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VARESEFOCUS 1/2024 - FEBBRAIO

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Quanto è inclusiva

Varese


EDITORIALE

SVILUPPIAMO

il progresso Roberto Grassi

Presidente Confindustria Varese

Q

uanto è inclusiva Varese? È questa la domanda che pone l’articolo di apertura del primo numero dell’anno di Varesefocus, a cui segue tutta un’analisi di dati, classifiche sulla qualità della vita e sul progresso sociale del nostro territorio e il racconto di alcune storie che aiutano a fotografare la situazione su questo importante fronte di costruzione di un benessere ampiamente inteso e che vede protagoniste imprese, cooperative sociali, enti pubblici, istituzioni, associazioni sportive del territorio, musei, Università. Storie accomunate dall’intento di includere nella vita economica e nella quotidianità delle nostre comunità locali tutte le componenti della società. Non abbiamo la pretesa di dare una risposta definitiva e perentoria alla domanda di partenza. L’intento di questa edizione del nostro magazine è semmai quello di offrire spunti di riflessione e andare alla scoperta di casi concreti di inclusione volti a costruire un territorio al passo con la modernità e in grado di creare modelli per una nuova civiltà di cui abbiamo estremamente bisogno. Sì, di civiltà. Qui non è questione di seguire il main stream del politicamente corretto, ma di dar vita ad una società

giusta. Punto. In grado di garantire spazi e opportunità di realizzazione per ogni persona. In ogni ambito. Nel lavoro, nello studio, nella fruizione della cultura, nello sport. E nei confronti di ogni diversità (ammesso che questo termine abbia mai avuto un senso, diverso da chi?). E in grado di cancellare ogni forma di emarginazione, anche quelle che coinvolgono non solo le cosiddette minoranze, ma anche quelle fasce della società, in forte crescita, per esempio demografica, come la terza età, che rischiano un’emarginazione fatta di indifferenza verso bisogni specifici. È ciò di cui parliamo in queste pagine. Cercando di affrontare l’argomento dal punto di vista dello stato sull’eguaglianza di genere. Della capacità di coinvolgimento dei giovani nella vita economica e sociale. Così come dei disabili o degli stranieri. Della necessità, nonché opportunità, di offrire spazi di reinserimento ai detenuti attraverso opportunità concrete di impiego. Cito l’intervista che ci ha rilasciato il Prefetto di Varese, Salvatore Pasquariello: “Non possiamo perderne neanche uno”. C’è tutto un mondo in fermento. Non ultimo quello delle imprese. Molti i progetti che stanno nascendo in tante aziende del territorio. Non possiamo né illuderci, né nasconderci dietro un dito. I casi che raccontiamo non rappresentano tutto lo scenario. Ma non sono più nemmeno delle

eccezioni. Spesso, anzi, sono delle punte avanzate di un rinascimento civico che stanno diventando sempre più numerose e che stanno aprendo la strada a un crescente movimento di contrasto alle, ancora troppe e ancora troppo presenti, varie forme di emarginazione che frenano il vero progresso di cui abbiamo bisogno. Quello in cui ognuno possa contribuire, indipendente dalla propria diversità (ciascuno, nessuno escluso ha la sua), allo sviluppo del nostro territorio. Perché non può esserci progresso senza sviluppo. Ma nemmeno lo sviluppo ha oggi più alcun senso senza il reale progresso sociale e morale di una comunità. In questo processo, se vogliamo, evolutivo della società a cui siamo chiamati, l’inclusione è un elemento imprescindibile. Anzi, una vera e propria precondizione, da non dare per scontata. Soprattutto se lo sviluppo tecnologico rischia di farci fare passi indietro nel delicato progresso sociale. Cosa accadrebbe, per esempio, se alcune derive discriminatorie si infiltrassero (per colpa dei pregiudizi dei suoi “addestratori”) nei meandri dell’Intelligenza Artificiale? In questa edizione di Varesefocus proviamo a dare una risposta anche a questa domanda.


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Quanto è inclusiva

Varese

In copertina, “La Inclusión Social en el Equipo: Fortaleciendo la Colaboración”, IA Generativa di Augusto/stock.adobe.com

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FOCUS

Quanto è inclusiva Varese? Il mestiere del Diversity & Inclusion Manager L’alleanza (che funziona) tra imprese e cooperative sociali Come si coltiva l’inclusività Sfumature di inclusione in azienda “Non possiamo perderne neanche uno” Lo sport per tutti

INCHIESTA Nuovi modelli di business per la manifattura Le imprese rosa sono più competitive ECONOMIA L’azienda che gestisce il carburante degli aerei Nel cuore dell’evento Coexpan Montonate investe sulle donne Stem

FORMAZIONE #PmiDayVarese2023

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­ ­ Questa testata è associata a

UNIVERSITÀ L’inclusione tra i banchi della LIUC Partire dal dialogo per andare oltre il genere

SCIENZA & TECNOLOGIA ChatGPT un anno dopo “Discriminazione algoritmica”

LUOGHI E BELLEZZA La seconda vita delle cabine telefoniche Storie di frontiera “Nuova” archeologia in Valcuvia La seduzione della natura nelle opere di Wolfgang Laib Il museo da toccare con mano SuperDino va ancora a canestro Il momento d’oro del basket a Saronno

CULTURA E DIGITALE Terza pagina In libreria Dal web Comunicare


FOCUS

QUANTO È INCLUSIVA

Varese? Davide Cionfrini

Il vero punto debole è la partecipazione alla vita sociale ed economica dei giovani. Buono il posizionamento nel garantire parità di accesso al lavoro tra donne e uomini, ma con margini di miglioramento sul divario nelle buste paga. La necessità di ripensare le città, rendendole più a misura di terza età. E un primato su tutti: primo posto in classifica nell’indice di sportività paralimpico. Ecco la fotografia dell’inclusività in provincia di Varese, scattata attraverso alcuni studi e analisi sul progresso sociale e la qualità della vita

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ene sulla parità di genere. Anche se ci sono margini di miglioramento, soprattutto se si guarda lo scenario dal punto di vista delle buste paga, ancora troppo squilibrate a favore degli uomini. Molto terreno da recuperare per quanto riguarda i giovani, alta e in crescita la quota di quelli sfiduciati. Troppo bassi gli investimenti e l’attenzione per creare servizi e comunità a misura di anziani. E un primato che contraddistingue il territorio ormai da anni, facendone un punto di riferimento nazionale: quello sull’indice di sportività paralimpico. A rispondere alla domanda di quanto sia inclusiva la provincia di Varese e quanto lo siano soprattutto la sua economia e la sua società sono alcune

classifiche e statistiche. Una fotografia è quella scattata dal Social Progress Index Varese sviluppato dall’Institute for Entrepreneurship and Competitiveness della LIUC – Università Cattaneo per conto di Confindustria Varese per misurare il grado di sviluppo sociale del territorio, rinvenuto evidentemente fattore chiave di competitività e benessere per gli industriali. Tra le varie dimensioni analizzate, i ricercatori della LIUC hanno posizionato Varese anche alla

specifica voce inclusione. Misurata attraverso l’offerta del trasporto pubblico locale, il numero di donne e giovani nei posti chiave delle amministrazioni comunali, l’accessibilità delle scuole, il numero di organizzazioni non profit, le acquisizioni di cittadinanza, il gender gap nella partecipazione al lavoro. Risultato: 45esimo posto. Non proprio edificante. E dunque bollato come un semaforo rosso. Fermi. Occorre ripensarsi. Si può fare di più. Anche perché le altre realtà lombarde sono meglio posizionate.

Secondo la classifica sulla qualità della vita de Il Sole 24 Ore Varese è la sesta provincia in Italia per benessere delle donne 5


INCLUSIONE

PH. HNFOTO / STOCK.ADOBE.COM

FOCUS

Per la verità non tutto è da rifare. Il Social Progress Index considera Varese ben messa sul gender gap nella partecipazione al lavoro. Un dato, questo, confermato anche dall’ultima classifica sulla qualità della vita de Il Sole 24 Ore che tra le varie graduatorie ne ha stilata una specifica sul posizionamento delle province per benessere delle donne. Per Varese, il risultato è di tutto rispetto: sesta posizione in Italia. Meglio di noi fanno solo Monza, Treviso, Cagliari, Vicenza e Udine. Il resto del Paese viene dopo. Ciò grazie soprattutto alle performance in termini di tasso di occupazione femminile (Varese, con il 63,7%, è 26esima, salendo fino al nono posto concentrandosi sulle sole ragazze giovani), gap occupazionale (19esimi) e per indice di partecipazione ai successi 6

sportivi: anche in questo caso Varese spicca con un sesto piazzamento in graduatoria. Punti deboli nella parità di genere sono invece il numero di laureate (2,9 ogni mille abitanti, dato che vale l’81esima posizione su 107 province), numero di imprese femminili sul totale (89esimi con il 20,68%), percentuali di donne nelle amministrazioni comunali (45esimi). Troppe, ma qui ne basterebbe anche solo una per deprecare la situazione, le denunce per violenze sessuali: 9,45 ogni 100mila abitanti. Poco importa, per questo dato, il posizionamento nella classifica per province (tra l’altro poco edificante). A mettere i brividi basta solo il dato assoluto. Dal punto di vista economico, in termini di parità, molto c’è da fare, invece, a livello di buste paga. La differenza con gli uomini rimane

troppo consistente. Varese è 85esima in Italia per gender pay gap. Un dato che era emerso anche dalle analisi svolte sul territorio dai ricercatori del

Secondo il Piano Strategico #Varese2050 di Confindustria Varese “le donne nel Varesotto guadagnano quasi il 15% in meno degli uomini, a fronte di un gender pay gap che si attesta al 13,4% in Lombardia e al 10,9% in Italia”


think tank di Harvard, Strategique, nel redigere il Piano Strategico #Varese2050 per Confindustria Varese. Nel Varesotto, si legge nel documento, “le donne guadagnano quasi il 15% in meno degli uomini, a fronte di un gender pay gap che si attesta al 13,4% in Lombardia e al 10,9% in Italia”. Ma se Varese, tra alti e bassi, riesce a essere inclusiva nei confronti del mondo femminile, il fronte su cui non riesce proprio ad eccellere è quello dei giovani. Per qualità della vita di ragazzi e ragazze, secondo l’ultima graduatoria de Il Sole 24 Ore, la provincia all’ombra delle Prealpi arriva solo 69esima. L’unico buon posizionamento anche in questo caso, facendone una costante isola felice dell’inclusione, è quello dell’offerta sportiva pensata per le persone con meno di 35anni: in cui Varese arriva 27esima. Per il resto è un elenco di campi in cui la parola d’ordine è: migliorare. Come sulla disoccupazione giovanile (11,1% al 44esimo posto), la soddisfazione per il proprio lavoro (Varese a questa voce arriva solo 42esima), sul numero di under 40 nelle amministrazioni comunali (92esima), per offerta di concerti (praticamente ultima o

Varese è poco inclusiva nei confronti degli ultra 65enni: da migliorare le performance sul trasporto pubblico, nella percentuale di persone sole, nell’uso di farmaci anti depressivi, nell’offerta di orti urbani poco ci manca: 103esima). Il dato più preoccupante rimane, però, quello dei Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e nemmeno sono impegnati nella ricerca di un’occupazione. Con una quota del 19,6%, in questa classifica, Varese non fa meglio del 51esimo piazzamento. “Area di forte criticità”, sentenziano gli esperti di Strategique nel Piano #Varese2050. Se da un lato, un territorio che voglia definirsi inclusivo deve saper attrarre i giovani, dall’altro, però, deve saper anche guardare alla qualità della vita di quello spaccato di società in crescita per via delle dinamiche demografiche: gli ultra 65enni. In questo caso Varese arriva 44esima. A metà di un guado nel quale la provincia è ben piazzata in termini di speranza di vita e di posti letto nelle Rsa, ma con performance sotto le prime 30 posizioni per quanto riguarda la percentuale

di persone sole (30,5%, contro una media nazionale del 32,6%), investimenti degli enti pubblici nel trasporto anziani, nel consumo di farmaci anti depressivi e nell’offerta di orti urbani. Non si può poi misurare la capacità di inclusione di un territorio senza guardare agli stranieri. Anche in questo caso Varese non riesce ad andare oltre la metà classifica su due indici di misurazione che ci vengono incontro: il numero di imprese con titolari non italiani (44esima) e la percentuale di immigrati regolari sul resto della popolazione, 55esima con una quota del 9%. Massima inclusione, invece, per quanto riguarda i disabili nello sport. Per numero di medaglie, tesserati, società e associazioni, offerta di strutture e iniziative Varese in Italia, ormai da qualche anno, non ha eguali. Primo posto nell’indice di sportività paralimpico.

IL SOCIAL PROGRESS INDEX VARESE PUNTEGGIO

RANK ITALIA

Posizionamento sull’inclusività

47.89

45

Posti-km offerti dal Tpl

14.39

34

Amministratori comunali donne

53.61

48

Amministratori comunali con meno di 40 anni

31.41

91

Scuole accessibili

50.19

37

Organizzazioni non profit

37.11

70

Acquisizioni di cittadinanza

46.09

32

Gender gap partecipazione al lavoro

84.32

34

(Fonte Social Progress Index Varese, edizione 2023) 7


FOCUS

Il mestiere DEL DIVERSITY

& INCLUSION MANAGER Silvia Giovannini

Le politiche aziendali di inclusione partono ancora prima dell’inserimento lavorativo. Intervista a Daniele Regolo, D&I Ambassador del Gruppo Openjobmetis. Una chiacchierata aperta su parità di genere, accoglimento della disabilità, progetti d’integrazione dei rifugiati nelle imprese. Tra criticità, passi avanti e iniziative innovative. Tra vecchi e nuovi tabù. E muri ancora da abbattere sui fronti della genitorialità e dell’ageismo

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he lavoro fai?” dovrebbe essere la domanda più semplice da porre ad un professionista. Eppure, per una figura come quella di Daniele Regolo, Diversity & Inclusion Ambassador del Gruppo Openjobmetis, la risposta non solo è ricca di sfumature ma è in continua evoluzione. Oggi responsabile delle tematiche di inclusione per l’agenzia per il lavoro con headquarter a Gallarate, classe ‘72, marchigiano, disabile uditivo dalla prima infanzia, Regolo fonda già nel 2013 Jobmetoo, la prima piattaforma online dedicata esclusivamente alla ricerca e selezione

di lavoro per persone con disabilità e, nel 2020, la società Jobdisabili Srl detentrice del marchio acquisita da Openjobmetis. Un percorso che, evidentemente, parte da una esperienza personale, ma che lì non si ferma grazie alla capacità innata di guardare oltre il contingente, ad una personalità poliedrica che lo vede sperimentare diversi talenti (oltre che scrittore, è sceneggiatore di fumetti) e al

desiderio continuo di formarsi e studiare che lo porta ad osservare con lucidità le evoluzioni della gestione delle risorse umane nel mondo del lavoro. L’incontro con il Gruppo varesino, specializzato nella somministrazione, ricerca, ricollocazione e formazione del personale, unica realtà del suo genere quotata in Borsa Italiana, è perfetto: Regolo ha la professionalità, l’azienda ha già un humus fertile per far nascere un percorso che dalla valorizzazione delle diversità tragga un nuovo punto di forza. In pratica si tratta di mettere a sistema le precedenti esperienze e partire. E, quindi, oggi che lavoro fa? Per sintetizzare, la mia professionalità Daniele da una parte Regolo si rivolge all’esterno, come consulenza ai clienti che sono alla ricerca di figure da inserire in azienda, con una focalizzazione sul tema del collocamento mirato delle persone disabili: in questo senso portiamo avanti, forti dell’appartenenza al Gruppo Openjobmetis, la mission di Jobmetoo. E sempre nel segno di una continua evoluzione, come Seltis 9


DIVERSITY & INCLUSION

PH. BETTENCOURT/PEOPLEIMAGES.COM / STOCK.ADOBE.COM

FOCUS

Hub (controllata del Gruppo in cui il brand di Jobmetoo è collocato), abbiamo iniziato a fornire consulenza, soprattutto formativa, per tutti i temi della D&I, e non solo della disabilità. Dall’altro, il mio ruolo si rivolge internamente nei confronti dei nostri dipendenti, che sono oltre 800 affinché i temi di diversità e inclusione siano quanto più possibile interiorizzati e partecipati. Partiamo dalla ricerca di figure. I vostri clienti cercano anche professionisti come lei, specializzati nella gestione di politiche di Diversity & Inclusion? Non esiste ancora una domanda specifica importante. Per quanto questi temi siano sempre più sentiti in azienda, il ruolo specifico viene affidato a chi ne ha già un altro: un responsabile delle risorse umane o spesso un responsabile della comunicazione. Ma in futuro non potrà più essere così: questa funzione 10

dovrà “stare in piedi da sola”, non solo per focalizzare al meglio le strategie, ma anche per evitare conflitti di interesse. Dovrà esserci una figura libera e capace di tenere rapporti con tutte le altre funzioni aziendali. A proposito di libertà, alcune ricerche (ad esempio l’Indagine sulle discriminazioni nei confronti delle persone LGBT del 2020-21) sottolineano come spesso i candidati abbiano paura di affrontare l’iter di inserimento per il proprio orientamento. Lei lo riscontra? Innanzitutto, va sottolineato che non serve conoscere nei dettagli le inclinazioni di una persona per l’inserimento nel lavoro. Ma il candidato può facilmente sapere in anticipo com’è il clima aziendale. Le imprese inclusive non sono poche, lo comunicano molto bene perché tengono a farlo sapere: in questi ambienti gli inserimenti avvengono in modo sicuramente più agevolato.

Il nostro lavoro si concentra sugli ambiti con rischio di emarginazione, che sono innumerevoli e delicati. Pensiamo, ad esempio, al tema dell’ageismo, sempre più attuale vista la composizione della nostra società. Noi lavoriamo sugli strumenti di inclusione, che contribuiscono anche alla attrattività di un’azienda. Delicati è la parola giusta. Pensiamo al tema della parità di genere: emergono chiare molte complessità. Muovendosi in questi ambiti, bisogna stare attenti a non cadere in tranelli e fraintendimenti. Ci sono alcune domande contraddittorie nella questione femminile, ad esempio legata al numero delle persone in azienda. In realtà, però, dobbiamo cercare sempre di vivere serenamente queste domande per arrivare a standard che ci indichino come muoverci in futuro. La parità di genere, ad esempio, non è una questione meramente quantitativa ma


di parità di trattamento. Se partiamo da questo punto molto semplice, ci sono buoni presupposti per costruire il futuro.

PH. SERGIGN / STOCK.ADOBE.COM

La questione femminile è sempre più al centro della riflessione purtroppo anche per il tema della violenza di genere. Lavorate anche su questo? È una questione di cui bisogna continuare a parlare. Openjobmetis ha avviato un progetto ad hoc con l’A ssociazione 6Libera, che parte da un sondaggio per valutare l’indice di attenzione delle imprese nella prevenzione delle molestie sul luogo di lavoro. Il risultato evidenzia ancora troppe criticità. Il punto oggi non è lavorare sulla parte femminile ma su quella maschile che deve essere aiutata ad aiutare. Siamo, inoltre, orgogliosi di aver ottenuto la Certificazione della parità di genere con l’obiettivo di garantire pari opportunità di carriera, pari trattamento economico, condizioni di work-life balance adeguate alle diverse fasi di vita e proattive nel riequilibrio dei carichi familiari tra uomini e donne, nonché un ambiente di lavoro che rifiuti stereotipi, discriminazioni, ogni forma di abuso fisico, verbale,

digitale e proponga invece una cultura della diversità e dell’inclusione. I temi sono tanti. L’accoglimento della disabilità sembra, se si può dire, quasi meno problematico. È sicuramente vero che negli anni le condizioni delle persone con disabilità nei contesti lavorativi siano migliorate e che le persone con una buona preparazione occupino posti medio alti. Ma è pur vero che c’è una legge che favorisce l’inserimento. Bisogna continuare su questa strada. Ci sono però altri ambiti su cui invece occorre lavorare di più. Ad esempio? Quello dell’inserimento degli stranieri. Come Openjobmetis abbiamo realizzato diversi progetti e attività legate ai rifugiati (in un anno sono state assunte ben 1.870 persone) tanto da aver ricevuto da UNHCR Italia Agenzia ONU per i Rifugiati il premio “Welcome. Working for refugee integration” per l’impegno in interventi specifici nell’inserimento lavorativo dei rifugiati, richiedenti asilo e beneficiari di protezione. Vogliamo contribuire allo sviluppo di un mercato del lavoro più inclusivo, restituendo dignità a chi ha dovuto

abbandonare il proprio Paese per guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. Un tema delicato anche per la complessità legata allo status di rifugiato. E l’ambito con maggiori criticità? Non si può fare una classifica, bisogna semplicemente aprirsi alla diversità. Curiosamente, però, un argomento intorno al quale ruotano tanti tabù è ancora quello della genitorialità. Il nostro Gruppo ha realizzato un set di misure di welfare chiamato “WoW-Parental edition” (acronimo di Welfare Openjobmetis wellbeing), una serie di servizi, strumenti e opportunità dedicati alle mamme e ai papà. Un tema sul quale le imprese devono ancora lavorare molto. Come devono lavorare sulla comunicazione interna ed esterna e su un allineamento tra le due: le persone spesso vengono a sapere da terzi cosa succede in azienda e questo va risolto. Del resto, i primi clienti di un’impresa sono i suoi dipendenti. Tanti i suoi campi d’azione. E per chi sentisse di voler diventare un professionista D&I qual è il consiglio? Bisogna essere molto preparati. Non basta, ad esempio, avere una disabilità per essere esperti in un campo che è vastissimo, ma occorre una solida base di studio. Non c’è un percorso formativo più indicato: avendo a che fare con le persone, serve una preparazione trasversale e, soprattutto, la consapevolezza che non bisogna mai smettere di approfondire, studiare, formarsi. Serve coltivare l’empatia e la capacità di ascolto e costruire un rapporto di fiducia con le persone. Costruire è la parola chiave: non si tratta, o non si tratta solo, di avere delle predisposizioni personali ma di lavorarci. E poi di vivere serenamente i propri limiti: non possiamo sapere tutto, ma dobbiamo avere gli strumenti per imparare con la massima serenità. 11


FOCUS

L’alleanza (CHE FUNZIONA) TRA IMPRESE E COOPERATIVE SOCIALI Francesca Cisotto

Trovare lavoro per una persona con una disabilità, che sia fisica o psichica, non è impossibile, ma sicuramente non è una cosa semplice. Anche perché per un’industria, persino la più sensibile al tema, non è così scontato poter inserire nell’organico della propria attività delle risorse diversamente abili. Difficoltà che possono essere risolte dall’incontro tra il mondo manifatturiero e quello no profit. Come raccontano le storie di Exergy International, Fratelli Tognella e Sanofi

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romuovere l’inserimento di persone con disabilità nel mondo del lavoro; migliorare la loro integrazione nella rete sociale del territorio; sensibilizzare la strategia aziendale al tema dell’inclusione; apportare un beneficio all’intera comunità. Questi gli obiettivi alla base delle partnership avviate da realtà imprenditoriali del territorio come Fratelli Tognella Spa, Exergy International Srl e Gruppo Sanofi con cooperative sociali come Solidarietà e Servizi e Spazio Aperto per “inserire o reimmettere nel mondo del lavoro quelle persone che, senza questo tipo di sinergie, probabilmente, avrebbero delle difficoltà a lavorare”. È così che racconta il valore di queste collaborazioni tra realtà del mondo manifatturiero e di quello no profit, Fabio Tognella, Presidente di Fratelli

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Tognella Spa: l’azienda di Somma Lombardo attiva nella produzione di valvole oleodinamiche per ogni tipo di applicazione. D’accordo con lui, Andrea Canali, Chief People Officer di Exergy International Srl: l’impresa con sede a Olgiate Olona, fornitrice a livello globale di tecnologie per la produzione di energia elettrica a zero emissioni. “La sfida per aziende che operano in un settore ingegneristico e altamente specializzato come il nostro – precisa Canali –, è legata alla difficoltà di poter offrire a persone con disabilità, un percorso lavorativo di valore, con il giusto supporto per una crescita sia personale sia professionale. Per questo quella del creare valore e relazioni con le istituzioni e le comunità locali è una responsabilità in cui dobbiamo investire molta attenzione ed energia”. Come spiega Francesco Maresca,

Responsabile del settore Lavoro della Provincia di Varese, “le aziende con più di 15 addetti sono obbligate ad assumere anche persone diversamente abili. Un aspetto, questo, non semplice per alcune realtà manifatturiere proprio per la tipologia dell’attività produttiva. Ecco come entra in gioco la convenzione ai sensi dell’articolo 14 del decreto legislativo 276/2003 (legge Biagi) per cui un’azienda può adempiere a questo obbligo, affidando delle commesse di lavoro a delle cooperative sociali”. È quindi proprio qui, in questa difficoltà ad assolvere agli obblighi previsti dalla legge in materia di collocamento di persone diversamente abili, che si inserisce il progetto sociale avviato da Fratelli Tognella e Exergy International, con la cooperativa di Busto Arsizio Solidarietà e Servizi, sotto il coordinamento della Provincia di Varese. Una partnership,


progetto e di un archivista senior. “La riorganizzazione della Biblioteca secondo le nuove tecnologie digitali è la prospettiva che stiamo intraprendendo per renderla maggiormente fruibile a tutta la cittadinanza”, aggiunge Monsignor Severino Pagani, Prevosto della parrocchia di San Giovanni Battista. Praticamente, ciò a cui hanno dato vita le due realtà imprenditoriali è un progetto volto, sì, a dare lavoro a persone con disabilità, ma con un obiettivo ultimo ancora più ampio: fare bene comune. In poche parole, si tratta di commesse non direttamente legate ai due business aziendali, ma ad alto valore sociale per tutti. “Parliamo di lavoro a tutti gli effetti, perché è un’occasione per le persone di valorizzazione delle loro capacità e di crescita della loro autonomia, ma anche perché le mansioni che gli vengono affidate rispondono a precise esigenze di qualità” evidenzia Domenico Pietrantonio, Presidente del Consiglio di gestione della cooperativa

Solidarietà e Servizi. Inoltre, come precisa Fabio Tognella dell’impresa sommese, “si tratta di un progetto che, da un lato, porta modernità in un luogo che ha un valore storico altissimo e, dall’altro, avvicina i giovani alla cultura dando ai testi una seconda vita in una versione digitale”. Ma Exergy International e Fratelli Tognella non sono le uniche realtà manifatturiere sul territorio ad aver deciso di affidare una mansione a delle persone diversamente abili attraverso la collaborazione di una cooperativa sociale. Un altro esempio concreto è quello rappresentato dall’Isola formativa avviata da Sanofi nel suo stabilimento di Origgio, polo attivo a livello mondiale con la produzione di prodotti di automedicazione come Enterogermina, Maalox, Bisolvon e Mucosolvan. Un progetto, quello dell’Isola formativa, avviato nel 2022, che si è avvalso della stretta collaborazione con la cooperativa milanese Spazio Aperto e che, ad oggi, coinvolge ben

PH. ROBERT KNESCHKE / STOCK.ADOBE.COM

questa, che di recente è stata presentata, non a caso, nella Biblioteca Capitolare della parrocchia San Giovanni Battista di Busto Arsizio: la culla operativa del progetto. Tre persone diversamente abili, assunte con regolare contratto, saranno così chiamate, per i prossimi due anni, a svolgere un lavoro di catalogazione e digitalizzazione dei suoi preziosi volumi. Un impiego che renderà maggiormente fruibili 15 mila testi del patrimonio custodito tra le mura di questo scrigno culturale con più di 500 anni e un archivio fatto di documenti antecedenti al 1400, ma anche incunaboli, manoscritti e l’Evangelario del IX secolo su pergamena, conosciuto come “Codice di Busto”, la più antica testimonianza liturgica riguardante il rito Ambrosiano. La consulenza nella selezione di un software per la gestione bibliotecaria; la catalogazione dei volumi moderni; la digitalizzazione del patrimonio dei testi più vecchi. Queste le attività che i tre collaboratori svolgeranno tramite il coordinamento di un capo

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FOCUS

IMPRESE E NO PROFIT

sei persone: quattro tirocinanti e due colleghi già assunti e integrati nell’organizzazione, per svolgere diverse mansioni, necessarie, in questo caso, al business aziendale. Un progetto a cui Sanofi, lo scorso dicembre, ha dedicato un evento per celebrare il primo compleanno. “Vogliamo dare il nostro contributo concreto alla comunità sviluppando un percorso di reskilling, ovvero di riqualificazione professionale, per le persone con disabilità – sottolinea Marco Carrubba, People Business Partner di Sanofi Consumer Healthcare –. Praticamente, investiamo su queste persone per il periodo del tirocinio previsto dall’Isola e successivamente valutiamo un loro inserimento nel nostro organico”. Come spiega il tutor Carlo Fanton, “l’Isola è uno spazio in cui accrescere le competenze dei nuovi colleghi con l’obiettivo che tutti elaborino in modo positivo la diversità e la disabilità”. Per questo prevede un’area degli uffici dello stabilimento appositamente ripensata e progettata su misura affinché abbia postazioni accessibili per ogni tipo di disabilità. Ma non è tutto. “Questa è solo una delle nostre, tante attività in ambito di diversity and inclusion – precisa Luca Miglierina, People Director Italy di Sanofi Consumer Healthcare –. Il Gruppo ha, infatti, una strategia globale, denominata ‘All in’, ovvero ‘tutti insieme’, basata su tre principi fondamentali: riflettere all’interno della popolazione aziendale le diversità della comunità; promuovere un ambiente di lavoro in cui le persone possano sprigionare il proprio potenziale; trasformare la pratica della medicina attraverso l’innovazione digitale in ambito sanitario. Questo ispira azioni mirate che mettono in gioco direttamente i nostri colleghi e che mettono a terra un bagaglio valoriale ormai insito nella nostra cultura aziendale”. Un’attenzione all’unicità della singola persona, che per dirla con le parole del Presidente della cooperativa sociale Spazio Aperto, Gianluca Casalini, 14

“è una questione di sostenibilità in cui, però, a volte, si riscontrano delle aziende che preferiscono optare per l’esonero dall’assunzione di una persona diversamente abile piuttosto che affrontare la difficoltà che questo comporta. È qui che si inserisce l’importanza di intercettare i diversi casi di disabilità sia fisica, sia psichica

per accompagnare queste persone in un loro reinserimento nel mondo del lavoro”. Dall’alto, lo stabilimento di Sanofi a Origgio. Il team dell’Isola formativa di Sanofi Consumer Healthcare. Da sinistra, Andrea Canali, Monsignor Severino Pagani e Fabio Tognella


FOCUS

Come si coltiva L’INCLUSIVITÀ Chiara Mazzetti

Dare un impiego vero e dignitoso a ragazzi con disabilità cognitive, intellettive e relazionali. Questo è lo scopo con cui è nata l’impresa agricola sociale di Gemonio Pappaluga. Un progetto aziendale con una propria sostenibilità economica (“i nostri clienti non fanno beneficienza”) che oggi conta 14 giovani nel proprio organico

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na collina scoscesa e boschiva sopra Gemonio, un terreno non semplice da coltivare, lontano dall’urbanizzazione. Undici ragazzi assunti con contratto a tempo indeterminato e tre tirocinanti, tra i 17 e i 28 anni, coltivano ortaggi di stagione, radicchio, cavolfiore, broccoli, cavolo nero, erbe aromatiche, pomodori, melanzane, insalate, finocchi, porri ed una particolare varietà di fragole chiamata Mara Des Bois. I prodotti di questo lavoro vanno a finire nelle cucine di ristoranti e chef stellati oppure vengono venduti tramite una rete di negozi e distributori specializzati in coltivazioni a km 0. Questa è la realtà di Pappaluga, impresa sociale agricola che dà lavoro a giovani con disabilità cognitive, intellettive e relazionali. Un’impresa agricola sociale, realtà ben diversa sia da una cooperativa

I ragazzi di Pappaluga con lo chef Antonio Guida

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FOCUS

PAPPALUGA

sociale sia da un’impresa agricola, nella sua forma giuridica presenta tutti gli aspetti tipici di un’impresa, ma si caratterizza per un quid in più che ne sottolinea l’appartenenza alla categoria sociale, ovvero l’esercizio di un’attività d’interesse generale, per finalità civiche, solidaristiche e di utilità, per l’appunto, sociale. L’impresa agricola sociale è, pertanto, un ente ibrido, che condivide le caratteristiche proprie dell’impresa e quelle del mondo sociale, dove l’agricoltura diventa uno strumento concreto per rispondere in maniera 16

innovativa a bisogni sociali emergenti, fuori da una logica puramente assistenziale. “Questo vuole essere un progetto imprenditoriale non filantropico, in grado di autosostenersi – spiega Davide Macchi, fondatore di Pappaluga e papà di Carlo, un ragazzo disabile cognitivo –. Il nostro obiettivo è far sapere che esiste un modo diverso ed alternativo per assolvere agli obblighi di legge sulle assunzioni di persone disabili o altre categorie protette. Oltre all’assunzione diretta o al pagamento di un contributo

esonerativo, esiste una via alternativa: una convenzione per cui una realtà come Pappaluga ottempera per conto terzi al vincolo dell’assunzione obbligatoria, i terzi finanziano il progetto e in questo modo assolvono al loro obbligo”. In parole più semplici, come precisa Macchi, si tratta di una sorta di “adozione a distanza” di un giovane disabile che, tramite Pappaluga, ha la possibilità di mettere a frutto le proprie capacità e competenze, svolgendo un lavoro a tutti gli effetti, retribuito e gratificante. “Lo scopo


di questa impresa agricola sociale è dare un impiego vero e dignitoso a persone che, altrimenti, non lo avrebbero. La nostra vuole essere una risposta concreta ai bisogni di giovani non normodotati”, racconta di nuovo Davide Macchi che, nella sua personale esperienza, prima ancora di scoprire nel 2009 che il suo terzo figlio avesse una disabilità cognitiva, aveva avuto modo di collaborare per diverso tempo, in qualità di allenatore, con diverse organizzazioni, tra cui Special Olympics, l’associazione sportiva internazionale che organizza i Giochi Olimpici Speciali. Ed è proprio da queste esperienze e dalla voglia di restituire qualcosa a chi ne ha più bisogno, che nel 2018 ha preso il via l’esperienza di Pappaluga, inizialmente nata da un’idea di Macchi, come startup di moda per l’ideazione e la commercializzazione di collezioni di abiti in stile streetwear: “La pandemia e il Covid sono arrivati proprio mentre il nostro progetto iniziava a prendere forma e ci ha tarpato le ali – specifica Macchi –. Ma non ci siamo persi d’animo, anzi, e abbiamo deciso di reinventarci come azienda agricola, puntando sull’agricoltura bioinclusiva, in grado

di rispettare i ritmi della natura così come quelli dei nostri ragazzi”. Ma come avviene la fase di selezione dei collaboratori di Pappaluga e come si svolge una giornata tipo di lavoro? “Noi lavoriamo in modo particolare, se così si può dire. Alla fase selettiva iniziale collabora una psicologa: riceviamo qualcosa come 200 richieste di assunzione alla settimana. Dopo essere stati selezionati, i ragazzi restano in osservazione per due o tre giorni, poi si passa ad un tirocinio di tre mesi ed infine all’assunzione vera e propria. Ogni giorno tre educatori, una sorta di capi reparto, dividono i ragazzi in gruppi e, dopo la colazione, si inizia il lavoro nei campi, partendo da quello che ciascuno sa ed è in grado di fare”. Sì, perché sono molte e anche parecchio diverse tra loro le disabilità dei giovani che lavorano in Pappaluga: c’è chi, ad esempio, ha problemi sensoriali o motori, chi non parla, chi è ipoudente, chi ha iniziato un percorso, a volte non sapendo né leggere né scrivere, per imparare la lingua dei segni. E tutte queste diversità collaborano ogni giorno alla creazione non solo di prodotti

alimentari eccellenti, ma anche, e soprattutto, di senso di inclusione e di dignità. “Applichiamo, in tutto quello che facciamo, i principi di gentilezza, fantasia, bellezza, arte e luce. Per fare in modo che questi ragazzi abbiano un perché, uno scopo nella loro vita – racconta Macchi orgoglioso dei suoi giovani perennemente fuori luogo e fuori contesto, come ama definirli –. Pensate che un nostro collaboratore, che prima di conoscere Pappaluga non usciva di casa da diverso tempo, ora non vuole nemmeno più andare in vacanza, perché se lui non c’è, chi si prenderà cura dei suoi pomodori? Cambiare la vita a queste persone è il primo tassello per trasformare la società. Posso dire di conoscere delle persone felici e la felicità non è una colpa ed è contagiosa. Piantiamo non solo alberi ma alberi genealogici, uomini che crescono, li alimentiamo”. Dove vanno a finire i prodotti coltivati da Pappaluga? Innanzitutto, si tratta di coltivazioni su richiesta: gli chef mandano all’impresa agricola periodicamente elenchi molto precisi delle verdure e degli ortaggi che hanno intenzione di utilizzare per la preparazione dei loro piatti. “Se i prodotti non raggiungono gli standard richiesti, vengono semplicemente mandati indietro. I clienti comprano realmente, non lo fanno per beneficenza né tanto meno per carità”, sottolinea Macchi. Tra i clienti che si riforniscono da Pappaluga è possibile trovare ristoranti come il milanese Seta by Antonio Guida, ma anche il negozio NaturaSì di Varese. Tra i progetti futuri dell’impresa agricola sociale di Gemonio c’è la volontà di cresce ed arrivare ad assumere almeno 20 ragazzi. “Abbiamo tanti piani, ci piacerebbe fare davvero tante cose, a partire dalla piantumazione di alcuni faggi nel nostro terreno. Siamo alla continua ricerca di aziende che abbiano voglia di sostenere Pappaluga, anche semplicemente adottando un campo di fragole oppure un’isola formativa”, conclude Davide Macchi. 17


FOCUS

SFUMATURE DI INCLUSIONE

in azienda Silvia Giovannini

Scopi e piano strategico chiari, iniziative concrete e risultati misurabili: è il modus operandi delle imprese che puntano alla costruzione di ambienti di lavoro inclusivi per tutte le persone. Percorsi che in molti casi portano all’obiettivo della Certificazione per la Parità di Genere. Gli esempi di LATI, Tecniplast, Laborplast, Grünenthal, BTicino, Vector

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on dovremmo stare nemmeno qui a parlarne”. È lucidissimo l’intervento dal pubblico durante l’incontro del Festival del Giornalismo varesino Glocalnews dedicato al rapporto tra inclusione in azienda e comunicazione, con le testimonianze di BTicino, Openjobmetis e Vector. Nel 2024 non dovrebbe sentirsi il bisogno di promuovere l’inclusione e la parità di genere o sottolineare quanto sia importante parlarne. Eppure, così è. Il tema è quanto mai necessariamente attuale. Solo per dare qualche numero, i dati Istat 2021 fotografano un contesto nazionale non roseo, e sicuramente non rosa, per quanto riguarda la presenza femminile nel mondo del lavoro. Nei consigli di amministrazione e nei ruoli di alta

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dirigenza delle società quotate in borsa sono ancora ridotti i ruoli di amministratrici delegate (1,9%) e di presidente (3,5%), che rappresentano il 2,4% del valore totale di mercato La sede di Origgio di Grünenthal. A destra, LATI

delle imprese quotate e il 20,7% della capitalizzazione complessiva. A fronte di una situazione con ampi margini di miglioramento, che si accompagna purtroppo alla riflessione sociale su fatti di cronaca che confermano la fragilità nell’equilibrio tra i sessi, le iniziative per migliorare la situazione ci sono e raccontarle acquista ancora più valore. In provincia di Varese sono numerose le imprese sensibili al tema, al punto che, sempre più spesso, queste scelgono di dedicare alla questione una figura professionale interna specifica e di dimostrare il proprio impegno con una certificazione, che non rappresenti la conclusione di un percorso ma il riconoscimento di un


modo di essere, anche nei confronti di una filiera con cui condividere i propri valori. È il caso di LATI Industria Termoplastici di Vedano Olona che ha ottenuto nel dicembre scorso la Certificazione per la Parità di Genere, un segno che sottolinea la sensibilità costante dell’azienda del settore plastico nel creare un ambiente di lavoro equo, inclusivo e basato sul rispetto reciproco. Un risultato ottenuto anche grazie al supporto di Servizi Confindustria Varese, la società di servizi alle imprese di Confindustria Varese, e che passa dal garantire pari opportunità di carriera e trattamento economico, condizioni di work-life balance adatte alle diverse fasi di vita, un ambiente di lavoro che respinge stereotipi, discriminazioni e ogni forma di abuso: una cultura aziendale che dalle differenze trae valore. “Questa certificazione è una testimonianza tangibile del nostro impegno per la parità di genere e per la creazione di un ambiente

In provincia di Varese numerose le imprese sensibili al tema della Diversity & Inclusion al punto da dedicare al tema una figura professionale interna specifica che promuova il rispetto reciproco, così come della determinazione continua di tutta la nostra azienda nel promuovere un contesto che celebra l’unicità delle persone” commenta Michela Conterno, Ceo dell’azienda. In aggiunta agli sforzi per la parità di genere, che hanno portato anche alla istituzione di un Comitato Guida, LATI ha implementato con successo ormai da qualche anno lo smartworking, consentendo al personale degli uffici di lavorare fino a 5 giorni su 5 da remoto. Una flessibilità che sostiene il bilanciamento tra vita professionale e personale per creare un ambiente di lavoro moderno e flessibile. Il tutto anche grazie a partnership con realtà specializzate:

con le associazioni EOS e Aquilone per il percorso “Rispettiamoci” che ha avuto l’obiettivo di sensibilizzare i dipendenti sugli stereotipi di genere e con il sostegno alla Fondazione Libellula nella lotta contro la violenza. Esperienze che forse da fuori possono sembrare percorsi semplici e che, invece, sono il frutto di singoli passi per poter superare una grande sfida. È il caso della Tecniplast di Buguggiate, realtà internazionale che si occupa di apparecchiature per la ricerca scientifica, che ha raggiunto la Certificazione, sempre con il supporto di Servizi Confindustria Varese, superando il limite della disparità numerica tra uomini e donne nei reparti produttivi.

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FOCUS

INCLUSIONE IN AZIENDA

Vector

Un risultato raggiunto puntando su politiche di welfare volte a una maggiore uguaglianza. A essere determinanti per la certificazione sono stati gli impegni presi sul fronte della parità, anche a tutela della genitorialità e della conciliazione tra vita privata e lavoro. Con attenzione alla comunicazione interna e agli aspetti emotivi, con l’introduzione di uno sportello psicologico come strumento di ascolto per chiunque ne avesse bisogno. “La forza di Tecniplast risiede nelle persone che ci lavorano. La certificazione rappresenta un riconoscimento che premia tutte le iniziative intraprese su fronti ormai imprescindibili. Ora, tra i nostri obiettivi, c’è la diffusione della cultura della leadership al femminile per sostenere ancora di più le donne nella loro crescita di carriera” spiega il Direttore delle Risorse Umane, Vincenzo Perego. A ottenere la Certificazione 20

anche Laborplast di Busto Arsizio specializzata nelle materie plastiche. “Avevamo già un codice etico e un sistema di welfare aziendale” ha raccontato Roberto Pariani, Ceo di Laborplast a Il Sole 24 Ore, sottolineando il valore dell’iniziativa anche come esempio positivo per altre realtà. “Per noi è stata l’occasione di mettere a sistema una cultura aziendale e una serie di impegni già presi verso i nostri collaboratori”. Obiettivo certificazione raggiunto anche per Grünenthal Italia (Farmaceutici Formenti), che, tra l’altro, si è confermata nel 2023 Great Place to Work e anche Best Place for Women. Tra la filiale commerciale di Milano e lo stabilimento produttivo di Origgio del Gruppo internazionale sono diverse le donne che ricoprono ruoli apicali in un contesto di perfetta equità con un buon bilanciamento tra i sessi sia nell’hub manifatturiero sia negli uffici. Molte le iniziative

che hanno portato all’ottenimento della certificazione: la nomina di un comitato guida per l’equità, la creazione di policy interne contro i pregiudizi, la pianificazione di percorsi formativi dedicati, l’organizzazione di eventi di sensibilizzazione. “Un impegno che spazia dalla comunicazione interna alle politiche di gestione delle persone e si fonda sul riconoscimento, sull’apprezzamento e sull’importanza di creare un ambiente in cui tutti, indistintamente, si sentano supportati nel fare del loro meglio, sviluppando il loro potenziale. La certificazione valida quanto già realizzato e ci pone l’obiettivo di migliorarci continuamente” spiega Luigi Uccella, Head delle Risorse Umane. Alla base delle azioni imprenditoriali, una sola regola: l’ascolto delle persone. Al di là delle certificazioni, sono molti anche i progetti per colmare i gap tra i sessi. Uno di questi


notoriamente riguarda il rapporto tra le ragazze e la scienza: il report We Stem for Our Future 2022 di Weward sottolinea che in Italia sul totale delle laureate solo il 16% ha frequentato materie Stem (scienza, ingegneria, tecnologia o matematica): circa la metà dei colleghi maschi. Da qui l’impegno di molte imprese in progetti per diffondere tra i giovani la conoscenza delle opportunità che gli studi tecnici offrono in ambito lavorativo. È in questo contesto che nasce il Progetto Scuola di BTicino, solo una delle numerose iniziative dell’azienda per le proprie persone, da contestualizzare all’interno del network Lei@BTicino, che si occupa dei temi legati alla diversità di genere. Anche alla Vector di Castellanza, società Benefit dal 2021, azienda che si occupa di trasporti internazionali, la Diversity & Inclusion è un punto di forza da sempre: favorire l’inclusione e diffondere i principi di accoglienza e rispetto di ogni diversità è un valore aziendale fondante. “La nostra impresa vuole essere innovativa non solo nel servizio ai clienti, ma nel concepire il modo stesso di essere”, spiega il Ceo Andrea Buttà. Per quanto riguarda nello specifico la parità di genere, questa sensibilità è attestata da diversi riconoscimenti nazionali e internazionali. Anche nel 2023 l’azienda è stata riconosciuta Woman Value Company dalla Fondazione Marisa Bellisario, che dà visibilità alle imprese che mettono al centro le

La Certificazione per la Parità di Genere non rappresenta la conclusione di un percorso ma il riconoscimento di un modo di essere, un esempio e uno stimolo per il futuro, a cui molte aziende arrivano anche con il supporto di Servizi Confindustria Varese

Tecniplast

persone e il merito, senza pregiudizi, con la convinzione che valorizzare il talento femminile significhi non solo apportare energia alla propria realtà, ma contribuire all’evoluzione del Paese. E in Vector, come in molte altre imprese, la questione della D&I si colora di arcobaleno, in un campo purtroppo ricco di sfumature di grigio: quello dell’orientamento sessuale. Un dato per tutti. Secondo l’“Indagine sulle discriminazioni lavorative nei

SEGNALA LA TUA STORIA Le storie d’impresa raccontate in queste pagine sono solo alcune delle best practice del territorio in tema di D&I. Un racconto in linea con gli obiettivi del progetto “PEOPLE, l’impresa di crescere insieme” lanciato da Confindustria Varese per contribuire all’attrattività della provincia

con una serie di iniziative accomunate da un filo conduttore: l’investimento e la valorizzazione delle persone. Per segnalare le vostre storie d’impresa scrivete a info@varesefocus.it. Per maggiori informazioni sul progetto People: www.confindustriavarese.it

confronti delle persone LGBT+ in unione civile o unite in passato” (Istat, 2020-21), il 26% delle persone che si dichiarano omosessuali o bisessuali afferma che il proprio orientamento ha rappresentato uno svantaggio nel lavoro in almeno uno dei tre ambiti considerati (retribuzione, avanzamenti di carriera, riconoscimento delle capacità). Il 12,6% non si è presentato a un colloquio o, addirittura, non ha fatto domanda poiché presupponeva che l’ambiente sarebbe stato ostile al suo orientamento. Dati, secondo la ricerca, riferibili solo a una piccola parte della popolazione LGBT+, cioè le persone in unione civile o già in unione, più propense a vivere il proprio orientamento in una dimensione pubblica. Anche su questo Vector, azienda sponsor del Varese Pride, porta avanti progetti concreti, tanto da aver ottenuto, per la prima volta già nel 2016, il premio come miglior Pmi per le politiche inclusive Lgbt in Italia. 21


FOCUS

“NON POSSIAMO PERDERNE

neanche uno” Francesca Cisotto

La costruzione di progetti condivisi con le imprese per il reinserimento nella società, attraverso il lavoro, degli ex detenuti e la creazione di iniziative diffuse sul territorio per contrastare il disagio giovanile e diminuire il numero di “Neet”. Questi, secondo il Prefetto di Varese, Salvatore Pasquariello, i due passaggi fondamentai per dar vita a una provincia più inclusiva

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na priorità sociale, ma anche economica”. È così che il Prefetto di Varese, Salvatore Pasquariello, definisce la necessità di dotare il territorio di una strategia condivisa per il reinserimento nella società civile degli ex detenuti. Passaggio fondamentale per la costruzione di una provincia più inclusiva, ma non l’unico. Altro fronte di impegno è quello di ridurre “il preoccupante fenomeno dei Neet”, strettamente legato a quello del disagio giovanile. Prefetto Pasquariello, nel corso del 2023, la sua attenzione si è concentrata molto sul fronte del reinserimento nella società, attraverso il mondo del lavoro, delle persone che hanno commesso un

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reato. Da quale riflessione nasce questo impegno? È una questione di estrema rilevanza sotto diversi profili. Il primo è quello giuridico-sociale; come indica l’articolo 27 della Costituzione, le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e al suo reinserimento nella società. Coloro che si occupano dell’attuazione di questo articolo sono, innanzitutto, gli addetti ai lavori, come i Tribunali di sorveglianza, i Direttori delle carceri, la Polizia Penitenziaria, gli educatori e, più in generale,

tutti coloro che operano all’interno degli istituti. La mia iniziativa, raccordandosi con quella dei predetti soggetti e con quella di tantissimi altri come, ad esempio, gli imprenditori e i sindacati, va ad accompagnare e a potenziare, dall’esterno del mondo carcerario, l’impegno Salvatore di facilitare Pasquariello l’offerta di un lavoro ai detenuti e agli ex detenuti. Il secondo è quello economicoproduttivo: siamo in una fase in cui c’è il lavoro ma mancano i lavoratori in tanti settori. Si potrebbe colmare, quindi, almeno in parte,


PH. SAKHORN38 / STOCK.ADOBE.COM

il divario tra domanda e offerta di lavoro favorendo il reinserimento nella società e nel mondo lavorativo di queste persone che hanno, sì, commesso un reato, ma che possono, se adeguatamente formate, essere inserite nuovamente nel tessuto socioeconomico e produttivo. Avvicinare il mondo carcerario a quello del lavoro è un essenziale passaggio nel percorso di rieducazione e di recupero della persona, non solo per permettergli di ripartire e di rifarsi una vita all’insegna di valori nuovi e con condotte “lecite”, ma anche per assicurare al resto della comunità una maggiore sicurezza pubblica, dato che coloro che escono dal carcere, ove trovassero subito un lavoro, nella stragrande maggioranza dei casi, non commetterebbero nuovamente reati, come evidenziano molte statistiche: quella del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro dello scorso anno, per esempio, evidenzia che l’occupazione lavorativa

dei detenuti riduce drasticamente la recidiva, dal 70% al 2%. Ha citato le realtà imprenditoriali. Che valore ha il loro impegno nel percorso di rinascita di un detenuto? “Avviare” le persone detenute al lavoro, all’interno o all’esterno della casa circondariale, è anche un vantaggio per le imprese. Sì, perché, grazie alla cosiddetta Legge Smuraglia, possono usufruire, per ciascuna persona assunta, di un credito di imposta fino a 520 euro mensili e del 95% degli sgravi sui contributi previdenziali e assicurativi. Benefici che, se colti, portano con

sé anche una doppia utilità: la graduale uscita del detenuto dall’istituto, attraverso il lavoro, da un lato, riduce il sovraffollamento delle carceri e, dall’altro, favorisce un lavoro migliore per la Polizia Penitenziaria che, negli ultimi tempi, risulta avere un organico fortemente ridotto. È per questi motivi che, come Prefettura, lo scorso anno, abbiamo aperto un tavolo di confronto con la Magistratura di Sorveglianza di Varese, con i Direttori delle Case Circondariali di Varese e di Busto Arsizio e con i Comandanti delle rispettive Polizie Penitenziarie, con l’Ordine dei Consulenti del lavoro, con la Camera di Commercio e con

“Con il calo demografico, da una parte, e con la mancanza di lavoratori, dall’altra, non ci si può permettere che tutti i giovani non siano inseriti nella società da protagonisti, con una propria funzione sociale ed economica” 23


FOCUS

INTERVISTA AL PREFETTO

tutte le altre parti sociali del territorio, come le associazioni datoriali (tra cui Confindustria Varese, ndr) e le organizzazioni sindacali. L’obiettivo è quello di stimolare un coinvolgimento sempre maggiore delle realtà istituzionali, imprenditoriali e sindacali con iniziative di informazione e sensibilizzazione.

alcol e/o droga, bullismo, vandalismo, autolesionismo, disturbi alimentari, stati di ansia, attacchi di panico, uso disinvolto di psicofarmaci. Problemi, dunque, spesso anche di ordine e sicurezza pubblica. Ma sullo sfondo vi è anche un’altra considerazione, direi di mera convenienza, su cui anche chi non è interessato al tema dell’educazione deve pur riflettere: con il calo demografico, da una parte, e con la mancanza di lavoratori, dall’altra, non ci si può permettere che tutti i giovani non siano inseriti nella società da protagonisti, con una propria funzione sociale ed economica. Come usiamo dire durante le nostre riunioni all’interno della “Conferenza permanente provinciale” (organismo che ha sede nelle prefetture), “non possiamo perderne neanche uno”. A tal proposito, insieme ai rappresentanti degli altri enti del territorio, ci riuniamo periodicamente e abbiamo dato vita ad un tavolo per affrontare congiuntamente il tema

PH. PHOTOGRAPHEE.EU / STOCK.ADOBE.COM

Una seconda chance non è necessaria solo al mondo delle persone ex detenute. Ci sono tante altre situazioni di disagio, anche tra i giovani. Quanto è importante l’attenzione su questo aspetto? A fronte della stragrande maggioranza di adolescenti e di giovani di ottime qualità e di grandi sogni, i dati che più ci preoccupano riguardano i cosiddetti “Neet”, cioè quella fascia di ragazzi e ragazze tra i 15 e i 29 anni, che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in alcun percorso di formazione. Sono tanti e molto superiori alla media europea.

Abbiamo il dovere, come “comunità educante”, di non assistere passivamente all’inerzia di quelli che non si danno da fare per progettare e realizzare il proprio futuro; ciò nuoce soprattutto a loro stessi direttamente, al loro benessere psico-fisico, alla loro crescita e alle loro famiglie. Dobbiamo “scovarli”, uno per uno, e invogliarli a riprendere in mano la propria vita, ad avere una speranza, degli orizzonti, acquisire consapevolezza dei propri talenti e saperli valorizzare. Ma deve essere un impegno soprattutto degli adulti, di ciascun adulto, di ciascun “educatore”. Tutti noi adulti siamo anche educatori: “L’educazione è una questione di cuore”, diceva Don Giovanni Bosco. Alcuni ragazzi soffrono di disturbi sotto l’aspetto psicologico, altri si “ritirano dal sociale” e restano a casa, altri, al contrario, escono per far esplodere, in gruppo, la loro rabbia, spesso con delle risse. Non di rado ne conseguono gravi fenomeni come, ad esempio, forme di dipendenza da

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del disagio sociale giovanile per promuovere azioni sinergiche e più efficaci. Quali progettualità ci sono sul territorio? Il 27 giugno 2023 abbiamo sottoscritto il “Protocollo d’intesa per la promozione della legalità e per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni legati alle diverse forme di dipendenza, al bullismo, al cyberbullismo e alle altre forme di disagio sociale minorile”, che costituisce un percorso comune, condiviso da enti, istituzioni, uffici pubblici e associazioni per implementare e rafforzare le politiche di prevenzione e contrasto ad ogni forma di disagio giovanile che si manifesta con comportamenti devianti, per sostenere i progetti rivolti ai giovani e alle famiglie e per far crescere la cultura della legalità e del rispetto dei valori della vita e della salute. Nella riunione della conferenza permanente del 13 novembre 2023, invece, l’Agenzia di Tutela della Salute dell’Insubria, l’Ufficio Scolastico Territoriale e altri soggetti hanno illustrato le varie iniziative programmate, alcune delle quali finanziate dalla Regione Lombardia. Abbiamo in corso o pronti per partire, in particolare, i seguenti progetti, tutti volti a creare delle occasioni per impiegare i ragazzi e le ragazze in attività sane e costruttive: “IGeneration”, un progetto dell’Azienda Speciale Consortile Medio Olona, che comprende delle attività come laboratori sportivi per togliere i ragazzi dall’isolamento virtuale. “Con Te Sto”, curato dal Comune di Luino, che propone gruppi di parola e di condivisione di esperienze per ottenere la restituzione di alcuni beni comuni che possono essere utilizzati dall’intera collettività. “Ragazzi di città - Young e senior”, con capofila il Comune di Saronno, è uno sportello di ascolto sia per gli studenti, sia per i genitori che talvolta hanno bisogno di consigli su come affrontare il disagio dei propri figli.

La sede della Prefettura varesina

“Sakido XP”, ideato dalla cooperativa sociale “L’Aquilone” di Sesto Calende, è volto ad aiutare quei ragazzi che vivono un grave isolamento sociale. “Influenza felice”, invece, è un progetto curato dal Comune di Varese per potenziare i centri di ritrovo dedicati agli adolescenti. Senza dimenticare il “Patentino digitale” e il “Brevetto digitale” per lo smartphone, come una sorta di certificazione di educazione all’utilizzo moderato e consapevole di Internet. A tal proposito, il Consiglio della Regione Lombardia ha da poco approvato all’unanimità una specifica mozione finalizzata a promuovere una legge regionale. In un contesto di utilizzo senza regole del web, tali progetti costituiscono importanti strumenti di educazione digitale all’uso consapevole dello smartphone che, infatti, se da un lato può rappresentare una preziosa risorsa educativa, di studio e di socialità, dall’altro può essere fonte di enorme pericolo per i minori, soprattutto se utilizzato in maniera impropria e oltre la giusta misura. I rischi per i giovanissimi, infatti, provengono anche dai tanti contenuti pornografici o violenti facilmente visualizzabili su Internet, che spesso inducono a comportamenti di emulazione e discriminazione fino ad arrivare a veri e propri reati. Poi, c’è anche il progetto proposto dall’associazione socioeducativa “Ragazzi on the road”, che già lo scorso anno ha coinvolto vari ragazzi tra

i 16 e i 20 anni in alcune attività in affiancamento alle Forze dell’Ordine, alle Polizie locali, al 118, ai Vigili del fuoco e ad altre Istituzioni (due ragazzi hanno fatto anche l’esperienza di Prefetto e di Sindaco per qualche ora). Un’“esperienza di realtà” e un importante progetto anche nell’ottica della promozione della sicurezza stradale; i ragazzi, infatti, nell’affiancare come volontari le pattuglie della polizia locale e le ambulanze dei soccorritori durante gli interventi di prevenzione e soccorso attuati sul campo, possono comprendere i rischi connessi al mancato rispetto delle regole della sicurezza stradale vivendo in prima persona le esperienze di chi quotidianamente opera nell’ambito della prevenzione e della sicurezza. Il progetto “Carpe diem”, invece, è finalizzato a fornire supporto sia a quei minori e a quei giovani con problematiche di dipendenza che vengono convocati dalla Prefettura per un colloquio a seguito di segnalazioni da parte delle Forze dell’Ordine, sia ai loro genitori, con la collaborazione gratuita di due psicologi. Il bacino delle problematiche che riguardano i giovani è molto ampio, ecco perché è importante il coinvolgimento e il raccordo di tutti gli attori del territorio, dagli enti pubblici a quelli privati, fino alle associazioni e agli oratori delle parrocchie per affrontarle e soprattutto prevenirle. 25


FOCUS

LO SPORT

per tutti Lisa Aramini Frei

L’Associazione varesina Freerider Sport Events, nata nel 2005, porta ogni anno centinaia di persone con difficoltà motorie sulle cime italiane e non solo, avvicinandole allo sci alpino da seduti e fornendo loro attrezzature dedicate, insegnanti e l’intera organizzazione di viaggi e spostamenti. Novità della stagione 2024 sarà la tappa in Alta Badia, dal 22 al 24 marzo

C’

è un’associazione sportiva dilettantistica varesina che da oltre 15 anni porta centinaia di persone con difficoltà motorie sulle più belle piste da sci, italiane e non, elevando la passione dello sci alpino a un livello più alto, rompendo le barriere dell’accessibilità con lo scopo di avvicinare più persone possibili allo sport. Questa Associazione si chiama Freerider Sport Events ed è nata nel 2005 dalla volontà di un gruppo di amici amanti della montagna di condividere questa passione anche con chi ha disabilità fisiche. “In occasione delle Olimpiadi Invernali di Torino nel 2006 – racconta Nicola Busata,

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coordinatore tecnico e fondatore dell’A ssociazione – ho conosciuto un ragazzo in carrozzina, appassionato

di sci ancor prima di avere un brutto incidente che lo costringesse lontano dalle piste. Da quell’incontro è nato in me il desiderio di fare qualcosa per questa persona: da lì l’idea di rendere l’esperienza sciistica accessibile a chiunque”. Ha preso così il via l’attività di Freerider, concentrandosi fin da principio sulla ricerca e la cura dei materiali, provenienti anche dall’estero, necessari per rendere lo sci e le piste fruibili a tutti. A partire dal reperimento dei vari modelli di monosci. Fondamentale è stata poi la ricerca di impianti sciistici disponibili a far parte dello Ski Tour Invernale, una serie di giornate sulla neve organizzate dall’A ssociazione.


L’esperienza come maestro di sci di Nicola Busata e la sua conoscenza delle principali località in cui praticare questo sport hanno fatto sì che Freerider, nel corso degli anni, sia riuscita ad accompagnare migliaia di ragazzi e adulti nell’esplorazione delle principali piste italiane: da Madonna di Campiglio in Trentino Alto-Adige, all’emozionante tappa in cima dell’Etna in Sicilia, passando per Terminillo nel Lazio, meta raggiunta insieme all’A ssociazione Art4sport, fondata dai genitori della campionessa paralimpica di scherma Bebe Vio. Nel tempo si è anche creata e consolidata una sempre più stretta e partecipativa collaborazione tra Freerider, le istituzioni e le forze dell’ordine. “Grazie ai molti eventi organizzati in montagna – racconta Nicola Busata – siamo riusciti a coinvolgere nelle nostre attività la Polizia di Stato, con la quale abbiamo poi iniziato a collaborare, e anche gli operatori del Centro Addestramento Alpino di Moena. Tra i nostri partner più importanti c’è di sicuro l’A ssociazione Spina Bifida, alla quale ogni anno dedichiamo una tappa del tour, pensata specificatamente per bambini affetti da questa patologia”. Dal rapporto con la Polizia di Stato è nato un Protocollo sul tema della sicurezza e dell’accessibilità alle piste. “Prima della presenza di Freerider nelle varie località sciistiche non esistevano regole

di assistenza per le persone con disabilità – racconta di nuovo Busata –. Ora questo Protocollo viene applicato su tutte le piste e, in occasione delle varie giornate sulla neve organizzate dell’A ssociazione, sono presenti due operatori della Polizia di Stato, insieme al nostro staff, per garantire assistenza e sicurezza”. Importante per le attività di Freerider è anche la ricerca di strutture alberghiere accessibili che garantiscano la partecipazione di persone con disabilità allo Ski Tour. Il cuore pulsante del progetto rimangono i volontari, che si impegnano ogni giorno per rendere l’esperienza sulla neve il più inclusiva possibile. Ma le attività dell’A ssociazione varesina sono anche sostenute da partner e sponsor, tra cui il Team Teleflex For Active Living, azienda brianzola che fornisce prodotti di carattere urologico e la storica azienda metalmeccanica di Brissago Valtravaglia SPM, insieme a Caporali Group di Daverio, specializzata nel settore degli ausili ortopedici. “Il supporto tecnico è essenziale – conclude Busato – perché spesso gli ovetti che compongono i monosci non si adattano a tutti e per questo è sempre presente, nelle varie tappe del nostro Ski Tour, un team di esperti che si occupa della parte più tecnica, adattando gli attrezzi sportivi alle varie esigenze. Attualmente

il nostro staff è composto da una sessantina di persone con diverse competenze: dall’autista dei pulmini all’assistenza, senza dimenticare i vari maestri di sci che si occupano di insegnare ai ragazzi ad utilizzare il monosci e a sciare da seduti”. Oltre allo sci classico, Freerider ha ampliato le sue attività anche al mondo del wakeboard, offrendo così l’opportunità di provare a praticare anche sport sull’acqua. Tra gli obiettivi futuri dell’A ssociazione c’è quello di mettere chiunque nella condizione di poter scegliere quando, come e dove sciare, in sicurezza, in un ambiente accessibile. La stagione 2024 ha preso il via con lo Snow Camp nel primo fine settimana di gennaio a Sestola, in collaborazione con l’A ssociazione Spina Bifida Italia. Seguiranno poi il doppio appuntamento internazionale dal 22 al 28 febbraio a Folgaria e la Teleflex Winter Cup di Bormio, programmata dal 15 al 17 marzo. Novità della stagione, la tappa in Alta Badia, dal 22 al 24 marzo, che precederà il tradizionale gran finale del primo fine settimana di aprile a Madonna di Campiglio. Per approfondire il tema leggi su Varesefocus.it anche l’articolo “Il primato paralimpico di Varese”, con la storia della polisportiva Polha 27


INCHIESTA

Nuovi modelli DI BUSINESS PER LA MANIFATTURA Alessia Lazzarin

Sono 10 le raccomandazioni che i ricercatori del World Manufacturing Forum hanno stilato per tracciare le vie da intraprendere per lo sviluppo delle attività produttive. Un percorso obbligato per l’industria globale che si trova a dover riaffermare il proprio ruolo ripartendo da tecnologia, persone, sicurezza informatica e gestione dei dati

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rasformazione digitale. Modelli di economia circolare. Intelligenza Artificiale. A cui bisogna aggiungere capitale umano e competenze sull’analisi dei dati. L’attività manifatturiera globale, dopo gli ultimi tre anni, caratterizzati da eventi che l’hanno messa a dura prova, deve ricominciare da zero. Una ripartenza. Fatta di nuovi obiettivi e sempre più incalzanti traguardi da raggiungere. Con lo scopo di riaffermare la propria forza: quella di essere la spina dorsale dell’economia mondiale. A dettare quali siano le priorità

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future per l’industria manifatturiera è il Report “New business models for the future of manufacturing” presentato durante l’undicesima edizione del World Manufacturing Forum, l’evento internazionale, che si tiene ogni anno in Lombardia, dedicato al settore e che riunisce imprenditori, istituzioni, manager e rappresentanti del mondo accademico. Più di 600 i partecipanti dell’ultimo appuntamento che si è tenuto lo scorso novembre negli spazi dell’azienda bergamasca Sdf di Treviglio. Ad organizzarlo, la World Manufacturing Foundation, una piattaforma istituita nel 2018 da

Confindustria Lombardia, Politecnico di Milano e Intelligent Manufacturing System, con lo scopo di valorizzare e diffondere la cultura industriale in tutto il mondo. “Nell’edizione di quest’anno abbiamo voluto focalizzarci sui nuovi modelli di business – ha affermato Marco Taisch, Presidente del Comitato scientifico del Wmf – che in un contesto di estrema instabilità geopolitica, dei mercati e delle innovazioni non possono che essere l’unica risposta delle imprese per rimanere competitive a livello internazionale”. Lo studio del Wmf ha visto la partecipazione di 20 esperti provenienti da tutto il globo.


PH. CARBALLO / STOCK.ADOBE.COM

Professionisti che hanno stilato 10 raccomandazioni per indirizzare e tracciare nuove vie da intraprendere. Un percorso obbligato per la manifattura e le sue persone fungendo da catalizzatore per il cambiamento industriale. Adottare un approccio all’innovazione incentrato sul cliente per favorire la fidelizzazione e promuovere la crescita; creare proposte di valore sostenibili basate sulla “triple bottom line” (sostenibilità ambientale, sociale ed economica) per un margine competitivo; puntare al valore personalizzato e customizzato di massa per creare maggiori benefici ai consumatori; sviluppare nuovi canali di vendita per flussi di entrate ibridi; promuovere legami più stretti attraverso la creazione di migliori relazioni con i clienti; liberare il valore potenziale sfruttando l’Intelligenza Artificiale e i data analytics per nuovi flussi di entrate; bilanciare le risorse chiave per evitare la sovra e sotto

stima delle operazioni sostenibili; dare priorità alle produzioni di prossimità e rafforzare le competenze principali per l’agilità e la sostenibilità del mercato; ampliare le partnership oltre i confini attuali delle catene del valore per prepararsi a nuovi rischi e sfide; superare le barriere agli investimenti per stabilire relazioni basate sulla fiducia e liberare il flusso di cassa dagli asset. Queste le priorità che gli esponenti del Wmf indicano al mondo politico, agli imprenditori e alla

Tra i consigli del Report: “Deve esserci un contesto normativo favorevole, che incoraggi l’innovazione rispettando le norme sulla protezione dei consumatori”

società. “L’enorme trasformazione che l’industria manifatturiera globale sta vivendo in questi anni è frutto di quattro fattori concomitanti: continua accelerazione delle tecnologie disponibili, crescente consapevolezza sulla rilevanza degli obiettivi di sostenibilità, disponibilità di risorse energetiche, dati e materie prime, nuovi assetti geopolitici – ha dichiarato Diego Andreis, Presidente della World Manufacturing Foundation –. Questi elementi si intrecciano andando ad influenzare scelte e investimenti delle aziende contribuendo a delineare i modelli di business del futuro”. Creare una forza lavoro che si basi sul design thinking (capacità di risolvere problemi complessi utilizzando una visione e una gestione creativa), sull’esperienza utente e sulle relazioni con i clienti sembra essere un aspetto cruciale. Da qui anche la necessità di prestare attenzione agli aspetti legati alla privacy: “Bisogna 29


INCHIESTA

WMF

adottare politiche trasparenti sui dati e misure di sicurezza informatica” si legge tra le righe del Report. Secondo gli esperti del Wmf, “bisogna conoscere il comportamento dei consumatori e analizzare le tendenze per anticipare e soddisfare i clienti. Per farlo, è necessario implementare sistemi che facilitino la personalizzazione su larga scala, dalla progettazione modulare alle tecniche di produzione avanzate”. Le imprese hanno bisogno di strumenti e competenze per progettare proposte di valore. Ma questo non basta. “Deve esserci un contesto normativo favorevole, che incoraggi l’innovazione rispettando le norme sulla protezione dei consumatori”. Le realtà manifatturiere devono sfruttare tutte le competenze interne di cui sono in possesso: aspetti comunicativi, tecnici, adattabilità, strategie di marketing e vendita, per raggiungere il mercato globale attraverso canali di sbocco sempre più ibridi. “Non bisogna sottovalutare l’aspetto della sicurezza – sottolinea il Report –. Ai clienti dovrebbe

Diego Andreis, Presidente della World Manufacturing Foundation

essere data la sicurezza di utilizzare canali di vendita digitali o ibridi determinando le autorizzazioni e i livelli di accesso appropriati”. Sviluppo dell’Intelligenza Artificiale e analisi dei dati: “Sono elementi fondamentali per

IL DECALOGO PER LA MANIFATTURA DEL FUTURO 1. Adottare un approccio all’innovazione incentrato sul cliente per favorire la fidelizzazione e promuovere la crescita. 2. Creare proposte di valore sostenibili basate sulla “triple bottom line” per un margine competitivo. 3. Puntare al valore personalizzato e customizzato di massa per creare maggiori benefici ai consumatori. 4. Sviluppare nuovi canali di vendita per flussi di entrate ibridi. 5. Promuovere legami più stretti attraverso la creazione di migliori relazioni con i clienti. 6. Liberare il valore potenziale sfruttando

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l’Intelligenza Artificiale e i data analytics per nuovi flussi di entrate. 7. Bilanciare le risorse chiave per evitare la sovra e sottostima delle operazioni sostenibili. 8. Dare priorità alle produzioni di prossimità e rafforzare le competenze principali per l’agilità e la sostenibilità del mercato. 9. Ampliare le partnership oltre i confini attuali delle catene del valore per prepararsi a nuovi rischi e sfide. 10. Superare le barriere agli investimenti per stabilire relazioni basate sulla fiducia e liberare il flusso di cassa dagli asset.

valutare l’affidabilità dei processi e affrontare in modo proattivo i problemi” sostengono i ricercatori. Capacità analitica e adattamento ai cambiamenti: questi altri elementi chiave per anticipare e affrontare tutte le sfide che attendono la manifattura. “A livello di tecnologia – si legge nel Report – servono robusti strumenti di analisi predittiva che consentano un processo decisionale informato, così come tecnologie agili e sistemi avanzati di supply chain che supportino l’adattabilità necessaria per l’efficientamento delle risorse messe in campo”. Non è solo questione di resilienza. Servono nuovi modelli di business. Ma anche la consapevolezza di doversi muovere all’interno di sistemi più sostenibili, che possano garantire un accesso sicuro alle principali risorse legate alla crescita competitiva: le persone e la tecnologia.

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INCHIESTA

Le imprese rosa SONO PIÙ COMPETITIVE Alessia Lazzarin

Le aziende con un giusto equilibrio tra uomini e donne nei team esecutivi hanno il 25% in più di possibilità di avere maggiori rendite rispetto ai propri concorrenti. È quanto emerge da uno studio del World Manufacturing Forum sulla gender equality nel sistema manifatturiero dei Paesi Baschi. Un report realizzato per essere replicato in altre aree industriali europee e fare da stimolo a politiche inclusive sia pubbliche sia private

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e donne che lavorano per l’industria manifatturiera, a livello internazionale, sono ancora troppo poche. Se da un lato la forza lavoro, non solo in questo comparto, ma in generale, è rappresentata dal 47% di quote rosa, dall’altro lato, però, nel solo manifatturiero la percentuale del mondo femminile scende al 20% (dati International Labour Organization). Per tre donne su quattro, l’attività industriale non rappresenta un trampolino di lancio per la propria carriera professionale (Unido). Sono basse anche le percentuali che vedono le quote rosa ricoprire ruoli manageriali o apicali nelle imprese. Le amministratrici delegate, per esempio, sono solo il 9%. L’incidenza di donne che ricopre un livello senior è pari al 15%, quota che sale leggermente per le mansioni di livello medio: 24%. Trend differente,

invece, e in crescita, tra le risorse più giovani: tra i livelli junior la quota sale al 33% (World Economic Forum), segno che qualcosa forse sta cambiando. A raccontare questi dati, il Report “Women in Manufacturing: Impact of Women in Industrial Competitiveness”, presentato durante l’edizione 2023 del World Manufacturing Forum. Uno studio svolto da Grupo Spri Taldea (entità del dipartimento per lo sviluppo economico, la sostenibilità e l’ambiente per promuovere l’industria basca) in collaborazione con la World Manufacturing Foundation. Numeri poco incoraggianti che hanno portato i ricercatori a darsi delle spiegazioni su questo fenomeno. E i motivi sono i più disparati. Spesso sono legati ad un retaggio culturale che, molte volte, fatica ad intrecciarsi con le tendenze di una società sempre più moderna. “Lo stereotipo più comune, ancora oggi – si legge nel

Report – è quello che interpreta la donna come figura che deve occuparsi prevalentemente della famiglia, rinunciando, spesso, alle proprie ambizioni e al successo professionale”.

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WMF

PH. YOURAPECHKIN / STOCK.ADOBE.COM

INCHIESTA

In questo scenario, la pandemia non ha certo invertito la rotta. Anzi, ha peggiorato le condizioni delle mamme lavoratrici: prima del Covid una donna dedicava in media 6 ore in più rispetto agli uomini alla cura dei figli. Oggi ne dedica 7,7. Un monte ore che equivale a 31,5 ore settimanali. In pratica, si tratta di un lavoro quasi a tempo pieno (dati Pwc). Sono questi alcuni dei principali punti critici su cui l’industria manifatturiera deve lavorare per intraprendere una direzione futura in cui il ruolo della donna diventi sempre più centrale e strategico. E non solo, ovviamente, perché la parità di genere è una questione di diritti umani. “Ma anche perché il mondo femminile è un perno imprescindibile per il rilancio dell’industria”. Motore di crescita, driver di sviluppo e tassello fondamentale per il riposizionamento della competitività delle imprese. Analizzare il rapporto tra gender equality e competitività industriale, 32

attraverso lo specifico caso studio svolto sullo spaccato dei Paesi Baschi: è stato questo lo scopo della ricerca che ha preso come esempio una delle regioni europee più adatte a questo fine. Per diversi fattori: peso delle attività industriali rispetto al Pil, perché quasi il 40% del prodotto interno lordo basco proviene proprio dalla produzione manifatturiera; per numero di donne presenti sul mercato del lavoro (44%) e per quote rosa che lavorano nel manifatturiero (21%). “In più del 60% delle imprese basche, le donne rappresentano meno del 20% dei componenti dei consigli di amministrazione – si legge nel Report –. Le figure femminili rappresentano il 21,74% della forza lavoro contro un 78% di presenze maschili. Solo il 13% delle realtà ha una donna al comando. E solo nel 19% delle industrie basche si può dire che ci sia una gender equality a livello di management”. Una situazione che si ripresenta nei vari comparti e dipartimenti

dell’industria. Se si considerano i reparti più tecnici e tradizionalmente a predominanza maschile, come la produzione, i servizi generali e l’ambito dell’information technology (It), “solo nel 10% delle aziende c’è una situazione equa tra donne e uomini, scendendo al 7% nel reparto It”. Nel 67% delle imprese basche che hanno risposto al questionario del Wmf, le donne, in questi ambiti, sono rappresentate tra lo 0% e il 20%. Nei comparti meno tecnici, come il marketing, le vendite, le risorse umane e l’amministrazione, invece, il numero di figure femminili è maggiore. Come dire, i Paesi Baschi sono lo specchio di gran parte del mondo. Interessante, però, è la parte dello studio che analizza le performance di quelle aziende guidate da un management gender equality. Capacità di gestire il rischio. Efficienza, creatività e innovazione. Maggior capacità decisionale. Queste alcune delle doti che vengono riconosciute al


PH. FRED / STOCK.ADOBE.COM

mondo femminile nei luoghi di lavoro. “Le aziende con una buona percentuale di quote rosa nei team esecutivi hanno il 25% in più di possibilità di avere maggiori rendite rispetto ai propri concorrenti – riporta il Report –. Un’impresa in cui il 30% dei leader sono donne potrebbe aspettarsi di aggiungere più di un punto percentuale al proprio margine se paragonata ad un’altra impresa, simile per dimensioni e fatturato, senza leader donne ai vertici. Investire nell’assunzione di figure femminili per aumentare la partecipazione alla forza lavoro porta a maggiori guadagni economici, con performance superiori del 29%”. Dal report dello scenario basco, per il Wmf, emerge un dato di fatto: le aziende attente all’uguaglianza di genere sono più competitive. Proprio per questo, la ricerca vuole essere un esempio di studio da estendere anche ad altri Paesi e spaccati industriali. I risultati sono promettenti e potrebbero fungere da catalizzatore di politiche

inclusive, che mettano al centro il bilanciamento tra vita privata e vita professionale, promuovendo luoghi di lavoro dove star bene e facilitando, per esempio, lo smart working, orari flessibili, congedi parentali per l’assistenza a familiari con difficoltà. Serve, dunque, costruire un piano che metta tutti, donne e uomini indistintamente, sullo stesso livello. A partire dai differenti dipartimenti che caratterizzano l’industria, passando per ruoli, mansioni e responsabilità. Fino a percorsi di crescita professionale, progetti ambiziosi, corsi di formazione e protocolli interni che definiscano regole e comportamenti. “Una realtà che adotta un approccio positivo, attenta ai bisogni delle sue persone, ha enormi vantaggi, anche in termini economici: miglior posizionamento sui mercati, crescita continua, maggior attività di ricerca e sviluppo e un carattere più internazionale”, garantiscono gli esperti del Wmf dati alla mano. Lo scopo di questo studio è proprio

quello di porsi come strumento utile e motivazionale per l’attuazione di azioni verso la gender equality: “Politiche che non devono trovare un’attuazione solo all’interno delle imprese. Serve una strategia corale, che coinvolga anche i governi dei vari Paesi”. Una sorta di missione comune da portare avanti tutti insieme. Solo camminando nella stessa direzione si possono fare passi in avanti. Solo così la manifattura tornerà ad assumere un ruolo da protagonista nel mondo. Questi risultati forniscono un caso di studio per tutte quelle Organizzazioni e policy maker che vogliono dare priorità a queste tematiche. La prova è tangibile e rintracciabile tra le pagine del Report.

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ECONOMIA

L’AZIENDA CHE GESTISCE IL CARBURANTE

degli aerei Davide Cionfrini

Sotto l’area dedicata al traffico aereo di Malpensa esiste un intricato sistema di oltre 20 km di oleodotto che porta il propellente direttamente ai 400 pozzetti posti a ridosso di ogni velivolo passeggeri o cargo in attesa di decollo. A gestire questa infrastruttura, che nel 2023 ha garantito il rifornimento a più di 96.000 voli in partenza dallo scalo lombardo, è Disma Spa

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i sono imprese che fanno muovere, in questo caso letteralmente, il mondo, ma praticamente sconosciute ai più. Sia nella loro stessa esistenza, sia nelle attività che portano avanti. A beneficio di un’intera comunità, della sua sicurezza e del suo sviluppo. Per esempio: chi si occupa di garantire che gli aerei in decollo da Malpensa possano avere il carburante necessario per “fare il pieno”? Quella che potremmo definire la “stazione di servizio” dell’aeroporto della brughiera ha un nome e un cognome: Disma Spa.

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Una realtà che ha fatto da spartiacque nei rifornimenti degli aeromobili. Esiste un prima e un dopo Disma, che coincide con la nascita di Malpensa 2000 e l’avvio dell’operatività del Terminal 1. Il prima funzionava come la gran parte degli aeroporti in

Italia: il carburante nei serbatoi degli aeromobili arrivava tramite autobotti. Da 25 anni a questa parte tutto è cambiato. Disma si occupa di gestire un sistema complesso di rifornimento che scorre sotto l’aeroporto senza l’utilizzo di trasporto su gomma. Tutto funziona con tubi, oleodotti, pozzetti, serbatoi. Il carburante arriva direttamente sotto ogni piazzola dove è parcheggiato un aereo. “Siamo un po’ la talpa di Malpensa”, spiega il Direttore Generale di Disma, Maurizio Maugeri, nello snocciolare i numeri di questo sistema invisibile ma fondamentale. Uno su tutti dà il senso di ciò di cui parliamo: sotto l’aeroporto esiste, in pratica, una serie articolata di tubazioni lunga ben 22 chilometri che porta ad ogni aereo del Terminal 1, del Terminal 2 e dell’area cargo il propellente necessario. Occorre, però, prima fare un passo indietro per capire i vari passaggi del sistema. Il carburante arriva a Nelle foto, a sinistra Domenico Italiano. A destra, Maurizio Maugeri


Malpensa da due pipeline: quella che parte dal deposito di Rho (proveniente dalla raffineria di Sannazzaro-Pavia) e quella della raffineria di Trecate (Novara). “La ridondanza è necessaria per garantire la continuità in ogni circostanza”, racconta Domenico Italiano, Responsabile della Direzione Operativa di Disma. Lo stoccaggio avviene poi in cinque enormi serbatoi, gestiti da Disma, che sono situati, in un’area isolata e dedicata, posta nelle immediate vicinanze del Terminal 2. Tali serbatoi assicurano una capacità complessiva di 27,5 milioni di litri di carburante che garantisce la necessaria autonomia dell’aeroporto. Ed è da qui che parte l’intricato labirinto di chilometri di tubi (come dicevamo più di 20) che porta il carburante ai circa 400 pozzetti sparsi tra i terminal e situati sotto ogni aeromobile parcheggiato a Malpensa. A completare il tutto c’è poi una sesta cisterna con 5 milioni di metri cubi di acqua antincendio, collegata a un complesso e collaudato sistema di pompe e miscelazione a schiuma per prevenire e contrastare ogni evento accidentale. “Il nostro compito è garantire la sicurezza di tutto il sistema.

Innanzitutto, che il propellente sia sempre in pressione e non subisca perdite durante il tragitto nelle tubazioni. Tutto ciò è assicurato da una serie di sofisticati sensori (antileaks) che, tramite il collegamento ad un avanzato sistema informatico, misura in tempo reale i parametri di integrità della rete. Allo stesso tempo, è compito primario di Disma assicurare la qualità del carburante attraverso presidi di ultima generazione per la filtrazione dello stesso, unitamente ad una serie di controlli a prelievo di campione su tutta la rete logistica (serbatoi e pipeline)”, continua nel racconto Domenico Italiano: “La nostra responsabilità arriva fino al pozzetto situato sotto l’aereo”. Da lì in poi scatta il passaggio di testimone in una sorta di staffetta nel sistema di gestione del rifornimento. L’ultimo miglio, quello che va dal pozzetto fino al serbatoio dell’aeromobile, viene, invece, gestito da un’altra società che, attraverso dei camioncini dotati di sistemi particolari, prende il combustibile dall’oleodotto che scorre sotto Malpensa, fa un’ultima filtrazione del prodotto e porta a termine il rifornimento direttamente alla valvola

di ricezione sotto ala dell’aeromobile. Questi vari passaggi fanno dell’aeroporto varesino un’eccellenza. In quasi tutti gli scali italiani, infatti, il pieno avviene attraverso autobotti. Malpensa in questo rappresenta un’eccezione, insieme ad un unico altro aeroporto nel nostro Paese, quello di Fiumicino. “Nel 2023 abbiamo garantito circa 96.000 rifornimenti, 3.000 in più rispetto al periodo pre-Covid. Parliamo di 1,3 miliardi di litri all’anno di carburante gestito”, snocciola Italiano. Le conclusioni le trae il Direttore Generale Maugeri: “Se non ci fosse stata in questi anni Disma, per garantire gli stessi volumi di carburante richiesti dalle attività di Malpensa, la nostra rete stradale avrebbe dovuto gestire la circolazione di circa 100 camion cisterna ogni giorno, con tutt’altro impatto ambientale”. Ispezioni, controlli, continue esercitazioni: la quotidianità di Disma è fatta di costanti check che le sono valsi nel tempo importanti riconoscimenti internazionali. Come il più volte assegnato Sign Recognition Award, una sorta di Premio Oscar per la qualità del prodotto, la capacità 35


ECONOMIA

DISMA

di gestione del carburante, gli elevati standard di sicurezza. Roba per gli addetti ai lavori, ma che tradotto per i profani vuol dire che il sistema di rifornimento di carburante di Malpensa gestito da Disma è sui livelli di pochi altri scali al mondo. Tra questi, Francoforte, Sydney, Atene, Parigi. “Il nostro – spiega il Dg Maugeri – è un lavoro delicato che fa del knowhow maturato nel tempo il nostro vero patrimonio. Siamo a capo di un impianto strategico dove non si abbassa mai la guardia e dove abbiamo implementato già nel 2021 sistemi di sicurezza che le normative avevano previsto per il 2024”. A presidiarli, una struttura composta da 17 persone: 12 operativi più 5 risorse di staff. Disma opera su Malpensa attraverso una concessione. Gli azionisti presenti nel capitale della società sono Sea Aeroporti Milano e le principali compagnie petrolifere operanti nel nostro Paese: Eni, Q8, Ese (IP Gruppo Api, ex Esso Italiana), Total Energies Italia. È da questi brand che le compagnie aree di Malpensa 36

comprano il carburante gestito e reso disponibile dalle attività di Disma. Il sistema funziona così: le compagnie aeree comprano da una delle compagnie petrolifere il carburante. Le compagnie petrolifere riconoscono a loro volta a Disma una tariffa per il servizio di stoccaggio e spedizione alle aree di rifornimento, stabilita da Enac, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, secondo la vigente disciplina che regola i corrispettivi aeroportuali. “La tariffa viene da noi proposta annualmente ad Enac, che la deve esaminare e approvare – spiega Maugeri –, rispettando la normativa. Il nostro compito è quello di mantenerla più bassa possibile. Noi puntiamo alla sola remunerazione del capitale, per il resto l’obiettivo è essere un abilitatore dello sviluppo dell’aeroporto”. Ad oggi è in vigore, ad esempio, la più bassa tariffa applicata da Disma dall’inizio della sua attività. Proprio per questo il fatturato di 5,5 milioni di euro all’anno di Disma, poco interpreta la qualità e l’importanza delle sue attività. “A farlo è invece – continua il Direttore Generale della società – il fatto che

il 99% degli aerei che atterranno a Malpensa decide di fare proprio qui rifornimento, senza attendere altri decolli. Nonché il fatto che ogni anno facciamo investimenti su qualità e innovazione per un valore di circa 1 milione di euro”. Questo il sistema di cui Disma è a capo da 25 anni. Cosa accadrà nel 26esimo anno di attività è, invece, ancora tutto da scrivere. La normativa europea sulle concessioni e il nuovo Regolamento Operativo emanato da Enac nel 2023, che prevede l’acquisizione e la centralizzazione dei depositi di carburante negli scali italiani, obbliga i gestori aeroportuali, in questo caso Sea per Malpensa, ad elaborare nei prossimi mesi un piano realizzativo che preveda, tra l’altro, anche l’affidamento della gestione tecnica ad un terzo operatore logistico di settore. “Noi rimaniamo a disposizione”, si limita a dire il Direttore Generale Maugeri: “Per noi l’importante è garantite il futuro professionale del nostro personale e il know-how accumulato in questi anni”.


ECONOMIA

Nel cuore DELL’EVENTO Chiara Mazzetti

Quali competenze sono necessarie per organizzare, da cima a fondo, un meeting specialistico per la formazione certificata di medici, infermieri e personale sanitario? Ne sa qualcosa Summeet, impresa varesina che da 15 anni, grazie a tre diverse business unit e un team di esperti, realizza convention in ambito healthcare, preoccupandosi di tutto: dai contenuti ai relatori, passando per la scelta del catering, della location e finendo con la logistica

Nella foto, 1a Conferenza UTIC ANMCO

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ECONOMIA

SUMMEET

Nella foto, il team di Summeet. A destra, dall’alto, CardioUpdate 2023, Change in Cardiology 3.0

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uanto know-how c’è alle spalle di una sala piena di persone intente a seguire una convention medica? Cosa significa organizzare un evento in ogni minimo dettaglio, lavorandoci anche per 6 mesi di fila, per poi, nel pieno dello svolgimento, dover far fronte alla fusione di un generatore di corrente che getta nel blackout più totale un intero salone? Oppure cosa vuol dire dover gestire un congresso specialistico dalla A alla Z, occupandosi di aspetti anche molto diversi tra loro, dalla grafica ai contenuti, passando per la scelta del catering e della location? Questo è ciò che affronta quotidianamente Summeet Srl, azienda nata a Varese 15 anni fa, nel 2009, come organizzatrice di fiere, meeting e convegni in ambito healthcare. Partendo da una prima base operativa di appena 90 metri quadri e un paio di dipendenti insieme all’attuale Amministratore Delegato e Ceo, Matteo Bruno Calveri, ora Summeet impiega quasi 60 persone, con un’età media di

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36 anni. Attiva nella provincia varesina, ma soprattutto a livello nazionale, a gennaio di quest’anno l’azienda ha inaugurato anche una nuova sede operativa a Roma. “Siamo Provider standard ECM (educazione continua in medicina, ndr), esperti nella formazione medicoscientifica di medici, infermieri, fisioterapisti, psicologi e non solo – spiega Calveri –. Le nostre attività sono certificate dal Ministero della Salute: sono poco più di 1.000 gli enti certificati di questo tipo in Italia”. Summeet nel 2023 ha organizzato oltre 1.400 eventi, dal corso breve della durata di appena due ore alla convention di tre giorni che prevede la gestione dell’organizzazione logistica di partecipanti e relatori, comprensiva di transfer, alloggi e prenotazioni alberghiere. Grazie ad un comitato scientifico che comprende medici, infermieri, farmacisti e professionisti del settore, Summeet è in grado di occuparsi anche della parte tecnica dei meeting che prevedono l’erogazione di crediti formativi.

“L’evento finisce quando inizia: questa era la massima del mio mentore e io credo che sia assolutamente vero. Tutto parte dall’ideazione di un convegno, si passa poi alla pianificazione e all’organizzazione per arrivare alla realizzazione e al follow up post evento. Un processo complesso e ricco di sfide, ogni volta diverse che ci portano, ogni giorno, a prendere decisioni che, in men che non si dica, possono essere ribaltate senza troppo preavviso. Però quanto è soddisfacente vedere il risultato finale”, racconta Calveri. Summeet è attualmente composta da tre business unit: la prima nominata Education, vero core business aziendale, si occupa della formazione sanitaria più classica attraverso l’organizzazione di eventi formativi e di prevenzione come, ad esempio, le campagne di piazza per la sensibilizzazione alla lotta ai tumori. Si parla, in questo caso, di convegni e meeting che possono arrivare anche ad ospitare 2.000 partecipanti. C’è poi il settore Digital, nato da una partnership con il Politecnico di


Milano per sviluppare l’innovazione digitale in ambito sanitario, che ha lo scopo di fornire percorsi formativi per istruire il personale medico per quello che riguarda gli aspetti digitali della professione. Rientra in quest’area la progettazione di webinar, sincroni e asincroni, di formazione a distanza, di sessioni online di corsi in presenza e di medicina digital. Infine, c’è l’unità rinominata Institutional & Advice, una sorta di “ponte culturale”, come la definisce lo stesso Matteo Bruno Calveri, tra i bisogni del personale sanitario, dei pazienti e degli stakeholder del settore e le Istituzioni

nazionali e regionali. “Lo scopo di questa unità – precisa il Ceo di Summeet – è interagire con rappresentanti politici e funzionari a livello nazionale, regionale e locale per creare e consolidare relazioni con i decision maker. Puntiamo alla creazione di tavoli di lavoro, eventi istituzionali e progetti di comunicazione integrata, facendoci ‘mediatore culturale’ su temi di stretta attualità o di futuro interesse, come ad esempio i sempre più impattanti e diffusi problemi riguardanti la salute mentale. Non parliamo di azioni di lobby o di advocacy, ma di un’attività di

sensibilizzazione vera e propria”. Summeet, partita da due clienti e arrivata a 148, con un alto tasso di fidelizzazione, contando nomi come Pfizer, Astrazeneca, Sanofi e Novartis, ha saputo reinventarsi nel difficile periodo della pandemia, reinterpretando il modo classico di fare formazione in presenza. “L’avvento inaspettato del Covid ha cambiato moltissimo il nostro mondo. Quello degli eventi è stato uno tra i settori più colpiti dalle restrizioni e dall’impossibilità di incontrarsi faccia a faccia – ricorda Calveri –. La pandemia è stata per noi un momento di sfida e rilancio: con resilienza e sacrificio abbiamo cercato di trasformare le difficoltà in opportunità, aprendoci all’organizzazione di eventi formativi in remoto. Siamo stati costretti, come diversi altri settori, ad una digitalizzazione forzata che, tuttavia, è risultata vincente”. A rendere possibile una trasformazione così radicale, ribadisce l’Amministratore Delegato di Summeet, è stato il lavoro sinergico e corale di un team di esperti e professionisti, vera forza dell’azienda varesina. “La parte in assoluto più difficile del nostro lavoro è saper gestire lo stress: l’organizzazione di eventi è stata catalogata dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità, ndr) come una delle 5 professioni più stressanti che esistano – precisa Matteo Bruno Calveri –. Richiede molta dinamicità, attitudine al lavoro di squadra e al problem solving. È richiesto di essere resilienti, flessibili e, per non farsi mancare nulla, conoscere bene le lingue. Fare questo lavoro, pieno di imprevisti e cambi di programma, è come stare sulle montagne russe: è per questo motivo che per noi la cura del dipendente è al primo posto. Organizziamo molte attività di mental coaching per aiutare i nostri collaboratori nella gestione dello stress, puntiamo molto su svariate attività di welfare e sul team building. L’ultimo, ad esempio, è stato organizzato ad Ibiza, per festeggiare i nostri 15 anni di attività”. 39


ECONOMIA

COEXPAN MONTONATE INVESTE

sulle donne Stem Francesca Cisotto

L’azienda di Sumirago, attiva da 50 anni nel settore plastico con la produzione di lastre e film di Pet per la realizzazione dei packaging destinati al mercato del food, crede nella gender equality tanto da aver creato un fondo per supportare gli studi delle figlie degli operai, iscritte a facoltà scientifiche. L’obiettivo? Incentivare le ragazze ad avvicinarsi a ruoli produttivi: “Puntiamo molto sul nostro capitale umano per fare sostenibilità”

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inquant’anni di attività appena compiuti, circa 90 addetti e 13 stabilimenti produttivi in 9 Paesi nel mondo per un fatturato che arriva ad aggirarsi intorno ai 400 milioni di euro. Questi i numeri che conta Coexpan Montonate Srl: l’azienda, parte del Gruppo spagnolo Lantero, presente in Italia con un unico stabilimento situato sul territorio varesino, precisamente a Sumirago. Si tratta di una realtà manifatturiera attiva nel settore plastico con la produzione di lastre e film di Pet riciclato, il polietilene tereftalato, più comunemente conosciuto come la plastica delle bottiglie, per la realizzazione dei packaging destinati al mercato del food. Germania, Francia, Spagna, Cile,

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Brasile, Messico, Russia: questi gli altri Paesi in cui ha sede l’impresa per servire marchi come, ad esempio, i celebri Müller, Marcello Danone, Colnaghi Rovagnati, Parmacotto e Menz&Gasser, famoso per le sue confetture presenti nei buffet degli hotel di tutto il mondo. Nello stabilimento sumiraghese, però, il core business è la produzione di film per packaging destinati a diventare vassoi dedicati in particolare al confezionamento di salumi insaccati e frutta, per poi

arrivare sugli scaffali di quei market e supermarket che compongono la Gdo, la grande distribuzione organizzata. Un sistema produttivo, quello della Coexpan di Sumirago, capace di generare 23mila tonnellate di merce all’anno e un fatturato che per il 40% è frutto di export destinato a mercati come le confinanti Svizzera, Germania, Francia e Spagna. Cifre, queste, che parlano di una crescita “costante e progressiva – racconta l’Amministratore Delegato, Marcello Colnaghi –. Il sito varesino, oggi, produce un livello di volumi superiore del 30, ma anche del 40% rispetto ad una decina di anni fa. Si tratta di una crescita in linea con quelli che sono stati gli investimenti fatti negli ultimi tempi, sia in termini di organico, aggiungendo risorse competenti alla nostra squadra di collaboratori, sia in termini tecnologici per poter perseguire l’obiettivo di sostenibilità e di economia circolare imposto dalle direttive europee sugli imballaggi alimentari”. Ma la sostenibilità si declina in vari modi. Non è solo una questione


normativa. Lo sottolinea così l’Ad Marcello Colnaghi: “Nonostante siamo in un’epoca di artificial intelligence, le linee produttive hanno ancora bisogno dell’uomo. Ecco perché puntiamo molto sul nostro capitale umano per fare sostenibilità. Non abbiamo mai smesso di investire nell’efficientamento energetico a partire dal modello organizzativo e dalla formazione del personale. Questo perché, per noi, una manodopera di alta qualità si riflette in una produzione efficiente, che genera poco scarto e qualsiasi grammo in meno di residuo significa minor consumo di energia. Senza dimenticare che siamo un’impresa energy intensive, motivo per cui, già diversi anni fa, abbiamo scelto di attrezzarci di un impianto di trigenerazione e anche per il futuro guardiamo ad altri investimenti nelle rinnovabili”. Alla Coexpan Montonate è chiaro, dunque, quanto sia centrale la persona e la sua crescita. Non solo quella professionale, ma anche individuale. Al di là di ogni tipo di caratteristica o diversità. Tanto è vero che un obiettivo nell’agenda 2024 dell’impresa è quello di ottenere la certificazione per la parità di genere. Un traguardo che, come precisa l’Amministratore Delegato Colnaghi, “non sarà difficile da raggiungere già solo per il fatto che negli uffici dell’azienda il 75% del personale è una quota rosa. Stessa cosa nel comitato di direzione: anche qui le donne sono in maggioranza. Un grande risultato, questo, ma la gender equality non si deve fare solo nei ruoli apicali e negli uffici. L’ambizione nel prossimo biennio è quella di inserire delle donne anche nelle nostre ‘miniere’

come capi turno e capi produzione”. È da qui che nasce il fondo del valore di 10mila euro dell’impresa, dedicato alle figlie degli operai, che si iscrivono a facoltà Stem (acronimo di Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). Un supporto che vuole essere un incentivo per stimolare l’interesse verso le competenze scientifiche, a partire dalle famiglie delle giovani ragazze. “Una sorta di discriminazione di genere al contrario che abbiamo scelto di fare perché, secondo noi – continua l’Ad Colnaghi –, la parità di genere inizia anche da qui: dai numeri delle lauree Stem. Oggi c’è una grande asimmetria tra la componente femminile e quella maschile. Dobbiamo muoverci per invertire questa rotta perché si tratta di gap che influenzano il nostro Pil”. Motivi, questi, per cui, in Coexpan “si sta lavorando molto anche sulla conciliazione tra famiglia e lavoro attraverso, per esempio, l’introduzione dell’orario flessibile o lo strumento del part time per le nostre lavoratrici madri – tiene a sottolineare la Responsabile HR Sara Moro Stabilini –. Per noi non è solo una questione di parità di genere ma anche di inclusività delle necessità e caratteristiche di tutti i nostri collaboratori. Per questo, un altro tema a noi caro è quello del collocamento in azienda di persone diversamente abili. Il loro inserimento in un contesto aziendale come il nostro, in cui il personale produttivo, per altro a ciclo continuo, è pari a più del 60% dell’organico, è per noi sfidante. Conciliare questo obiettivo con il business aziendale non è semplice,

ma lo abbiamo fatto nel recente passato e sono stati inserimenti di cui siamo orgogliosi”. Come precisa l’Ad Colnaghi, “introdurre delle persone diversamente abili è un valore aggiunto per tutta l’impresa, purché siano inserite con la massima attenzione e nella maniera corretta all’interno dell’organico. La loro collaborazione è fondamentale oltre che per la mansione professionale che gli viene affidata, anche per il contributo che con una loro sensibilità maggiore e un punto di vista più attento, possono dare nel notare tutti quei punti in cui l’azienda ha margini di miglioramento”.

Germania, Francia, Spagna, Cile, Brasile, Messico, Russia: questi gli altri Paesi in cui ha sede l’impresa per servire marchi come, ad esempio, i celebri Müller, Danone, Rovagnati, Parmacotto e Menz&Gasser, famoso per le sue confetture presenti nei buffet degli hotel di tutto il mondo

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FORMAZIONE

#PMIDAYVARESE2023 Oltre 4.000 studenti di 197 classi delle scuole medie del territorio alla scoperta dell’industria made in Varese: questi i numeri della quattordicesima edizione del “Pmi Day – Industriamoci”, il progetto di orientamento allo studio promosso a livello nazionale dalla Piccola Industria di Confindustria e portato avanti a livello locale dal Comitato Piccola Industria di Confindustria Varese. Obiettivo dell’iniziativa è far conoscere alle ragazze e ai ragazzi di terza media cos’è un’impresa, di cosa si occupa, quali figure professionali si trovano all’interno di un’azienda e quali competenze, tecniche ma anche relazionali, servono per entrare a far parte del mondo del lavoro. Anche per questa edizione del progetto è stata replicata la formula dei tour virtuali. Le telecamere di Confindustria Varese hanno realizzato, attraverso interviste agli imprenditori e ai collaboratori, dei servizi video, veri e propri reportage, per raccontare il mondo della piccola industria del Guarda i video-reportage territorio. Ecco le 6 testimonianze dell’edizione 2023. Con tanto di consigli, sinceri e spassionati per i più giovani, ma non solo.

In Ross Color

C’È “VOGLIA DI SPORCARSI LE MANI”

A

lla Ross Color Srl di Gorla Minore, come spiega il Direttore Generale Rossana Della Foglia, sono importanti la voglia di imparare un lavoro, la costanza e la tenacia. “È necessario anche sbagliare in ambito lavorativo, perché in mezzo ad ogni difficoltà, c’è sempre un’opportunità. Perciò i giovani si devono sempre lanciare nelle sfide, soprattutto le ragazze che hanno una marcia in più”. Nell’azienda varesina che si occupa di verniciatura industriale con 8 stabilimenti sparsi sul territorio lombardo, tra cui quelli a Gorla Minore e a Marnate, a contare sono, quindi, la buona volontà e lo spirito di sacrificio, in grado di portare sempre a risultati inaspettati. Sabbiatura, metallizzazione e più in 42

generale trattamenti anticorrosivi volti ad allungare la vita a prodotti come valvole, tubature e sovrastrutture, destinate a diversi settori di applicazione: da quello dei ponti, dei viadotti e delle dighe a quello di battelli e navi fino all’Oil&Gas e al petrolchimico. Queste le attività del business aziendale di Ross Color. Una realtà manifatturiera nata nel 2003

Rossana Della Foglia: “Sbagliate e sporcatevi le mani perché in mezzo ad ogni difficoltà, c’è sempre un’opportunità”


che, come sottolinea Edoardo Parotti, Responsabile degli stabilimenti di Gorla Minore e Marnate, “è cresciuta tanto in questi vent’anni. Quello che ha portato l’azienda a delle grandi

soddisfazioni come, ad esempio, le commesse da parte di importanti clienti in Arabia Saudita e in Norvegia e all’aumento dell’organico da 4 a 45 collaboratori, è stata la voglia di

sporcarsi le mani e di mettersi in gioco”. Il consiglio di Edoardo ai ragazzi e alle ragazze di terza media, in occasione del Pmi Day? “Siate umili ma ambiziosi!”

LEM, FARE CARRIERA

negli occhiali

“N

on sottovalutate quello che vi piace fare. Se a qualcuno di voi piace pitturare, in Lem abbiamo un reparto di verniciatura che è il nostro fiore all’occhiello. Se a qualcuno di voi piace costruire, in azienda abbiamo un reparto di prototipia che realizza oggetti che vanno dal manufatto di plastica al gioiello.

di Galliate Lombardo. Un’impresa varesina che da oltre trent’anni è presente sul territorio e che realizza maschere da sci e occhiali. Parliamo di numeri importanti. Sono 800.000 le paia di occhiali da vista e 400.000 le maschere da sci che ogni anno vengono realizzate all’interno dell’impresa di Galliate e che, successivamente, vengono esportate

Tenete conto di questo aspetto, perché un’opportunità di lavoro che vi permetta di conciliare una mansione con le vostre attitudini la troverete sempre”. Le parole sono quelle di Stefano Lodigiani, General Manager della Lem Spa

in tutto il mondo. Un’azienda all’interno della quale avvengono praticamente tutte le fasi produttive. “Abbiamo cercato di dare un valore aggiunto al nostro prodotto, producendo quasi tutto internamente – racconta Lodigiani –. Il nostro

Stefano Lodigiani: “Cerchiamo persone che abbiano voglia di crescere e di imparare” processo inizia dal granulo di plastica che, una volta lavorato, si trasforma in un occhiale o in una maschera. Confezionati e pronti per essere spediti”. Un processo di produzione integrato verticalmente che è, a tutti gli effetti, uno dei principali punti di forza dell’impresa. Ma non è l’unico. In Lem c’è grande attenzione per le persone. “Formiamo i nostri collaboratori internamente e permettiamo loro di avere una crescita professionale – continua il General Manager di Lem –. Alcuni entrano in azienda ricoprendo un certo ruolo e dopo qualche anno e dopo aver maturato una determinata esperienza, arrivano a ricoprire incarichi manageriali”. Servono, certamente, capacità tecniche e grande conoscenza della materia prima. Ma quello che sembra fare la differenza è la voglia di mettersi sempre in gioco e la capacità di adattarsi ai cambiamenti. “Cerchiamo persone che abbiano voglia di crescere e di imparare”: questo il messaggio di Stefano Lodigiani per i giovani. 43


FORMAZIONE

PMIDAY

LIZZI: “SIETE VOI GIOVANI

il lievito dell’impresa”

“I

l nostro lavoro è ancora in larga misura artigianale e segue le stesse regole della panetteria tradizionale anche se la nostra impresa è un’industria tecnologicamente avanzata.” Le parole sono quelle di Mauro Salmaso, Direttore di stabilimento di Lizzi Srl di Caronno Pertusella, azienda nata alla fine degli anni ‘80 e nota al grande pubblico con il brand Fabbrica della Rotonda. Un nome che è omaggio alla rotonda di Saronno, quella “della Lazzaroni”, tappa iconica nella storia industriale della provincia. L’impresa è specializzata nella produzione di prodotti da forno come pane, focacce e baguette: ingredienti fondamentali della tavola di tutti i giorni per milioni di famiglie. L’idea vincente è stata quella di creare un prodotto precotto e surgelato, capace di coniugare la

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domanda della distribuzione moderna con la richiesta di alta qualità del palato del consumatore. Un’idea che ha rivoluzionato il modo di concepire il pane, permettendo di avere a casa o in un locale, la possibilità di gustare ad ogni ora del giorno un alimento sempre all’altezza delle aspettative. “Siamo i pionieri del pane moderno, distribuito sempre fresco, per portare la passione dei prodotti da forno artigianali made in Italy a un mercato sempre più ampio”, raccontano in azienda. Senza nascondere l’amore per il proprio lavoro. “Il pane è vivo e, come tale, è diverso ogni giorno: sta alle persone curarlo come si deve, in ogni sua fase, dalla scelta degli ingredienti al fare in modo che arrivi in tavola fragrante tutti i giorni. È un orgoglio sapere che il nostro prodotto è il re del pasto di

tante famiglie e non solo in Italia”, spiega Salmaso in occasione del Pmi Day. E su questa linea è anche il suo messaggio agli studenti. “Per i ragazzi che devono iniziare il loro percorso dopo le scuole medie, il consiglio, non da professionista ma da papà, è molto semplice. Al giorno d’oggi la persona nel mondo del lavoro è importante. Si parla sempre più spesso di Intelligenza Artificiale, realtà virtuale, di macchine, di robot, pensando che facciano tutto loro e che in futuro ci sostituiranno, ma bisogna tenere a mente che chi decide cosa fare è sempre la persona. Qui torna il concetto di cura. Quindi, è importante studiare e capire cosa si desidera fare, ma poi bisogna farlo molto bene. Senza avere paura di nulla: il mondo è fatto di persone e chi decide siamo noi!”


FRABAR, UN MONDO

fatto di giocattoli

C

apacità di analisi e risoluzione dei problemi, organizzazione del tempo e propensione a lavorare in team. Sono queste le principali caratteristiche per entrare a far parte della Frabar Srl di Brunello, un’impresa familiare con 20 dipendenti, che dal 1969 produce ed esporta in tutta Europa giocattoli in plastica di ogni tipo. Dai birilli, passando per i trattori, fino ai tagliaerba. Dai secchielli da spiaggia agli innaffiatoi. “I nostri prodotti sono destinati ai bambini fino ai 10 anni circa – racconta Tiziana Bardelli, titolare dell’azienda varesina

–. Per questo motivo prestiamo molta attenzione al tema della sicurezza”. I giocattoli realizzati tra le mura della realtà di Brunello, infatti, sono soggetti a diverse fasi di controllo e test. Vengono fatte verifiche sulla materia prima del prodotto, sul colore e anche sull’imballaggio. “In questo modo – specifica Bardelli – i nostri piccoli clienti possono giocare in completa sicurezza”. Un’impresa familiare che esporta in tutta Europa: dalla Germania, all’Austria, passando per l’Inghilterra e la Francia. Senza, ovviamente, dimenticare l’Italia. Ad accogliere questi preziosi oggetti sono

i grandi store distribuiti in tutto il Paese e non solo. “Il nostro mercato ci impone di conoscere bene alcune lingue straniere – continua la titolare dell’azienda –. L’inglese è un requisito ormai fondamentale per entrare a far parte della nostra squadra, soprattutto per le mansioni d’ufficio”. La conoscenza di una seconda lingua, come il francese o il tedesco, è sicuramente una ulteriore qualità che Frabar tiene in considerazione in fase di colloquio e selezione del personale. “La nostra è una realtà piccola che ospita diverse figure professionali”, sottolinea Tiziana Bardelli. Sono presenti magazzinieri, addetti alle macchine di produzione e assemblatori, insieme a figure amministrative, commerciali e di gestione del personale. “Per entrare nel mondo del lavoro è fondamentale intraprendere un percorso di studi che vi appassioni ed è importante studiare, tanto – conclude la titolare di Frabar –. Acquisire durante gli studi competenze sia tecniche sia relazionali è un requisito indispensabile che vi permetterà di costruirvi uno spazio ben definito all’interno di un posto di lavoro e di avere maggiori opportunità di crescita professionale”.

Tiziana Bardelli: “Per entrare nel mondo del lavoro è fondamentale intraprendere un percorso di studi che vi appassioni ed è importante studiare, tanto” 45


FORMAZIONE

PMIDAY

LITOCARTOTECNICA PIGNI:

“Siate consapevoli”

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alutate bene tra tutte le possibilità che il mondo della formazione, quello del lavoro e il nostro territorio vi offrono”. È il consiglio di Patrizia Pigni, titolare della Litocartotecnica Pigni Srl insieme alla sorella Marina, ai ragazzi di terza media che hanno scoperto la sua azienda durante il #PmiDayVarese2023. Il suggerimento dell’imprenditrice per gli studenti è quello di compiere scelte consapevoli

nostra”. L’impresa di Gorla Maggiore, partita come piccola tipografia rivolta al mercato locale, nel 1963, si è sviluppata negli anni, spostandosi dai piccoli lavori tipografici iniziali all’attuale produzione di packaging in carta e cartoncino, prevalentemente destinata al settore alimentare nazionale e non solo. Un prodotto che fa la differenza nelle scelte d’acquisto dei consumatori, caratterizzato da un’alta creatività, infinite possibilità

processi, dall’altra a rinnovare i prodotti, sia grazie al sistema di riciclo, sia creando progetti del tutto nuovi, ecosostenibili, riciclabili e biodegradabili, come quello del packaging ricavato dalle fibre del mais. “Nel nostro settore dobbiamo tenere conto anche delle nuove sensibilità e richieste di mercato. Basti pensare agli esempi di sostenibilità che possiamo vedere nella vita di tutti i giorni: ad esempio le vaschette per la frutta

e informate per poter portare avanti il proprio percorso di vita con passione. “È importante valutare tutte le strade e, una volta scoperta la propria predisposizione, studiare seriamente per valorizzarla. L’augurio è, infatti, che possiate lavorare con passione, amare il vostro lavoro, addirittura amare il prodotto se lavorerete in un’industria manifatturiera come la

di personalizzazione e innovazione. “L’azienda, creata da nostro padre Augusto, si è evoluta moltissimo nel corso del tempo – raccontano le sorelle Pigni –. Oggi la sfida più importante che siamo chiamati ad affrontare è quella della sostenibilità”. Un impegno che l’impresa di Varese ha assunto da diverso tempo, con differenti iniziative, da una parte tese a ottimizzare i

e per la verdura che i consumatori trovano sempre di più nella grande distribuzione. Prodotti che sostituiscono quelli in plastica”. Un mestiere quindi che si evolve nel tempo quello di chi lavora in una litocartotecnica come Pigni. Un’occasione per i ragazzi, per i quali arriva anche l’incoraggiamento di papà Augusto: “Datevi da fare che si arriva a tutto!”

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Lodetex Spa e il valore DEL MADE IN ITALY

“L

a manifattura in Italia è una realtà ancora molto presente. Questo perché il made in Italy nel mondo è ampiamente apprezzato. Ci sono figure professionali estremamente ricercate, ma difficili da reperire. Questo, a mio avviso, è uno stimolo in più per i ragazzi a scegliere un percorso di studi professionalizzante proprio perché il lavoro, al termine della scuola, è praticamente assicurato”. Queste le parole di Luca Farhanghi, Responsabile Commerciale e Amministratore della Lodetex Spa di Busto Arsizio, impresa tessile che da quasi 80 anni realizza, grazie ad un sistema del tutto verticalizzato, tessuti per tendaggio di

alta qualità. L’azienda bustocca, che nel corso degli anni ha cambiato pelle più volte, fino ad arrivare alla scelta di puntare alla produzione di prodotti qualitativamente e tecnologicamente avanzati, dà lavoro a circa 40 persone, impiegando figure professionali anche molto diverse tra loro, cha vanno dal tessitore al disegnatore, passando per chimici e tintori. Tutte professionalità legate da un unico comun denominatore: la creatività. “Essere creativi è fondamentale nel nostro lavoro: noi abbiamo 8 risorse specificatamente dedicate a questo. Li abbiamo ribattezzati ‘gli architetti tessili’: una volta si trattava di due figure distinte, una molto tecnica e una più

creativa che si occupava di disegni e colorazioni. Ultimamente abbiamo assistito ad una sorta di fusione, che ha dato vita a tecnici che sono cresciuti esponenzialmente dal punto di vista della creatività e, viceversa, dei creativi che hanno acquisito skill tecniche”, precisa Farhanghi. Ma dove vanno a finire i prodotti made in Lodetex? Da una parte, nei comparti tessili di alto livello, ovvero vengono utilizzati da brand dell’arredamento tessile e dall’altra si parla di tessuti impiegati in ambito alberghiero, navale oppure ospedaliero che richiedono molta più tecnologia. E molte competenze per essere realizzati.

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UNIVERSITÀ

L’INCLUSIONE TRA I BANCHI

della LIUC Alessia Lazzarin

Apertura culturale, progetti di accoglienza, politiche in grado di favorire la diversità. L’Università, più di altre istituzioni, ha il compito di inserire le “persone negli ambiti che consentono lo sviluppo integrale dell’essere umano”. Ecco come interpreta questo ruolo fondamentale di “coesione sociale” l’ateneo di Castellanza. Intervista alla professoressa Eliana Minelli

‘‘L’

Università svolge, più di altre istituzioni, un ruolo di promotore attivo dell’inserimento delle persone negli ambiti che consentono lo sviluppo integrale dell’essere umano”. Le parole sono quelle della professoressa Eliana Minelli, della LIUC – Università Cattaneo di Castellanza e delegata del Rettore all’Inclusione. Le Politiche a favore delle diversità, la propensione all’accoglienza e l’apertura culturale: questi i principi su cui si fonda la filosofia dell’ateneo. Professoressa Minelli, per LIUC, cosa significa essere un’Università inclusiva? Essere inclusivi è oggi un must per tutte le organizzazioni: non si tratta solo di una istanza etica o dell’espressione di una cultura evoluta, ma di una vera e propria necessità della nostra società, sempre più complessa, pervasa da forti

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differenziazioni che paradossalmente ci impongono di riaffermare l’accettazione dell’“altro” come principio fondativo di un consorzio umano sostenibile. L’Università come istituzione rappresenta una condizione essenziale di sviluppo di una comunità e diventa un modello di inclusione e coesione sociale, perché trasmette alle generazioni future i principi su cui si fonda la ragione d’essere della società stessa, in tutte le sue dimensioni. Anche nel suo stesso nome, come universalità della conoscenza, un ateneo esprime il significato profondo del concetto. Non può, dunque, sussistere un’Università che non sia profondamente inclusiva. Soprattutto in questo preciso momento storico, caratterizzato da una crisi demografica, divisioni sociali

profonde, tensioni geopolitiche e cambiamento climatico. L’Università svolge, più di altre istituzioni, un ruolo di promotore attivo dell’inserimento delle persone negli ambiti che consentono lo sviluppo integrale dell’essere umano. L’Università ha un ruolo maieutico: quello di offrire alle studentesse e agli studenti capaci e meritevoli Eliana gli strumenti Minelli per esprimere pienamente il proprio potenziale, mitigando eventuali disparità legate alle specifiche condizioni individuali attraverso la predisposizione di strumenti compensativi. Quali progettualità portate avanti come ateneo? Come è noto, la normativa ha fatto grandi progressi negli ultimi


anni, ma molto resta ancora da fare per consentire a studenti meritevoli e volenterosi di esercitare il proprio diritto allo studio. L’Università è un livello di istruzione avanzato che richiede, a prescindere dalle specifiche caratteristiche individuali, un notevole impegno e un investimento importante di tempo e risorse. Per chi presenta disabilità e bisogni educativi speciali, però, lo sforzo per realizzare questo obiettivo di vita può diventare insostenibile. Per questa ragione, da gennaio 2019 la LIUC ha rinnovato il proprio modello operativo e ha attivato un “Servizio Inclusione” rivolto a tutti gli studenti con disabilità e disturbi di apprendimento certificati per accompagnarli nel percorso di studi e assicurare misure compensative che permettano di mitigare gli svantaggi con l’obiettivo di recuperare la piena capacità di apprendimento. Si tratta di un servizio ad accesso volontario basato sulla centralità delle competenze di un team pedagogico, a cui si affianca, quando necessario, la competenza del Servizio Counseling & Welbeing, che fornisce un servizio di supporto psicologico. Il “Servizio Inclusione” fonda la

propria capacità di intervento sulla relazione formativa (come mezzo) attraverso la costruzione di fiducia (come risorsa) per accompagnare gli studenti al cambiamento con lo scopo di sostenere il recupero dell’autonomia personale e dell’autostima nell’affrontare la competizione sul mercato del lavoro, inteso come luogo di espressione delle competenze acquisite durante il percorso universitario. Il nuovo modello operativo del “Servizio Inclusione” ha avuto da subito una ricaduta positiva a livello didattico ed è stato riconosciuto come best practice dai valutatori per l’accreditamento EUR-ACE (Agenzia per la certificazione della qualità e dell’accreditamento dei corsi della Scuola di Ingegneria) e come tratto distintivo ai fini della valutazione ministeriale dell’ateneo. Parliamo di inclusione in senso ampio. Politiche a favore delle diversità, propensione all’accoglienza e apertura culturale. Professoressa Minelli, tutte queste iniziative, come si traducono in dati? E quindi, in un impegno tangibile?

Al “Servizio Inclusione” afferisce circa il 5% della popolazione iscritta alla LIUC, in linea con gli altri atenei italiani che offrono le stesse tipologie di corsi. Ampliando lo sguardo nella prospettiva della diversità, la nostra Università, pur essendo un piccolo ateneo, accoglie studenti provenienti da tutta l’Italia e da ogni parte del mondo. Circa il 40% degli studenti iscritti è residente fuori regione. Ma i dati più significativi che testimoniano la propensione all’accoglienza e l’apertura culturale della LIUC riguardano le esperienze internazionali: oltre un terzo degli iscritti svolge un periodo di studio all’estero durante il percorso universitario oppure consegue il doppio titolo, in una tra le tante università di cui LIUC è partner in quattro continenti. Allo stesso tempo, 250 studenti ogni anno giungono da tutto il mondo per una esperienza formativa qualificata. Il nostro obiettivo per il futuro è quello di non fermarci e di continuare ad espanderci ancora di più: sono, infatti, previste ulteriori partnership che testimoniano il carattere universale della ricerca e della formazione del nostro ateneo. 49


UNIVERSITÀ

PARTIRE DAL DIALOGO PER ANDARE

oltre il genere Francesca Cisotto

Pensieri che si fanno parole che diventano fatti. È nella delicatezza della naturale trasformazione del logos in stereotipi e modelli che si inserisce l’importanza di una comunicazione inclusiva. Riflessioni ed esempi, nati da un dibattito lanciato dall’Università dell’Insubria, per comprendere come il linguaggio possa essere uno strumento costruttivo o distruttivo in base a come viene utilizzato immaginerete un politico o un uomo che guida un popolo. Ora, invece, cercate di focalizzare una governante. Quasi con certezza, la vostra mente concepirà una donna che ‘guida’ una

PH. TENSORSPARK / STOCK.ADOBE.COM

‘‘P

rovate a chiudere gli occhi e pensare all’immagine di un governante. Probabilmente

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casa solo tra virgolette, perché, in pratica, la rassetta. Questo dimostra quanto il linguaggio è in grado di costruire, influenzare e trasformare il nostro pensiero. Quanto, in poche parole, crea la realtà. Ecco perché è necessario correggere il dialogo per poter migliorare il mondo”. Così Maddalena Bellasio, esperta di diversity, equity, inclusion & belonging, spiega l’importanza dell’utilizzo di una comunicazione non ostile e che sia capace di andare oltre le diversità, a partire da quelle di genere. Considerazioni, queste, condivise anche durante un recente evento, dal titolo “Oltre il genere. Educare alle relazioni”, organizzato dal Comitato di indirizzo dei corsi Isla (Laurea triennale in Ingegneria per la sicurezza del lavoro e dell’ambiente) e Iasal (Laurea magistrale in Ingegneria ambientale e per la sostenibilità degli ambienti di lavoro) dell’Università


PH. (JLCO) JULIA AMARAL / STOCK.ADOBE.COM

degli Studi dell’Insubria, per riflettere sull’importanza di educare alle relazioni in ottica inclusiva e plurale. Perché, come sottolinea l’Assessora ai servizi educativi del Comune di Varese, Rossella Dimaggio, “non sarà una desinenza a fermare il lavoro di una professionista, ma le parole determinano ciò che esiste”. E la sua esperienza lo dimostra: “Quando sono stata nominata nella mia carica, il termine ‘assessora’ non esisteva – continua a raccontare Dimaggio –. Affinché i cavalieri di noi donne assessore potessero essere cambiati è stato necessario fare una mozione in consiglio comunale. Questo significa che la chiusura non è politica ma burocratica e organizzativa e che, più concretamente, viviamo in un Paese in cui il pensiero collettivo è spesso fermo a stereotipi di genere. Ecco, allora, come i casi di femminicidio rappresentino ‘solo’ la punta di un iceberg, il frutto di un pensiero culturale legato alle relazioni e alla gestione del conflitto per cui è necessario dare, ai nostri figli e alle nostre figlie, le capacità per controllarlo. Solo così possiamo ottenere relazioni basate sul rispetto. Senza non possiamo parlare di parità di genere. È questo il motivo per cui dobbiamo arrivare ad avere gli stessi strumenti che vengono dati agli uomini, in termini di studio, di lavoro, ma più in generale, di scelte”. A dirlo è anche Ilaria Broggian, Presidente del Comitato Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio di Varese: “L’inclusività e l’uguaglianza sono fondamentali per contribuire allo sviluppo economico del territorio e delle nostre aziende. Si tratta di due valori che devono partire dalla famiglia e dalla scuola, ma è necessario che passino anche dal sistema socioeconomico, dall’impresa e dai suoi collaboratori. Puntare sulle relazioni è imprescindibile per il buon andamento di una qualsiasi realtà lavorativa. È da questa convinzione che nascono i nostri impegni su temi come, ad esempio, la conciliazione casa-lavoro e la parità di genere, per

favorire l’empowerment femminile”. Per dirla con le parole di Anna Danesi, Consigliera di parità della Provincia di Varese, “la capacità di gestire le relazioni con tutto l’organico di un’impresa, indipendentemente dai livelli e dal genere, non può più essere considerato un plus, ma un elemento essenziale per svolgere bene una professione. È qui che si inserisce l’importanza della certificazione di parità, che, al di là del pezzo di carta, è un mezzo per indirizzare l’organizzazione in un percorso volto a cercare di abbattere il divario esistente”. Un esempio concreto di come la tematica dell’inclusione possa diffondersi sempre più sul posto di lavoro, è rappresentato da BTicino Spa. L’azienda varesina specializzata nella progettazione di infrastrutture elettriche e digitali dell’edificio ha 10 siti produttivi per un totale di 2.700 collaboratori, di cui, come precisa Marco Rossi, Talent acquisition and Hr development Manager di BTicino, “la quota rosa sta gradualmente crescendo. Ma per far sì che cresca ancora di più, bisogna lavorare in modo sistemico e su più varianti a partire dalla valorizzazione delle lauree Stem (acronimo di Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, ndr). Un mondo, quello delle competenze scientifiche, che, soprattutto per il nostro business, rappresenta un must have (un qualcosa di indispensabile, ndr)”. Spingere le ragazze ad orientarsi verso tematiche di natura scientifica è quindi un

obiettivo del “Progetto Scuola” di BTicino, che si inserisce nel più ampio ambito di Lei@BTicino: “Un network aziendale fatto di diversi gruppi di lavoro con l’obiettivo di promuovere e valorizzare la diversità in tutte le sue declinazioni, da quella di genere a quella culturale, fino a quella di abilità” spiega la rappresentante del network, Maria Rosa Spini. Una promozione dell’inclusione di tutte le forme di diversità, che, come sottolinea Monica Biggio, Responsabile Diversity & Inclusion e comunicazione interna di BTicino, “parte da lontano. Dagli anni ’80, infatti, l’azienda, in collaborazione con la Provincia di Varese, ha avviato un centro di formazione proprio interno allo stabilimento per formare delle persone con disabilità. L’obiettivo è quello che poi possano lavorare a tutti gli effetti, non solo in BTicino ma in generale sul territorio varesino. Inoltre, già nel 2014, quando in Italia c’era poco, in termini normativi, in merito alle unioni tra persone dello stesso sesso, BTicino ha siglato un accordo integrativo che permette alle coppie omosessuali di vivere la propria relazione come tutte quelle eterosessuali, dunque con gli stessi diritti, in merito, ad esempio a permessi e congedi”. Riflessioni, spunti ed esempi concreti, dunque, che dimostrano come pensiero e parole si influenzino a vicenda e, soprattutto, quanto il linguaggio sia un potente strumento sociale, costruttivo o distruttivo in base a come viene utilizzato. 51


SCIENZA & TECNOLOGIA

ChatGPT UN ANNO DOPO Luca Mari e Francesco Bertolotti

Professore e ricercatore Scuola di Ingegneria Industriale LIUC – Università Cattaneo Immagini create da Lisa Aramini Frei con Midjourney

La rapida diffusione del suo utilizzo e un altrettanto impetuoso sviluppo, ma non solo. Al di là degli aspetti tecnologici, da fine novembre 2022, quando OpenAI ha reso liberamente accessibile il suo sistema di chatbot, ad oggi, l’Intelligenza Artificiale generativa è stata protagonista di una rivoluzione culturale con lettere aperte di intellettuali, un Executive Order del Presidente Usa e una legge europea ormai quasi definitivamente approvata. Il punto della situazione e un’unica certezza per il futuro

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no sguardo retrospettivo a quello che è accaduto da quando, il 30 novembre 2022, OpenAI ha reso pubblicamente e liberamente accessibile ChatGPT, ci aiuta a trovare gli elementi che più hanno determinato e stanno tuttora determinando lo sviluppo impetuoso dei sistemi di Intelligenza Artificiale generativa (quella che ormai chiamiamo “GenAI”), e in particolare della nuova generazione di chatbot. Anche se l’Intelligenza Artificiale è tra noi da varie decine di anni, quello che è successo negli ultimi dodici mesi ha prodotto un’importante discontinuità, come mostra prima di tutto la dimensione geopolitica che il fenomeno ha assunto. Già nel passato l’Intelligenza Artificiale era, come si dice, assurta agli onori della cronaca, come quando, nel 1997, l’allora campione mondiale (umano) del gioco degli scacchi Garry Kasparov fu sconfitto da Deep Blue e qualche volta era diventata oggetto di riflessione pubblica, come quando Ray Kurzweil e Nick Bostrom avevano scritto di singolarità tecnologica (2005) e di superintelligenza (2014), rispettivamente. Ma difficilmente si sarebbe potuto prevedere che nell’arco di pochi mesi a proposito di Intelligenza Artificiale avremmo letto varie lettere aperte di noti intellettuali, un Executive Order del Presidente degli Stati Uniti e


una legge europea, l’AI Act, quasi definitivamente approvata. Si tratta di eventi tutti accaduti nel 2023, e che rendono sempre più plausibile la posizione che sia in corso una inattesa rivoluzione culturale in cui, per la prima volta nella storia, dei sistemi artificiali manifestano capacità che finora pensavamo proprie solo degli esseri umani. In questa prospettiva, i mesi appena trascorsi ci hanno messo di fronte a uno scenario in sistematico cambiamento, di cui proponiamo qui un’interpretazione, consapevoli dei limiti di un’osservazione “dall’interno”, compiuta mentre le cose succedono. Fino a poco più di un anno fa il termine “GenAI” era sconosciuto ai non addetti ai lavori, e i chatbot erano sistemi estremamente primitivi. La diffusione di ChatGPT ci ha guidato nella progressiva scoperta di sistemi artificiali in grado di dialogare, con proprietà di linguaggio e apparente comprensione di contenuti anche assai complessi. D’altra parte, un anno fa ChatGPT era così specificamente orientato al trattamento di espressioni in lingue naturali, come l’italiano e l’inglese (il termine inglese è Natural

Language Processing, NLP), che chiunque abbia fatto qualche prova si ricorda degli errori imbarazzanti che compiva per esempio nel fare anche semplici operazioni aritmetiche. Da allora, plausibilmente anche per via della concorrenza che Bard, Claude e altri che si sono aggiunti gli hanno fatto, ChatGPT è stato addestrato a sbagliare meno. Si è trattato certo di un opportuno cambiamento, ma solo incrementale, come incrementale è stato l’aggiornamento delle informazioni a cui ChatGPT è stato sottoposto nel suo addestramento: mentre un anno fa era fermo all’autunno 2021, oggi è aggiornato alla primavera 2023. Ma nel frattempo intorno ai cosiddetti Large Language Model (LLM), che sono in pratica i “motori” dei chatbot, sono successe almeno altre due cose rilevanti. Prima di tutto, a partire dall’esperienza della comunità di sviluppatori Hugging Face e su impulso in particolare di Meta, già dalla primavera del 2023 sono stati resi disponibili degli LLM di cui sia il codice sorgente (cioè la “struttura vuota del cervello”) sia la matrice dei

valori dei parametri (cioè l’“immagine del cervello una volta compiuto l’addestramento”) sono utilizzabili da chiunque gratuitamente e, con qualche accorgimento, anche su un proprio computer. Per avere un’idea di quello che sta succedendo, si potrebbe dare anche solo un’occhiata alla pagina web di Hugging Face da cui è possibile scaricare i modelli: nel momento in cui stiamo scrivendo (dicembre 2023) sono più di 400mila! Se GPT-4, il “motore” della versione a pagamento di ChatGPT, è tuttora l’LLM più sofisticato, il fatto che siano disponibili sistemi “aperti” sta consentendo a organizzazioni e singoli individui di sperimentare nuove e sempre migliori tecniche di addestramento. Il risultato è che la capacità di elaborazione linguistica di ChatGPT è sempre meno distinguibile da quella di questi altri chatbot, nonostante il numero dei parametri di questi ultimi sia molto minore di quello (presunto: il numero effettivo non è stato ancora pubblicato) di GPT-4. Tutto ciò è un nuovo motivo di incertezza: se il dominio di pochi 53


SCIENZA & TECNOLOGIA

CHATGPT

sistemi proprietari fa temere che anche a proposito di GenAI si riproduca una condizione di dipendenza globale da alcune grandi aziende statunitensi, la diffusione di sistemi aperti può prospettare situazioni di anarchia nell’accesso ai sistemi intelligenti, di cui potrebbero servirsi, dunque, anche soggetti malevoli. In ogni caso, e questo è il secondo punto che sottolineiamo, la progressiva erosione del vantaggio competitivo dei sistemi proprietari rispetto a quelli aperti è plausibilmente una delle ragioni che sta spingendo gli sviluppatori dei primi, come OpenAI/Microsoft e Google, a ripensare al ruolo degli LLM, oltre la funzione di chatbot. Nella fluidità della situazione, si stanno forse delineando due direzioni complementari di sviluppo. Da una parte, gli LLM diventano abilitatori di nuove funzionalità per applicazioni esistenti, come

è ben esemplificato da GitHub Copilot, uno strumento che si integra in ambienti di sviluppo di software e genera codice, suggerisce miglioramenti sul programma che si sta scrivendo, aiuta a capire come risolvere bug, e così via. In questa linea, si stanno sperimentando nuove funzionalità, in modo che, per esempio, si possa chiedere a un programma di videoscrittura come migliorare un testo mentre lo sta scrivendo, o si possa chiedere a un programma di fogli di calcolo quale funzione usare per risolvere un certo problema. D’altra parte, i chatbot diventano interfacce per interagire con risorse locali e online in linguaggio naturale, dotando gli LLM di plugin (nel contesto dei sistemi operativi li si potrebbe considerare dei driver) o creando delle verticalizzazioni applicative di chatbot, come da qualche settimana OpenAI ha reso possibile

con i “custom GPT”. Si potrebbe così, per esempio, specializzare il comportamento di un chatbot, in modo che sappia dialogare in modo competente sul contenuto di un proprio insieme di documenti. Se non è semplice tirare le fila di quello che è successo nel 2023 a proposito di GenAI, lo è ancora di meno prevedere cosa accadrà nei prossimi mesi e anni: prima di tutto come si svilupperà il contesto tecnologico e di mercato, se verso sistemi proprietari o sistemi aperti, e se le capacità di elaborazione degli LLM continueranno a migliorare e a essere perciò oggetto di competizione o se al contrario gli LLM diventeranno talmente consolidati e infrastrutturali da essere integrati come moduli dei sistemi operativi. Una cosa facilmente prevedibile è invece che queste tecnologie saranno presenti sempre più diffusamente nella nostra società.

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SCIENZA & TECNOLOGIA

“DISCRIMINAZIONE

algoritmica” Luca Massi

Immagini create da Lisa Aramini Frei con Midjourney

Di fronte al diffondersi dell’uso dei sistemi di automazione delle decisioni in ambito di selezione del personale, di concessione delle agevolazioni fiscali, di sistemi giudiziari è sempre più necessario domandarsi se anche l’Intelligenza Artificiale possa essere influenzata dalle possibili inclinazioni discriminatorie dei suoi programmatori (o addestratori). Intervista alla ricercatrice di diritto privato comparato e titolare del corso in technology and law alla LIUC – Università Cattaneo, Elena Falletti

‘‘L’

Intelligenza Artificiale è una creazione umana” e come tale “è il nostro specchio e ci riflette con i nostri pregi e i nostri difetti”. Elena Falletti è ricercatrice di diritto privato comparato e titolare del corso in technology and law alla LIUC – Università Cattaneo. Nel 2022 ha pubblicato il libro “Discriminazione algoritmica”, titolo quanto mai attuale in uno scenario complesso in cui i sistemi di chatbot sono sempre più utilizzati da amministrazioni pubbliche e imprese private per prendere decisioni sul futuro delle persone. Senza, però, risolvere ma, anzi, rischiando in certi casi di amplificare atavici pregiudizi, non ultimi quelli razziali o sessisti. La “rivoluzione digitale” che

stiamo costruendo sembra esasperare e mettere in drammatica evidenza problemi antichi come le discriminazioni, il razzismo, lo sfruttamento. Quali sono le cause di questa situazione? Grazie a cinema e letteratura siamo abituati a pensare all’Intelligenza Artificiale (con le iniziali maiuscole) come ad una entità autonoma, che interagisce con noi come se fosse una creatura indipendente, ma non è così. L’Intelligenza Artificiale (con le iniziali minuscole) è una creazione umana e riflette le convinzioni, gli interessi e gli scopi del suo programmatore/ produttore. Il medesimo concetto di “Intelligenza Artificiale” è fuorviante. Ormai è stato assunto a definizione comune sulla quale tutti ci intendiamo riferendoci a uno specifico ambito, ma nel concreto si tratta di una serie di decisioni automatizzate poste in essere da sistemi di calcolo che rispondono a

specifiche regole di programmazione. Attraverso questi calcoli i programmatori inseriscono enormi quantità di dati inerenti la quotidianità che ci circonda. Tali dati, raccolti e trattati in banche dati (i cosiddetti “big data”), riguardano ciascuno di noi: per esempio i dati medici, biometrici, finanziari, fiscali lavorativi, scolastici. In termini molto semplici si può dire che l’Intelligenza Artificiale è il nostro specchio e come tale ci riflette con i nostri pregi e difetti. In che modo gli algoritmi decisionali o l’Intelligenza Artificiale possono avere a che fare con i nostri diritti personali? Vede delle differenze importanti tra sistemi programmati, il cui comportamento deriva appunto dall’implementazione di algoritmi e sistemi addestrati? Tutti i sistemi sono programmati. 55


SCIENZA & TECNOLOGIA

INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Poi ci sono quelli che seguono un percorso logico più lineare (i cosiddetti “sistemi esperti”, come un programma di calcolo relativo al risarcimento del danno) oppure attraverso il machine learning, che non è prevedibile nei suoi risultati perché imita il modello sinaptico presente nel cervello degli esseri viventi. Ciò posto, i software algoritmici trattano i dati a loro disposizione seguendo le istruzioni

libertà vigilata da parte del sistema giudiziario dello Stato del Wisconsin in cui il sistema discriminava sotto il profilo razziale i richiedenti negando principalmente alle persone di colore il beneficio previsto dalla legge. Come l’algoritmo riusciva a capire che il richiedente fosse una persona di colore? Per via dell’individuazione delle caratteristiche ricorrenti rilevate nel database.

dalla combinazione tra le parole maggiormente utilizzate negli archivi di training sulle quali sono state allenate. Gli elementi di novità sono principalmente due. Il primo, quello più stupefacente e importante, è relativo al fatto che queste macchine restituiscono alle nostre domande delle frasi di senso apparentemente compiuto espresse con un tono autorevole che ci induce a prenderle

stabilite dai programmatori, quindi è possibile che interferiscano con i nostri diritti elaborando risultati discriminatori. Abbiamo conosciuto esempi eclatanti, come in ambito fiscale, relativo a un noto caso olandese in cui il sistema discriminava le persone di origine straniera perché faceva riferimento al codice di avviamento postale e quindi alla zona periferica della città in cui abitavano. Oppure un altro caso altrettanto noto relativo alla concessione della

Dal suo punto di vista, quali sono i principali elementi di novità introdotti dai sistemi di Intelligenza Artificiale generativa? Voglio evidenziare innanzitutto che sistemi di Intelligenza Artificiale generativa, gli LLM (Large Language Model) sono macchine che, per quanto raffinate, imitano il ragionamento umano con modelli di calcolo probabilistico. Pertanto, il loro risultato non va mai considerato corretto o sbagliato perché è dato

sul serio. Secondo, l’aspetto più rischioso deriva dal fatto che gli utilizzatori credono ai risultati prodotti dalla macchina, senza porsi domande. È vero che gli LLM rappresentano un passo importante nell’interazione uomo-macchina, ma è altrettanto vero che questa fiducia ci indebolisce in due modi diversi: da un lato tendiamo a delegare a queste macchine sempre più cose, per esempio l’esposizione scritta di concetti complicati o la soluzione di un problema concreto; dall’altro

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lato ci mettiamo nelle mani dei produttori di questi software che sono stranieri, quindi tendono a eludere le nostre regole di protezione della dignità umana, dei consumatori, ecc. e rispondono a logiche di protezione della proprietà intellettuale, ma solo a loro vantaggio, perché non hanno avuto scrupoli di usare i materiali di altri per allenare i loro software. Per questo negli Stati Uniti sono pendenti importanti cause promosse dagli autori dei materiali su cui gli LLM hanno effettuato il loro training. Quali vantaggi e quali rischi nell’implementazione di sistemi per l’automazione delle decisioni, ad esempio nel campo della sicurezza sul lavoro o del recruiting? Un indubbio vantaggio è che i sistemi decisori automatizzati rendono più efficienti le decisioni seriali, secondo cui casi simili con parametri simili possono essere decisi in modo omogeneo più velocemente e risparmiando sui costi. Tuttavia, occorre porre estrema attenzione nella programmazione di questi sistemi eliminando dall’origine del processo, cioè già nella raccolta dei dati, gli elementi informativi che possono produrre discriminazioni dirette e indirette proibite dalla legge, come per esempio dati relativi alla salute, al sesso, all’età e così via. Questa è la bussola da tenere ben salda in mano nel momento in cui si decide di utilizzare siffatti programmi decisori automatizzati.

“Eclatante il caso dello Stato del Wisconsin in cui il sistema giudiziario discriminava sotto il profilo razziale i richiedenti della libertà vigilata negandola alle persone di colore” trattamento dei dati quando naviga online (mi rendo conto che è fastidioso perché poi il pop up con la richiesta di consenso alla cessione e trattamento dei dati personali sarà una costante della navigazione online) oppure essendo molto più discreti nell’uso dei social network. È un paradosso della nostra società che vive esibendosi sui social, ma è una delle poche armi a nostra disposizione per difenderci. Che spazi di intervento hanno

governi ed istituzioni pubbliche in un contesto internazionale così disomogeneo come quello attuale? Quali sono gli scenari normativi in Usa ed in Ue e come impedire la migrazione opportunistica di dati ed applicazioni in Paesi deregolamentati? La domanda coglie il problema: i principali produttori di software algoritmici sono americani, noi viviamo in Europa. Dal nostro canto abbiamo l’esperienza positiva del Regolamento europeo di tutela della privacy che ha implementato una disciplina diventata modello internazionale per la protezione dei dati personali. L’Unione Europea ha intenzione di ripetersi con l’implementazione dell’Artificial Intelligence Act recentemente finalizzato e in corso di pubblicazione. Dobbiamo essere consapevoli che rappresentiamo un mercato di 450 milioni di persone assai appetibile per le Big Tech Companies statunitensi e comportarci di conseguenza.

Il ruolo del trattamento dei dati personali e quindi della privacy sembra centrale nella tutela dei diritti fondamentali nella società digitale. In che modo possiamo tutelarci? Il sistema di raccolta dei dati è così pervasivo e ampio che è estremamente difficile tirarsene fuori. Si pensi per esempio all’informatizzazione sanitaria. Tuttavia, ciascuno di noi, per la sua semplice autotutela, può difendersi negando il consenso al 57


RUBRICHE SU

LUOGHI E BELLEZZA

TERRITORIO

GITA A...

ARTE

La seconda vita delle cabine telefoniche

“Nuova” archeologia in Valcuvia

L’artista tedesco Wolfgang Laib a Villa Panza


TERRITORIO

La seconda vita

DELLE CABINE TELEFONICHE Alberto Bortoluzzi

Foto di Alberto Bortoluzzi

Anche in provincia di Varese sta prendendo sempre più piede il fenomeno del BookCrossing, ovvero l’usanza di mettere a disposizione, in luoghi comuni, libri usati per diffondere la conoscenza e dare a chiunque l’opportunità di fruirne. A Luino e Cantello sono sorte, grazie alla creatività e all’impegno di volontari e cittadini, delle vere e proprie Bibliocabine, nate dal riadattamento di spazi ormai in disuso da tempo

I

l fenomeno del BookCrossing, ovvero lasciare un libro già letto in un luogo frequentato, a disposizione di altri lettori, per favorirne la circolazione e il libero scambio, nasce nel 2001 sul web, ad opera di un giovane americano, Ron Hornbaker e di sua moglie Kaori, con lo scopo di dare una seconda vita a libri già consultati, diffondere la cultura e dare l’opportunità anche a chi non avesse la possibilità di accedere a mezzi economici di un certo tipo, di poter comunque leggere ed approfondire il proprio bagaglio culturale. Poi nel tempo l’iniziativa dal mondo digitale si è spostata anche a quello reale, fino ad arrivare sul territorio della provincia di Varese. Per la precisione a Luino e Cantello dove l’estro e la voglia di reinventare spazi ormai dismessi, hanno dato luogo ad una serie di iniziative di BookCrossing a dir poco creative. Tutte sviluppate all’interno di cabine telefoniche in disuso da tempo. A raccontare l’sperienza luinese è Rosaria Torri, Presidente dell’associazione Banca del Tempo Città di Luino, tra i promotori dell’iniziativa: “Un giorno una socia è arrivata in sede con due scatoloni di libri da buttare, doveva fare spazio per quella che sarebbe diventata la cameretta della nipotina. Subito si è levato un

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coro di disapprovazione: ‘No, i libri non si possono buttare!’ Così è partito il passaparola e in un battibaleno ogni libro ha trovato un nuovo proprietario. Visto l’interesse e la rapidità con cui è avvenuta la cosa, abbiamo deciso di darci al BookCrossing. Inizialmente portando in giro cassette con i libri nei luoghi più frequentati del paese: notando che, regolarmente, le cassette si svuotavano in poche ore, abbiamo pensato di creare luoghi fissi e meno occasionali in cui lasciarli”. Il primo di questi luoghi è stata la sede della Banca del Tempo in via delle Rimembranze ma, come racconta di nuovo Torri, di lì a poco sono comparsi svariati cartelli della Telecom sulle cabine telefoniche sparse per il territorio, che informavano della loro imminente dismissione. “Quale occasione. Ci si è accesa la lampadina: perché non farle diventare un luogo di scambio per i libri? Grazie ad una delle nostre socie, Antonella Sonnessa, che è anche Vicesindaco, abbiamo inoltrato una richiesta, tramite il Comune di Luino, direttamente a Telecom, chiedendo di poter utilizzare alcune delle cabine che sarebbero state dismesse per scopi sociali”. Il permesso non ha tardato ad essere accordato ed ha così preso il via il progetto intitolato “Libri a Piede Libero”, promosso per l’appunto dalla Banca del Tempo e realizzato grazie al sostegno del Comune di Luino e all’aiuto concreto di 10 ragazzi coinvolti in lavori socialmente utili attraverso la progettualità “Ci sto? Affare fatica”, nata nel 2016 dalla Cooperativa Adelante di Bassano del Grappa e proposta dalla Cooperativa Lotta Contro l’Emarginazione sul territorio del Varesotto. “A venire a conoscenza di ‘Ci sto? Affare fatica’ è stata la nostra socia, nonché Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Luino, Elena Brocchieri – precisa Rosaria Torri –. Abbiamo perciò avuto la possibilità di essere aiutati da un gruppo di giovani entusiasti della nostra iniziativa, ma anche di accedere a fondi stanziati nell’ambito del progetto, che abbiamo impiegato per la trasformazione delle


Alcune volontarie della Banca del Tempo di Luino

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TERRITORIO

CABINE TELEFONICHE

cabine. Ed è così che in men che non si dica le nostre tre Bibliocabine sono state allestite”. Una in via Vittorio Veneto, una in via 25 Aprile e una, infine, in via Don Folli, lungo il fiume Tresa. Ma come è stata accolta questa iniziativa di BookCrossing dalla popolazione? “È stato un grande successo: molte volte non facciamo nemmeno in tempo a rifornire le cabine di libri che sono già finiti – racconta con orgoglio Torri –. Ma affinché tutto funzioni al meglio, è necessario un accurato lavoro di preparazione. Ci ritroviamo tutti i mercoledì in associazione per fare una prima cernita dei libri, poi li dividiamo in modo tale che ogni cabina abbia proposte di tipologie differenti. In seguito, ogni volume viene etichettato e viene inserita al suo interno una paginetta con le regole di utilizzo. Per riempire ogni cabina ci vogliono ben tre borsoni pieni: immaginate il lavoro che ci sta dietro. Senza citare poi il settimanale

lavoro di pulizia e manutenzione di ciascuna cabina”. In altre parole, un progetto ben organizzato che piace a grandi e bambini, nonostante alcune tipologie di libri siano più difficili da reperire rispetto ad altri. “Abbiamo un po’ di difficoltà a trovare volumi dedicati ai più piccoli – ammette Rosaria Torri – ed è un peccato perché sono tra i più grandi estimatori di questa iniziativa. Ne approfittiamo, quindi, per fare un appello: chi avesse libri per bambini da donare, li può portare tutti i mercoledì dalle 17.00 alle 18.00 in via delle Rimembranze 6. Ovviamente anche altri generi sono ben graditi”. Il medesimo esperimento di trasformazione di spazi in disuso, solo un po’ più in piccolo, è stato portato avanti a Cantello, all’interno del parco Grande Casa di via Cesare Baj, luogo ideale in cui trascorrere ore serene, immersi nella lettura di un buon libro su una delle tante panchine presenti. In questo caso l’iniziativa è partita dalla volontà di Mirco Di Lernia e della moglie Laura di ricordare il padre del ragazzo, scomparso di recente. L’idea di recuperare e restaurare una vecchia cabina telefonica adattandola a piccola biblioteca in cui lasciare e scambiare libri, seguendone il viaggio di mano in mano, è stata fin da subito supportata dal Comune di Cantello, dal sindaco Chiara Catella e dai servizi sociali, che hanno fatto da cassa di risonanza dell’iniziativa e ne hanno aiutato l’avvio, mettendo a disposizione i libri doppi presenti nella biblioteca comunale. Laura e MIrco Di Lernia

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In questo caso, a differenza del progetto è stato un modo per tramandarne il suo ricordo ed è bello che quei volumi realizzato nel luinese, non era presente in loco che lo hanno reso felice possano rendere felici altre persone”. una cabina telefonica da restaurare che, come racconta Mirco Di Lernia, è stata acquistata nei dintorni di Pavia. “Si trovava all’interno Mirco Di Lernia: “Regalare i libri di mio di un bar che era stato da poco ristrutturato, quelle da esterno della Telecom non si padre e metterli a disposizione di tutti nella possono comprare. È stata una vera faticaccia Bibliocabina istallata a Cantello è stato un modo trasportarla: solo il basamento in marmo della per tramandarne il suo ricordo ed è bello che cabina pesa quasi 200 kg, c’è voluto un muletto quei volumi che lo hanno reso felice possano per alzarla! Ma ne è valsa la pena, mio padre ne sarebbe stato contento. Regalare i suoi libri rendere felici altre persone” La bibliocabina di Cantello

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GITA A...

Storie

DI FRONTIERA Alessandra Favaro

Dal Sentiero del Silenzio che parte da Viggiù e termina a Colle Oro a Saltrio, ai tracciati che ripercorrono le scorribande dei contrabbandieri di fine ‘800 e inizio ‘900. Sono diversi i racconti ed i percorsi che si snodano al di qua e al di là del confine della provincia di Varese e che raccontano, tra storia e turismo, un passato fatto di guerra, restrizioni e voglia di rinascita L’Albergo La Madonnina, dove dormì Edda Ciano

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elle pieghe della storia, lungo i confini sottili che disegnano le mappe geografiche, si celano racconti che trascendono il semplice passaggio da uno Stato all’altro. La provincia di Varese, con i suoi luoghi di frontiera, è testimone silenziosa di storie avvincenti, intrecciate tra passato e presente, uomo e natura, ricordi e memoria.

Il Sentiero del Silenzio

L’esempio più recente di questo valore è il Sentiero del Silenzio, inaugurato nel dicembre dello scorso anno: un itinerario creato per commemorare coloro che hanno dovuto attraversare il confine tra Italia e Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale per sfuggire alla persecuzione nazista e fascista. Questo cammino di 4 chilometri inizia da Piazza Albinola a Viggiù, a 480 metri sopra il livello del mare e termina a Colle Oro a Saltrio a 750 metri sopra il livello del mare, con un aumento di altitudine di 310 metri. Il tutto, oggi, si può percorrere in circa 1 ora e 40 minuti. Ma la memoria dei passi che calpestarono questi boschi invoglia a soffermarsi oltre. Da questi passaggi fuggì in Svizzera, l’8 dicembre 1943, anche la senatrice Liliana Segre insieme al padre, in fuga dal nazifascismo. Segre all’epoca aveva solo 13 anni, quando dalla Valceresio, attraverso i boschi del Monte Orsa, cercò la salvezza in Svizzera. Purtroppo, al di là del confine, invece di trovare un rifugio, furono respinti ed obbligati a tornare in Italia. Il Sentiero del Silenzio, inaugurato esattamente 80 anni dopo, ripercorre questo tragico percorso. Per saperne di più sul sentiero e la storia che lo ha visto protagonista nei secoli, è possibile visitare il sito dell’associazione Amici del Monte Orsa, che ha promosso l’iniziativa: www.amicidelmonteorsa.com.

Il Sentiero del Silenzio

Consiglio del Fascismo, aveva effettivamente consegnato il Duce al Re, portando così alla fine del regime. Con l’occupazione tedesca dell’Italia dopo l’8 settembre 1943, Ciano finì per essere arrestato e rinchiuso nella prigione degli Scalzi a Verona, con l’accusa di alto tradimento e fu condannato a morte. Edda tentò il possibile per salvare il marito, incluso il tentativo di ricattare i tedeschi con i diari del consorte. Ma alla fine si rese conto che non c’era più nulla da fare. Già l’8 gennaio Edda, usando un nome falso, arrivò a Cantello, registrandosi come Santos Emilia. I tedeschi la inseguivano per arrestarla. Era accompagnata dal conte Emilio Pucci, Edda Ciano a Ligurno il futuro famoso stilista di moda. A Ligurno, frazione di Cantello, presso Altre storie intrecciano i confini del Varesotto l’albergo La Madonnina, situato a 2 chilometri dal confine, Edda passò con la Seconda Guerra Mondiale. Come quella una notte, portando con sé i famosi diari del marito che i nazisti stavano di Edda Ciano, figlia del Duce, che si nascose cercando. L’idea era di consegnare i manoscritti agli inglesi, attraverso a Ligurno, nell’albergo La Madonnina, nella i canali diplomatici, per cercare di salvargli la vita. Fu a questo punto sua ultima notte in Italia prima di fuggire in che entrarono in gioco due religiosi locali, Don Angelo Griffanti e suo Svizzera, per scappare dai tedeschi. Erano fratello Don Ambrogio, parroco di Ligurno. Furono contattati da Pucci i primi giorni di gennaio del 1944. Edda era per attraversare il confine. Attraversando strade rurali, entrambi poterono moglie di Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri superare il confine. Edda fu ospitata da alcune suore domenicane a del regime Fascista. Ma tutto si trasformò il Neggio, mentre Ciano venne fucilato. Quattro mesi dopo la fine del 25 luglio 1943. Galeazzo era uno degli uomini conflitto, Edda ritornò in Italia e fu mandata in esilio a Lipari. Le cose che insieme ad altri rappresentanti del Gran andarono peggio per Don Angelo. Venne arrestato dai tedeschi insieme 65


GITA A...

STORIE DI FRONTIERA

ad Angelo Broggi, il proprietario dell’albergo. I due vennero detenuti a San Vittore e torturati. Don Angelo riuscì a fuggire dalla prigionia solo grazie all’intervento del cardinale Schuster. Tuttavia, le ferite inflitte dai nazisti furono troppo gravi e Don Angelo non riuscì mai a riprendersi completamente. Morì nel 1950 a causa di quelle ferite.

Storie di contrabbandieri

Il confine tra Lombardia e Svizzera è terra di racconti che parlano del fenomeno del contrabbando tra le provincie di Varese, Como, Sondrio e Verbania. Qui, i contrabbandieri, noti anche come sfrusaduur o sfrusitt, divennero figure mitiche, rendendo particolarmente vibrante la scena culturale negli ultimi anni. Durante la metà dell’800 fino agli anni ‘60 del ‘900, si verificò un flusso significativo di merci illegali attraverso i confini, sebbene la natura di tali merci subì variazioni. Prima della Seconda Guerra Mondiale, il caffè era la merce contrabbandata più comune diretta in Italia, pratica che cessò all’inizio del conflitto. Anche alcuni alimenti, in particolare il burro, venivano spesso contrabbandati, soprattutto durante la guerra, quando l’isolamento del paese rendeva difficile l’approvvigionamento. Negli anni ‘50, ci fu un picco nel contrabbando di sigarette, note anche come “bionde”. Tipicamente, ogni contrabbandiere trasportava uno zaino pesante fino a 30 kg, contenente centinaia di pacchetti di sigarette. I contrabbandieri erano costretti ad utilizzare percorsi ripidi e pericolosi per eludere le guarnigioni italiane e le guardie di frontiera svizzere. Oggi la storia di questi contrabbandieri viene rivista e approfondita sia dagli studiosi sia dalle associazioni locali,

Il Sentiero del Silenzio, inaugurato nel dicembre dello scorso anno, è un itinerario creato per commemorare coloro che hanno dovuto attraversare il confine tra Italia e Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale per sfuggire alla persecuzione nazista e fascista 66

con lo scopo di trasformare i vecchi percorsi utilizzati in itinerari turistici. Tra questi, il giro ad anello da Saltrio fino al Monte Orsa, seguendo uno dei percorsi più frequentati dagli “spalloni” di un tempo, passando per luoghi spettacolari come la Big Bench di Saltrio (la prima panchina gigante in provincia di Varese), il Sentiero dei Mille Scalini e le fortificazioni dell’antica linea Cadorna. Qui è possibile visitare anche il Mamo, il Museo all’aperto del Monte Orsa. Aperto nel 2021, racconta la storia e la natura di questo territorio e lungo i suoi sentieri si trovano pannelli descrittivi sulle cave e la roccia di Saltrio, oltre a varie rappresentazioni della fauna circostante in terracotta. Al centro si colloca la riproduzione a grandezza naturale di un esemplare di Saltriosauro, i cui resti sono emersi a Saltrio nel 1996. Completa il Museo la ricostruzione di un tratto della Frontiera Nord-Linea Cadorna, i cui resti sono ancora visibili fra i monti Orsa e Pravello, tra le strade di confine.

Cippo di frontiera tra Italia e Svizzera a Rodero


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“NUOVA” ARCHEOLOGIA

in Valcuvia Alessandra Favaro

Il gruppo di ricerca di antropologia dell’Università degli Studi dell’Insubria di Varese ha realizzato un percorso originale di scoperta intorno a tre siti archeologici, portando alla luce storie e misteri sepolti ormai da secoli. Numerose scoperte bioarcheologiche sono ora disponibili grazie all’esposizione fisica e virtuale dei reperti rinvenuti dopo vari studi e scavi

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nni di scavi e di scoperte, pochi mesi fa hanno dato origine ad un nuovo percorso archeologico in Valcuvia. Un cammino accattivante ed originale, dalle innumerevoli chiavi di lettura ed esperienze, che mescola archeologia e misteri, arte e storia locale. È il frutto dell’indagine dei resti umani antichi in valle che da pochi mesi può essere fruibile dalla comunità intera. E racconta anche eccellenze di oggi: a renderlo possibile è stato il gruppo di ricerca di antropologia dell’Università degli Studi dell’Insubria di Varese, Dipartimento di Biotecnologie e Scienze della vita, diretto dal professor Luigi Valdatta, che ha realizzato un nuovo percorso di visita intorno a tre siti archeologici, grazie al finanziamento ottenuto all’interno del bando Emblematici Provinciali 2019 di Fondazione Cariplo e Fondazione Comunitaria del Varesotto. Il progetto, intitolato “I paesaggi della Valcuvia. Riqualificazione ambientale attraverso un percorso archeologico: valorizzazione, tutela e fruizione”, è guidato dall’Università dell’Insubria, con Marta Licata come responsabile scientifico. I partner includono il Comune di Caravate, il Comune di Cittiglio e la Parrocchia di San Giulio Prete. L’obiettivo 68

principale era terminare le ricerche bioarcheologiche sui vari siti, ai quali hanno partecipato per anni gli studenti universitari di Biotecnologie e Scienze biologiche, e rendere accessibili le scoperte tramite l’implementazione di un piano di valorizzazione. Ma si è trasformato in molto di più. Da epoche medievali a moderne, il nuovo percorso offre visitazioni uniche ai luoghi di sepoltura, presentate attraverso le evidenze funebri e i resti umani dei primi residenti di Valcuvia. Numerose scoperte bioarcheologiche sono ora disponibili grazie all’esposizione fisica e virtuale dei reperti. Per saperne di più sulle tappe di questo percorso e tutti gli approfondimenti, è possibile visitare il sito del progetto: www. bioarcheo.it.

Storie “da brivido”

Tra i “cold case”, ovvero i casi irrisolti, più affascinanti emersi durante gli studi ed oggi visitabili, c’è sicuramente la Tomba 13 nei pressi di San Biagio in Cittiglio, teatro di un delitto medievale il cui racconto è stato reso possibile da minuziose ricerche antropologiche. Grazie all’impegno dell’A ssociazione Amici di San Biagio, questa singolare scoperta è oggi esposta al pubblico. Allo stesso modo, si possono visitare i “cold case” e le tombe dei monaci francescani di Azzio, rinvenute all’interno di una cripta seicentesca, accompagnati da pannelli informativi e tecnologie digitali che mostrano le immagini raccolte durante le indagini. Il sito medievale di Caravate ha portato alla luce anche un caso raro di osteomielite oculare, il cui studio viene presentato nel sito archeologico di Sant’Agostino. Questa scoperta fornisce un prezioso spaccato della vita dell’individuo, della sua malattia e del sistema di cure che i suoi cari hanno instaurato. Dallo stesso sito provengono numerosi esempi di traumi cranici su donne, conservati nell’Archivio Biologico di Caravate, presso l’ex biblioteca vicino alla necropoli di Sant’Agostino.


Tomba medievale sito San Biagio a Cittiglio. Sotto, Claudia Bressan, Archivio Biologico, sito di Sant’Agostino a Caravate

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GITA A...

ARCHEOLOGIA IN VALCUVIA

Scoperte affascinanti

Caravate, nella zona più pianeggiante della Valcuvia, è unito a doppio filo con Pavia e il suo Monastero di San Pietro. Infatti, nel 712 il Re Liutprando, uno dei più attivi legislatori longobardi, donò al Monastero la terra di Calariade (la moderna Caravate) con le chiese di Santa Maria e la chiesa in stile romanico di Sant’Agostino, piccola ma che aveva all’interno affreschi di grande importanza artistica, come una Crocifissione in stile gotico e un’Adorazione dei Magi, riportati alla luce solo durante un restauro nel 1965. La chiesa di Sant’Agostino è molto particolare: ha una pianta rettangolare con due absidi contrapposte che la distinguono dalle altre chiese della provincia di Varese, essendo caratteristiche architettoniche tipiche dell’arte Carolingia. Carlo Magno, infatti, fu un grande innovatore per quel che riguarda l’arte dell’epoca. Nell’area cimiteriale adiacente la chiesa sono stati rinvenuti 23 scheletri e dallo studio di questi reperti si è potuto constatare che erano sia uomini sia donne, di ogni età, ma non anziani, in quanto in quel periodo l’aspettativa di vita era piuttosto bassa. La popolazione non era alta, circa 140 centimetri per le donne e 160 centimetri per gli uomini. L’analisi sui denti ha poi permesso agli studiosi di risalire alla probabile dieta degli abitanti del luogo, che era basata soprattutto su pesce, graminacee e ortica. Le patologie più comuni delle quali soffrivano riguardavano i denti, le articolazioni e la colonna vertebrale, dovuti molto probabilmente al duro lavoro. Queste e altre valutazioni hanno permesso di risalire alla storia degli antichi abitanti della Valcuvia e alle strutture sociali che li caratterizzavano. Sicuramente un luogo da visitare, che porta con sé un carico di storia e mistero e che permette di affacciarsi sul passato per poter conoscere, come se viaggiassimo nel tempo, un popolo, le sue usanze, la sua vita.

Nella Cripta di Azzio

Un altro sito da scoprire grazie alle ricerche svolte dall’Università dell’Insubria si trova ad Azzio. Riportata agli antichi splendori, la chiesa dei Santi Eusebio e Antonio è diventata il simbolo religioso del paese. Il primo edificio di culto dedicato a Sant’Eusebio risale all’VIII secolo d.C. ed ha subito durante i secoli almeno 70

Chiara Tesi, sito di San Biagio a Cittiglio

tre grandi interventi di rifacimento. Soprannominato “il Convento” (dato che era un convento dell’Ordine Francescano), questo edificio di culto, ora monumento nazionale, è un esempio quasi unico di architettura toscoumbra in Lombardia. Di particolare interesse è la Cripta, il cosiddetto putridarium, uno spazio sotterraneo che si trova sotto l’altare maggiore. Al suo interno sono disposte 16 nicchie in cui erano deposti i corpi delle più alte cariche dell’Ordine. Qui, in una cerimonia che prende il nome di doppia sepoltura, i confratelli venivano seduti nelle esedre (ambiente a forma di emiciclo), per poi essere spostati in un ossario comune al termine del processo di decomposizione. L’ambiente ipogeo, ovvero sotterraneo, era una stanza in cui ne veniva probabilmente perpetuata la memoria, in una ritualità che comprendeva dei momenti di riflessione sulla morte, grazie ad un dialogo continuo fra vivi e defunti. Anche i “cold case” e le sepolture dei frati francescani di Azzio, scoperti all’interno della cripta seicentesca, sono nuovamente disponibili attraverso la visita delle strutture funerarie, dei pannelli esplicativi e dei sistemi digitali per la raccolta delle immagini ottenute durante le indagini scientifiche. Tra le curiosità emerse durante gli studi, anche quella di un maschio adulto, rinvenuto all’interno dell’ossario francescano, ma che frate non era. Il corpo risale ad un’epoca successiva all’abbandono della chiesa da parte dei frati. Un vero e proprio mistero. Storie, ambiguità e segreti svelati, tutti da scoprire nel nuovo percorso bioarcheologico della Valcuvia.

Anni di scavi e di scoperte, pochi mesi fa hanno dato origine ad un nuovo percorso archeologico in Valcuvia. Un cammino accattivante e originale, dalle innumerevoli chiavi di lettura ed esperienze, che mescola archeologia e misteri, arte e storia locale


ARTE

La seduzione

DELLA NATURA NELLE OPERE DI WOLFGANG LAIB Luisa Negri

Foto di Michele Alberto Sereni

Gli spazi espositivi di Villa Panza offrono un viaggio tra misticismo e cultura orientale, Minimalismo e Land Art con l’artista tedesco che usa come materia prima delle sue opere pollini, riso e cera d’api. In mostra fino a fine febbraio

L

a scelta iniziale di Wolfgang Laib, nato a Metzinger il 25 marzo 1950, era stata di seguire la professione dei suoi familiari, noti medici di Diberback. L’interesse per la macchina umana era nato da quella famiglia, dedita alla cura del corpo. Per questo si era laureato a Tubinga in medicina. Poi la vita, lo studio della filosofia, e gli incontri di un cammino consapevole e ricco di curiosità, primo fra tutti quello con l’artista tedesco Jakob Bräckle, pittore di paesaggi con interessi volti alla cultura orientale, il Giappone soprattutto, hanno contribuito a condurlo (direbbe Susanna Tamaro) là dove porta il cuore. La prima mostra nel 1975, una lastra di marmo bianca cosparsa di latte, la sua prima Milkstone, prelude già a una curiosa carriera che trova un primo snodo centrale nel 1977 nella scoperta del polline attorno al prato di casa. Dall’anno successivo inaugura infatti un ciclo di mostre internazionali con i suoi noti “Quadrati di polline”, che espone in Germania, Italia, Svizzera e Stati Uniti. Di questo viaggio e del flusso vitale di un’arte minimalista, profondamente radicata e

Wolfgang Laib, Brahmanda (2016-2022), granito indiano nero con olio di girasole

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ARTE

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WOLFGANG LAIB


interiorizzata, fatta di gesti rituali e ripetuti, ma anche di poetica, ci dà idea la mostra varesina “Passageway”, curata da Anna Bernardini (che ha recentemente lasciato l’incarico di Direttrice della Villa). L’esposizione sarà visitabile, per chi non l’avesse ancora potuta apprezzare, nelle Scuderie e negli spazi per le carrozze di Villa Panza fino al 25 febbraio. Costituita da quattro installazioni, di cui una allestita appositamente per la Villa di Biumo Superiore, la rassegna si inserisce nel primo ciclo del circuito espositivo quadriennale di “Natura e Forma” e segue la mostra dello scorso anno “Ex Natura-nuove opere dalla collezione Panza”, della quale vi avevamo già ampiamente raccontato. Il tutto è riconducibile alle celebrazioni quadriennali dei cento anni dalla nascita di Giuseppe Panza, il conte collezionista cui si deve la nascita dell’intera collezione di arte contemporanea della Villa, inserita nel circuito internazionale Guggenheim. L’arte di Laib, pur non presente fino ad ora Sotto, Wolfgang Laib, Passageway Inside-Downside (2011-2012), 52 navi in ottone. A sinistra, Wolfgang Laib, Untitled (2023), cera d’api e riso

nella collezione, si sposa perfettamente alla ricerca di artisti che alla natura hanno guardato come mezzo e progetto della propria espressività. A giudicare dai suoi lavori, che possiamo ammirare ora negli spazi della Villa, ma anche da quelli, e sono davvero tanti, presentati anno dopo anno in giro per il mondo, da un continente all’altro, Wolfgang Laib ha costruito un colloquio mistico con il suo lavoro, dove il linguaggio dell’arte nasce e s’esprime nel silenzio puro e in un tempo sospeso: osiamo immaginare appena “ricamato” dal ronzio degli insetti, dai sospiri del vento, dallo zampillare discreto ma vitale di polle di acqua sorgiva. Dove i materiali più utilizzati sono quelli naturali a lui cari: come la cera d’api, i pollini, la carta e il riso. La prima installazione “Passageway Inside-Downside” (2011-2012) è rappresentata da 52 elementi, questa volta in ottone, adagiati su cumuli bianchi di riso. Nell’insieme richiama a un’onirica flotta, luccicante e abbagliante, eppure ordinata e serena, pronta a salpare in uno spazio cosmico carico di attesa e promessa, dove il tempo appare però poeticamente sospeso, rarefatto come piace a Laib. “Perché – dice a chi l’ascolta – per me è molto bella, addirittura magica, la sensazione di poter superare il tempo. E credo che l’arte davvero importante sia senza tempo”. Importante lo è certo l’arte poetica e minimalista del nostro, come ben spiega la curatrice Anna Bernardini che ne intravede una via “capace di condurre a una dimensione più intima e meditativa”, ne sottolinea “il vocabolario formale che tende all’astrazione, basato sulla stilizzazione di figure geometriche e corpi solidi”, ne elogia quei poetici rimandi a immagini elementari di case, montagne, barche e scale. Ma avverte: la stilizzazione delle forme, dei colori e dei materiali utilizzati cela significati molto più

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ARTE

WOLFGANG LAIB

profondi e complessi, sospinti da un forte potere evocativo. Nello spazio della scuderia piccola è accolta una seconda opera “Brahmanda” (20162022) realizzata in granito nero. Spicca sullo sfondo della sala una forma ovoidale ispirata a Brahma e a un mito: quello dell’uovo cosmico. Rappresentazione della creazione dell’universo nella lingua sanscrita. La cultura indiana è stata ed è ancora fondamentale nel percorso dell’artista, che trascorre parte della sua vita, oltre che in un villaggio del sud della Germania, dove ha casa, a New York e in India, perché qui ha altri due studi. E proprio in India, tra le colline granitiche del Puli Malai, sta progettando la costruzione di un enorme Brahamanda. Ancora a proposito di India, nella prima delle due rimesse delle carrozze di Villa Panza 7 lavori di carta su legno raccontano la sua terza opera: “Crossing the River-for Bodhiharma”. Si tratta di un altro viaggio spirituale dedicato a un mistico indiano. Che, legatosi ai princìpi del Buddismo e delle arti marziali, indica la via della saggezza, dell’illuminazione interiore e della Wolfgang Laib durante la preparazione della mostra

WOLFGANG LAIB PASSAGEWAY Villa Panza, Pizza Litta 1, Varese da martedì a domenica, dalle 10 alle 18 www.villapanza.it | Tel. 0332 283960

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contemplazione. Per l’osservatore dell’opera è interessante notare come il disegno emerge e si fa osservare, allusivamente, solo in base al modo in cui la luce si riflette nell’opera. E torna alla mente l’opera di Hermann Hesse e del suo Siddharta, in cammino a sua volta verso l’illuminazione, protagonista di un libro amatissimo tra gli estimatori del prolifico scrittore tedesco. Nella seconda sala delle rimesse è l’opera “Site Specific Untitled 2023”, concepita e realizzata per Villa Panza utilizzando come materiali il riso e la cera d’api. È un invito al visitatore a immergersi nell’atmosfera suggestiva e nel profumo intenso della cera. E davvero l’impressione è di sentirsi avvolti dal profumo penetrante e da una sensazione di estraniazione benefica, positiva per la mente. Importanti esposizioni di Laib si sono tenute in ogni dove. All’Arc di Parigi, alla Biennale di Sidney, al Toyota Municipal Museum, al National Museum of Modern Art di Tokyo, al National Museum of Modern Art di Seul, alla Fondation Beyeler di Basilea, al Macro di Roma, al Complesso di Sant’Apollinare in Classe di Ravenna, al Kunstmuseum di Bonn, al Reina Sofia di Madrid, al Musée de Grenoble, al MoMa di New York, al Centre Pompidou di Parigi. E potremmo continuare ancora. Nel 2015 gli è stato assegnato il Praemium Imperiale a Tokyo. Un giusto riconoscimento per la ricerca di un artista che non ha conosciuto limiti culturali, e ha assimilato e fatti suoi, seguendo un personalissimo percorso, traguardi insieme semplici ed elevati, cui oggi guardiamo tutti. Ma che in passato a pochi sono interessati. Come la cura del nostro pianeta, dei pollini e delle api operose, piccole e umili presenze, che lo tengono però vitale. Forse a soccorrere le nostre aspirazioni, a svelare le necessità di ciascuno, è mancata la capacità di ascoltare, in silenzio. E ogni tanto anche in solitudine. Quella che Laib ci indica e ci impone nelle sue opere, nei suoi originali tappeti, nelle sue scale odorose di polline che portano su. Verso il cielo che tutto accoglie e comprende.


ARTE

Il museo

DA TOCCARE CON MANO Luisa Negri

Nato nel 2011 per avvicinare all’arte il mondo dei non vedenti, il Museo Tattile di Varese è uno spazio, unico in Europa, dedicato ad adulti e bambini, un esempio di inclusione che sa fare rete con altre realtà culturali espositive del nostro Paese

C’

è museo e museo. Da quelli ricchi di opere d’arte e di storia, a quelli che vivono di curiosità, di attualità, di mode e di costume. Oppure abbracciano con entusiasmo pieno la contemporaneità e si prestano a ogni genere di ricerca, o apparente follia d’artista. Ma ci sono musei nati anche per avvicinare soprattutto chi ha meno facilità di accostarsi a percorsi utili ad ampliare le proprie conoscenze e approfondire temi e storie di particolare interesse. A Varese è presente fin dal 2011 il Museo Tattile, dove avviene un po’ il contrario di quanto generalmente caratterizza dimore e palazzi in cui sono conservati pezzi d’arte o di storia di un certo valore. E dove si chiede rigorosamente, a ragione, di non toccare quanto esposto. Ebbene, al Museo Tattile di Varese, nell’antico rione di Masnago, si domanda proprio il contrario. A volere la nascita del museo è stata la determinazione di Livia Cornaggia e dell’Istituto italiano per i ciechi che lo hanno pensato in quanto luogo dedicato e inclusivo. “E rappresenta sino ad oggi – sottolinea Cornaggia – un modello unico in Europa, perché è esclusivamente destinato alla

esposizione di modelli tattili in legno, fruibili tanto da vedenti quanto da non vedenti”. La maggioranza dei visitatori (il 98%) è rappresentata da vedenti, e allora il percorso si fa con la benda sugli occhi per sperimentare la conoscenza tattile nella sua forma più essenziale e profonda, con tutta l’emozione che ne deriva. Settanta sono i modelli in esposizione, articolati tra architettura, monumenti, paesaggio, siti archeologici, mappe a loro volta tattili, cioè da visitare e conoscere usando le mani e i polpastrelli delle dita. E si va dal teatro greco di Epidauro, al Partenone, a diversi modelli internazionali che ripropongono alla perfezione monumenti o edifici che il turista incontra nei suoi viaggi più lontani, come in Messico o in Iran.

Villa Baragiola a Varese, sede del Museo Tattile 75


ARTE

MUSEO TATTILE

Bellissimi i modellini dedicati alla città di Varese: con il Battistero e la splendida dimora di Francesco terzo d’Este, Duca di Modena, che fu Signore di Varese, innamorato della nostra cittadina e dalla stessa ricambiato per il suo affiatamento alla bella residenza da lui fatta ristrutturare seguendo il modello di Schönbrunn. Le riproduzioni lignee sono eseguite in scala con rara perizia e precisione, perfettamente rifatte seguendo ogni dettaglio della costruzione che può così essere non solo toccata, ma anche conosciuta nei particolari edilizi, nelle coperture dei tetti, negli interni con pezzi qua e là che possono essere tolti e reinseriti per capirne le specifiche funzionalità e caratteristiche. È compresa nel modello dedicato alla dimora e ai Giardini Estensi anche la zona alta della pineta, con gli edifici museali di Villa Mirabello, un tempo Villa Litta Modignani. Presente anche il modello dell’isolino Virginia, altro Patrimonio Unesco del territorio, con gli Sopra, modello tattile dell’Isolino Virginia. A destra, modello tattile di Castel Del Monte 76

edifici del locale museo archeologico e del ristorante, a dar conto di una storia che ci riporta addirittura alla realtà palafitticola che ha caratterizzato l’intero territorio. Né può mancare l’altro patrimonio Unesco, il Sacro Monte con il viale delle 14 Cappelle, e il Campo dei Fiori in alto, dove svetta l’Hotel omonimo. Diverse le chiese, tra cui il gioiello dell’eremo di Santa Caterina, affacciato sulle sponde del Lago Maggiore, altro prezioso scrigno di arte e di storia. È legato alla vicenda di Alberto Besozzi, un mercante che, salvatosi dalle acque impetuose del lago, si fece eremita in quel luogo e vi rimase. Tra le chicche anche il modello del Muse-Museo delle Scienze di Trento, meravigliosa opera di Renzo Piano. La realizzazione della miniatura è avvenuta nell’ambito di un comune progetto di accessibilità e inclusione con lo stesso Museo. E ancora, altro piccolo gioiello, è quello del sito archeologico Su Nuraxi di Barumini, unico sito Unesco della Sardegna. Da “assaggiare” al Museo Tattile coi polpastrelli delle dita, ma da vedere, se possibile, dal vero, nella splendida isola. Il modello del sito è stato esposto per otto mesi al museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Citiamo ancora, come terzo esempio di un fare rete che contraddistingue il lavoro del Museo Tattile varesino, la collaborazione con la Soprintendenza di Trento nel realizzare tre modelli tattili delle capanne palafitticole di Favè, in provincia di Trento. Un secondo percorso sensoriale, da effettuare per vedenti e non, anche senza scarpe, dedicato ad adulti e bambini, permette poi attraverso il tatto di confrontarsi con oggetti vari di uso quotidiano: come tessuti, piume, bottoni, legni. Ma anche attraverso l’olfatto, con alcuni recipienti di profumi. O l’udito. Perché campanelli e sonagli, mazzi di chiavi, pompe acustiche, e quant’altro s’incontra lungo il percorso, tutto deve essere toccato e sentito e fatto vibrare.


“La tattilità in quanto strumento di conoscenza e di accesso alla cultura, semplificato e ampliato – fa notare ancora Cornaggia – si presta ad essere utilizzata in contesti molto ampi e diversi tra loro. I vari corsi di formazione connessi alla sensorialità già realizzati dal museo e trasportati in ambito sanitario, o architettonico, didattico o pedagogico, del design e del turismo, lo dimostrano. Lo scopo finale è creare un contesto formativo e divulgativo che metta a disposizione di operatori di differenti discipline, o di soggetti comunque interessati, degli strumenti effettivamente capaci di dar vita a una cultura inclusiva e per questo allargata”.

MUSEO TATTILE Villa Baragiola, via Caracciolo 46, Varese Tel. 329 951 3001 www.museotattilevarese.it Consigliata la prenotazione

A questo proposito la conoscenza del museo si amplia grazie anche ai diversi contatti multimediali di cui lo stesso si serve utilizzando i social. Con Facebook si registrano 7.000 utenti che seguono la pagina e una interazione che tocca i 4.000 utenti a settimana. Su Twitter 6.000 follower e su Instagram 2.200. Mentre i visitatori pre-Covid erano 5.500 l’anno e i bambini dei corsi didattici 1.500. Un capitolo a sé merita infatti la scuola, un mondo più che mai presente qui, seguito da vicino dal cortese e competente personale, che più volte la settimana riserva alle scolaresche pomeriggi di visita, lavoro e ricerca, dove conoscenza e gioco si danno la mano. “La possibilità data agli studenti di osservare da vicino una serie di beni culturali in una forma più comprensibile e ‘leggera’ di quella offerta dai libri di testo – spiega Cornaggia – ci permette di raggiungere risultati didattici e di coinvolgimento dei giovani assolutamente straordinari”. Chi visita il museo ha, infine, la possibilità di muoversi nell’ampio parco circostante, ricco di piante antiche e preziose, legato alla storia del preesistente seminario arcivescovile, acquistato nel 2001 dal Comune di Varese con i due immobili contenuti. Oltre all’edificio museale, è anche l’antica dacia, costruita sulla soprastante collinetta dagli eredi della illustre famiglia Baragiola, prima titolare della intera proprietà. Oggi la dacia è sede del Centro Meteorologico varesino fondato da Salvatore Furia. E qui si apre un altro “piccolo mondo varesino” tutto da vedere: in realtà una stimata istituzione di fama internazionale.

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SPORT

SuperDino

VA ANCORA A CANESTRO Lisa Aramini Frei

“Dino Meneghin - Storia di una leggenda”, documentario dell’esordiente Simone Rossi, porta sugli schermi la straordinaria carriera di uno sportivo che ha fatto grande la Pallacanestro Varese. Il cestista ripercorre la propria vita dagli albori ai massimi successi con la speranza di appassionare i giovani, insegnando che anche una sconfitta può portare alla vittoria. Come racconta anche a noi in questa intervista rilasciata a Varesefocus

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alla Provincia di Belluno al campo di Milano, con un importante capitolo proprio a Varese, Dino Meneghin rappresenta la storia della pallacanestro italiana. La stessa pallacanestro che, dagli anni ‘70 fino agli anni ‘90, dominava i parquet europei, rendendo Varese “LA” squadra d’Italia. A lui è dedicato il documentario “Dino Meneghin - Storia di una leggenda”, prodotto da Rai Documentari, Echivisivi e Solaria fim, e diretto dal regista Samuele Rossi, che ripercorre la vita della storica maglia numero 11, tra colpi di fortuna e qualche rimpianto. Un’occasione per Varesefocus per fare due chiacchiere con SuperDino, un vero e proprio mito del nostro basket. Come è nata l’idea del docufilm? Samuele Rossi aveva già raccontato storie di diversi sportivi ed essendo lui un grande appassionato di pallacanestro ha scelto di contattare me, ma devo essere sincero, all’inizio non ero del tutto convinto.

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Come mai ha poi cambiato idea? È stata del tutto una casualità. Qualche giorno dopo la telefonata di Samuele mi trovavo a cena da amici e i figli, chiedendomi della mia carriera, non erano minimamente a conoscenza di quello che era stata la pallacanestro italiana trent’anni fa. Lì allora ho capito che era il momento di far rivivere e conoscere un pezzo di storia del basket, senza il quale quello attuale non esisterebbe.


La prima tappa del tour promozionale del documentario è stata proprio Varese, città in cui, anche grazie a lei, il legame con la pallacanestro è molto forte. Come vive oggi questo rapporto e quali ricordi conserva della sua esperienza a varesina? Io ormai vivo a Milano dagli anni ‘80 ma a Varese sono sempre tornato per la mia famiglia. La città ha dato la possibilità a mio padre di lavorare, a mio fratello di studiare e avere una sua attività e a me di giocare a pallacanestro. Se con la mia famiglia non ci fossimo mai trasferiti e da ragazzo fossi rimasto a Belluno, tutto questo non sarebbe mai successo. Ho sempre apprezzato la passione che c’è verso la pallacanestro. Mi è capitato di vedere qualche partita e ho sempre visto il palazzetto pieno e questa è una cosa importante, sia per chi investe, dirigenti e società, sia per chi allena e gioca. Bisogna però continuare così: è facile andare a tifare quando si vince ma è ancora più importante sostenere la squadra quando ha qualche difficoltà. Quello è il vero gioco di squadra. Quando ha capito che il basket poteva essere la sua carriera? Da giovane giocavo pochi minuti, ma lo consideravo un gioco e un divertimento. La svolta è avvenuta nel 1969 quando la squadra ha vinto il primo scudetto. L’entusiasmo generato mi ha fatto capire l’importanza dei giocatori e della squadra per la città. Vedere gratificati gli sforzi mi ha dato soddisfazione e ho capito che quella poteva essere la mia strada e la mia professione. Il suo ruolo sportivo è stato molto importante. Come valuta il suo impatto e la sua influenza sul basket nel nostro Paese? Ho sempre avuto la fortuna di giocare in grandi squadre e questo ti stimola a puntare in alto e a giustificare i sacrifici fatti. Abbiamo vinto tanto in Italia e in Europa con la nazionale, posizionandoci sempre nei primi posti e tutte queste vittorie hanno fatto parlare molto di me. Ma io giocavo anche con grandi campioni. Ero consapevole del mio ruolo ma sono sempre stato umilmente con i piedi per terra ed ero consapevole che il mio successo era dovuto anche al fatto di essere circondato da brave persone, oltre che da buoni giocatori. I risultati ottenuti erano frutto di un grande lavoro di

squadra generale. Non mi sono mai sentito più importante di altri, ero uno che ci teneva che la squadra vincesse per far sentite tutti importanti. Questo suo impegno nel sostenere i compagni, infatti, emerge molto nel documentario. Questo è basilare perché la difficoltà di costruire una grande squadra sta, certo, nel trovare giocatori che siano bravi tecnicamente ma che sappiano anche vivere bene insieme. È essenziale che negli spogliatoi non ci siano invidie o gelosie. Io ho visto squadre in cui ognuno sapeva stare al suo posto e fare il suo dovere e i risultati arrivavano. A Varese la bravura della società di allora, della famiglia Borghi, è stata quella di costruire insieme agli allenatori una squadra di grandi giocatori ma soprattutto di persone a modo. Anche suo figlio Andrea è stato un grande giocatore di basket. Come ha vissuto da padre questi suoi successi? Ha scelto lui di giocare a pallacanestro, io non l’ho influenzato particolarmente perché è sempre stato libero di scegliere quello che voleva fare, ma sono orgoglioso abbia puntato sul basket. Ha fatto vedere di che pasta era fatto, diventando uno dei migliori giocatori europei, campione d’Europa con la nazionale e campione d’Italia con la stessa Varese. Inoltre, lo sport ci ha riavvicinato. Per un buon periodo io ero troppo con la testa sul basket, sacrificando anche il tempo con la famiglia, ma sono riuscito a capire poi i miei errori e a rimediare. Considerando l’importanza del basket nella sua vita, cosa consiglierebbe ai giovani che si avvicinano a questo sport? Lo sport insegna a comunicare e a vivere con altre persone creando amicizie, solidarietà e imparando il rispetto per gli altri e per le regole. Fisicamente permette di puntare sulle proprie capacità, di reagire alle cose negative. Se all’inizio non sei immediatamente forte non ti abbatti e cerchi di migliorare. Ogni sacrificio vale la pena di essere vissuto perché ti migliora e ti rafforza anche da un punto di vista psicologico. Non ci sono scorciatoie. È importante applicarsi nel tempo e impegnarsi, traendo forza anche dalle sconfitte. 79


SPORT

IL MOMENTO D’ORO DEL BASKET

a Saronno Maria Grazia Gasparini

Solo un anno fa la promozione in serie B Interregionale. Un campionato che, da neopromossa, oggi l’AZ Robur Basket domina con un primo posto in classifica conquistato a suon di vittorie. A cui si affiancano anche i successi del settore giovanile. Ecco la formula vincente di un movimento dalle grandi ambizioni

L’

AZ Robur Basket Saronno macina un successo dietro l’altro e il sogno si sta avverando. Da neopromossa sta dominando il Girone A della Conference Nord Ovest del campionato di serie B interregionale, dove attualmente è prima in classifica con un notevole distacco dalle altre squadre. È solo di pochi mesi fa la vittoria nella C Gold 2022/2023, sotto la guida del coach Renato Biffi che è riuscito nell’impresa di portare i suoi giganti ad alzare la Coppa dopo una finale spettacolare. Non paghi di questo risultato, alla Robur hanno sollevato anche un altro trofeo: l’Under 15, con l’allenatore Alessandro Leva, è diventata Campione Regionale Gold. È un momento d’oro quello che sta vivendo questa società sportiva che a Saronno rappresenta un punto di forza per tutti i giovani atleti che si allenano in diversi sport, nel Centro Sportivo Ronchi, un gioiello per la città. Orgoglioso e pacato come sempre, Ezio Vaghi, Presidente della Robur Basket dal 2007, non nasconde la sua soddisfazione: “Siamo certificati dalla Fip (Federazione Italiana

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Pallacanestro) dal 1955 e nello scorso dicembre siamo stati premiati, al quinto posto in Lombardia (dopo Cantù, Olympia Milano e Varese) per aver superato oltre 50 anni di attività nella Federazione. Nel 1983 siamo venuti qui al Centro Sportivo Ronchi che per noi è diventata la nostra casa. Attualmente ci sono in tutto oltre 300 tesserati che vanno dai 6 agli 11 anni per il minibasket e poi c’è la categoria agonistica che va dai 13 ai 19 anni.


Il Presidente, Ezio Vaghi: “Il settore giovanile è il fiore all’occhiello della Robur Basket, il cui sponsor principale è AZ Pneumatica, che ci sostiene con passione”

Dall’alto, Andrea Negri e Francesco De Capitani Oltre si passa alla prima squadra. È bellissimo vedere tutti questi ragazzi giocare, divertirsi e imparare anche le regole di comportamento”. Per il Presidente Vaghi la composizione della prima squadra è una scelta di campo: prima di tutto, valorizzare i ragazzi allevati in casa. “Provengono quasi tutti dal nostro settore

giovanile e sono cresciuti sportivamente e non solo, sul nostro parquet. Man mano che diventano bravi vengono inseriti nella prima squadra, allenata da Renato Biffi. La media dell’età attuale è 20/22 anni. Il settore giovanile è il fiore all’occhiello della Robur Basket, il cui sponsor principale è AZ Pneumatica, che ci sostiene con passione. Il segreto sta nei bravissimi allenatori Claudia Dalla Valle e Alessandro Leva che da molti anni sono insieme alla Robur e si occupano, con grande professionalità, anche dei piccoli giganti che cresceranno. La loro filosofia è insegnare e far divertire”. Ma qual è stato il momento in cui la società ha compreso di essere una vera e propria forza sportiva e sociale? “Siamo cresciuti professionalmente quando abbiamo portato a Saronno Charlie Yelverton negli anni ‘80 – racconta di nuovo Vaghi –. Un grandissimo ex giocatore della Nba, allontanato dai campi Usa per non essersi alzato all’esecuzione dell’inno americano, per protesta contro la guerra nel Vietnam. Era venuto a giocare in Europa dove si è sposato con una ragazza varesina, trasferendosi per l’appunto a Varese. Qui era il campione assoluto della Mobil Girgi e della Ignis ed è diventato un mito anche in Italia. Alla Robur ha giocato un anno solo, portandola in serie C nazionale nel 1985 e poi, per nostra fortuna, è rimasto per 20 anni come allenatore, insegnando il gioco all’americana e portando molta innovazione”. L’ingresso in serie B sta comportando per la società spese maggiori per trasferte, ingaggi e molto altro. “Ci servirebbe davvero il supporto di nuovi sponsor. Al momento siamo sostenuti principalmente dall’azienda AZ Pneumatica. Abbiamo bisogno anche di persone disponibili ad entrare, come volontari, nell’organizzazione della squadra. Tornando ai costi, la Robur Basket è stata già in passato, per 10 anni, in serie B ed era una B a 4 gironi con le trasferte in tutta Italia. Era decisamente più costoso di oggi dove le trasferte sono limitate fino al Centro Italia. Oltre il sogno c’è però la realtà del presente. Noi non saremmo in grado, attualmente, di partecipare al campionato B Nazionale per il motivo che non abbiamo un impianto sportivo regolamentare e per giocare dovremmo ‘emigrare’ in altre strutture più capienti. Non lo faremo perché sarebbe come snaturare il nostro senso di appartenenza a Saronno. Se arrivassero nuovi sponsor potremmo comunque migliorare le strutture esistenti, non certo useremmo i soldi per l’acquisto di giocatori”. Il General Manager della AZ Robur Basket, Marco Novati, anche lui ex giocatore, aggiunge: “Squadra che vince non si cambia! Gli atleti per me non devono essere professionisti ma professionali. Gestire i giocatori, specialmente i più giovani, significa soprattutto stargli accanto, dandogli fiducia e comunicando con loro”. Quali sono gli obiettivi per la stagione in corso? “Sicuramente fino a questo momento abbiamo fatto un campionato quasi perfetto. Resta l’obiettivo di arrivare ai vertici della classifica e poi vedremo cosa succederà, sempre con lo scopo di continuare a lavorare e far crescere i giovani del settore giovanile. Per questo credo fortemente nella volontà di ciascun collaboratore di portare positività e utilità alla causa”. 81


In cucina

Rubrica in collaborazione con Enoteca Bottazzi 1957, Besozzo enotecabottazzi.it info@bottazzi1957.com

RISOTTO CAPESANTE E FRANCIACORTA Ingredienti per 4 persone 500 gr di riso Carnaroli superfino 10 noci di capasanta 1 scalogno Franciacorta

Cognac Brodo di pesce Burro

Procedimento Tostare il riso con una noce di burro e uno scalogno tritato fine. Bagnare con un bicchiere abbondante di Franciacorta, portare a fine cottura con il brodo di pesce e aggiustare, se serve, con un pizzico di sale. A fine cottura, aggiungere mezzo bicchiere di Franciacorta e una noce di burro, mantecare e lasciare riposare per 4/5 minuti. A parte, rosolare le capesante con burro, sale e pepe. Infine, stufare con del Cognac.

Il Franciacorta Docg QSaten 2019 Nel Comune di Cologne sotto il Monte Orfano, la passione enologica della famiglia Ghezzi trova dimora nella Tenuta Quadra e il sodalizio con l’enologo varesino Mario Falcetti permette di dare vita ad un progetto legato alla Franciacorta di altissimo profilo. Il territorio intorno a Cologne è caratterizzato da una forte presenza di Pinot Bianco che insieme allo Chardonnay ed il Pinot Nero compongono le loro cuvée. Lo stile Quadra è molto apprezzato per il forte legame con il territorio, i bassi dosaggi in fase di degorgement e il non utilizzo della liqueur d’expedition porta ad avere caratteri di tipicità unici. Il Franciacorta Docg QSaten 2019 nasce dall’assemblaggio di Chardonnay e Pinot Bianco, dopo una pressatura soffice, le uve fermentano interamente in vasche inox. Servono oltre 36 mesi di affinamento sui lieviti in bottiglia prima di procedere alla messa in commercio. Al calice si presenta subito con un perlage fine e persistente, dettato dal prolungato affinamento, al naso è delicato, con note di pera, pesca bianca ed una sfumatura di burro estremamente piacevole. In bocca le bollicine solleticano il palato, la sua complessità è evidente e testimoniata da sentori fragranti di prodotto da forno, brioche, ma allo stesso tempo sfumature di frutta tropicale. L’acidità spiccata è perfettamente integrata con la struttura del vino che lo rende fluido e piacevole. Ideale con piatti di pesce azzurro e primi a base di pesce. Sommelier Bruno Bottazzi


Motori

ExecutiveLease Via Volturno 37 Brugherio (MB) Tel 039 2260562 informazione pubblicitaria

VEICOLI COMMERCIALI: ADDIO COMPLICAZIONI Riduzione dei costi operativi, semplificazione della gestione amministrativa e benefici fiscali: il noleggio a lungo termine sta rapidamente diventando la prima scelta per l’ammodernamento del parco macchine aziendale Matteo Dall’Ava

Foto Fiat Professional

I

l noleggio a lungo termine o NLT di veicoli commerciali è una soluzione sempre più popolare per le aziende, grazie alla sua convenienza ed efficienza. La stessa Confindustria Varese ha in essere una convenzione con ExecutiveLease per offrire agli associati questo servizio a costi davvero competitivi. Per molte attività, un veicolo commerciale non è solo un mezzo di trasporto, ma una parte cruciale dell'attività. I veicoli devono essere sempre funzionanti, sicuri ed economici. Con il noleggio a lungo termine di ExecutiveLease, le aziende possono godere di un servizio all inclusive, che elimina la necessità di accantonare fondi per imprevisti o di impiegare risorse per gestire inconvenienti. Questo modello consente alle aziende di concentrarsi pienamente sulle proprie attività principali, liberandole da compiti secondari, ma impegnativi. La convenzione ExecutiveLease mette a disposizione un team di specialisti che aiutano le imprese a scegliere il veicolo più adatto alle proprie esigenze, sia che si tratti di configurazioni standard sia di allestimenti speciali. Un vantaggio significativo dell’NTL è il risparmio economico. Agli sconti sostanziali su veicoli, optional e servizi, ExecutiveLease

aggiunge (sempre grazie ad una convenzione) un buono carburante del valore di 500 euro oppure uno sconto in fattura dello stesso importo per ogni ordine. Inoltre, la gestione contabile diventa più semplice con una singola fattura mensile che copre tutti i costi per offrire trasparenza e facilità di gestione. La trasparenza è ulteriormente migliorata da report dettagliati che includono ogni aspetto della gestione della flotta. Questi report, che possono essere richiesti anche sul singolo veicolo della flotta, offrono una panoramica completa su chilometraggio, manutenzione, incidenti, rifornimenti e altro ancora, per garantire che tutto sia

sempre sotto controllo.

In termini di gestione operativa, l’NTL elimina praticamente tutti i compiti amministrativi associati alla gestione di una flotta. Dalla manutenzione ordinaria e straordinaria, al soccorso stradale, dal cambio pneumatici all’assicurazione, tutto è gestito dal fornitore del servizio. Questo significa che gli unici compiti rimasti per l’azienda sono il rifornimento di carburante e la gestione effettiva dei veicoli. Anche dal punto di vista fiscale, il noleggio a lungo termine offre vantaggi significativi come la detrazione dell’IVA al 100% sui canoni di noleggio e la deducibilità al 100% dei costi operativi, che comprendono manutenzione, riparazioni, assicurazione e carburante. Tutte ragioni che rendono il noleggio a lungo termine la prima scelta per l’ammodernamento del parco veicoli in azienda.


RENAULT SCENIC E-TECH DIVENTA UN SUV Autonomia superiore ai 600 km, sistema d’infotainment integrato Google con più di 50 app e tetto panoramico oscurabile: questi i punti saldi della nuova gemma della flotta elettrica di Renault. Un’auto ideale per viaggi d’affari, che siano brevi trasferte o spostamenti più lunghi Matteo Dall’Ava

L

a nuova Renault Scenic E-Tech Electric rappresenta la gemma della flotta elettrica di Renault. A seconda delle versioni e degli allestimenti la sua potenza può raggiungere i 160 kW, cioè 220 CV e grazie ad una batteria compatta fino a 87 kWh di capacità, la grande famigliare arriva a percorrere i 620 chilometri. Ecco perché è l’auto ideale per viaggi d’affari, che siano

brevi trasferte o spostamenti più lunghi. Al primo contatto con Scenic E-Tech Electric, l’utente viene accolto da un suono di benvenuto, opera di Jean-Michel Jarre, icona ante litteram della musica elettronica. Un dettaglio che riflette l’approccio di Renault nel combinare il progresso tecnologico con un’esperienza utente raffinata. L’interno del veicolo è spazioso e confortevole sia nelle poltrone anteriori sia nel divanetto posteriore: quest’ultimo offre abbondante spazio per le gambe delle persone anche molto alte, ben 28 centimetri. Un’ampia volumetria che viene confermata dal bagagliaio di

Concessionaria G & G Paglini Spa Castellanza, viale Don G. Minzoni 12, Tel 0331338811 Gallarate, viale Lombardia 24, Tel 0331338877 Azzate, via Piave 20, Tel 0332454495 Varese, viale Valganna 130, Tel 0331338888

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545 litri che possono salire a 1.670 litri con la panchetta posteriore ripiegata. Uno degli aspetti premium di Renault Scenic è il tetto Solarbay, sviluppato in collaborazione con Saint-Gobain. Questo tetto smart, a seconda delle necessità degli occupanti, può passare da diversi stadi di trasparenza e opacità su tutta o parte della sua superficie. Oltre a regalare un’estrema luminosità all’abitacolo, questa soluzione garantisce il comfort termico in estate come in inverno. All’esperienza di guida dinamica e appagante, le 50 e più app del sistema d’infotainment OpenR con Google integrato forniscono a Scenic E-Tech Electric intrattenimento e informazione, rendendo i viaggi più piacevoli e produttivi. La sicurezza è prioritaria su questa vettura 100% elettrica. Oltre a disporre di 30 sistemi di assistenza alla guida, il modello introduce un innovativo trainer della sicurezza basato sull’Intelligenza Artificiale. Questo sistema analizza i comportamenti di guida e fornisce suggerimenti per migliorare la sicurezza e l’efficienza. L’attenzione alla sostenibilità è evidente nel design della Scenic E-Tech Electric, che utilizza il 24% di materiali riciclati e può essere a sua volta riciclata per il 90% della sua massa. Una caratteristica che rispecchia l’impegno di Renault verso un futuro più sostenibile, in linea con le aspettative dei professionisti attenti all’ambiente. Ventotto anni di progressi, dalla monovolume del 1996 al nuovo design inedito e innovativo della versione elettrica, che per scoprire nel dettaglio si consiglia di sperimentare in un test-drive personalizzato. A tal proposito, la concessionaria Paglini, situata in via Don G. Minzoni a Castellanza, vi aspetta a porte aperte.


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RUBRICHE SU

CULTURA E DIGITALE

TERZA PAGINA

DAL WEB

COMUNICARE

“Il vento contro” soffia al cinema

Giovani Talenti(s)

Il vaso di Pandoro (e altre storie) 89


CULTURA E DIGITALE

Terza pagina

Silvia Giovannini

Foto di Federico Montanari

“IL VENTO CONTRO”

soffia al cinema La storia di Daniele Cassioli, pluripremiato atleta paralimpico internazionale, fisioterapista, comunicatore e formatore, diventa un film documentario. Obiettivo? Raccontare, e andare oltre, la sua personale esperienza di non vedente ed essere di ispirazione per chiunque. Un racconto cinematografico, sulla scia del successo dell’omonimo libro edito da DeAgostini

“H

o sempre avuto il sogno di realizzare un prodotto che potesse ispirare le persone”. Nasce da un’idea semplice, e non per questo meno ambiziosa, il nuovo progetto di Daniele Cassioli: quello di dare vita al film documentario “Il vento contro” dedicato alla sua storia, che possa avere un valore educativo universale. Forse l’unica medaglia mancante nel palmares del pluripremiato atleta paralimpico internazionale, fisioterapista, comunicatore, formatore, scrittore con due libri per DeAgostini all’attivo, uno dei quali appunto intitolato “Il vento contro”, nonché fondatore dell’associazione Real Eyes Sport. Per Cassioli, classe ‘86 e non vedente dalla nascita, il più grande sciatore nautico di tutti i tempi, questo nuovo obiettivo non nasce dal desiderio di celebrarsi, ma

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di proseguire in un’attività che da sempre mette la sua esperienza al servizio degli altri. “L’idea di ispirare le persone, condividendo una storia e una passione, oggi, anche alla luce dei terribili fatti di cronaca che mettono in evidenza le debolezze della nostra società, acquisisce ancora più valore come strumento educativo. Il progetto di dare vita ad un documentario ha un potenziale: l’obiettivo è che sia un prodotto che possa essere condiviso, possa viaggiare nelle scuole, nelle famiglie, negli ambienti educativi, ma anche nelle imprese, per sensibilizzare le persone su temi che possono sembrare lontani, eppure sono molto vicini – racconta Cassioli –. È fondamentale, oggi, parlare ai ragazzi di come si gestiscono i rifiuti, di come si può proseguire sulla propria

strada indipendentemente dagli altri e dai nostri stessi limiti, di quanto la costanza, la passione, l’allenamento, a prescindere che sia sportivo o di altra natura, possa portare ad esplorare territori e vette inimmaginabili, creando

momenti di confronto e di riflessione”. Un percorso personale che ha spinto l’atleta, fin da piccolo, a superare i propri limiti grazie ai metodi, ma soprattutto ai valori dello sport, per poi condurlo ad applicare quelle


Daniele Cassioli: “L’idea di ispirare le persone, condividendo una storia e una passione, oggi, anche alla luce dei terribili fatti di cronaca che mettono in evidenza le debolezze della nostra società, acquisisce ancora più valore come strumento educativo”

stesse metodologie e valori in tutti gli ambiti e a portare la sua testimonianza nel mondo del lavoro. “Allenamento, tensione al risultato, consapevolezza, spirito di squadra e valorizzazione delle differenze sono i fondamenti per costruire organizzazioni positive in azienda: è un concetto semplice, eppure fondamentale, che porto nelle imprese e ho condiviso anche nel corso dell’Assemblea Generale di Confindustria Varese nel luglio scorso, davanti ad una platea di imprenditori – precisa di nuovo Daniele Cassioli –. Come in una squadra di calcio, così in azienda sono le diversità e la capacità del leader a dare forza alla

squadra. E la testimonianza nelle imprese trova terreno fertile: oggi è chiaro a tutti che stare bene in azienda, non solo genera bene, ma anche numeri. Nello specifico, la grande novità per me, per il 2024, è l’avvio di una collaborazione triennale come ambasciatore per l’inclusività per il gruppo Nhoa, riferimento globale delle soluzioni di energia sostenibile (dallo stoccaggio di energia alla mobilità elettrica fino alle reti di ricarica ultrarapida per i veicoli elettrici, ndr). Un progetto che si inserisce nel contesto di una più ampia strategia di sostenibilità del gruppo e che per me diventa una vera sfida, sia perché si tratta di una

grande realtà internazionale, sia perché la diversità con cui mi confronterò non è solo la disabilità, ma anche, ad esempio, quella di genere, di etnia e, in generale, di pensiero. Si tratta di un’opportunità per crescere professionalmente e umanamente oltre che di testimoniare la mia storia”. Un 2024 che si presenta già pieno di traguardi da tagliare, quindi, a partire dal documentario. Come è nata l’idea, lo racconta Manuel Camia, regista e producer per spot, cortometraggi e videoclip e regista del docufilm: “Da quando ho conosciuto Daniele, ho iniziato a seguire il suo lavoro e le sue vittorie, ad assistere agli allenamenti e alle

presentazioni. Nelle nostre lunghe chiacchierate, davanti ad un panino o al centro sportivo, abbiamo condiviso idee. Tra queste, quella di realizzare un documentario che unisse il biopic sportivo con il romanzo di formazione, cercando di restituire nel modo più autentico possibile la figura di un ragazzo, prima ancora di quella di un cieco o di un campione. Come regista, ho scelto di concentrarmi sul racconto di storie autentiche che trattino le grandi sfide del quotidiano e questo anche grazie ad una vicenda personale che mi ha spinto ad esplorare soluzioni per avvicinare il pubblico a temi delicati. Il progetto è, quindi, quello di raccontare la storia di un ragazzo capace di trasformare quel vento contro che lo ha condizionato dalla nascita in un’occasione per volare ancora più in alto con i suoi sci, oltre la paura e i limiti del destino. Il documentario, che conta su un team di professionisti, avrà una durata tra i 25 e i 30 minuti, che ci permetterà l’iscrizione ai più importanti festival”. “Abbiamo un progetto chiaro, i materiali, la squadra e abbiamo già realizzato un teaser. L’idea in questa fase è di raccogliere partner interessati a sostenere il progetto, ma soprattutto a condividerne la visione. Noi ci crediamo e cerchiamo persone che ci credano insieme a noi”, conclude Cassioli. 91


CULTURA E DIGITALE

In libreria

Silvia Giovannini

VERA, EPPURE

inafferrabile Letture di inizio anno per affrontare la nuova stagione, lasciandosi ispirare. Da una storia di conquista spirituale, che è insieme personale e universale e, quindi, ben augurale, alla ricerca di senso, per quanto inafferrabile. E dalla bellezza del nostro territorio narrata per parole e immagini

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‘‘È

arrivato il momento di andare oltre il fare bene. Bisogna fare bene, bene”, le parole di Massimo Folador alla platea di imprenditori, professionisti, giornalisti e studenti riuniti in occasione di TEDxVarese da Confindustria Varese per condividere progetti e idee di sostenibilità, hanno un intento pragmatico e insieme un chiarissimo riferimento etico. Le parole dello scrittore, formatore e docente della Università LIUC di Castellanza in Business Ethics e Sviluppo Sostenibile, fondatore di Askesis ed esperto di società benefit, accompagnano sapientemente, come una buona musica di sottofondo o un vino pregiato, alla lettura della vicenda di Don Erasmo. Un racconto ispirato ad una storia vera, eppure inafferrabile, come titolo promette. Curioso, e attraente per il lettore, il fatto che “inafferrabile”, scritto con caratteri graficamente più piccoli nel titolo e “vera” aprano e chiudano la copertina. Un monito per il lettore: il senso della vita è inafferrabile, eppure molto concreto. La ricerca di senso

è un viaggio che vale la pena di intraprendere, pur consapevoli di non poterlo afferrare appieno. Un viaggio che nel racconto attraversa poco più di un paio d’anni ed è narrato tramite il diario di un prete di provincia, che descrive la lenta e inesorabile stretta del Fascismo e i turbamenti spirituali di un giovane pastore di anime con una vocazione genuina e profonda. Un “antieroe” che ha la capacità di lasciar scorrere gli eventi e di aspettare che facciano affiorare il loro senso nel corso del tempo, fino ad un gesto a sorpresa. Sullo sfondo fatti, personaggi e riflessioni. Una storia di “conquista spirituale, personale e universale al tempo stesso: il racconto di una vocazione gioiosa che spinge a cercare la piena realizzazione di sé attraverso la relazione dinamica, di ascolto e, spesso, di contrasto, con il mondo”. Massimo Folador L’inafferrabile senso della vita Il pozzo di Giacobbe, 2023 ilpozzodigiacobbe.it


I libri di queste pagine sono consultabili, anche in prestito, alla Biblioteca “Mauro Luoni” di Confindustria Varese. Tel: 0332.251000. Email: biblioteca@confindustriavarese.it

Mario Parravicini e Umberto Parravicini Flora del Campo dei Fiori e delle Prealpi Lombarde Scenari ed., 2023

La meravigliosa flora della Regio Insubrica in un volume bilingue che presenta centinaia di specie floreali, dalle più comuni alle più rare e una fotografia dell’ambiente naturale dell’area situata tra Milano, Varese, Como e Canton Ticino. Non una mera guida, ma un invito alla scoperta. “Sta a noi recepire il messaggio dei fiori, sorprendente di bellezza, di armonia e di forma che ci appagherà, lasciandoci pieni di stupore per tutto ciò che sarà capace di dirci e la sensazione che ne riceveremo diventerà patrimonio del nostro pensiero e del nostro cuore”. scenari.biz

CONSULTA IL CATALOGO WEB

Soledad Romero Marino Superpoteri animali Nomos, 2023

Claudio Argentiero Borghi in provincia di Varese Archivio Fotografico Italiano, 2023 Le vedute più affascinanti del territorio varesino nel nuovo volume fotografico di Claudio Argentiero, Presidente e fondatore dell’Archivio Fotografico Italiano, che nel suo ultimo prezioso lavoro immortala scorci, offrendo all’osservatore un’opportunità unica di scoprire luoghi più o meno noti del territorio, ma anche un’occasione speciale di coglierne l’identità e la poesia. Un lavoro, quello dell’artista, attivo da oltre 30 anni, che mette in luce, letteralmente, luoghi della

tradizione, contribuendo a preservarne la memoria storica, ma che è anche documento di storia stessa della fotografia classica. “Oggi è normale manipolare lo scatto in Photoshop e far cambiare pelle all’immagine”, raccontava l’autore a Varesefocus in un’intervista ancora attuale, descrivendo il suo lavoro. “Ma il postproduttore che ritocca è un grafico. Il fotografo invece aspetta la luce per dare prospettiva ed esaltare il segno. I tempi della pellicola sono lenti. Conta avere uno stile, non riprodurre la realtà perfetta come in certi album di cera dei matrimoni. O peggio ancora improvvisare”.

Un volume che racconta le straordinarie qualità di 22 animali, anche grazie alle colorate illustrazioni di Sonia Pulido e al carattere interattivo del testo. Bestie dalle caratteristiche uniche e fuori dall’ordinario che sfidano le leggi della fisica fino a limiti inimmaginabili. Dallo scarabeo stercorario, forzuto straordinario, all’orso polare che ha uno dei più potenti olfatti del pianeta, fino alla formica esplosiva, la kamikaze della Malesia, che non esita a farsi esplodere per emettere veleno viscoso e proteggere la sua comunità. Esemplari descritti con informazioni sintetiche e chiare per ciascuno, al di là degli affascinanti superpoteri.

archiviofotografico.org

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Dal web GIOVANI TALENTI (S)

Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network. Su varesefocus.it e confindustriavarese.it

I Giovani di Confindustria promuovono Talentis

Volandia: Confindustria Varese tra i soci fondatori

I Giovani Imprenditori di Confindustria, in linea con la mission di sostenere la diffusione della cultura d’impresa e favorire la nascita di nuove realtà, promuovono il progetto “Talentis - GI Startup Program 2024”: una serie di eventi, incontri e contest dedicati alle startup italiane.

Confindustria Varese entra a far parte dei soci fondatori del Parco e Museo del volo. La partnership è stata sancita dalla nomina del Presidente degli industriali Roberto Grassi, nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione cui fa capo la gestione del polo museale di Somma Lombardo.

Le imprese di Varese premiano i talenti grafici

L’Ente Provinciale per l’Istruzione Professionale Grafica, Cartotecnica e Trasformatrice di Varese ha consegnato 6 borse di studio in memoria di Giuseppe Meana, storico titolare di Pusterla 1880, a giovani talenti dell’Enaip di Varese e della Fondazione Daimon di Saronno.

Monteferro, una vita in ascensore Nel podcast di Varesefocus la storia di Monteferro che da 50 anni porta le guide per ascensori in tutto il mondo. “La guida è essenziale per far andare l’ascensore dal basso verso l’alto, come lo sviluppo di un’impresa, e dall’alto verso il basso, come la necessità di restare umili”, racconta il fondatore Giancarlo Besana.

Confindustria Varese su TikTok

Come nasce una saponetta? Come si fa il pane? Come si movimentano le merci? Lo raccontiamo sul canale di Confindustria Varese di TikTok, la popolare piattaforma di video sharing. Frammenti di produzione made in Varese, l’industria all’ombra delle Prealpi raccontata per immagini e video. 95


CULTURA E DIGITALE

Comunicare

Silvia Giovannini

Il vaso di Pandoro (E ALTRE STORIE)

N

on c’è nulla che non sia stato scritto: nessun dato, analisi, riflessione di esperto riconosciuto, o autoelettosi tale, che non abbia voluto offrire il proprio parere, richiesto o meno. Persino il nostro titolo classicheggiante nostro non è, ma è una citazione da molti articoli sull’ormai noto social scandalo. Tanto noto che non serve nemmeno nominarlo, come per la nemesi di Harry Potter! In termini di riconoscibilità del brand, un caso esemplare. Perché, quindi, aggiungere parole a quanto già scritto dalle bacheche di Facebook al Washington Post (sì, proprio quello di uno scandalo di tutt’altro spessore, il Watergate)? Perché il fatto a cui ci riferiamo, ben lontano da poter essere considerato un caso di nicchia (e non per i numeri di quanti realmente interessati a seguirlo, ma

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per le sue ripercussioni economiche) rischia di diventare una crepa nella fiducia dei consumatori verso le imprese. Se da una parte accende lo spirito critico verso persone che esercitano influenza, e non solo nel digitale, che, per quanto note, non conosciamo davvero, e verso sistemi di marketing non del tutto trasparenti, dall’altra mina la fiducia, accendendo dubbi su comportamenti e iniziative che vanno ben oltre il caso specifico. Si può ragionevolmente ipotizzare, ad esempio, che il mondo della beneficenza risentirà degli echi di quello che sembra non essere un caso isolato. Per non parlare dei brand coinvolti, che si siano dissociati o meno. Dal canto loro, gli esperti di gestione della crisi, molto solerti nel commentare queste vicende anche per auto promozione,

sono concordi nel prevedere che per la vip in causa la storia non si chiuderà bene e che la caduta sarà rovinosa (compatibilmente alla dorata rete di salvataggio). A sua volta, il mondo dell’informazione tradizionale si è compattato nel tenere sempre fresca la notizia perché nulla venga dimenticato (con toni che spesso lasciano trasparire una certa rivalsa per vecchie e sofferte contese da carta contro web). Il finale del romanzo del

pandoro-gate, però, non è così scontato. Quello che è certo, invece, per chi si occupa di comunicazione, è che il campo della fiducia sarà quello sul quale cimentarsi ora, ricostruendo relazioni non più solide. In particolare, le imprese ormai abituate a legare la propria immagine ad uno o più influencer di nuova generazione, dovranno ripensare a questi meccanismi o addirittura fare un passo indietro. Perché l’etica trionfi.

PH. ELLERSLIEART / STOCK.ADOBE.COM

Il nuovo anno si apre con una riflessione sulla fiducia tra imprese e consumatori, messa in crisi da fatti recenti solo apparentemente confinati a una nicchia del digitale. Vicende che, in realtà, dicono molto sulla nostra società e sul futuro della comunicazione


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