ANNO XXI · N.2
MARZO 2020
VARESEFOCUS
Varese nel futuro Il sentiero verso Smartland Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA
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EDITORIALE
Ripartiamo dall’intelligenza Vittorio Gandini
È
in atto una trasformazione. Come un fiume carsico che scorre impetuoso nelle imprese e che sale in superficie solo ogni tanto, in occasioni come quella rappresentata recentemente dalla prima tappa del roadshow “SmartLand – La Lombardia del futuro”, organizzato su tutto il territorio regionale da Gruppo 24 Ore, Regione Lombardia e Confindustria Lombardia per capire in che direzione stia andando la nostra industria. Sottotitolo: “Senza l’intelligenza saremmo solo una regione”. Un confronto partito proprio da Varese e dall’Alto Milanese con un convegno che si è tenuto alla LIUC – Università Cattaneo. Ne diamo conto in questo numero di Varesefocus che come un’inchiesta giornalistica, ricostruita per storie aziendali esemplari, racconta su quali sentieri stia marciando l’economia della provincia di Varese. La via è indicata proprio dai singoli casi di imprese che attraverso nuovi investimenti nel sapere che cambia, nelle supply chain digitali, in nuove forme di finanza d’impresa, in progetti di economia circolare stanno cambiando il mondo del lavoro, le competenze, i rapporti all’interno delle filiere. Sono trasformazioni che hanno impatti non solo nella vita aziendale, ma anche nell’organizzazione stessa del territorio, nei rapporti con le istituzioni e tra persone. La provincia sta cambiando sotto i nostri occhi e le imprese sono protagoniste di queste piccole rivoluzioni diffuse che nei prossimi anni ci restituiranno una Varese probabilmente molto diversa. Nel Focus di questa edizione abbiamo cercato di scattare delle istantanee di questa metamorfosi. Senza troppo ottimismo, ma con la certezza che Varese abbia tutte le capacità perché alla fine di questo percorso di riposizionamento possa riaffermarsi come uno dei motori di sviluppo della Lombardia e del Paese. Il tragitto, è bene che tutti ne siano coscienti, non sarà lineare. Gli ostacoli, anche quelli non programmabili, non mancheranno. L’arrivo e il diffondersi del Coronavirus ne sono la prova. Il mondo è un unico quartiere, dove ciò che succede in un mercato della
Cina, può arrivare fino a noi, cambiando priorità e scenari nel giro di poche settimane. Bisogna essere pronti anche a questo. Il nostro Paese, dal punto di vista sanitario, ha dimostrato di esserlo. Non altrettanto chi era ed è chiamato a dare la giusta rappresentazione di ciò che siamo. Decisori politici di ogni livello e i media hanno soffiato sul fuoco della psicosi. Basterebbe pensare, prima di scrivere o comunicare qualsiasi genere di messaggio, quali potrebbero essere le conseguenze delle proprie parole e dei propri gesti sul sistema economico, sociale e sulla cosiddetta “psicologia della folla”. Basterebbe affidarsi alla scienza. Incredibile che si debba tornare a richiamare tutti ad un metodo scientifico nella gestione delle emergenze e del Paese. Il problema è che per anni abbiamo drenato terreno sotto i piedi della conoscenza acquisita (pensiamo anche solo a come si è cercato di demonizzare i vaccini) e ora che ci troviamo di fronte a un virus che non conosciamo, siamo alla disperata necessità di arginare il ritorno di una sorta di medioevo che si specchia in un’isteria generalizzata e che di fronte all’incertezza del “non so” inventa teorie assurde e ogni genere di caccia alle streghe, invece di fare come le imprese e gli scienziati di fronte al nuovo: cercare di capire per agire attraverso lo studio, la sperimentazione e l’innovazione. Come contrastare questo medioevo? Ripartiamo da chi nella storia lo ha già sconfitto: l’illuminismo. Il cui motto, come sosteneva Immanuel Kant, è: “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” Ecco ripartiamo da qui: dall’intelligenza sul territorio. In inglese: SmartLand.
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Basterebbe affidarsi alla scienza: incredibile che si debba tornare a richiamare tutti ad un metodo scientifico nella gestione delle emergenze e del Paese 1
ANNO XXI · N.2
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S O M
Periodico di economia, politica, società, costume, arte e natura in provincia di Varese. Presidente Roberto Grassi Direttore editoriale Vittorio Gandini Direttore responsabile Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it
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PUBBLICITÀ Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345 Questo numero è stato chiuso il 5 marzo 2020. Il prossimo numero sarà in edicola con Il Sole24Ore il 4 maggio 2020. “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali dell’Unione Industriali della Provincia di Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore).
ATTUALITÀ 4
Nell’emergenza investiamo sul futuro
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FOCUS 20 8 Il futuro è SmartLand 10 Varese è nel Pentagono
dello sviluppo Il sapere che cambia La supply chain 4.0 Dalla Terra alla Luna con il sostegno pubblico Quando la strategia è green
Interventi e contributi di: Federico Anselmi; Luigi Bignami, giornalista; Andrea Della Bella, giornalista; Alessandra Favaro, giornalista; Tommaso Guidotti, giornalista; Michele Mancino, giornalista; Luisa Negri, giornalista; Paola Provenzano, giornalista; Stefania Radman, giornalista. In redazione: Davide Cionfrini, Silvia Giovannini, Alessia Lazzarin, Chiara Mazzetti, Maria Postiglione. Segreteria di redazione: Barbara Brambilla, Viviana Maccecchini. Fotografie di: Davide Cionfrini; Alessandra Favaro.
M A R I O ECONOMIA
FOTO DALLE IMPRESE
23 Lo scudo perfetto contro i fulmini 26 Mv Agusta festeggia 75 anni
42 Fase produttiva alla Ilma Plastica Srl di Gavirate
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SCIENZA 44 Il peperoncino amico del cuore
▶ Gita a... 57 Il Mississippi arriva fino al Lago Maggiore
▶ Arte 60 Il Caravaggio varesino
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TERRITORIO INCHIESTA 28 Turnover a rischio nelle aziende tessili 30 E il tecnico dove lo trovo? 34 Il Tessile-Moda è alta tecnologia
UNIVERSITÀ
46 La musica sarà sempre più un film 49 Il make-up artist che ha trasformato Favino in Craxi 52 Da Nonna Papera a Bake Off Italia
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64 Le raccolte di Palazzo Marliani Cicogna 67 Mostre e Appuntamenti ▶ Motori 69 Golf 8. Il numero perfetto ▶ Sport 71 Un gioco da ragazzi ▶ Di moda 74 Il ritorno della bella calligrafia
36 Il business è sempre più ethics
VITA ASSOCIATIVA
RUBRICHE
38 La storia di Confindustria è la storia d’Italia
▶ Provincia da scoprire 54 Arte e tradizioni en plein air
▶ In libreria 76 Nel blu dipinto di blu ▶ Dal Web 78 A mille ce n’è
ATTUALITÀ
Nell’emergenza investiamo sul futuro Rilancio immediato degli investimenti pubblici in infrastrutture e degli incentivi per quelli privati delle imprese. A causa del Coronavirus i partner commerciali dell’industria lombarda stanno isolando economicamente le imprese. “Ed è anche colpa nostra”, commenta il Presidente dell’Unione Industriali, Roberto Grassi, che chiede “una controffensiva di politica economica anticiclica contro il rischio di un rallentamento produttivo”
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nostre persone e ai nostri prodotti e ciò rischia di mettere fuori
Davide Cionfrini mercato il nostro sistema produttivo”. Impossibilità di mandare
ATTUALITÀ
‘‘L
e autorità sanitarie, la comunità scientifica nazionale, i medici, gli infermieri, la Protezione Civile stanno dando prova ancora una volta di quanto l’Italia sia un Paese all’avanguardia nella difesa della salute dei propri cittadini e nella gestione delle emergenze. È la prima constatazione da fare. Come imprese apprezziamo gli sforzi che si stanno facendo su questo fronte”. Parte da qui l’analisi del Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Roberto Grassi, di fronte alla situazione che si è venuta a creare per il diffondersi del Coronavirus in Lombardia e, più in generale, in tutta la Penisola. C’è un però, nelle parole di Grassi: “A livello industriale stiamo facendo ogni sforzo per far continuare a far funzionare regolarmente tutto, ciò che non funziona è la comunicazione dell’emergenza che sta dando una rappresentazione del Paese e della Lombardia totalmente slegata dalla realtà. Ci stiamo facendo male da soli. Basta con dichiarazioni autolesioniste, anche da parte dei nostri rappresentanti, che, con le loro affermazioni, stanno mettendo in quarantena la nostra economia. Con danni che nel Roberto lungo e nel medio termine, non solo nel breGrassi ve, rischiano di essere ingenti”. Il riferimento è alle divisioni che sono emerse anche nel campo della politica e in un racconto del territorio che va alla ricerca più del sensazionalismo che della realtà: “C’è una comunicazione che sta danneggiando l’Italia a livello globale e la Lombardia a livello nazionale. Richiamiamo tutti al senso di responsabilità: dobbiamo organizzare una comunicazione positiva sulle nostre capacità di affrontare la situazione. Nessuno vuole nascondere che siamo di fronte ad un’emergenza sanitaria. Ma non possiamo neanche lasciarci andare ad affermazioni che annientino gli sforzi che le imprese stanno portando avanti per continuare a lavorare pur in uno scenario difficile che, proprio perché tale, richiede a tutti equilibrio nelle esternazioni”. È un appello, quello degli industriali varesini, “all’unità nazionale e all’interesse generale”. Quello della salute, in primis. Ma anche a livello economico. Cosa serve in questo momento alle imprese? “La materia prima che oggi sta venendo a mancare al sistema industriale è prima di tutto il senso della ragione nell’opinione pubblica nazionale e internazionale. A far male alla nostra economia non è tanto il Covid-19, ma la psicosi che sta dilagando ad un ritmo dieci volte più veloce del virus. Il tutto senza basi scientifiche. E a farne le spese rischiano di essere le imprese e i lavoratori, quando in realtà nelle aziende, come nel Paese, la situazione è iper-controllata”. “Il risultato di questa comunicazione sbagliata, che i media stanno amplificando, lo vediamo sul piano internazionale. Le affermazioni dei partner istituzionali esteri al nostro governo sono rassicuranti, ma il mondo delle imprese si sta dando regole e prassi ben diverse. I nostri clienti stanno alzando barriere sempre più alte alle
personale all’estero per appuntamenti di lavoro o attività di assistenza; annullamento di importanti fiere internazionali di settore; forniture estere che rischiano di saltare; viaggi di clienti in arrivo, già programmati, che sono stati cancellati. La casista è varia e non sempre generalizzata, ma comunque in aumento nel momento in cui scriviamo. Ma a queste segnalazioni che arrivano dalle imprese del territorio, si affiancano anche storie di solidarietà e disponibilità di collaborazione da alcuni partner storici delle aziende varesine. A riprova di quanto lo scenario sia sclerotizzato. In alcuni settori, denuncia Grassi, “comincia ad affermarsi un effetto isolamento da parte dei prime contractor, per esempio tedeschi, che si stanno guardando attorno per riposizionare gli ordini verso altri Paesi”. Un problema per le nostre catene di fornitura. Anche perché, aggiunge il Presidente di Univa, “perdere commesse oggi vuol dire riottenerle con il doppio della fatica domani. Non si riparte schiacciando un bottone. La beffa è che non c’è nessun motivo per queste cancellazioni. La situazione è monitorata come in pochi altri Paesi al mondo. Ed è per questo che abbiamo questi numeri di contagiati, perché li individuiamo e teniamo la situazione sotto stretto controllo”. L’appello è a tutti: amministratori, in primis, ma anche imprenditori, lavoratori e cittadini: “Ognuno di noi deve fare la propria parte nel recupero della credibilità internazionale, dando esempi di normalità nelle attività quotidiane”. Ancora una volta Grassi rivendica il ruolo dell’industria in un momento di difficoltà del Paese: “Il mondo dell’impresa sta reagendo come da sua abitudine: di fronte alle criticità ci stiamo rimboccando le maniche per andare avanti nel nostro ruolo di perno dell’economia e della società, nonostante intorno a noi il mondo appaia impazzito. Basta allarmismi, siamo un Paese normale, anzi straordinario perché le imprese nonostante l’emergenza continuano a lavorare come se nulla fosse e perché la preparazione e la dedizione degli operatori sanitari sono encomiabili”. Su questi
“Basta con dichiarazioni autolesioniste, anche da parte dei nostri rappresentanti che, con le loro affermazioni, stanno mettendo in quarantena la nostra economia. Con danni che nel lungo e nel medio termine rischiano di essere ingenti” 5
ATTUALITÀ
due fronti, è la certezza di Grassi, “non abbiamo paragoni al mondo e non farei a cambio con nessun altro Paese del pianeta. Siamo un posto sicuro e sono orgoglioso di poterlo affermare di fronte a qualsiasi partner internazionale”. Da qui l’appello del Presidente dell’Unione Industriali varesina: “Richiamiamo tutte le istituzioni ad ogni livello di governo alla massima collaborazione e al senso di unità nazionale. Nessuna divisione è oggi ammessa o giustificabile. E, un domani, perdonabile. Oggi più che mai serve mostrarci al mondo e alla nazione forti di una monolitica visione di fronte all’emergenza, tutti devono fare quadrato intorno all’immagine di un Paese che ha la situazione sotto il pieno controllo (perché così è!) e intorno al sostegno alle imprese. Primo argine da rinsaldare perché l’emergenza sanitaria non si trasformi in un duro contraccolpo economico-sociale”. Per riuscirci Grassi indica una via precisa: “In situazioni eccezionali servono provvedimenti eccezionali per il rilancio dell’economia. Non solo per venire incontro alle difficoltà contingenti, ma per investire sul futuro. Sì, sul futuro. Proprio adesso. Perché è questo il momento di rilanciare con segnali tangibili di fiducia e ottimismo. Occorrono provvedimenti straordinari, rapidi e incisivi per tutta la Lombardia e tutto il Paese. Perché è tutta l’Italia ad essere zona rossa, economicamente parlando”.
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Le azioni di politica economica da portare avanti qui e nei prossimi mesi, secondo l’Unione Industriali, sono due: un’azione a tappeto a livello internazionale a sostegno dell’export, il rilancio immediato degli investimenti pubblici in infrastrutture e degli incentivi per gli investimenti privati delle imprese. “Per far scattare una controffensiva anticiclica ad un rallentamento che rischia di schiacciarci”, chiosa Grassi.
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“Le autorità sanitarie, la comunità scientifica nazionale, i medici, gli infermieri, la Protezione Civile stanno dando prova ancora una volta di quanto l’Italia sia un Paese all’avanguardia nella difesa della salute dei propri cittadini e nella gestione delle emergenze”
FOCUS
Il futuro è SmartLand
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FOCUS
Digitale, circolare, inclusiva, strategica, internazionale. È questa la Varese che sta prendendo forma sotto i nostri occhi. Le aziende sono già in azione. E investono in catene di fornitura 4.0, nel sapere che cambia, in una nuova finanza d’impresa, nella sostenibilità economica, ambientale e sociale. Andando alla ricerca di nuove alleanze tra pubblico e privato. Gli esempi sono numerosi e in questo focus ne raccontiamo alcuni per capire come l’industria stia cambiando le logiche di produzione di benessere e ricchezza su un territorio sempre più smart,che rimane traino del Paese
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FOCUS
Varese è nel Pentagono dello sviluppo È l’area che tra Lombardia, Emilia-Romagna e Nord-Est ha ormai preso il posto del vecchio triangolo industriale e che sta trainando il Paese, crescendo a ritmi europei. Il Varesotto ne fa parte, ma la sfida del prossimo decennio è restarci. Ce la farà? Davide Cionfrini
‘‘C
ircolare, perché avremo saputo reinterpretare in chiave sostenibile la nostra manifattura. Digitale, perché saremo stati in grado di prevedere e governare le trasformazioni imposte dalla rivoluzione 4.0. Internazionale, perché avremo riposizionato il tessuto industriale nelle nuove catene mondiali del valore. Strategica, perché Malpensa sarà arrivata a muovere 35 milioni di passeggeri all’anno. Inclusiva, perché saremo riusciti ad affermare l’impresa come luogo di riscatto sociale delle persone”. È ciò che diventerà Varese nei prossimi anni secondo le previsioni e le intenzioni degli imprenditori del territorio. A disegnare il nuovo skyline varesino sulla tela del futuro è stato di recente lo stesso Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Roberto Grassi: “Solo così potremo confermare il Varesotto come uno dei principali motori dell’economia italiana”, ha spiegato ai giornalisti durante la conferenza stampa di inizio anno. D’altronde i colori sulla tavolozza per arrivare al disegno che gli industriali hanno in mente, Varese li ha tutti. Il disfattismo che spesso permea l’opinione pubblica del “si stava meglio prima”, non può cancellare i 5 punti di forza che il territorio può ancora vantare: un’alta densità imprenditoriale misurabile con un numero di imprese manifatturiere per chilometro quadrato che è 2 volte più elevato della media lombarda e 7 volte quella italiana; un distretto industriale multi-filiera di ec-
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cellenza che vede Varese classificarsi tra i primi territori per numero di addetti in 32 nicchie produttive; una vocazione all’innovazione misurabile col fatto di essere la quinta provincia in Italia per addetti nei settori high-tech, con l’aerospazio che fa da traino; una forte apertura internazionale certificata da un valore di export annuale che colloca Varese tra le prime 12 province esportatrici italiane. Primati economici a cui si lega la collocazione geografica strategica che vede Varese e Malpensa al centro delle traiettorie dei principali corridoi infrastrutturali europei (Nord-Sud: Rotterdam-Genova; Est-Ovest: Kiev-Lisbona). La strada, però, non è in discesa. Sul cammino le imprese varesine hanno più di un ostacolo. Per esempio la politica. Quella che dovrebbe, se non proprio aiutarle, quanto meno agevolarle nell’interesse generale di creare ricchezza e occupazione. E che, invece, con un’azione di governo e una proposta programmatica di opposizione entrambe sempre dettate da uno stato di campagna elettorale permanente, non lascia spazio a una politica economica di lungo periodo. A cui si accompagna un clima generale contrario all’impresa “come abbiamo toccato con mano – denuncia Grassi – anche con l’ultima manovra che ha introdotto la Plastic Tax e la Sugar Tax”. Non proprio il clima migliore per far fronte a un rallentamento economico ormai certificato dai numeri e dai fatti. Anche in provincia di Varese, dove l’andamento è forse migliore che in altri territori, ma non certo brillante. L’Ufficio Studi dell’Unione Industriali varesina ha, infatti, registrato che il 2019 si è chiuso con un tasso di utilizzo degli impianti in calo di 2 punti percentuali e con solo il 28%
Il Presidente Univa, Roberto Grassi: “Nei prossimi anni Varese dovrà diventare circolare, digitale, internazionale, strategica, inclusiva. Solo così ci confermeremo locomotiva del Paese”
FOCUS
delle imprese che ha aumentato la produzione rispetto ai mesi autunnali. E l’avvio del 2020 non sarà migliore. Le imprese che prevedono una produzione in crescita sono ancora meno: il 27%. Fin qui la congiuntura. Ma, come detto, rimangono intatti i punti di forza strutturali dell’economia varesina. Certificati anche dal forum economico Fondazione Nord-Est che in una recente ricerca ha collocato la provincia all’ombra delle Prealpi all’interno di quello che ha ribattezzato il nuovo Pentagono dello sviluppo. Un’area locomotiva del Paese che ha ormai sostituito il vecchio triangolo industriale. A farne parte sono tutte le province di Lombardia, EmiliaRomagna, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige. Un Pentagono che traina l’Italia e di cui Varese rappresenta, cartina in mano, proprio l’angolo più a Ovest. Un Pil pro capite tra i 33 e i 43mila euro. Un tasso di disoccupazione sotto il 6,7%. Un’apertura commerciale calcolata come la somma dei livelli di import ed export in rapporto al Pil, tra il 53 e il 66%. Questi gli elementi che una provincia deve avere per rientrare nel Pentagono. E che Varese soddisfa. “Nonostante la crisi – spiega Carlo Carraro, professore di Economia Ambientale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia – il Pentagono è caratterizzato da livelli di sviluppo mitteleuropei, area in cui è completamente integrato e da cui non può prescindere. Né tanto meno uscirne. Ed è riuscito a far fronte alla carenza di capitale umano qua-
lificato (accentuata dalla forte migrazione di talenti all’estero) e di investimenti puntando su coesione sociale, export, innovazione”. Varese, così come il resto del Pentagono, hanno insomma indici economici vicini ai più sviluppati territori tedeschi e austriaci e superiori a quelli di altre regioni fortemente industrializzate di Francia e Gran Bretagna. Ma non ci sono solo gli indici economici a fare la differenza nel Pentagono. La sostenibilità è un altro elemento dirimente. E anche qui Varese, con una raccolta differenziata che si attesta tra il 53% e il 66% sul totale dei rifiuti urbani, è su livelli ben superiori a quelli che nell’immaginario collettivo sono i Paesi patria dell’economia cir-
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FOCUS 12
colare: quelli scandinavi. E invece, udite udite, la loro media nazionale di rifiuti riciclati è la metà di quella varesina. Ecco un altro punto di forza troppo poco preso in considerazione da una Varese che spesso si pone allo specchio con uno sguardo ingeneroso. Certo, non va tutto bene. Margini di miglioramento ce ne sono. Per esempio, sul fronte degli investimenti fissi lordi che, con una forchetta tra il 16,3 e il 18,4%, sono sotto di 10 punti percentuali rispetto ai motori economici europei. Stesso gap lo si vede nella quota di popolazione con una laurea che è tra il 18 e il 22%. Troppo basso rispetto, per esempio, al 40% dei Lander più industrializzati della Germania. Eppure, come spiega ancora nella sua analisi di illustrazione dello studio della Fondazione Nord-Est, il professore Carlo Carraro, il comune denominatore della resilienza dei territori che sono usciti dalla “loro crisi” sembra proprio essere “la presenza di una forte rete di centri di ricerca e università che hanno saputo integrarsi col tessuto produttivo. Un’osservazione importante per capire come costruire un futuro resiliente per le regioni del Pentagono”. E dunque, continua Carraro, “se questa ipotesi fosse confermata, la città di Milano sarebbe ben posizionata con 10 tra università e accademie”. E che dire allora di un territorio come Varese più piccolo
e con ancor meno abitanti che conta ben 2 atenei, uno dei quali, quello della LIUC – Università Cattaneo, nato proprio per volontà del sistema produttivo? Le 2 Università: la LIUC da una parte, l’Insubria dall’altra. Ecco, dunque, la leva su cui le imprese e il territorio possono far forza per affrontare le sfide che il contesto pone ai primati economici varesini. È una vera e propria onda d’urto quella che dovrà essere affrontata nel prossimo decennio. A parte la fibrillazione politica che da sempre caratterizza l’Italia, ci sono anche le partite da giocare a livello europeo con il Green New Deal lanciato dalla nuova Commissione europea appena insediatasi; la Brexit che pone al di fuori della Ue una Gran Bretagna che è il quinto mercato di sbocco del made in Varese; la frenata della Germania, primo partner commerciale dell’industria varesina. E poi ancora c’è il livello mondiale: con la sfida ormai aperta che lancia la Cina al primato tecnologico e industriale occidentale; con la politica commerciale di chiusura degli Usa, attraverso i dazi; con la frenata del commercio internazionale. Si riparte da qui. Rimanere nel Pentagono non sarà facile, ma non è una missione impossibile. “Dobbiamo puntare su innovazione, internazionalizzazione e sostenibilità”, è la chiosa di Grassi.
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Il sapere che cambia Investimenti nella formazione, accademy aziendali, collaborazioni con università come la LIUC: per le imprese varesine la sfida non è solo quella di saper individuare nuovi talenti, ma anche di attrarli e farli crescere. Le nuove competenze richiedono ambienti smart Maria Postiglione
E
voluzione e progresso sono due facce della stessa medaglia che accompagnano da secoli lo sviluppo economico e sociale dell’uomo. Il progresso tecnologico ci ha proiettati in un futuro che solo fino a venti anni fa era inimmaginabile. Il cambiamento è dunque insito nella natura del lavoro, sia esso relativo ai valori, alle competenze e alle professioni. E oggi più che mai il cambiamento va analizzato e affrontato da diversi punti di vista: le nuove tecnologie, la globalizzazione, i nuovi mercati, le recenti crisi economiche e finanziarie. Ma soprattutto alla luce delle più recenti trasformazioni tecnologiche, basti pensare al cambiamento introdotto dai principi dell’Industria 4.0, il lavoro sta subendo un profondo mutamento, che coinvolge in primo luogo la conoscenza e la trasmissione delle competenze e delle conoscenze professionali. A cambiare sono i mestieri, le professioni e le tradizioni che da decenni le distinguevano. Una trasformazione che ha dunque ripercussioni non solo sul mercato e sulle sue logiche, ma anche sulle tipologie di lavoro e sulla vita sociale
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dei lavoratori. Scenario che emerge in tutta la sua complessità ogni volta che si affronta il tema del sapere che cambia durante un convegno. Come “SmartLand – La Lombardia del futuro”, un roadshow organizzato da Gruppo 24 Ore, Regione Lombardia e Confindustria Lombardia che ha tenuto la sua prima tappa alla LIUC – Università Cattaneo. “La vera sfida per le imprese – spiega Rinaldo Ballerio, Presidente dell’azienda informatica Elmec – è oggi quella di saper individuare i talenti e domandarsi come diventare maggiormente attrattivi nei loro confronti. La risposta che ci siamo dati noi nel nostro settore è di presentarsi il più possibile come azienda dal ‘Silicon Valley Style’. Il che significa avere uno smart building e creare un ambiente di lavoro migliore e stimolante”. L’immagine è un elemento importante. Rinaldo Ballerio, inoltre, sulla trasformazione del lavoro in atto aggiunge che “la differenza sostanziale tra ieri e oggi è che una volta al candidato chiedevamo: quali sono le tue competenze? Che cosa sai fare? Oggi, invece, il vero quesito che dobbiamo porci prima di un’assunzione è: cosa sarà in grado di sapere?” La trasformazione tecnologica in atto, infatti, nasce dal connubio
L’i-Fab della LIUC-Università Cattaneo
tra digitalizzazione ed automazione portando grandi opportunità di crescita, economica e sociale e anche grandi sfide da affrontare, come la sostenibilità sociale di un nuovo contesto e sistema economico. Nuovi bisogni chiamano nuovi prodotti che sono il frutto, necessariamente, di nuove competenze professionali. Chi sarà in grado di innovarsi, beneficiando delle nuove tecnologie, sarà fruitore di grandi opportunità. Nuove professioni saranno le protagoniste di un prossimo futuro, professioni legate a nuovi processi caratterizzati da cambiamenti qualitativi e quantitativi delle attività lavorative. Come dimostra l’esperienza di Barbara Colombo, Amministratore Delegato di Ficep, azienda per la quale l’avvento dell’Industria 4.0 ha rappresentato la leva fondamentale per una nuova strategia di sviluppo. “Una strategia – spiega l’imprenditrice – che si basa principalmente su un costante investimento in termini di formazione sul capitale umano che rappresenta, oggi più che mai, la capacità per un’impresa di svolgere le azioni necessarie per rispondere alle esigenze dei cambiamenti”. L’atteggiamento prevalente sembra dunque quello di spostare l’attenzione dalle ricadute
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Rinaldo Ballerio, Elmec: “Per permettere alle persone di dare il meglio di sé occorrono investimenti in ambienti di lavoro migliori e stimolanti. Servono smart building. Noi lo facciamo con un’impostazione da azienda in Silicon Valley Style”
negative sul piano occupazionale, alle potenzialità che l’automazione dei processi produttivi comporterà. Sarà fondamentale per le imprese la ricerca di figure professionali in grado di adattarsi e facilitare la trasformazione. Il Direttore della Scuola di Ingegneria Industriale della LIUC – Università Cattaneo Raffaella Manzini non ha dubbi: “Se un tempo ad un ingegnere gestionale venivano richieste certe competenze, ora si chiede molto di più: visione sistemica, capacità di valutare l’impatto della tecnologia sulle persone. Sempre più agli studenti si richiede attitudine al cambiamento. In un mondo in cui i gusti dei consumatori cambiano così spesso, l’unico modo di anticipare i problemi è investire sulla conoscenza: irrobustire le radici di un albero per creare nuove foglie forti. I ragazzi vanno adeguatamente valorizzati, in un piano a lunga durata”. Ma come rispondere alla sfida di un contesto che cambia così velocemente? “Investendo sulla didattica, sui metodi di apprendimento, sui laboratori con le imprese. Università e aziende insieme possono intercettare importanti vie di sviluppo”. É indubbio infatti che le nuove tecnologie rappresentino, oggi più che mai, per le imprese linfa vitale e se da un lato è innegabile che abbiano portato alla sostituzione di molte figure professionali, dall’altra consentono la nascita di sempre nuovi profili. Figure professionali che saranno tanto più richieste, tanto più sarà la loro capacità di offrire soluzioni e attività non garantite dai macchinari, come ad esempio la creazione ed elaborazione di soluzioni e un uso consapevole di internet. La vera differenza con il passato sarà dunque la capacità del capitale umano di generare innovazione e produttività, a fronte di investimenti in formazione e ricerca, dove la chiave per il successo saranno le capacità non sostituibili con quelle garantite dalle macchine.
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Barbara Colombo, Ficep: “La nostra strategia aziendale è basata su un costante investimento in termini di formazione sul capitale umano, che rappresenta la capacità per un’impresa di svolgere le azioni necessarie per rispondere alle esigenze dei cambiamenti” 15
FOCUS
La supply chain 4.0 L’affermazione del digitale nell’industria non sta trasformando solo il modo di produrre. Cambiano anche le catene di fornitura, l’organizzazione del lavoro (sempre più lean), il rapporto con la finanza d’impresa, i modelli di distribuzione. E le imprese di Varese sono in prima fila
Chiara Mazzetti
S
upply chain letteralmente significa “catena di distribuzione”. Con questa espressione, tuttavia, si individua un processo molto più complesso ed articolato, che richiede pianificazione e un attento impiego delle risorse. Il tutto con lo scopo di rendere un’azienda più efficiente e pronta a rispondere alle esigenze di clienti e fornitori. Il processo parte dalle materie prime, continua con la realizzazione del prodotto finito, la sua gestione in magazzino e termina con la fornitura al cliente. È nel momento in cui il digitale fa il suo ingresso in azienda che si inizia a parlare di supply chain 4.0, progresso possibile grazie alla collaborazione di tutti gli attori della filiera, partendo da chi fornisce le materie prime fino ad arrivare agli erogatori di servizi e assistenza. Le imprese entrano, così, a far parte di un network e sono interconnesse tra loro: la competizione si sposta dalle sin-
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gole realtà alle supply chain. Un esempio perfetto, in territorio varesino, è rappresentato da Leonardo, che con 29mila addetti, 8 miliardi di fatturato generati in Italia, di cui l’80% destinati all’esportazione, rappresenta una grande opportunità per le piccole e medie imprese del Varesotto. “Gestiamo una filiera di 4.000 fornitori, tra cui molte Pmi che innovano, integrate sul territorio, vere eccellenze tecnologiche. Il tutto per un totale di oltre 730 milioni di euro di forniture in Lombardia”, racconta a SmartLand Lucio Valerio Cioffi, Managing Director di Leonardo Divisione Velivoli. “I nostri fornitori lavorano anche per altre grandi aziende: questa è competitività spinta. Il tutto sta nel cercare di costruire un ecosistema in cui garantire alla catena di fornitura una dimensione internazionale”, precisa Cioffi. La supply chain è, poi, divisa in vari step che coinvolgono diverse figure professionali. Fondamentali per la buona riuscita di ogni passaggio di questo processo, come spiega Roberto Di Domenico, Direttore dello stabilimento della multinazionale farmaceuti-
coli è la vera innovazione: “Siamo in grado di geolocalizzare con precisione il ladro di una vettura, guidando la polizia fino a lui. Lo stabilimento varesino è particolarmente all’avanguardia in questo senso”, racconta l’Head of Innovation & Telematics Service Platform Paolo Giuseppetti. Tra le prime realtà del territorio a introdurre l’Industria 4.0 nei propri processi, Vodafone Automotive ha fatto della trasformazione digitale un caposaldo: “Siamo ormai circondati da persone che ‘guardano i dati’, che analizzando come cambia il modo di lavorare. Noi cerchiamo di utilizzare questi dati per lo sviluppo di nuovi progetti e servizi a vantaggio della clientela. Come, ad esempio, l’individuazione di specifiche informazioni che descrivano, in tempo reale, quello che sta succedendo alla persona che guida il veicolo”, chiosa Giuseppetti.
di ricerca come l’Università di Milano”. D’altra parte, per competere sui mercati internazionali, innovare è un aspetto chiave. E lo sanno bene aziende come Lu-Ve e Vodafone Automotive Italia. Per l’impresa di Uboldo, produttrice di apparecchiature per la refrigerazione e il condizionamento, il percorso di crescita è coinciso con l’apertura al mercato dei capitali. “Con la quotazione in borsa il nostro fatturato è cresciuto del 70%, dandoci una visibilità inaspettata – spiega il Consigliere di Amministrazione di Lu-Ve, Fabio Liberali –. Dai 10 milioni di euro di fatturato del 1986 agli oltre 420 milioni di oggi abbiamo fatto tanta strada, ma non è stata tutta solo fortuna. Primi ad applicare tecnologie nuove in azienda, abbiamo iniziato a collaborare con le università e quindi a testarle. Una modalità di lavoro che, nel corso degli anni, abbiamo reiterato: ad oggi sono 93 in tutto il mondo gli istituti con cui abbiamo stretto partnership”. Per Vodafone Automotive, che sul territorio ha sede a Busto Arsizio e Varese, fornire servizi innovativi basati sulla connettività dei vei-
Dall’Alto Milanese, precisamente da Parabiago, arriva invece una bella storia imprenditoriale di famiglia. Una storia in cui i protagonisti non hanno avuto paura di reinventarsi pur di stare al passo coi tempi: “Con l’avvento di internet sono cambiati gli equilibri – dice Diego Rossetti, Presidente della Fratelli Rossetti, che dal 1953 produce scarpe di lusso, e Presidente di Confindustria Alto Milanese –. Siamo partiti tardi perché pensavo che vendere scarpe online fosse impossibile. E poi abbiamo dovuto correre per recuperare il gap dovuto all’iniziale titubanza, adeguando la nostra azienda all’e-commerce”. Il risultato di questa innovazione, lato distribuzione, è stato un legame molto più stretto con i clienti, a cui “diamo non solo il prodotto ma anche un servizio – precisa Rossetti –. Il negozio fisico non perderà mai di valore, ma bisogna reinventarlo: ad esempio, a Malpensa stiamo sperimentando un nuovo concept di negozio, in cui entri a provare le scarpe ma poi ti arrivano a casa”.
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ca Sanofi ad Origgio: “In tutti gli stabilimenti abbiamo introdotto i principi della Lean manufacturing, uno dei pilastri di Industry 4.0, una modalità produttiva che punta a minimizzare gli sprechi fino ad annullarli. Gli addetti di Origgio si sono messi in gioco accettando il cambiamento: le persone hanno offerto il loro fattivo contributo per un miglioramento continuo. Dimostrando di saper portare avanti progetti, anche complessi e sfidanti, in modo efficiente”. Il che ha reso Sanofi più competitiva anche nei prodotti. “Nel 2020 investimenti e crescita sono parole d’ordine – prosegue Di Domenico –. Stiamo puntando molto su ricerca e sviluppo, con l’obiettivo di spingere sull’innovazione di prodotto e processo, grazie anche ad importanti bandi ed accordi per la ricerca stretti in collaborazione con le Pmi del territorio e organismi
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Dalla Terra alla Luna con il sostegno pubblico Tre imprese di settori diversi raccontano come, tra incentivi e semplificazioni, l’alleanza pubblico-privato, a partire dall’accesso ai fondi di Regione Lombardia, possa rendere un territorio più smart Silvia Giovannini
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uardare al bicchiere mezzo pieno, non per falsi ottimismi, ma per progettare con consapevolezza lo sviluppo. È uno dei temi emersi durante la tappa varesina del roadshow “Smartland – La Lombardia del futuro”. Il messaggio è chiaro: se la Lombardia è ancora locomotiva del Paese, partiamo da qui, dall’energia che la alimenta. Tra gli strumenti smart a disposizione
delle imprese lombarde naturalmente anche quelli finanziari e di collaborazione con il pubblico, raccontati in un panel dal titolo “Percorso netto: tra incentivi e semplificazione, quando funziona l’alleanza pubblico-privato” da tre imprese accomunate dalla propensione alla crescita, ma operanti in mercati molto diversi. Partiamo dall’automotive, importante seppur non unico comparto di business in cui opera la Spm di Brissago Valtravaglia, un comune varesino di poco più di 1.200 abitanti. “Il settore dell’auto si mostra in crescita”, spiega alla platea Giovanni Berutti, Managing Director
Il palazzo di Regione Lombardia a Milano
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Una Smartbank per SmartLand Non di soli finanziamenti pubblici vivono oggi le imprese, ma anche di strumenti di accesso al credito innovativi, flessibili, personalizzati. “Oggi ci sono tutte le condizioni per creare credito nel territorio – spiega, Luca Gotti, Responsabile Macroarea Territoriale Bergamo e Lombardia Ovest di Ubi Banca –. Le condizioni per permettere alle imprese di investire sono la presenza di banche con una buona solidità e le condizioni di liquidità. Due circostanze che oggi si trovano. Il dato generale che emerge sugli investimenti è, però, un dato modesto: dipende dal fatto che ci sono imprese molto virtuose sul territorio e altre che ancora stanno cercando di ritrovare un proprio ruolo. Chi investe punta soprattutto sull’innovazione e sul mercato internazionale. Si tratta di imprese caratterizzate da tasso di fatturato dall’export alto e dinamiche di forza. Le imprese devono comprendere che in questa fase storica esiste sì incertezza di sistema, ma in realtà non ci sono limiti strutturali nel credito. Nel settore industriale, data la sofferenza precedente, l’incertezza è assolutamente normale. Questo è un primo problema. Il secondo, riguarda le transazioni, che per l’85% sono virtualizzate. Parliamo di un processo ormai avanzato: resta il tema di aiutare le imprese in questo. Una SmartLand richiede una Smartbank, relazioni intelligenti non solo economiche ma anche di benessere e sviluppo collettivo”.
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dell’azienda il cui acronimo sta per Sigilli in Plastica e Metallo e che, tra le sue tre anime, produce componenti originali per interni ed esterni di automobili. Per fare un esempio, i loghi delle vetture dei più prestigiosi produttori al mondo sono made in Brissago: anche sulla Tesla nello spazio c’è la firma di Spm. Dettagli di pregio che contribuiscono a rafforzare l’immagine e la riconoscibilità di un marchio e che quindi devono soddisfare gli standard di qualità più elevati, compresa la durabilità. “L’andamento di mercato – sottolinea Berutti – da una parte pone la difficoltà di stare al passo con la crescita, dall’altra mette un argine alla concorrenza perché occorre una grande capacità di innovazione che noi possiamo garantire. I finanziamenti aiutano in questo: ad esempio, abbiamo fatto ricorso ad un finanziamento della Regione Lombardia per acquistare un macchinario che permette di ottenere un effetto cromato senza tecnologia galvanica, con una tecnologia a basso impatto ambientale ed energetico. Duplice obiettivo, quindi: riduzione dell’impatto ecombientale e aumento della capacità produttiva”. Al tema dei finanziamenti, l’imprenditore associa poi quello degli investimenti pubblici, necessari e fondamentali per l’economia del Paese. L’esperienza di Pechino insegna che, se c’è il sostegno pubblico, quella di un grande evento, come le Olimpiadi, può essere un’ottima occasione per lo sviluppo delle infrastrutture. Esempio non casuale perché la seconda anima dell’azienda (la terza è legata al fashion) è la produzione di equipaggiamenti per gli sport e le Olimpiadi invernali ed Spm sarà anche a Pechino 2022. Completamente diverso il settore di Tenova, la società del gruppo Techint con sede principale a Castellanza, nome di riferimento mondiale per le soluzioni innovative, sostenibili e sicure per il settore metallurgico e minerario. “Dobbiamo impegnarci a vedere le cose belle che si fanno in Italia e in Lombardia in particolare”, così Enrico Malfa, Direttore Ricerca e Sviluppo dell’azienda. “Pensiamo al tema della sostenibilità e all’acciaio sostenibile”. Per chi non lo sapesse, infatti, quasi la metà dell’acciaio prodotto in Italia è lombardo. Un settore che è esempio concreto di economia circolare, con 14 milioni di tonnellate di rottami raccolti (dati 2018), trasformati in nuovo acciaio in un ciclo che consente di definirlo un “materiale permanente”. “Le tecnologie digitali, che si possono implementare nel settore della produzione di acciaio, anche grazie a finanziamenti ad hoc nell’ambito degli accordi di programma Stato-Regione, ci permettono di fare sempre meglio in quest’ambito – chiarisce Malfa –. Un caso evidente è quello della gestione del parco rottame che stiamo portando avanti come Tenova insieme ad Ori Martin nel nostro progetto LightHouse del Cluster Nazionale Fabbrica Intelligente denominato Acciaio4.0: grazie all’analisi di immagine e ad uno scanner 3D possiamo individuare la posizione del rottame in uno spazio ampio come un campo da calcio e possiamo saperne l’origine, le caratteristiche tecniche e la quantità. In questo modo, si riducono i possibili errori e i tempi delle operazioni di gestione del rottame. Pensiamo poi al progetto di additive manufacturing denominato Made4Lo, generato nell’ambito dell’Associazione Fabbrica Intelligente Lombarda che ha permesso di costruire una rete regionale di Pmi e università: l’iniziativa si pone come obiettivo principale la realizzazione di una piattaforma diffusa e integrata nel territorio
lombardo che copra l’intera catena del valore per le tecnologie di realizzazione di componenti metallici attraverso stampa 3D”. Dalla Terra allo spazio, il terzo caso emerge dal racconto di Giuseppe Cilia, Presidente di Optec, azienda di Parabiago che produce sistemi ottici ed optoelettronici per le più svariate applicazioni e i più disparati settori anche per applicazioni estreme: come le lenti speciali adottate da Nasa e Agenzia spaziale europea per le missioni degli Shuttle e della Stazione spaziale orbitante. L’azienda punta ovviamente grandemente sulla ricerca: grazie ad un finanziamento regionale ha potuto sviluppare tecnologie all’avanguardia nel medicale, insieme a gruppi di aziende tra cui l’Humanitàs di Rozzano e di sistemi di visione per il settore automotive per la guida automatica. “Noi ci mettiamo creatività made in! – sottolinea Cilia – Ci piace pensare che non sviluppiamo prodotto ma tecnologia”. Una tecnologia che andrà nientemeno che sulla Luna.
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Quando la strategia è green Suole in gomma senza petrolio, tessuti biodegradabili, impianti a basso impatto: sostenibilità dei prodotti, dei processi e del pensiero. Questo il cambiamento messo in atto da molte imprese del Varesotto e dell’Alto Milanese. Non per moda, ma per precorrere e anticipare i tempi della competitività Chiara Mazzetti
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bbiamo capito che un territorio, per potersi definire smart, dev’essere al passo con la formazione, innovativo e saper aggiornare continuamente la finanza d’impresa tra pubblico e privato. Le imprese di Varese, e non solo, però puntano anche su un altro aspetto strategico: la sostenibilità. Dei prodotti, dei processi e del pensiero. Un cambio di rotta e di prospettiva im-
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posto non solo dalla rivoluzione digitale attualmente in corso, ma in prima persona anche dai consumatori. Specialmente quando si parla di nicchie produttive. “In tempi di grandi cambiamenti bisogna saper reinterpretare innanzitutto se stessi. Questo vale per le persone, ma anche per le imprese e i territori – afferma Roberto Grassi, Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese nel corso della prima tappa di SmartLand –. È cambiato il modello di definizione dell’azienda, passato da quello in cui a descrivere l’azienda è ciò che produce a un modello che potremmo
definire ‘Tridimensionale’, che oggi deve ricomprendere anche tecnologia e conoscenza del mercato di sbocco. Non si tratta più di un modello chiuso per settori. Anzi, il futuro delle aziende passa per la loro capacità di scambiarsi tecnologie anche tra realtà di diversi comparti. Per questo si possono e si devono creare mappe in grado di aiutare le imprese a valorizzare il capitale di tecnologia anche al di fuori del proprio mercato di origine. La parola chiave è una: apertura trasversale”. E proprio di cambiamenti e apertura ha parlato Antonello Ghignone, R&D Consultant di Vibram, azienda che ha praticamente creato un brand da un prodotto che, testuali parole: “Una volta era banalizzato e poco considerato”. Ovvero le suole delle scarpe. “L’ambiente è nel nostro Dna da sempre”, spiegano dall’impresa di Albizzate, nata da una brillante idea dell’artigiano appassionato di alpinismo, Vitale Bramani. Se Vibram e natura possono considerarsi sinonimi, per quanto riguarda il tema della sostenibilità è stato necessario improntare un percorso più strutturato: “Noi forniamo un componente a produttori di calzature, un mercato decisamente di nicchia. Alte performance e personalizzazione, per permettere al cliente di avere qualcosa di ‘speciale’ sotto i piedi, ci contraddistinguono da sempre: abbiamo, perciò, pensato che puntare sulla sostenibilità avrebbe fatto la differenza”, racconta Ghignone. È nata così una nuova mescola priva di petrolio, insieme ad altre azioni green “super importanti per lo sviluppo del prodotto, come riduzione dei costi energetici, riciclo e laboratori che misurano le performance. Abbiamo iniziato un percorso per valutare il nostro impatto sull’ambiente – prosegue Antonello Ghignone –, insieme al Cnr, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, il più grande ente pubblico di ricerca italiano, sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e del-
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Antonello Ghignone, Vibram: “L’ambiente è nel nostro Dna da sempre. Abbiamo iniziato un percorso per valutare il nostro impatto ambientale, con lo scopo di agire per migliorare le nostre performance”
la Ricerca, con il compito di svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e valorizzare attività di ricerca scientifica e tecnologica. Abbiamo quindi messo in atto un’analisi dettagliata degli impatti dei processi di lavorazione, individuando un certo numero di parametri su cui poter intervenire per minimizzare costi e impatto ambientale”. C’è poi chi, partendo da lontano, ha fatto della sostenibilità una vera e propria bandiera, come la Stamperia Olonia: “Dalla fine degli anni ‘90 parliamo di green in azienda, da quando abbiamo sostituito alcune sostanze chimiche utilizzate nei processi industriali con prodotti a minor impatto”, spiega Mauro Miele, Amministratore Delegato dell’impresa di Gorla Minore, attiva nella produzione in conto terzi di tessuti naturali stampati per la casa e per l’abbigliamento. Motto aziendale è: produrre sostenibilmente. Messo in pratica anche grazie ad un continuo rinnovamento del parco macchine, che ha il solo scopo di rendere gli impianti moderni, efficienti, sicuri ed energeticamente vantaggiosi. “Nel corso degli anni abbiamo sviluppato un sistema di monitoraggio dei consumi energetici, informatizzato ad inizio 2020, che permette il controllo continuo delle principali linee di produzione – prosegue Miele –. Le strategie di risparmio energetico messe in atto ci hanno permesso di essere più competitivi sul mercato”. E i risultati si vedono. “Negli ultimi 4 anni abbiamo investito 12milioni di euro, di cui 5 milioni nel 2019 solo nel reparto digitale: ciò ci ha permesso di fare il salto di qualità e produrre in tempo reale a basso impatto ambientale, minimizzando gli scarti e velocizzando la messa appunto delle richieste dei clienti”. A fare la differenza alla Stamperia Olonia, però, sono le persone: “Il continuo lavoro di sensibilizzazione su temi come sostenibilità e sicurezza nello svolgimento delle proprie funzioni, contribuisce ad un ambiente di lavoro migliore e una garanzia per le future generazioni”, chiosa Mauro Miele. Infine, c’è chi, poco al di fuori dei confini della provincia di Varese, a Robecchetto con Induno, produce denim sostenibile fatto di prodotti smart, con tecnologie impiegate da big brand del fashion come Stella McCartney. È la Candiani, 580 addetti per 90milioni di fatturato annuo. “Negli ultimi 4 anni abbiamo fatto ricerca e sviluppato il brevetto per una tecnologia, completamente made in Italy, che permetta ai tessuti di biodegradarsi – racconta il Consigliere di Amministrazione, Alberto Candiani –. In altre parole, un capo realizzato con questo tipo di tessuto se ‘piantato’ nel terreno diventa biofertilizzante. Senza nuocere minimamente all’ambiente perché è microplastic free, compostabile e fatto da polimeri di origine naturale”.
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Il Dipartimento Centrale della Protezione Civile e il Museo di Villa Borghese a Roma, le Basiliche e il Sacro Convento di San Francesco ad Assisi, la Reggia di Caserta. Ecco solo alcuni esempi di siti che la tecnologia varesina Antimpatto De Bernardi di Ingelva ha protetto nel tempo dai fenomeni elettrici atmosferici e terrestri da sempre pericolosi, ma oggi più che mai devastanti per edifici dominati dalla tecnologia
ECONOMIA
Lo scudo perfetto contro i fulmini
sul monte varesino trovano la loro massima espressione come in
Davide Cionfrini pochi altri luoghi in Europa. Conformazione, posizione e altri co-
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on solo nei mitici garage della Silicon Valley. Le storie d’impresa possono nascere nei posti più strani e impensabili. Quella della Ingelva, per esempio, muove i suoi primi passi tra i fulmini del massiccio del Campo dei Fiori. È qui che dopo la Seconda Guerra Mondiale un giovane radioamatore 15enne scopre la sua passione per i fenomeni elettrici ambientali che proprio
fattori, sono un mix esplosivo perfetto per attrarre fulmini. “Sotto questo punto di vista il Campo dei Fiori è uno dei luoghi più pericolosi del continente”, fa notare Davide De Bernardi, figlio di quel Mario, scienziato, oggi quasi 88enne, che sulle Prealpi fece nel 1947 la sua prima fondamentale scoperta: i fulmini quali manifestazioni non di fenomeni elettrostatici, ma principalmente elettrodinamici, sia nella fase di gestazione che nell’espressione di potenza. Questa la
Prof. Mario De Bernardi
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scoperta che gli permise di porre le basi per la sua prima invenzione industriale in questo campo: l’antenna parafulmini anti-impatto. Tanto avanti, ancora oggi, che molti la considerano una tecnologia di assoluta avanguardia, realtà da decenni, concretizzatasi nella nascita dell’impresa individuale Ing.El.Va., acronimo di Ingegneria Elettronica Elettrotecnica di Varese. È il 1958. Primo passo che porterà l’azienda a trasformarsi in Snc prima e in Srl poi, con il nome Ingelva Parafulmini Srl. “Da allora - racconta Mario De Bernardi - sono stati realizzati oltre 50.000 impianti Antimpatto (Marchio Registrato) in tutto il mondo”. La Cittadella di Scienze della Natura “Salvatore Furia” a punta Paradiso, sul massiccio del Campo dei Fiori, della quale fa parte il Centro Geofisico Prealpino e dove ha sede, sin dal 1974, la Stazione Fulmini I.S.F.-Istituto Superiore di Fulminologia “Mario De Bernardi”, è protetta con il sistema Antimpatto. Ovvio, si dirà, visto il luogo dove nasce la passione del fondatore di Ingelva. Meno scontato è, invece, il fatto che il sistema De Bernardi abbia protetto per esempio il Dipartimento Centrale della Protezione Civile, il Museo di Villa Borghese, l’Obelisco Flaminio in Piazza del Popolo a Roma; le Basiliche e il Sacro Convento di San Francesco ad Assisi; il Duomo e la Rocca Albornoziana a Spoleto; la Reggia di Caserta. Beni artistici e architettonici, ma non solo. Gli impianti Antimpatto hanno protetto Centri di Ricerca quali, ad esempio, il Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana” di Erice, diretto dal professor Antonino Zichichi o addirittura, con il principio De Bernardi, siti strategici della Nasa. L’Ingelva con il suo sistema Antimpatto ha più in generale fatto scudo a impianti industriali, aeroporti, infrastrutture, ponti e sedi storiche come quella della Rcs Periodici, in via Angelo Rizzoli e del Corriere della Sera in via Scarsellini a Milano. Usare l’espressione “fare scudo dai fulmini” per Ingelva non è casuale. La sua tecnologia Antimpatto è completamente diversa dai “parafulmini” comunemente noti. Quelli, per intenderci, che stanno sui punti più alti degli edifici o che gli inviluppano metallicamente e che attirano il fulmine e pretendono di governarlo e scaricarlo a terra senza danni per sé e per la struttura oggetto di difesa. “Pura illusione - commenta Davide De Bernardi, ricercatore scientifico, fulminologo e Cto - Chief Tecnical Officer di Ingelva - tenuto conto delle tensioni impulsive dell’ordine dai milioni ai miliardi di Volt e delle correnti impulsive dell’ordine dalle decine alle centinaia di migliaia di Ampere che con essi si scaricano. In sostanza: il fulmine, nella fase di espressione di potenza, quella accompagnata dal lampo e seguita dal tuono, è un fenomeno energico tale che è impossibile pretendere di controllarlo”. Da qui l’idea di passare ad una tecnologia totalmente differente: “In pratica quello che facciamo noi con i nostri impianti che installiamo nella zona da proteggere è prevenire la formazione del ful-
mine”. Ogni edificio, ogni infrastruttura è studiata e dotata di un impianto personalizzato che agisce da ammortizzatore elettrico atmosferico e terrestre, assorbendo, smorzando e dissipando urti e vibrazioni elettriche (di cariche elettriche), in grado di dissolvere sul nascere ogni accentramento di energie elettromagnetiche pericolose, proprio quelle che, se non controllate dall’Antimpatto, condurrebbero alla fase di potenza distruttrice del fulmine. Così il fulmine non si forma. Sia che esso sia discendente, ossia quello più comunemente noto proveniente dal “cielo”, sia esso ascendente, ossia quello meno conosciuto, più sottovalutato e più pericoloso proveniente da terra, sia esso laterale, proveniente dalle linee di distribuzione di energia elettrica o di telecomunicazione. “Il Sistema di prevenzione Antimpatto De Bernardi Ingelva, come noto e documentato, riesce a determinare nell’area nella quale insiste la struttura architettonica oggetto di protezione, e tramite dedicato impianto, un volume immune dalla formazione di qualunque fulmine: garantendo la sicurezza e la protezione preventiva al 100%, in armonia con gli ecosistemi. Tanto che tutti i nostri impianti dal 1985 sono anche coperti da polizza assicurativa di un’importante compagnia dalla quale ad oggi non è stato liquidato alcun sinistro”, spiega Michelangelo Bassi, neo-Chief Executive Officer dell’azienda. Ingelva, infatti, pur essendo un brand storico, sta vivendo in questi mesi una seconda vita, dopo un’operazione finanziaria studiata per il suo riposizionamento. “Il nostro obiettivo è quello di rilanciare la presenza sul mercato di un marchio di eccellenza internazionale dalle grandi potenzialità”, racconta Bassi. “Il pericolo di danni che i fulmini possono arrecare a strutture moderne, a edifici, imprese, stabilimenti industriali, case e palazzi pieni di tecnologia, metallo e componenti elettronici è in forte aumento”. Il progetto di rilancio di Ingelva è partito dalla costituzione di un Club Deal: un gruppo di imprenditori del territorio che ha investito risorse nella costituzione di una società, la Apheleia Srl che, dopo l’acquisizione del ramo di azienda di Ingelva Parafulmini Srl, perfezionato nel settembre 2019, ora detiene il 60% della Newco Ingelva Srl. Una Newco di cui la famiglia De Bernardi detiene ancora il 40%. Trasferimento nel nuovo plant produttivo nella zona industriale di Gallarate, importanti investimenti in risorse umane, riorganizzazione dei processi produttivi, continuazione degli elementi innovativi, implementazione della mix prodotto e comunicazione mirata ai diversi target di consumatori individuati: questo il mix di un progetto nel quale crede soprattutto l’azienda varesina Amca Elevatori Srl che detiene il 75% di Apheleia Srl e che esprime il Presidente del Consiglio di Amministrazione: Luca Corradini. A completare il Cda è, appunto, il Ceo Michelangelo Bassi e il consigliere che tramanda la storia: il Cto Davide De Bernardi, figlio del fondatore Mario.
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Dal digitale alle risorse umane: nuovi corsi di formazione! 8Q QXRYR FDWDORJR ULFFR GL FRUVL SHU O DSSUHQGLPHQWR GL QXRYH FRPSHWHQ]H H SHU LO PLJOLRUDPHQWR FRQWLQXR LQ PROWHSOLFL DUHH GL LQWHUHVVH SHU OH LPSUHVH RUJDQL]]DWL FRQ HVSHUWL GHO VHWWRUH
Digital Innovation 22 aprileb *URZWK +DFNLQJ VWUDWHJLH VWUXPHQWL H WHFQLFKH 21 maggio 'LJLWDO 0DUNHWLQJ 0DQDJHU FRVD VDSHUH FRVD IDUH FRVD HYLWDUH 26 maggio 'DWD 'ULYHQ 'HFLVLRQ 0DNLQJ
Fisco, finanza e controllo 02 aprile LD JHVWLRQH GHL FRVWL SHU FUHDUH YDORUH QHOO LPSUHVD 22 aprileb LD GHWHUPLQD]LRQH GHO SUH]]R GL YHQGLWD PHWRGL SROLWLFKH H VROX]LRQL D FRQIURQWR 13 maggio LD SLDQLILFD]LRQH ILQDQ]LDULD VWUXPHQWL GL SUHYLVLRQH JHVWLRQH GHL IDbbLVRJQL H ULVFKL ILQDQ]LDUL G LPSUHVD
Operations & Supply chain 31 marzo ΖO SURGXFWLRQ PDQDJHU GHO IXWXUR 04 giugno +XPDQ &HQWHUHG 'HVLJQ 7KLQNLQJ
Soft Skills & People Management 31 marzo 3ROLWLFKH UHWULEXWLYH H :HOIDUH D]LHQGDOH 05 maggio 6WUXPHQWL H WHFQLFKH GL VHOH]LRQH GHO SHUVRQDOH 14 maggio &KDQJH PDQDJHPHQW 21 maggio ΖPSDFW WHFQLFKH GL SUHVHQWD]LRQH H SXEOLF VSHDNLQJ
Compliance e Sistemi di gestione 02 aprile ΖO SURILOR SURIHVVLRQDOH GHOO +6( 0DQDJHU VHFRQGR OD QRUPD 81Ζ LQ UHOD]LRQH DOOD ILJXUD GHOO 5633 23 aprile /D UHVSRQVDELOLW¢ GHOOH VRFLHW¢ H[ ' /JV H UHDWL ILVFDOL
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Mv Agusta festeggia 75 anni Dal piano di rilancio, alla rinascita del marchio Cagiva attraverso l’elettrico, passando per lo sbarco sul mercato di 20 nuovi modelli nei prossimi 5 anni. Intervista al Ceo Timur Sardarov piccole, come la 350 cc, per la conquista di nuovi mercati, come quel-
Paola Provenzano lo asiatico. A tale scopo è stato recentemente siglato un importante
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a di essere seduto sulle spalle di un gigante Timur Sardarov, Ceo di Mv Agusta Motor Spa: per lui il peso della tradizione e l’eredità di un marchio prestigioso, fanno il paio con la necessità di garantire stabilità e crescita guardando a un futuro in cui tecnologia e innovazione saranno parole d’ordine. Sardarov è al vertice di Mv AguTimur Sardanov sta dallo scorso anno, quando la sua famiglia ha acquistato il 100% del pacchetto azionario della società nella quale era entrata due anni prima attraverso l’apporto di nuovi capitali da parte della lussemburghese ComSar Invest. Che situazione ha trovato arrivando qui in Mv Agusta? Ho trovato una realtà fatta di persone molto preparate ed appassionate, da un brand molto forte con tante competenze e molto valore, ma con il bisogno di un riassetto e di rilancio. Ed è proprio questa la direzioni in cui stiamo lavorando e vogliamo lavorare in futuro. Ci può dire qualcosa rispetto agli obiettivi in termini di prodotti e mercati, ma anche in fatto di distribuzione e di attenzione al cliente? Recentemente è stato presentato un piano quinquennale, che punta ad una crescita sia organica sia strutturale, con l’obiettivo di portare i volumi annuali di vendita a 25mila unità nei prossimi cinque anni con oltre 20 nuovi modelli. L’apertura a nuovi segmenti, in particolare quello di un pubblico più giovane, è previsto anche attraverso il lancio di una nuova gamma entry-level, così come il ritorno a cilindrate più
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accordo col colosso cinese Loncin per la produzione e la distribuzione di questi nuovi modelli di gamma media. Ricerca e sviluppo si confermano pilastri fondamentali della strategia del marchio: tecnologia d’avanguardia e design mozzafiato rimangono l’inconfondibile marchio di fabbrica di Mv Agusta. Infine, in termini di relazioni col cliente, sono stati fatti particolari sforzi nel migliorare l’attenzione e l’ascolMv Agusta Brutale 1000 Serie Oro
Qual è il futuro del marchio Cagiva? La rinascita del marchio Cagiva è legata all’elettrico: pensiamo a prodotti che possano essere in linea con la mobilità urbana del futuro, sempre più attenta alla riduzione dell’impatto ambientale. Ci sono dei progetti in questo senso che vorremo sviluppare nei prossimi anni. Mv Agusta per molti appassionati è un nome legato alla storia del Motomondiale. Qual è oggi il rapporto con lo sport? Potrebbe esserci in vista un maggiore coinvolgimento? Il ritorno nella MotoGP per noi oggi non è una priorità: le priorità sono legate alla stabilità e qualità dei prodotti dell’azienda. Abbiamo comunque anche per la stagione 2020 un partner team, il Team Forward Racing, in Moto2 con i piloti Stefano Manzi e Simone Corsi e un team Mv Agusta Reparto Corse in Supersport con i pi-
loti Randy Krummenacher, Raffaele de Rosa e Federico Fuligni. Quest’anno ricorre un importante anniversario per Mv Agusta: possiamo svelare qualcosa a proposito dei prossimi festeggiamenti in programma il 20 e 21 giugno? Ancora non possiamo rivelare molto: però possiamo dire che sarà una grande festa che coinvolgerà la città di Varese attraverso iniziative nelle vie e nelle piazze del centro. Ci sarà la possibilità di vedere da vicino le nostre moto, da quelle storiche ai modelli più recenti. Possiamo anche dire che sarà con noi il grande Giacomo Agostini, vincitore di 15 campionati mondiali, il pilota più titolato nella storia del Motomondiale.
ECONOMIA
to, dando un supporto solido e concreto ai clienti al fine di consolidare la fedeltà al marchio.
Ed infine: quale è la sua Mv Agusta preferita? Tutte le Mv Agusta sono fantastiche, ma se devo sceglierne una dico la Superveloce che celebra la gloriosa storia sportiva del nostro marchio in chiave contemporanea e che riassume in sé il meglio in fatto di velocità, di design e di tecnologia.
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Il record imbattuto di 37 titoli iridati Una storia che continua dal 1945: sono 75 gli anni trascorsi dalla nascita della Meccanica Verghera Srl, della quale ancora oggi resta traccia nell’acronimo Mv che, accanto al nome Agusta, è espressione della tradizione motociclistica italiana. A dare vita alla Mv è la famiglia Agusta che, con la fine del conflitto, si vede preclusa la possibilità di costruire velivoli. Tecnologia e velocità diventano allora gli ingredienti per fabbricare motociclette: la prima nata viene chiamata MV98, anche se la leggenda narra che il suo nome inizialmente era Vespa. Dopo la morte del conte Domenico Agusta, nel 1971, il destino dell’azienda sembrava segnato. La svolta arriva nel 1992 quando la famiglia Castiglioni decide di cambiarne le sorti e la Cagiva di Claudio Castiglioni acquista il marchio Mv Agusta e ne trasferisce la produzione negli stabilimenti della Schiranna, dove si trova tuttora. Sotto la guida di Claudio Castiglioni il marchio conosce anni di forte sviluppo e crescita. Scomparso prematuramente nel 2011, fu suo figlio Giovanni a succedergli alla guida dell’azienda e a raccogliere la sfida della continua innovazione fino ai recenti passaggi che hanno portato la società nelle mani della famiglia Sardarov. Ma Mv Agusta è un marchio che gli appassionati accostano non solo a moto iconiche come la F4, la Superveloce o la Brutale, ma anche ai circuiti e a un record imbattuto di 37 titoli mondiali: dalle prime vittorie con Franco Bertoni, il primo pilota MV, fino a Giacomo Agostini e Phil Read. Giacomo Agostini
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INCHIESTA
Turnover a rischio nelle aziende tessili Conti alla mano, nel settore Tessile-Abbigliamento-Moda italiano sono previste 48.000 assunzioni nei prossimi 4 anni. In gioco c’è il ricambio generazionale della forza lavoro di una delle colonne del made in Italy. Un’opportunità anche per i giovani varesini. Ma scuole, ragazzi e ragazze sono pronti? Partendo da queste considerazioni, Smi, in collaborazione con il
Chiara Mazzetti centro di ricerca e consulenza Ptsclas di Milano e il finanziamento
È
un allarme che non ti aspetti quello che arriva dall’industria tessile: stando al segnale di pericolo lanciato da Sistema Moda Italia (Smi), il turnover previsto nelle aziende per l’immediato futuro metterà in seria difficoltà un comparto che, con i suoi 95 miliardi di fatturato annuo, rappresenta una delle colonne portanti del made in Italy. Conti e calcolatrice alla mano, nei prossimi 4 anni si stimano siano previste 48.000 assunzioni nel settore moda allargato (comprensivo di accessori, occhiali, gioielli, concia), il che porta inevitabilmente ad una domanda: queste posizioni potranno essere interamente coperte dagli studenti (non molti) che oggi frequentano scuole tecniche e professionali, anche e soprattutto a fronte dei livelli attuali di iscrizione a questo tipo di istituti? A preoccupare gli addetti ai lavori, insieme ad una sempre crescente difficoltà di reperimento di determinate professionalità, è in modo particolare la qualità dell’offerta formativa che il sistema di istruzione e formazione nazionale sarà in grado di fornire.
Roberto Grassi: “L’Its Cosmo, al quale partecipano aziende del nostro territorio, vanta tassi di occupabilità degli studenti al termine del corso di studio che vanno dal 70 al 90% a seconda della specializzazione” 28
di Fondirigenti, ha realizzato un’indagine nazionale sui fabbisogni professionali delle imprese del settore Tessile-Abbigliamento-Moda. La ricerca, che ha coinvolto un campione di 300 imprese del settore moda, di tutte le dimensioni e di tutti i comparti produttivi sparse sul territorio nazionale, ha chiesto alle aziende di esprimersi sui profili professionali ritenuti più importanti e critici da reperire per il presente e per il futuro prossimo. A risultare maggiormente ricercati sono: per quanto riguarda l’area manageriale, le figure di responsabile di produzione, responsabile commerciale e marketing, responsabile stile e prodotto, responsabile IT; per l’area tecnica il modellista, disegnatore industriale (tessile e fashion), tecnico del controllo del prodotto finito, specialista e-commerce; per l’area operativa l’addetto alla produzione nobilitazione e stampa tessuto (finissaggio), addetto alla produzione (tessitura), addetto alla produzione (tintura tessile), prototipista.
La consistenza del settore Tessile-Abbigliamento varesino Una fotografia, quella scattata da Sistema Moda Italia, che coinvolge direttamente la provincia di Varese, tra i principali distretti produttivi del settore a livello nazionale. Con quasi 1.500 unità locali e 12.300 addetti (dati Istat 2017, ultimi disponibili) il Tessile–Abbigliamento e pelletteria occupa il 14% degli addetti manifatturieri varesini, impiegando il 3% dei lavoratori italiani del settore. Varese si classifica come nona provincia in Italia per unità locali e addetti e vanta una filiera che ha le sue radici in oltre 100 anni di storia, durante i quali ha subito profonde trasformazioni, riuscendo a coniugare tradizione e tecnologie all’avanguardia. Varese è inoltre una delle poche province del Paese che sul territorio ha mantenuto l’intera filiera produttiva, dal filato al prodotto finito. Ciò permette al tessi-
Puntare tutto sugli ITS “In un paese altamente manifatturiero come l’Italia - spiega Roberto Grassi, Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese - l’investimento nella formazione tecnica costituisce un fattore fondamentale di consolidamento delle competenze e contribuisce ad offrire opportunità di lavoro qualificato ai giovani. Dalla ricerca di Smi possiamo trarre importanti stimoli per la nostra attività di sostegno alla formazione dei ragazzi, asset strategico per le imprese che stanno investendo, come sta facendo la stessa Unione Industriali, negli Its, gli Istituti Tecnici Superiori di specializzazione post-diploma di maturità. Faccio solo un esempio: l’Its Cosmo, al quale partecipano aziende del nostro territorio, vanta tassi di occupabilità degli studenti al termine del corso di studio che vanno dal 70 al 90% a seconda della specializzazione”.
Un’opportunità per i giovani Stando alle previsioni, nel settore Tessile-Abbigliamento-Calzature in provincia di Varese (dati Unioncamere – Anpal, Sistema Informativo Excelsior, report gennaio 2020), oltre 1 persona su 10 che verrà assunta nell’industria tra gennaio e marzo 2020 sarà occupata in que-
Piero Sandroni: “Nonostante la crisi degli scorsi anni, molte imprese non solo sono sopravvissute, ma in molti casi sono cresciute e lo stanno ancora facendo: per questo motivo l’industria tessile può ancora rappresentare un’opportunità di lavoro per i giovani”
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le varesino di generare annualmente 968 milioni di euro di export (dati Istat 2018), pari al 2% del commercio internazionale che il settore genera a livello nazionale, il che rende Varese la 14esima provincia in Italia per esportazioni. I principali mercati di sbocco sono Francia, Germania, Svizzera, Spagna ed Hong Kong.
sto comparto. “Parliamo - commenta Piero Sandroni, Presidente del Gruppo merceologico “Tessile e Abbigliamento” di Univa - di un’aspettativa di 630 avviamenti al lavoro. Dati non stratosferici, ma che danno comunque l’idea di un settore ancora vivo: in altre parole, l’industria tessile e dell’abbigliamento può ancora rappresentare, e rappresenterà nel prossimo futuro, un’opportunità di lavoro per i giovani. Perché nonostante la crisi degli scorsi anni, molte imprese non solo sono sopravvissute, ma in molti casi sono cresciute e lo stanno ancora facendo. Imprese, spesso storiche, che tra non molto si troveranno di fronte alla sfida di un ricambio generazionale della propria forza lavoro, ad ogni livello: dal tecnico al manager”.
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E il tecnico dove lo trovo? Progetti di alternanza scuola-lavoro, collaborazioni con gli Its postdiploma, apertura degli stabilimenti alle visite delle scolaresche. Sono numerosi i progetti delle imprese tessili varesine per attrarre giovani talenti. Ma spesso non basta. Alcune sono costrette a cercarli all’estero, fino in Finlandia Chiara Mazzetti
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over volare fino in Finlandia per trovare un designer tessile sembra fantascienza? Purtroppo per le aziende varesine del settore non lo è. Percorrere oltre 2.700 chilometri, attraversando mezza Europa, per arruolare un collaboratore potrebbe sembrare un vero paradosso, specialmente se il biglietto di andata ha come partenza la provincia di Varese. Un territorio anticamente a vocazione cotoniera, che in sé racchiude quasi tutte le fasi del ciclo di lavorazione tessile, partendo dalla tessitura fino ad arrivare alla confezione di capi di abbigliamento. Dove trovano spazio realtà tra
Lodetex SpA
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le più importanti griffe italiane, come Missoni, Dolce&Gabbana, Paul & Shark e Yamamay, solo per citare alcuni nomi. Eppure, le imprese della filiera tessile del Varesotto fanno questo e molto altro per ingaggiare tecnici preparati. Come spiega Shahrokh Farhanghi, Presidente del Consiglio di Amministrazione di Lodetex, azienda produttrice di tessuti per arredamento, in particolare tendaggi, che tra i suoi clienti vanta nomi come Armani Casa e hotel di lusso sparsi in tutto il mondo. “Nel settore tecnico i ragazzi italiani sono molto preparati e sanno adattarsi facilmente alle richieste. Diverso è invece il reparto creativo che esige non solo conoscenze tecniche, ma anche quel quid in più. Io li definisco ‘architetti tessili’, figure che abbiano capacità creative, gusto e raffina-
Shahrokh Farhanghi, Lodetex: “Abbiamo aderito ad iniziative come il Pmi Day, invitando i ragazzi a visitare la nostra azienda. Crediamo sia questo il modo più semplice e diretto per entrare in contatto con quelli che potrebbero diventare, in futuro, i nostri tecnici”
Luigina Caccia, Eurojersey: “Il tessile è percepito come un settore con sbocchi professionali limitati. La realtà è molto diversa: il nostro mondo tessile è ricerca, innovazione e sviluppo di nuovi materiali”
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tezza nella scelta dei colori, ma conoscano anche i limiti della tessitura. Questo è un elemento che manca praticamente del tutto sul mercato italiano”, racconta Farhanghi, che in quasi 50 anni trascorsi nell’impresa di Busto Arsizio ha visto, pian piano, scomparire molti degli storici istituti tecnici della provincia. Quegli istituti che, un tempo, formavano figure oggi praticamente introvabili. “Noi attingiamo moltissimo dalle scuole estere, da quelle olandesi, inglesi e danesi, fino ad arrivare alle finlandesi – continua ancora Farhanghi –. Lo facciamo perché, purtroppo, in Italia non troviamo designer tessili. Ovvero creativi con nozioni complete anche della parte tessile, che in altre parole sappiano cosa sono le armature e quali sono i limiti di una macchina, per esempio. Mentre le altre nazioni si sono adeguate aprendo scuole in grado di creare queste figure così ricercate, l’Italia non lo ha fatto”. Come soluzione per colmare questo gap, di conoscenze ma anche di interesse nei confronti del settore tessile da parte delle nuove generazioni, Lodetex ha deciso di aprire le porte dei sui stabilimenti. “Da qualche tempo abbiamo aderito ad iniziative come il Pmi Day dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, invitando i ragazzi a visitare la nostra azienda. Crediamo sia questo il modo più semplice e diretto per entrare in contatto con quelli che potrebbero diventare, in futuro, i nostri tecnici. Queste visite spingono i ragazzi veramente interessati ad avvicinarsi al settore: d’altra parte solo vedendo e toccando con mano, in prima persona, possono farsi un’idea più concreta di cosa voglia dire lavorare in un’azienda come la nostra”, conclude Shahrokh Farhanghi. Dello stesso avviso è Luigina Caccia, Responsabile delle Risorse Umane di Eurojersey, azienda tessile di Caronno Pertusella che produce una gamma di tessuti tecnici brevettati con il marchio sensitive® Fabrics, venduti in tutti il mondo e scelti dai principali marchi internazionali del settore sportswear, abbigliamento, intimo e bagno. “La difficoltà maggiore che riscontriamo è nel reperimento di figure professionali tecniche, che abbiano un’esperienza diretta nel processo produttivo come tintoria, stamperia e finissaggio. Assistiamo ad una sistematica carenza di scuole ed istituti che formino questi profili, principalmente perché il tessile è percepito come un settore con sbocchi professionali limitati”, chiarisce Caccia, precisando che la realtà, invece, è ben diversa. “Il mondo del tessile è ricerca, innovazione, conoscenza e sviluppo di nuovi mate-
riali nel rispetto dell’ambiente e delle risorse. I giovani oggi vivono in un’epoca non facile, ma hanno tutte le caratteristiche per essere vincenti: creatività, dinamicità, curiosità e spirito di collaborazione. Hanno menti aperte e capacità di comunicazione e condivisione. Forse manca loro un supporto e delle risposte concrete: hanno la necessità di essere percepiti come un’opportunità e quindi di essere adeguatamente formati e responsabilizzati”. E a dirlo è una realtà come Eurojersey che, negli ultimi 2 anni, ha affrontato un ricambio generazionale davvero significativo: 100 nuovi ingressi, a fronte di 78 uscite. “Aderiamo al Progetto ‘Generazione d’Industria’ di Univa, che ci permette di avere contatti con istituti del territorio per i progetti di alternanza scuola-lavoro – prosegue ancora Luigina Caccia –. Partecipiamo, anche, ad un laboratorio all’interno di un corso
Eurojersey SpA
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INCHIESTA
Brugnoli Giovanni SpA
Its (Istruzione Tecnica Superiore), sottoscritto con Fondazione Cosmo e Istituto Serico P. Carcano. Ospitiamo in stage curricolare ed extra curricolare studenti universitari legati all’ambito moda e design del Fashion Institute di Milano e del Politecnico”. Come a dire: “Noi crediamo nei giovani”. Che per Eurojersey, oltre ad essere formati e tecnici, devono avere “voglia di imparare e di fare squadra”. Secondo la Brugnoli Giovanni Spa, che da oltre 65 anni crea tessuti tecnici e creativi per il settore mare, intimo, abbigliamento, sport e tecnologie tessile come la ecosostenibile Br4®, a mancare agli studenti oggi è il “mettere le mani in pasta”. “Le nuove generazioni, e ancor più quelle future, hanno a disposizione infiniti mezzi per trovare ispirazione, approfondire e imparare – argomenta Massimiliano Denna, Amministratore Delegato dell’impresa di Busto Arsizio –. Purtroppo, però, ai giovani mancano le nozioni di base che la generazione precedente aveva già costruito con il termine del ciclo di studi e questo è dovuto, in gran parte, all’assenza di esperienze sul campo, solo in minima parte incluse nei programmi di apprendimento scolastici. È importante e necessario imparare anche al di fuori delle aule. Le aziende devono, quindi, essere partner nella formazione degli studenti”. Che per Brugnoli Giovanni significa creare ponti e connessioni con le scuole di design del territorio: “L’intenzione è facilitare le conoscenze tecniche degli studenti e generare interesse, non solo sul design del capo, ma anche su quello del tessuto”, spiega Denna. Il tutto grazie ad una presenza fisica dell’azienda in aula e a giornate di formazione dedicate ai ragazzi, che hanno così la possibilità di visitare gli stabilimenti e progettare dei bozzetti, dopo aver scelto i tessuti per le loro creazioni nello showroom della 32
Brugnoli, come “una vera e propria marca di moda”. Nonostante gli sforzi messi in campo, però, anche per l’impresa bustocca specializzata in tessuto a maglia circolare, i tecnici rimangono introvabili. “Le selezioniamo con cura e le formiamo con attenzione, ma non è semplice reperire le figure potenziali di cui abbiamo necessità. E il problema principale sta nel fatto che le scuole e gli istituti rivolti specificatamente al tessile, sono drasticamente diminuiti – spiega l’Amministratore Delegato della Brugnoli Giovanni –. Il nostro team è composto da figure con lunga permanenza in azienda, per noi motivo di orgoglio. La ragione sta nell’esperienza e nell’attenzione che gli addetti sviluppano nel corso degli anni: caratteristiche che le nuove figure devono apprendere, per saper tradurre in tessuto le richieste dei clienti”. Di certo più facile a dirsi che a farsi.
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Massimiliano Denna, Brugnoli Giovanni: “Ai giovani mancano le nozioni di base che la generazione precedente aveva già costruito con il termine del ciclo di studi: è importante e necessario imparare anche al di fuori delle aule”
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Il Tessile-Moda è alta tecnologia Tessuti, indumenti e calzature sono sempre più un concentrato di innovazione e nuovi materiali. A testarli per la sicurezza del mercato di tutto il mondo è il Centrocot di Busto Arsizio. Che ha anche un’altra missione: formare le nuove leve del settore con corsi post-diploma e post-laurea Paola Provenzano
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uanta pioggia può abbattersi su un postino prima che la sua divisa cominci ad essere così impregnata da far passare l’acqua sui suoi indumenti? A quale distanza si vedono le bande retroriflettenti di notte e con la nebbia? E ancora: possono mamma e papà essere certi di aver acquistato un capo di abbigliamento “sicuro” per il loro bambino? Sono solo alcune delle domande a cui Centrocot (Centro Tessile Cotoniero e Abbigliamento) di Busto Arsizio dà risposta: una struttura che è un insieme di laboratori di prova e ricerca, aule e uffici di certificazione, ma soprattutto di persone impegnate a verificare materiali e prodotti finiti (tessili o in pelle). Obiettivo? Farsi garante del rispetto di standard di qualità e sicurezza per i prodotti immessi sul mercato, aiutare le imprese a fare innovazione, contribuire alla ricerca e sviluppo soprattutto nel campo della eco sostenibilità e dell’economia circolare e, non da ultimo, formare personale per il comparto tessile.
Un po’ di storia Centrocot nasce nel 1987 per volontà degli imprenditori e degli Enti pubblici del Territorio. Ad oggi le quote di maggioranza fanno capo a Fondazione Industrie Cotone e Lino, Unione degli Industriali della Provincia di Varese e Federazione Tessile Moda (Sistema Moda Italia), ma nella compagine societaria ci sono anche associazioni delle piccole e medie imprese e degli artigiani, Enti pubblici, istituti di credito e sigle sindacali. I numeri parlano di un giro d’affari di oltre 9 milioni di euro all’anno, più di 3mila clienti nel mondo e 104 dipendenti. La crescita del Centro la si vede visitando i laboratori. A breve saranno ultimati i lavori per quelli nuovi dedicati specificamente alle calzature. Anche se non è un caso che la sede sia proprio a Busto Arsizio, capitale del tessile targato Varese, sarebbe riduttivo pensare alla presenza di questo polo solo come supporto allo sviluppo dell’impresa a livello 34
locale. Da qui infatti passano prodotti in arrivo da ogni parte del mondo per essere testati e certificati: dalle tute e guanti per moto GP e Formula 1, agli indumenti monouso del mercato cinese, ma anche tessuti tecnici e capi destinati alla protezione individuale, come le divise dei Vigili del Fuoco o ancora qualsiasi oggetto contenente fibra. Tessuti e capi confezionati vengono sottoposti, a seconda dei casi, a controlli di ogni tipo che vanno dalla resistenza all’acqua e al fuoco, fino all’attacco da parte di batteri, colate di metallo fuso, estrusioni sull’asfalto ad alta velocità; si testa ogni tipo
Testare, certificare innovare e formare “Il nostro obiettivo – spiega Mario Montonati, Presidente di Centrocot – è quello di supportare le imprese del settore Tessile-Abbigliamento-Moda e dei tessili tecnici nello sviluppo di prodotti e processi, nel loro controllo e nella loro certificazione”. Testare, certificare, innovare e formare sono i quattro verbi che più ricorrono
nella visita al Centro che ha sede in piazza Sant’Anna a Busto Arsizio. I test di laboratorio a listino sono 1.870, di questi 542 sono accreditati Accredia (Ente Italiano di Accreditamento). Si tratta di test di tipo chimico, ecologico, biologico fisico e meccanico, di si-
Tessuti e capi confezionati vengono sottoposti, a seconda dei casi, a controlli di ogni tipo che vanno dalla resistenza all’acqua e al fuoco, fino all’attacco da parte di batteri, colate di metallo fuso, estrusioni sull’asfalto ad alta velocità
curezza e protezione. I test, in alcuni casi, servono a portare alla marcatura secondo standard Europei. “Ci occupiamo di tutto ciò che ha a che fare con la misura delle prestazioni dei prodotti e dei processi – spiega il Direttore Generale, Grazia Cerini, alla guida del centro dal 1998 – lo facciamo con strumentazioni all’avanguardia in cui investiamo ogni anno e con personale tecnico specializzato”. Si tratta di test che le imprese difficilmente possono compiere nelle proprie sedi, per la complessità e il costo dei macchinari da utilizzare. “Come Centro – spiega ancora Cerini – siamo l’Ente italiano che rilascia le certificazioni Oeko Tex®, che assicurano prodotti e processi sicuri per l’uomo e per l’ambiente, tracciabili lungo tutta la filiera, aderiamo a RoadMaptoZero di
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di resistenza, chimica, fisica e meccanica e si verificano proprietà, dalla schermatura elettromagnetica, al fattore di protezione ai raggi ultravioletti e rischi biologici. Si fa anche ricerca e formazione, si lavora sulle nuove frontiere dell’economia circolare e della eco sostenibilità, con progetti che guardano al futuro e all’innovazione.
Zdhc, che ha l’obiettivo di guidare il cambiamento a livello industriale nella gestione responsabile delle sostanze chimiche. In tutti questi casi Centrocot è punto di riferimento per le imprese che intendono andare in questa direzione”. Attraverso l’area Ricerca e Innovazione Multisettoriale, Centrocot supporta le imprese nel loro processo di innovazione, sviluppo tecnologico e gestionale, migliorando la loro competitività e trasformando le loro idee in prodotti. E non da ultimo c’è il ramo della formazione rivolta ad aziende, operatori pubblici e privati e giovani diplomati e laureati. “Abbiamo corsi per gli apprendisti delle imprese del settore – spiega ancora Cerini – ma anche corsi post-diploma e post-laurea con percorsi specifici che guardano alle innovazioni collegate al digitale, alla sostenibilità e all’economia circolare. Per i giovani che sono alla ricerca di una occupazione in un settore che è in continua innovazione, un dato significativo: il 70% deigli studenti che hanno portato a temine il percosso formativo ha trovato occupazione in aziende del territorio”.
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UNIVERSITÀ
Il business è sempre più ethics Di non solo valore economico vivono le aziende. La maggiore sensibilità delle imprese ai temi della sostenibilità sta spostando interi asset strategici su valori come le relazioni, l’ambiente, la cultura, il rapporto col territorio. Lo scenario diventa sempre più complesso, a partire dalla misurazione delle performance. Ecco perché la LIUC Business School ha deciso di dedicare un percorso di formazione proprio a questi temi arriva fino ai giorni nostri e ancora oggi rappresenta le fondamen-
Michele Mancino ta su cui si basano tante medie aziende italiane di successo”.
C’
è un pensiero economico che come un fiume carsico ha attraversato i secoli, affiorando in superficie in determinati momenti della storia. È un pensiero che viene da lontano, dai monaci benedettini e dai frati francescani, che transita nel Rinascimento e che nel 1700 genera a Napoli la scuola di economia civile di Antonio Genovesi, il primo in Europa a ricoprire una cattedra di economia. La business ethics è figlia di questo pensiero che in tempi recenti è stato riportato alla luce del sole da Adriano Olivetti, il cui contributo è stato determinante nel tracciare un nuovo modo di fare impresa. “Il termine greco oikos nomos, da cui deriva economia - spiega Massimo Folador, docente di Business Ethics alla Business School della LIUC – Università Cattaneo - significa ‘gestire la casa’. Benedetto da Norcia crea una casa, e ne chiama il capo Abate, cioè il padre della casa. Il frate francescano Giovanni Olivi parla ai mercanti, perché l’economia deve creare fraternità. E lo stesso fanno Bernardino da Siena e frate Pacioli, l’inventore della partita doppia. Questo pensiero che associa all’economia i concetti di felicità pubblica, fraternità, reciprocità e relazione
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Interrogarsi su che cosa sia la business ethics ai tempi della globalizzazione, significa anche ragionare sulla complessità, caratterizzata dall’interazione di una serie di elementi e obiettivi che nell’economia sono spesso in conflitto tra loro. “Gli economisti dovrebbero capire che stiamo parlando di una complessità maggiore di qualsiasi impresa e stato - continua Folador - . Il tema su cui ragionare è quello di un’economia integrale, ovvero un’economia che deve integrare all’ambiente, alla società e alla polis, elementi rispetto ai quali la società è destinata a crescere. La business ethics in questa complessità gioca un ruolo fondamentale perché l’ethos è strategico in quanto serve a gestire correttamente la nostra casa. Ecco perché sta crescendo la riflessione su questo tema”. È indubbio che oggi ci sia una maggiore sensibilità sul tema delMassimo Folador la sostenibilità, in tutte le sue declinazioni e anche su quali siano i vincoli che tengono insieme gli elementi che interagiscono nella complessità. Questi temi non appartengono più a una sparuta nicchia di pensatori illuminati. Sono sempre di più infatti gli economisti secondo i quali il valore economico deve portare con sé altri valori, come le relazioni, l’ambiente e la cultura. In questo quadro anche il ruolo delle aziende diventa più com-
plesso. “In Europa, dal punto di vista sociale - sottolinea il docente della LIUC -, ci sono una serie di fenomeni che indicano la mancanza di speranza. Pensiamo ai Neet (Not in education, employment or training, indica persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione, ndr) e al calo demografico. Non è vero che non si nasce più perché non ci sono i soldi. Ce ne sono molti più di un tempo. La verità è che manca una prospettiva. Lo stesso discorso vale per la cosiddetta società del rancore e della paura. In questo scenario l’impresa, essendo un luogo sociale, ha un ruolo di primaria importanza. L’imprenditore, per stare sul mercato, deve prima di tutto dare un’occhiata a cosa c’è nella sua casa, considerare il bene comune, lo Stato, il Paese. L’Italia in
UNIVERSITÀ
Massimo Folador: “Il tema su cui ragionare è quello di un’economia integrale, ovvero un’economia che deve integrare all’ambiente, alla società e alla polis, elementi rispetto ai quali la società è destinata a crescere”
questo è molto avanti: siamo il Paese europeo con più società benefit. Più maturo di tanti altri, sicuramente più della Gran Bretagna che ha deciso di uscire dall’Europa”. Massimo Folador guarda a un nuovo modello di impresa che ha solide radici antiche, basato sull’etica e la circolarità. Fare impresa etica, per essere sostenibili, creare valore sociale e sviluppo economico, richiede però una serie di strumenti di rendicontazione adeguati. Bisogna poter misurare la sostenibilità e avere appropriati sistemi di valutazione per pianificare e monitorare le performance sociali e ambientali. L’economia integrale richiede un modo diverso di rendicontare l’attività aziendale: se l’obiettivo è quello di impostare una strategia secondo nuovi modelli etici e sostenibili, allora occorrono strumenti che permettano di includere tutti i capitali che concorrono alla creazione di valore. Le normali misurazioni economiche dunque non sono adatte a “pesare” il grado di sostenibilità delle organizzazioni. La Business School della LIUC ha istituito un nuovo percorso di formazione, “Business Ethics tra strategia, misurazioni e performance”, suddiviso in 4 moduli e 5 giornate di lavori con cadenza mensile - a partire dal 14 maggio 2020 -, per conoscere altri modelli d’impresa e saper misurare le performance aziendali attraverso nuovi indicatori diversi da quelli economico finanziari. “L’impresa deve elaborare una strategia coerente con tutti i valori in gioco - conclude Folador -. Per anni abbiamo continuato a domandarci per cosa e come facciamo le cose. Ma la vera domanda è perché le facciamo e, ancora di più, per chi le facciamo”.
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VITA ASSOCIATIVA
La storia di Confindustria è la storia d’Italia Dalla fondazione a Torino nel 1910, fino all’approvazione del Piano Industria 4.0. In questi 110 anni le battaglie della Confederazione Italiana dell’Industria si sono intrecciate con le sfide del Paese. Tra anni bui e di piombo, “boom” economico e riposizionamento delle imprese sui mercati internazionali volte a sostenere gli investimenti delle imprese in innovazione
Alessia Lazzarin e tecnologie così come si è concretizzato nel recente Piano
‘‘P
otremmo riassumere il lavoro svolto in questi oltre 100 anni con una frase: amore per il Paese e passione per il lavoro. Un viaggio tortuoso, a tratti in salita e, raramente, in discesa. Una storia complicata quella di Confindustria, che si intreccia con quella del nostro Paese. Oggi l’A ssociazione persegue una strategia economica di medio periodo che prevede investimenti nelle infrastrutture e nel terziario avanzato, nell’istruzione e nella ricerca, nel welfare integrativo, nello sviluppo inclusivo e nella sostenibilità ambientale, costruendo un percorso di politiche
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Industria 4.0”. Che qualcuno, con poca lungimiranza, ha voluto smantellare aggiungiamo noi. È comunque con queste parole che il Presidente Vincenzo Boccia ricorda cos’è oggi Confindustria. Sono passati esattamente 11 decenni. Tra cambiamenti sociali, economici e politici. Celebrati in un recente evento a Torino. Ma partiamo dal principio. Un luogo e una data di nascita: Torino, appunto, 1910. È proprio in quegli anni che nasce la Confederazione Italiana dell’Industria, con lo scopo di coordinare a livello nazionale, l’azione degli imprenditori. Un’unione che sente l’esigenza di portare l’Italia un passo avanti,
1910
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A Torino nasce la “Confederazione Italiana dell’industria”
A settembre le maestranze dei principali stabilimenti di tutta Italia occupano le fabbriche. Dilaga la paura di un moto insurrezionale
Dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, il Direttivo di Confindustria chiede il ripristino dell’ordine e della legalità costituzionale con un Memorandum a Mussolini
Comincia l’emanazione delle leggi fascistissime che cambiano l’ordinamento giuridico del Regno d’Italia. È il tramonto dello Stato liberale
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Confindustria assume un ruolo di primo piano nell’opera di ricostruzione. Il Presidente è Angelo Costa
verso la modernità. Una lotta che è filo conduttore della sua storia. Da Paese ancora acerbo e agricolo, a potenza manufatturiera. Dedizione e determinazione sono stati gli ingredienti per la buona riuscita dell’A ssociazione. Principi ai quali, Luigi Bonnefon, primo “capo locomotiva”, ha creduto fortemente. È nel 1919 che Confindustria si trasferisce a Roma. Il paese è in ginocchio per la guerra. La crisi economica dilaga senza freni. Ed è proprio in un clima così aspro e ostile che si consuma l’agonia dello stato liberale e si creano le condizioni per l’avvento del fascismo. Sono tempi bui. Autarchia, ruralismo e antiurbanesimo negano i principi stessi del capitalismo industriale. Ci sono tutti i presupposti per l’instaurazione di un regime dittatoriale. Nel 1925 viene sottoscritto il patto di palazzo Vidoni, tra Confindustria e la Confederazione delle corporazioni fasciste che, di fatto, eliminò il sindacato libero. Una policy del: “Tutto dentro allo Stato. Niente fuori dallo Stato”. La stagione storica fascista si chiude con la fine del secondo conflitto mondiale e con
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L’adesione dell’Italia al Mercato Comune nel 1957 e il “miracolo economico” danno ragione alle convinzioni liberiste di Angelo Costa
Confindustria si schiera contro la politica di programmazione economica e la nazionalizzazione dell’energia elettrica dei governi di centrosinistra
Guido Carli, ex Governatore della Banca d’Italia, diventa Presidente di Confindustria. Durante il suo mandato viene formulata la proposta di uno “statuto dell’impresa”
Durante il mandato del Presidente Luigi Lucchini si afferma il principio della centralità dell’impresa come fattore propulsivo per la crescita economica e la modernizzazione sociale del Paese
Sotto la Presidenza di Luigi Abete, con l’Accordo del 7 luglio 1992, viene stabilita l’abolizione della scala mobile
VITA ASSOCIATIVA
È nel 1919 che Confindustria si trasferisce a Roma. Il paese è in ginocchio per la guerra. La crisi economica dilaga senza freni. Ed è proprio in un clima così aspro e ostile che si consuma l’agonia dello stato liberale e si creano le condizioni per l’avvento del fascismo
la caduta del regime. Nel dopoguerra l’A ssociazione degli Industriali ha un obiettivo chiaro e forte: risollevare il Paese dalle devastazioni belliche. Rinascere dalle ceneri non è certo un’impresa facile. E questa rinascita comincia con Angelo Costa, Presidente di Confindustria dal 1945 al 1955, la prima volta e dal 1966 al 1970, la seconda. “L’Italia è una startup di successo e Confindustria ne è il motore”. Così l’economista Innocenzo Cipolletta (Direttore Generale di Confindustria tra il 1990 e il 2000) chiosa il legame tra gli industriali e l’Italia. Negli anni centrali del secolo, l’A ssociazione si batte per la liberalizzazione degli scambi, per il ripristino dei meccanismi di mercato e per la valorizzazione dell’iniziativa privata. “Il Presidente Costa, nonostante i conflitti e le difficoltà, rimase alla guida e resistette. Prima le fabbriche, poi le case. Bisognava ripartire dalle industrie, per ricostruire il tessuto del Paese”, commenta lo storico Rosario Forlenza. Gli anni ‘50 e ‘60 dello scorso secolo sembrano portare una ventata di aria fresca in mezzo a tanto fumo. Entusiasmo e voglia di crederci ancora. Grazie alle aziende del Nord Ovest, l’Italia inizia a camminare o meglio a correre, verso la giusta direzione. Il Pil, tra il 1958 e il 1963, cresce a un tasso medio annuo del 6,5%. Una spinta in avanti che deve sicuramente tanto alla politica del libero scambio, alla pressione fiscale sostenibile ma anche al basso livello dei salari. Confindustria, segue da vicino queste vicende e sostiene il “boom” degli anni d’oro contrapponendosi, però, alle decisioni politiche di programmazione economica della coalizione di centro-sinistra. Politiche che portano, nel 1962, alla nazionalizzazione dell’energia elettrica. E se da un lato la prosperità si prende un piccolo posto nel capitolo italiano, contemporaneamente la classe operaia è mossa da agitazioni. Malumori che non si arrestano neanche davanti al varo dello Statuto dei Lavoratori nel 1970. Si apre un decennio amaro, che deve far fronte a continue e nuove difficoltà. Sequestri, attentati, gambizzazioni, omicidi e stragi. Questo è il nuovo scenario che travolge letteralmente
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VITA ASSOCIATIVA
Il Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia: “Potremmo riassumere il lavoro svolto in questi oltre 100 anni con una frase: amore per il Paese e passione per il lavoro. Un viaggio tortuoso, a tratti in salita e, raramente, in discesa” l’Italia. Anni duri, “anni di piombo”. “Confindustria in quella fase storica cerca di mantenere un equilibrio, ma le tensioni sono alte. Gli imprenditori vengono attaccati da una vera e propria cultura antindustriale”, ricorda lo storico Forlenza. Il vento ha cambiato rotta già da un po’. Alla guida della macchina confindustriale arriva, nel 1976, Guido Carli, fino a poco prima governatore della Banca di Italia. Un cambio di direzione decisivo. Non un imprenditore, non un industriale. Un uomo di spessore che ha saputo rappresentare una categoria sotto accusa. Riaffermandone il ruolo nella società e traghettandola verso il nuovo millennio. Ce lo ricorda anche il politologo Marc Lazar nel balzo storico che ci porta agli anni ‘90: “Il ruolo di Confindustria nell’ultimo decennio del secolo è fondamentale. In particolare, due le partite da giocare: l’adozione della moneta unica da una parte e il problema dell’invecchiamento della popolazione italiana da governare dall’altra”. Ma che risultati è riuscita a portare a casa questa nuova Confindustria? Sicuramente una riorganizzazione generale dal punto di vista dell’economia, del mercato e anche della politica. Una nuova era, fatta di trasformazioni e innovazioni. Protagoniste le informazioni e le competenze. Grazie
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all’export e al rinnovo tecnologico, specialmente nel settore dell’automotive. Le Pmi si affermano sempre più come spina dorsale del Paese. Confindustria ribadisce così con forza il principio di centralità d’impresa. Il nuovo millennio si apre all’insegna dell’introduzione della flessibilità nelle relazioni industriali. Ma nonostante l’entusiasmo, il sistema economico italiano soffre. Tra contrattazione e confronto politico, la Confederazione si impegna a modellare la struttura organizzativa, a partire da se stessa. Servono agilità, stabilità ma soprattutto competitività. Sboccia il concetto della difesa del made in Italy, come asset strategico per il sistema produttivo italiano. La Confindustria di oggi, come ricorda Vincenzo Boccia, è quella della digitalizzazione, degli investimenti, della sostenibilità ambientale e della formazione. Ma quale sarà il futuro degli industriali? E soprattutto quale la mission del prossimo decennio? Sicuramente bisogna riprendere a tessere una tela che presenta diversi buchi. Ma non solo. “Rispettare lo sviluppo e la crescita ambientale e ricostruire la fiducia. Perché senza fiducia non c’è ripresa. E poi lo sguardo costante al futuro e alle innovazioni”, suggerisce Marc Lazar. Il linguaggio degli imprenditori è da sempre forte ma moderato al tempo stesso. Un linguaggio lineare e rispettoso degli altri. “Non è questione di stile, ma di responsabilità”, continua il Presidente Boccia. “Più crescita e meno debiti. Il lavoro al centro. Non dimenticandoci mai di ascoltare, comprendere e dialogare. Essere i protagonisti senza protagonismo”: questa la mission. Ripercorrendo la storia di Confindustria, raccontata dalle voci dei Past President, raccolte nei video realizzati in collaborazione con Rai Storia, ci si rende conto che le parole di decenni fa non sono poi così lontane. Cosa ci dice questo? Che il pensiero di Confindustria sui propri valori non è mai cambiato. Gli industriali della prima, seconda, terza e dell’attuale quarta rivoluzione sono quelli di sempre. Alimentare il cuore manufatturiero. Partendo dalle persone e dalle aziende e passando per le infrastrutture e i territori. Nell’interesse generale di un Paese la cui storia si intreccia con quella delle sue imprese.
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1999
2008
2013
2016
2018
Viene approvata la Carta dei valori associativi che riconosce in Confindustria un ruolo fondamentale nella rappresentanza e nell’associazionismo imprenditoriale
La crisi della Borsa americana contagia l’economia reale italiana. È l’inizio di un declino del Pil nazionale che sembra inarrestabile
Prende avvio la “Riforma Pesenti” di Confindustria per innovare, modernizzare e snellire la struttura associativa
Sotto la presidenza di Vincenzo Boccia viene approvato il “Piano Nazionale Industria 4.0” per favorire la digitalizzazione delle imprese. Confindustria è la principale ispiratrice dei contenuti
Confindustria firma con Cgil, Cisl e Uil il “Patto della Fabbrica”, l’accordo interconfederale per la modernizzazione delle relazioni industriali
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FOTO DALLE IMPRESE 42
Fase produttiva alla Ilma Plastica Srl di Gavirate, azienda del comparto costruzione stampi e stampaggio materie plastiche per i settori automotive, packaging ed energia.
FOTO DALLE IMPRESE
MANDACI LA FOTO DELLA TUA IMPRESA Accompagnare i lettori alla scoperta delle imprese del territorio: è questo uno dei principali obiettivi di Varesefocus. Un mondo che vogliamo sempre più raccontare anche per immagini. Come quella in queste due pagine, che apre la nuova rubrica “Foto dalle #ImpresediVarese”. Se hai una foto significativa della tua impresa, perché particolarmente affascinante, in grado di descrivere le trasformazioni in atto, le capacità innovative e quelle competitive, inviala a info@varesefocus.it. Contribuirai al nostro racconto che portiamo avanti anche sui canali digitali della rivista e dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. 43
SCIENZA
Il peperoncino amico del cuore Una ricerca realizzata in collaborazione con l’Università degli Studi dell’Insubria di Varese, e pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology, svela le proprietà benefiche di questa bacca, in grado di dimezzare il rischio di infarto e ictus Superiore di Sanità, dell’Università dell’Insubria di Varese e del
Luigi Bignami Cardiocentro Mediterranea di Napoli, i cui risultati sono stati pub-
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n altro studio dimostra ancora una volta la bontà del peperoncino, non tanto nel dare gusto ai piatti, ma a preservare la salute di chi lo consuma. Questa volta la ricerca è stata realizzata dal Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli, con la collaborazione del Dipartimento di Oncologia e Medicina Molecolare dell’Istituto
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blicati sul Journal of the American College of Cardiology (Jacc). Cosa dice lo studio? Dimostra come le persone che assumono abitualmente peperoncino abbiano un rischio di mortalità, per alcuni tipi di malattie, che globalmente risulta ridotto del 23% rispetto a chi non ne fa uso. La ricerca ha tenuto sotto controllo per circa 8 anni, 22.811 cittadini del Molise i quali hanno partecipato al progetto “Moli-sani”. I ricercatori hanno confrontato le loro abitudini
Lo studio dimostra come le persone che assumono abitualmente peperoncino abbiano un rischio di mortalità, per alcuni tipi di malattie, che globalmente risulta ridotto del 23% rispetto a chi non ne fa uso
dà al peperoncino il gusto piccante, in grado di innescare perdita di peso accelerando il metabolismo delle persone. L’azione positiva sul cuore sembra sia dovuta alle sue proprietà vasodilatanti, favorisce cioè, l’aumento del calibro delle arterie e delle vene facendo diminuire la pressione arteriosa. E non ultimo contrasta l’accumulo di colesterolo cattivo ed è ricco di acidi grassi polinsaturi che consentono di rafforzare i vasi sanguigni e di mantenere elastici i capillari, migliorando l’ossigenazione del sangue. Oltre alle recenti ricerche ci sono altri benefici che vennero portati alla luce anni fa: sembra infatti, che il peperoncino rosso piccante possieda anche proprietà antibatteriche che possono influire, seppur indirettamente, sulla flora intestinale. Contiene poi, sostanze nutrienti, come vitamina B, C e provitamina A, che contribuiscono ad avere un effetto protettivo. Il peperoncino poi, è ricco di potassio
SCIENZA
alimentari e hanno osservato che nelle persone che consumano peperoncino almeno 4 volte a settimana il rischio di morte per infarto si abbatte del 40% e la riduzione arriva al 50% sulla mortalità legata a problemi cerebrovascolari. Spiega Marialaura Bonaccio, ricercatrice epidemiologa di Neuromed: “È interessante il fatto che la protezione che sembra offrire il peperoncino alle persone sia indipendente dal tipo di dieta che si osserva”. Il peperoncino è un elemento radicalmente inserito nella tradizione culinaria italiana e per questo è una pianta ancor più interessante per noi tutti. Spiega Licia Iacoviello, Direttore del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’Irccs Neuromed e Professore di Igiene e Salute Pubblica dell’Università dell’Insubria di Varese: “Quanto sia presente nella nostra vita lo dice il fatto che nel corso del tempo gli sono state attribuite molte proprietà, anche se spesso erano legate ad aneddoti o usanze quasi magiche”. Ma non va dimenticato che talora, quel che diventa magico nella cultura di un popolo possa avere delle basi concrete. “E adesso la scienza ci dice, ad esempio, che le varie piante della specie capsicum (a cui appartiene il peperoncino), pur consumate con modalità diverse, esercitano realmente un’azione protettiva verso la nostra salute”. La ricerca italiana viene dopo numerose altre analisi che hanno messo in luce il valore di questa pianta per la salute dell’uomo. Alcuni mesi or sono infatti, uno studio realizzato negli Stati Uniti da scienziati dell’Università del Vermont e apparso sulla rivista scientifica Plos One, sosteneva che il consumo abituale, in questo caso di una sola volta al mese, riduce del 13% la mortalità generale delle persone, e ancor di più per quel che riguarda l’ictus e le malattie cardiache. E un’altra ricerca condotta in Cina su 500.000 persone e pubblicata sul British Medical era giunta a conclusioni simili, registrando una diminuzione del rischio di morte del 14% per chi faceva uso regolare di peperoncino. Nonostante non sia ancora ben chiaro quali siano gli elementi chimici che fanno del peperoncino un vero elisir di lunga vita, sembra comunque che i benefici siano merito della capsaicina, un alcaloide che è poi il suo principale componente che
e si sa che tale elemento è un elettrolita importante per regolare i fluidi corporei che aiutano a controllare la frequenza del battito cardiaco e la pressione sanguigna. Contiene poi vari polifenoli, sostanze che hanno importanti effetti antiossidanti, e insieme alla vitamina C ed E, proteggono l’organismo dai danni dei radicali liberi e dallo stress ossidativo. Sarebbero queste le caratteristiche fondamentali che danno modo ai consumatori di peperoncino di vivere più a lungo. Secondo Mustafa Chopan, che ha coordinato lo studio americano, si potrebbe arrivare a sostenere che, sulla base dei tanti risultati di molte ricerche, sarebbe corretto affermare che il consumo di peperoncino sia da raccomandare nella maggior parte delle diete. C’è da ricordare una curiosità però: nonostante sia così ben radicato nella nostra cultura culinaria, non va dimenticato che la pianta (che appartiene alla famiglia delle Solanacee, come la patata, il pomodoro e il tabacco), non ha origini italiche, in quanto venne importata dall’America da Cristoforo Colombo subito dopo la scoperta del Nuovo Continente.
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TERRITORIO
La musica sarà sempre più un film È un varesino, Sergio Vitaliti, l’attuale Direttore Finanziario che per la Polygram Entertainment (divisione del Gruppo Universal Music) gestisce le attività finanziarie di una produzione cinematografica e televisiva sempre più di successo: quella dedicata ai docufilm sui musicisti. Come il recente “Pavarotti” di Ron Howard Federico Anselmi
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a mia fortuna è stata frequentare la LIUC – Università Cattaneo di Castellanza”, così Sergio Vitaliti, attuale Senior Financial Director di Polygram Entertainment, partner del Gruppo Universal Music, esordisce con il racconto della sua carriera che lo ha portato in giro per il mondo e a risiedere oggi stabilmente negli Stati Uniti, a Los Angeles, costa Ovest. Il tutto partendo da Varese, Casciago, per la precisione, dove è nato e cresciuto. “Prima ero un ribelle con poca voglia di studiare, poi all’università è cambiato tutto, mi si è aperto un mondo e mi piaceva moltissimo”. Tornato in Italia, dopo due Erasmus in Svezia e in Francia, Vitaliti termina gli studi nel 2001 in Economia Aziendale, con ottimi risultati, realizzando una tesi-progetto basata sullo stage vissuto in una realtà locale di Gallarate. Sergio lavora in Italia per 5 anni, tra Barilla e E-ON, uno dei principali operatori energetici europei, per poi trasferirsi a Parigi, alla Blizzard Entertainment,
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una delle più famose case produttrici di videogiochi, dove diventa Financial Director Europe nel 2005. “Non credevo che un’azienda così importante cercasse una persona come me, ma dopo una settimana ero già a Parigi”. Vitaliti ci tiene a sottolineare: “Detto così sembra tutto molto facile, ma non lo è stato. Dopo aver preparato i bagagli, ho preso la mia Volkswagen Passat e sono partito in direzione di Parigi, città a me sconosciuta. Arrivato in albergo, sono stato preso dallo sconforto più totale. Da solo in una metropoli come Parigi, senza amici né famiglia, mi sono sentito subito perso. Ho ricaricato tutto in macchina per tornare a casa e ho avvisato mia madre del mio cambio di idea, lei mi ha risposto che se fossi tornato indietro non mi avrebbe aperto la porta di casa. Sono rimasto ed è andato tutto bene”. Dopo 5 anni, nel 2010, Vivendi, la società proprietaria di Blizzard Entertainment, “mi chiama proponendomi una posizione di controlli finanziari e internal audit per il Nord e Sud America, con sede a Los Angeles. In pochi giorni mi sono trasferito negli States. Qui lavoravo per tutte le business unit di Vivendi: da Blizzard Entertainment a Universal Music Group, da Bravado, compagnia leader del mer-
chandising globale che sviluppa e commercializza su licenze di artisti e brand di alta qualità, a Vevo, famoso sito di video musicali, ma anche per diverse aziende di telecomunicazioni collocate maggiormente in Sud America”. Sergio Vitaliti lavora trasversalmente su tutte le business unit di Vivendi fino agli inizi del 2018 quando passa a Polygram Entertainment, parte di Universal Music, dedicata alla produzione cinematografica, Film e Tv. In questa azienda, Sergio ricopre il ruolo di Direttore Finanziario e si occupa della gestione finanziaria, budget e forecasting, ovvero preparare tutte le analisi finanziare per calcolare la fattibilità di realizzazione di questi film, “alla fine – spiega Vitaliti – il film è un prodotto e come per tutti i prodotti, bisogna studiare e preventivare quanto costerà e quanti introiti genererà alla azienda”. Qui vive a pieno i cambiamenti di uso e di consumo del video negli Usa. “Questa azienda si era accorta delle potenzialità dei video music-intensive e già nel 2015 aveva scommesso sulla realizzazio-
Sergio Vitaliti
TERRITORIO
“Fino a qualche tempo fa la musica era di supporto alle produzioni cinematografiche e televisive, ora viene messa al centro, diventando la diretta protagonista, grazie ad un vero e proprio sviluppo di storytelling”
ne di produzioni Film e TV, partecipando alla produzione del documentario sulla cantante Amy Winehouse, vincitore dell’Oscar come miglior documentario nello stesso anno, passando così all’idea di musica non solo per le orecchie ma anche per gli occhi”. Il mercato americano è pionieristico e tutto quello che succede negli Stati Uniti, si diffonderà anche in Europa prima, e nel resto del mondo poi. “Secondo IAB, società che monitora l’advertising interattivo, – spiega Vitaliti – oggi in America, il consumo video di ogni persona è di circa 30 ore a settimana, con picchi di 33 ore per giovani di età compresa tra i 16 e 19 anni. Gli americani preferiscono sempre più i servizi on-demand come Netflix, Amazon Prime, Hulu, Apple Plus e Disney. Ancora, il 50% di questi video viene visualizzato da apparecchi mobili, come tablet e smartphone. E i dati prospettano ancora aumenti nei tassi di crescita potenziale nei prossimi anni: nel 2021, l’82% dei dati circolanti in Internet saranno utilizzati per vedere video di qualsiasi tipo”. La produzione video e musicale, in sinergia con i canali di intrattenimento in streaming, il non meno importante sviluppo tecnologico e i conseguenti consumi digitali hanno dato vita a nuovi modelli di business e ridotto drasticamente la pirateria. “In particolare – specifica Vitaliti – è nato un forte legame tra la musica e il video. Precedentemente la musica era di supporto alle produzioni cinematografiche e televisive, ora viene messa al centro, diventando la diretta protagonista, grazie ad un vero e proprio sviluppo di storytelling. Così Universal Music avendo a disposizione un roster di artisti leggendari con storie interessantissime decide di creare questi docufilm basati sul mondo musicale, e non solo”. La prima realizzazione di Polygram Entertainment è il docufilm Pavarotti del 2019, “un successo planetario e in quanto italiano – ci tiene a sottolineare Sergio – ne sono orgogliosissimo. Ovviamente, con Polygram Entertainment continuiamo a lavorare su questa tipologia di film musicali, e adesso siamo pronti con The GO-GO’S, docufilm sulla prima punk rock band di sole donne degli anni ’70 e ’80”. Il bilancio, quello personale in questo caso, per Sergio è positivo: “Sono felice del mio lavoro, perché mi ha portato a vivere a Los Angeles e a conoscere un numero smisurato di persone, anche se ho dovuto rimboccarmi le maniche e affrontare moltissimi sacrifici. Mi piacerebbe un giorno rientrare in Italia, per mettere a disposizione il mio know-how, per il mio Paese in generale e per il territorio varesino in particolare”.
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Il make-up artist che ha trasformato Favino in Craxi Da uno Spinosauro di 16 metri finito sulla copertina del National Geographic al trucco perfetto del protagonista del recente film sul leader socialista: il saronnese d’adozione Andrea Lanza gira il mondo trasformando, letteralmente, i personaggi di fantasia (e non solo) in realtà Tommaso Guidotti
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na passione nata da ragazzo, quando ha cominciato a giocare con i colori, modellando la plastilina, il Das o semplicemente la cera che ricopre il Galbanino. Un “gioco” che è diventato un lavoro e lo ha reso noto in tutto il mondo grazie alla sua performance in “Hammamet”, l’ultimo film di Gianni Amelio nel quale ha trasformato Pierfrancesco Favino in Bettino Craxi. Lui è Andrea Leanza, classe 1981, nato a Catania ma trasferitosi nel Varesotto in tenera età. Primo di 8 fratelli (la più piccola, Giorgia, ha cominciato a collaborare con il suo team), oggi vive e lavora a Saronno, in un laboratorio all’interno dello Spazio Must, quando non è a portare la sua arte in giro per il mondo. Un lavoro complesso, che impegna la mente e il corpo non solo nel periodo della durata delle riprese di un film, ma anche nei mesi prima, durante i quali bisogna studiare il soggetto, preparare i materiali e fare prove su prove. “Il lavoro per il film ‘Hammamet’ fatto insieme a Federica Castelli è cominciato mesi prima - racconta Andrea Leanza, che si definisce “truccatore speciale” o prosthetic make-up artist Il laboratorio -. Per un progetto del genere si di Andrea Lanza parte dal calco della testa dell’at-
tore, in questo caso abbiamo usato una scansione 3D. Abbiamo poi fatto la scultura per studiare come far somigliare l’attore al personaggio. Un make-up così articolato viene suddiviso in vari pezzi, che si staccano e poi formano l’insieme. Per trasformare Favino in Craxi abbiamo utilizzato 9 protesi, 7 in gel di silicone al platino incapsulato in pellicola vinilica con una soluzione di acetone più un gel per dare consistenza alla protesi che si deve adattare alla pelle dell’attore”. Da sempre Andrea Leanza lavora per migliorarsi apprendendo e sperimentando tecniche e materiali all’avanguardia: inizia così a farsi strada nel campo televisivo e cinematografico italiano, realizzando effetti di trucco speciale per pubblicità, sit-com, corto
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Andrea Lanza: “Trasformare un attore in un personaggio vivo o realmente vissuto è un’impresa e una sfida ogni volta. Ci vuole tanto lavoro, tanta fatica, tanto impegno, ma è la mia passione” e lungometraggi. A tutto il lavoro preliminare, va aggiunto poi quello sul set: “Per ‘Hammamet’ cominciavamo il lavoro ogni mattina prima dell’alba e abbiamo impiegato almeno 4 ore al trucco: partivamo incollando i capelli con un gel molto forte; poi si posizionava la sottocalotta e infine si procedeva con l’incollatura delle protesi: collo, naso, labbro superiore, lobi delle orecchie, guance, mento, labbro inferiore, testa e palpebre. Poi toccava al parrucchiere e infine alle sopracciglia - spiega Leanza -. Per 39 giorni di riprese più 5 giorni di provini è andata così. Abbiamo realizzato più di 500 pezzi in tutto, tra materiale utilizzato in scena, scarti e test. Quando si girava a Legnano, per 11 giorni, il trucco lo facevamo qui, nel nostro laboratorio, mentre in Tunisia il set era nella casa di Craxi ad Hammamet. È stata un’emozione fortissima la prima volta che ho visto il film, qui a Saronno al Cinema Prealpi ho portato tutta la mia famiglia e tra amici e parenti vari alla fine eravamo in una cinquantina”. “Con gli attori deve nascere una collaborazione e un’intesa speciale: loro lavorano su se stessi, si adattano al personaggio con le proprie capacità, studiano il soggetto, i Andrea Lanza movimenti, gli atteggiamenti. Tutti avete visto cosa è riuscito a fare Favino - dice ancora Leanza -. Ma è indubbio che il colpo d’occhio del trucco sia fondamentale. È importante creare un feeling da subito, poiché per trasformare un attore in un personaggio da film devo mettergli le mani in faccia, gli raso i peli, gli infilo in bocca la dentiera: ci si deve fidare a vicenda”. Andrea Leanza è partito dalla passione per i dinosauri (ha realizzato uno Spinosauro di 16 metri di lunghezza finito sulla copertina del National Geographic), ma è il trucco iperrealistico che gli dà le maggiori soddisfazioni: “Trasformare un attore in un personaggio vivo o realmente vissuto è un’impresa ed una sfida ogni volta - prosegue Leanza -. Ci vuole
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Una sessione di trucco con Pierfrancesco Favino
tanto lavoro, tanta fatica, tanto impegno, ma è la mia passione e lo faccio con gioia, insieme al mio team Alcfx (Andrea Leanza Creatures Fx) siamo in una decina, 19 anni la più giovane, 43 il più grande. Per me i dettagli sono importantissimi. Sono un precisino, un pignolo. Amo il paragone con la musica: un leader non deve essere un direttore d’orchestra, ma un membro di una jam session jazz, ognuno deve fare bene la sua parte, ma ci stanno le variazioni e le improvvisazioni. Ognuno porta le sue peculiarità, ci si confronta e alla fine si arriva al dunque”. Un consiglio a chi vuole avvicinarsi a questo mondo? “Io sono un autodidatta, mentre frequentavo il liceo artistico facevo l’apprendista scenotecnico. Ci vuole tanta gavetta, imparare da chi sa e sperimentare. Io per tanti anni ho lavorato in un garage, all’inizio è stata dura, senza aiuti di nessun tipo. Per me la disponibilità dello Spazio Must è stata importante, c’è una bella relazione. Abbiamo in uso un laboratorio e spero di riuscire ad organizzare corsi per far conoscere sempre più il nostro lavoro”, conclude Leanza.
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TERRITORIO
Da Nonna Papera a Bake Off Italia La storia televisiva di Sara Gandini, la 33enne varesina, protagonista della settima stagione del talent show di successo di DPlay dedicato al mondo dei dolci e condotto da Benedetta Parodi Stefania Radman
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vrebbe voluto essere Nonna Papera, è diventata concorrente di Bake Off Italia 7: Sara Gandini, 33 anni, varesina, ha visto “diventare grande” la sua passione insieme a tutti gli affezionati spettatori del talent show di DPlay dedicato al
mondo del bakery, presentato da Benedetta Parodi. Sara, però, ha già un lavoro particolarmente interessante: da un anno e mezzo è responsabile del design studio di Sisal Pay. È una “User Experience Designer”, coloro cioè che rendono siti e app facilmente utilizzabili dall’utente: “Cerco di rendere facili le esperienze digitali, e rendere loro più semplice catturare l’attenzione”. In Sisal Pay è responsabile di un team che conta 12 persone e la sua formazione è tutta comunicazione e tecnologia: prima all’Università dell’Insubria, poi in Bicocca. Ma quindi le torte “che ci azzeccano”? È un sogno che ho sempre avuto: a un certo punto dell’università avevo pensato di far sul serio, ma ragionandoci un po’ più razionalmente non mi era sembrato giusto lasciare tutto quello per cui avevo studiato. A convincermi a iscrivermi a Bake Off Italia sono stati gli amici, per cui realizzavo torte continuamente: mi hanno detto “Va bene tutto, ma adesso devi almeno iscriverti alla trasmissione, devi prenderti del tempo per te”. E l’hai fatto? No. Ho detto: “Datemi il link che mi iscrivo”, ma all’inizio non ci pensavo proprio. Alla fine, mi ci hanno costretta.
Sara Gandini
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Com’è andata? Ai casting benissimo. Anche perché raccontai di aver sempre voluto essere Nonna Papera. Ed era vero: quand’ero piccola leggevo Topolino, ho visto Nonna Papera che faceva le uova di Pasqua e mi sono detta che volevo assolutamente prepararle come lei. La prima volta è stata un
disastro: mi si sono fusi due stampi, solo perché non avevo usato il termometro. Alla fine, mi sono convinta a comprarne uno e il terzo tentativo è venuto bene. Da lì in poi ne ho fatte una valanga. Raccontaci della tua esperienza televisiva. È stata tosta. Credevo di essere già abituata a vivere una vita frenetica e sempre sotto esame per via del mio lavoro, ma mi sono misurata con qualcosa di un po’ più complesso. In un talent te la giochi fino alla fine sempre, a tal punto da dover rifare tutto all’ultimo e aggrapparti a tutta la creatività che hai, se c’è qualcosa che va storto. In compenso, il problema delle telecamere non c’è: non ti accorgi di loro, sei troppo concentrato. Ti rendi conto di tutto solo quando ti riguardi. Era un aspetto di cui avevo paura, ma alla fine mi sono resa conto che non me accorgevo nemmeno. Com’è, invece, stare davanti a “mostri sacri” della pasticceria? Non è semplice. Non tanto per il cucinare, perché mentre tu sei al lavoro loro non ci sono. Il problema è farsi giudicare: si tratta di persone con un gusto critico enorme, con un palato che non ha niente a che fare con quello di chi ti dice “buone le tue torte”. Per di più le preparazioni le devi imparare a memoria, dosi comprese: non hai un taccuino per ripassare, come quando le prepari a casa tua. In un settore come quello della pasticceria dove non si può andare a occhio, è ancora peggio... Sì, e non c’è storia: devi proprio studiare le basi a memoria, sapere con esattezza quanti grammi servono. Io passavo le serate a ripassare, con mille libri di chef famosi nascosti sotto il letto, nel caso mi venissero dubbi di notte. Poi creavo schemi logici delle basi, per ricordarle meglio: dalla pasta frolla alla paté à choux. Ma non basta mai: una volta ho realizzato una mousse ai tre cioccolati che a casa avevo fatto spesso, con dosi triplicate rispetto a quello che di solito
TERRITORIO
“Sono stata contentissima di essere arrivata sesta: in fondo eravamo in 8.000 alle selezioni, era già una vittoria arrivare alla gara. Poi, naturalmente, più andavo avanti più l’aspettativa saliva”
tenevo a mente. Il risultato è stato che ho dimenticato di moltiplicare per tre l’ultima preparazione e la mousse si è squagliata. Alla fine sei arrivata sesta. Come ti sei sentita quando sei uscita? Sono stata contentissima di essere arrivata fino a lì: in fondo eravamo in 8.000 alle selezioni, era già una vittoria arrivare alla gara. Poi, naturalmente, più andavo avanti più l’aspettativa saliva, ma il dispiacere era più per quello che non saresti riuscito a imparare e per il fatto che lasciavi il gruppo più che per la competizione. Quella era la scuola di pasticceria che non avevo mai fatto ed era triste non poter continuare fino in fondo. Poi mi sono resa conto che non ho giocato di strategia. Con il senno di poi mi dico: “Dovevi dedicarti un po’ più a te stessa e meno agli altri”, ma io sono fatta così, anche fuori da Bake Off. Cos’è rimasto dopo, della trasmissione? Innanzitutto, un bel gruppo WhatsApp che “frigge” tutti i giorni! E poi ci sono state diverse occasioni: ci siamo appena visti al Sigep, Salone Internazionale Gelateria, Pasticceria, Panificazione Artigianali e Caffè di Rimini, da Sonia Peronaci, fondatrice di Giallo Zafferano. E se non ci organizziamo, comunque ci sentiamo, siamo un gruppo molto coeso. È diventato anche un secondo lavoro? Diciamo che ultimamente tutti quelli che conosco mi chiedono di fare dolci: sono sempre in casa per prepararne e portarli a domicilio. E forse si può definirlo così, se ci aggiungiamo il fatto che una volta al mese vado a fare lezioni in una casa di riposo di Induno Olona e che ora alimento con regolarità anche il mio profilo Instagram (che ha quasi 12.500 follower, ndr), un po’ perché mi piace e un po’ perché rende possibile un “piano B” per la mia vita. Non ora, naturalmente, perchè il “piano A” funziona benissimo: però vale la pena non “mollare” questa passione, anche se è impegnativo.
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“In un talent te la giochi fino alla fine sempre, a tal punto da dover rifare tutto all’ultimo e aggrapparti alla creatività che hai, se c’è qualcosa che va storto” 53
▶ PROVINCIA DA SCOPRIRE RUBRICHE
Arte e tradizioni en plein air A passeggio tra i più caratteristici e singolari musei a cielo aperto, senza orari, né cancelli, della provincia di Varese. Qualche consiglio per le escursioni primaverili, tra storia, colori come il blu Cunardo, murales. E smartphone alla mano ria di un luogo. Spesso, queste esposizioni en plein air nascono
Alessandra Favaro proprio da un luogo storico o dal recupero di storie e tradizioni
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mbattersi nella bellezza e nell’arte semplicemente passeggiando. Ci sono musei così caratteristici che sono letteralmente nati e cresciuti in mezzo alle località che li ospitano. Sono diventati parte di case, alberi e panorami quotidiani. Sono sul muro di casa propria, lungo il percorso della passeggiata giornaliera col cane, in centro paese. Senza cancelli chiusi né orari di chiusura. Eccoli, i musei a cielo aperto della provincia di Varese. Una meta ideale da scoprire in primavera, dove attardarsi fuori diventa sempre più piacevole e dove entrare nel vivo della cultura e della sto-
Il lungolago di Ispra
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scomparse. E diventano anche qualcos’altro, alimentando nuove forme d’arte, affiancandosi alla tecnologia. Eccone 4 da scoprire per rivivere sui luoghi originali alcuni aspetti del passato che caratterizzarono profondamente la provincia di Varese e le combo che la contraddistinguono: arte e impresa, ma anche natura e biodiversità. Cominciamo il viaggio.
Guerra e pace in Via Gaggio È una strada dalle tante personalità Via Gaggio a Lonate Pozzolo. A pochissima distanza dall’aeroporto di Malpensa, per raggiun-
gerla si attraversano interi quartieri di case e porte chiuse e murate, le aree che vennero delocalizzate ai tempi dell’apertura di Malpensa 2000. Via Gaggio non è solo una bella passeggiata in brughiera, ma è un ecomuseo a cielo aperto sotto molti aspetti: costumi e usanze contadini di un tempo nella zona, permanenza delle truppe tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale, poesia e ambiente. Consiste in una passeggiata lenta in mezzo a bosco e brughiera di circa 3 chilometri che collega tramite una strada sterrata la città di Lonate Pozzolo Il borgo di Arcumeggia con la sua frazione, Tornavento, attraverso una sterrata larga e pulita nel bosco fino alla Ex Dogana Austroungarica del Parco del Ticino. Ritrovo domenicale per eccellenza per sportivi e amanti delle camminate, offre più volti a seconda di quello che si voglia scoprire. L’opera di valorizzazione di Via Gaggio nacque a inizio anni ‘90 grazie ad Ambrogio Milani, cittadino di Lonate Pozzolo, che con il contributo di Legambiente e Comune, creò e organizzò un gruppo di volontari per restaurare strada e dintorni. Ben presto ci si accorse del valore anche storico dell’area. Il risultato è sotto agli occhi di tutti. Via Gaggio, appunto, non ha “una personalità”, ne ha molte: la passeggiata può cominciare dal Punto Parco e proseguire verso la brughiera o il fiume oppure iniziare dal lato opposto. Dritta, piana, la strada fu molto importante tra il Medioevo e l’inizio del ‘900, prima come zona rurale e agricola, poi anche come luogo di esercitazione dell’Esercito Italiano. Questa sua “doppia vita” è visitabile attraverso un’esposizione permanente tra gli alberi che accompagna il visitatore: antichi strumenti contadini recuperati in mostra con cartelli esplicativi, tutti scritti a mano, foto d’epoca, cimeli del passato militare, ma anche poesie appese agli alberi.
Più a nord in provincia, invece, Cunardo custodisce un’antica tradizione dell’arte ceramista. Un saper fare arrivato a livelli così alti che qui nacque anche un colore: il Blu Cunardo appunto, intenso come il cielo limpido di queste zone. Un’arte tramandata da secoli se si pensa che nell’area, popolata fin dall’epoca romana, vennero ritrovati resti di fornaci per la lavorazione dell’argilla. Fornaci che ne hanno caratterizzato le architetture e il profilo urbano anche a cavallo tra ‘800 e ‘900. Proprio in una delle antiche fornaci oggi è visitabile ogni giorno dell’anno il Museo della Ceramica di Cunardo. Un melting pot tra storia locale e arte globale, dove si mescolano opere di artisti internazionali e strutture storiche. Il museo si trova in via Fornaci: gli antichi forni delle ceramiche Ibis oggi sono diventate un museo libero e aperto, dove passeggiare nel verde e ammirare opere e laboratori. Nel 2014 Giorgio Robustelli, il proprietario e artista della ceramica, è riuscito a far rivivere un luogo e ha creato l’associazione Amici delle Fornaci Ibis per il suo rilancio culturale. Uno spazio che ha visto passare grandi firme dell’arte italiana e non. L’antico laboratorio della famiglia Robustelli, i creatori delle Ceramiche Ibis, dagli anni ‘60 cominciò a ospitare opere di artisti di fama come Fontana, Baj, Guttuso. Persino lo scrittore Piero Chiara è passato di qui e ha lasciato suoi disegni. Oggi l’arte rimane di casa. Con la primavera, è possibile vedere Robustelli in persona nel suo studio al lavoro: “Ognuno è il benvenuto - dice e anticipa -. Dai prossimi mesi arriveranno nuove opere a decorare il museo”.
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Spesso le esposizioni en plein air nascono proprio da un luogo storico o dal recupero di storie e tradizioni scomparse e diventano anche qualcos’altro, alimentando nuove forme d’arte
Immergersi nel blu a Cunardo attendendo i nuovi arrivi
La Pinacoteca a cielo aperto sul lago Spostiamoci ancora e spingiamoci al confine ovest della provincia, sul lago Maggiore. Da alcuni mesi la città di Angera ha inaugurato un nuovo museo a cielo aperto, con la collaborazione dello street artist Andrea Ravo Mattoni. Dopo il successo del murale ispirato al Caravaggio di Ravo in piazzetta ex Sama, l’artista ha realizzato 6 quadri, collocati sui muri delle vie del centro storico. Dipinti con la bomboletta che ritraggono antichi affreschi angeresi noti e meno noti, conservati in edifici ecclesiastici o privati e un’opera ispirata a un disegno di Leonardo da Vinci. Queste opere permettono ai cittadini di riappropriarsi della tradizione artistica locale e diventano tappe di un itinerario tutto da vivere, appositamente creato e fruibile da tutti. 55
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Panorama di Angera
Con lo smartphone nella città dell’affresco Altra tappa del viaggio tra i musei a cielo aperto del Varesotto è Arcumeggia, frazione di Casalzuigno. Il borgo dipinto fu protagonista da metà del secolo scorso di un escamotage davvero originale messo in atto per combattere l’abbandono dei territori montani che il paese stava vivendo. Vennero chiamati artisti a realizzare affreschi sulle facciate delle case. Così nacque il museo a cielo aperto. Tra gli autori che qui dipinsero e lasciarono le opere su case, muri e piazze sfilano i nomi di Giuseppe Montanari, Aldo Carpi, Umberto Faini, Ferruccio Ferrazzi, Francesco Menci, Eugenio Tomiolo, Carmelo Nino Trovati. Conoscerli tutti è semplicissimo: ogni affresco è dotato di Qr Code. Basta inquadrarlo con lo smartphone per scoprire autore e storia semplicemente dal telefonino, anche tramite audioguida.
Il Muretto delle Poesie Da un lato il blu del lago, dall’altro opere colorate, ciascuna che interpreta a modo suo il tema dell’amore. Succede a Ispra, dove prima di immergersi lungo la cosiddetta Passeggiata dell’Amore, un itinerario sospeso tra acqua e fornaci, si possono ammirare alcune piastrelle sul “Muretto delle Poesie”. Ogni anno avviene la 56
posa di una nuova piastrella, in concomitanza del concorso letterario Mario Berrino, nato nel 2007 e sempre sostenuto proprio dal pittore e artista ligure a cui è intitolato. Berrino, scomparso nel 2011, ideò anche nel 1953 con Ernest Hemingway, sia il Muretto di Alassio che il concorso di bellezza Miss Muretto. Ogni anno, la poesia vincitrice della rassegna diventa piastrella di ceramica decorativa. E la poesia, assieme all’arte, diventano compagne quotidiane anche di una semplice giornata in spiaggia.
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Cunardo custodisce un’antica tradizione dell’arte ceramista: un saper fare arrivato a livelli così alti che qui nacque anche un colore, il Blu Cunardo appunto, intenso come il cielo limpido di queste zone
▶ GITA A RUBRICHE
Il Mississippi arriva fino al Lago Maggiore Alla scoperta dei “Laghetasc”, le zone umide tra Brebbia e Ispra, lungo il Sentiero Verbano e dove dominano i Cipressi Calvi, veri e propri giganti silenziosi “approdati” dagli Stati Uniti, e che popolano dal ’900 questi luoghi a dir poco suggestivi Come succede tra Ispra e Brebbia, dove si possono “incontrare”
Alessandra Favaro giganti silenziosi che possono raggiungere anche i mille anni
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hi lo ha detto che le giornate di pioggia sono fatte per stare in casa? È proprio dopo piogge abbondanti che alcuni luoghi della provincia dimostrano tutto il loro fascino.
di età. Sono i Cipressi Calvi dello stagno del “Laghetasch”. Una pozza semi paludosa, su collinetta chiamata Motta Pivione, una piccola sommità nel bosco. Questo scenario naturale così diverso dal solito diventa sempre più la meta di gite per appassionati
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RUBRICHE di natura e fotografia, soprattutto nelle stagioni più umide: autunno e primavera, quando i colori e l’acqua regalano riflessi e tavolozze da immortalare. Dopo i periodi di pioggia, questa depressione nel mezzo del bosco crea un laghetto di acqua ferma, da cui svettano enormi alberi le cui radici sembrano zampe di elefante. Sono i cipressi calvi delle paludi e proiettano il visitatore in uno scenario surreale. La sensazione è quella di essere in un ambiente totalmente diverso. È una gita che raccoglie sempre più appassionati, stivali di gomma ai piedi e fotocamera ben salda in mano per immortalare uno spettacolo davvero suggestivo. Il Laghetasc e i Cipressi Calvi, come in Mississippi Il “Laghetasc” o “Laghetasch” che in dialetto locale significa appunto pozza, laghetto, è un’area umida affascinante ma anche di rilievo ambientale, che si contraddistingue per la presenza di castagneti e querceti, dove vivono esemplari di picchio rosso, l’allocco e scoiattolo, anatre e aironi cinerini. Ma i protagonisti indiscussi sono loro: i Cipressi Calvi delle paludi (nome scientifico Taxodium Distichum), che proiettano il visitatore in uno scenario che sembra lontano mille miglia, nel bayou della Louisiana. Il bayou è un ecosistema tipico del delta del Mississippi. Certo, qui 58
mancano (per fortuna) alligatori e leggende stregate, ma ci sono loro, i Cipressi Calvi che caratterizzano fortemente l’ambiente. Questi alberi sono nativi degli Stati Uniti, soprattutto tra le paludi del Mississippi e Missouri ma arrivarono a metà ‘800 anche in Europa. A introdurli in questo ambiente fu nel ‘900 il proprietario dell’area boschiva. Questi giganti vegetali trovarono il loro habitat ideale nella torbiera e si svilupparono. Oggi sono la tappa fotografica incontrastata di trekker, appassionati di fotografia o amanti delle passeggiate nei boschi in ogni stagione dell’anno. Il Sentiero Verbano e il suo ambiente umido: itinerario da scoprire Una visita ai “Laghetasch” è un’occasione unica anche per scoprire una parte del Sentiero Verbano, la dorsale principale di tutto il sistema delle Vie Verdi dei Laghi, progetto di Agenda 21 Laghi nato oltre dieci anni fa. Il Sentiero nella sua interezza unisce Sesto Calende a Laveno Mombello, toccando complessivamente 10 comuni e sviluppandosi per oltre 40 chilometri tra una miriade di bellezze storiche, paesaggistiche, naturalistiche e artistiche. Lo stagno del “Laghetàsc” è nel tratto che interessa Ispra e Brebbia: pochi chilometri in un percorso sterrato ma semplice da compiere a bici o a piedi in un’area umida-torbosa.
Il “Laghetasc” o “Laghetasch” è un’area umida affascinante ma anche di rilievo ambientale, che si contraddistingue per la presenza di castagneti e querceti, dove vivono esemplari di picchio rosso, l’allocco e scoiattolo, anatre e aironi cinerini
è precisa e in 10 minuti di cammino si sarà al cospetto dei giganti silenziosi. L’ideale è approfittare di una giornata di pioggia o di visitarli dopo un periodo particolarmente piovoso, per poter ammirare lo stagno che si forma attorno. Lo spettacolo rimane affascinante anche in periodi di tempo asciutto, dove, volendo cogliere il lato positivo della situazione, ci si può avvicinare maggiormente ai “giganti”. Il tratto di Brebbia del Sentiero del Verbano però offre molti altri punti di interesse, sarebbe un peccato terminare la passeggiata così brevemente.
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Si è formato in seguito a depressioni tra un rilievo e l’altro, di origine glaciale. Il terreno argilloso (ecco perchè anche questa zona era importante in passato per la produzione di ceramiche) non assorbe l’acqua del tutto e ristagna, dando luogo agli ambienti tipici della torbiera. Qui però il “normale” paesaggio è decisamente reso originale appunto da diversi esemplari di Taxodium Distichum. Conifere particolari perchè caduche (in inverno perdono le foglie, ecco perchè vengono chiamati calvi) e perchè vivono nell’acqua, respirando dalle radici che entrano in profondità nel terreno. Il fusto alto li rende dei veri e propri giganti che dopo una giornata di pioggia si ergono dall’acqua. “Questi alberi possono raggiungere anche 40 metri di altezza e 1.000 anni di età”, spiega Pierangelo Biavaschi, della sezione locale di Legambiente. Pur non essendo autoctoni, questi Cipressi Calvi hanno trovato il loro habitat ideale in queste zone, un tempo semi paludose. Il loro fascino resta immutato negli anni, ma la palude sulla quale svettavano no. “Ricordo che una decina di anni fa l’acqua era molto più presente, ultimamente è molto difficile vederli immersi nello stagno come un tempo”, ricorda Biavaschi. Per raggiungerli a piedi, si può lasciare l’auto in via Motta Pivione, nei pressi di un agriturismo e prendere la strada che da asfaltata diventa sterrata e si addentra prima in un prato e poi nel bosco. La segnaletica di legno
Punti di interesse Dal “Laghetasch”, scendendo di quota verso il lago, si può raggiungere un’area importante dal punto di vista naturale, Sabbie d’Oro, di grande pregio ambientale. “In un habitat costituito per lo più da ‘fragmiteto’ (Phragmites australis è la comune cannuccia di palude) e da formazioni arboree igrofile a dominanza di salice bianco (Salix alba), si contano infatti 29 delle 67 specie di uccelli nidificanti nelle zone umide della Provincia di Varese”, sottolineano da Agenda 21. Distante pochi chilometri dal sentiero si può visitare anche la Chiesa dei SS. Pietro e Paolo di stile romanico, risalente alla seconda metà del XII secolo, che sorge sui resti di una antica Pieve (di cui rimane solo il campanile) edificata nel IV secolo. Le sue origini però potrebbero essere ancora più antiche: la presenza infatti di una pietra murata che riporta il nome di Minerva fa presupporre la precedente esistenza qui di un tempio dedicato alla dea. Tappa finale al Museo della Pipa di Brebbia, una delle più antiche produzioni manufatturiere del Varesotto, con 30.000 pipe di varie epoche e nazioni. Il museo è anche laboratorio aperto a tutti coloro che si vogliono avvicinare alla pipa provenendo da altre esperienze artistiche o professionali e che vogliono cimentarsi nella produzione di questi oggetti. Proseguendo invece verso il versante di Ispra, usciti dal bosco e tornati sulla strada asfaltata, una piccola sosta la merita il quartiere di via delle Cascine. Un antico agglomerato di cascine rurali ristrutturate, oggi residenze private. Sono bene conservate 4 cascine tipicamente lombarde e anche un pozzo, un lavatoio e un vecchio forno per cuocere il pane.
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▶ ARTE RUBRICHE
Il Caravaggio varesino Andrea Ravo Mattoni, per metà svizzero e per metà della provincia all’ombra delle Prealpi, rievoca sui muri (e non solo) di tutto il mondo opere dei grandi maestri del passato. E lo fa in una maniera alquanto originale: con passione e bombolette spray all’Iper di Belforte. Dove ha riprodotto “La cattura di Cristo” del
Luisa Negri 1602, del prediletto Caravaggio. Più che una scelta professionale
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ospeso nel vuoto e nel vento, su di un braccio meccanico, in giro per il mondo a seminare l’arte sui muri dei palazzi. È la scelta di vita di Andrea Ravo Mattoni, artista varesino. La sua notorietà è esplosa nel 2016, in un crescendo virale fatto di impegni, in Italia e all’estero, dopo aver dipinto la sua prima opera
La Carita,̀ Scuola bolognese 1600, conservato al castello Visconteo di Somma Lombardo.
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la sua è stata la realizzazione di un sogno covato e intravisto da sempre. Nel tempo quel sogno si è fatto progetto, un progetto concreto che lui definisce: “Recupero del classicismo nel contemporaneo”. Può sembrare una stranezza, per un ancor giovane uomo, nato nel 1981, quel rievocare opere di maestri del passato su muri e spazi aperti al pubblico, ma è in realtà un saggio ritorno alle radici, in un affratellante sogno d’artista. Ovunque gli capiti di lavorare, Ravo studia il territorio, mettendosi in relazione con la storia locale e i suoi protagonisti, gli artisti che lo hanno abitato o hanno segnato l’arte di colleghi coevi. Li accompagna, attraverso la riproposizione delle loro opere, verso chi magari non avrebbe mai la possibilità di accostarli. Se è vero che l’arte deve circolare, Ravo ha interpretato al meglio questa necessità sempre più sentita in una realtà globale dove anche la pittura è da inquadrarsi in un’ottica di universalità che, peraltro, le appartiene da sempre. I suoi lavori parlano alla gente, a tutta la gente, dai muri del territorio, da Belforte al Tribunale di Varese. Qui, dove esiste già da tempo un suo ritratto di Artemisia Gentileschi, ha appena terminato l’opera dedicata a “Allegoria di Pace e Giustizia” di Corrado Giaquinto e altri lavori ancora seguiranno per richiesta del procuratore Borgonovo e del Sindaco Davide Galimberti. Due murales saranno invece da realizzarsi sui muri esterni del carcere dei Miogni. È lui stesso a raccontarci il suo cammino fin dagli esordi. “Sono figlio d’arte. Mio nonno Giovanni Mattoni era autore delle figurine Liebig e Lavazza, zio Alberto è stato illustratore, papà Carlo era artista concettuale e grafico. Sono stato stimolato dalla famiglia fin da bambino a tenere tra le mani carta e colori. Poi ho frequentato Brera dove ho scelto la pittura, olio e acrilico. Ma ho seguito là anche corsi di grafica e affresco. Ho cominciato a usare le bombolette dapprima da vero e proprio artista di strada, oggi da pittore quale ormai mi considero”. Ravo rivendica con orgoglio le
Andrea Ravo Mattoni insieme al Presidente francese Emmanuel Macron e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sotto, Allegoria della Giustizia e della Pace (particolare), Corrado Giaquinto 1754-1758 ca., Tribunale di Varese
sue doppie radici, varesine ed elvetiche, essendo figlio di madre svizzera. Inutile dire che ha lavorato anche là e che, come in ogni luogo in cui si senta intimamente chiamato, ricerca la presenza antica degli artisti che lui copia a meraviglia: Caravaggio ma anche Delacroix, Georges de La Tour, Hayez, il nostro Morazzone, la cui impetuosa vita richiama in parte quella di Caravaggio. Rivela che sta pensando anche a Cesare da Sesto e soprattutto a Bernardino Luini, alla sua magia pittorica di erede della scuola di Leonardo, operante nel nostro territorio e nella vicina terra ticinese.
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nei musei non si riesca a contemplare le opere al meglio perché il flusso dei visitatori ne impedisce una tranquilla visione. I miei lavori arrivano a tutti e possono essere osservati anche a distanza, nei particolari. Sono felice di pensare che, attraverso la mia mano, la gente si avvicini ad artisti come Caravaggio, nato e operante in terra lombarda, ispiratore a sua volta di artisti di casa nostra, come ad esempio il Morazzone che ha lavorato nelle nostre chiese e lungo la Via Sacra di Santa Maria del Monte. In quali luoghi del territorio hai portato i tuoi lavori? I posti interessati sono, oltre a Varese, Leggiuno (“Il quadro delle tre mani” di Morazzone, Procaccini e Cerano) Angera (Museo a cielo aperto), Malpensa (“Fanciullo con la Canestra” e “Riposo durante la fuga in Egitto”, di Caravaggio), Gavirate (“Il bacio di Romeo e Giulietta” di Hayez), Sesto Calende, Somma Lombardo (“La Carità”, scuola bolognese del ‘600). Sarò prossimamente a lavorare anche a Lonate Pozzolo e all’Ospedale del Circolo di Varese. Come operi in concreto? Innanzitutto, parto dall’idea che la mia copia dev’essere in correlazione con il contesto in cui si colloca. Così ho fatto ad esempio per il Tribunale di Varese: il tema della pace e della giustizia mi è sembrato del tutto pertinente. Oppure mi aggancio a lavori di artisti che hanno lavorato qui. Poi utilizzo la tecnica dello spray, i colori sono infiniti e mi permettono di ottenere effetti ottimi, simili a quelli dei dipinti originali.
Ma perché quest’idea di copiare le opere dei grandi maestri? La copia fa parte dell’arte, la sua tradizione riporta alla Grecia ed è sempre stata diffusa, spesso su commissione. Non dimentichiamoci che gli antichi, non avendo la fotografia, dovevano ricorrere alla copia per riprodurre quanto andava fatto conoscere. E illustri committenti chiedevano spesso di avere riproduzioni di lavori dei più grandi maestri. Ancora oggi una copia ben fatta può avere una funzione sociale se arriva a tutti. Questo a me importa ed è anche il motivo che mi ha spinto a lavorare su dimensioni grandi, perché tutti possano osservare al meglio e apprezzare. Capita spesso che
Ovunque gli capiti di lavorare, Ravo studia il territorio mettendosi in relazione con la storia locale e i suoi protagonisti, gli artisti che lo hanno abitato o hanno segnato l’arte di colleghi coevi 61
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nel 2018. E il tuo lavoro “La Carità” è stato ammirato l’anno successivo da Cyrille Gouyette, direttore educazione e formazione dello stesso museo. Una bella soddisfazione. Nel 2019 ho lavorato ad Amboise con il Castello Reale portandovi cinque grandi tele incentrate sul lavoro di Francois Guillaume Ménageot in occasione delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Leonardo. E lì ho potuto incontrare anche Macron e Mattarella che hanno apprezzato e commentato con entusiasmo il mio lavoro e il mio progetto di portare l’arte a tutti. Quali altri appuntamenti ti aspettano? Accanto ai murales continuo a produrre quadri. Perché la mia attività procede in parallelo su questi due binari: arte per tutti e arte per i collezionisti. In Francia ad esempio tornerò presto, perché ho un appuntamento importante con una galleria d’arte. Guardo con attenzione al mondo del collezionismo dentro e fuori l’Italia, andrò anche in Svizzera e in Germania e spero che un giorno un museo accolga una mia opera. Se accadesse sul territorio, in quale museo ti piacerebbe che le tue opere fossero ospitate? Al museo del Castello di Masnago, apprezzo molto gli affreschi delle due principali sale e mi piacerebbe riprodurre la Tamar di Giuda di Francesco Hayez che è uno dei gioielli custoditi.
L’ultimo bacio di Romeo e Giulietta, Francesco Hayez 1823, Gavirate
Quali sono i passaggi tecnici e i tempi? Devo partire innanzitutto da un fondo adeguato, trattato in modo da assicurare la buona tenuta del colore, poi stendo uno strato di marrone, come faceva Tintoretto e in seguito tutti i grandi pittori, infine dipingo con le bombolette. Da ultimo ripasso con un protettivo dagli agenti esterni. Per realizzare un’opera impiego mediamente dai 4 ai 5 giorni. Ma il lavoro ottenuto potrà durare dai 30 ai 40 anni. E, se necessario, si può anche intervenire prima per porre riparo ai segni del tempo. Pensi che sia capita la tua particolare arte pittorica? Bisogna che chi si confronta con un artista sappia che il suo lavoro non va né idealizzato retoricamente né sottovalutato. L’arte è un lavoro come gli altri. Nasce dalla passione, ma chi lo sceglie deve studiare, darsi da fare, non solo per apprendere i segreti del mestiere ma anche per essere imprenditore di se stesso. Necessita insomma di una forte motivazione e volontà. Impegno, professionalità e fiducia sono gli ingredienti fondamentali per farsi capire. Qualunque strada si sia scelta, bisogna crederci. Hai tenuto lezione al Louvre a studenti di Nanterre 62
Una cosa che ti sta particolarmente a cuore e vorresti far sapere dalle nostre pagine. Consiglio di investire nell’arte. È un piacere e un grande investimento per il futuro, non solo di chi compra e di chi vende. Un’opera può portare beneficio nel tempo anche a tante altre persone, incontrandosi con i loro occhi e il loro cuore nelle esposizioni. Questo per quanto riguarda l’attenzione che si deve all’arte. Per il rispetto dovuto invece agli artisti è importante comprendere che l’arte ha sempre un costo, inestimabile per i sacrifici che comporta. Chi si porta a casa il lavoro di un artista deve sapere che sta comprando tutto di lui, il bello e il buono, ma anche i suoi fallimenti, le privazioni, le delusioni, i dolori. In quell’opera c’è la vita di una persona.
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“L’arte è un lavoro come gli altri. Nasce dalla passione, ma chi lo sceglie deve studiare, darsi da fare, non solo per apprendere i segreti del mestiere ma anche per essere imprenditore di se stesso”
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▶ ARTE
Le raccolte di
Palazzo Marliani Cicogna Una passeggiata tra le opere del Museo Civico d’arte, custodite dalla dimora storica di Busto Arsizio, nel suo trentesimo anno di attività anni recenti è stata recuperata al meglio, comprese le antiche
Luisa Negri cantine dei vini, riscoperte nel 2018. Oggi è luogo da visitare,
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alazzo Marliani Cicogna di Busto Arsizio festeggia quest’anno i trent’anni di attività. Aperto al pubblico nel 1990, accoglie nelle sue sale il Museo Civico d’arte (di cui è conservatrice Valeria Ferrè), con la Biblioteca e le Collezioni, tutte donazioni di generosi cittadini legati alla città per nascita o frequentazione. Già dimora dei conti Marliani, proprietari dal XVI secolo fino al XVIII del feudo di Busto Arsizio, poi dei Cicogna, la casa fu fin dal 1822 sede dedicata a uffici pubblici. Restaurata nel secolo scorso dall’architetto Magini, in
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testimonianza di un territorio importante per attività imprenditoriali e meriti culturali. Artisti, mecenati, religiosi hanno abitato o visitato queste terre di pianura, a ridosso della grande Milano. Qui si sono incontrati, in tempi diversi, confrontando idee, sogni e progetti. Non è per caso che nelle collezioni di Palazzo Marliani Cicogna sono presenti diversi ritratti: tra gli altri quello di Alessandro Volta, dipinto dal pittore bustocco Giuseppe Bossi, la testa in gesso del poeta Vincenzo Monti, un olio dedicato al cardinal Carlo Borromeo. E addirittura un’opera del grande Hayez, massimo esponente del Romanticismo storico italiano, il Ritratto del Conte Ambrogio Nava (ante 1852). Il Nava fu pittore, paesaggista dilettante, mecenate dell’arte e presidente dell’Accademia di Brera. Si racconta che il quadro fosse stato oggetto di polemiche per l’esaltazione filoasburgica e addirittura sfregiato dal patriota Carlo De Cristoforis. Palazzo Marliani è però anche sede di esposizioni temporanee di artisti dell’oggi, che qui lasciano ciascuno una propria opera. Mentre visitiamo il palazzo, è in corso al piano terra, la mostra del bravo fotoreporter Massimo Sestini. Racconta, con lo stesso impegno professionale e umano, il Giro d’Italia del 2015, visto dal cielo di Varese; i ciclisti allineati e
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le loro dinamiche ombre proiettate a terra. E la strage di Capaci ripresa dal cielo di Sicilia, le macchine sventrate dal tritolo in un malvagio abbraccio mortifero. Così come lo sbarco dei barconi a Lampedusa o la deriva solitaria delle imbarcazioni abbandonate. Alla fine del percorso museale troverete un’intera sezione di arte contemporanea, al piano nobile del palazzo, con altri lavori, provenienti in parte dalle quattro edizioni del Premio di Pittura Città di Busto Arsizio. Di particolare impatto è l’ultima sala, con l’installazione di Federica Giglio, Benedetta da Dio (2006), acquisita nel 2012. Ma per prima ci viene incontro la sezione dedicata all’arte lombarda del XVI–XVIII secolo. Sono le più antiche opere di arte devozionale, provenienti da edicole, oratori o cascine bustesi, a introdurre il visitatore nel clima un tempo respirato per le strade o nei cortili del borgo. Strappi di affreschi, ritratti di Santi e del Crocifisso, Madonne ispirate alle più note opere dei maestri: come il polittico di Santa Maria di Piazza, l’A ssunzione della Vergine, di Gaudenzio Ferrari (sec. XVI). A emergere qui è la bella Deposizione dell’affresco staccato dalla Cascina Mariotta di via Castelfidardo. Apre poi la serie di collezioni la donazione del 1994 di don Marco Rossi, sacerdote amante della cultura e restauratore di arte sacra. Comprende 14 opere di artisti di scuola lombarda del ‘600 e ‘700. Tra cui due di Santi vescovi di Pietro Maggi (1660-ante 1738) e il Ritratto di Francesco Bonaventura Cavalieri, un olio su tela riferito all’ambito del bolognese Giacomo Cavedoni. Infine, Il Compianto Angelico sul corpo di Cristo, del Morazzone e il Noli me tangere, luminosa e intensa opera di mano di Giuseppe Nuvolone, donato in memoria di Carlo Augusto Brazzelli. In altre sale è il ricordo di due artisti bustesi. Di Biagio Bellotti (1714-1789), sacerdote, è l’affresco staccato della Madonna con il Bambino dormiente, del XVIII secolo. Giuseppe Bossi, nato nel 1777 a Busto Arsizio, tra i protagonisti del neoclassicismo milanese, fu invece pittore, disegnatore, esponente di spicco della cultura lombarda sotto Napoleone. Segretario dell’accademia di Brera, si fece promotore dell’omonima pinacoteca. Suo, come abbiamo visto, il ritratto di Volta. E ancora sono ricordati il pittore Enrico e lo scultore Ferruccio Crespi, famiglia di artisti della Milano ottocentesca di fine secolo, di cui si conserva la donazione pervenuta nel 1991 da Gaetano Crespi Legorino, nipote dell’omonimo poeta. Spicca il bel ritratto dell’aristocratica milanese Agnese Rusconi, moglie di Giovanni Crespi, cotoniere di Busto. Altri artisti locali presenti sono i
bustesi Arturo Tosi (1871-1956) e Aldo Alberti (1912-2014), maestri di nature morte e rarefatti paesaggi e il varesino Innocente Salvini, nato a Cocquio Trevisago, in un noto autoritratto. Un’ampia sala ancora è infine dedicata all’800 romantico e verista. Incanta, di Enrico Crespi, La Filatrice (1906,) il giovane viso avvolto di luce e seduce la Bagnante di Emilio Magistretti, un olio su tela del 1921. Presenti entrambi qui con altre opere, erano ottimi allievi di Hayez. La scuola del verismo è a sua volta rappresentata da lavori di Favretto, Lojacono e Ada Pratella. Nel lasciare la dimora, dopo la visita all’arte contemporanea, un ultimo sguardo corre all’opera in pietra Aurisina La Grande Madre, di Vittorio Tavernari: una maternità del 1980, collocata al centro del cortile, che non si dimentica. E suggella al meglio, nella chiarità architettonica del palazzo, un felice percorso.
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Sopra, Pittore Lombardo XIX sec., Ritratto della marchesa Agnese Rusconi. A sinistra, Giorgio Albertini, Paesaggio. In apertura, Pittore Manierista lombardo, Flagellazione di Cristo
CIVICHE RACCOLTE D’ARTE PALAZZO MARLIANI CICOGNA P.zza Vittorio Emanuele II, 3 - Busto Arsizio Ingresso libero e gratuito 0331.3903351-352 museibusto@comune.bustoarsizio.va.it 65
L’impresa di raccontare
UN NUOVO MODO DI COMUNICARE.
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Qualsiasi sia il tuo strumento UNIVA e Varesefocus sono sempre con te. Nuovi contenuti, nuova forma, nuovi mezzi di comunicazione. Varesefocus da oggi è molto più multimediale, con la presenza di articoli, fotografie e video per dare vita a un’informazione diversa. Vogliamo raccontare storie di imprese, fenomeni dell’economia e del territorio che ci circonda. Anche il sito dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese è più ricco, pronto per accompagnare le imprese verso i nuovi scenari dell’industria 4.0.
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a cura di Maria Postiglione
FAI VARESE - PROGRAMMA PRIMAVERA 2020 Programma di attività culturali che la Delegazione FAI di Varese ha preparato per la prima parte dell’anno 2020.
SABATO 21 e DOMENICA 22 MARZO 2020 GIORNATE FAI DI PRIMAVERA L’invito è quello di guardare con occhi nuovi la Valceresio, molto nota e molto trafficata, ma raramente luogo di sosta. Dal fondovalle, ricco di tracce di storia e di architetture, si aprono strade laterali insospettate, caratterizzate da ambienti ancora agricoli con ampi prati alternati a fasce boschive. Da Cantello a Induno e sempre più su... fin dove la montagna si tinge di rosso!
SABATO 4 APRILE 2020 - SONDRIO e CASTEL GRUMELLO: passeggiata in Valtellina Città di probabile origine romana, Sondrio, ricca di testimonianze storico-artistiche, fu per secoli capolinea di un itinerario che, per la Valmalenco, ha consentito diversi e frequenti traffici con il nord delle Alpi. Attraverso le “specialità” della valle, si visiterà la lontana proprietà lombarda, Castel Grumello, posto in cima ad un’altura con pareti di roccia a strapiombo ed un meraviglioso panorama, una rocca fortificata che, dal XIII secolo, domina l’intera vallata. Seguirà programma dettagliato nei punti FAI e sarà inviato via mail.
MERCOLEDÌ 22 APRILE 2020 - “LA ZONA DI BRERA” Insieme tra Brera, il Salone del Mobile e l’orto botanico Accompagnati dalla guida, Mariaelena Boscarelli, si percorreranno una delle zone più vive e affascinanti di Milano, il quartiere di Brera, scoprendo negozi e cortili con arredi di design. Prevista la visita ad alcune sale della Pinacoteca e l’appartato e magico Orto Botanico. Seguirà programma dettagliato nei punti FAI e sarà inviato via mail.
15 - 18 MAGGIO 2020 - “TRA CASTELLI E VALLATE “: un viaggio verso le Alpi Inizia dal Castello di Avio, una delle storiche proprietà del FAI, posta all’imbocco della valle dell’Adige, il viaggio che quest’anno porterà verso il Trentino-Alto Adige. Una terra ricca di storia e di paesaggi, dove l’uomo ha lasciato testimonianze piene di fascino. Una sosta a Rovereto poi l’arrivo a Bressanone, perno delle escursioni nei dintorni: Novacella, Castel Rodengo, Brunico, Chiusa e Bolzano. Programma dettagliato e prenotazione presso: Agenzia Giuliani Laudi Srl - Varese. Elisa tel. 0332 231139.
SABATO 6 GIUGNO 2020 - “COSA FAI?... BOCCIO!” Una giornata da trascorrere insieme con allegria, tornando un po’ indietro nel tempo, con un torneo di bocce. Su tre campi, a coppie, seguiti da un arbitro e accompagnati dalla tifoseria, si svolgerà per un intero pomeriggio una gara con scontri diretti, ad eliminazione, con una partita finale tra i migliori quattro giocatori. Premi e brindisi. Dalle ore 14.30. Iscrizioni e programmi verranno comunicati in seguito.
SABATO 13 GIUGNO - “FAI UNA FERMATA ALLA PENSILINA DEL TRAM” Ritrovo a Velate presso la storica Pensilina lungo la via Adige, recente acquisizione del FAI di Varese. Come ormai consuetudine, si partirà per una passeggiata in un giardino di Velate alla scoperta di remoti spazi e di dolci note musicali. Per informazioni e prenotazioni: Paola tel. 3398354112. Per informazioni: Paola Piatti - tel. 3398354112, email: varese@delegazionefai.fondoambiente.it 67
RUBRICHE
NATURAE. VISIONI TRA REALTÀ E IMMAGINAZIONE La mostra “NATURAE. Visioni tra realtà e immaginazione” vede il ritorno di due artisti già noti al pubblico della Galleria Punto Sull’arte: Ottorino De Lucchi con i suoi virtuosi fiori in watercolor-drybrush e i leggiadri acquerelli su carta di Marika Vicari, per un totale di circa 30 opere inedite.
QUANDO: fino all’11 aprile 2020 DOVE: Punto sull’Arte, Varese Viale Sant’Antonio 59/61, Varese Orari: martedì - sabato 10:00-13:00 | 15:00 - 19:00 Domenica 22 marzo: 15:00 - 19:00 Informazioni: 0332320990 info@puntosullarte.it
SHOZO SHIMAMOTO Questa esposizione, attraverso un importante corpus di opere, mira a valorizzare la più tarda produzione dell’artista, che Rosanna Chiessi, fondatrice e Presidente dell’Associazione Shozo Shimamoto fino alla sua scomparsa, ha supportato attraverso l’organizzazione di molte delle performance che hanno reso il maestro celebre in tutto il mondo.
QUANDO: fino al 10 luglio 2020 DOVE: Cardi Gallery, Milano Corso di Porta Nuova 38, Milano Orari: lunedì - venerdì 10:00 - 19:00. Sabato 11:00 - 18:00 - Informazioni: email mail@cardigallery.com
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▶ MOTORI RUBRICHE
Golf 8 Il numero perfetto Una generazione più confortevole, più intelligente, più interconnessa. In poche parole, Volkswagen presenta la nuova Golf
È
arrivata la nuova Golf. Uno dei gioielli di casa Volkswagen, sicuramente quello che maggiormente ne alimenta la leggenda. Basti guardare i numeri: 45 anni di grinta inconfondibile sulle strade, più di 7 vite (meglio dei gatti!) e un successo strepitoso che la consacrano l’auto adatta ad ogni età. Cresciuta e maturata, insieme agli automobilisti che l’hanno amata nel tempo, ma sempre perfetta per le generazioni attuali. Così per i 25enni degli anni ‘80 che continuano ad amarla, come per i 25enni di oggi. Un evergreen che non passa mai di moda. Certamente per le sue curve, i tratti caratteristici che oggi sono decisamente attualizzati secondo i gusti contemporanei e le scelte ormai chiare della casa tedesca. La Golf 2020 strizza l’occhio al passato con riferimenti ai modelli storici: l’osservatore esperto non potrà non riconoscerli. Ma le linee seguono le tendenze attuali: tratti più puliti e lineari rispetto al passato e dettagli stilosi come i fari a LED, indipendentemente dall’allestimento, con gruppi ottici anteriori più bassi rispetto alla settima generazione. Un design più ordinato, più tipicamente
di impronta nordica, con linee decisamente nette, estremamente sportive. Una geometria che torna negli interni con una plancia modernissima, raffinata e molto pulita. Nessuno spazio per dettagli barocchi: a dominare sono tecnologia e connettività. L’analogico va in pensione e lascia campo libero al digitale. Tutta la strumentazione è racchiusa all’interno di schermi da dove è possibile gestire la gran parte delle funzioni, compresi i protocolli dedicati agli Smartphone tramite Android Auto ed Apple CarPlay. Un esempio? Per il capitolo “assistenza vocale” Volkswagen si affida ad Amazon con Alexa. Golf 8 rappresenta poi un nuovo passo verso la guida autonoma. Senza immaginare scenari futuribili, la nuova nata ha però raggiunto il Livello 2 in fatto di guida semiautonoma ed è in grado di aiutare il guidatore in molte occasioni. Abbiamo ad esempio il Travel Assist che consente di viaggiare in autostrada senza dover usare sterzo, freno o acceleratore. La maturità della numero 8 riguarda anche le motorizzazioni e le versioni a disposizione. L’assortimento è ricco come non mai: benzina, gasolio, bi-fuel benzina e metano, ma anche MHEV e plug-in hybrid, per tutti i gusti e tutte le esigenze. Non manca un’attenzione eco. Con i motori diesel le emissioni di anidride carbonica sono scese di oltre il 17%, mentre quelle delle unità TSI benzina del 10% grazie all’introduzione della tecnologia mild hybrid. Tra le novità in termini di motori ben quattro nuove motorizzazioni, due benzina TSI da 90 e 110 unità ed altrettanti TDI da 115 e ben 150 CV. La nuova Golf 8 sarà disponibile in molte declinazioni: dalla GTI 2020 da oltre 250 CV alla “R” da 300 e più CV. Non manca poi la Golf Variant station wagon, sempre in linea con l’obiettivo di rispondere a tutti i gusti e le esigenze. Per maggiori informazioni: Sede Martignoni Srl Gallarate, Viale Milano 25 e San Vittore Olona, Strada Statale Sempione 261. Apertura straordinaria nei weekend di marzo per la presentazione ufficiale del nuovo modello: sabato 21 e domenica 22, sabato 28 e domenica 29.
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E-Vai Corporate, il car sharing elettrico per le flotte aziendali E-Vai CORPORATE
Ovunque •vai
Il tuo car sharing elettrico regionale
E-Vai è un’azienda del gruppo FNM che offre servizi di mobilità condivisa e sostenibile per rispondere alle esigenze di mobilità di cittadini, aziende private e pubbliche. E-Vai Corporate, in particolare, è il servizio all inclusive dedicato alle aziende che unisce i benefici della sharing mobility a quelli della mobilità elettrica. Per saperne di più, abbiamo intervistato Sebastiano Di Carlo, Direttore Commerciale di E-Vai. Come funziona E-Vai Corporate? L’azienda mette a disposizione dei propri dipendenti le auto “in pool” per gli spostamenti aziendali; a fine giornata le stesse auto, invece di rimanere inutilizzate, possono essere usate dai dipendenti per tornare a casa e per altri spostamenti personali, ad esempio durante i weekend, abbattendo così il confine tra mobilità aziendale e personale. L’azienda decide inoltre se offrire il servizio come benefit aziendale, incrementando il livello di soddisfazione dei propri dipendenti, o se addebitare il servizio con una tariffa agevolata. Grazie alla nostra piattaforma, i dipendenti prenotano e guidano l’auto in pochi click tramite la nostra App. In questo modo l’azienda abbatte i costi di gestione e incrementa il tasso di utilizzo dei veicoli. Quali sono le sue caratteristiche? Il Corporate Car Sharing è l’evoluzione del tradizionale modello di flotta aziendale integrata con la consolidata formula del noleggio a lungo termine, offre una piattaforma di gestione e condivisione dei veicoli che introduce la mobilità condivisa in azienda. Adottare un modello di Corporate Car Sharing significa ripensare la mobilità aziendale in un’ottica welfare, offrendo ai propri dipendenti di condividere un veicolo a titolo oneroso o gratuito. E-Vai ha sviluppato il servizio E-Vai Corporate, personalizzato e in base alle diverse esigenze di mobilità delle aziende. Quali sono i vantaggi per l’azienda? Adottando E-Vai Corporate l’azienda beneficia di un reale e immediato abbattimento dei costi. Condividere i veicoli significa ottimizzare il parco auto, incrementandone la frequenza di utilizzo, il che, in prospettiva, può portare a ridurre il numero di veicoli. Bisogna inoltre considerare i vantaggi della mobilità elettrica: nessun costo di carburante, l’ingresso gratuito nelle zone a traffico limitato, parcheggi gratuiti su strisce gialle e blu, la possibilità di ricaricare presso la rete di infrastrutture con noi convenzionata, che include A2A, Ressolar, Be Charge ed Enel X. Chi può adottare questo modello di mobilità? E-Vai Corporate è un servizio di mobilità adatto ad aziende di qualsiasi dimensione. Ci rivolgiamo alla grande azienda, ma ancor di più alle tante realtà di medie e piccole dimensioni che trainano la nostra economia. E’ con questi attori che desideriamo accendere un dialogo improntato alla reciproca soddisfazione. INFORMAZIONE PUBBLICITARIA
▶ SPORT RUBRICHE
Un gioco da ragazzi Aumentano le iniziative e i progetti dei golf club del Varesotto per avvicinare i giovani ad uno sport fino a ieri considerato di élite, ma che in realtà costa quanto “un abbonamento annuale in palestra” e che attrae sempre di più anche gli adolescenti, grazie ai videogame vita a un movimento numericamente, oltre che qualitativamen-
Andrea Della Bella te, importante. I maestri di golf Stefano Begnis e Alberto Ballarin
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olpo e occhio. Perché per giocare a golf il colpo e il gesto tecnico sono importanti, ma diventano perfetti nell’esecuzione se il giocatore ha anche “occhio”, ovvero visione di gioco, tattica, strategia. Ma anche “colpo d’occhio” sui green della nostra provincia, dove il golf non ha perso quell’aurea di eleganza che lo caratterizza da sempre ma, buca dopo buca, si sta lasciando indietro l’etichetta di sport economicamente esclusivo e si sta aprendo sempre più a giovani e giovanissimi. Obiettivo: dare
insegnano a praticare questo sport in club differenti: il primo alle Robinie di Solbiate Olona, il secondo al Panorama Golf di Varese, ma entrambi sono in sintonia su ciò che oggi serve a questa disciplina per crescere, per portare sui campi non le folle, ma certamente più praticanti. Soprattutto giovani. Begnis, che alle Robinie ha dato vita alla Master Swing Academy insieme ai colleghi Michele Riccardi ed Emilio Bianchi, spiega che “fino a pochi anni fa solo i figli dei golfisti iniziavano a giocare fin da bambini e la soglia d’ingresso in genere veniva varca-
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RUBRICHE
ta solo al termine degli studi universitari. L’avvio al golf dei più piccoli è sempre stato l’anello debole del movimento. Per questo, da qualche anno stiamo lavorando per colmare questo gap e ora siamo pronti a dare vita a una serie di iniziative sempre più strutturate e dedicate ai più piccoli, a partire dai 6 anni. E si iniziano a vedere i primi risultati”. Certo non bisogna pensare ai vivai calcistici, anche per le caratteristiche intrinseche a questo sport, ma il trend è in crescita. E che la rotta sia stata invertita lo conferma anche Alberto Ballarin: “Il Panorama è un club giovane, con solo vent’anni di vita alle spalle. È un campo che si sviluppa in città, a Varese, ovvero a stretto contatto con quella che è la vita quotidiana. Logistica che ci ha permesso di dare subito la sensazione di essere a portata di mano. E anche per la nostra realtà riuscire ad aprire ai ragazzini è uno degli obiettivi”. Ballarin collabora con il comitato regionale della Federazione Italiana Golf, soprattutto nell’organizzazione dell’attività del settore giovanile: “Con il Golf Giovani Lombardia, sulla base delle classifiche, convochiamo periodicamente le ragazze e i ragazzi golfisti per osservarli sui green. I numeri non sono ancora significativi, ma la qualità sta crescendo. E anche i risultati iniziano ad arrivare”. In questo momento a dare soddisfazione sono le giovani golfiste: Alessia Nobilio, milanese e punta di diamante del movimento lombardo dilettantistico, ha appena conquistato gli Internazionali di Portogallo ed è la terza nel ranking mondiale. Insomma, il golf è anche uno sport per giovani e giovanissimi. “Ed economicamente accessibile”, interviene Stefano Begnis introducendo un altro tema sul quale il movimento ha scelto di switchare: “Fino a vent’anni fa questo era uno sport esclusivo. Oggi esiste ancora quell’etichetta, ma in realtà giocare a golf costa come un abbonamento annuale in una palestra. Alle Robinie sono state studiate diverse formule, con allenamenti differenziati a seconda del livello e delle esigenze di ogni giocatore. Ad esempio, facciamo anche lezioni collettive a costi davvero contenuti e per chi
Stefano Begnis: “L’avvio al golf dei più piccoli è sempre stato l’anello debole del movimento. Per questo da qualche anno stiamo lavorando per colmare questo gap e ora siamo pronti a dare vita a una serie di iniziative sempre più strutturate” vuole iniziare non mancano le agevolazioni”. Si lavora anche sulla comunicazione, “perché è importante far arrivare i messaggi alla gente”, dice Ballarin ricordando che a Varese, in mezzo a una rotatoria di grande passaggio è stata posizionata una pallina da golf di importanti dimensioni. Ma non solo: “Oggi, può sembrare strano, ma abbiamo ragazzi che chiedono ai loro genitori di venire a provare dal vivo dopo che hanno conosciuto il golf attraverso i videogame. È davvero curioso come in alcuni casi la passione virtuale cresca e arrivi al punto in cui si senta la necessità di vivere le emozioni su un campo vero”. Il volto inclusivo del golf, primo progetto sportivo di questo tipo in provincia di Varese, è quello del Panorama dove verrà avviata un’attività mirata a bambini e ragazzi autistici. Iniziativa che verrà portata avanti da Alberto Ballarin, il quale ha frequentato seminari ad hoc organizzati dalla federazione. “Il golf può rappresentare uno sport ideale per chi soffre di questo disturbo – spiega – si tratta di una disciplina che richiede tempi di concentrazione brevi. Ed è un’attività che si svolge all’aria aperta a contatto con la natura. Al momento questo tipo di progettualità è stata sperimentata solo a Roma, Salerno e Como”.
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I green in provincia di Varese La mano del campione, quella di Jack William Nicklaus, ex golfista statunitense, conosciuto anche come l’Orso d’oro e da molti considerato il più grande giocatore di golf di tutti i tempi, si vede al Golf Club le Robinie di Solbiate. Il campo da 18 buche, infatti, è l’unico in Italia a portare la sua firma. Il green a dimensione cittadina invece è il Panorama di Varese, “battezzato” anche city golf, poiché inserito nel contesto urbano della Città giardino, a 5 minuti dal centro. Appena fuori Varese, a Luvinate, si trova il Golf Club Varese, 18 buche con vista sul Monte Rosa, molto apprezzato anche dagli svizzeri del Canton Ticino poiché facile da raggiungere anche da Lugano. Il poker green del Varesotto si completa con il Golf club dei Laghi. Inaugurato nel 1993, progettato dall’architetto Piero Mancinelli e costruito in un’area prevalentemente boschiva un tempo di proprietà della famiglia Visconti, è apprezzato per gli ostacoli naturali (alberi, laghetti, ruscelli). E se si vuole andare fuori provincia si può puntare sulle 18 buche del percorso del Green club golf di Lainate, un par 71 di media difficoltà, che premia i giocatori più precisi.
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▶ DI MODA RUBRICHE
Il ritorno della bella calligrafia “La scrittura è la pittura della voce”, diceva Voltaire. Alla riscoperta di quest’arte, che può sembrare fuori dal tempo in epoca digital, ma, in realtà, dal fascino eterno. E che fa bene anche alla salute un piccolo regno incantato, dedicato alla regina carta, in ogni sua
Silvia Giovannini nuance e sfumatura, senza dimenticare i glitterati, in ogni formato,
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iete stati a Londra di recente? Tra le soffuse atmosfere britanniche, con note di Brexitudine, girando per negozi, ci si accorge che a pochi passi l’una dall’altra spunta una cartoleria. No, non un classico negozio di materiali basici per la scuola: proprio
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dimensione e tipo, e poi ancora tutta la serie dei riciclati. Blocchi, quaderni, agende e... sorpresa! Ve la ricordate? Carta da lettere con tanto di buste abbinate e una gamma infinita di biglietti d’auguri. Pensiamo a Londra con quelle misteriose sfumature alla Harry Potter, immaginando lettere portate dal cielo da magici gufi, ma
La cartoleria di Paola
non è così diverso in altre città europee e qui da noi. Per un attimo dimenticate tastiere e mouse. Anzi, no, usatele per googlare la parola “calligrafia”. Vi si aprirà un mondo: un universo, anzi, costellato di pennini e stilografiche, di brushpen e di manuali per il lettering e vi verrà voglia di scoprirne di più. Ma non vi serve Internet per capire che il gusto per la bella scrittura stia ritornando di moda. Pensate alle librerie del centro città. Erano gli anni ‘80, nelle cartolerie un’offerta che nel tempo abbiamo dimenticato, per preferire lo shopping nei negozi di telefonia. Era un tripudio di diari, penne e quaderni. Le griffe della moda, da Coveri all’indimentica dalle teenager Nay Oleari, facevano a gara per firmare anche il corredo scolastico. Persino nelle merendine si trovavano gomme e materiali di cancelleria. Poi il silenzio, con la chiusura della maggior parte delle tappe irrinunciabili per l’adolescente medio. Ma provate ad entrare nelle vostre librerie preferite oggi e vi accorgerete che qualcosa sta cambiando. Pensate ai grandi brand
Matite unicorno, gomme bradipo, temperini panda e, poi, penne, pennini e inchiostri, piume d’oca che raccontano storie passate di testi eleganti e grembiuli macchiati: il gusto per la bella scrittura sta tornando di moda
RUBRICHE
Accanto alle attività che chiudono, piace raccontare la storia di chi, di questi tempi, decide di aprire una cartoleria. E non lo fa a due passi dalla Madonnina, sperando nel flusso dei clienti di passaggio. Ma a Viggiù, un comune che conta 5.200 anime, forse più noto per la canzone dei Pompieri che per le cartolerie. A raccontarci la sua esperienza, a poche settimane dalla sua nuova avventura, Paola Fabris: “Volevo cambiare vita – racconta – e sono rimasta attratta da un’attività dal fascino senza tempo. Il primo servizio che ho pensato è sicuramente quello per la scuola, con la fornitura di libri e materiali ad hoc. Poi, visto che siamo in un paese, ho pensato di aggiungere un’offerta di articoli per la regalistica per diverse fasce di prezzo. Ma quello che colpisce è che i clienti, in particolare i bambini, che entrano da me sono letteralmente affascinati dai libri di ogni tipo, anche solo quelli con gli sticker. Sicuramente c’è una riscoperta della carta, soprattutto quando l’offerta è originale, diversa dal già visto”. E per quanto riguarda la scrittura? “È chiara una tendenza alla ricerca di accessori per calligrafia e lettering, molto tecnici, di tutte le dimensioni, anche costosi. Il consiglio, però, per chi vuole avvicinarsi alla bella scrittura è di iniziare per gradi, partendo da penne semplici, con punte sottili, per poi arrivare, solo dopo l’esercizio, alle vere stilografiche e ai brushpen. Curiosamente, tra i prodotti più richiesti si conferma il marchio ‘Bic’, che accanto alle note linee, ha realizzato una serie di matite colorate molto innovativa. Il colore funziona, anche con i glitter per le ragazzine. Del resto, tutto quello che luccica attira sempre”.
(Feltrinelli, Mondadori, Giunti, per esempio): di quanto negli ultimi due anni è aumentato lo spazio per la proposta dedicata alla scrittura? Nomi come Legami, Mr Wonderful, accanto all’ever green Moleskine, si allargano sugli scaffali con una gadgettistica che strizza l’occhio alla scrittura. Matite unicorno, gomme bradipo, temperini panda irresistibili (tanto quanto inutili) oggetti “kawaii”, cioè carini secondo lo stile giapponese. Per non parlare della proposta di penne, pennini e inchiostri di ogni sorta, set da regalo con piume d’oca sintetiche (e non solo) che raccontano storie d’altri tempi, di testi elegantissimi e grembiuli macchiati. E poi carta, tantissima carta, caratterizzata da frasi motivazionali di ogni sorta. “Oggi sarà una giornata stupenda”, “Domani sarà ancora meglio”, “Così si fa”, accanto al planning di ogni genere e grado. Bullet journals e To do list sono il mood del momento: il messaggio è quasi un “la vita è bella, ma non ti rilassare troppo. Meglio affrontarla organizzati”. Che scrivere a mano faccia bene alla salute mentale, sono anni che psicologi e insegnanti cercano di dirlo. Ha avuto un certo rilievo la notizia che, ad esempio, all’Università di Harvard si incoraggi la scrittura manuale. Che il mercato della cartoleria sia cambiato con una nuova attenzione alle belle arti e alla creatività lo si è visto anche a Bologna, a Big Buyer 2019, uno dei riferimenti fieristici per il B2B, ma anche, per i consumatori semplici, in appuntamenti per le famiglie, come la fiera dell’Artigianato milanese o il recente Manualmente di Malpensafiere. Ma la riscoperta della scrittura potrebbe essere segno più profondo di un ciclo storico, di una nuova sensibilità e di un bisogno intimo di preservare la bellezza della tradizione. E perché no del desiderio mai sopito di ritrovarsi, un giorno, una lettera vera nella cassetta della posta.
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IN LIBRERIA
Nel blu dipinto di blu “Una mattina, siccome uno di noi era senza nero, si servì del blu: era nato l’impressionismo” (Pierre-Auguste Renoir)
Libri di tutte le sfumature, aspettando i colori della primavera
Silvia Giovannini
Carlo Collodi LE AVVENTURE DI PINOCCHIO Nomos, 2019 “C’era una volta... – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo 76
di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze”. Chi non riconosce queste parole? Il grande classico di Carlo Collodi reinterpretato con una veste grafica originale e raffinata grazie alle preziose illustrazioni di Filippo Barbacini, artista emiliano specializzato nella illustrazione di libri per l’infanzia. Un lavoro pensato per avvicinare anche il pubblico dei più piccoli ad un capolavoro senza tempo e senza età. Le doppie pagine illustrate restituiscono la magia delle atmosfere sognanti della storia e la classicità di un libro che continua ad essere fra i più tradotti e venduti al mondo. A pochi mesi dall’uscita nelle sale del film di Roberto Benigni, un nuovo omaggio al celebre scrittore e al suo lavoro carico di insegnamenti.
Elisa Origi PARTORIRE, PORCA MISERIA! Hygeia Press, 2019 Continua la serie dei comfort book firmati dalla comunicatrice varesina Elisa Origi. Eccola cimentarsi con un tema estremamente delicato: il parto. Titolo e copertina avvertono lettori e “mamme pancine”: dimenticate retorica e luoghi comuni, “niente pancioni, sbuffi di borotalco e teneri fumetti a illustrare questo nuovo saggio”. “Il parto è senza dubbio un’esperienza formativa unica, un passaggio definitivo alla vita adulta - spiega l’autrice - troppo spesso svilito da una visione frettolosa, misticheggiante e qualunquista. Io ho partorito per due volte e in tutti e due i casi la lista dei non detti o dei detti male è stata lunghissima. Per questo ho scritto il libro: per poter dire alle donne tutto quello che non mi sono sentita dire io e che invece avrebbe fatto una positiva differenza”. Con l’introduzione di Elena Bacchiega, ostetrica di lunga esperienza. In appendice 10 storie di donne che hanno vissuto la gravidanza e il parto con approcci e prospettive molto diverse tra loro.
Giulio Ravizza L’INFLUENZA DEL BLU Bookabook, 2020
AA.VV CUCINARE AL FRESCO 2020
“Percorsi di attrattività territoriale”. Un viaggio attraverso le performance dei territori lombardi, parlando di imprese, persone, cervelli, ricchezze, resilienza, qualità della vita, turismo e molto altro. Per scoprire, grazie a un approccio scientificamente rigoroso, ma narrato con semplicità e immediatezza, quali sono le aree ottimali per insediarvi un’attività d’impresa, dove si producono i talenti, in quali zone si vive meglio e quali sono le performance delle filiere produttive della locomotiva economica del Paese. Un viaggio dalla Valtellina all’Oltrepò, guidato dalle interazioni tra economia e società e dalla dialettica tra vocazioni tradizionali e prospettive, alla ricerca di traiettorie di sviluppo nuove. Scoprendo che ogni territorio è un microcosmo a sé, con un’anima e un’identità spiccate, che, tuttavia, possono essere comprese a fondo solo all’interno dei meccanismi di interazione con altri territori. Con la prefazione di Luca Gotti di UBI Banca e la postfazione di Federico Visconti, Rettore della LIUC – Università Cattaneo.
Prima prova da scrittore per l’autore, già noto nel campo della comunicazione, come Responsabile Marketing per Facebook, Instagram e WhatsApp, TedXspeaker e con un passato in Twitter, eBay e Amazon. Non lasciatevi ingannare da una aspettativa digital e aprite la mente ad altre prospettive come fa l’autore che si mette in gioco con un romanzo, di recente presentato a Comabbio. “Rosso, arancione, giallo, verde. Nel futuro non c’è spazio per odio e guerre, ma neppure per viaggi in aereo e istruzione. E tantomeno per il blu, eliminato e sostituito da altri colori. In una Costantinopoli universalmente felice dominata dall’edonismo, l’improvviso e misterioso suicidio di Leone Ippoliti, ‘quello del blu’, è destinato a cambiare gli eventi. Mehmet, incaricato di formulare il discorso di commiato, partirà alla ricerca della verità sul blu e verso una scelta che potrebbe cambiare il futuro dell’umanità. Che cosa si cela dietro il muro che rende il Bosforo inaccessibile?”
Da “Mandato di cottura” di Como a “Diario dei sapori” di Bollate per approdare ad “Assapori(amo) la libertà” a Varese, fino a “Mani in pasta” di Opera. Non un libro, ma un progetto giornalistico ambizioso: Cucinare al fresco è “una raccolta di ricette realizzate rigorosamente dietro alle sbarre. Autori dell’iniziativa non grandi chef né scrittori, ma 4 gruppi di reclusi che si sono messi in gioco per realizzare una pubblicazione dedicata al food”. Una sperimentazione avviata 2 anni fa e ora entrata a regime in tutte le strutture penitenziarie con il benestare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il coordinamento del Prap della Lombardia. L’iniziativa non è solo un laboratorio, ma ha un valore profondo. Oggi Cucinare al fresco è testata giornalistica registrata grazie all’ideatrice del progetto, Arianna Augustoni, alla Eye Communication e al sostegno di tutte quelle persone, associazioni e banche che hanno creduto alla “bontà dell’idea”, per stare in tema.
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Massimiliano Serati (a cura di) WELCOME IN GueriniNext, 2018
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A mille ce n’è “Venite con me, nel mio mondo fatato per sognar...” Chi si ricorda la sigla delle Fiabe Sonore? Se siete troppo giovani, googlate. Se, invece, vi abbiamo solleticato la memoria e state già canticchiando, ecco, venite con noi: vi spieghiamo perché da oggi le storie di Varesefocus saranno anche podcast 1.700.000? Fingi di non vederli? Sia mai. E, infatti, non lo faremo.
Silvia Giovannini Ma in redazione c’è anche l’anima romantica e la collega che solo
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ogliamo svelarvi un segreto della redazione di Varesefocus. Come nasce un nuovo progetto. Siamo una piccola squadra di giornalisti, teste diverse con un obiettivo comune: raccontare il mondo dell’impresa (in senso lato), cercando di arrivare al cuore della notizia. Su queste pagine, il lettore lo sa, non passa la cronaca, ma la riflessione, grazie, soprattutto, alle molteplici, competenti e autorevoli firme dei nostri collaboratori. Ma il tarlo della redazione è quello di non fermarsi mai, di cercare sempre qualcosa di nuovo. Oggi come ieri. Ieri, cioè 20 anni fa quando un house organ di un’associazione di categoria diventava una rivista distribuita in 18mila copie. Oggi con un blog e una comunicazione social che è per Vitale Bramani, noi un’appassionante avventura: in fondatore di Vibram altre parole, ci piace sperimentare. Qualche volta torniamo indietro: un mese di Pinterest e abbiamo capito che i pin non facevano per noi. Oggi il trend è chiaro: sono i podcast il fenomeno del momento. E quando annusiamo i trend di comunicazione nell’aria, lo facciamo con circospezione certo, ma con incontenibile curiosità. Ed ecco allora in redazione il dibattito. Tra noi c’è l’Uomo Istat, il collega che non resiste se non sviscera il dato. “Nel 2019 – dice citando VoxNest – gli ascolti di podcast in italiano sono triplicati. All’inizio dell’anno erano circa 60mila, a novembre il numero è salito a 160.000 al giorno”. Come fai a obiettare di fronte ad un buon quasi 640mila di ascoltatori unici sulla piattaforma Spreaker che si trasformano in 78
a sentire parlare di audio sta già canticchiando “A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar” e inizia a snocciolare i podcast più famosi: dai noir agli scientifici, dalle storie romantiche alle ricette. Non ha torto: le storie narrate sono vere, concrete, eppure hanno un’allure di novelle d’altri tempi, accompagnano in un viaggio nel profondo, riempiono il tempo senza appesantirlo, arrivano diritte al cuore. E al cuore della notizia. Proprio quello che perseguiamo da sempre. Inevitabile, quindi, la scelta di metterci in gioco. Ma come? Qui sta il bello: noi – pardon, il territorio – le storie le abbiamo. “Il tessuto industriale è ricco di aneddoti avvincenti: storie di persone e di imprese che hanno portato nel mondo il made in Varese”, spiega Roberto Grassi, Presidente dell’Unione Industriali varesina. Impossibile dargli torto: qui c’era una volta (e c’è ancora) la storia di uomini e donne dal talento creativo, acuto ingegno, dotati di quel saper fare che ci rende unici e inimitabili. La scelta è presa: dobbiamo raccontarla anche attraverso questo, per certi versi nuovo, strumento. E così abbiamo inaugurato una serie di storie di impresa, partendo con una esemplare: quella di Vitale Bramani, giovane artigiano appassionato di montagna e inventore della ben nota suola con l’ottagono giallo e dal nome che deriva dalle sue iniziali: Vibram. Piacerà? A voi l’ardua sentenza. Potete ascoltarla sulle principali piattaforme di distribuzione (tra cui Spotify, Apple Podcasts e Spreaker) e su Varesefocus. it. “Non serve l’ombrello, il cappottino rosso o la cartella bella per venire con me… Basta un po’ di fantasia e di bontà”. Buon ascolto!
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L’impresa fa scuola DAL WEB
Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network solo su
varesefocus.it Con BTicino e Aidro a scuola di stampa 3D
Whirlpool e il puzzle mondiale
Con il progetto Scuola e Lavoro, i ragazzi dell’Isis Newton di Varese hanno potuto toccare con mano e sperimentare i principi della manifattura digitale, grazie alle esperienze di BTicino e Aidro. Ad avvicinarsi alle tecnologie della stampa 3D sono stati una trentina di studenti dell’ultimo anno di diversi indirizzi di studio. Le due aziende hanno portato ai giovani le proprie testimonianze, rispettivamente su plastica e metallo. Chissà se, dopo questa infarinatura generale, i ragazzi saranno più attratti da un mondo che al momento sembra lontano, ma si avvicina a grandi passi.
Una storia che dura da oltre 100 anni. Parte dalla provincia di Varese e attraversa l’oceano. Facendo del territorio uno dei cuori manifatturieri pulsanti di uno dei gruppi industriali più importanti al mondo. Whirlpool ha aperto le porte degli stabilimenti produttivi di Cassinetta di Biandronno ai ragazzi di terza media della scuola Vidoletti di Varese per raccontare la sua storia. Una delle ultime tappe del Pmi Day varesino che quest’anno ha coinvolto oltre 140 imprese del territorio.
Continuano i momenti di orientamento in classe rivolti ai ragazzi del progetto #latuaideadimpresa, promossi dal Gruppo Giovani Imprenditori Univa.
Confindustria sbarca su LinkedIn in occasione dei suoi 110 anni, celebrati con un grande evento ad inizio febbraio a Torino.
È andato in scena un incontro tra 40 imprenditori di 24 imprese aerospaziali del Lombardia Aerospace Cluster e del Cluster francese Auvergne-Rhône-Alpes. 79
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#ImpresediVarese
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Le storie di passione, creatività e ingegno del territorio protagoniste dei podcast di Varesefocus “Buongiorno Impresa”
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Tecnologia all'avanguardia per i nostri Pazienti Il CENTRO MEDICO SME - Diagnostica per Immaginii si è dotato di una tecnologia avanzata di INTELLIGENZA ARTIFICIALE che consente maggiore precisione nella diagnosi delle
ENCEFALOPATIE TRAUMATICHE CRONICHE.
Grazie all’analisi computerizzata delle immagini di RISONANZA MAGNETICA, qualifica automaticamente il volume delle aree anatomiche cerebrali e dei focolai di sofferenza parenchimale. Il MONITORAGGIO valuta la PROGRESSIONE della malattia e definisce il rischio di sequele invalidanti, anche nei casi di lesioni lievi, assistendo i Medici nelle loro decisioni. CENTRO MEDICO SME Diagnostica per Immagini Direttore Sanitario Dr. Alfredo Goddi
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