mondo?
EDITORIALE
Varesefocus CAMBIA VESTITO Roberto Grassi
L
a pandemia e la sua crisi economica non devono fermare nuove idee, progetti, investimenti nel nuovo. È con questa convinzione che la redazione di Varesefocus, pur in un 2020 difficile per tutti, mondo dell’editoria compreso, ha lavorato e investito energia e risorse per innovare la rivista edita dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese. Ed eccoci qui: oggi Varesefocus, con il primo numero del 2021, si presenta ai propri lettori con una nuova veste grafica. L’impatto è evidente sin dalla copertina, con una testata completamente rinnovata dopo più di 20 anni di storia. Così come profondamente cambiate sono anche le pagine che vi apprestate a sfogliare. Ci piace pensare di aver dato vita ad un prodotto d’informazione più elegante e sobrio. Che vuole lasciare più spazio al valore del bianco e del nero, alle immagini e accompagnare a una lettura di riflessione come è quella a cui vi invitiamo da sempre. Perché la grafica è, sì, importante per un magazine e per “intrattenere” i propri lettori, ma raggiunge il proprio scopo, ossia quello di contribuire ad una buona informazione, se è coerente con il contenuto. E in questo rimaniamo fedeli a noi stessi. Per noi
il giornalismo è approfondimento. Non andiamo alla ricerca spasmodica del titolo da sparare per attrarre l’attenzione sfuggevole di chi si accontenta delle poche righe di una frase ad effetto per farsi un’idea del mondo. Vogliamo semmai spiegare e raccontare anche ciò che tutti danno per scontato o credono banale, ma che se scandagliato nel profondo può sorprendere per la sua complessità. L’opinione pubblica crede in ciò che capisce, più che nella realtà. Ma la sfida sta proprio qui: saper spiegare anche ciò che è difficile e complesso. Troppo spesso, invece, i retroscena vengono offerti ancor prima di aver illustrato ciò che in scena è andato realmente sotto gli occhi, sempre più distratti, di tutti. Le opinioni precedono i fatti. Vengono offerte le soluzioni, prima delle analisi dei problemi. E così l’informazione si fa intrattenimento, il giornalismo viene meno al proprio ruolo di raccontare il mondo e la superficialità ha la meglio sul pensiero profondo. Informarsi, così come l’informare, vuol dire, invece, prima di tutto mettere in discussione se stessi e le proprie convinzioni. In questo senso, ogni numero di Varesefocus è una sfida. Per la nostra redazione così come per voi, nostri affezionati lettori. L’elezione del nuovo Presidente Usa, con tutte le sue complicazioni post-voto, rappresenta veramente l’inizio di un nuovo mondo e il ritorno di una politica internazionale
Varesefocus si presenta ai propri lettori con una nuova veste grafica. L’impatto è evidente sin dalla copertina, con una testata completamente rinnovata dopo più di 20 anni di storia multilaterale in grado di fare da argine alle guerre commerciali e al sovranismo degli ultimi anni? Perché si parla sempre di più di idrogeno come fonte alternativa di energia, perché proprio oggi? Conosciamo veramente i giusti contorni della sfida del ritorno dell’uomo sulla Luna e del ruolo che giocheranno in questa nuova sfida scientifica le imprese italiane e lombarde? Ecco, per esempio, le domande che ci poniamo in questo numero. Continueremo a raccontare l’economia, le imprese, i luoghi e la bellezza del territorio, la cultura e i fenomeni del digitale con il nostro stile. Senza le sguaiate grida di chi vuol farsi leggere a tutti i costi, ma con il linguaggio di chi intende informare con lo scopo di spiegare la complessità che caratterizza il nostro presente. Per farlo bisogna rimettersi in gioco. A partire dal vestito. Quello nuovo scelto per la nostra, anzi per la vostra rivista, speriamo vi piaccia.
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FEB • 2021
UN NUOVO
mondo? NUMERO 1 • ANNO XXII Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA
In copertina: Joe Biden, REUTERS/Jonathan Ernst
SOMMARIO FOCUS
Che fine farà la globalizzazione?
SCIENZA 34
Lombardia Space Economy
37
L’Italia sulla Luna Il futuro della Urban Air Mobility
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Le coordinate del nuovo mondo
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Presidente: Roberto Grassi Direttore editoriale: Vittorio Gandini Direttore responsabile: Davide Cionfrini
Varese nelle catene globali del valore
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RUBRICHE SU
In redazione: Davide Cionfrini, Silvia Giovannini, Alessia Lazzarin, Chiara Mazzetti, Maria Postiglione
Internazionalizzazione ibrida
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Quando l’Estero investe su di noi
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Il futuro dei castelli
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Street photography tra Castellanza e Busto Arsizio
56
Nelle antiche stanze di Casa Riva
60
Le protagoniste dimenticate
64
Come cambia la beauty routine
67
La seconda vita dello sportivo
70
Cucinare per Canavacciuolo
Segreteria di redazione: Barbara Brambilla, Viviana Maccecchini Progetto grafico e impaginazione Paolo Marchetti Interventi e contributi di: Luigi Bignami, giornalista; Alberto Bortoluzzi; Mario Chiodetti, giornalista; Andrea Della Bella, giornalista; Alessandra Favaro, giornalista; Michele Mancino, giornalista; Paola Margnini; Paola Provenzano, giornalista; Luisa Beatrice Negri, giornalista Fotografie di: Claudio Argentiero, Alberto Bortoluzzi, Alessandra Favaro, Gualtiero Marastoni
INCHIESTA 18
L’idrogeno sarà il nuovo petrolio?
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Sofinter smaterializza l’energia
ECONOMIA 24
Fotolito e stampa: Roto3 srl Via per Turbigo 11/B - 20025 Castano Primo (Mi) T. 0331 889.601 Gestione editoriale: Univa Servizi srl Via Vittorio Veneto, 8/E 21013 Gallarate (VA) - T. 0331 774.345 Pubblicità: Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345
Questo numero è stato chiuso il 21 gennaio 2021. Il prossimo numero sarà in edicola con Il Sole24Ore il 15 marzo 2021. “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali dell’Unione Industriali della Provincia di Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore).
I pionieri dell’economia circolare
FORMAZIONE 26
Come si forma il middle management
LUOGHI E BELLEZZA
RUBRICHE SU
CULTURA E DIGITALE
UNIVERSITÀ
74
Terza pagina
30
76
In libreria
78
Dal web
VITA ASSOCIATIVA
79
Comunicare
32
80
#ImpresediVarese
La reputazione del marketing
Impressioni di futuro
FOCUS
Che fine farà
LA GLOBALIZZAZIONE? Biden alla Casa Bianca, Brexit, pandemia, Cina. Tutto sta cambiando perché nulla cambi? Forse nella politica internazionale è così, ma non per le imprese che sono di fronte ad una ricomposizione delle catene globali del valore e che sono costrette a continuare a internazionalizzare le proprie attività, ma senza poter viaggiare. Sullo sfondo la sfida per ogni singolo territorio, Varese compresa: attrarre investimenti esteri fondamentali per lo sviluppo e l’innovazione
FOCUS
Le coordinate DEL NUOVO MONDO Paola Provenzano
L’avvio della nuova Presidenza statunitense con Joe Biden alla Casa Bianca. Il ruolo sempre più importante della Cina sullo scacchiere globale sia politico, sia commerciale. L’Unione Europea in bilico tra lo scenario post-Brexit e il rischio di dover gestire il riflusso di nuovi egoismi nazionali, in cui si inserisce anche il voto in Germania. Chi sperava che la geopolitica della pandemia potesse consegnarci il ritorno del multilateralismo nelle relazioni internazionali rischia di rimanere deluso
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l post-Covid non ci traghetterà in un mondo differente, ma piuttosto in uno scenario in cui i processi già in atto avranno subito una accelerazione e — in qualche caso —
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una radicalizzazione: la pandemia, in altre parole, sarebbe una sorta di “reagente” rispetto a molti capitoli come la crisi della globalizzazione, l’accorciamento delle catene di valore, l’inasprimento dei rapporti tra i
maggiori competitori sullo scacchiere mondiale, l’esplosione del debito. “Dal punto di vista geopolitico — dice Alessandro Colombo, professore ordinario all’Università Statale di Milano dove insegna Relazioni
Internazionali — il 2021 non sarà un anno facile: a rendere complicata la situazione peserà il fatto che l’uscita dalla pandemia e dalla crisi non sarà per tutti uguale. Peseranno le diseguaglianze oggettive, ma anche solo percepite tra Paesi e anche all’interno dei Paesi stessi”.
Qualche numero
Le previsioni per il 2021: +5,2% la crescita del Pil mondiale, 90 milioni di persone a rischio nuova povertà, +7,2% l’aumento degli scambi commerciali a livello globale
Il quadro economico di fondo può essere tracciato a grandi linee partendo dai dati dell’ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario “Se nella fase acuta della pandemia Internazionale (FMI): la contrazione durante il 2020 è prevalsa la necessità del Pil a livello globale è stimata al di unire le forze e di collaborare — 4,4% nel 2020 mentre per il 2021 dice ancora Colombo — l’arrivo del possiamo aspettarci una crescita del vaccino e l’uscita dal tunnel con molta 5,2% con tassi più elevati per i Paesi probabilità spingeranno di nuovo asiatici (6,3%) e decisamente inferiori, verso una maggiore attenzione per ad esempio, per gli Usa (2,9%). In base gli interessi interni dei singoli Stati, a a quanto contenuto nel rapporto, la discapito della cooperazione e della ripresa dovrebbe arrivare prima per disponibilità a mettersi in gioco sui i Paesi che hanno economie trainate grandi temi internazionali. dell’export, ma nel quadro generale Il forte indebitamento sarà un grosso non si può trascurare il fatto che 90 freno rispetto agli investimenti in aree milioni di persone sono a rischio che sono a rischio collasso, si pensi ad povertà: un dato che rappresenta un esempio alla Siria, con la conseguente balzo all’indietro rispetto ai progressi instabilità che ciò comporterà per tutti fatti negli ultimi decenni. Dal punto di vista del commercio i dati più significativi sono quelli contenuti nel rapporto dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che, a fronte di una contrazione del 9,2% registrata nel 2020 prevede una risalita del volume degli scambi di 7,2 punti percentuali, un dato positivo, ma decisamente al di sotto dei volumi pre-Covid. Al di là delle singole percentuali quello che desta preoccupazione è la lettura complessiva dei numeri uno accanto all’altro. La pandemia inoltre ha richiesto uno sforzo e una spesa ingente da parte di tutti i Paesi, innalzando i livelli di indebitamento nei conti pubblici: stiamo parlando di percentuali dal 160% per l’Italia, 115% per la Francia e di oltre il 60% anche Joe Biden per la virtuosa Germania. (foto di David Lienemann)
in termini di conflitti e di migrazioni”.
Usa e Cina: cosa succede adesso?
Ormai da anni ci siamo abituati a considerare la contrapposizione tra Stati Uniti e Cina come un aspetto caratterizzante lo scenario globale, dove lo scontro tra Trump e Xi Jinping ha preso la forma della guerra dei dazi commerciali o quella del braccio di ferro sul tavolo del 5G. “Per anni questa contrapposizione si è basata sulla reciproca difesa degli interessi interni di ciascun Paese — dice Colombo —. Con l’avvento della presidenza di Biden in realtà possiamo aspettarci addirittura un peggioramento dei rapporti tra le due potenze, soprattutto perché il neopresidente americano rimetterà al centro, come ha annunciato, il tema della democrazia e dei diritti umani. Una posizione che porterà ad acuire la distanza non solo con la Cina, ma anche con la Russia”. Tra le aree contese, a livello di influenza politica ed economica, tra i due colossi mondiali vi è quella dei Paesi del sud est asiatico. Qui la Cina ha segnato un punto a suo favore con la firma della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), accordo economico-commerciale tra i 10 Paesi dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico) più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, che indica nuove prospettive per lo sviluppo economico della regione, ne promuove l’integrazione e segnala una sostanziale perdita di peso strategico nell’area degli Stati Uniti. In numeri questo accordo significa un’area di cooperazione economica di 2,2 miliardi di persone, che producono il 30% del Pil e il 27,4 % del commercio globali. E mentre la “nuova via della seta” ha subito uno stallo in questo anno della pandemia, proprio il 30 dicembre scorso Cina e Unione Europea hanno siglato il Comprehensive Agreement on Investment (CAI), un accordo bilaterale per gli investimenti che apre il mercato 7
FOCUS
UN NUOVO MONDO?
cinese alle imprese dei paesi membri dell’Ue, dopo sette anni di trattative: per la Cina il maggiore risultato è, in questo caso, non tanto quello commerciale ma quello che ottiene sullo scacchiere geopolitico in termini di distensione dei suoi rapporti con l’Occidente.
L’Unione Europea scommette sul Recovery Fund
Per l’Unione Europea si tratta invece di un accordo che non solo ha rilevanti conseguenze dal punto di vista della cooperazione economica con la Cina in termini di reciprocità tra i due blocchi economici, ma che vede Bruxelles impegnata nell’agire de facto sullo scacchiere internazionale come soggetto in grado di negoziare e tutelare gli interessi di tutti i Paesi membri. Un risultato questo raggiunto anche nelle trattative per la definizione degli accordi commerciali con il Regno Unito post Brexit. Ma il 2020 per l’Ue è stato anche un anno segnato da altri due obiettivi raggiunti — pur con difficoltà — ovvero la definizione del bilancio per il prossimo settennato (2021–2027) e il varo di un piano cardine per la ripresa denominato Next generation EU, più noto alle cronache
nostrane come Recovery Fund: stiamo parlando complessivamente di 750 miliardi di euro, di cui 390 miliardi saranno distribuiti attraverso sussidi e 360 tramite prestiti. “Se nell’affrontare la pandemia abbiamo visto una Unione Europea in grado di esprimere soluzioni comuni — dice Colombo — il timore è che l’uscita dalle difficoltà possa far riemergere le enormi pressioni interne da parte di chi non accetta un ruolo così centrale di Bruxelles”. Ad essere sotto la pressione delle urne c’è nientemeno che la Germania, che andrà al voto a settembre, e dovrà gestire il dopo Merkel dal momento che la popolarissima cancelliera non si ricandiderà. “Inoltre — continua Colombo — già fin dalle prime fasi dopo l’arrivo del vaccino si è assistito a malumori per la distribuzione tra Paesi membri dell’Unione e le differenze, reali o anche solo percepite, potranno essere causa di tensioni”. Il 2021 in generale non si preannuncia facile: ora che lo strumento del Recovery Fund è realtà, esso dovrà trovare attuazione nei piani concreti dei singoli Stati membri e la prova decisiva si giocherà nella capacità di utilizzo delle
Sul finire del 2020 è stato firmato il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), accordo economicocommerciale tra i 10 Paesi dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico) più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda risorse messe in campo attraverso interventi che sappiano davvero far ripartire l’economia. Un’attenzione particolare dovrà anche essere rivolta all’ambiente, tanto che si parla anche di Green Deal europeo: le nazioni che richiederanno i fondi saranno infatti obbligate a spendere circa un terzo per la transizione energetica e la riduzione dell’impatto ambientale.
Tra i fattori che incideranno di più sull’evoluzione della politica internazionale post-Covid c’è l’aumento dell’indebitamento degli Stati per far fronte alla crisi: stiamo parlando di percentuali del 160% per l’Italia, 115% per la Francia e di oltre il 60% anche per la virtuosa Germania Alessandro Colombo (Università Statale di Milano): “Se nella fase acuta della pandemia è prevalsa la necessità di unire le forze e di collaborare, l’arrivo del vaccino e l’uscita dal tunnel con molta probabilità spingeranno di nuovo verso una maggiore attenzione per gli interessi interni dei singoli Stati, a discapito della cooperazione e della disponibilità a mettersi in gioco sui grandi temi internazionali” 8
Varese NELLE CATENE GLOBALI DEL VALORE
Paola Margnini
Responsabile Ufficio Studi Univa
Come sta andando l’export varesino? Perché l’internazionalizzazione è un punto di forza dell’economia locale? Quali sono le sfide per la manifattura in un mondo che cambia?
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nternazionalizzazione. Una parola controcorrente in un mondo affetto da una pandemia che frena ormai da un anno i contatti umani ed economici. Covid-19, protezionismo e tensioni globali hanno avuto nel 2020 un impatto raramente osservato prima sul commercio internazionale. Il WTO - World Trade Organization nelle stime di ottobre, aveva ipotizzato un declino del commercio mondiale in volume intorno al 9% nel 2020. Come stanno reagendo a questi eventi le economie territoriali particolarmente internazionalizzate come quella della provincia di Varese? La caduta del commercio mondiale manifesta i suoi riflessi in particolare su Paesi e zone che, come la nostra provincia, sono fortemente internazionalizzate ed inserite in contesti globali. Varese non fa eccezione. I dati attualmente disponibili segnalano che nei primi nove mesi del 2020 l’export della provincia di Varese ha sfiorato i 6,4
miliardi di euro, in diminuzione del -12,9% rispetto a quanto realizzato nello stesso periodo dell’anno precedente. Un calo che si aggiunge all’insolito -7,9% annuo già registrato nel 2019. Insomma, nel giro di un biennio si è perso cumulativamente poco meno di un quinto del valore medio all’export degli anni precedenti. E non sono state fatte eccezioni geografiche, si tratta di un calo delle esportazioni che ha riguardato praticamente tutte le principali macro-aree a partire dalla Ue28 (-13,5% nei primi nove mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo dell’anno prima) che intercetta quasi il 60% del nostro export, ma anche nei Paesi europei non Ue (-9,7%); Asia orientale (-13,1%); America settentrionale (-5,5%) e tutte le altre aree. Dal punto di vista dei prodotti si sono registrati cali generalizzati e superiori alla media provinciale nel settore metalmeccanico (-14,7% nei
primi nove mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo dell’anno prima), che concentra da solo il 57% delle nostre esportazioni. Con punte particolarmente forti nella metallurgia (-28,6%), prodotti in metallo (-17,9%), macchinari (-16,2%), autoveicoli (-21,6%) e negli altri mezzi di trasporto incluso l’aerospazio (-22,8%). Purtroppo, non sono stati da meno neppure il settore tessile e
EXPORT VARESINO
6,4
MILIARDI DI EURO NEI PRIMI 9 MESI DEL 2020
-12,9% RISPETTO AL 2019
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FOCUS
EXPORT VARESINO
abbigliamento (-17,9%) e il gommaplastica (-12,8%). Meno negativa la situazione del chimico farmaceutico (-4,6%). Tra i comparti più di nicchia, rispetto al periodo gennaio-settembre 2019, si è registrato un calo anche di alimentari e bevande (-3,1%), legno (-10,5%) e carta e stampa (-10,4%). Tuttavia, se il 2020 sarà archiviato come un anno eccezionale, rimangono validi alcuni fondamentali a sostegno del nostro essere provincia proiettata all’estero. Bisogna tenerne conto. Innanzitutto, merita di essere ricordato il principio della proporzionalità: siamo una provincia con un piccolo territorio, appena lo 0,4% dell’Italia, una popolazione (meno di 900.000 abitanti) che è pari ai 2/3 della sola città di Milano e ciononostante siamo in grado di generare il 2,2% del valore aggiunto dell’industria italiana ed il 2% Area cargo di Malpensa
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Varese ha una propensione all’export (rapporto tra valore delle esportazioni e valore aggiunto complessivo) del 40%, contro il 30% nazionale ed il 36% lombardo. Ogni 100 euro di importazioni le imprese varesine ne generano 142 di esportazioni, contro una media italiana di 112 e i 95 della Lombardia dell’export dell’intero Paese. Un piccolo miracolo dovuto sia alla
collocazione geografica (vicino al confine e al centro dell’incrocio tra i grandi assi infrastrutturali Nord-Sud Europa), sia alla lunga tradizione manifatturiera che ha prodotto nel tempo un tessuto produttivo molto vario e imprenditori naturalmente portati ad esplorare oltre frontiera. Tutto ciò assicura un valore dell’export che, in tempi normali, si avvicina ai 10 miliardi di euro annui e ci colloca (dato 2019, export manifatturiero) al 14° posto sulle 107 province nazionali. Se poi si passa dal dato assoluto agli indicatori di apertura all’estero emerge con ancor maggior chiarezza la forte interdipendenza esistente nel nostro tessuto produttivo. Abbiamo una propensione all’export (rapporto tra valore delle esportazioni e valore aggiunto complessivo) del 40% circa, contro il 30% nazionale ed il 36% medio lombardo.
Possiamo contare su un grado di copertura del commercio estero che ci assicura che ogni 100 euro di importazioni siamo capaci di generarne 142 di esportazioni, una buona performance se si pensa che l’Italia ne assicura mediamente 112 e la Lombardia circa 95 (dati 2019). In buona sostanza, da qualsiasi parte la si voglia guardare, la nostra predisposizione verso l’estero è veramente molto elevata. Sinora è sempre stato un bene, poiché navigavamo nei tempi certi della globalizzazione. Ma ciò non significa che non ci siano rischi. Il più significativo è quello che fa sì che qualsiasi oscillazione della domanda oltre confine pesi fortemente sugli ordinativi delle nostre imprese. Tanto più quando, come in questi anni, la domanda interna si è per lo più rilevata strutturalmente debole. Ciò è particolarmente vero per Varese, ma è più in generale vero per il nostro Paese, che è molto ben inserito nelle Global Value Chain internazionali (GVC). Secondo l’UNCTAD, infatti, nel 2018 la componente a monte della partecipazione media italiana alle Global Value Chain è stata pari al 30% dell’export di beni e servizi e quella a valle al 25%. Varese, considerata la sua vocazione, ha valori ancora al di sopra di questa media. Si calcola inoltre che, prima della pandemia, più della metà delle esportazioni italiane siano riconducibili alle Global Value Chain. È lecito chiedersi cosa succederà ora in questo 2021 che si apre ancora segnato dalla pandemia. Se si guarda al passato, a ciò che è accaduto nella precedente grande crisi del 2009, si osserva che dopo l’iniziale contrazione, legata alla caduta della domanda internazionale, le catene globali del valore si sono dapprima ridotte per poi tornare ad espandersi recuperando nell’arco di 3 anni. Il paragone però regge relativamente. Infatti, quella attuale è
una crisi economica generata da una crisi pandemica che ha interrotto, improvvisamente e forzatamente, i contatti durante il periodo del primo lockdown, e ha continuato ad agire, anche se a livelli meno intensi, anche nel secondo lockdown. Bisognerà quindi attendere la “sterilizzazione della pandemia”, prima di prevedere una ripresa corposa dei flussi di scambi lungo le Global Value Chain. Ed anche in questo caso ci vorrà del tempo per tornare ad una pseudo normalità. Sono in molti a prevedere che la situazione di shortage nelle scorte di materie prime e nei prodotti di lavorazione intermedia, che ha penalizzato le catene produttive internazionali in fase di lockdown, lascerà un cono d’ombra stabile. Si continuerà, certo, a produrre seguendo supply chain lunghe ed articolate, ma di pari passo si cercherà di creare una rete di sicurezza di prossimità nelle forniture. Non sono poche le imprese che hanno iniziato a considerare l’opportunità di tenere più elastiche le loro catene di fornitura, prevedendo di introdurre una “ridondanza precauzionale” di fornitori anche territorialmente più vicini. La pandemia potrebbe lasciarci quindi in eredità una riorganizzazione della produzione globale, e come sostengono alcuni centri di osservazione economica, non è da escludere un accorciamento delle catene del valore ed una tendenza al reshoring. Se questo avvenisse, i Paesi dell’Est asiatico dovrebbero a loro volta riorganizzare le loro filiere produttive, un’operazione che potrebbe rivelarsi alquanto complessa. Insomma, essa potrebbe aprire numerose sfide anche per noi. Come coglierle? Due le strade: puntare sulla “qualità dell’export” e favorendo l’internazionalità in casa. La prima si percorre valorizzando la quota di export tecnologicamente avanzato. Si tratta di una potenzialità che già abbiamo naturalmente sul
territorio varesino dove circa il 58% delle esportazioni sono Hi Tech, ben più della media lombarda (46%) ed italiana (43%). La seconda è quella di aumentare la nostra internazionalizzazione non solo di vendita, ma anche di produzione cercando di ricreare a Varese e più in generale in Italia quelle condizioni di maggior favore per continuare a produrre, nel nostro Paese. Ciò significa da un lato far crescere le nostre imprese in grado di esercitare un ruolo di traino per le filiere e diventare multinazionali, ma anche tornare ad attirare gli investimenti esteri (Ide), favorendo il reshoring in una logica che ci aiuterebbe non solo a mantenere vive le catene globali del valore, ma anche a “scalarle” dall’interno. Queste le prossimi sfide da vincere se vogliamo non solo tornare ai livelli normali di esportazioni, ma anche guadagnare posizioni in termini di qualità e capacità di forza di traino del nostro tessuto produttivo. Le crisi e le discontinuità creano anche occasioni, come diceva Keynes: il nostro destino è nelle nostre mani.
La pandemia potrebbe lasciarci in eredità una riorganizzazione della produzione globale, e come sostengono alcuni centri di osservazione economica, non è da escludere un accorciamento delle catene del valore ed una tendenza al reshoring (il rientro in Italia di investimenti produttivi dall’estero) 11
FOCUS
INTERNAZIONALIZZAZIONE
ibrida Silvia Giovannini
Fiere digitali, consulenze da remoto, Techmission via webinar: il presidio dei mercati esteri al tempo del Covid è un terreno tutto da esplorare, con molte incognite, qualche pro e molti contro. Per le imprese una certezza: sui fronti dell’export occorre reinventarsi, sapendo che non tutto tornerà come prima. Le attività internazionali delle aziende saranno sempre più un mix tra presenza fisica, viaggi di persona, ma anche tante iniziative via web
‘‘G
li scorsi anni le nostre delegazioni di imprenditori e manager, per un totale di circa 250 persone coinvolte nelle diverse edizioni, sono partite da Varese e da tutta la Lombardia alla volta degli Usa e della Cina, alla scoperta delle realtà più innovative al mondo: realtà che si confrontano anche sui mercati europei e che le nostre imprese devono imparare a conoscere. E per il 2021 abbiamo deciso di non fermarci perché siamo convinti del valore di questa esperienza e l’abbiamo proposta, anche in tempo di Coronavirus, in formato digitale”. Marco De Battista, Responsabile delle Aree Economiche dell’Unione
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degli Industriali della Provincia di Varese, racconta così l’ultima edizione della Techmission, un’esperienza alla scoperta delle aree più avanzate del pianeta per comprendere i veloci cambi di paradigma dettati dalle nuove tecnologie. Quest’anno la missione, organizzata come sempre da Univa, con la collaborazione del Digital Innovation Hub Lombardia e la guida esperta del coordinatore scientifico, il professor Marco Astuti, ha portato a metà gennaio la “delegazione digitale” in una Virtual Techmission con tappa al CES2021, l’International Consumer Electronics Show di Las Vegas. “L’obiettivo è stato quello di creare un momento di aggregazione a distanza, con lo stesso spirito delle missioni realizzate in giro per il mondo.
Proprio per questo non abbiamo progettato dei webinar classici, ma chiacchierate informali tra addetti ai lavori, che potessero interagire con esperti attraverso domande e risposte” — spiega il professor Astuti. “Siamo quindi andati in onda tutte le sere del CES in diretta per commentare i principali spunti tecnologici emersi dai lavori della mostra con serate a tema, grazie a ospiti, professionisti e accademici italiani che lavorano in Silicon Valley sui temi trattati”. Spazio dunque alle tematiche più svariate: dal 5G, all’intelligenza artificiale, dal futuro dell’automotive, fino ai nuovi trend della tecnologia. Diversi i protagonisti coinvolti: in collegamento da Sunnyvale Domenico Di Mola (Vicepresidente di Jupiter Network); dalla Stanford University Silvio Savarese e Marco Pavone; da Palo Alto l’imprenditore seriale Maurizio Gianola; da Miami Beach il Business Futurist Alberto Mattiello. E poi ancora Massimo Pellegrino dell’Istituto Italiano di Tecnologia e Fabrizio Finocchiario, Managing Director per la Cina e il Sud-Est Asiatico di Vodafone Automotive. Il tutto con la moderazione di Astuti, di Giuseppe Catalfamo, Responsabile dell’Area Digitale dell’Unione Industriali varesina e di Giuseppe Linati, Direttore del Digital Innovation Hub Lombardia. Quella della Techmission è una delle esperienze esemplari che raccontano come si stia evolvendo l’internazionalizzazione ai tempi
del Coronavirus. Ma le imprese che hanno rapporti con l’estero come si sono confrontare con il contesto pandemico? Viaggiare, fino a pochi mesi fa, era parte determinante della vita aziendale, sia per le realtà che intrattengono rapporti commerciali con viaggi e visite, sia per quelle che molto puntano sulle attività fieristiche. L’impossibilità di viaggiare è stata al centro di un momento di confronto tra alcuni imprenditori del Gruppo Giovani di Univa, dal quale è emerso un tema interessante: in un momento come questo è la creatività a far muovere le imprese. “Tutte le realtà hanno capito fin da subito che nessuno poteva stare fermo e si sono attivate, ad esempio con le webconference e i viaggi virtuali, per mantenere i contatti. Ma non basta: è bene confrontarsi tra imprese diverse per avere nuove idee, anche a fronte dell’incertezza che abbiamo davanti e trovare nuove metodologie per arrivare al mercato, soprattutto per aziende del B2B” — ha spiegato la Presidente del Gruppo,
Giorgia Munari, imprenditrice de La Termoplastic F.B.M., che produce accessori per pentole. La necessità, in effetti, per molte imprese ha fatto virtù, accelerando anche la realizzazione di progetti, rimasti fin a questo momento nel cassetto. È il caso dell’esperienza della Comerio Ercole di Busto Arsizio, come racconta Guglielmo Comerio: “Per un’azienda come la nostra, che produce macchine e impianti e che esporta il 95% all’estero, il rapporto con il cliente è molto importante: per motivi di processo, i test sui nostri macchinari possono essere eseguiti solo in sede dal cliente dopo l’installazione. Questo aspetto è prioritario. Ma abbiamo scoperto, fin dall’inizio della pandemia, un’altra variabile: è diventato necessario ragionare dal punto di vista del cliente che non vedeva solo la nostra difficoltà nel viaggiare, ma poneva attenzione alla realtà aziendale partner nel suo complesso per capire se potesse garantire continuità nel tempo. Abbiamo, quindi, subito realizzato che questo fattore era fondamentale e
distintivo, critico e, potenzialmente, di successo. Abbiamo, perciò, potenziato rapidamente un sistema che già usavamo: il servizio Teleservice Plus, con collegamento sicuro vpn per diagnosi e assistenze da remoto. Da una parte, abbiamo spostato
Comerio Ercole: “Produciamo macchinari e impianti ed esportiamo il 95% del nostro fatturato. Abbiamo, quindi, potenziato rapidamente un sistema che già usavamo: il servizio Teleservice Plus, con collegamento sicuro vpn per diagnosi e assistenze da remoto” 13
FOCUS
INTERNAZIONALIZZAZIONE IBRIDA
in assistenza i tecnici trasfertisti che non potevano più viaggiare, potenziando il servizio, dall’altra abbiamo cercato nuovi strumenti, che fossero economici, facili da gestire e riparabili o sostituibili anche presso il cliente finale vista la difficoltà del poter spedire in tempi brevi pezzi di ricambio”. La scelta della Comerio Ercole è ricaduta su una tecnologia più semplice e quotidiana: “I cellulari usati come telecamere mobili e webcam in casa del cliente per poter controllare tutta la linea ed essere gli occhi nostri in loco. Stiamo però anche continuando la validazione di altri strumenti. A conti fatti abbiamo avuto riscontri positivi che ci hanno permesso di intraprendere una strada che volevamo percorrere, ma non avevamo mai preso, accelerando così i tempi”. E per quanto riguarda, invece, il tema importate delle fiere digitali? “Molte imprese — spiega ancora Marco De Battista, a cui fanno capo
le attività di internazionalizzazione di Univa — all’inizio hanno valutato come positivo il risparmio dei costi di gestione delle fiere da remoto, per poi ricredersi. Agli eventi fieristici digitali manca evidentemente un aspetto irrinunciabile: quello relazionale. Le fiere sono un modo per incontrare persone, per tessere relazioni che poi diventano rete di vendita o collaborazioni di filiera”. Sulla stessa linea Angela Ambrosetti del Maglificio Alto Milanese, che ha di recente partecipato digitalmente ai Monaco Performance Days, appuntamento di riferimento per l’abbigliamento tecnico: “È stato il primo evento di questo tipo a cui abbiamo preso parte. Ci sono stati diversi aspetti deboli. Il primo è legato al nostro settore: un tessuto va toccato e le foto non sono mai sufficienti a raccontarlo. Poi bisogna dire che la funzionalità della piattaforma non è stata perfetta. Infine, la preparazione
all’evento: produrre i materiali digitali da caricare è stato piuttosto impegnativo. Di certo i costi sono inferiori rispetto ad un evento fisico. Così non lo rifaremmo, ma ci sono degli aspetti positivi: la nostra presenza online sul sito dell’evento dura oltre i confini temporali delle giornate di fiera e questo è un indubbio vantaggio. L’altro è quello di poter arrivare a clienti di mercati lontani, come gli Usa, che, altrimenti, non si sposterebbero”. La conclusione di Ambrosetti è chiara: “Non è da escludere che un evento del genere possa essere perfetto a completamento di uno fisico”. Che il futuro sia quindi nella modalità ibrida, che unisce l’evento virtuale a quello in carne ed ossa? Di certo il calendario 2021 è già denso di fiere di questo tipo. Sicuramente il tempo darà una risposta e riserverà sorprese, ma anche occasioni per chi saprà coglierle, con la creatività di cui parlava Giorgia Munari.
LU-VE PUNTA SUL PHYGITAL Il palmares 2020 di Lu-Ve Group è stato arricchito da due importanti “medaglie”: un premio nella categoria “Internazionalizzazione” nell’ambito di Eccellenze d’Impresa e uno nel firmamento delle Digital stars selezionate dall’Istituto Tedesco Qualità e Finanza e La Repubblica Affari&Finanza, per le aziende più attive in comunicazione digitale. Due riconoscimenti che non hanno alcuna relazione tra loro, in termini di organizzazione, ma che pure la lasciano intuire come la comunicazione sia fondamentale e strategica per l’internazionalizzazione di un’impresa. Ancor più in tempi di Coronavirus. È Fabio Liberali, Chief Communication Officer del gruppo, a spiegarci come Lu-Ve, realtà internazionale che
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rappresenta uno dei tre maggiori costruttori al mondo nel settore degli scambiatori di calore con 16 stabilimenti produttivi in 9 Paesi, abbia affrontato la pandemia, anche grazie alle competenze comunicative in senso lato. “Innanzitutto, va detto che da sempre per noi è importante la rete: tutte le aziende del gruppo sono interconnesse con SAP e non abbiamo mai riscontrato problemi gestionali durante la pandemia, neanche nella recente estensione di SAP a un’azienda acquisita in Finlandia”, spiega. Poi c’è il fattore tempestività. “Abbiamo uno stabilimento in Cina: l’esperienza cinese ci ha reso più consapevoli e veloci nel comprendere la portata della situazione, ma soprattutto ci ha insegnato come salvaguardare i
nostri collaboratori. Poi, abbiamo subito reso modulare la nostra produzione, in maniera che le varie realtà nei vari Paesi potessero supportarsi a vicenda e rendersi interscambiabili, riducendo l’impatto dei lockdown nei vari territori, mantenendo la possibilità di fornire i nostri clienti. Questo ci ha permesso di non perdere volumi produttivi”. E per quanto riguarda la promozione pura, come ad esempio gli eventi? “Per quanto riguarda le fiere, mediamente partecipiamo a 15/20 manifestazioni di settore: anche a Wuhan, al China Refrigeration! Ovviamente, quest’anno, abbiamo dovuto confrontarci con le poche fiere digitali e ci confronteremo con il mondo di quelle cosiddette phygital o ibride. Da questa esperienza sono emerse alcune
riflessioni: l’importanza di partecipare con una modalità che lasci il segno, con una sponsorship di rilevo e con campagne di comunicazione social che diano risonanza all’evento. Ma ne è nata anche una riflessione di carattere più generale: perché attendere momenti di confronto specifici? Non è meglio che l’azienda si crei un evento digitale permanente?” Del resto, le nuove idee in Lu-Ve non mancano. “Noi diciamo che la nostra materia prima è quella grigia. Durante il lockdown abbiamo promosso dei momenti aziendali fissi finalizzati proprio a pensare e condividere nuove idee. Questo fortifica il senso di appartenenza e diventa serbatoio di progetti. Abbiamo capito che fermarsi è fondamentale per andare avanti”, conclude Liberali.
Quando l’estero INVESTE SU DI NOI Davide Cionfrini
Le imprese a controllo straniero rappresentano il 15% del valore aggiunto nazionale e il 22% di tutta la spesa privata in ricerca e sviluppo. Una realtà dunque fondamentale per l’economia italiana, che concentra la propria presenza soprattutto in Lombardia. E Varese non è da meno. Il nostro Paese, però, potrebbe fare meglio nella capacità di attrarre i capitali da oltre confine. A patto che anche le istituzioni locali facciano la propria parte
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l trend prima della pandemia era in aumento. Gli investimenti esteri in Italia nel 2018 (ultimo dato disponibile) erano saliti del 10,5%, arrivando a quota 24,3 miliardi, contro i 21,7 miliardi dell’anno precedente e facendo passare il nostro Paese dal 19esimo al 15esimo posto nella classifica mondiale della capacità di attrarre capitali stranieri. Poi è arrivato il Covid. E con esso la crisi economica globale. Ma non è solo una questione di rallentamento delle attività e di calo dei consumi. Sono tutte le dinamiche internazionali alla base delle catene del valore ad essere in fibrillazione e profondo cambiamento. Fenomeni
La sede del WTO a Ginevra
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FOCUS
INVESTIMENTI ESTERI
di reshoring, il maggiore grado di regionalizzazione delle filiere di fornitura, la riduzione della distanza media degli scambi. Lo scenario con cui tutte le imprese, comprese quelle italiane e varesine, devono fare i conti si sta ricomponendo su nuove basi, come evidenzia la pubblicazione I nuovi percorsi dell’industria italiana nel mondo che cambia realizzata dal Centro Studi Confindustria. Risultato: gli investimenti esteri diretti (i cosiddetti Ide, come recita l’acronimo usato dagli esperti economisti) nel 2020 si sono ridotti del 40% a livello globale. Un calo che non si arresterà nel breve periodo. Anche per il 2021 le previsioni parlano di un’ulteriore flessione tra il 5 e il 10%. Il segno più tornerà solo nel 2022. Rimane il fatto, però, dell’importanza che rivestono i capitali stranieri nello sviluppo dell’economia italiana e nella costruzione del benessere delle varie comunità locali, non ultima quella del Varesotto, tra le più internazionalizzate del Paese. Non solo in termini di capacità di export. Ma anche di presenza di multinazionali sul territorio. Secondo la pubblicazione Grandi imprese estere in Italia: un valore strategico, realizzata da Confindustria, pur rappresentando solo lo 0,3% del numero di aziende del Paese, le multinazionali a capitale estero danno lavoro all’8% agli occupati del settore privato nazionale, generano il 15,3% del valore aggiunto, il 18,3% del fatturato e il 17,5% degli investimenti italiani. Non solo. Rappresentano anche uno spaccato che fa da molla per il progresso. Le imprese a controllo straniero, infatti, finanziano il 22,4% della spesa privata in ricerca sviluppo. Parliamo di circa 3,3 miliardi di euro ogni anno. Questo il contributo garantito all’economia nazionale. Quando conviene aprire le porte allo straniero, verrebbe da dire. L’effetto è moltiplicatore. Confindustria stima che per ogni euro investito da una grande impresa 16
Il 68,5% dei dipendenti delle imprese a controllo estero e il 76% del valore aggiunto da esse generato si concentrano nel Nord-Ovest. A farla da padrone è la Lombardia che conta il 32,3% degli addetti e il 38% del valore aggiunto straniera “si determina nell’intera economia una crescita complessiva della produzione industriale di circa 3,3 euro, considerando effetti diretti e indotti”. Stesso ragionamento vale a livello occupazionale: per ogni lavoratore di una grande multinazionale estera si genera nell’indotto una media di 4,6 posti di lavoro aggiuntivi. “Questi dati — spiega la pubblicazione di Confindustria — evidenziano il beneficio derivante dalla presenza delle imprese estere per le Pmi con le quali sono legate da rapporti di filiera”. Ma non è solo una questione di catene di fornitura: la presenza delle multinazionali sul territorio favorisce “la trasmissione di nuova conoscenza, trasferimento tecnologico, spinta all’introduzione di nuovi processi produttivi, miglioramento delle competenze”. Ma soprattutto: “Accesso a reti di produzione internazionali (global value chain) e a nuovi mercati”. Questi i vantaggi per noi. Ma cosa spinge così tante società straniere a investire in Italia? Il fatto di essere un grande esportatore di beni manufatti, di possedere manodopera qualificata ed eccellenze sul fronte della ricerca e sviluppo, la forte presenza di imprese a conduzione familiare che creano interessanti opportunità di investimento nel momento del passaggio generazionale. Ma su tutti:
“La presenza di filiere produttive strategiche di eccellenza e dei distretti industriali”. Questi i punti di forza dell’Italia nell’attrarre capitali stranieri. Bene, dunque. Ma non benissimo. Potremmo fare di meglio. Se è infatti vero che siamo 15esimi a livello mondiale, siamo pur sempre l’ottava potenza industriale del pianeta. Ci sono ampi margini di miglioramento. Soprattutto se si pensa che, prima dell’exploit pre-pandemia del 2018, l’Italia veniva da anni in cui l’andamento era pressoché piatto e costante. Perché se è vero che il contesto economico ha molti pregi in grado di fare da calamita, quello politico e istituzionale sono un freno per chi all’estero ha in mano il portafoglio e deve decidere dove investire per far fruttare le proprie risorse. Il sistema burocratico, la lentezza della giustizia, un sistema fiscale complesso, un quadro normativo instabile, che fa da specchio ad un altrettanto magmatico sistema politico. Ecco perché lo straniero è spaventato dall’Italia: “Perché, diversamente dal rischio, l’incertezza non è calcolabile”. E noi ne offriamo sempre molta, di incertezza. Risultato: “L’Italia ha attirato meno investimenti esteri rispetto alle maggiori economie europee”. La politica può fare molto. E non solo quella nazionale. Ne è convinta Confindustria: “Il sistema di governo locale è uno snodo cruciale per favorire il buon risultato degli investimenti e mantenerli attivi”. Regioni e Comuni hanno un ruolo importante. D’altronde le differenze a livello regionale sono notevoli. Il 68,5% dei dipendenti delle imprese a controllo estero e il 76% del valore aggiunto da esse generato si concentrano nel Nord-Ovest. A farla da padrone è la Lombardia che conta il 32,3% degli addetti e il 38% del valore aggiunto. Ad essere fortemente internazionalizzata è anche la
struttura produttiva varesina, che è sì, fatta da tante piccole e medie imprese, ma dove è radicata anche la presenza di aziende a controllo straniero. Un elenco esaustivo è impossibile. Bastano solo alcuni nomi suggestivi per dare, però, l’idea: Whirlpool, Vodafone Automotive, Carlsberg, Carl Zeiss, Hupac, Bilcare, Lindt & Sprüngli. Se a questi nomi aggiungiamo quelli delle grandi imprese a controllo nazionale, come, ad esempio, Leonardo o Tenova, un rapido conto nella base associativa dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese (pur senza pretesa di valenza a livello statistico) porta il pallottoliere occupazionale delle multinazionali del territorio a quasi 19mila lavoratori, più del 17% del totale degli addetti manifatturieri impiegati nell’economia locale. E con benefici che travalicano il proprio stretto perimetro e che si dipanano sul territorio con effetti indiretti e indotti. A calcolarli su se stessa è stata, per esempio, Sanofi, la multinazionale
francese presente con un proprio insediamento produttivo a Origgio, nel saronnese, centro di produzione mondiale dell’Enterogermina e dove si produce anche il Maalox. Un sito che impiega più di 140 dipendenti e in piena espansione. Lo dimostrano i 12,4 milioni di euro di investimenti realizzati nel solo 2019. Ebbene proprio a Origgio, Sanofi genera un Pil di 21 milioni di euro l’anno. Di questi 14 milioni sono il contributo diretto dell’impresa, mentre gli altri 7 milioni sono il prodotto del contributo indiretto
grazie all’attivazione della catena di fornitura e dell’indotto generato dalle famiglie (con almeno un componente impiegato) sul territorio. Per ogni euro di Pil prodotto, in pratica, Sanofi ne attiva altri 0,5 nell’indotto. Così è anche a livello di mercato del lavoro: ogni 2 persone impiegate creano almeno un’altra posizione nell’indotto. Ogni euro di reddito da lavoro in Sanofi, ne genera altri 0,27 nell’economia locale. Quando l’internazionalizzazione è sinonimo di crescita, benessere e innovazione.
Lo studio di Confindustria: “La presenza delle multinazionali sul territorio favorisce trasmissione di nuova conoscenza, trasferimento tecnologico, spinta all’introduzione di nuovi processi produttivi, miglioramento delle competenze”. Ma soprattutto: “Accesso a reti di produzione internazionali (global value chain) e a nuovi mercati” 17
INCHIESTA
L’IDROGENO SARÀ
il nuovo petrolio? puntata
Luigi Bignami
Con un chilo è possibile far correre un’automobile per piÚ di 100 chilometri. Oppure scaldare per un paio di giorni una casa. O, ancora, produrre 9 chilogrammi di acciaio. Ecco le potenzialità della nuova fonte di energia inesauribile oggi sulla bocca di tutti e al centro di molti piani nazionali di sviluppo. Ma il futuro rischia di non essere proprio dietro l’angolo. Soprattutto se l’obiettivo è di averne in grandi quantità e con processi del tutto green
L’
idrogeno è il piĂš semplice elemento che esiste in natura, il primo che si formò dopo il Big Bang ed il piĂš abbondante nell’Universo e, non ultimo, è l’elemento principale della nostra stella, il Sole. Se preso da solo è un gas incolore e inodore. Ăˆ un elemento molto leggero e lo si trova in diversi composti, come l’acqua ad esempio o in molecole organiche. Sapendolo maneggiare opportunamente è possibile con un chilogrammo di idrogeno far correre un’automobile per 100120 chilometri oppure riscaldare per un paio di giorni un’abitazione o produrre 9 chilogrammi di acciaio a partire dal ferro. Insomma, è un elemento di grandi potenzialitĂ . Peccato però che non lo si trovi in forma libera in natura, ma può essere prodotto attraverso vari processi chimici e fisici.
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Al momento i sistemi piÚ utilizzati sono procedimenti chimici che richiedono molta energia. Lo si ottiene per esempio dal metano, dalla nafta e anche dal carbone. Sono processi ben sperimentati con l’unica pecca di produrre anidride carbonica e quindi gas serra. Al momento sono allo studio anche sistemi innovativi, che coinvolgono, ad esempio, enzimi o batteri, con lo scopo di ridurre al minimo l’inquinamento. Idealmente il processo migliore sarebbe l’elettrolisi dell’acqua. Usando energia elettrica si può spaccare la molecola dell’acqua in idrogeno e ossigeno. Se per l’operazione si utilizzassero le energie rinnovabili, come l’eolico o il solare, non si produrrebbe in alcun modo anidride carbonica e quindi si avrebbe idrogeno assolutamente pulito. Al momento però questa strada non produce piÚ del 5% dell’idrogeno oggi utilizzato che ammonta a circa 500 miliardi di metri cubi.
Ma con fonti pulite che producono energia a costi sempre piĂš confrontabili con quella derivata dai combustibili fossili, molto probabilmente questa strada sarĂ sempre piĂš utilizzata nei prossimi anni.
L’idrogeno è il piÚ semplice elemento che esiste in natura, il primo che si formò dopo il Big Bang ed il piÚ abbondante nell’Universo e, non ultimo, è l’elemento principale della nostra stella, il Sole. Se preso da solo è un gas incolore e inodore
L’idrogeno, una volta prodotto, possiede due caratteristiche importanti: il fatto di essere facilmente trasportabile sia attraverso gasdotti o mezzi di trasporto come navi o camion e di essere facilmente stoccato a costi di circa 10 volte inferiori rispetto alle batterie. Ma se oggi l’idrogeno è ampiamente utilizzato in applicazioni industriali, come nel settore siderurgico, nel petrolchimico e
nell’alimentare, c’è la possibilità, e per molti la speranza, che possa diffondersi anche nel trasporto e più in là possa sostituire il gas naturale nel riscaldamento di edifici. Ma come funziona un veicolo ad idrogeno? Diciamo che il sistema non differisce di molto da quello di un’auto elettrica, anzi è del tutto simile, con un’unica differenza: nelle auto elettriche che si stanno diffondendo
in questi ultimi anni l’elettricità che serve per far funzionare il motore arriva da batterie, mentre nelle auto ad idrogeno viene prodotta dalle “celle a combustibile”. Il processo è di per sé semplice. Si tratta di far sì che idrogeno e ossigeno si uniscano in una reazione non esplosiva che produca elettricità. Il sistema è ben conosciuto. Si tratta di mettere dell’idrogeno in uno scomparto dove un anodo (ossia
L’IDROGENO SECONDO CONFINDUSTRIA L’attuale consumo di idrogeno in Italia è pari a circa 16 terawattora (TWh), pari all’1% dei consumi finali di energia a livello nazionale (1.436 TWh) e corrispondente a circa 480.000 tonnellate all’anno, di cui pressapoco 8.500 risultano commercializzati in bombole e in apposite tubature. È questa la fotografia dell’attuale impiego dell’idrogeno nel nostro Paese scattata da uno studio di Confindustria. Il dato emerge da un paper ribattezzato dagli esperti di Viale Dell’Astronomia “Piano d’azione per l’idrogeno”. “Ad oggi - si legge nel documento - il consumo di idrogeno in Italia è quasi interamente limitato
agli usi industriali nella raffinazione e nella chimica ed è prevalentemente di tipo grigio”, ossia prodotto utilizzando fonti fossili. Da qui il primo suggerimento di Confindustria per una strategia che propone di partire “proprio da tali usi (industriali ndr) per sostituire l’idrogeno grigio con idrogeno sostenibile”. Ossia il cosiddetto idrogeno verde, quello generato sfruttando l’elettricità prodotta da impianti ad energia solare, eolica o altre fonti rinnovabili. Senza alcuna emissione di anidride carbonica. “Le aziende italiane - è la convinzione di Confindustria - sono già oggi altamente competitive nella produzione di tecnologie per
l’idrogeno pulito e sono ben posizionate per beneficiare di uno sviluppo globale”. A dimostrarlo c’è il fatto che ai tavoli di lavoro del Ministero dello Sviluppo Economico per avviare un Piano Nazionale sull’idrogeno siano state trasmesse ben “22 proposte nell’ambito dei diversi settori industriali, di cui una buona parte ricadenti in sperimentazioni già in essere, e quindi con un orizzonte operativo di brevemedio periodo”. (D. C.) [Il “Piano d’azione per l’idrogeno” di Confindustria sarà approfondito nella seconda puntata dell’inchiesta che verrà pubblicata su Varesefocus 2/2021]
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INCHIESTA
IDROGENO
un elettrodo in grado di strappare elettroni) separa l’elettrone dell’atomo dal nucleo. A questo punto lo ione idrogeno (ossia l’idrogeno senza l’elettrone) è in grado di transitare attraverso un’opportuna membrana al di là della quale può unirsi all’ossigeno posto in un altro contenitore, che poi altro non è che aria. Gli elettroni che erano stati strappati producono la corrente elettrica che fa funzionare il motore e fatti circolare lungo un opportuno tragitto raggiungono lo ione idrogeno che, unendosi all’ossigeno, danno origine all’acqua, unico prodotto di scarico. La reazione produce anche calore che può essere utilizzato, quando voluto, per riscaldare l’abitacolo. Si capisce dunque, come la differenza sostanziale rispetto agli altri veicoli elettrici consista nel fatto che i veicoli a idrogeno producano da soli l’energia elettrica. Non prelevano l’energia da una batteria integrata come le auto
esclusivamente elettriche o ibride. Le auto a idrogeno hanno, per così dire, una propria efficientissima centrale elettrica a bordo. E questa centrale elettrica è la cella a combustibile. Basta fare il pieno di idrogeno, per il quale ci vogliono non più di 3-4 minuti (e non ore come per ricaricare le batterie) e il veicolo è pronto per coprire una distanza molto simile a quella di un’auto o un camion a combustibile fossile. Come le auto elettriche, anche i veicoli a idrogeno sono in grado di recuperare l’energia in frenata. Ci sono due domande che nascono a questo punto: i serbatoi dell’idrogeno sono sicuri? E, se tutto sembra positivo, perché non esistono già (se non pochissimi esemplari) auto ad idrogeno? Un fatto è certo: i serbatoi sono stati sottoposti a prove e controprove di sopravvivenza in crash test, durante i quali hanno sempre dimostrato la sicurezza totale della loro struttura: i
serbatoi non hanno mai subito danni e l’idrogeno non è mai fuoriuscito. Il fatto che le auto ad idrogeno non siano ancora in circolazione lo si spiega, invece, da un lato perché al momento sono costosissime, ma soprattutto perché non esiste alcuna rete di distribuzione dell’idrogeno. D’altra parte, finché non ci saranno auto in circolazione, difficilmente nasceranno delle colonnine dalle quali fare rifornimento. Una situazione quindi che richiede diverse volontà: la volontà da parte delle case automobilistiche di impegnarsi in questa nuova frontiera produttiva; la volontà da parte dei grandi distributori di fonti di energia di creare una rete di distribuzione. E poi, non meno importante, la volontà politica di diffondere questi veicoli. Se non si trova una collaborazione tra questi tre gruppi di interesse, la strada per la diffusione dell’idrogeno sarà ancora molto in salita. (continua)
Sofinter SMATERIALIZZA L’ENERGIA Michele Mancino
Il Gruppo di Gallarate, specializzato nella realizzazione di impianti e componenti per la produzione di vapore e di elettricità, è in prima linea nello sviluppo delle tecnologie legate all’idrogeno. Ma non solo. La ricerca di combustibili in grado di bruciare senza emissioni di anidride carbonica va avanti anche su altri fronti. Tra i più interessanti, l’ammoniaca e la ossicombustione
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el 2002 venne pubblicato in Italia un saggio di Jeremy Rifkin dal titolo Economia all’idrogeno, trasformatosi in poco tempo in un best seller. Secondo Rifkin, la smaterializzazione dell’energia coincide con quella dell’attività economica. In particolare, la decarbonizzazione ha significato non solo una progressiva eliminazione degli atomi di carbonio, ma anche la smaterializzazione degli stessi combustibili, passati dallo stato solido (carbone), allo stato liquido (petrolio) e infine a quello gassoso (idrogeno). La Commissione Europea in quello stesso anno dichiarava che l’Europa sarebbe diventata la prima economia completamente integrata e fondata su idrogeno da fonti rinnovabili. Abbiamo dovuto attendere diciotto anni per veder
muovere i primi passi agli stati membri in quella direzione, sotto la pressione di un’opinione pubblica allarmata dall’emergenza climatica. Nel novembre 2020 il Mise (Ministero dello Sviluppo Economico) ha pubblicato il National Hydrogen Strategy Preliminary Guidance in cui si indicano i principali obiettivi: investimenti per 10 miliardi di euro suddivisi fifty-fifty con il settore privato, 5 gigawatt di elettrolizzatori installati da qui al 2030, 200mila posti di lavoro, un impatto di 1,5 punti percentuali sul Pil e una penetrazione di mercato nei prossimi dieci anni pari al 2% con una prospettiva di crescita al 20% nel 2050. Alcune aziende del settore si sono organizzate da tempo per affrontare il passaggio auspicato da Rifkin e dalla Ue. Tra queste c’è anche il gruppo industriale Sofinter di Gallarate
specializzato nella realizzazione di impianti e componenti per la produzione di vapore per uso industriale e per la produzione di energia elettrica. Del Gruppo fanno parte marchi importanti come Macchi, leader mondiale nella progettazione e costruzione di caldaie industriali e di caldaie a recupero per cicli cogenerativi e AC Boilers formerly Ansaldo Caldaie. Per gruppi strutturati come Sofinter, il tema centrale in questa fase è la gestione della transizione. “Non abbiamo un interruttore — sottolinea Angelo Alfieri, direttore delle risorse umane e comunicazione — e decarbonizzazione non significa che si chiude una fase per passare immediatamente a energie verdi. La transizione va gestita con tecnologie meno impattanti dal punto di vista ambientale e più efficienti, come il turbogas e con misure di mercato adeguate il capacity market è una di queste. Una corretta transizione deve portarci da qui al 2050, come stabilito dalla conferenza di Parigi, con sempre meno emissioni di anidride carbonica e per ottenere questo risultato dobbiamo far sì che gli strumenti siano il più possibile allineati a quegli obiettivi”. In Europa esiste già una finestra di attività piuttosto ampia, grazie soprattutto alle aziende del settore che negli ultimi anni hanno fatto investimenti per farsi trovare pronte per questo passaggio. Sofinter investe circa il 10% delle risorse di ingegneria in ricerca e sviluppo e dispone di uno 21
INCHIESTA
SOFINTER
dei più importanti centri europei sulla combustione, il CCA, all’avanguardia nelle tecniche innovative a bassa produzione di inquinanti e ad elevata sostenibilità ambientale. È inoltre proprietaria della società Itea, che possiede un brevetto innovativo sul processo di ossicombustione, che ha un impatto ambientale prossimo allo zero. La consapevolezza di una necessaria riduzione delle emissioni ambientali all’interno di Sofinter ha radici lontane, particolare che ha permesso al gruppo di gestire le varie transizioni sempre con un certo anticipo. Si è cominciato a metà degli anni ‘80 con la riduzione delle emissioni delle polveri conseguente a combustione di oli pesanti quando imperava lo slogan “il metano ti dà una mano”, per passare alla riduzione degli ossidi di azoto, che contribuiscono al fenomeno delle piogge acide, per arrivare all’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica per contenere l’effetto serra. “La riduzione delle emissioni di anidride carbonica non si ottiene solamente con il miglioramento dell’efficienza degli impianti — sottolinea Marzio Ferrara, Technical Director di Macchi Boiler — ma anche utilizzando i Caldaie Plug&Play ad idrogeno fuori dallo stabilimento Macchi a Marghera
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cosiddetti flare gas, oggi scaricati in atmosfera attraverso torce e utilizzando combustibili che non producono anidride carbonica come l’idrogeno. Per quanto riguarda l’uso di quest’ultimo in Macchi siamo stati dei veri precursori, avendo maturato una grande esperienza nelle raffinerie dove l’idrogeno si ottiene dal gas naturale. Abbiamo realizzato un centinaio di impianti dove si brucia idrogeno in varie proporzioni, spesso miscelato con gas naturale. In tempi recenti abbiamo testato con successo la combustione con idrogeno puro al 100%”. L’idrogeno entusiasma perché con il suo utilizzo si va a monte del problema: la combustione non genera anidride carbonica e bruciando questo gas libera energia producendo soltanto acqua. Il nodo da risolvere, per un utilizzo su vasta scala, è la realizzazione di infrastrutture di trasporto in piena sicurezza, essendo un gas facilmente infiammabile e ridurre i costi di produzione. Detto questo, la sua capacità di abbattere le emissioni è notevole. “Pensiamo, ad esempio, a una caldaia industriale da 100 megawatt termici installata in un impianto di teleriscaldamento di una città di medie dimensioni — spiega
Ferrara — se la facessimo funzionare a idrogeno la riduzione di anidride carbonica in atmosfera sarebbe equivalente a quella di 100mila auto e, considerando che una macchina emette una tonnellata all’anno di anidride carbonica, il conto è presto fatto”. Alla Sofinter è già iniziata la fase Idrogeno 2.0, ovvero la ricerca di altri combustibili che bruciando non generino anidride carbonica. L’ammoniaca secondo i tecnici del Gruppo è tra i più interessanti candidati da esplorare. Altra frontiera molto importante è l’uso della tecnologia dell’ossicombustione industriale che, utilizzando come comburente l’ossigeno puro e combustibili tradizionali come il metano, consente la rimozione e la cattura della anidride carbonica. I tempi sono dunque maturi per iniziare il cambio di rotta. Lo chiedono le istituzioni nazionali ed europee, lo chiede l’opinione pubblica mondiale e soprattutto lo chiedono i committenti alle imprese. “Un grande stimolo sui temi della sostenibilità arriva dai questionari dei nostri clienti — conclude Giorgio Bona, General Manager di Sofinter — molti dei quali chiedono una fabbricazione made in Europa, sia per accedere ai finanziamenti sia per attenuare il rischio di una supply chain diventata sempre più fragile a causa delle ripetute crisi. Questo momento è particolare perché con la pandemia tutti hanno capito che una supply chain è tanto più solida, quanto lo è la sua parte più debole. Noi abbiamo sempre mantenuto una buona parte di fabbricazione del nostro core business all’interno delle fabbriche di Fagnano Olona, Marghera e in Romania. La grande reputazione di cui godiamo dipende dal fatto che riusciamo a governare tutto il processo rispettando i tempi del contratto e non ritardiamo sulla parte core della fornitura. Fino ad oggi non abbiamo mai pagato una penale per ritardata consegna”.
ECONOMIA
I PIONIERI DELL’ECONOMIA
circolare Chiara Mazzetti
“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Questo il motto della Condoroil Stainless, azienda di Casale Litta che ha fatto della sostenibilità e della Green Engineering una vera e propria missione. Fin dagli anni ‘90
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brevetti depositati
13mila 8
mq di estensione superificie aziendale fabbricati
oltre
3.500
prodotti
Nella foto, l’impianto per il recupero di oli ed emulsioni esauste. Pagina a fianco, il quartier generale della Condoroil 24
N
ata come realizzatrice di prodotti chimici, grazie (come spesso accade) all’idea imprenditoriale di un uomo con una grande intuizione, da una parte, e della preziosa esperienza maturata all’estero dall’altra, nel corso degli anni la Condoroil di Casale Litta si è evoluta, crescendo fino a mutare totalmente pelle. “È partito tutto da mio padre, Franco Zavattoni, nel 1972. Ma è stata di mio fratello l’idea di indirizzare il business verso l’economia circolare, fino a fondare una società del tutto separata ed indipendente da quella originale, alla quale è tuttavia legata a doppio filo”. A parlare è Paola Zavattoni, Legale
Rappresentante della Condoroil Stainless, che lei stessa definisce “pioniera della circular economy”. Erano, infatti, gli anni ‘90 quando accanto alla società fondata dal padre che si occupava dello sviluppo e della produzione di prodotti chimici per il trattamento dei metalli, la Condoroil Chemical, è nata per volere dei due figli una seconda realtà dedita alla ricerca e sviluppo di tecnologie di recupero, rigenerazione e minimizzazione degli sprechi. Attualmente Condoroil Chemical in catalogo ha oltre 3.500 prodotti, mentre Condoroil Stainless vanta una gamma innovativa di tecnologie che vengono proposte a corredo dei formulati chimici, con un totale complessivo di 22 brevetti depositati. Le due aziende occupano una superficie pari a 13mila metri quadri, di cui 6mila coperti da 8 fabbricati con una capacità produttiva, nel caso dei prodotti chimici, pari a 16mila tonnellate annue. Ma cosa fa, in parole semplici, questa impresa pioniera dell’economia circolare? Realizza impianti in grado di rigenerare oli, solventi e soluzioni di processo e, ancora, purifica e ricicla le acque di risciacquo. Il tutto grazie all’utilizzo di tradizionali ed innovative tecnologie di separazione molecolare.
“Ecco come la Green Engineering proposta da Condoroil Stainless consente di ridurre il consumo di risorse naturali, perseguendo la filosofia dettata dall’economia circolare che predilige il recupero e il riutilizzo delle stesse direttamente in loco — spiega di nuovo Zavattoni —. Il consumo di risorse non segue più, di pari passo, lo sviluppo economico e si assiste al fenomeno cosiddetto di decoupling che vede, per l’appunto, il disaccoppiamento tra le due curve di crescita, fondamentale riconosciuto per uno sviluppo ecosostenibile. Il fenomeno di disaccoppiamento, grazie all’applicazione delle tecnologie di rigenerazione, riciclo e recupero di materie prime seconde a realtà esistenti, e non solo a nuovi impianti, viene ulteriormente amplificato fino ad invertire il trend che vede, nell’immaginario collettivo, la crescita economica necessariamente legata ad un maggior consumo delle risorse naturali”. In sintesi, l’obiettivo che Condoroil Stainless si prefigge, con le sue
Condoroil Stainless realizza impianti in grado di rigenerare oli, solventi e soluzioni di processo e purifica e ricicla le acque di risciacquo. Il tutto grazie all’utilizzo di tradizionali ed innovative tecnologie di separazione molecolare soluzioni impiantistiche, è preservare l’ambiente per la conservazione della terra e, allo stesso tempo, sostenere la salute e il benessere delle generazioni future: “Questa è sostenibilità per noi. Gli scarti prodotti dai cicli di trattamento non sono più rifiuti da smaltire, ma una risorsa economica che può essere sfruttata. Oltre alle tecnologie a basso spreco, sviluppiamo anche tecnologie
per il trattamento chimico delle superfici che permettono di eliminare formulati a forte impatto ambientale e/o dannosi per l’operatore”, spiega la Legale Rappresentante dell’azienda. Insieme alla continua ricerca di soluzioni innovative da proporre nel campo del recupero e della rigenerazione, Condoroil Stainless sta affiancando un ambizioso progetto, per il quale ha già presentato richiesta di brevetto: “Prevediamo la realizzazione di un impianto che agisce sui sali già recuperati da un bagno di decapaggio (operazione chimica effettuata per eliminare strati superficiali di un materiale tramite soluzioni di acidi o basi, ndr.), recuperando ulteriormente metalli e acidi ancora in essi contenuti. Insomma, recuperare da un recupero per raggiungere lo scarto zero. D’altra parte, come diceva Antoine Lavoisier, scienziato del ‘700, iniziatore della chimica moderna: ‘Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma’”, chiosa Paola Zavattoni. 25
FORMAZIONE
Come si forma IL MIDDLE MANAGEMENT Maria Postiglione
In un’azienda rappresentano l’anello di congiunzione tra il personale operativo e i vertici. Manager, coordinatori, capi d’area e di reparto, anche loro alla sfida del cambiamento. Tra nuove competenze da costruire (non solo digitali) e capacità da sempre necessarie. Soft skills e tecniche di leadership in primis
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n cambiamento continuo, una costante evoluzione e ritmi di crescita serrati portano, oggi più che mai, a non poter smettere di studiare e formarsi. Regola trasversale che vale per tutte le professioni e i livelli. Non fa dunque eccezione il cosiddetto middle management, che rappresenta l’importante anello di congiunzione tra il personale operativo di un’azienda e i suoi vertici (il top management). Il cosiddetto continuous learning (continuo apprendimento) è ormai imprescindibile nel percorso lavorativo di ognuno, basti pensare che uno degli assiomi del “The Future of Jobs Report 2020” presentato durante il World Economic Forum a inizio dello scorso anno, è che entro il 2025 più del 50% dei lavoratori avrà bisogno di aggiornare le proprie competenze e ben il 40%
delle competenze base degli attuali lavoratori cambierà. È chiaro quindi che il mondo del lavoro richieda oggi, più che mai, dei manager che abbiano una capacità di visione e un atteggiamento pronto al cambiamento e alle nuove tecnologie. Proprio in questa direzione si muove Univa Servizi, la società di servizi alle imprese dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese che da oltre 40 anni supporta il tessuto produttivo nell’interpretazione dei cambiamenti e nella creazione di soluzioni a sostegno della capacità competitiva. “In questo quadro dinamico e in continua trasformazione — commenta il Presidente di Univa Servizi, Marco De Battista — il ruolo che assume la formazione è centrale e fondamentale. L’approfondimento di nuovi ambiti e tematiche, nella formazione dei manager, ha alcuni minimi comuni denominatori quali
ad esempio la necessità di sviluppare una nuova leadership e creare sempre nuovi modelli organizzativi che rafforzino l’integrazione facendo leva su processi di collaborazione. Alla base della richiesta di formazione c’è la ricerca di spunti innovativi che aiutino a comprendere e rappresentare il cambiamento in atto, oltre ovviamente alla volontà di rafforzare valori e capacità”. È anche in quest’ottica e strizzando un occhio proprio al middle management delle imprese del territorio che Univa Servizi ha lanciato solo qualche mese fa una propria Business Academy (di cui Varesefocus si è occupata nel numero 7/2020). L’offerta formativa messa a punto per il 2021 spazia su vari fronti. Si va dall’evoluzione della figura dell’Hr Manager e dalle nuove sfide e opportunità nella gestione del personale, alle strategie di comunicazione interna ed esterna
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FORMAZIONE
MANAGEMENT
con un occhio di riguardo al sempre più delicato tema della privacy. Dal controllo di gestione e pianificazione finanziaria al digital e inbound marketing che attira i clienti creando contenuti di valore ed esperienze su misura per loro. Fino ad arrivare alla formazione di una figura sempre più strategica per le imprese, quella del Supply Chain Manager. “In questa delicata fase storica pandemica — spiega De Battista — la modalità adottata dal middle management è quella della formazione a distanza. Le aree di maggiore interesse sono: digitale, innovazione di prodotto e di processo, economia circolare e sostenibilità, export e internazionalizzazione. A cui si affiancano le tematiche che per i dirigenti sono un ever green come le soft skills e le tecniche di leadership. La risposta di Univa Servizi a questa richiesta che arriva dalle imprese è la nostra Business Academy che offre la possibilità di finanziare alcuni percorsi attraverso le risorse messe in campo da Regione Lombardia e i fondi inteprofessionali, Fondirigenti in primis”. I manager dovranno sempre più dimostrare di avere capacità di imprenditorialità, di elaborazione
e condivisione degli obiettivi, di gestione di team, oltre a spiccate doti di collaborazione. Ed è soprattutto in questa prospettiva che la formazione assume un ruolo sempre più cruciale. “Da chi la promuove e la eroga — spiega De Battista — le imprese si aspettano che essa rappresenti quella leva fondamentale per il cambiamento. Vien da sé che i risultati devono rappresentare il giusto compromesso tra un investimento di tempo e risorse e la percezione di una reale utilità in termini di apprendimento e risoluzione dei problemi”. In Univa Servizi la ricerca di questo compromesso è costante e continua: “Il nostro catalogo corsi — illustra De Battista — è periodicamente aggiornato su quella che è la richiesta del mercato. Abbiamo bene in mente quanto la formazione del middle management sia uno spartiacque nella costruzione e gestione di future strategie aziendali ed è per questo che le soluzioni metodologiche di formazione manageriale che offriamo permettono alle imprese di dotarsi di uno strumento capace di supportare il raggiungimento di un determinato obiettivo, fornendo una risposta ai bisogni di competenza
“In questa delicata fase storica pandemica la modalità adottata dal middle management è quella della formazione a distanza. Le aree di maggiore interesse sono: digitale, innovazione di prodotto e di processo, economia circolare e sostenibilità, export e internazionalizzazione” nell’innovazione digitale”. La concretezza prima di tutto, ma anche condivisione. “I nostri percorsi — chiosa De Battista — sono anche l’occasione per creare uno spazio di confronto e crescita professionale tra persone di molteplici realtà che mettono a fattor comune conoscenze ed esperienze attraverso un docente facilitatore dell’apprendimento”. univaservizi.it
UNIVA SERVIZI PER L’ECONOMIA CIRCOLARE Prima di insegnare e formare, bisogna studiare. Per impostare strategie formative, con la relativa offerta di corsi e docenti da mettere a disposizione delle imprese occorre analizzare trend e fabbisogni. Un’attività che Univa Servizi porta avanti in prima persona. Un esempio è rappresentato da un fronte competitivo sempre più importante come quello dell’economia circolare. La società di servizi dell’Unione Industriali è in prima fila. Lo dimostra il fatto che Fondirigenti (il Fondo
Interprofessionale promosso da Confindustria e Federmanager per favorire lo sviluppo della cultura manageriale, la competitività delle aziende, l’occupabilità e la crescita della classe dirigente) ha affidato proprio a Univa Servizi, l’attività di analisi dei fabbisogni formativi dei dirigenti delle imprese del territorio di Varese rispetto al tema della circular economy. La parola d’ordine è: mettere a punto linee di intervento operativo per abbattere le barriere che questo tema ancora oggi incontra nel suo sviluppo.
Barriere dovute alla solo parziale consapevolezza delle opportunità derivanti da modelli di business circolari e alla spesso difficile capacità di gestione normativa, tecnologica, economica indispensabile per implementare processi industriali di riciclo e riutilizzo dei materiali. Elementi cruciali in questa fase storica in cui tutte le politiche (europee, statali e regionali) vanno nella direzione di promuovere l’economia circolare, rappresentando dunque un’opportunità di accesso a importanti finanziamenti e bandi di
sostegno alle imprese. Gli obiettivi di Univa Servizi e Fondirigenti? Da una parte, creare un modello d’analisi dei fabbisogni formativi e manageriali che sia scalabile, replicabile, costantemente alimentato e fornire ottime basi per la progettazione di una formazione efficace ed efficiente; dall’altra progettare ed erogare attività formative sperimentali in grado di trasferire a imprenditori, manager e figure apicali le competenze necessarie per rendere possibile la transizione da un modello di business lineare a circolare.
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VITA ASSOCIATIVA
di futuro
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Giorgia Munari
LOMBARDIA SCIENZA
Space Economy Chiara Mazzetti
Tra 4 anni o poco più l’Italia potrebbe tornare sulla Luna, come parte del programma americano Artemis che ha come scopo abitare il satellite terrestre, per arrivare poi in futuro fino al Pianeta Rosso. Tra dichiarazioni d’intenti, partnership riconfermate e progetti tecnologici, ecco come il genius italico si prepara a compiere l’impresa
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n piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”. Questa la storica frase pronunciata dall’astronauta Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna, il 20 luglio 1969. Potrebbe sembrare scontato come attacco per un articolo in cui si indagano le nuove frontiere spaziali e i percorsi che il comparto aerospaziale lombardo sta battendo per tornare là, dove tutto ha avuto inizio. Eppure, da qualche parte bisogna pur cominciare. E se da quel luglio di oltre 50 anni fa di passi da gigante ne sono stati compiuti molti, l’avventura che attende gli ingegneri e gli astronauti nostrani non è certo da meno. Ma partiamo con ordine. Perché si torna a parlare dell’uomo sulla Luna e perché proprio ora? Il tutto ha avuto inizio con la firma di un Joint Statement tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo spazio, Riccardo Fraccaro e l’Amministratore Delegato della NASA, Jim Bridenstine, avvenuta sul finire dello scorso anno. Questa dichiarazione
d’intenti getta le basi per la partecipazione italiana al programma americano Artemis, pensato per abitare stabilmente l’unico satellite della Terra, come base da cui partire per tentare l’esplorazione del Pianeta Rosso. L’Italia è il terzo Paese, dopo Canada e Giappone, ad aver siglato una dichiarazione congiunta di questo tipo: un primo significativo passo che, se confermato da specifici implementing agreements, definirà il contributo dello stivale italiano al programma spaziale made in Usa. “Non si tratta di una sorpresa. I legami di collaborazione tra l’Italia e la NASA sono storicamente molto saldi: è del 1962 l’accordo di cooperazione che permise il lancio dagli Stati Uniti, 2 anni più tardi, del satellite San Marco, primo oggetto italiano ad entrare in orbita. Più recente, invece, l’accordo Italia-Usa sulla fornitura dei moduli pressurizzati per lo Space Shuttle e la Stazione Spaziale Internazionale. Per questo motivo non mi sorprendono i contatti avviati tra le due realtà, specialmente nell’ottica dei percorsi intrapresi in passato” — spiega Angelo Vallerani, Presidente del Lombardia
Aerospace Cluster, l’aggregatore delle eccellenze scientifiche ed industriali del settore aerospaziale della regione lombarda. Ma il genius italico, su cosa sarebbe chiamato ad esprimersi in questa missione verso la Luna? Sono 3 i focus di cooperazione individuati: moduli pressurizzati, telecomunicazioni lunari e tecnologie abilitanti. Il che comprende, in altre
La firma di un Joint Statement tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo spazio, Riccardo Fraccaro, e l’Amministratore Delegato della Nasa, Jim Bridenstine, getta le basi per la partecipazione italiana al programma americano Artemis
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SCIENZA
LOMBARDIA SPACE ECONOMY
parole, la realizzazione delle navicelle di atterraggio, dei moduli abitativi per ospitare gli astronauti e dei servizi di comunicazione con la Terra: tutti ambiti in cui l’Italia vanta eccellenze industriali e tecnologiche, con cui è pronta a contribuire fattivamente alla buona riuscita del programma Artemis. E le ricadute economiche previste per il Bel Paese lasciano intendere un coinvolgimento massivo delle forze aerospaziali italiche: è infatti di circa 1,2 miliardi di euro l’ammontare stimato nei primi anni del programma (fino al 2024-2025), con un’ulteriore prospettiva di aumento considerata la durata preventivata della missione nel suo complesso (comprendendo quindi le future esplorazioni di Marte). “Anche se il beneficiario principale di Artemis, in termini di commesse, sarà Thales Alenia Space Italia — precisa di nuovo Vallerani —, è facile prevedere il peso che avrà l’indotto generato in un Paese come il nostro che sul proprio territorio ha la filiera completa dell’industria spaziale, composta anche da centinaia di pmi che lavorano nel campo. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano siglato una
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dichiarazione d’intenti proprio con l’Italia, ricordiamolo unico Paese europeo ad aver confermato l’intesa spaziale con gli States dopo Giappone, Australia e Canada, dà la misura del riconoscimento delle competenze delle imprese italiane nei confronti degli americani”. A dare lustro alle skill aerospaziali italiane, tra le molte imprese, sarà anche OHB Italia, una filiale del gruppo aerospaziale e tecnologico di Bremen OHB SE, operante nel comparto dei satelliti e dei payloads scientifici. Come spiega ancora Angelo Vallerani, che in OHB Italia ricopre il ruolo di Head of Business Development. “Nell’ambito delle attività legate alla cosiddetta InSitu Resource Utilization (ISRU), ovvero quella serie di tecnologie e applicazioni che permettono lo sfruttamento delle risorse disponibili in loco, in questo caso sulla Luna, OHB Italia è impegnata da diversi anni nello sviluppo di molteplici progetti in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Europea. È stata infatti capofila in uno studio, che ha coinvolto tra gli altri anche il
Politecnico di Milano, sulla fattibilità di una missione dimostrativa sulla Luna con lo scopo di verificare le tecnologie ed i processi di estrazione di ossigeno ed acqua dalla polvere lunare (regolite)”. Tra i progetti di OHB Italia c’è, inoltre, quello di realizzare un impianto di dimostrazione di terra per uno dei processi chimici candidati (chiamato “carbotermico”), che ne verificherà l’efficacia. L’impresa con sede a Milano è anche impegnata come coordinatrice di un piano per la creazione di una valvola adatta alle applicazioni ISRU, in grado di funzionare nelle condizioni di lavoro estremamente sfavorevoli in cui questi processi avvengono. “Per poter separare l’ossigeno dai metalli sono necessarie temperature elevatissime, anche superiori ai 1.000 gradi e ambienti saturi di gas o vapori di diverse specie chimiche. Inoltre, la presenza di polvere di regolite rende questo tipo di meccanismi, che devono garantire tenute a gas per lungo tempo, estremamente difficili da realizzare, poiché soggetti a facile usura meccanica” — conclude Vallerani.
L’Italia SULLA LUNA Luigi Bignami
La riconquista del nostro satellite è un obiettivo dichiarato dagli Usa. La nuova presidenza Biden potrebbe rallentare, ma non fermare, la corsa ormai già avviata, con il coinvolgimento e ruoli di primo piano della stessa industria aerospaziale italiana
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on la nuova amministrazione degli Stati Uniti guidata da Joe Biden la data che vedrà la prima donna sulla Luna e il ritorno di un uomo, forse verrà spostata più in là rispetto al 2024, anno fortemente voluto da Donald Trump. La ricerca spaziale, infatti, non sembra rientrare nelle priorità del nuovo Presidente degli Usa e quindi i fondi potrebbero non essere sufficienti per arrivare in tempi così ristretti. Tuttavia, la macchina si è messa in moto e difficilmente si arenerà come è successo altre volte con il passaggio da un Presidente all’altro. Se non tra 4 anni, più probabilmente tra 5 o 6 si arriverà comunque alla costruzione di una stazione lunare e una base sulla Luna. Il meccanismo che si è innescato negli ultimi anni prevede una serie di passaggi importanti per arrivare a ciò che sta già coinvolgendo numerose nazioni.
Una cosa è certa: questo nuovo slancio verso il nostro satellite porterà, però, ad una forte diminuzione nell’impegno economico da parte delle agenzie spaziali nazionali, come la NASA, l’ESA e la Roscosmos, per mantenere viva la Stazione Spaziale Internazionale. Il sostegno finanziario di quest’ultima sarà
probabilmente sempre più ad appannaggio di industrie e privati interessati a sfruttarne le enormi potenziali di centro di ricerca nello spazio e di un nuovo turismo, non proprio per tutte le tasche. Il primo passo verso il ritorno alla Luna consisterà nel costruire una piccola stazione spaziale attorno ad essa, base d’appoggio per le missioni umane sul nostro satellite naturale. La Gateway, così si chiamerà la stazione lunare, non sarà permanentemente abitata come la Iss, ma gli equipaggi vi dimoreranno fino ad un massimo di 3 mesi per evitare dosi di radiazioni cosmiche troppo intense (attorno alla Terra il problema è limitato dal campo magnetico terrestre). Da lì gli astronauti, oltre che realizzare esperimenti, scenderanno sulla Luna e faranno sosta prima di ritornare a Terra. Solo in un secondo momento, sarà la volta di una base lunare permanente dove gli astronauti, oltre che fare ricerca scientifica, metteranno a punto tutto ciò che serve per raggiungere Marte. Questa strada sta portando all’Italia e alle sue industrie aerospaziali nuove importanti opportunità di lavoro. Grazie ad accordi con l’A genzia Spaziale Europea, che insieme alla NASA e ad altre agenzie spaziali collaboreranno per realizzare tutto ciò e grazie a rapporti bilaterali diretti con gli Stati
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SCIENZA
L’ITALIA SULLA LUNA
Stazione lunare Gateway, il progetto
Uniti e con alcune imprese private a stelle e strisce, sono numerose le commesse che le industrie italiane dovranno realizzare nei prossimi anni. L’A genzia Spaziale Europea, ad esempio, ha assegnato a Thales Alenia Space la costruzione dei 2 moduli della stazione spaziale lunare Gateway. I moduli sono chiamati I-Hab e Esprit. I-Hab è un modulo all’interno del quale vivranno gli astronauti e sarà dotato anche di porte di attracco sia per i veicoli che scenderanno e torneranno dalla Luna, che per quelli che avranno il compito di rifornire la stazione lunare in arrivo dalla Terra. Thales Alenia Space ha una grande esperienza nel costruire moduli abitativi. Si pensi che circa il 50% di quelli della Stazione Spaziale Internazionale che vola attorno alla Terra sono stati costruiti da questa società. Il nuovo modulo, tuttavia, non sarà semplicemente una replica di quelli terrestri, ma dovrà tener conto che in orbita lunare le micrometeoriti sono maggiori che non in orbita 38
terrestre dove l’atmosfera, seppure rarefatta dove essa ruota, li brucia. L’interno del modulo, inoltre, sarà completamente ripensato per offrire maggiore vivibilità agli astronauti. Questo modulo sarà lanciato nel 2026. Esprit (European System
Se non tra 4 anni, più probabilmente tra 5 o 6 si arriverà comunque alla costruzione di una stazione lunare e una base sulla Luna. Il meccanismo che si è innescato negli ultimi anni prevede una serie di passaggi importanti per arrivare a ciò che sta già coinvolgendo numerose nazioni, Italia in testa
Providing Refuelling, Infrastructure and Telecommunications) invece, è un modulo composto da 2 elementi. Il primo si chiama Hlcs (Halo Lunar Communication System) e garantirà le comunicazioni tra la Gateway e la Luna. Stando a Thales Alenia Space sarà lanciato già assieme al modulo Halo (un modulo abitativo della NASA), in partenza nel 2024. La seconda parte di Esprit si chiama Erm (Esprit Refueling Module) e conterrà i serbatoi di rifornimento di Xenon e propellente. Nell’Erm ci sarà inoltre una piccola parte pressurizzata con finestre che saranno in grado di garantire una vista a 360 gradi sulla Luna, la Terra e lo spazio circostante. Qui verranno inoltre ospitati elementi logistici ed esperimenti scientifici. La consegna di Erm è prevista per il 2026, con partenza nel 2027. Anche Argotec, una società di Torino, sta lavorando per l’esplorazione lunare. È ormai ultimato ArgoMoon, un piccolo satellite che sarà a bordo del primo lancio del nuovo razzo statunitense Sls e della navicella Orion. Entrambi verranno lanciati in un volo di prova senza uomini attorno alla Luna nel 2021. Il satellite avrà il compito di sganciarsi dal secondo stadio per verificare lo stato del razzo. Ma è in fase di elaborazione anche un progetto più ardito, Andromeda, che prevede la costruzione di una costellazione di satelliti attorno alla Luna per permettere le comunicazioni tra la base lunare, la Gateway e la Terra. Ma c’è lavoro anche per l’orbita terrestre. La stessa Thales è stata incaricata dalla società americana Axiom di costruire moduli che andranno ad incrementare lo spazio vivibile della Iss. Quando, verso la fine di questo decennio, la Iss verrà smantellata, i 3 moduli di Axiom vivranno autonomamente, diventando una stazione spaziale per ricerche industriali e turismo spaziale.
SCIENZA
Il futuro DELLA Davide Cionfrini
URBAN AIR MOBILITY
Droni, taxi dei cieli, mezzi di trasporto a volo autonomo. La nuova mobilità cittadina punta in alto e l’industria aerospaziale lombarda sta lavorando per farsi trovare pronta all’appuntamento. Ma la sfida non è solo tecnologica. Sicurezza, regole, certificazioni, sostenibilità economica sono campi di gioco non facili, ma altrettanto importanti
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uando vedremo i taxi volanti nei cieli delle nostre città? Cosa serve per lo sviluppo di una mobilità aerea urbana? Quali saranno i prossimi passi per arrivare ad aprire nuove strade aeree nelle metropoli italiane e del mondo? Domande legate ad un futuro prossimo, non si sa quanto. Di certo lo sviluppo della Urban Air Mobility passerà dalla Lombardia. Se è, infatti, vero che ad oggi nel giro di pochi chilometri lombardi l’industria aerospaziale del territorio è in grado di costruire dal primo bullone fino all’ultimo pezzo di un satellite, un aereo, un elicottero, ciò varrà anche per i droni. Il punto su questo scenario è stato fatto durante l’ultimo Business Forum Italia-Canada sull’intelligenza artificiale. È in questo contesto che è intervenuto, in qualità di rappresentante del Lombardia Aerospace Cluster, Marco Lovera, docente e ricercatore del Dipartimento di Tecnologie e Scienze Aerospaziali del Politecnico di Milano: “Proprio 40
l’intelligenza artificiale — ha spiegato durante il simposio internazionale tenutosi in videoconferenza — ha un ruolo fondamentale nello sviluppo dei sistemi avanzati di air mobility, su vari livelli. Il primo è, per esempio, rappresentato dal supporto agli operatori umani nelle operazioni di gestione del traffico aereo e delle flotte”. Il secondo campo di applicazione è quello “della gestione dei singoli velivoli, della loro sicurezza e della loro manutenzione predittiva”. Infine, c’è il terzo elemento: “Quello dello sviluppo dei velivoli a guida autonoma”. Tanto per intenderci i droni che si muoveranno da soli, senza bisogno di pilota a bordo e, chissà, forse senza neanche bisogno di un pilota in remoto. Come una specie di “Google Car dei cieli”. Proprio su questo fronte avanzato di ricerca il Politecnico di Milano (uno dei 4 atenei che insieme all’Università degli Studi di Pavia, all’Università degli Studi di Milano Bicocca e alla LIUC– Università Cattaneo aderisce al Lombardia Aerospace Cluster) è in
prima linea. Lo dimostra ROG-1 drone una piattaforma di ricerca per lo sviluppo della navigazione e della guida autonoma portato avanti dal Politecnico di Milano insieme al proprio spin-off ANT-X
Da progetto a realtà: la urban air mobility diventerà presente solo quando i progetti avranno costi accessibili al pubblico, ma che consentiranno allo stesso tempo il giusto punto di break even alle società che stanno sviluppando la ricerca e a quelle che dovranno industrializzare i prodotti oltre che gestire il servizio di trasporto
nell’ambito del Leonardo Drone Contest. Quest’ultimo rappresenta un tassello di un ecosistema di realtà del Politecnico milanese legato alla ricerca applicata sul tema della Urban Air Mobility e dei droni di cui fanno parte anche l’Aerospace Systems & Control Laboratory, l’Artificial Intelligence and Robotic Lab e l’Osservatorio Droni. Non è dunque un caso che proprio il Politecnico di Milano sia risultato essere il vincitore della prima edizione del Leonardo Drone Contest, il progetto di Open Innovation ideato e sviluppato dal gruppo aerospaziale Leonardo, in collaborazione con 6 atenei italiani, per promuovere lo sviluppo, in Italia, dell’intelligenza artificiale applicata all’ambito dei sistemi senza pilota. Ma le sfide che ci frappongono ad una nuova mobilità aerea cittadina non sono solo tecnologiche. In una slide presentata da Lovera ai partner canadesi emerge tutta la complessità della partita che si gioca su vari campi. Innanzitutto, quello della sicurezza e delle certificazioni. Ma c’è anche quello del coinvolgimento delle varie comunità. Cosa vorrà dire per loro avere dei droni che volano sopra
Awhero di Leonardo. Sopra Falco Xplorer di Leonardo
teste, abitazioni, strade e piazze? Occorre in questo caso lavorare per la creazione di un pubblico appoggio allo sviluppo tecnologico, ma anche per mettere in piedi le necessarie infrastrutture di base a supporto e per dar vita al necessario impianto di regole locali e nazionali che siano in grado di conciliare progresso, fattibilità del trasporto e sicurezza.
Senza contare poi il campo della sostenibilità economica del progetto con costi accessibili al pubblico, ma che consentano allo stesso tempo il giusto punto di break even alle società che stanno sviluppando la ricerca, a quelle che dovranno industrializzare i prodotti e a quelle che dovranno gestire il servizio. Una corsa, anzi un volo a tappe. Ma in ognuna delle quali la Lombardia è presente con le proprie grandi imprese, centri universitari e di ricerca e Pmi. “La nostra presenza al Forum Italia-Canada sull’intelligenza artificiale attraverso il professor Lovera del Politecnico di Milano — commenta Paola Margnini, Responsabile dell’Ufficio Studi dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese e Cluster Manager del Lombardia Aerospace Cluster — fa da cartina di tornasole del ruolo che il sistema manifatturiero locale gioca sui fronti più avanzati dello sviluppo della nuova mobilità a livello internazionale. Le 220 imprese aerospaziali lombarde con i loro 16mila addetti rappresentano un patrimonio di conoscenza al lavoro per disegnare le traiettorie del nostro futuro quotidiano”.
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INFORMAZIONE PUBBLICITARIA
LUOGHI E BELLEZZA
Il futuro dei castelli
Busto Arsizio Nelle antiche Protagoniste e Castellanza stanze di dimenticate Casa Riva
TERRITORIO
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Il futuro
Palazzo Ronchelli a Castello Cabiaglio
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Ha collaborato Davide Cionfrini Foto di Alberto Bortoluzzi
Gli alti costi di gestione, la crisi del turismo e dell’industria delle cerimonie causata dal Covid. Ma anche le grandi opportunità di rilancio, non ultima quella offerta dai set cinematografici e delle serie televisive. Le dimore storiche, anche in provincia di Varese, sono sempre di fronte a un bivio: da una parte il potenziale ruolo di strumento di promozione del territorio e delle sue bellezze, dall’altra il rischio di declino. In mezzo il ruolo di Assocastelli per la valorizzazione di questo vero e proprio patrimonio
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LUOGHI E BELLEZZA
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TERRITORIO
a una parte la bellezza, fatta di imponenza, storia, arte. Dall’altra, la ricerca di progetti e iniziative in grado di garantire quelle risorse necessarie a tutelare e valorizzare quello che è un vero e proprio patrimonio che caratterizza l’Italia. E anche la provincia di Varese. La sorte di castelli e dimore storiche non oggi,
È proprio di questi giorni il conferimento al birrificio Angelo Poretti di Induno Olona (di proprietà di Carlsberg Italia) dell’attestato di socio onorario di Assocastelli, per aver sempre conservato ai massimi livelli il suo edificio industriale che risale a fine ‘800 Vista esterna di Palazzo Ronchelli a Castello Cabiaglio. In alto da sinistra: immagini interne di Palazzo Ronchelli, Villa Ghiringhelli ad Azzate e Villa Morotti a Galliate Lombardo. A destra, Villa Paradeisos a Varese
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ma da sempre, si gioca su questi due versanti. Fascino e rischio decadenza. Calamita per sguardi e invidie, ma anche, allo stesso tempo, problemi (non pochi) di gestione per i proprietari. Privati o enti che siano. Dicotomia emersa in tutta la sua complessità anche in una puntata della serie di successo The Crown che Netflix dedica alla famiglia reale inglese dei Windsor. Quando la Regina Madre visita affascinata un castello nel nord della Scozia il cui proprietario è disposto a vendere al prezzo di sole 100 sterline pur di sbarazzarsene. Troppo costosa la manutenzione. Turismo e cerimonie sono i terreni più battuti per “mettere a reddito” questo patrimonio. Ma si sa, con l’arrivo del Covid-19, uno dei settori economici più toccati dalla pandemia è stato proprio quello ricettivo. E la crisi si abbatte dunque anche su castelli e dimore storiche, di cui il Varesotto è ricco. Impossibile fare un elenco esaustivo. Al facile rimando a veri e propri monumenti come la Rocca di Angera o il Castello di Masnago a Varese, si affiancano realtà non meno affascinanti anche se, forse, meno conosciute, come quelle ritratte negli scatti che accompagnano questo servizio: Palazzo Ronchelli a Castello Cabiaglio, Villa Ghiringhelli ad Azzate, Villa Morotti a Galliate Lombardo, Villa Paradeisos a Varese. “Ci vorrà del tempo prima che questo specifico comparto del nostro turismo torni a lavorare a pieno regime, ma questa sosta forzata è
Nella foto, ex ditta Cantoni a Castellanza. Sotto, l’autore delle fotografie, Claudio Argentiero. Pagina a fianco, Parrocchia Santa Croce, Busto Arsizio. In apertura, via Bezzecca angolo vias Monti, Busto Arsizio
stata anche un’occasione per studiare nuove strategie di sviluppo per una realtà come la nostra, che in Italia, rispetto a molti altri Paesi, è ancora poco sfruttata”, a parlare è il barone Ivan Drogo Inglese, fondatore con Emanuele Filiberto di Savoia, di Assocastelli, associazione nata nel 2005, con sede in via Monte Napoleone a Milano, che come scopo ha la valorizzazione delle tante dimore storiche sparse per l’Italia. Con un duplice intento: sia di aiutare i proprietari a mantenerle nel migliore dei modi, tramite gli introiti legati al loro utilizzo, sia di fare di questo patrimonio un elemento di promozione dei territori dove sono allocate. “Per prima cosa — spiega il Presidente di Assocastelli — promuoviamo le dimore storiche dei nostri associati inserendole in un database per chi cerca una location per eventi, siano essi matrimoni, concerti o altre iniziative. C’è poi un nuovo ramo su cui stiamo puntando sempre più: l’utilizzo di questi luoghi come set per il cinema e la televisione. Pochi, ad esempio, sanno che molte scene del film Il Marchese del Grillo sono state girate all’interno di una delle dimore storiche di un nostro associato di Lucca, Palazzo Pfanner e non a Roma, come pensano in più”. Assocastelli, per il patrimonio immobiliare storico del Paese, si fa letteralmente in quattro: “Le iniziative sono tante, nei settori più vari”, racconta il barone Ivan Drogo Inglese: “Si va dalla Federestauro, con le migliori competenze
Simona Beretta, referente di Assocastelli a Varese: “Mi sto dando da fare per far conoscere la nostra realtà e le tante dimore storiche del Varesotto, cercando di far capire ai wedding planner e agli organizzatori di eventi sia in Italia, sia all’estero, che non esiste solo il lago di Como”
imprenditoriali e professionali del settore, a Assocastelli Real Estate, dedicato alla compravendita di immobili storici, a Avvocati del Patrimonio, una cinquantina di professionisti che operano in campo legale in tutte le regioni italiane, a Heritage Bonus, un fondo di sostegno, finanziato da mecenati e sponsor per la conservazione e il restauro del patrimonio
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LUOGHI E BELLEZZA
TERRITORIO
architettonico e immobiliare d’epoca italiano”. Assocastelli vanta oggi più di un migliaio di iscritti ed è da poco approdata anche in provincia di Varese. La referente sul territorio è Simona Beretta di Castello Cabiaglio. Risiede a Palazzo Ronchelli, un tempo residenza di caccia dei Visconti-Sforza di Milano e poi acquisita nel 1600 dal barone Ronchelli da cui ha preso il nome. “Ci stiamo dando da fare — racconta Simona Beretta — per far conoscere la nostra realtà e le tante dimore storiche del Varesotto, cercando di far capire ai wedding planner e agli organizzatori di eventi sia in Italia, sia all’estero, che non esiste solo il lago di Como”. La comunicazione prima di tutto: “Stiamo lavorando con Rete 55 alla realizzazione di 8 puntate sulle dimore storiche del Varesotto e approfittando di questa pausa forzata, alla mappatura a livello regionale di tutte le dimore storiche più importanti, cercando di coinvolgere con queste iniziative sempre un maggior numero di proprietari. Questo progetto verrà inserito in una app, chiamata Mycicero, con la quale Assocastelli ha iniziato a collaborare. In questa operazione vorremmo coinvolgere, non solo i privati, ma anche enti pubblici e musei per una sinergia di intenti e una promozione capillare del territorio”. Camera di Commercio di Varese, Comunità Montane del Varesotto e, a livello regionale, l’Assessorato al Turismo: i contatti di Assocastelli si stanno intensificando su più piani. “Nel 2019, prima che il Covid bloccasse tutto, avevamo organizzato più di 60 eventi nell’arco dei 4 mesi estivi, con concerti e visite guidate in varie dimore storiche del nostro territorio”, spiega ancora Beretta. E come in molte vicende del Varesotto, anche nel caso del patrimonio storico e architettonico, le strade si incrociano con le sorti dell’industria. Lo conferma Beretta: “È proprio di questi giorni il conferimento al birrificio Angelo Poretti di Induno Olona (di proprietà di Carlsberg Italia) del prestigioso attestato di socio onorario di Assocastelli, per aver sempre conservato ai massimi livelli il suo edificio industriale che risale a fine ‘800 e che è stato progettato dallo studio di architettura Bihl&Woltz di Stoccarda: uno splendido esempio di liberty industriale. Un grosso merito va alla sua valorizzazione tramite visite guidate organizzate al suo interno e anche a Villa Magnani, che si trova proprio nella fabbrica ed è stata progettata dall’architetto Ulisse Stacchini nel 1905”. Dall’alto: Villa Paradeisos, Villa Morotti e Villa Ghiringhelli 48
Come ci siamo trasformati con la pandemia e come possiamo affrontare il futuro? Come possono farlo, in particolare, i giovani imprenditori? Ne parliamo nel progetto congiunto targato Gruppo Giovani Imprenditori di Univa e Varesefocus. Un ciclo di video-interviste con testimonianze di docenti universitari, economisti, sociologi e sportivi con l'obiettivo di offrire brevi spunti di riflessione e visioni di futuro. Idee e consigli per cambiare noi stessi e il mondo, in meglio. Scopri i video su Unione degli Industriali della Provincia di Varese Playlist "Pop up your mind"
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tra Castellanza e Busto Arsizio
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Alessandra
Foto di Claudio Argentiero
Tra pandemia, limitazioni e impossibilità di viaggiare, perchÊ non andare alla riscoperta delle nostre città ? Magari attraverso una passeggiata fotografica, muniti di un semplice cellulare o di una piÚ impegnativa reflex, e armati di qualche consiglio utile per il giusto scatto, come quelli di Claudio Argentiero, Presidente dell’Archivio Fotografico Italiano
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uest’anno non ci si mette solo il freddo, ma anche la pandemia a restringere le possibilità di viaggiare e spostarsi. Ma il clima e il periodo particolare possono essere un ottimo pretesto per “viaggiare sotto casa” e riscoprire gli angoli fotografici della propria città. Telefonino o macchina fotografica in mano, per un giorno l’esperienza di diventare esploratori di quartieri e ambienti urbani regala emozioni e risultati davvero sorprendenti. Ne parliamo con Claudio Argentiero, fondatore e Presidente dell’Afi, Archivio Fotografico Italiano, che proprio quest’anno inaugurerà un altro corposo progetto, l’Archivio Fotografico Lombardo. “Il lockdown per noi è stato il momento giusto per fare ordine e rimettere a posto gli archivi”, spiega Argentiero. “E il risultato è un nuovo lavoro che testimonia passato, tradizioni e presente della nostra Regione”. Il quartier generale dell’Afi è tra Busto e Castellanza, anche se l’associazione è operativa su tutto il territorio nazionale. Perché non approfittare, dunque, di Argentiero, che è un profondo conoscitore del sud della provincia, per darci qualche dritta sugli angoli più
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Beata Giuliana e Borsano: due quartieri della periferia di Busto Arsizio ideali per sperimentare un po’ di fotografia di strada. Zone di contrasti, tra iper-moderno e antico, tra nuovo e vecchio, tra realtà produttive efficienti e luminose ed anche edifici vuoti e bui
scenografici da fotografare in città tra Busto Arsizio e dintorni? “Il clima e le restrizioni di questi periodi permettono di poter osservare le città nei loro silenzi. Inoltre, il fatto che le giornate siano più corte, permette di avere a disposizione tramonti e cambi di luce in ristrette fasce orarie”, sottolinea Argentiero. Che come tappe imperdibili per una photowalk nel sud della provincia mette al primo posto il Museo Pagani. L’originale spazio espositivo si trova a Castellanza: si tratta di un vasto parco, circa 40.000 metri quadrati, in cui sono collocate centinaia di opere tra sculture e mosaici, realizzate coi materiali più diversi. Questa raccolta può essere definita unica nel suo genere, sia per il numero di opere che vi hanno trovato sistemazione, sia per la notorietà degli artisti italiani e stranieri rappresentati, sia per la vastità dell’area e, soprattutto, per il fatto che è esposta “en plein air”. L’idea che ha ispirato il suo creatore, Enzo Pagani, è stata quella di portare le opere d’arte all’aperto, come spesso fecero gli antichi greci, al contatto diretto con la natura, a respirare aria fresca. Oggi è chiuso all’entrata libera del
Nella foto, ex ditta Cantoni a Castellanza; sotto, l’autore delle fotografie, Claudio Argentiero; pagina a fianco, Parrocchia Santa Croce, Busto Arsizio; in apertura, via Bezzecca angolo via Monti, Busto Arsizio
pubblico, ma è possibile prendere contatti con la proprietà per chiedere di visitarlo. E anche dall’esterno, regala silhouette, scorci e suggestioni piacevoli da immortalare. D’altronde i musei sono un soggetto interessante per chi vuole esercitarsi con la fotografia per Argentiero. Alcuni, se sono chiusi, meritano un salto anche per essere osservati da fuori. Il Museo del Tessile di Busto Arsizio, per esempio, è una tappa interessante a 360 gradi. “Ci sono i macchinari, i fili, si può lavorare su molteplici aspetti interpretativi che l’esposizione offre”. E poi, aggiunge il fotografo, ci sono i quartieri... “I quartieri sono patrimonio che nessuno considera. La cosa bella è vivere e scoprire quella dimensione. A Busto Arsizio, ad esempio, di norma si vede il centro, qualche via limitrofa ed è finita lì”. E invece? “Io stesso sto facendo un lavoro sui quartieri che prosegue da due anni e sono rimasto molto colpito da quello che ho trovato. Alcuni luoghi, pur essendo in una città che cambia in fretta poi, sono rimasti immutati, altri si sono trasformati completamente”. Il photowalk con Claudio Argentiero, dunque, dopo aver fatto tappa nei musei tra Castellanza e Busto, prosegue per strada. Da due quartieri
Cos’è l’Archivio Fotografico Italiano L’Afi nasce nel 2006 e da allora si dedica alla valorizzazione e diffusione della fotografia d’autore, progettando e sviluppando ricerche per arricchire qualitativamente la propria collezione. Dal reportage al giornalismo, dal territorio agli spazi architettonici, dal ritratto al lavoro, alla fotografia di ricerca e d’arte, l’associazione si occupa anche dalle immagini storiche e del recente passato e realizza mostre artistiche, corsi, workshop. A oggi molti progetti sono diventati mostre itineranti e pubblicazioni presentate a livello europeo. Collabora con enti pubblici, archivi privati, scuole e istituti, proponendo percorsi didattici, educativi e di gestione del patrimonio visivo, sotto il punto di vista della conservazione e della catalogazione. L’avvio di una collana editoriale, giunta a oltre 40 titoli, ha consentito all’archivio di proporsi anche al di fuori dei confini nazionali, promuovendo la fotografia italiana e gli autori rappresentati in ambienti riservati a operatori qualificati e cultori di fotografia e d’arte. L’Afi è anche laboratorio di stampa fine art e ha ottenuto da Epson il marchio di certificazione Digigraphie, che attesta la qualità dell’atelier nella realizzazione di stampe fine art da collezione. Tra gli eventi organizzati annualmente (Covid permettendo) il Festival Fotografico Europeo, varie rassegne a tema, progetti di documentazione e valorizzazione del territorio. L’Afi vanta collaborazioni a livello europeo. In particolare, partecipa da molti anni ai RIP di Arles, nella settimana di apertura, con un proprio spazio in collaborazione con il comune francese. A Grenoble promuove la fotografia italiana. A Parigi è presente, con un proprio stand, nell’ambito di Fotofever al Carrousel du Louvre. Dal 2017 ha attivato una collaborazione proiettata nel tempo con Photo Beijing a Pechino, con la finalità di rappresentare la fotografia italiana in Cina e far conoscere gli artisti cinesi in Italia. Nel 2021 inaugurerà l’Archivio Fotografico Lombardo.
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bustocchi per la precisione: Beata Giuliana e Borsano. Zone di periferia, dove si lavora e si vive, che nascondono scorci e cortili che sembrano rimasti immutati nel tempo. Zone di contrasti, tra iper-moderno e antico, tra nuovo e vecchio, tra realtà produttive efficienti e luminose ed anche edifici vuoti e bui. Terreni ideali dove sperimentare un po’ di fotografia di strada, la cosiddetta street photography. Il telefonino, non solo una reflex o una mirrorless, è un alleato affidabile in queste scorribande, perché è sempre a portata di mano e permette di catturare l’attimo. Un cavalletto è sempre buona norma portarlo con sé, perché in caso di mancanza di luce o per effetti particolari (le scie luminose del traffico ad esempio), permette alla macchina o allo smartphone la stabilità ideale per uno scatto interessante ma senza troppo “rumore”, come dicono gli esperti. Ossia senza quegli effetti che non permettono di avere un’immagine nitida e senza disturbi nelle fotografie fatte con poca luce. Busto Arsizio e Castellanza offrono contrasti,
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Busto Arsizio e Castellanza offrono contrasti, architetture, storie, seguendo solo le linee delle strade
architetture, storie, seguendo solo le linee delle strade. “Le periferie soprattutto, spesso un tempo agricole e oggi urbanizzate, suggeriscono come è cambiata l’idea del paesaggio”, spiega ancora il Presidente di Afi. Busto regala spunti e scorci anche per gli amanti delle foto di architettura. “Tra gli aspetti che si possono ricercare ci sono i vari livelli nelle architetture. Ad esempio: Busto, ma non solo, è ricca di questi contrasti, dalla casa bassa antica ai palazzi moderni, si può realizzare un racconto fotografico su come l’urbanizzazione sia mutata e si sia sviluppata in altezza”. Sempre in tema di contrasti, altra fototappa obbligata è quella in via Solferino: un quartiere con nuovi edifici contemporanei distante pochi minuti da via Montebello, che rappresenta un’atmosfera totalmente diversa, ancora per certi versi tipica.
archiviofotografico.org museopagani.com Sotto, Olgiate Olona, sotterranei di Villa Gonzaga
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ARTE
NELLE ANTICHE STANZE
di Casa Riva Luisa Negri
Alla Pinacoteca Zust di Rancate una mostra (visitabile anche online) sulle vicende pubbliche e private della nobile e potente famiglia elvetica. Una storia ripercorsa attraverso dipinti, suppellettili, documenti e cimeli che raccontano molto anche del profondo legame della casata con il territorio di Varese
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ino a fine febbraio alla Pinacoteca Zust di Rancate è in corso la mostra (visitabile anche attraverso i canali social e digitali) “Uno sguardo sul collezionismo privato nella Lugano del Sette e Ottocento: le quadrerie Riva”, a cura di Edoardo Agustoni e Lucia Pedrini-Stanga. In mostra sono una settantina di dipinti di eccellenti artisti, soprattutto di Giuseppe Antonio Petrini, del quale la famiglia Riva fu tra i maggiori committenti. Ma anche suppellettili, argenterie, miniature, importanti documenti e cimeli, nonché preziosi volumi della casa. Dei 400 libri appartenuti al conte Giovanni Battista (1704-1774) è stato possibile studiare l’insieme grazie a un prezioso manoscritto dell’Archivio Storico della Città di Lugano. Al centro della rassegna è la storia dell’aristocratica e potente famiglia elvetica che dal ‘500 ebbe importanti relazioni, anche parentali, con il territorio italiano. In particolare, il milanese e il Varesotto. I curatori della mostra ne hanno pazientemente ricostruita la genealogia. Mercanti in origine, poi magistrati, notai, proprietari terrieri e potenti banchieri, attraverso relazioni di affari o religiose e matrimoniali i Riva ampliarono potere e influenza a nord verso gli altri cantoni svizzeri, di lingua francese e tedesca. A destra, Studiolo. Pagina a fianco, Giovanni Migliara, Donne al lavatoio
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Ricerca storica e tecnologia si intrecciano, si fa più vicina e viva la magia del racconto di uomini e donne vissute in un passato lontano, che pure non è spento. E continua ad essere storia presente. Grazie anche a questa mostra, supportata da chi della famiglia è tutt’ora erede e sostegno, con la Fondazione Palazzo Riva
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ARTE
CASA RIVA
A sud guardavano invece all’Italia per legami soprattutto religiosi e culturali. Dell’intricata rete parentale erano parte le famiglie Beroldingen, Turoni, Bellasi, Somazzi, Moroni Stampa, Rusca, Raimondi, Neuroni, Maderni. La rassegna riguarda dunque anche la storia di Varese. Non solo perché sono in visione, accanto a opere di Hayez, Innocenzo Colomba e Giuseppe Antonio Orelli, i lavori di artisti operanti o addirittura provenienti, come Giovanni Ronchelli da Cabiaglio, dal nostro territorio. Ma in quanto s’intreccia con le vicende, anche private, delle due importanti famiglie, tra loro legate da vincoli parentali, dei Riva e dei Morosini. I primi furono un tempo presenti in Varese perché proprietari della imponente Villa Nonaro (oggi Tosi) in quel di Masnago. I secondi, proprietari della nota casa di Vezia, abitarono 58
Tra le opere in mostra a Rancate sono anche il ritratto di Emilio, opera di una parente Bisi e quello della sorella Giuseppina Morosini Negroni Prati, di Hayez, considerato un capolavoro dell’epoca. Come avviene sempre, anche la ricerca attuale parte dall’interesse costante del museo di Zust per le collezioni e la storia del territorio Sopra, Giuseppe Bisi, L’ebreo errante
a loro volta nella splendida residenza estiva in Casbeno, conosciuta ancora oggi come Villa Recalcati Morosini. Trasformatasi in Hotel Excelsior al tempo della bèlle époque è oggi sede della Provincia. Una via, tra le principali del centro città, è poi dedicata a un Morosini,
Emilio, eroe risorgimentale nato proprio a Sopra, Giuseppe Bisi, Varese nel 1831 e caduto giovanissimo, appena Paesaggio con lavandaie. diciottenne, a difesa della Repubblica Romana. Sotto, Albero genealogico Con lui erano gli amici Enrico ed Emilio Dandolo e Luciano Manara. La madre, Emilia Zeltner Morosini, consorte di Gianbattista Morosini, fu donna di elevati sentimenti patriottici. Ospitò, a Vezia e anche nella villa di Casbeno, l’eroe nazionale polacco Tadeusz Kosciusko, vecchio amico in esilio del padre. Si dice che avesse accompagnato la sua agonia suonandogli l’inno nazionale al pianoforte. Tadeusz lasciò a lei il cuore, poi donato dalle figlie, eredi di Emilia, alla patria di lui. A Casbeno è rimasta copia del cippo che custodì il prezioso cimelio. Ancora oggi i visitatori lo possono vedere, immerso nel verde e nella quiete del parco. L’originale è stato offerto in tempi recenti alla patria dell’eroe polacco. Tra le opere in mostra a Rancate sono anche il ritratto di Emilio, opera di una parente Bisi e quello della sorella Giuseppina Morosini Negroni Prati, di Hayez, considerato un capolavoro dell’epoca. Come avviene sempre, anche la ricerca attuale parte dall’interesse costante del museo di Zust per le collezioni e la storia del territorio. I visitatori possono incontrare nelle sale gli oltre 70 dipinti tra ritratti, paesaggi,
soggetti di ispirazione mitologica o religiosa, provenienti dalle intime stanze della famiglia Riva, dominante nella Lugano tra ‘500 e ‘700 dei tempi dei balivi (o landfogti). Erano questi i governatori confederati cui erano affidati compiti di amministrazione giudiziaria, finanziaria, fiscale e militare. Lo scopo della mostra si è poi allargato alla conoscenza delle famiglie, alla loro vita, ai legami intrecciati e agli splendidi interni delle case cittadine e di campagna. C’è dunque il cammino parallelo della storia ufficiale, ricostruita dai curatori e quello vissuto nel segreto delle stanze. Dove alla maestosità delle sale e degli arredi, alla preziosità dei quadri, con una intera parete allestita in originale a piano terra, si accompagna la grazia dei dettagli. Di suppellettili, vasi, piccole sculture, miniature e vassoi, oggetti da toletta femminili e spazi personali, studioli, spesso muliebri, dedicati allo studio, alla musica, al cucito o al canto. A fare da guida, a rendere più coinvolgente l’allestimento interattivo sono gli stessi esponenti dei Riva. I loro ritratti, a volte di dolcezza femminile, a volte di arcigna maestosità, ci osservano dall’alto e ci aprono le stanze. Così ricerca storica e tecnologia si intrecciano, si fa più vicina e viva la magia del racconto di uomini e donne vissute in un passato lontano, che pure non è spento. E continua ad essere storia presente. Grazie anche a questa mostra, supportata da chi della famiglia è tutt’ora erede e sostegno, con la Fondazione Palazzo Riva, nata nel 1999.
ti.ch/zuest
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LE PROTAGONISTE
dimenticate Luisa Negri
Modelle, pittrici o muse dei potenti: le donne assurte nella storia dell’arte, alcune delle quali inaspettatamente legate al Varesotto (e a Saronno in particolare), si prendono la rivincita. Libri, mostre e progetti cittadini riportano in luce bellezza e verità del mondo femminile, fin troppo spesso celato alla fama e alla notorietà
L’
arte è donna. Osiamo affermarlo anche perché, tra le opere più ammirate, sono sempre i ritratti femminili a destare la maggior attenzione. Di Michelangelo è il soave viso marmoreo della Pietà, conservata nella Basilica di San Pietro, a essere soprattutto impresso nella universale memoria. Di Raffaello è la bella Fornarina. Tiziano si dilettò a sua volta a ritrarre la fisicità conturbante della sua Venere, copiata anche da Goya. Di Leonardo, enigmatico ritrattista, sono due volti femminili notissimi, quello della Gioconda, di inavvicinabile attrattiva e notorietà e l’altro di Cecilia Gallerani, la bellissima dama dell’ermellino. Era adolescente al momento dell’incontro con il trentacinquenne Ludovico il Moro. Fu poi madre di un figlio, Cesare, avuto e riconosciuto da Ludovico. Di aristocratiche ascendenze, Cecilia era nota per l’avvenenza ma anche per la sua cultura, grazie agli studi e alla frequentazione di ambienti intellettuali e raffinati in cui sapeva essere punto di riferimento. Destinato per ragioni dinastiche a sposare Beatrice d’Este, Ludovico volle comunque assicurare all’amata e all’erede un cospicuo patrimonio e un titolo, assegnando loro il feudo di Saronno. Una delle più affascinanti donne della storia dell’arte A sinistra, Elisabeth Vigée Le Brun, Giuseppina Grassini nel ruolo di Zaïra
A Cecilia Gallerani, la bellissima Dama dell’ermellino di Leonardo, Ludovico il Moro assegnò il feudo di Saronno. Una delle più affascinanti donne della storia dell’arte ha dunque legato il suo nome alla città che ha conosciuto anche lo splendore del genio di Gaudenzio Ferrari
ha dunque legato il suo nome alla città che ha conosciuto anche lo splendore dell’arte di Gaudenzio Ferrari. Si sa che Cecilia, andata sposa a Ludovico Carminati de’ Brambilla, rimase sempre affezionata a Milano e alla sua corte. Il ritratto di Leonardo, che esalta la raffinatezza del viso perfetto, testimonia la profonda conoscenza della donna da parte del pittore, attivo in quel periodo alla corte di Ludovico il Moro. Qualche studioso ha sottolineato come il viso di Cecilia ricordi quello della Gioconda. E l’animaletto candido, trastullo di tante dame del tempo, richiami alla purezza e nel suono del nome (in greco: gale) ai Gallerani. Approfondire la storia dell’arte significa sempre più scavare nel contrastato percorso di vita che, da sempre, contraddistingue la storia delle donne. E allora, si scopre, la verità ha tante facce, non sempre belle. Siano artiste come Artemisia Gentileschi, Berthe Morisot, Camille Claudel, compagna e collega di Rodin, siano muse ispiratrici dei colleghi, note o anche nascoste. Il cammino è sempre pieno di difficoltà, di sacrifici, di sforzi immani per ottenere il giusto riconoscimento del ruolo avuto. Basti pensare che la Morisot, dopo una vita dedicata all’arte, si vide scrivere sulla tomba “senza professione”. A raccontarci anche queste verità è un recente saggio della storica dell’arte, giornalista e scrittrice Lauretta 61
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LE PROTAGONISTE DIMENTICATE
Colonnelli, intitolato “Le muse nascoste. Protagoniste dimenticate di grandi opere d’arte”, edito da Giunti. L’opera risulta particolarmente interessante, quale virtuale tour, da museo a museo. Ma è insieme viaggio, in mondi e tempi diversi, passando da artista a artista, negli studi dei maggiori protagonisti. Dove sono nati capolavori indimenticabili. E hanno posato o vissuto o lavorato da ritrattiste, spesso nel silenzio, donne che hanno emozionato il mondo da quella penombra attraversata. “Devi essere mela”, diceva Cézanne alla moglie quando posava per lui. Rimasero assieme per più di 30 anni. Lei continuò a posare per lui, affossata nei suoi abiti pesanti, senza sorridere. Compresa nel suo ruolo di musa, silenziosa e immobile, rispettosa e complice della mano immortale di Paul. Tra le tante protagoniste ricordate nell’opera balza all’occhio l’avvincente figura di Simonetta Cattaneo Vespucci, la Venere del Botticelli, la musa per eccellenza. L’abbiamo incontrata agli Uffizi, magari più volte e tutti ce ne siamo innamorati. Andò sposa, a soli 15 anni, a Marco Vespucci, erede di una dinastia di notai e banchieri, cugino del navigatore Amerigo che diede il suo nome al Nuovo Continente. Fu amante di Giuliano de’ Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico. È rimasta celebre nella storia di Firenze, della quale era signore Lorenzo, la vittoria di Giuliano nella giostra di piazza Santa Croce. Prima della competizione lui aveva mostrato al pubblico uno stendardo dipinto dal Botticelli, campeggiava la scritta “La sans Par”. Un omaggio a Simonetta, la donna amata, da parte del suo cavaliere. Era il 1475, il 29 gennaio. Appena un anno dopo Simonetta, non si sa come, morì. Qualcuno disse avvelenata. Firenze pianse la sua giovane bellezza. La bara fu portata per la città a spalle, tra i fiorentini in lacrime. Il libro di Colonnelli racconta anche di museartiste, come Elisabeth Vigée Le Brun. Invece che posare da musa, le muse lei le ritraeva. Molto versata nella pittura di deliziose figure femminili e di bambini, giudicata tra i migliori artisti del tempo, fu la ritrattista di corte di Maria Antonietta. Preoccupata per le scarse finanze del marito, sostenne economicamente la famiglia con il suo lavoro. E, superato il momento difficile della Rivoluzione francese, continuò la sua opera alla grande. Di questo successivo periodo è testimonianza anche il ritratto che la Vigée Le Brun fece per una 62
celebre musa varesina, una donna famosa in tutta Europa per doti artistiche, ma anche per essere una delle amanti di Napoleone. La rivale di Giuseppina Beauharnais, prima moglie dell’Imperatore, era la varesina Giuseppina Grassini. Nata a Varese, discendeva per parte di madre da Bernardino Luini e avrà, tra le sue eredi canore, un’altra gloria femminile del bel canto, l’allieva saronnese Giuditta Pasta. E qui la memoria storica ci riporta a Saronno, dove a Giuditta è stato dedicato un museo (del quale abbiamo raccontato sul numero 6/2020 di Varesefocus). A sottolineare il ruolo fondamentale delle donne nell’arte sarà anche una prossima mostra milanese, da tenersi, pandemia permettendo, già da febbraio a Palazzo Reale “Le signore dell’Arte. Storie di donne tra ‘500 e ‘600”, curatori Anna Maria Bava, Gioia Mori e Alain Tapié. A volerla fortemente sono stati il Comune di Milano e Arthemisia, con il sostegno della Fondazione Bracco cui tocca il compito di supportare le ricerche diagnostiche sulle opere esposte e la collaborazione editoriale di Skira. E qui le 34 protagoniste sono figure davvero forti e significative di un momento storicoartistico. I nomi sono quelli delle più importanti rappresentanti dell’arte, destinate a rimanere nel firmamento dell’eccellenza, a parità dei colleghi maschi. Le 150 opere esposte, provenienti da 67 prestatori diversi, sono testimonianza e altissimo racconto di una volontà femminile tesa a dimostrare la modernità di vita e pensiero e il coraggio delle donne. Tra le tante in mostra Artemisia Gentileschi, nota per l’oltraggio subìto nello studio del padre Orazio e per l’indecoroso processo dopo Dall’alto, Leonardo da Vinci, la violenza ricevuta. L’indomita capacità di Dama con l’ermellino; Leonardo vivere, da donna e artista, ne hanno fatto una da Vinci, La Gioconda; protagonista. Ben nota anche la cremonese Elisabetta Sirani, Cleopatra. Sotto, la copertina del saggio Sofonisba Anguissola, vissuta tra la corte di di Lauretta Colonnelli Filippo II a Madrid, la Sicilia e la Liguria. Era figlia di pittore Lavinia Fontana. Si sposò alla sola condizione che il marito accettasse il suo lavoro d’artista. La bolognese Elisabetta Sirani è pittrice femminista ante litteram nei temi proposti, raffiguranti il coraggio femminile e la ribellione contro la violenza maschile. Anche Fede Galizia, con l’opera “Giuditta e la testa di Oloferne”, fissa per sempre la fierezza della regina a difesa dei suoi sudditi. Tante donne si materializzano in questa mostra. Erano unite dallo stesso desiderio: lavorare bene e con amore.
DI MODA
COME CAMBIA LA
beauty routine Alessia Lazzarin
Il lockdown ha risvegliato in molte persone la voglia di prendersi cura del proprio corpo. A partire dalle maschere per il viso, passando ai trattamenti per i capelli e finendo con l’uso di saponi biologici. Ma come mai in un momento così difficile le persone hanno voluto dedicarsi del tempo per migliorare la propria immagine? Ecco le risposte delle imprese varesine del settore della bellezza
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uanti di voi, durante il periodo di quarantena, si sono improvvisati estetisti? Quanti parrucchieri? Per non parlare degli esperti di beauty routine o skin-care. Sicuramente, almeno durante una riunione d’ufficio in modalità zoom, qualcuno di voi avrà tenuto la telecamera spenta per lasciare in posa una maschera viso. Altri invece, con tanto di mollettoni colorati, la tinta. C’è chi, poi, ha iniziato a prendersi cura del proprio corpo, non solo con creme, scrub, oli e detergenti vari, ma anche utilizzando saponi igienici per la pulizia delle mani (oltre alla gettonatissima Amuchina). Sembrerà banale, eppure, il lockdown ha fatto emergere due stereotipi di personaggi. Da una parte, ci sono stati i “pigri”, quelli che sono stati tutto il giorno in pigiama, che hanno fatto lievitati di ogni genere e dimensione e sport rigorosamente da divano. Dall’altra ci sono invece tutte quelle persone che hanno dedicato il loro tempo libero a prendersi cura di sé e del proprio corpo, trasformando, queste abitudini, se non
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Roelmi Hpc: “Il continuo uso di mascherine e gel igienizzanti apre la porta all’utilizzo di idratanti e protettivi labbra e mani, le parti più sottoposte a stress. Particolare attenzione per il make-care (claim skincare associati ad applicazioni make-up)”
in un secondo lavoro, in un modo di reagire alla pigrizia dello stare a casa e per reinventare la propria immagine. Durante il periodo in cui le persone sono state chiuse in casa per il Covid-19, quindi, si è risvegliata la passione per la beauty routine. La testimonianza di queste tendenze e atteggiamenti da parte della maggioranza delle persone si ritrova nei cambi di rotta delle vendite. I prodotti che hanno avuto maggior successo sul mercato sono stati, infatti, quelli per la skincare (ossia la cura della pelle), l’haircare o l’igiene personale. Ad esserne testimoni anche le imprese del territorio varesino specializzate nel settore della cosmetica. Vere e proprie antenne di come stiano cambiando tendenze, gusti e le attenzioni delle persone per il proprio corpo. E con esse i trend di mercato. “L’educazione, basata sul lavaggio frequente e l’igienizzazione profonda, è diventata una consuetudine socialmente necessaria e ha visto premiati i prodotti per l’igiene, la pulizia e la cura della pelle, seguiti dai prodotti per capelli e trucco, specialmente per gli occhi”, spiega Rosella Malanchin di Roelmi Hpc, un’impresa di Origgio specializzata nella ricerca e innovazione in ambito nutraceutico e cosmetico. L’emergenza sanitaria ha quindi influenzato in maniera significativa la vita di tutti, donne e uomini indistintamente, ed ha riportato alla luce il concetto di beauty routine. Per le tendenze del 2021 Malanchin dà qualche anticipazione: “Il continuo uso di mascherine e gel igienizzanti apre la porta all’utilizzo di idratanti e protettivi labbra e mani, le parti più sottoposte a stress. Particolare attenzione per il make-care (claim skin-care associati ad applicazioni make-up) e focus sulla multifunzionalità dei prodotti con delivery innovativi”, il tutto rigorosamente in modalità digitale e con rispetto per l’ambiente. Diverso invece è stato il comportamento dei consumatori verso i prodotti per i capelli.
La chiusura dei parrucchieri ha stimolato nelle persone un uso massiccio di trattamenti fai da te. Parliamo di tinte, maschere per i capelli o trattamenti per ridare tono alle chiome. Luca Cattaneo della Pool Service di Cairate, un’azienda che produce prodotti professionali per parrucchieri, spiega come questi atteggiamenti siano legati ad un fattore psicologico: “Ci siamo accorti che le persone, durante i momenti di difficoltà, tendono a valorizzarsi esteticamente”. Sulle tendenze per i prodotti haircare Cattaneo svela: “I colori più gettonati per il 2021 saranno il ‘cioccolato’ e il ‘nocciola’. Colori che ricordano il naturale”. Mentre per i vari trattamenti, più generici, andranno molto i prodotti “leave”, ovvero tutti quegli spray ristrutturanti per capelli che non hanno bisogno di essere risciacquati. Questo perché “le persone hanno sempre meno tempo e preferiscono applicare dei prodotti senza dover aspettare tempi di posa e poi risciacquare nuovamente i capelli”. Infine, non solo di Amuchina le persone hanno fatto rifornimento durante il lockdown. “Ad aver grande successo sono
stati anche i saponi liquidi e solidi, oltre ai gel igienizzanti”, racconta Paola Santini di La Nordica di Arcisate, impresa che, con il marchio White Castle della bellezza e del benessere ha fatto il proprio core business. La motivazione di questo incremento nelle vendite dei saponi è legata “alla necessità richiesta dal periodo della pandemia”. Lo sguardo al 2021 sarà sicuramente caratterizzato da una parola: sostenibilità. E La Nordica in questo sarà in prima linea: “Stiamo lanciando una famiglia di saponi solidi sostenibili la cui filosofia è rispettosa dell’ambiente e dei principi dell’economia civile” spiega Santini, svelando che i prodotti di maggior successo per l’anno prossimo saranno le saponette biologiche.
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La seconda vita
DELLO SPORTIVO Andrea Della Bella
Quello dei campioni Master è un fenomeno in aumento, soprattutto in provincia di Varese. Atletica, ciclismo, canottaggio, tiro con l’arco e al piattello sono le discipline più praticate a livello agonistico dagli “Over” del territorio che continuano a mietere successi a suon di podi e medaglie. Anche a livello internazionale
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tleti che durano a lungo. Quasi eterni, come il diamante di una famosa pubblicità, “per sempre”. Ciclismo, canottaggio, atletica leggera, ma anche tiro con l’arco e nuoto. Ogni sport ha i suoi Master, che definirli “ex” sarebbe sbagliato considerando quanto si è alzato il livello delle competizioni nel volgere di pochi anni. Ma anche per la vita, da atleti appunto, che conducono coloro che continuano a praticare sport senza interruzioni e senza né guardare né sentire il passare degli anni, bensì solo stando ad ascoltare la propria passione, il proprio fisico e la propria anima. La nostra provincia ha avuto modo di toccare con mano il mondo sportivo dei Master: nel 2013 con i Campionati Mondiali di Canottaggio dedicati agli “over” che hanno portato sulle acque del lago, alla Schiranna, quasi 3.500 atleti, 633 club remieri provenienti da 454 città di tutto il mondo e in rappresentanza di 40 nazioni e nel 2018 il Campionato del Mondo UCI di Gran Fondo, che nella prova a staffetta ha portato sul podio anche Alessandro Locatelli, varesino, Presidente e Corridore della Newsciclismo.com. “Quello Master è un mondo in grande fermento — conferma il referente Coni per la provincia di Varese Valter Sinapi —. Il ciclismo forse è lo sport che fa un po’ da padrone in questa categoria,
“Sento la passione che mi anima, la voglia di migliorare e il piacere di tagliare il prossimo traguardo”. Emanuela Baggiolini
ma non dobbiamo dimenticare discipline come il tiro al piattello o il tiro con l’arco dove i numeri sono davvero importanti”. Sinapi, oltre che rappresentante del Coni è anche un arciere Master. Al tiro con l’arco si è avvicinato da giovane dopo aver visto un’Olimpiade e grazie all’amicizia di Renato Doni, Ct della Nazionale. E non ha più smesso di tirare con l’arco: “La nostra è una disciplina tra le più longeve — spiega — basti pensare che su 23mila tesserati alla Federazione, 9.200 sono Master. E nel nostro sport il sogno di partecipare a un’Olimpiade va ben oltre quella che possiamo considerare la tradizionale età atletica”. Emanuela Baggiolini foto di Gualtiero Marastoni
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SPORT
SECONDA VITA
Sempre di corsa: Emanuela Baggiolini
Nemmeno un brutto infortunio negli anni più importanti della carriera sportiva ha fermato Emanuela Baggiolini. La quale sembra stia correndo in pista anche quando parla: nel senso che è così tanta la passione che nutre per l’atletica che anche quando racconta le sue gare, gli allenamenti, la vita meticolosa per mantenere la forma, sembra di vederla in azione sul campo di gara. La sua specialità: i 400 metri ostacoli. Ma anche i 400 piani e gli 800 piani. “Possiamo dire che l’atletica è un aspetto fondamentale della mia vita, parte della mia essenza. Quando corro mi sento in armonia, il mio corpo e la mia anima entrano in connessione”. Solo un brutto infortunio ha fermato Emanuela Baggiolini, ma giusto il tempo di recuperare. E non importa se lo stop è arrivato nel momento sbagliato, ovvero gli anni migliori per un atleta. Baggiolini ha ripreso comunque a correre. Senza più fermarsi. “Certo l’infortunio ha condizionato la mia carriera”, ma non la sua forza di volontà. Tanto che Emanuela è stata l’unica a credere nel ritorno in pista: “Vero e devo dire che a trent’anni ho vissuto una seconda giovinezza sportiva”. Tra Assoluti e Master c’è una linea sottile che vale molto, ma non per Baggiolini, che ancora adesso partecipa a gare della prima categoria, confrontandosi con atlete più giovani di lei: “Finché mi sento competitiva sarò ai blocchi di partenza. Certo il mio obiettivo non è la vittoria, ma il gesto atletico da migliorare e la sua bellezza nel compierlo”. Azzurra, prima nelle giovanili, passando dagli assoluti, e ora con i Master, Emanuela Baggiolini dà l’idea della sua eterna passione per l’atletica con un aneddoto: “Fino a qualche anno fa molti
Alessandro Locatelli
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mi chiedevano quando avrei smesso. Ora non lo fanno più, io per prima. Non mi sono mai data una scadenza perché ancora oggi, dopo tanti chilometri e 35 anni di allenamenti, sento la passione che mi anima, la voglia di migliorare e il piacere di tagliare il prossimo traguardo”.
Allenamenti tutti i giorni per il ciclista Alessandro Il senso di squadra: Locatelli, “ma non con Alessandro Locatelli Presidente corridore. Alessandro Locatelli, l’intensità dei portacolori della Newciclismo.com, ricopre Professionisti un doppio ruolo nel team fondato insieme al per due motivi. giornalista Sergio Gianoli una decina di anni fa. E Il primo, perché tra i compagni di squadra vanta anche quello che lui stesso definisce “un Master di lusso”, ovvero le nostre gare l’ex Pro Daniele Nardello. Con il quale condivide sono meno ore in bicicletta, gare e una salita di 50 chilometri, la Taiwan Kom, conosciuta anche come l’Everest selettive e il del Far East, durante una gara in cui Nardello ha secondo per conquistato la classifica generale dei Pro (era una evitare di gara Open) e Locatelli il terzo posto tra gli Amatori. esasperare “La bici è una passione sbocciata quando avevo 22 anni e non è più appassita — racconta questa bella Locatelli —. Prima del ciclismo ho praticato passione. lo sci. Ma è la bicicletta che mi regala ancora Bisogna oggi emozioni di cui non riesco fare a meno”. E bilanciare soddisfazioni, come la partecipazione ad alcune le cose e gare irrinunciabili nel corso dell’anno. Non tanto per i risultati, quanto per il fatto che poi diventano soprattutto argomento di discussione e prese in giro per ascoltare il tutta la settimana successiva con i compagni di proprio fisico squadra. “Sempre gli stessi da quando è nata la e la propria società — dice Locatelli —. In questi anni solo in 4 hanno scelto di cambiare maglia. E il senso di mente”
appartenenza è un altro elemento importante quando fai sport”. Allenamenti tutti i giorni, “ma non con l’intensità dei Professionisti — spiega Locatelli — per due motivi. Il primo perché le nostre gare sono meno selettive e il secondo per evitare di esasperare questa bella passione. Certo è importante condurre una vita sana, da atleta, ma bisogna anche bilanciare le cose e soprattutto ascoltare il proprio fisico e la propria mente”. È così che arrivano le soddisfazioni, perché la competitività non manca. E la gara che Locatelli ricorda con più piacere “è una classica del mio calendario annuale”, ovvero la Ghemme-Alagna. “Per anni ho inseguito la vittoria conquistando spesso il podio ma mai il gradino più alto. Che è arrivato nel 2018 in maniera inaspettata”. Mentre la prossima sfida, nelle vesti però di Presidente del team, è quella di dare vita a una squadra Master Femminile, anche qui con un capitano di lusso: Noemi Cantele.
IN CUCINA
Cucinare
Yvonne Davide Zanonato
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Ravioli ripieni di fegato, brodo di cipolla tostata e arancia caramellata
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A gennaio 2021 il Gruppo di Varese conta 214 iscritti: un gruppo multiforme per genere, età ed appartenenza dell’impresa al gruppo merceologico. Diversità che arricchiscono e dal cui confronto emerge un Movimento dinamico ed attivo.
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romuovere la cultura d’impresa e migliorare la competitività imprenditoriale, sostenere lo sviluppo economico e valorizzare il ruolo sociale dell’imprenditore, favorire il confronto costruttivo di esperienze, idee e opinioni, agevolare il dibattito positivo e dialettico con un coinvolgimento attivo e formativo: è questa la mission del Movimento perseguita negli ultimi mesi con varie attività ed iniziative nonostante le limitazioni causate dalla pandemia. In particolare, racconta la Presidente del Gruppo, Giorgia Munari “ci siamo interrogati sul ruolo di noi giovani imprenditori di fronte a questo scenario così complesso e sul contributo che possiamo dare per far sì che le trasformazioni già in atto e che la pandemia sta accelerando - si pensi all’intelligenza artificiale, all’industria 4.0, ai progetti di sostenibilità e al riposizionamento sulle nuove catene globali del valore – avvengano all’interno delle nostre imprese”. Così in occasione dell’Assemblea Annuale Impressioni di futuro - La nuova impresa “al termine di un anno caratterizzato da difficoltà e trasformazioni globali, abbiamo cercato di offrire spunti di riflessione sul futuro delle nuove generazioni e del loro ruolo nell’economia e nella società. Per non essere travolti dalle trasformazioni in atto, ma anzi sapere dare un contributo alla progettazione e alla costruzione della nuova impresa”. Sul fronte Education le iniziative sono continuate e “anche durante il lockdown abbiamo scelto di supportare la didattica a distanza a cui Istituti e studenti hanno risposto con entusiasmo e numerosa partecipazione”, racconta Jacopo Novello, Vice Presidente del Gruppo con delega all’Education. “In particolare con la simulazione dei colloqui di lavoro e gli incontri di orientamento abbiamo creato momenti di riflessione sul mondo del lavoro e avvicinato il mondo scuola al mondo dell’impresa”. Attività che ripartono con vigore nel nuovo anno: è infatti al via l’XI Edizione del progetto “Latuaideadimpresa” con 7 Istituti aderenti, 26 progetti e quasi 300 studenti coinvolti supporta-
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della pandemia e come fare internazionalizzazione senza poter viaggiare all’estero. Interessante vedere come ogni realtà aziendale abbia gestito la situazione e come ognuno di noi abbia affrontato con determinazione i cambiamenti necessari” racconta la Vice Presidente Vanessa Barea con delega al Marketing. Inoltre, abbiamo dato il via al nuovo progetto “Pop Up Your Mind – Impressioni di futuro” in collaborazione con Varesefocus, un ciclo di video-interviste con testimonianze di docenti universitari, economisti, sociologi e sportivi. L’obiettivo? Offrire brevi spunti di riflessione e visioni di futuro. La playlist “Pop up your mind” con i video è visibile sul canale YouTube Unione degli Industriali della Provincia di Varese.
ti da giovani imprenditori-tutor per lo sviluppo di nuove idee di impresa innovative. La formazione è da sempre un punto cardine delle attività di Gruppo e lo testimoniano i sette incontri formativi nel 2020 in collaborazione con l’Area Digitale e la società di servizi dell’Unione, Univa Servizi Srl, su argomenti trasversali: dalla negoziazione allo smart working, dalla comunicazione alla trasformazione digitale nelle aziende. “Il nostro Gruppo punta molto sulla formazione con molteplici obiettivi: migliorare le competenze, gli skill e le abilità degli iscritti, creare momenti di confronto e dibattito, approfondire tematiche e argomenti di interesse ed attualità applicabili in modo pratico e immediato in azienda”, così Martina Giorgetti, Vice Presidente con delega alla Formazione. A completare il quadro delle attività degli ultimi mesi sono stati 60’ talking, momenti di networking e incontro informali: “Sono stati incontri molto apprezzati dai partecipanti finalizzati a confrontarci e agevolare il dibattito in un momento così delicato e dai quali abbiamo cercato di ispirarci a vicenda su temi specifici, come la gestione
In questo panorama di attività locali non sono mancate quelle svolte oltre i confini territoriali, a livello regionale e nazionale. Così Andrea Colombo, Vice Presidente con delega ai Rapporti Istituzionali: “Da sempre la partecipazione oltre i confini varesini annovera tra i presenti una buona rappresentanza del nostro Gruppo: dagli appuntamenti nazionali e la partecipazione ai lavori del Consiglio Centrale agli appuntamenti del Comitato Regionale. Incontri per lo più virtuali che hanno permesso comunque di condividere iniziative, proposte e le linee strategiche del Movimento”. Sul sito www.ggi.univa.va.it, nel Rendiconto Annuale, è consultabile una sintesi di quanto realizzato. Il Consiglio Direttivo sta lavorando alla programmazione delle attività dei prossimi mesi. Vi aspettiamo! Il Gruppo Giovani Imprenditori è un Movimento di persone costituito nell’ambito dell’Unione Industriali di Varese la cui appartenenza, espressione di un’imprenditoria dinamica e propositiva, ha carattere personale: Giovani, perché di età compresa tra i 18 e i 40 anni Imprenditori, perché per farne parte è necessario avere responsabilità di gestione nell’impresa, regolarmente iscritta all’Unione.
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SEI UN GIOVANE AMBIZIOSO E CURIOSO DEL MONDO IMPRENDITORIALE? CONTATTACI! 0332 251000 I WhatsApp 334 3040479 I segreteria.ggi@univa.va.it I www.ggi.univa.va.it
@GiovaniImprenditoriVarese
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RUBRICHE SU
CULTURA E DIGITALE TERZA PAGINA
Lo splendore del niente COMUNICARE
Podcast, tra cuore e cervello IN LIBRERIA
Disegnando il 2021
CULTURA E DIGITALE
Terza pagina LO SPLENDORE
del niente
Intervista alla poetessa e narratrice siciliana Maria Attanasio, prima classificata della 32esima edizione del Premio Chiara. Dello scrittore luinese dice: “La sua prosa è come la luminescenza delle acque dei vostri laghi, profondi come i contenuti di racconti e romanzi”
Maria Attanasio
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l principio fu una penna, regalata dai genitori alla loro bimba appena nata, con la segreta speranza che Maria imparasse presto a usarla, come del resto si è impegnata a fare fin da piccolissima. Una scrittrice non la si inventa, la voglia di esprimersi viene al mondo con noi e Maria Attanasio, 77 anni, fresca vincitrice della 32esima edizione del Premio Chiara con la raccolta di racconti “Lo splendore del niente e altre storie”, si è sempre espressa ai massimi livelli, come insegnante, attivista politica del Pci, poetessa e narratrice. Siciliana di Caltagirone, si è avvicinata alla prosa sui 50 anni, dopo una lunga militanza nella poesia, con molti libri lodati dalla critica e ha subito ottenuto premi e consensi pubblicando per una casa editrice tempio della sicilianità come Sellerio. In un video girato da lei stessa per ringraziare gli Amici di Piero Chiara, ha paragonato la prosa del luinese alla luminescenza delle acque dei nostri laghi, che però sono profondi come i contenuti di racconti e romanzi: “Chiara era una lettura quasi d’obbligo quando ero ragazza, assieme agli americani Steinbeck, Hemingway o Dos Passos. I suoi romanzi hanno costruito il mio sguardo verso la scrittura. Ora mi è capitato
Mario Chiodetti
di leggere un suo racconto inedito, ‘Emigranti’, dove è presente la visione su chi resta, con una narrazione assolutamente priva di ogni retorica”. Qual è la Sicilia dei suoi romanzi e racconti? La sua Caltagirone somiglia alla Vigata di Camilleri? Sono radicata alla letteratura siciliana, la mia scrittura ha un rapporto profondo con il luogo, che diventa addirittura personaggio, protagonista di una storia. Del resto non ci sarebbe la narrativa di Sciascia senza Racalmuto o Palermo. Così la mia prosa è Caltagirone e non si manifesta in una pura spazialità, ma nella verticalità delle storie vissute, mentre oggi molta
“Sono radicata alla letteratura siciliana, la mia scrittura ha un rapporto profondo con il luogo, che diventa addirittura personaggio, protagonista di una storia. Del resto, non ci sarebbe la narrativa di Sciascia senza Racalmuto o Palermo”
CosĂŹ le ultime edizioni... 2010 Gianrico Carofiglio ďż˝ 2011 Elena Loewenthal ďż˝ 2012 Pino Cacucci ďż˝
scrittura è sospesa in un limbo, tra cielo e terra. Come è stato per lei passare dalla poesia alla prosa? Difficilissimo. La mia, tra l’altro, è una poesia metafisica e non narrativa, sono passata dal linguaggio libero poetico, senza condizionamenti editoriali o
2013 Sandro Bonvissuto ďż˝ 2014 Giulio Questi ďż˝ 2015 Francesco Recami ďż˝
2016 Antonio Manzini ďż˝
da parte dei lettori, alla prosa e ho dovuto riconvertire il linguaggio, piegando la parola alla volontà dei personaggi. Il racconto, tra l’altro, è difficile, sta sospeso tra poesia e prosa, deve avere la sintesi della prima e la dinamica della seconda. Purtroppo, poesie e racconti fanno molta fatica in Italia a trovare editori, anche se la
2017 Davide Bregola ďż˝ 2018 Enrico Remmert ďż˝ 2019 Marta Morazzoni ďż˝ Â 2020 Maria Attanasio ďż˝
narrazione breve per fortuna sta ritrovando lettori e critici. Quale deve essere il ruolo dello scrittore oggi, in piena pandemia e con l’umanità terrorizzata e disorientata? Deve essere l’occhio critico del presente, senza pontificare su cosa va bene e cosa no, ma analizzare
criticamente ciò che stiamo vivendo. Oggi la paura e la tensione radicalizzano i sentimenti e danno spesso luogo a gesti incontrollati. Compito dell’intellettuale è di vigilare su questi comportamenti, ma è anche vero che manca la tribuna dalla quale si può esprimere, purtroppo non sono piÚ i tempi di Pasolini.
PREMIO CHIARA 2021 IN LIBERTĂ€ “L’ispirazione per il racconto è venuta mentre ero in campeggio in Francia, con amici. Diluviava ed eravamo andati a fare legna, cadeva una pioggia ghiacciata e intorno echeggiavano gli spari dei cacciatori di cinghiali. Avevo da poco letto ‘Viaggio al termine della notte’ di CĂŠline, in cui si parla della guerra, cosĂŹ ho abbinato le due cose ed è nato ‘1916 pioveva’, il racconto ambientato nella Grande Guerra con cui ho vinto il Premio Chiara Giovani, il cui tema era l’acquaâ€?. Alberto Ferrario, 25 anni, di Gavirate, bioetnologo in tesi con un lavoro sulla genetica vegetale, scrive da quando frequentava le medie e ha partecipato per 4 volte al Chiara Giovani. “Dello scrittore luinese ho letto ‘La stanza del Vescovo’, ma non è un autore di riferimento per me, come lo sono per esempio Hemingway, Scott Fitzgerald, Pirandello o Kerouac, il mio preferito. Mi piacerebbe partecipare al Premio Inediti, sto mettendo a punto una raccolta intitolata ‘Sei racconti cattivi e uno non buono’ in cui parlo della liquefazione dei valori sociali che influisce sulla mia generazioneâ€?. Anche lo sguardo di Bambi Lazzati, anima con Romano Oldrini del Premio Chiara, è rivolto al futuro. Sta giĂ lavorando all’edizione di quest’anno: “Faremo tutto online, i partecipanti al Chiara Giovani invieranno i documenti richiesti e i racconti via mail e il vincitore del premio maggiore dell’anno precedente, in questo caso Maria Attanasio, sarĂ il Presidente della giuria, cosĂŹ da dar modo ai ragazzi di conoscerne pensiero e opere. Il tema del racconto per la prossima edizione sarĂ â€˜Libertà ’ e vorrei invitare lo psicoanalista Massimo Recalcati a parlare dell’argomentoâ€?. Tra le anticipazioni c’è l’intenzione di ospitare un grande nome della classica, si pensa a Riccardo Chailly, a parlare del senso di fratellanza apportato dalla musica. Naturalmente ci sono giĂ pretendenti al premio Chiara alla Carriera, in pole position il nome, finora top secret, di un grande Alberto Ferrario architetto e per le Parole della Musica, con un ventaglio di candidati tra i cantautori in carriera. “Tra le idee per il 2021 c’è quella di omaggiare la figura di Luigi Zanzi con le parole di Reinhold Messner, suo grande amico, parlare di fumetti con Zerocalcare e di didattica a distanza con Alessandro D’Avenia. Poi c’è l’intenzione di festeggiare i 10 anni del Premio Prina con una mostra delle opere dei vincitori al Castello di Masnago, con loro che si raccontano assieme ai giurati di tutte le edizioni. Altri potenziali interventi potrebbero essere quelli di Gianrico Carofiglio e Aldo Cazzullo su Danteâ€?, spiega Bambi Lazzati. Il Castello di Masnago potrebbe ospitare poi una mostra dedicata a Piero Chiara, con il materiale della Fondazione Mondadori e quello dell’archivio custodito a Varese e Luino, con la ricostruzione dello studio e l’allestimento curati o dall’architetto Riccardo Blumer e dai suoi allievi dell’Accademia di Mendrisio o da quelli della Supsi di Lugano.
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CULTURA E DIGITALE
In libreria
Silvia Giovannini
Il virus Covid-19 ed il contagio tra pandemia e infodemia
Una mela al giorno Daniele Simonelli, Michela Tartaglia Nomos, 2020
Riccardo Comerio 2020
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na mela al giorno toglie il medico di torno? Se vi sorprendete a dirlo ai vostri figli, questo libro vi piacerà. Proverbi e modi di dire dal mondo: un’antologia per lettori affascinati dalle altre culture, una guida a proverbi e espressioni comuni in italiano, inglese, spagnolo e francese, strumento utile per chi viaggia e ricerca in ogni situazione l’espressione che calzi a pennello. “Se una mela al giorno toglie il medico di torno in tutto il mondo, serve particolare attenzione perché quando in Italia piove a catinelle in Inghilterra stanno piovendo cani e gatti, in Spagna serpenti e rane e in Francia addirittura piovono corde!”
nomosedizioni.it 76
Architetture dal futuro Alessandra Coppa (a cura di) 24 Ore Cultura, 2020
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l nuovo lavoro della Coppa è dichiaratamente un excursus di “visioni contemporanee sull’abitare” e, insieme, un panorama di prospettive future, seguendo la traccia e la firma delle cosiddette archistar, alla scoperta di idee, proposte e progetti utopistici. “Come è cambiato, nel corso del tempo, il concetto di casa,
l’idea archetipica di rifugio fisico ed esistenziale, separato dalla vita pubblica? - si legge nella presentazione - Le visioni degli architetti del passato hanno trovato riscontro nel presente? E come sarà la casa del futuro, anche alla luce dei recenti sconvolgimenti sociali causati dall’epidemia da Covid-19?”. Il volume si apre con un saggio storico dedicato alla evoluzione dell’abitare e contiene interviste a studi di architettura contemporanei e internazionali. 24orecultura.com
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mprenditore, Past President di Univa e Presidente della LIUC-Università Cattaneo, Riccardo Comerio si è trasformato negli ultimi anni in scrittore (“per gli amici, senza nessuna ambizione”, sottolinea). Il libro doveva essere un ricettario, ma il contesto ha stravolto il progetto: ecco allora un’analisi del tempo della pandemia, senza pretesa di esaustività, ma con il rigoroso metodo scientifico che lo contraddistingue. Spaccato, personale e collettivo, con sguardo lucido al futuro. Twitter: @rikicomerio
L’ architettura è un miscuglio di nostalgia e di anticipazione estrema Jean Baudrillard
Cucinare al fresco
La forza dell’esempio con le scintille dentro
AAVV 2020
Enzo Muscia, Luciano Landoni TraccePerLaMeta, 2020
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n’edizione per le feste che proponiamo anche ora a chi ama il Natale tutto l’anno e che potrebbe essere regalo sentito per molte occasioni (perché no? anche per San Valentino). Il nuovo lavoro, realizzato grazie ai detenuti delle carceri italiane, è sostenuto dal Rotary Club Como. Cucinare al fresco è ormai progetto condiviso in tutto il Paese. Il risultato è quello di ricettari semplici ma gustosi “pieni di umanità perché ogni piatto viene pensato dai redattori che fanno proposte utilizzando ingredienti e strumenti a loro disposizione. Ancora una volta il cibo unisce, riempie i cuori, porta a realizzare qualcosa di buono”.
Facebook: cucinarealfresco
Branded podcast Chiara Boracchi (a cura di) Flaccovio ed. 2020
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Flaccovio editore il merito di aver pensato ad una proposta di lavori dedicati alla architettura dell’informazione con il formato e il rigore di un manuale tecnico, ma una struttura narrativa accattivante mediata da altri generi. Il libro curato da Boracchi - giornalista, speaker e podcaster delle Archeoparole - non fa
eccezione. Il podcast al servizio del marketing e delle aziende è ben spiegato grazie a diverse firme e a casi esemplari, più o meno noti. Dai consigli per il podcast perfetto, a quelli per farne uno strumento di branding. Non manca curiosamente una nota varesina, con la presenza tra gli autori di Andrea W. Castellanza e di Sebastian Paolo Righi, che racconta l’esperienza di Never Was Radio di Corgeno e di Liberi di entrare, il podcast che promuove i Musei di Varese. flaccovio.com
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a storia di Enzo Muscia è molto nota. Nominato dal Presidente Mattarella Cavaliere della Repubblica, l’imprenditore ha ispirato anche un film per la Tv. Ma cuore del libro non è tanto la storia, quanto il suo valore esemplare per l’energia positiva (le eloquenti “scintille dentro” del titolo). “Non si può vivere solo di paura e di rimpianti - scrive Landoni sul suo profilo Facebook - Si deve cercare di immaginare il futuro, attingendo alle personali riserve di volontà, ottimismo, voglia di rialzarsi e ricominciare.” tracceperlameta.org 77
CULTURA E DIGITALE
Dal web BUONGIORNO IMPRESA
e altre storie
Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network
Univa premia le imprese
Malpensa, che storia!
solo su univa.va.it
solo su varesefocus.it
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nche nel 2020, nonostante la pandemia, l’Unione Industriali varesina ha deciso di premiare, come da tradizione, le imprese per i 100 anni di attività e i 50, 40 e 30 anni di associazione. Il classico appuntamento che, solitamente, aveva luogo nel corso dell’Assemblea Generale, è stato sostituito dall’invio del premio, una targa in cristallo personalizzata e della lettera del Presidente, Roberto Grassi, direttamente in ciascuna delle 38 aziende che, nel corso dell’anno, hanno tagliato questi traguardi.
Tutti gli utilizzi dell’intelligenza artificiale in fabbrica, li spiega la guida pratica del World Manufacturing Forum 78
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erché l’aeroporto di Malpensa si chiama così? Come è nato il progetto? Chi furono i suoi ideatori, promotori e finanziatori? Alla scoperta della nascita e dello sviluppo dell’hub della Brughiera: un viaggio nella storia d’Italia e della Lombardia, protagonista dell’ultimo podcast della rubrica Buongiorno Impresa dedicato alle storie delle aziende di Varese. Gli audio si possono ascoltare su Spreaker e sulle altre principali piattaforme di condivisione podcast. Oltre che sul sito di Varesefocus.
L’Italia ha bisogno degli imprenditori. Una riflessione di Federico Visconti, Rettore della LIUC -Università Cattaneo
Eolo è una delle imprese che aderiscono al progetto Generazione d’Industria di Unione Industriali
Comunicare CON I PODCAST
tra cuore e cervello Sarà un 2021 audio first? Difficile esporsi con certezze previsionali sui trend della comunicazione, ma di sicuro le premesse perché i podcast si affermino come strumento di successo ci sono tutte
Silvia Giovannini
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chi pensa che una storia ben raccontata possa davvero cambiare il mondo”. Così si legge nella dedica del volume di Flaccovio Editore, “Branded Podcast”, curato da Chiara Boracchi. Dedica che potrebbe essere un dogma per qualsiasi comunicatore o forse più un’aspirazione alta, ma che è, invece, spesso messo in secondo piano dall’urgenza della notizia, dalle esigenze del marketing e, soprattutto, dalle mode del momento. Sì, perché quale bravo comunicatore del 2021 non si è posto almeno il dubbio se attivarsi su Tik Tok o (ri)aprire un canale Telegram per seguire i trend? Così è, ma all’atto pratico, il bravo comunicatore — sopravvissuto indenne alla stagione di “Pinterest oscurerà tutti i social” o a quella di “gli utenti guardano solo video brevi”, seguita da “gli utenti preferiscono i video lunghi” — sa che non esiste regola ferrea.
Ogni strumento può essere usato bene o male, al di là delle mode e l’aspirazione è sempre quella di poter raccontare una storia così bene da cambiare il mondo. O, almeno, arrivare a qualche cuore. È per questo che all’inizio di un anno in cui le previsioni per le tendenze
W. Castellanza, uno degli autori del volume, in un intervento dedicato alla community dei comunicatori dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, che coinvolge i professionisti della comunicazione delle imprese associate. Un incontro dedicato ad
future della comunicazione sono più tiepide rispetto al solito — forse per non correre i rischi di doverle “buttare nel cestino” come lo scorso anno a causa della pandemia — proprio il podcast sta diventando lo strumento su cui molti puntano. Semplicemente “perché il podcast arriva al cuore”, ha spiegato Andrea
esplorare l’appeal di uno strumento (che è molto diverso dalla radio, ma con simile fascino), gli aspetti tecnici (va scritto e pensato in una maniera completamente nuova, diversa da ogni altra forma di comunicazione) e le infinite potenzialità (anche per il marketing e la comunicazione d’impresa).
Una strada già piuttosto battuta, ma anche molto da esplorare. Una strada che la stessa Unione Industriali varesina ha deciso di intraprendere, insieme al proprio magazine Varesefocus, con due rubriche: News d’Impresa (con qualche puntata dedicata ai più giovani) e Buongiorno Impresa. Quest’ultima, in particolare — guarda un po’ — è dedicata alle storie, dalla nascita di Vibram a quella dell’aeroporto di Malpensa. L’obiettivo di Univa è di trovare nuovi metodi di racconto per trasmettere valori, condividendo esperienze esemplari degli uomini e delle donne che fecero e fanno l’impresa. Con la ferma convinzione del ruolo educativo ed emozionale del racconto e dell’ascolto. “Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri”, scriveva, niente di meno che Leonardo da Vinci. Lo facciamo nostro, augurandoci, come comunicatori, un anno non tanto audio first, ma di cuore e cervello prima di tutto. 79
CULTURA E DIGITALE
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