ANNO XX · N.1
GENNAIO 2019
VARESEFOCUS
L’arte messa al muro Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA
EDITORIALE
Serve un bagno di realtà Vittorio Gandini
P
er l’Unione degli Industriali della Provincia di Varese il 2019 si è aperto con un appello del proprio Presidente, Riccardo Comerio, rivolto alle forze politiche di governo, ma non solo, perché facciano un bagno di realtà nelle difficoltà che quotidianamente devono affrontare imprese e imprenditori, lavoratori e chi un lavoro non ce l’ha. “Meno ottimismo e più concretezza” è stata la richiesta. Questo perché, all’indomani dell’approvazione della Manovra, il dibattito si è tutto concentrato sull’applicazione e sui dettagli operativi dei due pilastri su cui poggia la politica economica dell’Esecutivo: Quota 100 e Reddito di Cittadinanza. Come e quando partiranno? Chi ne avrà diritto? In che misura? Domande lecite, come è stato lecito e giusto cercare di rispondere con questa Legge Finanziaria alle richieste di attenzione che venivano dalle fasce più povere della nostra società e da quelle che, dopo anni di lavoro, vorrebbero godersi un riposo dedicato più a se stessi. Tutto giusto, a livello di principio. Ma lo è stato anche dirottare su queste due misure praticamente quasi tutte le risorse economiche pubbliche a disposizione? La vera domanda, in fin dei conti, è questa. Il problema non era, e non è, solo quello di trovare il modo di realizzare questi due pilastri delle promesse elettorali delle forze che sostengono il Governo, rendendoli compatibili con le regole europee. Perché anche dopo aver centrato l’obiettivo il dubbio rimane: erano veramente queste le priorità? Riccardo Comerio, nella sua prima esternazione pubblica dell’anno, ha dato voce all’opinione del tessuto produttivo varesino con un giudizio condiviso dalla gran parte degli operatori economici: “Quota 100 e Reddito di Cittadinanza non faranno crescere di una virgola la produzione e le imprese e non creeranno posti di lavoro”. Si può disquisire su tutto, ma è difficile dissentire. Ce lo dice la realtà, nella quale Comerio chiede alle istituzioni e a chi le governa di immergersi. Varesefocus serve, da sempre, anche a questo. A spiegare e raccontare cosa sia oggi il mondo dell’impresa e del lavoro. E come, questi due elementi centrali della nostra società, funzionino con successo sul territorio e cosa serva per sostenerne gli sforzi di crescita. Lo facciamo anche in questo numero. Con un “Focus” che offre un viaggio nel comparto dell’industria plastica varesina, che per numeri e per vitalità è uno dei
più importanti, se non il più importante, in Italia. Si tratta di un viaggio come molti altri ne abbiamo fatti attraverso la meccanica, il tessile e abbigliamento, l’occhialeria, l’aerospazio, la chimica-farmaceutica. Ma nella plastica c’è un qualcosa di particolare. Prima di tutto l’acuirsi di un sentimento ostile dell’opinione pubblica che, però, non conosce l’evoluzione tecnologica e ambientale che ha tramutato queste fabbriche negli ultimi anni. Rendendole più sostenibili, ma anche in grado di trovare, attraverso la creazione di nuovi prodotti, soluzioni all’inquinamento. Così come sono in grado di rappresentare un elemento di inserimento sociale anche per le persone in disabilità fisica o psichica. Un patrimonio, dunque, economico, di lavoro, tecnologico e sociale, come spesso è l’industria del nostro territorio, nell’indifferenza di molti. Un’industria che, nelle pagine di “Inchiesta”, emerge anche in tutta la sua evoluzione su un altro fronte dirimente per il lavoro e la sua competitività: quello della responsabilità sociale d’impresa. Dove stanno diventando sempre più numerose le iniziative e le best practice che le aziende del Varesotto riescono a mettere in campo per migliorare gli ambienti di lavoro, il loro clima e la loro importanza nella vita delle persone. Cosa serve per sostenere tutto questo? Incentivi agli investimenti, riduzione del cuneo fiscale a vantaggio delle buste paga dei dipendenti, sburocratizzazione, detassazione dei premi di risultato, avvio dei cantieri per colmare il gap infrastrutturale, non rimettere in discussione quelli ormai avviati. Partire da qui, dalla realtà, dai bisogni reali dell’economia sarebbe già un primo importante passo. Cominciando dalla Tav, che va portata a termine. I numeri del perché li trovate nell’articolo di “Più Coraggio”. Buona lettura.
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Periodico di economia, politica, società, costume, arte e natura in provincia di Varese.
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Presidente Riccardo Comerio Direttore editoriale Vittorio Gandini Direttore responsabile Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese
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FOCUS
INCHIESTA
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22 L’impresa 4.0 è quella socialmente responsabile 24 Stare bene è la prima impresa 26 La sostenibilità è competitiva 28 La responsabilità sociale d’impresa vista da un 17enne
www.varesefocus.it Progetto grafico e impaginazione Paolo Marchetti Fotolito e stampa Roto3 srl Via per Turbigo 11/B 20025 Castano Primo (Mi) T. 0331 889.601 Gestione editoriale Univa Servizi srl Via Vittorio Veneto, 8/E 21013 Gallarate (VA) - T. 0331 774.345
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La plastica competitiva è quella che si fonde L’ostacolo più grande è la burocrazia Un settore poliedrico Plastica monouso, cosa cambia A Varese l’industria del giocattolo è inclusiva La plastica è ricercata speciale
PUBBLICITÀ Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345 Questo numero è stato chiuso il 18 gennaio 2019. Il prossimo numero sarà in edicola con Ilsole24Ore il 18 marzo 2019. “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali dell’Unione Industriali della Provincia di Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore).
Interventi e contributi di: Federico Anselmi; Luigi Bignami, giornalista; Mario Chiodetti, giornalista; Lorenzo Ciorra; Marco Corso, giornalista; Andrea Della Bella, giornalista; Mariangela Gerletti, giornalista; Luisa Negri, giornalista; Paola Provenzano, giornalista; Sergio Redaelli, giornalista. In redazione: Cristina Cannarozzo, Davide Cionfrini, Silvia Giovannini, Paola Margnini, Chiara Mazzetti, Maria Postiglione. Segreteria di redazione: Barbara Brambilla, Viviana Maccecchini. Fotografie di: Archivio Reuters, Silvio Ballerio, Davide Cionfrini, Foto Blitz, Chiara Mazzetti, Bruno Palmieri, Pro Loco Azzate. In copertina il murales di Sea Creative in Via Speri della Chiesa a Varese, realizzato in collaborazione con Luigi “Vines” Semeraro.
M A R I O ECONOMIA
FOTO DAL MONDO
30 Il futuro dell’elisoccorso si gioca a Vergiate
42 “Alter Flecken” nel centro storico di Freudenberg
PIÙ CORAGGIO
SCIENZA
32 Anche Varese ha la sua Tav
45 La Lombardia alla conquista dello spazio 47 Verso il “secondo grande passo per l’umanità”
FORMAZIONE 34 Scuole elementari: tempo pieno oppure no?
34 UNIVERSITÀ 38 Startupper si diventa... alla LIUC
VITA ASSOCIATIVA 40 L’impresa facilita il fisco ai dipendenti
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▶ Gita a... 60 Azzate è proprio un Belvedere
60 ▶ Arte 64 Viaggio nel Rinascimento ticinese 68 Vittore Frattini: una vita per l’arte 70 Mostre e Appuntamenti
TERRITORIO 50 Il soprano varesino Sarah Tisba 52 Come nasce una vignetta 54 Arte o vandalismo?
RUBRICHE ▶ Provincia da scoprire 58 Cosa ci fa a Cuveglio un museo del Far West?
▶ Sport 73 La boxe che va oltre il ring ▶ Motori 76 Swm presenta Varez ▶ In libreria 77 Cibo, cocktail e sottintesi ▶ Dal Web 80 Pensare in grande
FOCUS
La plastica competitiva è quella che si fonde Elevata verticalizzazione, crescita per acquisizioni, flessibilità e diversificazione produttiva, aumento della gestione manageriale, buona marginalità produttiva: queste le caratteristiche principali delle imprese varesine delle materie plastiche che registrano ricavi in crescita del 9% livello nazionale, rappresentando il 5% del totale delle imprese
Davide Cionfrini italiane, il 7% degli occupati e il 7% del fatturato. Tutto ciò rende
L’
industria plastica della provincia di Varese tra il luglio 2011 e il settembre 2013 era entrata in un circolo vizioso che, partendo da un indebolimento delle capacità competitive, stava avviluppando le imprese in un vortice di bassa remunerazione del capitale investito, distruzione del valore, bassi investimenti e scarsa innovazione, con perdita di know-how. A febbraio 2015, però, è cominciata un’inversione di tendenza che ha innescato un ciclo opposto e virtuoso. Lo sviluppo internazionale delle aziende, l’innovazione dei prodotti, i diversi processi di acquisizioni di rami di azienda hanno portato rapidamente ad un rafforzamento della competitività, ad una maggiore remunerazione del capitale con creazione di valore e un aumento delle risorse per gli investimenti che ora spingono verso nuova ed ulteriore innovazione. Ciò grazie soprattutto ad un incremento dei margini operativi ottenuti tramite processi di internazionalizzazione su mercati più dinamici, sull’innovazione di prodotti a maggiore valore aggiunto e ad una “dura” politica di fusioni ed acquisizione che ha permesso di concentrare le risorse. È questa la fotografia scattata dalla ricerca “Il Distretto Varesino della plastica: evidenze dell’ultimo sondaggio e nuove sfide strategiche” svolto da Industry Trends & Benchmarking Analysis di UBI Banca.
Dati di struttura Un interesse, quello dei ricercatori di UBI Banca, per l’industria plastica varesina, giustificato dal peso che essa ha sul settore a 6
quello all’ombra delle Prealpi il più importante distretto del settore in Italia. Stando alla chiusura del 2017 l’export varesino dei prodotti in plastica rappresenta da solo l’11,8% delle vendite italiane all’estero di tutto il comparto. Questo anche grazie a una crescita sui mercati oltre confine che nell’ultimo decennio ha viaggiato a tassi medi annui del 2%. Non solo: con un numero medio di addetti superiore alle 20 unità e ricavi per imprese mediamente appena al di sotto dei 6 milioni “le aziende varesine dei prodotti in plastica – si legge nello studio di UBI Banca – sono più grandi di quelle nazionali” che invece registrano una forza lavoro media appena superiore alle 10 unità e ricavi al di sotto dei 4 milioni. Buono il confronto pure sul lato finanziario, anche nei confronti dei concorrenti tedeschi. Con un margine operativo lordo (Ebitda) che sfiora il 10% “la marginalità operativa è mediamente in linea con i valori nazionali e superiore ai livelli delle imprese tedesche”. Fin qui i dati di struttura.
Produzione Ma come è cambiato in questi anni il comparto nel Varesotto? Secondo il sondaggio qualitativo svolto da UBI Banca su un campione di imprese emerge che dal lato produttivo la realtà industriale della plastica varesina è caratterizzato da una forte vocazione all’export, con il 31,4% delle aziende di media dimensione il cui fatturato è fatto per oltre il 60% di vendite all’estero. Ma la caratteristica preponderante è quella dell’elevata verticalizzazione: sono infatti sempre di più le imprese che stanno incorporando, o
Leve competitive e timori
con nuove installazioni di impianti o direttamente con operazioni di acquisizioni di altre realtà, le funzioni precedentemente svolte a monte e a valle della filiera produttiva. Basti pensare, a questo proposito, che le produzioni esternalizzate presso terzi rispetto al totale degli acquisti di materie prime e semilavorate nel 2015 era meno del 5% nel 68,1% delle imprese, mentre oggi si arriva fino al 71,4% per le realtà medie e al 76,9% per le piccole.
Dal punto di vista della competitività, invece, la flessibilità e la diversificazione produttiva sono i punti di forza su cui fanno leva maggiormente le imprese più grandi: indicano in questi due fattori il loro lato migliore rispettivamente il 71,4% e il 31,4% delle medie aziende. La flessibilità è una qualità che si auto-riconoscono anche le piccole aziende (50% del campione) che però, puntano anche sulla politica di prezzo (42,3%). Ad ostacolare la competitività sono, invece, sia per le medie (40%) sia per le piccole imprese (34,6%) gli oneri amministrativi e burocratici. “Dall’agenda politica - commenta Giovanni Orsi Mazzucchelli, Presidente del Gruppo merceologico “Gomma e Materie plastiche” dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese - sono scomparsi tutti quei temi su cui si gioca la competitività di tutto il sistema industriale, compreso quello della plastica. Pensiamo solo allo snellimento burocratico e alla semplificazione: nessuno ne parla più. Eppure, è su questo fronte che si dovrebbe lavorare maggiormente per liberare l’energia vitale di cui sono ricche le imprese. Basterebbero poche riforme fatte bene, che sarebbero, tra le altre, cose a costo zero per il bilancio pubblico.
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Sono sempre di più le imprese che stanno incorporando, o con nuove installazioni di impianti o direttamente con operazioni di acquisizione di altre realtà, le funzioni precedentemente svolte a monte e a valle della filiera produttiva
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Linea produttiva della Ilma Plastica di Gavirate
È solo questione di volontà e attenzione politica per settori, come il nostro, che stanno dimostrando la propria capacità di creare valore e benessere per tutto il territorio”. E per quanto riguarda le minacce per il futuro? Anche qui ci sono pochi dubbi: sia per le imprese più strutturate (65,7%), sia per quelle a minore dimensione (38,5%) la paura più grande è rappresentata dai costi di produzione troppo elevati rispetto alla concorrenza.
Gestione Sul fronte della gestione, invece, lo spaccato sul territorio è diversificato. Nelle medie imprese aumenta il ricorso ad una gestione affidata a manager che se nel 2015 era presente nel 17% dei casi, oggi raggiunge il 25,7%. Ancora graniticamente in mano alla famiglia, invece, la gestione delle realtà più piccole che si possono appunto definire familiari nel 92,3% dei casi.
Finanza d’impresa L’analisi, infine, dà un quadro anche economico-finanziario delle imprese. Partendo dal dato dei ricavi. In crescita nelle medie e più volatili di anno in anno nelle piccole. A livello medio, tra il 2014 e il 2017 le aziende strutturate hanno messo a segno un aumento dei ricavi medio del 9%, quelle di minori dimensioni si sono assestate su una media simile del +9,2%. La differenza, però, è che 8
nel primo caso si è assistito ad una crescita costante, mentre nel secondo si è oscillato dal +15,1% del 2014, al -10,8% del 2015, al +32,7% del 2016, al -0,8% del 2017. Sull’equilibrio finanziario gli analisti di UBI Banca registrano comunque sia per le medie, sia per le piccole imprese una buona marginalità operativa, in recupero rispetto agli anni passati. Bene anche la patrimonialità con indicatori di struttura sostenibili per le medie e con molta liquidità nelle piccole. Buono anche il ritorno del capitale, in graduale miglioramento nelle medie imprese e a doppia cifra nelle piccole. “L’indagine condotta da UBI Banca mette in evidenza come le imprese che compongono il distretto varesino della plastica abbiano ottenuto importanti risultati negli ultimi anni consolidando il proprio modello di business in grado di competere sui mercati globali”, afferma Luca Gotti, Responsabile della Macro Area Territoriale Bergamo e Lombardia Ovest di UBI Banca. “Le sfide che le imprese devono affrontare riguardano soprattutto i processi di innovazione, digitalizzazione e crescita dimensionale, anche nell’ottica dello sviluppo della sostenibilità. Sfide che la nostra Banca è in grado di supportare attraverso una consulenza specializzata, offrendo alle Pmi, attraverso la struttura di Corporate & Investment Banking, strumenti di finanza straordinaria che finora erano destinati solo alle aziende di più grandi dimensioni”.
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L’ostacolo più grande è la burocrazia FOCUS
Tempi lunghi per avere i permessi anche solo per spostare di pochi metri un macchinario. Mancanza di una politica a sostegno degli investimenti. Incapacità di arginare a livello europeo norme demagogiche anti-industriali. Ecco i veri problemi con cui devono fare i conti le imprese della plastica di Tecniconsult Spa di Busto Arsizio, ad esempio, il forte calo
Davide Cionfrini dei ragazzi che si iscrivono ai percorsi di studio per diventare
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li ostacoli amministrativi e burocratici che si frappongono tra noi e le opportunità di crescita sono purtroppo in aumento. Una situazione che condividiamo con altre realtà produttive, ma nel nostro caso a remare contro è anche la diffidenza dell’opinione pubblica”. Lo dimostra, secondo Andrea Pelizzola, Amministratore Delegato
periti plastici. “Il vero problema – rincara la dose Giampiero Perego, Presidente di MPG Manifattura Plastica Spa di Gallarate – è che istituzioni e persone non hanno presente gli enormi sforzi che facciamo in termini di ricerca e sviluppo di nuovi prodotti. È grazie a noi e al nostro lavoro che la plastica può essere riutilizzata ed è possibile ridurne l’impatto sull’ambiente”. Uno sforzo, però, non ripagato da una giusta politica industriale in grado di
MPG - Manifattura Plastica Gallarate
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favorire queste attività. Spesso, anzi, ostacolate, a sentire gli stessi imprenditori del Varesotto. La fotografia che emerge dalle storie di MPG e Tecniconsult, d’altronde, è la stessa scattata dalla ricerca di UBI Banca sugli scenari di sviluppo del settore in provincia di Varese. Alla domanda dei ricercatori su quali siano i principali fattori che ostacolano la competitività il 40% delle medie aziende e il 34,6% delle piccole hanno indicato nella burocrazia il più grande bastone messo tra le ruote della propria crescita. Verrebbe da dire che tutto il mondo è paese, ma così proprio non è. Ci sono Stati che per attrarre gli investimenti di imprenditori sul territorio si stracciano le vesti. E non parliamo di Paesi in via di sviluppo, come testimoni la storia di Nupi Industrie Italiane Spa di Busto Arsizio, azienda impegnata nella produzione di tubazioni in plastica per edilizia, idraulica e carburanti. “Nel 2015 – spiega Marco Genoni, Amministratore Delegato dell’azienda – ci siamo trovati a doverci riposizionare sul mercato statunitense a causa del crollo del prezzo del greggio, per la cui estrazione lavoravamo con i nostri prodotti con una presenza produttiva in Texas. Essere localizzati oltre oceano è indispensabile per lavorare negli States in certi settori”. Così si è aperta la strada per Nupi di realizzare tubi per il comparto dell’edilizia: “La crisi del petrolio ha chiuso i rubinetti in due minuti, aveva-
Secondo la ricerca di UBI Banca il 40% delle imprese dell’industria plastica varesina vede negli oneri amministrativi e nella burocrazia il principale freno alla propria capacità competitiva sui mercati mo bisogno di risposte veloci. Grazie all’Unione Industriali di Varese siamo riusciti ad avere un incontro con il Console italiano nel South Carolina che ha agevolato il confronto con alcuni direttori di parchi industriali dello Stato”. Il terreno non manca, la zona è tra le più depresse del Paese e, proprio per questo, ha deciso di puntare sull’industria attraendo investimenti a suon di incentivi: “Ci hanno messo a disposizione subito 120mila metri quadrati di terra e agevolazioni in denaro contante sia per assumere le persone, sia per abbattere la property tax”. Strada spianata: “Stavamo sviluppando prodotti per l’edilizia per la cui
Nupi Industrie Italiane di Busto Arsizio
produzione abbiamo dunque aperto con grande facilità uno stabilimento di 5mila metri quadri. Non abbiamo mai dovuto confrontarci con nessun assessore. È bastato affidare il progetto a un general contractor e lui ha fatto tutto. Abbiamo tenuto i primi incontri a dicembre 2015 e ad agosto 2016 abbiamo iniziato a produrre”. E in Italia? La contro-storia di Tecniconsult Spa che produce elementi di rinforzo in vetroresina, utilizzati come elementi portanti nella costruzione di cavi per telecomunicazione e trasmissione dati a fibra ottica, è emblematica: “Da una parte - racconta il Presidente dell’azienda Andrea Pelizzola - il mercato ci chiede di essere veloci e flessibili ai cambiamenti. Dall’altra ci scontriamo con regole e permessi che ci legano a logiche completamente diverse”. L’esempio è quello “di un macchinario della nostra azienda che avevamo bisogno di spostare da un nostro stabilimento ad un altro. In pratica un trasloco dal numero civico 40 al 60 della stessa via. Un lavoro di una settimana al massimo. Per fare una cosa simile, però, dobbiamo aspettare un permesso per un anno. Un anno!” Pelizzola lo ripete due volte, perché lui stesso, pur vivendo la situazione sulla propria pelle e sulla propria azienda, non ci crede: “Nessuno mette in discussione le regole che vanno assolutamente rispettate, ci mancherebbe. Tali regole, però, devono essere certe e chiare, nei contenuti e, soprattutto, nei tempi. È nell’ambiguità su questi due fronti che si cela il vero motivo del perché le multinazionali straniere non investono sul nostro Paese. Stiamo perdendo delle opportunità”. Non è solo questione di business, secondo Giampiero Perego della MPG: “Aziende come la nostra con le proprie attività di ricerca e sviluppo lavorano per l’immagine di tutto il settore e per rivalutare la stessa reputazione della plastica”. Che di questi tempi è ai minimi storici, complice anche la direttiva europea che nei prossimi anni
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metterà al bando la plastica monouso con ricadute anche sull’industria che produce tali prodotti: “La decisione dell’Ue - spiega Perego - colpisce soprattutto Paesi come l’Italia che è tra i maggiori produttori di plastica con 1 miliardo di fatturato annuo, avvantaggiando, invece, le imprese scandinave più specializzate negli oggetti alternativi fatti con altri materiali. Ciò, però, senza nessun reale vantaggio per l’ambiente. Perché nessuno può pensare che le isole di plastica negli oceani che colpiscono e indignano l’opinione pubblica siano colpa dell’Europa. In realtà i principali responsabili di quell’inquinamento sono i Paesi in via di sviluppo, l’Africa, l’Asia”. Insomma, cambiare le regole qui da noi non sposta di una virgola il problema. Anzi: “È grazie allo sviluppo di nuovi prodotti da parte delle imprese che si possono trovare nuove forme di riutilizzo della plastica riciclata, diminuendo l’impatto sull’ecosistema”. La MPG, essendo impegnata nello specifico comparto del packaging alimentare, non può utilizzare nel proprio ciclo produttivo plastica riciclata, ma ha, per esempio, sviluppato, un sistema che ha ridotto le conseguenze sull’ambiente delle gelaterie: “Una volta queste attività – spiega Perego – adoperavano le vasche di ferro che dovevano nella gran parte dei casi rientrare dal produttore, dopo il loro utilizzo, per essere lavate. Con costi elevati, anche in termini di circolazione stradale e quindi di inquinamento. Noi, invece, abbiamo sviluppato una vaschetta in plastica monouso e riciclabile del tutto simile a quella in acciaio. Questo prodotto rappresenta ancora oggi il nostro fiore all’occhiello ed è sulla cresta dell’onda”. Meno demagogia e più progetti concreti, sembra dunque sostenere il Presidente della MPG. Ma per permettere a questi progetti di nascere e svilupparsi occorre sostenere le imprese o, quanto meno, non mettere loro i bastoni tra le ruote. “Il crollo del prezzo del petrolio – racconta ancora Marco Genoni della Nupi – negli anni passati ci aveva messo in una crisi dalla quale siamo usciti con forti investimenti per aumentare le nostre quote di export e per sostituire gli impianti. È stata dura, ma il Piano Nazionale Industria 4.0 ci ha agevolato grazie all’iper-ammortamento e al superammortamento. Per la prima volta dopo anni abbiamo sentito tutti i vantaggi di poter contare come impresa sulla vicinanza e sulla sensibilità delle istituzioni per le questioni manifatturiere, con una politica industriale degna di questo nome”. La frase di Genoni, però, rimane a metà. Il pensiero va infatti alla manovra di bilancio che quel Piano 4.0 non ha confermato, smontandolo nella sua struttura portante. Un altro ostacolo da sormontare per le imprese della plastica che investono.
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Un settore poliedrico Dalla lavorazione di tutti i polimeri, al packaging e alla produzione di occhiali. Dall’automotive, ai componenti per i macchinari. Passando per l’aerospazio, il tessile e abbigliamento, il medicale. Ecco i mille impieghi e le interconnessioni che vanta la plastica varesina manda dei prodotti, e non solo dell’offerta, emergono interes-
Paola Margnini (*) santi interpretazioni e legami con il territorio.
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el gioco del “vedo e non vedo” c’è un settore i cui prodotti sono presenti in quasi tutti i nostri spazi di vita quotidiani, ma che noi abbiamo difficoltà a percepire nel suo insieme. Si tratta del settore della gomma-plastica. Un settore che ha migliaia di prodotti ed un unico comune denominatore: la tecnologia di lavorazione di questo materiale. Estrusione, stampaggio, calandratura, spalmatura, polimeri, acetati, termoplastici... è questo il vocabolario tecnico che unifica e tiene insieme un’industria importante che nella sola provincia di Varese conta circa mezzo migliaio di imprese e più di 10.000 addetti. Concentrando sul territorio alcuni primati: terza provincia in Italia per addetti del settore, la quarta per flussi di esportazioni. Se poi si allarga lo sguardo oltre lo stretto confine provinciale ci si accorge che si tratta di una vera e propria piattaforma produttiva diffusa. Una piattaforma che si estende sino a comprendere le aree confinanti e che vede concentrarsi nella sola area pedemontana lombarda più di 1/4 di tutti gli addetti nazionali del settore. Dalla capacità di lavorare le plastiche discendono tantissime produzioni. È questa estrema varietà che spesso fa freno ad una adeguata percezione unitaria del settore nell’immaginario collettivo. Ed è a partire da questa estrema varietà di utilizzo finale di prodotti che andrebbe riletto a ritroso il processo produttivo del settore gomma-plastica. Infatti, partendo dall’esame della do-
In provincia di Varese uno degli sbocchi più significativi per le produzioni plastiche è quello del packaging, in particolare la produzione dei film per l’imballaggio dei prodotti finiti provenienti dai numerosi altri settori presenti sul territorio
In provincia di Varese, ad esempio, uno degli sbocchi più significativi per le nostre produzioni è quello del packaging, in particolare la produzione dei film plastici per l’imballaggio dei prodotti finiti provenienti dai numerosi altri settori presenti sul territorio. Così come è radicato l’utilizzo di particolari e componenti plastici nel comparto dei macchinari. Entrambe queste specializzazioni sono la dimostrazione di un forte legame di interconnessione con le imprese locali, testimoni di un apparato produttivo manifatturiero molto sviluppato che necessita di imballaggi per i prodotti finali o per l’invio di componentistica ad altri produttori e di un nucleo di imprese di macchinari e meccanica strumentale tra i più strutturati e forti del territorio nazionale. Altre importanti applicazioni riguardano i particolari realizzati per il settore automotive, che vede stretta collaborazione sia con imprese italiane, sia con le principali case automobilistiche tedesche. Seguono la componentistica varia. E, tra i settori a maggior assorbimento, figura un altro comparto leader a livello locale: il tessile, abbigliamento e pelletteria. Una sorpresa relativa riguarda gli utilizzi nel medicale (dai blister alle lenti oftalmiche) che hanno un peso sensibile, così come quelli nell’aerospaziale. Di assoluta rilevanza numerica anche gli impieghi nel settore degli elettrodomestici che sono collegati alla storica specializzazione varesina. Una chicca è poi rappresentata dalla produzione di occhiali che vede nel territorio il secondo polo produttivo a livello nazionale, essendo l’Italia la patria di elezione dell’occhiale. Insomma, si produce di tutto e si trovano facilmente degli sbocchi di mercato anche a livello locale. È per questa ragione che dobbiamo imparare a guardare il settore con occhi nuovi, gli occhi che vedono in esso un importante “settore abilitante” che entra nelle nostre vite e nelle nostre produzioni. Un settore che, almeno a livello locale, guarda con attenzione all’evoluzione dei materiali ed alla ricerca verso la riciclabilità e la biodegradabilità dei polimeri e dei monomeri. Avere una significativa produzione plastica significa per il territorio possedere un forte tessuto interconnettivo, qualcosa che contribuisce a tenere insieme e mettere in relazione un sistema produttivo complesso e multidistrettuale e portarlo verso un’evoluzione.
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(*) Responsabile Ufficio Studi Univa
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FOCUS
FOCUS
Plastica monouso, cosa cambia Una nuova normativa europea è pronta a mettere al bando, cannucce, posate e piatti realizzati con materiale plastico. Lo stop partirà probabilmente nel 2021. Ma già da quest’anno si parte con i cotton fioc, che dovranno essere biodegradabili e riciclabili claggio delle materie plastiche: sono tutte strade che l’Europa
Paola Provenzano ha deciso di percorre per ridurre i possibili danni che la plastica
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inor consumo di plastica, ricorso a materiali alternativi, ma anche - laddove possibile - un maggiore riutilizzo del prodotto prima di avviarlo alla discarica come rifiuto e ancora occhi puntati sul miglioramento del rici-
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può produrre all’ambiente, soprattutto a quello marino, dove frammenti di questo materiale, se non ben gestito, entrano nella catena alimentare fino ad arrivare sulle nostre tavole. A dare una spinta in questa direzione contribuirà anche la nuova direttiva dell’Ue sulla plastica monouso il cui iter è alle battute finali e che
si inserisce appunto in un quadro più ampio di misure e azioni volte a rendere l’Europa un’economia più sostenibile e circolare e a far in modo che i cittadini usino i prodotti in plastica in modo più consapevole, ponendo attenzione a che essa non finisca dove non dovrebbe.
Le novità: divieti e limitazioni La direttiva in questione punta l’attenzione sulla plastica monouso e prevede misure diverse da applicare alle differenti categorie di prodotti: obiettivo finale è - comunque e sempre - quello di mettere all’angolo i prodotti in plastica monouso, ovvero quelli destinati ad essere utilizzati una sola volta e poi gettati fra i rifiuti come cannucce, piatti e posate in plastica. Sono infatti questi prodotti la maggior causa di inquinamento dei mari e quelli che vengono più frequentemente trovati sulle spiagge e sugli attrezzi da pesca abbandonati: basti pensare che gli oggetti in plastica monouso rappresentano il 50% dei rifiuti marini. Per questo motivo, quando le alternative sono facilmente disponibili e accessibili, i prodotti in plastica monouso saranno banditi dal mercato: è questo il caso di bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, mescolatori per bevande, aste per palloncini, prodotti in plastica oxo-degradabile e contenitori per alimenti e bevande di polistirene espanso. L’idea è quella di realizzare un cambiamento nelle abitudini dei consumatori, come quello che ha già riguardato negli anni passati i sacchetti di plastica, sostituiti da quelli biodegradabili o da borse della spesa in stoffa o altro materiale da riutilizzare quando si va al supermercato (anche in quel caso a dare il via al cambiamento è stata una direttiva adottata nel 2015). Per altri prodotti in plastica, diversi da quelli sopra
L’iter burocratico: a quando gli obblighi? Tecnicamente alla messa al bando della plastica monouso mancano ancora alcuni passaggi. Lo scorso mese di dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo politico provvisorio sulle norme proposte dalla Commissione in materia di plastica monouso. L’accordo provvisorio raggiunto deve ora essere formalmente approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio e, dopo la sua approvazione, la nuova direttiva sarà pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. A quel punto gli Stati membri saranno tenuti a recepirla entro due anni: questo significa che la messa al bando scatterà nel 2021. Unico divieto che, in virtù di una normativa nazionale, scatta invece già da quest’anno nel nostro Paese è quello che riguarda i cotton fioc: quelli in commercio, già dal 2019, dovranno essere biodegradabili e riciclabili.
FOCUS
L’idea dell’Unione Europea è quella di realizzare un cambiamento nelle abitudini dei consumatori, come quello che ha già riguardato negli anni passati, nei supermercati, i sacchetti di plastica, sostituiti da quelli biodegradabili
elencati, l’attenzione della direttiva si è concentrata sulla limitazione del loro uso (fissando l’obiettivo di ridurne il consumo a livello nazionale), ma anche sui requisiti di progettazione ed etichettatura e sugli obblighi di gestione e bonifica degli stessi una volta diventati rifiuti.
Vantaggi per l’ambiente, cifre e innovazione Le nuove misure permetteranno di realizzare benefici non solo ambientali, ma anche economici. Secondo i dati diffusi dalla Commissione europea si eviterà l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di anidiride carbonica; si scongiureranno danni ambientali per un costo equivalente a 22 miliardi di euro entro il 2030; si genereranno risparmi per i consumatori dell’ordine di 6,5 miliardi di euro. Cifre a cui bisogna affiancare altri numeri: in Europa si producono ogni anno 58 milioni di tonnellate di plastica (fonte PlasticsEurope) e, restando invariati gli attuali trend di produzione, entro il 2050 la plastica potrebbe rappresentare il 20% del consumo di petrolio e il 15% delle emissioni di gas a effetto serra. Ecco allora che lo sguardo sul futuro si rivolge alla ricerca di strade alternative che mettano al centro soluzioni che guardano all’innovazione sia per la ricerca di materiali alternativi (le cosiddette bioplastiche), che per lo studio di prodotti in plastica riutilizzabili, che per l’aumento della qualità e quantità della plastica riciclata: a fronte di 25 milioni di tonnellate di rifiuti plastici prodotti in Europa solo il 30% è avviato a nuova vita, mentre tutto il resto è incenerito o conferito in discarica.
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A Varese l’industria del giocattolo è inclusiva Permettere a persone con disabilità fisica o psichica di imparare un lavoro attraverso esperienze stabili all’interno delle aziende: questo l’obiettivo del Progetto “Isola formativa” di Regione Lombardia, il cui primo caso concreto è stato avviato alla Frabar Srl di Brunello sce per dare la possibilità di effettuare percorsi stabili di forma-
Mariangela Gerletti zione professionale a persone con disabilità sia fisiche che psi-
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i chiama “Isola formativa”, ma il fine di questo progetto è tutt’altro che quello di “isolare” anzi, al contrario, mira ad integrare, a rompere l’isolamento che spesso caratterizza l’esistenza di chi deve convivere con una disabilità, fisica o psichica. Il progetto, promosso dalla Regione Lombardia, vanta un primato tutto varesino: non solo c’è stato un grosso contributo della Provincia di Varese nell’elaborazione e nella messa a punto delle linee guida, ma è varesina la prima esperienza concreta dell’Isola formativa nella nostra regione. Per capire di cosa si tratta abbiamo visitato la Frabar Srl di Brunello, storica azienda nata nell’immediato dopo guerra dall’iniziativa di Francesco Bardelli, dove insieme a uno dei titolari, Damiano Bardelli, c’è Aldo Montalbetti, presidente della cooperativa sociale Arcisate Solidale. Una quindicina di dipendenti, gui- Prodotti Frabar data oggi dai figli del fondatore, la Frabar è specializzata nella stampa, produzione e assemblaggio di giocattoli in plastica che esporta in tutta Europa. “Da tempo collaboriamo con cooperative sociali per esternalizzare lavori di assemblaggio e confezionamento di nostri prodotti – spiega Damiano Bardelli – e in particolare il rapporto con Arcisate Solidale prosegue con stima reciproca da almeno 15 anni. Quando si è prospettata la possibilità di partecipare al progetto dell’Isola formativa abbiamo aderito in virtù di questo rapporto di fiducia e grazie all’esperienza che la cooperativa ha messo sul tavolo in tema di conoscenze normative”. “Il progetto delle Isole formative na-
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chiche ma che sono in grado di lavorare – spiega Montalbetti –. Regione Lombardia interviene a sostegno delle imprese, utilizzando il Fondo regionale creato con i versamenti delle aziende che hanno l’obbligo delle assunzioni obbligatorie previsto dalla legge 68 ma scelgono di ottemperare pagando invece che assumendo. Un fondo consistente, circa 40-60 milioni di euro ogni anno, che ora andranno a finanziare progetti per l’inserimento lavorativo di persone disabili”. La Regione sostiene questi progetti – che devono avere una durata lunga, non inferiore ai 5 anni – contribuendo all’adeguamento strutturale, ai servizi al lavoro (ricerca e reclutamento dei tirocinanti, compresa la parte burocratico-amministrativa), ai servizi dell’equipe sociale per il tutoraggio e infine con un’indennità di partecipazione per i tirocinanti stessi. Il sostegno regionale dura circa due anni, poi il vantaggio aziendale si con-
Stabilimento Frabar
cretizza nel contributo lavorativo dato dai tirocinanti, che nel frattempo hanno affinato le loro capacità, e nell’assolvimento dell’obbligo previsto dalle legge 68. “È sicuramente un progetto interessante – dice Montalbetti – perché è un’esperienza lunga dal momento che ogni progetto deve durare almeno cinque anni, e modulabile con un numero minimo di cinque persone, più un tutore che segue i ragazzi e media il rapporto con l’azienda che li ospita. Per i giovani inoltre è molto diverso lavorare all’interno dell’ambiente protetto della cooperativa o in una realtà aziendale, non solo perché qui sono davvero inseriti nella produzione, pur con tutte le tutele del caso, ma perché acquisiscono una professionalità che un domani potranno spendere sul mercato del lavoro, e perché si aprono a nuove responsabilità e a nuove relazioni con gli altri lavoratori”. Proprio come sta avvenendo alla Frabar, dove a poco più di un mese dal loro ingresso in azienda i sei ragazzi della cooperativa iniziano ad integrarsi con gli altri operatori che, adeguatamente
Aldo Montalbetti, presidente della cooperativa sociale Arcisate Solidale: “Collaboriamo con diverse aziende ma la Frabar ci è sembrata ideale per avviare questo progetto perché è un’impresa a gestione familiare con una spiccata sensibilità al sociale”
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preparati, li hanno accolti senza problemi: “I dipendenti sono stati avvisati e l’accoglienza è stata buona – spiega Bardelli –. Abbiamo spiegato loro il progetto e tutto è stato organizzato per conciliare l’attività formativa con il normale ciclo di produzione. Per ora i ragazzi sono addetti a lavori di assemblaggio e confezionamento in uno spazio appositamente realizzato a tale scopo all’interno del reparto, ma gradualmente ruoteranno e a turno, secondo le possibilità individuali, saranno integrati anche in alcune mansioni del ciclo produttivo”. “Collaboriamo con diverse aziende – dice Aldo Montalbetti – ma la Frabar ci è sembrata ideale per avviare questo progetto non solo per il rapporto fiduciario con i titolari ma perché si tratta di un’azienda a gestione familiare con una spiccata sensibilità al sociale”. Una sensibilità che, trattandosi di un contesto aziendale, deve necessariamente coniugarsi con la produttività: qui si impara a lavorare davvero e dopo la prima fase di formazione ed inserimento, i ragazzi in tirocinio dovranno anche dimostrare di stare al passo con i tempi della produzione. Ad affiancarli, in questa
esperienza pilota, c’è Luca Francocci, che nel ruolo di tutor mette anche la sua esperienza di imprenditore. “Ritengo che per un’azienda sia importante aprirsi ad iniziative sociali – conclude Damiano Bardelli – innanzitutto perché è giusto fare qualcosa per questi ragazzi, ma anche per soddisfazione personale. Inoltre, e per un’impresa anche questo è importante, c’è una crescente attenzione della grande distribuzione al valore sociale e ambientale dell’impresa, che riflette una nuova sensibilità del mercato”.
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Nel 2016 un team giapponese ha scoperto il batterio che “mangia” le materie plastiche, dal quale nel 2018 dei ricercatori britannici sono riusciti ad isolare e migliorare l’enzima PETasi. Obiettivo finale della ricerca scientifica, anche quella dell’Università dell’Insubria, è arrivare alla piena sostenibilità
FOCUS
La plastica è ricercata speciale
una breve vacanza: aveva lasciato incustoditi i suoi campioni di
Cristina Cannarozzo stafilococchi, in una comune piastra di Petri, trovò i campioni
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l caso ha spesso un ruolo importante nella ricerca scientifica”, così affermano all’Università di Portsmouth nel Regno Unito dove, anche grazie al fato, è stato isolato l’enzima capace di degradare la plastica. E subito il pensiero va alla rivoluzionaria scoperta della penicillina di Fleming e al racconto del suo rientro in laboratorio dopo
ammuffiti, come capitava spesso, ma su uno di essi c’era un fungo insolito che aveva ucciso tutti i batteri. A Portsmouth le cose sono andate in maniera un po’ diversa ma in sostanza i ricercatori sono riusciti a definire l’esatta struttura dell’enzima prodotto dal “batterio mangia plastica” e nel tentativo di migliorare le prestazioni di questo organismo, che utilizza la plastica come fonte di sostentamento e crescita mediante
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l’azione chimica di soli due enzimi, i ricercatori sono “inciampati” in una modifica dell’enzima molto promettente nei primi risultati sperimentali in laboratorio. Anche se sviluppare un sistema industriale di scala per smaltire il Pet può richiedere tempo e denaro, si apre però una potenziale strada all’eliminazione della plastica, sia in impianti ad hoc, sia “seminando” batteri modificati sugli accumuli. La scoperta sensazionale del batterio mangia plastica è in realtà del marzo 2016 e del team giapponese del prof Shosuke Yoshida che ha pubblicato su Science la sua ricerca e battezzato la specie di batterio, in grado di “divorare” la plastica, Ideonella sakaiensis. L’ulteriore importantissimo passo avanti svolto ad aprile 2018 dai ricercatori britannici è stato la costituzione in laboratorio di una molecola persino migliore di quella precedente, che divora Pet a un ritmo molto più accelerato. Oggi il Pet viene riciclato, ma non può essere depolimerizzato. I derivati del riciclo sono plastiche di qualità inferiore che a loro volta non possono essere smaltite. Riciclaggio totale sarebbe il ritorno del composto agli elementi di origine. L’enzima mutante ha impiegato pochi giorni per abbattere la plastica e i ricercatori sono convinti di poter accelerare vieppiù l’abilità del batterio “correggendo” questo enzima PETasi, che ha di per sé la capacità di riportare il polietilene al livello molecolare di base, lo stadio di quando si produce plastica par-
Oggi il Pet viene riciclato, ma non può essere depolimerizzato. I derivati del riciclo sono plastiche di qualità inferiore che a loro volta non possono essere smaltite. La meta dei ricercatori è, invece, quella di arrivare ad ottenere un prodotto in grado di riprendere costantemente vita 20
tendo dal petrolio. Si calcola che otto milioni di tonnellate di plastica finiscano ogni anno negli oceani entrando nelle catene alimentari. Questo è un problema enorme ma certo è che la plastica non ha le gambe e quindi, prima di criminalizzare un prodotto, vanno sensibilizzate le persone sulla necessità di non abbandonare mai la plastica in natura ma avviarla sempre al riciclo. Su questa tematica della plastica anche l’Università dell’Insubria è in prima linea con un team di studenti che ha presentato a giugno del 2018 a Trento nell’ambito dell’”Enactus International Competition” un progetto di business sostenibile per il recupero e il riciclo della plastica. Enactus International è una organizzazione non profit operante in 36 Paesi nel mondo che, insieme a più di 1.700 università e oltre 500 multinazionali, si occupa di valorizzare le idee imprenditoriali di studenti universitari che puntano a realizzare business sostenibili per migliorare la qualità della vita delle persone e per la salvaguardia dell’ambiente. Unwasteable è il nome del progetto di ricerca del Team Enactus Insubria che mira a creare un sistema più efficiente per il recupero e il riciclo delle plastiche. L’idea progettuale si propone – nel breve e medio termine – due primari obiettivi: costituire una startup o un’associazione che si occupi del ritiro e dello smaltimento delle plastiche, avvalendosi anche di alcune partnership sul territorio, ad esempio con reti di cooperative sociali o consorzi di smaltimento rifiuti, e di avviare un’attività di sensibilizzazione sui temi del riciclo e della raccolta differenziata, all’interno del Campus universitario di Bizzozero a Varese e nelle scuole della Provincia. La partecipazione del Team Enactus Insubria è stata anche un’ottima occasione per raccogliere utili suggerimenti per la realizzazione delle fasi operative del progetto: “Alcuni contatti sono già stati avviati - raccontano dall’Università - e i ragazzi, alla luce dell’esperienza maturata, sono ancora più motivati a proseguire nel progetto. Questo conferma anche il valore dei percorsi formativi universitari dei corsi di studio del nostro Ateneo, poiché siamo riusciti ad aggregare con successo competenze ed esperienze diverse in un eccellente gioco di squadra, su un tema – quello della sostenibilità ambientale – che, sempre più, sta diventando centrale nella programmazione strategica delle imprese.
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L’impresa 4.0 è quella socialmente responsabile Contribuire a dar vita ad un Paese più sostenibile: è questo l’obiettivo del manifesto lanciato dal Comitato Tecnico di Confindustria sulla Responsabilità Sociale d’impresa, guidato da Rossana Revello: “Dobbiamo creare un nuovo paradigma economico, che possa contemporaneamente configurarsi come antidoto alla disgregazione sociale”
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aggiore governance per la competitività; attenzione ai problemi sociali e ambientali; sostegno all’innovazione di modelli di business e strategie aziendali orientate al raggiungimento degli SDGs (Sustainable Development Goals) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite; promozione della formazione e della ricerca; supporto a politiche e sistemi di gestione per assicurare l’integrità dei comportamenti e contrastare la corruzione; individuazione di adeguati strumenti di politica economica; sviluppo di partnership pubblico-private e con il terzo settore: sono questi i punti salienti del Manifesto di Confindustria “La Responsabilità sociale d’impresa per l’Industria 4.0”. Un decalogo di comportamento per le aziende, per lo stesso Sistema Confindustriale e per i rapporti che il mondo dell’industria e della sua rappresentanza intrattiene con il territorio, le proprie comunità di riferimento e i propri interlocutori economici e istituzionali. Il sottotitolo del Manifesto è, in sé, già un programma: “Per le imprese che cambiano. Per un Paese più sostenibile”. Il manifesto è stato lanciato da Confindustria a inizio 2018 e da allora è partito un roadshow su tutto il territorio nazionale per la sua presentazione e per un confronto tra le imprese anche attraverso il racconto di case history di aziende già da tempo fortemente impegnate sul fronte della responsabilità sociale di impresa. Tappa obbligata: Varese. “La Responsabilità Sociale d’Impresa rappresenta un asset strategico per le politiche industriali ed è inoltre un fattore essenziale di competitività, capace di creare valore condiviso per tutti”, spiega Rossana Revello, Presidente del Gruppo Tecnico Responsabilità sociale d’impresa di Confindustria: “Dobbiamo quindi contribuire a renderla un nuovo paradigma economico, che possa contemporaneamente configurarsi come antidoto alla disgregazione sociale, per la creazione di una rinnovata cultura d’impresa che sia innovativa, sostenibile e interconnessa”. Un passaggio chiave del manifesto di Confindustria spiega benissimo il contesto in cui si muove oggi l’industria e i conseguenti obiettivi da inseguire: “Gli imprenditori di oggi - si legge - devono affrontare uno scenario nuovo rispetto al passato, che richiede un ripensamento del modello di sviluppo che punti sull’innovazione e la sostenibilità all’interno di un sistema in grado di creare valore condiviso per tutti. È in questo contesto che Confindustria considera la responsabilità sociale un elemento vincente per la competitività delle imprese e si impegna per promuoverla all’interno e all’esterno della sua organizzazione attraverso un percorso di impegni concreti”. “La Responsabilità Sociale d’Impresa è un fattore di competitività oggi irrinunciabile. Le relazioni tra le persone dell’azienda, con l’ambiente di lavoro, con la natura, con le comunità: sono tutti fattori che oggi hanno forte impatto sulle aziende. La produttività e il benessere della comunità dipendono dalle scelte responsabili che faremo nel prossimo futuro. Discutere e avere esempi virtuosi con cui confrontarsi come quelli che offre il territorio
varesino è il primo passo fondamentale”, dichiara Francesco Pinto di Pianoforte Holding (Carpisa, Jaked e Yamamay), componente del Gruppo Tecnico di Confindustria sulla “Responsabilià Sociale d’Impresa”. “Le aziende - afferma il Vicepresidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Tiziano Barea - non sono solo luoghi di creazione e produzione di ricchezza. Sono anche leve di crescita sociale, spazi di inclusione, elementi fondamentali nell’opera di integrazione degli stranieri, un’opportunità per l’affermazione dei giovani, in alcuni casi anche occasione di riscatto. Nell’impresa gli uomini e le donne con il proprio lavoro non generano solo Pil, esprimono se stessi. Politiche green, di welfare, di promozione dello sport in azienda: sono, questi, solo alcuni esempi di un riposizionamento generale dell’impresa che, di fronte ad un contesto di crisi sempre più complesso, non solo a livello economico, ha sentito il bisogno di fare da argine ad un arretramento dello Stato su alcune voci impattanti sulla quotidianità delle persone. Così come hanno sentito il bisogno di rappresentare un punto fermo di fronte ad una società sempre più liquida che non è stata ancora in grado di offrire dei punti di riferimento stabili”. La stessa Unione Industriali è impegnata su più fronti. Come quello della diffusione sul territorio dell’economia circolare attraverso due progetti europei di cui è capofila insieme al Centro Tessile Cotoniero di Busto Arsizio: il Progetto Life M3P (rivolto indistintamente a tutti i settori produttivi) e il Progetto ENTeR (che si concentra sul solo comparto tessile e abbigliamento). Altro tema che sta portando avanti insieme ad Ats Insubria e alle Organizzazioni Sindacali Cgil, Cisl e Uil è quello della promozione della salute nei luoghi di lavoro attraverso il Programma WHP – Workplace Health Promotion con l’obiettivo di andare oltre la semplice applicazione della normativa sulla sicurezza e la salute, coinvolgendo il maggior numero possibile di imprese e di lavoratori in attività in grado di migliorare lo stile di vita delle persone. A partire da una corretta alimentazione e un maggiore movimento fisico, per arrivare alla lotta contro le dipendenze (come quelle del gioco e del fumo) e ad una maggiore educazione alla guida. “La Responsabilità Sociale d’Impresa ha un ruolo strategico all’interno delle politiche industriali e della governance d’impresa - afferma Paola Lattuada, Direttore Generale di Ats Insubria, Agenzia di Tutela della Salute - e può assumere un valore ancor più incisivo quando è integrata con i programmi di Workplace Health Promotion, che incentivano le buone pratiche dedicate al benessere dell’intero sistema-azienda e quindi l’opportunità per il mondo-impresa di connettersi con il sistema-salute, creando un reale circolo virtuoso, con ricadute vantaggiose per l’adozione consapevole di stili di vita salutari in azienda che consentano anche di prevenire le malattie croniche non trasmissibili. Lo sviluppo particolarmente favorevole della rete Whp nel territorio di ATS Insubria, è avvenuto grazie alla collaborazione fattiva con l’Unione Industriali di Varese, che ha creduto, fin da subito, al programma e lo ha veicolato ai suoi associati”.
INCHIESTA
Davide Cionfrini
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Stare bene è la prima impresa Ogni anno sono decine le imprese premiate da Ats Insubria per le attività di promozione della salute all’interno degli spazi aziendali della provincia di Varese. Nel 2018 sono state 36 quelle che hanno avuto il riconoscimento WHP Cristina Cannarozzo
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l “Whp”, ormai così amichevolmente definito da tutti all’interno delle imprese varesine, è un programma che unisce, diverte ed entusiasma i lavoratori e di conseguenza gli imprenditori. L’obiettivo è la promozione della salute negli ambienti
I rappresentanti delle imprese WHP premiate nel 2018
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di lavoro. Da qui il nome: Workplace Health Promotion. Whp, appunto. Si tratta in sostanza di un circolo virtuoso che si crea all’interno delle aziende perché quando l’imprenditore decide di far partire questo programma il ritorno entusiasta che si raccoglie tra i dipendenti diventa il primo carburante per far crescere le iniziative volte al benessere sul luogo di lavoro e non solo. Il grande merito di questo Programma, partito in provincia di
Varese da un accordo siglato nel 2013 dall’Unione Industriali con le organizzazioni sindacali di Cgil, Cisl e Uil e con l’Ats Insubria è quello di diffondere nei luoghi di lavoro una mentalità che vada ben oltre la semplice applicazione della normativa sulla sicurezza e la salute, ma coinvolga il maggior numero possibile di imprese e di lavoratori in attività in grado di migliorare lo stile di vita delle persone. Ed è così che intervenendo anno per anno su varie tematiche si va a sensibilizzare, informare e, a volte anche a trasformare i comportamenti dei lavoratori su tematiche importanti per la propria vita quotidiana, non solo nell’ambito lavorativo: promozione di una corretta alimentazione; contrasto al fumo; promozione dell’attività fisica; contrasto all’alcolismo, all’uso di sostanze stupefacenti e alla dipendenza da gioco; promozione del benessere sociale e personale; sicurezza stradale e mobilità sostenibile. Verso la fine del 2018 nelle belle sale affrescate delle Ville Ponti di Varese, le aziende chiamate per la premiazione dell’attività di promozione della salute fatte nel corso dello scorso anno e opportunamente rendicontate all’Ats Insubria, erano davvero molte. Ma ancora di più sono le imprese che praticano attività di promozione del benessere dei dipendenti, anche al di fuori del programma WHP e in maniera magari meno strutturata ma continuativa, facendo così in modo che il luogo di lavoro diventi piacevole ed accogliente e, con iniziative sportive e di socializzazione, che i colleghi diventino come una famiglia.
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In provincia di Varese il Programma Workplace Health Promotion è partito da un accordo siglato nel 2013 dall’Unione Industriali con le organizzazioni sindacali di Cgil, Cisl e Uil e con l’Ats Insubria
I premiati nel 2018 Le imprese ◆ Alfredo Grassi Spa ◆ Banks Srl ◆ B.d.g.el Srl ◆ Bticino Spa ◆ Cesare Galdabini Spa ◆ Cibitex Srl ◆ Comerio Ercole Spa ◆ Copying Srl ◆ Eurojersey Spa ◆ Fimi Srl ◆ Hexion Italia Srl ◆ Ilma Plastica Srl ◆ Laborplast Srl ◆ Lati Industria Termoplastici Spa ◆ Lavorazione Sistemi Lasi Spa ◆ Novartis Farma Spa ◆ Sabic Innovative Plastics Italy Srl ◆ Sandoz Spa ◆ Stanley Black & Decker Italia Srl ◆ Studio Ingegneria Noemi Milani Srl ◆ Swk Utensileria Srl ◆ Unione degli Industriali della Provincia di Varese ◆ Univa Servizi Srl ◆ Viba Spa ◆ Vodafone Automotive Spa ◆ Vodafone Automotive Italia Spa
INCHIESTA
Obiettivo: diffondere nei luoghi di lavoro una mentalità che vada ben oltre la semplice applicazione della normativa sulla sicurezza e la salute, coinvolgendo il maggior numero possibile di imprese e di lavoratori in attività in grado di migliorare lo stile di vita delle persone
Gli enti ◆ Asst Valle Olona - Ospedali di Busto Arsizio Gallarate-Saronno-Somma L.-Angera ◆ Asst Sette Laghi Ospedali Circolo-Del Ponte-Cuasso al Monte ◆ Casa Di Cura “Le Terrazze” ◆ Comune di Vedano Olona ◆ Fond. “A. Mauri Sacconaghi G. Borghi” ◆ Fondazione “Bellora” ◆ Fond. Casa e Soggiorno e Riposo “Longhi F. e Fam. Pianezza F.” ◆ Istituto “Cav. F. Menotti” ◆ Opera Pia “F. Colleoni De Maestri” ◆ Rsa “Lago Maggiore”
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La sostenibilità è competitiva Sviluppo di prodotti eco-compatibili, politiche di integrazione degli stranieri, iniziative di cessione di ferie tra colleghi, smart-working, risparmio energetico, sostegno a organizzazioni internazionali: ecco come le imprese di Varese investono, guadagnando non solo in visibilità, nella responsabilità sociale d’impresa Davide Cionfrini
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uando qualche anno fa andavamo in giro dai nostri clienti a dire che avevamo sviluppato delle nuove apparecchiature per la refrigerazione e il riscaldamento con consumi di energia inferiori del 40% rispetto alla media di mercato e che, in aggiunta, i nostri prodotti utilizzavano liquidi naturali o, comunque, meno inquinanti, le persone ci guardavano come se fossimo dei pazzi”. Come dire: chi ve lo fa fare? Invece oggi “siamo riusciti a coinvolgere anche i nostri concorrenti in un club di virtuosi disposti a far certificare la sostenibilità ambientale delle macchine da un ente terzo, creando così le condizioni per un mercato sostenibile, perché sul clima non ci si fa la competizione”. Spesso il confine tra lungimiranza e follia è fin troppo labile se si guardano le cose con gli occhi del profitto a breve termine. Ma l’impresa non è solo questo o lo è sempre di meno. La storia della Lu-Ve di Uboldo, raccontata da Fabio Liberali, è esemplare e rientra in quel 70% di aziende italiane quotate sui listini della borsa che ha deciso di inserire tra i propri obiettivi da raggiungere, non solo migliori performance economiche, ma anche traguardi socio ambientali. Un dato in rapida crescita. Tale percentuale, fino al 2013, si fermava al 40%. “Ma l’attenzione alla responsabilità sociale d’impresa, per la nostra azienda - racconta ancora Fabio Liberali di Lu-Ve - non si ferma solo alle politiche green, l’attenzione va anche al ruolo che un ambiente di lavoro può avere sul fronte dell’integrazione degli stranieri. A quelli che lavorano da noi, ad esempio, non vengono garantiti solo dei corsi di lingua per migliorare l’italiano, ma anche delle lezioni di storia e di diritto costituzionale, per condividere con loro e farli sentire parte della nostra cultura”. Di più: “Altro fronte su cui siamo impegnati è quello di supportare i nostri dipendenti nell’educazione e nella formazione dei figli, con delle borse di studio pensate per i ragazzi più meritevoli”. L’impresa, dunque, come una vera e propria famiglia e, allo stesso tempo, come un attore sociale sempre più consapevole che la realtà
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Fabio Liberali, Lu-Ve Spa: “Cerchiamo di essere uno strumento di integrazione degli stranieri con corsi di lingua e di diritto costituzionale” non finisce sul cancello degli stabilimenti e degli uffici. “Per noi - racconta Marco Maroni di Elmec Informatica di Brunello - la responsabilità sociale di impresa si gioca su due livelli: il primo è quello interno, che riguarda la gestione delle risorse umane, il secondo è quello esterno e il rapporto che l’azienda ha con la comunità”. Su quest’ultimo fronte, ad esempio, “il nostro data center è stato pensato per consumare meno energia possibile. Con un risparmio effettivo, rispetto a quello di altre strutture simili, paragonabile al consumo energetico di un anno di una città come Assago”. Sul fronte interno, invece, quello delle risorse umane, in Elmec è attivo un programma di workplace per garantire un ambiente di lavoro in cui il benessere fisico e mentale di ogni dipendente sia al centro, favorendo l’equilibrio tra vita privata e professionale, la formazione continua delle persone e sempre più stimoli a proporre idee innovative. “L’azienda deve adattarsi all’ambiente che la circonda e alle persone che ne fanno parte”, spiega Maroni: “Su 700 persone che lavorano da noi, 200 sono under 23. Da qui l’idea di promuovere l’attività sportiva dei nostri dipendenti con una palestra aziendale e tornei riguardanti varie discipline”. La parola d’ordine è fidelizzare, far sentire le persone a casa propria. Venire incontro alle loro necessità. Non è solo una questione di sensibilità. All’aumentare del grado di sostenibilità di un’azienda è legato anche il livello di produttività del lavoro misurato in termini di valore aggiunto per addetto. È stato per esempio calcolato dall’Istat che, in questo senso, rispetto alle imprese con attenzione nulla per la sostenibilità, quelle con una lieve
INCHIESTA attenzione alla responsabilità sociale d’impresa hanno una produttività superiore del 4,5%, quelle con un’attenzione media del 7,9% e quelle altamente responsabili del 10,2%. È anche per questo che aziende altamente tecnologiche come Vodafone Automotive, localizzata a Varese e a Busto Arsizio (Vodafone Automotive Italia) sono molto attente a temi come la conciliazione lavoro-famiglia. “Abbiamo introdotto - racconta il responsabile delle risorse umane Andrea Di Nunzio - lo smartworking un giorno alla settimana. Un progetto pilota che al suo avvio ha riguardato il 10% dei lavoratori, oggi già salito al 15%”. Altra iniziativa che aveva fatto andare su tutti i giornali Vodafone Automotive è quella delle “ferie solidali”, attraverso le quali i dipendenti possono cedere in forma anonima le proprie ferie, per metterle a disposizione dei colleghi che ne hanno bisogno perché in difficoltà nella gestione, ad esempio, di problematiche in famiglia. “Altra iniziativa – racconta ancora Di Nunzio – è quella del part-time concesso alle mamme fino al compimento dei 3 anni del bambino”. Tanto che oggi in Vodafone Automotive il part-time è utilizzato dal 10,8% della popola-
Andrea Di Nunzio, Vodafone Automotive: “Abbiamo introdotto lo smartworking un giorno alla settimana. Un progetto pilota che al suo avvio ha riguardato il 10% dei lavoratori, oggi già salito al 15%”
zione aziendale. “Wear a better world”, ossia “Indossare un mondo migliore”, è lo slogan con cui l’azienda tessile di Caronno Pertusella, Eurojersey, interpreta il proprio impegno per l’ambiente: “Con i nostri scarti di produzione - racconta Mariangela Proscia, dell’area marketing e media relations - facciamo le magliette che doniamo ai volontari di Wwf Italia”. Ma per essere partner di un’organizzazione internazionale come il Wwf non basta un gesto di bontà. I controlli sono costanti. Su più fronti. E l’impegno di Eurojersey per l’ambiente è a 360 gradi: sulla sostenibilità di processo (l’azienda recupera ogni anno 47.000 kg di scarti di tessuto che vengono trasformati in nuovo materiale e risparmia, grazie al recupero di calore, 200.000 metri cubi l’anno di gas, impedendo così a 400 tonnellate di anidride carbonica e 12.000 litri d’olio di finire nell’aria che respiriamo), sulla sostenibilità ambientale (oltre alla partnership con il Wwf Italia, Eurojersey ha ideato il programma “1 metro di tessuto per 1 metro di foresta” per la salvaguardia della foresta pluviale in Argentina che ha permesso di salvare 36.791.539 metri quadri di vegetazione con World Land Trust), sulla sostenibilità economico-sociale (con il coinvolgimento dell’intera struttura aziendale in programmi di sostegno ad associazioni come l’Aism, l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla). Quella che si dice un’impresa coesiva, così come vengono definite da Unioncamere le aziende in grado di coniugare innovazione e responsabilità sociale. Realtà produttive che, secondo una ricerca dell’Unione delle Camere di Commercio italiane, sono risultate più competitive delle Pmi “non coesive”, queste ultime, nel periodo 2017-2018, hanno aumentato il fatturato nel 36% dei casi. Tra quelle socialmente più responsabili, invece, la percentuale di aziende in crescita è molto più consistente: 53%. Fare business, pensando all’impatto che si ha sugli altri e sul mondo, conviene.
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INCHIESTA
La responsabilità sociale d’impresa vista da un 17enne La lettera aperta rivolta agli imprenditori del territorio firmata da Lorenzo Ciorra, studente del liceo scientifico di Gallarate, vincitore della competizione nazionale di public speaking “Futura 4.0”, a cui Varesefocus ha chiesto di spiegare come un ragazzo interpreta il tema della sostenibilità tura motivazionale del proprio impiego che porta a lavorare, con
Lorenzo Ciorra passione e con felicità. Un aspetto, quest’ultimo, assolutamente da
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a sostenibilità sociale: una delle tre grandi dimensioni della sostenibilità di cui, però, ognuno si è dimenticato. In un mondo vessato da questioni come il surriscaldamento terrestre o le politiche economiche, si sono messi in secondo piano i problemi della società, di tutti; quegli stessi problemi che, risolti, garantirebbero il benessere umano e sociale, tanto agognato da generazioni di pensatori. Tuttavia risalgono al boom economico degli anni ‘60 gli ultimi grandi investimenti sul welfare, sulla sicurezza, la salute e l’istruzione: pietre miliari della nostra democrazia. Allo Stato, allora, si sono sostituite le imprese che hanno investito in attività sportive, culturali, scuole dell’infanzia e nella formazione lavorativa per garantire il benessere dei propri dipendenti e, quindi, dell’intera società. Ed è proprio il benessere delle persone a portare alla coesione sociale, alla solidarietà, entrambe volte all’avere una società con meno disparità, disuguaglianze, ma più diritti ed opportunità per tutti. Dunque mi rivolgo a voi imprenditori. Mi rendo conto di quanto poliedrica sia la questione e di quante soluzioni dovrebbero essere analizzate, ma ritengo assolutamente necessario porre la nostra attenzione sull’aspetto relazionale e meritocratico all’interno di un’impresa. È fondamentale intendere l’azienda come una squadra caratterizzata dall’omogeneità dei comportamenti, dei rapporti, che abbia la discussione, il dialogo personale come base per la costruzione di rapporti interpersonali e della consapevolezza dell’impegno collettivo. Ed ancora più importante è la realizzazione della persona, la sfuma-
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garantire e tutelare favorendo la mobilità all’interno delle gerarchie dell’impresa, come all’interno della società, affinché ognuno venga spinto ad eccellere nel proprio settore per raggiungere la propria soddisfazione e il proprio benessere personale garantendo, al contempo, quello dell’azienda. Questi sono solo due dei molteplici aspetti che un tema come la sostenibilità sociale, in una repubblica democratica fondata sul lavoro e in cui la sovranità appartiene al popolo, ci prospetta, ma è la visione di un diciassettenne consapevole delle moltissime Lorenzo Ciorra difficoltà di questi anni eppure ottimista e fiducioso perché è tornata quella voglia di agire, di migliorarsi, di superare tutte le problematiche oltrepassando i propri limiti che ci garantirà un futuro luminoso e da protagonisti.
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È importante favorire “la mobilità all’interno delle gerarchie dell’impresa, come all’interno della società, affinché ognuno venga spinto ad eccellere nel proprio settore per raggiungere la propria soddisfazione e il proprio benessere personale”. E dunque dell’azienda
Il bot di Instagram: usarlo è come comprare follower finti? Rispondo subito alla domanda nel titolo: usare un Instagram bot non equivale a comprare follower, poste alcune condizioni che intendo spiegare. Anzitutto chiarisco cosa è un Instagram bot. Si tratta di software fruibili da desktop collegandosi alla piattaforma del bot oppure tramite app, che consentono di effettuare in forma “automatizzata” diverse operazioni. Tra queste le principali sono: mettere like alle foto, scrivere commenti predefiniti, effettuare attività di following e unfollowing di altri profili, visualizzare storie. Sostanzialmente sono le azioni più comuni che gli utenti compiono sul social network ma fatte in forma massiva e h 24. Gli Instagram bot hanno costi variabili a partire da circa € 9,00 mensili in su. L’obiettivo di chi attiva un bot sul suo profilo è prima di tutto quello di incrementare l’engagement della propria pagina Instagram per rendersi visibile ad eventuali brand al fine di un ingaggio di sponsorizzazione. Intendo precisare che, stando a quanto dichiarato da Instagram nelle condizioni ufficiali di utilizzo del social, ogni tipologia di automatismo viola i termini d’uso della piattaforma e ciò può comportare una sospensione dell’account o un shadow ban. Oltre al rischio di intervento di Instagram, il mercato della pubblicità tramite social è sempre più consapevole e, poiché identificare i profili che non hanno una crescita organica bensì ottenuta tramite automatismi è piuttosto semplice, chi incrementa il proprio engagement solo tramite bot potrebbe essere poco appetibile da brand di un certo pregio, quindi maggiormente disposti ad investire. L’uso dei bot può essere di supporto ad una strategia di social media management Fatte le dovute premesse, resta il fatto che tra le attività che svolge un social media manager per il profilo Instagram del suo cliente c’è l’utilizzo di bot con tutta una serie di accortezze (o di tecniche “antisgamo” che dir si voglia). La prima di tutte consiste nella ricerca e selezione dei bot migliori e cioè che consentano un settaggio del target di riferimento quanto più articolato e preciso possibile. Ad esempio un buon bot permette di configurare un target da seguire (per essere seguiti) per età, interessi, hashtag, provenienza e luoghi in cui si sono geolocalizzati. Ad una buona profilazione del target è bene abbinare un ritmo di crescita “umano” (ad esempio ad una configurazione del tipo 250 like su posts ogni ora / 350 follower seguiti ogni ora / 200 commenti pubblicati ogni ora, sarebbe preferibile una del tipo 20 like su posts ogni ora, 30/35 follower seguiti ogni ora, 15 commenti pubblicati ogni ora) e l’accortezza di non effettuare operazioni manuali durante l’attività del bot per non generare attività incoerenti e dunque “sospette” per Instagram.
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Da qui si evince che se il bot consente di acquisire follower, dietro c’è molto di più. Tuttavia, per quanto attenta sarà la gestione del bot, due fastidiosi elementi restano ineludibili: ad un’azione di following massiva ne seguirà una pari di defollowing e molti utenti l’hanno capito pertanto non accettano più richieste da chi ha moltissimi follower e pochissimi seguiti; inoltre i commenti del bot, per quanto personalizzabili, risultano spesso anomali, impersonali o inopportuni. I contenuti e la percezione che dietro ad un profilo vi è sostanza fanno la differenza Il bot può infine avere una funzione più professionale e non borderline rispetto ai regolamenti di Instagram che consiste nella programmazione dei contenuti. E qui, direbbe la mia professoressa di filosofia del liceo, casca l’asino! Perché è proprio il contenuto a fare la differenza. Nessuno si accorgerà di essere stato “vittima” del defollowing se i contenuti di una pagina sono interessanti. Se i vostri post consisteranno in foto originali corredate da commenti in un italiano senza approssimazioni ed il tutto sarà tale da destare l’idea che dietro ad una pagina vi sia un’impresa, e non un’operazione meramente commerciale, chi verrà “pescato” pure tramite un bot si appassionerà della vostra pagina e sarà disposto ad accettare qualche commento stereotipato o random sulle sue foto restando vostro follower. Barbara Mentasti
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ECONOMIA
Il futuro dell’elisoccorso si gioca a Vergiate Sono 2.400 gli elicotteri usati oggi nel mondo per la gestione delle emergenze, in particolare come eliambulanze. Un numero destinato a salire a 3.000 velivoli tra una decina di anni. Uno scenario che vede Leonardo in prima fila, non semplicemente sul fronte del mercato e del business, ma anche nel fare da anello di congiunzione tra industria e comunità scientifica Davide Cionfrini
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uando due commesse, piazzate sul finire di anno, forniscono il senso e confermano le strategie di sviluppo e gli obiettivi a lungo termine di un’azienda. Leonardo a dicembre 2018 ha annunciato il rafforzamento della capacità di intervento aereo dei Vigili del Fuoco italiani attraverso la vendita di tre AW139, per un valore di 45 milioni di euro. Stesso modello, stesso giorno, secondo comunicato, in cui l’azienda parla della consegna entro il 2019 di un altro AW139: questa volta come destinatario il Dipartimento Anticendio di Los Angeles che salirà così ad una dotazione di 5 elicotteri di tale tipo. “Se l’Italia è e deve essere la nostra vetrina nel mondo, il comparto dell’elisoccorso rappresenta, allo stesso tempo, il primo testimonial a livello internazionale delle nostre capacità tecniche e tecnologiche”, spiega Gian Piero Cutillo, responsabile della Divisione Elicotteri di Leonardo. Ad oggi nel mondo volano 2.400 elicotteri per missioni di elisoccorso, concentrati per lo più (80%), in Europa e nel Nord America. Di questo mercato Leonardo rappresenta un vero e proprio leader vantando 370 eliambulanze operative nei cinque continenti a cui bisogna aggiungere oltre 300 elicotteri dedicati alla ricerca e soccorso in vari ambienti tra cui il mare e la montagna. Ma
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la sfida lanciata da Leonardo direttamente dagli stabilimenti di Vergiate non è semplicemente quella di acquisire sempre maggiori fette di mercato. L’asticella è stata alzata ad un livello superiore: fare da collante tra l’industria elicotteristica e la comunità medico/scientifica per individuare insieme le traiettorie di sviluppo dell’elisoccorso, trasformando gli elicotteri da ambulanze volanti, quali sono ora, a dei veri e propri piccoli ospedali. Per questo lo scorso novembre più di 600 persone rappresentanti internazionali dell’industria del settore, della comunità medica e del pronto intervento civile e militare si sono date appuntamento nel sito produttivo vergiatese per un primo evento realizzato in collaborazione con Siaarti (Società Elicottero AW139 di Leonardo
Elicottero AW109
Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva). Medici, responsabili dei reparti del pronto intervento europei e statunitensi, rappresentanti dei servizi di soccorso delle forze armate: tutti riuniti per una due giorni, ribattezzata “Remote”, che ha rappresentato l’inizio di un cammino. Meta: trovare insieme delle linee guida dell’elisoccorso per aumentare la capacità operativa delle eliambulanze, incrementare l’efficacia dei servizi medici collegati, definire nuovi standard di formazione per i medici del settore che sempre di più devono saper interagire con l’equipaggio e i piloti. Ne va della capacità dell’elisoccorso di salvare sempre più vite umane. “Forti dell’eccellenza che come Italia rappresentiamo a livello mondiale - spiega Luca Tonini, responsabile marketing dell’elisoccorso di Leonardo - vogliamo fare della nostra azienda il collante con la comunità scientifica alla quale abbiamo aperto per la prima volta a livello internazionale le porte della fabbrica attraverso l’evento Remote”. La domanda di elicotteri per la gestione delle emergenze, d’altronde, è in forte aumento. Le consegne di elicotteri civili per
ECONOMIA
Tra eliambulanze ed elicotteri dedicati alle attività di ricerca e soccorso sono più di 600 i velivoli Leonardo in servizio in 50 diversi Paesi. Una presenza destinata ad aumentare come dimostrano le recenti vendite di altri mezzi ai Vigili del Fuoco italiani e al Dipartimento Antincendio di Los Angeles
tali impieghi da parte di tutta l’industria sono passate da una quota del 14% del 2007 al 44% del 2017. Un trend destinato a continuare. Le previsioni sono per un’espansione che arriverà nei prossimi 10 anni a far volare 3mila elicotteri, 600 in più degli attuali. Il 40% della flotta mondiale, inoltre, sarà sostituita da macchine più moderne, più adatte a rispondere alle nuove esigenze: “L’elicottero – spiega ancora Tonini – rappresenta un anello di una catena di sviluppo complessa. Nelle emergenze l’elicottero dovrà sempre di più volare su lunghe tratte per permettere ai medici di trasportare il malato o il ferito non semplicemente all’ospedale più vicino, ma a quello più specializzato nella patologia o nel trauma subito dal paziente”. Cresce, dunque, l’esigenza di volare e compiere la missione in ogni condizione meteo e ambientale. La disponibilità operativa deve essere 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. Ciò implica il cambiamento anche del tipo di elicotteri utilizzati. Da quelli più leggeri, si sta passando ad una categoria intermedia, con cabine più capaci, in grado di ospitare apparecchi medici sempre più sofisticati, garantendo allo stesso tempo meno costi di gestione. In questo Leonardo arriva pronta all’appuntamento grazie allo sviluppo, negli ultimi anni, di un’intera famiglia di elicotteri di nuova generazione. Un unicum a livello mondiale. Le sigle sono quelle degli AW139, AW169, AW189. Se fino ad oggi il mercato si è concentrato in Europa e Nord America, le nuove richieste arrivano da India e Cina. Un Paese quest’ultimo dove Leonardo ha acquisito una posizione di predominio con una quota del 70%. Tanto che con le eliambulanze fornite è stato costituito il primo servizio integrato di elisoccorso che sarà in grado a breve di assicurare una vera e propria copertura nazionale in tutto il Paese asiatico. “In futuro potremmo arrivare a ciò che fino a ieri era ritenuto impossibile, come, per esempio, effettuare mentre si è in volo una tac al paziente. Più aumenta la capacità operativa durante il trasporto più saremo in grado di salvare vite umane. I primi minuti sono fondamentali. Più controlli e interventi sul corpo del ferito o del malato riusciamo a fare, più aumentano le probabilità di sopravvivenza”, spiega Flavia Petrini, Presidente di Siaarti. Ma anche qui un aeromobile non vale l’altro. Ecco perché, anche sul fronte del soccorso, Leonardo punta sul suo convertiplano, l’AW609 in grado di volare sia come un aereo, sia in verticale, come un elicottero. E che, come si legge nella nota di Remote, “apre nuovi scenari e nuove possibilità”. Per esempio “riducendo i tempi di recupero e trasporto del paziente” o “permettendo di operare in ambientazioni inaccessibili per i mezzi convenzionali”. Non solo: “La cabina pressurizzata dell’AW609 consente interventi di stabilizzazione del paziente senza precedenti per un aeromobile ad ala rotante”.
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#PIU’CORAGGIO
Anche Varese ha la sua Tav Si chiama Pedemontana e “deve essere ultimata per non rendere vani gli investimenti fin qui fatti”, afferma il Presidente dell’Unione Industriali, Riccardo Comerio, che lancia la sfida alla politica: “Malpensa deve essere posta al centro dei principali corridoi europei” “12 associazioni che si incontrano a Torino rappresentano tutta
Silvia Giovannini l’imprenditoria italiana: un mondo che chiede di vivere e lavorare
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a posizione della provincia di Varese fa delle infrastrutture un tema centrale per lo sviluppo di qualsiasi attività sul territorio. Siamo un tessuto economico per propria natura votato all’export e all’internazionalizzazione, non possiamo rimanere al margine dei più importanti corridoi continentali come quello Ovest-Est (Lisbona-Kiev) e Nord-Sud (Rotterdam-Genova). Con Malpensa poi siamo nel mezzo di uno snodo europeo fondamentale e non terminare la Tav vorrebbe dire affossare qualsiasi ambizione di crescita delle nostre imprese: basta guardare una cartina geografica per capirlo”. A ribadire l’importanza delle infrastrutture per la nostra provincia è il Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, Riccardo Comerio. La sua voce si aggiunge a quella delle imprese di tutta Italia riunite per ribadire un “sì” congiunto per il futuro appunto di tutta l’Italia. Un appello al Governo perché investa nelle infrastrutture - e non assecondi i comitati del no in cerca di facile consenso - espresso simbolicamente a Torino a dicembre in un incontro, che si può ben dire storico e resterà nella memoria con l’hashtag programmatico #infrastrutturedidomani con cui è stato vissuto anche sui social network. Un incontro che ha visto riunite le associazioni nazionali di categoria (Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Legacoop, Confcooperative, Confagricoltura, Confapi, Ance) con tutte le loro rappresentanze territoriali e tutte le loro imprese associate, per sostenere lo sviluppo delle infrastrutture. Operativamente la firma di un Manifesto a sostegno della Tav e della realizzazione delle 27 grandi opere oggi in bilico nel Paese, per un valore di 24 miliardi di euro di cantieri. Dichiaratamente un “sì al futuro, allo sviluppo e alla crescita sostenibile.”
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in un Paese competitivo. Certo questo non è chiedere sussidi”, ha sottolineato il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. “Un evento senza precedenti”, testimonia Comerio. “L’impresa si è mobilitata in tutta la sua rappresentanza: senza distinzioni è stato mandato un unico messaggio sostenuto da realtà che rappresentano 3 milioni di imprese che danno lavoro a 13 milioni di italiani. Realtà da cui dipendono il 65% del Pil italiano e l’80% dell’export”. E per quanto riguarda il locale? “La Tav è per noi fondamentale: basta la sola presenza di Malpensa per renderla tale. Ma ogni territorio oggi ha la sua Tav e la nostra si chiama Pedemontana, un’opera che deve assolutamente essere portata a termine per non rendere inutili gli importanti investimenti fatti per realizzare il primo tratto”, spiega Comerio che anche sulla questione costi non le manda a dire: “L’analisi dei costi e dei benefici si fa all’inizio dell’avvio di un cantiere che, una volta aperto, deve essere portato a termine. Ha dell’irrazionale e dell’incomprensibile mettere sempre in discussione progetti pluriennali all’insediamento di ogni Governo. La politica dovrebbe spostare la discussione semmai sul futuro, non su quanto già deciso. Rischiamo di
Fonte: Unione Industriali Torino
#PIU’CORAGGIO
Netto il sostegno alla Tav che raccoglie il consenso anche di molti rappresentanti delle forze politiche. Uno per tutti il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, che in un’intervista al Corriere della Sera sottolinea: “Per noi si tratta di un’opera fondamentale per rientrare in Europa attraverso un asse commerciale importante. Altrimenti le merci viaggeranno un po’ più a nord e noi resteremmo tagliati fuori”. Un sì deciso, anche perché, a conti fatti, completare la Torino-Lione costerebbe meno che non realizzarla, a causa della restituzione dei finanziamenti ricevuti, della perdita di opere già reFonte: Unione Industriali Torino alizzate e non più utilizzabili, dei cofar perdere di credibilità al Paese, oltre che a creare incertezze eco- sti della rescissione di contratti già sottoscritti e di quelli per la nomiche alle imprese e alla loro capacità di creare occupazione”. messa in sicurezza, il ripristino del territorio allo status quo ante Nulla di nuovo sotto il sole in ogni caso: le imprese italiane sosten- e l’adeguamento, comunque parziale e insufficiente, dell’attuale gono da sempre l’importanza dei corridoi europei e delle grandi Linea Ferroviaria Storica rispetto agli standard europei. Senza e “piccole” opere che li realizzano, in quanto una grande rete di in- contare che senza la Torino-Lione il trasporto di merci su tutto frastrutture logistiche e di trasporto è essenziale per l’integrazione il Versante Ovest dell’Arco Alpino diventerebbe meno compeeconomica e sociale dell’Unione e nell’Unione Europea. Le prin- titivo e più costoso, con impatti negativi sugli scambi con tutti cipali ragioni a sostegno riguardano l’integrazione economica del i Paesi collegati dal Corridoio Mediterraneo (Francia, Spagna, Paese su scala soprattutto europea, nella quale si sviluppa quasi il Portogallo, Isole Britanniche, Belgio e Lussemburgo), attual60% dell’export e dell’import italiano, cioè quasi 500 miliardi di mente pari a 205 miliardi di euro (di cui 81 miliardi solo con la euro su 850 che passano attraverso le Alpi. Inoltre, la promozione Francia). Senza contare che al 2030 si ridurrebbe il transito stradi un sistema dei trasporti centrato sulla intermodalità, con una dale di quasi 1.000.000 veicoli pesanti l’anno, con un crollo di maggiore quota di trasporto su ferro, sulle lunghe distanze, più emissioni inquinanti stimato in 3 milioni di tonnellate equivaeconomico, rapido, sicuro e sostenibile. E ovviamente la cresci- lenti di anidride carbonica, pari a quelle di una città di 300.000 ta economica e le migliaia di nuovi posti di lavoro che derivano abitanti. L’Europa sarebbe più a portata di mano: per andare da da investimenti ad alta redditività non solo nella fase di cantiere, Milano a Parigi basterebbero 4 ore e mezza, per Barcellona 6 ma anche a regime, perché connettono il Paese con l’Europa e col ore, per Londra 7 ore, con importanti impatti positivi per tutta Mondo, offrono agli operatori economici accessi più agevoli ai la filiera turistica. Il progetto, nel periodo più intenso di costrumercati di riferimento, migliorandone efficienza e competitività, zione 2020-2027, può stimolare, direttamente e indirettamente, e rendono il Sistema Paese più competitivo e attrattivo per gli in- una crescita economica di 11,3 miliardi di euro che, al netto dei costi di investimento, equivale a quasi 1 miliardo l’anno, con vestitori internazionali e i flussi turistici. Il manifesto congiunto mette, però, in luce anche un’altra que- un’occupazione aggiuntiva di circa 5.000 unità annue. stione: le grandi opere da sole non bastano, perché le infrastrutture, grandi e piccole, vanno gestite e mantenute costantemente in efficienza e sicurezza, per evitare i numerosi e, a volte, tragici Se la Tav fosse realizzata gli spazi eventi dovuti alla progressiva riduzione degli investimenti. Per questo la richiesta è quella di un vero rilancio degli investimen- in Europa si accorcerebbero: ti infrastrutturali, nelle reti di trasporto e di servizi, nella difesa per andare da Milano a Parigi idrogeologica e antisismica, nell’edilizia scolastica e sanitaria, basterebbero 4 ore e mezza, per nella rigenerazione e nella riqualificazione delle aree urbane e nel risanamento e nella tutela ambientale; interventi capaci di Barcellona 6, per Londra 7, con migliorare, in generale, la qualità della vita. Inoltre, il manifesto importanti impatti positivi per tutta evidenzia, numeri alla mano, un dato di fatto: sarebbe inconcepibile fermare i cantieri, rimettendo in discussione investimenti la filiera turistica già valutati, discussi, finanziati e in corso di realizzazione.
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FORMAZIONE
Scuole elementari: tempo pieno oppure no? Quante ore i bambini dovrebbero rimanere a scuola? Come conciliare l’impegno nelle aule con i compiti a casa? Che valore ha per genitori e figli il tempo libero? Queste le domande che sorgono dopo l’ultima proposta del Governo di aumentare gradualmente la permanenza degli studenti negli istituti primari
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igliaia di famiglie sono chiamate in questi giorni a scegliere la scuola primaria a cui iscrivere i propri figli. Si tratta di una decisione importante, condizionata da diversi fattori, tra i quali l’orario scolastico previsto. Tema, quest’ultimo, al centro anche delle attenzioni dell’attuale governo, che ha proposto un’introduzione graduale del tempo pieno in tutte le scuole primarie italiane. Attualmente in Italia esistono due sistemi: il tempo modulare e il tempo pieno. Nel primo caso l’orario settimanale prevede 30 ore, nel secondo caso invece le ore salgono a 40. L’organizzazione del tempo pieno prevede che le diverse attività laboratoriali siano un tutt’uno con le ore curriculari (in aula), rappresentando così un’opportunità di approfondimento dell’attività didattica. Ma indipendente dall’organizzazione tecnica del tempo pieno, il punto cruciale è - posto al centro del quesito lo studente - se una soluzione sia migliore o migliorativa rispetto all’altra. Inevitabile la creazione di due fronti contrapposti: genitori a favore del tempo modulare e genitori a favore del tempo pieno. Dove la differenza sta sostanzialmente nel tempo di permanenza a scuola. Più corto nel primo caso, full time nel secondo. Dunque, meglio il tempo pieno? Per i genitori contrari a questa organizzazione oraria la possibilità di gestire autonomamente il tempo è un aspetto fondamentale. I bambini hanno in questo modo la possibilità di imparare prima a gestire l’ordine di priorità dei loro impegni, oltre ad acquisire un proprio metodo di studio senza la costante presenza di un insegnante a supporto. Altro aspetto non di secondaria importanza è la possibilità per i bambini di avere dei momenti di relax prima di dedicarsi ai compiti. Trascorrere 8 ore a scuola rappresenta, secondo i genitori che scelgono il tempo modulare, un sovraccarico eccessivo sia dal punto di vista intellettivo, sia dal punto di vista fisico. Per i genitori sostenitori del tempo pieno invece trascorrere a scuola 8 ore risulta funzionale ad un maggiore apprendimento, sostenuto anche dalla partecipazione a laboratori, lavori di gruppo e a una maggiore offerta di attività. Una prolungata permanenza a scuola permette una maggiore emancipazione dall’ambiente familiare, avendo la possibilità e più occasioni per socializzare con i compagni, sia durante le lezioni sia durante le attività ricreative. Uno dei temi centrali per le famiglie che sostengono il tempo pieno è quello dei compiti a casa. Che si tratti di una lettura, di un ripasso veloce oppure di esercizi che richiedano più o meno impegno, i compiti dopo il tempo pieno non raccolgono il favore dei genitori e tantomeno dei bambini. Un diritto quello del tempo libero sostenuto in un post Facebook di novembre 2018 anche da Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva e figura di riferimento per molti genitori. Scrive così sul social network: “I bambini hanno diritto al tempo libero. Nella settimana in cui si celebra la giornata mondiale dei diritti dell’infanzia, voglio condividere con voi alcuni diritti che sono da tute-
lare nel percorso di crescita dei nostri figli. Oggi vorrei ribadire l’importanza che ha per i bambini poter avere a disposizione un tempo che non è già tutto occupato da attività, addestramenti, apprendimenti sempre gestiti da un adulto che dice che cosa si deve fare e che cosa si deve imparare. Ai bambini servono ampi spazi di vita ‘vuoti e destrutturati’ da riempire con la propria creatività e da nutrire con ciò che un tempo era uno dei principali motori dell’infanzia, ovvero la fantasia”. I commenti in risposta al post di Alberto Pellai forniscono una fotografia delle due diverse correnti di pensiero. Per una mamma la noia è l’essenza fondamentale della creatività, dunque preziosa ed essenziale. Dall’altra parte, i commenti di genitori che si domandano se veramente sussistano alternative qualitativamente migliori che non siano rappresentate da tablet, cellulari e videogiochi e che permettano una “sana” socializzazione. Difficile dunque sostenere quale soluzione sia migliore. Diversi sono i fattori che entrano in gioco: due genitori che lavorano e la mancanza di un sostegno di familiari implica che il tempo pieno diventi l’unica soluzione. C’è da considerare poi che esistono contesti in cui il tempo pieno non viene attivato e situazioni in cui la scelta della scuola e quindi dell’organizzazione scolastica, è determinata dal contesto abitativo. L’obiettivo è quello di prendere la decisione migliore per il bambino, considerando variabili e imprevisti. È pur vero che spesso i bambini riescono a stupire mostrando capacità e spirito di adattamento al di sopra di ogni attesa. Per Paola Benetti, referente alternanza scuola lavoro, Orientamento, Curricolo verticale, Istruzione degli Adulti, Eventi culturali e valorizzazione della cultura artistica e musicale dell’Ufficio Scolastico provinciale di Varese “dal momento che la scuola svolge una funzione pubblica che per mandato istituzionale le assegna il compito di educare, formare e istruire gli studenti, ne consegue che la permanenza più o meno prolungata a scuola degli stessi non si può ridurre ad una questione relativa soltanto alla quantificazione oraria della loro permanenza entro le mura scolastiche. ‘Fare scuola’ significa valorizzare negli apprendenti le loro
FORMAZIONE
Maria Postiglione
Paola Benetti dell’Ufficio Scolastico di Varese: “Qualsiasi sia la scelta, ad ogni famiglia la scuola deve comunque offrire non tanto la possibilità di una frequenza più o meno lunga, quanto garantire che tutti gli alunni siano esposti a insegnamenti, attività, progetti qualitativamente validi” 35
FORMAZIONE
potenzialità, costruire saperi e consolidare competenze, prepararli ad essere cittadini responsabili e attenti costruttori di serena convivenza civile”. In particolare, secondo Benetti, è necessaria “un’attenta collaborazione fra scuola e famiglia in quanto con i genitori la scuola può costruire una alleanza educativa fondamentale per lo sviluppo e la crescita umana e culturale dei bambini e dei ragazzi. In questo progetto educativo condiviso la scelta di usufruire di un ‘tempo scuola’ per un monte ore settimane più o meno lungo non può quindi non essere rimessa ad una serie di valutazioni che le famiglie devono pesare, rispetto alle diverse situazioni personali e di contesto e rispetto a ciò che può favorire il benessere dei bambini in base alle loro caratteristiche individuali. Qualsiasi sia la scelta, ad ogni famiglia la scuola deve comunque offrire non tanto la possibilità di una frequenza più o meno lunga quanto garantire che nel tempo trascorso a scuola, indipendentemente dalla sua durata, tutti gli alunni siano esposti a insegnamenti, attività, progetti qualitativamente validi e finalizzati ad una educazione culturalmente e umanamente ricca”.
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Alberto Pellai su Facebook: “I bambini hanno diritto al tempo libero. Ai bambini servono ampi spazi di vita vuoti e destrutturati da riempire con la propria creatività”
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Le risposte al quiz “Che cos’è un’impresa?” Nello scorso numero di dicembre (7/2018) Varesefocus ha proposto ai lettori di rispondere al quiz sottoposto agli studenti delle scuole medie del territorio che hanno partecipato al Pmi Day. Ecco le risposte: 1. Cosa serve per fare un’impresa? C. Un’idea, delle persone, degli strumenti e delle risorse 2. Quali sono i tipi di impresa? C. Manifatturiera, di servizi, dell’edilizia, agricola 3. Quante imprese ci sono in provincia di Varese? C. 60 mila 4. Perché l’impresa manifatturiera è molto importante? C. Produce, innova, si occupa delle persone e dell’ambiente, crea valore 5. Cosa significa PMI? C. Piccola Media Impresa
Proteggere gli
UOMINI-CHIAVE per Proteggere l’ IMPRESA Ƥ Ƥ ƥ ǯ ǯ Ǥ “uomini-chiave” sono patrimonio di conoscenza tecnico-pratiche e competenze relazionali fondamentali per il corretto funzionamento dell’ImpresaǤ ° ǡ ° strategico tutelare l’Azienda stessa per evitare che il patrimonio di conoscenza accumulato in anni di lavoro si possa improvvisamente perdereǤ
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Startupper si diventa... alla LIUC App per promuovere prodotti e piattaforme digitali per offrire servizi alle imprese. Ma anche attività meno tecnologiche e più tradizionali come il commercio di bevande al cocco. Ecco come la LIUC – Università Cattaneo è diventata nel tempo una fabbrica di nuovi imprenditori follower” spiega Alessandro, laureato in ingegneria gestionale
Marco Corso alla LIUC, e così lui e un gruppo di due amici hanno deciso di
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ezioni che diventano idee, idee che diventano progetti e progetti che diventano aziende. È il variegato mondo delle startup che nascono anno dopo anno tra i banchi della
puntare “su persone comuni in grado di veicolari messaggi molto più efficaci verso le reti dei loro amici”. Da lì è nata Friendz (www. friendz-app.com), una realtà che a tre anni dalla fondazione conta 60 dipendenti in 3 nazioni, ha raccolto 25 milioni di dollari di in-
Friendz è l’app, nata 3 anni fa, che trasforma ogni utente dei social in influencer. Oggi conta 60 dipendenti in 3 nazioni, raccoglie 25 milioni di dollari di investimenti e nel 2018 ha fatturato 2 milioni di euro vestimenti e nel 2018 ha fatturato 2 milioni di euro. “Con Friendz le aziende decidono di lanciare campagne pubblicitarie attraverso la nostra piattaforma - continua Cadoni - e l’utente sceglie se aderire o no. Se lo fa dovrà postare contenuti sui propri account e alla fine verrà ripagato in crediti con i quali può ottenere giftcard”. Un sistema che rende tutti influencer e che piace molto agli utenti: sono ormai 270.000 quelli attivi e registrati sulla piattaforma. Un risultato che nel 2019 porterà Friendz ad allargare i confini della sua azione. “Abbiamo già aperto in Spagna e l’anno prossimo lo faremo in altri stati europei” annuncia Alessandro Cadoni. Ma c’è anche chi ha iniziato a fare l’imprenditore prima di iniziare il suo percorso di studi e che alla LIUC ha trovato il terreno fertile per emergere. È ad esempio il caso di Andrea Camauli e dalla sua Clap (http://clapapp.it). “Ho fondato l’azienda quando avevo 19
I fondatori di Friendz
LIUC, l’università di Castellanza. L’ateneo dedicato a Carlo Cattaneo è costantemente attento a questi nuovi esempi di imprenditorialità: i laureati respirano infatti il clima dell’azienda già nelle aule, anche grazie alle tante testimonianze di imprenditori. Sono poi previsti laboratori che preparano, con un’impostazione esperienziale, ai nuovi modi di fare impresa nel mondo dell’industria 4.0. E, ancora, si lavora molto sulle soft skills come leadership e team building, indispensabili anche per creare e gestire con successo un’azienda. Un contesto fertile che conosce bene Alessandro Cadoni che nel 2015 ha avuto un’idea: trasformare ogni utente dei social in influencer. “Volevamo avviare un nuovo modo di fare pubblicità senza coinvolgere le persone che sui social hanno milioni di 38
anni - racconta -. Avevo appena fatto la maturità e ho avuto un brutto incidente in moto che mi ha tenuto fermo per un anno. Così mentre ero a casa ho deciso di iniziare questa avventura imprenditoriale”. All’ini- Pierfrancesco Zanchi, zio Clap era “una piattaforma sulla quale fondatore gli utenti potevano postare foto seguendo di Junoon indicazioni delle aziende ma ora abbiamo deciso di cambiare e offriremo servizi direttamente alle imprese”. Clap si potrà quindi integrare con le app delle diverse società clienti “e potrà essere utilizzata per la gestione di contest e per unire sempre più la community”. Ora Clap “fa parte della Coach&Play Srl che a sua volta offre servizi per le imprese che vogliono digitalizzarsi attraverso un’altra azienda che è chiamata Digifrog (https://digifrog.eu)”. Ma nonostante questo fermento imprenditoriale Andrea, che ora ha 23 anni, continua il suo percorso di studi alla LIUC. “Soprattutto quest’anno in cui ho iniziato a prendere tutto più sul serio a livello di società è per me più difficile seguire con regolarità le lezioni - ammette - ma ci sono i professori che capiscono la situazione e sono di supporto attraverso il loro metodo di insegnamento”. Chi invece ha appreso dalla LIUC il vero spirito imprenditoriale è Pierfrancesco Zanchi. Lui si è laureato nel 2005 in giurisprudenza e da quest’anno si è lanciato in un’avventura imprenditoriale con il latte di cocco e un’azienda chiamata Junoon. “Durante Expo sono rimasto colpito dai temi dell’alimentazione arrivando a decidere di puntare su questa bevanda”, racconta. Così ha iniziato a viaggiare e studiare arrivando fino alla Thailandia per identificare la qualità di cocco migliore. A giugno di quest’anno è arrivato il primo container e la distribuzione procede già a ritmi sostenuti.
Clap è una piattaforma digitale che si integra con le app delle diverse società clienti “e può essere utilizzata per la gestione di contest e per unire sempre di più la community”
UNIVERSITÀ
Andrea Camauli, ideatore di Clap
“Abbiamo un contratto di distribuzione che ha portato il nostro prodotto in 220 negozi biologici d’Italia - racconta Pierfrancesco - e nel 2019 puntiamo ad una distribuzione molto più capillare su Milano”. Tante storie che si sommano alle esperienze che la LIUC offre. Tra le numerose iniziative spicca il percorso della laurea magistrale in Economia Aziendale e Management dal titolo “Entrepreneurship & Innovation”, coordinato da Fernando Alberti: “Si tratta - spiega il docente - di un’opportunità unica per prepararsi sia alla creazione di un nuovo business che alla gestione di un’attività familiare. E ancora, per lavorare nel settore della consulenza o in multinazionali. È aperto a studenti in possesso di competenze linguistiche certificate e si distingue per contenuti, faculty, struttura didattica e approccio pedagogico e per le molte opportunità di mobilità internazionale. Numerosi gli insegnamenti specifici, come Start-upping and Venturing Practicum, Entrepreneurship and Regional Competitiveness e Family Business Management and Governance”.
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Pierfrancesco Zanchi ha fondato Junoon, azienda che distribuisce bevande a base di latte di cocco: “Abbiamo un contratto che ha portato il nostro prodotto in 220 negozi biologici d’Italia” 39
VITA ASSOCIATIVA
L’impresa facilita il fisco ai dipendenti È un vero proprio benefit, sempre più utilizzato dalle aziende per venire incontro alle esigenze delle proprie risorse umane: aiutarle nella dichiarazione dei redditi e nel rapporto con l’Agenzia delle Entrate. In che modo? Attraverso realtà come Assocaaf
sempre più importante per fidelizzare il rapporto che l’azienda
Davide Cionfrini ha con il personale: quello del fisco. Se fosse, infatti, proprio
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iutare le persone a conciliare i tempi del lavoro con quelli della famiglia. Supportare i dipendenti nei costi di formazione dei figli. Stimolarli nelle attività sportive e nel miglioramento degli stili di vita. Ma anche smart working, cessioni di ferie tra dipendenti, assicurazioni sanitarie. I benefit che le imprese riconoscono alla propria forza lavoro sono ormai dei più vari. Dai semplici buoni pasto ne è stata fatta di strada. Ma c’è un fronte ancora poco battuto che sta diventando, però, 40
l’azienda ad aiutare i lavoratori nei rapporti con l’Agenzia delle Entrate, anche solo attraverso l’agevolazione nella compilazione della dichiarazione dei redditi? Molto più che un’ipotesi. “Noi esistiamo proprio per questo. Rappresentiamo ormai da anni il Centro di Assistenza Fiscale delle imprese lombarde”. A parlare è Floriano Botta, Presidente di Assocaaf, ossia il Caf costituito dalle associazioni confindustriali della Lombardia, tra cui l’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. “Siamo il più importante Caf confindustriale a livello nazionale. Sono
165mila le dichiarazioni dei redditi che redigiamo ogni anno per i dipendenti di oltre 1.000 aziende del territorio. Piccole e medie imprese, certo, ma anche grandi e multinazionali tra le più rappresentative del panorama produttivo italiano”, spiega Botta. Il meccanismo è molto semplice. L’azienda che decide di appoggiarsi ad Assocaaf permette a tutti i propri dipendenti di poter adempiere all’obbligo di compilazione del proprio Modello 730 a dei costi vantaggiosi e concordati, offrendo un servizio direttamente in ufficio. Il lavoratore in questo modo non deve chiedere permessi o mezze giornate di ferie per andare da un commercialista o da un altro Caf. Sono gli esperti di Asssocaaf ad andare direttamente dentro le aziende a offrire il servizio della compilazione della dichiarazione dei redditi per tutti i dipendenti. “Il vantaggio - spiega il Direttore Generale di Assocaaf, Simona Arosio - è evidente sia per l’impresa e la sua attività di gestione delle proprie risorse umane, sia per gli stessi lavoratori e l’organizzazione del loro tempo per un’incombenza che è sempre vista con un po’ di ansia”. Pagare le tasse è, infatti, sempre più difficile: detrazioni, deduzioni, calcoli, inserimenti. “La riforma che ha introdotto il modello precompilato - racconta ancora Arosio - ha alcuni elementi di criticità. Se da una parte ha offerto la possibilità al cittadino di gestire in autonomia il rapporto col fisco, dall’altra lo rende unico responsabile della veridicità dei dati inseriti, dei controlli, degli eventuali errori commessi e delle possibili sanzioni. Sarà per questo che la maggioranza dei contribuenti continua ad avvalersi dei centri di assistenza fiscale per l’elaborazione del Modello 730. Il Caf è percepito dal contribuente come un’istituzione ‘amica’ e nel tempo ha assunto un valore sociale, di intermediazione per il rapporto col fisco. Appoggiarsi ad Assocaaf, dà al dichiarante certezze anche in questo senso: in caso di dubbi o presunti errori, infatti, l’Agenzia delle Entrate si rivolge a noi”. Ecco perché la stessa Arosio definisce la propria struttura “un partner nella complessità”. Ma l’appuntamento annuale con il Modello 730 è solo uno dei servizi che viene garantito ai dipendenti delle imprese che decidono di convenzionarsi con Assocaaf. “In realtà dall’ammi-
VITA ASSOCIATIVA
Oltre alla compilazione del Modello 730, Assocaaf assiste i dipendenti delle imprese convenzionate su tutti i fronti fiscali possibili: dalle agevolazioni per le ristrutturazioni della casa, al pagamento dell’Imu, passando per la gestione di colf e badanti
nistratore delegato in giù, tutte le persone che lavorano nell’azienda che decide di appoggiarsi a noi possono contare su un servizio fiscale a 360 gradi. Anche, per esempio, per il calcolo del pagamento dell’Imu, per l’elaborazione dell’Isee, per le dichiarazioni di successione, per l’assunzione e la gestione di colf e badanti, per la registrazione dei contratti di locazione, per consulenze relative alle detrazioni per la ristrutturazione della casa o per interventi di efficientamento energetico”. Fino ad arrivare anche a quelle pratiche anche più complesse, dove proprio il supporto di Assocaaf fa sentire il valore aggiunto del servizio offerto: “Per esempio – spiega ancora Arosio – siamo in grado di gestire tutta la complicata pratica del regime fiscale delle stock option o dei fringe benefit”. Insomma, “attraverso noi – chiarisce il concetto la direttrice di Assocaaf – è come se l’azienda aiutasse le persone ad avere un rapporto non solo regolare, ma anche semplice con il fisco, il che oggigiorno non è proprio una banalità”. Come dire: più che un benefit, una manna dal cielo. “La nostra preparazione su tutti i fronti fiscali rappresenta una garanzia per le singole persone, mentre la nostra estrazione confindustriale e la nostra esperienza più che ventennale ci permettono di metterci a disposizione dell’organizzazione aziendale, offrendo un servizio su misura”, precisa il Presidente di Assocaaf Floriano Botta. Una realtà a cui qualsiasi contribuente si può rivolgere per le proprie pratiche anche singolarmente, senza la necessità di pagare tessere di iscrizione, recandosi di persona negli uffici presenti sul territorio. Anche se la propria azienda non ha stretto una convenzione con Assocaaf oppure per i familiari dei dipendenti delle aziende convenzionate. “Questa è una possibilità di cui non tutti sono a conoscenza, ma in realtà noi siamo un vero e proprio Caf e, come tale, chiunque può usufruire del nostro supporto. Tra l’altro - spiega Arosio - proprio in questi ultimi mesi, stiamo potenziando la nostra presenza sul territorio lombardo e, vi anticipo in anteprima, che abbiamo allo studio un paio di progetti interessanti su Varese e provincia”. E poi ancora: partite Iva e micro imprese. A cui Assocaaf può offrire dei veri e propri pacchetti per la tenuta delle contabilità, le dichiarazioni fiscali e servizi come il tanto temuto passaggio alla fatturazione elettronica: “Anche qui possiamo essere la soluzione su misura per uno scenario complesso e che sta spaventando le piccole imprese. In realtà basta che si rivolgano a noi e saranno poi i nostri uffici a gestire l’attività di fatturazione, facendo da intermediari in outsourcing”. Senza colpo ferire, insomma.
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La sede centrale di Assocaaf si trova in piazza Diaz 6 a Milano. Telefono: 02.58436896. E-mail: info@assocaaf.it. Per maggiori informazioni: www.assocaaf.it
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FOTO DAL MONDO 42
La neve copre i tetti dei cosidetti “Alter Flecken” nel centro sorico di Freudenberg in Germania. REUTERS/Wolfgang Rattay
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FOTO DAL MONDO
ECONOMIA AZIENDALE INGEGNERIA GESTIONALE Test di ammissione alla LIUC 2019/2020 ECONOMIA AZIENDALE Test obbligatorio con voto di maturità inferiore a 85/100 INGEGNERIA GESTIONALE Test obbligatorio per tutti > TOLC-I del circuito CISIA (è possibile effettuare simulazioni online sul sito CISIA)
giovedì 7 febbraio - Università aperta Presentazioni piani di studio e seminari tematici di Economia aziendale e Ingegneria gestionale e sessione dei Test di ammissione
martedì 5 febbraio Test d’ammissione a Bari, Roma, Palermo e Vicenza
info.liuc.it orientamento@liuc.it
SCIENZA
La Lombardia alla conquista dello spazio Sonde termiche, trivelle, pannelli fotovoltaici, nanosatelliti: l’industria spaziale lombarda va in orbita per svelare i misteri dell’universo e del Pianeta rosso tivo alle sole attività space, infatti, comprende 25 imprese per un totale
Chiara Mazzetti di oltre 2.100 addetti. Tra le mete di esplorazione più ambite c’è il Pia-
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uando si parla di aerospazio, istintivamente, si pensa ad elicotteri e aeroplani. Molto meno frequentemente si alzano gli occhi al cielo, ragionando sullo spazio. Eppure, l’industria lombarda “con le ali” è anche quella che va proprio lì, alla scoperta dei pianeti, lanciando in orbita razzi e satelliti. Il comparto lombardo rela-
neta rosso, studiato, indagato e calpestato non solo da grandi player, ma anche da realtà di medie e piccole dimensioni.
La Lombardia su Marte Elon Musk, Ceo di SpaceX e di Tesla, stima che entro 7 anni l’uomo andrà su Marte: di sicuro il “primo uomo marziano” è probabilmen-
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SCIENZA
te già nato e sarà lì tra 20 o 30 anni. Prima di compiere il grande passo, però, è stata lanciata in esplorazione la sonda InSight, atterrata sul suolo rosso lo scorso 26 novembre 2018. A bordo del lander, il cui obiettivo è indagare sulla formazione dei pianeti rocciosi e ricavare indizi sulla possibile abitabilità del sottosuolo da parte di qualche forma di vita, il sensore Star Tracker messo a punto dalla Divisione Sistemi Avionici e Spaziali di Leonardo di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze. Si tratta di uno degli strumenti fondamentali per la guida della sonda nel suo viaggio su Marte, in grado di calcolare l’orientamento della stessa ogni decimo di secondo. Grazie alle importanti informazioni che potrà raccogliere, il lander aprirà anche la strada a missioni future, tra cui quella europea a guida scientifica e industriale italiana: Exomars 2020, su cui lavora in larga misura la regione Lombardia. A prendere vita proprio nelle aziende lombarde sono, infatti, componenti importanti delle esplorazioni marziane. Come, ad esempio, la trivella realizzata dalla Divisione Sistemi Avionici e Spaziali di Leonardo di Nerviano, che per la prima volta scaverà nel sottosuolo di Marte ad una profondità di 2 metri, fino ad uno strato che potrebbe conservare tracce di vita passata o presente. All’interno della trivella si trova anche lo spettrometro Ma_Miss (Mars Multispectral Imager for Subsurface Studies) per l’analisi dell’evoluzione geologica e biologica del sottosuolo marziano, progettata sempre da Leonardo per ASI – Agenzia Spaziale Italiana.
Mandare in orbita dei “micro” satelliti è l’obiettivo dell’ultimo progetto portato avanti da OHB Italia di Milano. Il loro scopo: l’osservazione della Terra e la sorveglianza marittima
coperta dal satellite. “Il lancio di EAGLET 1 rappresenta per noi un importante traguardo: è la validazione in orbita di un nanosatellite sviluppato utilizzando l’approccio industriale per affidabilità e prestazioni. È il precursore di una costellazione di satelliti altamente innovativi, rapidamente dispiegabili e a basso costo che forniranno dati ottici e AIS con tempi di risposta molto brevi, per abilitare un’ampia gamma di applicazioni di monitoraggio e sicurezza”, afferma Angelo Vallerani, Presidente del Lombardia Aerospace Cluster e Head of Business Development di OHB Italia. La missione, “una delle più complicate mai portate a termine” secondo quanto affermato dalla stessa SpaceX, ha trasportato 64 satelliti in una sola volta: per la precisione, 15 microsatelliti e 49 CubeSat di proprietà di 34 diversi clienti tra istituzioni pubbliche e private, imprese commerNello spazio con i nanosatelliti Ad andare alla scoperta dei misteri dell’universo, tuttavia, non sono ciali, startup e università, provenienti da 17 paesi. solamente le sonde ma anche i satelliti. E OHB Italia, filiale milanese del gruppo spaziale e tecnologico tedesco OHB SE, sta svilup- Un passaggio “in prima classe” pando un progetto che va proprio in questa direzione. L’obiettivo Ma poi che fine fanno tutti questi satelliti, grandi o piccoli essi siadell’impresa spaziale è, infatti, mandare in orbita dei “micro” satelliti. no, che gravitano attorno al globo terrestre? Il rischio è di ricoprire, Per la precisione ad essere lanciato dalla base aeronautica california- letteralmente, l’orbita del nostro pianeta con una quantità insostena di Vandenberg, a bordo di un lanciatore Falcon 9 nel corso della nibile di spazzatura spaziale. Fortunatamente c’è chi si prende cura missione “SSO-A: SmallSat Express” di SpaceX, è stato EAGLET di questi satelliti e della loro rimozione, prima che si trasformino 1. Si tratta del primo prototipo di nanosatellite, realizzato da OHB in rottami. D-Orbit, pmi di Fino Mornasco in provincia di Como, Italia, per l’osservazione della Terra e la sorveglianza marittima. A ha sviluppato un sistema cosiddetto di decommissioning. Un’obordo di EAGLET 1, posto in orbita sincrona al sole a 575 km di perazione in grado di rimuovere, in maniera quasi chirurgica, gli altitudine, strumenti in grado di ricevere e contare a terra i segnali apparecchi giunti alla fine della loro missione e di trasferirli in una AIS (Automatic Information System) trasmessi dalle navi nell’area sorta di cimitero spaziale o semplicemente di farli tornare sulla Terra. Inoltre, D-Orbit si occupa di dare un passaggio ai nanosatelliti, trasportandone in orbita con un solo lancio più di uno e posizionandoli in un punto prestabilito. Generalmente si tratta di un servizio riservato ai satelliti di grandi dimensioni. I compagni di viaggio più piccoli, invece, solitamente vengono rilasciati più o meno nello stesso punto ma senza un’indicazione altrettanto specifica, il che comporta un’attesa di molti mesi affinché ciascuno di questi oggetti raggiunga l’operatività completa. Il sistema di rilascio progettato dall’impresa comasca è, invece, un modulo separato che si sgancia dal vettore e provvede in maniera autonoma a rilasciare i singoli nanosatelliti nei punti desiderati. In poche parole una navetta, chiamata InOrbit Now, capace di traghettare fino a dodici unità di Cubesat, che possono essere rilasciate ciascuna nella propria precisa orbita. La trivella Leonardo Un viaggio personalizzato “in prima classe” per satelliti di grandezza per Exomars ridotta.
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Verso il “secondo grande passo per l’umanità” L’atterraggio su Marte di InSight ha aperto una nuova e intensa stagione di missioni sul Pianeta rosso. Obiettivi: andare alla scoperta di vita marziana e studiare la conformazione delle rocce. E far sbarcare l’uomo nel terzo decennio del secolo 25 luglio. È una missione che avrà un compito ben preciso: cercare la
Luigi Bignami vita su Marte. Atterrerà in una regione chiamata Oxia Planum, scel-
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ra se ne sta accovacciato nell’immensa pianura di Elisyum Planitia e ne prossimi mesi cercherà di ascoltare il cuore di Marte, per capire come è fatto. Si tratta della sonda della NASA InSight scesa felicemente su Marte lo scorso 26 novembre. Vari strumenti, tra cui un sismografo che registrerà i terremoti, e un rilevatore di calore proveniente dall’interno del pianeta, permetteranno ai geologi di avere indicazioni più precise sulle caratteristiche del nucleo, del mantello e della crosta di Marte. A bordo anche uno strumento italiano, costruito dall’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), che servirà per studiare i movimenti dell’asse di rotazione del pianeta, un elemento in più che permette di capire le caratteristiche interne. L’insieme dei dati daranno modo di confrontare il Pianeta rosso con la Terra e la Luna, dei quali conosciamo meglio la struttura interna, e dunque di tracciare un quadro più preciso della nascita e dell’evoluzione dei pianeti rocciosi. Ma intanto si guarda già oltre, in quanto nei prossimi anni ci attendono missioni marziane di grande interesse. Poiché è necessario aspettare che la Terra e Marte siano il più vicino possibile per poter lanciare una sonda e poiché la situazione ideale si verifica ogni due anni circa, sarà il 2020 il prossimo anno di appuntamenti di grande richiamo, quando tre rover verranno lanciati sul Pianeta rosso. Uno sarà ExoMars2020, dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea) e di Roscosmos (Agenzia Spaziale Russa), la cui finestra di lancio si aprirà il
ta tra le tante proposte perché la migliore per gli obiettivi prescelti. A bordo, oltre ad altri strumenti, vi sarà un perforatore, costruito da Leonardo, che trapanerà la superficie marziana fino a due metri di profondità. Stando a quanto si conosce fino ad oggi le radiazioni cosmiche, che uccidono ogni forma di vita, non riescono ad arrivare fin là sotto Sonda InSight
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SCIENZA
Sonda InSight
e dunque, se qualche forma di vita esiste è lì che ha maggiori probabilità di sopravvivere. Insieme al perforatore vi sarà un laboratorio estremamente sofisticato che servirà per le analisi dei campioni portati in superficie. ExoMars2020 sarà “guidato” da un centro di controllo che è stato già costruito in Italia, a Torino dove ha sede la ALTEC. Un altro rover, Mars2020, verrà lanciato dalla NASA. Il suo scopo principale sarà quello di continuare le ricerche portate avanti dal suo predecessore, Curiosity, che attualmente si trova e lavora all’interno del cratere Gale. Anche questi rover possiedono dei perforatori per il campionamento delle rocce, ma sono costruiti in modo che il loro perforatore raggiunga solo qualche centimetro di profondità. Anche Mars2020 porta un laboratorio sia per l’analisi geochimica delle rocce che per analisi biologiche. Nessuno infatti, può escludere a priori che se qualche forma di vita si è evoluta nel passato, possa essersi adattata a forme di radiazioni cosmiche molto forti e quindi essere sopravvissuta più vicina alla superficie. Un terzo rover dovrebbe essere lanciato dalla Cina. Al momento le indicazioni sono poche. Si sa solo che dovrebbe funzionare a energia
Un altro rover dovrebbe essere lanciato dalla Cina. Al momento le indicazioni sono poche. Si sa solo che dovrebbe funzionare a energia solare e che si propone di analizzare il suolo superficiale
solare, come ExoMars2020 (quello statunitense funzionerà ad energia termonucleare come Curiosity) e che si propone di analizzare il suolo superficiale. Sarà comunque un terzetto di grande interesse che renderà il 2021 (anno in cui i tre rover saranno pienamente attivi) un anno di grandi ricerche marziane. Queste tre missioni ormai definite nei loro dettagli saranno seguite a partire dal 2024 o forse dal 2026 da un’altra missione che molto probabilmente troverà uniti nell’obiettivo NASA, ESA e Roscosmos. La missione si chiama Mars Sample Return e prevede di riportare sulla Terra dei campioni di rocce raccolte su Marte. “Sarà una spedizione scientifica molto complessa, divisa in tre parti, che vede nella missione della NASA Mars2020 la prima fase. Il rover, infatti, porterà con sé dei contenitori di suolo e rocce, che, riempiti dal braccio robotizzato, verranno lasciati in luoghi ben precisi e ‘nascosti’ al vento marziano che potrebbe ricoprirli di polveri e sabbia”, spiega Federico Massobrio, Head of Advanced Exploration Programs, che continua: “Dopo di che da Terra verrà lanciata una piattaforma con a bordo un rover e un razzo. Il rover avrà il compito di rintracciare i contenitori di campioni e di portarli alla piattaforma di atterraggio, dove il razzo provvederà a lanciarli in orbita marziana. La terza parte della missione prevede infine, il lancio di una sonda che andrà a raccogliere il contenitore dei campioni e li riporterà a Terra”. Facile intuire come la complessità della missione non può permettere che si verifichi alcun errore. Una volta a Terra i campioni di rocce marziane saranno analizzati nei più sofisticati laboratori del pianeta. A questo punto si avrà una certa padronanza nei sistemi di atterraggio su Marte e di ritorno dal pianeta e quindi sarà la volta dell’uomo. Saremo già nel terzo decennio di questo secolo, ma a quel punto avremo tutte le conoscenze necessarie per realizzare il “secondo grande passo per l’umanità”.
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Fondazione Raimondi Francesco vede lontano
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TERRITORIO
Il soprano varesino Sarah Tisba Lo studio, la vita privata da “ragazza strana”, le rinunce. Ma anche i tanti successi, non ultimo l’essere stata selezionata per uno dei più importanti concorsi europei di canto, il “Francesco Viñas” di Barcellona Mario Chiodetti
Sarah Tisba
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ncontriamo il soprano Sarah Tisba l’indomani dell’ultima recita di “Falstaff ” al Teatro Sociale di Como, dove ha interpretato Alice Ford, una delle comari di Windsor che si divertono a burlare il vecchio sir John. Un ruolo non facile, che richiede anche notevoli doti di attrice, ma Sarah, che canta dall’età di 14 anni, ha molte frecce al suo arco, una voce duttile e cangiante e un’ottima presenza scenica, unita a simpatia e grande comunicatività. “A Como ho cantato entrambe le opere dell’ultimo Verdi, prima ‘Otello’, a giugno, dove ho interpretato Desdemona, quindi ‘Falstaff ’, due vocalità completamente diverse, perché in ‘Otello’ il canto è legato e morbido, con belle frasi da cesellare, mentre quello di Alice Ford è un ruolo più impervio, molto ‘parlato’, con note acute e basse che si alternano improvvisamente, ma alla fine ce l’ho fatta e anche con grande divertimento”, spiega Sarah, nata a Roma, con studi superiori a Parigi e quasi madrelingua francese ma varesina da sempre, folgorata sulla via del canto lirico a 19 anni per merito della madre Ilia, che le fece ascoltare un disco della grande Nathalie Dessay. “Ma i miei esordi furono rock, da ragazzina feci il mio primo concerto alla Scuola europea, dove studiavo, proponendo un brando di Van Halen, vestita come il cantante dei Kiss. Ho anche cantato con il Collettivo Mazzulata prima di entrare in conservatorio a Como e laurearmi. Sognavo di fare la disegnatrice per Walt Disney, ho sempre amato dipingere, ma poi la lirica mi ha travolto e oggi ho pochissimo tempo per me, che ritaglio tra
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una tournée e l’altra”. Sarah, che ha 28 anni, ha bruciato le tappe, nel 2013 il debutto come Norina in “Don Pasquale” di Donizetti, in occasione de “L’Opera a Palazzo” a Bergamo, sotto la guida di Denia Mazzola Gavazzeni, poi come Adina in “Elisir d’amore”. In seguito, è a Pavia con l’associazione “InCanto InMusica” nei ruoli di Musetta in “Bohème” e Zerlina in “Don Giovanni”. Ad aprile interpreta il ruolo di Gulnara ne “Il Corsaro” di Verdi al Teatro Sociale di Como, all’interno del laboratorio diretto dal maestro Bruno Dal Bon. Poi la lunga parentesi con la compagnia di “Opera domani” dell’A slico, che ha sede al Teatro Sociale di Como e porta in diversi teatri nel mondo la versione di un’opera lirica ridotta a
TERRITORIO
Sarah Tisba in ‘Falstaff’
un’ora e destinata all’ascolto dei bambini delle scuole primarie. Con loro ha incarnato Liù nella “Turandot” di Giacomo Puccini, portata anche in tournée in Oman lo scorso anno a novembre, ma prima aveva ricoperto il ruolo al Sociale di Como, al Teatro “Romolo Valli” di Reggio Emilia, al Comunale di Bologna e al Regio di Parma. Per “Opera Pocket”, format che propone un’opera lirica con organico ridotto per piccoli teatri italiani di tradizione, come Cantù, Magenta o Chiasso, Sarah ha interpretato Cio Cio San nella “Madama Butterfly” pucciniana. Nel 2016, con il pianista Francesco Miotti, con il quale da sempre ripassa i ruoli, ha eseguito rari brani composti dall’editore Giulio Ricordi, in arte Jules Burgmein, nel ridotto del Teatro alla Scala di Milano. “Il prossimo febbraio sarò nelle Marche e in Abruzzo per dieci repliche di ‘Falstaff ’, poi forse dovrò andare a Manila per interpretare di nuovo ‘Butterfly’. Ma la bella notizia è che sono stata selezionata per uno dei più importanti concorsi europei di canto, il ‘Francesco Viñas’ che si terrà a fine gennaio al Teatro Liceu di Barcellona. Porterò brani impegnativi da ‘Traviata’, ‘Lucia di Lammermoor’, ‘Manon’ di Massenet, ‘Il corsaro’ di Verdi e ‘Il ratto dal serraglio’ di Mozart”. Il soprano lirico varesino, a casa studia il ruolo da interpretare, circa due ore al giorno, e con la sua insegnante Francesca Patanè, figlia del celebre direttore Giuseppe, insiste di più sulla tecnica vocale: “Sotto concorso si perfeziona la posizione dei suoni che devono essere uguali, omogenei. La mia è una voce versatile, che affronta anche la liederistica. Amo molto autori come Richard Strauss, Mahler e Brahms, e ‘Les nuits d’été’ di Hector Berlioz, ma con il Grande Orfeo ho affrontato anche autori
come Tosti, Catalani, Hahn e Wolf Ferrari. Purtroppo, nella mia città non ho mai occasione di cantare, nessuno mi chiama, tranne questo gruppo che propone musica poco nota del periodo tra Otto e Novecento”, aggiunge Sarah, che tra i sogni possibili annovera il ruolo di Fiordiligi nel “Così fan tutte” di Mozart, e tra quelli impossibili Lady Macbeth nell’opera verdiana, e si definisce una donna “strana”, senza le debolezze femminili solite, lo shopping, le feste e l’apparire. “Quando studiavo avevo più tempo per le altre mie passioni, disegnare e dipingere, fotografare e viaggiare, ma anche leggere, classici e romanzi di autori in prevalenza stranieri. Ora ho sul comodino ‘L’amore ai tempi del colera’ di Garcia Marquez. La carriera purtroppo costringe a sacrifici, soprattutto per una persona giovane come me che in questo modo ha poca vita sociale. Quando gli amici mi chiamano per il fine settimana quasi sempre devo cantare, loro sono liberi in agosto e io ho la tournée, perciò alla fine inevitabilmente ci si allontana. Non tutti capiscono, una persona deve volerti bene davvero per sopportare assenze, presenze brevi e ripartenze, e non è facile trovarla”.
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“La mia è una voce versatile, che affronta anche la liederistica. Amo molto autori come Richard Strauss, Mahler e Brahms, e ‘Les nuits d’été’ di Hector Berlioz 51
TERRITORIO
Come nasce una vignetta Dalla stampa locale, con i primi lavori per la Prealpina, ai quotidiani nazionali, passando per i libri e la collaborazione con i comici di Zelig. L’illustratore bustocco Tiziano Riverso si racconta riassumendo la sua prolifica carriera con una parola su tutte: “Passione” Federico Anselmi
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ono diventato un vignettista un po’ per caso, ma ho sempre avuto la passione e l’attrazione per il fumetto”, così, con la complicità del destino, Tiziano Riverso, bustocco, classe 1956, ha iniziato la sua carriera di fumettista e illustratore, passando poi alle collaborazioni su quotidiani nazionali e locali, realizzato libri, riviste e manuali, sempre legati al mondo del
Tiziano Riverso all’opera con una caricatura
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fumetto, della satira e dell’illustrazione. Ha raggiunto anche il mondo televisivo e teatrale, come autore di cabaret ideando spettacoli con i più noti comici di Zelig. “Fin da piccolo amavo e ammiravo i grandi disegnatori, e per mia fortuna – specifica Riverso – c’era spazio nel mercato satirico. Così sono riuscito a trasformare il disegno da passione a professione. All’inizio è stato difficile, era tutto incerto ed ero alle prime armi, poi le cose sono cambiate in meglio: qualche buona opportunità, colta sempre con la costanza, con lo studio, il miglioramento delle capacità e il divertimento”.
Come è iniziata la sua carriera di disegnatore? Un giorno avevo organizzato con gli amici dell’Arcicomics una mostra collettiva di disegnatori. Avevamo invitato Gaspare Morgione, ai tempi condirettore e vignettista satirico della Prealpina. Lui stesso poi mi invitò in redazione proponendomi di realizzare illustrazioni di cronaca nera, ritratti... e tutto è cominciato da lì. Dall’attività locale sono passato via via a collaborare con Mondadori, Feltrinelli e altri editori con collane per ragazzi e adulti. I giornali satirici tout court. Il cabaret disegnato che mi ha portato fino a Zelig.
“La vignetta non è altro che un articolo di fondo con un disegno grottesco e una battuta. Dietro c’è sempre una ricerca, uno studio, informazione quotidiana, capacità di sintesi e tanto tanto mestiere”
TERRITORIO
Oltre all’interesse e le doti grafiche un contributo non indifferente è arrivato anche dall’ispirazione dai grandi maestri grafici “sicuramente – continua Riverso – ho preso esempio da diversi artisti: per quanto riguarda la caricatura, non posso non citare il famosissimo Walter Molino, uno dei più prolifici illustratori, nonché realizzatore, delle copertine dell’indimenticabile Domenica del Corriere; per l’arguzia Giovannino Guareschi, un uomo contro, sempre. Ma anche i fumettisti come Hugo Pratt, il padre di Corto Maltese, il francese Jean Giraud, più noto con lo pseudonimo di Moebius, e il grande Andrea Pazienza”.
grafica, e questo è stato il primo vero cambiamento. Poi si è modificata la vita stessa della vignetta, lo svantaggio è che una vignetta in rete dura il tempo della sua pubblicazione come la notizia a cui è dedicata. Molta meno riflessione del fruitore e a volte banalizzazione di questa professione. I meccanismi sono rimasti gli stessi, sono cambiati i mezzi e la platea.
Tiziano Riverso
I prossimi progetti? La mia carriera non è ancora finita, continuo ad imparare e a mettermi alla prova scoprendo nuove cose. Tra le ultime anche un libro a fumetti per Assolombarda. Storie di ordinaria burocrazia ambientate nell’inferno dantesco. Lei, come la definisce una vignetta? La vignetta non è altro che un articolo di fondo con un disegno grottesco e una battuta. Però come per un articolo c’è dietro una ricerca, uno studio, informazione quotidiana, capacità di sintesi e tanto tanto mestiere. Tra tutti i suoi lavori ce ne è qualcuno al quale è più affezionato? Sono affezionato a tutti e a nessuno, l’importante quando osservi in maniera critica i tuoi lavori è notare il miglioramento delle tue capacità. Come l’arrivo della rivoluzione digitale ha modificato la creazione dei disegni? Noi illustratori abbiamo dovuto adeguarci ai nuovi strumenti, cioè imparare ad usare il computer e i nuovi programmi di
Vignettisti si nasce o si può anche diventare? Alla base c’è sicuramente un dono di natura, ossia sapere disegnare, anche solo grezzamente. Poi giocano un ruolo fondamentale la passione, la creatività e la smisurata fantasia. A questi si può aggiungere un percorso di studi. Io stesso tengo corsi base di fumetti per bambini e adulti e al giorno d’oggi ci sono molte scuole di fumetto sia a Varese che a Milano. Non le cito perché sono tutte valide. Un consiglio per chi vuole approcciare il mestiere o il semplice hobby del vignettista? Prima prima di tutto disegnate, disegnate, disegnate. Cominciando a copiare gli autori preferiti per poi rilanciare con un proprio stile. Poi crederci e non abbattersi alle prime risposte negative. Sostenuti dalla passione, sempre.
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“Sono affezionato a tutte e a nessuna delle mie vignette, l’importante quando osservi in maniera critica i tuoi lavori è notare il miglioramento delle tue capacità” 53
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Arte o vandalismo? In provincia di Varese murales e creazioni murarie fanno parte integrante del tessuto urbano. Ma quanto sono conosciuti gli artisti che si celano dietro a quelle opere colorate? E cosa li differenzia da semplici imbrattatori? Murales di Sea nel sottopasso in zona Belforte - Iper, Varese. A destra, murales HumanitArts14 a Castellanza
Chiara Mazzetti
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a prima difficoltà che si incontra quando si ha a che fare con l’arte dei graffiti è la terminologia: writing, street art, muralismo, live painting, urban art. Sinonimi e non che delineano un mondo ben definito, all’interno del quale trovano spazio e collocazione le figure più espressive ed esuberanti: i writers. E se in provincia di Varese il più famoso e famigerato rappresentante di questa categoria è di sicuro Andrea Ravo Mattoni, noto ai più per le sue spettacolari riproduzioni a bomboletta dei quadri del maestro Caravaggio, esiste un intero universo di associazioni ed artisti (più o meno conosciuti) che colorano muri, edifici e paesaggi di tutto il Varesotto. Qual è la differenza tra vandalismo e arte? È Fabrizio Sarti, in arte Sea, a dare voce a tutti gli artisti di strada, fin troppo spesso scambiati per imbrattatori: “Con il termine ‘Street art’ si intende tutta quella parte di illegalità che, purtroppo, è ancora presente
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nel nostro campo. Gli interventi commissionati da Associazioni, Festival e Comuni, invece, sono riconducibili sotto la dicitura di ‘Muralismo’. Il vero problema è che il pubblico, se vede qualcosa che non capisce, storce il naso e ti etichetta come un vandalo. Non sapete quante volte mi sono sentito dire: ‘Non sarà mica un altro pasticcio?’. Se, invece, i soggetti realizzati sono accessibili, cadono istintivamente tutte le barriere e riesci a stabilire un contatto con le persone”. Sarti, varesino di nascita, è un muralista, illustratore e designer che dipinge i suoi personaggi nelle aree industriali abbandonate, all’interno di un progetto artistico chiamato Sea Creative, nato nel 2000. Diviso tra Milano e la provincia varesina, collabora nei più svariati ambiti creativi a livello nazionale e internazionale, allontanandosi dalla strada e dai muri cittadini, per fondere la sua arte con l’archeologia industriale. “A 15 anni mi sono approcciato per la prima volta al mondo dei graffiti: a Rimini, durante una vacanza al mare, me ne sono letteralmente innamorato – racconta Sea –. Il Liceo Artistico di Varese e i corsi di grafica sono stati i naturali
Writing, street art, muralismo, live painting, arte urbana: quando si entra nel mondo dei graffiti la prima difficoltà da affrontare è la grande varietà di termini utilizzati. Non tutti sinonimi, ma spesso usati come tali
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passi successivi. All’inizio della mia esperienza andavo con alcuni amici nel sottopasso del Coin a dipingere con le bombolette spray. Rigorosamente a mano libera. Crescendo mi sono spostato nell’ambito figurativo, cambiando esigenze e mezzi con cui dipingevo. Ho così iniziato a sperimentare, mischiando spray e pittura: ora utilizzo solamente idropittura, smalti, acrilici e inchiostri”. E il risultato è uno stile lineare, che tratteggia personaggi bizzarri e goffi (come li definisce lo stesso autore), estraniati e surreali, con grandi baffi e sproporzionati nasi, dallo sguardo attonito e stupito. Queste figure fumettistiche, diverse ma riconducibili allo stesso immaginario di vita quotidiana da cui Fabrizio Sarti prende spunto, adornano svariati angoli della città di Varese e della sua provincia, come ad esempio il Cavalcavia dell’Iper, il muro di via Speri della Chiesa e le cassette dell’acqua sparse un po’ ovunque. Passeggiando per Cavaria, invece, ci si può imbattere in un omino che fa capolino da dietro un muro di carte, mentre uno sventurato compagno di scorribande viene schiacciato da una pila di fische giganti: un progetto realizzato a favore della lotta contro il gioco d’azzardo. “Spesso vengo ispirato dal luogo in cui vado a dipingere”, precisa Sea. Ultimo dei suoi lavori varesini, in ordine temporale, è il murales dedicato agli Alpini realizzato nel parco di via Mameli a Busto Arsizio. Un colorato segno di solidarietà nei confronti delle penne nere, il cui Presepe natalizio allestito accanto alla Basilica di San Giovanni era stato incivilmente vandalizzato. Ma la street art serve non solo ad esprimere vicinanza, creatività ed estro, ma anche e soprattutto a riqualificare aree urbane che, altrimenti, rimarrebbero abbandonate al degrado. È questo uno degli obiettivi che si pone l’Associazione di Promozione Sociale HumanitArs14, con sede a Busto Arsizio ma attiva in tutto il territorio della Valle Olona. Scopo dell’associazione, nata nel 2012,
è la ricerca di aree e edifici dismessi, pubblici e privati, al fine di un loro riutilizzo anche temporaneo. Il tutto con l’idea di trasformare questi spazi in laboratori, luoghi d’incontro per artigiani ed artisti, ma in special modo per la collettività. “Promuovere progetti culturali, artistici, musicali facendo emergere nuovi talenti. Rivalutare e insegnare vecchi mestieri. Avvicinare la cittadinanza all’arte fuori dalla logica delle gallerie, creando spazi espositivi e punti di ritrovo. Promuovere il turismo culturale del nostro territorio: questi gli intenti di HumanitArs14”, racconta il Vicepresidente Mario Pariani. A mettere in comunicazione l’Associazione fondata dall’artista bustocca Ornella Nicola e il mondo dei writers sono svariate iniziative volte, per l’appunto, alla valorizzazione del tessuto urbano lasciato in stato di abbandono. È così che ha avuto origine il progetto “MiEs1° – MIESPRIMO”, che propone la riqualificazione artistica diffusa attraverso la collaborazione fattiva dei cittadini. La prima iniziativa, svolta nel marzo dello scorso anno, ha richiesto la partecipazione di cittadini, genitori, bambini o sem-
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plici curiosi per dare una nuova vita ad un muro in via Giacomo Binda a Castellanza. In occasione della “Giornata mondiale dell’acqua 2018”, l’intervento pittorico-artistico gestito e organizzato da Cristian Sonda con il contributo del Gruppo CAP e il patrocinio dell’Ufficio Cultura del Comune castellanzese, ha avuto come tema proprio l’acqua. “Abbiamo deciso di puntare su un contenuto altamente educativo. A pochi passi dal fiume Olona, il cui stato di salute è al centro di accese diatribe da mesi, lanciare un messaggio a tutti i cittadini per invitarli a riflettere ci è sembrata un’idea vincente”, sottolinea di nuovo Pariani. Invogliare le persone a prendere parte al processo creativo, spingendole allo stesso tempo ad una riflessione: questa la definizione di Arte Partecipata. Un approccio che pone il partecipante ad assumere un ruolo di coautore dell’opera che sta nascendo. “Questo progetto, anche attraverso il concetto di Arte Partecipata, mira a rivitalizzare le strade, le piazze, gli spazi pubblici urbani, affinché tornino ad essere i luoghi privilegiati dell’incontro e dello scambio, nella formazione dei cittadini della società del domani. Se da una parte è in aumento la richiesta di luoghi da adibire ad attività sociali e culturali, dall’altra cresce in egual misura il numero di edifici abbandonati, le cosiddette aree ATUAmbiti di trasformazione urbana. Noi non facciamo altro che cercare un punto di incontro tra queste due realtà. In sostanza siamo un hub fatto di persone con capacità ed esperienze molto diverse: tra di noi ci sono artisti, architetti, artigiani, grafici, desi-
gner, educatori, volontari. Tutti desiderosi di mettere a disposizione le loro competenze, con lo scopo di migliorare la qualità della vita e la tutela dell’ambiente attraverso progetti di sviluppo sostenibile. Negli ultimi due anni sono state organizzate mostre di pittura, scultura, riuso e autoproduzioni a Busto Arsizio, Lozza, Albizzate, Lomazzo, Malnate, Varallo Pombia e Vizzola Ticino e in ogni evento è stata realizzata una raccolta firme per sensibilizzare l’opinione pubblica sul riuso degli edifici dismessi”, conclude il Vicepresidente di HumanitArs14. Che si tratti di gigantesche copie caravaggesche spray, di simpatici personaggi dai lunghi baffi oppure ancora di tematiche sociali espresse artisticamente, il muralismo varesino è arte.
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Fabrizio Sarti, in arte Sea: “Se il pubblico vede qualcosa che non capisce, storce il naso e ti etichetta come imbrattatore. Il trucco sta nel rendere accessibili i tuoi personaggi per stabilire un contatto con le persone”
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▶ PROVINCIA DA SCOPRIRE
Cosa ci fa a Cuveglio un museo del Far West?
Nativi americani, ma non solo. Reperti sulla Guerra di Secessione, sulle gesta (vere o presunte) di David Crockett nel conflitto contro il Messico. E poi ancora: documenti sulla nascita degli Stati Uniti d’America e le civiltà precolombiane. Nella frazione di Cavona c’è uno scrigno a stelle e strisce tutto da scoprire bin, 31 anni, l’informatissima guida che sa tutto della storia america-
Sergio Redaelli na - c’è solo l’imbarazzo della scelta fra gli oltre 350 pezzi acquistati
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a testimonianza del ruolo svolto dalle banche nella Guerra di Secessione americana, le carte che documentano la fine della schiavitù nei sette Stati ribelli sudisti, gli oggetti di vita quotidiana in uso nelle civiltà azteche e maya, le immagini dell’epopea degli indiani apache, navajo, sioux e infine una curiosità: il bando emesso dal governo provvisorio del Texas durante la guerra contro il Messico che, nel 1836, costò la vita all’eroe popolare David Crockett. Una fine misteriosa come vedremo, controversa e mai chiarita. Fu davvero eroica come sostiene la tradizione yankee? È solo una piccola parte di ciò che offre al visitatore il museo civico The American Southwest ricavato nei locali dell’ex asilo infantile di Cavona, frazione di Cuveglio. Un originale allestimento inaugurato nel 1995 con la straordinaria collezione di Lorenzo Vescia, medico urologo di Milano con la passione per i nativi americani. Un mondo tutto da scoprire senza limiti di età, adatto agli adulti più curiosi e ai ragazzi delle scuole. Ma ancora poco conosciuto e valorizzato. “La visita offre davvero tanti spunti - esclama entusiasta Michele Gi-
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dal dottor Vescia in trent’anni di viaggi tra New Mexico, Arizona, Colorado, Utah, California, East Coast e Messico”. La guida indica una banconota colorata da dieci dollari del 1864: “In realtà è un titolo di Stato spiega - fu emesso dalle banche dei sette Stati separatisti per finanziare la guerra di secessione nel quinquennio 1861-1865 in tagli al portatore da 50 a 500 dollari. Il conflitto terminò con la sconfitta delle giubbe grigie del generale Lee che difendevano gli stati confederati ribelli. Vinsero i nordisti e cadde il modello sociale sudista fondato sullo schiavismo e sull’economia coloniale delle piantagioni di cotone, tabacco, zucchero e caffè”. La guerra era stata la conseguenza delle elezioni presidenziali del 1860 vinte dai repubblicani di Abramo Lincoln che volevano abolire la schiavitù, un progetto respinto dagli stati del Sud, Alabama, Florida, Georgia, Lousiana, Mississipi, Carolina del Sud e Texas, che lo ritenevano una violazione dei loro diritti costituzionali. A supporto di questi eventi il museo di Cavona espone la copia d’epoca del proclama presidenziale con cui nel 1863, in piena guerra civile, Lincoln dichiarò “free men” (uomini liberi) gli schiavi sul territorio degli Stati Uniti anticipando la stesura
del XIII emendamento antischiavista della Costituzione americana. L’ex asilo di Cavona è una continua, stupefacente scoperta. A cominciare dalle urne funerarie, dalle ceramiche precolombiane e dagli oggetti delle civiltà atzeche e maya. Come in un romanzo di Emilio Salgari ecco le pistole Colt, i pugnali indiani e i coltelli da caccia con manico d’osso utilizzati dai trapper di frontiera, la bandiera texana e il vessillo di guerra confederato Southern Cross, i fucili ad avancarica francesi, Winchester e Kentucky Long Rifle per la caccia alla volpe. E poi, da una stanza all’altra, calumet della pace, pellicce, calzature e borse di pelle conciata, asce di guerra o tomahawk delle tribù pellerossa, bisacce, coperte, stivali, cinturoni, cappelli e selle da rodeo dei cow-boy, speroni, ferri per marchiare il bestiame, abiti e finiture per i cavalli. E non potevano mancare le bibite, i cibi in scatola e gli oggetti d’uso quotidiano negli empori di frontiera che fungevano da stazioni di posta & telegrafo e cambio di cavalli per le diligenze. Il museo è un prodigioso bazar, arricchito da un’ottantina di documenti storici, quadri e fotografie d’epoca. C’è la tabella di conversione del 1703 per le merci di scambio con le tribù native americane della costa nord-orientale. Il valore dei beni di prima necessità è espresso in libbre di pelliccia non conciata di castoro. Al 4 luglio 1776 risale la storica dichiarazione d’indipendenza delle tredici colonie americane dalla madrepatria inglese. Del 1860 è il manifesto di reclutamento per corrieri a cavallo “giovani agili, coraggiosi e preferibilmente orfani sotto i diciotto anni di età” per il primo, pericoloso servizio di Pony Espress americano da St. Joseph nel Missouri a Sacramento in California. Arriviamo al giallo della morte di David (Davy) Crockett. Il museo custodisce la copia del bando con cui il governo provvisorio invitò i coloni ad insediarsi in Texas e coltivare la terra durante la rivolta antimessicana del 1835-1836. Per invogliarli, il governo regalava fertili acri di prateria. I texani rivendicavano l’autonomia dal Messico e la loro causa era stata sposata dall’opinione pubblica americana. Alla chiamata alle armi aveva risposto nel gennaio del 1836 anche Davy Crockett, rappresentante del Tennessee al congresso, già circonda-
to da un’aura di leggenda. Il cacciatore dal cappello in pelliccia di procione era giunto alla missione spagnola di Fort Alamo l’8 febbraio 1836 alla testa di sessantacinque uomini. Il 23, le truppe del generale messicano Antonio Lopez de Santa Anna attaccarono. I difensori armati di fucili e cannoni respinsero l’assalto ma dopo due settimane d’assedio e di vana attesa dei rinforzi, capitolarono all’alba del 6 marzo 1836. Furono trucidati e Santa Anna ordinò di bruciare i cadaveri. Ma quali furono gli ultimi istanti di vita dell’avventuriero che, secondo la leggenda, atterrava gli orsi a cazzotti e navigava sui fiumi a cavalcioni degli alligatori? Morì combattendo con le armi in pugno, eroicamente, assicura la tradizione ripresa dalla filmografia americana. Un’altra versione afferma che fu giustiziato dopo essersi arreso al nemico. Una terza ipotesi insinua che, scovato nel retro di una chiesa, cercò di salvarsi spacciandosi per un botanico che si trovava a Fort Alamo per caso. Il comandante ordinò di fucilarli. Ci fu chi contò sul corpo di Crockett trentasei fori di proiettili e ventidue colpi da arma da taglio, poi il cadavere fu gettato con gli altri nel falò. Quale che sia la verità, l’eroica resistenza di Fort Alamo fu una efficace arma propagandistica. Centinaia di volontari accorsero ad ingrossare le fila dell’esercito del generale Sam Houston in ritirata dopo la caduta del forte e partì la controffensiva. La battaglia decisiva si combatté a S. Jacinto il 21 aprile 1836 al grido di “remember Alamo” e gli ottocento uomini di Houston travolsero 1200 messicani. Resta da dire che il museo di Cavona è stato rinnovato nel 2016 per volontà del Comune di Cuveglio con il sostegno dell’associazione Amici del Museo e della Comunità Montana Valli del Verbano. “Il dottor Vescia è scomparso nel 1989 lasciandoci questa testimonianza – osserva l’assessore al turismo e al tempo libero di Cuveglio, Renato Furigo –. Noi crediamo che sia un formidabile strumento culturale per chiunque voglia cogliere i valori della storia americana e della moderna civiltà in generale”.
RUBRICHE
La battaglia di Fort Alamo. A sinistra, la sede del museo a Cavona
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Come raggiungere il museo The American Southwest Museum è in via Fabio Filzi 19 a Cavona, frazione di Cuveglio (www.museovescia.org). Aperto la domenica dalle 15 alle 17.30 e su prenotazione durante la settimana per le scuole e i gruppi. Biglietto d’ingresso 1 euro, chiuso da dicembre a febbraio, tel. 0332-650107.
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▶ GITA A RUBRICHE
Azzate è proprio un Belvedere L’affascinante terrazza che dà sul Lago di Varese e sulle catene delle Prealpi e delle Alpi. Ma non solo. Ecco qualche consiglio per immergersi (scarpe comode ai piedi) tra le ville, le passeggiate nel verde e nelle vie ricche di storia del borgo dal castello che non c’è... contano come su queste sponde del lago di Varese e in questa terra,
Andrea Della Bella che si affaccia verso Sacro Monte e Campo dei fiori, sia passata la
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n tempo fulcro economico e di potere dell’intera Valbossa, oggi Azzate è un borgo di quasi 5 mila abitanti che continua a custodire la sua passata magnificenza. E che regala, a chi cammina per le sue strade, una serie di perle artistiche che rac-
storia. Azzate. E prima ancora Aciate, da acies. Parola che nel significato richiama eserciti schierati e campi di battaglia. A testimoniare, molto probabilmente, che quello che oggi è il paese, un tempo lontano, era un luogo fortificato. Come testimoniano le pietre con cui è staVista dal Belvedere: il lago di Varese e sullo sfondo il Campo dei Fiori. A destra, Villa Bossi Zampolli Foto Proloco Azzate
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Il castello (che non c’è) e la regina Tutti, da sempre, lo chiamano il castello, anche se in realtà è una maestosa dimora, costruita nel 1772 e che ha rappresentato l’apice dello splendore della famiglia Bossi. Ma anche l’inizio della decadenza di questa dinastia, che per anni ha governato sull’intera Valbossa e che ha fatto di Azzate il fulcro economico e politico di queste terre. Oggi Villa Bossi Zampolli, di proprietà privata, sorge proprio in via Castello ed è chiusa al pubblico. Il suo portone si apre solo in rare occasioni per mostrare gli affreschi del pittore Giovanni Battista Ronchelli, che raffigurano scene di vita campestre e, nell’ampia sala da ballo, le quattro virtù. Nel 1838 la villa diventa una dimora regale e in paese arriva ad abitare la regina Maria Cristina di Borbone, moglie di Carlo Felice di Sardegna. Ed è proprio la nobile donna che completa la grandezza di questo edificio. Maria Cristina fece realizzare all’interno delle pertinenze della dimora un grande giardino all’italiana che scende, per un lungo tratto, verso il lago. E per poterlo mantenere verde e rigoglioso fece costruire un acquedotto. L’opera idraulica partiva dalla Torre San Quirico, ovvero in cima alla collina dove oggi i fianchi sono coltivati a vite e portava acqua in paese e al vicino lavatoio, conosciuto come il Fontanone.
Le ville Per comprendere l’epoca d’oro vissuta da Azzate basta camminare per le strade del nucleo storico del paese. Accanto alle corti, sorgono molte ville di ricche famiglie: Villa Bossi Alemagna, Villa Cornelia, che fu anche la casa del barone Giuseppe Baroffio Dall’Aglio, Villa Bossi Riva Cottalorda Ghiringhelli, Villa Borsa, sede anche della prima farmacia e del primo ufficio postale del paese, l’Antica stanza cortese e la Cà Mera o Villa Orsi. Sono queste le dimore private, che, almeno una volta all’anno, ospitano iniziative culturali e vengono aperte al pubblico. Merita invece una visita Villa Bossi Tettoni Castellani Benizzi, prestigiosa sede del municipio, che contiene affreschi del Ronchelli e che si trova in cima alla breve e stretta salita che dal Belvedere porta proprio dentro al borgo.
Un paese devoto Sono ben sei le chiese che sorgono ad Azzate. Sette se si conta anche quella di San Biagio, fatta però abbattere durante gli anni di dimora della regina per recuperare spazio e aprire uno slargo davanti
al castello, così da poter far arrivare le grandi carrozze dei nobili. La chiesa più grande è quella parrocchiale. Qui si può notare come la torre campanaria, che ricorda per architettura il Bernascone di Varese, sia staccata dall’edificio storico. Una scelta questa in previsione di un ampliamento della chiesa stessa, a oggi mai avvenuto. La vera perla però è l’affresco del Cristo Morto. Una fedele riproduzione del Seicento della famosa tela di Hans Holbein il Giovane. Lo sconvolgente dipinto è rimasto per decenni arrotolato e stivato negli stalli del coro della chiesa. Finché negli anni della Seconda Guerra Mondiale il professor Rossi si accorse del suo valore, che poi venne certificato. Tra le altre chiese minori vi sono quella di San Rocco, che si affaccia sulla provinciale, di San Lorenzo al castello e di Sant’Antonio, da tempo sconsacrata e in passato utilizzata per custodire le immense botti di vino, ancor oggi presenti (ma vuote da anni), della Monti. Ma per trovare il punto in cui fede e leggenda si incontrano bisogna percorrere tutta la discesa della Maccana e arrivare sulle sponde del Lago di Varese dove sorge la Madonnina. Un piccolo edificio sacro, che in origine era una semplice grotta dedicata alla Madonna. La leggenda vuole che sia stata costruita da un cavaliere errante, il quale, in una notte di nebbia fittissima, dopo essersi smarrito e aver attraversato il lago ghiacciato, si accorse, giunto sulla terra, del grosso pericolo corso. E per rendere omaggio alla vita salvata realizzò una grotta in onore di Maria. Gli azzatesi sono molto legati a questo piccolo edificio sacro che si può scorgere viaggiando sulla strada provinciale del lago. Una devozione che ogni anno, nel mese di maggio, fa scendere i fedeli in processione dal paese per una preghiera, ma anche per vivere un
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to edificato il pretorio e che, dicono gli storici, siano appartenute a un’antica fortificazione romana.
Dopo aver camminato per le strade del nucleo storico ci si può spingere verso Daverio e passeggiare nella piana di Vegonno, un luogo nel quale si può entrare chiudendosi alle spalle la porta sul resto del mondo. Conosciuta anche come la valle dei filosofi è uno dei Luoghi del cuore del Fai 61
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momento di festa in un contesto agreste. Dalla Madonnina poi ci si può spingere fino alla darsena. Un piccolo porticciolo di lago, nascosto e tranquillo, dove oltre a una serie di barchini da pesca, si può anche godere una bellissima vista e respirare la sensazione di essersi, per qualche minuto, allontanati dal mondo e dal suo correre quotidiano.
Natura da guardare con occhi diversi Per chi ama coniugare cultura a natura, Azzate è il posto ideale per spendere i propri passi. La darsena, la Madonnina e la ciclabile del lago, certo. Ma non solo. Dopo aver camminato per le strade del centro storico ci si può spingere verso Daverio e prendere la strada che porta al cimitero. Superarlo e arrivare alla piccola chiesa campestre di San Giorgio. Lì si apre la piana di Vegonno, chiusa su un lato dalla collina che separa Azzate da Brunello e lungo la quale si snoda una passeggiata ad anello tra campi che riposano in inverno e regalano scene di vita campestre nelle belle stagioni quando vengono coltivati. La piana, che da certe angolature assomiglia a una langa ai piedi delle Prealpi, è un luogo in cui, appena si entra, si chiude la porta sul resto del mondo. Conosciuta anche come la valle dei filosofi, la piana di VeSantuario Madonnina del Lago Foto Silvio Ballerio
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gonno è uno dei Luoghi del cuore del Fai. E da qui, oltre all’anello, si può imboccare una discesa sterrata per sconfinare a Daverio e salire alla piccola frazione di Dobbiate, da dove si può anche godere di una splendida vista lago con alle spalle l’imponente catena del Rosa.
Una balconata d’eccezione Il posto dove chiudere la gita ad Azzate è certamente il Belvedere, una delle balconate naturali più belle di tutta la Lombardia. La piazza, che porta il nome del benefattore Ghiringhelli, raffigurato anche in una grande statua bronzea posizionata proprio al centro del Belvedere, è il punto perfetto in cui si può assistere a tramonti capaci di regalare, ogni giorno e nelle diverse stagioni, colori ed emozioni. Da primavera inoltrata fino alla fine dell’estate al Belvedere gli azzatesi, ma non solo, si danno appuntamento per prendere un aperitivo in compagnia, davanti a un paesaggio che offre un’ampia vista che spazia da Varese fino alla catena della Alpi passando per Sacro Monte e Campo dei fiori. Per questo il consiglio per visitare Azzate è quello di dotarsi di scarpe comode e perdersi per un giorno intero tra le ville, le vie del borgo e le bellezze naturali. E alla fine, verso il tramonto, salutare la bella giornata trascorsa proprio al Belvedere.
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▶ ARTE
Viaggio nel Rinascimento ticinese Il museo di Rancate torna sulle orme del pittore Francesco De Tatti, uno dei più rappresentativi esponenti varesini del periodo artistico e culturale che ha lasciato importanti impronte anche in Canton Ticino Luisa Negri
Francesco De Tatti, Adorazione dei Magi
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l museo di Ra Rancate presentava al pubblico nel 2010, nella bella Giovanni Züst, la mostra “Il Rinascimento sede della pinacoteca pin Da Bramantino a Bernardino Luini”, curata nelle terre ticinesi. tic da Giovanni Agosti, Jacopo Stoppa e Marco Tanzi. In parallelo a Varese era e inaugurata una appendice della stessa, che appuntava la sua attenzione sull’artista varesino De Tatti. Ora, dopo do la splendida rassegna “Legni preziosi”, allestita Mario Botta a cavallo tra 2016 e 2017, una seconda, da Ma altrettanto affascinante mostra è dedicata dal museo altrett svizzero a “Il Rinascimento nelle terre ticinesi 2. Dal svizz territorio al museo” per le cure di Agosti e Stoppa. terri Questo ulteriore appuntamento è nuovamente caratQ Qu terizzato dall’allestimento di Mario Botta, che conferteri ma la sua affezione al Mendrisiotto: “Si torna volentieri dove si è nati e si è stati bene”, rende conto, nel tier corso di una lunga intervista con Alessandra Bramcor billa, consulente scientifica del Museo, sottolineando bill l’importanza fondamentale di questo nuovo viaggio l’im nel Rinascimento in terra ticinese, documentato anche dal dettagliato catalogo edito da Casagrande. Il ppunto di partenza di tutto, va ricordato, fu l’acquisto da pparte del Canton Ticino, nel 2017- su segnalazione degli stessi Agosti e Stoppa - di un’opera di Francesco deg De Tatti, artista varesino di epoca rinascimentale: un frammento di predella del polittico da lui realizzato fram nel 1525 circa per l’altare maggiore della Chiesa di Santo Stefano a Rancate, rappresentante il Santo daSan
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Francesco De Tatti, Santo Stefano davanti ai giudici del Sinedrio
vanti al sinedrio. Proprio da qui s’avvia dunque la ricerca che, fondata su di un insieme di opere, cerca di “inquadrare la cultura visiva” del Tatti: cioè la” luminosa tradizione” che fa capo a Martino Spanzotti, a Zenale e al Bramantino. Secondo - ma centrale - motivo della mostra è quello di interrogarsi sulle movimentazioni, sulle forme di conservazione e dispersione del patrimonio ticinese di epoca e stile rinascimentale, con “il contemporaneo rientro di opere che hanno lasciato queste terre. Cioè sul ruolo che il museo assume nei confronti del territorio che lo accoglie”. Inutile dire che il museo di Rancate è diventato luogo fondamentale di valorizzazione e tutela di un patrimonio locale che non finisce mai di rivelare presenze di artisti e di opere, e filoni di studio appassionato e di ricerca, determinanti nella conoscenza della storia del territorio. La mostra, altro elemento non trascurabile, nasce infine nel contesto dell’anno europeo del patrimonio culturale, che trova coinvolti 28 Stati all’insegna del motto “Il nostro patrimonio: dove il passato incontra il futuro”. E questo per Botta significa anche pensare e vedere nel museo un “oratorio laico, un tempio della spiritualità del vivere contemporaneo”. Venendo al percorso della mostra, nonostante l’omogeneità del periodo indagato, le opere sono estremamente eterogenee, sia per tipologia che per materiali: ci si trova davanti a polittici smembrati, a vetrate (come quelle di ambito lombardo realizzate per la chiesa di san Vittore a Poschiavo), a sculture lignee, a disegni, marmi (si veda
il bellissimo lavoro concepito per i Rusca di Locarno) e affreschi strappati. Una impresa non facile per chi doveva allestire il percorso, creando un fil rouge narrativo che le raccontasse facendo dimenticare lo straniamento dal contesto originario. Sono state dunque presentate in rassegna installate su strutture di cedro - se ne sente il gradevole profumo del legno per le sale - alte sui loro supporti come se dovessero “volare”. “Ho scelto il nero - spiega Botta- per fare da sfondo, uno spazio non spazio, perché le opere esprimessero i valori di cui sono portatrici, visto che sono state strappate dal loro contesto originario”. Entrando nelle sale, osserva Brambilla, “si è subito avvolti da una atmosfera sospesa, complice anche il colore nero delle pareti e del pavimento. È come se i cavalletti in legno di cedro emergessero dal silenzio dei secoli: delle zattere che offrono alla nostra contemplazione le opere, superstiti dal naufragio del tempo...” Punto di partenza della rassegna, come abbiamo sottolineato, è approfondire la figura di De Tatti, pittore nato a Varese, forse il più significativo del Rinascimento nell’area varesina, attivo anche in Ticino. A Rancate si è riusciti a mettere in mostra una sequenza di opere finora mai riunite che consente di rapportarsi alla cultura visiva dell’artista: in primis la tradizione che trova il suo maggior riferimento in Martino Spanzotti, grande misconosciuto della pittura italiana del Quattrocento riscoperto da Giovanni Testori. 65
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E poi ancora si profila la Milano leonardesca di Bernardo Zenale e Bramantino. Particolarmente interessanti i nuovi scenari che la mostra rivela, nelle prime sale al piano terra del museo, con riferimento alla città di Varese, sulle vicende del suo artista: era infatti imparentato, per via materna, con la famiglia dei Bossi che dal 1538, con l’acquisto del feudo della Val Bodia, diventano signori di Brunello. Qui il pittore lavorò al distrutto oratorio di San Bernardino in Gazzada: alla Crocifissione, collocata al centro in corrispondenza dell’altare, all’adorazione dei Magi, sulla sinistra, e, a destra, alla Predica di San Bernardino (un Angelo reggituribolo, facente parte della composizione, non è stato inserito in mostra per ragioni conservative). Le pareti affrescate ed esposte, per quanto strappate e ridotte in parte dalla distruzione operata, rivelano il fascino dell’antica bellezza pittorica. Altra appassionante opera varesina, proveniente da Brunello ed esposta a Rancate, il polittico di Santa Maria Annunciata che incorniciava l’affresco votivo della Madonna del Latte, ancora in chiesa e restaurato dal pittore nel 1520. La cornice, ricca di ornamenti, riporta anche il bue, simbolo araldico della stessa famiglia Bossi. Tra le molte novità che la mostra ha messo in risalto su De Tatti è anche l’identificazione di una veduta dei castelli di Bellinzona in un suo disegno ora a Venezia, e la presenza di una cornice lignea proveniente dal Museo del castello di Masnago di Varese: era stata donata al museo, essendo sindaco Attilio Fontana, dal collezionista Curti assieme a una serie di altre opere. Attorno alle opere del De Tatti si è concentrata a Rancate anche una serie di lavori importanti, un tempo in territorio svizzero, qui nati e poi dispersi: e che per l’occasione sono momentaneamente ritornati, seguendo quel disegno di ricongiungimento almeno ideale che alla cultura non dovrebbe mai essere negato. È il caso di una bella tela di Bernardino Luini, ora in Inghilterra (a Oxford), proveniente dalla Chiesa di Santa Maria degli Angeli a Lugano e del trittico di Callisto Piazza, anch’esso proveniente dalla stessa chiesa di Lugano, diviso tra più proprietari e ora, per la prima volta, riunito dopo secoli. Nell’ammezzato, la balconata che poggia sulle sale del piano terra, è invece la singolare testimonianza di diverse (anche per dimensione) natività che sollecitano la curiosità per la qualità ma soprattutto per la stretta somiglianza tra loro. E che si presumono essere
IL RINASCIMENTO NELLE TERRE TICINESI DAL TERRITORIO AL MUSEO 28 ottobre 2018 - 17 febbraio 2019 Pinacoteca cantonale Giovanni Züst Rancate (Mendrisio) Cantone Ticino Svizzera Da martedì a venerdì: 9.00-12.00 14.00-18.00 Sabato, domenica e festivi: 10.00-12.00 14.00-18.00 della bottega di Bernardo Zenale, pittore e architetto fondamentale nella formazione del De Tatti. Accanto una “Adorazione dei pastori” che sembra risalire alla scuola del Bramantino, firmatario del capolavoro di Orselina. Alcune opere non sono invece potute rientrare in Svizzera come sarebbe stato desiderabile. Risultato inamovibile il polittico di Gandria, attualmente al museo nazionale svizzero di Zurigo, un autentico capolavoro di Lorenzo Fasolo, e anche l’affresco attribuito al maestro di San Rocco a Pallanza (Giovanni Antonio da Montonate) perché murato nella parrocchiale di Ascona. L’ opera di Bartolomeo da Ponte Tresa, già in Santa Maria Annunciata a Muralto, venduta e trasferita al castello di Langeais sulle rive della Loira non è a sua volta rientrata. Tiene a precisare Agliati Ruggia che si è ottenuta nell’insieme una mostra affascinante, caratterizzata dalla passione della ricerca. “Caratteristiche - sottolinea la direttrice del museo - che ci accompagnano da molti anni e di cui andiamo particolarmente orgogliosi. Siamo consapevoli che solo studiando il passato si dà forza al presente e si garantisce il futuro… noi siamo la nostra storia”. Per quest’ultimo motivo la rassegna rende omaggio allo zurighese Rudolf Rahn (1841-1912) e alla sua antologia di disegni e acquerelli che testimoniano la conoscenza e la salvaguardia dei monumenti artistici nel Canton Ticino. Una suite di fotografie di Wilhem Suida ne “La pittura del Rinascimento nel Cantone Ticino”, opera pubblicata a Milano da Hoepli nel 1932, è a sua volta presente nella mostra, quale richiamo a una memoria che continua a essere sostegno e sprone agli studi di chi non si stanca di cercare.
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Francesco De Tatti, San Giovanni Battista, Crocifissione, Santo cavaliere (Vittore) martire
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▶ ARTE
Vittore Frattini: una vita per l’arte A Varese, negli spazi di Villa Mirabello, un’antologica dedicata al maestro dei Lumen Luisa Negri scritto e raccontato di lui. Due per tutti: Piero Chiara e Mario Luzi.
L’
opera di Vittore Frattini (nato a Varese nel 1937) é ai musei di Villa Mirabello. Un’antologica, patrocinata dal Comune di Varese, curata da Pietro Marani con i figli dell’artista, e dalla coordinatrice museale Serena Contini, rende conto di un’attività iniziata a metà degli anni Cinquanta - con le prime mostre del 1956-57 - protrattasi da allora ininterrottamente. Figlio del noto pittore e scultore Angelo, le cui importanti opere ornano palazzi pubblici e dimore private di Varese, è dapprima allievo nello studio paterno, ma lo è poi anche a Brera. Avrà in seguito il piacere e l’onore di dirigere, dalla fondazione fino al 1975, il liceo d’arte di Varese dedicato dalla città alla memoria del genitore. Uomo riservato e di animo garbato, di sensibile umanità, Vittore Frattini si è a sua volta molto distinto in campo nazionale e internazionale. Scegliendo però strade personali, improntate a studi e ricerche condotte a tutto campo: dal disegno alla pittura (acquarello, olio e acrilico), dalla grafica al mosaico, alla scultura, con lo sguardo rivolto alla contemporaneità. Molti critici e anche letterati, coi quali ha collaborato illustrandone le opere, hanno
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In occasione dei suoi ottanta anni l’editrice Nomos ha pubblicato una raccolta di tutte le maggiori opere, curata da Philippe Daverio. Ha avuto l’onore di vedere collocati diversi suoi lavori in città (un mosaico all’istituto Molina e un altro, realizzato con Luigi Veronesi, nei pressi di via Morosini). Un‘altra opera, dedicata al patron dello sport Giovanni Borghi, si trova nella rotonda di Masnago e una sua grande V è presente al terminal di Malpensa1. Ancora al Castello di Masnago e a Villa Panza si trovano altri frutti della sua produzione. Tratti leggeri e tocchi vibranti caratterizzano la grafica di Frattini, della quale sono in mostra a Villa Mirabello esemplari particolarmente interessanti, perché realizzati presso stamperie o editori di nota raffinatezza. È il caso della serie di grafiche stampate nel 1974 da La Tipografica di Varese in 1500 copie (50 fuori commercio) su carta quadrettata per un cofanetto “Minipocket” corredato con testi di Piero Chiara. Alcune copie furono ulteriormente impreziosite con la stampa di acqueforti-acquetinte stampate sui torchi di Upilio. Villa Mirabello, per la prima volta, presenta uno spazio dedicato proprio all’intera produzione grafica di Frattini. Perché, come lo scrittore luinese colse di lui in quell’occasione, si intravedevano pro-
Vittore Frattini
prio lì, in quelle prime “esercitazioni”, l’inizio e la tematica centrale della sua ricerca d’artista: “Questi minimi avvenimenti del colore e della forma sono uno sguardo avventurato nello spazio, un tentativo di separazione del caos primigenio, una conquista della materia, un’intuizione poetica compiuta e significante”. Quell’intuizione poetica pervade ancora ogni giornata d’artista di Frattini. Di grande interesse in questa rassegna varesina, che fa seguito a precedenti mostre in loco all’inizio degli anni Settanta - e all’antologica dell’84 - risulta l’agile racconto d’insieme dell’evoluzione pittorica e simbolica del lavoro dell’artista, partita ufficialmente dall’opera “Paesaggio” del 1956 e proseguita poi ininterrottamente. Dalla linea dell’orizzonte tracciata in quell’ancor terreno paesaggio prende il via una ricerca tecnica di leggerezza e poesia sempre perseguita, grazie a ore e ore di studio, di sperimentazioni cromatiche e di materiali, sviluppata tra nastri e fili di colori luminescenti impressi su tela che porta alla nascita di particolari lavori: i “Lumen”. Fondamentale, caratterizzante e personalissima produzione che il suo autore non ha mai smesso di arricchire e riproporre in forme sempre nuove. Nel tempo seguiranno ai primi i “Voli”, assimilabili ai Lumen per ricerca di leggerezza cromatica, segnica e descrittiva. Su fondi scuri o coloratissimi o al contrario candidi, si librano linee vibranti, diagrammi forse di invisibili vite, quasi tracce di organismi vegetali o animali, o sospiri di una mente che solo qualcuno può ascoltare. E la mostra ne dà esemplare testimonianza Altri notevoli traguardi Frattini ha raggiunto anche nella scultura. Spesso con materiali vitrei (Murano): dove nella trasparenza della materia di sfere e altri oggetti artistici si innestano gli intrecci di colori e motivi decorativi che raccontano ancora di atmosfere sospese,
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Su fondi scuri o coloratissimi o al contrario candidi, si librano linee vibranti, diagrammi forse di invisibili vite, quasi tracce di organismi vegetali o animali, o sospiri di una mente che solo qualcuno può ascoltare
di geografie spirituali, di inarrivabili cammini sui quali il nostro continua a marciare con la determinazione di chi non è mai stanco di cercare il senso dell’andare. A guidarlo è sempre quell’esile filo di colore luminescente, quasi un rigo musicale, o trappola di musica e amore, quella linea che gli segna ogni giorno la strada impervia ma irrinunciabile dell’armonia. In parallelo alla mostra allestita nei Musei Civici di Villa Mirabello sono presenti altre quattordici opere dell’autore, datate tra il 1981 e il 1993, nella galleria Studio Arteidea di Varese.
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VITTORE FRATTINI. NULLA DIES SINE LINEA 8 dicembre 2018 - 3 febbraio 2019 Musei Civici Villa Mirabello, Varese Da martedì a domenica: 9.30/12.30 14.00/18.00 69
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PAROLA DI DONNA Una rassegna “al femminile” di teatro, musica e letteratura, che vuole trasmettere un messaggio positivo, gioioso e, allo stesso tempo, profondo e costruttivo dell’essere donna come elemento propulsore di valori e vitalità, di talenti e sensibilità che vengono espressi nel privato e nel sociale.
SABATO 9 FEBBRAIO ORE 20.30 “LE PAROLE DI RITA” con Giulia Lazzarini Il testo ripercorre l’avventura umana e professionale di Rita Levi Montalcini: un viaggio tra vita privata e scienza, opera e segreti, ricordi e aneddoti, cui dà voce Giulia Lazzarini.
GIOVEDÌ 21 FEBBRAIO ORE 20.30 - “IL CANTO DELLA BELLE ÉPOQUE” Con Elisa Maffi (soprano), Alessandro Fantoni (tenore), Elisa De Luigi (pianoforte), Betty Colombo (letture), Paolo Zanzi (contestualizzazione) Vienna e l’epoca dell’operetta: viaggio musicale tra Parigi Vienna e l’Italia, in una ubriacatura di forzato buon umore fino alla catastrofe della Prima Guerra Mondiale.
VENERDÌ 8 MARZO ORE 20.30 - “SONO UNA FIGLIA DEI FIORI” di e con Mita Medici e Saria Convertinio (alla fisarmonica) “Sono una figlia dei fori” è un incontro/spettacolo, dove tutto può accadere, che vuole ripercorrere in modo affettuoso, ironico, critico ed autentico quel periodo ormai mitico tra la fine degli anni ‘60/’70, fino ad oggi, attraverso gli occhi di una adolescente, poi donna con una vita un po’ speciale.
DOMENICA 24 MARZO ORE 16.30 - “GRANDI DONNE PER GRANDI UOMINI” con il Maestro Orazio Sciortino Un omaggio alle grandi compositrici della letteratura musicale in un programma di recital pianistico con le musiche di due delle compositrici più importanti dell’Ottocento, purtroppo vittime della mentalità limitante nei confronti delle donne tipica del tempo in cui vissero: Clara Wieck Schumann e Fanny Mendelssohn Bartholdy.
DOMENICA 12 APRILE ORE 20.30 - “DORA PRO NOBIS” di Concita De Gregorio, con Federica Fracassi e Lamberto Curtoni La storia di Dora Maar è il Novecento: questa donna un po’ croata e un po’ argentina, cresciuta in Francia, musa e amante di George Bataille, Poul Eluard, Picasso, Jaques Lacan, cioè la Letteratura, la Poesia, l’Arte, la Psicoanalisi.
VENERDÌ 24 MAGGIO ORE 20.30 - DACIA MARAINI presenta “CORPO FELICE” la sua ultima pubblicazione editoriale. Conduce Raffaela Carretta, letture di Angela Demattè. Tutti gli spettacoli si terranno al Teatro Santuccio - Via Sacco 10 – Varese Costi: 12€; 10€ ridotto (under 23 – over 65). Prevendita dalle 9:30-12:30/15:30-20:30 il giorno dello spettacolo fino a esaurimento posti.
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A P P U N T A M E N T I a cura di Maria Postiglione RUBRICHE
ENRICO BUTTI PITTORE La figura di Enrico Butti è conosciuta e apprezzata per le numerose opere presenti nel territorio varesino e, in particolare, grazie ai monumenti funebri del Monumentale di Milano. Negli ultimi anni della sua vita, a causa della debolezza fisica, lo scultore abbandonò la realizzazione di imponenti opere in gesso per dedicarsi all’arte pittorica, realizzando tele di carattere descrittivo e naturalistico. I numerosi dipinti sono presenti nella Gipsoteca Butti e completano il racconto dell’opera dell’artista viggiutese; spesso però, di fianco alle grandiose e più famose opere scultoree, non riescono ad avere il risalto e l’attenzione che meriterebbero. Da qui nascono l’idea e la volontà degli Amici dei Musei Civici Viggiutesi di realizzare un evento che porti in luce anche quest’aspetto del Butti.
QUANDO: Fino al 3 febbraio 2019 DOVE: Museo Butti - Viale Varese 4, Viggiù (VA) Orari: da martedì a venerdì 14.00 -18.30 | 16.00 - 18.30; sabato 9.30 -12.00, domenica 15.00 - 18.00. Informazioni: www.museiciviciviggiutesi.com
SUSSURRI E GRIDA LE FORME PITTORICHE DEL CAMMINO UMANO L’artista, Lucia Sanavio, utilizza come tecnica l’espressione polimaterica: pigmenti acrilici, smalti, olio, tempera, gessetti, matita, carboncino, creta, argilla, gesso, ferro di recupero. Le tematiche rappresentate sono informale astratto, cerca di dare a tutte le sue opere una “vita propria”, ognuna con un tocco di originalità, la voglia di sperimentare continuamente e di dare vita ad un quadro sempre diverso, attento anche alle urgenze.
OTTOCENTO IN COLLEZIONE: DAI MACCHIAIOLI A SEGANTINI Tra le opere in mostra al Castello ci saranno quelle di Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis, Giovanni Fattori, Carlo Fornara, Domenico e Gerolamo Induno, Silvestro Lega, Angelo Morbelli, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Giovanni Segantini, Federico Zandomeneghi.
QUANDO: Fino al 24 febbraio 2019 DOVE: Castello Visconteo - Piazza Martiri della Libertà, Novara
QUANDO: Fino al 3 febbraio 2019 DOVE: Villa Pomini - Via Don Testori, Castellanza (VA)
Orari: da martedì a domenica 10.00 -19.00. Chiusa martedì 22 gennaio. Informazioni: www.ilcastellodinovara.it
Orari: venerdì e sabato 15.00 -19.00, domenica 10.00 -12.30 |15.00 -19.00
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GOCCE. TEATRO CONTEMPORANEO TRA PENSIERO E MEMORIA Alessandro Bergonzoni, Mario Perrotta, la Carrozzeria Orfeo, Stefano Panzeri, sono solo alcuni dei nomi che parteciperanno alla nuova stagione di “Gocce. Teatro contemporaneo tra pensiero e memoria”. La stagione 2019 proseguirà fino a maggio con un cartellone che vedrà alternarsi produzioni e attori di rilievo nazionale. 31 gennaio 2019, MARIO PERROTTA – Emigranti Esprèss, di e con Mario Perrotta (*). 21 febbraio 2019, TEATRO PERIFERICO – Jackson Pollock. Pittura in azione, con Giorgio Branca e Valeria Borrelli (*). 7 marzo 2019, VALENTINA MASELLI – Dieci minuti (PRIMA NAZIONALE), di e con Valentina Maselli, regia di Max Zatta (*). 14 marzo 2019, TEATRO DELLA COOPERATIVA – Nome di battaglia Lia, di Renato Sarti, con Marta Marangoni, Rossana Mola, Renato Sarti (*). 28 marzo 2019, STEFANO PANZERI – Terra Matta, Quarto capitolo (1968-1981) (PRIMA NAZIONALE), di e con Stefano Panzeri, tratto da Terra Matta di Vincenzo Rabito (*). 4 aprile 2019, EFFETTO MORGANA – Semmelweis. Breve storia dell’igiene, con Fabio Banfo, regia di Serena Piazza (*). 3 maggio 2019, ALESSANDRO BERGONZONI – Trascendi e sali, testo e regia di Alessandro Bergonzoni e Riccardo Rodolfi, con Alessandro Bergonzoni (**). 18 maggio 2019, CARROZZERIA ORFEO – Cous Cous Klan, di Gabriele Di Luca, regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi, con Angela Ciaburri, Alessandro Federico, Pier Luigi Pasino, Beatrice Schiros Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi voce fuori campo Andrea Di Casa (**). Per biglietti, costi e abbonamenti: evento Facebook o mail arciragtime@gmail.com. (*) Cinema Teatro Nuovo, Varese (**) Teatro OpenjobMetis, Varese
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▶ SPORT RUBRICHE
La boxe che va oltre il ring Quella dei Lauri è ormai una vera e propria dinastia del pugilato varesino e italiano. Una storia che comincia con il capostipite Augusto in una palestra di Venegono Superiore. E che continua ancora a oggi, a suon di sacrifici e titoli in bacheca tina quelli da professionista, dove, quasi ogni volta che saliva sul
Andrea Della Bella ring aveva un obiettivo ben preciso: tirare di boxe come sapeva
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incere è bello, ma una sconfitta è importante perché dà all’atleta una lezione di vita”. Parola di Augusto Lauri, prima pugile e, dopo la carriera, maestro di boxe a bordo ring e nella palestra di Bizzozero a Varese, dove da una vita si allenano gli atleti del team Panthers Lauri. Lauri è pugile da sempre. Da quando, ancora bambino tirava pugni non sul ring, ma in mezzo a una strada per difendere qualche amico indifeso o in difficoltà. “Non mi sono mai piaciute le ingiustizie e davanti a qualcosa di ingiusto non sono mai riuscito a stare zitto – racconta –. Insomma, qualche problema al mio babbo l’ho dato per queste zuffe. Così fu proprio lui a 11 anni a portarmi nella palestra di Venegono Superiore. Ero il più giovane e insieme a un altro l’unico italiano. Poi tutti sudamericani. È lì che sono diventato pugile”. Le scazzottate con gli amici gli hanno anche donato il suo miglior colpo sul ring: il gancio sinistro. “Non sono mancino – spiega Lauri – ma una volta mi sono rotto ulna e radio del braccio destro. Così ho dovuto iniziare a lavorare molto di più con il sinistro. Ecco, da allora, anche sul ring, ho sempre avuto paura a usare troppo il destro proprio per via di quella frattura. Mentre il sinistro, soprattutto il gancio, qualche bella soddisfazione me l’ha regalata”. 90 incontri da dilettante con un titolo italiano sfiorato e una cinquan-
fare lui, ma non vincere. Rallentare se necessario. “Il mio manager, uno dei più grandi della boxe, era Umberto Branchini. Con lui ho girato tutta l’Europa. Mi sentivo un pugile commesso viaggiatore. Il mio compito era quello di combattere con pugili che poi sarebbero diventati campioni e metterli alla prova. La mia era una boxe spettacolare, ma in quegli incontri il mio obiettivo non era vincere, ma far venire fuori il valore dell’avversario”. Insomma, tanti chilometri, ma poche soddisfazioni. Però ad Augusto Lauri la boxe piace. E diventa quasi subito il suo mondo. Un mondo che non abbandonerà mai più. “A 18 anni portavo già in giro i pugili a combattere. Anche per quelli più grandi di me ero diventato un punto di riferimento”. Giuseppe Lauri
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Da maestro di pugilato Lauri ha ‘portato in giro’ per l’Italia e l’Europa parecchi pugili cresciuti nella sua palestra. A memoria, più di 200: “I miei figli sono quelli che mi hanno dato le più grandi soddisfazioni. Sia come padre, sia come maestro di boxe” Da maestro di pugilato Lauri ha “portato in giro” per l’Italia e l’Europa parecchi pugili cresciuti nella sua palestra. A memoria dice che sono certamente più di 200. Vincendo anche parecchio: “I miei figli sono quelli che mi hanno dato le più grandi soddisfazioni. Sia come padre, sia come maestro di boxe. Giuseppe ha vinto tutte le sigle che si pote- Augusto Lauri. vano vincere, è stato Campione del Mondo, Sotto con i figli più volte ha conquistato quello Italiano e 6 Giuseppe e Antonio volte il Titolo Europeo; Antonio è campione del Mondo, Campione dell’Unione Europea e Campione Intercontinentale IBF”. Ma non sono gli unici. Lauri ricorda anche con grande affetto Alfredo Mason, peso massimo che ha vinto tre Titoli Italiani, Giuseppe Urso, un Titolo Italiano, uno Europeo della Polizia di Stato ed anche nel giro della nazionale e, attualmente Iuliano Gallo. Insomma, Lauri non ha mai smesso di insegnare la boxe. “Anche se non tutti quelli che vengono in palestra o tirano di pugilato diventano campioni. In questo sport è davvero difficile emergere. La palestra è un ambiente molto severo e rigido, dove ci sono regole che non si devono infrangere. Così come nella vita del resto. Ecco per me il campione è colui che si comporta come si deve in palestra, sul ring e anche nella vita privata. Questa è la prima cosa che cerco di insegnare ai ragazzi che vengono da me”. Poi è lo stesso Lauri a raccontare come ring e palestra abbiano strappato molti giovani dalla delinquenza e dalle cattive compagnie. “In questi anni ho avuto modo di avere in palestra qualche ragazzo che frequentava brutte compagnie e che grazie al pugilato si è salvato, ha trovato un lavoro e fatto una famiglia”. Lauri sull’onestà della persona non
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transige. E c’è un aneddoto che ben racconta il suo pensiero. Si dice che i suoi ragazzi quando arrivino in palestra lascino tutto ciò che hanno con sé di valore in un cassetto. Per poi riprenderselo a fine allenamento. “Vero, questo semplice gesto insegna loro che si devono fidare sia dei compagni sia di me. Faccio da garante dei loro orologi e soldi e i ragazzi. Perché un pugile, prima di essere tale è un uomo”. E per diventare un uomo servono sacrifici. Una parola che il maestro conosce bene per averli fatti lui stesso e perfino i suoi figli e la sua famiglia: “Per me il pugilato è tutto. Ci sono stati periodi in cui ho rinunciato a dar da mangiare la carne ai miei figli perché ne aveva più necessità il pugile che stavo preparando a qualche combattimento”. Questo perché la boxe per Lauri è anche una grande famiglia e qualche pugile è diventato per lui un po’ come un figlio: “Non mi sono mai tirato indietro davanti a un ragazzo per bene che frequenta la palestra. Tutti lo sanno. Ho anche provato a ospitarne qualcuno a casa”. Questa è la boxe di Lauri, che non finisce una volta scesi dal ring e usciti dalla palestra.
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SWM presenta Varez Da maggio sarà disponibile sul mercato la 125, poi la 400. Una svolta storica per la casa di Biandronno
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ll’esposizione internazionale del Ciclo e Motociclo dello scorso novembre, SWM Motorcycles, l’azienda con Headquarter a Biandronno, in prossimità delle sponde del Lago di Varese, ha tolto i veli sulla sua nuova creatura che di fatto segna una svolta storica dell’azienda. Ecco allora VA’RE:Z, naked dal nome in dialetto lombardo, un chiaro omaggio alla città di Varese, probabilmente un’iniziativa unica nel suo genere. Il nuovissimo gioiello di casa Biandronno sarà disponibile dalla primavera nelle versioni 400, 300 e 125. Un mix di eleganza, innovazione e raffinato design per portare Varese in giro per l’Italia e il mondo. Un tema da sempre molto caro all’azienda vista la fortissima vocazione alle due ruote del territorio varesino che di fatto, viste le numerosissime presenze degli appassionati, rappresenta
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una vera e propria forma di turismo. L’attenzione al territorio traspare anche nelle parole di Ennio Marchesin, Responsabile Marketing, Comunicazione & PR di SWM Motorcycles: “Per noi inizia una nuova era, la quarta piattaforma rappresenta una svolta storica per SWM, ci abbiamo lavorato con grandissimo impegno. Sentivamo di dover restituire qualcosa al nostro territorio che è fonte di ispirazione quotidiana. Questa moto - conclude Marchesin - andrà in tutto il mondo, sarà un modo per far conoscere ancor di più Varese, ormai meta di sempre più appassionati. Da maggio 2019 sarà disponibile in commercio la 125, con un prezzo che si aggira sui 4.000 euro, in estate sarà pronta anche la Varez 400 mentre la 300 sarà una moto trofeo destinata solo alle corse su pista”.
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“L’alta cucina non è una cosa per i pavidi: bisogna avere immaginazione, essere temerari, tentare anche l’impossibile e non permettere a nessuno di porvi dei limiti solo perché siete quello che siete, il vostro unico limite sia il vostro cuore. Quello che dico sempre è vero: chiunque può cucinare, ma solo gli intrepidi possono diventare dei grandi” (Ratatouille)
A. Della Bella, W. Capelli VARESE LAND OF FOOD 2018 Metti un paesaggio nel piatto. “Cucinare è un po’ come andare in bicicletta. Anzi come correre in bicicletta. Serve, innanzitutto, equilibrio”. Rubiamo questa frase dal volume per presentarvi un lavoro che non è un mero ricettario - anche se questa parte non manca
IN LIBRERIA
Cibo, cocktail e sottintesi
Silvia Giovannini
L’anno è appena cominciato: l’augurio è che siate temerari... e non solo in cucina!
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IN LIBRERIA - ma un equilibrio, appunto, tra diversi ingredienti. Un bel progetto, corposo e ambizioso, quello nato un po’ per amicizia, un po’ per sintonia professionale tra i due ideatori che hanno realizzato un felice incontro tra immagini e parole, ma soprattutto sono riusciti a coinvolgere circa trecento persone, tra fotografi, tecnici, operatori video, comparse degli shooting e, ovviamente, ristoratori, pasticceri e chef della provincia. Menzione speciale per la sessantina di fotografi che hanno contribuito non solo all’equilibrio ma soprattutto all’emozionalità del lavoro. Un progetto che non si ferma alle pagine ma, dichiaratamente, vuole uscirne e diventa iniziativa itinerante (tra mostre e incontri) e uno strumento per promuovere il brand Varese, puntando sulle attrattive culturali e enogastronomiche del territorio. 78
Laura Gladwin PROSECCO COCKTAIL Nomos, 2018 40 idee per ogni occasione con il re delle bollicine. Per festeggiare, per esaltare un buon piatto o semplicemente per brindare in compagnia. Un libro dedicato al Prosecco, vanto della tradizione italiana, anche come
base per i cocktail: idee stuzzicanti per andare oltre i classici Rossini, Bellini, Spritz e per scoprire nuove potenzialità di questa creazione italiana. Patrizia Lotti LEZIONI SOTTINTESE Scatole Parlanti, 2018 Pensieri fuori e dentro l’aula. “Un penny per i tuoi pensieri” dicono gli inglesi. Pensieri ed emozioni dei protagonisti, quattro insegnanti con le loro lezioni: tra un Manzoni attualizzato che non racconta solo l’ingiustizia del matrimonio che “non s’ha da fare” ma i malaffari contemporanei e un Pascoli che, con la sua digitale purpurea, non porta nell’orto chiuso di un convento, ma nell’animo fragile di un ragazzo finito sulla strada senza ritorno dell’eroina. Il libro ripercorre il cammino di docenti e studenti in un anno scolastico dai contorni reali e fantastici e invita
a riflettere su quante forze buone e positive animino il nostro Paese. J. P. Zanzottera IL MIO CUORE DI CARTONE 2018 L’anima dell’Ippocastano Bianco. “Siate ambasciatori di pace” è l’augurio dell’autrice nell’introduzione che accompagna alla lettura di una semplice e bella storia che, per usare le sue parole, è “un riscatto alla vita e per la vita”. Dopo “La forza della vita”, che raccontava l’esperienza della lotta per la sopravvivenza della figlia, combattuta e vinta, ecco sempre un racconto di bellezza e amore che parte dai bambini. Protagonista un albero di Milano, un albero apparentemente come gli altri ma che in realtà ha un... cuore verde. Una lettura carica di valore, ideale per grandi e per piccini, meglio ancora se insieme.
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Paolo Tolu LEGAMI - IL FRATELLO MANCATO 2018 Una storia semplice e autobiografica di vita contadina, ambientata nella frugale Italia postbellica degli anni ‘50: un racconto familiare dal nonno al nipote. L’intento dell’autore è quello di dare una testimonianza di vita domestica, ma anche della storia di una nazione in un particolare frangente storico-politico. Un titolo, che sottolinea i valori più profondi fra consanguinei, ieri e oggi.
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Pensare in grande Le ultime notizie dal web e dai social network
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dihlombardia.com F.lli Tognella: “Pensare in grande anche se si è piccoli” Un buon proposito per iniziare l’anno. A raccontarci come lo vive - e come ha permesso alla sua azienda di superare la crisi - è Fabio Tognella della F.lli Tognella di Somma Lombardo che produce valvole di regolazione oleoidropneumatiche (in parole semplici, prodotti per tutti quei settori in cui vi siano fluidi da regolare e controllare). La storia è tra i casi 4.0 raccontati sul sito del Digital Innovation Hub Lombardia.
B.D.G. EL: “Rendere accettabile il cambiamento” “È necessario un salto mentale, che inizialmente ti destabilizza: il rischio è trovarsi a fare innovazione per osmosi, solo perché la fanno tutti e non perché ne sei realmente convinto”. Carlo Del Grande della B.D.G. EL di Bardello racconta la svolta 4.0 della sua impresa, da oltre 60 anni nel mercato della componentistica elettromeccanica ed elettronica per il settore degli elettrodomestici.
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univa.va.it #TechMission2019: viaggio nel futuro Anche quest’anno, guidata dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, l’industria lombarda è andata in missione negli Stati Uniti in occasione del Ces - Consumer Electronics Show di Las Vegas. 36 tra imprenditori e professionisti hanno potuto toccare con mano le ultime novità tecnologiche che impatteranno nei prossimi mesi e anni sui loro settori, entrando anche in contatto con startupper italiani che operano con successo a San Diego.
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