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UniCamillus Magazine Primavera 2026 - ITA

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UNICAMILLUS Primavera 2026

Magazine

Direttore Responsabile

Gianni Profita

Redazione a cura di Giorgia Martino

Progetto Grafico

Giulia Francini

Federico Calogero

Immagini e Contributi

Federica Alota

Giusi Condorelli

Damiano Giani

Ginevra Guidoni

Daniela Mariani

Claudia Romano

Adobe Stock

Traduzioni

Centro Linguistico d’Ateneo

Ylenia Marcucci Faure

Aprile

MEDICINA DI GENERE: differenze biologiche, equità di cura

Primavera 2026 | Numero 1

2 EditorialE

Magnifico Rettore Gianni Profita

6 Il sonno non è uguale per tuttI: perché Il sesso dI appartenenza conta neI dIsturbI dEl sonno

Prof. Andrea Romigi

10 lesIone del legamento crocIato anterIore e ormonI

femmInIlI: quale relazIone?

Prof. Simone Cerciello

14 dIfferenze dI svIluppo tra bambIna e bambIno: crescere a due velocItà

Prof. Giovanni Battista Dell’Isola

18 la farmacologIa non è neutra: perché uomInI e donne non rispondono allo stEsso modo aI farmacI

Prof.ssa Giovanna Petrucci

22 malattIe autoImmunI: perché le donne sono maggIormente colpIte?

Prof. Roberto Paganelli

26 due cuorI, due approccI

IntervIsta al prof. francesco vetta

Dott.ssa Giorgia Martino

30 unIcamIllus regala a zInvIé la sua prIma emoteca

Dott.ssa Daniela Mariani

32 unIcamIllus IntItola a gIovannI scambIa la scuola dI specIalIzzazIone In ostetrIcIa

Dott.ssa Giusi Condorelli

36 dca, emergenza tra

I gIovanI: Il focus su prevenzIone, genere e socIal

Dott.ssa Ginevra Guidoni

42 medIcIna e scIenze socIalI: un dIalogo necessarIo

Prof.ssa Donatella Padua

46 5 notiziE

48 news da unIweb

49 unIcamIllus global health journal

50 rIcerche | abstract

52 englIsh corner p.14 p.6

Rettore

La medicina non è neutra. Si tratta di una consapevolezza ormai imprescindibile nel panorama medico-scientifico contemporaneo, e per questo abbiamo deciso di parlarne in questo nuovo numero di UniCamillus Magazine, con il contributo prezioso dei nostri insigni docenti.

Per troppo tempo, la ricerca e la pratica clinica hanno assunto come riferimento un modello universale che, nei fatti, corrispondeva prevalentemente al corpo maschile. Oggi sappiamo che non è così. Le differenze biologiche, ormonali, ma anche sociali e culturali tra uomini e donne influenzano profondamente la salute, la diagnosi, la risposta alle terapie e persino l’accesso alle cure. La medicina di genere non è una “medicina per le donne”, bensì una medicina più precisa, più equa e, in ultima analisi, più efficace per tutti. I contributi raccolti in questo numero raccontano, con rigore scientifico e chiarezza divulgativa, come queste differenze si manifestino in ambiti diversi. Scopriamo, ad esempio, che i disturbi del sonno colpiscono uomini e donne in modo differente: l’insonnia è più frequente nelle donne, mentre le apnee ostruttive del sonno risultano sottodiagnosticate proprio nella popolazione femminile, spesso perché i sintomi si presentano in modo meno “classico”. Analogamente, nel mondo dello sport , le giovani atlete affrontano un equilibrio delicato tra prestazione e fisiologia: le variazioni ormonali possono incidere sulla stabilità dei legamenti, aumentando – secondo studi recenti – il rischio di lesioni come la rottura del legamento crociato anteriore di oltre il doppio rispetto ai coetanei maschi. Anche in età pediatrica emergono traiettorie di sviluppo differenti, che richiedono uno sguardo attento e personalizzato.

E ancora: la farmacologia ci insegna che uomini e donne possono rispondere in modo diverso agli stessi farmaci , non solo per ragioni di peso o composizione corporea, ma per variabili metaboliche e ormonali spesso trascurate nei trial clinici. È significativo ricordare che, fino a pochi decenni fa, le donne erano sottorappresentate negli studi clinici: un limite che oggi la comunità scientifica sta cercando di correggere, ma i cui effetti si riflettono ancora nella pratica quotidiana. Particolarmente rilevante è il tema delle malattie autoimmuni , che colpiscono molto più le donne rispetto agli uomini. La popolazione femminile, infatti, in queste patologie rappresenta il 75-80%: un dato che non può essere ignorato e che apre interrogativi importanti sul ruolo del sistema immunitario e dei fattori ambientali e sociali. La cardiologia offre un altro esempio emblematico: le malattie cardiovascolari rappresentano ancora oggi la prima causa di morte nelle donne , ma spesso con sintomi meno evidenti o atipici rispetto agli uomini. Questo ritardo diagnostico ha conseguenze concrete, e impone un cambio di paradigma nella formazione e nella pratica clinica.

Non meno importante è il dialogo tra medicina e scienze sociali , che trova spazio nella sezione dedicata alla Terza Missione. Comprendere la salute significa anche comprendere i contesti di vita, le disuguaglianze, i ruoli di genere e le dinamiche culturali che influenzano comportamenti e opportunità di cura. Allo stesso modo, la Conferenza di Terza Missione “ Eating Disorders today: a public health and prevention perspective ” (Disturbi Alimentari Oggi: una prospettiva di salute pubblica e prevenzione) – tenutasi nel gennaio 2026 presso il nostro Ateneo – ha posto l’attenzione su patologie che colpiscono in prevalenza le giovani donne, ma che richiedono un approccio

multidisciplinare e inclusivo. Ma non solo focus tematico: come in tutti i numeri, raccontiamo nella sezione Academic Life anche i momenti salienti di ciò che è avvenuto recentemente in Ateneo. In questa prospettiva, siamo particolarmente orgogliosi del contributo offerto attraverso la recente nostra donazione di un’emoteca all’ospedale La Croix in Benin : un gesto concreto che testimonia la vocazione internazionale e solidale di UniCamillus.

Ma, soprattutto, desidero ricordare con profonda commozione il Prof. Giovanni Scambia , figura di riferimento per la medicina italiana, al quale UniCamillus ha voluto dedicare la Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia presso il Policlinico di Abano. A questa significativa intitolazione è dedicato uno spazio all’interno del numero, che ne ripercorre il valore scientifico e umano. Il suo esempio continua a ispirare le nuove generazioni di medici, ricordandoci quanto la competenza professionale debba sempre accompagnarsi a umanità e valori. È proprio a questa integrazione tra sapere scientifico, attenzione alla persona e responsabilità sociale che UniCamillus guarda con convinzione, promuovendo una formazione capace di abbracciare la complessità senza semplificazioni. Il nostro è, in definitiva, un impegno concreto verso una medicina che sia davvero universale.

il sonno non è ugualE

pEr tutti: pErché il sEsso di appartEnEnza conta nEi

disturbi dEl sonno

prof. andrea romigi

Professore Associato di Neurologia in UniCamillus, si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università Cattolica di Roma e specializzato in Neurologia presso l’Università di Roma Tor Vergata.

Dal 2012 dirige il Centro di Medicina del Sonno dell’IRCCS Neuromed. Svolge attività editoriale per riviste scientifiche internazionali ed è autore di oltre 100 pubblicazioni. La sua ricerca si concentra sui disturbi del sonno, le malattie neurodegenerative e il rapporto tra sonno ed epilessia.

Per molto tempo i disturbi del sonno sono stati studiati e raccontati come se uomini e donne li presentassero nello stesso modo. Oggi sappiamo che non è così. Il cervello, il sistema endocrino, il controllo della respirazione, la distribuzione del grasso corporeo, la percezione dei sintomi e perfino il modo in cui si chiede aiuto al medico possono cambiare in base al sesso, e in parte anche al genere. In altre parole, la medicina del sonno è uno dei campi in cui la medicina di precisione deve imparare a riconoscere differenze reali, concrete, clinicamente rilevanti.

Sintomi diverSi, diagnoSi più difficili

La più recente letteratura scientifica riassume bene questo cambio di prospettiva: le differenze tra donne e uomini nei disturbi del sonno non riguardano soltanto la sfera riproduttiva o le oscillazioni ormonali, ma investono biologia, sintomi, tempi di diagnosi e risposta ai trattamenti. Le donne, per esempio, tendono a presentare più insonnia, più disturbi del tono dell’umore, più stanchezza e più sintomi “atipici” rispetto agli uomini: proprio questa atipicità può ritardare il riconoscimento di patologie importanti come l’ostruzione respiratoria nel sonno, la narcolessia o la sindrome delle gambe senza riposo.

apnee notturne: il volto naScoSto nelle donne

Il primo messaggio da portare fuori dagli ambulatori e dentro la divulgazione è semplice: i disturbi del sonno non hanno sempre lo stesso volto. Pensiamo alla sindrome delle apnee ostruttive del sonno (OSAS). Nell’immaginario collettivo il paziente tipico è ancora l’uomo che russa molto, è sovrappeso e si addormenta ovunque durante il giorno. Questo profilo esiste, ma non esaurisce il problema. Nelle donne il quadro può essere diverso: meno russamento evidente, meno apnee “classiche” osservate dal partner, più insonnia, cefalea mattutina, fatica persistente, calo dell’energia, ansia, depressione o difficoltà cognitive. Se il medico o la paziente stessa non collegano questi sintomi al sonno, la diagnosi rischia di arrivare tardi.

Una recente review sottolinea anche alcuni elementi fisiopatologici che possono rendere l’OSAS femminile meno riconoscibile: nelle donne sono più frequenti ostruzioni parziali prolungate delle alte vie aeree, un maggior addensamento degli eventi in sonno REM e, in età fertile, alcuni fattori anatomici e ormonali che offrono una protezione relativa rispetto agli uomini. Dopo la menopausa, però, questo vantaggio tende a ridursi. Su questo punto è particolarmente interessante uno studio multicentrico italiano a cui ho partecipato, pubblicato lo scorso anno su Sleep Medicine. Analizzando 2663 pazienti italiani con OSAS non trattata, lo studio ha mostrato che le donne avevano in media un’OSAS meno severa dal punto di vista degli indici respiratori e dell’ipossiemia notturna rispetto agli uomini. Tuttavia, presentavano una prevalenza di sonnolenza

diurna eccessiva sostanzialmente simile, e soprattutto un profilo clinico diverso: più insonnia, più movimenti alle gambe, più cefalea al risveglio, più fatica, oltre a una maggiore frequenza di ansia, depressione, ipertensione arteriosa, disfunzione cognitiva soggettiva, diabete tipo 2, reflusso gastroesofageo e asma. È un risultato importante, perché ci ricorda che “meno severo” sul monitor non significa necessariamente “meno impattante” nella vita reale. Lo stesso studio ha aggiunto un altro tassello utile: la sonnolenza diurna eccessiva non coincide sempre con la semplice gravità numerica delle apnee notturne. Nei pazienti italiani analizzati, essa era presente in circa il 39,5% dei casi al momento della diagnosi ed era associata soprattutto a fatica, percezione di difficoltà cognitive e maggiore carico ipossico notturno. In altre parole, per capire davvero quanto una malattia del sonno pesa sulla persona, non basta contare gli eventi respiratori: bisogna ascoltare i sintomi, leggere il contesto clinico e considerare i diversi fenotipi, compresi quelli femminili, troppo spesso rimasti in secondo piano.

narcoleSSia: differenze ancora da eSplorare

Le differenze di sesso non riguardano però solo le apnee. Anche la narcolessia, patologia neurologica in cui l’eccessiva sonnolenza diurna è un sintomo, mostra sfumature interessanti. I dati clinici nell’uomo sono ancora meno solidi rispetto a quelli disponibili per l’OSAS, ma la sono descritti alcuni pattern ricorrenti: nelle donne i sintomi iniziali, in particolare la sonnolenza diurna, possono comparire prima; la diagnosi può subire un ritardo

maggiore; in alcuni studi si osservano una latenza più breve di sonno al test diagnostico, il Multiple Sleep Latency Test, e un numero più elevato di addormentamenti in sonno REM. Inoltre, le donne con narcolessia sembrano presentare più risvegli notturni. È un quadro che suggerisce una vulnerabilità diversa, forse legata anche a differenze nei sistemi orexinergici e nell’interazione con gli ormoni sessuali. Qui la parola chiave è prudenza: non tutto è già definito, ma il segnale scientifico è chiaro e merita studi dedicati.

Sindrome delle gambe Senza ripoSo: più frequente nelle donne Un discorso analogo vale per la sindrome delle gambe senza riposo. In questo caso le differenze sono persino più nette: il disturbo è circa due volte più frequente nelle donne rispetto agli uomini. Non solo. Le donne tendono a descrivere sintomi più disturbanti, con una componente “sensitiva” più marcata, mentre negli uomini sembrano emergere più facilmente gli aspetti “motori” come i movimenti periodici delle gambe nel sonno. Gravidanza, menopausa, riserve di ferro, vitamina D, assetto ormonale e comorbidità dell’umore sono tutti elementi che possono contribuire a questa diversa espressione clinica. Anche qui il rischio è banalizzare: dire che “è solo nervosismo” o “sarà stress” significa perdere una finestra diagnostica e terapeutica preziosa.

il peSo degli Stereotipi nella diagnoSi C’è poi un aspetto culturale e organizzativo che la medicina moderna non può ignorare. Le differenze nei disturbi del sonno dipendono sì dalla biologia, ma anche da come i sintomi vengono

raccontati, ascoltati e interpretati. Una donna che riferisce stanchezza, insonnia, umore basso o difficoltà di concentrazione può essere indirizzata più facilmente verso spiegazioni psicologiche, menopausali o “funzionali”, mentre dietro quei sintomi può esserci un disturbo respiratorio del sonno, una narcolessia o una sindrome delle gambe senza riposo. La conseguenza è il ritardo diagnostico. E il ritardo, in medicina del sonno, non è neutro: significa anni di peggior qualità della vita, più rischio cardiovascolare e metabolico, peggiore rendimento cognitivo, maggiore vulnerabilità emotiva e, in alcuni casi, più incidenti stradali o lavorativi.

C’è anche un’altra ragione per cui questo tema è cruciale in ambito universitario: la ricerca biomedica, per molti anni, ha considerato il sesso femminile quasi come un “fattore confondente”. Nei modelli animali si preferivano spesso maschi per evitare la variabilità legata ai cicli ormonali. Oggi questa impostazione è stata ampiamente superata. Negli ultimi anni, gli studi preclinici hanno aiutato a capire quanto il cervello sia un organo sessualmente dimorfico e quanto i sistemi che regolano sonno, respiro e vigilanza possano comportarsi in modo differente nei due sessi. È una svolta culturale prima ancora che metodologica: la variabilità non è un difetto del dato, è parte del fenomeno biologico che vogliamo comprendere per cui escludere o selezionare un dato rappresenta addirittura un “bias”.

gravidanza e menopauSa: faSi chiave per il Sonno

Le fasi della vita femminile rendo -

no queste differenze ancora più evidenti. Gravidanza e menopausa non sono semplici “cornici” del sonno, ma momenti in cui l’assetto respiratorio e neuroendocrino cambia in modo sostanziale. In gravidanza l’aumento di peso, la ritenzione di liquidi e le modificazioni anatomiche possono favorire la collassabilità delle vie aeree e quindi il rischio di avere apnee, mentre altri fattori, come l’azione del progesterone e la maggiore attività dei muscoli dilatatori, possono avere un effetto protettivo. Dopo la menopausa, invece, la riduzione di estrogeni e progesterone si accompagna a un aumento del rischio di OSAS e a una perdita di quella protezione relativa osservata in età fertile. Questo aiuta a capire perché molte donne arrivino alla diagnosi in una fase tardiva della vita, quando il disturbo è già associato a comorbidità cardiometaboliche.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda la relazione tra sindrome delle gambe senza riposo e gravidanza. La gravidanza rappresenta infatti uno dei principali fattori di rischio per l’esordio o il peggioramento dei sintomi. Molte donne riferiscono la comparsa del disturbo soprattutto nel secondo e terzo trimestre, con un bisogno irresistibile di muovere le gambe nelle ore serali che rende difficile addormentarsi. Diversi meccanismi possono contribuire a questo fenomeno: le variazioni ormonali, l’aumento della richiesta di ferro da parte dell’organismo e le modificazioni del metabolismo dopaminergico. Nella maggior parte dei casi i sintomi tendono a regredire dopo il parto, ma la loro comparsa durante la gravidanza è

considerata oggi un importante indicatore di vulnerabilità e può essere associata a un rischio maggiore di sviluppare la sindrome anche negli anni successivi.

terapie Su miSura Anche la terapia merita uno sguardo orientato al sesso. Per quanto riguarda l’OSAS ad esempio nelle donne la CPAP (Continuous Positive Airway Pressure), il supporto a pressione positivo utilizzato per trattare le apnee, resta il trattamento più efficace per l’OSAS moderata-severa, ma va prescritta e monitorata tenendo conto delle caratteristiche femminili: eventi più frequenti nella parte finale della notte, maggior quota di sonno REM e di apnee in REM, possibile coesistenza di insonnia e sintomi dell’umore, fattori che possono influenzare l’aderenza e la percezione del beneficio. La medicina del sonno del futuro non sarà fatta soltanto di dispositivi, algoritmi e punteggi, ma di una migliore capacità di personalizzare diagnosi e cura.

In definitiva, il sonno ci insegna una lezione generale della neurologia contemporanea: per curare bene bisogna tenere in considerazione le diversità. Se continuiamo a osservare i disturbi del sonno con una lente unica, rischiamo di riconoscere presto soltanto chi somiglia ad un modello classico e di perdere differenti fenotipi. Guardare il sonno attraverso le differenze di sesso significa invece fare una medicina di precisione, più accurata, più equa e più umana. Ed è proprio da qui che passa, oggi, una parte decisiva del futuro della medicina del sonno.

I gure 1 adattata

f
da perger et al., frontierS in neurology, 2024, cc by titolo: “differenze di SeSSo nei principali diSturbi del Sonno”

lEsionE dEl lEgamEnto crociato antEriorE E ormoni fEmminili:

QualE rElazionE?

prof. Simone cerciello

Professore Associato di Malattie dell’Apparato Locomotore presso UniCamillus, è chirurgo ortopedico specializzato in chirurgia protesica e traumatologia dello sport.

È responsabile di centri di eccellenza in ambito ortopedico e consulente per istituzioni nazionali e internazionali, tra cui CONI e FAO. Autore di oltre 100 pubblicazioni indicizzate, la sua attività clinica e di ricerca si concentra sulla chirurgia delle grandi articolazioni e sull’artroscopia.

Con l’aumentare della popolarità della pratica sportiva tra i giovani, sono aumentati anche gli infortuni al legamento crociato anteriore (LCA). Nel complesso, le lesioni al LCA sono aumentate costantemente negli ultimi 20 anni, con un’incidenza annuale di 200.000 casi. Le conseguenze a breve e lungo termine delle lesioni al LCA – tra cui la chirurgia ricostruttiva, la riabilitazione a lungo termine e l’artrosi precoce – sono costose, con un onere finanziario stimato di 7,6 miliardi di dollari all’anno se trattate con ricostruzione chirurgica e 17,7 miliardi di dollari all’anno se trattate con riabilitazione negli Stati Uniti. Le lesioni del LCA possono essere particolarmente devastanti e persino porre fine alla carriera degli atleti, con un tasso di ritorno allo sport inferiore al 50%. Date le ripercussioni delle lesioni del LCA, la prevenzione è fondamentale.

La maggiore incidenza di lesione del legamento crociato anteriore nelle atlete rispetto ai colleghi maschi è un dato epidemiologico consolidato. Nel 1972 negli Stati Uniti è stato approvato il Titolo IX degli Emendamenti all’Istruzione, che ha concesso pari opportunità per le donne nella partecipazione alle attività sportive. Da allora si è assistito a un aumento significativo della

partecipazione femminile, oltre che un aumento delle lesioni legamentose nelle atlete.

Nelle discipline “pivoting” (calcio, basket, pallavolo, pallamano), il rischio femminile è stimato da 2 a 8 volte superiore. Le cause sono multifattoriali e includono fattori anatomici, biomeccanici, neuromuscolari e ormonali. Negli ultimi vent’anni l’interesse si è concentrato in particolare sul possibile ruolo degli ormoni sessuali femminili nella modulazione della biomeccanica e delle proprietà del LCA.

differenze di incidenza e ipoteSi patogenetiche

Le donne presentano mediamente:

• maggiore valgismo dinamico del ginocchio

• differente strategia di controllo neuromuscolare (minor attivazione precoce degli ischiocrurali)

• differente morfologia del ginocchio, con uno spazio osseo più stretto e legamenti più elastici

Tuttavia, tali fattori non spiegano completamente la differenza d’incidenza di lesioni legamentose. L’osservazione clinica di una possibile variazione dell’incidenza durante il ciclo mestruale ha portato a ipotizzare un ruolo diretto degli ormoni ovarici.

il lca è un teSSuto ormono-SenSibile?

Le donne possono sperimentare un aumento acuto della lassità anteriore del ginocchio durante il ciclo mestruale. Studi istologici e molecolari hanno dimostrato la presenza di recettori per estrogeni (ER-α, ER-β), progesterone e relaxina nel tessuto del LCA umano.

Questo suggerisce che il legamento possa rispondere direttamente alle fluttuazioni endocrine. Gli estrogeni influenzano sintesi e turnover del collagene, l’attività dei fibroblasti, l’espressione delle metalloproteinasi (MMP) e l’organizzazione delle fibre collagene. In modelli animali e in vitro, concentrazioni elevate di estrogeni sono associate a riduzione della sintesi di collagene di tipo I e a diminuzione della resistenza meccanica del legamento (X. Liu and Z.-P. Luo, 2005). ll progesterone sembra avere un ruolo meno chiaro, talvolta descritto come parzialmente protettivo. La relaxina, invece, è stata correlata a maggiore lassità legamentosa.

faSi del ciclo meStruale e riSchio di leSione Il ciclo mestruale è suddiviso in tre stadi, scanditi dalla diversa secrezione ormonale:

• fase follicolare precoce (bassi estrogeni e progesterone)

• fase ovulatoria (picco estrogenico)

• fase luteale (progesterone elevato)

Diversi studi prospettici hanno suggerito un aumento del rischio di lesione del LCA durante la fase ovulatoria, quando i livelli di estrogeni sono più elevati (B. T. Zazulak, M. Paterno, G. D. Myer, W. A. Romani, T. E. Hewett, 2006).

L’ipotesi è che l’aumento estrogenico possa determinare una maggiore lassità legamentosa, ridotta rigidità del LCA e alterazioni nel controllo neuromuscolare. Alcuni lavori hanno dimostrato un incremento misurabile della lassità anteriore tibiale durante la fase ovulatoria. Tuttavia, i risultati non sono univoci: meta-analisi recenti

evidenziano eterogeneità metodologica significativa (differenze nel timing del prelievo ormonale, fase del ciclo riportata dalla paziente e non in base alla secrezione ormonale, piccola coorte di pazienti). Il sistema neuromuscolare è influenzato dagli estrogeni grazie alla loro modulazione dell’attività propriocettiva e alla variazione dei modelli di attivazione muscolare: ciò comporta una variazione nel movimento del ginocchio durante l’atterraggio. Alcuni studi sul movimento mostrano che durante l’ovulazione il ginocchio tende a piegarsi meno e a muoversi verso l’interno più del normale, una posizione che aumenta lo stress sul LCA e il rischio di lesione. Questo è importante perché molte lesioni avvengono senza contatto, durante frenate o cambi di direzione. In sintesi, esiste una tendenza verso un rischio aumentato in fase peri-ovulatoria, ma il livello di evidenza resta tuttavia moderato.

contraccettivi orali: fattore protettivo?

Un tema di crescente interesse è l’uso dei contraccettivi orali combinati (COC). Stabilizzando i livelli ormonali ed evitando il picco ovulatorio estrogenico, i COC potrebbero teoricamente ridurre la variabilità della lassità legamentosa. Alcuni studi osservazionali suggeriscono una riduzione dell’incidenza di lesioni del LCA nelle utilizzatrici di contraccettivi orali rispetto alle non utilizzatrici (L. Rahr-Wagner, T. M. Thillemann, F. Mehnert, A. B. Pedersen, M. Lind, 2014). Tuttavia i dati non sono uniformi, il disegno degli studi è di natura retrospettiva e non esistono trials randomizzati. Pertanto attualmente non è possibile raccomandare l’uso dei con-

traccettivi a fini preventivi ortopedici, ma il dato rimane di interesse. relaxina e laSSità articolare

La relaxina, ormone coinvolto nella gravidanza e nella modulazione del tessuto connettivo, è stata identificata come possibile mediatore di lassità legamentosa anche in donne non gravide. Il meccanismo ipotizzato è l’aumento dell’espressione di MMP e la riduzione dell’integrità del collagene . Livelli sierici elevati sono stati correlati ad una maggiore lassità anteriore del ginocchio e dunque un incremento del rischio di lesione del LCA.

implicazioni cliniche

La domanda da porsi a questo punto è: dal punto di vista pratico, cosa cambia per l’ortopedico e per il medico dello sport?

Sono varie le implicazioni.

1. Screening del rischio: considerare il sesso come fattore indipendente di rischio.

2. Programmi di prevenzione neuromuscolare: esercizi mirati su controllo del valgismo dinamico, rinforzo degli ischiocrurali e training propriocettivo si sono dimostrati efficaci nel ridurre l’incidenza di lesioni.

3. Timing dell’allenamento: non esistono attualmente raccomandazioni ufficiali per modulare carichi in base al ciclo mestruale, ma alcune squadre professionistiche iniziano a monitorarlo.

4. Counseling personalizzato: informare le atlete sulla possibile variabilità del rischio. È importante sottolineare che il fattore ormonale rappresenta solo una componente di un modello multifattoriale complesso.

limiti della letteratura

Come ampiamente sottolineato, la ricerca su questo tema presenta criticità, tra cui: popolazioni esaminate ridotte, difficoltà nel determinare con precisione la fase del ciclo mestruale dovuto anche ad una scarsa standardizzazione dei dosaggi ormonali, studi eterogenei per età, livello sportivo e tipo di sport.

Sorge dunque la necessità di studi prospettici di coorte con dosaggio sierico ormonale e studi con analisi biomeccanica integrata.

concluSioni

La relazione tra lesione del LCA e ormoni femminili è biologicamente plausibile e supportata da evidenze sperimentali e cliniche, sebbene non definitive. Gli estrogeni sembrano influenzare sia le proprietà meccaniche del legamento sia il controllo neuromuscolare, con possibile aumento del rischio in fase ovulatoria.

Tuttavia, la lesione del LCA rimane un evento multifattoriale in cui anatomia, biomeccanica, preparazione neuromuscolare e carico sportivo interagiscono con la variabilità endocrina.

L’approccio più solido oggi non è la modulazione ormonale, ma l’implementazione sistematica di programmi di prevenzione neuromuscolare strutturati.

Questo articolo è stato realizzato con la collaborazione del Dott. Vincenzo Mattiacci, Medico specializzando in Ortopedia e Traumatologia presso l’Università degli Studi di Torino

diffErEnzE nEllo sviluppo tra bambina E bambino: crEscErE a duE vElocità

prof. giovanni battiSta dell’iSola

Ricercatore presso UniCamillus, è pediatra specializzato in neurologia pediatrica. Svolge attività didattica per il

Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia.

È membro della Società Italiana di Pediatria e ha perfezionato la sua formazione presso l’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze.

Autore di numerose pubblicazioni su riviste nazionali e internazionali, la sua attività clinica e di ricerca si concentra sull’epilessia pediatrica, con particolare enfasi sulle forme a eziologia genetica e sulle terapie antiepilettiche.

La medicina moderna si spinge in modo crescente verso una medicina di precisione, che analizza ogni variabile biologica e ambientale in grado di influenzare il rischio di insorgenza di specifiche patologie, il fenotipo e la risposta ai trattamenti. In tale contesto, i bilanci di crescita durante l’età pediatrica non possono prescindere dall’integrazione di sesso biologico e genere come determinanti differenti e complementari. Il sesso biologico – definito dall’assetto cromosomico e dalla conseguente differenziazione gonadica ed endocrinologica – incide sulle traiettorie di crescita, sullo sviluppo puberale e di specifici organi. Il genere invece, rappresenta un costrutto socio-culturale con significativi impatti sulla crescita, che talvolta assumono particolare rilevanza quando l’identità di genere non coincide con il sesso biologico.

differenze auxologiche e creScita precoce

Già prima della pubertà, le differenze auxologiche (ossia legate alla crescita e allo sviluppo fisico) tra bambino e bambina giustificano la necessità di curve di crescita differenziate. Seppur con ampia variabilità individuale, dal primo anno di vita i bambini presentano peso, altezza e circonferenza cranica maggiori rispetto alle bambine con velocità di crescita proporzionalmente simili

compoSizione corporea pre-puberale Dall’età pre-puberale, in aggiunta alle differenze auxologiche, emergono iniziali divergenze della composizione corporea. A parità di indice di massa corporea (BMI), il sesso femminile risulta sbilanciato verso una più alta percentuale di massa grassa rispetto al sesso maschile.

Spurt puberale e maturazione fiSiologica

L’avvio della pubertà coincide con un’accelerazione del ritmo di crescita nota come “spurt puberale”, che nelle femmine raggiunge il picco di velocità intorno ai 11.512 anni, mentre nei maschi è ritardato a circa 13.5-14 anni. Inoltre, l’età puberale si accompagna ad evidenti cambiamenti morfologici con lo sviluppo dei caratteri sessuali primari e secondari (clinicamente monitorati attraverso gli stadi di Tanner). Sul piano fisiologico, queste differenze dipendono da una regolazione del corpo controllata dall’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi e dalle interazioni tra ormoni sessuali, ormone della crescita e IGF-1. Questi fattori influenzano quando inizia la pubertà, quanto velocemente si cresce e come si sviluppano le ossa.

Sviluppo cerebrale e differenze di volume

Le differenze di crescita vanno ben oltre la semplice curva auxologica. È infatti noto come anche lo sviluppo cerebrale segua delle traiettorie differenziate in base al sesso con differenze quantitative, temporali e molecolari caratterizzanti. A livello macroscopico sono stati descritti volumi cerebrali differenti che nel sesso maschile presentano un volume in media maggiore di circa 9-13% rispetto al sesso femminile. Analogamente, la superficie corticale mostra estensione maggiore nel sesso maschile. Tuttavia, per una corretta interpretazione del volume cerebrale è necessario approfondire l’analisi volumetrica con un’analisi dei compartimenti tissutali. Infatti, a fronte di volumi cerebrali minori, il sesso femminile presenta maggiore densità di sostanza grigia, ossia la parte del cervello dove si trovano i corpi cellulari dei neuroni: è qui che avviene la maggior parte dell’elaborazione delle informazioni, come pensiero, memoria, emozioni e decisioni. Ciò significa che il cervello femminile può essere più efficiente in certi processi nonostante sia più piccolo, perché ci sono più cellule o connessioni in un dato volume di sostanza grigia.

Sviluppo delle regioni Sottocorticali Le differenze nelle regioni sottocorticali del cervello non sono così uniformi, ma il loro sviluppo avviene a tempi diversi nei due sessi Ad esempio, tra i 7 e i 20 anni, l’amigdala (che regola emozioni e paura) nelle ragazze cresce rapidamente durante la pubertà, poi si stabilizza e diminuisce leggermente, mentre nei ragazzi cresce in modo più costante nel tempo. Inoltre, nei ragazzi i volumi delle aree sottocorticali mostrano una maggiore variabilità tra individui. Questo, nella pratica, significa che ragazzi e ragazze maturano il cervello in tempi diversi: nelle ragazze alcune aree emotive si sviluppano prima, nei ragazzi più lentamente e in modo più variabile tra individui. Questo influisce su emozioni, controllo degli impulsi e reazioni allo stress durante l’adolescenza.

differenze nella SoStanza bianca

A livello della sostanza bianca (che regola la comunicazione tra diverse aree del cervello) sono state osservate differenze microstrutturali tra i due sessi, espressione di una diversa organizzazione e maturazione delle fibre mieliniche probabilmente correlata a una differente stimolazione ormonale.

f I gure 1 curve di creScita 0-6 meSi World health organization

In alcuni lavori infatti, si è notato che nei ragazzi la sostanza bianca del cervello tende a essere più organizzata e meglio mielinizzata, probabilmente grazie al testosterone, mentre nelle ragazze l’estradiolo sembra legarsi a una minore organizzazione delle fibre, quindi lo sviluppo della sostanza bianca segue percorsi diversi tra i sessi.

perfuSione cerebrale e metaboliSmo

Oltre alla morfologia, studi di perfusione cerebrale hanno confermato profili metabolici distintivi tra i due sessi. La perfusione cerebrale (CBF) – ossia il flusso di sangue che arriva al cervello – è elevata in età pediatrica con successiva riduzione durante la crescita. Tuttavia, mentre nei maschi si associa a un declino più lineare, nel sesso femminile sono stati descritti livelli di CBF più alti durante il periodo puberale, compatibili con diverse richieste metaboliche. Dunque, in pratica, durante l’adolescenza il cervello delle ragazze ha bisogno di più energia e nutrienti rispetto a quello dei ragazzi, probabilmente per sostenere lo sviluppo di alcune aree e funzioni cerebrali che maturano in quel periodo.

implicazioni per profili neuropSichiatrici

Queste differenze nei ritmi di maturazione del neurosviluppo, seppur modulati da differenti determinanti sociali, ambientali e di genere, rivestono un ruolo centrale nell’espressione di differenti profili neuropsichiatrici tra i due sessi. In particolare, le differenze si osservano in tre ambiti principali:

1. Sviluppo cognitivo e linguistico

2. Emozioni e comportamento

3. Vulnerabilità ai disturbi del neurosviluppo

differenze cognitive e linguiStiche

Sul versante linguistico, in media le bambine mostrano migliore fluenza fonemica e competenze linguistiche già dalle prime fasi della crescita. Di contro, nei maschi è più frequentemente documentato un vantaggio nelle abilità visuo-spaziali che si manifesta già nella tarda infanzia e si consolida dopo l’adolescenza.

differenze emotive e comportamentali

Sul piano emotivo-comportamentale, i maschi presentano più spesso disturbi esternalizzanti (es. aggressività, disturbo oppositivo-provocatorio) mentre nel sesso femminile sono più frequenti disturbi internalizzanti (es. ansia, depressione) e disturbi della condotta alimentare. Tali caratteristiche potrebbero trovare giustificazione in una differente vulnerabilità di circuiti in maturazione tra i due sessi. Ad esempio, livelli più elevati di ansia sono stati correlati a perfusioni cerebrali più elevate dell’amigdala, sede dei circuiti affettivi. Allo stesso modo, sintomi depressivi in adolescenza sono associati a differenti traiettorie di sviluppo delle regioni limbiche e frontotemporali, con frequenza maggiore nel sesso femminile che in età adulta è circa doppia rispetto al sesso maschile.

vulnerabilità ai diSturbi del neuroSviluppo Infine, anche nella vulnerabilità ai disturbi del neurosviluppo si osservano differenze tra i due sessi, come nella prevalenza dell’ADHD di circa 2.4 volte maggiore nei maschi. Inoltre, nei maschi l’ADHD si manifesta più frequentemente con una presentazione ipercinetica, mentre il sesso femminile è associato a un profilo prevalentemente disattentivo. Anche il disturbo dello spettro autistico, oltre a

una prevalenza più alta nel sesso maschile, mostra una differente espressione fenotipica tra i sessi: nei maschi sono più evidenti difficoltà socio-comunicative, mentre le bambine presentano maggiori capacità di compensazione che talvolta comportano un allungamento dei tempi diagnostici. Per quanto riguarda i disturbi psicotici, non ci sono differenze di prevalenza tra i sessi, tuttavia sono descritte differenze temporali con esordi in media più tardivi nel sesso femminile.

In conclusione, riconoscere che bambini e bambine “crescono a due velocità” si traduce in un approccio di medicina personalizzata che consente un corretto inquadramento e l’avvio di strategie terapeutiche mirate.

la farmacologia non è nEutra: pErché uomini E donnE non rispondono allo stEsso modo ai farmaci

prof.SSa giovanna petrucci

Professoressa Associata in Farmacologia in UniCamillus, è specializzata in ambito cardiovascolare, ha coordinato studi internazionali collaborando con Oxford e Harvard. Autrice di oltre 40 pubblicazioni

La sua ricerca si focalizza sui meccanismi di attivazione piastrinica, sulla risposta ai farmaci antiaggreganti e sulla medicina personalizzata per ottimizzare la prevenzione delle patologie cardiovascolari e oncologiche.

Per gran parte del XX secolo, la ricerca biomedica è stata guidata da un paradigma tanto semplice quanto approssimativo: l’idea che l’organismo maschile potesse fungere da modello standard per l’intera specie umana. In questa visione, il corpo femminile era considerato una “variante ormonale”, una sorta di complicazione sperimentale da evitare per non “sporcare” i dati con le fluttuazioni del ciclo mestruale. Oggi sappiamo che questo approccio non è solo scientificamente superato, ma rappresenta un limite oggettivo alla sicurezza dei pazienti. Uomini e donne non rispondono ai farmaci nello stesso modo perché la loro biologia differisce in ogni passaggio del percorso che una molecola compie nell’organismo.

doSaggi Standard calibrati Sul modello maSchile Il divario attuale affonda le radici nella storia dei trial clinici. Fino ai primi anni ’90, le donne in età fertile venivano sistematicamente escluse dalle fasi precoci di sperimentazione, anche in seguito alle conseguenze regolatorie post-talidomide (un farmaco tristemente noto per aver causato gravi malformazioni nei bambini quando assunto in gravidanza). Molti dei dosaggi oggi considerati “standard” sono stati calibrati su un modello maschile di circa 70–80 kg. Non sorprende quindi che le donne

presentino una frequenza di reazioni avverse ai farmaci (ADR) significativamente superiore rispetto agli uomini. Analisi epidemiologiche mostrano un eccesso di ADR nelle donne compreso tra il 50% e il 70%, non per una maggiore “fragilità”, ma per una sottostima sistemica delle differenze biologiche. Dati recenti pubblicati su The Lancet Regional Health – Europe (2023) confermano che il tasso di ospedalizzazione per ADR rimane più elevato nel sesso femminile, nonostante i progressi regolatori.

differenze farmacocinetiche: il percorSo adme

Le differenze emergono in modo particolarmente evidente lungo il percorso farmacocinetico ADME, ovvero nei processi di Assorbimento, Distribuzione, Metabolismo ed Eliminazione del farmaco all’interno del corpo. Nell’assorbimento, le donne presentano mediamente una minore secrezione acida gastrica e un tempo di svuotamento più lento, fattori che possono modificare la biodisponibilità di farmaci pH-dipendenti o a dissoluzione critica.

Nella distribuzione, la diversa composizione corporea è cruciale: una maggiore percentuale di massa grassa e un minore contenuto di acqua corporea totale comportano un volume di distribuzione più elevato per i farmaci lipofili e più ridotto per quelli idrofili. Le benzodiazepine e diversi anestetici possono quindi avere un’emivita più lunga nelle donne, mentre farmaci idrofili possono raggiungere concentrazioni plasmatiche più elevate a parità di dose.

Il metabolismo epatico rappresenta un ulteriore snodo differenziale.

L’attività enzimatica del CYP3A4, un enzima del fegato responsabile

del metabolismo di oltre il 50% dei farmaci in commercio, risulta mediamente più elevata nelle donne, mentre il CYP1A2, un altro enzima epatico responsabile della biotrasformazione di numerosi farmaci, presenta un’attività maggiore negli uomini.. Queste differenze, documentate in numerosi studi di farmacologia clinica, sono influenzate anche dagli ormoni sessuali. Ignorarle significa accettare che una dose “standard” possa risultare sub-terapeutica in un sesso e tossica nell’altro.

Anche l’escrezione renale presenta variazioni medie: la capacità dei reni di filtrare il sangue per rimuovere sostanze di scarto e farmaci (ossia la filtrazione glomerulare), a parità di superficie corporea, tende a essere inferiore nelle donne, con potenziale accumulo di farmaci a eliminazione prevalentemente renale.

eSempi clinici

Sul piano clinico, il caso dello zolpidem, potente farmaco ipnotico utilizzato nel trattamento dell’insonnia, rappresenta un punto di svolta: dopo anni di prescrizione uniforme a 10 mg, nel 2013 la FDA ha imposto il dimezzamento della dose iniziale nelle donne, riconoscendo che concentrazioni plasmatiche residue al mattino erano significativamente più elevate nel sesso femminile, con aumento del rischio di incidenti stradali. In cardiologia, l’aspirina offre una lezione paradigmatica di farmacodinamica di genere. La meta-analisi di Berger e colleghi pubblicata su JAMA nel 2006, che ha analizzato oltre 95.000 individui in prevenzione primaria, ha mostrato una riduzione significativa dell’infarto miocardico negli uomini ma non nelle donne, nelle quali

invece si osservava una riduzione significativa dell’ictus ischemico. Analogamente, il Women’s Health Study ha evidenziato l’assenza di beneficio significativo sull’infarto miocardico nelle donne sotto i 65 anni, con protezione prevalente sull’ictus e beneficio coronarico emergente solo oltre i 65 anni. Questi dati indicano che l’inibizione della COX-1, l’enzima piastrinico responsabile della produzione di mediatori coinvolti nell’aggregazione, e la conseguente riduzione del trombossano A₂, una molecola che stimola la formazione del coagulo, non determinano effetti identici negli uomini e nelle donne. Questa differenza potrebbe dipendere da variazioni legate al sesso nella patologia vascolare e nella reattività delle piastrine. Le statine, farmaci impiegati per ridurre il colesterolo e prevenire infarto e ictus, sono efficaci in entrambi i sessi; tuttavia, le donne riferiscono più spesso dolori muscolari (mialgie) o problemi muscolari più gravi (miopatie). Studi recenti mostrano che differenze genetiche o funzionali in proteine del fegato chiamate OATP1B1, le quali regolano l’ingresso delle statine nelle cellule epatiche, possono far circolare più farmaco nel sangue e aumentare il rischio di effetti muscolari.

L’immuno-farmacologia rappresenta un’ulteriore frontiera: durante la campagna vaccinale contro SARS-CoV-2 è emerso che le donne sviluppano titoli anticorpali mediamente più elevati, ma riportano anche una maggiore frequenza di effetti collaterali sistemici. Il sistema immunitario femminile è più reattivo, anche per la presenza di numerosi geni immuno-regolatori sul cromosoma X e per l’effetto modulatore degli estrogeni.

In oncologia, analisi recenti pubblicate nel 2023 su Clinical Pharmacokinetics hanno evidenziato differenze di clearance e volume di distribuzione per diversi anticorpi monoclonali tra uomini e donne, mettendo in discussione il dosaggio esclusivamente basato su peso o superficie corporea e aprendo la strada a modelli più sofisticati di personalizzazione terapeutica.

Infine, non va trascurato il ruolo epigenetico degli ormoni sessuali e l’interazione con il microbiota intestinale. Gli estrogeni modulano l’espressione genica di enzimi metabolici e trasportatori, mentre il microbiota – che presenta differenze di composizione tra uomini e donne - può attivare o inattivare farmaci prima ancora del loro assorbimento sistemico.

In conclusione, possiamo affermare che la farmacologia di genere non è una “medicina per le donne”, ma una scienza dell’appropriatezza. Il sesso biologico è la prima variabile di precisione disponibile nella pratica clinica. Includere le donne nei trial in modo proporzionale, analizzare i dati in modo disaggregato e integrare la variabile sesso nei modelli di dosaggio non è più un’opzione, ma un obbligo etico e scientifico. Solo così possiamo realmente passare dalla medicina della media statistica alla medicina della persona.

“Uomini e donne metabolizzano e rispondono ai farmaci in modi diversi a causa di variabili biologiche, ormonali, genetiche e fisiologiche.
Integrare la variabile genere nei trial clinici e nella defininizione dei dosaggi non è oiù opzionale: è un obbligo scientifico ed etico per garantire sicurezza ed efficacia nella medicina di precisione.”

malattiE autoimmuni: pErché lE donnE sono maggiormEntE colpitE?

prof. roberto paganelli

Professore di Medicina Interna im UniCamillus, è allergologo e immunologo clinico. Già Professore Ordinario e direttore di Scuole di Specializzazione, ha ricoperto incarichi di rilievo presso istituzioni nazionali e internazionali come WAO e SIAAIC.

Autore di oltre 300 pubblicazioni e Academic Editor per prestigiose riviste scientifiche, la sua attività clinica e di ricerca si focalizza sulla diagnostica e terapia delle allergie respiratorie e alimentari, delle malattie autoimmuni e delle immunodeficienze.

La medicina per molto tempo ha trascurato le disparità nei problemi di salute tra i sessi, confinando quelli della donna all’ambito riproduttivo. Oggi vi è una maggiore attenzione alle differenze di sesso e di genere, giunta fino alla costituzione di un Centro Studi sulla Salute e Medicina di Genere presso l’Istituto Superiore di Sanità. Uno degli esempi più eclatanti delle diversità è rappresentato dalla maggiore frequenza con cui le donne sono colpite da malattie autoimmuni.

Le malattie autoimmuni costituiscono un gruppo eterogeneo di oltre un centinaio di diverse patologie, che interessano o un singolo organo (tiroidite autoimmune, encefalite autoimmune) un sistema (sclerosi multipla, artrite reumatoide, celiachia) o diverse sedi (lupus eritematoso sistemico, sclerosi sistemica). Sono tutte accomunate da un medesimo meccanismo patogenetico: il sistema immunitario, preposto a difendere l’organismo da agenti estranei, riconosce come tali i propri tessuti e li aggredisce fino alla loro distruzione. Ciò avviene progressivamente con l’intervento di cellule del sistema immune cosiddetto adattativo (linfociti) e di quello innato (neutrofili, monociti, ecc.) provocando infiammazione cronica, danno cellulare e perdita progressiva di funzione degli organi coinvolti. Il paradosso dell’esistenza dell’autoimmunità – riconosciuta solo alla metà del secolo scorso – è un aspetto

centrale degli studi immunologici. Il problema è quello della tolleranza immunologica, cioè del perché il sistema che sorveglia la presenza di sostanze estranee non si attiva non solo verso molecole proprie dell’individuo, ma anche verso il feto in gravidanza, che porta molecole di origine paterna, e anche verso il microbiota che coordina la resistenza verso numerosi agenti patogeni ed anche verso l’insorgenza di tumori. Il dato epidemiologico più costante e non ancora interamente chiarito è quello della elevata prevalenza di queste malattie nel sesso femminile, con rapporti femmine:maschi fino a 9:1 per patologie come il lupus eritematoso sistemico, la tiroidite di Hashimoto, la sindrome di Sjögren o la sclerosi multipla.

Qualche eccezione è rappresentata da alcune patologie neurologiche e dal diabete di tipo 1 che non presentano questo squilibrio tra i sessi. Il grande dimorfismo sessuale riscontrato nell’epidemiologia delle malattie autoimmuni si estende a caratteristiche cliniche, gravità dei sintomi, età di insorgenza e risposta ai trattamenti

differenze immunitarie

Le spiegazioni di questo squilibrio sono molteplici e includono fattori genetici, ormonali e ambientali, ma soprattutto esistono enormi differenze tra i sessi nel funzionamento del sistema immunitario. Alcune differenze si accentuano in determinate epoche della vita (ad es. in gravidanza) e cambiano ancora con l’invecchiamento.

Nel nostro studio prospettico InChianti, abbiamo riportato un dimorfismo importante nel numero dei neutrofili (cellule bianche del

sangue) circolanti e nel loro rapporto con il numero di linfociti, che rappresenta un importante indicatore di invecchiamento del sistema immunitario. Il sistema immunitario femminile appare più reattivo rispetto a quello maschile, particolarmente per quanto riguarda la componente adattativa, rappresentata dai linfociti e dalle loro sottopopolazioni. Questo significa che le risposte immuni –tradizionalmente divise in umorali (anticorpali) e cellulari – sono molto più forti nel genere femminile, a causa di fattori biologici, epigenetici, ormoni sessuali, elementi psicosociali.

I linfociti hanno un ruolo centrale nello sviluppo delle risposte immunitarie e nella progressione delle malattie autoimmuni. Tra questi, i linfociti T, che mediano le risposte cellulari, possono diventare autoreattivi quando diminuiscono i meccanismi di controllo della tolleranza, come le cellule T regolatorie (Treg). Allo stesso tempo, i linfociti B autoreattivi, se non più controllati, producono autoanticorpi che attaccano cellule e tessuti, causando danni e malfunzionamento degli organi coinvolti.

Gli autoanticorpi rappresentano quindi un marcatore importante, utile sia per la diagnosi delle malattie autoimmuni sia per monitorarne l’evoluzione e la risposta alle terapie.

In maggiore dettaglio, nelle donne sono più rappresentati i linfociti T CD4, iniziatori (helper) delle risposte immuni, e anche i linfociti B (capaci di produrre anticorpi): Questo conferisce alle donne un maggior vigore nelle risposte immuni alle infezioni e ai vaccini, ma pone un possibile problema per il

mantenimento della tolleranza. La frequenza di cellule Treg invece è aumentata nei maschi e rappresenta una delle maggiori differenze osservate nei maschi post-puberi rispetto alle femmine. Le queste cellule Treg (per la scoperta delle quali sono stati assegnati i premi Nobel per la Medicina del 2025) contribuiscono al mantenimento dell’omeostasi e rappresentano uno dei meccanismi principali della tolleranza immunitaria. Tutte queste differenze sono fortemente influenzate dagli ormoni sessuali, con una azione pro-attivatoria (e quindi potenzialmente pro-infiammatoria) degli estrogeni e una più regolatoria (immunosoppressiva) del testosterone. Molti studi sono dedicati alla determinazione dei cambiamenti che avvengono durante il ciclo mestruale e in condizioni di soppressione dei segnali ormonali.

ruolo dei cromoSomi SeSSuali Dal punto di vista genetico, il cromosoma X svolge un ruolo cruciale, poiché contiene numerosi geni implicati nella risposta immunitaria. Le donne possiedono due cromosomi X, ma uno di essi viene parzialmente silenziato. Tuttavia, il processo di inattivazione non è completo e ciò comporta un aumento della suscettibilità alle risposte autoimmuni. Inoltre, nel corso della vita numerosi eventi alterano questo processo, il ché si osserva anche nell’uomo con l’invecchiamento (perdita del cromosoma Y). Va qui ricordato che il gene Foxp3, che è essenziale per lo sviluppo di cellule Treg, è codificato sul cromosoma X. Come per gli effetti descritti nel paragrafo successivo, il campo degli studi sul rapporto tra regolazione genetica del cromosoma X, cambiamenti

ormonali e funzionamento del sistema immunitario si trova ancora agli inizi e molti dati non sono ancora abbastanza solidi per una loro generalizzazione. Inoltre, gli studi sugli animali da esperimento nel campo specifico delle malattie autoimmuni sono stati condotti in maggioranza su animali di sesso maschile, e quindi pochissimo si può trarre da tali studi sul problema del dimorfismo sessuale nelle malattie autoimmuni.

ormoni SeSSuali

Sul versante endocrino, estrogeni, progesterone, prolattina e androgeni modulano profondamente la funzione immunitaria. Gli estrogeni potenziano la produzione di anticorpi e incentivano l’attività dei linfociti B, mentre gli androgeni come il testosterone hanno un effetto immunosoppressivo. L’alternarsi dei livelli ormonali durante il ciclo mestruale, la gravidanza e la menopausa influenza l’espressione delle malattie autoimmuni, che spesso migliorano in gravidanza e peggiorano nel post-partum, a conferma del legame stretto tra immunità e ormoni sessuali. Molti dati sono stati ottenuti con la somministrazione di ormoni – o con la loro deprivazione – in corso di malattie autoimmuni, e sembrano concordi nell’indicare un generale aggravamento dei sintomi in presenza di estrogeni, con una tendenza alla remissione invece quando i pazienti sono sottoposti a trattamento con androgeni. L’adozione di terapie con antagonisti recettoriali ormonali o la supplementazione di ormoni sessuali in terapia hanno mostrato il ruolo degli ormoni nel modulare i sintomi delle malattie autoimmuni. Fanno inoltre ipotizzare il loro ruolo nella pato -

genesi, benché questo sia mediato dagli effetti che gli ormoni hanno sui vari componenti del sistema immune. Questi effetti non sono ancora del tutto completamente chiariti. Si sottolinea comunque che il bilanciamento degli ormoni dipende da numerosi fattori e varia in funzione delle età della vita e degli eventi intercorrenti. Ciò si ripercuote sugli effetti che gli ormoni hanno anche sul sistema immunitario e come vedremo ha una azione a sua volta sui determinanti epigenetici.

fattori epigenetici e ambientali

In aggiunta ai fattori genetici derivanti dalla presenza del cromosoma X in singola o duplice copia ed in presenza o meno del cromosoma Y, e ai fattori ormonali ricordati, vi sono altre numerose differenze tra i sessi dovute alla esposizione ed alla risposta a diversi fattori ambientali (fattori epigenetici). Tra essi alcuni soltanto sono stati esplorati, come la metilazione del DNA e la regolazione tramite microRNA (i quali regolano molte funzioni immunitarie), che dipendono sia da stimoli interni che ambientali. Questi ultimi includono spesso stress psicologici, dieta, obesità, livelli di vitamine (in particolare le vitamine A e D), infezioni virali, esposizione a sostanze chimiche o al fumo di sigaretta. Molti di questi player ambientali agiscono in maniera maggiore nel sesso femminile, e talvolta dipendono dalle condizioni psicosociali di gender, ovvero dal ruolo che la donna ha nel contesto sociale storicamente determinato. I ritardi nella diagnosi delle malattie autoimmuni sono maggiori nelle donne proprio per la sottovalutazione dei sintomi presentati in queste condizioni a

lenta e subdola evoluzione.

concluSione

Le donne vivono con un sistema immunitario sempre pronto a rispondere: un vantaggio quando si tratta di combattere infezioni e per trasmettere anticorpi protettivi al neonato, sia alla nascita che con l’allattamento al seno in seguito, ma anche un rischio per lo sviluppo di reazioni autoaggressive. Inoltre, le donne affrontano un carico di stress e responsabilità spesso maggiore, con un impatto documentato sul sistema immunitario. Pressione lavorativa, gestione familiare, disuguaglianze in salute e minor ascolto medico sono parte di un insieme più ampio. Spesso i sintomi autoimmuni vengono sottovalutati o attribuiti a fattori psicologici, ritardando la diagnosi di anni. La consapevolezza di queste differenze di sesso e di genere ha ridefinito la ricerca biomedica e ha portato allo sviluppo della medicina di genere.

In realtà durante la gravidanza si attenuano le risposte che potrebbero danneggiare il prodotto del concepimento, portatore di molecole paterne e perciò estranee, e i molteplici cambiamenti ormonali alterano drasticamente l’ambiente immunitario.

Intervista a Francesco Vetta , Docente UniCamillus di Cardiologia di Giorgia Martino

Negli ultimi decenni la medicina di genere in cardiologia ha ridisegnato la nostra comprensione delle patologie cardiovascolari, rivelando che cuore maschile e femminile non sono la stessa cosa. Storicamente la medicina è stata “androcentrica”, studiando soprattutto uomini e applicando in modo univoco i risultati clinici, con il risultato che molte condizioni femminili sono state trascurate o mal diagnosticate.

Nel 1991 la cardiologa Bernadine Healy coniò il concetto di Yentl syndrome per denunciare la sottodiagnosi di malattie ischemiche nelle donne e aprire la strada alla ricerca sulle disparità di genere. “Yentl” è il nome di un film in cui la protagonista deve vestirsi da uomo per poter studiare.

Oggi sappiamo che donne e uomini presentano differenze in rischio, sintomi, risposta alle terapie e prognosi. È quindi fondamentale promuovere una cardiologia che integri il genere nei percorsi diagnostici e terapeutici.

Ne parliamo con il Prof. Francesco Vetta, Docente di Cardiologia presso UniCamillus nonché Direttore UOC Cardiologia-UTIC con Emodinamica, Direttore del Centro regionale per l’Amiloidosi cardiaca presso l’Ospedale SS Filippo e Nicola di Avezzano (ASL1 Abruzzo).

ci Sono differenze anatomiche o fiSiologiche tra cuore maSchile e femminile che influiScono Sul riSchio di malattie cardiovaScolari?

«Sì, le differenze sono importanti. Il cuore delle donne è più piccolo, con pareti e coronarie più sottili, e la frequenza cardiaca è più alta rispetto agli uomini. Gli estrogeni proteggono fino alla menopausa, dopodiché il rischio cardiovascolare cresce rapidamente. Per questo le donne sviluppano malattie cardiache circa 10 anni più tardi, e l’ipertensione è più comune negli uomini prima dei 45 anni e nelle donne dopo i 65.»

le malattie cardiache Si manifeStano in modo diverSo negli uomini e nelle donne?

«Le malattie cardiache differiscono tra uomini e donne per manifestazione, cause e progressione, influenzate sia da fattori biologici sia sociali. Nell’insufficienza cardiaca, le donne presentano più spesso la forma a funzione sistolica preservata, legata a ipertensione e fibrosi cardiaca, mentre negli uomini è più comune la forma con compromissione sistolica, spesso conseguenza di cardiopatia ischemica. Le aritmie compaiono più tardi nelle donne, che presentano anche un rischio maggiore di complicanze farmacologiche. La fibrillazione atriale si manifesta circa dieci anni dopo rispetto agli uomini. Sebbene più comune nei maschi, le donne rappresentano il 60% dei pazienti oltre i 75 anni e mostrano più sintomi, come palpitazioni, affaticamento e dispnea, con un rischio più alto di ictus e morte cardiovascolare. La sindrome Takotsubo colpisce principalmente le donne post-menopausa (oltre il 90% dei casi, tra i 60 e i 75 anni) ed è caratterizzata, in assenza di lesioni coronariche, da una disfunzione apicale del ventricolo sinistro che assume quindi una morfologia detta a “cesto per polpi”, scatenata da intenso stress emotivo o fisico. La riduzione degli estrogeni rende il cuore più vulnerabile alle catecolamine, provocando un temporaneo “stordimento” del muscolo cardiaco.»

anche i Sintomi di infarto Sono diverSi a Seconda del genere?

«Sì. Il dolore toracico rimane il segnale più comune negli uomini, mentre nelle donne colpisce solo il 30% dei casi. Nelle donne prevalgono sintomi più sfumati e aspecifici, come affanno anche per sforzi modesti, stanchezza, nausea, vomito, dolore interscapolare o epigastrico, che spesso portano a diagnosi tardive. Queste differenze sono legate anche alla diversa anatomia coronarica: le donne hanno coronarie più piccole e modifiche neuro-ormonali locali, con maggiore tendenza alla malattia microvascolare, mentre negli uomini prevale il coinvolgimento del macrocircolo epicardico. La sintomatologia atipica è la principale causa di ritardo diagnostico: le donne hanno circa il 50% di probabilità in più di ricevere una diagnosi iniziale errata e spesso attendono oltre 12 ore prima di cercare assistenza. Uno studio ha mostrato che oltre il 70% delle donne impiega più di un’ora per raggiungere l’ospedale, contro meno del 30% degli uomini. Questi ritardi aumentano il rischio di complicazioni gravi o morte, poiché la tempestività dell’intervento, come l’angioplastica, è fondamentale per salvare il cuore.»

eSiStono protocolli diverSi per uomini e donne nella diagnoSi di malattie cardiache? «La medicina moderna riconosce differenze significative tra uomini e donne nella presentazione, diagnosi e trattamento delle malattie cardiache, rendendo necessari protocolli specifici per ciascun sesso. Ad esempio, l’elettrocardiogramma da sforzo è meno sensibile nelle donne, a causa della diversa prevalenza di malattia coronarica ostruttiva e dell’influenza degli ormoni sessuali. Anche i parametri diagnostici per l’infarto miocardico acuto differiscono: l’innalzamento del tratto ST all’elettrocardiogramma, è significativo nelle donne se ≥1,5 mm, mentre negli uomini la soglia varia tra 2,0 e 2,5 mm. Le linee guida raccomandano inoltre soglie di troponina specifiche per sesso, perché le donne, con un cuore più piccolo, possono mostrare aumenti più lievi ma clinicamente rilevanti. Studi sulle placche arteriose indicano inoltre che le donne possono avere eventi cardiovascolari gravi con carichi di placca più bassi rispetto agli uomini (rischio significativo già al 20% vs 28%). I protocolli di prevenzione moderni includono parametri esclusivamente femminili, come complicanze in gravidanza (preeclampsia, diabete gestazionale) e menopausa, che aumentano il rischio cardiovascolare. Società scientifiche come la ESC (European Society of Cardiology) hanno sviluppato strumenti di stratificazione specifici per genere ed età, come SCORE2 e SCORE2-OP. La medicina di genere consente così una maggiore personalizzazione degli screening e dei percorsi diagnostici, anche se persiste un “gender bias” che porta le donne a ricevere meno test e interventi tempestivi rispetto agli uomini.»

i farmaci o le procedure cardiologiche vengono adattati al genere del paziente? in che modo? «Certo, perché uomini e donne rispondono in modo diverso a farmaci e interventi. Questa personalizzazione si basa su differenze farmacocinetiche (assorbimento, distribuzione, metabolismo ed eliminazione dei farmaci) e farmacodinamiche (effetto dei farmaci sull’organismo). Nelle donne l’assorbimento gastrointestinale è influenzato da un pH più alto e da uno svuotamento gastrico più lento, mentre la distribuzione è diversa per la maggiore percentuale di massa grassa e il volume plasmatico inferiore. Anche metabolismo ed escrezione variano: alcuni enzimi del citocromo P450, come CYP3A4, sono più attivi nelle donne, mentre CYP1A2, CYP2D6 e CYP2E1 predominano negli uomini. La filtrazione glomerulare più lenta nelle donne determina un’eliminazione più graduale dei farmaci. Queste differenze spiegano perché dosaggi specifici per genere sono necessari per garantire efficacia ed evitare tossicità.»

ci Sono Sfide particolari nella ricerca clinica quando Si tratta di includere donne nei trial cardiologici? «Nonostante le malattie cardiovascolari siano la principale causa di morte per le donne in Italia, queste rimangono storicamente sottorappresentate nei trial clinici, con una partecipazione tra il 30% e il 40%. Una rappresentanza così esigua è particolarmente evidente negli studi su patologie aritmiche, coronariche e, in misura minore, sull’insufficienza cardiaca, mentre le donne sono più incluse in trial su obesità o ipertensione

polmonare. Anche il divario di genere tra i ricercatori influisce sull’arruolamento: i trial guidati da donne tendono a reclutare più partecipanti femminili, dimostrando quanto sia importante una leadership diversificata per ridurre il bias di genere nella ricerca clinica.»

quali conSigli di prevenzione cardiologica Sono Specifici per le donne e quali per gli uomini?

«La prevenzione cardiologica moderna si basa sulla medicina di genere, poiché uomini e donne presentano differenze nei fattori di rischio, nella vulnerabilità, nei tempi di insorgenza e nei segnali d’allarme.

Per le donne è fondamentale il monitoraggio durante le fasi di cambiamento fisiologico:

• Gravidanza: chi ha avuto preeclampsia, diabete gestazionale o ipertensione presenta un rischio cardiovascolare maggiore negli anni successivi.

• Menopausa: dopo i 50 anni il rischio aumenta rapidamente, rendendo necessario il controllo di pressione, glicemia, colesterolo e altri fattori di rischio.

È importante prestare attenzione ai sintomi atipici come affanno, astenia o epigastralgia, e mantenere corretti stili di vita: dieta ricca di fibre e povera di grassi e zuccheri semplici, con esercizio fisico regolare. Studi recenti suggeriscono che le donne possono ottenere benefici anche con quantità di esercizio inferiori rispetto agli uomini.

Per gli uomini la parola chiave è prevenzione precoce, poiché le patologie compaiono mediamente 10 anni prima:

• Screening precoce: iniziare controlli e modifiche dello stile di vita già prima dei 35 anni.

• Monitoraggio del testosterone: il calo con l’età può aumentare il rischio cardiovascolare.

• Disfunzione erettile: può segnalare problemi vascolari sistemici.

Consigli comuni per entrambi i sessi:

1. Non fumare ed evitare il fumo passivo.

2. Fare attività fisica regolare (almeno 150 minuti a settimana di intensità moderata).

3. Seguire un’alimentazione sana, ricca di fibre e povera di grassi saturi e zuccheri semplici.

4. Controllare il peso corporeo (IMC e circonferenza addominale).

5. Effettuare esami del sangue periodici per glicemia, colesterolo, funzionalità renale, ecc. Per la Lipoproteina-a, negli uomini è sufficiente una sola misurazione nella vita, mentre nelle donne è consigliata prima e dopo la menopausa.»

lo StreSS, le emozioni o gli ormoni influenzano il cuore in modo diverSo a Seconda del genere?

«Oltre alla Sindrome Takotsubo, lo stress colpisce il cuore in modo diverso nei due sessi. Nel cuore femminile provoca principalmente un aumento della frequenza cardiaca, mentre in quello maschile si osserva più spesso un innalzamento della pressione arteriosa. Condizioni come depressione, ansia e ipertensione aumentano il rischio di infarto nelle donne giovani più che nei coetanei maschi. In sintesi, lo stress influenza entrambi i generi, ma il cuore femminile risponde più sensibilmente a fattori emotivi e psicologici, mentre quello maschile reagisce soprattutto con variazioni di pressione e frequenza cardiaca.»

quanto è importante il “gender gap” nella formazione dei medici e nella SenSibilizzazione dei pazienti? «Il “gender gap” (o divario di genere) è un tema cruciale nella medicina moderna, storicamente basata su un modello androcentrico che considerava il corpo maschile come standard, creando bias significativi in termini di equità e sicurezza dei pazienti. Ridurre questo divario nella formazione dei medici e nella sensibilizzazione dei pazienti è fondamentale per garantire cure più eque, sicure ed efficaci, anche attraverso campagne di informazione e sensibilizzazione mirate.»

ci Sono nuove ricerche o tecnologie che Stanno cambiando il modo di curare il cuore in baSe al genere? «La ricerca cardiovascolare sta vivendo una svolta grazie alla medicina di genere, che riconosce come cuore maschile e femminile differiscano per struttura, funzione e risposta alle malattie. Nuove tecnologie e risultati dei trial clinici (2025-2026) stanno migliorando diagnosi e trattamenti, con approcci più mirati per le donne, storicamente sottorappresentate. L’intelligenza artificiale, ad esempio, permette di analizzare l’ECG via smartphone, individuando infarti e aritmie più rapidamente, un vantaggio cruciale per le donne, i cui sintomi atipici spesso ritardano la diagnosi. Registri dedicati come il GEDI-ACS studiano i profili clinici e molecolari delle donne con sindrome coronarica acuta, ampliando la conoscenza sulle patologie femminili. Passando dal concetto di “cardio-parità” — trattare tutti allo stesso modo — a quello di “cardio-equità”, basato sulle differenze biologiche e ormonali, la cardiologia di genere potrà finalmente compiere una vera svolta.»

una StudenteSSa unicamilluS fotografa una delle opere raffiguranti il cuore durante la moStra anatomia fotografica

u ni c amillus r E gala a z invié la sua prima E mot E ca : Una banca del sangue che salva vite

Abbiamo spesso parlato del Prof. Massimo Gravante, Dermatologo e docente UniCamillus di Parassitologia. Per chi ancora non lo conoscesse, il Prof. Gravante da anni partecipa a missioni umanitarie in Benin. Durante questi periodi, il suo impegno non si limita all’attività clinica: affianca il personale locale, contribuisce alla formazione, supporta l’organizzazione dei servizi e partecipa allo sviluppo di progetti strutturati per migliorare l’assistenza.

Ma dallo scorso inverno c’è un’importante novità, visto che all’Ospedale La Croix di Zinvié (sempre in Benin) una piccola stanza racconta oggi una grande trasformazione: è la nuova emoteca, una vera e propria banca del sangue che consente di conservare e rendere disponibili le sacche per le trasfusioni in condizioni di sicurezza. Un presidio essenziale, che fino a poco tempo fa mancava del tutto, in un contesto dove ogni intervento urgente può dipendere dalla disponibilità immediata di sangue. A rendere possibile questo risultato è stato il lavoro sul campo del professor Gravante e il supporto di UniCamillus. «L’emoteca serve a conservare il sangue prelevato dai donatori e a renderlo disponibile per le trasfusioni: una vera e propria banca del sangue – spiega il docente – Il sangue viene mantenuto a temperatura stabile e costantemente controllata. In caso di interruzione della corrente elettrica, l’emoteca è dotata di un gruppo di continuità (una batteria che mantiene accesi i macchinari in caso di blackout, n.d.r.) che garantisce la conservazione in sicurezza delle sacche».

la Soluzione dopo l’emergenza Il progetto nasce nel periodo immediatamente successivo alla pandemia, quando durante una missione emerge con chiarezza una criticità importante: l’assenza di un sistema organizzato per la raccolta e la conservazione del sangue.

«Ci siamo resi conto di questa grave mancanza e abbiamo deciso di avviare un percorso strutturato di raccolta» racconta Gravante. Ma il primo passo non è stato tecnico, bensì culturale. «Abbiamo iniziato coinvolgendo la popolazione locale, promuovendo la donazione e iscrivendoci a un’associazione beninese per la donazione del sangue». Parallelamente, il lavoro sul campo proseguiva ogni giorno tra visite, interventi e supporto ai colleghi locali. Un’attività continua, che ha permesso anche di costruire relazioni solide e di comprendere a fondo i bisogni della comunità.

Con il tempo, grazie a un’intensa attività di sensibilizzazione, la risposta della popolazione è cresciuta in modo significativo. «È stata straordinaria!» sottolinea entusiasta il docente. Fondamentale, in questo percorso, il ruolo di Padre Bruno, responsabile del laboratorio analisi dell’ospedale, che «ha saputo toccare le corde giuste dei suoi connazionali e motivarli alla donazione» e del direttore, Padre Gervais Guy Hayite da Semplici frigoriferi a una Struttura vera

Nella fase iniziale, la gestione del sangue raccolto era affidata a soluzioni di fortuna. «Veniva conservato in un semplice frigorifero Samsung, con un controllo continuo della temperatura garantito dall’impegno di numerose persone che si alternavano nel monitoraggio», spiega Gravante, sottolineando come si trattasse di una risposta emergenziale, resa possibile dalla partecipazione diretta della comunità. Il salto di qualità è arrivato con l’acquisto dell’emoteca, sostenuto da UniCamillus. Oggi la struttura può contenere fino a circa 250 sacche di sangue, garantendo standard adeguati e una maggiore sicurezza per i pazienti.

«È un risultato che può sembrare piccolo – conclude Gravante – ma è enorme per questa realtà, perché permette di avere una risorsa preziosissima sempre disponibile per l’ospedale e per l’intera popolazione».

quando la medicina incontra il territorio

«Ogni sacca di sangue conservata in questa emoteca rappresenta una vita che può essere salvata. Per UniCamillus questo progetto è un piccolo gesto con un grande significato: portare sicurezza e fiducia dove servono davvero – afferma il Rettore di UniCamillus, Gianni Profita – Sostenere l’emoteca di Zinvié significa dare qualcosa di concreto alla popolazione: sono questi i risultati che ci motivano ogni giorno».

In un contesto dove anche una sola trasfusione può fare la differenza tra la vita e la morte, questa emoteca rappresenta molto più di un’apparecchiatura: è il frutto di un lavoro costante sul campo, fatto di assistenza, formazione e collaborazione con il territorio. Un esempio concreto di come la medicina, quando esce dalle aule e incontra le comunità, possa costruire soluzioni durature ed efficaci.

di daniela mariani
padre gervaiS guy hayite con il prof maSSimo gravante in poSa davanti a la nuova emoteca donata da unicamilluS

unicamilluS intitola a giovanni Scambia la Scuola di Specializzazione in ginecologia e

oStetricia: quando la memoria diventa impegno

Ci sono momenti, nella vita di un’istituzione accademica, in cui una scelta supera il perimetro organizzativo e diventa qualcosa di più profondo. Non riguarda più solo la didattica, né soltanto la programmazione dell’offerta formativa. Riguarda il modo in cui si decide di guardare al futuro, scegliendo consapevolmente da quale eredità partire. È in questo orizzonte che si inserisce la decisione dell’Università UniCamillus di intitolare la propria Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia, attiva presso la Casa di Cura Abano Terme (Padova), al Prof. Giovanni Scambia. Un atto che, prima ancora di essere simbolico, è profondamente identitario.

una preSenza di continua iSpirazione

Intitolare una Scuola di Specializzazione non significa soltanto ricordare una figura eminente della medicina. Significa scegliere un riferimento vivo, capace di accompagnare – idealmente, ma anche concretamente nei valori – ogni medico in formazione. Significa offrire una direzione.

Nel caso del Prof. Giovanni Scambia, questa direzione è chiara. La sua carriera si è sviluppata all’interno della grande tradizione accademica e clinica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, dove per anni ha guidato la ginecologia oncologica, contribuendo a trasformarla in uno dei centri di riferimento internazionali per la cura dei tumori ginecologici. Ma ridurre il suo percorso a numeri, pubblicazioni o incarichi sarebbe limitante. Scambia è stato un costruttore di scuola, nel senso più pieno del termine. È così diventato un punto di riferimento per la crescita di tanti medici e per l’evoluzione della disciplina. Accanto al rigore scientifico, ha sempre coltivato una medicina attenta alla persona, fatta di ascolto autentico e presenza costante accanto alle pazienti. Chi ha lavorato con lui racconta di un maestro capace di unire autorevolezza e umanità, innovazione e semplicità, ricerca

d’avanguardia e profondo rispetto per la dimensione umana della medicina. È proprio questa sintesi che UniCamillus ha scelto di custodire e trasmettere.

il SenSo di un’eredità

L’intitolazione della Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia nasce da una volontà precisa per il nostro Ateneo: non limitarsi a conservare il ricordo, ma trasformarlo in responsabilità. Responsabilità verso gli studenti, innanzitutto. Ogni specializzando che entrerà in questa Scuola lo farà portando con sé, fin dal primo giorno, un riferimento chiaro. Non un modello astratto, ma una figura concreta, che ha incarnato una medicina capace di tenere insieme eccellenza scientifica e attenzione alla persona. Una medicina che non separa la ricerca dalla cura, né la tecnica dalla relazione. Responsabilità verso il sistema sanitario nazionale. In un tempo in cui la complessità clinica cresce e le tecnologie evolvono rapidamente, il rischio è quello di perdere di vista il cuore della professione medica. Intitolare una Scuola a Giovanni Scambia significa ribadire con forza che il progresso scientifico deve sempre rimanere al servizio della persona. E che la formazione dei medici – che faranno parte di quel sistema sanitario – non può prescindere da questa consapevolezza.

una cerimonia che racconta una comunità

La scelta di UniCamillus ha trovato il suo momento più alto nella cerimonia di intitolazione, tenutasi ad Abano Terme lo scorso 12 marzo, nella splendida cornice di Villa Bassi. L’intero evento è stato condotto dal Rettore di UniCamillus, Prof. Gianni Profita, che ha guidato gli interventi e i momenti ufficiali, restituendo la piena centralità della memoria e dell’insegnamento di Giovanni Scambia. La cerimonia si è aperta con i saluti istituzionali del Sindaco di Abano Terme, Federico Barbierato, del Rettore e del Presidente del Gruppo Ospedaliero Leonardo, Nicola Petruzzi, creando un clima di partecipazione e condivisione.

La laudatio, affidata al Prorettore di UniCamillus,

Prof. Salvatore Maria Corsello, ha raccontato con passione il percorso professionale e umano del Prof. Scambia, evidenziandone il rigore scientifico, la dedizione alla cura delle pazienti e la capacità di formare nuove generazioni di medici. Sono poi intervenuti i principali referenti clinici della Ginecologia e Ostetricia del Policlinico di Abano Terme, il Primario Manuel Maria Ianieri e il Responsabile dell’U.O. di Ostetricia Gianluca Straface, che hanno condiviso esperienze e testimonianze sull’influenza concreta del suo insegnamento nella pratica clinica e nella formazione specialistica. Il Rettore Profita ha sottolineato come l’intitolazione della Scuola di Specializzazione non sia soltanto un omaggio al passato, ma una guida viva per la formazione dei medici di domani. «Scambia è stato un gigante della medicina, ma soprattutto un medico capace di unire valore scientifico e straordinaria umanità. Oggi il suo esempio diventa punto di riferimento per i nostri specializzandi» ha dichiarato. Particolarmente rilevante è stato l’atto ufficiale di dedica, con la scopertura della targa commemorativa. Un gesto semplice, ma carico di significato: da quel momento, il nome di Scambia è entrato a far parte della quotidianità della Scuola di Specializza-

zione in Ginecologia e Ostetricia UniCamillus, destinato a intrecciarsi con il percorso formativo di ogni futuro specialista. Fortemente emozionante è stata la partecipazione della famiglia del Prof. Scambia: la moglie, Emma Scambia, e la figlia, Luisa Scambia, hanno raccontato ricordi personali, aneddoti e frammenti della vita quotidiana di un uomo che ha dedicato ogni energia alla medicina e alla ricerca, regalando alla cerimonia attimi di intensa vicinanza emotiva. Non è stata soltanto una celebrazione formale, ma un’occasione di condivisione autentica, capace di riunire istituzioni, accademici, clinici e familiari. Le testimonianze che si sono susseguite hanno restituito un ritratto vivido di Giovanni Scambia: lo scienziato rigoroso, il clinico innovatore, il docente appassionato, ma anche e soprattutto il medico profondamente umano.

il conteSto: una formazione SpecialiStica in creScita L’intitolazione di questa Scuola si inserisce all’interno di un percorso più ampio di sviluppo della formazione specialistica di UniCamillus. L’Ateneo, infatti, ha all’attivo sei Scuole di specializzazione accreditate dal Ministero dell’Università e della Ricerca, rivolte ai

da SiniStra: il rettore gianni profita, prof. Salvatore maria corSello, federico barbierato, Sindaco di abano terme, dott SSa luiSa Scambia, figlia del prof. Scambia, Sig.ra emma Scambia, moglie del prof. Scambia, il preSidente petruzzi, il dottor prandin,
e il prof nicola di daniele
il rettore gianni profita con alcune StudenteSSe di medicina di unicamilluS venezia

laureati in Medicina e Chirurgia. Accanto alla Scuola di Ginecologia e Ostetricia – oggi intitolata al Prof. Giovanni Scambia – fanno parte dell’offerta formativa i percorsi in Ortopedia e Traumatologia, Cardiochirurgia, Chirurgia Generale, Urologia e Oftalmologia. Le Scuole si svolgono all’interno di strutture ospedaliere e cliniche convenzionate, distribuite tra Roma e altre realtà italiane, garantendo agli specializzandi una formazione fortemente orientata alla pratica clinica. Nel dettaglio, la Scuola di Ortopedia e Traumatologia ha sede presso il San Pietro Fatebenefratelli ed è diretta dal Prof. Matteo Guzzini. La Scuola di Cardiochirurgia si svolge presso l’European Hospital ed è affidata alla direzione del Prof. Ruggero De Paulis. Tre Scuole hanno sede presso la Casa di Cura Abano Terme: Chirurgia Generale, diretta dalla Prof.ssa Anna Caterina Milanetto; Ginecologia e Ostetricia, diretta dalla Prof.ssa Barbara Costantini (la scuola dedicata al Prof. Scambia, per l’appunto); Urologia, diretta dal Prof. Luigi Schips. Completa l’offerta la Scuola di Oftalmologia, attiva presso la Fondazione Bietti e diretta dalla Prof.ssa Mariacristina Parravano. I percorsi hanno una dura-

ta di cinque anni, ad eccezione di Oftalmologia che ne prevede quattro, e sono affidati a direttori di comprovata esperienza clinica e scientifica nelle rispettive discipline. La formazione si sviluppa attraverso un’integrazione costante tra attività assistenziale, didattica e ricerca, permettendo agli specializzandi di operare fin da subito in contesti clinici strutturati.

tra memoria e futuro

In questo quadro, l’intitolazione della Scuola di Ginecologia e Ostetricia al Prof. Giovanni Scambia si inserisce in una visione più ampia: quella di UniCamillus di formare medici specialisti che siano non solo competenti, ma anche profondamente consapevoli del loro ruolo umano e sociale. Ogni Scuola di specializzazione, indipendentemente dalla disciplina, è pensata per far crescere professionisti capaci di integrare pratica clinica, ricerca e responsabilità etica. È qui, tra corsie, laboratori e aule universitarie, che gli specializzandi imparano a prendere decisioni che hanno un impatto reale sulla vita delle persone. In questo contesto, le testimonianze più importanti –scientifiche, umane, professionali – non si limitano a essere ricordate. Si raccolgono. Si custodiscono. E si fanno vivere, cura degli altri.

il rettore gianni profita dialoga con il preSidente petruzzi durante la cerimonia di intitolazione ad abano terme

dca, emergenza tra i giovani: all’evento unicamilluS il focuS Su prevenzione,

genere e Social

Anoressia nervosa

Bulimia nervosa

Disturbo da alimentazione incontrollata

(Binge Eating Disorder)

Ortoressia

Vigoressia

Disturbo caratterizzato da una restrizione estrema dell’assunzione di cibo, intensa paura di ingrassare e distorsione dell’immagine corporea. È associato a grave perdita di peso e rappresenta il DCA con il più alto tasso di mortalità.

Si manifesta con episodi ricorrenti di abbuffate seguiti da comportamenti compensatori (vomito autoindotto, uso di lassativi, digiuno o esercizio fisico eccessivo). Il peso corporeo è spesso nella norma, rendendo il disturbo meno visibile.

Caratterizzato da abbuffate ricorrenti senza comportamenti compensatori, accompagnate da senso di perdita di controllo, vergogna e disagio. È spesso associato a sovrappeso o obesità.

Ossessione per il cibo sano e “puro”, che può portare a restrizioni rigide e isolamento sociale.

Disturbo caratterizzato da ossessione per la muscolatura e la performance fisica, più frequente nei maschi, con allenamento compulsivo e possibile uso improprio di integratori o sostanze.

i principali diSturbi della nutrizione e dell’alimentazione (dca)

IDisturbi del Comportamento Alimentare o DCA rappresentano una sfida complessa per la salute pubblica, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti. Non si tratta semplicemente di problemi legati al cibo, ma di condizioni psichiatriche gravi, caratterizzate da un intreccio di fattori biologici, psicologici e sociali.

A livello globale colpiscono circa 60 milioni di persone, mentre in Italia si stimano circa 3 milioni di casi, con un aumento significativo tra i più giovani. Tra questi disturbi, l’anoressia nervosa presenta il più alto tasso di mortalità tra le patologie psichiatriche. Un elemento centrale è la maggiore diffusione tra le ragazze, che richiama l’importanza della medicina di genere. Le differenze tra uomini e donne non riguardano solo la prevalenza, ma anche le modalità di manifestazione, diagnosi e accesso alle cure. Gli uomini risultano ancora oggi sottodiagnosticati, an-

che a causa di stereotipi culturali che associano questi disturbi prevalentemente al genere femminile. In questo scenario si inserisce l’impegno di UniCamillus, che il 22 gennaio 2026 ha promosso l’evento “Eating Disorders Today: A Public Health and Prevention Perspective”, all’interno del ciclo di conferenze di Terza Missione.

L’incontro ha riunito esperti di psichiatria, nutrizione e salute pubblica con l’obiettivo di affrontare il tema dei disturbi alimentari da una prospettiva interdisciplinare: dopo l’introduzione della Prof.ssa Donatella Padua, Delegata della Terza Missione UniCamillus e Responsabile Scientifica del Ciclo di Conferenze, e i saluti istituzionali della Prof.ssa Barbara Tavazzi, Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo, si è aperta una tavola rotonda moderata dalla Prof.ssa Maria Rosaria Gualano, Docente UniCamillus di Igiene Generale e Applicata.

Si sono quindi alternati gli interventi della Dott.ssa

Silvia Martinelli, specialista in Psichiatria e Dirigente Medico presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Sant’Andrea di Roma, la Dott.ssa Annalisa Silenzi, Ricercatrice presso l’Istituto Superiore di Sanità, Dietista e Biologa Nutrizionista, Dott. Edoardo Mocini, Medico Dietologo e Ricercatore presso l’Università eCampus.

evento unicamilluS: i punti Salienti Nel corso dell’evento è stato ribadito come i DCA rappresentino una questione di salute pubblica, la cui gestione richiede una prospettiva di responsabilità collettiva, in cui fattori biologici, sociali, comportamentali e politici risultano strettamente interconnessi. È emersa la necessità di diagnosi precoce e approccio multidisciplinare, insieme a criticità legate alla disomogeneità dei servizi e alle difficoltà di accesso alle cure, soprattutto per i più giovani. La cultura alimentare è stata inoltre indicata come strumento di prevenzione, evidenziando come il cibo rappresenti non solo nutrimento, ma anche identità, relazione e possibile espressione di disagio. Infine, grande attenzione è stata dedicata ai social media, che amplificano il confronto sociale e diffondono modelli estetici irrealistici, incidendo sull’insoddisfazione corporea e sui comportamenti a rischio, rendendo necessario un approccio integrato e preventivo ai disturbi alimentari.

A partire da queste evidenze, abbiamo chiesto ulteriori delucidazioni alla Prof. ssa Maria Rosaria Gualano, moderatrice dell’evento.

vulnerabilità femminile e fattori di riSchio Nel delineare il quadro epidemiologico e i fattori di rischio dei disturbi del comportamento alimentare, la professoressa Gualano ha posto l’accento sulla natura multifattoriale della maggiore vulnerabilità femminile. «La maggiore propensione ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione nelle donne (pur con-

«La maggiore propensione ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione

nelle donne deriva da un’interazione complessa di fattori biologici, psicologici e sociali.

Dal punto di vista biologico, gli ormoni sessuali, in particolare gli estrogeni, influenzano la regolazione dell’appetito, dell’umore e del controllo degli impulsi, aumentando la suscettibilità soprattutto in fasi critiche come l’adolescenza.»

Prof.ssa

Maria Rosaria Gualano

siderando una probabile sottodiagnosi negli uomini) deriva da un’interazione complessa di fattori biologici, psicologici e sociali. Dal punto di vista biologico, gli ormoni sessuali, in particolare gli estrogeni, influenzano la regolazione dell’appetito, dell’umore e del controllo degli impulsi, aumentando la suscettibilità soprattutto in fasi critiche come l’adolescenza».

Esistono inoltre fattori genetici che predispongono a una maggiore ansia, al perfezionismo e alla sensibilità al giudizio sociale. «Sul piano psicologico, le ragazze sviluppano sempre più precocemente insoddisfazione corporea e interiorizzano ideali di magrezza, spesso legati al bisogno di accettazione e perfezione. Infine, il contesto sociale gioca un ruolo determinante: dopo un periodo di maggiore accettazione della varietà dei corpi, oggi i social media stanno contribuendo a riproporre modelli irrealistici e perfezionistici, spesso alterati da filtri, aumentando la pressione sull’aspetto fisico femminile» continua la Prof.ssa Gualano.

In questa prospettiva, la fase adolescenziale emerge come un momento particolarmente sensibile, in cui la costruzione dell’identità corporea si intreccia con dinamiche di confronto sociale sempre più accelerate dai media digitali.

SottodiagnoSi maSchile e biaS culturali Un ulteriore elemento critico riguarda la sottodiagnosi nei pazienti maschi, ancora fortemente influenzata da stereotipi culturali e da una minore consapevolezza clinica. La mancata intercettazione precoce non è solo un problema diagnostico, ma anche un fattore che contribuisce alla cronicizzazione del disturbo.

«Persistono stereotipi che considerano questi disturbi prevalentemente femminili, mentre negli uomini si manifestano spesso in forme “atipiche” rispetto ai quadri clinici classici – evidenzia Gualano – Per migliorare la capacità di rileva-

UniCamillus Magazine | Primavera

zione è fondamentale intervenire sui nodi chiave del sistema sanitario, in particolare sui professionisti con accesso privilegiato a questa popolazione, come il medico di medicina generale e il medico dello sport». Quest’ultimo è particolarmente importante, poiché negli uomini segnali come l’eccessiva ricerca della muscolarità o l’allenamento fisico compulsivo possono rappresentare campanelli d’allarme. È quindi essenziale rafforzare la formazione dei professionisti sanitari, affinché sappiano riconoscere queste manifestazioni meno tipiche e applicare strumenti di screening adeguati.

percorSi terapeutici e aderenza alle cure

Le differenze di genere emergono con chiarezza anche nei percorsi di cura e nell’aderenza ai trattamenti. La tempestività della diagnosi e la continuità terapeutica risultano elementi determinanti, ma non si distribuiscono in modo uniforme tra uomini e donne. «È noto che le donne tendono ad accedere più facilmente ai servizi sanitari, ma possono presentare quadri clinici più complessi e cronicizzati. Negli uomini, invece, la diagnosi avviene spesso più tardivamente ed è più frequente l’abbandono precoce del trattamento. Per questo è urgente potenziare la comunicazione e la diffusione di informazioni, così da favorire sia la richiesta di aiuto sia l’aderenza ai percorsi terapeutici» afferma Gualano.

È inoltre fondamentale sviluppare modelli di supporto personalizzati e sensibili al genere. In particolare, risultano utili approcci non stigmatizzanti e interventi basati sul mutuo aiuto tra pari, soprattutto per i pazienti maschi. I modelli terapeutici, finora più consolidati per le donne, devono essere adattati e studiati anche per gli uomini, tenendo conto delle diverse motivazioni e degli strumenti più efficaci per coinvolgerli.

food literacy e prevenzione differenziata

In ambito preventivo, il concetto di food literacy (alfabetizzazione alimentare) assume un ruolo centrale nel promuovere una maggiore consapevolezza alimentare. Non si tratta solo di conoscenze nutrizionali, ma di competenze più ampie che includono la capacità di interpretare il cibo all’interno di un contesto culturale e relazionale.

«La food literacy riguarda l’insieme di competenze che permettono a una persona di selezionare, preparare e consumare cibi in modo consapevole, promuovendo uno stile di vita sano. In sanità pubblica,

i programmi di educazione alimentare devono essere adattati al target di riferimento. Nelle ragazze e nelle donne giovani è importante lavorare sulla decostruzione dell’ideale di perfezionismo e magrezza e sul rafforzamento dell’autostima. Nei ragazzi, invece, è utile affrontare temi legati alla muscolarità, all’uso di integratori e all’ossessione per la performance fisica» sottolinea Gualano.

L’obiettivo è promuovere un rapporto equilibrato e consapevole con il cibo, integrando educazione nutrizionale, attenzione al benessere psicologico e sviluppo di uno spirito critico verso i contenuti diffusi dai media. La food literacy, quindi, non è neutra rispetto al genere, ma richiede un approccio inclusivo che tenga conto delle diverse identità e sensibilità.

Scuola e prevenzione precoce

Anche il contesto scolastico si conferma uno spazio privilegiato per l’intervento precoce, soprattutto attraverso programmi strutturati e continuativi che non si limitino a interventi isolati. L’efficacia della prevenzione dipende infatti dalla sua capacità di agire stabilmente sulle rappresentazioni del corpo e del cibo. «All’interno delle scuole è fondamentale promuovere programmi di educazione alla salute alimentare attraverso approcci interattivi, più efficaci in questa fascia d’età. Tra gli approcci più efficaci vi è anche quello basato sulla dissonanza cognitiva, che aiuta i giovani a mettere in discussione gli ideali irrealistici di bellezza diffusi, in particolare attraverso i social media. È però essenziale che questi interventi non siano episodici, ma strutturati e continuativi nel tempo, integrati stabilmente nei programmi scolastici. Solo così, e con adeguati investimenti, è possibile ottenere effetti duraturi sulla prevenzione» continua la docente.

Social media, immagine corporea e differenze di genere

Un altro nodo centrale riguarda l’impatto dei social media sulla costruzione dell’immagine corporea nei giovani, in un contesto digitale sempre più pervasivo. Le piattaforme non solo amplificano il confronto sociale, ma contribuiscono anche alla diffusione di ideali estetici divergenti tra ragazze e ragazzi. «I social media, nati per facilitare la connessione e la condivisione di informazioni, comportano anche rischi significativi per i più giovani – allerta Gualano – Influenzano infatti la percezione del corpo, amplificando il confronto sociale e diffondendo ideali estetici spesso irrealistici, come la magrezza nelle ragazze e l’ipertrofia muscolare nei ragazzi, contribuendo a distorcere il valore

personale legandolo all’aspetto fisico. Inoltre, gli algoritmi possono rafforzare l’esposizione a contenuti dannosi, creando “bolle informative” che amplificano modelli disfunzionali. Nonostante alcuni interventi delle piattaforme, le misure di contrasto risultano ancora insufficienti rispetto all’entità del fenomeno».

comunicazione di genere e reSponSabilità dei modelli digitali

In questo scenario, assume un ruolo strategico la comunicazione, che deve essere sempre più consapevole delle differenze di genere e calibrata sui diversi pubblici giovanili. Non si tratta solo di trasmettere informazioni corrette, ma di incidere sui modelli culturali e simbolici che influenzano il rapporto con il corpo. «È importante veicolare messaggi corretti e consapevoli attraverso figure di riferimento social, come sportivi e artisti, che dovrebbero essere consapevoli della propria influenza e promuovere contenuti basati su evidenze scientifiche – afferma la docente – In questo senso, anche linee guida etiche per pubblicità

«Nelle ragazze e nelle donne giovani è importante lavorare sulla decostruzione dell’ideale di perfezionismo e magrezza e sul rafforzamento dell’autostima. Nei ragazzi, invece, è utile affrontare temi legati alla muscolarità, all’uso di integratori e all’ossessione per la performance fisica» Prof.ssa Maria Rosaria Gualano

e social media potrebbero contribuire a una maggiore consapevolezza collettiva e a una comunicazione più responsabile».

proSpettive future della medicina di genere nei diSturbi alimentari Guardando alle prospettive future, la medicina di genere si configura come uno dei pilastri emergenti nella prevenzione e nella gestione dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, con un’attenzione sempre più marcata alla personalizzazione degli interventi.

«Si prevede una crescente attenzione alla popolazione maschile, finora meno studiata, e un progressivo sviluppo della ricerca. Parallelamente, l’integrazione tra salute mentale, nutrizione e determinanti sociali, insieme all’uso di dati digitali e strumenti avanzati di analisi, potrà favorire una più precoce identificazione dei soggetti a rischio e interventi più mirati, efficaci e inclusivi» conclude la Prof.ssa Gualano.

di ginevra guidoni

m E dicina E sci E nz E sociali : un dialogo n E c E ssario Genere, aspettative sociali e bias diagnostico verso una pratica clinica più consapevole

p rof . SS a d onatella p adua

Professoressa associata di Sociologia Generale presso UniCamillus e Delegata alla Terza Missione e all’impatto sociale

una mattIna qualunque al pronto soccorso

È il 2025. Una donna di 52 anni si presenta al pronto soccorso di un ospedale del Nord Italia lamentando dolore toracico, affaticamento e nausea. Viene sottoposta a valutazione clinica: l’ECG risulta borderline. Dopo alcune ore, viene dimessa con diagnosi di probabile attacco di panico e indicazione a un follow-up psicologico. La mattina successiva torna in pronto soccorso: ha avuto un infarto miocardico. Questo episodio non rappresenta né un’eccezione né un retaggio del passato. Una crescente evidenza empirica mostra come le donne con sindrome coronarica acuta ricevano più frequentemente diagnosi e trattamenti tardivi rispetto agli uomini, anche a parità di condizioni cliniche (Elgendy, 2022; Hellgren, 2022; Cangiano et al., 2025).

Il nodo non risiede esclusivamente nelle differenze biologiche è noto che l’infarto nelle donne possa presentarsi con sintomi meno tipici quanto piuttosto nel fatto che tale “atipicità” viene definita in relazione a un modello diagnostico storicamente costruito su popolazioni maschili. In questo senso, ciò che viene classificato come “non tipico” rivela implicitamente quale sia stato assunto come norma. È proprio qui che si inserisce l’interrogativo sociologico: chi ha definito, e sulla base di quali presupposti, ciò che è considerato “tipico” nella pratica clinica?

il genere come determinante Sociale del biaS diagnoStico

Una delle dimensioni più rilevanti e al contempo meno esplorate della medicina di genere riguarda il ruolo del genere come determinante del bias diagnostico. Se la ricerca biomedica ha progressivamente riconosciuto l’importanza delle differenze di sesso sul piano fisiologico, minore attenzione è stata dedicata al modo in cui aspettative sociali, norme culturali e schemi cognitivi influenzano concretamente il processo diagnostico. Da una prospettiva sociologica, infatti, la diagnosi non è un atto puramente tecnico, bensì una pratica socialmente situata, modellata da cornici interpretative, routine istituzionali e rapporti di potere. Numerosi studi empirici hanno evidenziato come le donne sperimentino più frequentemente ritardi diagnostici nella sindrome coronarica acuta, legati sia a modalità di presentazione dei sintomi sia a processi interpretativi clinici (Mehta et al., 2016a, 2016b; Zhou et al., 2023). Evidenze recenti provenienti da analisi su larga scala in contesti europei confermano inoltre la persistenza di differenze significative negli esiti e nei percorsi di cura tra uomini e donne, mettendo in luce come tali disuguaglianze siano associate non solo a fattori clinici, ma anche a dinamiche organizzative e decisionali all’interno dei sistemi sanitari (Cangiano et al., 2025). Evidenze del Global Health 50/50 Report (Global Health 50/50, 2025) confermano ulteriormente che le disuguaglianze di genere appaiono strutturalmente integrate nei sistemi sanitari, limitando non solo l’accesso alla cura ma anche percorsi diagnostici ed esiti clinici. Come sottolinea Ellen Annandale, salute e malattia vengono comprese e interpretate attraverso schemi socialmente strutturati che orientano sia i pazienti sia i professionisti sanitari (Annandale, 2023). Tali schemi incorporano spesso norme di genere implicite, che possono generare distorsioni sistematiche nel giudizio clinico. Ad esempio, i sintomi riportati dalle donne tendono più frequentemente a essere interpretati come espressione di disagio psicologico o emotivo, mentre quelli degli uomini sono più facilmente attribuiti a cause organiche. Queste differenze non sono casuali, ma riflettono costruzioni culturali radicate della femminilità e della mascolinità, storicamente sedimentate anche nel sapere medico (Annandale, 2025).

Nel contesto della medicina generale, Cosentino (2025) evidenzia come la medicina di genere miri a correggere tali distorsioni, promuovendo una maggiore attenzione alle differenze tra uomini e donne nella presentazione dei sintomi e nelle traiettorie di malattia. Tuttavia, una correzione esclusivamente biomedica risulta insufficiente se non si interviene anche sui processi cognitivi e culturali che orientano l’interpretazione clinica. Il bias diagnostico, infatti, non deriva solo da una carenza di dati, ma anche da schemi interpretativi implicitamente condivisi.

In questa prospettiva, il genere può essere considerato un vero e proprio determinante sociale della diagnosi, operante su almeno tre livelli interconnessi. A livello interazionale, il genere influenza le modalità comunicative tra medico e paziente: le donne tendono a utilizzare forme narrative più articolate, mentre gli uomini possono sottostimare o ritardare l’espressione dei sintomi. A livello cognitivo, i clinici fanno ricorso a euristiche che possono incorporare stereotipi di genere, come l’associazione tra malattie cardiovascolari e popolazione maschile. Infine, a livello istituzionale, linee guida e percorsi formativi storicamente basati su campioni maschili contribuiscono a consolidare standard androcentrici. Per rendere più esplicite le implicazioni cliniche del bias diagnostico di genere, è utile individuare alcune aree patologiche in cui tali dinamiche risultano particolarmente evidenti. Il box 1 seguente, elaborato dall’Autrice su fonti riportate in bibliografia, propone una sintesi non esaustiva di condizioni cliniche nelle quali le donne sono maggiormente esposte a ritardi diagnostici o a interpretazioni distorte dei sintomi, mostrando come il problema attraversi ambiti diversi della medicina e non si limiti alla sola area cardiovascolare.

box 1. caSi di patologie a riSchio di ritardo diagnoStico nelle donne

area clinica criticità principali

Infarto miocardico

Dolore Cronico

Disturbi dello spettro autistico

ADHD

Malattie autoimmuni

Sintomi meno riconosciuti, ritardi diagnostici e terapeutici

Tendenza alla psicologizzazione del dolore

Sottodiagnosi nelle donne, presentazioni meno “tipiche”

Diagnosi tardiva, sintomi meno esternalizzati

Ritardi diagnostici nonostante maggiore prevalenza femminile

Alla luce di queste considerazioni, appare evidente come il bias diagnostico non possa essere ridotto a una semplice deviazione individuale, ma debba essere compreso come esito di configurazioni sociali e culturali più ampie che attraversano la pratica clinica. In questo senso, le disuguaglianze di genere osservate nei percorsi diagnostici si inscrivono in un quadro più generale di asimmetrie strutturali nei sistemi sanitari, come evidenziato anche da analisi comparative a livello globale (Global Health 50/50, 2025). Diventa quindi necessario interrogarsi non solo sulle cause di tali distorsioni, ma anche sulle possibili strategie per riconoscerle e contrastarle nella pratica quotidiana della medicina.

implicazioni per la pratica clinica e la formazione medica

Se il genere agisce come determinante sociale del bias diagnostico, allora le sue implicazioni per la pratica clinica risultano rilevanti e non più eludibili. Integrare una prospettiva di genere non significa semplicemente aggiungere nuove conoscenze, ma rivedere criticamente i processi attraverso cui tali conoscenze vengono applicate nella quotidianità clinica.

In primo luogo, è necessario promuovere una maggiore consapevolezza dei bias impliciti tra i professionisti sanitari. Come evidenziato da Ellen Annandale, il sapere medico non è mai completamente neutrale, ma riflette configurazioni sociali e culturali più ampie (Annandale, 2025). In questo senso, la formazione dovrebbe includere strumenti di riflessività che permettano ai clinici di interrogare i propri schemi interpretativi, riconoscendo come stereotipi di genere possano influenzare la valutazione dei sintomi e le decisioni diagnostiche.

In secondo luogo, appare fondamentale intervenire sul piano della comunicazione medico-paziente. Un approccio sensibile al genere implica la capacità di riconoscere e valorizzare diverse modalità espressive, evitando di privilegiare implicitamente forme comunicative associate a un modello maschile di razionalità e sintesi. Ciò richiede non solo competenze relazionali, ma anche un’organizzazione dei tempi e degli spazi della cura che consenta un ascolto adeguato delle narrazioni di malattia.

Un ulteriore ambito riguarda la revisione delle linee guida cliniche e dei protocolli diagnostici. Come sottolineato da Cosentino (2025), la medicina di genere invita a considerare sistematicamente le differenze nella presentazione e nell’evoluzione delle patologie tra uomini e donne. Tuttavia, tale revisione deve essere accompagnata da un’attenzione alle dimensioni sociali che influenzano tali differenze, evitando una riduzione puramente biologica del problema. Infine, la formazione medica dovrebbe essere ripensata in chiave interdisciplinare, integrando contributi provenienti dalla sociologia e dalle scienze sociali. In Italia, questa esigenza trova un riconoscimento normativo nel Piano Nazionale per la Medicina di Genere, previsto dal D.Lgs. 3/2017, che promuove esplicitamente l’integrazione della dimensione di genere nei percorsi formativi e nella pratica clinica. Questo approccio consente di superare una visione riduzionista della medicina, favorendo lo sviluppo di competenze critiche e di una maggiore sensibilità verso i determinanti sociali della salute.

concluSione

Da queste brevi considerazioni emerge come l’integrazione di una prospettiva sociologica nella medicina di genere costituisca una questione di accuratezza diagnostica. Infatti, ogni bias non riconosciuto si può trasformare in un errore potenziale. Quando, poi, le aspettative di genere sedimentate nella pratica clinica non vengono mai messe in discussione, l’errore smette di essere individuale e diventa strutturale. La medicina ha sviluppato strumenti sofisticati per ridurre l’errore clinico — checklist, protocolli, audit. Applicare lo stesso rigore riflessivo agli schemi cognitivi e culturali che orientano il giudizio clinico è una proficua collaborazione tra medicina e scienze sociali.

5 n otizie dal mondo medico

gIornata mondIale della salute 2026

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha celebrato il 7 aprile la Giornata Mondiale della Salute con il tema “Together for Health. Stand with Science” (“Insieme per la Salute. Al fianco della Scienza”), coinvolgendo oltre 80 Paesi e centinaia di istituzioni scientifiche. Tra gli eventi principali, il One Health Summit di Lione, focalizzato sull’integrazione tra salute umana, animale e ambientale. L’OMS ha sottolineato che programmi globali come COVAX hanno contribuito a distribuire più di 2 miliardi di dosi di vaccino COVID-19 nei Paesi a basso reddito. Negli ultimi 50 anni, la cooperazione sanitaria internazionale ha aiutato a salvare oltre 150 milioni di vite, soprattutto grazie alle vaccinazioni pediatriche. Tuttavia, l’OMS avverte che sfide come pandemie, cambiamento climatico e disuguaglianze sanitarie richiedono sistemi più resilienti e investimenti coordinati.

Test del sangue MethylScan: nuova frontiera nella diagnosi precoce MethylScan è un test del sangue sviluppato dall’UCLA (University of California, Los Angeles) che analizza il DNA libero circolante e i pattern di metilazione per individuare diversi tumori e malattie del fegato. In uno studio su 1.061 campioni ha rilevato il 63% dei tumori e il 55% in fase iniziale con specificità del 98%. Nella sorveglianza delle malattie epatiche ha raggiunto l’80% di sensibilità e oltre il 90% di specificità. Il sistema usa algoritmi di machine learning e potrebbe diventare un test economico e non invasivo per diagnosi precoci basato sull’analisi del DNA circolante nel sangue con potenziale riduzione dei costi diagnostici totali clinici.

Allarme alcol in Italia: milioni di consumatori a rischio secondo l’ISS

I dati provengono dall’Istituto Superiore di Sanità tramite l’Osservatorio Nazionale Alcol e si riferiscono al 2024. In Italia 36 milioni di persone consumano alcol, pari al 77% degli uomini e al 57% delle donne. 8,2 milioni assumono quantità dannose. Il binge drinking riguarda 4,45 milioni, inclusi 79mila minorenni, ed è in crescita, quasi raddoppiato tra le donne negli ultimi dieci anni. 730mila bevitori presentano già danni fisici o psicologici, ma solo l’8,3% è preso in carico dai servizi sanitari. Tra i giovani 11-24 anni i consumatori a rischio sono 1,27 milioni, di cui 580mila minorenni.

dIabete dI tIpo 2: proposta una nuova classIfIcazIone In stadI: verso addIo al “pre-dIabete”?

La Società Italiana di Diabetologia (SID) segue il dibattito rilanciato su The Lancet Diabetes & Endocrinology che propone di superare il termine “pre-diabete” e introdurre una classificazione del diabete di tipo 2 in tre stadi. La malattia è descritta come un processo continuo legato al declino delle cellule beta e alla resistenza insulinica. Lo stadio 1 indica rischio elevato con glicemia ancora normale, lo stadio 2 la disglicemia, lo stadio 3 il diabete conclamato. L’obiettivo è anticipare diagnosi e terapie, personalizzando gli interventi e riducendo le complicanze cardiovascolari e metaboliche.

tumore del pancreas: un farmaco sperImentale raddoppIa la sopravvIvenza a un anno Uno studio pubblicato su Nature Medicine mostra risultati promettenti per un farmaco sperimentale contro il tumore del pancreas. La molecola elraglusib, sviluppata alla Northwestern University, in combinazione con la chemioterapia riduce del 38% il rischio di morte e raddoppia la sopravvivenza a un anno. La sperimentazione di fase 2 ha coinvolto 233 pazienti con carcinoma pancreatico metastatico in 60 centri tra Nord America ed Europa. La sopravvivenza media è stata di 10,1 mesi con il farmaco contro 7,2 mesi con sola chemio. Il 44% era vivo a un anno (22% nel controllo) e circa il 13% a due anni. Avviata la fase 3.

sil E nziosa ma molto comun E

Non tutti la conoscono, eppure l’ureaplasma è un’infezione molto più diffusa di quanto si pensi. Può colpire sia uomini che donne, spesso senza dare sintomi evidenti, e la sua diffusione è in aumento. «Non esiste una stima ufficiale della trasmissione sessuale di ureaplasma – spiega il Prof. Giulio Sozzi, Docente di Ginecologia e Ostetricia presso l’Università UniCamillus – Si tratta di un patogeno opportunista del tratto urogenitale, presente anche fino all’80% della popolazione in alcune aree del mondo». In Italia, la sua presenza è in aumento: «L’ureaplasma parvum è passato dal 24% al 26%, soprattutto nelle donne, l’ureaplasma urealyticum dall’11% al 15%».

L’ureaplasma è un microrganismo piccolissimo appartenente alla famiglia dei mycoplasmataceae. Come già accennato dal Docente, esistono due varianti principali: ureaplasma urealyticum e ureaplasma parvum. La differenza principale sta soprattutto nel loro comportamento e nella probabilità di causare problemi. L’ureaplasma parvum è il tipo più piccolo e più comune. Spesso si trova nelle persone sane senza causare sintomi, quindi può convivere tranquillamente con il nostro corpo senza creare problemi: è un po’ come un ospite silenzioso che a volte c’è e a volte no, senza disturbare.

L’ureaplasma urealyticum, invece, è quello che più spesso è collegato a infezioni del tratto urinario o genitale. Per questo motivo, quando viene rilevato i medici prestano maggiore attenzione e, se necessario, scelgono antibiotici mirati per trattarlo.

Molti credono che l’infezione si prenda solo tramite rapporti sessuali, ma non è così. «L’ureaplasma può vivere in equilibrio nella mucosa genitale, senza dare problemi, fino a quando il microbiota si altera – spiega Sozzi – In quel momento, il batterio coglie l’occasione per proliferare e causare sintomi». Questo significa che è possibile contrarre l’ureaplasma senza rapporti, ad esempio in caso di stress, abbassamento delle difese immunitarie o alterazioni del microbiota

vaginale. «Sono batteri capaci di sopravvivere nelle mucose genitali e di utilizzare l’urea come fonte di energia – spiega il Professore – Questo processo altera il pH dell’ambiente vaginale, facilitando la comparsa di altri disturbi come candida o gardnerella, microrganismi che causano infezioni intime».

Sintomi ureaplaSma: come Si manifeSta in uomini e donne I sintomi dell’ureaplasma nelle donne possono includere bruciore, prurito, perdite anomale o dolore durante i rapporti. «In alcuni casi – aggiunge Sozzi –può causare vaginite, endometrite o salpingite».

Invece nell’uomo l’ureaplasma può provocare uretrite, prostatite o epididimite. «Tra i segnali più comuni ci sono secrezioni dall’uretra e bruciore durante la minzione» precisa il Ginecologo.Tuttavia, non sempre si manifestano dei sintomi: l’ureaplasma talvolta può essere completamente asintomatico, ed è proprio questo che lo rende più difficile da individuare. Va trattato in entrambi i casi? «In genere sì – risponde Sozzi – Anche se l’ureaplasma è frequente sia nei pazienti sintomatici che in quelli asintomatici, è importante valutare attentamente la situazione. Il trattamento è sempre indicato in caso di infertilità o ureaplasma in gravidanza».

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t ranslational m E dicin E and th E r ol E of p at E nt p rot E ction

eStabliShing a cloSe integration of StakeholderS from induStrieS, clinicS, and academia aS Well aS the involvement of relevant legal bodieS and normative authoritieS

Moving new drug candidates from preclinical research into human studies and the approved drug is only approximately 0.1% [2], and major causes are the lack of effectiveness and poor safety profiles unpredicted in preclinical and animal studies. Translating a basic discovery into a potential drug candidate or biomarker that is ready to be tested in humans is a complicated, time-consuming process that requires collaboration between the academic scientists who make discoveries and clinicians. Translational research thus aims to apply fundamental knowledge gained from basic research activities to the human condition. However, translational research is more challenging and costlier to conduct than basic research since with animals and humans it involves complex organisms [3] Yet this collaboration can make it difficult for universities to engage in translational projects, taking into account that such projects can often be significantly harder to plan than more traditional research projects. Transformative research may require more flexible timeframes and resources. [...]

Stabilire una Stretta integrazione delle parti intereSSate di induStrie, cliniche e univerSità, nonché il coinvolgimento degli organi giuridici e delle autorità normative pertinenti

Lo spostamento di nuovi farmaci candidati dalla ricerca preclinica agli studi sull’uomo e al farmaco approvato è solo dello 0,1% circa [2] e le cause principali sono la mancanza di efficacia e gli scarsi profili di sicurezza non previsti negli studi preclinici e sugli animali. Tradurre una scoperta di base in un potenziale farmaco candidato o biomarcatore pronto per essere testato sull’uomo è un processo complicato e dispendioso in termini di tempo che richiede la collaborazione tra gli scienziati accademici che fanno scoperte e i medici. La ricerca traslazionale mira quindi ad applicare alla condizione umana le conoscenze fondamentali acquisite dalle attività di ricerca di base. Tuttavia, la ricerca traslazionale è più impegnativa e costosa da condurre rispetto alla ricerca di base poiché con gli animali e gli esseri umani coinvolge organismi complessi. Tuttavia, questa collaborazione può rendere difficile per le università impegnarsi in progetti di traduzione, tenendo conto del fatto che tali progetti possono spesso essere significativamente più difficili da pianificare rispetto ai progetti di ricerca più tradizionali. La ricerca trasformativa può richiedere tempi e risorse più flessibili. [...]

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ricerche / ab S tract

una Selezione delle ricerche più recenti e intereSSanti condotte dai ricercatori unicamilluS.

A disposizione, l’abstract del lavoro. Per consultare il testo completo è necessario inquadrare il relativo QR Code. La fruizione delle ricerche è subordinata ad abbonamenti o affiliazioni specifiche alle piattaforme che contengono il lavoro esteso.

Ten years of European International Intensive Infectious Disease Courses (I3DC/IDEAL): long-term impact for undergraduate medical students

Federica I. Wolf1,2*, Valentina Trapani2*, Katleen De Gaetano Donati3 , Erika Vlieghe4 , Ingólfur Johannessen5 , Claire Le Jeunne6 , Roberto Cauda3 and Caroline Charlier6,7

Evaluation of HIV-1 transmitted drug-resistance among subtypes circulating from 2022 to 2024 in Italy: a refined analysis through nextgeneration sequencing

Daniele Armenia 1, Claudia Alteri 2 3, Valeria Micheli 4, Tiziano Allice 5, Celestino Bonura 6, Bianca Bruzzone 7, Isabella Bon 8, Romina Corsini 9, Alessandro Zerbini 9, Loriana Morelli 4, Francesco Cerutti 5, Giovanni Giammanco 6, Nadia Randazzo 7, Alessia Bertoldi 8, Federica Novazzi 10 11, Gabriele Ibba 12, Ada Bertoli 13 14, Antonia Bezenchek 15 16, Francesca Ceccherini-Silberstein 14, Maurizio Zazzi 17, Maria Mercedes Santoro 14

Neoadjuvant Therapy in Cisplatin-Ineligible Muscle-Invasive Bladder Cancer: Recent Progress, Challenges, and Future Directions in the Era of TAR-200 and Enfortumab Vedotin Plus Pembrolizumab

Giuseppe Di Lorenzo 1 2 3, Massimo Di Maio 4, Carlo Buonerba 5 6

Female Innovative Start-Ups in Creative Industries: The Case of Italy

Giuseppe Modaffari, Pedro Seva-Larrosa & Francisco García-Lillo

A gene expression study suggests the possible involvement of IGF2BP2related ncRNA network in Type 2 Diabetes

Andrea Latini, Chiara Morgante, Giada De Benedittis, Francesca Amati, Davide Lauro, Giuseppe Novelli, Cinzia Ciccacci, Vincenza Spallone & Paola Borgiani

Study of POLR3A variants in a family trio suggests mutation-specific pathogenetic mechanisms: insights from integrative OMIC approaches

Federica Rey, Alessia Casamassa, Samuele Di Cristofano, Letizia Esposito, Amata Amy Soriano, Letizia Messa, Clarissa Berardo, Mahsa Hazrati, Ilaria Ferrone, Maxime Bonnet, Fabio Bruschi, Ylenia Vaia, Massimo Marano, Enrico Bertini, Francesco Nicita, Davide Tonduti, Gianvincenzo Zuccotti, Angelo Luigi Vescovi, Domenico Raimondo, Jessica Rosati, Stephana Carelli & Cristina Cereda

QUADAS-3: A Revised Tool for the Quality Assessment of Diagnostic Test Accuracy Studies

Penny F Whiting 1, Eve Tomlinson 1, Anne W S Rutjes 2, Clare F Davenport 3, Bada Yang 4, Marie E Westwood 1, Yemisi Takwoingi 3, Johannes B Reitsma 5, Christopher Hyde 6, Patrick M M Bossuyt 4, Jonathan J Deeks 3, Mariska M G Leeflang 4, Sue Mallett 7

The role of low-complexity repeats in RNA–RNA interactions and a deep learning framework for duplex prediction

Adriano Setti, Giorgio Bini, Flaminia Pellegrini, Valentino Maiorca, Gabriele Proietti, Dimitrios-Miltiadis Vrachnos, Angelo D’Angelo, Alexandros Armaos, Julie Martone, Michele Monti, Giancarlo Ruocco, Emanuele Rodolà, Irene Bozzoni, Alessio Colantoni & Gian Gaetano Tartaglia

Medicine is not gender‐neutral—a fact increasingly recognised within the contemporary medical and scientific community. This is why this new issue of UniCamillus Magazine explores the topic, featuring valuable contributions from our outstanding professors and lecturers. For too long, research and clinical practice have used a universal model as their benchmark, but this model actually corresponded mainly to the male body. Today, we know that this approach is no longer acceptable. Biological, hormonal, social and cultural differences between men and women have a profound influence on health, diagnosis, response to treatments and access to care.

Gender‐specific medicine is not ‘medicine for women’, but rather a more precise, fairer and ultimately more effective form of medicine for everyone.

The articles in this issue explain—with rigorous scientific detail and clear language—how these differences affect various areas. For example, you will learn that sleep disorders affect men and women differently: insomnia is more prevalent in women, while obstructive sleep apnoea is often underdiagnosed in women, partly because the symptoms are less ‘typical’. Similarly, in sport, young female athletes must strike a balance between performance and physiology. Hormonal fluctuations can affect ligament stability, and recent studies suggest that this increases the risk of injuries such as anterior cruciate ligament tears by more than double compared to male athletes of the same age.

Even in children, different developmental trajectories emerge, requiring careful, personalised attention. Furthermore, pharmacology shows us that men and women may respond differently to the same medicines due to differences in weight, body composition and metabolic and hormonal variables, which are often overlooked in clinical trials. It is worth noting that women were under‐represented in clinical trials until a few decades ago, a shortcoming that the scientific community is now seeking to rectify, although its effects are still evident in everyday practice.

The issue of autoimmune diseases is particularly significant, as they affect women far more than men. In fact, women account for 75–80% of all cases, a figure that cannot be ignored and which raises important questions about the role of the immune system and environmental and social factors.

Cardiology offers another emblematic example: cardiovascular diseases remain the leading cause of death among women, yet they often present with less obvious or atypical symptoms compared to men. This diagnostic delay has tangible consequences and calls for a paradigm shift in both training and clinical practice. Equally important is the interaction between medicine and social sciences, which is explored in the section dedicated to the Third Mission. Understanding health also means understanding living conditions, inequalities, gender roles and cultural patterns that influence behaviour and access to care. Similarly, the Third Mission Conference ‘Eating Disorders Today: a Public Health and Prevention Perspective’—held in January 2026 at our University—focused on conditions that predominantly affect young women, but which require a multidisciplinary and inclusive approach.

our corn E r for E nglish s p E ak E

However, it is not just about the main theme: as in every issue, in the ‘Academic Life’ section we also highlight the key events that have taken place recently at the University. With this in mind, we are particularly proud of the contribution made through our recent donation of a blood bank to La Croix Hospital in Benin: a tangible act that reflects UniCamillus’s international and humanitarian mission.

Above all, however, I wish to pay a deeply heartfelt tribute to Professor Giovanni Scambia, a leading figure in Italian medicine, to whom UniCamillus has dedicated the Specialisation School in Gynaecology and Obstetrics at the Polyclinic of Abano. A section of this issue retraces his scientific and human legacy.

His example continues to inspire new generations of medical professionals, reminding us that professional expertise must always go hand in hand with humanity and values.

It is precisely this integration of scientific knowledge, care for the individual and social responsibility that UniCamillus firmly embraces, promoting educational programmes which are capable of addressing complexity without oversimplification. We are committed to advancing a model of medicine that is truly universal.

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