe essere tra questi. Qualche suggerimento al nostro Paese e alle sue istituzioni arriva da una pubblicazione uscita dopo l’estate e realizzata da Confindustria: un paper dal titolo “Piano d’Azione per l’idrogeno”, che racchiude tutta una seria di proposte, azioni e dati elaborati da imprese e associazioni di categoria. Nel testo redatto dagli esperti di Viale dell’A stronomia c’è il confronto tra Italia ed Europa sui
piani e sulle strategie adottate per la filiera dell’idrogeno. Tra obiettivi e opportunità. Con un occhio rivolto costantemente al futuro e ai possibili campi d’applicazione, ai potenziali mercati e alle implicazioni attese.
Ad oggi il consumo di idrogeno in Italia è quasi interamente limitato agli usi industriali nella raffinazione e nella chimica ed è prevalentemente di tipo grigio (ovvero quello ottenuto da processi di reforming che utilizzano combustibili fossili). 16 TWh (Terawatt), pari all’1% dei consumi finali di energia a livello nazionale e corrispondente a circa 480.000 tonnellate all’anno: è questa l’attuale fotografia scattata dalla ricerca di Confindustria sull’impiego dell’idrogeno nel Paese. L’Italia possiede tre caratteristiche chiave che le consentono di candidarsi come abilitatore di una strategia europea.
La prima: possiamo costituire la base per accogliere sempre maggiori percentuali di idrogeno per gli usi interni e, potenzialmente nel lungo termine, per l’esportazione verso il nord Europa; siamo la seconda economia, a livello europeo, per valore aggiunto del settore manifatturiero e siamo i primi per numero di piccole e medie imprese; infine, possiamo sfruttare la nostra capacità di integrazione dell’idrogeno nel sistema energetico, grazie alle caratteristiche distintive di un tessuto produttivo industriale che, in quanto tale, è tra i primi campi di applicazione oggi possibili per l’idrogeno. Ancor prima del settore della mobilità. Sul finire del 2020 il Governo italiano, per il tramite del Ministero dello Sviluppo Economico, ha presentato le linee guida per una Strategia Nazionale sull’Idrogeno. Sono 10 i miliardi messi a disposizione. In attesa che il nuovo Esecutivo, entrato nel frattempo in carica, riprenda in mano il Dossier, vediamo, con l’aiuto del paper di Confindustria, come si stanno muovendo gli altri Paesi.
Promuovere e diffondere l’idrogeno, partendo da progetti concreti finanziati dal BEIS (Department for Business, Energy and Industrial Strategy). Parte da qui il piano d’azione del governo inglese. I progetti finanziari hanno lo scopo di verificare la fattibilità dell’immissione nelle reti di miscele fino al 100% di idrogeno, analizzandone tutti gli impatti lungo la catena del valore e le possibilità di realizzazione di una nuova infrastruttura. È in corso di realizzazione un ambizioso progetto che vede l’ideazione di distretti residenziali definiti “distributori di idrogeno”. In pratica, l’idrogeno distribuito verrà prodotto da elettrolisi sfruttando energia eolica mediante la rete esistente e nuovi tratti. Per il momento, la Gran Bretagna si
Un’applicazione immediata dell’idrogeno nell’industria potrebbe consistere nel ridurre e sostituire l’uso di idrogeno ad alta intensità di carbonio nelle raffinerie, nella produzione di ammoniaca e per nuove forme di produzione di metanolo. Solo successivamente potrebbe costituire la base per investire e costruire processi di produzione manifatturiera conferma la capofila a livello europeo in ambito di sperimentazioni e finanziamenti attivi per lo sviluppo della filiera dell’idrogeno.
La Germania vuole posizionarsi come principale fornitore di tecnologie ecologiche per l’idrogeno sul mercato mondiale, intensificando la cooperazione con altri Stati membri dell’Unione Europea, in particolare nell’area del Mare del Nord, del Baltico e dell’Europa meridionale. Per la precisione sono 9 i miliardi dedicati all’idrogeno, di cui 2 destinati per le partnership con gli altri Paesi. L’obiettivo del governo tedesco è quello di utilizzare in primis l’idrogeno verde, sostenerne una rapida crescita del mercato e stabilire le catene del valore corrispondenti. La Germania, infatti, ritiene che nei prossimi dieci anni si svilupperà un mercato globale ed europeo dell’idrogeno. Proprio per questo, il
governo tedesco intende procedere alla creazione di un “mercato domestico”. Allo sviluppo dell’offerta e della domanda verrà affiancato, inoltre, un progressivo sviluppo infrastrutturale. In futuro, una parte dell’infrastruttura del gas della Germania dovrebbe essere in grado di essere utilizzata anche per l’idrogeno.
Sono tre gli obiettivi a cui ambisce il governo francese: installare abbastanza elettrolizzatori per dare un contributo significativo alla decarbonizzazione dell’economia; sviluppare una mobilità pulita soprattutto per i veicoli pesanti e costruire un settore industriale che crei posti di lavoro e garantisca la padronanza tecnologica. Dei 7 miliardi di euro a disposizione del Paese, il 54% delle risorse saranno utilizzate per accelerare lo sviluppo nella produzione di idrogeno; il 27% permetterà di incrementare la mobilità pesante con idrogeno decarbonizzato e infine, il 19% servirà per sostenere la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo delle competenze sull’utilizzo dell’idrogeno.
Questi i progetti. Ma quali sono ad oggi i campi di applicazione dell’idrogeno? Per rispondere alla domanda Confindustria fa una premessa: lo sviluppo di nuovi campi di impiego deve andare di pari passo con l’aumento della produzione. Potrebbero essere due i principali mercati: da un lato, ci sono le applicazioni industriali (acciaierie, cementifici e raffinerie) e dall’altro, la mobilità (trasporti di merci e persone). Un’applicazione immediata nell’industria potrebbe consistere nel ridurre e sostituire l’uso di idrogeno ad alta intensità di carbonio nelle raffinerie, nella produzione di ammoniaca e per nuove forme di produzione di metanolo. Solo successivamente, in una fase 19
INCHIESTA
IDROGENO
secondaria, l’idrogeno potrebbe costituire la base per investire e costruire processi di produzione manifatturiera. Nel settore dei trasporti, invece, l’idrogeno potrà trovare spazio in diversi ambiti. Nel breve periodo nel campo pubblico, soprattutto per le tratte a lunga percorrenza. Ma anche nelle flotte commerciali del trasporto merci. Nel lungo periodo, l’idrogeno potrà diventare un’opzione per de-carbonizzare il settore aereo e marittimo, attraverso la produzione di cherosene sintetico liquido o altri combustibili sintetici chiamati “drop in”, che possono essere utilizzati con la tecnologia aeronautica attualmente già esistente. Si è parlato di strategie, di piani d’azione e di sviluppo. Ma quali sono le misure di policy necessarie affinché questa teoria si trasformi in qualcosa di concreto? È indispensabile, secondo
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Confindustria, un dialogo attivo, aperto e costante tra Italia ed Europa che consenta di costruire un quadro politico, un coordinamento tecnico e un supporto regolatorio abilitante per consentire la realizzazione di due importanti asset strategici. Il primo: creazione di forti segnali di prezzo. Il secondo: un buon funzionamento del mercato. In questo modo la crescita costante ed esponenziale dell’idrogeno è assicurata e si potrà, nel medio periodo, superare anche l’attuale situazione critica e incerta del mercato. L’Italia, nel breve periodo – è il consiglio di Viale dell’Astronomia – deve percorrere due strade in parallelo per inserire al 100% l’idrogeno nella sua economia. In primis deve fare una vera e propria iniezione di idrogeno in rete, senza però causare modifiche alle apparecchiature già esistenti. E poi, deve schiacciare il piede sull’acceleratore e puntare tutto sulle
sperimentazioni smart di produzione di idrogeno in zone prossime al suo utilizzo.
L’idrogeno, nonostante sia considerato il più leggero tra tutti gli elementi chimici, occupa un ruolo sempre più pesante nei piani di ripresa e di sviluppo dell’Unione Europea. “Il Piano d’Azione per l’idrogeno” redatto da Confindustria suggerisce alcune idee per le strategie italiane
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ECONOMIA
QUANDO IL BUSINESS È LA CREDIBILITÀ
del Sistema Varese Davide Cionfrini
Se nei primi 20 anni di presenza sul territorio la sfida di KPMG è stata quella di far crescere la cultura finanziaria del tessuto imprenditoriale locale, nei prossimi la partita si gioca su un altro terreno: quello della sostenibilità. Ciò che non cambia per lo studio di consulenza di corso Matteotti è l’obiettivo finale: “Essere partner delle imprese e crescere insieme ad esse”
‘‘P
rima mi fece vedere la sua ultima creazione, un macchinario enorme che aveva come destinazione finale l’America Latina. Un gioiello di ingegneria. Poi mi mostrò i conti. I bilanci mai certificati. E mi colpì il fatto che non aveva idea di quale fosse l’esatto ammontare del debito accumulato dall’azienda”. Che di lì a poco fallì. “Ricordo che mi disse: avrei dovuto chiamarvi almeno sei mesi fa. Pensai che se lo avesse fatto insieme avremmo salvato l’impresa e nel giro di due anni avremmo
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anche parlato di possibili progetti di crescita e acquisizioni”. Non serve svelare il nome dell’imprenditore in questione per comprendere la morale dell’aneddoto dell’Equity Partner di KPMG, Ivan Spertini: non basta essere grandi uomini di prodotto per garantirsi il successo sul mercato. Al fiuto imprenditoriale, all’ingegno, così diffuso all’ombra delle Prealpi, si deve affiancare la cultura finanziaria, da anni elemento essenziale per conquistare la necessaria competitività aziendale. Ne è Ivan Spertini passato di tempo da quell’episodio. E tutto il sistema industriale varesino ne ha fatta di strada.
Tra i suoi compagni di viaggio, da circa 20 anni c’è proprio l’ufficio di KPMG nel pieno centro di Varese. Era il 2001. “Sbarcammo su questa piazza con un obiettivo: essere dei partner per le imprese del territorio. Crescere insieme a esse”. All’inizio i clienti si contavano sulle dita di due mani. Oggi sono ben oltre 100. E a Spertini si affianca l’altro Equity Partner: Paolo Rota, uno dei primi laureati alla LIUC – Università Cattaneo. Sintesi perfetta del motto dell’ateneo: il luogo dell’alta formazione delle imprese per le imprese. “In questi anni – spiega Spertini – pensiamo di avere partecipato alla crescita della cultura aziendale
Ivan Spertini: “Ciò che offriamo alle aziende con la nostra attività è soprattutto credibilità. Ormai la valutazione esterna di un’impresa serve anche per rimanere all’interno delle catene di fornitura, per avere rapporti con le multinazionali, per spuntare le migliori condizioni a fornitori e clienti”
del territorio. Lo abbiamo fatto con i nostri eventi, collaborando con le due Università, Paolo Rota facendo al loro interno docenza, lavorando insieme ai migliori professionisti, curando pubblicazioni. Ma soprattutto mettendo a disposizione delle imprese le nostre persone”. Bussare alla porta di KPMG, nel salotto di corso Matteotti, vuol dire accedere non solo agli uffici varesini e ai suoi stretti collaboratori, ma a una struttura di 5mila persona in tutta Italia e a una rete internazionale radicata in 150 Paesi nel mondo. Alla ricerca di cosa? Non solo di un audit di bilancio che rimane una delle principali attività che KPMG mette a disposizione delle imprese. “Ciò che offriamo alle aziende con la nostra attività è soprattutto credibilità”, confida Spertini. Non solo per accedere al credito bancario grazie al bollino di garanzia di KPMG sui conti aziendali. “Ormai la valutazione esterna di un’impresa serve anche per rimanere all’interno delle catene di fornitura, per avere rapporti con le multinazionali, per spuntare le migliori condizioni dal proprio fornitore da una parte e i propri clienti dall’altra”. Analisi di business plan, operazione di merger and acquisition, passaggi generazionali, governance, checkup e sistemi controllo interno. E poi ancora i fronti dei beni intangibili (valorizzazione intellectual property, patent box), internazionalizzazione (check-up transfer-pricing e doganale, sedi estere). Impossibile elencare tutti i servizi offerti. “Ci sono gli obblighi normativi che sempre di più richiedono certificazioni e audit esterni alle aziende. Ma è anche il mercato a spingere le imprese ad avere come partner realtà come
KPMG”, spiega ancora Spertini. In questi venti anni dall’ufficio varesino di KPMG sono usciti fior fior di manager, consulenti, imprenditori. Oltre 200 professionisti che dopo un’esperienza di qualche anno a stretto contatto con le aziende del territorio hanno poi spiccato il volo, diventando loro stessi titolari
Paolo Rota: “Abbiamo voluto contribuire a dare impulso ai percorsi di crescita del territorio coltivando la cultura finanziaria del sistema produttivo” oppure lavorando negli studi professionali e finanziari agli ultimi piani dell’Empire State Building e a Wall Street. O che sono oggi a capo dell’Italian Desk a Shangai di una delle principali banche italiane. “Abbiamo voluto contribuire a dare impulso ai percorsi di crescita del territorio coltivando la cultura finanziaria del sistema produttivo. La diffusa capacità di fare impresa di questa provincia è indiscussa. La storia e il presente sono lì a dimostrarlo, anche in un momento difficile come l’attuale. Ma i mercati sono sempre più complessi. Da qui il nostro ruolo di trasferire competenze sul fronte della finanza d’impresa”, racconta Paolo Rota. Non si tratta solo di numeri e bilanci. Il nuovo fenomeno si chiama rendiconto di sostenibilità. “Con cui tutte le imprese dovranno misurarsi nei prossimi anni”, continua l’Equity Partner di KPMG. Analizzare le performance aziendali non solo con il conto economico ma anche attraverso i parametri internazionali
di sostenibilità, spiega Rota, “è un percorso modulare per guardarsi allo specchio, avere un benchmark oggettivo con cui confrontarsi sul mercato, definire strategie”. Non si tratta semplicemente di raccontare in maniera diversa, con una mano di “green”, la propria attività. “La responsabilità del bilancio di sostenibilità – è il consiglio di Rota – deve essere del Cfo o dell’Ad piuttosto che del marketing. È uno strumento di comunicazione, certo. Ma quello arriva dopo. Prima bisogna lavorare sulle informazioni non finanziarie dell’azienda, sulla sua governance”. Insomma, il consiglio gratuito che arriva dagli uffici di KPMG è chiaro: “Se oggi dovessi suggerire un investimento ad un’azienda le direi di investire sul bilancio di sostenibilità”, dice Rota. Con tutto ciò che ne comporta. “Se le imprese non saranno green - precisa il concetto Spertini - nei prossimi anni vedranno precludersi l’accesso ai contributi europei, perderanno occasioni di accesso al credito, rischieranno il posizionamento nelle catene di fornitura e si faranno sfuggire occasioni di valorizzazione della propria azienda”. Se nei suoi primi 20 anni la sfida di KPMG a Varese è stata di aumentare la cultura finanziaria del tessuto imprenditoriale, nei prossimi si giocherà, dunque, sul terreno di un’altra cultura. Quella della sostenibilità. Ogni epoca presenta alle imprese il proprio sentiero da percorrere. Il segreto è sempre lo stesso: anticipare i tempi e, possibilmente, scompaginare le carte. “Varese lo ha nel Dna”, racconta ancora Spertini. “Come quella volta che come KPMG cominciammo a seguire un’impresa del territorio che doveva essere acquisita da un’azienda americana”. L’epilogo fu opposto: “Alla fine fu l’azienda varesina a inglobare quella di Oltreoceano”. Anche in questo caso, non serve svelare il nome. Vale il concetto: nulla è impossibile al made in Varese. 23
ECONOMIA
Brevetti Montolit
S
Vincenzo “Vichi” Montoli
Influencer, brand ambassador, gare di marketing tra colleghi in videochat e, in futuro, Tik Tok. C’è tanto digitale nella nuova normalità di Montolit
Al Cavalier Vincenzo Montoli, Inventore Benemerito, il pregio di aver fondato una azienda che poi la famiglia ha portato ad essere nome di riferimento nel settore edile nel mondo con diversi riconoscimenti internazionali, tra cui il Mercurio d’oro e l’Ercole d’oro, e il cui fatturato per il 70% deriva dall’export. Come ha fronteggiato la pandemia una realtà così rivolta ai mercati esteri? “Sono stati mesi frenetici e di cambiamento: ci confrontiamo con realtà abituate alla tecnologia e ci siamo immediatamente resi conto di quanto fosse necessario investire nella possibilità di incontrare virtualmente clienti e distributori spiega Montoli.- In pratica abbiamo
ampliato la nostra rete di contatti, puntando sui social, sul sito (esiste anche Il Blog del Piastrellista ndr) per arrivare, oltre che ai grandi distributori ad una rete di testimonial che comprende influencer di settore, mosaicisti, professionisti e semplici appassionati”. Un nuovo modo di lavorare quindi? “Un nuovo modo di stare di fronte al cliente – chiarisce – che comporta una specifica difficoltà: a noi non basta far vedere il prodotto, dobbiamo mostrare come funziona e come ci si può interfacciare. Per quello è importante aver trovato dei testimonial e dei progetti, come quelli di video pratici e delle visite virtuali dai distributori. Il tutto
grazie agli strumenti più semplici, come lo smartphone. Il risultato? Abbiamo ‘incontrato’ tantissima gente nell’ultimo anno!” Molta innovazione, quindi. E per quanto riguarda i prodotti? “È indubbio che il processo di sviluppo di nuovi progetti si sia rallentato per il Coronavirus. Tuttavia, a novembre è uscito un nuovo prodotto - con relativa campagna di lancio mondiale tutta digital - frutto del risultato di una collaborazione con gli studenti di ingegneria del Politecnico della Polifactory, che hanno realizzato una sorta di challenge interna in collaborazione con noi. Un’iniziativa di cui siamo molto orgogliosi”. Riassumendo: giovani, influencer, brand ambassador, gare di marketing tra colleghi a colpi di videochat e, forse, in futuro Tik Tok... Molta “smartitudine” nella nuova vita di Montolit. Per la tenuta di mercato, confermata dai numeri del 2020, è questa la chiave del successo? “La chiusura positiva dello scorso anno – spiega Montoli – va letta, secondo me, in chiave sociologica. Il mondo ha cambiato la sua visione degli spazi abitativi e questo sicuramente ha aiutato il settore dell’edilizia: le persone hanno riscoperto il valore della casa con una visione nuova del futuro”. Una nuova visione: forse il modo migliore di raccontare la nuova pelle di Montolit. “Personalmente – conclude l’imprenditore – odio la frase ‘abbiamo sempre fatto così’. Occorrono sempre nuovi entusiasmi ed energie e, soprattutto, il coinvolgimento di tutta la squadra”. 25
ECONOMIA
Papa Francesco
È
sempre più condiviso il riconoscimento che Papa Francesco sia il leader mondiale più
ascoltato, e l’accoglienza dell’enciclica (letteralmente “lettera circolare”) Fratelli tutti, pubblicata ad Assisi il 3 ottobre 2020 presso la tomba di san Francesco, lo conferma. Forse anche perché, in particolare in questo caso, rifugge completamente da discorsi dottrinali astratti ed è comprensibile proprio da tutti, coerentemente all’ammonimento evangelico “sia il vostro parlare: 26
sì il sì; no il no; il di più viene dal maligno”. La lettera si articola su 8 capitoli che si sviluppano sulla figura di San Francesco e sulla parabola del buon Samaritano. Riprende fin dall’inizio l’appello del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato a inizio 2019 ad Abu Dhabi con il Grande Imam Ahmad AlTayyeb, e soprattutto è in continuità con l’altra enciclica Laudato si’, anch’essa con un titolo in italiano e non in latino, ed ispirata
dal santo di cui il Papa ha scelto di portare il nome. Da questo trittico si leva un forte invito, che parte dalla consapevolezza che l’essere tutti connessi non è sufficiente per sentirsi tutti “sulla stessa barca”, se non ci si apre alla qualità etica di ogni legame, la fraternità appunto. Ma che significa proporre la fraternità in un mondo segnato da una parte da una iperconnessione globalizzante e mercificante, e dall’altro da una frammentazione individualistica e da chiusure nazionaliste? La risposta dell’enciclica si articola in una sorta di ‘zoom’ su temi e politiche di respiro internazionale: solidarietà inseparabile dal principio di sussidiarietà, pace e guerra, movimenti migratori, dialogo, amore sociale, gentilezza e tenerezza, pena di morte e così via. A prima vista sembra che i temi affrontati siano a valenza solo macroeconomica e di strategia
rinnovata promozione della cultura dell’incontro (“porre al centro di ogni azione... economica la persona umana, la sua altissima dignità”) ricercando il “sempre possibile dialogo” in ogni relazione sociale e quindi anche nell’azienda; a “lavorare insieme... nel perseguire ricerche congiunte in cui tutti traggano profitto”. In particolare, le parole del Papa sono vicine alla nuova sensibilità dell’impresa moderna quando fa riferimento alla cura della casa comune, il pianeta: “Il diritto di alcuni alla libertà di impresa o di mercato non può stare... al di sopra del rispetto dell’ambiente, poiché chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti”. Parole che rimandano a quelle pronunciate sotto la pioggia dopo aver salito la scalinata di fronte a san Pietro il 27 marzo in piena pandemia: “Non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. C’è poi una intera sezione dell’enciclica che interpella le imprese direttamente già dal titolo: “Andare oltre un mondo di soci”. Qui il Papa mette a confronto la logica del farsi prossimo del buon Samaritano con la mentalità dominante e ripiegata sulla difesa di sé in modo autoreferenziale. Riproponendo una scelta di campo. Le tematiche affrontate dal Papa sono anche il riferimento di importanti interventi delle ultime settimane. Fra questi, grande importanza ha il “Discorso alla città” dell’Arcivescovo di Milano Mario Delpini del 4 dicembre. Con tipica praticità meneghina ha ricordato che “adesso tocca a noi, tocca ancora a noi, sempre... Non nel senso che abbiamo la presunzione di occupare tutta la scena... Piuttosto, nel senso di un
dovere da compiere, di un servizio da rendere.” Con quale obiettivo? “In coerenza con la nostra cultura, elaborare una visione comune con i tratti di quella sapienza popolare, di quel pragmatismo operoso, di quel senso del limite e quella consapevolezza di responsabilità che sono alieni da ogni fanatismo, da ogni rassegnazione, da ogni conformismo ottuso, capaci di realismo, di serietà e onestà intellettuale”. Ad una condizione però: “Il complesso e polimorfo fenomeno della globalizzazione deve essere corretto per non consentire a una dinamica planetaria di ridursi a una logica di mercato determinata dai prezzi invece che dai valori”. Di importanza planetaria è stato poi “Economy of Francesco”, l’evento in risposta all’invito che il Papa ha rivolto a giovani economisti, imprenditori e changemaker a ritrovarsi per elaborare insieme “un patto” per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani. Senza dimenticare la riflessione che si sta facendo in Italia (ed anche all’interno della LIUC – Università Cattaneo) sulla cosiddetta “economia civile”. Un paradigma tutto italiano nato fra il 1700 e il 1800 (Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri, Giacinto Dragonetti) e da molti oggi ‘rispolverato’ perché aiuta a trovare la giusta strada per l’imprenditoria italiana, fatta non solo di soci e di profitto, ma anche di relazioni, di generatività, di bene comune ma soprattutto di felicità come scopo ultimo per tutti gli stakeholders coinvolti nell’attività aziendale. Forse queste considerazioni fanno intravedere che non è tempo perso leggere con attenzione i grandi pronunciamenti delle Chiese (quindi non solo la Cattolica) che ormai da decenni non sono solo “istruzioni per addetti ai lavori” ma preziosi per tutti. Anche per chi fa impresa. E le cui capacità il Papa, proprio nella Fratelli tutti al n° 123, definisce “un dono di Dio”. 27
foto © reuters
mondiale quasi a sfuggire dai temi e dai problemi dell’economia quotidiana. Ma approfondendo la lettura ci si accorge che non è così. Nel suo appello a tutti “gli uomini di buona volontà” il Papa si rivolge più volte a chi fa impresa, e al mercato in cui essa vive, e propone come modello quella imprenditorialità sociale che vuole integrare l’economia con l’attenzione al sociale. Se si presta attenzione si scorgono, nella lettera, parole che tante volte risuonano nelle chiacchierate fra imprenditori, soprattutto in quelle più informali e sincere tanto frequenti nell’ambito della vita associativa di rappresentanza all’interno dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese e, più nello specifico, durante momenti come quelli delle missioni tecnologiche all’estero (oggi virtuali) in stile TechMission. Secondo le parole del Papa quella dell’imprenditore è “una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti” sviluppando “capacità economiche e tecnologiche” per “la creazione di opportunità di lavoro diversificate” al servizio del bene comune e collaborando “al superamento della miseria”. L’enciclica ha come sottotitolo, insieme a fraternità, “amicizia sociale” e delinea con chiarezza i contorni dell’impresa sociale che il Papa non esita a paragonare alla “locanda” dove il buon Samaritano ha potuto “risolvere ciò che lui da solo in quel momento non era in condizione di assicurare”. In estrema sintesi propone: una
FORMAZIONE
IL LICEO STRIZZA L’OCCHIO AL
mondo del lavoro Maria Postiglione
Laboratori, esperienze, prove sul campo, esperimenti, allestimenti di mostre, tanta informatica e studi dei fenomeni digitali. Dal classico, allo scientifico la distanza tra studio sui libri e realtà delle imprese si sta accorciando anche in quelle scuole fino a ieri considerate semplicemente uno step prima dell’approdo all’Università. Ma oggi non è più così, come testimonia l’offerta formativa di alcuni istituti del Varesotto
L
a scelta di intraprendere degli studi liceali non è tradizionalmente legata al progetto di un rapido ingresso nel mondo del lavoro. Quello che si mette in conto è che molto probabilmente al termine del percorso seguirà un altro corso formativo, ed è per questo motivo che forse la formazione liceale è vista come qualcosa di lontana e con poche contaminazioni con il mondo del lavoro e delle professioni. In realtà sempre di più questa distanza si sta accorciando. I percorsi tradizionali sono sei: classico, scientifico, linguistico, musicale, artistico e scienze umane. Solitamente la prima risposta alla domanda che liceo frequenti è tra queste sei opzioni, ma sempre più spesso segue una declinazione o meglio una specializzazione degli stessi. Il minimo comune denominatore tra queste opzioni è probabilmente
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la volontà di ridurre il divario o meglio la distanza di conoscenza e familiarità che divide lo studente liceale dal mondo delle professioni. Per citarne solo alcune: scienze applicate, economico sociale, audiovisivo e multimediale e ancora coreutico e sportivo. L’elenco in realtà è molto più lungo, senza poi contare che vanno anche aggiunti progetti legati ai singoli istituti. È il, caso ad esempio, del liceo classico “Ernesto Cairoli” di Varese, dove alla formazione umanistica basata sullo studio del greco e del latino, si affiancano due sperimentazioni più empiriche. Progetto “Erodoto” è il nome della prima sperimentazione, il cui fulcro è il potenziamento dell’area dei linguaggi. Nelle attività curriculari c’è la realizzazione di un blog grazie alla collaborazione con la testata giornalistica Varesenews. Gli studenti iscritti a tale percorso potranno, grazie al supporto di esperti
esterni, seguire anche un corso teorico e pratico di fotografia. Nella seconda sperimentazione invece, denominata progetto “Archè”, le discipline scientifiche vengono potenziate tanto da far assumere al percorso le caratteristiche specifiche di un liceo classico bio-medico. E per rimanere sempre in tema scientifico è interessante approfondire l’opzione scienze applicate che sempre più incontra il favore degli studenti. Tra le varie competenze che lo studente dovrà aver conseguito al termine del quinquennio c’è quella che riguarda la sfera degli strumenti informatici e del loro utilizzo in relazione all’analisi dei dati e alla modellizzazione di problemi di natura scientifica in base all’individuazione del ruolo dell’informatica nello sviluppo scientifico. L’acquisizione delle conoscenze è supportata da un’intensa attività laboratoriale che ha il compito di portare lo studente a comprendere,
attraverso l’osservazione dei fenomeni naturali e la raccolta e l’analisi dei dati, le soluzioni inerenti alla società moderna. “Ai Licei di Viale dei Tigli di Gallarate – spiega la professoressa Rola Maria che insegna matematica e fisica – siamo partiti con due sezioni e nel giro di pochi anni siamo giunti a ben quattro sezioni. È un indirizzo che coniuga la parte teorica, che tradizionalmente contraddistingue l’istruzione liceale alla pratica laboratoriale”. Rola spiega che nel suo istituto l’uso dei laboratori è, per volere della Dirigente Scolastica Nicoletta Danese, un’attività fondamentale nel percorso degli studenti, una routine quotidiana e ordinaria. “Ai Licei dei Tigli – continua la docente – sono presenti sia laboratori classici, come ad esempio quello di fisica o di chimica, ma anche laboratori più particolari quale ad esempio il laboratorio di meteorologia. Ai microscopi ottici si affiancano microscopi così
all’avanguardia da aver addirittura destato la curiosità di un ateneo. Nel corso di scienze applicate sono molto importanti le collaborazioni con gli enti esterni: dalle università, ai centri di ricerca fino alla collaborazione con il Cern di Ginevra. Collaborazioni che hanno anche una valenza orientativa. Sono infatti numerosi gli studenti che intraprendono carriere nell’ambito delle attività di laboratorio e ricerca”. È chiaro che l’esperienza diretta ha per lo studente un ruolo molto importante. E sempre di esperienza si parla nel percorso avviato dall’istituto Stein di Gavirate. Si tratta del Liceo Scientifico dell’Esperienza, primo caso a livello nazionale, che aggiunge al corso tradizionale una dimensione operativa. Il percorso partito a settembre 2019 si connota di esperienze, appunto, che gli studenti possono fare nel mondo dell’industria, nello studio dell’ecosistema e nel mondo dei Musei. “Il Liceo dell’Esperienza è una
curvatura del liceo scientifico tradizionale che nasce dall’esigenza di offrire un percorso fondato sull’utilizzo di una metodologia didattica che parte dall’esperienza per arrivare all’astrazione concettuale – spiega la Dirigente Scolastica dell’istituto superiore di Gavirate, Laura Ceresa –. Le classi del biennio sono ad esempio impegnate in un interessante progetto di valorizzazione che consente ai nostri studenti di approfondire contenuti legati allo studio della storia dell’arte e di sviluppare competenze nell’utilizzo degli strumenti digitali, che porteranno alla realizzazione di un prodotto multimediale. Insomma, l’obiettivo è quello di sviluppare una flessibilità cognitiva ed operativa che mira a rinforzare quelle soft skill che caratterizzano il successo professionale nell’attuale contesto lavorativo e predispongono ad affrontare le sfide del life long learning”.
liceo musicale
liceo artistico
sez. musicale sez. coreutica
tradizionale scienze applicate sportivo
arti figurative architettura design multimediale grafica scenografia
liceo linguistico liceo linguistico
quadriennale
liceo scientifico
liceo scientifico
quadriennale
liceo classico liceo classico int.
istruzione liceale liceo scienze umane
quadriennale
liceo scienze umane
economico sociale
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UNIVERSITÀ
La “FABULA” DELLE IMPRESE DI FAMIGLIA Alessia Lazzarin
Secondo le ultime statistiche 7 persone su 10, in Italia, lavorano per un’azienda familiare. Da questo modello aziendale dipende, dunque, gran parte del sistema economico e del tessuto sociale del Paese. Con quali rischi e opportunità per il futuro? Trovare nuovi percorsi di crescita, dar vita a nuove governance, gestire i passaggi generazionali con strumenti più scientifici. Queste le sfide. Occorrono, però, generatori di idee. La risposta della LIUC–Università Cattaneo sta nella creazione di un laboratorio di ricerca
U
n’impresa che si nutre di relazioni affettive. Di armonia e benessere prima ancora che di crescita economica e produttiva. È indubbiamente questo il punto di forza, e allo stesso tempo di debolezza, delle Family Business (le imprese familiari). Realtà che rappresentano il cuore e il motore dell’economia italiana ed è proprio per questo che, intorno ad un tema così strategico per il Paese, la LIUCUniversità Cattaneo ha deciso di dar vita al nuovo laboratorio dal nome FABULA, Family Business Lab per l’appunto. Un motore scientifico, un generatore di idee o più semplicemente un contenitore ricco di iniziative per
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la valorizzazione di un patrimonio economico e sociale del nostro tessuto produttivo. Studiare le imprese familiari, per favorirne lo sviluppo, sostenerle e trovare nuovi percorsi di crescita: questo lo scopo di FABULA, nato sulla base di un’esperienza quasi ormai ventennale di ricerca all’interno della LIUC e fortemente voluto dallo stesso Rettore, Federico Visconti, Professore ordinario di Economia Aziendale e, come recita il suo stesso curriculum, ricercatore fortemente impegnato “nel campo della strategia delle piccole e medie imprese: modelli di crescita, sostenibilità delle strategie di focalizzazione, ecosistemi per l’imprenditorialità, governance delle imprese familiari”. L’attività è
andata a intensificarsi dal 2017 e oggi vede in prima linea i professori Valentina Lazzarotti e Salvatore Sciascia. “FABULA viene istituito con l’intento di creare nuove conoscenze multidisciplinari sulle imprese di famiglia”, afferma Sciascia. Due sono i canali attraverso cui trasferire le conoscenze generate dal laboratorio: “Il primo canale è quello della didattica per gli studenti iscritti al percorso della laurea triennale in Economia Aziendale dedicato al Family Business Management; il secondo, invece, è quello della ricerca applicata e advisory offerte dalla LIUC Business School (in particolare dal Centro su Strategic Management e Family Business) alle imprese. Riteniamo che non si possa offrire formazione e consulenza senza un’intensa attività scientifica di base”. In sostanza FABULA funziona esattamente come un laboratorio di ricerca. È composto da risorse junior (dottorandi e assegnisti di ricerca) e risorse senior, i Professori. Il Family Business Lab raccoglie tutti gli stimoli provenienti da associazioni di categoria, imprenditori e professionisti, e attraverso studi e ricerche, sia qualitative sia quantitative, incontra i suoi interlocutori e discute delle principali problematiche aziendali. “Una volta terminata l’attività di studio e ricerca – continuano i coordinatori – vengono redatti degli articoli scientifici che successivamente saranno pubblicati su diverse riviste sia di informazione generalista, sia di carattere accademico”. Ma non solo. Anche i social, per esempio, fanno
da cassa di risonanza a FABULA, che vuole rivolgersi alla più ampia platea possibile sia di addetti ai lavori, sia all’opinione pubblica. Ma quali sono le caratteristiche che un giovane imprenditore deve avere per prendere le redini di un’azienda e traghettarla nella modernità di un contesto sempre più complesso? “Sono cinque le principali qualità – spiegano Lazzarotti e Sciascia – Primo: essere un imprenditore innovativo, capace di far rinascere un’azienda; secondo: deve saper valorizzare il passato; terzo: guardare con occhio attento ai mercati esteri (conoscere l’inglese ed essere “internazionale”); quarto: è importante che conosca gli strumenti di finanza e governance per far fare un salto di qualità all’impresa; quinto: deve possedere e coltivare le cosiddette soft skill”. Il Paese, così come il modello delle imprese familiari, è a un bivio. E le nuove generazioni hanno un compito fondamentale. “Il ruolo dei giovani imprenditori – continua la professoressa Lazzarotti – è determinante per il futuro di un’azienda. La loro capacità di contribuire a nuove idee o a nuove strategie e di inserirsi nel contesto dell’impresa è da sempre un fattore determinante. Lo è, però, tanto più oggi, in un momento di crisi
economica e sociale come quella che sta attraversando il Paese. Nuove idee ed entusiasmo, infatti, non possono che far bene all’interno di una Family Business”. Le nuove generazioni hanno modalità e tempi di reazione veloci, capacità di innovazione e tanto spirito di adattamento. E poi, sotto il profilo delle competenze sono “digitali per definizione e quindi capaci e pronti alla flessibilità”. In Italia, le imprese gestite da famiglie sono l’85% e in termini di occupazione contano per il 70% del totale. In pratica, secondo questi dati pubblicati da AIDAF (Associazione Italiana delle Aziende Familiari), 7 persone su 10 lavorano (come dipendenti o imprenditori) all’interno di una impresa familiare. Un dato da non sottovalutare, se consideriamo che ci sono le relazioni affettive a fare da ago della bilancia tra il successo e la possibile uscita dal mercato di una realtà produttiva. Anche nei casi di imprese di piccole e medie dimensioni, le dinamiche all’interno di un’impresa di famiglia sono complesse, proprio perché di matrice affettiva. Servono strumenti di governance. E capacità di racconto di un modello, quello tutto italiano delle aziende a capitale familiare, che di fronte alla crisi in atto sta comunque tenendo, anche grazie a casi emblematici di successo
Valentina Lazzarotti
e best practice diffuse. Da qui la scelta del nome FABULA per il nuovo laboratorio della LIUC, che richiama il significato di racconto, strumento metodologico caratteristico del Lab. Non solo, FABULA evoca anche il trascorrere del tempo e il susseguirsi di eventi che coinvolgono generazioni imprenditoriali diverse, portando con sé la trasmissione di valori, conoscenze e saper fare. L’istinto imprenditoriale, così diffuso sul territorio, nel futuro potrebbe non bastare più. Occorre metodo scientifico, studio e ricerca. La LIUC riparte da qui.
Valentina Lazzarotti: “Il ruolo dei giovani imprenditori è determinante per il futuro di un’azienda. La loro capacità di contribuire con nuove idee alla strategia aziendale è un fattore cruciale per guidare lo sviluppo così come la rinascita delle imprese”
Salvatore Sciascia
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VITA ASSOCIATIVA
L’industria TIENE IN PIEDI IL PAESE
Definirli positivi sarebbe esagerato. Certo è che il 2020 per le imprese manifatturiere varesine si è chiuso con dati in ripresa rispetto alle funeste previsioni del primo lockdown. Roberto Grassi, Presidente Univa: “Ci stiamo adattando con estrema flessibilità e a suon di investimenti al nuovo contesto” Alessia Irene
UN PROGETTO PER IL TERRITORIO “Il territorio ha bisogno di una strategia e una visione comune”. Lo sguardo del Presidente di Univa, Roberto Grassi, non è solo rivolto al tanto citato, in questi mesi, Recovery Plan. Non c’è solo un nuovo Governo da incalzare con la visione delle imprese sulla politica economica nazionale. La competitività del sistema industriale si gioca anche a livello locale. In prima battuta sullo specifico fronte del rilancio della domanda pubblica. Qui l’idea è chiara e già tracciata da tempo dagli industriali varesini: “Serve un piano di investimenti in infrastrutture sostenibili (Pedemontana, collegamento ferroviario Malpensa T2-Gallarate, allargamento
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tratto ferroviario Rho-Gallarate) e in una nuova edilizia scolastica. Bisogna puntare su opere che facciano da stimolo per l’attivazione del lavoro, moderne in chiave ambientale e in grado di potare benefici di lungo periodo proiettando il territorio nel mondo”. Ma la sfida è anche quella di sfruttare le Olimpiadi 2026. “Possono essere un acceleratore di innovazione e sviluppo. Va in questa direzione l’accordo tra Regione Lombardia e Lombardia Aerospace Cluster per il lancio di progetti pilota per l’impiego dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie spaziali sui fronti della sicurezza, della mobilità sostenibile e della urban air mobility”. Non
può mancare poi un progetto per Malpensa. Su questo, Grassi ribadisce l’idea della “creazione di una Zona Logistica Speciale in grado di attrarre investimenti sul territorio”. Infine, la natalità. Il Presidente Univa è convinto che occorra “una seria strategia territoriale di contrasto a quello che è il vero freno al nostro sviluppo: l’andamento demografico. Un tema scomparso da qualsiasi agenda politica o economica, ma che è il vero nodo fondamentale per un futuro sostenibile, socialmente, economicamente e finanziariamente”.
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livelli produttivi in miglioramento nella gran parte dei settori. La risalita sul fronte del grado di utilizzo degli impianti. La quota di imprese che hanno continuato comunque ad investire superiore al 60%. Gli ultimi dati dell’Ufficio Studi di Univa
XXX evidenziano la resilienza del sistema produttivo varesino e delle sue imprese. “Nonostante tutte le difficoltà del momento, stiamo resistendo. Le imprese del sistema industriale stanno facendo da argine sociale alla crisi scatenata dalla pandemia”: comincia da qui l’analisi del Presidente
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dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Roberto Grassi, per commentare la situazione che sta vivendo la manifattura all’ombra delle Prealpi. Non è solo questione di guardare il bicchiere mezzo pieno. “All’elemento della resistenza si affianca anche quello
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VITA ASSOCIATIVA
del cambiamento che stiamo vivendo nelle imprese. Realtà che di fronte ad un mutamento dei paradigmi imposti dal virus e da una situazione di emergenza si stanno adattando con estrema flessibilità e a suon di investimenti al nuovo contesto”. In altre parole, il manifatturiero italiano, più nello specifico quello varesino “sta tenendo insieme il Paese, resistendo ad un’onda d’urto senza precedenti”, ribadisce il concetto il Presidente di Univa. E come ci sta riuscendo? “Non ancorandoci semplicemente a ciò che abbiamo sempre fatto, ma reinventandoci e innovando prodotti, processi, 34
organizzazione, metodo e approcci. Una trasformazione faticosa e silenziosa che vediamo nei numeri, non certo positivi, ma che di fronte alla crisi in atto fanno da barriera e mostrano la forza dei nostri fondamentali. Grazie a ciò, il sistema manifatturiero sta frenando una crisi che potrebbe essere ancora peggiore senza la capacità di reazione delle imprese industriali del territorio e di quelle dei servizi ad esse legati. Un ruolo che vogliamo rivendicare con forza e che è dell’impresa tutta: imprenditori e lavoratori insieme.” Sono proprio i numeri elaborati dall’indagine congiunturale relativa
al quarto trimestre del 2020 e realizzata dall’Ufficio Studi di Univa, a confermare parole e visione del Presidente Grassi. I dati, infatti, sono risultati meno negativi rispetto al periodo estivo. Si è, tuttavia, di fronte ad un miglioramento non sufficiente a colmare le ingenti perdite registrate, soprattutto nella prima parte dell’anno. Guardando nel complesso il 2020 “si stima, infatti, tra le imprese intervistate, una perdita media del fatturato di circa 14 punti percentuali rispetto al 2019”. Questo il dato che emerge dall’indagine dell’Unione Industriali. “Il miglioramento registrato - continua il rapporto -
non è omogeneo ed è differenziato in base ai settori e alla vicinanza al consumatore finale: i comparti più vicini alle catene distributive finali, come il tessile e abbigliamento, mostrano un rallentamento; viceversa, le filiere più a monte dell’industria, come ad esempio il metalmeccanico, segnano, con qualche eccezione, un miglioramento congiunturale nell’ultimo trimestre dell’anno”. Rimbalzi si registrano
Roberto Grassi
anche per il chimico-farmaceutico e la gomma-plastica. Sotto il profilo della produzione, evidenzia ancora l’Ufficio Studi di Univa, il 2020 si è chiuso con una ripresa (in parte fisiologica) “rispetto al trimestre precedente che comprende anche il mese di agosto. Il 66% delle imprese intervistate ha segnalato livelli produttivi in aumento rispetto al trimestre scorso, il 9,7% in calo, il 24,3% stabili. In crescita anche il grado di utilizzo degli impianti che arriva a 78,5%, rispetto al 71,4% registrato nel trimestre estivo.” Dati positivi, ma non certo sufficienti per festeggiare. Che la situazione permanga comunque difficile lo dice il ricorso agli ammortizzatori sociali con cui si chiude il 2020: 53,2 milioni di ore di cassa integrazione nell’industria varesina. L’800% in più rispetto al 2019. Un quadro complicato che non oscura, però, la voglia delle imprese varesine di scommettere sul
Il Presidente di Univa Roberto Grassi: “Nonostante tutte le difficoltà del momento, stiamo resistendo. Le imprese del sistema industriale stanno facendo da argine sociale alla crisi scatenata dalla pandemia” futuro. L’indagine sugli investimenti svolta sempre dall’Ufficio Studi di Univa, infatti, mette in evidenza come, pur in un anno atipico come il 2020, il 62% delle aziende del territorio abbia continuato ad investire in ammodernamenti, ampliamenti produttivi, ricerca e sviluppo, brevetti e adeguamenti degli spazi in ottica anti-covid.
L’AZIONE DI UNIVA PER LE IMPRESE Da una parte il ruolo di portavoce delle richieste dell’industria alla politica, ma dall’altra anche un attore sociale che vuole impegnarsi in prima persona per la crescita del territorio. “Vogliamo essere un esempio con un’azione di politica economica associativa al fianco delle imprese”. È questa la visione del Presidente di Univa, Roberto Grassi. Un’azione di rappresentanza che fa perno su tre driver di sviluppo: “Innovazione, internazionalizzazione, sostenibilità”. Sul primo punto, quello dell’innovazione, l’Unione Industriali punta molto, come spiega Grassi, “sulla trasformazione digitale, dove siamo in prima fila come Associazione, come Univa Servizi,
Digital Innovation Hub Lombardia e come LIUC – Università Cattaneo, in particolare sui fronti delle competenze”. Ma non c’è solo l’industria 4.0 nel mirino di Univa: “Puntiamo sullo sviluppo di nuove relazioni di filiera tra imprese, attraverso una piattaforma digitale che l’Unione degli Industriali sta realizzando insieme a Confindustria Lombardia: un vero e proprio hub ribattezzato Wollynet”. Centrale, però, rimane il secondo driver: l’internazionalizzazione. “Qui Univa accompagnerà le imprese nel riposizionamento sulle nuove catene globali del valore in via di formazione con un’azione molto pragmatica nei fronti della Brexit e delle nuove regole, dell’approccio alle
dogane, della contrattualistica internazionale e dell’export nel mercato cinese”. Il tutto senza perdere di vista la terza sfida, quella su cui si gioca il futuro: la sostenibilità. In ogni sua declinazione: ambientale (“Proseguiremo con la messa a terra delle nostre piattaforme digitali per l’incontro tra domanda e offerta di materiali sul territorio in ottica di economia circolare”); finanziaria (“Traghetteremo le imprese nella nuova geografia del credito in profonda trasformazione nel Paese e sul territorio: sia a tutela della liquidità, sia per il reperimento delle risorse necessarie alla ricapitalizzazione e agli investimenti”); sociale (“Faremo della promozione del welfare
aziendale, della conciliazione lavoro-famiglia e della promozione della salute negli ambienti di lavoro leve per contribuire a una strategia territoriale per incentivare la crescita demografica. È nel sostegno alla natalità il punto debole su cui possiamo cercare di incidere a livello provinciale, anche come imprese”). È questa, chiosa Grassi, “la nostra visione. La cultura d’impresa è cultura d’innovazione. Rivendichiamo con forza questo ruolo da cui trae vantaggio tutto il territorio. L’impresa oggi più che mai, in questi mesi di crisi, sta dimostrando la propria capacità di salvaguardare il presente sapendo guardare al futuro, adattandosi alle nuove dinamiche di un mondo in piena pandemia.”
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Alberto Bortoluzzi foto di Alberto Bortoluzzi
Per tutti è il “Bernascone”, nome tratto dall’architetto che nel XVII secolo ne progettò la costruzione. Da allora il campanile della Basilica di San Vittore è il simbolo (non solo religioso) di tutta la città di Varese. Ecco perché il cantiere che oggi ne cura il restauro rappresenta anche un momento di rinascita collettiva. Un’opera dai mille risvolti. Architettonici, storici, economici e tecnologici
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ngabbiato dai ponteggi, imponente per le sue dimensioni, il campanile della Basilica di San Vittore, sembra da qualche tempo uno dei nuovi grattacieli del quartiere di Citylife a Milano. La sua costruzione risale invece al marzo del 1617, quando in seguito all’ampliamento della basilica e all’abbattimento del suo vecchio campanile, su pressione di Carlo Borromeo prima, (1582) e Federico Borromeo poi, (1612) il progetto fu affidato all’architetto Giuseppe Bernascone, meglio conosciuto come il Mancino e ubicato all’esterno della basilica. Bernascone, a quei tempi, era l’architetto più in voga del momento, e molto conosciuto per aver realizzato 20 anni prima, il “Viale del Rosario,” e il campanile del Santuario di S. Maria del Monte (1599). Nel progetto iniziale, l’altezza del campanile avrebbe dovuto essere di 72 metri, per poter essere visibile fuori dalla cinta muraria, e far sì che le sue campane potessero venire udite anche in lontananza. I lavori ebbero inizio con la realizzazione di robuste fondamenta, per ovviare ai cedevoli terreni adiacenti la basilica, e la sua costruzione proseguì spedita fino al 1634, anno nel quale il Bernascone morì. (Si pensa per l’epidemia di peste narrata dal Manzoni). Il progetto venne poi ripreso da Giulio e Giuseppe Baroffio, e andò avanti a rilento, anche per la mancanza di fondi. Venne ultimato parecchi anni dopo, nel 1773. Essendo nel frattempo cambiati i gusti, lo stile da manierista divenne barocco, e anche il campanile fu modificato e innalzato fino a raggiungere l’altezza di 77,90 metri, che a tutt’oggi ne fanno l’edificio più alto della città. I materiali utilizzati per la sua costruzione furono il serizzo grigio della Val d’Ossola, e il laterizio rosso, che si può notare sulla sua facciata. Il monumento è giunto sino a noi senza particolari interventi di restauro, resistendo persino alle cannonate di rappresaglia austriache, ad opera del feldmaresciallo Karl Von Urban, indispettito che le campane avessero suonato a festa, durante la battaglia di Varese, all’ingresso dei garibaldini in città. Il recente presentarsi di alcune crepe nel basamento, e il distacco dall’alto di alcuni calcinacci, hanno fatto temere dei danni strutturali. Da qui la decisione della Curia di programmare una serie di importanti interventi, prima di indagine e poi di restauro. A fare da progettista è l’architetto Giorgio Vassalli: “Nonostante gli anni, possiamo dire che in generale il campanile gode di buona salute, la parte statica non presenta lesioni; l’architetto Bernascone ha fatto veramente un ottimo lavoro e di progettazione e di costruzione”. Vassalli custodisce ancora il progetto originale. Dispiega sulla scrivania un foglio vecchio di secoli: “Purtroppo molto conciato commenta dispiaciuto - ma ha un’enorme importanza storica, è infatti l’unico progetto del Bernascone giunto sino ai giorni nostri”. Mostra la piantina di come era la basilica di San Vittore e dove era situata la precedente torre campanaria al suo interno. Un breve flashback, per tornare subito ai giorni nostri: “I problemi
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più grossi - spiega l’architetto - sono oggi legati all’alterazione dei materiali, specialmente della parte lapidea. Il restauro verterà quindi soprattutto in un lavoro di manutenzione e ripristino conservativo, sia dell’interno, che dell’esterno del monumento”. La causa maggiore di degrado è legata “all’inquinamento atmosferico, che ha decretato un alterazione di alcune parti lapidee, causandone la sfogliazione, e il successivo distacco parziale in alcuni punti”, continua Vassalli. Prima, l’analisi approfondita del campanile, e una sua documentazione fotografica per sezioni. Poi, la valutazione di come intervenire sul manufatto e la presentazione di una proposta alla Curia e successivamente alla Soprintendenza delle Belle Arti. Queste le fasi da cui ha mosso i primi passi il progetto. “Ottenuta l’approvazione e i finanziamenti, è stata indetta una gara d’appalto, che è stata vinta dalla Gasparoli Srl di Gallarate, storica impresa di restauri dal 1854, che ha al suo attivo importanti cantieri come: la Galleria Vittorio Emanuele, le Basiliche di S. Ambrogio e S. Lorenzo, la Cà Granda a Milano, la Mole Antonelliana a Torino”. Salvo imprevisti il tempo totale dei lavori sarà di quattordici mesi. “Siamo partiti da una campagna diagnostica su materiali e strutture, con un controllo ravvicinato in particolare degli elementi sporgenti in quota”, racconta l’architetto Paolo Gasparoli dell’azienda
varesina: “Per il restauro abbiamo previsto: interventi di demolizione della struttura interna e la manutenzione di scale, corrimani, impalcati; il restauro della cella campanaria, del belvedere e della cupola; il restauro e la manutenzione dei paramenti esterni, lapidei e in laterizio; l’adeguamento degli impianti”. Per quanto riguarda le alterazioni lapidee del serizzo, che, come spiegato dall’architetto Vassalli, sembrano rappresentare uno dei problemi più gravi riscontrati “verranno usati dei consolidanti, e dove vi sono rischi di grossi distacchi, i pezzi verranno imperniati, mentre per piccole porzioni incollati. A seguire verrà fatto un consolidamento corticale, rifatte le sigillature, e infine dato un protettivo”, continua Gasparoli con piglio molto tecnico e preciso. Il cantiere è iniziato nella seconda metà di novembre 2020, con la costruzione dell’imponente ponteggio. “In questo momento - racconta ancora Gasparoli - stiamo eseguendo puliture con acqua e detergenti neutri su tutte le superfici; sono state anche eseguite iniziali campionature sulla cupola in rame, e su altre superfici per approvazione della direzione lavori e della Soprintendenza. Sulle parti alte, sotto il belvedere, sono in corso impegnative operazioni di estrazione dei sali solubili, con impacchi di polpa di carta e acqua distillata su velinature in carta giapponese. I lavori proseguiranno alacremente, come previsto dal cronoprogramma, e la loro conclusione è prevista per dicembre 2021”.
“Che io sappia, no, solo piccoli restauri negli anni Settanta, ma niente di più”. Nella storia del campanile della Basilica di San Vittore non c’è memoria di un’opera di ristrutturazione simile a quella che oggi ha “impacchettato” il simbolo di Varese. “Noi invece - rivela a Varesefocus, il Prevosto della città, Monsignor Luigi Panighetti – abbiamo programmato un intervento più massiccio, dopo
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che vi sono stati i primi distacchi di pezzi lapidei dal campanile”. Da dove si è partiti per trovare le risorse economiche necessarie ad una tale opera? Il caso ha voluto che la Fondazione Cariplo, proprio in quel periodo, avesse indetto un bando sui progetti emblematici maggiori, e che quell’anno Varese fosse tra le province che ne potevano fruire; abbiamo quindi potuto partecipare, e
successivamente vincere. Qual è l’importo stimato per il restauro? La cifra stimata, è stata valutata nel milione di euro, ma penso che con la scontistica ottenuta, alla fine riusciremo anche a spendere qualcosa di meno. La somma finale è stata raggiunta anche grazie al supporto della Regione Lombardia. A entrambi gli enti siamo profondamente grati per il sostegno al restauro di questo
edificio, che rappresenta un importante emblema per la città. Esistono iniziative religiose legate al campanile? L’otto dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, i vigili del fuoco issano sul campanile una corona per onorare la madonna e invocare la sua protezione sulla città. Questa manifestazione si svolge oramai da trenta/quaranta anni, ed è molto sentita in città.
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TERRITORIO
L’investimento NELLA PREISTORIA A dieci anni dal riconoscimento dell’Unesco, il patrimonio storico, culturale e didattico dell’Isolino Virginia è pronto al rilancio. Entra nel vivo la raccolta fondi per contribuire a finanziare il progetto del Comune di Varese che punta a valorizzare “La civiltà delle palafitte” attraverso il museo archeologico di Villa Mirabello. Per i donatori, i vantaggi fiscali dell’Art Bonus Sergio Redaelli
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o abbiamo a portata di mano e non ci facciamo più caso. Ma l’Isolino Virginia, oltre ad essere il sito palafitticolo dell’arco alpino di più antica frequentazione umana, si presta ad un affascinante gioco di fantasia: possiamo immaginarcelo abitato nella fase iniziale dell’età del Rame, fra 3350 e 3100 anni fa, da esseri in tutto e per tutto simili a Ötzi, l’uomo di Similaun, la mummia ritrovata nel 1991 in Val Senales e conservata al museo archeologico dell’Alto Adige a Bolzano. Un maschio adulto, alto 160 cm che al momento della morte doveva avere all’incirca 46 anni. Un’età ragguardevole per l’epoca. E uno dei primi delitti della storia umana. L’uomo venuto dal ghiaccio, come fu definito, aveva problemi ai polmoni, anneriti dalla fuliggine delle capanne e per avere respirato l’aria della lavorazione dei minerali di rame. Soffriva di artrosi e di artrite, i denti rovinati a furia di masticare farina di cereali impastati con la sabbia, fibre vegetali, pelle e tendini. Fu ucciso da una freccia che lo colpì alla spalla, penetrò nella scapola e ne provocò il dissanguamento. Un omicidio, dunque. Come scriverebbe un cronista di nera, non si conoscono altri particolari di cronaca. Se non che il corpo presenta tatuaggi nei punti sensibili al dolore
Il conservatore dei Musei Civici di Varese Barbara Cermesoni: “Vogliamo sfruttare la tecnologia per rendere visibile l’ambiente subacqueo e coinvolgere il turista. Finora abbiamo in cassa 30.200 euro di donazioni e l’adesione di un’azienda sponsor per 25.000”
come nell’odierna agopuntura. A testimonianza, forse, di una forma arcaica di medicina. In base alle date, e soltanto a quelle, possiamo immaginare il contemporaneo Ötzi tra gli abitanti delle palafitte dell’Isolino sul lago di Varese, patrimonio Unesco e luogo del cuore. Un gioiello conservato grazie alla lungimiranza di un industriale tessile del secolo romantico, Andrea Ponti, il proprietario del lago di Varese che nel 1878 lo intitolò alla moglie Virginia Ponti Pigna. Prima si chiamava isola di San Biagio, poi Camilla in onore della duchessa Camilla Litta Visconti Arese, infine Virginia quando la proprietà passò ai marchesi Ponti. Nel 1962, il marchese Gian Felice lo donò al Comune di Varese. Torniamo alle palafitte e affidiamo il racconto al conservatore dei Musei Civici di Varese Barbara Cermesoni, 51 anni, di Castiglione Olona, laureata in lettere classiche con indirizzo archeologico alla Statale di Milano con tesi sul villaggio neolitico di Sammardenchia, a Pozzuolo del Friuli, in provincia di Udine. Spiega l’archeologa: “Immaginiamo di essere nel periodo che segue il cambio di clima dell’ultima glaciazione. Muta l’ambiente. Nel vicino Oriente si cominciano a praticare l’agricoltura e la pastorizia, piccoli gruppi nomadi si muovono e arrivano in Europa. Portano con sé animali
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LUOGHI E BELLEZZE
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e semi già addomesticati, capre e pecore, s’insediano i primi coltivatori, che praticano anche caccia e pesca. In quel momento intorno al lago di Varese la vegetazione è già simile all’attuale, il clima caldo, più umido di oggi, nelle valli prospera l’abete bianco oggi scomparso. Vi pascolano cervi, cinghiali, lepri e nuotano i castori. S’aggirano i lupi, gli orsi bruni stanno più in alto, in alta valle”. Durante la preistoria l’Isolino è stato abitato per oltre 4 mila anni, dal Neolitico Antico alla fine dell’età del Bronzo, circa nel 900 avanti Cristo. Le date più antiche risalgono al 5300 a. C. Gli abitatori dell’età del Bronzo, il periodo di massima presenza, lasciano tracce di palafitte anche a Bodio, Cazzago, Galliate, Bardello, Besnate e intorno ai laghi di Comabbio e Monate. “Qui il terreno è più facile da lavorare – dice
L’appello del Sindaco di Varese: “Curiamo i beni che il mondo ci invidia” “L’Isolino Virginia, patrimonio Unesco, è diventato bene pubblico grazie alla donazione della famiglia Ponti, una dinastia di imprenditori capaci e generosi. La ricchezza del nostro territorio è legata a molti mecenati di questo calibro, persone che hanno creduto nell’importanza di investire nel bene pubblico e nel fare qualcosa per gli altri. Questo lascito ci interpella e ci chiama a non disperdere quanto abbiamo ricevuto. Occorre uscire da una mentalità che vede i beni pubblici come un patrimonio di competenza altrui: sono nostri! La donazione Ponti è, di fatto, di tutti noi. Mi auguro che anche oggi tanti varesini si sentano chiamati a dare il proprio contributo in prima persona. Un aiuto che, grazie all’Art Bonus, può anche diventare doppiamente conveniente, con la possibilità di recuperare il 65 per cento della donazione come credito di imposta. È un grande incentivo, che di fatto permette anche di lasciare sul nostro territorio una parte delle tasse che versiamo. L’appello che mi sento di rivolgere è molto semplice: chi può, contribuisca a curare beni che il mondo ci invidia. Possiamo riportare Varese e la Lombardia al centro dell’attenzione internazionale, come è stato nel passato. Possiamo segnare una svolta, investendo su una possibilità concreta per un futuro migliore. Un regalo per la scuola, per i varesini del domani e per la nostra crescita culturale, turistica ed economica”. Davide Galimberti Sindaco di Varese
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Dall’alto, la splendida flora dell’Isolino Virginia; l’imbarcadero da Biandronno; Pulizia dello scavo nell’isola, settembre 2020 (concessione del Ministero per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo); Sommozzatori al lavoro intorno a una palafitta nel lago di Varese
l’esperta - le comunità non conoscono ancora l’aratro, usano l’ascia di pietra e la scapola di cervo come zappa. I villaggi hanno poche case, due tre al massimo, costruite sui pali conficcati nella terra asciutta o sulla battigia, come quelle dell’Isolino, che l’acqua ha protetto per secoli. Poche decine di persone per ogni villaggio”. All’Isolino sono venuti alla luce carboni, semi, una corda in fibra vegetale (tracce di lavorazione del lino sono stati trovati alla Lagozza di Besnate). Nel Neolitico Medio si usano già i telai per la filatura e la tessitura. Anche l’ortica è una fibra che può essere tessuta. Poi vasi, olle, strumenti realizzati con la selce, oggetti d’osso e di corno. Prima di approdare a Varese, Barbara Cermesoni ha lavorato nel sito neolitico di Tremona, vicino a Mendrisio, di cui è stata correlatore a una tesi di laurea all’Università di Neuchâtel, ha collaborato con i musei archeologici di Como e Milano ed è stata conservatrice al museo di Erba per quattordici anni: “Occuparmi dell’Isolino era il mio sogno - confessa -. È un luogo spettacolare, ha una grande valenza paesaggistica e turistica, deve solo farsi conoscere in Italia e nel mondo. Ora abbiamo un grande progetto. Nel 2021 festeggiamo dieci anni dal riconoscimento Unesco con una mostra e il riallestimento del museo archeologico di Villa Mirabello a cura della Soprintendenza all’archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Lombardia occidentale. Il Comune di Varese e il sindaco Davide Galimberti ci stanno dando una mano con un piano d’investimenti. Vogliamo sfruttare la tecnologia per rendere visibile l’ambiente subacqueo e coinvolgere il turista. Finora abbiamo in cassa 30.200 euro di donazioni e l’adesione di un’azienda sponsor per 25.000”. Ancora una curiosità: l’uomo moderno potrebbe cavarsela se vivesse nella preistoria? “Temo che non saremmo in grado di sopravvivere, ci mancherebbe la manualità necessaria - risponde l’archeologa -. Però possiamo immaginare quel tipo di civiltà. Abbiamo un bravo archeologo di Arsago Seprio, Cristiano Brandolini, che sta ricostruendo al Museo Ponti l’interno di una palafitta con gli strumenti d’uso quotidiano, lavorando l’argilla e altri materiali dell’epoca. Anche così proviamo a fare rivivere il nostro passato”.
https://artbonus.gov.it comune.varese.it
Un giardino rmato Archiverde è sempre la rappresentazione di un’opera unica ed irripetibile pensata per stupire, sorprendere ed affascinare. Quando ricerca, metodo, tecnologia e immaginazione entrano in gioco all’unisono prende forma quella che potremmo deenire “cultura” del progetto nalizzato all’ambiente e al paesaggio. Archiverde è un’azienda che può parlare di sè grazie al potere convincente di ciò che crea. Inventare e creare uno spazio verde è l’insieme di tre parole che uniscono il concetto di rappresentazione di uno scenario: bellezza, spettacolarità e qualità.
TERRITORIO
I sentieri
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on la pandemia si è riscoperta la passione per l’outdoor e per le opere di diversi artisti locali che rendono ancora più magica l’esperienza di una passeggiata tra i boschi, rispettandoli. Piccoli capolavori di legno che costellano sentieri e ambientazioni verdi. La provincia di Varese conserva un inaspettato tesoro naturale tra i suoi boschi: le sculture lignee. A volte, le passeggiate tra gli alberi si trasformano in magici incontri con personaggi fatati del bosco trasformati in statue di legno che sembrano raccontare una storia a ogni passo. Sono i sentieri di sculture lignee che caratterizzano in particolare il nord della provincia, e che ricordano anche un’antica eccellenza locale varesina e lombarda, quella della scultura del legno, anche se oggi è andata in parte perdendosi. L’altro aspetto interessante di questi artistici mondi fatati è che sono tutti di origine recente, messi in piedi da artigiani contemporanei diventati artisti, che si sono appassionati a questo tipo di arte. Insomma: le sculture lignee sono tutt’altro che effigi del passato ma
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riscoperte moderne che continuano a stupire e appassionare.
Il Sentiero delle Sculture a Cocquio Trevisago
“Non puoi vivere una favola se ti manca il coraggio di entrare nel bosco” avvisa un curioso cartello di legno lungo il Sentiero 17 a Cerro di Caldana, minuscola frazione di Cocquio Trevisago, nel parco del Campo del Fiori. Qui inizia la favola che accompagna le famiglie e gli escursionisti diretti al Forte di Orino. Si tratta delle sculture di Sergio Terni, quarantenne con la passione per la scultura del legno ereditata durante una vacanza in Val d’Aosta, quando frequentò i corsi di intaglio e scultura del legno di Giuseppe Binel a Donnas. Insomma, come i veri artisti del passato Terni ha imparato a intagliare frequentando le botteghe artigianali come si usava a Firenze ai tempi di Andrea del Verrocchio, maestro di Leonardo da Vinci. L’artista ha approfondito con corsi appositi anche le sue conoscenze di anatomia, per calcolare con precisione le proporzioni per le sue sculture, proprio come fece Leonardo. Creature del bosco si mescolano a creature
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TERRITORIO
magiche o della tradizione popolare per una decina di statue lungo la passeggiata. Un “museo a cielo aperto” vivo, dove tornare ciclicamente e magari notare una scultura che ci si era persi, una in più o un particolare aggiuntivo. Il lavoro di Terni non è solo bello esteticamente ma anche rispettoso del bosco e della natura circostanti e anche della burocrazia, cosa forse ancora più complicata. Le piante che diventeranno sculture lignee sono tutte alberi morti, soprattutto castagni, il materiale migliore come resa in questo caso. Per ogni pianta sono stati inoltre chiesti permessi ai proprietari dei fondi e al Parco del Campo dei Fiori. Una volta completate queste formalità Terni si può mettere al lavoro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti percorrendo il sentiero. Le sculture sono disposte lungo il primo tratto del sentiero che dal piccolo borgo entra nel bosco per arrivare poi fino al Forte di Orino e “interagiscono” con i passanti. Ogni tanto ne appare una nuova. Si trovano nella parte più semplice della camminata, adatta quindi anche a famiglie, per
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“Non puoi vivere una favola se ti manca il coraggio di entrare nel bosco” avvisa un curioso cartello di legno lungo il Sentiero 17 a Cerro di Caldana, minuscola frazione di Cocquio Trevisago, nel parco del Campo dei Fiori. Qui inizia la favola che accompagna le famiglie e gli escursionisti diretti al Forte di Orino con le sculture di Sergio Terni
la maggior parte su terreno pianeggiante. Si entra nella favola dopo la “pergamena” che invita ad addentrarsi nel bosco e la “benedizione” del Guardiano. E poi via alla scoperta di streghe, gnomi, elfi, divinità leggendarie, ma anche animaletti del bosco come scoiattoli, ragni, persino una vipera intagliata che emerge dalle pietre. Una camminata che si trasforma in gioco per individuare più statue possibili e che affascina bimbi ma anche gli adulti che li accompagnano. La maggior parte delle sculture è del 2016 ma negli anni il sentiero si è arricchito di personaggi fantastici, fino all’elfo col fungo dello scorso anno. Da lì, si può scegliere se tornare indietro, girare a destra e compiere un percorso ad anello oppure proseguire verso il Forte di Orino, se il tempo lo permette. Come ogni viaggio però, l’importante non è la meta ma il percorso, alla scoperta delle sculture lignee di Terni e delle loro storie, una delle quali dedicata a personaggi mitologici come la Dea Berta, protettrice della vegetazione, tratta da un’antica leggenda celtica. Le sculture lignee di Terni abbelliscono anche alcuni dettagli del borgo di Cerro di Caldana: un pugno di casette attorno a una chiesa che merita di essere scoperto ma, proprio come fa Terni con le sue sculture, “con rispetto”. Un piccolo paese non è in grado di ospitare assembramenti eccessivi, soprattutto in questo periodo. L’ideale è frequentarlo rispettando spazi e silenzi, lasciando le auto nei parcheggi
autorizzati e non lungo le strade già strette, intralciando il traffico degli abitanti locali. Si può anche lasciare l’auto a Caldana, e non a Cerro, dove c’è un parcheggio un po’ più ampio, e raggiungere da lì il sentiero che poi porta alle sculture fatate.
Il Bosco delle Fate a Germignaga
Proseguendo verso il nord della Provincia gli appassionati di mondi magici trovano un altro esempio di arte legata alla natura, il Bosco delle Fate a Germignaga, lungo il percorso Alto Verbano, per la precisione, il sentiero escursionistico 214A che da Germignaga sale a Brezzo di Bedero lungo la valle del torrente San Giovanni. La passeggiata parte all’altezza delle scuole medie della cittadina e dopo un quarto d’ora circa di cammino si arriva alla scoperta delle piccole creature magiche del Bosco delle Fate, tra installazioni in legno e pietra dove fermarsi a scattare una foto e piccole sagome fatate che accompagnano lungo il cammino. Una sorpresa che rende ancora più piacevole addentrarsi nel verde e soprattutto assaporare il senso di incanto che ancora un bosco può regalare. In questo caso è l’associazione Gruppo Podistico Alto Verbano a darsi da fare per mantenere il luogo pulito e in ordine, ma è necessaria la collaborazione di tutti. Le regole sono semplici: lasciare pulito dove si passa, non strappare o raccogliere fiori e piante selvatici.
Le sculture sulla ciclopedonale di Corgeno
Un altro esempio di arte immersa nell’ambiente sono le sculture surreali di pietra e legno che si possono ammirare stavolta a Sud della
Sul sentiero che parte da Cerro di Caldana si va alla scoperta di streghe, gnomi, elfi, divinità leggendarie, ma anche animaletti del bosco come scoiattoli, ragni, persino una vipera intagliata che emerge dalle pietre. Una camminata che si trasforma in gioco per individuare più statue possibili e che affascina bimbi ma anche gli adulti che li accompagnano
provincia, a Corgeno, frazione di Vergiate, lungo la ciclopedonale che circonda il lago. Un piccolo comune, Vergiate, che ha dato i natali a diversi personaggi noti nel campo dell’arte e non solo: basti pensare che qui aveva la sua villa - atelier Enrico Baj. Qui è nato anche Giorgio Locatelli, celebre chef e giudice di un noto programma televisivo. E qui ci sono le sculture en plain air dell’artista locale Mario Favini, conosciuto anche come Mario da Corgeno. Le sue sculture accompagnano il visitatore lungo la strada che da Corgeno, costeggiando il piccolo lago, porta, passeggiando verso sinistra, a Mercallo. Un paesaggio surreale e astratto che si integra alla perfezione con la natura e le linee del panorama circostante: volti sfumati emergono da sculture di bronzo, monoliti misteriosi emergono da prati e giardini. Interessante anche villa atelier dell’artista: impossibile non notarla, tra finestre sottosopra, varchi rotondi e geometrie stravolte. Anche in questo caso, a pochi passi nel verde, un’ambientazione che trasforma la passeggiata nella natura in qualcosa di magico e fiabesco, con elementi naturali come “tela” su cui dipingere sensazioni e nuovi punti di vista. 51
Come ci siamo trasformati con la pandemia e come possiamo affrontare il futuro? Come possono farlo, in particolare, i giovani imprenditori? Ne parliamo nel progetto congiunto targato Gruppo Giovani Imprenditori di Univa e Varesefocus. Un ciclo di video-interviste con testimonianze di docenti universitari, economisti, sociologi e sportivi con l'obiettivo di offrire brevi spunti di riflessione e visioni di futuro. Idee e consigli per cambiare noi stessi e il mondo, in meglio. Scopri i video su Unione degli Industriali della Provincia di Varese Playlist "Pop up your mind"
www.varesefocus.it www.ggi.univa.va.it
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a Gallarate e dintorni Alessandra Foto di Salvatore Benvenga
Gli scorci suggestivi della Bochina, gli inaspettati ponti sull’Arnetta, l’inconfondibile stile liberty degli edifici storici e delle fabbriche: la città dei due galli vista attraverso la reflex di Salvatore Benvenga, Presidente del fotoclub Il Sestante. Idee e ispirazioni per scoprire alcuni aspetti meno noti di quartieri e zone verdi, da immortalare in tutto il loro fascino
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roseguono le passeggiate urbane fotografiche di Varesefocus in collaborazione con associazioni e professionisti locali che ci aiutano a scoprire con un tocco inedito città e quartieri. In questo numero il foto-tour ci porta a Gallarate assieme a Salvatore Benvenga, Presidente del fotoclub Il Sestante, storica realtà gallaratese che da anni immortala, racconta e valorizza il patrimonio urbano e l’amore per la fotografia. L’arrivo della primavera, infatti, si fa interessante anche per chi vuole restare in città o sceglie di vederla con occhi diversi, magari con macchina fotografica al seguito. Chi meglio di un fotoclub può darci qualche dritta per scoprire itinerari e suggestioni originali? Lo abbiamo chiesto a Benvenga, che ama passeggiare per la sua città e alla quale ha dedicato pubblicazioni e mostre.
Fotowalk in Boschina
“Con l’arrivo della primavera Gallarate offre spunti interessanti anche per chi ama i paesaggi agresti all’aria aperta” spiega. “In primis la
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Salvatore Benvenga: “Ormai con i cellulari le foto belle vengono sempre, ma io consiglio, se si può, di uscire con una macchina fotografica, per giocare con il diaframma, rendendo le immagini più personali e vive”
Boschina, e la zona che si estende dietro il quartiere Moriggia”. La Boschina in effetti è un piccolo polmone verde che si riempie di fiori e profumi in primavera. Si trova alla periferia di Gallarate, nel rione di Crenna (che era comune autonomo fino al 1923), su una collina morenica che è anche il punto più alto della zona, a tutto vantaggio del panorama. Quest’area verde, inserita nel Parco del Ticino, è ricca di specie vegetali autoctone e sentieri interessanti, con scorci tutti da fotografare. Splendide prospettive si trovano lungo il sentiero che da Crenna (partendo dalla ex centrale del Latte) si dirama e può condurre ad Arsago lungo i boschi, piuttosto che ai pratoni confinanti con il quartiere Moriggia. Tra le meraviglie naturali o curiosità umane che è possibile trovare lungo il percorso, anche l’oramai abbandonata casa dei cacciatori. “Ci sono vari modi per affrontare il
Dall’alto, in senso orario, La casa dei cacciatori; Case e Alloggi, via Ronchetti; Installazione a Boschina; Boschina Estate; Manifattura Maino, via Pegoraro. Nell’altra pagina, Boschina, Crenna; Salvatore Benvenga, l’autore delle fotografie
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percorso peraltro agevole, bastano un paio di scarpe con un minimo di suola di gomma scolpita - spiega Benvenga -. Uno è quello che parte dalla vecchia Centrale del Latte, la si lascia sulla destra e a meno di cento metri inizia il sentiero che entra dritto nel bosco ed arriva (considerato comunque che ci sono nel frattempo almeno un paio di deviazioni possibili se si vuole fare un altro giro) dopo circa 250 metri al ponticello che supera la valletta della ferrovia per Luino. Oltre il ponticello si può costeggiarla in parallelo (tenendo i binari sulla sinistra) e giungere al Cimitero di Crenna, ovvero al ponticello deviare a destra e poi scegliere, in base ai cartelli indicatori, quale percorso si vuole fare. Uno dei più semplici e meno impegnativi è quello che (tornando indietro a semicerchio rispetto alla ferrovia) porta sempre al cimitero di Crenna ma attraversando i pratoni confinanti con la Moriggia”. Per le foto in natura, consiglia Benvenga, può essere utile un grandangolo, per abbracciare i panorami. “Ormai con i cellulari le foto belle vengono sempre, ma io consiglio, se si può, di uscire con una macchina fotografica, per giocare con il diaframma, cosa impossibile con un telefonino, e dare risalto a contrasti e messe a fuoco, rendendo le immagini più personali e vive”.
Lungo il fiume Arnetta
Per gli amanti dell’outdoor, Benvenga suggerisce anche una passeggiata fotografica tra città e natura, seguendo il corso del fiume Arno, o “Arnetta”, come lo chiamano i locali. “Seguire il suo corso è molto interessante: dalle golene di Cedrate fino in fondo, ad Arnate, si toccano più rioni e si scopre la storia del fiume e quella della città. Si può partire da Cedrate, scoprire le golene, per poi proseguire verso la chiesa del Lazzaretto, via Volta, fino alla contrada le Brodo e ad Arnate”. Il fotografo consiglia di soffermarsi anche a osservare i ponti che accompagnano lungo il percorso, ciascuno con il suo stile, la sua storia, i suoi dettagli e ambientazioni da fotografare. Le golene sono delle zone pianeggianti fra il letto di magra di un corso d’acqua e il suo argine, che vengono inondate durante il periodo di piena di un fiume. Aree pianeggianti e umide, affascinanti anche per chi vuole cimentarsi con la fotografia di paesaggio in bianco e nero.
Tra le ville Liberty di Gallarate
Al tema è stato dedicato un libro, “Il Liberty a Gallarate” dell’architetto Piermichele Miano 56
Il Sestante, memoria storica locale Il Fotoclub Il Sestante di Gallarate, è tra i dieci fotoclub regionali di più antica data (lista Fiaf, Federazione italiana associazioni fotografiche). Consegue il titolo di Benemerito della Fotografia Italiana assegnato dalla Federazione Italiana delle Arti Fotografiche nel 1990. La data ufficiale di nascita risale al 15 novembre 1963 per iniziativa di un terzetto di appassionati: Angelo Garzolino, Gaetano Milani e Libero Florio. La scelta del nome, Sestante, viene fatta dai tre cofondatori perché identifica lo strumento impiegato per stabilire la giusta rotta da seguire, anche se naturalmente qui riferita al campo cinefotografico. Attivo protagonista della cultura gallaratese, il Sestante organizza ancora oggi corsi di fotografia di ottimo livello e continua a rappresentare dopo oltre mezzo secolo di attività, una delle migliori palestre per quanto riguarda l’esercizio della produzione e analisi fotografica, oltre ad essere parte attiva in numerosi eventi culturali cittadini e non. Per saperne di più: fotoclubilsestante.it
con al suo interno diverse foto proprio di Benvenga. E questo aspetto della città, dove lo stile iniziò tardi, finì presto ma lasciò moltissime testimonianze interessanti dal 1910 al 1921, diventa un tema affascinante anche per un tour fotografico. Gli esempi Liberty a Gallarate sono differenti, alcuni più fedeli allo stile originario, altri sulla scia degli architetti Giovanni Sommaruga e Camillo Boito (che ha progettato la facciata della Basilica di Santa Maria Assunta di Gallarate), come Villa Borgomaneri e Villa Mauri. Tra i tesori Liberty in città anche alcune aziende, come le manifatture Bassetti, Maino e Borgomaneri; le case operaie e residenziali, come quelle costruite per conto della Società Macchi e le splendide ville (in maggior parte ad opera dello Studio Tenconi-Moroni) che caratterizzano l’area urbana lungo la strada del Sempione, nel quartiere tra via Volta e via Cavallotti. Gli esempi sono numerosi, insomma, e comprendono edifici interi ma anche solo particolari, balconi, facciate. Per questo anche solo un’ottica fissa può regalare scatti di dettagli interessanti in questo percorso. “Non sempre bisogna svelare tutto in una foto, si può andare anche per induzione, e focalizzarsi su un particolare per raccontare il generale”, spiega Benvenga. “Un’ottica fissa può essere una buona compagna di viaggio in questi casi, o un grandangolo, per dare vedute più ampie”. Alcune tappe da non perdere, come emerso dal libro di Miano sono Casa Gino Borgomaneri, in via Roma dello studio Tenconi & Moroni; il “condominio” della società Case e Alloggi Macchi, in via Borgo Antico, oggi casa Pastorelli, dell’ingegner De Rizzoli; Casa Mauri in via Solferino, oggi Casa Sironi, dell’architetto Moroni; la tomba Ranchet nel cimitero centrale dell’architetto milanese Bossi. Come annota Piermichele Miano nel suo libro: “Queste quattro realizzazioni, ciascuna per il suo verso, indicano con chiarezza il livello espressivo raggiunto dal nuovo stile in città. Si tratta di realizzazioni di dimensioni e ruolo urbano non paragonabili a quelle di altre importanti città, ma comunque di assoluto pregio, nel tessuto edilizio cittadino”.
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ARTE
L’IMPRENDITORE
dell’armonia Luisa Negri
Tornano nella Sala degli Arazzi del Museo Ma*Ga di Gallarate i colori di Ottavio e Rosita Missoni. L’occasione è rappresentata dai cento anni dalla nascita dell’industriale che scelse Sumirago come fonte di ispirazione per la sua arte con cui ancora oggi la casa di moda varesina veste donne e uomini di tutto il mondo
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ello sport aveva già raggiunto traguardi stellari. Entrato nel gotha dell’atletica con la Società ginnastica gallaratese, per partecipare alle Olimpiadi del 1948, Ottavio Missoni si piazzò sesto, nella finale dei 400 metri a ostacoli. E fu lì, nel dopoguerra londinese che preludeva alla Swinging London, che incontrò la donna della sua vita, Rosita Jelmini. Timida e giovanissima lei, più intraprendente lui, scoccò comunque la scintilla. Che avrebbe acceso non solo la fiamma di un amore durato una vita, e mai spento, ma anche la miccia della fantasia imprenditoriale di una coppia e di un’intera famiglia. Lui artista, innamorato dei colori accesi e contrastati, lei più pratica ed esperta, già cresciuta in un’azienda familiare di Golasecca che produceva scialli e tessuti ricamati. Partita con un’attività iniziale di tute sportive negli anni Cinquanta, in Via Cattaneo, la Missoni, trasferitasi a Sumirago nel 1968, è oggi una grande azienda di famiglia, conosciuta e diffusa nel mondo, retta, oltre che da Rosita, dai figli Angela e Luca. E per lungo tempo, fino alla tragica scomparsa, anche da Vittorio. Raccontava Ottavio che era cominciato tutto
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Il Ma*Ga mette in mostra una scelta di estrosi tessuti in maglia esposti a Venezia nel ’35, nonché una selezione di studi originali, da lui sempre eseguiti con pennarelli colorati su carta quadrettata, e la serie di dipinti policromi in acrilico su tavola, creati in forma sperimentale nei primi anni ‘70
da un appartamento di cento metri quadrati e un seminterrato adibito a laboratorio. “Avevamo quattro o cinque macchine e una dozzina di dipendenti. E noi due, membri della società, che facevamo un po’ di tutto.” Alle tute sportive avevano aggiunto un piccolo campionario di capi femminili. Cominciarono a produrre per Biki, poi per La Rinascente. A farli conoscere fu l’abito camicia in maglia di lana. Era la primavera del ‘58. Fu battezzato come “l’abito Milano Simpathy”: era a righe verticali, coloratissime, e venne ripreso dalla disegnatrice Brunetta in una pagina pubblicitaria del Corriere della Sera. Quel capo portava finalmente la piccola, ma prestigiosa, etichetta Missoni. Oggi il marchio Missoni è ovunque conosciuto per l’originalità cromatica dei suoi abiti, della biancheria e degli arredi per la casa, dei tappeti. E di quegli arazzi strepitosi che sono pura arte, tanto da avere trovato posto in alcuni tra i più importanti musei internazionali. Al Ma*ga furono dedicate nel 2015, in concomitanza con l’Expo di Milano, la mostraevento “Missoni, l’Arte, il Colore” (Varesefocus, maggio 2015) e una sala, allestita dal figlio Luca e da Angelo Jelmini, dedicata agli arazzi del patriarca. Fu un successo.
Lo scorso mese la stessa Sala degli Arazzi è stata riallestita, in collaborazione con La Fondazione Ottavio e Rosita Missoni, per il centenario della nascita dell’imprenditore. Nato l’11 febbraio del 1921 a Ragusa, si era spento a 92 anni, il 9 maggio del 2013, nella sua Sumirago. Sono ora esposti documenti, foto e oggetti che ne ricordano l’attività di atleta premiatissimo sempre, versato in diverse specialità, e iniziata ai più alti livelli già nel ’37. Interrotta nel tempo, fu poi ripresa nella frequentazione dei Master. Dell’imprenditore artista sono invece presenti una scelta di estrosi tessuti in maglia esposti a Venezia nel ’35, nonché una selezione di studi originali, da lui sempre eseguiti con pennarelli colorati su carta quadrettata, e la serie di dipinti policromi in acrilico su tavola, creati in forma sperimentale nei primi anni ‘70. Poggiati per terra, o sospesi nell’ ampia sala dedicata, che si trova al piano superiore del Museo, sono poi i suoi Arazzi, realizzati con la tecnica patchwork in tessuto di maglia. Fu Renato Cardazzo, su segnalazione di Andrea Cascella, a portare Ottavio alla Galleria Navigliovenezia di Guido Ballo, nel 1975, con la mostra “Missoni e la ‘macchina-mago’ e quei campioni di tessuti oggi presenti proprio in
Sala Arazzi. Sottolineandone in catalogo le già evidenti doti artistiche, alla base della creatività imprenditoriale, scriveva Ballo:“La tavolozza, e anche i disegni in nero, richiamano i tessuti di Mackintosh, Klimt e la Scuola Viennese, ma anche certo Klee, certo Kandinsky del cavaliere Azzurro di Monaco: agli inizi della sua attività non aveva ancora una coscienza culturale chiara come oggi, ma da anni nell’ambiente milanese Missoni frequenta artisti, mostre e ha potuto studiare meglio i rapporti con le fonti che hanno stimolato in lui affinità di simpatie”. Nel ‘78 la coppia Missoni festeggiava i venticinque anni di attività con una mostra alla Rotonda di Via Besana a Milano. E Ottavio pensò di ricoprire le colonne dello spazio espositivo, alte venti metri, con enormi patchwork fatti coi loro tessuti. Il risultato fu entusiasmante. Enzo Biagi, nel 1981, in occasione di un’altra rassegna, “I nuovi arazzi di Missoni”, questa volta a Milano, Galleria del Naviglio, così descriveva le prodigiose creazioni: “Ottavio Missoni rompe gli schemi, e offre ancora una prova di straordinaria immaginazione (...) I tessuti che inventa potrebbero stare benissimo in cornice, c’è dentro l’esperienza astratta e parecchia arte 59
LUOGHI E BELLEZZE
ARTE
Il Ma*Ga diventa polo culturale
di avanguardia, qualcosa che eccita, come certe musiche”. E rivelava tutto il suo entusiasmo per “quei pezzetti di lana, mischiati come nei giochi di un caleidoscopio” che “compongono miraggi e chimere, ma prendono poi anche una consistenza fisica. Sembra la terra vista da lontanissimi cieli, aride spiagge, laghi nordici, deserti rosa, foreste cupe e campi appena arati. Tramonti estenuanti, soffici schiume di mari gialli, bianchi, marroni, prati di fiori sconosciuti, e poi composizioni di un rigore che non si concilia con altri schemi. Ottavio non è un naîf, ha visto e capito”. Di Kandinsky si sa che Ottavio amava gli azzurri, perché gli ricordavano il cielo e il mare della sua Zara, la città in cui era arrivato a dieci anni dalla nativa Ragusa. Così come la scelta di Sumirago fu per amore della vista delle montagne e del verde. Lo stesso giardino attorno alla ditta è stato allestito e curato dal patriarca. Tutto questo è noto. La natura, nel lavoro di Ottavio, è stata sempre presenza costante. E fondamentale fonte di ispirazione. Benché, sull’ispirazione, la pensasse come ogni vero artista, lasciando aperta ogni possibile risposta. “Difficile - spiegava Ottavio - stabilire che cosa ci ispira. Le fonti sono tante e variegate... una lettura, un tramonto, un bicchiere di vino, un fiore, anche un’opera d’arte... sarebbe semplice 60
Da centro espositivo e sede permanente delle importanti collezioni nate dal Premio Arti Visive Città di Gallarate, fondato nel 1949 da Lugi Zanella, a polo culturale aperto a sempre nuove iniziative. Il Ma*ga, in un progetto condiviso con il Comune e la biblioteca Lugi Majno, si propone ora quale centro propulsore della vita culturale gallaratese e della intera provincia, a partire già da questa primavera. Le attività intraprese saranno rivolte al design, alla musica, alla scrittura, alla letteratura, alla moda, e coinvolgeranno particolarmente i giovani. Non solo in quanto destinatari di nuove conoscenze, ma perché nel tempo guidati e orientati anche professionalmente. È il caso di Academy Young, progetto nel progetto - vincitore di un bando della Regione Lombardia - cui partecipano, accanto al Ma*ga e alla biblioteca, diversi partner. Tra questi anche due associazioni di giovani under 35: Mondo Internazionale presieduto da Michele Pavan - che si interessa di progettazione, organizzazione e produzione delle attività, e Il Colorificio che si occuperà di un open call e di un progetto espositivo per artisti emergenti.
stabilire che la natura è l’ispiratrice di tutte le arti e le arti primitive sono le più vicine alla natura e che noi siamo sempre stati affascinati da queste forme di arte popolare, folcloristica”. Al colore, componente fondamentale della sua arte, riconosceva invece il merito di poter condurre al più alto traguardo possibile di qualunque ricerca umana, professionale, spirituale, o dilettantistica che fosse: l’armonia. “A me piace paragonare il colore alla musica, sette note appena, ma infinite melodie sono state composte con queste sette note. Quanti colori di base ci sono? Non ricordo, forse sette come le note musicali, ma i colori quanti toni? Infiniti, come infiniti sono i cromatismi che compongono un’opera d’arte”. E concludeva:“Ecco, armonia, un termine che va bene per la musica ma anche per il colore”. È stata questa la parola magica di Tai, il patriarca. Armonia. L’ha avuta e l’ha regalata. Non solo nel lavoro, ma nella vita di ogni giorno. Nell’amicizia, in famiglia, nell’impegno civile - era sindaco del libero comune di Zara in esilio - e ovunque all’antico atleta fosse consentito spingere cuore e gambe. Sopra, alcune foto della mostra, foto di Luca Missoni. In apertura, la Sala degli Arazzi, courtesy Missoni
SPORT
Il soffio di Eolo SUL GIRO D’ITALIA Andrea Della Bella
Ha un cuore varesino il progetto sportivo della nuova squadra italiana di ciclismo Eolo Kometa su cui hanno deciso di investire l’imprenditore del territorio, Luca Spada, e il suo collega del settore alimentare Giacomo Pedranzini. E che coinvolge nomi del calibro di Ivan Basso e Alberto Contador
È
spuntata una Kometa, non nel cielo, ma sulle strade mondiali del ciclismo. Ed è spinta dal soffio di Eolo, non il dio dei venti, ma l’azienda di Busto Arsizio leader nella connessione internet wi-fi. Realtà che in questo progetto sportivo è molto di più del main sponsor. E già nel doppio nome, Eolo - Kometa, sono presenti tutti gli ingredienti per dare vita a una bellissima narrazione sportiva. Ma i protagonisti che hanno messo le ali al progetto, ovvero gli imprenditori Luca Spada, presidente e fondatore di Eolo, Giacomo Pedranzini, amministratore delegato di Kometa (realtà che opera in campo alimentare), e gli uomini di sport quali Ivan Basso, Sport manager ProTeam del cycling team e Alberto Contador, Presidente Fundaciòn Alberto Contador, non è gente che si balocca troppo con le parole. Il loro obiettivo è fare bene. Che tradotto, anche sulla base dei rispettivi curriculum imprenditoriali e sportivi significa vincere. E per farlo hanno già iniziato a pedalare. Gli atleti scelti per scrivere il primo capitolo di questa nuova storia di ciclismo, che ha radici profonde nella nostra provincia, sul campo, anzi sulle strade, hanno già fatto capire che qui si fa
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sul serio. Alla Classica Comunitat Valenciana, la gara d’esordio per la Eolo Kometa, Luca Pacioni si è classificato sesto. Un buon auspicio per una stagione che sarà complicata per via della pandemia. E che vedrà la squadra ai nastri di partenza anche del Giro d’Italia. Obiettivi chiari e valori sani sono i pilastri di questo progetto, che in realtà pedala da quasi tre anni, ma che, come ha dichiarato Ivan Basso al momento della presentazione, “ora ha preso un’altra forma, un’altra dimensione, un’altra velocità, un’altra speranza. Siamo molto grati a Eolo per aver creduto in un progetto a lungo termine e aver preso l’iniziativa con grande entusiasmo. E ringraziamo Kometa per averci sostenuto e per aver portato avanti il loro impegno. Sono molto orgoglioso di poter contare su una squadra in più in Italia che entra nel grande ciclismo, con la maggioranza dei corridori italiani e un quartier generale per la squadra”.
I nomi della squadra
Luca Spada: “Il parallelismo fra la mission di Eolo, portare internet dove gli altri non arrivano, e il ciclismo, che porta i grandi campioni sportivi anche nei piccoli comuni, mi ha subito affascinato”
E chi non pone limite, ma anzi rilancia, proprio come era abituato a fare quando era in sella, è l’anima spagnola di questo progetto, ovvero Alberto Contador: “Siamo nati come ProTeam, ma vogliamo continuare a crescere. Lavoreremo ogni giorno molto duramente, per non fermarci”. A fare sintesi sui valori che Eolo e Kometa condividono, traducono ogni giorno nelle rispettive aziende e ora, con convinzione vogliono portare in questo progetto è Giacomo Pedranzini: “Kometa da sempre è impegnata a promuovere una corretta alimentazione e uno stile di vita attivo, senza perdere di vista l’enorme vantaggio che uno sport come il ciclismo porta all’ambiente. Oggi, grazie all’importante ingresso di Eolo il progetto assume ancora più forma, vigore e sostanza nel perimetro di valori comuni come la sostenibilità, la responsabilità e l’innovazione”. Insomma, se Kometa illumina la strada, il soffio di Eolo la spinge alla vittoria.
La squadra che unisce talenti nostrani e non, è composta da: John Archibald (14/11/1990), Mark Christian (20/10/1990), Diego Pablo Sevilla (04/03/1996), Marton Dina (11/04/1996), Alejandro Ropero (17/04/1998), Arturo Gravalos (02/03/1998), Daniel Viegas (05/01/1998), Sergio Garcia (11/06/1999), Erik Fetter (05/04/2000), Francesco Gavazzi (01/08/1984), Luca Wackermann (13/03/1992), Luca Pacioni (13/08/1993), Edward Ravasi (05/06/1994), Mattia Frapporti (02/07/1994), Manuel Belletti (14/10/1995), Lorenzo Fortunato (09/05/1996), Vincenzo Albanese (12/11,1996), Davide Bais (02/04/1998), Samuele Rivi (11/05/1998), Alessandro Fancellu (24/04/2000).
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SPORT
INTERVISTA
Luca Spada
“ECCO PERCHÉ HO DECISO DI INVESTIRE NEL CICLISMO”
L
uca Spada arriva dove non tutti non possono arrivare. Con Eolo, la sua azienda, che porta connessioni internet dove i fili della rete non sono arrivati o non possono arrivare. E con le proprie gambe, perché prima del ciclismo ci sono i trail: corsa in montagna, salita dura, per tanti quando la rampa attacca, per pochi quando l’ascesa fa selezione. E ora il ciclismo, con il progetto Eolo Kometa, che promette di non essere certo di passaggio, ma semmai di segnare negli anni un percorso luminoso. Una strada che diventi modello da seguire. Luca Spada, cosa l’ha spinta a investire nel progetto Eolo Kometa? La mia passione per il ciclismo è relativamente recente. Da sempre sono appassionato di corsa, ma negli ultimi periodi ho introdotto nei miei allenamenti anche la bici, quattro giorni a settimana. È stato per me come scoprire un mondo nuovo, visto da una prospettiva diversa. Conoscere il mondo del ciclismo mi ha permesso di vedere subito i legami fra questo sport e la nostra azienda, dal grande impegno per il raggiungimento dei risultati e la centralità del gioco di squadra, alla volontà di unire tutto il Paese in una grande rete unica. Il parallelismo fra la mission di Eolo, portare internet dove gli altri non arrivano, e il ciclismo, che porta i grandi campioni sportivi anche nei piccoli comuni, mi ha subito affascinato. Eolo nell’immaginario di tutti fa subito pensare a connessione, ma soprattutto innovazione. Sono concetti questi che declinerà anche nella nuova avventura sportiva? Come? Credo che il concetto di innovazione sia integrato con la natura stessa di questo progetto, perché innovare vuol dire fondamentalmente due cose: impegno e sacrificio da un lato, investire nei giovani talenti dall’altro. Innovare significa anche creare valore duraturo per tutto il sistema Paese: siamo convinti che il nostro nuovo team italiano e composto
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prevalente da giovani talenti italiani saprà portare un grande contributo alla fama sportiva internazionale del nostro Paese e del nostro territorio varesino. Oggi il ciclismo, ma prima ancora il mondo dei runners. Investire nello sport non è una scelta estemporanea. È così? No, infatti. Io sono un grande amante dello sport, sia perché l’attività fisica fa bene al corpo e alla mente, sia perché trovo fondamentali per tutta la società i valori che esso esprime. La mia idea di fare business è che l’azienda abbia un impatto positivo nella comunità in cui opera, sia a livello economico che sociale. Per questo motivo investire nel mondo sportivo è stato per noi naturale. Un imprenditore, quando decide di investire fissa degli obiettivi. Nel caso di Eolo Kometa quali sono i traguardi a cui punta? Il nostro è un progetto a lungo termine, che presenta grandi potenzialità. Abbiamo una nuova squadra italiana composta di giovani talenti, alcuni dei quali vere e proprie promesse del ciclismo, e abbiamo grandi nomi per guidarli e formarli: Basso e Contador. Questo mix crea il presupposto ideale per aspettarsi grandi risultati. Un primo traguardo molto importante era la partecipazione al Giro d’Italia, confermata pochi giorni fa. La stagione è iniziata. Le prime sensazioni. Molto positive, i ragazzi stanno facendo bene e si sono comportati da vero team nelle prime competizioni a cui hanno gareggiato. Il nostro debutto assoluto nella Classica Comunitat Valenciana 1969 ha visto il nostro Luca Pacioni classificarsi sesto, un’ottima partenza dunque. Ci sono margini di crescita, ma abbiamo dimostrato indubbiamente di avere i numeri per lottare. Una curiosità, nel ciclismo ha un campione del cuore che ammira in modo particolare? Ci sono tanti campioni che ammiro. Se dovessi sceglierne uno forse direi Luigi Ganna. Nato a Induno Olona, è stato anche un imprenditore di successo e quando correva era conosciuto per la sua grande tenacia e determinazione. Senza dimenticare che ha vinto la prima edizione del Giro d’Italia nel 1909. . (ADB)
Sopra, Luca Spada insieme al campione Ivan Basso
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DI MODA
Alla ricerca
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I
l cioccolato? Un punto fermo. Forse nel cuore dei golosi, ma non nella strategia delle imprese varesine del settore che “sfornano” continuamente nuove proposte. E quali sono quelle per la prossima Pasqua? Lo abbiamo chiesto a tre nomi che solleticano il palato solo a sentirli: Lindt, Ernesto Brusa Confetti e Irca. “La Pasqua Lindt è un universo costituito dalla fusione di tradizione e innovazione - spiega Francesca Bernasconi, direttore Marketing di Lindt Italia -. L’offerta è composta da prodotti noti come Gold Bunny, Uova Lindor o Uova Noccior, affiancati dalle novità caratterizzate da abbinamenti inaspettati in linea con i trend”. Ma quali sono i gusti più ambiti? “Il consumo di cioccolato fondente, già da qualche anno, ha superato quello del cioccolato al latte nel comparto delle tavolette e la fascia di appassionati è in continua espansione. Abbiamo, quindi, dedicato una gamma di prodotti proprio a loro, per dare a tutti i fondentisti la possibilità di celebrare Pasqua con l’uovo perfetto con le nuove uova Excellence 70% cacao, 85% cacao e Orange Intense. Anche per le tavolette un’importante novità: Excellence Cocoa Pure, la prima nel suo genere in Italia, realizzata con ingredienti provenienti esclusivamente dal frutto del cacao. Un’esperienza di gusto eccezionale, frutto di un progetto ambizioso in termini di sostenibilità”. Per quanto riguarda le proposte, il cambiamento che stiamo vivendo come incide? “L’anno appena trascorso ha cambiato le abitudini e le occasioni di consumo – sottolinea Bernasconi –. Pensiamo alla scoperta di un hobby come il baking, che ha visto il cioccolato protagonista di numerose ricette e che lo vedrà anche nelle versioni fatte in casa dei dolci pasquali. Nella scorsa primavera abbiamo registrato anche un aumento esponenziale degli acquisti sulla nostra piattaforma di e-shop, un canale sul quale puntiamo da diversi anni. Ma, soprattutto, per noi è stato, e sarà, fondamentale trasmettere un senso di fiducia attraverso la qualità dei prodotti. In questo anno, abbiamo sentito ancora di più l’onore di essere nelle case degli italiani per regalare momenti di dolcezza, che si tratti di consumo personale - in crescita, considerate le restrizioni - o in famiglia”. Non solo cioccolato nel cuore (scioglievole) della Pasqua Lindt. “La nostra pasticceria è composta da una linea
Irca: “Le creazioni in cioccolato, trionfo di dettagli, forme e colori, molto si avvicinano a quelle del cake design e diventano uno strumento efficace per i pasticceri per mettere in mostra le proprie abilità”
di lievitati e di frolle arricchite dal cioccolato. Uno dei prodotti più iconici è la colomba con gocce di cioccolato al latte e fondente ma la ricerca è il cuore anche qui: considerata la crescita di oltre il 10% dell’uso di farine integrali e la grande sensibilità verso il tema del benessere, abbiamo realizzato una colomba integrale con gocce di cioccolato fondente”. Stessa energia e ricercatezza anche nel settore dei confettti. “La Pasqua alla Ernesto Brusa è una cosa seria - spiega Cecilia Usuelli titolare dell’azienda - e si fonda su punti fermi ancorati alla tradizione di questa ricorrenza così autentica. Il primo è costituito dagli ormai famosi ovetti di cioccolato confettati, proposti con tre diversi ripieni (al cacao, alla nocciola e al caffè) con la confettatura alla ‘nostra maniera’, sottilissima e morbidissima, così che i sapori siano bilanciati, la dolcezza mai stucchevole e il palato pulito. Così amati che, anche durante l’anno, siamo costretti a produrne per le numerose richieste! Per quanto riguarda le classiche uova, ne proponiamo al latte e fondenti, con vari formati. Da alcuni anni poi, come a Natale con i panettoni, ci stiamo dedicando anche alla realizzazione di colombe artigianali con l’impiego di un antico lievito naturale da madre bianca e di pregiata frutta candita come nella pralineria. Dalla colomba tradizionale alle varianti più golose con pere e cioccolato o frutti tropicali fino a una versione senza burro, con olio evo: delicatissima”. Ma cosa ha comportato la pandemia per un’azienda che è realtà artigianale di nicchia, da sempre fedele alla propria storia e valori? “A livello generale, non ha stravolto le abitudini di acquisto. Il cioccolato è un comfort food per eccellenza e mi pare che, in questo ultim’anno, ognuno di noi si sia voluto concedere qualche coccola: lo riscontriamo negli ordinativi e con i clienti dei nostri punti vendita di Varese e Milano. La pandemia ha però condizionato le cerimonie e, negli scorsi mesi, nonostante la voglia di celebrare, alcuni sposi e clienti sono stati limitati da una cattiva informazione che vedeva nella confettata un momento di potenziale contagio. Si tratta di pregiudizi infondati perché con le corrette misure, come per gli altri alimenti, il rischio viene scongiurato. Invece, sono cambiate le abitudini di acquisto: lo shop on line ci ha regalato inaspettate soddisfazioni, come veder partire cartoni pieni di uova, ovetti e colombe alla volta degli Stati Uniti”. Ma qual è secondo Irca, azienda gallaratese, 69
DI MODA
CIOCCOLATO
storico riferimento nel settore del cioccolato e dei preparati per pasticceria, panificazione e gelateria, la ricetta perfetta per la Pasqua 2021? “Le prossime feste - spiega Edoardo Freddi, direttore Marketing - saranno volte alla ‘ricerca della felicità’ anche per quanto riguarda il palato. La voglia di leggerezza e di nuovo, il bisogno di celebrare e festeggiare e - perché no? - rinascere, che caratterizza tutti in questa primavera difficile, si sposa con una ricerca già in atto da diversi anni di equilibrio tra materia prima di altissima qualità, ingredienti salutari e preziosità del gusto. La proposta pasquale di Irca si inserisce in questa tendenza con una duplice proposta. Quella irrinunciabile del cioccolato per le tanto amate uova, oggi sempre più diventate opere uniche di artigianato, per non dire vere e proprie opere d’arte e quella dei nuovi prodotti chicca. Superato ormai da anni lo stereotipo che vedeva le uova esclusiva dei bambini, oggi queste delizie al cioccolato sono oggetto del desiderio per ogni
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Lindt: “Il consumo di cioccolato fondente, già da qualche anno, ha superato quello del cioccolato al latte nel comparto delle tavolette e la fascia di appassionati è in continua espansione”
età e, per la loro cura e raffinatezza, strizzano più l’occhio alle ‘colleghe’ Fabergè che a semplici dolci. Le creazioni in cioccolato, trionfo di dettagli, forme e colori, molto si avvicinano a quelle del cake design e diventano uno strumento efficace per i pasticceri per mettere in mostra le proprie abilità. Oltre alle uova, la nuova proposta Irca concilia la rassicurante tradizione di sapori del made in Italy con la preziosità ricercata. Si punta, infatti, su due nuovi gusti: gianduia fondente e nocciolato bianco. Semplici e sofisticati insieme – magie del cioccolato! – si accompagnano come new entry ai grandi classici, agli aromatizzati alla frutta e ai cioccolati bio, di grande tendenza”. Il filo conduttore? Reinterpretazione sembrerebbe la parola giusta... “Lo è. Anche per la pasticceria. – aggiunge Freddi - L’ultima proposta di Irca, infatti, è Dolce Forno Maestro, la nuova miscela clean label per lievitati, con pochi ingredienti di qualità, per una colomba fragrante e attenta alla salute”.
IN CUCINA
Davide Aviano
G
Barolomisù
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RUBRICHE SU
CULTURA E DIGITALE TERZA PAGINA
Quando il libro è fatto ancora a mano COMUNICARE
Il black friday per il B2B DAL WEB
Dal Duomo allo spazio
CULTURA E DIGITALE
Terza pagina QUANDO IL LIBRO
è fatto ancora a mano GaEle è una minuscola casa editrice di Cuvio che ha già dato alle “stampe manuali” un centinaio di titoli. Volumi di poesia e di arte, impreziositi da incisioni, disegni, fotografie. Un’avventura culturale e artigianale che ha il sapore di altri tempi nell’hinterland milanese che aveva intenzione di donarla al Museo della Stampa e stampa d’arte di Lodi. Il torchio calcografico
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el cuore della vecchia Cuvio, strade strette e un lavatoio che racconta di fatiche e canti, c’è un portone che si apre su una magia, quella di una casa dai muri dal colore di primula, di secolari origini, con un cortile baciato dai gelsomini. Qui nascono meravigliosi fiori di carta, piccoli libri che volano per il mondo, portando un messaggio di pace e di speranza, specie in questi tempi di angosciosi silenzi e lunghe attese. I demiurghi di questa formidabile intrapresa, che mescola cultura e alto artigianato, sono la scenografa Maria Elena Danelli, 55 anni, e il poeta e pittore Gaetano Blaiotta, 63, uniti nella vita e nell’arte,
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visto che insieme hanno dato vita nel 2016 a GaEle, minuscola casa editrice e al tempo stesso associazione culturale (con un centinaio di tesserati) in grado di organizzare mostre di pittura, scultura e fotografia, e di accogliere nella casa di Cuvio installazioni e reading poetici. Nelle stanze del piano terreno, Elena e Gaetano hanno sistemato il laboratorio, dove fanno bella mostra un torchio calcografico e una Platina, macchina da stampa che risale alla fine del 1800, usata anche dai partigiani, grazie alla sua silenziosità, per stampare i volantini con un cliché e i caratteri mobili. “L’abbiamo acquistata da un tipografo-stampatore
I demiurghi di questa formidabile impresa sono la scenografa Maria Elena Danelli, 55 anni, e il poeta e pittore Gaetano Blaiotta, 63, uniti nella vita e nell’arte. Non solo casa editrice, GaEle è anche un’associazione culturale che organizza mostre di pittura, scultura e fotografia, installazioni e reading poetici
Mario Chiodetti
arriva invece da Bergamo, grazie alla gentile donazione dall’artista Guido Nicoli, amico delle nostre edizioni”, dice Danelli, laureata a Brera, che ha collaborato in passato come scenografa alla “Ercole Sormani” di Milano ed è anche autrice di una preziosa raccolta poetica dal titolo “La Corte dei Miracoli – ventidue fiammelle di cui due transiti”, pubblicato dalla beneventana RP Libri di Rita Pacilio. Instancabili, nel promuovere la bellezza, in versi come in immagini, i due editori hanno già “dato fuori” - come dicevano i vecchi scrittori oltre un centinaio di titoli e realizzato il primo catalogo di GaEle, con i libri pubblicati dal 2012 al 2017. Tra gli autori pubblicati più noti ci sono Jack Hirschman, Alberto Casiraghy, Mauro Pipani, Ulisse Casartelli, Alberto Bortoluzzi, Luigi Bello, Sandro Sardella e Fabio Scotto. “I nostri sono libri fatti interamente a mano, impreziositi da piccole opere d’arte, fotografie o incisioni, disegni. Molti degli autori pubblicati sono amici o compagni di viaggio, che con noi condividono idee ed emozioni. Il catalogo ha la prefazione di Walter Valeri”, aggiunge Gaetano Blaiotta, legatissimo alla terra di Calabria che gli ha dato i natali, tanto da dedicarle il libro “MeditErrante”, realizzato in collaborazione
PER SAPERNE DI PIÙ... Per essere aggiornati sulle iniziative di GaEle Edizioni basta accedere alla pagina Facebook › facebook.com/gaeledizioni/ che contiene eventi passati e aggiornamenti su pubblicazioni e presentazioni online.
con il videomaker Alberto Frigo. Ogni libro confezionato da Maria Elena è interamente fatto a mano, con l’utilizzo
di carte di recupero e cucito con fili di cotone e lana trovati a volte nelle vecchie mercerie. “Utilizzo poi il materiale che mia
Il catalogo delle edizioni è invece consultabile su Issuu › issuu.com/ elenadanelli/docs/catalogogaele2012-17 con l’aggiornamento su issuu.com/elenadanelli/docs/catalogo/2018-2019.
mamma, che lavorò come me da Sormani, usava per le scenografie, ci sono perfino alcuni pezzetti di un costume di scena usato da Giuseppe Di Stefano alla Scala. La carta vado a cercarla tra i fondi di magazzino e, lo confesso, a volte anche nei cassonetti. Vorremmo pubblicare un libro sulla storia della “Ercole Sormani”, con le testimonianze di Arnaldo Pomodoro, ma anche ricordando Luciano Pavarotti e il celebre scenografo Nicola Benois, del quale conservo alcuni bozzetti originali”, racconta Elena. Prima delle restrizioni imposte dal Covid, GaEle ha organizzato numerose presentazioni dei suoi libri e mostre nella sede di Cuvio, e fatto conoscere le edizioni alla Casa Moretti di Cesenatico, alla Biblioteca di San Matteo degli Armeni a Perugia, al Festival Internazionale della Poesia di Milano e allo Spazio “Alda
Merini” della stessa città, dove è stata presentata l’edizione “Erba Nuda”, del poeta Ulisse Casartelli, considerata il suo testamento spirituale, poi portata anche al Teatro Comunale di Sasso Marconi. “Speriamo che si ritorni al più presto a una vita normale, c’è un gran bisogno di iniziative culturali. Noi non stiamo con le mani in mano, abbiamo in cantiere due libri di poesia, uno di Alberto Figliolia e l’altro di un poeta on the road di Venezia, Lorenzo Mullon, ma anche una edizione dedicata ad alcuni racconti inediti dello scrittore comasco Carlo Linati, in collaborazione con la nipote, Bianca Mora Pina”, affermano gli editori. “Chicche da collezione”, come sono stati definiti i loro libri, stampati in copie numerate e preziosi come piccole opere d’arte, usciti da un laboratorio felice nel cuore antico della Valcuvia, dove si disegnano i sogni.
“L’EUCALIPTO”, LA RIVISTA DEL TEMPO Si chiama “L’Eucalipto” e porta in copertina come simbolo un piccolo koala, che si ciba delle sue foglie profumate. È la rivista che GaEle ha pubblicato lo scorso dicembre, un numero zero già adulto, con un tema monografico, “In equilibrio sul tempo”, e le riflessioni di autori diversi, non soltanto del territorio, sul lungo lockdown della primavera 2020. Uno sforzo notevole per un piccolissimo editore, 200 copie manufatte, 38 pagine legate a mano, con gli interventi degli scrittori Valerio Varesi, Rita Pacilio e Francesca Maffei, dell’antropologo Duccio Canestrini, dei musicisti Enrico Pagano e Francesco Miotti e i contributi della fotografa Giorgia Ivone e del pittore Claudio Estel. “Il nome della rivista ci è stato suggerito dal ricordo dei maestosi eucalipti del litorale Jonico. Sono alberi magici, e in Sardegna una importante fonte nettarifera per le api. Perché pubblicare una rivista? Tutto scorre, tutto è veloce, necessita qualcosa che rimanga. Sulla carta”, spiegano Elena e Gaetano. È già in cantiere il numero uno, che uscirà alla fine del 2021, e il tema sarà ancora una volta il tempo, questa volta visto dalla parte di chi ne ha molto e a volte infinito, i carcerati.
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CULTURA E DIGITALE
In libreria
Silvia Giovannini
Banca skill: persone e tecnologie nella banca del futuro
100 anni di storia, arte e costume attraverso il Circolo degli Artisti di Varese
Eliana Minelli (a cura di) Guerini Next, 2021
Antonio Bandirali (a cura di) Circolo degli Artisti di Varese, 2021
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n centenario di bellezza, raccontato attraverso le pagine di questo pregevole lavoro curato da Antonio Bandirali, presidente del Circolo degli Artisti di Varese fondato nel 1920 dai giornalisti Bagaini e Bonfiglioli, dagli artisti Montanari, Butti, De Bernardi e da altri rappresentanti del mondo della cultura varesina. Un volume celebrativo, con molte note firme, che sarà distribuito e donato gratuitamente alle biblioteche pubbliche dei comuni e delle scuole.
circolodegliartistivarese.it 76
G I giganti del mare Gaia Pasquale Nomos, 2021
V
iaggio nel Novecento: secondo volume bilingue (italiano e inglese) della collana che il Museo delle storie di Bergamo dedica alla fotografia storica e al patrimonio dell’Archivio fotografico Sestini: più di un milione di scatti che documentano la storia
di Bergamo e d’Italia, dall’invenzione della fotografia fino agli anni ‘90. In questo nuovo lavoro le fotografie di un’agenzia di viaggi di inizio Novecento raccontano l’affascinante epopea del transatlantico italiano. Da Genova a New York: Augustus, Rex e Andrea Doria sono alcuni degli storici giganti, gioielli di tecnologia e architettura, a bordo dei quali viaggiavano sogni e speranze di una società di migranti.
lobalizzazione, digitalizzazione, transizione demografica, crisi sanitaria hanno accelerato il cambiamento del settore bancario e hanno dimostrato il ruolo fondamentale della risorsa umana, fonte di valore e condizione per lo sviluppo. Ma hanno anche trasformato il tema delle competenze in una sfida cruciale per le banche, particolarmente esposte alla competizione internazionale e all’evoluzione tecnologica. Il volume, ultimo nato della collana Università Cattaneo Libri, propone un’accurata analisi e riflessione sul tema.
nomosedizioni.it
liuc.it
L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni. Pablo Picasso
La seconda legge di Mendel
Maestro sul podio e nella vita
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L Public speaking per smart worker
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CULTURA E DIGITALE
Comunicare
per il B2B
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Dal web DAL DUOMO
allo Spazio
Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network. Solo su varesefocus.it
Obiettivo ZERO per Carlsberg
La rivoluzione 4.0 di Mebra Plastik
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roduzione, magazzino e controllo gestione in un solo click: l’industria 4.0 è realtà in Mebra Plastik Italia. L’azienda di Busto Arsizio, specializzata nell’estrusione di tubi per oleodinamica e pneumatica, ha dato vita a un processo di informatizzazione, creando una interconnessione tra i diversi reparti.
D
iminuzione del 7% di emissioni di CO2 lungo la filiera, calo di emissioni del 12% nei birrifici, miglioramento di efficienza idrica del 7%. La pandemia non ha fermato l’impegno di Carlsberg per la sostenibilità. Il gruppo si avvicina così agli obiettivi autoimposti da Together Towards Zero, la strategia che punta a ridurre le emissioni di CO2 del 15% entro il 2022.
Dai social network
Goglio ha “adottato” una statua della Duomo di Milano, il San Longino dello scultore varesino Pompeo Marchesi
Aerospazio, accordo tra Regione e Politecnico di Milano per un Centro di incubazione dell’Agenzia Spaziale Europea
Nuova collaborazione tra il Gruppo Giovani Imprenditori e Liuc Alumni per il programma Mentorship per laureandi 79
CULTURA E DIGITALE
#ImpresediVarese Voglia di primavera. Una selezione di post da Instagram. L’account dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese è @generazionedindustria
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