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VARESEFOCUS 1/2020 - GENNAIO

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ANNO XXI · N.1

GENNAIO 2020

VARESEFOCUS

I falsi miti

sulla plastica Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA

contiene I.P.


EDITORIALE

Terra d’impresa Roberto Grassi

N

ello sviluppo delle nuove tecnologie legate al 5G che cambieranno nei prossimi anni le nostre vite. Nella creazione di una vera economia green che sappia trasformare la plastica da problema a risorsa. Nelle nuove frontiere dell’innovazione tecnologica, come quelle legate a ciò che molti hanno già ribattezzato il nuovo petrolio: il grafene, con le sue applicazioni ancora tutte da inventare e da plasmare con una contaminazione e un trasferimento tecnologico tra vari settori industriali e diverse filiere produttive (come sta ormai avvenendo su molti fronti). Ma non solo. Anche nella cucina che diventa un’attività imprenditoriale a tutto tondo. Nella nascita di una nuova corrente artistica che prende spunto dalle capacità di disegnatore industriale del suo precursore. Nella promozione dello sport che diventa un’occasione di rinascita e nuova vita per tutte quelle persone che hanno perso l’uso delle gambe in un incidente stradale. Fino ad arrivare alla moda di fare regali ecologici e a progetti per permettere ai giovani di migliorare le proprie capacità dialettiche attraverso “l’arte” del Debate. L’impresa, quella varesina, quella del nostro territorio, è ovunque. La sua presenza è insita in ogni ganglio della nostra società. Locale e non. Mai come sfogliando le pagine di questo numero di Varesefocus il lettore si accorgerà di questa evidenza che spesso ignoriamo, ma che è in realtà un fattore di spicco del nostro Dna territoriale. Il sapere diffuso di fare impresa che caratterizza la provincia di Varese non è solo un elemento chiave del benessere per il quale spicchiamo in molte classifiche sulla qualità della vita. È anche una leva di progresso (tecnologico ma anche sociale), di inclusione, di riscatto, di ispirazione artistica, di riscoperta delle tradizioni. Spesso, distratti da mille informazioni che ci bombardano, la gran parte scelte tra quelle negative perché si presume facciano più notizia, ci

sfugge il contesto generale che ci circonda e quali siano i suoi motori di sviluppo. Ecco, dunque, la vocazione del nostro magazine che, con questa edizione, forse più che in altre occasioni, ci dà il senso di ciò che siamo. Anche grazie al contributo delle imprese e di chi ci lavora. A Varese stanno prendendo forma, ad esempio, quelle tecnologie legate al 5G che sono destinate ad avere implicazioni pratiche in molti aspetti della nostra quotidianità: non ultimo la guida delle nostre auto. Ebbene software e hardware vengono sviluppati nella nostra provincia grazie agli importanti investimenti che una multinazionale ha deciso di fare proprio nel Varesotto, trovando terreno fertile di competenze. Facciamo partire il nostro lettore da qui, dai rischi e dalle opportunità del 5G, accompagnandolo in un viaggio che nelle pagine finali approda all’impegno di una donna di impresa che sta trasformando il circolo tennis di Gallarate in un punto di riferimento del tennis in carrozzina. È un po’ come se con questa edizione di Varesefocus rivendicassimo il nostro ruolo nel panorama mediatico locale: quello di ricordare a tutti quanto c’è di buono sul nostro territorio. Con storie positive che riescono ad andare oltre le polemiche. Non con del falso ottimismo (come leggerete oltre che sulle tante opportunità del 5G abbiamo voluto accendere i riflettori anche sulle problematiche che si aprono con la nuova rete), ma con la certezza delle nostre capacità. A cui dovremmo guardare più spesso, valorizzandole con un racconto positivo di ciò che siamo: terra d’impresa.

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È un po’ come se con questa edizione di Varesefocus rivendicassimo il nostro ruolo nel panorama mediatico locale: quello di ricordare a tutti quanto c’è di buono sul nostro territorio. Con storie positive che riescono ad andare oltre le polemiche 1


ANNO XXI · N.1

GENNAIO 2020

VARESEFOCUS

I falsi miti

sulla plastica Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA

contiene I.P.

S O M

Periodico di economia, politica, società, costume, arte e natura in provincia di Varese. Presidente Roberto Grassi Direttore editoriale Vittorio Gandini Direttore responsabile Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it

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reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese

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www.varesefocus.it Progetto grafico e impaginazione Paolo Marchetti Fotolito e stampa Roto3 srl Via per Turbigo 11/B 20025 Castano Primo (Mi) T. 0331 889.601 Gestione editoriale Univa Servizi srl Via Vittorio Veneto, 8/E 21013 Gallarate (VA) - T. 0331 774.345

PUBBLICITÀ Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345 Questo numero è stato chiuso il 16 gennaio 2020. Il prossimo numero sarà in edicola con Il Sole24Ore il 16 marzo 2020. “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali dell’Unione Industriali della Provincia di Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore).

FOCUS Il rischio di nuove periferie digitali 6 Che cos’è il 5G 8 Guida verso il futuro 11 Cyber insicuri 13 Il rischio di una “guerra fredda” tecnologica

16 Più digitale contro lo spopolamento

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ECONOMIA 18 Un secolo in movimento 20 Varese strizza l’occhio al MIDO

Interventi e contributi di: Giuseppe Catalfamo; Mario Chiodetti, giornalista; Alba Ciserani; Fabrizio Dallari e Martina Farioli, LIUC Business School; Andrea Della Bella, giornalista; Cristina Di Maria; Alessandra Favaro, giornalista; Mariangela Gerletti, giornalista; Michele Mancino, giornalista; Paola Margnini, Responsabile Ufficio Studi Univa; Luca Massi; Francesco Mazzoleni, giornalista; Luisa Negri, giornalista. In redazione: Davide Cionfrini, Silvia Giovannini, Chiara Mazzetti, Maria Postiglione. Segreteria di redazione: Barbara Brambilla, Viviana Maccecchini. Fotografie di: Archivio Reuters, Archivio Samic S.p.A., (fotografo Franco Canziani); Walter Capelli; Mario Chiodetti; Alessandra Favaro; Marco Giovannelli; Chiara Mazzetti; Paolo Vanoli.


M A R I O 23 L’impresa “3D” e le nuove filiere tecnologiche

UNIVERSITÀ

40 Un mondo senza pallet

66 Leonardo e la Madonna Litta 68 Mostre e Appuntamenti

#PIÙ CORAGGIO VITA ASSOCIATIVA 26 L’imposta non sostenibile 28 I miti da sfatare sulla plastica 30 Plastic Tax: la parola alle imprese

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42 Connext 2020

SCIENZA 46 Una rivoluzione chiamata grafene

▶ Motori 71 MV AGUSTA eccellenza del design ▶ Sport 72 Match point in carrozzina

TERRITORIO 49 Uno chef poco ordinario

32 L’industria della gomma-plastica a Varese

52 L’arte della formazione

RUBRICHE FORMAZIONE 34 Inglese, voto appena sufficiente 36 Istituti tecnici o Licei?

▶ Provincia da scoprire 55 I segreti (svelati) dei giardini privati ▶ Gita a... 58 Una gita in Tilo

FOTO DALLE IMPRESE 38 Samic Spa di Lonate Ceppino

▶ Arte 62 Il bianco e nero partito dall’industria

72 ▶ Di moda 74 In dono alberi di Natale ▶ In libreria 76 Sveglia, è il 2020! ▶ Dal Web 78 La Responsabilità social(@) 79 Una Varese da record


FOCUS

Il rischio di nuove periferie digitali Gli elevati investimenti necessari per l’implementazione della nuova rete, la struttura urbana fatta di pochi grandi centri e tante città di provincia, dove si concentra il cuore della produzione industriale: ecco perché il 5G in Italia, affianco a tante opportunità, potrebbe portare ad un aumento dello “speed divide” in aree strategiche del Paese Luca Massi

5G.

Non solo un miglioramento delle prestazioni delle reti mobili, ma una vera e propria piattaforma in grado di abilitare la trasformazione digitale. Questa nuova tecnologia di cui tanto si parla, aggiunge alla già note altissime prestazioni trasmissive anche la possibilità di erogare servizi à la carte. È la rete che si adatta alle esigenze dei clienti, ospitando in modo sicuro e personalizzato alcune applicazioni ‘in tempo reale’, affrancandole dalla stretta dipenden-

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za con i data center remoti e fornendo ad esse, come vedremo, la capacità, tramite l’uso di risorse di calcolo locali, di elaborare i dati direttamente sul campo, si concretizza la nuova frontiera dell’Edge Computing e dell’Internet delle Cose. Non solo telefonini, quindi, ma milioni di oggetti, sensori, sonde, droni, veicoli, macchinari industriali, tutti interconnessi secondo regole e progetti personalizzati. Potrebbe sembrare uno scenario futuribile e vagamente fantascientifico, ma è più probabile che su questo tipo di piattaforme si giochi parte dello sviluppo digitale, sociale ed economico dei territori. Ne è la prova l’elevatissimo livello di tensione internazionale che si respira intorno alla scelta dei for-


Se ci si basa sulle campagne di comunicazione degli operatori, il 5G sembra la soluzione a tutti i problemi di disponibilità di Banda Ultra Larga nel Paese. Mettendo da parte per un attimo i sogni e le previsioni più ottimistiche, quale può essere secondo lei uno scenario di implementazione attuabile e realistico? Per lo standard 5G verranno utilizzate sostanzialmente tre diverse bande di radiofrequenza, ciascuna con diverse caratteristiche fisiche che le rendono più o meno idonee, ad esempio, alla copertura di

Il nostro Paese e distretti ad alta intensità industriale, come quello varesino, si trovano ad affrontare uno scenario complesso nel quale alle potenzialità si affiancano gli elevati sforzi economici e tecnologici che devono essere profusi per poter cogliere in pieno le opportunità offerte dal 5G

grandi spazi aperti piuttosto che di zone ad alta densità abitativa o con significative presenze industriali, cioè laddove si prevede una altissima concentrazione di terminali di qualsiasi genere, siano essi smartphone o apparecchiature IoT (Internet of Things) in grado di comunicare tra loro. Alcune frequenze sono già disponibili, mentre altre sono attualmente occupate da canali televisivi ed occorrerà aspettare almeno il 2022 per poterle utilizzare. A fine 2018, con l’asta 5G, i principali operatori si sono aggiudicati porzioni diverse di spettro elettromagnetico per una spesa complessiva che ha superato i 6,5 miliardi di euro. Ma questo è stato solo l’inizio degli investimenti. L’infrastruttura per una rete 5G necessita di una rete molto fitta di antenne, sia per le caratteristiche fisiche delle frequenze in gioco, sia per i requisiti di qualità in termini di alta velocità trasmissiva e bassa latenza che questo standard offre. Dietro ad ogni antenna, ricordiamo poi, c’è sempre un filo che la interconnette alle reti veloci degli operatori. Inutile specificare che si tratta sempre di connessioni in fibra ottica. Mettendo tutto insieme è evidente che gli investimenti in gioco sono e saranno enormi. Alcuni operatori, proprio per questa ragione hanno iniziato a condividere gli sforzi creando società per la co-gestione delle torri radio.

FOCUS

nitori per l’infrastruttura 5G. Il nostro Paese e distretti ad alta intensità industriale, come quello varesino, si trovano ad affrontare uno scenario complesso nel quale alle potenzialità si affiancano gli elevati sforzi economici e tecnologici che devono essere profusi per poter cogliere in pieno le opportunità offerte da questa piattaforma tecnologica. Costi di licenza, di infrastruttura, per la ricerca, per lo sviluppo di nuove applicazioni. Un altro tassello del puzzle è composto da un Sistema Paese, il nostro, che, per dimensione tipica del suo tessuto industriale, ma anche per estensione dei suoi principali centri urbani, rischia di non essere un mercato maturo per l’Edge Computing rispetto ai giganti asiatici o statunitensi, spingendo così gli operatori a concentrare gli investimenti nella copertura di aree dove il ritorno dell’investimento sarà più sicuro. Questo stato di cose rischia di ampliare il divario digitale che già oggi soffriamo nel confronto di alcuni paesi (si pensi alla Cina) che stanno correndo sempre più rapidamente. I nostri grandi agglomerati urbani, le principali vie di comunicazione, gli stadi, i grandi spazi per eventi saranno quelli dove certamente saranno a disposizione tutte le migliori tecnologie di connessione, ma nelle aree più periferiche, già oggi penalizzate dallo “speed divide” se non si riuscirà a mettere a sistema tutte le tecnologie di accesso adeguate alla natura del territorio e non ci sarà piena cooperazione tra soggetti pubblici e privati, il rischio di creare nuove periferie digitali, non solo penalizzate nella velocità di accesso ma anche nella fruizione di servizi evoluti, è dietro l’angolo. Ne abbiamo parlato con Guido Garrone, esperto di telecomunicazioni e attuale Chief Technology Officer di Eolo.

Quali disequilibri si possono creare nelle aree meno urbanizzate del Paese? Non si corre il rischio di creare nuove “periferie digitali” nelle aree montane o più periferiche? Possiamo dire che sarà per certo così. Parlavamo infatti di investimenti ingenti da parte degli operatori. È del tutto evidente che per gli stessi sarà importante avere un modello di business che consenta di ottenere rapidamente degli introiti in grado di ripagarli degli investimenti fatti e di sostenere quelli futuri. È normale quindi che si andrà inizialmente a dare connettività 5G nelle aree in grado di generare alti profitti, ovvero le grandi città o i luoghi di aggregazioni più significativi (stadi, palasport, stazioni, aeroporti, centri commerciali, ecc.) per mezzo di abbonamenti privati o business. Certo avremo miglioramenti nella qualità dei servizi, ma il 5G ha ben altre potenzialità che in Italia rischiano di rimanere inespresse. Se si analizza la situazione italiana nel suo complesso, considerando il nostro tessuto industriale composto principalmente da Pmi, è evidente che non c’è attualmente un mercato maturo che possa mettere a frutto l’Edge Computing, ovvero tutte quelle applicazioni cloud “di prossimità” in grado di realizzare una vera trasformazione digitale. Non dico che non ci sia del tutto, ma è ben poca cosa se si paragona al potenziale in termini di domanda generato da aziende/ industrie di larga scala come quelle cinesi o statunitensi. Non credo invece che la copertura 5G possa vanificare gli attuali investimenti sulla fibra ottica fino a casa (FTTH) nei centri urbani. L’offerta sarà convergente con quelle esistenti. L’illusione tutta italiana di sopperire al divario infrastrutturale per la Banda Larga tramite la rete cellulare è rimasta appunto un’illusione. Il costo di trasporto di un bit tramite rete mobile rispetto a quello su rete fissa è infinitamente più alto e di conseguenza lo saranno i costi per gli utenti. Probabilmente prenderà piede un modello misto, che metterà a sistema le varie tecnologie sulla base della possibilità di ritorno degli investimenti.

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Che cos’è il 5G FOCUS

Non il solito aumento di velocità per gli smartphone ma una vera e propria piattaforma tecnologica universale, in grado di supportare in modo decisivo la digitalizzazione della società futura Luca Massi

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n principio era l’ETACS. Chi se le ricorda quelle ingombranti valigette o quei cellulari grandi come una scarpa? Quello che è accaduto dopo è storia relativamente recente. Si è passati al GSM nei primi anni ‘90 e via via, tra sigle più o meno incomprensibili come UMTS o GPRS, si è arrivati ai giorni nostri, attraverso le varie generazioni di telefonia mobile. Un percorso tecnologico che in pochi anni ci ha decisamente cambiato la vita. Oggi si inizia a parlare di 5G, con le prime campagne pubblicitarie sui media nazionali, che potrebbero indurci però a semplificare troppo l’argomento. Sbaglia infatti chi pensa che il 5G non sia altro che la naturale evoluzione del 4G in termini di velocità. Si rischia infatti di sottovalutare la portata di questa importante innovazione. Vediamo perché. Il punto centrale è che la rete 5G nelle intenzioni di chi l’ha voluta

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e progettata, deve avere delle caratteristiche tali da abilitare una reale trasformazione digitale nei Paesi che la implementeranno; velocità di trasmissione potenziali teoriche fino a 15/20Gbps; capacità di garantire alte prestazioni trasmissive ad un elevato numero di apparati smartphone ma anche di oggetti connessi senza la mediazione del Wi-Fi (internet delle cose); migliore copertura ed efficienza dei segnali radio che consenta anche agli oggetti interconnessi di muoversi ad alta velocità (fino a 500km/h) mantenendo buone prestazioni; bassa latenza del segnale. Quest’ultimo punto, poco comprensibile ai non addetti ai lavori è assolutamente cruciale invece per il successo di questa tecnologia. La latenza è definibile come il tempo che intercorre tra la trasmissione di un “pacchetto di dati” verso un “sistema” e la risposta di quest’ultimo. La latenza è quindi cosa diversa dalla velocità. Rappresenta infatti la “prontezza del sistema remoto nel reagire a degli input fornendo un output”. Ne sa qualcosa chi ha provato a giocare online trovandosi svantaggiato dalla latenza (si dice che il gioco “lagga” ovvero il nostro personaggio non è sincronizzato ai


Il nostro amato smartphone sarà ancora comunque protagonista indiscusso di questo progresso tecnologico, se non altro per ragioni economiche: milioni di contratti dovranno infatti sopperire ai vertiginosi costi di implementazione di questa tecnologia

La svolta del 5G sta nella bassa “latenza” del segnale che è cosa diversa dalla velocità: si tratta del tempo che intercorre tra la trasmissione di un “pacchetto di dati” verso un “sistema” e la risposta di quest’ultimo. Avete presente il fastidioso ritardo nelle videochiamate o videoconferenze?

FOCUS

nostri gesti e si muove a scatti) oppure chi ha provato quel fastidioso ritardo nelle videochiamate o videoconferenze. Questa “reattività” della rete 5G, unita alle altre caratteristiche già citate, è l’aspetto che più di altri crea i presupposti per molte reali innovazioni tecnologiche future o futuribili. Il motivo è molto semplice. Se un oggetto intelligente, fermo o in movimento che sia, ha la possibilità di comunicare in tempo quasi reale con potentissimi calcolatori attraverso la rete, non è necessario che tutte le informazioni e la capacità di elaborarle e memorizzarle risiedano a bordo dell’oggetto stesso. Un po’ come è successo nel Cloud Computing, ciò produce come minimo due effetti: l’abbattimento dei costi e l’aumento esponenziale delle potenzialità del singolo sistema. Facciamo un esempio. Immaginiamo di smontare gli assistenti vocali che ultimamente hanno conquistato un ruolo inaspettato nelle nostre case. Ebbene dentro il vostro Alexa o Google Home non troverete quasi nulla. Un piccolo circuito per fare funzionare la connessione Wi-Fi, lo stretto indispensabile per il governo dell’altoparlante/microfono e poco altro. Tutte la loro presunta ed apparente intelligenza fa riferimento a calcolatori e contenuti che risiedono in potenti data center da qualche parte nel mondo. La nostra voce viaggia fino a questi calcolatori e la risposta torna indietro. Poca intelligenza a bordo, quindi, lo stretto indispensabile per la trasmissione e ricezione di dati. Ciò aiuta a rendere gli oggetti economici ed accessibili a tutti. Allo stesso modo immaginiamo in uno scenario futuribile un mezzo pubblico su gomma a guida autonoma, connesso con diverse telecamere ad alta definizione, sensori di ogni tipo, che condivide dati ed informazioni ambientali con altri mezzi in movimento nella stessa area. Se fosse totalmente autosufficiente occorrerebbe dotarlo di apparecchiature potentissime che dovrebbero garantire elevati standard di sicurezza ed affidabilità. Improponibile. Trasmettendo invece in tempo pressoché reale tutto ciò che serve ad un calcolatore in cloud “di prossimità” tramite una rete 5G, potrà usufruire del coordinamento da parte di quest’ultimo, che sarà in grado anche di reagire a situazioni ambientali contingenti in pochissimi millisecondi mettendo a fattor comune le informazioni di tutti i mezzi in circolazione e di tutti i sensori ambientali disponibili nell’ambiente di riferimento. In ambito industriale, ad esempio in Germania, sono già state realizza-

te fabbriche dove i macchinari ed i robot industriali sono connessi in real time, tramite un set di antenne e SIM private (aspetto importante previsto dallo standard 5G), a dei potenti calcolatori che li governano. Gli impianti possono fare a meno di reti fisiche cablate e di rischiose connessioni a reti pubbliche, ma soprattutto non hanno a bordo tutta la capacità di calcolo per il governo nelle macchine in quanto le stesse possono comunicare tra di loro e con i sistemi aziendali ad altissima velocità. Insomma, un ambiente che per certi versi è il paradiso della fabbrica 4.0, dove diversi siti produttivi possono ad esempio mettere a fattor comune software, dati di produzione, criticità e soluzioni praticamente in tempo reale, trasmettendo ai sistemi cloud principali solo i dati necessari e già elaborati grazie alle tecnologie 5G e al cosiddetto Edge Computing, ovvero della possibilità di fornire grandi capacità di calcolo in prossimità (non necessariamente fisica) di dove gli stessi vengono prodotti. Venendo alle nostre esperienze quotidiane, c’è da scommetterci, il nostro amato smartphone sarà comunque ancora protagonista indiscusso di questo progresso tecnologico, se non altro per ragioni economiche: milioni di contratti dovranno infatti sopperire ai vertiginosi costi di implementazione di questa tecnologia. Possiamo immaginarci dunque videocomunicazioni di altissimo livello, app in grado di scambiare molte informazioni in tempo reale, esperienze di realtà aumentata entusiasmanti e probabilmente nuove modalità di gaming che sfrutteranno le caratteristiche della rete 5G. Il vero sviluppo però, avverrà senza dubbio nella comunicazione tra oggetti, tra macchine intelligenti. E’ certamente il caso delle Smart City, le città intelligenti, dove le tecnologie avanzate come il 5G possono mettersi al servizio delle politiche di innovazione ed ottimizzazione di infrastrutture pubbliche e private dedicate ai cittadini. Naturalmente non sarà l’elevata velocità trasmissiva a compiere il miracolo. Sono già molte le innovazioni piccole e grandi che si potrebbero realizzare con gli strumenti di cui disponiamo da anni, ma che rimangono comunque lettera morta, nonostante gli enormi benefici che potrebbero portare. Le peculiari capacità del 5G potranno certamente abitare progetti innovativi legati alla pubblica sicurezza, trasporto di merci e persone, viabilità intelligente, realtà aumentata al servizio del turismo.

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FOCUS

Guida verso il futuro Il 5G cambierà anche le nostre automobili e il modo in cui le guideremo. Al centro di questa rivoluzione le tecnologie che Vodafone Automotive sta sviluppando in provincia di Varese Luca Massi

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ra le caratteristiche principali della tecnologia 5G emerge in modo particolare la capacità di gestire un’altissima densità di “oggetti intelligenti” in veloce movimento in un’area geograficamente ristretta. Con quali implicazioni per l’oggetto mobile che negli ultimi anni sta sempre più acquisendo capacità di elaborare e trasmettere dati, ossia l’automobile? Su questo fronte la provincia di Varese, confermandosi ancora una

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volta tra le più vivaci e innovative in ambito di Information e Communication Technologies, ospita anche una realtà al centro dello sviluppo della nuova mobilità: Vodafone Automotive, guidata dal Ceo Gion Baker. Mettendo da parte, almeno per il momento, il traguardo della guida autonoma (più o meno vicino) quali saranno i primi impatti concreti dell’adozione della tecnologia 5G sulle auto e sulla guida? La connettività e la digitalizzazione stanno portando l’industria au-


Che tipo di problematiche si potrebbero generare per il settore della mobilità nel momento in cui la copertura 5G non raggiungesse tutto il territorio nazionale, concentrandosi solo su pochi grandi centri con il rischio di creare periferie digitali? La tecnologia 5G è già realtà in alcune città e i piani prevedono una copertura in costante evoluzione che raggiungerà 100 città entro il 2021. Certamente si partirà dalle città per poi garantire la copertura delle vie principali di mobilità urbana ed extraurbana. Sarà importante la collaborazione di tutti gli attori dell’ecosistema della mobilità per garantire un’introduzione graduale, ma rapida, che possa permettere la fruizione dei servizi che a loro volta potranno uscire dalla fase prototipale per essere a disposizione di tutti. In particolare, quelli in ambito automotive, coinvolgono diversi settori. Consideriamo per esempio uno degli use case provati a Milano con Areu e Croce Rossa Italiana: l’ambulanza connessa. Lavorando sulla cura del malato e sulla riduzione dei tempi di intervento si aggiunge la necessità di creare un’onda verde che permetta, in tutta sicurezza, di accedere alle unità di pronto intervento nel minor tempo possibile. Per fare ciò, il percorso di sviluppo deve necessariamente coinvolgere un ampio spettro di attori: i gestori delle infrastrutture,

le case automobilistiche, i centri che forniscono i servizi. È un ecosistema che avrà la responsabilità di rendere accessibile e operativo un intero sistema connesso e armonico. A quali progetti sta lavorando Vodafone Automotive? Le sedi di Varese e Busto Arsizio stanno sviluppando la prototipazione di sistemi e il design di software per la gestione di servizi 5G. Oggi Vodafone Automotive, parte di Vodafone Internet of Things (IoT), sta realizzando la prima versione della futura piattaforma di mobilità CITS. Negli ultimi 9 mesi abbiamo partecipato agli interoperability test Cellular Vehicle to Everything in Germania, Italia, Regno Unito e abbiamo sviluppato applicazioni 5G in Italia testando questa tecnologia a livello di rete, su dispositivi telematici di bordo, su unità a bordo strada e unità mobili. Vodafone Automotive adesso è riconosciuta come uno dei principali player globali nello sviluppo di servizi cooperativi e avanzati di assistenza alla guida. Cito due esempi su tutti. Il primo: l’Urban Cross Traffic Cooperativo è una soluzione che sfrutta la comunicazione V2V (Vehicle-to-Vehicle) e V2I (Vehicle-to-Infrastructure) per ampliare il raggio visivo degli attuali sistemi di sicurezza anticollisione, in particolare in scenari con visibilità ostruita, al fine di evitare o mitigare la collisione tra i veicoli incrocianti. La soluzione è sviluppata su rete e architettura 5G e utilizza il Multi-Access Edge Computing (MEC) di Vodafone. Il secondo: See Through che utilizza la comunicazione V2V (Vehicle-to-Vehicle) per scambiare video in alta definizione e in tempo reale tra veicoli, al fine di estendere il raggio visivo del guidatore in scenari di visibilità ostruita e prevenire incidenti, in particolare in fase di sorpasso. Grazie al 5G, il conducente riceve in tempo reale il video con la visione soggettiva frontale della prima macchina che lo precede (quella immediatamente davanti al veicolo che ne ostruisce parzialmente la visuale) per “vedere attraverso l’ostacolo” e verificare che la carreggiata sia libera e sicura nel concludere la manovra di sorpasso.

FOCUS

tomobilistica a creare funzioni innovative per migliorare l’esperienza personalizzata del conducente in base al proprio stile di guida e interessi. I servizi ad oggi disponibili sono basati sulla connettività e ci hanno consentito di restituire ai clienti le loro vetture rubate, di chiedere l’intervento dei soccorsi in tempo reale in caso di incidente, di analizzare lo stile di guida creando valore aggiunto per il driver, per le case auto, le compagnie assicurative e i gestori di flotte. Il 5G ha il potenziale di trasformare le esperienze dei guidatori e i business delle aziende. La bassissima latenza, la Banda Ultra Larga e l’elevata affidabilità assicurate dal 5G di Vodafone sono indispensabili per garantire la reattività real-time dei sistemi allestiti sui veicoli per assicurare sincronismo e fluidità nello scambio di informazioni e video in tempo reale, sia tra veicoli, che tra infrastruttura e veicolo. Nel settore automobilistico, vediamo lo sviluppo più rilevante in una maggiore sicurezza per le persone, oltre che per i veicoli. Come Vodafone Automotive siamo parte integrante del team 5G di Vodafone per la realizzazione di servizi in ambito mobilità e trasporti di questa tecnologia sia in Italia sia in Europa. L’opportunità ci permette di far evolvere l’offerta dei servizi aggiungendo intelligenza ai veicoli, permettendo l’interazione in tempo reale con l’ambiente circostante, sia che si parli di altri veicoli, di persone o di oggetti.

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“Le nostre sedi di Varese e Busto Arsizio stanno sviluppando la prototipazione di sistemi e il design di software per la gestione di servizi 5G” 9


È come se ci venisse chiesto di guidare in autostrade sempre più veloci, ma piene di buche. Come evitarle, senza rallentare, per proteggersi da danni irreparabili? Il 5G impone a cittadini, Stati e imprese nuove strategie e comportamenti di difesa

FOCUS

Cyber insicuri

una delicatissima operazione a “cuore aperto”. Dopo aver effet-

Giuseppe Catalfamo tuato un paio di taglia e cuci, un’altra dottoressa dall’ospedale

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state 2019. Un luminare cardiochirurgo è al matrimonio di sua figlia in una bellissima località marittima. Sul più bello il cellulare gli vibra e, scusandosi, esce a cercare un luogo tranquillo per la conference call. Ma la telefonata non è come tutte le altre: indossa un visore e con dei joystick si trova catapultato all’interno di una sala operatoria durante

sorride e gli dice “grazie professore, adesso continuiamo noi”. Il cardiochirurgo, soddisfatto, torna in chiesa e riprende la festa. No, questa non è la realtà. Si tratta di una pubblicità della Tim della scorsa estate, a promozione del 5G, che forse ricorderete. Per quanto poco realistico lo scenario proposto, l’idea è comprendere che con il 5G la trasmissione dei dati sarà più veloce di quanto non saremo in grado di sfruttarla con i nostri dispositivi. IRCA storica

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La differenza è fortissima, basti pensare a come sia in realtà oggi utilizzare internet dal cellulare nelle località di mare.

FOCUS

La questione provider In un mondo in cui la trasmissione dei dati diventa predominante rispetto alla capacità dei nostri dispositivi di processarla, la sicurezza cambia di scenario: dal proteggere i nostri dispositivi ci si deve chiedere sempre di più se ci si possa fidare dei provider che trasmettono i nostri dati. In poche righe il nodo della questione Usa contro Cina contro Europa sulla sicurezza 5G risiede proprio su questo aspetto: gli attori che possono gestire la domanda di infrastrutture necessarie per garantire il futuro di questa tecnologia sono pochi (ad esempio Huawei) e non c’è, da parte di molti, la fiducia nel far correre le informazioni su autostrade costruite da Paesi con interessi geopolitici potenzialmente in conflitto ai nostri. Non è un caso che dall’8 dicembre 2019 la Cina ha avviato un processo di eliminazione di qualunque software e hardware non cinese sul proprio territorio in vista del raffreddamento delle relazioni in questo ambito tra i Paesi.

Il “Golden Power” italiano L’Italia, per quanto riguarda il 5G, ha deciso di non escludere a priori le aziende cinesi, che in realtà hanno già centri di ricerca e sviluppo sul territorio, in collaborazione con imprese italiane, ma di rafforzare il “Golden Power” italiano sugli asset strategici (quindi anche sulle reti) e di istituire un perimetro di sicurezza informatica nazionale per elevare i controlli su reti e sistemi particolarmente sensibili in settori strategici o essenziali. Questo Golden Power abilitato dalla “Legge Cybersecurity” (a seguito del decreto legge n. 105 del 21 settembre 2019 che definisce il perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, estendendo il EU Cybersecurity Act, entrato in vigore nell’Unione Europea lo scorso 27 giugno) entrata in vigore il 21 novembre 2019, garantirebbe al Governo italiano il potere di veto sulla conclusione di contratti, come l’imposizione di specifiche condizioni o prescrizioni, in presenza di un rischio grave e imminente per la sicurezza nazionale connesso alla vulnerabilità di reti, sistemi informativi e servizi informatici.

L’impresa non deve guardare con timore al 5G ma deve iniziare a gestire correttamente, se non lo sta già facendo, la progressiva migrazione dei sistemi informativi aziendali - e con Industria 4.0 anche di quelli produttivi - verso il Cloud 12

Il Golden Power avrà, inoltre, il potere di disattivare totalmente o parzialmente uno o più elementi dell’infrastruttura di comunicazione per il tempo strettamente necessario all’eliminazione di rilevati fattori di rischio, all’interno di sistemi e servizi strategici per il Paese. Perno di questo sistema sarà il Centro di Valutazione e Certificazione Nazionale (Cvcn) presso il Mise ovvero il posto dove software e hardware saranno analizzati per verificare possibili vulnerabilità. Ad agevolare il lavoro degli stakeholder nazionali, l’Unione Europea ha attivato un framework di certificazione per cyber sicurezza. L’Eu Cybersecurity Act introduce per la prima volta una certificazione per prodotti, servizi e processi Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione). Le imprese, soprattutto estere, che vorranno fare business all’interno dell’Unione Europea verranno agevolate conseguentemente all’ottenimento di tale certificazione.

Cosa cambia per le imprese L’impresa non deve guardare con timore al 5G ma deve iniziare a gestire correttamente, se non lo sta già facendo, la progressiva migrazione dei sistemi informativi aziendali - e con Industria 4.0 anche di quelli produttivi - verso il Cloud. Un’infrastruttura Cloud è generalmente più sicura delle infrastrutture “on premise” perché, rimandando ad altre sedi le delucidazioni di carattere tecnico, è più facile da mantenere, non subisce obsolescenza ed è normalmente più preparata a gestire attacchi informatici. Un po’ come dire che il caveau di una banca è generalmente più sicuro della cassaforte nella vostra camera da letto. Serve però anche una consapevolezza ulteriore: non esistono sistemi 100% invulnerabili ma sistemi più o meno bravi a gestire i fattori di rischio e, per questo motivo, è un buon consiglio quello di non gestire internamente la sicurezza dei dati in mancanza di competenze specifiche. Con la sempre crescente corsa al digitale degli ultimi anni, a causa/per merito di sempre maggiori vantaggi nella gestione del business abilitati dalle tecnologie, le organizzazioni fanno affidamento su un ecosistema sempre crescente e in espansione di soluzioni di terze parti per ampliare e ottimizzare le proprie capacità. Gestire un’infrastruttura informativa composta da più attori non è più semplice del dover gestire una catena di fornitura con più fornitori e terzisti. All’aumentare della complessità servono le giuste risorse e competenze. E per concludere, un’ultima rivelazione: la quasi totalità degli incidenti di sicurezza informatica nelle Pmi non sono causati dai cosiddetti hacker, muniti di felpa con cappuccio, che scrivono codice da stanze prive di illuminazione. I casi di malware che bloccano i dati previa richiesta di riscatto e il furto di credenziali attraverso le mail di phishing sono trappole diffuse come le buche nell’asfalto. Queste sono pensate per colpire non i computer ma le persone che, in assenza di una cultura tecnologica di base - equivalente al non guidare dentro una buca altrimenti romperai la gomma - non sono in grado di riconoscere queste minacce e sono loro stessi ad attivare i virus o rivelare le credenziali di accesso ai sistemi aziendali. La soluzione? Meno rigetto della tecnologia e più formazione.

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Il rischio di una “guerra fredda” tecnologica Ecco come e perché la gara al primato tecnologico sul fronte del 5G tra Stati Uniti e Cina sta traghettando il mondo verso nuovi equilibri internazionali, con l’Italia in cerca di un ruolo mo futuro, con una dipendenza sempre maggiore di interi settori

Davide Cionfrini economici dalla nuova rete. Tutta l’industria, ma anche l’istruzio-

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l 5G è solo un tassello di una partita molto più grande dove la vera tecnologia che cambierà il mondo è quella dei super computer e dell’intelligenza artificiale”. Nella gara per il primato tecnologico tra Stati Uniti e Cina c’è la costruzione di nuovi equilibri internazionali, i cui contorni, secondo Alberto Belladonna, Research Fellow dell’Osservatorio di Geoeconomia dell’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), sono al momento difficilmente prevedibili.

Perché il 5G, più che altre tecnologie che si sono sviluppate in passato, è in grado di influenzare gli equilibri geopolitici internazionali? Il 5G è oggi centrale nelle attuali discussioni sui futuri sviluppi tecnologici e sull’evoluzione della competizione tra Stati, sia per ragioni geoeconomiche sia per considerazioni correlate alla sicurezza delle reti di telecomunicazione. Il 5G sarà infatti in grado di rivoluzionare in modo profondo l’economia del prossi-

ne, la medicina e la difesa saranno investiti da quest’innovazione. Accanto ai benefici vi sono anche evidenti rischi: cittadini, aziende e istituzioni saranno sempre più interconnessi e, di conseguenza, più esposti ad interruzioni di servizio, furto di dati e attacchi cyber che potrebbero rappresentare una minaccia per l’economia e la sicurezza nazionale. È possibile che il 5G cambi alleanze e appartenenze di campo e di aree di influenza degli Stati? Donald Trump con Xi Jinping

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FOCUS

Alberto Belladonna, Research Fellow dell’Osservatorio di Geoeconomia dell’Ispi: “Più che sul 5G oramai, sembrerebbe che la guerra fredda sia su tutti i versanti legata alla supremazia tecnologica, che poi determina la supremazia in campo militare, economico e politico” Consapevoli delle ricadute economiche dell’esclusione di Huawei, ma anche delle più vaste conseguenze geopolitiche di un’eventuale adozione della rete 5G made in China, la maggior parte dei paesi si è mossa in ordine sparso. Posizioni che però possono essere ricomprese con un po’ di approssimazione in tre categorie. La prima include i paesi che hanno seguito gli Stati Uniti nel bando totale di Huawei. Tra questi, Australia e Giappone: due paesi geograficamente vicini alla Cina e forse per questo più interessati a schierarsi sin da subito con le posizioni americane. All’estremità opposta vi sono invece paesi eterogenei tra di loro: dai paesi più vicini a Pechino o per meglio dire più lontani da Washington, come la Russia e l’Iran, a insospettabili “amici” degli Stati Uniti come le Filippine e la Tailandia, più propensi a considerare gli aspetti economici dell’opzione Huawei. Nel mezzo, la categoria più vasta di paesi che mantengono un atteggiamento di cautela nel valutare gli effetti economici, politici e di sicurezza nazionale legati alla scelta di ammettere Huawei nel proprio mercato 5G. In questo contesto l’Unione Europea ha, fino ad ora, adottato un approccio attendista. Data la delicatezza e rilevanza di una scelta definitiva, gli Stati membri stanno adottando un approccio cauto, con sfumature diverse tra di essi. Se la Spagna e il Portogallo sembrano procedere verso l’autorizzazione di componentistica Huawei nelle loro reti nazionali, Francia, Germania, Regno Unito e Italia non hanno ancora optato per una scelta definitiva, sebbene sembrino orientati verso un sì condizionato. Anche se la situazione rimane fluida, come dimostra la recente relazione del Copasir che ha messo in guardia il governo dai rischi di adottare tecnologia cinese nei sistemi di telecomunicazione. In assenza di tecnologia europea, in fondo si tratta, come sostenuto, con una battuta non priva di verità, dal presidente dell’Agicom Cardiani “solo di scegliere se essere spiati dai cinesi o dagli americani”. Tra Usa e Cina oggi chi sta vincendo la partita della supremazia tecnologica? Da diversi anni oramai è in atto in Cina un ripensamento generale dei fondamenti della propria crescita economica. In particolare si tratta di passare da una crescita basata sull’accumulazione di capi-

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tale fisico ad una crescita basata sul capitale umano e tecnologico, che sono poi secondo la teoria economica i veri fattori di crescita di lungo periodo. Questo è l’obiettivo del programma “Made in China 2025” che si propone di rendere la Cina non più la fabbrica del mondo di prodotti di massa a basso prezzo, ma leader in dieci settori chiave dell’industria del futuro. A fronte di dati quantitativi di tutto rispetto, Pechino rimane però ancora indietro nella capacità di generare la cosiddetta “disruptive” innovation, ovvero quel tipo di innovazione che rivoluziona l’industria di riferimento. Il motivo di questo è stato individuato da molti autori in fattori istituzionali, organizzativi e sociali insiti nel sistema cinese che limitano in qualche modo la capacità di creare una “learning economy”, ovvero un’economia dove istituzioni, organizzazioni e contesto sociale favoriscono la diffusione della conoscenza che a sua volta si autoalimenta dallo scambio di informazioni e relazioni che generano nuova innovazione. Il sorpasso cinese sembrerebbe ancora lontano, ma è anche vero che la Cina ha dalla sua parte la legge dei grandi numeri, che poi sono quelli che fanno veramente paura a tutto il mondo. Siamo passati dalla preoccupazione per la creazione di “stati transnazionali” digitali con milioni di cittadini/utenti come Facebook o Google (ad appannaggio americano) a quelle per produttori di Hardware come Huawei che hanno in mano lo sviluppo del 5G. In questo scenario che ruolo gioca il buon vecchio “Stato Nazione”? Lo Stato è tornato, si potrebbe dire. Una delle caratteristiche di questa fase della globalizzazione è infatti la crescente agglomerazione. Le dimensioni contano sempre di più e solo grandi gruppi industriali, spesso con il supporto dello Stato come nel caso cinese, sono in grado di garantire economia di scala tali da far rivivere la legge dei vantaggi “assoluti” di Smith. Il 5G ci sta portando ad una nuova “guerra fredda” tecnologica tra Usa e Cina? Più che sul 5G oramai, sembrerebbe che la guerra fredda sia su tutti i versanti legata alla supremazia tecnologica, che poi determina la supremazia in campo militare, economico e politico. Il rischio è quello che si vengano a creare nuovi blocchi contrapposti, anche a livello commerciale, con supply chain più corte incentrate prevalentemente su accordi bilaterali o regionali. La conseguenza a livello aggregato è quella di perdita di efficienza, con ricadute generalizzate sui prezzi. Nel lungo periodo, gli scenari sono due: le due potenze collaborano per ridefinire le regole internazionali o si andrà verso una progressiva chiusura in blocchi contrapposti. Una terza opzione forse più fluida potrebbe essere il proseguimento della fase attuale: una fase “tattica” meno dispendiosa sotto il profilo politico, ma molto dispendiosa a livello economico perché genera una continua incertezza, che poi è il male più grande delle imprese.

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Più digitale contro lo spopolamento Si chiama Eolo Missione Comune il progetto benefico dell’azienda di telecomunicazioni di Busto Arsizio, nato per contrastare il fenomeno dell’abbandono dei piccoli centri abitati del Paese attraverso premi digitali e connettività per trasformare questi luoghi in “Smart Cities” Silvia Giovannini

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l valore delle connessioni: è un’espressione che racconta molto della nostra società in generale. Se andiamo nel particolare e pensiamo al quotidiano, possiamo immaginare una vita senza digitalizzazione, dalla mattina alla sera, dal professionale al privato? Certamente no. Ma è davvero così ovunque? L’idea che non tutti i territori siano allo stesso livello tecnologico è alla base di un innovativo progetto di Eolo ed, evidentemente, anche della stessa azienda, che “di mestiere” collega più di 1 milione di persone e offre servizi e soluzioni di connettività con un forte focus sulle aree caratterizzate dal cosiddetto “speed divide”. Il progetto, lanciato nell’aprile scorso, si chiama Eolo Missione Comune ed ha l’obiettivo di dare 1 milione di euro l’anno in premi per la digitalizzazione di 100 piccoli comuni per 3 anni, grazie alla collaborazione con quattro importanti agenzie, nomi noti nel campo della comunicazione: Tcommunication, Dude, Dentsu Aegis Network e Community Group. Come funziona il progetto? “L’obiettivo di Missione Comune è quello di aiutare i piccoli comuni sotto i 5.000 abitanti a bloccare il crescente spopolamento, un’emergenza nazionale silenziosa, che crea gravi danni all’economia e alla cultura del nostro Paese, offrendo connettività e premi digitali che possano portare anche le realtà più piccole ad innovarsi e a trasformarsi in Smart City”, spiega Marzia Farè, Head of Communication di Eolo. Un fenomeno da non sottovalutare quello dello spopolamento. Una ricerca, commissionata dall’azienda di Busto Arsizio all’Università di Padova-Centro Studi, ne ha analizzato le cause economico-sociali e il suo effetto sull’economia del Paese, evidenziando che il fenomeno coinvolge il 42,3% di italiani, pronti a lasciare il proprio paese alla ricerca di maggiori opportunità economiche e lavorative (83%), servizi di livello europeo per il tempo libero e i consumi (79%) e migliore connettività e accessibilità a Internet. Quest’ultimo fattore sarebbe importante per il 64,4% degli intervistati (16,3 milioni di adulti). L’analisi mette quindi in evidenza come nelle cosiddette aree bian-

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che (quelle dove non si prevedono investimenti privati per banda larga a breve), le imprese siano più piccole e con una scarsa vocazione all’export. Il che le penalizza in maniera consistente: in queste aree, infatti, il tasso di mortalità delle aziende sarebbe 5 volte superiore a quello delle imprese in aree coperte (37mila imprese morte tra il 2012 e il 2016). Una criticità che si riflette anche sul tasso di disoccupazione cresciuto negli ultimi 4 anni del 4,4%, a fronte di una crescita dell’1,9% nelle aree coperte da connettività ultraveloce. Sgombriamo il campo da equivoci: non si parla di aree di confine dello stivale. Solo in Piemonte, 1.024 comuni (87,6% del totale) si trovano in un’area bianca dove la Banda Ultra Larga non arriva a più del 90% della popolazione. “Il nostro progetto nasce da un puro desiderio di restituzione e vicinanza ai territori dove operiamo come azienda da anni e sui quali osserviamo giorno dopo giorno l’impatto positivo che la banda larga genera concretamente. Per questo l’iniziativa ha potuto contare sin da subito sull’appoggio dell’Anci, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani – aggiunge Farè –. Dal 12 aprile scorso è live la piattaforma missionecomune.eolo.it sulla quale è possibile consultare l’elenco degli oltre 3.800 comuni sotto i 5.000 abitanti coperti dal servizio Eolo che parteciperanno al concorso. Tramite il voto dei cittadini e dei simpatizzanti, 100 tra questi comuni verranno scelti per poter ricevere alcuni premi legati al mondo dell’innovazione e pensati con l’obiettivo delle piccole Smart Cities. I comuni votati saranno presenti sulla piattaforma a gruppi di 10 al mese e avranno 4 mesi di tempo per incrementare, con l’aiuto di cittadini e amici, la cifra destinata. Queste persone dovranno compiere delle missioni tramite social network, seguendo le indicazioni presenti sul sito della piattaforma”. Ma non solo meccanismo a premi. “Oltre alla piattaforma e alle premialità – continua la responsabile della comunicazione – Eolo supporta le amministrazioni dei 100 comuni vincitori anche attraverso attività locali di ufficio stampa, organizzazione eventi e attività on-site al fine di coinvolgere i giovani del territorio nel creare una squadra di ambasciatori del progetto che si occupino della promozione dell’iniziativa. Con il progetto Eolo Missione


tegici del paese e gli access point per attivarle, nonché un tablet per la gestione rapida dell’App del Comune. Nel frattempo, il progetto entra in una nuova fase che consiste nell’Academy dei Sindaci. Si tratta della prima iniziativa dedicata a supportare la ‘professione’ del Sindaco attraverso la condivisione di progetti di digitalizzazione dei piccoli comuni italiani, formando così una rete di condivisione delle esperienze che metta a disposizione di cittadini e altri amministratori il racconto delle migliori iniziative realizzate sui nostri territori”. Non solo Eolo Missione Comune, tuttavia, per l’azienda che nel 2015 in un virtuoso esempio di partnership pubblico/privato con il Ministero dello Sviluppo Economico, ha avviato un progetto in co-finanziamento per un valore di 50 milioni di euro per abbattere il digital divide in 5 regioni d’Italia: grazie a questo progetto sono emerse tantissime realtà territoriali in grande spopolamento e abbandonate e si è confermato che se non c’è infrastruttura e rete Internet, mancano anche i servizi di base.

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Comune vogliamo continuare a creare valore nei luoghi in cui operiamo da anni, cercando di dare un ulteriore contributo alla loro digitalizzazione. Crediamo fermamente in questo impegno: sono i piccoli a fare grande l’Italia, non dobbiamo rinnegare il legame con il contesto locale ma abbracciarlo. Del resto, i numeri confermano la bontà dell’idea: a soli 3 giorni dal lancio, il portale aveva già raggiunto 198.000 voti. Lo scorso dicembre abbiamo consegnato i premi digitali scelti dal Comune di Voltaggio, in provincia di Alessandria che ha scelto connessione Wi-Fi, telecamere di sorveglianza, tablet e telefoni per la digitalizzazione del Comune. Voltaggio ha raccolto 21.220 punti, pari a un valore di quasi 11.000 euro, posizionandosi quindi al 2° posto nel primo scaglione di vincitori e primo Comune in Italia ad aver selezionato e ottenuto i premi digitali. I premi scelti sono adatti alla digitalizzazione del Comune e prevedono l’installazione di una connessione già attiva e funzionante negli uffici comunali, uno smartphone per le emergenze, le telecamere per espandere la sorveglianza in punti stra-

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ECONOMIA

Un secolo in movimento Da una fattoria e un carro trainato da cavalli, a un’azienda che oggi gestisce 60 camion e sistemi in radiofrequenza. La Carcano Trasporti e Logistica, in 100 anni di vita, ha affrontato cambiamenti epocali, superato sfide tecnologiche e svariati passaggi generazionali parte della provincia di Milano solo nel 1927). Questo lo scenario

Chiara Mazzetti in cui Luigi Carcano senior avviò la sua attività di trasporto conto

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ra il lontano 1920 o forse anche qualche anno prima. Alle spalle un conflitto mondiale appena terminato e di fronte un avvenire tutto da ricostruire. La provincia di Varese, come la conosciamo noi oggi, ancora non esisteva (sarebbe stata istituita, unendo il territorio dell’ex circondario di Varese e

I magazzini della Carcano Trasporti e Logistica di Oleggio

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terzi: partendo da una grande fattoria a Casbeno. “Mio nonno tra mucche, cavalli, maiali e galline ha iniziato a dedicarsi ai trasporti per conto degli altri contadini, spostando fieno e trebbiando i campi, come attività parallela all’agricoltura”, racconta Luigi Carcano, Presidente e Proprietario della Carcano Trasporti e Logistica, nonché nipote del fondatore dell’impresa che porta il suo nome.


le future evoluzioni e il modo in cui noi saremo in grado di stare al passo con esse. Una cosa è certa: le persone avranno sempre bisogno di trasportare merci, perciò mi sento abbastanza sicuro nell’affermare che aziende come le nostre continueranno ad esistere. Tutto starà nell’adeguamento che queste aziende sapranno mettere in atto per non farsi sopraffare dai tempi che corrono. Noi ci stiamo attrezzando: guardando al nostro passato, a tutti i mutamenti fatti finora, è forse più facile prevedere quelli che verranno. L’obiettivo è una maggiore attenzione all’ambiente e una riduzione significativa del fattore inquinante legato agli spostamenti dei nostri mezzi”, racconta ancora Luigi Carcano. Accanto a logistica, trasporto e distribuzioni su scala nazionale, la Carcano Trasporti e Logistica nel corso degli anni ha sviluppato nuovi servizi accessori: consegne a domicilio, trasporti di generi alimentari a temperatura controllata, lavorazioni, confezionamento e una specializzazione nel medicale e paramedicale. “Il 70% dei nostri clienti viene proprio da questo settore - spiega il Proprietario dell’azienda centenaria -. Set chirurgici monouso, prodotti per l’incontinenza per case di riposo e ospedali, i fazzolettini Tempo e poi ancora Pampers, Lines, solo per citare alcuni nomi, di cui seguiamo anche la realizzazione degli espositori per farmacie e supermercati”. Il restante 30% è suddiviso tra trasporti a temperatura controllata, packaging e lavorazioni alimentari, come ad esempio merendine, caramelle, cioccolatini e imballaggi di prodotti come gli elettrodomestici, dei brand più famosi in Italia e non solo. Ma qual è il “segreto” per arrivare a tagliare il traguardo di 100 anni di attività? Per Carcano la chiave è una sola: la passione. “Io sono praticamente nato in azienda, circondato dai camion e mi sono naturalmente appassionato al lavoro che facevano mio padre e mio nonno: questo è stato il migliore dei corsi di formazione che potessi fare. Durante l’estate viaggiavo sui camion in giro per l’Italia. Dopo il militare, sono entrato in azienda, era il 1966 e avevo 20 anni. Ora ne ho 73, ma quando mi chiedono ‘lei quando va in pensione?’ rispondo che amo quello che faccio, è tutto qui il segreto. La passione per questo lavoro che la famiglia, nei vari passaggi generazionali, ha sempre dedicato, affrontando importanti sacrifici. Uomini che credevano in questo lavoro e che ci credono tutt’ora”.

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Da un carro trainato da cavalli a 60 camion di prop proprietà, da una gestione prettamente familiare a circ circa 250 tra dipendenti e collaboratori, da uuna fattoria a 60mila metri qquadri di magazzini dedicati alla dedi logistica in radiofrequenradio za: in un secolo seco di vita l’azienda varesina, attraversando camattraversan biamenti epocali, guerre guerre, crisi e stravolgimenti, ha stravolgim saputo adattarsi cavalcando (è cavalcand proprio ili caso di dirlo) le rivoluzioni in corso, sempre con la stessa passione spie lo stesso st rito di sacrificio. “Dopo “Do mio nonno, l’azienda passata ai suoi è passat quattro figli fi Giuseppe, Ce Cesare, Enrico e Mario, Mari che nel 1927 acquistarono acquistaro i primi autocarri e, in seguito, vinsero il concorso per il trasporto Carcano -. Quindi da t postale t l - prosegue C Q i di l’azienda l’ i d sii trasferì t Casbeno in via Monte Santo, dietro la Stazione Nord e solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1946, in via San Vito Silvestro. Da quell’anno assistemmo ad uno sviluppo davvero importante: Varese era un vero e proprio polo industriale di grande rilievo, con le sue cartiere, le carrozzerie, l’aeronautica (noi trasportavamo aerei fino a Venegono), le conciarie, i calzaturifici. Noi crescevamo servendo tutte le aziende del Varesotto. Ci aggiudicammo anche la concessione dei carri ferroviari a domicilio: in stazione a Varese, Albizzate, Sesto Calende e Laveno arrivavano carichi pieni di merci e noi li trasportavano dalla stazione al domicilio”. E fu proprio in seguito a quella grande espansione e al nuovo e crescente business dell’azienda che la Carcano Trasporti, a metà degli anni ‘60, si accorse di avere necessità di un magazzino per conservare le merci dei clienti. Nacque così Sogema, società fondata appositamente per gestire i magazzini dell’impresa, sorti nell’attuale sede di via Buccari: una vera e propria anticipazione della moderna logistica. Da lì, la grande svolta: posizionarsi non solo sul mercato varesino ma anche su quello italiano, grazie al know-how costruito e consolidato nel tempo. Vennero perciò aperte nuove sedi in Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte. “Il mondo dei trasporti è cambiato in maniera straordinaria dal 1920 ad oggi. La nostra più grande preoccupazione è prevedere

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Il 70% dei clienti è costituito da imprese del settore medicale e paramedicale. Il restante 30% è suddiviso tra trasporti a temperatura controllata, packaging e lavorazioni alimentari dei brand più famosi in Italia e non solo 19


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Varese strizza l’occhio

al MIDO Tutto pronto per il via alla 50esima edizione di uno dei più importanti eventi fieristici internazionali dell’occhialeria Style che fornisce le sue collezioni alla quasi totalità della catena dei

Cristina Di Maria circa 10.000 ottici italiani.

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ra poco più di un mese (il prossimo 29 febbraio), a Milano, uno dei più importanti eventi internazionali dell’occhialeria, il MIDO, taglierà il traguardo del mezzo secolo. Il 2020 sarà infatti l’anno della 50esima edizione per la fiera dell’eyewear rivolta agli operatori professionali dell’occhialeria: accogliendo ogni anno espositori da tutto il mondo (la scorsa edizione ha ospitato oltre 1.300 aziende ed operatori provenienti da 159 paesi), la fiera è diventata anche una vetrina delle tendenze attuali e future del settore. A quest’importante evento non mancheranno tante aziende della provincia di Varese che, non molti sanno, è di fatto il secondo polo di riferimento a livello nazionale per il settore. Già, perché se si guarda solo ai dati di addetti ed unità locali, sfugge la complessità sottostante che è difficile a volte da apprezzare, ma che si tocca con mano entrando nelle aziende ed ascoltando le loro storie. Andando oltre la superficie, si scopre infatti che “nella profondità” della provincia di Varese operano aziende in tutti gli stadi della filiera. Qualche esempio? A Castiglione Olona si trova l’headquarter della Mazzucchelli 1849, un’azienda che ha ben tre secoli di storia e oggi è leader mondiale nella produzione e distribuzione di lastre di acetato di cellulosa, materiale plastico che viene fresato per realizzare le montature degli occhiali. Spostandosi di pochi metri, si incontra la Carl Zeiss Vision Italia con le sue divisioni oftalmica e sunlens. A Casorate Sempione, l’Eyemed Technologies dispone di varie collezioni di lenti a contatto colorate. A Venegono Superiore, la Nomec produce stampi. Tra Venegono Inferiore, Monvalle, Angera e Galliate Lombardo, Mirage, La Giardiniera, Sordelli Franco, Danor, Alialux, Lem disegnano, producono e rifiniscono montature (realizzate principalmente in acetato di cellulosa o in gomma e plastica con tecnologia ad iniezione) per confezionare occhiali da vista, da sole e sportivi, esempi della maestria del made in Italy. E non è finita qui. Sulla provincia si annoverano anche operatori di punta nella distribuzione, ne sono un esempio NAU! che ha costruito con impegno una catena di negozi di ottica monomarca in espansione in tutto il mondo, Polinelli (che serve in Italia principalmente il mass market, ovvero Gdo, catene sportive e department store) e Centro

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Ma le aziende dell’occhialeria varesina si contraddistinguono anche per la continua spinta all’innovazione. Durante MIDO 2019, Carl Zeiss ha esposto il suo concept del centro ottico interconnesso del futuro ed ha presentato la piattaforma Zeiss Visufit 1000 che permette, ad esempio, di realizzare una panoramica 3D del volto del cliente. Mazzucchelli 1849 ha ideato un nuovo prodotto, la bioplastica M49®, che mantiene tutte le caratteristiche estetico-artistiche dell’acetato di cellulosa tradizionale, ma è biodegradabile al 100% in accordo con la normativa ISO 14855 e come verificato dall’importante istituto di ricerca belga Organic Waste System (fonte: Mazzucchelli 1849). Proprio sostenibilità ed economia circolare giocano oggi un ruolo sempre più da protagonista; MIDO, infatti, ha lanciato per l’edizione 2020 il premio Stand up for green, per il miglior stand sostenibile. Ma anche le aziende stanno adeguando la loro offerta a questi trend (ad esempio NAU! è sponsor ufficiale dei maestri Scuola Sci Selva di Valgardena per la stagione 2019/20 con la sua linea green). Ma all’innovazione le imprese affiancano anche la formazione, non solo trasmettendo competenze tecniche ai propri dipendenti (in tutte le imprese della filiera è diffusissima la formazione on the job) ed ai loro clienti business/ottici, ma anche realizzando campagne pubblicitarie con risvolti educativi (ne è un esempio la campagna Zeiss sull’importanza della protezione dai raggi UV) e partecipando a progetti di orientamento scolastico, come l’iniziativa Pmi Day di Confindustria (tra novembre e dicembre, Centro Style, La Giardiniera e Mirage hanno aperto le loro porte complessivamente a circa 80 ragazzi di seconda e terza media). Rilevante è infine l’apertura internazionale: non solo si annoverano infatti sulla provincia importanti aziende multinazionali, ma è di rilievo che anche aziende di più piccole dimensioni realizzino quote considerevoli di fatturato oltre confine (Mirage ad esempio supera il 99%) e spesso si rivolgono ad un numero considerevole di mercati (Centro Style serve ad esempio circa 80 paesi). Non rimane da vedere quali saranno le novità che il distretto dell’occhialeria varesina presenterà al mondo durante MIDO 2020! Stay tuned.

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ECONOMIA

L’impresa “3D” e le nuove filiere tecnologiche Non solo il prodotto. A definire oggi l’impresa moderna sono sempre più altre due dimensioni: la tecnologia e il mercato di sbocco. Un contesto che impone a territori densamente industriali, come quello di Varese, di dotarsi di strategie per organizzare trasferimenti tecnologici per contaminazione tra supply chain diverse. Non per forza tra loro oggi connesse ceva e in cui si poteva ragionare in termini di settori che avevano

Paola Margnini (*) medesimi comportamenti, ad un modello sempre più complesso

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n tempi di grandi cambiamenti bisogna saper cambiare innanzitutto se stessi. Questo vale per le persone, ma anche per le imprese che in questi anni hanno visto trasformarsi modelli competitivi, tecnologie e modi di rapportarsi. Organizzarsi in filiera, fare network, cercare nuovi spazi per crescere è diventato un imperativo per poter stare sul mercato. È cambiata l’impresa al suo interno, stanno cambiando le organizzazioni, perché sono diverse le persone che vi lavorano, per cultura ed atteggiamento. Si tratta di stimoli che spingono gli imprenditori a riflettere sul modo con cui attivare nuovi contatti (e nuovi contratti). Si sta passando da un modello semplice che potevamo chiamare 1:1, in cui l’impresa si definiva esattamente per quello che produ-

di fare impresa. Un modello 1:3 (prodotto, tecnologia, mercato di sbocco) che vede l’impresa reinterpretata in una realtà multidimensionale. Potremmo dire 3D. L’impresa continua sì a definirsi per quello che fabbrica, ma sempre più contano e possono essere valorizzate in termini competitivi almeno altre due dimensioni: la tecnologia di cui è portatrice e la conoscenza di usi e consuetudini del mercato di sbocco. Questa semplice constatazione non appare ancora del tutto assimilata e lascia ampi spazi di azione per chi vuole provare a costruire la propria competitività in reti di collaborazione. Significa passare da un

(*) Responsabile Ufficio Studi Univa

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La sfida è di passare da un modello di relazione lineare e verticale “cliente-fornitore” ad un modello (almeno) tridimensionale che connette l’impresa ad un network di relazioni e di scambi. Si possono scambiare tecnologie tra settori e integrare conoscenze specifiche modello di relazione lineare e verticale “cliente-fornitore” ad un modello (almeno) tridimensionale che connette l’impresa ad un network di relazioni e di scambi. Si possono scambiare tecnologie tra settori, si possono scambiare ed integrare conoscenze specifiche dei comportamenti del mercato. Si può imparare da chi lavora in un comparto vicino (e non concorrente) come affrontare problemi. Non è utopia. È una realtà che può essere messa a fattor comune se si costruiscono gli strumenti adatti. È un’opportunità che merita investimenti, anche di metodo. È ormai da qualche anno che l’Ufficio Studi dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese sta sperimentando un modello di “censimento tecnologico” per individuare e valorizzare le filiere non solo produttive, ma anche tecnologiche di imprese. Si tratta di una rilettura del potenziale di un territorio che vuole mettere in luce le opportunità di scambio e di collaborazione tra imprese che non necessariamente appartengono allo stesso settore, ma possono condividere gli stessi problemi di natura tecnologica. Si tratta di un lavoro propedeutico che sinora si è concentrato sull’aeronautico, dove il primo censimento tecnologico della filiera è stato preparatorio alla nascita del Lombardia Aerospace VISION Cluster, a cui si sono aggiunte poi in questa opera di monitoraggio le filiere varesine del tessile e abbigliamento, dell’automotive e dell’occhialeria. Già da questi primi censimenti è apparso chiaro che attraverso essi si possono creare mappe collaborative per favorire il trasferimento tecnologico. Si può creare una diversa consapevolezza nell’impresa che, in un territorio come quello di Varese così densamente e variamente

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industrializzato, ha un notevole potenziale di aprirsi a nuovi mercati tecnologici. Costruire queste mappe, aiutare le imprese a valorizzare il capitale di tecnologia anche al di fuori del proprio mercato nativo, rendere visibili le competenze accumulate attraverso un uso intelligente delle piattaforme digitali: grandi sfide, su cui, però sempre di più si gioca il futuro competitivo del tessuto manifatturiero locale. Per le piccole e medie imprese, ad esempio, che spesso non godono di visibilità diretta, annegate come sono nelle catene di subfornitura, c’è in gioco l’ampliamento degli orizzonti e la moltiplicazione delle possibilità di crescere. Per le grandi imprese innovatrici che generano brevetti, invece, c’è la sfida di trovare per essi allocazione e impieghi in altri settori. Ma il discorso coinvolge anche singoli settori, come quello dell’industria spaziale le cui imprese sviluppano tecnologie estreme che possono trovare intelligenti applicazioni nella vita quotidiana delle persone. Cercare di costruire un ponte tra questi bisogni è stato l’obiettivo di un primo workshop dedicato al trasferimento tecnologico, tenutosi lo scorso 7 novembre e co-organizzato dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese insieme a Rina Spa, Esa Space Solutions, Lombardia Aerospace Cluster e alle altre associazioni imprenditoriali del Sistema Confindustria di Bergamo e Brescia. L’occasione, in questo caso, è stata offerta dalla possibilità di aprire il portafoglio brevetti dell’Esa (European Space Agency) a cui si è aggiunta una selezione di brevetti della banca dati di Leonardo, messi a disposizione di applicazioni di differenti settori: dal meccanico, all’energia, al tessile. La parola d’ordine è stata diversificare le possibilità d’uso. La voglia di collaborare è stata garantita da forme di protezione della privacy. Un esperimento che ha permesso a un centinaio di partecipanti all’evento di aiutarsi l’uno con l’altro nella soluzione di problemi concreti. Insomma, un bell’esempio di “meticciato delle idee”, che può fare da apripista per altre e nuove esperienze da realizzare e mettere a disposizione della crescita della nuova impresa moderna, sempre più 3D.

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STRATEGY

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#PIU’CORAGGIO

L’imposta non sostenibile La denuncia dell’Unione Industriali varesina contro la Plastic Tax: “Rischia di mettere a repentaglio un settore strategico della manifattura del territorio”, senza creare nessun vantaggio ambientale, anzi rischiando di essere un boomerang proprio a livello ecologico inappropriati presi sulla spinta di motivazioni più demagogiche

Davide Cionfrini che pragmatiche rischiano solo di creare danni all’economia, al

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a Plastic Tax rischia di affossare la competitività di un settore strategico e di eccellenza della manifattura italiana che ha da tempo intrapreso in maniera autonoma, senza la necessità di alcuna forzatura fiscale, una transizione verso soluzioni più sostenibili ed ecocompatibili. Provvedimenti

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lavoro, ai consumatori e a quello stesso ambiente che si vorrebbe difendere”. È questa l’opinione sulla Plastic Tax del Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Roberto Grassi. Una presa di posizione che si affianca alla protesta di tutte le imprese del settore rappresentate a livello nazionale dalla Federazione Gomma Plastica aderente al Sistema Confindustria.


Il tema è entrato al centro del dibattito politico dopo le intenzioni delle forze di governo di inserire all’interno della Legge di Bilancio, approvata dal Parlamento, la cosiddetta Plastic Tax, un’imposta sul consumo dei manufatti in plastica con singolo impiego con “funzione di contenimento, protezione, manipolazione o consegna di merci o di prodotti alimentari”. L’ammontare è di 45 centesimi al chilogrammo, meno della metà rispetto a quella di 1 euro, inizialmente ventilata. Slittata anche l’entrata in vigore prevista non più da inizio anno, ma dal 1° luglio. Rimane, comunque consistente il gettito: di 140 milioni quello previsto per il 2020, con una crescita a oltre 460 milioni per il 2021. Quasi mezzo miliardo. Questi i termini di un provvedimento contestato dalle imprese di Varese che rappresenta uno dei distretti produttivi più importanti in Italia per il numero di addetti impiegati nella produzione di articoli e imballaggi in materie plastiche: “La misura è iniqua perché va a colpire i prodotti e non i comportamenti e rappresenta unicamente un’imposizione decisa per fare cassa andando a caricare di costi ingenti consumatori e imprese, mettendo a rischio posti di lavoro”. Così la pensa Giovanni Orsi Mazzucchelli, Presidente del Gruppo merceologico “Gomma e Materie Plastiche” dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, secondo cui l’approccio del Governo è viziato da troppi luoghi comuni e pregiudizi: “Tassare un prodotto la cui produzione è già ampiamente normata e regolamentata è uno dei tanti controsensi delle recenti stagioni politiche che stanno aumentando anziché diminuire la burocrazia. A dettare legge è il mercato, quindi forse un’attività di formazione e informazione per aumentare la consapevolezza dei consumatori su un uso corretto della plastica e incentivi ad attività di ricerca in grado di traghettare l’industria verso la trasformazione e il riutilizzo degli scarti sarebbero punti strategici di una politica più coerente con gli obiettivi di tutela dell’ambiente. Bisogna poi fare i conti con la realtà: l’Italia ha un grave deficit impiantistico in materia di rifiuti dovuto anche a un’avversione ideologica verso gli impianti di smaltimento di qualsiasi tipo. Questo impedisce di

#PIU’CORAGGIO

trasformare ciò che oggi è visto come un problema, in una risorsa, come avviene in molti Paesi. Lo sviluppo sostenibile si promuove, con la transizione delle imprese verso un’economia circolare. Un fronte questo su cui l’industria varesina, così come quella nazionale, ha da tempo cominciato a investire più di quanto si faccia nel resto d’Europa”. Il riferimento è al minor utilizzo di materie prime, maggior efficienza dei sistemi produttivi, meno rifiuti. Investimenti che ora l’introduzione di una nuova tassa rischia di mettere a repentaglio, insieme alla tenuta dei livelli occupazionali, senza dare nessuna reale prospettiva di sviluppo di materiali alternativi che solo l’industria può mettere in pratica con la propria capacità di visione e lettura del mercato. Non è solo una questione ambientale, ma anche di salute, come spiega il Presidente dell’Unione Industriali, Roberto Grassi: “Al momento la plastica non è comunque sostituibile in molti impieghi. Pensiamo alla funzione degli imballaggi in plastica nel packaging alimentare e al loro ruolo nella difesa delle caratteristiche igienico-sanitarie e organolettiche dei cibi, così come nella protezione da manipolazioni o contaminazioni batteriche. Non sono semplici involucri quelli che riempiono i nostri carrelli della spesa, ma veri e propri prodotti che difendono la nostra salute grazie ad un’intensa attività di ricerca e sviluppo che ora si rischia di mettere in discussione”. Senza contare che già oggi le imprese del settore, come spiega Grassi, “pagano un contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni all’anno a livello nazionale, 350 milioni dei quali vengono versati ai Comuni per la gestione della raccolta differenziata”. Come dire: già oggi le imprese stanno facendo la loro parte. Da qui il giudizio netto che esprime Roberto Grassi sulla Plastic Tax a nome di tutte le imprese del settore in provincia di Varese: “La nuova tassa sugli imballaggi in plastica avrà forti ripercussioni anche sul nostro territorio”. L’industria degli imballaggi di materie plastiche solo in provincia di Varese conta più di 2.400 addetti, un comparto che, sia a valle sia a monte della filiera, coinvolge anche altre realtà come il settore chimico, della costruzione di macchinari e stampi, dell’alimentare. Più in generale la provincia di Varese è la terza provincia in Italia per numero di addetti nella Gomma-Plastica (più di 10.400), quinta per numero di imprese (quasi 500) e terza per livelli di export (oltre 870 milioni nel 2018). “Altro che tassa per la sostenibilità”, chiosa il Presidente dell’Unione Industriali: “A non essere sostenibile a livello economico, sociale, di salute pubblica e perfino ambientale è un’imposta demagogica che rischia di minare lo sviluppo di un settore fondamentale dell’industria varesina e nazionale e dei suoi sforzi per la creazione di un’economia circolare veramente green”.

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#PIU’CORAGGIO 28

I miti da sfatare sulla plastica La realtà è spesso ben diversa dai luoghi comuni. Ecco 6 fake news a cui porre fine con la verità Mito: “La plastica non è riciclabile” Realtà: Tutte le plastiche sono riciclabili e sono sempre più riciclate. In Italia la plastica riciclata è in aumento. Solo nel 2016 (ultimo dato disponibile) sono state raccolte, per essere trattate, 2,2 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica post consumo. Dal 2006 al 2016 il volume degli imballaggi in plastica riciclati è aumentato del 41%, a fronte di una riduzione del 66% della plastica finita in discarica.

Mito: “È l’Europa con la sua nuova Direttiva a chiederci di eliminare gli imballaggi monouso in plastica per sostituirli con quelli compostabili” Realtà: La Direttiva europea sulle plastiche monouso mette al bando, e comunque a partire dal giugno 2021, solo alcune limitate categorie di prodotti monouso. La stessa Direttiva equipara peraltro totalmente le attuali bioplastiche alle plastiche tradizionali.

Mito: “Gli imballaggi di plastica si possono facilmente sostituire con altri” Realtà: La plastica può anche non piacere però ha tali caratteristiche fisiche (come resistenza, resilienza, peso) da essere in molti casi insostituibile. E in caso di sua sostituzione gli impatti in termini ambientali e di rischio per la salute dei consumatori sarebbero ben superiori rispetto ai vantaggi. La stessa legge italiana vieta perfino l’uso della plastica ottenuta dal riciclo per il packaging degli alimenti.

Mito: “La plastica non ha futuro” Realtà: Se tutto il petrolio e il gas prodotti fossero destinati a produrre plastica, l’esaurimento delle risorse per la sua produzione sarebbe un problema lontanissimo: meno del 4% di petrolio e gas estratti oggi sono destinati alla produzione di plastica. Gli scenari per il futuro tracciano comunque un percorso diverso, fatto di un crescente ricorso a fonti rinnovabili non petrolifere per la produzione di plastica e di un utilizzo del riciclo meccanico e del nascente riciclo chimico. A ciò bisogna aggiungere che plastica come il PVC può essere riciclata all’infinito.

Mito: “L’Italia e l’Europa devono adottare politiche contro la plastica per risolvere il problema dell’abbandono dei rifiuti negli oceani” Realtà: La stessa Commissione Europea riconosce la correttezza di un’evidenza statistica che in Italia si continua ad ignorare: il 90% dei rifiuti plastici è portato negli oceani dai fiumi e il 90% di questo 90% è attribuibile a 10 grandi fiumi, tutti extraeuropei, soprattutto asiatici e africani come il Nilo, il Fiume Giallo, l’Indo e il Niger.

Mito: “La plastica può essere sostituita dalla bioplastica” Realtà: Da qui al 2023 la produzione di bioplastica per imballaggi potrà sostituire meno del 10% dei prodotti realizzati con plastiche tradizionali. Esistono comunque già oggi aree di applicazione in cui le bioplastiche possono essere positivamente impiegate. Rimane il fatto che la produzione di bioplastica passerà dalle 2,1 milioni di tonnellate del 2018 alle 2,6 milioni di tonnellate previste per il 2023 (fonte: European Bioplastics, nova-Institute).


COLPA DEL MERCATO O CONCORRENZA SLEALE ? Con il termine infedeltà aziendale si intendono tu e le di fa o di ges re l’eventuale infedeltà delle risorse umane. Nel azioni commesse dai propri collaboratori o soci in affari che vio‐ lano l'‘obbligo di fedeltà’. Un comportamento infedele da parte di una risorsa può estrinsecarsi in diversi modi: concorrenza sleale, diffusione di da priva o qualsiasi altro documento che infrange la lealtà verso il proprio datore di lavoro, appropria‐ zione indebita o addiri ura furto. Purtroppo l'infedeltà delle risorse umane, risulta essere tra i primi pos tra le frodi più subite dalle imprese italiane. Più del 45% delle imprese operan sul territorio nazionale è vi ma di frodi da parte propri collaboratori o soci in affari, con ingen danni economici. Spesso le aziende si rivolgono ad agenzie di inves gazioni per farsi supportare nell’acquisizione delle prove che consentono di limitare i contenziosi e salvaguardare il pa‐ trimonio. Le frodi aziendali cos tuiscono una violazione dell’ar colo 2105 del codice civile in base al quale il lavoratore, che sia collabora‐ tore, socio o amministratore, è obbligato ad essere fedele al da‐ tore di lavoro e non deve tenere comportamen a a ledere in modo irrimediabile il rapporto di fiducia tra datore e lavoratore. La costante giurisprudenza conferma che il ricorso allo stru‐ mento inves ga vo si rivela u le in tu e queste fa specie. Le frodi interessano tu e le realtà aziendali, piccole, medie e grandi. Si manifestano con cause, modalità e impa o molto diversi, ma hanno un denominatore comune: la mancanza di un’efficace azione preven va. L’insufficiente conoscenza dei rischi e delle vulnerabilità interne portano inevitabilmente ad una incapacità

caso in cui vi siano sospe di questo po, ovvero qualcuno me a in pra ca a di concorrenza sleale o comunque lesivi nei confron dell’azienda per cui lavora, è assolutamente legi mo ricorrere a società specializzate come DDS Inves gazioni. Nel ricercare la causa di un calo di produ vità dell’azienda o della perdita di compe vità sul mercato, o degli ammanchi di produzione o addiri ura di strumen , è importante non so o‐ valutare la rilevanza dei processi interni. Spesso nell’ado are misure precauzionali a e a proteggere le macchine, i computer, il prodo o o l’a rezzatura aziendale, si so ovaluta la pericolo‐ sità del c.d. elemento umano, sul quale bisogna focalizzare la propria a enzione, sia preven vamente, sia nel caso in cui l’ele‐ mento frode si sia già concre zzato. Grazie a prove certe l’azienda può individuare se tra i collabo‐ ratori vi sono sogge infedeli e tutelarsi procedendo per vie legali. Quando ci si rivolge a società specializzate, si beneficia intanto di una consulenza sulla fa bilità delle a vità di controllo e sui potenziali risulta ed inoltre sulla produzione di documenta‐ zione di alto valore probatorio. Al termine delle indagini infa , viene reda a una relazione inves ga va che può essere u liz‐ zata u lizzata in giudizio per documentare e provare i compor‐ tamen illeci perpetra nei confron dell’azienda. Un grande valore aggiunto che portano le indagini aziendali è che al ter‐ mine delle stesse è possibile fare delle proiezioni sulle strategie legali da seguire ed eventuali misure preven ve da ado are. Nel prossimo ar colo parleremo di "whistleblowing".

Associata

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#PIU’CORAGGIO

Plastic Tax: la parola alle imprese Da una parte si tassano gli imballaggi in plastica per alimenti, dall’altra, però, è la stessa legge a vietare l’uso di materiali alternativi, a tutela della salute dei consumatori. Questa è solo una delle tante contraddizioni della nuova imposta che colpirà molte aziende del Varesotto, leader internazionali del settore

Lo stabilimento MPG a Gallarate

Il perché è presto detto: “Giustamente la versione finale della Pla-

Davide Cionfrini stic Tax ha esentato dalla nuova imposta gli imballaggi dei me-

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na tassa fuori dalla realtà. Molto populista, che poco potrà incidere sull’impatto ambientale della plastica e che non tiene conto della normativa vigente”. È questa la visione della Plastic Tax dal punto di osservazione di Giampiero Perego, Presidente della MPG – Manifattura Plastica SpA, una delle tante imprese che fanno di quella varesina la prima provincia in Italia per numero di addetti nell’industria che produce articoli in materie plastiche. “Non saprei come altro definirla”, racconta il titolare Giampiero Perego che non ha mezzi termini nel parlare di una politica italiana “che spesso vive fuori dal mondo”.

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dicinali, perché solo la plastica vergine può essere utilizzata per legge come packaging per questo tipo di prodotti”. Peccato, però, denuncia Perego, che ciò valga anche per gli imballaggi alimentari “che sempre per legge debbono essere prodotti con plastica vergine, non ottenuta da riciclo post consumo, proprio per tutelare la salute dei consumatori”. Quindi, da una parte si introduce un’imposta con l’obiettivo di agevolare l’introduzione di nuovi materiali più green sul mercato, dall’altra, però, la normativa blocca questa possibilità. “Per questo dico che la politica vive su un altro pianeta o quanto meno ignora quale siano le conseguenze delle proprie decisioni”. La mano destra non sa cosa fa la sinistra e le imposte


plastica e la sua industria. “Tutti i nostri prodotti, ad esempio, vengono realizzati fin dagli anni ‘80 con PVC rigenerato”. Ossia da plastica riciclata e recuperata pre o post consumo. O da scarti industriali o da materiale edile arrivato a fine vita. “Aziende come la Laborplast – ci tiene a spiegare Mattia Pariani – fanno economia circolare da più di 30 anni, da quando questa stessa espressione ancora non esisteva”. Come dire: se oggi è possibile parlare di economia circolare o di simbiosi industriale bisogna guardare a quelle imprese del settore che questi slogan e intenti li hanno trasformati in realtà decenni fa, senza tanta retorica, ma alla prova dei fatti e della sostenibilità. Sia ambientale, sia economica. Proprio per questo a Pariani non va giù che la plastica sia considerata l’emblema di tutti i mali del pianeta, tanto da essersi speso in una lotta contro i luoghi comuni anche attraverso i propri canali social personali: “L’impatto sull’ambiente di un prodotto deve essere calcolato sull’intero ciclo di vita del materiale di cui è fatto. Ci scandalizziamo giustamente per le isole di plastica negli oceani perché hanno un impatto visivo sulle nostre coscienze, ma siamo sicuri che vetro e carta siano meno inquinanti?” Pariani fa degli esempi concreti: “Carta e vetro vengono ottenuti ad alte temperature e dunque con cicli produttivi più impattanti in termini di anidride carbonica rispetto all’industria plastica. Se buttiamo la carta nel mare, è vero, si scioglie, ma le colle e l’inchiostro utilizzati per fare per esempio imballaggi non spariscono. Forse non li vediamo, ma non per questo non inquinano”. Insomma, bisogna stare attenti alle alternative alla plastica: “Sai quel che lasci, ma non sai quel che trovi. Il PVC della Laborplast può per esempio essere riciclato all’infinito. Noi siamo i primi ad avere un interesse nel suo recupero a vantaggio dell’ambiente. Nel mio settore chi cerca di fare concorrenza ai nostri prodotti attraverso la carta, ad esempio, lo fa a suon di colle. Non mi sembra una svolta più ecologica”.

#PIU’CORAGGIO

vengono introdotte senza considerare il contesto. In mezzo rimangono le imprese come la MPG “utilizzate per fare cassa, con il pretesto di colpire un prodotto, quello della plastica, impopolare più per ignoranza che per dati oggettivi”, commenta ancora Perego. Tutto questo, però, “non fermerà il processo di sviluppo della MPG, stiamo crescendo e continueremo a farlo puntando sugli investimenti”. Il 90% della produzione della MPG consiste in imballaggi per alimenti che finiscono sulle nostre tavole. All’interno delle sue scatole in plastica vengono conservati gelati e prodotti caseari come quelli Motta, Cremeria, Valsoia, Igor. Solo per citare alcuni tra i brand più famosi riforniti dalla MPG che inoltre è fornitore di colossi multinazionali quali Unilever e Kraft-Heinz. Sono realtà industriali came materie prime pioni del made in Italy come Prodotti della Laborplast queste, leader di mercato a livello europeo pur essendo una Pmi da una novantina di dipendenti, che la Plastic Tax prende di mira. La nuova tassa, però, non cambierà il percorso green della MPG: “La nostra azienda – spiega Perego – sta portando e porterà avanti investimenti importanti per poter trasformare materie plastiche “green” quali il polipropilene ottenuto da biomasse, ossia da rifiuti vegetali o da oli alimentari esausti”. Altro fronte della ricerca e sviluppo sul quale è impegnata la MPG è quello della plastica vergine proveniente da post consumo e riportata, se così di può dire, ai suoi componenti originali. “La realtà - continua Perego – è che a rendere green l’economia possono essere solo le imprese con i propri investimenti. Siamo convinti che sia nostro primario interesse difendere l’ambiente, ma non lo si fa con la demagogia. A inquinare non è la plastica, ma l’uso scorretto e la maleducazione di chi non la ricicla”. Un danno per le stesse imprese e per l’economia globale. “Ogni grammo di plastica che viene buttato senza essere riciclato è, per imprese come la nostra, ricchezza che viene persa”. Una frase che si ritaglia alla perfezione su un’altra realtà industriale del territorio: la Laborplast di Busto Arsizio che produce da una parte il compound che poi viene utilizzato da altre imprese per produrre i tubi, i raccordi e gli zoccolini in plastica per l’edilizia; dall’altra le cosiddette anime, ossia i tubi, sempre in plastica, che poi altre aziende utilizzano per avvolgere film e imballaggi flessibili utilizzati dall’industria alimentare e delle bevande per avvolgere le bottiglie in plastica che poi mettiamo nel carrello della spesa in confezioni da 6 o per imballare i cibi a lunga conservazione. “La nostra azienda – spiega Mattia Pariani, R&D e Process Engineer di Laborplast – non è colpita direttamente dalla Plastic Tax, ma lo sono i nostri clienti che producono packaging per l’industria alimentare”. Ciò, però, che non va giù a Pariani è la fama con cui ormai l’opinione pubblica, “con troppa sufficienza”, ha bollato la

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Giampiero Perego, MPG – Manifattura Plastica SpA: “La Plastic Tax è un’imposta fuori dalla realtà. Sono imprese come la nostra, con i propri investimenti, a poter dar vita ad un’economia green e sostenibile” 31


#PIU’CORAGGIO

L’industria della gomma-plastica a Varese Per il settore, quella varesina rappresenta la terza provincia in Italia per numero di addetti, dietro alle sole Bergamo e Milano. Quarta per il valore dell’export prodotto suo Ufficio Studi, emerge infatti che le aziende che producono

Cristina Di Maria articoli in gomma e materie plastiche, si rivolgono ai mercati più

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on quasi 500 unità locali e 14.400 addetti (dati Istat 2017), pari a circa il 12% dei lavoratori manifatturieri varesini, l’industria degli articoli in materie plastiche e gomma risulta uno dei settori produttivi più rappresentativi del tessuto economico della provincia di Varese. A livello nazionale, impiegando circa il 6% del totale dei lavoratori nel settore, Varese si classifica 3° provincia in Italia per numero di addetti, preceduta solo da Bergamo e Milano. Ma al di là dei numeri, il settore vanta sul territorio una filiera storica che annovera importanti realtà (anche ultracentenarie), testimoni di profonde trasformazioni, che sono state in grado di coniugare tradizione ed innovazione, oggi riconosciute in tutto il mondo. Qualche esempio? La Mazzucchelli 1849, un’azienda che ha visto l’alba di ben tre secoli, nata come piccolo opificio per la produzione di pettini e bottoni, è oggi leader mondiale nella produzione di acetato di cellulosa (destinato primariamente al mercato dell’occhialeria). Per non parlare della Vibram, un’azienda nata negli anni ‘30 dalla passione per l’alpinismo del suo fondatore e dalla voglia di dare il proprio contributo, i cui prodotti oggi sono noti ovunque per le elevate prestazioni: non a caso nel 2007 le FiveFingers sono state annoverate dal Time come una delle migliori invenzioni dell’anno.

I comparti Pochi settori sono metaforicamente e letteralmente colorati come quello della gomma-plastica e tanto è limitato il numero di comparti, quanto sono innumerevoli invece le possibili applicazioni degli articoli in gomma e materie plastiche. La provincia di Varese, tessuto economico tradizionalmente integrato, in cui le filiere produttive (ma anche distributive) si compenetrano e si completano, ne è un esempio calzante. Da una rilettura delle imprese associate all’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, realizzato dal 32

disparati che vanno dal packaging, ai macchinari, dall’automotive all’aerospazio, passando per la componentistica, il tessile e abbigliamento e l’occhialeria, fino al medicale e agli elettrodomestici.

Apertura internazionale Guardando al commercio estero, l’industria degli articoli in gomma e materie plastiche genera annualmente sul territorio circa 900 milioni di euro di export, pari al 5% del totale di settore a livello nazionale, il che rende Varese la 4° provincia in Italia per valore delle esportazioni, dopo Milano, Bergamo e Torino. Inoltre, le importazioni annuali di articoli in gomma-plastica ammontano a circa 258 milioni di euro, per cui il territorio registra un saldo commerciale (pari ad export meno import) più che positivo (circa 616 milioni di euro). L’Unione Europea si conferma come piazza di sbocco primaria per il settore varesino ed i principali partner commerciali risultano essere Germania (128 milioni di euro), Francia (121 milioni), Spagna (69 milioni) e Polonia (44 milioni). Si chiude invece oltreoceano la top 5 dei mercati di export, con gli Stati Uniti destinatari annualmente di circa 41 milioni di euro di articoli varesini in gomma-plastica (dati Istat 2018).

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Le aziende che producono articoli in gomma e materie plastiche si rivolgono ai mercati più disparati che vanno dal packaging ai macchinari, dall’automotive all’aerospazio


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#PIUâ&#x20AC;&#x2122;CORAGGIO


FORMAZIONE

Inglese, voto appena sufficiente È una posizione di metà classifica quella assegnata ai ragazzi italiani dalle principali graduatorie mondiali sulla padronanza della lingua anglosassone. Un gap di conoscenza, ma anche per la competitività delle imprese

deriamo che il mondo del lavoro è formato da settori molto diversi

Maria Postiglione tra loro, che richiedono proprie competenze specifiche.

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el mondo del lavoro il termine competenza ha un significato molto importante. Le skill, siano esse tecniche, trasversali, digitali o linguistiche hanno un vero e proprio ruolo chiave. Quali sono dunque le più importanti? Quali rendono un curriculum vitae interessante agli occhi dei reclutatori? Domande a cui è difficile dare una risposta valida e univoca, soprattutto se consi-

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Una, però, mette tutti d’accordo: la competenza linguistica che si posiziona in qualsiasi impresa tra i gradini più alti del podio. Conoscere una o più lingue straniere garantisce una maggiore possibilità nella ricerca di un posto di lavoro. Oggi in una dimensione di mercato globale e globalizzato, dove la mobilità è una costante sempre più in ascesa, saper parlare e scrivere in almeno un’altra lingua straniera, rappresenta un importante valore aggiunto.


I dati che arrivano dall’ultimo rapporto annuale dell’EF EPI (English Proficiency Index), l’ente che rileva il livello di conoscenza dell’inglese: la competenza della lingua da parte degli italiani è fra le più basse d’Europa

FORMAZIONE

La domanda, però, che subito si pone è se oltre all’inglese è importante conoscere altre lingue straniere e soprattutto per quale motivo. La risposta è quasi scontata: oltre alle lingue più classiche come appunto l’inglese, lo spagnolo e il tedesco, conoscere gli idiomi parlati nei mercati cosiddetti emergenti può fare realmente la differenza. Cina, Russia, mondo Arabo sono i primi esempi lampanti di economie dall’importanza crescente e dalle sempre più strette relazioni con le imprese varesine. È questo il punto: conoscere le lingue straniere non significa solo avere maggiori opportunità di lavorare all’estero, ma soprattutto averne in Italia. Il nostro è uno dei Paesi più industrializzati al mondo con un alto tasso di export. Le imprese italiane si posizionano nei primi posti della classifica mondiale calcolato per numero assoluto di imprese che esportano, intrattenendo dunque rapporti economici e commerciali con l’estero. In questo scenario nazionale Varese non fa eccezione. Anzi proprio l’industria locale è una di quelle a più alta vocazione internazionale con il 45% del valore aggiunto prodotto che viene destinato all’export, uno dei tassi più alti in Italia. L’importanza dunque delle conoscenze linguistiche è un punto condiviso dalle stesse imprese che si trovano costantemente a doversi confrontare con un mercato internazionale, dove una comunicazione errata o difficoltosa rischia di mandare a monte un’intera trattativa. Nell’affrontare i mercati internazionali e nel rimanere competitive promuovendo il made in Italy nel mondo, il valore della conoscenza dell’inglese diventa sempre più importante e il costo della sua mancata conoscenza diventa sempre più elevato. A confermarlo Patrizia Ghiringhelli, Joint Managing Director and Marketing and Promotion Manager della Rettificatrici Ghiringhelli di Luino: “Per un’azienda come la nostra che esporta circa il 90% del proprio fatturato la conoscenza delle lingue straniere è un requisito fondamentale per quasi tutte le figure presenti nella nostra organizzazione. Ad eccezione infatti del comparto produttivo, in tutte le aree aziendali il personale impiegato ha una buona conoscenza della lingua inglese e in molti casi di una seconda lingua straniera. Nella selezione dei candidati oggi viene data sempre maggiore importanza alla padronanza dell’inglese: dai clienti ai fornitori sempre più spesso è la lingua anglosassone ad essere usata come prima lingua nella corrispondenza, nella documentazione e nello scambio di informazioni. Padronanza che deve essere intesa come assoluta quando si tratta di personale addetto alla vendita o all’assistenza, al quale come detto viene richiesta la conoscenza di almeno una seconda lingua che nel nostro caso può essere quella tedesca, francese o spagnola”. Non si discute quindi, la conoscenza dell’inglese è indispensabile.

Difficile quindi comprendere i dati che arrivano dall’ultimo rapporto annuale dell’EF EPI (English Proficiency Index), l’ente che rileva il livello di conoscenza dell’inglese: la competenza della lingua da parte degli italiani è fra le più basse d’Europa. Basti pensare che l’Italia, insieme alla Francia e alla Spagna (tre delle maggiori economie del continente), presentano lacune persistenti nelle competenze in inglese, piazzandosi a circa metà nella classifica mondiale EF EPI 2018. Una situazione che dovrebbe far riflettere, considerando che l’inglese sta cambiando il modo in cui le idee fluiscono da un luogo all’altro e che il futuro del mercato del lavoro è internazionale e parlare inglese è una delle competenze di base necessarie per accedervi. Quello della formazione linguistica è dunque uno dei migliori investimenti professionali e personali. Sempre più spesso molte famiglie fanno tutti gli sforzi necessari per iscrivere i propri figli a corsi specifici o programmi con esperienze di studio all’estero (Brexit permettendo). Numerosi anche i professionisti che investono nell’apprendimento dell’inglese, che rimane l’unica lingua ad avere una ricchezza di possibilità formative fuori da un contesto scolastico di apprendimento. Anche perché, mentre altre competenze, come quelle digitali ad esempio, seppur sempre più importanti, vengono richieste in alcuni settori in particolare, quello della padronanza della lingua inglese è, viceversa, richiesta trasversalmente da tutti i comparti, in quasi tutti i ruoli, fornendo così alla persona che l’ha in dote numerose opportunità di cooperazione, lavoro e mobilità internazionale. Sembrano concetti scontati, quasi banali che dovrebbero essere patrimonio comune. Eppure, le classifiche continuano a suonare un campanello d’allarme per i giovani italiani. Come dire: il 6 in pagella non basta più.

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FORMAZIONE

Istituti tecnici o Licei? Quali valori, esperienze e sogni si celano dietro alle motivazioni che spingeranno nelle prossime settimane centinaia di studentesse e studenti varesini di terza media a optare per un percorso di studi superiori tecnico o liceale? Con quali pronostici? Quali chiavi di lettura della realtà? scenti, si legge spesso, vivono nella quotidianità con la freschezza e

Alba Ciserani la sicurezza del “qui e ora”. Non sono spaventati dal futuro incerto:

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ono stati più di 4.500 i ragazzi che centinaia di imprese varesine hanno incontrato nel corso del mese di novembre durante le visite aziendali del Pmi Day 2019, la più importante manifestazione di orientamento allo studio del Varesotto, organizzata dal Comitato della Piccola Industria dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese a vantaggio degli studenti di terza media. Momenti di confronto durante i quali gli insegnanti hanno confermato quanto sia complesso per dei giovani di 13 anni, nel pieno della trasformazione da bambini a preadolescenti, scegliere la scuola superiore da frequentare. Ma agli incerti si affiancano anche ragazzi e ragazze con le idee chiare. Nei 3 anni di scuola media gli studenti crescono e “maturano” e, come confermano i loro stessi professori, cominciano a coltivare chiari progetti di studio, nonostante la confusione e l’incertezza sul futuro. Meglio allora evitare le generalizzazioni sui giovani. Proviamo invece ad affrontare il tema della scelta della scuola cambiando angolo di osservazione, perché il punto di vista dei ragazzi è molto probabilmente diverso dal punto di vista degli adulti. Partiamo dal contesto: l’incertezza caratterizza il nostro e il loro mondo. I ragazzi preadole-

Gli “exit pool”: di fronte al trend degli ultimi anni registrati nel Varesotto è facile prevedere che il 45% dei ragazzi sceglierà di frequentare un liceo mentre il 40% un istituto tecnico 36

il loro domani è ricco, più curioso proprio perché indefinito e non certo. Hanno ancora la capacità di sognare ad occhi aperti, di scendere in piazza per manifestare a favore del pianeta e di radunarsi con passione per un concerto, un evento sportivo, un’iniziativa di volontariato che sono convinti possa cambiare il mondo. I ragazzi crescono in una realtà interconnessa, ricca di persone, luoghi e culture che - oggi più di ieri - si mischiano nelle classi sin dalla scuola dell’infanzia. Hanno già sperimentato e vissuto nel loro primo ciclo di istruzione la capacità di stare con gli altri (in modo molto più inclusivo di molti adulti), hanno nel loro lessico terminologie e lemmi nuovi, hanno dimestichezza ed accesso agli smartphone e ai tablet e ne sanno di tecnologia molto più di noi adulti. Potremmo continuare questo elenco con una lunga serie di progetti scolastici e di esperienze che ampliano il loro modo di imparare. Il loro punto di osservazione è molto più ricco del nostro, perché non è ostacolato dalle difficoltà che ancora non vedono o non percepiscono, non avendone per lo più fatto ancora esperienza. Tutta questa energia è a loro favore e possono permettersi di inseguire un sogno: magari quello di diventare un famoso calciatore o uno scienziato oppure un filosofo. Tutta questa energia li sostiene e li aiuta a proiettarsi in avanti: la passione, l’interesse e l’impegno sono i tre ingredienti base per realizzare le loro aspirazioni. Le incertezze sul futuro rischiano di essere presentate come una minaccia in tante occasioni di “orientamento”: ma cambiando punto di osservazione, diventano a tutti gli effetti un’incredibile ricchezza e lo sanno bene gli insegnanti che, nel difficile lavoro dell’educare, sono anche chiamati a fornire le loro indicazioni per la prosecuzione degli studi. “Il consiglio orientativo, soprattutto se, come in provincia di Varese, vede istituti del primo ciclo e del secondo concordare le profilature in uscita e quelle in ingresso dei diversi ordinamenti secondari di secondo grado, può essere un buon indicatore per scegliere cosa e


FORMAZIONE Un gruppo di studenti al PMI DAY 2019

come studiare nel corso dei cinque anni successivi alla scuola media, dando esso evidenza alle competenze e alle conoscenze delle quali gli studenti dispongono”, così la pensa ad esempio la professoressa Cristina Boracchi, Dirigente scolastico del Liceo Crespi di Busto Arsizio e Responsabile dell’Ambito Territoriale 35 di Varese: “Da cinque anni il Miur (Ministero Istruzione Università Ricerca), attraverso le piattaforme di Indire, che impostano i Rapporti di Autovalutazione degli istituti scolastici nazionali, offre all’analisi delle scuole e delle famiglie i dati relativi all’adesione ai consigli orientativi, permettendo agli istituti di osservare la correlazione tra il successo formativo degli studenti, la coerenza della loro scelta e il successo scolastico, in genere maggiore se la scelta di studio è stata in linea con il consiglio della scuola. Grazie ad Alma Diploma e a Eduscopio, inoltre, è possibile da parte delle famiglie accedere al ranking degli istituti secondari del territorio, graduati alla luce del placement professionale e/o universitario”. Di fronte ad un mercato del lavoro “così fluido e in fieri”, il consiglio di Cristina Borrachi è quello di “puntare su percorsi solidi, che permettano di sviluppare l’integrità della persona con un ottimo bagaglio di conoscenze, che sono i contenuti delle competenze, per preparare il futuro cittadino, quello capace di agire responsabilmente, in modo critico e consapevole, nel tessuto sociale: questo comporta certo lo sviluppo delle skill trasversali, ma anche un bagaglio di conoscenze che permetta di esprimersi correttamente nella lingua madre e in almeno una lingua straniera, di utilizzare con scioltezza pacchetti informatici e di avere la capacità di apprendere in contesti differenti. Non solo

esecutori, dunque, ma teste ben fatte”. Così come è sempre utile chiedere quali percorsi lavorativi intraprendono i diplomati al termine dei 5 anni, perché forse non tutti sanno che all’interno delle scuole (soprattutto le scuole tecniche, ma anche in qualche liceo) sono presenti uffici di placement in grado di fornire indicazioni utili. Senza diventare matti con i numeri, è interessante dare un’occhiata a due indicatori di performance dei nostri studenti: i quindicenni italiani risultano in media con gli altri Paesi solo in matematica mentre sono sotto la media per capacità di lettura e capacità nelle scienze. Si confermano il divario tra Nord e Sud, tra maschi e femmine e tra licei e istituti tecnici e professionali (fonte indagine Pisa-Ocse presentata ai primi di dicembre 2019). Ma tutto questo come si concretizzerà in termini di iscrizioni alle scuole superiori del territorio varesino? Quanti sceglieranno un percorso liceale? Quanti opteranno per lo studio tecnico-professionale? Tenuto conto anche dei trend registrati negli ultimi anni sul territorio, e più volte descritti da Varesefocus, possiamo prevedere con un certo grado di confidenza che non ci discosteremo molto dagli anni precedenti, con una percentuale di circa 45% di scelte per i licei e un 40% per gli istituti tecnici. Percentuali a cui si affianca un’altra certezza: quella che ci porta a definire ancora troppe barriere culturali e sociali che influenzano nell’immaginario collettivo la distinzione tra professioni maschili o femminili. Stereotipi che si ritrovano non solo tra i ragazzi, ma anche fra gli adulti. Nessuno si stupisca dunque se le imprese fatichino ancora oggi a trovare un ingegnere meccanico donna.

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FOTO DALLE IMPRESE 38

Operazione di molatura di un cordone di saldatura tra un bocchello e un corpo valvola alla Samic Spa di Lonate Ceppino


FOTO DALLE IMPRESE

MANDACI LA FOTO DELLA TUA IMPRESA Accompagnare i lettori alla scoperta delle imprese del territorio: è questo uno dei principali obiettivi di Varesefocus. Un mondo che vogliamo sempre più raccontare anche per immagini. Come quella in queste due pagine, che apre la nuova rubrica “Foto dalle #ImpresediVarese”. Se hai una foto significativa della tua impresa, perché particolarmente affascinante, in grado di descrivere le trasformazioni in atto, le capacità innovative e quelle competitive, inviala a info@varesefocus.it. Contribuirai al nostro racconto che portiamo avanti anche sui canali digitali della rivista e dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. 39


UNIVERSITÀ

Un mondo senza pallet

È quello che ha provato ad immaginare uno studio della LIUC Business School, arrivando a una conclusione: senza questo sistema di imballaggio e trasporto staremmo tutti peggio. Il suo utilizzo da parte delle imprese porta benefici all’economia nazionale pari a 2,5 miliardi l’anno (100 euro a famiglia) impatto negativo o positivo sull’ambiente che ci circonda. Per

Fabrizio Dallari e Martina Farioli (*) rispondere a questo quesito, il Centro sulla Logistica e il Supply

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a sostenibilità in tutti i suoi aspetti, ambientale, sociale ed economica unita allo sviluppo dell’economia circolare sta portando le aziende a rivedere i propri processi logisticoproduttivi adottando, laddove possibile, strategie di ottimizzazione e innovazioni in chiave green. Anche il pallet, imballaggio terziario senza il quale oggi sarebbe impensabile movimentare, stoccare e trasportare le merci, diventa oggetto di analisi e discussione per quelle aziende che, trovandosi in un mercato sempre più sensibile alla tutela ambientale, vogliono innovarsi e ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica. Ci si domanda, quindi, se il pallet in legno, con il suo sistema di interscambio tra i vari partner del network logistico, abbia un

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Chain Management della LIUC Business School, in occasione dei 20 anni dall’introduzione del pallet Epal in Italia, ha svolto con il patrocinio di Conlegno, una ricerca finalizzata a quantificare il risparmio che l’introduzione del pallet ha portato nei moderni sistemi economico-industriali. La ricerca, focalizzandosi sul settore del Fast Moving Consumer Goods (maggior utilizzatore del pallet Epal che in Italia assorbe circa il 75% della produzione annuale di pallet), ha ipotizzato lo scenario surreale di un mondo in cui la logistica risulti priva di pallet, dimostrando quanto costerebbe in più alle aziende e al (*) Centro sulla Logistica e il Supply Chain Management della LIUC Business School


Sistema Paese movimentare, trasportare e stoccare le merci. La ricerca immagina, quindi, una realtà con magazzini in cui sono presenti solo cataste a terra (anziché scaffalature porta pallet), automezzi caricati a mano (anziché con transpallet), movimentazioni interne fatte con carrellini manuali senza forche e, soprattutto, addetti di magazzino che a fine giornata lamentano dolori dorso-lombari (quantificando anche il costo sociale) e lo confronta con la situazione in cui operano oggi le aziende. I risultati, derivanti dall’analisi dei costi differenziali relativi ai diversi scenari, mostrano come, attraverso l’adozione del pallet in legno, le imprese del settore del largo consumo possano risparmiare ogni anno oltre 1,8 miliardi di euro. A fronte di un costo di gestione (relativo all’investimento iniziale, la riparazione, il trasporto, lo stoccaggio e il contributo Cac versato al Consorzio Nazionale Imballaggi per il suo fine vita), l’introduzione di questo supporto in legno ha permesso di: ridurre il numero di movimenti a cui è soggetta la merce durante le fasi di carico e scarico degli automezzi, diminuendo il costo ad esse associato; ridurre il rischio di danneggiamento della merce, visto che l’incidenza di fenomeni che causano danni risulta essere circa 5 volte superiore in caso di movimentazione manuale della stessa (5 danni ogni 1.000 movimenti) a causa della scarsa stabilità dei colli sovrapposti e alla difficoltà di maneggiarli da parte dell’operatore; ridurre lo spazio necessario per lo stoccaggio migliorando la saturazione superficiale nei magazzini; limitare gli infortuni e le malattie professionali legate alla movimentazione manuale dei carichi. Secondo dati dell’Inail incrociati con un’indagine svolta in 5 grandi cooperative di movimentazione,

UNIVERSITÀ

Riduzione dei costi di movimento delle merci, del rischio di danneggiamento, degli spazi di stoccaggio, degli infortuni sul lavoro: ecco tutti i vantaggi economici, ambientali e sociali che si celano dietro al semplice utilizzo del sistema dei pallet

negli ultimi 5 anni, l’occorrenza di infortuni o malattie professionali risulta essere 18 punti percentuali inferiore rispetto ad un mondo senza pallet (40%). I benefici legati all’adozione dell’Epal superano, quindi, di gran lunga i suoi svantaggi, rendendo la soluzione migliore rispetto ad una realtà in cui i pallet non esiterebbero. Considerando inoltre che la vita utile media di un Epal è pari a 9 anni (4-5 anni nuovo più altri 4-5 anni a seguito di una riparazione) e quest’ultimo ha un costo di “investimento” di soli 12,5 euro per singolo pallet (9 euro per l’acquisto e 3,5 euro per la riparazione), il risparmio risulta essere ancora più significativo. Questo semplice imballaggio terziario permette all’impresa che lo adotta di risparmiare oltre 1.200 euro all’anno di costi logistici, ovvero genera un risparmio pari a circa 100 volte il valore dell’investimento in un pallet nuovo e nella sua successiva gestione. Sia dal punto di vista economico, sia per quanto riguarda la sostenibilità ambientale e sociale, la qualità certificata del sistema Epal rappresenta quindi un “valore” per l’intero sistema logistico nazionale. Estendendo il ragionamento a tutti i flussi logistici che in Italia “viaggiano” su pallet Epal, lo studio ha quantificato il beneficio complessivo per l’economia nazionale in oltre 2,5 miliardi di euro/ anno. Considerato il numero di famiglie in Italia pari a 25 milioni, tale beneficio comporta un risparmio di 100 euro/anno a famiglia. Il successo di questo imballaggio è dovuto anche alle imprese che aderiscono a questo modello d’interscambio, in cui il parco pallet è un asset condiviso tra tutti i partner di filiera. Confrontando infatti i costi di acquisto, trasporto e gestione del pallet interscambiabile Epal rispetto a quelli caratteristici dei pallet a perdere è possibile evidenziare il risparmio che l’utilizzo dell’Epal genera rispetto all’impiego di pallet “mono uso”. I minori costi legati ai cicli di movimentazione che è in grado di sopportare un singolo pallet Epal, consentono di abbattere il costo di gestione annuale rispetto a qualsiasi tipologia di pallet a perdere. Concludendo, è possibile affermare che, dalla sua introduzione, questo imballaggio terziario ha portato numerosi benefici al mondo della logistica sia dal punto di vista economico, riducendo i costi, il numero di merci danneggiate e generando evidenti miglioramenti nella sicurezza durante la movimentazione dei prodotti, sia dal punto di vista sociale, limitando la probabilità di infortuni sul lavoro. La semplicità e versatilità d’uso di questo supporto in legno hanno spinto le imprese ad adottarlo nelle operazioni di tutti i giorni, rendendolo un oggetto insostituibile.

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VITA ASSOCIATIVA

Connext 2020 Esattamente tra un mese si apriranno le porte della seconda edizione dell’iniziativa di partenariato industriale di Confindustria. Una vetrina sempre più internazionale per l’industria manifatturiera fisicamente vita all’interno del MiCo. E poi ancora i laboratori

Chiara Mazzetti dedicati a temi di attualità come la domanda pubblica per l’in-

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i accendono i riflettori su Connext2020: il 27 e 28 febbraio, nei padiglioni fieristici di MiCo a Milano, andrà in scena la seconda edizione dell’iniziativa di partenariato industriale promossa da Confindustria. Al centro dell’attenzione nuovamente il manifatturiero e le imprese industriali più rappresentative, con una particolare attenzione alle filiere, che diventeranno quest’anno modello di business e driver strategico dell’iniziativa. Ulteriore elemento di novità saranno i prodotti/progetti innovativi ‘flagship’, oggetti simbolo come l’auto elettrica, che faciliteranno l’identificazione delle filiere e quindi le possibilità di partenariato industriale e prenderanno

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novazione, la finanza di progetto e le reti d’impresa: veri e propri luoghi in cui le aziende presenti potranno lavorare insieme per sviluppare conoscenza ed incentivare relazioni reciproche. Rafforzato anche il Marketplace digitale, la piattaforma online alla quale le imprese si iscriveranno per programmare virtualmente B2B ed incontri: un’importante vetrina per conoscere nuovi partner, clienti e fornitori, per consultare i profili aziendali dei partecipanti e creare una propria agenda dell’evento. Saranno 4 i driver che definiranno Connext2020 che, forte dell’esperienza della scorsa edizione, si apre per la prima volta a tutte le imprese estere: “Fabbrica Intelligente”, “Le città del futuro”, “Pianeta sostenibile” e “La persona al cen-


Vincenzo Boccia

tro del progresso”. “Non si può non esserci. Connext è la prospettiva che non ti aspetti. Finanza, scuola, formazione, startup, possibilità di strumenti per la crescita e l’innovazione: c’è un po’ di tutto”, spiega Antonella Mansi, Vicepresidente di Confindustria con delega all’Organizzazione. “Il Presidente Vincenzo Boccia ha, da sempre, puntato su tre pilastri fondamentali nel corso del suo mandato: identità, rappresentanza e servizi. Un filo rosso di lavoro e progettazione arrivato a concepire questa nuova attività, in grado di fornire alle aziende

Antonella Mansi: “Abbiamo la fortuna di disporre di una rete di aziende dinamica e vivace, ma mai sfruttata pienamente. Almeno fino ad ora. La vera eredità che speriamo di lasciare agli imprenditori che hanno preso parte a Connext è la possibilità di interconnettersi a questa rete”

RUBRICHE

quella che ci piace definire una ‘cassetta degli attrezzi’ sufficiente per essere competitivi”, prosegue Mansi che definisce Connext “un’operazione innovativa e coraggiosa che si propone di promuovere lo sviluppo delle imprese”. Un evento che non esisteva, in altre parole e non la semplice evoluzione nazionale di tante iniziative di partenariato più piccole: “La seconda edizione di Connext si prospetta ancora più sfidante della prima. Saranno presenti tutti gli attori di rilievo nel mondo dell’impresa, dalle Pmi alle grandi aziende, passando per le imprese familiari e le multinazionali, per arrivare poi alle università, ai centri di ricerca, ai Digital innovation hub e agli enti di formazione. Non mancheranno neppure gli attori del credito e della finanza, i player pubblici e privati per la costruzione di partenariati italiani ed europei e neppure le imprese straniere. Connext, già dalla sua prima edizione, ha

Cos’è Connext Connext è l’incontro nazionale di partenariato industriale di Confindustria, organizzato per rafforzare l’ecosistema del business in una dimensione di integrazione orizzontale e verticale, di contaminazione con il mondo delle startup e di crescita delle filiere produttive. La prima edizione si è tenuta lo scorso anno, a febbraio, ha coinvolto 450 imprese espositrici, 7.000 partecipanti tra imprenditori, manager, startupper, istituzioni, enti e stakeholder, in 2.500 incontri B2B. Connext ha confermato il ruolo chiave del network per Confindustria, sdoganando il business come asse portante di un sistema che punta alla crescita di tutte le imprese italiane.

Antonella Mansi

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VITA ASSOCIATIVA 44

L’esperienza di Univa Servizi “Connext per noi ha rappresentato un’importante opportunità d’incontro, confronto e condivisione di buone pratiche e prassi. Abbiamo avuto l’occasione di confrontarci con aziende, colleghi del Sistema Confindustria, istituzioni e anche con alcuni dei nostri enti finanziatori, in primis Fondimpresa e Fondirigenti. Il raffronto con altri modelli di business è stato fondamentale, così come con altre società di servizi con le quali abbiamo potuto condividere progettualità per il futuro”, spiega Paolo Praderio, Coordinatore Area Formazione di Univa Servizi, la società di servizi dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, presente a Connext2019 insieme ad altre realtà del territorio. “Grazie alle relazioni strette durante Connext abbiamo potuto presentare a giugno 2019 un avviso 3/2018 Fondimpresa, rivolto alle imprese del settore metalmeccanico, realizzato in collaborazione con una società di servizi dell’Emilia-Romagna. Quindi di fatto grazie a Connext abbiamo portato avanti e sviluppato il nostro business aziendale”, conclude Praderio.

rafforzato l’ecosistema del business nazionale in una dimensione di integrazione orizzontale e verticale, di contaminazione con il mondo delle startup e di crescita delle filiere produttive”, precisa Antonella Mansi. Ma qual è stato il bilancio della prima edizione e cosa ci si aspetta dalla prossima? “Avevamo alte aspettative che, fortunatamente, sono state non solo raggiunte ma anche superate. Numeri importanti, un’atmosfera di entusiasmo ed engagement necessari a maturare una visione di prospettiva più solida. Tanta energia e voglia di fare. Le aziende hanno risposto positivamente, hanno sviluppato collaborazioni, nuovi contatti su mercati inesplorati. Noi abbiamo la fortuna di disporre di una rete di aziende dinamica e vivace, ma mai sfruttata pienamente. Almeno fino ad ora. La vera eredità che lasciamo, o che quanto meno speriamo di lasciare agli imprenditori che hanno preso parte a Connext, è la possibilità di interconnettersi a questa rete”, conclude la Vicepresidente di Confindustria.

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Al centro dell’attenzione nuovamente il manifatturiero e le imprese industriali più rappresentative, con una particolare attenzione alle filiere, che diventeranno quest’anno modello di business e driver strategico dell’iniziativa


SCIENZA

Una rivoluzione chiamata grafene Il futuro, ancora tutto da scrivere, di questo nuovo super materiale destinato a cambiare le nostre vite, è nelle mani di imprenditori visionari come Giulio Cesareo, fondatore della startup Directa Plus, uno dei principali produttori in Europa che in un ex cotonificio di Lomazzo, nell’ambito del parco tecnolo-

Michele Mancino gico di ComoNExT, ha dato vita alle Officine del grafene, tra i mag-

È

più forte dell’acciaio, più flessibile della plastica, più leggero della carta. È ultrasottile, impermeabile, trasparente e conduce l’elettricità meglio del rame. Non stiamo parlando della pietra filosofale, ma del grafene, un super materiale che per le sue caratteristiche straordinarie si candida a rivoluzionare la nostra vita. Il merito di aver isolato per la prima volta un singolo strato bidimensionale di grafene è di due scienziati russi dell’Università di Manchester. Nel 2004 Andrej Gejm e Costantin Novoselov osservarono che applicando del nastro adesivo più e più volte alla grafite di una matita si riusciva a isolarne uno strato sempre più sottile fino ad arrivare al livello base, quello atomico. Un risultato eccezionale, ottenuto con un esperimento a dir poco elementare, che 6 anni dopo valse ai due scienziati il premio Nobel per la fisica. Nonostante siano passati oltre 15 anni da quella scoperta, ancora oggi si continua a parlare delle potenziali e molteplici applicazioni del grafene in termini futuristici. E come spesso accade sono gli imprenditori più visionari a sperimentare e investire in un mercato che promette molto ma non è ancora ben definito. Uno di questi è Giulio Cesareo, Ceo e fondatore della startup Directa Plus,

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giori produttori di questo materiale puro in Europa. “L’innovazione impiega molto tempo a trovare uno sbocco nell’economia reale spiega Cesareo - ma con il grafene ci stiamo arrivando. Lo troviamo già nei tessuti tecnici, sportivi e antifiamma, negli pneumatici e nella depurazione dell’aria e dell’acqua”. In questa fabbrica, dove lavorano circa venti giovani scienziati che producono tantissima intelligenza, c’è una visione molto più ampia rispetto a quanto la realtà e le prime applicazioni di questo materiale sono in grado di far intravedere. Nelle Officine del grafene si abilitano le persone e si valorizzano le idee, soprattutto le più coraggiose, senza paura di sbagliare. Cesareo, quando parla di se stesso e del suo team, usa la definizione “maneggioni tecnologici”, un portato della sua trentennale esperienza di top manager negli Usa dove la cultura dell’errore è importante quanto quella del successo.


SCIENZA “Non si comincia il viaggio, se non si ha coraggio” è il motto che campeggia su una parete della fabbrica di Lomazzo, per ricordare a tutti, visitatori compresi, che l’impresa è una nuova frontiera. “Mi piace il power disagreement, cioè il potere di essere in disaccordo - sottolinea l’imprenditore - e infatti ho costruito un’azienda senza mercato. Quello innescato dal grafene non è un processo lineare e questa caratteristica è difficile da spiegare al mondo della finanza che dovrebbe sostenere questa rivoluzione”. È vero, il mercato ancora non c’è, ma Cesareo ha in mano un brevetto (G-Plus) per il processo di estrazione del singolo foglio di grafene. Un procedimento innovativo e soprattutto pulito e sostenibile, basato sulla fisica e non sulla chimica. Un bel vantaggio competitivo che ha convinto gli investitori a dargli fiducia e soldi. Directa Plus, che è quotata alla Borsa di Londra, ha raccolto 45 milioni di euro e per il momento non ha debiti. Capitali pazienti che, insieme al fondatore della startup, aspettano il mercato che sta arrivando con le grandi supply chain del petrolchimico e del tessile. “Oggi nelle officine di Lomazzo si producono circa 30 tonnellate all’anno di grafene - dice Cesareo - ma il nostro obiettivo non è vendere polvere di questo materiale ma di integrarci a valle della catena del valore”. Questo significa stabilire rapporti diretti con le aziende, come la Alfredo Grassi di Lonate Pozzolo, impresa quasi centenaria specializzata nella produzione di tessuti tecnici per il lavoro e lo sport che il grafene può migliorare ulteriormente in termini di performance. “Noi lavoriamo per un’innovazione sostenibile dei nostri tessuti

speciali sia all’interno della filiera del tessile sia in collaborazione con altri settori merceologici - spiega il Ceo Roberto Grassi -. Con Directa Plus abbiamo avviato una partnership, una collaborazione e uno scambio continuo di conoscenze ed esperienze”. Anche con la Comerio Ercole di Busto Arsizio, metalmeccanica che produce impianti di mescolazione della gomma e impianti di calandratura per il settore della plastica, si sta delineando una partnership. “Il grafene viene già utilizzato nella mescola di alcuni prodotti in gomma - sottolinea Riccardo Comerio, Amministratore Delegato dell’azienda - come dimostra il lancio dei primi copertoni per biciclette di alta gamma a basso coefficiente di attrito prodotti dall’italiana Vittoria”. Con il Graphene flagship project, l’Unione Europea ha deciso di scommettere su questa tecnologia, destinando un miliardo di euro per i prossimi 10 anni ai progetti di ricerca sul grafene, il più grande stanziamento mai fatto da Bruxelles. Determinante in questo progetto di lungo periodo sarà il ruolo dei centri di ricerca e delle università. Pur non avendo un dipartimento dedicato alle nanotecnologie e ai nuovi materiali, la LIUC – Università Cattaneo, in collaborazione con la città di Castellanza, per le celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, ha organizzato una tavola rotonda proprio sul tema del grafene. “Quello che dobbiamo fare noi - puntualizza Raffaella Manzini, Prorettore alla Ricerca dell’Ateneo - è accompagnare le imprese nel percorso che devono intraprendere per la buona gestione di nuovi prodotti e nuovi processi. Dobbiamo aiutarle a fare scelte strategiche”.

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TERRITORIO

Uno chef poco ordinario Roberto Valbuzzi, noto volto televisivo nonché titolare assieme alla sua famiglia del ristorante Crotto Valtellina di Malnate, racconta il territorio di Varese nel suo nuovo programma “Uno Chef in Fattoria” Francesco Mazzoleni

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a cucina è legata a doppio filo con il territorio. Lo deve essere per non perdere le tradizioni e i piatti tipici che ogni giorno vengono portati sulle tavole di casa e dei ristoranti. Lo sa bene Roberto Valbuzzi, chef e titolare assieme alla sua famiglia del Crotto Valtellina di Malnate, ma anche imprenditore e personaggio televisivo, tornato di recente sul piccolo schermo con un nuovo programma: “Uno Chef in Fattoria”. Valbuzzi mette una lente di ingrandimento sulla provincia di Varese, partendo dalla sua fattoria di Mornago e facendo conoscere i produttori del Varesotto, mostrando come poter cucinare i risultati del loro lavoro. Preparare nuovi piatti con i prodotti della nostra terra per non perdere il contatto con le tradizioni: questo il motto dello chef varesino doc, volto noto della tv e dei social, con all’attivo la partecipazione ad oltre una quindicina di programmi, tra cui “I fatti vostri”, “La prova del cuoco” e “Cortesie per gli Ospiti”.

Da Mornago a Malnate, dove nasce il suo percorso? La passione è nata dai miei nonni e dai miei genitori. Vengo da due generazioni attive di ristoratori, coltivatori e allevatori. Sono diventato grande frequentando ambienti che mi hanno

dato la possibilità di vivere a 360 gradi il mondo del cibo. Fino a 9 anni sono cresciuto con i nonni materni, visto che i miei genitori erano molto impegnati con il ristorante. Da loro ho imparato la basilarità della cucina: coltivare una piantina e portare il frutto al ristorante per arrivare al piatto finito. Questa semplicità e bellezza hanno fatto sì che mi appassionassi a questo mondo, poi mettici un pizzico di talento e un po’ di visione: così sono riuscito a ottenere diversi obiettivi. Lei si definisce “Not Ordinary Chef ”. Cosa intende? La maggior parte dei cuochi vive la cucina “h24”. Io invece voglio partire dalla materia prima, per portarla in tavola solo in un secondo momento. Faccio un passaggio in meno rispetto alla filiera classica. Vivo la cucina a tutto tondo, ma lego il mestiere di cuoco anche a tante altre attività correlate. In parole povere, non sono solo uno chef, ma mi considero anche un coltivatore, un allevatore, un personaggio televisivo e un imprenditore. Nel mio lavoro, in cucina e nei miei piatti cerco di unire tutte queste attività anche molto diverse tra loro. Cos’è “Laboratorio Valbuzzi”? Nasce dall’esigenza di avere i nostri prodotti a portata di mano, un modo di pensare che si rifà al concetto di “Not Ordinary Chef ”. Tutto è nato sei anni fa, quando alcuni clienti ci hanno chiesto dei prodotti da portare negli Stati Uniti. Con un po’ di 49


TERRITORIO

“L’intento è chiaro: raccontare, partendo dalla mia fattoria di Mornago, dei prodotti e delle realtà del territorio varesino e delle zone adiacenti che hanno connotati e punti fermi all’interno della mia storia familiare” lungimiranza, ho convinto mio padre a partire con questo progetto e devo dire che si è rivelata una scelta azzeccata. Quattro anni fa siamo entrati nei mercati e stiamo andando bene. Al Laboratorio si unisce anche il progetto “Not Ordinary Catering”, nato l’anno scorso grazie alla collaborazione con la società di catering varesina Lanzarotti. Stiamo lavorando assieme con grandi risultati. Il nuovo programma del quale è protagonista è “Uno Chef in Fattoria” sul canale Food Network di Discovery. Come è nato questo progetto? L’idea nasce da Discovery Channel, emittente con la quale collaboro da tanti anni con il programma “Cortesie per gli Ospiti”. Ho sempre desiderato fare qualcosa di mio, raccontando la mia realtà e la mia quotidianità. Discovery aveva già questa idea e quindi tutto il progetto si è concretizzato nel giro di un mese: in 27 giorni abbiamo registrato le prime 8 puntate. L’intento è chiaro: raccontare, partendo dalla mia fattoria di Mornago, dei prodotti e delle realtà del territorio varesino e delle zone adiacenti che hanno connotati e punti fermi nella mia storia familiare. Nel corso del programma scopro tante attività e le faccio rivivere all’interno di eventi. La filosofia di “Uno Chef in Fattoria” ovviamente si sposa con la mia. Sono veramente soddisfatto di questo progetto, perché svela, in un certo senso, al pubblico la mia vita privata, la mia quotidianità: questa è la cosa che più mi rende felice.

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Come si sposa un mestiere come quello di chef e personaggio pubblico con il mondo dei social? Tutto quello che pubblico sui social deve fare emergere ciò che sono realmente, senza nessuna finzione. Le persone si identificano, in me come in moltissimi altri personaggi famosi, l’importante è che riescano a identificarsi nel vero me. Io suddivido tutte le realtà del mio mestiere facendole vivere singolarmente: il ristorante ha un suo profilo, così come “Laboratorio Valbuzzi” e la mia pagina personale sulla quale racconto la mia vita in maniera trasparente. Questo fa sì che le persone si affezionino non solo al personaggio Roberto Valbuzzi, giudice di un noto programma tv, ma alla persona che sta dietro a quel personaggio, a Roby. Sulle mie pagine social si trova di tutto, senza filtri, dalla mia ultima ricetta, al mio ristorante a mia moglie, a mia figlia: questo credo abbia contribuito, in maniera significativa, a creare un legame con i miei fan. Nel tempo è nata e cresciuta una sorta di “famiglia” allargata. Ho la fortuna di poter lavorare con chi mi piace, voglio che anche sulle mie pagine social sia così.

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TERRITORIO

L’arte della formazione Nata per volere del collezionista d’arte e mecenate della cultura Giuseppe Merlini, l’omonima Fondazione di Busto Arsizio è impegnata, dal 2015, nel sostegno dei giovani, attraverso borse di studio e progetti formativi come quello sul Debate Mario Chiodetti

C

i sono persone che operano sottotraccia e mettono a disposizione le loro idee e le loro risorse per aiutare le nuove generazioni a orientarsi e affermarsi in un mondo complesso e in continua mutazione. Persone che hanno costruito moltissimo grazie alla passione per il lavoro e, arrivate a un certo punto della vita, decidono di dedicarsi anche al mecenatismo, lanciando un ponte tra il presente e il futuro. La Fondazione Giuseppe Merlini di Busto Arsizio dal 2015 è la “creatura” del dottore

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commercialista Giuseppe Merlini, collezionista d’arte e grand seigneur, uomo di stampo antico e raro ma con una limpida visione rivolta al domani. Presidente della Fondazione è il professore Benedetto Di Rienzo, preside dell’Ite Tosi, l’Istituto tecnico economico di Busto Arsizio, per ben 32 anni, che illustra con orgoglio il cammino dell’ente: “Merlini è legato al Tosi sin dalla sua giovinezza, perché vi è stato docente per qualche anno, quando la sede era ancora a villa Tovaglieri; così, quando nel 2015 gli sottoponemmo l’idea di una fondazione, la accolse con molto favore. Oggi sosteniamo gli studenti meritevoli, attraverso il Prestito d’onore, una modalità


“Oggi è sempre più difficile capire le opinioni delle persone: il Debate insegna ad approfondire gli argomenti, perché chi dibatte deve essere in grado di confutare la tesi altrui e conoscerne perfettamente le caratteristiche. In provincia il Debate qualifica l’offerta formativa, oltre che dell’ITE Tosi, anche dei Licei dei Tigli di Gallarate, del Liceo scientifico e del Liceo classico di Varese; in tutta Italia sono ora più di 180 le scuole che lo praticano. Dallo scorso anno hanno iniziato a praticarlo anche le scuole medie De Amicis e Bertacchi di Busto Arsizio, una sperimentazione che intende costruire un percorso di Debate come attività di cittadinanza che inizia con il primo livello della scuola, passa attraverso le scuole di secondo grado per arrivare all’università. Per il 2020, infatti, abbiamo proposto alla LIUC - Università Cattaneo di Castellanza di promuovere il Debate anche a livello universitario. Per dare scientificità a questo percorso la FondazioBenedetto ne si è fatta promotrice Di Rienzo della produzione di letteratura in italiano sul Debate, sostenendo la pubblicazione di alcuni volumi dedicati all’approfondimento di queste tematiche”, conclude il professor Di Rienzo. La Fondazione Merlini, che ha sede all’interno dell’Istituto Enrico Tosi, in locali ristrutturati quest’anno a cura dell’Associazione “NoidelTosi”, sostiene anche l’internazionalizzazione delle scuole per assicurare a docenti e allievi meritevoli la possibilità di fare esperienze all’estero di approfondimento linguistico e soprattutto per conoscere mentalità, culture e tradizioni diverse o di frequentare ambienti altamente innovativi come il Bett, la più importante manifestazione di didattica e di tecnologia del mondo, che si tiene ogni anno a fine gennaio a Londra e alla quale la Fondazione Merlini in questi anni ha fatto

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innovativa per l’Italia per consentire ai giovani di seguire percorsi di studi impegnativi, anche dal punto di vista economico, nel proprio paese o all’estero, alleggerendo l’impegno finanziario delle famiglie e promuovendo la loro emancipazione e il loro senso di responsabilità nella costruzione del proprio progetto di vita. Il Prestito d’onore è rivolto sia agli studenti meritevoli che hanno superato l’esame di Stato conclusivo degli studi secondari superiori con una votazione non inferiore a 85/100 e abbiano intenzione di iscriversi all’università o a un corso parauniversitario, sia a studenti universitari in regola con gli studi. Il Prestito d’onore è molto diffuso all’estero, ma per ora poco noto in Italia. Nel 2016 siamo partiti con due studenti, una si è appena Giuseppe laureata: ora sono 29 le perMerlini sone nella nostra provincia, e non solo, che usufruiscono del prestito. In questi primi 3 anni abbiamo garantito prestiti per più di 300.000 euro grazie anche all’accordo con Intesa Sanpaolo e Cassa Lombarda”, spiega Di Rienzo. “La Fondazione garantisce per gli studenti, li segue, si informa, li accompagna, li aiuta. Nella prospettiva di rendere i giovani sempre più consapevoli e capaci di partecipare alla vita della società civile. Diffondiamo da qualche anno la pratica, tuttora poco conosciuta in Italia, del Debate, che consiste nel saper parlare in pubblico confutando la tesi di un avversario grazie all’esercizio del pensiero critico, allo sviluppo di solide capacità argomentative fondate su seria documentazione, capacità di ascolto e rispetto della posizione diversa dalla propria. Dedichiamo particolare attenzione e cura all’attività di formazione al Debate, che svolgiamo principalmente a villa Bassetti, parte del complesso di Santa Caterina del Sasso, un edificio di proprietà della Provincia con la quale abbiamo sottoscritto una convenzione negli ultimi tre anni. Qui studenti e docenti provenienti da tutta Italia studiano e sperimentano insieme guidati da esperti internazionali di Debate messi a disposizione dalla Fondazione”. Il Debate, nato nei Paesi anglosassoni, è diffuso dalla Fondazione Merlini anche attraverso la collaborazione con la Società Nazionale Debate Italia: ogni anno si svolgono gare tra gli studenti delle diverse regioni, che culminano nelle Olimpiadi nazionali di Debate, organizzate dal Tosi e alle quali la Fondazione Merlini collabora attivamente. Ulteriore possibilità di formazione e di crescita è la partecipazione a campionati internazionali di Debate in lingua inglese. Inoltre, per la prima volta in Italia, nel mese di luglio 2019 la Fondazione ha organizzato a Santa Caterina 2 campus estivi di Debate e di corsi di vela – ciascuno di una settimana – che hanno ottenuto apprezzamenti entusiastici da parte di ragazze e ragazzi provenienti da tutta Italia che li hanno frequentati. L’iniziativa sarà riproposta la prossima estate.

La Fondazione Merlini, che ha sede all’interno dell’Ite Tosi, sostiene l’internazionalizzazione delle scuole, per assicurare a docenti e allievi meritevoli la possibilità di fare esperienze all’estero di approfondimento linguistico, per conoscere mentalità, culture e tradizioni diverse 53


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partecipare 120 docenti e presidi della provincia di Varese. “Credo molto nella Fondazione, sono stato presidente del consiglio di amministrazione del Collegio Rotondi e ho conosciuto dall’interno il mondo scolastico e i suoi bisogni. Occorre sostenere gli studenti meritevoli, non con borse di studio di qualche centinaio di euro, che non responsabilizzano i ragazzi. Occorre cambiare il modo di pensare nelle scuole e incrementare l’amore per la cultura”, sostiene Giuseppe Merlini, grande charme e una vita di conoscenze e passioni da raccontare. Come recita la mission, infatti, la Fondazione è anche cultura, con la promozione e il finanziamento di mostre come “Maria Lai” e “MiniArtTexitl” o “Le trame di Leonardo”, in occasione del 500° anniversario della morte del genio vinciano. Qui il collegamento con un altro aspetto del carattere di Giuseppe Merlini: quello del collezionista d’arte, passione nata quasi per caso negli anni in cui era docente al Tosi. “Con me insegnava un certo Macchi, avvocato e pittore dilettante: gli acquistai dei quadri che tuttora possiedo, così incominciai a collezionare, per una ragione estetica, facendo all’inizio anche molti errori. Poi un gallerista di Busto molto bravo incominciò a consigliarmi, seguivo le mostre e passavo ore a leggere cataloghi e biografie di artisti. Collezionare richiede tempo e anche parecchio gusto, ma devo dire che ho avuto la fortuna di incominciare in tempi favorevoli, in cui per esempio un quadro di Fontana era ancora accessibile”. La Collezione Merlini di arte contemporanea è tra le più importanti d’Italia e conta oltre 400 opere che vanno dalla Metafisica al Novecento Italiano, dal Realismo esistenziale all’Astrattismo geometrico (MAC), ultima passione di Merlini e all’Informale. Una raccolta che fa riferimento alla tradizione del grande collezionismo lombardo del passato ed è stata messa in mostra, soltanto in piccola ma significativa parte, nel 2018 a Palazzo Fortuny di Venezia. Della collezione fanno parte, tra le altre, opere di Morandi, De Chirico, Savinio, Oppi, Morlotti, Birolli, Guttuso, D’Orazio, Burri, ma anche il meraviglioso volto della madre che Adolfo Wildt cesellò nel marmo. Sulla sua destinazione finale, Giuseppe Merlini non si sbilancia, “ci sono varie ipotesi al vaglio”. Il mecenate e collezionista bustese preferisce raccontare qualche aneddoto legato alla sua lunga militanza nel mondo dell’arte: “Morlotti veniva qualche volta a casa mia, aveva un carattere difficile, però amo molto la sua pittura tanto da possedere molte sue opere. Nel collezionare occorre guardarsi dalle mode, ma fiutare il momento giusto per seguire un artista. Trovo che un solo quadro non possa mai rappresentare fino in fondo il pensiero dell’autore, occorre collezionare lavori di diversi

La stanza del collezionista al Museo Fortuny

periodi creativi. Turi Simeti, per esempio, l’ho scoperto indagando altri artisti come Bonalumi e Castellani: sono andato a trovarlo a Milano, oggi ha 90 anni, acquistandogli diverse opere”. Vivace la frequentazione di Merlini con Guttuso: “Me lo presentò Francesco Pellin, suo implacabile collezionista. Andavo a Velate a trovarlo, aveva sempre la sigaretta in mano e il bicchiere di whisky accanto”. Oltre a Morlotti e Guttuso, Merlini ha conosciuto fugacemente ma intensamente anche Lucio Fontana e Giorgio de Chirico. La frequentazione di questi artisti gli ha permesso di conoscere soprattutto la natura della persona e gli ha fatto nascere la curiosità di conoscere i caratteri e la cultura degli artisti. “Ho sempre provato interesse per la storia degli individui”, confida Giuseppe Merlini, “sentivo che i viaggi più interessanti li avevo compiuti nell’animo del prossimo”. Ha così iniziato un viaggio – che ancora continua – tra autori italiani moderni e contemporanei, “scrittori che dipingono”, definisce Merlini gli artisti che colleziona e con i quali ha stretto un legame affettivo, che li rende vivi per lui stesso e per le persone che hanno il privilegio di sentirlo “raccontare” i suoi quadri. Perché il collezionista bustese ha letto molto e molto si è documentato per “conoscere” i quadri e gli artisti che di volta eleggeva. Come un innamorato. Perché “l’arte è un fatto dello spirito”, commenta con il suo garbo signorile, quasi un sussurro intimo. Una vita originale e ricca di esperienze professionali e umane quella di Merlini, che ha voluto che i tratti distintivi della Fondazione Merlini – Cultura Formazione Innovazione – sintetizzassero in tre pilastri fondanti una società dinamica, intelligentemente pensante e appassionatamente impegnata a costruire scenari futuri positivi e innovativi, che diano concrete prospettive di realizzazione e di fiducia ai giovani. Perché è della loro energia e della loro capacità costruttiva che abbiamo bisogno. E se a dirlo, e a impegnarsi quotidianamente per loro, è un giovane ottantenne, non è retorica.

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I segreti (svelati) dei giardini privati Un viaggio alla scoperta delle storie, delle curiosità e degli stili dei cortili e dei parchi privati della provincia di Varese, visitabili solo in occasioni speciali. Ecco cosa si cela dietro a cancellate, recinzioni e portoni per occasioni speciali durante l’anno. Cancelli e recinzioni di-

Alessandra Favaro ventano scrigni preziosi che racchiudono veri e propri gioielli

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a sempre Varese si è guadagnata l’appellativo di Città Giardino, proprio grazie al suo tesoro green: parchi e spazi verdi in residenze private e ville di delizia dei secoli scorsi. Alcune antiche dimore nel tempo sono, infatti, divenute musei o edifici pubblici e sono oggi visitabili quasi quotidianamente. Altre sono rimaste custodi dei loro tesori che svelano Il giardino di Villa Paradeisos

naturali: giardini e cortili, così speciali che i proprietari hanno deciso di condividerne bellezza e saperi, rendendoli disponibili al pubblico in alcune occasioni. Non chiamateli “solo” spazi verdi: più simili a opere d’arte, plasmate in totale armonia tra uomo e natura, raccontano storie, aprono finestre su altri mondi e culture, proiettano in altre epoche e spazi, tutelano essenze, storie e stili da non dimenticare.

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▶ PROVINCIA DA SCOPRIRE


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Il giardino delle camelie a Besnate

Nella Città Giardino, un Giardino Giapponese Varese d’altronde è la “casa” per gli amanti del paesaggio verde. Così ideale da valorizzare anche culture e colture lontane quando si parla di giardini. Come a Villa Paradeisos, dove il parco di 24mila metri quadri è il cuore della proprietà e le dà il nome. Paradeisos infatti, dalla radice sanscrita, significa Giardino = Eden. Il suo cancello, a pochi passi dal centro città, protegge una grande storia d’amore e si apre a chi è curioso di conoscerla. Tra alberi centenari, piante, essenze e statue d’epoca spicca una vera rarità: un originale giardino giapponese. Franco Cremante, il proprietario e “padre” del progetto insieme alla moglie Sumiyo, è un uomo impeccabile con tanti aneddoti e storie da raccontare. Come la nascita della sua storia d’amore con la moglie, portata avanti tra le principali metropoli internazionali: nata a Parigi, vissuta tra New York, Tokyo, per coronare un sogno a Varese. Una vita da film, a cui il Sol Levante ne ha appunto dedicato uno. La particolarità della villa è il suo giardino nel puro stile di filosofia orientale. Disegnato da un professore di Arte dei Giardini dell’Università di Tokyo, è stato poi realizzato da una équipe interamente giapponese collocando rocce, piante e materiali arrivati dal Giappone. Uno spazio dove ogni pietra, colore e suono, compreso quello dell’acqua che scorre, vogliono dire qualcosa al visitatore e favorire il suo dialogo con la natura. Il percorso segue il ruscello, dove ciottoli e pietre sono stati collocati in modo da mo56

dularne il fruscio: è il segno distintivo che identifica il singolo giardino (ognuno è diverso), luogo deputato ai piaceri dello spirito nella fusione con il mondo naturale. Non manca il “giardino astratto” o dry garden, che rappresenta l’intero pianeta Terra, con il mare, le terre emerse, l’orizzonte limitato da una siepe di bambù intrecciati, il luogo dove meditare. “Con questo spazio ci proponiamo di favorire l’incontro e la reciproca comprensione tra diverse culture - spiega Cremante - in particolare tra Oriente e Occidente”. Così la dimora privata, sede di eventi e meeting, apre durante l’anno a visite pubbliche in varie occasioni (come durante Nature Urbane o una visita con il gruppo Instagram di Varese) e iniziative di approfondimento.

La limonaia del medico di Napoleone Residenze private custodiscono storie curiose anche nel borgo storico di Angera, in via Mario Greppi, sul lago Maggiore. La tappa è a Villa Palletta, antica dimora con all’interno un rigoglioso parco e cortili ottocenteschi. L’edificio in passato era sia abitazione che antica azienda agricola. Apparteneva al medico Gian Battista Palletta (1748-1832), precursore della chirurgia moderna, che ebbe l’occasione di curare anche Napoleone durante il suo soggiorno a Mombello. “Il giardino è di ispirazione all’inglese, con forti contaminazioni dei giardino all’italiana, tra cui vialetti in ciottoli, secondo l’interpretazione locale del giardino all’inglese”, sottolinea Cristina Miedico, direttrice del museo archeologico angerese e del Museo


Un balcone sulla Valle Olona A Lonate Ceppino Villa Truffini, conosciuta anche come Casa del Podestà, è abitata ancora oggi dai discendenti del proprietario, l’allora podestà Giuseppe Truffini, che la acquistò nei primi decenni del secolo scorso. Un cortile di ghiaia accoglie il visitatore, con accanto una limonaia. Dietro la Villa c’è un bellissimo parco e, in fondo con una visuale mozzafiato sulla Valle Olona, sorge una torretta neogotica: un punto panoramico magnifico sul verde. Le aperture al pubblico sono a cura del Gruppo Fai Giovani del Seprio.

Somma Lombardo, dove i residenti di una via del centro storico, via Melzi, hanno creato un’associazione per valorizzare e far conoscere queste strutture abitative, L’Arte nella Corte, che trasforma i cortili privati, solitamente chiusi, in spazi espositivi visitabili dove ospitare artisti, mercatini, artigiani, in alcune occasioni dell’anno. A pochi passi di distanza, un’altro “giardino segreto” in momenti speciali dell’anno: il parco del Castello Visconti di San Vito, tra alberi secolari e la statua dedicata a Diana Cacciatrice.

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diffuso di Angera. Tra i punti panoramici, l’antica limonaia di epoca neoclassica, “dominata” con vista dall’alto dalla Rocca di Angera. Il parco e i cortili della villa, sito numero 10 del Museo diffuso, sono visitabili in vari momenti durante l’anno, grazie alle aperture del Fai o con iniziative dell’amministrazione comunale.

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Villa Palletta

Il giardino dei Samurai Franco Ghirardi è un farmacista di Besnate che dal 1950 coltiva la passione per le camelie Higo, un particolare tipo di camelie che venne selezionata e prodotta nel periodo Samurai ed entrò a far parte di usanze e tradizioni della cultura Samurai. Il suo giardino, soprannominato il Giardino delle Higo, a Besnate, può essere visitato semplicemente chiamando il proprietario e accordandosi (+39 0331274096). Un giardino frutto di una passione decennale che lo ha portato a viaggiare in Giappone e a diventare l’unico italiano ammesso nella Società delle Camelie Higo. Perché tenerlo solo per sé?

Arte tra i cortili lombardi Anche i cortili svelano il loro fascino. D’altronde quelli lombardi sono una particolare tipologia architettonica della Pianura Padana, caratterizzata dalla presenza di uno spiazzo circondato da un complesso edilizio. Nel centro di Varese passeggiando se ne possono visitare molti di affascinanti, dai più semplici ai più elaborati. Sempre più spesso anche i privati aprono i cancelli sulle loro corti per occasioni speciali. Succede, ad esempio, nel sud della provincia, a

Il lato “segreto” dei Giardini Estensi Il poeta Giacomo Leopardi definì Varese, in una lettera alla sorella Paolina, “la Piccola Versailles di Milano” grazie al fascino di Palazzo Estense e dei suoi Giardini. Il parco più fotografato, ammirato e visitato della provincia conserva tuttavia anche qualche mistero ancora da scoprire. Chi passeggia nei pressi del trenino, in cima alla collina, può notare infatti una specie di ciminiera sbucare nelle vicinanze. È l’indizio della presenza di un “sottosopra”, di un altro ambiente che si trova proprio sotto i Giardini: il rifugio antiaereo. Si tratta di uno dei 7 costruiti nel 1944 per proteggere i cittadini dal pericolo dei bombardamenti che miravano a distruggere la Aermacchi. Durante alcuni periodi dell’anno, e in occasione della fiera Agrivarese, il gruppo speleologico Prealpino organizza visite guidate per scoprire questo lato “nascosto” sotto i Giardini Estensi.

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▶ GITA A

Una gita in Tilo Dalla stazione di Varese dritti fino alla elegante Lugano, passando per la storica Mendrisio e per il famoso parco espositivo Swissminiatur di Melide: in treno sulla tratta Arcisate-Stabio è possibile raggiungere questi e molti altri luoghi del vicino Canton Ticino Malpensa con fermata in tutte le stazioni permettono di orga-

Mariangela Gerletti nizzare da Varese piacevoli gite nella vicina Svizzera, dimenti-

L’

inaugurazione della tratta Arcisate-Stabio, il 7 gennaio del 2018, ha scoperchiato un vero vaso di Pandora per chi ama il turismo minimal alla scoperta del territorio vicino casa. Pochi chilometri di binari attesi per molti anni che hanno abbattuto un diaframma e aperto a Varese i collegamenti diretti con il Canton Ticino, una regione dove anche i borghi più piccoli possono riservare sorprese e meraviglie. Treni ogni ora sulla linea S50 Bellinzona–Lugano–Mendrisio–Varese–

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cando l’auto e scegliendo un turismo a ritmo lento. Partiamo di buon’ora dalla stazione di Varese. I vagoni dei treni Tilo sono spaziosi ed accoglienti, con ampie vetrate e sedili comodi. Dalla stazione di Varese si arriva ad attraversare il confine in una manciata di minuti. Sfilano le stazioni di Induno Olona, Arcisate e Cantello Gaggiolo, tutte interrate, più razionali che belle. In un quarto d’ora eccoci in Canton Ticino e già il piccolo paese di Stabio offre motivi di interesse per fermarsi e dare un’occhiata intorno. Dall’ordinata stazione si arriva nel centro


storico in pochi minuti di passeggiata. Attraversata la cantonale si entra in un paesino gradevole ed ordinato, dall’aspetto rurale. E proprio alla cultura rurale è dedicato il piccolo ma interessante Museo della civiltà contadina (in via Il parco Swissminiatur a Melide Castello 3). Il museo è aperto il mercoledì, giovedì e domenica dalle 9 alle 11 e dalle 14 alle 17. Da visitare anche lo spazio dedicato allo scultore Natale Albisetti e le Terme di Stabio, con acque sulfuree conosciute ed apprezzate già in epoca romana. Risalendo sul treno si arriva in pochi minuti alla stazione di Mendrisio e anche qui vale la pena di scendere subito, per scoprire quello che viene chiamato “il magnifico borgo”, ormai diventato città con l’accorpamento dei comuni circostanti. Mendrisio merita sicuramente una visita per il valore storico e culturale del suo centro. Palazzi e chiese, viuzze e portoni ne testimoniano il passato illustre e passeggiando per le vie del centro si possono ammirare stili diversi: il romanico, ben rappresentato dal campanile della chiesa di Santa Maria e dall’oratorio della Madonna delle Grazie; il tardo barocco della chiesa di San Giovanni e Palazzo Pollini; il neoclassico della chiesa dei Santi Cosma e Damiano. Per aiutare il visitatore nella scoperta delle piccole e grandi ricchezze del centro storico sono stati posati diversi pannelli didattici che presentano l’angolo del borgo in cui ci si trova, con tre eccellenze e una curiosità. L’organizzazione turistica del Mendrisiotto mette anche a disposizione gratuitamente audioguide dell’itinerario. A Mendrisio merita una visita

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Mendrisio merita sicuramente una visita per il valore storico e culturale del suo centro: palazzi e chiese, viuzze e portoni ne testimoniano il passato illustre e passeggiando per le vie del centro si possono ammirare stili diversi

il Museo del trasparente in piazza del Municipio, dedicato ad un patrimonio artistico e storico caratteristico della regione: i “trasparenti”, quadri notturni che illuminano e scandiscono l’itinerario delle processioni della Settimana Santa. Il Museo è aperto nella Settimana Santa e dal 1° maggio al 31 dicembre. Interessanti anche il Museo d’arte e la Galleria Baumgartner, una straordinaria raccolta dedicata alla storia ferroviaria svizzera ed internazionale con modellini di treni, velieri, carri armati, giocattoli d’altri tempi e pezzi unici ed introvabili. È tempo di ripartire e in pochi minuti il Tilo ci porta in uno scenario completamente diverso. Scendendo alla stazione di Capolago-Riva San Vitale ci si può immergere nell’atmosfera vacanziera suggerita dalle rive del lago Ceresio, di cui il piccolo centro di Capolago è una delle più apprezzate mete turistiche, grazie al lido e al trenino a cremagliera che parte proprio dalla stazione e porta fino alla vetta del Monte Generoso attraversando una zona paesaggistica suggestiva e incontaminata. Una ricca rete di sentieri si snoda tra i boschi della regione, partendo tanto da Capolago quanto da Riva San Vitale. Da Riva si snoda un sentiero ben segnalato che permette di arrivare al Monte San Giorgio, sito Unesco. Ancora pochi minuti in treno ed eccoci alla stazione di Maroggia-Melano, altra tappa che merita una visita. Maroggia, piccolo borgo sulle rive del Ceresio offre un bel lungolago, un lido comunale e una facile passeggiata fino all’Oratorio della Madonna della cintura, da dove si gode di un suggestivo panorama. Per chi ama camminare dall’Oratorio parte il Sentiero dei 5 comuni, un percorso adatto a tutti e percorribile tutto l’anno che attraversa una zona ricca di interesse naturalistico. Il Sentiero arriva a Melano, altro piccolo borgo sul lago, dotato di un bel lido comunale con spiaggia con sabbia e un campo di beach volley. Lago, ma non solo, anche per i viaggiatori che scendono alla successiva stazione di Melide. Belle passeggiate, percorsi culturali e la famosa Swissminiatur, un parco espositivo unico nel suo genere, che propone un percorso didattico attraverso i più importanti monumenti storici e paesaggistici svizzeri, riprodotti in scala. Nella stagione estiva è attivo il Lido comunale, una struttura all’avanguardia in un contesto naturalistico unico, con accesso diretto al lago, una piscina per i bambini, una piscina “galleggiante” e un 59


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parco divertimenti acquatico con gonfiabili. Passato il ponte diga di Melide, la tappa successiva porta a Paradiso, un piccolo angolo di pace, affacciato sul lago e adagiato ai piedi del Monte San Salvatore, detto il Pan di Zucchero di Lugano. Dal 1890 una funicolare conduce alla vetta del monte, da dove si gode di una vista mozzafiato su tutto il Ticino meridionale e si può visitare un piccolo ma interessante museo. Per scendere, anziché riprendere la funicolare, si possono imboccare vari sentieri che permettono lungo il percorso di continuare a godere di scorci deliziosi sul paesaggio che circonda Paradiso. Ancora pochi minuti sul Tilo e arriviamo all’ultima tappa di questo viaggio: Lugano, una città elegante, ricca di monumenti, musei, occasioni culturali e di svago. Tante le cose da fare e da vedere in questa città dalle molte anime. Il centro storico, tutto pedonale, è il fiore all’occhiello della città e via Nassa con i suoi lunghi portici è una vera tentazione per lo shopping, con prodotti di artigianato, firme celebri di moda e un grande assortimento di food locale. Per gli appassionati di arte da non perdere la Cattedrale di San Lorenzo. Sede vescovile dal 1971 è di base romanica ma arricchita in epoche successive con elementi in stile gotico-rinascimentale e barocco. Suggestiva anche la cinquecentesca chiesa di Santa Maria degli Angioli, dove si può ammirare una pregevole Passione di Bernardino Luini. Lugano possiede anche un gran numero di Musei, a partire dal LAC, acronimo di Lugano Arte e Cultura, nei pressi del lago, posto in un edificio avveniristico, che racchiude il Museo d’Arte, dove si avvicendano importanti mo-

stre temporanee. Per rilassarsi l’ideale è Villa Ciani, sul lungolago, un’isola verde di 63mila metri quadrati con alberi secolari ed aiuole curatissime. In Piazza della Riforma, il salotto della città, svetta il bel Palazzo del Municipio in stile neoclassico e ogni martedì e venerdì si svolge il mercato di fiori, frutta e verdura. Lugano è anche punto di partenza per varie escursioni, che portano attraverso sentieri in mezzo ai boschi a incantevoli villaggi e a punti panoramici di grande bellezza. Per scoprire tutte le opportunità della città più importante del Canton Ticino vale la pena di farsi ispirare dal sito luganoregion. com, che propone itinerari e percorsi per ogni tipo di turismo, in città e nei suoi interessanti dintorni.

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Ancora pochi minuti sul Tilo e arriviamo all’ultima tappa di questo viaggio: Lugano, una città elegante, ricca di monumenti, musei, occasioni culturali e di svago. Tante le cose da fare e da vedere in questa città dalle molte anime Lugano e il suo lago

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▶ ARTE

Il bianco e nero partito dall’industria

PH. PAOLO VANOLI

Primi passi della Fondazione Morandini, nata a Varese nel 2016: da una parte la realizzazione della splendida sede di Villa Zanotti, dall’altra la presentazione ufficiale del catalogo ragionato edito da Skira, che racconta cinquant’anni di vita e di attività dell’artista di origini mantovane che mosse i primi passi come disegnatore meccanico

Sopra, Leonardo da Vinci, Madonna Litta, 1490 circa, Ermitage, (San Pietroburgo)

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RUBRICHE PH. PAOLO VANOLI

ma anche concerti, avranno lo scopo di far conoscere la Fondazione come la più importante istituzione culturale in Italia e una tra le principali in Europa, per utto iniziò nel 1959, come una normale stoquesto movimento artistico e le sue ria che comincia per caso, quando a 19 espressioni future. anni accettai un lavoro che un amico FONDAZIONE La sede si trova in via Cairo aveva rifiutato. Mi ritrovai a essere un disegnatoMARCELLO MORANDINI 41, in una bella e grande villa re meccanico sotto la direzione di un ingegnere d’epoca (935 mq) d’inizio Via Francesco Del Cairo 41, Varese americano presso l’azienda Atlantic, a Vergiate, ‘900, un tempo appartenuTel. 0332 1610525 in provincia di Varese. Un anno dopo venni ta alle sorelle Zanotti, eredi info@fondazionemarcellomorandini.com promosso e trasferito nella sede centrale dell’adel bisnonno Enrico, mewww.fondazionemarcellomorandini.com zienda a Milano, vicino a Brera, dove per i sedico condotto di Varese, guenti tre anni (fino al 1962) svolsi il mio lavoro che l’aveva fatta costruire nell’ufficio di progettazione come assistente di nel 1907. Fu poi una delle un bravissimo designer toscano, Mario Mariville di delizia care ai milanesi, otti, dal quale imparai molto”. nate tra lago e montagna nella Comincia così la gavetta di Marcello MoVarese felix a cavallo tra ‘800 e randini, classe 1940, mantovano, studi ‘900. Il rinnovato edificio (architetto a Brera e celebrità internazionale del Corrado Tagliabue) ha da poco aperto mondo dell’arte e del design, che ha prial pubblico il piano terra e il piano novilegiato Varese, dove vive da anni, come bile perché si crei un primo contatto sede di una Fondazione nata nel 2016 con l’arte di Morandini. Un piano è legata al suo nome. L’intento è di creare destinato alla collezione permanente un museo aperto, accessibile e inclusivo di Morandini, l’altro sarà utilizzato per dedicato all’opera di Morandini alle espresmostre temporanee. La prossima si terrà a sioni dell’Arte Concreta e Costruttivista intermaggio, probabilmente in concomitanza con nazionale. Mostre, conferenze e pubblicazioni, l’ottantesimo compleanno di Morandini e sarà

Luisa Negri

PH. WALTER CAPELLI

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PH. PAOLO VANOLI

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la prima di un ciclo dedicato al Gruppo di lavoro internazionale per l’Arte Costruttiva, ovvero ai compagni di viaggio dell’artista. Ci sarà ancora una dépendance della villa da riutilizzare a sua volta come spazio design, bistrot letterario e residenza per artisti ospiti. E una serra e un meraviglioso ascensore-scultura per permettere l’accesso a tutti. L’occasione ha permesso anche la presentazione ufficiale del catalogo ragionato edito da Skira (presente il patron Massimo Vitta Zelman) che racconta cinquant’anni di vita e di attività dell’artista, con un testo critico del curatore Marco Meneguzzo e un saggio di Serge Lemoin, storico dell’arte francese che da sempre si occupa del percorso di Morandini. Un lavoro lungo e impegnativo che ha richiesto due anni di ricerca da parte di quest’ultimo e della moglie Teresa Barisi, che con lui condivide l’impegno della Fondazione. Visitando i due piani già ristrutturati della villa si possono incontrare intuizioni strettamente artistiche, di incomparabile bellezza, ma anche oggetti del miglior design destinati alla casa: mobili contenitori, tavoli - il famoso spider che richiama nelle sue otto gambe il ragno - vasi per fiori, soprammobili in genere, librerie. Nei 3.000 metri di terreno del giardino che si schiudono dietro un riservato e alto cancello sta insomma nascendo un mondo magico del quale non c’è visitatore che non abbia già detto meraviglie. Incredibile l’armonia d’insieme, giocata tra la luminosità dell’edificio, la pulizia contrastata di bianco e nero delle opere morandiniane esposte fin dal piano terra e l’eleganza sobria ma raffinata della parte originale della villa al piano nobile. Perfetto qui è il connubio tra la linearità di lavori dell’artista, i vetri liberty e déco, il marmo scuro del caminetto, il nero lucido del pianoforte a coda e la pavimentazione d’epoca che ha rivelato un originario motivo in bianco e nero, una combine davvero pertinente. Se ci avete seguito in queste “frivolezze” sappiate però che a dominare in tanta bellezza è proprio l’opera splendente di Morandini. L’Essenza del meglio del suo percorso d’artista sarà definitivamente qui, nella terra in cui da anni ha scelto di vivere. E l’emozione scatta. Perché, pur avendo incontrata l’arte del maestro in altre sedi del territorio, dal Castello di Masnago al Ma*Ga, a qualche galleria privata, a Palazzo Perabò e da sempre nella Piazza Monte Grappa, non l’avevi colta mai così dialogante, cosi disponibile, così viva, nient’affatto imprigionata nelle sue linee dritte, nelle sue sinuose, perfette girandole, nei calcoli matematici e geometrici. Anzi ricca di movimento, contrasto, profondità. Ci voleva proprio la magia e la chiarità serena

di quest’antica casa carica di affetti, incuneata come un cammeo nel sorprendente verde del suo giardino di città, per rivelarne la meraviglia. Un’emozione che fa un po’ pensare a Villa Panza, all’altra magia di una villa varesina, a sua volta dedicata all’arte contemporanea, dove convergono migliaia di visitatori ogni anno. La Fondazione Morandini ci fa scoprire, ancora una volta, e non basta mai per rendersene conto, che le ville varesine rappresentano un simbolo concreto della nostra forza, della nostra storia e nostalgia. E ora anche una prospettiva del nostro futuro. Nelle ville importanti delle nostre colline si sono sempre sviluppati fertili intrecci tra i grandi dell’imprenditoria - i Toeplitz, i Ponti, i Cattaneo, i Trolli, i Borghi - che attraverso incontri conviviali, culturali, benefici, hanno costruito progetti e iniziative di cui molti hanno beneficato. E ora tocca a lei, all’arte, affiancarsi all’intelligenza di altri suoi grandi figli, spesso adottivi e tracciare nuove strade. Avremo quest’altro polo di arte contemporanea, vivo per interesse culturale e attrattiva internazionale al quale potremo avvicinarci per conoscere incredibili lavori, nati spesso nel mondo dell’industria e del design. L’esperienza tedesca di Morandini, arrivata dopo una Biennale Veneziana anche in seguito al suo libero dissenso con certe costrizioni ideologiche degli ultimi anni ‘60, lo portò come noto a collaborazioni fondamentali di design (ma anche di progettazione edilizia) con Rosenthal e Thomas. E fu solo l’inizio di un interminabile lavoro che ancora continua. Chi accompagna nella visita fa notare come Morandini, nella creazione delle sue opere, parta ancora sempre da carta e penna, non dal computer e da calcoli matematici e geometrie che per lui non hanno segreti. A variare è il gioco di fantasia, basato sull’alternanza cromatica del bianco e del nero. Il perché di quest’ultima scelta è lui stesso a spiegarlo: “In arte uso i colori del bianco e nero, come una grafia su di un foglio, dove per leggere e capire non è necessario nessun altro valore cromatico aggiunto e la forma ha modo di raccontare unicamente la sua bellezza”. È la bellezza il punto di arrivo: sia gioco d’arte, sia prodotto per l’industria del design, l’arte di Morandini, è lui a dircelo, porta lì. Può essere affascinante una grafica, quanto un vaso o un soprammobile o una scrivania. O una sedia o certe sedute imponenti che s’addicono a spazi ampi, ma che portano in sé il sentimento di un angolo di riservatezza. A proposito: a lavori ultimati ci sarà nella parte alta dell’edificio, la torretta, uno studio riservato all’artista e alla sua ricerca. Segno di una presenza del maestro continua e vigilante.

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L’impresa di raccontare

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Qualsiasi sia il tuo strumento UNIVA e Varesefocus sono sempre con te. Nuovi contenuti, nuova forma, nuovi mezzi di comunicazione. Varesefocus da oggi è molto più multimediale, con la presenza di articoli, fotografie e video per dare vita a un’informazione diversa. Vogliamo raccontare storie di imprese, fenomeni dell’economia e del territorio che ci circonda. Anche il sito dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese è più ricco, pronto per accompagnare le imprese verso i nuovi scenari dell’industria 4.0.

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▶ ARTE

Leonardo e la Madonna Litta A Milano va in scena una stretta collaborazione tra arte e ricerca: in esposizione, insieme a una delle opere più belle del maestro vinciano, anche dipinti e disegni provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il mondo nali (Mibac) per i 500 anni dalla sua morte, la mostra ha richiesto

Luisa Negri ben due anni di studi e organizzazione, con progetto allestimento di

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urata da Pietro C. Marani e Andrea di Lorenzo per il Museo Poldi Pezzoli diretto da Annalisa Zanni, è a Milano fino al 10 febbraio la mostra “Leonardo e la Madonna Litta”, sostenuta da Fondazione Bracco, dal Comune di Milano e Regione Lombardia. La Madonna Litta, eseguita attorno al 1490, appartenuta ai duchi Litta e conservata nel loro palazzo di Corso Magenta tra le più importanti opere della collezione, fu ceduta al museo russo Ermitage nel 1865 da Antonio Litta Visconti Arese. Opera tra le più belle del maestro vinciano e della sua scuola, torna dunque momentaneamente a Milano, dopo trent’anni di assenza. Come dichiarato dal sindaco Sala, l’evento culturale costituisce il più importante del 2019/2020. E gli alti numeri delle visite lo dimostrano, riconfermando Milano capitale italiana dell’arte e tra le principali città europee per impegno culturale. Dedicata al maestro vinciano in occasione delle celebrazioni locali (Milano Leonardo 500) e nazio-

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Migliore + Servetto Architects e progetto grafico di Salvatore Gregorietti. E rappresenta, negli intenti di quanti l’hanno resa possibile, anche un robusto intreccio di contenuti e collaborazione tra il fare insito nell’arte e l’altro, legato alla sperimentazione di chi opera nella ricerca e nell’industria. Punto di forza della rassegna è stato infatti il fondamentale sostegno di Fondazione Bracco, impegnata da anni nel valorizzare il rapporto tra scienza e arte, già più volte dimostrato in passato. Sempre in team con il Poldi Pezzoli, come ha sottolineato la sua Presidente Diana Bracco ricordando anche la bella mostra dedicata alle Dame del Pollaiolo - è stato possibile effettuare importanti studi e confronti con tecniche molto sofisticate. Offrendo in questo modo un evento unico anche per il suo contributo nell’ambito delle ricerche scientifiche sulle opere:

Sopra, Leonardo da Vinci, Madonna Litta, 1490 circa, Ermitage, (San Pietroburgo)


effettuate dal Cnr - in collaborazione con l’università di Milano e MilanoBicocca - con radiografie, riflettografie ai raggi infrarossi, Uv, infrarosso in falso colore e quant’altro. Indagini tutte fondamentali per avvicinarsi ai segreti legati ai lavori provenienti dalla bottega di Leonardo e, in particolare, alla Madonna Litta, che fu più volte copiata e riproposta da altre mani di artisti. E opera a sua volta milanese per eccellenza: colpisce il dolce viso della Vergine, l’espressione intensa di una giovane madre che sta nutrendo al seno il suo bambino. Secondo i critici molte sono le affinità della Madonna Litta con la Vergine delle Rocce, conservata alla National Gallery di Londra e come quest’ultima fu oggetto di studio e attenzione da parte di artisti italiani e stranieri. L’atmosfera che vi si respira, ingentilita anche dalle nicchie alle spalle aperte sul paesaggio, è tipicamente leonardesca, come la postura del soave volto della Madonna. Intenso è lo sguardo del Bambino verso l’osservatore, la mano lievemente poggiata al seno materno che sporge appena dall’abito color rubino sormontato dal manto. Una ventina di dipinti e disegni, provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, eseguiti tra il 1482 e il 1499 da Leonardo e dai suoi allievi negli anni milanesi, quando era attivo alla corte di Ludovico il Moro, fanno poi corona alla Madonna Litta. Le è accanto un’altra, incantevole opera, già appartenuta alla stessa famiglia nobiliare milanese, acquistata nel 1864 da Gian Giacomo Poldi Pezzoli, la “Madonna con il Bambino”. Eseguita da Giovanni Antonio Boltraffio, migliore allievo di Leonardo, su studi preparatori del maestro, è avvicinabile alla prima versione della Vergine delle

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Rocce, quella conservata al Louvre. Altre tre Madonne con Bambino sono opera di Marco d’Oggiono, (14871488; eredità della contessa Nadia de Navarro), di Francesco Galli detto Napoletano (Zurigo, Kunsthaus, 1495 circa) e del Maestro della Pala Sforzesca (Berlino, Staatliche Museen zu Berlin). Attribuibile invece a Leonardo è un disegno in mostra, eseguito su carta, custodito alla Biblioteca Ambrosiana, raffrontabile con il dipinto dell’Ermitage per la riconoscibilità di alcuni tratti degli occhi, in particolare la palpebra delineata con tratto nitido. Significative analogie sono proposte poi tra studi di Boltraffio per la Madonna Litta, di altissima resa, e il capolavoro dell’Ermitage. Si tratta di due studi eseguiti entrambi con punta d’argento, caratterizzate da lumeggiature e tocchi di blacca su carta preparata in azzurro, databili attorno al 1490. La bella testa del Bambino (Parigi, Fondation Custodia) e il morbido panneggio della veste della Vergine indicano altre somiglianze tra la mano dell’allievo e quella del maestro, riconducibili però anche alla citata Madonna col Bambino del Poldi Pezzoli. Dal Metropolitan Museum of Art di New York, infine, è pervenuto di Boltraffio lo studio di una bella testa femminile vista di profilo, realizzata con punta metallica e acquarello bianco su carta preparata di blu, tecniche e soggetti cari a Leonardo, dei quali lasciò testimonianze reperibili anche in altre raccolte museali.

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Sopra, a sinistra, Marco d’Oggiono, Madonna col Bambino (“Madonna delle violette”), 1498-1500 circa, Glen Head (New York). A destra, Scuola lombarda, Madonna che allatta il Bambino, 15001510 circa, Museo Poldi Pezzoli (Milano)

LEONARDO E LA MADONNA LITTA Milano, Museo Poldi Pezzoli 7 novembre 2019 - 10 febbraio 2020 Mercoledì - lunedì: 10.00-18.00, chiuso il martedì; il sabato fino alle ore 21.00 con possibilità visite guidate gratuite su prenotazione tra le 18.00 e le 20.30 Biglietti: intero 14 euro, ridotto 10 euro, giovani 6 euro (studenti fino a 26 anni). 67


M O S T R E

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A P P U N T A M E N T I

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PAROLA DI DONNA 2020 Rassegna di teatro, musica, letteratura che intende approfondire il tema della figura femminile

Sabato 1° febbraio ore 20:30 “Il racconto dell’ancella” Salone Estense - Via Sacco, Varese Con Viola Graziosi, regia di Graziano Piazza. Tratto dal romanzo di Margaret Atwood, tornato alle cronache per il grande successo della serie televisiva “The Handmaid’s Tale”, che ha ispirato i cortei di protesta di molte donne di tutto il mondo. L’ancella ci interroga sulla libertà, su ciò che ne facciamo e soprattutto su quale sia realmente la libertà delle donne.

Martedì 4 febbraio ore 21:00 “I Promessi Sposi alla prova” in collaborazione con la Stagione di Prosa Teatro Openjobmetis - P.zza Repubblica, Varese Di Giovanni Testori con Laura Marinoni e Luca Lazzareschi. Regia di Andrée Ruth Shamman. Uno spettacolo ironico, riflessivo sulle difficoltà delle giovani generazioni di artisti sempre meno supportate e guidate verso la difficile scelta di fare teatro.

Mercoledì 19 febbraio ore 20:30 - “Un tè per due regine” Salone Estense - Via Sacco, Varese Con Caterina Casini e Marilù Prati. Regia di Francesco Suriano. Due tazze e due donne, Peggy Guggenheim e Palma Bucarelli. Il racconto di due affascinanti e geniali signore che hanno costruito e deciso le sorti dell’arte contemporanea negli Stati Uniti e in Italia. Due donne che inizialmente hanno collaborato e poi sono state rivali e nemiche.

Domenica 15 marzo ore 16:30 - “The Jolly Shoes Sisters” Salone Estense - Via Sacco, Varese Con Laura Fedele (voce, pianoforte e fisarmonica) e Veronica Sbergia (voce, washboard, ukulele). Brani dagli anni ‘20 ai ‘40 reinterpretati da due strepitose artiste: sapienti intrecci vocali sostenuti da un pianismo brillante e seducente e dalla ritmicità primitiva e coinvolgente del washboard. Brevi aneddoti e divertenti curiosità sulla storia delle canzoni proposte arricchiscono ulteriormente lo spettacolo.

Domenica 22 marzo ore 16:30 - “Deve intendersi un autentico amore per la vita” Salone Estense - Via Sacco, Varese Con Maddalena Crippa. Regia di Giuliano Calligaro. Musiche per arpa e armonica composte e suonate da Gianmario Conti. Una lettura intima e profonda dei diari di Hetty Hillesum, giovane ebrea olandese dalla grande forza morale e indistruttibile amore per la vita. Per informazioni: “LIGHEA” 338 2039505 - viacolvento3@gmail.com 68


M O S T R E

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A P P U N T A M E N T I a cura di Maria Postiglione RUBRICHE

MAD 21037. MURI ARTISTICI DIFFUSI Progetto promosso dal Comune di Lavena Ponte Tresa in collaborazione con l’Associazione WGArt che si articola in un ricco programma di eventi che interesserà la città da gennaio a luglio 2020, volto al coinvolgimento dei giovani alla vita sociale e alla prevenzione del disagio giovanile. MAD è l’acronimo di Muri Artisti Diffusi e proprio su alcuni muri della città gli artisti dipingeranno insieme ai ragazzi che vorranno partecipare al progetto. Il numero 21037 in qualità di Codice di Avviamento Postale di Lavena Ponte Tresa vuole contestualizzare l’intervento proprio nella bella cittadina affacciata sul Lago di Lugano.

URBAN_ART - SEACREATIVE Il workshop sarà diviso in tre parti. La prima, sarà costituita da un veloce viaggio nel mondo dell’urban art alla scoperta di tutte le sue sfaccettature: streetart, graffiti, muralismo, con l’ausilio di video e fotografie. Nella seconda parte, dedicata più specificatamente al muralismo, i partecipanti andranno a conoscere le tecniche e i materiali. Sarà data la possibilità ai ragazzi di mettere in pratica le informazioni apprese. Terza ed ultima parte: dimostrazione pratica di come si realizza un’opera.

GRAFFITI - STEN & STUER Anche questo workshop sarà diviso in tre parti. La prima prevederà una introduzione al mondo del writing, dalla New York degli anni ‘70 ad oggi, con particolare attenzione alle lettere. Nella seconda parte i giovani avranno la possibilità di dipingere su un muro, mettendo in pratica le nozioni apprese. La terza parte prevede una dimostrazione pratica di come si realizza un pezzo.

CALLIGRAFIA - GEP CASERTA CASERTA Il workshop avrà un’introduzione sulla storia della Calligrafia (breve gallery fotografica storica fino ad arrivare ad oggi), introduzione al carattere gotico maiuscolo e minuscolo (la base) con esercizi con marker o pennello per costruire le lettere. Durante il secondo incontro ci sarà un’introduzione alla composizione grafica con la calligrafia e verranno realizzate su carta delle bozze con le lettere gotiche. Il terzo incontro, infine, si chiuderà con una dimostrazione di come si realizza un’opera murale di calligrafia. 30 gennaio 13 febbraio 27 febbraio 12 marzo 26 marzo 16 aprile 7 maggio 23 maggio 4 giugno 18 giugno Luglio 2020

1° lezione teorica sull’arte urbana con Seacreative 1° lezione teorica sui graffiti con Sten e Stuer 1° lezione teorica sulla calligrafia con Gep Caserta 2° lezione teorica/pratica sull’arte urbana con Seacreative 2° lezione teorica/pratica sui graffiti con Sten e Stuer 2° lezione teorica/pratica sulla calligrafia con Gep Caserta Lezione di Luca Barcellona Live Painting di Seacreative sul muro ad angolo della palestra a Ponte Tresa Live Painting di Sten e Stuer sul muro del campo basket/calcio Live Painting di Gep Caserta sul muro a Ponte Tresa Evento conclusivo Hall of fame

Per informazioni: 339.8547025 - erika@erikalarosa.it 69


▶ MOTORI RUBRICHE

MV AGUSTA eccellenza del design Il riconoscimento di Regione Lombardia e ADI è andato alla Superveloce 800, presentata con grande successo nelle scorse edizioni di EICMA

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V Agusta riconosciuta come “Eccellenza del design lombardo”. A valere il riconoscimento alla casa motociclistica della Schiranna, premiata lo scorso dicembre a Palazzo Pirelli a Milano, le linee e l’eleganza senza tempo della Superveloce 800, già presentata con grande successo nelle scorse edizioni di EICMA, la più importante rassegna espositiva mondiale di riferimento per le due ruote a motore. ADI, Associazione per il Design Industriale, sezione Lombardia, insieme a Regione Lombardia, ha premiato il lavoro del team di designer del Centro Ricerche Castiglioni, guidato da Adrian Morton, che ha saputo portare innovazione in un segmento, quello delle moto vintage, tradizionalmente poco incline alle novità. Per la Superveloce 800 si è deciso di ribaltare l’approccio stilistico, lasciando che fosse la funzione a determinare la forma, privilegiando così le prestazioni, come da grande tradizione MV Agusta. Il risultato è una moto di rara bellezza, dalle linee essenziali e pure, votate ad un unico obiettivo: la velocità. La Superveloce 800 è attualmente in lizza per l’inserimento nelle eccellenze del design italiano, con la partecipazione al premio Compasso d’oro 2020, promosso dalla fondazione ADI, il cui obiettivo è la tutela e la divulgazione della cultura del design, ma anche la promozione della sua eredità storica e delle sue prospettive future, con un impegno particolare a garantire un design sostenibile, rispettoso dell’etica della qualità verso gli individui, la società civile e l’ambiente. “Questo riconoscimento premia tutte le donne e tutti gli uomini MV Agusta che ogni giorno, con passione e dedi-

zione, contribuiscono a costruire con le loro mani opere d’arte motociclistica, riuscendo ad unire bellezza e prestazioni in un unico oggetto del desiderio”, commenta Timur Sardarov, Ceo MV Agusta Motor. “Aver vinto il Concorso di Eleganza nel 2019 con la Superveloce 800 Serie Oro e ricevere in seguito da ADI un grande riconoscimento al di fuori del settore motociclistico è un incredibile onore a testimonianza dell’energia e della passione profusa per ogni nostro progetto”, aggiunge Adrian Morton, Design Director di MV Agusta. Il premio è stato consegnato dall’Assessore al Turismo, Marketing territoriale e Moda, Lara Magoni, alla presenza di Luciano Galimberti, presidente ADI, Umberto Cabini, Presidente di Fondazione ADI Collezione Compasso d’Oro e Andrea Rovatti, Presidente ADI Lombardia.

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▶ SPORT RUBRICHE

Match point in carrozzina Il Tennis Club di Gallarate, che dal 2018 organizza tornei di wheelchair con la racchetta, è diventato un vero e proprio punto di riferimento a livello provinciale per questa disciplina. Con numeri in crescita, campioni da coltivare e tanta voglia di fare sempre meglio accudisce con passione, i frutti arrivano. Primizie. Perché il wheel-

Andrea Della Bella chair tennis in Italia vanta una storia trentennale, ma in provincia di Varese è un movimento ancora molto giovane. Che però, in tre agazzi, atleti che hanno prima annullato il match point anni, ha messo radici importanti nella Città dei due Galli. “Tutto contro un destino avverso e poi hanno vinto la parti- nasce nel 2018 – racconta Luisa Parasacchi, Vicepresidente del Club e Consigliere Delegato della ta con la vita. Partendo da Parasacchi Srl di Oggiona con Santo fondocampo. Senza più gambe per Stefano – quando per la prima volcorrere, ma con la forza di volontà e ta abbiamo organizzato una tappa in mano una racchetta. Storie di vita del Master di tennis in carrozzina”. e di sport, il tennis, che da giocare Facile dirlo ora. Un po’ meno orgaseduti su una sedia a rotelle è già di nizzarlo quando si partiva praticaper sé un’impresa. Resa ancor più mente da zero. “Ma la proposta che preziosa dai risultati. Obiettivi che si Gianluca Vignali, referente naziopreparano durante gli allenamenti e nale di questa disciplina, ha fatto al si conquistano sul campo. nostro maestro Paolo Chiappina ci Storie che si intrecciano. E che al ha subito convinto”. E le cose sono Tennis Club di Gallarate sono nate andate bene, al punto che il bis è arquasi per caso. Ma quando si butta rivato anche nel 2019 e quest’anno un seme in un terreno fertile e lo si il Master farà di nuovo tappa a Gallarate. “Organizzare un torneo di wheelchair tennis non è semplice – spiega Parasacchi –, soprattutto all’inizio. Le strutture dei Club in genere non sono pronte Nel 2018 il Tennis Club di Gallarate ad accogliere atleti con disabilità. Il primo problema da affrontasono le barriere architettoniche da abbattere. Ci sono lavori e ha organizzato, per la prima volta, redettagli da sistemare. Bisogna intervenire sull’accessibilità su tutti una tappa del Master di tennis in i fronti: club, spogliatoi, bagni, percorsi che portano ai campi, sicarrozzina: dopo questa esperienza, stemi di ingresso quando viene montato il ‘pallone’ invernale. E l’abbiamo fatto. Con sacrifici ripagati da grandi soddisfazioni. grazie all’abilitazione ottenuta dal noi Tanto che non ci siamo limitati a diventare sede di una tappa del maestro Paolo Chiappina, il centro Master, ma abbiamo anche avviato i corsi di tennis in carrozzina, il maestro Chiappina, che ha preso l’abilitazione per insegnaha iniziato ad insegnare questo con re questo sport ad atleti disabili”. Giovani, quasi tutti (se si consisport ad atleti disabili dera l’intero movimento nazionale) reduci da incidenti stradali. D’auto, ma per lo più in moto. Episodi tragici, che cambiano una

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RUBRICHE

Luisa Parasacchi: “La cosa straordinaria è che tutti gli atleti, con costanza, applicazione e voglia di fare, si sono rialzati dopo i gravi incidenti che li hanno costretti su una sedia a rotelle e hanno fatto di questo sport una ragione di vita. E noi insieme a loro”

Un ulteriore volano potrebbero essere gli Special Olimpics, in programma quest’anno a Varese: il Tennis Club di Gallarate sarà il quartier generale per quanto riguarda il tennis e ospiterà circa 80 giovani tennisti con disabilità intellettive. A Gallarate poi c’è un tennista di wheelchair tennis, Luca Spano, di ottimo livello, tra i primi quattro della classifica nazionale e nei primi 30 di quella mondiale: “Sarebbe bellissimo se venisse a giocare da noi stabilmente”, conclude Luisa Parasacchi.

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persona nel fisico, nelle abitudini quotidiane e nell’anima. Uno switch bestiale, che fa girare tutto dalla parte opposta, che rende complicate anche le cose più semplici. Un top spin che ti spinge a terra alla velocità della luce. “Ma la cosa straordinaria – dice Luisa Parasacchi – è che tutti, con costanza, applicazione e voglia di fare, si sono rialzati e hanno fatto di questo sport una ragione di vita. E anche noi insieme a loro”. E l’entusiasmo che si respira lo percepisci quanto la Vicepresidente racconta di come la vita del Club si trasforma in occasione dei tornei. “Dopo aver preparato ogni cosa – dice – nei giorni di gara tutti sono impegnati insieme ai ragazzi in campo. Anche i più piccoli tennisti. Ognuno ha un proprio compito: c’è chi accompagna gli atleti, chi li segue a bordo campo, chi fa il raccattapalle”. Insomma, una scuola di tennis, ma anche di vita, che ha la forza di trasformare la disabilità in un qualcosa di normale e straordinario allo stesso tempo, “perché giocare a tennis seduto su una carrozzina non è facile. Bisogna imparare a coordinare il movimento del corpo a quello della sedia a rotelle. E chi per la prima volta assiste a un incontro rimane davvero stupito dell’abilità degli atleti”. Che si dividono in due categorie, ovvero la Open per tennisti con disabilità solo agli arti inferiori e la Quad, per chi ha problemi anche a braccia e mani. E se il Master ha di fatto messo casa a Gallarate, al Club si sta lavorando per far crescere la scuola. “Siamo appena partiti con l’attività sportiva – continua la Vicepresidente – e la stiamo promuovendo sul territorio, nelle scuole, ma anche al Niguarda di Milano. Al momento abbiamo due tennisti che frequentano i nostri corsi con Paolo Chiappina, entrambi vengono a giocare da noi pur abitando fuori provincia”. L’obiettivo è quindi far crescere i numeri e consolidare il fatto di essere ormai un punto di riferimento a livello provinciale per il wheelchair tennis. E la difficoltà maggiore (comune ad altre discipline) sono i costi da affrontare. Non tanto dovuti alle attrezzature degli atleti, quanto agli spostamenti per partecipare ai tornei. “Ma sono difficoltà che si superano. Anche organizzare un torneo di alto livello è economicamente impegnativo, se non ci fossero gli sponsor sarebbe impossibile. Durante il Master però siamo riusciti a ospitare gratuitamente i ragazzi e a metter loro a disposizione un fisioterapista. Certo bisogna sempre cercare e chiedere, ma per fortuna, per ora, le risposte ci sono sempre state”. 73


▶ DI MODA RUBRICHE

In dono alberi di Natale Le ultime Feste sono state caratterizzate da idee ecosostenibili davvero sorprendenti, a partire dalle matite che germogliano, fino ad arrivare all’adozione di animali in via di estinzione. Spunti da cogliere per programmare i regali dell’anno nuovo, che arrivano direttamente dalle imprese del territorio riciclabile, una borraccia green o un abito in tessuto eco? Prendersi

Silvia Giovannini cura dell’ambiente che ci circonda non significa, tuttavia, solo pre-

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icordate il panettone benefico e la bomboniera equosolidale? Regali pensati per sostenere una causa e, insieme, diventarne il simbolo. Lo scorso Natale, l’attenzione a generare il bene ha preso forme molte diverse, che hanno confermato la nuova tendenza: l’impegno all’ecosostenibilità, ampiamente intesa, con una strizzata d’occhio alla creatività. Se le feste sono per antonomasia il momento dello spreco, riscontare comportamenti in controtendenza su questo aspetto, la dice lunga sulle sensibilità emergenti. Chi tra voi, infatti, non ha ricevuto quest’anno almeno una shopper

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servarlo ma anche impegnarsi in modo attivo. Nascono così iniziative pensate a livello globale e da prendere in considerazione come singoli e come aziende per tutto l’anno. Qualche esempio? Se la prossima tappa del consumismo del cuore è San Valentino, quest’idea potrebbe piacere alla vostra dolce metà. Si tratta di regalare alberi. Non un tronchetto della felicità ben incartato e con tanto di fiocco, ma un vero e proprio albero, piantato in qualche parte del mondo per ripopolare una foresta o un frutteto. A chi rivolgersi operativamente? Non al fioraio! Sono molti i progetti che sostengono il ripopolamento di alberi. Un esempio è Treedom di Firenze, già partner di aziende come Enel, H&M, Samsung e della varesina Lamberti (settore chimico), che lo scorso Natale ha scelto di regalare ai dipendenti alberi in Colombia, dove ha sede una filiale del Gruppo. Un’opzione innovativa per un’azienda, che con questo gesto trova un nuovo strumento per comunicare i propri valori e il rispetto per l’ambiente a tutti i propri stakeholder, ma anche per un privato, che decida al posto di un pacco alimentare o di un profumo, di donare qualcosa che duri nel tempo e che crei un legame profondo con la persona cui viene regalato. “Creare una foresta è un modo innovativo, coinvolgente e trasparente per raccontare un’azione concreta. Ogni albero Treedom è una storia che emoziona, fatta di natura e di contadini che se ne prendono cura”, si legge sul sito del progetto. “Se milioni di persone spendono soldi


Le matite che germogliano: al posto della classica gomma per cancellare, hanno una capsula contenente dei semi. Quando diventano troppo corte per essere usate, si piantano direttamente nella terra. La proposta come regalo aziendale di Sartorie Digitali

Grazie al WWF è possibile adottare animali in via di estinzione, come le balene, ma non solo: koala, jaguari e persino cani antibracconaggio per fermare il commercio illegale di specie. La partnership con l’azienda tessile Eurojersey

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per piantare alberi virtuali su FarmVille, perché non creare qualcosa che permetta loro di piantarne di veri?” Ed ecco che una semplice idea diventa progetto e community. Dal sito è possibile realizzare direttamente l’acquisto, ma anche monitorarlo nel tempo. Perché se è romantico ricevere un albero, è anche vero che non si tratta di una pensiero meramente simbolico e di un attestato da appendere sopra alla scrivania. Grazie alla piattaforma digitale, si può seguire la vita di ogni singola pianta che viene fotografata e geolocalizzata, attraverso una pagina chiamata “Diario dell’Albero”: dal vivaio alla messa a terra e alla geolocalizzazione di ogni “dono”. Accanto agli alberi in posti anche lontani un altro regalo simbolo, che per dimensioni si può trasformare in gadget perfetto, è la Matita da Piantare. Le matite Sprout scelte ad esempio da Sartorie Digitali (iniziativa di Copying Srl di Caronno Pertusella e Leviathan che propone corsi di formazione e consulenza in innovazione digitale) come omaggio aziendale - sono prodotte con materiali al 100 % ecologici e totalmente biodegradabili. In pratica si tratta di matite comuni ad un primo sguardo che sulla sommità, dove normalmente si trova la gomma per cancellare, hanno una piccola capsula contenente dei semi. Ogni matita indica che tipo di semi contiene e che pianta crescerà. Quando la matita diventa troppo corta per essere usata, si infila direttamente nella terra in attesa che i semi contenuti nella capsula germoglino. Per chi invece è in cerca di un’alternativa a piante e alberi, ma sempre green, grazie a WWF è possibile adottare animali in estinzione, come ad esempio le balene. L’eccessivo traffico marino, o l’acciden-

tale intrappolamento nelle reti da pesca sono i grandi pericoli che minacciano in particolare questo mammifero. Ma è possibile adottare anche koala, jaguari, tucani e, persino, cani antibracconaggio. La partnership con WWF è forse una delle più consolidate nel mondo. Tra le aziende che da anni ne seguono i progetti, c’è la Eurojersey di Caronno Pertusella che dal 2015 ha iniziato una collaborazione con la “Mediterranean Initiative” a tutela del Mar Mediterraneo, dove una varietà di ambienti naturali e animali sono minacciati. In particolare, la collaborazione si è concentrata sulla salvaguardia della tartaruga marina Caretta Caretta, la specie più popolare nel Mediterraneo, a rischio di estinzione per essere pescata accidentalmente e ritenuta una preda facile durante gli spostamenti dalla spiaggia al mare. La collaborazione è proseguita poi con diverse iniziative sul tema dell’acqua come risorsa del pianeta, che si concretizza “in molteplici attività come il calcolo dell’impronta idrica dei tessuti Sensitive® Fabrics, il problema della plastica nell’acqua di mare e una campagna per aumentare la consapevolezza della pesca sostenibile e la protezione degli squali con il progetto #SafeSharks, come indicatori di ecosistemi marini sani”, spiegano dalla Eurojersey.

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IN LIBRERIA

Sveglia, è il 2020! “L’uomo è un genio quando sogna”. (Akira Kurosawa)

Di sonno e di veglia. Libri per sognare ad occhi ben aperti in questo inizio di nuovo anno

Silvia Giovannini

Carmela Cipriani SIGNOR SVEGLIA, SIGNOR SONNO Skira, 2019 A Melamelandia vivevano il Signor Sveglia, con la moglie Miss Perfettini e il Signor Sonno con l’amica Pisolina. Un bel racconto: una fiaba tra sonno 76

e veglia con una morale. O forse no? Al lettore scoprirlo! L’ultimo volume pubblicato nella collana Skira Kids, ha un intento benefico: parte del ricavato della vendita sarà devoluto a sostegno di LAD Cure & Care, laboratorio creativo realizzato all’interno del reparto di oncologia pediatrica del Policlinico Universitario di Catania. Ma non solo: le originalissime illustrazioni a colori sono opera dei piccoli artisti di oncologia pediatrica che hanno donato nuova vita alla storia, arricchendola con la spontaneità dell’infanzia. “Grazie a ‘Signor Sveglia, Signor Sonno’ ciascun giovane paziente ha potuto dare libero sfogo alla propria fantasia, contattando il bello che è custodito in ogni bambino e lasciandolo emergere sotto forma di immagini”. L’autrice Carmela Cipriani è avvocato di origini veneziane. Esperta di alimentazione, è autrice di fiabe e ricette per l’infanzia. Tra i suoi successi, “Pappe da Favola”.

Chiara Caprettini ITALIAN BURGER Nomos, 2019 “Ingredienti, tecniche e strumenti per hamburger perfetti”. Forse non è la segnalazione ideale per il detox del dopo le feste ma, sicuramente, vi farà venire l’acquolina. Un libro pensato per trasformare un “semplice” hamburger in un viaggio nel gusto. Come preparare a casa l’hamburger perfetto, dal pane fino alle salse, passando attraverso una scelta attentissima della materia prima, con i segreti dello chef per selezionare, preparare ed assemblare al meglio tutti gli ingredienti (carne, verdure, pesce, crostacei, formaggi). L’idea è che la versione made in Italy del fast food americano sia quella che permette di viaggiare attraverso le nostre prelibatezze regionali, dove la stracciatella di Andria si abbina alla pancetta croccante, il caciocavallo di Agnone con le cipolle essiccate nel mosto, lo speck d’oca del Friuli con il tartufo nero di Gubbio. Le tecniche sono illustrate passo passo per imparare a preparare il buon pane a regola d’arte, ma anche la fonduta di pecorino romano, la riduzione di lamponi e delle chips perfette. Con le appetitose fotografie di Matteo Consolini.


Il tessile a Gallarate guarda al futuro: innovazione e sostenibilità nel segno dei tessuti intelligenti. Un volume realizzato con il sostegno della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate che presenta la fotografia di un settore che in 10 anni ha aumentato l’export del 37%. Con oltre 1.500 imprese, quasi 13mila posti di lavoro e un export che sfiora il miliardo di euro,Varese è la nona provincia in Italia per numero di aziende – tra le quali molte eccellenze – e l’ottava per addetti (dati Ufficio Studi Univa). E può crescere. Ne sono convinti gli autori, testimoni dell’epoca d’oro del tessile gallaratese. “Ci siamo incontrati negli anni ‘70, in un momento di grandi trasformazioni. Sulla base della nostra esperienza all’interno e alla guida di importanti realtà industriali, abbiamo voluto analizzare l’impatto che il tessile ha avuto sulla città. Oggi non ci troviamo più nelle condizioni di allora, ma il tessile è una realtà viva che può dare ancora molto al territorio”. Il tessile oggi è “tecnologia, ricerca, creatività e sostenibilità”, sottolinea Grazia Cerini di Centrocot, che ha collaborato alla stesura del libro. “Siamo davanti ad una storia che si evolve grazie alle proprie origini”.

Bruno Belli GIUSEPPINA GRASSINI Pietro Macchione, 2019

Matteo Della Bordella LA VIA MENO BATTUTA Rizzoli, 2019

“Del canto più soave e drammatico inimitabile modello”. La varesina Giuseppina Grassini (1773-1850), fu contralto tra i più apprezzati dell’Età Napoleonica. Tra le sue allieve anche Giuditta Pasta. Famosa per la bellezza, l’arte e per un nuovo modo d’intendere il canto, di lei parlarono molto anche le cronache mondane. Il volume è stato presentato al Salone Estense con un intermezzo musicale e letterario. “Parliamo di una donna – ha sottolineato il sindaco Galimberti – che ha portato Varese nel mondo e che, anche quando ha lasciato la città per trasferirsi a Milano, è sempre rimasta legata alle sue origini”. Quella firmata da Belli è la prima biografia critica documentata moderna in italiano dedicata ad un’artista citata in tutte le storie della musica (e nelle biografie di Napoleone, come sua amica e amante). La Grassini si esibì, oltre che alla Scala, al San Carlo, alla Fenice, a Londra e a Parigi. “Una figura – sottolinea l’autore – che, per la sua epoca, ha rappresentato quello che la Callas è stata nel ‘900: un esempio che a Varese dovremmo riscoprire”.

A Matteo Della Bordella – si legge nella presentazione – la montagna ha dato e tolto tanto: l’ha consacrato come uno dei più geniali alpinisti della nuova generazione, ma gli ha anche portato via il padre Fabio, insegnante e istruttore Cai scomparso in un tragico incidente in parete. Eppure, Matteo ha continuato ad approcciare ogni vetta con grande rispetto. Perché per lui l’arrampicata è più di uno sport: è un’inflessibile maestra di vita. Nel libro racconta come l’alpinismo gli abbia cambiato la vita. Le sfide affrontate – dalle prime scalate alle imprese by fair means, cioè senza mezzi artificiali – gli hanno regalato soddisfazioni e impartito lezioni. Un percorso di successi, premi, stima di maestri del calibro di Messner, ma anche di cadute, sconfitte e passaggi dolorosi. Immerso in una cornice di paesaggi mozzafiato – dalle Alpi alla Patagonia, dalla Groenlandia al Pakistan – il racconto va oltre la cronaca e ricorda quanto sia importante, in montagna e nella vita, avere il coraggio di ammettere un errore o di percorrere la via meno battuta.

IN LIBRERIA

Piero Provasoli, Dario Terreni IL TESSILE GALLARATESE: EREDITÀ SOCIALE, ARCHITETTONICA, URBANISTICA 2019

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▶ DAL WEB

DAL WEB

La Responsabilità social(@) L’annuale Think Forward Report di Wearesocial individua i sei nuovi trend che domineranno in questo 2020 i contenuti sui social network e su Internet. Le parole d’ordine sono: cuore e presa di coscienza. È finito il tempo dell’odio? Silvia Giovannini

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l 2014 doveva essere l’anno di Pinterest, poi sono arrivate le Instagram Stories, lo scorso anno non eri nessuno se non avevi, non diciamo ascoltato, ma almeno realizzato, un Podcast e, nei prossimi mesi, se siete over 40 e fingerete di conoscere alla perfezione i meccanismi di Tik Tok per non sembrare fuori dal mondo, vi comprenderemo benissimo! Il panorama social che si attende è sempre più imprevedibile, ricco di incognite tecnologiche, ma anche per quanto riguarda le tendenze e fare previsioni è quantomeno coraggioso. Orientarsi per chi si occupa di comunicazione, sarà sempre più stimolante e, insieme, complesso. Come fare dunque? Occhi e testa aperti per questo nuovo anno, ma anche cuore. Sì, avete letto bene: cuore. Perché in un mondo che cambia, in cui da una parte si paventano scenari da guerra mondiale e, dall’altra, il digital divide categorizza le persone in dinosauri e smartpeople, qualcosa si sta muovendo. Parliamo di etica, responsabilità e consapevolezza. Se le imprese, già da tempo, hanno fatto proprio il valore della responsabilità sociale, il prossimo anno sarà – ce lo auguriamo ma i segnali ci sono tutti – quello della presa di responsabilità sociale social. Ma come, penserete: ad inizio anno ci siamo fatti prendere la mano dalla sindrome di Mary Poppins? Non li abbiamo letti i commenti su Facebook, gli hater, le frasi dei razzisti e degli omofobi, i meme sprezzanti che non risparmiano nemmeno il Papa? Mai sentito parlare di cyberbullismo? La verità è che accanto a questi innegabili e terribili dati di fatto, è sempre più evidente un cambio di rotta, che ad oggi non fa la differenza ma potrebbe farla in futuro. L’annuale Think Forward Report di Wearesocial, presentato a novembre, ad esempio anticipa sei trend per un 2020 che vedrà

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Sì, avete letto bene: cuore. Perché in un mondo che cambia, in cui da una parte si paventano scenari da guerra mondiale e, dall’altra, il digital divide categorizza le persone in dinosauri e smartpeople, qualcosa si sta muovendo “Internet e i social regolamentarsi rendendo più tortuose – ma anche più motivanti – le strade del marketing”. “Si ha – si legge nella presentazione firmata da Bruno Tecci – la netta sensazione di essere giunti a uno spartiacque. A un giro di boa. A un valico alpino. (…). I sei trend che abbiamo individuato quest’anno ci parlano proprio di questo: sono sia una fotografia dei giorni da ‘esame di coscienza’ che stiamo vivendo sia delle chiare coordinate per muoversi nello scenario che ci attende!” Sei punti, che vi invitiamo a leggere, che parlano di valore, approfondimento, rispetto delle regole e ruolo dei comunicatori. Perchè non chiamare dunque questo ruolo presa di coscienza, oppure proprio responsabilità? È possibile? Lo capiremo nei prossimi mesi, ma vogliamo essere aperti e scegliere questa strada in prima persona. Come? Ciascuno secondo il suo stile: vi segnaliamo a questo proposito il bellissimo progetto social “Odiare ti costa”, nato per rendere il web un posto migliore. Ci uniamo a questo augurio. E per le imprese, un consiglio: rendete racconto digitale la responsabilità sociale che già perseguite. Perchè il bene genera bene e perché il ben-essere sia anche online. Buon 2020.

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Una Varese da record solo su

solo su

varesefocus.it

univa.va.it Varese tra le province più industriali

#TechMission2020

L’ultima fotografia del sistema nazionale scattata dall’Istat conferma la provincia di Varese tra le più industrializzate. La storica vocazione del territorio è testimoniata dai numeri. Tra i settori in cui Varese si posiziona ai primi posti per addetti impiegati ci sono: gomma e materie plastiche (terzo posto), chimico e farmaceutico (quinto posto, quarto nel solo chimico), tessile-abbigliamento (nono posto, quarto nel solo tessile) e metalmeccanico (decimo posto). Notevole è anche la vocazione all’innovazione: Varese è la quinta provincia per numero di addetti nei settori High-Tech. Una compagine in grado di generare circa un terzo della ricchezza prodotta sul territorio.

Ha fatto tappa ai primi di gennaio al Consumer Electronics Show (CES) di Las Vegas e a importanti realtà imprenditoriali nella città di San Francisco la missione tecnologica negli USA di Confindustria Lombardia e Digital Innovation Hub Lombardia, in collaborazione con il Consolato Americano di Milano. Il CES, in particolare, è la più importante fiera internazionale dell’elettronica di consumo in cui vengono presentate tutte le novità e i trend dell’universo digitale nelle sue diverse declinazioni.

Tra i tanti auguri di buon anno, Federchimica trova il modo di insegnare la scienza. Ecco come nascono e da cosa sono costituiti i fuochi d’artificio.

Tutta l’Università in uno smartphone. Si può grazie alla nuova App pensata dalla LIUC - Università Cattaneo per gli studenti.

DAL WEB

Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network

Cristiano Milone, Ad di Mirage, interviene a “Il Post in Fabbrica” su RTL 102.5: l’intervista mette in rilievo il ruolo delle persone in azienda. 79


Dalle

DAL WEB

#ImpresediVarese

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Cominciamo l’anno con un sorriso? Una selezione di scatti varesini a tema su Instagram. L’account di Univa è @generazionedindustria


QUANDO GUARDIAMO

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