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UniCamillus Magazine - Estate 2021

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Estate 2021

UNICAMILLUS Magazine


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Chiuso in redazione: luglio 2021 Finito di stampare nel mese di ottobre 2021 dalla Tipografia Miligraf S.r.l. Copia gratuita www.unicamillus.org


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CONTENUTI SOMMARIO 4

INFORMA STUDENTI 7

IL COVID NON CONOSCE LE PARI OPPORTUNITÀ 13

UNICAMILLUS IN CAMERUN 19

PANDEMIA, VERSIONE AFRICA 25

NEOPLASIA E PAESI IN VIA DI SVILUPPO 29

LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI 35

VACCINI ANTI COVID 43

L’EMPOWERMENT DEL PROFESSIONISTA SANITARIO 47

NON SOLO COVID 51

UN ANNO DI PANDEMIA 57

LA GRAVIDANZA NEI PAESI AFRICANI 60

NEWS 62

NOTE 64

RICERCHE

EDITORIALE

EDITORIAL

Gianni Profita Rettore

Gianni Profita Rettore

Nella Pinacoteca di Urbino è conservata una delle opere più enigmatiche della storia dell’arte. Non si conosce l’autore, il committente, né il significato dell’opera realizzata alla fine del 1400. Raffigura una luminosa “Città ideale”, dalle prospettive geometriche nette con edifici che ricordano la purezza delle linee della tradizione classica. Nei dipinti dei secoli precedenti le città erano sempre state rappresentate contornate da alte mura e collocate in cima a qualche altura per meglio difendersi in occasione delle frequenti guerre. Le città ritratte nell’arte romanica, bizantina e gotica sono quasi sempre fortificate. La “Città ideale” è invece posta in pianura e, incredibilmente, non vi è traccia di mura: è la città aperta del Rinascimento, che si oppone alle città chiuse dei secoli precedenti. UniCamillus ha molte affinità con la Citta ideale di Urbino. Ha un legame solido con la tradizionale cultura scientifica italiana ma, allo stesso tempo, è “aperta” al mondo. Da quello più prossimo del quartiere in cui ha la sede a Roma dove sostiene attività sportive, culturali e perfino di sviluppo economico, all’intera città per le sue relazioni con i maggiori ospedali romani che ospitano i tirocini degli studenti, ma anche alla provincia metropolitana con l’Ospedale dei Castelli. Fino ad arrivare al Sud del mondo con il quale UniCamillus ha intessuto fin dalla fondazione una relazione speciale: è straordinaria la varietà degli studenti che provengono da decine di Paesi in via di sviluppo dove è ancora inaccettabile il livello di assistenza sanitaria. Buona parte di questo primo numero di “UniCamillus Magazine”, non a caso, è dedicata alla nostra recente missione in Camerun in piena pandemia. UniCamillus è l’Università aperta che si oppone all’idea della cultura da coltivare nell’hortus conclusus di un campus. Non ha paura di contaminarsi e non tiene isolata la scienza medica in un grande laboratorio, protetto da mura o da grandi distanze. Se l’ignoto artista rinascimentale che dipinse la Città Ideale potesse oggi frequentare gli spazi di UniCamillus si troverebbe perfettamente a suo agio. Proprio come i suoi studenti, i professori e tutti i membri della Comunità accademica che stanno contribuendo ad edificare -ciascuno per la propria piccola parte- una nuova Città ideale dove i vaccini saranno disponibili a ogni latitudine e la salute diventerà la chiave di volta di un nuovo Rinascimento mondiale di cui si avverte la necessità nell’alba travagliata di questo terzo millennio.

Urbino Art Gallery holds one of the most enigmatic artworks of Art History. The author, the commissioner and the meaning of this painting dated at the end of 1400s are still unknown. It depicts a glowing “Ideal City”, with clear geometric perspectives and with buildings reminding of the purity of lines of the classical tradition. In the paintings of earlier centuries, the cities were always represented as surrounded by high walls and situated on high ground for a better defence during the frequent conflicts. Cities portrayed in Romanesque, Byzantine and Gothic art are almost always fortified. The “Ideal City” is, however, situated in the plain and, unbelievably, there is no fortification: it is the open city of the Renaissance, in opposition to the closed cities of the past centuries. UniCamillus has many affinities with the Ideal City of Urbino. It has a deep bond with the solid traditional Italian scientific culture but, at the same time, it is “open” to the world. It is open to the district in Rome where its campus is located, and where it supports sport and cultural activities and even initiatives of economic development; it is open to the entire city, for its connections to the major hospitals (San Giovanni, San Camillo, Sant’Eugenio) which host the clinical practice of the students. It is open to the Province with the Ospedale dei Castelli; and it is open to the South of the world, with which UniCamillus has established since its very foundation a special relation: suffice it to think of the extraordinary diversity of its students, who come from tens of developing countries, where there is much to do in order to make the level of the healthcare system barely adequate. It is not a coincidence that a large part of this first issue of “UniCamillus Magazine” is dedicated to our recent mission in Cameroon at the height of the pandemic. UniCamillus is the open University that opposes the idea of the culture to cultivate in the hortus concursus of a campus. It does not fear contamination and it does not hold medical science isolated in a laboratory, protected by walls or by vast distances. If the unknown Renaissance artist who painted the Ideal City could nowadays visit the premises of UniCamillus he would feel perfectly at ease. Just like its students, its professors and all members of the Academic Community who are giving their little but crucial contribution to the foundation of a new Ideal City, where vaccines will be available at all latitudes and health will become the keystone of a new global Renaissance, much needed in the troubled outset of this third millennium.

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ACADEMIC LIFE Informa Studenti

L’offerta formativa post lauream Proseguire con l’incremento di conoscenza attraverso Master e Corsi di perfezionamento: la formazione on line e in presenza di UniCamillus

L’

Ateneo continua a mettere al centro delle proprie attività le esigenze degli studenti e la loro ambizione ad allargare le proprie conoscenze medico-scientifiche in tematiche sempre più diffuse e richieste. In particolare, ha ampliato la sua offerta formativa con l’erogazione di Master completamente in modalità e-learning.Un risultato importante reso possibile attraverso le innovative potenzialità della tecnologia digitale grazie alla quale UniCamillus ha mandato avanti altresì, con grande soddisfazione, la didattica online dall’inizio della crisi sanitaria legata alla diffusione del Covid-19

MASTER ON LINE Management per le funzioni di coordinamento nell’area delle Professioni Sanitarie • Il Master propone di formare figure lavorative volte a ricoprire la carica di caposala/coordinatore/manager sanitario capace di garantire la supervisione e qualità di una struttura sanitaria (ospedale pubblico, clinica privata, Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico - IRCCS, poliambulatorio), e curare l’assistenza sanitaria ai pazienti e coordinare tutti i professionisti sanitari. Il Master intende trasmettere ai partecipanti, conoscenze e strumenti necessari per lo sviluppo di metodi di pianificazione del lavoro; programmazione e gestione del personale; controllo e presidio delle risorse economiche a disposizione; incremento delle innovazioni tecnologiche ed informatiche; verifica riguardo alle corrette applicazioni di determinate normative. Deglutologia e disturbi correlati • Le alterazioni della deglutizione al giorno d’oggi interessano una parte sempre più importante della popolazione. Il Master approfondisce il campo 4

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delle disfagie tenendo in considerazione le diverse cause strettamente connesse alla patologia e le differenti età nelle quali essa può insorgere. La figura professionale in uscita sarà capace, nello specifico, di pianificare programmi di recupero condivisi con una équipe multidisciplinare tenendo conto dell’individualità del paziente. Posturologia Clinica • Il Master offre un percorso formativo interdisciplinare per identificare le diverse problematiche posturali e i disturbi ad esse collegate e a formare personale altamente qualificato nella prevenzione, diagnosi, valutazione e terapia delle disfunzioni posturali.In particolare, l’obiettivo principale è quello di formare figure professionali con una preparazione trasversale relativamente alle diverse discipline, promuovendo una formazione integrata che attraversa le branche dell’ortopedia, neurologia, fisiatria, educazione motoria, fisioterapia, podologia e odontoiatria. Infermieristica in area critica • Il Master intende formare personale con competenze multidisciplinari nel settore della gestione dell’area critica. Nello specifico, il Master vuole insegnare ai futuri specialisti, come procedere nel riconoscimento precoce dei sintomi e della relativa ingravescenza, formulare diagnosi infermieristiche e identificare patologie legate alla condizione critica del paziente. Il corso di studi intende anche fornire competenze circa i protocolli di internveto farmacologico, le cure per trattare i disturbi connessi a situazioni critiche e di emergenza; acquisire capacità di autoapprendimento per coordinare i soccorsi sul luogo dell’evento.


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MASTEr IN PrESENzA

Genetica Oculare

Trattamento Paradontale non chirurgico

• Il Master ha lo scopo di fornire ai laureati un percorso formativo per la diagnosi genetica delle malattie retiniche eredo-familiari che rappresentano alcune tra le principali cause di cecità tra i neonati, i bambini e gli adulti.

• Il Master ha lo scopo di far conoscere agli igienisti dentali il giusto approccio e le conoscenze mirate ai piani di trattamento delle varie tipologie di pazienti. Nell’approccio parodontale, particolare rilievo viene assunto dalla conoscenza degli aspetti microbiologici e le varie innovazioni tecnologiche di settore, così da poter assicurare un corretto e specialistico approccio. Il Partner del Master è l’Istituto Stomatologico Toscano. Gestione dei servizi sanitari Health Population Based • rivolto a professionisti infermieri, questo Master è un passaggio fondamentale per il professionista attivo sia in contesto di assistenza privata che nei servizi territoriali (quali ad esempio: l’area delle cure primarie distrettuali e dell’assistenza domiciliare, l’area della residenzialità, l’area dell’assistenza di comunità, le aziende di servizio alla persona). L’obiettivo è quello di trasmettere ai partecipanti le conoscenze e gli strumenti necessari per l’analisi e la valutazione dei bisogni di salute della popolazione, e sui principi dell’Health Population Management, con uno sguardo rivolto ai cambiamenti in atto nel SSN e nei SSr ed alle strategie manageriali future di servizio e di sostenibilità aziendale. Trattamento rieducativo del Pavimento Pelvico • Il Master ha lo scopo di conferire un’adeguata preparazione finalizzata all’acquisizione, da parte dei professionisti, di competenze per la gestione e per la riabilitazione dei disturbi del pavimento pelvico, acquisendo competenza nelle tecniche di training muscolare fisiokinesiterapico del pavimento pelvico, nell’elettrostimolazione e biofeedback dei muscoli perineali

Epidemiologia e Telemedicina 4.0 • Obiettivo del master è fornire una preparazione qualificata per una approfondita conoscenza della gestione del rischio clinico, della sorveglianza epidemiologica e controllo delle infezioni correlate all’Assistenza sanitaria e dei processi innovativi, organizzativi e tecnologici, propri della telemedicina. Il Master offre indicazioni ai professionisti sanitari su come attuare e coordinare correttamente le misure di prevenzione e controllo delle infezioni per limitare la trasmissione delle patologie infettive durante e post emergenza.

WHATS NEW Nutrizione Umana, al via il nuovo Corso di Laurea UniCamillus ha attivato il Corso di Laurea Magistrale in Scienza della Nutrizione Umana. Accreditato dal Ministro dell’Università e della Ricerca con Decreto n. 899 del 19/07/2021, il nuovo percorso di studi si propone di formare laureati in possesso di una solida e qualificata formazione scientifica, professionale e metodologica nell’ambito dell’alimentazione e della salute. All’organizzazione didattica del Corso è stata data una impostazione interdisciplinare riguardo alla fisiologia, alla nutrizione di base e alla nutrizione applicata nonché ad aree culturali complementari quali igiene e sicurezza alimentare, biochimica degli alimenti, microbiologia alimentare, tecnologie alimentari, farmacologia e aspetti legali in grado di garantire conoscenze, abilità e competenze basate su una solida formazione scientifica. Proprio la presenza di discipline cliniche garantisce l’approfondimento di aspetti legati alle patologie a componente o genesi nutrizionale, ponendo il dovuto accento anche al ruolo di alimenti e regimi dietetici in diversi stati fisiologici, alla prevenzione di malattie cronico-degenerative e al miglioramento del benessere e della qualità della vita. Con il titolo conseguito il laureato magistrale in Scienze della Nutrizione Umana potrà iscriversi all’Ordine Professionale dei Biologi, previa superamento del previsto esame di Stato. Gli sbocchi occupazionali coinvolgono differenti comparti, pubblici e privati. Si tratta infatti di un settore in chiara crescita e può portare al coinvolgimento del professionista all’interno della Sanità pubblica, nel contesto dei programmi sanitari nazionali e regionali; in Istituti di ricerca pubblici o privati, in Aziende alimentari e di ristorazione, anche ospedaliera. Inoltre, i laureati del Corso di Studi in Scienze della Nutrizione avranno capacità adeguate per svolgere attività imprenditoriale e di libera professione. Per l’accesso al corso di studio è richiesto il possesso di una laurea o di un diploma universitario di durata triennale o altro titolo acquisito all’estero e riconosciuto idoneo, nonché il possesso di particolari requisiti curricolari e di un’adeguata preparazione personale.

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IL COVID NON CONOSCE LE PARI OPPORTUNITÀ La dura lezione sociale ed economica della Pandemia di Joseph Stiglitz Premio Nobel per l’economia nel 2001 Lectio Magistralis

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orrei condividere con voi alcune mie riflessioni sugli effetti del Covid-19 e la ripresa post-pandemia. Il Covid19 è un evento caratterizzante di

questa era. È la peggiore pandemia del secolo; il peggiore declino economico dalla Grande Depressione. E a seconda di come si evolverà e di come saranno gestite le conseguenze economiche potrebbe essere profondo e duraturo come quell’evento traumatico. C’è molto che ancora non sappiamo di questa malattia, compresi i suoi effetti a lungo termine. Ed è solo grazie ai progressi nella scienza e nella medicina che siamo stati in grado di reagire velocemente ed efficacemente come abbiamo fatto. Senza quei progressi, la devastazione sarebbe stata sicuramente maggiore. Ed è solo grazie ai progressi nell’economia che la devastazione economica è stata più contenuta. Uno degli aspetti più sorprendenti di questa pandemia è che alcuni paesi hanno avuto molto più successo nel contenimento della malattia e della mortalità. Fra questi paesi capaci ci sono Vietnam, Taiwan, Corea del Sud, Nuova zelanda, Germania e Cina. E, dall’altra parte, alcuni paesi hanno avuto risultati assai scarsi rispetto ad altri. E purtroppo fra i paesi che non hanno fatto un buon lavoro ci sono gli Stati Uniti. L’unico paese che ha fatto peggio è il Brasile. Alcuni paesi non sono riusciti a contenere la malattia, nonostante dei lockdowns molto severi. L’India, per esempio. Da questi successi e fallimenti possiamo imparare molto sulla malattia e sulla nostra società, e sulla nostra capacità, come società, di contenere queste malattie. Una riflessione può essere fatta mettendo a confronto il

successo della Nuova zelanda, una democrazia molto solida, e i fallimenti degli Stati Uniti. Quando penso alle ragioni per cui gli Stati Uniti hanno avuto risultati così scarsi, si possono dividere i fallimenti in due categorie: quelli relativi a condizioni preesistenti, compresa la preparazione, e quelli relativi alla reazione. Per quanto riguarda le condizioni preesistenti, gli Stati Uniti presentano un carente stato di salute; fra i paesi avanzati abbiamo una fra le più basse aspettative di vita, un’aspettativa di vita che è oggi inferiore rispetto a cinque anni fa, ma, cosa più importante, abbiamo le maggiori disuguaglianze in campo sanitario. Questo virus non conosce pari opportunità, attacca coloro che sono nelle peggiori condizioni di salute, che si trovano, in modo sproporzionato, fra i più poveri nella nostra società, comprese molte persone di colore. Uno degli altri aspetti distintivi degli Stati Uniti è che ha uno scarso sistema di protezione sociale. Per esempio, il congedo per malattia retribuita non è garantito. Il risultato è che senza il congedo per malattia retribuito, molte persone in grado di lavorare, ma comunque contagiose, sono andate al lavoro, diffondendo la malattia, e aggravando la situazione. Abbiamo anche un sistema di assistenza sanitaria meno resiliente. È stato come costruire delle automobili senza ruota di scorta. Eravamo orgogliosi del fatto che stavamo utilizzando tutti i nostri posti letto in ospedale. Avevamo meno capienza in eccesso, ma questo ha significato che quando abbiamo avuto delle impennate (dei contagi) collegate alla pandemia, non ci siamo trovati in una buona posizione per affrontarle. UNICAMILLUS ESTATE 2021

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Ma ci sono altri aspetti più ampi della nostra società che sono indicativi. Abbiamo una minore coesione sociale. Gli individui hanno meno rispetto per l’altro, come dimostrato dallo scarso uso delle mascherine, che ha causato una maggiore diffusione della malattia. E’ scarsa considerazione è stata mostrata anche per la scienza, specialmente da parte del governo, ma ritornerò su questo punto fra un minuto. Tra le scarse condizioni preesistenti c’era una scarsa preparazione. In caso di crisi ci si rivolge sempre al governo. Ma quaranta anni di attacchi al governo hanno minato la sua capacità di reazione. Quello che è successo negli ultimi tre anni è stato particolarmente devastante. L’ufficio per le pandemie presso la Casa Bianca è stato smantellato, le scorte sono state esaurite, sono stati tagliati i fondi al Centro per il controllo delle Malattie, l’agenzia preposta. E questo, ovviamente, ha preparato il terreno per una risposta insufficiente. Avevamo bisogno di una risposta pubblica, ma il governo godeva di scarsa fiducia. E ha mostrato uno scarso livello di competenza. Avevamo bisogno di avere una veloce valutazione del rischio, ma la leadership a Washington ha negato che ci fosse un rischio. Avevamo bisogno che la scienza fosse compresa, ma la leadership a Washington l’ha screditata. Avevamo bisogno di spiegare quelle che gli economisti chiamano esternalità, ma la leadership a Washington ancora non sembra essere consapevole della piena portata delle esternalità. Avevamo bisogno di un senso di coesione per rafforzare la risposta volontaria alle esternalità: la leadership a Washington ha aumentato le divisioni, invece di favorire la coesione. Avevamo bisogno di una risposta coordinata in termini di approvvigionamento, per esempio sui test, e non l’abbiamo avuta. Avevamo bisogno di garantire il congedo per malattia retribuito; il Congresso ne ha riconosciuto l’importanza, ma le grandi compagnie, che hanno agito nel solito modo miope ed egoista, si sono opposte. Così il congedo non è stato riconosciuto 8

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a metà dei nostri lavoratori. Fra i Repubblicani c’è ancora opposizione a fornire il supporto necessario per gli ospedali, test, dispositivi di protezione, e ad aiutare le scuole. Così, non si sono avute solo disfunzioni nel settore pubblico, ma anche problemi nel settore privato. Poca fiducia è stata riposta anche nel settore privato, che non ha neanche prodotto test affidabili, e ha mostrato una scarsa capacità di reazione. Non sono stati in grado di produrre articoli semplici come le mascherine, per non parlare di prodotti più sofisticati, come i test o i respiratori. Così come ci sono state grandi differenze fra i paesi nella loro capacità di controllare la pandemia, allo stesso modo le conseguenze economiche e sociali del Covid-19 differiscono molto fra paese e paese. Alcuni stanno sperimentando importanti decrementi nel PIL, altri stanno avendo aumenti sostanziali nel tasso di disoccupazione, altri ancora stanno subendo aumenti della disoccupazione significativi in relazione al PIL. Alcune nazioni stanno soffrendo molto più di altre. Purtroppo, i problemi di salute non legati al Covid non vengono affrontati in molti paesi, inclusi gli Stati Uniti. Di nuovo, dobbiamo chiederci perché, e, pensando a questo, guardando a tutti i paesi, possiamo spiegare le differenze in termini sia di condizioni preesistenti che di qualità della risposta. Quei paesi che hanno funzionato bene nel campo della salute spesso hanno risultati ancora migliori nell’economia, per le stesse ragioni. Maggiore coesione sociale, maggiore fiducia, maggior rispetto per le scienze economiche, maggiore competenza nel settore pubblico. Quei paesi hanno ottenuto risultati migliori. Allo stesso modo gli Stati Uniti hanno fallito perché le sue politiche sono mal concepite, e inadeguatamente attuate, carenti di prioritizzazione, con una scarsa visione del tipo di economia desiderata per il post-pandemia. C’è una scarsa consapevolezza di quello che sarebbe necessario per avere una ripresa forte. Si credeva ciecamente in una breve recessione, seguita da una veloce ripresa.


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Il risultato è un programma troppo limitato, non abbastanza esauriente, e mancante della consapevolezza della sottostante situazione economica. C’è una mancanza di consapevolezza anche delle difficoltà dell’amministrazione negli Stati Uniti, una capacità limitata del nostro sistema di indennità di disoccupazione, in confronto a molti altri paesi che sono stati in grado di erogare sussidi molto rapidamente, compresi i paesi in via di sviluppo: l’Argentina, per esempio, ha annunciato martedì che avrebbero distribuito fondi ai bambini poveri e bisognosi. Il venerdì il denaro è stato erogato. Quindi, il fallimento degli Stati Uniti presenta diversi aspetti. Le differenze fra gli Stati Uniti e i successi in paesi come la Nuova zelanda, sono collegati ad alcune delle caratteristiche fondamentali che erano associate alla scarsa risposta sanitaria negli Stati Uniti, paragonata alla riuscita risposta della Nuova zelanda. Ora c’è bisogno di una visione dell’economia e della società post-pandemia. Mai prima d’ora il settore pubblico ha fornito così tanta assistenza al settore privato; dovrebbe utilizzarla per contribuire a dare forma all’economia post-pandemia, sia attraverso i destinatari dei finanziamenti sia

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per quanto riguarda le condizioni poste su tali finanziamenti. L’aspetto interessante è che l’Europa e alcuni altri paesi come la Nuova zelanda, stanno facendo un lavoro di gran lunga migliore, in questa visione post-pandemica, rispetto agli Stati Uniti. La pandemia sta producendo effetti devastanti nei paesi in via di sviluppo, sia sulle loro economie che sullo stato di salute. Non ci sarà una ripresa veloce negli Stati Uniti, in Europa, o nel mondo in via di sviluppo. Sarà una battaglia lunga e difficile. Per tenere sotto controllo la pandemia, fornire assistenza medica a quei paesi sarà essenziale e fondamentale, non soltanto per questa pandemia, perché quasi sicuramente ce ne saranno altre, e dobbiamo essere pronti. L’assistenza sanitaria, il vostro lavoro, in questi paesi sarà vitale. Non possiamo avere un pianeta sano, un’economia globale sana senza cittadini in buona salute ovunque. Questo è il motivo per cui la vostra missione, e la missione della vostra università, è così importante. È stato un vero piacere poter condividere queste riflessioni con voi oggi, e vi auguro buona fortuna!


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COVID IS NOT AN EQUAL OPPORTUNITIES VIRUS I want to share with you some of my thoughts about the effects of Covid-19 and the post-pandemic recovery. Covid-19 is a defining event of the era. It’s the worst pandemic in a century; the worst economic downturn since the Great Depression. And depending on how it evolves and how its economic aftermath is managed it could be as deep and long-lasting as that traumatic event. There is much we do not know about every aspect of this disease, including its long-term effects. But it is only because of advances in science and medicine that we have been able to respond as quickly and effectively as we have. Without those advances, the devastation would have been much larger. And it is only because of the advances in economics that the economic devastation has not been worse. One of the striking things about this pandemic is that some countries have done much better than others in containing the disease and deaths. Some countries have not contained the disease, despite very stringent lockdowns. India is an example. Out of these successes and failures we can learn a great deal about the disease and about our society and our ability as a society, to contain diseases. This virus is not an equal opportunity virus, it goes after those who are in the poorest health, which are disproportionally among those who are the poorest in our society, including many people of colour. One of the other distinctive aspects of the United States is that it has a poor system of social protection. For instance, there is no mandate for paid sick leave. Individuals have less respect for others. And the result of that was that they didn’t wear masks, and that meant that the disease spread. Just as there have been large differences across countries in their ability to control the pandemic, the economic and social consequences of Covid-19 have differed greatly across countries. What’s needed now is a vision of the post-pandemic economy and society. Never has the public provided so much assistance (10:06) to the private sector; it should use it to help shape the post-pandemic economy, both through who gets the funding and the conditions put on the funding. The pandemic is having a devastating effect on developing countries, both on their economy and on their health. There is not going to be a V-shaped recovery in the United States, in Europe, or in the developing world. It would be a long, hard battle. Critical for getting the pandemic under control, providing healthcare to these countries would be centre stage, not only on this pandemic, but almost sure there will be more, and we have to be prepared. Healthcare, your work, in these countries will be vital. We can’t have a healthy planet, a healthy global economy without healthy citizens everywhere. That’s why your mission, and the mission of your university is so important.

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UNICAMILLUS IN CAMERUN Prima missione internazionale della Task Force di docenti dell’Ateneo romano di Filomena Pietrantonio Docente UniCamillus di Medicina Interna Direttore Medico dell’’UOCdi Medicina Interna dell’Ospedale Castelli ASL ROMA 6

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emmeno il Sars-CoV2 ha potuto arrestare il progetto UniCamillus Task Force, il gruppo di docenti impegnato nel rappresentare la vocazione internazionale dell’Ateneo romano soprattutto nei paesi con maggiori criticità strutturali ed infrastrutturali. Proprio a febbraio 2021, nonostante le restrizioni imposte a livello mondiale per la nota pandemia, grazie all’entusiasmo che anima la UniCamillus Task force, si è tenuta la prima missione, in Camerun. La Task Force nasce da un’intuizione del professore Gianni Profita, Magnifico Rettore della Saint Camillus International University of Health Sciences, nel 2019 per dare corpo alla mission di UniCamillus di fornire formazione professionale e qualificata a giovani studenti con l’obiettivo di rientrare nei propri Paesi di origine per contribuire a modificare le realtà sanitaria dei Paesi in Via di Sviluppo (PVS). L’attività di UniCamillus a favore dei PVS è iniziata già nel 2019 contribuendo alla attivazione della Telemedicina sul Barco Hospital Papa Francisco sul Rio delle Amazzoni. Successivo obiettivo della Task Force è stato, nel 2020, predisporre attività di collaborazione universitaria e di cooperazione con Haiti. Poi il Camerun, nel 2021, in un momento in cui la Pandemia sembrava aver bloccato tutto il mondo. Partenza il 24 febbraio, immediatamente dopo l’omicidio dell’Ambasciatore italiano in Congo, da un Aeroporto di Fiumicino sorprendentemente deserto. La missione nasce con lo scopo di iniziare una collaborazione universitaria con ospedali già operativi nel territorio e valutare la possibilità per UniCamillus di essere presente attraverso la gestione di un ospedale locale, mettendo a disposizione l’expertise di personale qualificato a favore della comunità camerunense. Lo scalo all’aeroporto di Addis Abeba, ci coglie di

sorpresa, e ci proietta in un’atmosfera apparentemente più “normale” rispetto a quanto visto presso l’aeroporto capitolino: tante persone che si spostano, voli pieni. La sensazione è quella di essere tornati in epoca preCovid, se non fosse per le mascherine che coprono anche qui i volti delle persone, nascondendo quella mimica facciale così importante nelle nostre relazioni. L’Africa, pur colpita, soprattutto in maniera indiretta, in termini di relazioni economico-commerciali, non sembra paralizzata dalla pandemia. Anche in Camerun l’attenzione sanitaria è alta: veniamo sottoposti all’aeroporto di Yaoundé, come tutti i passeggeri che entrano nel Paese, a tampone antigenico rapido, ma, vista la bassa incidenza di Covid conclamato, la prima impressione sembra essere: “non c’è Covid qui…” L’itinerario che abbiamo deciso di seguire per questa missione si è snodato tra le regioni di Bertuà e di Yaounde, in un paese colorato e divertente, dove abbiamo avuto modo di ascoltare voci autorevoli di stakeholders locali, a partire dai appresentanti religiosi, sanitari e istituzionali e di ONG, al fine di avere una visione a 360° sui principali bisogni ed opportunità della popolazione. In effetti, girando in lungo ed in largo il Paese, abbiamo potuto constatare di persona come siano prevalenti le malattie della povertà, in primis la malaria, che miete quotidianamente vittime soprattutto tra i bambini, e poi le infezioni delle alte vie respiratorie e le malattie diarroiche. Un’altra importante infezione che ormai ha assunto le caratteristiche di una malattia cronica e che qui la fa da padrone, come in tutta l’Africa, è l’HIV. L’impegno e gli investimenti effettuati nella lotta all’AIDS sono evidenti su tutto il territorio e i centri UPEC per la presa in carico dei pazienti HIV positivi. Tali centri sono ben organizzati e attrezzati, in grado UNICAMILLUS ESTATE 2021 13


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di distribuire regolarmente la tri-terapia ai sieropositivi e di intervenire precocemente nella prevenzione della trasmissione verticale da madre a figlio durante la gravidanza. Tuttavia, per cercare di capire se e quanto il Covid sia presente nel Paese, abbiamo realizzato uno studio pilota su un campione ristretto di persone asintomatiche e, inaspettatamente, abbiamo trovato un tasso di positività di oltre il 10% che ci ha dato immediatamente la consapevolezza che l’infezione è diventata endemica e il virus è ormai presente dappertutto. Forse è vero che c’è una minore predisposizione della popolazione africana allo sviluppo di forme conclamate di infezione. Meno male, viene da dire, considerato il livello delle strutture sanitarie e la difficoltà ad erogare cure di alta intensità e garantire elevati flussi di ossigeno ai pazienti con grave insufficienza respiratoria. Per non parlare della mancanza di attrezzature di elevato livello tecnologico (ventilatori, CPAP) che sono indispensabili per la sopravvivenza dei pazienti. Ma lo spettro della pandemia impatta pesantemente anche in Camerun: come ci racconta il capo villaggio di Bimengue, le restrizioni imposte hanno bloccato le esportazioni di cacao e di banane “platani” che costituivano gran parte delle attività produttive del Paese con pesanti ripercussioni sull’economia interna. Allo stesso modo i rappresentanti della ONG APE Action Africa incontrati a Yaounde rivelano come anche qui le attività scolastiche abbiano subito restrizioni: chiusi i parchi che prevedevano attività di formazione per educare al rispetto degli animali e dell’ambiente, ridotte le possibilità di realizzare formazione integrata, tutto questo in un Paese dove l’istruzione è una leva fondamentale per lo sviluppo. Effetti indiretti della Pandemia Covid, ma che potrebbero essere fin più dannosi della malattia stessa. Tra i bisogni maggiormente sentiti c’è in primo luogo quello di aumentare il livello della formazione e la dotazione di tecnologie. Il Camerun ha bisogno di Ospedali specializzati in grado di fornire cure di secondo livello, come ci dice Padre Emanuele, della ONG AFRICFUTURE che sostiene, mediante fondi internazionali, ben 4 ospedali nell’area della capitale Yaounde. Le attività di partnership con istituzioni qualificate sono le benvenute. Grande è l’interesse nei confronti dello sviluppo di progetti formativi universitari che rappresenta un importante punto di incontro tra la mission di UniCamillus e i bisogni della popolazione. Nelle zone rurali abbiamo toccato con mano l’assenza di strutture sanitarie adeguate e la carenza in termini di opportunità di formazione che costringe i giovani 14 UNICAMILLUS ESTATE 2021

a spostarsi in centri lontani dalle loro abitazioni per studiare. A rallentare ulteriormente i processi di sviluppo sono i problemi di accesso rappresentati dalla mancanza di strade e dall’evidenza che non esiste una sanità pubblica, e solo chi ha denaro può permettersi di essere curato. A queste difficoltà si aggiunge l’isolamento dovuto a difficoltà di comunicazione sia via telefono che via internet. I principali problemi sanitari risultano ancora strettamente collegati alla povertà determinando elevata mortalità infantile e impatto notevole delle problematiche sanitarie materno-infantili (gran parte delle attività degli ospedali rurali si concentrano su vaccinazioni, pediatria e gestione di gravidanza e parto). La cultura di essere ricoverati in ospedale è ancora molto poco sviluppata e i pazienti preferiscono lunghi spostamenti dall’ospedale alle loro abitazioni piuttosto che fermarsi per cure prolungate in regime di degenza. Gli ospedali rurali in effetti mancano delle principali attrezzature necessarie per garantire le cure di base e anche il personale sanitario, in particolare i medici, sono molto pochi e non riescono a garantire una assistenza continuativa. Le opportunità di specializzarsi sono scarse, quindi in genere troviamo un medico responsabile senza specializzazione, in grado di far fronte alle comuni patologie e sovraccarico di lavoro, ma interessatissimo a sviluppare nuove competenze. In questa situazione una delle modalità di essere presenti e utili per una Università come UniCamillus è l’offerta di un supporto esterno che consenta lo sviluppo di competenze mediante l’organizzazione di stages in loco (attraverso missioni di professori di UniCamillus) in grado di realizzare training on the job per migliorare il livello di formazione degli operatori sanitari con l’obiettivo ultimo di intervenire attivamente sull’aspettativa di vita e le prospettive di cura. Nell’Ospedale di Bimengue che ci ha ospitato, abbiamo avuto modo di assistere a interventi di chirurgia ostetrica e generale garantiti da chirurghi volontari italiani della ONLUS “Don’t forget Africa” che si avvicendano nella gestione dell’ospedale, esempio concreto di cooperazione e formazione specialistica. La missione della Unicamillus Task Force non è stata solo fatta di valutazione e ipotesi di progetti, ma ha portato direttamente conoscenza e formazione sul terreno attraverso la realizzazione di due sessioni di formazione in primo soccorso BLS-D rivolte agli operatori sanitari dell’Ospedale di Bimengue. L’alto interesse del personale locale coinvolto ha confermato la voglia di formazione e di riscatto in cui Unicamillus si inserisce come partner privilegiato. L’expertise di un’Università internazionale come Uni-


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Camillus può fornire ulteriore valore aggiunto nel realizzare un più ambizioso e continuativo progetto di collaborazione Italia-Africa. L’idea potrebbe essere una attività di collaborazione universitaria in cui attività di formazione per gli studenti di UniCamillus vengano svolte in modalità di stage in ospedali attrezzati in Camerun e viceversa durante le attività di studio svolte nella sede di Roma si possano sviluppare progetti di cooperazione da implementare in Camerun durante il corso degli studi e della Specializzazione Con l’obiettivo di sviluppare sempre più concretamente la mission di UniCamillus il progetto potrà prevedere lo sviluppo di metodologie innovative di formazione centrate sullo studente, rivolte alla formazione di medici dedicati alla cura dei pazienti e della comunità, con particolare enfasi verso la prevenzione di malattia in risposta ai bisogni della comunità. L’integrazione con il Network formativo camerunense

UNICAMILLUS IN CAMEROON, FIRST MISSION FOR THE UNIVERSITY’S TASK FORCE Totalmente a pagamento, il sistema sanitario camerunense non prevede prestazioni gratuite per nessun tipo di intervento, nemmeno in emergenza, dove viene richiesto il saldo delle cure da erogare in anticipo. Per quanto la reperibilità dei farmaci di base sia soddisfacente, solo gli ospedali presenti nei centri più importanti del Paese - Yaoundé, Douala, Garoua - sono attrezzati in modo adeguato a garantire l’assistenza sanitaria di base, gli interventi di chirurgia di routine, la cura delle malattie endemiche come la malaria o altre patologie tropicali. Spostandosi dai grandi centri, però, la situazione cambia: le strutture sanitarie delle aree meno densamente abitate o più remote sono carenti e non sufficienti nemmeno ad assicurare i servizi di base. Il servizio sanitario camerunense, di base, deve affrontare la presenza della Malaria: il Paese è classificato come ad alto rischio proprio per questo tipo di parologia. Presenti anche casi di colera, con un elevato tassi di mortalità tra la popolazioe, tifo, epatite a e B. Anche l’HIV è una patologia presente sul territorio: ufficialmente si attesterebbe al 5,5% ma con picchi di oltre il 50% nella fascia di popolazione più a rischio - prostitute e tossicodipendenti -. Sono stati inoltre registrati casi anche di meningite meningococcica e focolai contenuti di H1N1. Il Covid, presente nel Paese, ha una crescita lenta ma progressiva. Da segnalare, tuttavia, la presenza di una nuova variante del virus Sars CoV 2, originaria proprio di questa regione dell’Africa. Indicata con la sigla B.1.620, e individuata anche in Lituania, Francia, Germania, Belgio e Repubblica Centrafricana, ha una serie di mutazioni comuni classificate tra quelle da valutare con attenzione.

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è un requisito fondamentale nell’ottica di realizzare un insegnamento integrato, allo scopo di stimolare la formazione di medici non solo dotati di solide basi scientifiche, ma anche di una significativa esperienza clinica e di completa dedizione ai pazienti. In tale contesto temi di particolare importanza sono rappresentati dalle Cure Primarie e la Prevenzione delle Malattie, la Salute Materno Infantile, la Medicina Tropicale, le Tecniche Chirurgiche, la gestione delle Urgenze, l’Ecografia, lo sviluppo delle Tecniche Radiologiche, l’approccio Terapeutico Integrato con attenzione costante a garantire l’eccellenza scientifica. Il tutto nell’ottica di formare professionisti che alla fine del loro percorso di studio tornino nel loro Paese di origine per contribuire allo sviluppo di una sanità migliore. In fondo la nostra missione in Camerun può essere vista come un primo passo nella realizzazione di quanto intuito da Confucio già nel 5 sec a C: “Date a un uomo un pesce e mangerà un giorno. Insegnategli a pescare e mangerà tutta la vita”.

UNICAMILLUS IN CAMEROON, FIRST MISSION FOR THE UNIVERSITY’S TASK FORCE Not even Sars-cov2 could stop the project UniCamillus Task Force, the group of professors representing the international vocation of the Roman University especially in countries with the most severe structural and infrastructural problems. Precisely in February 2021, in spite of the restrictions imposed globally for the known pandemic, thanks to the enthusiasm of UniCamillus Task force, its first mission took place, in Cameroon. The Task Force stems from an intuition of Prof. Gianni Profita, Rector of the Saint Camillus International University of Health Sciences, born in 2019 to give expression to the mission of UniCamillus: offering qualified professional training to young students, with the aim of returning to one’s own country of origin in order to participate to the transformation of the healthcare situation of the developing countries. The mission was born with the aim of starting an academic cooperation with hospitals already operating in the territory and assessing the possibility for UniCamillus to join in the management of a local hospital, providing the expertise of qualified professionals in favour of the Cameroonian community. The main healthcare problems are strictly related to poverty, which causes a high child mortality and severe impact on mother-child healthcare issues (most of the activities of rural hospitals is focused on vaccinations, paediatrics and management of pregnancies and births). The practice of being admitted in the hospital is not common, and the patients prefer traveling long distances from the hospital to their homes instead of being hospitalized for long-term treatments. Rural hospitals actually lack the basic equipment necessary to guarantee basic care and also the few healthcare professionals available, particularly physicians, cannot manage to guarantee a continuum of care. There are scarce opportunities to specialise, so generally there is a non-specialised physician in charge, able to face common pathologies and burdened by a work overload, but extremely keen on developing new skills. In this scenario a university such as UniCamillus can help by offering an external support allowing the development of skills, through the organisation of onsite internships (through missions of UniCamillus’ Professors), in order to improve the level of training of the healthcare professionals, with the ultimate goal of actively working on life expectancy and prospects of care. The expertise of an international University such as UniCamillus can give added value in the implementation of an ambitious and ongoing Italian African co-operation project. The integration with the Cameroon Education Network is a fundamental requirement in view of the implementation of an integrated course, in order to stimulate the education of physicians equipped not only with strong scientific foundations, but also of a considerable clinical experience and complete dedication to the patients. Under these circumstances topics of great relevance are Primary Healthcare and Disease Prevention, Maternal and Child Health, Tropical Medicine, Surgical Techniques, Emergency Management, Ultrasound, the development of Radiological Techniques, the Integrated Therapeutic approach, with a constant focus on guaranteeing scientific excellence. The final aim is training professionals who, at the end of their course of studies, can return to their country of origin for taking part in the development of a better healthcare system.

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PANDEMIA, VERSIONE AFRICA Come ha impattato il COVID sul continente africano di Claudio Puoti Già docente UniCamillus di Gastroenterologia Il ricordo di Claudio Puoti, scomparso improvvisamente lo scorso giugno, a pagina 62

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e epidemie si muovono con gli uomini, e ne seguono le rotte. Tucidide nella Guerra del Peloponneso narra che l’epidemia di peste che nel 430 a.C. sterminò gran parte della popolazione di Atene, ebbe probabilmente origine in Etiopia, e di lì al seguito delle carovane di mercanti giunse in Libia, in Egitto e dilagò in gran parte del Mediterraneo orientale. La peste manzoniana seguì gli eserciti che nel 1630 scendevano in Italia per porre assedio al Ducato di Mantova, e si estese in gran parte dell’Italia settentrionale e parte della Toscana. Maggiore è la mobilità umana, maggiore è la diffusione delle epidemie. Il SARS-CoV-2 non fa eccezione anzi, considerando che negli ultimi decenni la mobilità umana ha avuto una straordinaria accelerazione e che il mondo ormai viene considerato un villaggio globale, non vi è motivo di meraviglia di fronte al rapidissimo diffondersi della epidemia prodotta da questo nuovo virus. Anche prima dell’attuale epidemia, un adagio recitava che “quando c’è uno starnuto a Pechino, ci sarà un raffreddore a New York”. E ciò non vale solo per gli aspetti sanitari, ma anche per quelli economici, scientifici, tecnologici. Va detto con franchezza che non solo inizialmente fu sottovalutata la capacità di diffusione dell’epidemia, ma anche la sua gravità: se in un primo momento si disse e si pensò che fosse poco più di una influenza, strada facendo si comprese che la nuova malattia era ben altro che un semplice raffreddore, e che era in grado di determinare forme severe di polmonite, alterazioni della coagulazione del sangue, trombosi, manifestazioni addominali e via dicendo, oltre a tassi di mortalità che si facevano di giorno in giorno più pesanti.

Non c’è paese al mondo dove il virus non sia stato capace di giungere, non c’è area del globo, sia pure isolata, dove prima o poi non sia arrivato. Tuttavia, l’epidemia da SARS-CoV-2 che da oltre un anno sta flagellando il mondo sta dimostrando una distribuzione disomogenea nelle varie aree geografiche del globo, nonché differenti tassi di morbilità e letalità tra le diverse popolazioni. Questa variabilità tra un continente e l’altro, e tra un Paese e l’altro può essere attribuita a diversi fattori, quali la densità di popolazione, i differenti fattori ambientali, climatici, genetici. Da considerare anche l’incidenza dell’inquinamento atmosferici, l’efficienza dei sistemi sanitari locali, l’efficacia dei sistemi di registrazione e statistica, la capacità di identificazione e tracciamento dei soggetti positivi. ASPETTI VIROLOGICI Va premesso che la famiglia dei Coronavirus non è nuova, in quanto questi virus si conoscono da oltre 60 anni e sono responsabili delle infezioni respiratorie minori con chiara stagionalità invernale. Ciò che è “nuovo” è il SARS-CoV-2, coronavirus appartenente al gruppo dei beta coronavirus, in quanto ha subìto delle mutazioni che gli hanno consentito il cosiddetto “salto di specie”. Questo consiste nella capacità di passare dai mammiferi in cui i virus albergano abitualmente (il pipistrello, nello specifico) all’uomo, passando per un ospite intermedio. Ogni virus è specie-specifico, può, cioè, attaccare un solo essere vivente. II virus infatti entrano nelle cellule bersaglio attraverso il legame con un recettore situato sulla superficie della cellula, che è unico e specifico per ogni virus. UNICAMILLUS ESTATE 2021 19


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In altri termini, ogni virus possiede una chiave per aprire un’unica serratura: se la chiave non entra bene, quella serratura non si aprirà. Ecco perché il virus della epatite del coccodrillo non può determinare la polmonite dell’ippopotamo. Quindi se un virus entra in un organismo vivente senza avere la chiave corretta, non potrà entrare nelle cellule e moltiplicarsi, e di conseguenza il sistema immune lo eliminerà in breve tempo. Quando un virus incontra una popolazione con la quale non è mai venuto a contatto si diffonde con incredibile rapidità, e per lunghi periodi presenta anche notevole aggressività con elevati tassi di mortalità. Solo con il passare del tempo, per un meccanismo detto “omoplasia”, viene a verificarsi un progressivo adattamento reciproco virus-ospite, che porta ad un rallentamento dell’epidemia. CONSIDERAZIONI EPIDEMIOLOGICHE Non ha grande senso dare numeri assoluti sulla incidenza della COVID nel mondo, dato che cambiano di giorno in giorno; vale solo la pena ricordare

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che dopo una apparente tregua estiva nel 2020, con notevole riduzione dei casi, l’epidemia ha ripreso forza, e la cosiddetta seconda ondata si è rivelata più impetuosa e diffusiva della prima. Alla fine di marzo 2021 si calcola che vi siano stati in totale oltre 127 milioni di casi, con quasi tre milioni di morti. Al primo posto si colloca il continente americano, con circa 55 milioni di casi e 1.300.000 morti, seguito dall’Europa con quasi 44 milioni e 930.000 morti. In Asia oltre 25 milioni e 385.000 decessi, mentre l’Africa segnala o poco più di quattro milioni di casi e circa 100.000 decessi. Nell’intera Oceania l’epidemia ha colpito relativamente poco (rispettivamente 32.000 e 1000). Per quanto riguarda i singoli stati, è interessante rilevare come il Sars-CoV-2 si sia diffuso in maniera diversa da una nazione all’altra. I Paesi più colpiti, nell’ordine sono stati proprio USA, India, Brasile, Russia, Regno Unito, Francia, Turchia, Italia, Spagna e Germania. Si vedrà tra poco come l’epidemia non si sia diffusa con la stessa rapidità e la stessa violenza in paesi ricchi e in paesi in via di sviluppo, in aree ad


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elevata industrializzazione e in zone rurali, nelle grandi città e in piccoli paesi. Se è vero cha la maggiore speranza per una più o meno rapida riduzione della epidemia risiede in una vaccinazione di massa, è pur vero che i vaccini dovrebbero essere distribuiti in egual misura in tutti i continenti ed in tutte le nazioni, senza discriminazioni basate su considerazioni economiche e sul PIL dei singoli Stati. Per alcuni Paesi europei in particolare questo aspetto è di fondamentale importanza, per le ricadute di carattere sanitario che una distribuzione disomogenea se non iniqua potrebbe avere sulla vita civile e sugli aspetti sociali. Non va dimenticato che molte nazioni europee (Italia, Spagna, Francia, Grecia, area balcanica) offrono ospitalità a molti migranti provenienti dall’Africa e dal Vicino Oriente. La comunità internazionale, l’OMS, le associazioni internazionali, saranno in grado di garantire adeguata copertura vaccinale alle popolazioni delle aree interne e più depresse dell’Africa? Da un punto di vista organizzativo, si potranno raggiungere profughi o paesi da molti anni devastati da guerre civili, come la Siria e la Libia? In tempi lontani la comunità internazionale si è rivelata in grado di sconfiggere con le vaccinazioni di massa sia il vaiolo che la poliomielite, ma si trattava di malattie virali prevalentemente endemiche o con epidemie di limitata estensione e diffusione. La sfida attuale, nonostante gli avanzamenti della ricerca e della tecnologia, è molto più complessa: stiamo affrontando una epidemia di dimensioni paragonabili solo alle epidemie dei secoli scorsi, a trasmissione respiratoria (che in assoluto resta la via di contagio più diffusiva), e a contagiosità altissima; e tutto ciò avviene in un mondo che ha perso la stabilità dei decenni passati, con interi Paesi collassati da un punto di vista organizzativo e statale, diverse aree in guerra, centinaia di migliaia di persone che si spostano da un paese all’altro o da un continente all’altro, oltre ad esserci un clima di crescente sfiducia verso la Scienza e di timore dei vaccini, quando non di vera, aperta e talora violenta ostilità. Paradossalmente oggi, nonostante gli straordinari progressi scientifici, ci sono molte più difficoltà rispetto a quelle che le generazioni precedenti incontrarono ai tempi delle grandi campagne di vaccinazione contro vaiolo e polio. Si tratta di una sfida epocale, che non interesserà solo le nazioni ricche, invecchiate e stanche, ma anche e soprattutto i paesi emergenti. La partita non si giocherà solo in Europa o nel Nord America, ma anche e soprattutto in Africa, in Brasile, in India, in Siria, in Afghanistan, e altrove.

COVID E AFRICA Come già sottolineato, i numeri ci dicono che in questo continente l’epidemia da Coronavirus ha determinato un numero assai inferiore di contagi e di decessi: in Sud Africa sono stati segnalati 1.500.000 di casi e “solo” 50.000 decessi (879 decessi per milione di abitanti), in Marocco 493.000 casi e 8000 decessi (236/milione), in Tunisia 248.000 casi, 8700 morti (729/milione), in Egitto 200.000 casi e 11.000 decessi (114/milione), in Etiopia 196.000 casi e 2800 decessi (24/ milione), in Nigeria 162.000 casi e 2000 decessi (10/milione), in Algeria 116.000 casi e 3000 decessi (69/milione), sino ad arrivare a 18 decessi per milione nel Mali, 7 per milione nel Burkina Faso e nel Benin. Addirittura il Senegal si è dimostrato uno dei Paesi del mondo più “virtuosi” e maggiormente in grado di affrontare e circoscrivere l’epidemia. Le autorità di questa nazione hanno saputo muoversi rapidamente e in modo coerente nella gestione della crisi sanitaria, con una azione comune che ha coinvolto governo, popolazioni, e i leader delle comunità locali. Tanto per fare un confronto, in Italia abbiamo avuto 1776 morti per milione, negli USA circa 1700 per milione, in Brasile 1500, in Francia 1442, in Gran Bretagna 1900, in Spagna 1600. Otto Paesi (Sud Africa, Egitto, Marocco, Etiopia, Nigeria, Algeria, Ghana e Kenya) rappresentano più dell’85% di tutti i casi confermati. Mentre il tasso di letalità globale è del 3,5% circa, in Africa sembra essere al massimo il 2,4%. Le cifre attuali in Africa (che comprende circa il 17% della popolazione mondiale), rappresentano il 4,1% dei casi confermati di COVID-19 e il 2,6% dei decessi segnalati in tutto il mondo. COVID va dunque inteso come malattia del mondo occidentale, o comunque di nazioni in condizioni socio-economiche meno critiche rispetto ad altre? Evidentemente si deve tentare di dare una spiegazione a questi dati così dissonanti. Sebbene i sistemi sanitari di molti paesi del continente africano siano precari e teoricamente non sufficientemente attrezzati ad affrontare un epidemia di proporzioni immani, è un dato di fatto che in quell’area la tanto temuta massiccia ondata non si è verificata. Nella premessa sono state riportate alcune possibili variabili di carattere ambientale, sociale, etnico che potrebbero almeno in parte spiegare queste clamorose differenze tra i Paesi del continente africano e quelli dell’Europa, Asia, e America. A queste variabili possiamo aggiungere un altro parametro di non minore importanza: l’età media della popolazione africana. UNICAMILLUS ESTATE 2021 21


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In Africa, a parte una notevole variabilità tra una nazione e l’altra, l’età media è di circa 19 anni, e nell’Africa Subsahariana circa il 40% della popolazione ha meno di 15 anni e soltanto il 5% più di 60. Questo potrebbe aver aumentato i casi di positivi asintomatici (che spesso sfuggono alle statistiche), riducendo i casi con quadri clinici più violenti, nonché aver contenuto il numero di decessi. Al contrario, nelle popolazioni occidentali (ed in particolare in Italia), l’età media è assai più elevata, ed è noto che la maggior parte dei casi e dei decessi in queste aree ha interessato i soggetti anziani e di età molto avanzata. Un ulteriore fattore per spiegare i numeri relativamente ridotti è la fragilità dei sistemi sanitari in alcune aree africane, che potrebbe aver determinato

una sottostima dei casi reali. Diversi Paesi sono interessati da guerre civili, inter etniche e religiose che durano da anni, mentre in altre nazioni le entità statali e la loro stabilità sono assai precarie. È quindi possibile che i numeri “veri” siano superiori a quelli dichiarati, per difficoltà di identificazione e di monitoraggio del virus. Questo aspetto potrebbe almeno in parte spiegare perché il Sud Africa, che ha una struttura sanitaria e organizzativa per certi versi simile a quella occidentale, abbia avuto un numero di casi e di decessi superiore a quello di altri stati dello stesso continente. 22 UNICAMILLUS ESTATE 2021

Altro motivo da considerare è che molti stati africani da sempre hanno sofferto e soffrono tuttora di altre epidemie. Ciò ha permesso ad alcuni di quei Paesi di non essere travolti dalla pandemia, ma soprattutto di non essere colti impreparati. Non si può non fare riferimento alle periodiche epidemie di Ebola, per le quali molti nazioni dell’Africa occidentale hanno negli anni predisposto modelli organizzativi simili a quello per COVID19; questo può aver aumentato la loro capacità di risposta di fronte alla nuova emergenza. Si pensi per esempio al livello di assistenza territoriale e di prevenzione delle epidemie di cui si sono dotati molti stati africani, modello assistenziale che paradossalmente è assai debole in alcuni paesi occidentali, nei quali è stata spesso privilegiata una visione “ospedale centrica” anziché territoriale. Infatti la strutturazione del sistema sanitario occidentale è in gran parte basata sugli ospedali, cui la popolazione fa continuo riferimento; questa impostazione organizzativa ha fatto sì che nei mesi peggiori della epidemia i cittadini occidentali si rivolgessero esclusivamente o quasi al Pronto Soccorso, mettendo sotto pressione il sistema sanitario, e determinando rapidamente una grave carenza di posti letto. In molte aree africane, al contrario, le strutture ospedaliere paragonabili a quelle occidentali sono poche, mal distribuite e localizzate quasi esclusivamente nei grandi centri urbani, oltre ad essere spesso raggiungibili con grande difficoltà per problemi di infrastrutture e di viabilità. Questo ha determinato di conseguenza la necessità di una organizzazione territoriale capillare, in grado di raggiungere anche villaggi remoti e quasi isolati, con una capacità e rapidità di intervento non indifferenti. L’analisi dei dati epidemiologici sembra quindi confermare che il continente africano è stato relativamente risparmiato della pandemia COVID. Non è agevole fornire una interpretazione univoca in merito, poiché probabilmente diversi fattori interagendo tra di loro e sovrapponendosi hanno contribuito a mitigare la forza d’urto epidemica, fatta salva la possibilità di una sottostima dei numeri, almeno in alcune aree. Ciò che conta è che in quei Paesi non venga a crearsi un clima di sottovalutazione e di falsa fiducia, che potrebbe esporli alla violenza di un’ondata di ritorno. Soprattutto sarà di fondamentale importanza che il piano vaccinale internazionale possa interessare il mondo intero e non solo i Paesi a sviluppo avanzato, e raggiungere nello stesso modo e negli stessi tempi anche le aree più remote del globo.


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THE AFRICAN VERSION OF THE PANDEMIC Epidemics follow men’s routes. SARS-cov-2 is no exception; on the contrary, considering that in the last decades human mobility underwent an extraordinary acceleration and the world is now regarded as a global village, the swift spread of the epidemic caused by this new virus should not surprise. There is no country in the world that has been spared by the virus, there is no area in the globe, though isolated, that, sooner or later, was not reached by the virus. Nevertheless, the epidemic of SARS-cov-2 that for more than a year has been striking the world is showing un uneven distribution across the globe, as well as different morbidity and mortality rates among the different populations. This difference between one continent and another or between one country and another can be attributed to several factors, such as population density, and different environmental, climatic and genetic factors. Each virus is species-specific, that is it can attack only one living being. Viruses, in fact, enter the target cells trough the link with a receptor placed on the cell surface, which is unique and specific for each virus.The current challenge, despite the progress made in research and technology, is much more complex: we are facing an epidemic comparable in size only to the epidemics of the past centuries, characterised by respiratory transmission (that is the most diffusive mode of transmission), and extremely contagious. Reference should be made to the recurring Ebola epidemics, for which many countries in Western Africa have implemented, over the years, organisational models similar to the one implemented for COVID-19; this might have increased their response capacity to the new emergency. The analysis of the epidemiological data appears to confirm that the African continent might have been relatively spared by the COVID pandemic. An unambiguous explanation is not easy to give, because probably different factors are interacting with one another and have contributed to diminish the impact of the epidemic, except for the possibility of an underestimation of the figures, at least in some areas. What really matters is that those countries do not experience an atmosphere of underestimation and false confidence, that might expose them to a violent back wave.

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NEOPLASIA E PAESI IN VIA DI SVILUPPO Come incide la patologia nei contesti non occidentali di Piero Luigi Alò Docente UniCamillus di Anatomia patologica Direttore di Anatomia Patologica dell’ASL di Frosinone Esperto in patologia neoplastica

e Claudia Quintiliani Medico specializzando

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l cancro rappresenta la principale causa di morte a livello globale. Negli ultimi anni si è registrato un brusco aumento dei casi di tumore in molti paesi in via di sviluppo, complici l’aumento dell’aspettativa di vita e la maggiore esposizione a fattori di rischio legati allo sviluppo industriale ed economico. Il rapido miglioramento dell’aspettativa di vita nei paesi in via di sviluppo, dipeso dalle politiche sanitarie di immunizzazione e di contrasto alla malnutrizione, ha ridotto notevolmente la mortalità infantile e ha determinato una maggior incidenza di patologie croniche. Lo sviluppo economico si associa al cosiddetto fenomeno della “occidentalizzazione”, ovvero all’acquisizione di abitudini non salutari come sedentarietà, tabagismo, alimentazione ipercalorica, consumo di cibi raffinati ricchi di zuccheri, grassi saturi e proteine. Questi adattamenti sono dovuti in parte a processi di modernizzazione e meccanizzazione, in parte alla maggiore disponibilità di cibi economici, che però risultano essere poveri di nutrienti e ricchi di grassi e sale. L’incidenza dei vari tumori differisce in base all’area geografica considerata. Nei paesi a basso reddito sono molto frequenti il carcinoma della cervice uterina e i tumori gastrici, mentre i carcinomi della mammella e della prostata risultano molto più frequenti nei paesi sviluppati. Il carcinoma del polmone mostra invece, un’incidenza elevata sia nei paesi sviluppati che nei paesi di nuova industrializzazione. Tra i paesi in via di sviluppo, quelli con la più bassa incidenza di cancro si trovano nell’Africa del nord e nel sud est asiatico. Sebbene queste differenze possano

dipendere da un corredo genetico diverso nelle varie popolazioni, gli effetti indotti dallo stile di vita, dall’esposizione a cancerogeni ambientali e dalla disponibilità di cure mediche e procedure di screening sono altrettanto importanti. Questo aspetto è particolarmente rilevante perché è stato più volte dimostrato che i soggetti che emigrano da un paese all’altro acquisiscono gli stessi livelli di rischio del paese adottivo. Nei paesi in via di sviluppo le infezioni sono responsabili del 25% dei tumori, rispetto al 10% circa dei paesi ad elevato reddito. I tumori a più alta incidenza sono il cancro della cervice uterina, il cancro del fegato e quello dello stomaco. Il Papilloma virus umano (HPV) è un fattore eziologico ampiamente riconosciuto per lo sviluppo del carcinoma della cervice uterina sia nei paesi sviluppati che nei paesi in via di sviluppo. L’80% circa delle morti per cancro della cervice avvengono nei paesi in via di sviluppo. In paesi come l’America centrale, l’Africa sudorientale e l’India, i tassi di incidenza e di mortalità sono molto elevati: la causa principale di questo fenomeno consiste nell’assenza dello screening citologico cervico-vaginale (PAP test). Altri cofattori responsabili, presenti nelle popolazioni dei paesi a basso reddito, sono l’inizio dell’attività sessuale in età più precoce, la pratica della circoncisione maschile nonché la presenza di particolari genotipi virali. Anche il carcinoma epatocellulare si sviluppa in seguito all’infezione cronica da parte del virus dell’epatite B (HBV) e C (HCV). Il 90 % dei carcinomi epatocellulari indotti dall’HBV si verificano infatti nei paesi in via di sviluppo. Questo dato è destinato a diminuire grazie alla diffusione della vaccinazione contro UNICAMILLUS ESTATE 2021 25


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il virus dell’epatite B che si è già dimostrata efficace nel prevenire il cancro al fegato in molti paesi ad alta incidenza. L’auspicio è che anche la vaccinazione contro l’HPV sortisca gli stessi effetti nei confronti del carcinoma della cervice uterina. Nei paesi ancor meno sviluppati, come l’Africa Sub-Sahariana, la diffusione dell’AIDS ha comportato un notevole incremento di tutti i tumori HIV-correlati come il sarcoma di Kaposi, indotto dall’ l’Human Herpes Virus 8 e il linfoma nonHodgkin indotto dall’Epstein Barr Virus. Anche l’infezione da parte dell’Helycobacter Pylori è correlata all’aumento di 3-4 volte del rischio di carcinoma gastrico, rischio che è già elevato in paesi come Giappone, Cina e Korea per il notevole consumo di cibi ad alto contenuto di sale. L’esposizione a cancerogeni ambientali è un altro importante fattore di rischio per lo sviluppo di tumori. I soggetti dei paesi in via di sviluppo sono esposti ad elevate dosi di inquinanti ambientali e occupazionali, in quanto molte persone sono impiegate, ad esempio, in industrie manifatturiere o tessili. In Cina è stata osservata un’associazione tra lo sviluppo di cancro al polmone e l’esposizione al radon, i cui livelli sono risultati elevati sia in alcune abitazioni che all’interno delle miniere; altre forme di inquinamento responsabili

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dell’aumentato rischio di tumori sono riconducibili alla combustione di biomasse e di carbone all’interno delle abitazioni e ai livelli elevati di arsenico nelle acque potabili. L’uso di pesticidi degli ultimi quarant’anni ha incrementato drasticamente il rischio di sviluppare linfomi e tumori prostatici, mentre il benzene e le amine aromatiche sebbene siano stati riconosciuti come fattori di rischio per il linfoma e per il carcinoma vescicale, vengono tuttora largamente utilizzati nelle industrie tessili, della gomma e delle vernici. Il consumo di tabacco rimane la prima causa evitabile di cancro. Con la modernizzazione si assiste ad un avvio anticipato dell’epidemia del tabacco. Le forme di utilizzo variano tra i diversi paesi, nelle regioni più povere dell’Asia, per esempio, è maggiormente diffusa la masticazione delle foglie del tabacco. Qualsiasi utilizzo è sempre associato ad un aumentato rischio di cancro. Il rischio di sviluppare un tumore in un soggetto fumatore rispetto ad un non fumatore è circa 30 volte di più per il cancro del polmone e 6 volte di più per la vescica, il cavo orale, la faringe, la laringe e l’esofago. L’attitudine al consumo di tabacco attualmente è molto preoccupante in Europa Centrale e Orientale e in molti paesi in via di sviluppo, mentre sta diminuendo in molti paesi a reddito elevato.


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L’obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è ridurre la morbidità e la mortalità per cancro ovunque nel mondo. Il tasso di mortalità per cancro è in media del 46% nei paesi ricchi e del 75% nei paesi in via di sviluppo. Quest’ultimo dato è legato principalmente al fatto che si giunge alla diagnosi in stadio avanzato, quando ormai le possibilità terapeutiche sono piuttosto limitate. Già dal 2009 è attiva una “Task force globale per espandere l’accesso al controllo e la cura del cancro nei paesi in via di sviluppo” che promuove l’espansione del controllo, della prevenzione e del trattamento del cancro attraverso strategie adeguate ai sistemi dei paesi a medio e basso reddito. La riduzione dell’incidenza e della mortalità per cancro nei paesi ad alto reddito è derivata dall’aumento della consapevolezza da parte della popolazione a seguire stili di vita più sani, dalla disponibilità di programmi di prevenzione e di screening nonché di regimi terapeutici efficaci. A tal proposito, nei paesi a basso reddito, sono attive campagne di sensibilizzazione volte a rafforzare i sistemi sanitari, aumentare i livelli primari e secondari di assistenza, ridurre i fattori di rischio, favorire la diffusione degli

screening, rendere maggiormente disponibili i vaccini ed abbassare il costo delle terapie. Molti dei tumori che impattano sul livello di salute dei paesi a basso e medio reddito sono infatti responsivi a farmaci con brevetto scaduto che quindi potrebbero essere prodotti come generici e venduti a basso costo. Oltre agli ostacoli finanziari, bisogna però, porre rimedio all’assenza nei paesi poveri di personale medico specializzato in oncologia facendo ricorso a medici e infermieri adeguatamente formati che possano gestire la chemioterapia di alcuni tipi principali di tumori. La crescita economica ha comportato un miglioramento delle condizioni di vita, ma con essa è aumentata notevolmente anche l’incidenza di molti tumori. Molte delle cause di cancro nei paesi in via di sviluppo sarebbero prevenibili, tuttavia gli ostacoli da superare sono molti, sia di natura economica che culturale. Al fine di contrastare l’epidemia del cancro è quindi fondamentale sensibilizzare le popolazioni, rafforzare i sistemi sanitari nei paesi in via di sviluppo, abbassare i costi delle terapie e soprattutto favorire la prevenzione primaria e secondaria.

NEOPLASMS AND DEVELOPING COUNTRIES Cancer represents the main cause of death globally. Last years have seen a sharp increase in the cases of cancer in many developing countries, also due to the increase of life expectancy and the higher exposure to risk factors, related to the industrial and economic development. The rapid improvement of life expectancy in the developing countries, deriving from the health policies of immunization and against malnourishment, considerably decreased child mortality and determined a higher incidence of chronic diseases. In the developing countries infections are responsible for 25% of tumours, compared to 10% approximately of high-income countries. Tumours with the highest incidence are cervical cancer, liver cancer and gastric cancer. Human Papilloma virus (HPV) is an etiological factor widely recognized as responsible for the onset of cervical carcinoma, both in the developed and developing countries. Approximately 80% of deaths caused by cervical cancer occur in the developing countries. In regions such as central America, South-east Africa and India, incidence and mortality rates are very high: the main cause is to be found in the lack of cytological screening of cervical cancer (PAP test). Other responsible cofactors, for the populations of low-income countries, are the precocious start of the sexual activity, the practice of the male circumcision as well as the presence of particular virus genotypes. In the countries even less developed, such as sub-Saharan Africa, the spread of AIDS caused a considerable increase of all HIV-related cancers such as Kaposi’s sarcoma, caused by the Human Herpes Virus 8 and non-Hodgkin lymphoma caused by the Epstein Barr Virus. Also, the infection from Helicobacter Pylori is linked to the 3-4-fold increase of the risk of gastric cancer, risk already high in countries like Japan, China and Korea due to the large consumption of food high in salt. The aim of the World Health Organization is to reduce the morbidity and mortality for cancer worldwide. The cancer average mortality rate is 46% in the developed countries and 75% in the developing countries. This last data is related mainly to the fact that the illness is diagnosed when it is already at an advanced stage and the treatment options are fairly limited. A “Global Task force to extend the access to screening and treatment of cancer in developing countries” has been active since 2009, it promotes the extension of screening, prevention and treatment of cancer through strategies suited to the systems of the low/medium-income countries. The economic growth has entailed an improvement of life conditions, but also a considerable increase in the incidence of many types of cancer. Many causes of cancer in the developing countries are preventable, but many are the obstacles to overcome, of an economic and cultural nature. Raising awareness in the populations, strengthening the healthcare systems in the developing countries, reducing the cost of the treatments and especially promoting primary and secondary prevention is therefore crucial in order to tackle the cancer epidemic.

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LE MUTILAzIONI GENITALI FEMMINILI Un fenomento oltre il costume di Laura Pacifici Noja Docente UniCamillus di Filosofia Morale Specialista in Anestesia e Rianimazione, e Malattie Infettive

e Ugo Giorgio Pacifici Noja Docente UniCamillus di Sociologia Generale Avvocato Cassazionista e esperto Agenas e CRI

S

econdo stime attendibili il numero di donne che convive nel mondo con una mutilazione genitale supera i 120 milioni. Quattro milioni di bambine ogni anno sono a rischio di mutilazione genitale. Soprattutto in alcuni paesi africani. Le Mutilazioni genitali femminili, o MGF, sono ormai condannate da una serie di trattati e convenzioni internazionali. Per esempio nel Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa del 2003, adottato nel contesto degli accordi definiti dalla Carta Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli, sono per la prima volta condannate formalmente ex art.5 le MGF così come tutte le pratiche tradizionali lesive dell’integrità fisica e psichica delle donne. La legge n 7 del 2006, conosciuta come “legge Consolo”, di fatto recepisce il protocollo di Maputo, anche se il documento non è mai espressamente menzionato. Nel corso del 2019 il Dipartimento Pari Opportunità dell’Università Bicocca ha svolto una ricerca sul tema delle MGF. I risultati dell’indagine mostrano dati allarmanti. In Italia, al primo gennaio 2018, vivevano 87mila e 600 donne escisse di cui ben 7600 minorenni. La questione delle MGF va letta in un ampio quadro di riferimento. Questa problematica si articola, infatti, su più livelli. Si tratta quindi di compiere un’opera di destrutturazione. Un mosaico di superstizioni spacciato per tradizione deve infatti essere smontato tessera per tessera. Tradizione è, come dice l’etimo stesso della parola, ciò che è destinato a essere tramandato. Ma tra le tradizioni di un popolo non può trovare diritto di cittadinanza ciò che è esponenziale di un modo

crudele di pensare. Chi vuole mantenere delle persone in una permanente condizione di inferiorità solo in ragione della propria appartenenza di genere testimonia un’arroganza insopportabile che non può essere tollerata. Sono innumerevoli gli studi che testimoniano come il genere sia la causa prima di un importante divario nell’accesso alla salute. Il reddito è tra quei determinanti della salute che influiscono notevolmente sull’indipendenza di scelta dei soggetti fragili. Le donne minori di età, appunto, sono esponenziali della categoria dei soggetti fragili. È corretto indicare che le MGF si ricollegano anche alla vexata quaestio dei matrimoni precoci e spesso forzati e in generale alla violenza sulle donne. Negli ultimi anni, seppur in modo differente, anche i media hanno cercato di sottolineare le grandi difficoltà di vita delle donne appartenenti ad alcuni gruppi. Si pensi a testimonianze importanti nel settore della letteratura filmica come Fiore del deserto (2009) diretto da Sherry Hormann il cui tema centrale è rappresentato dalle MGF o Difret Il coraggio per cambiare (2014) di zeresenay Berhane Mehari sulla violenza sulle donne o al recentissimo cartone animato Sitara (2020) di Sharmeen ObaidChinoy che pone sotto la luce dei riflettori dell’opinione pubblica la questione dei matrimoni forzati. Per la prima volta non si parla solamente di dolore fisico, ma delle profonde conseguenze psicologiche della violenza sulle donne che nel caso delle MGF possono essere rappresentate da disturbi PTSDpost-traumatic stress disorder, che si sviluppano dopo l’esposizione a un evento traumatico. Lo stress psicologico derivante dall’essere sottoposta alla pratica di MGF può causare traumi comportamentali così come indurre ansia e depressione. UNICAMILLUS ESTATE 2021 29


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Il fil rouge comune è come sottolinea Ann Firth Murray, Presidente del Global Fund for Women, è la mancanza totale della nozione di rispetto e dell’integrità del corpo della donna come Diritto Umano irrinunciabile. Come illustra la Murray, è necessaria una condanna definitiva e senza possibilità di ripensamenti o moratorie delle MGF, dei matrimoni forzati così come di tutte le forme di violenza sulle donne in quanto violazione dei diritti umani. Una dichiarazione, rilasciata da dieci organizzazioni delle Nazioni Unite nel 2008, sottolinea che poiché le MGF sono considerate una pratica tradizionale pregiudizievole per la salute dei bambini e, nella maggior parte dei casi, sono eseguite su minoriesse violano la Convenzione sui Diritti del Bambino. Secondo l’attuale Segretario Generale delle Nazioni Unite, Guterres, l’eliminazione delle MGF avrà un generale effetto positivo sull’empowerment delle donne “sebbene concentrate in 30 paesi dell’Africa e del Medio Oriente, le MGF sono un problema universale che persiste”. Nel 2012 le NU hanno istituito la giornata internazionale di tolleranza zero per le MGF scegliendo come data il 6 febbraio di ogni anno. All’interno del Goal 5 degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) delle UN che racchiude tutte le azioni per il raggiungimento della parità di genere e l’empowerment di donne e ragazze, i primi tre obiettivi sono dedicati alla eliminazione di tutte le forme di violenza e discriminazione delle donne in ogni ambito civile. È interessante sottolineare che il target 5.3 incentrato sull’eliminazione di tutte le pratiche dannose sulle donne riunisce i matrimoni precoci e forzati alle MGF considerando tutti e due come differenti forme di violenza. È però importante e necessario sottolineare che bisogna fare molta attenzione a non confondere i princìpi religiosi e i Paesi dove le MGF sono ancora praticate. In maniera piuttosto sbrigativa si è teso a voler ricondurre alla norma coranica l’origine 30 UNICAMILLUS ESTATE 2021

e la causa di questa forma di crudeltà. Ma se corrisponde a verità affermare che questo tipo di pratica era diffusa anche presso i popoli arabi pre-islamici, voler attribuire all’Islàm ogni responsabilità non è corretto e non corrisponde al vero. Anzi, conviene ricordare che nel 2006 una conferenza sulle mutilazioni sessuali nell’ Islam è stata appositamente convocata al Cairo. Al termine dei lavori fu approvato un documento comune che non solo condannò le MGF in tutte le loro forme, ma le definì come «una pratica estranea all’Islàm, che non trova alcun tipo di giustificazione nelle fonti giuridiche dell’Islam, nel Corano, nella pratica del profeta Muhammad». Per allontanare ogni possibilità di dubbio, prese la parola l’allora Gran Muì d’Egitto, lo Sceicco Ali Gomaa che definì le MGF come una pratica abietta proibita senza alcun dubbio o esitazione dall’Islàm con il risultato che chi la compie si pone al di fuori dell’Islàm contravvenendo alla norma coranica. Il fenomeno più difficile da comprendere è che ci siano donne, anche con percorsi formativi adeguati, che decidono di sottoporsi volontariamente all’escissione. Suscitò ad esempio grande clamore il caso di una ragazza ugandese di 26 anni, Sylvia Yeko, che, sfidando la legge e la riprovazione della famiglia, decise di farsi mutilare. Quello della Yeko, che si sottopone ad una pratica mutilatoria volontariamente, è un caso emblematico. Non solo perché si tratta di una donna con un certo livello di istruzione, ma perché essa sostiene, con la escissione, di inserirsi nel solco della tradizione che “va difesa e coltivata”. Ecco che affiora il problema della tradizione in una visione assolutamente ad hoc. Non basta infatti invocare una generica difesa dei riti ancestrali per proteggere e tutelare una orribile barbarie come le MGF. Questo stato di cose può cambiare in primo luogo attraverso la norma. Il sistema assiologico su cui è imperniata la società, anzi per meglio dire le


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società, è caratterizzato da un diverso sistema di valori, ci si chiede se i valori siano transeunti e modificabili ovvero se si debba parlare di una immodificabilità dei valori. Se da un punto di vista meramente giuridico il codice penale mira alla tutela dell’ordine pubblico, da un punto di vista filosofico si tende piuttosto alla tutela della morale che però è considerata in permanente evoluzione e in costante adattamento ai cambiamenti della società. Il dibattito non può sottendere una presunta superiorità di una tradizione su un’altra ma piuttosto sulla adozione di comuni valori che tengano sempre (pur nel rispetto delle peculiarità etniche) nella massima considerazione l’essere umano e il rispetto che all’essere umano e alla sua integrità (non solo corporea) è dovuto. Si deve ricordare che il protocollo di Maputo sia del 2003 è entrato in vigore solo il 25 novembre 2005 a seguito del conseguimento delle 15 ratifiche necessarie e benché firmato da 42 paesi dell’Unione Africana ad oggi è stato ratificato solo da 20. Se è vero che si tratta di leggi che appartengono a diverse esperienze nazionali bisogna favorire il processo di prevenzione, di divulgazione, di comunicazione locale. Non si tratta quindi solo di innalzare la soglia di conoscenze, ma di aiutare ad aumentare da un lato il livello di consapevolezza e dall’altro la nozione di rispetto che non è solo dell’altro ma certamente anche di se stessi. Donne con buona qualificazione culturale e un buon percorso scolastico sono destinate a trovare una miglior accoglienza nel mondo del lavoro e conseguentemente a raggiungere quella indipendenza economica e quella autonomia che è destinata a restituire alle donne una immagine lontana da quella oleografica pallida e stinta che le vuole collocate in una posizione permanentemente subordinata rispetto al proprio coniuge. Non soggetti, ma oggetti. Meri destinatari di ordine e direttive e non individui autonomi capaci di un proprio pensiero originale e di una

propria elaborazione intellettuale. Esiste una pluralità di progetti di sostegno. L’UNFPA di concerto con l’UNICEF guida dal 2008 un progetto specifico che ha come destinatari 17 paesi dell’Africa e del Medio Oriente e sostiene anche iniziative regionali e globali. Una specifica campagna di UNFPA, intitolata “a piece of me”, ha per obiettivo di aumentare la consapevolezza delle donne affinché possano assumere un ruolo attivo nell’azione diretta a arrestare una volta per sempre le MGF. Da ultimo si deve ricordare come esista un network europeo END FGM che si prefigge come obiettivo principale la realizzazione di “un’azione europea sostenibile” contro le MGF. Si tratta di una rete cui partecipano trenta organizzazioni di varia natura con lo scopo di garantire “un’azione europea sostenibile” contro le MGF. Quello che deve essere affrontato è un cammino lungo e non privo di ostacoli. Non si può pensare di raggiungere alcun obiettivo se non in modo sinergico. La formazione è sicuramente una delle chiavi possibili per il superamento di questa barbara usanza. Proprio con questo fine molte sono le università nel mondo che dedicano corsi di formazione specifici al tema delle MGF. La formazione è certamente una risorsa per il cambiamento però sicuramente necessita un cambiamento di approccio e di prospettiva alla problematica. Ad esempio, vista la grande delicatezza del problema, le collaborazioni devono essere a lungo termine e sempre precedute da periodi di pre-formazione sui temi socio-economici e etici. In questa ottica gli studenti dei corsi di UniCamillus affrontano nel loro percorso di studio molti temi etici su cui discutono. Fra questi le MGF. La dissertazione di temi etici rappresenta uno strumento pratico per acquisire una propria opinione e poter poi essere parte attiva del processo di prevenzione di tutte le forme di violenza sulle donne. UNICAMILLUS ESTATE 2021 31


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Un elemento importante viene evidenziato nell’ultimo report delle UN sui SDGs quando si afferma che: “(...) la pandemia ha anche portato a un forte aumento della violenza contro le donne e le ragazze. Con misure di blocco in atto, molte donne sono intrappolate a casa con i loro abusatori, lottando per accedere ai servizi che soffrono di tagli e restrizioni. I dati emergenti mostrano che, dallo scoppio della pandemia, la violenza contro le donne e le ragazze - e in particolare la violenza domestica si è intensificata (...)”. È probabilmente da queste considerazioni che si devono prendere le mosse per porre in essere una politica nuova che a livello mondiale veda tutte le nazioni in accordo per una strategia comune diretta a sradicare una volta per tutte un fenomeno odioso che strumentalmente è stato talora camuffato come segno di antiche tradizioni e che è invece solo espressione di pratiche aberranti che tutte le nazioni devono combattere fino alla loro completa estirpazione. È su queste considerazioni che si deve fondare un modo nuovo di essere e di pensare.

FEMALE GENITAL MUTILATIONS Reliable estimates show that the number of women who, globally, live with a genital mutilation exceeds 120 million. Four million young girls every year are at risk of genital mutilation. Especially in some African countries. Tradition is, as from the etymon of the word, what is meant to be transmitted. But what is representative of a cruel way of thinking cannot find a place among the traditions of a country. Keeping individuals in a constant condition of inferiority only on account of one’s own gender is a sign of intolerable arrogance. Countless studies show how gender is the first cause of a large gap in the access to medical care. Income is amongst those health determinants that heavily influence the freedom of choice of vulnerable people. Female minors are indeed representative of the category of vulnerable people. Female genital mutilations are connected also to the vexed question of the early and often forced marriages and in general of the violence against women. It is not only a matter of physical pain, but also of the deep psychological consequences of the violence against women, which, in the case of female genital mutilations, can be represented by PTSD-post-traumatic stress disorders, arising after being victim of a traumatic event. What is harder to understand is that there are women, even properly educated, who choose to voluntarily undergo the excision. Great outcry was caused by the case of a 26-years old young woman from Uganda, Sylvia Yeko, who, defying the law and the disapproval of her own family, decided to be mutilated. The case of Sylvia Yeko, who willingly undergoes a mutilation practice, is emblematic. Not only because she is an educated woman, but because she claims, through the excision, to follow the tradition that “must be defended and cultivated”. This is the problem of the tradition in an “ad hoc” interpretation. Women with a good culture and a valid educational path are meant to be better received in the labour market and therefore will easily reach economic independence and autonomy, bound to restore a female image far from the oleographic, faded and pale image that keeps them in a permanent state of subordination to their husbands. Not subjects, but objects. Recipients of orders and directives and not independent individuals capable of original thought and intellectual processing. During their studies UniCamillus students address and discuss many ethical topics. The disputation of ethical topics is a practical instrument in order to reach one’s own opinion and then be able to play an active role in preventing all forms of violence against women, FGM included. A new global policy is urgently called for, so that all countries agree on a common approach meant to eradicate once and for all, a heinous phenomenon which has sometimes been disguised as a symbol of ancient traditions, and that on the contrary is only expression of inhuman practices that all countries must fight in order to attain their eradication.

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VACCINI ANTI COVID Diverse strategie, obiettivo comune di Maria R. Capobianchi Docente UniCamillus di Biologia Molecolare - Già Direttore del Laboratorio di Virologia dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “L. Spallanzani”

e Giuseppe Sberna Ricercatore del Laboratorio di Virologia dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “L. Spallanzani”

U

n vaccino è una preparazione biologica prodotta con lo scopo di indurre un’immunità attiva contro un particolare tipo di patogeno ai soggetti a cui è somministrato. Oggi la produzione di un nuovo vaccino segue delle fasi di sviluppo ben precise e strettamente controllate. Il primo passo è l’allestimento dei preparati vaccinali. Una volta ottenuto, il preparato passa alla fase di sperimentazione preclinica in cui se ne osserva il comportamento e il livello di tossicità: vengono eseguiti studi in vitro e in vivo per identificare quale componente del microrganismo sarà in grado di stimolare in maniera ottimale il sistema immunitario. In questa fase si valutano anche tolleranza, risposta immunitaria ed efficacia protettiva del vaccino da sviluppare. Terminata la sperimentazione preclinica, si passa a quella clinica. Regolata sia a livello comunitario che nazionale e si suddivide in quattro fasi: le prime tre (che coinvolgono un numero crescente di volontari) si svolgono prima della messa in commercio del vaccino mentre la quarta è rappresentata dagli studi post-commercializzazione e coinvolge milioni di persone. Fase 1: il vaccino viene testato su un numero limitato di persone (alcune decine) per valutarne la tollerabilità. Fase 2: può coinvolgere anche centinaia di persone, il potenziale vaccino viene somministrato a dosi diverse e se ne studiano gli effetti, sia tossici che immunogenici. Fase 3: viene fatta una prova di efficacia del vaccino su larga scala, in genere alcune migliaia di volontari. Dopo aver verificato che tutti i risultati dei test siano in linea con gli standard richiesti, saranno le autorità competenti, tra le quali in Italia l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), la European Medicines

Agency (EMA) per l’Europa e la Food and Drug Administration (FDA) in America, ad autorizzare la registrazione e l’autorizzazione alla commercializzazione. Fase 4: consiste nel monitoraggio di sicurezza e degli effetti secondari del vaccino negli anni e su una popolazione in costante aumento. Di solito la messa a punto di un vaccino può richiedere anche più di 10 anni, ma per il SARSCoV-2 si è riusciti a ottenere un vaccino in meno di un anno, risultato raggiunto grazie a: • enorme impegno che si è riversato sulla ricerca sul virus e sulla pandemia da parte degli scienziati di tutto il mondo; • informazioni che si erano ottenute dalle precedenti epidemie causate da SARS-CoV e MERS-CoV; • velocizzazione dei processi di approvazione da parte delle agenzie regolatorie, soprattutto grazie alla sovrapposizione delle fasi che generalmente si susseguono. • ingenti finanziamenti che le varie nazioni hanno investito a fondo perduto sui candidati vaccinali più promettenti. TIPI DI VACCINI Esistono diverse categorie di vaccini che potrebbero essere, o lo sono, efficaci a indurre una risposta immunitaria acquisita contro il SARSCoV-2: VACCINI NEl qUAlE SI UTIlIzzA UN VIRUS ATTENUATO O INATTIVATO, TIpOlOgIE UTIlIzzATE RISpETTIVAMENTE CONTRO Il MORbIllO E lA pOlIOMIElITE. questi hanno il vantaggio di creare una forte immunità ed emulare un modello naturale di guarigione dalle malattie. Hanno lo svantaggio che i virus attenuati possono trasformarsi in ceppi virulenti, e quindi causare malattia; inoltre, nei soggetti immunoUNICAMILLUS ESTATE 2021 35


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compromessi anche i ceppi vaccinali attenuati possono causare malattia. Al contrario i virus inattivati possono avere efficacia inferiore nell’indurre una risposta mediata dalle cellule T. VACCINI NEL QUALE SI UTILIzzANO PROTEINE DEL VIRUS, O PORzIONI DI ESSE, O PARTICELLE SIMIL-VIRALI (in inglese: “Virus Like Particles”, VLP). Le proteine preferite per questa tipologia di vaccino sono quelle che mediano l’attacco del virus alla cellula ospite, e l’immunità indotta è capace di neutralizzare l’infettività impedendo la fase iniziale dell’infezione. Un esempio di vaccino che utilizza proteine virali è quello contro l’Epatite B, mentre il vaccino contro l’HPV è costituito da VLP. I vantaggi di questa categoria sono l’ottima conoscenza di questa tecnologia, l’assoluta mancanza di potenziale infettivo, e la rapidità dell’insorgere dell’immunità dopo l’inoculazione dell’antigene. Alcuni svantaggi: i vaccini possono produrre una risposta sbilanciata, diversa dalla risposta protettiva acquisita dopo l’infezione naturale; generalmente richiedono adiuvanti perché gli antigeni sono forniti già pronti e anziché essere sintetizzati nelle cellule dell’ospite come nell’infezione naturale. VACCINI NEL QUALE SI UTILIzzANO GLI ACIDI NUCLEICI DEL VIRUS (DNA O RNA). Le proteine contro le quali si vuole indurre la risposta immunitaria non sono fornite già pronte, ma vengono sintetizzate dalle cellule dell’ospite alle quali viene fornito l’acido nucleico che codifica la proteina. L’acido nucleico che viene iniettato è sotto forma di RNA messaggero, che va direttamente ai ribosomi, oppure di DNA, che viene trascritto dalla cellula in mRNA e poi tradotto dall’apparato biosintetico cellulare. Ovviamente le proteine prodotte sono esclusivamente

quelle presenti nella sequenza di acido nucleico iniettato, il quale a sua volta ha una vita media relativamente breve. Questa tipologia di vaccino è il risultato dello sviluppo di tecnologie nuove, che sono al loro esordio. Per far penetrare gli acidi nucleici (molecole caricate negativamente) nelle cellule è necessario che la molecola sia rivestita da lipidi, oppure il loro inoculo sia accompagnato da una piccola scarica elettrica (elettroporazione). Questi vaccini producono una forte risposta mediata dalle cellule T. Richiedono più dosi affinché funzionino. I vaccini a RNA hanno lo svantaggio di richiedere condizioni di conservazione molto restrittive, quale congelamento sotto i -20°C a causa della scarsa stabilità della molecola di RNA. VACCINI A VETTORE VIRALE Appartiene a questa categoria il vaccino sperimentale utilizzato contro Ebola nel Congo. In questi vaccini la proteina immunogenica è codificata da una molecola di DNA, quindi è sintetizzata dall’apparato biosintetico della cellula. Per veicolare questa molecola nelle cellule si usa un vettore virale, privato di capacità replicativa. Quindi il gene di interesse è inserito nel genoma di un virus, reso difettivo ma capace di esprimere le proteine codificate dal suo genoma. Fra i vettori virali più usati vi sono gli adenovirus (umani o di primati); il vaccino anti-Ebola è basato sul vettore VSV (virus della stomatite vescicolare). Gli antigeni codificati dal vaccino hanno un decadimento relativamente rapido, perciò sono in genere necessarie delle dosi di richiamo. La risposta T è in genere molto vigorosa. Aspetto da non sottovalutare è il possibile sviluppo di una immunità rispetto al vettore che può conseguentemente compromettere la risposta alla dose di richiamo.

I diversi tipi di vaccini contro il SARS-CoV-2

VIRUS ATTENUATO O INATTIVO GENE SPIKE

DNA

BASATO SU PROTEINE (SPIKE)

VETTORI VIRALI

GENE SPIKE GENI VIRALI (ALCUNI INATTIVI)

GENI VIRALI (ALCUNI INATTIVI)

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RNA (+ LNPs)

BASATO SU ACIDI NUCLEICI

REPLICANTE

NON REPLICANTE


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Vaccino

OMS

USA

UE

Altre Nazioni

Comirnaty Pfizer/BioNTech

31 dicembre 2020

11 dicembre 2020

21 dicembre 2020

UK, Bahrain, Canada, Arabia Saudita, Messico, Singapore, Costarica, Cile, Svizzera, Serbia, Argentina, Colombia, Filippine, Hong Kong, Australia, Perù, Nuova Zelanda, Giappone, Brasile, Corea del Sud, Sudafrica, Vietnam, Thailandia, Indonesia

BBIBP-CorV Sinopharm – Beijing

7 maggio 2021

Spikevax Moderna

30 aprile 2021

Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Cina, Egitto, Pakistan, Perù, Ungheria, Nepal, Argentina, Venezuela, Zimbabwe, Bangladesh, Indonesia, Thailandia, Vietnam, Malesia 18 dicembre 2020

6 gennaio 2021

Sputnik V (2 dosi) Sputnik light (1 dose) Gamaleya Institute

Vaxzevria AstraZeneca

Russia, Bielorussia, Argentina, Bolivia, Serbia, Algeria, Palestina, Venezuela, Paraguay, Turkmenistan, Ungheria, Emirati Arabi, Iran, Guinea, Tunisia, Armenia, Messico, Nicaragua, Bosnia Herzegovina, Libano, Myanmar, Pakistan, Mongolia, Bahrain, Montenegro, Saint Vincent e Grenadine, Kazakhstan, Uzbekistan, Gabon, San Marino, Ghana, Siria, Kyrgyzstan, Guyana, Egitto, Honduras, Guatemala, Vietnam, Moldavia, Slovacchia, Angola, Repubblica del Congo, Gibuti, Sri Lanka, Laos, Iraq, Macedonia, Zimbabwe, Kenya, Marocco, Giordania, Namibia, Azerbaijan, Filippine, Camerun, Seychelles, Mauritius, Antigua e Barbuda, Mali, Panama, India, Nepal, Bangladesh. Albania, Maldive, Ecuador, Brasile, Cile 15 febbraio 2021

29 gennaio 2021

COVAXIN Bharat Biotech Coronavac Sinovac

Canada, Israele, UK, Svizzera, Singapore, Qatar, Vietnam, Filippine, Thailandia, Giappone, Corea del Sud, India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita

UK, Argentina, El Salvador, Rep. Dominicana, India, Messico, Marocco, Nepal, Pakistan, Brasile, Ungheria, Thailandia, Bahrain. Ecuador, Filippine, Cile, Sudafrica, Kuwait, Vietnam, Corea del Sud, Australia, Nigeria, Arabia Saudita, Taiwan, Colombia, Canada, Malesia, Indonesia, Giappone India, Zimbabwe, Filippine, Brasile

1 giugno 2021

Indonesia, Brasile, Cile, Cina, Messico, Filippine, Thailandia, Malesia, Ucraina, Zimbabwe, Panama, Egitto, Sudafrica

Ad5-nCoV Cansino Biological

Messico, Pakistan, Cina, Ungheria, Cile, Argentina, Malesia, Ecuador

Vector Institute EpiVacCorona

Russia

CoviVac Chumacov Centre

Russia

Ad26.COV2.S Johnson & Johnson

12 marzo 2021

27 febbraio 2021

11 marzo 2021

Bahrain, Canada, Svizzera, Thailandia, Sudafrica, Corea del Sud, Tunisia, Filippine, Gran Bretagna, Kuwait, Malesia, Ucraina, Nuova Zelanda, Vietnam

Inactivated vaccine Sinopharm – Wuhan

Cina

Anhui Zhifei ZF2001

Uzbekistan, Cina

QazVac Res. Institute for Biol. Safety Problems

Kazakhstan

KCONVAC Shenzen Kangtai Biological Products

Cina

COVIran-Barekat Shifa Pharmed

Iran

Soberana 02 Instituto Finlay de Vacunas

Iran

CIGB ABDALA

Cuba

Medigen MVC-COV1901

Taiwan

Al 22 luglio 2021, vi sono 327 candidati vaccinali per SARS-CoV-2, di cui: 106 basati su proteine, 64 su vettore virale, 39 a RNA, 27 a DNA, 26 utilizzano virus attenuato o inattivato, 25 basati su VLP e 40 che utilizzano altre piattaforme o per i quali non sono stati forniti i dettagli della composizione. Questi si trovano in varie fasi di sviluppo dei trials clinici: 36 in fase 3, 43 in fase 2 e 31 in fase 1 VACCINI AUTORIZZATI ALLA LOTTA CONTRO IL SARS-COV-2 Sono diciannove i vaccini che, attualmente, sono stati autorizzati nella lotta contro il SARS-CoV-2 da almeno una nazione nel mondo, di questi: 6 hanno ottenuto l’approvazione dell’OMS, 3 approvati in USA e 4 approvati in UE. Per sviluppare un vaccino contro un virus appena emerso è importante comprendere i correlati immunitari della protezione. Anche se resta ancora molto da comprendere riguardo ai risvolti immunitari della protezione per

l’infezione da SARS-CoV-2, i dati emergenti hanno dimostrato l’importanza dell’immunità sia umorale che cellulare nella protezione. SARS-CoV-2 contiene quattro principali proteine strutturali, spike (S), la proteina di membrana (M), la proteina dell’envelope (E) e la proteina del nucleocapside (N). Le proteine S sono responsabili del riconoscimento del recettore cellulare ospite per permettere l’ingresso del virus e per questo motivo è la principale proteina utilizzata come bersaglio nei vaccini COVID-19. L’obiettivo di tutti i tipi di vaccino anti-COVID-19 è il medesimo: ottenere una risposta del sistema immunitario al fine di “neutralizzare” il virus impedendo alle proteine S di legarsi al recettore cellulare (ACE2) ed attivare la risposta T cellulare. VACCINI A RNA Il vaccino contiene nanoparticelle lipidiche (Lipid Nano-Particles, LNP) che circondano il materiale genetico, l’RNA messaggero (mRNA). Quando il vaccino viene iniettato, la capsula di LNP trasporta UNICAMILLUS ESTATE 2021 37


Unicamillus 1.qxp_Layout 1 11/10/21 13:39 Pagina 38

SARS-CoV-2 1. Il Vaccino contiene milioni di piccole sfere di grasso

mRNA

2. Le sfere di grasso trasportano l’RNA messaggero

Meccanismo di azione dei vaccini a RNA

Nucleo 4. I Ribosomi producono la proteina spike del virus, che esce dalla cellula

Ribosomi

Reazione immunitaria Proteina Spike

il suo carico nelle cellule che si trovano al sito dell’inoculazione. L’mRNA, arrivato nel citoplasma della cellula, viene riconosciuto dai ribosomi, organelli cellulari che svolgono la funzione di tradurre il codice genetico e convertirlo in proteine. L’mRNA viene conseguentemente tradotto e vengono prodotte le proteine spike del virus. Queste proteine non rimangono all’interno della cellula, vengono espulse e riconosciute dalle cellule del sistema immunitario (svolgono la funzione di antigene), quindi lo inducono a riconoscere e bloccare il SARS-CoV-2. La proteina spike è dunque quella che il sistema immunitario umano è in grado di riconoscere e verso la quale produce anticorpi “neutralizzanti” (cioè in grado di neutralizzare il virus). Quando riconosciuta, le difese dell’organismo vengono attivate a produrre linfociti B e T specifici. Questo è il meccanismo con cui agiscono i vaccini a RNA al momento autorizzati da Stati Uniti, Unione Europea e moltissimi altri paesi nella lotta al COVID-19 da gennaio 2021: Comirnaty di Pfizer-BioNTech e Spikevax di Moderna. Il primo prevede due vaccinazioni a distanza di 3 settimane in persone con età maggiore di 12 anni, Spikevax prevede sempre due dosi, ma a distanza di 4 settimane in persone con più di 18 anni. VACCINI A VETTORE VIRALE: ADENOVIRUS Sono vaccini a vettori virali che utilizzano un adenovirus umano o non umano, contenente nel suo genoma a DNA una regione che codifica per la proteina spike di SARS-CoV-2. I vaccini contro COVID-19 hanno una replicazione difettiva, non si riproducono e quindi non innescano cicli di infezione con produzione di nuove particelle virali, ma inducono nelle cellule che si infettano esclusivamente l’antigene (come le proteine spike di SARS-CoV-2 in questo 38 UNICAMILLUS ESTATE 2021

Anticorpi

3. Ogni sfera si fonde con le nostre cellule e rilascia l’mRNA

6. Produzione delle armi speciifiche contro il virus

5. Le proteine Spike escono dalle cellule e attivano il sistema immunitario

caso) che provoca una risposta immunitaria B e T specifica. Ad oggi i vaccini autorizzati da UE ed OMS sono: Vaxzevria (Astrazeneca) e Ad26. COV2.S (Johnson & Johnson). Il vaccino messo a punto da Astrazeneca, Vaxzevria, è realizzato utilizzando l’adenovirus degli scimpanzé, virus responsabile del raffreddore comune in questi animali. Si ricorre agli adenovirus di scimpanzé perché gli adenovirus umani sono responsabili di diverse infezioni a carico dell’apparato respiratorio, anche di lieve entità. Pertanto, se un soggetto ha già incontrato l’adenovirus scelto per veicolare il vaccino anti-COVID-19 nel corso di una precedente infezione, è possibile abbia già sviluppato gli anticorpi che potrebbero poi bloccare l’adenovirus del vaccino inficiando l’efficacia della vaccinazione. È invece più improbabile che un individuo abbia sviluppato gli anticorpi contro un adenovirus di scimpanzé. Il vaccino anti COVID-19 Astrazeneca viene somministrato in due iniezioni a distanza di 3 mesi. Il vaccino Ad26.COV2.S (Johnson & Johnson) è un vaccino somministrato in una dose singola, che offre una logistica meno complicata e può essere conservato in refrigerazione ordinaria. Utilizza un adenovirus che può causare nell’uomo infezioni lievi, e che nella forma usata come vettore non è capace di replicarsi. Altri vaccini appartenenti a questa tipologia autorizzati almeno in una nazione (l’OMS, l’UE e gli USA non hanno ancora autorizzato nessuno dei vaccini elencati) sono: Sputnik V e Sputnik light (Gamaleya Research Institute, Russia) e Ad5-nCoV (Casino Biological, Cina). Sputnik V utilizza due diversi vettori adenovirali per 2 inoculazioni distanziate di 3 settimane (Ad26 e Ad5), lo Sputnik light prevede solo la prima dose dello Sputnik V, mentre il vaccino cinese l’adenovirus umano Ad5.


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CD8+ T-cell

Antigen expression

Meccanismo di azione di vaccini a vettori virali

Epitope presentation Antigen degradation

Cell-mediated activation of innate response

Apoptotic bodies

CD8+ T-cell

Secreted antigens Macrophage / APC

Macrophage / APC

B-cell

Lymph node migration

Vaccino a vettore adenovirale è anche il GRAdCOV2 di Reiera, vaccino sperimentale prodotto in Italia che ha superato la fase 1, che utilizza un adenovirus di gorilla. L’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma ha collaborato con la società italiana Reiera: dopo gli studi preclinici, il trial di fase 1 del vaccino è stato effettuato presso lo Spallanzani e il Centro Ricerche Cliniche di Verona VACCINI A VIRUS INATTIVATO I vaccini inattivati sono costituiti da particelle virali che sono state coltivate in coltura, in laboratori di biosicurezza autorizzati, e poi uccise attraverso inattivazione al calore o a composti chimici, quali la formaldeide, per perdere la capacità di infettare l’ospite in maniera produttiva, stimolando comunque una risposta immunitaria, dato che gli antigeni di superficie restano inalterati. L’OMS ha recentemente autorizzato due vaccini a virus inattivato: Coronavac (Sinovac), BBIBP-CorV (Beijing Institute of Biological Products - Sinopharm). Quelli autorizzati in almeno una nazione sono: Covaxin (Bharat Biotech), CoviVac (Russian Academy of Sciences – Chumacov Centre) e Inactivated Vaccine (Wuhan Institute of Biological Products - Sinopharm) VACCINI A SUBUNITÀ I vaccini a subunità sono costituiti da uno o più antigeni senza dover introdurre intere particelle virali. Gli antigeni coinvolti sono spesso subunità proteiche, ma possono essere qualsiasi molecola che rappresenti un frammento dell’agente patogeno.Vaccini autorizzati almeno in una nazione (l’OMS, l’UE e gli USA non hanno ancora autorizzato nessun vaccino di questa tipologia) sono: EpiVacCorona (FBRI SRC VB VECTOR)

CD4+ T-cell

IFN-y

IL-4 class switching

e zF2001 (Anhui zhifei Longcom Biopharmaceutical - Institute of Microbiology, Chinese Academy of Sciences). ALTRI TIPI DI VACCINI Altri tipi di vaccini che sono in sperimentazione clinica includono: vaccini plasmidici a DNA, vaccini a vettore lentivirale e vaccini coniugati. In Italia, nel mese di marzo 2021, è stata avviata la sperimentazione di fase 1/2 del vaccino a DNA realizzato da Takis e Rottapharm presso l’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli, l’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma e l’ospedale San Gerardo di Monza. La proteina virale alla base di questo vaccino è ancora una volta S, codificata dal un segmento di DNA contenuto in un plasmide, che viene iniettato con l’elettroporazione. Questa modalità di inoculazione, grazie ad una piccolissima scarica elettrica, serve a favorire l’ingresso della molecola fortemente negativa nelle cellule umane. Ci si è anche chiesto se i vaccini esistenti, somministrati per motivi non correlati, potessero in qualche modo costituire una condizione di pre-allerta per il sistema immunitario in grado di ridurre la gravità dell’infezione da SARS-CoV-2: Esistono prove sperimentali che il vaccino BCG per la tubercolosi ha effetti non specifici sul sistema immunitario, ma nessuna prova che questo vaccino sia efficace contro COVID-19 EFFICACIA L’efficacia di un nuovo vaccino è definita dalla sua capacità di protezione verificata in studi clinici. La protezione può essere intesa come protezione da un esito quale: infezione, malattia lieve o moderata, malattia grave, morte, ecc. UNICAMILLUS ESTATE 2021 39


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conda dose con un altro tipo; un trial clinico studia gli effetti di una somministrazione vaccinale in due dosi e con diversi intervalli di tempo tra prima e seconda dose, utilizzando Spikevax e Vaxzevria; un unAstrazeneca trial clinicoestudia gliGaefaltro trial congiunto tra l’Istituto f maleya di Mosca è inteso a valutare l’uso combinato dei rispettivi vaccini. I dati sull’efficacia nel ridurre il tasso di infezione congiunto tra AstraZeneca e l’Istisono ancora incompleti, soprattutto perché la stima t va eseguita considerando anche le persone che contraggono l’infezione in forma asintomatica; tuttavia cominciano ad emergere dati e vi sono evidenze preliminari che i vaccini in uso riducano in maniera sostanziale anche il tasso di infezione Senza la condivisione del sapere scientifico, indispensabile per capire l’importanza dei vaccini come essenziale strumento di prevenzione, la loro messa a punto in tempi record sarà stata inutile”: sono le parole di un noto immunologo italiano, Alberto Mantovani. Al mondo, al momento, vi sono quasi 21 milioni di persone infette con il SARS-CoV-2, di cui più di 89 mila in gravi condizioni, a fronte di un numero complessivo di infezioni superiore ai 121 milioni e con più di 2,6 milioni di decessi. D’altra parte in totale 91,6 milioni di persone hanno ricevuto un ciclo completo di vaccinazione, ovvero l’1,2% della popolazione mondiale. In Italia più di 2 milioni di

misura come rischio di presentare l’esito nei partecipanti allo studio vaccinati rispetto al rischio di contrarre la malattia nei partecipanti non vaccinati. Un’efficacia dello 0% significa che nel gruppo dei vaccinati si verifica lo stesso numero di eventi rispetto al gruppo dei non vaccinati, per cui se ne deduce che il vaccino non funzioni. Non è semplice confrontare l’efficacia dei diversi vaccini perché gli studi sono stati condotti con diverse popolazioni, in diverse aree geografiche e in situazione di diversa prevalenza delle varianti virali. Nel caso del COVID-19, un’efficacia del vaccino del 67% può essere sufficiente per rallentare la pandemia, ma ciò presuppone che il vaccino conferisca un’immunità sterilizzante, necessaria per prevenire la trasmissione. FDA ed EMA hanno fissato un cutoff del 50% come efficacia richiesta per approvare un vaccino anti-COVID-19. I vaccini autorizzati e approvati hanno mostrato diversi dati riguardanti l’efficacia verso la malattia, e vengono riportati nella tabella qui sotto presentata. Sembrerebbe che i vaccini a RNA messaggero generino una maggiore risposta anticorpale, mentre con quelli a vettore virale si otterrebbe una migliore risposta cellulo-mediata ed una maggiore attivazione delle cellule T. Sono in corso due sperimentazioni di utilizzo “misto” di vaccini, vengono somministrati prima una dose di un tipo di vaccino e dopo una se-

Efficacia in base alla gravità della malattia Vaccini

Spikevax Comirnaty Sputnik V Sputnik Light Vaxzevria

NVX-CoV2373

BBIBP-CorV CoronaVac

Ad26.COV2.S

Lieve o moderata (%)

Grave

Grave

senza ospedalizzazione o morte (%)

con ospedalizzazione o morte (%)

~94% (89-97%)

~100%

~100%

~95% (90-98%)

~66% (-125 - 96%)

Nazione del Trial

USA Più Nazioni

~95% (90-98%)

Non Riportato

Non Riportato

USA

~92% (86-95%)

~100% (94-100%)

~100%

Russia

~79%

Non Riportato

Non Riportato

Russia

~81% (60-91%)

~100% (72-100%)

~100%

Più Nazioni USA

~76% (68-82%)

~100%

~100%

~89% (75-95%)

~100%

~100%

UK

~60% (20-80%)

~100%

~100%

South Africa

~90%

Non Riportato

Non Riportato

USA

~90%

Non Riportato

Non Riportato

Messico

~78% (65-86%)

~100%

~100%

Più Nazioni

~51% (36-62%)

~84% (58-94%)

~100% (56-100%)

Brasile

~84% (65-92%)

~100%

~100% (20-100%)

Turchia

~66% (55-75%)

~85% (54-97%)

~100%

Più Nazioni

~72% (58-82%)

~86% (-9-100%)

~100%

USA

~68% (49-81%)

~88% (8-100%)

~100%

Brasile

~64% (41-79%)

~82% (46-95%)

~100%

South Africa

Covaxin

~78% (65-86%)

Ad5-nCoV

~66%

~91%

Non Riportato

Più Nazioni

WIBP-CorV

~73% (58-82%)

~100%

~100%

Più Nazioni

CVnCoV

~48%

Non Riportato

Non Riportato

Più Nazioni

40 UNICAMILLUS ESTATE 2021

~93% (57-100%)

India


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persone hanno completato il ciclo di vaccinazione, ovvero il 3,7% della popolazione nazionale. L’immunità di gregge, che è la situazione immunitaria in cui la circolazione dell’agente viene interrotta perché non vi è un sufficiente numero di persone per sostenere la sua trasmissione continua, solitamente viene raggiunta quando una quota maggioritaria della popolazione è immune, o grazie al vaccino o a causa della pregressa infezione naturale. La soglia per l’immunità di gregge varia da agente ad agente, in base alla sua trasmissibilità e al potere infettante, per abbattere la trasmissione di SARS-CoV-2 si stima sia necessaria una copertura vaccinale di almeno il 70% della popolazione mondiale; tale stima è stata aumentata all’80% a seguito dell’espansione delle varianti. In ogni caso entrambi i traguardi sembrano ancora molto lontani. Nei Paesi dove una rilevante proporzione della popolazione ha ricevuto il vaccino (Israele, Stati Uniti e Regno Unito) è stato osservato un calo considerevole delle nuove infezioni; anche in Italia, nella categoria degli operatori sanitari che è stata quasi interamente vaccinata, si è osservato un drastico calo delle infezioni. Questi sono forti indicatori che il vaccino è efficace. Il mondo intero della scienza sta cercando di dare il massimo per trovare un vaccino che sia risolutivo nella lotta al COVID-19, che dia poche risposte avverse e che stimoli una risposta immunitaria che riesca a perdurare nel tempo. Infatti, solitamente, la messa a punto di un vaccino può richiedere fino a 10 anni di tempo, ma per il SARS-CoV-2 si è riusciti ad ottenere un vaccino

in meno di un anno grazie all’impegno dei ricercatori di tutto il mondo, alla velocizzazione dei processi di approvazione e agli ingenti finanziamenti. Poco più di un anno dopo la scoperta del nuovo coronavirus e della dichiarazione di pandemia, siamo di fronte ad un evento epocale, grazie ai recenti progressi tecnologici e all’adozione di protocolli normativi estremamente accelerati. Abbiamo non uno, ma più vaccini disponibili e in via di somministrazione a milioni di persone nel mondo. Nei Paesi dove si è raggiunta una elevata copertura vaccinale si vedono chiaramente i primi effetti della protezione indotta dal vaccino. Ma una nuova minaccia si profila all’orizzonte: l’emergenza di varianti che potrebbero sfuggire all’azione protettiva delle difese immunitarie (anticorpi e cellule T virus-specifiche) indotte dal vaccino. L’attenzione della comunità scientifica è rivolta a registrare in tempo utile un cambiamento della epidemiologia delle varianti che richieda un adattamento della composizione dei vaccini. Questo, insieme al poderoso impegno logistico che serve per somministrare il vaccino su scala globale, e agli interrogativi che ancora non sono risolti riguardo alla durata della protezione indotta dalla vaccinazione, ci fa capire che, sebbene siamo giunti ad una svolta sostanziale nella lotta contro il COVID-19, ancora non sappiamo cosa c’è dietro l’angolo e quanto ancora dovremo impegnarci per contrastare la pandemia in maniera duratura e definitiva.

ANTI-COVID VACCINES The vaccine is a biological preparation produced with the aim of inducing, in the subjects receiving it, an active immunity against a certain type of pathogen. At present, thirteen vaccines have been authorized in the fight against SARS-cov-2 by at least one nation, among these: 3 received approval by WHO, 3 approved in US and 4 approved in the EU. In order to develop a vaccine against a new virus it is important understanding the related immunity aspects of the protection. Even though much remains unclear on immunological implications of the protection against SARS-cov-2 infection, data have shown the importance of humoral and cellular immunity in the protection. SARS-cov-2 contains four main structural proteins, spike (S), the membrane protein (M), envelope protein (E) and nucleocapsid protein (N). S proteins are responsible for the recognition of the cellular host receptor allowing the access of the virus and for this reason it is the main protein used as target in COVID-19 vaccines. The aim of all kinds of vaccines against COVID-19 is the same: inducing a response of the immune system in order to “neutralize” the virus preventing the S proteins from binding to the cellular receptor (ACE2) and activating T cell response. The effectiveness of a new vaccine is defined by its protection capacity verified by clinical studies. Protection is meant as protection from an outcome such as: infection, mild or moderate disease, severe disease, death, etc. Protection is measured as the risk that the vaccinated trial participants show the outcome compared to the risk of contracting the disease in the non-vaccinated trial participants. It seems that RNA messenger vaccines produce a higher antibody response, while viral vector vaccines would guarantee a better cell-mediated response and a higher activation of T-cells. Little more than a year after the discovery of the new coronavirus and the declaration of pandemic, we are witnessing a momentous event, thanks to the recent technological progress and the adoption of extremely accelerated regulatory protocols. We have not only one, but several vaccines available, which are being administered to millions of people around the world. The early effects of the protection induced by the vaccine are clearly visible in the countries that have reached a high vaccination coverage. But a new threat is looming on the horizon: the discovery of variants that might elude the protective action of the immune defences (antibodies and virus-specific T cells) created by the vaccine. The focus of the scientific community is aimed at detecting in good time a change in the epidemiology of the variants requiring an upgrading of the composition of the vaccines.

UNICAMILLUS ESTATE 2021 41


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42 UNICAMILLUS ESTATE 2021


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L’EMPOWERMENT DEL PROFESSIONISTA SANITARIO Quali best practice da esportare di Paola Consiglio Ostetrica, già docente UniCamillus nel corso di Scienze infermieristiche ostetrico ginecologiche

L’

empowerment stimola l’attivazione di processi che mirano al cambiamento sociale. Fornisce modelli di intervento e chiarisce come molti dei problemi sociali si basino sulla non azione, sulla passività, sull’accettazione dello status quo e di ineguaglianze da parte di tutti i soggetti in causa. Si impone, quindi, mediante l’empowerment, di risvegliare il desiderio, di motivare la ricerca del miglioramento, di sviluppare negli individui e nei gruppi la voglia di esprimere i propri bisogni e di cercare di soddisfarli. In quest’ottica, ogni soggetto è considerato competente, capace di utilizzare le proprie qualità e risorse adattandole anche alle situazioni più critiche e difficili. Un approccio corretto all’empowerment non si basa sul semplice e superficiale miglioramento degli aspetti negativi di una determinata situazione, ma valorizza gli aspetti positivi identificando i punti di forza invece dei fattori di rischio, rifiutando un approccio di vittimismo e di accettazione passiva. Cambiare significa quindi arricchire, stimolare, sostenere, rinforzare, svegliare ciò che già c’è ma non viene utilizzato nel modo appropriato. Nell’ottica di una professione empowered, diventa parte di un sistema che a sua volta necessita di empowerment. Ciò è ancor più vero se si parla di Sanità e di Professionisti Sanitari. In un contesto di tal genere, il nuovo costrutto dell’empowerment del professionista sanitario non è soltanto uno straordinario suscitatore di idee, ma lo strumento che permetterà di impostare in termini del tutto nuovi la questione del rapporto tra empowerment e professionista sanitario, tra empowerment e ambiente di lavoro, tra empowerment e organizzazioni sanitarie. Inoltre,

è auspicabile che diventi un punto di riferimento prezioso per favorire processi per lo sviluppo individuale e dei gruppi di lavoro, per il potenziamento del vantaggio competitivo e per l’innovazione dell’organizzazione. La pluralità dei livelli di applicazione dell’empowerment del professionista sanitario permette di accostare realtà apparentemente irrelate, come varianti e manifestazioni locali di uno stesso ecosistema di idee. È perciò possibile indagare, nell’ampia cornice dell’empowerment organizzativo, i vari aspetti che caratterizzano l’ambiente lavorativo, per rinnovare la cultura del lavoro, per ripensare al ruolo dell’organizzazione e del lavoratore e per ri-formulare modelli organizzativi. Il professionista sanitario empowered è chiamato a svolgere il proprio lavoro in modo molto più duttile e flessibile rispetto ad un lavoro routinario, che per sua natura è basato su azioni di natura prettamente meccanica. È importante, perciò, che il professionista sanitario si appropri della cultura e della vision dell’organizzazione e che diventi una risorsa per il gruppo. L’empowerment rappresenta il processo dell’azione sociale attraverso il quale le persone, le organizzazioni e le comunità acquisiscono competenza sulle proprie vite, al fine di cambiare il proprio ambiente sociale e politico e per migliorare l’equità e la qualità della vita. Rappaport, autore di diversi lavori su questo tema, sostiene che l’empowerment è un processo che mira a favorire l’acquisizione di potere cioè ad accrescere la possibilità delle persone (a livello di singoli, gruppi, organizzazioni, comunità) di controllare attivamente la propria vita. L’empowerment permette ai leader di utilizzare le capacità, la conoscenza, le motivazioni UNICAMILLUS ESTATE 2021 43


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e l’esperienza dell’intera forza lavoro aziendale: i collaboratori costituiscono un enorme potenziale per la crescita e lo sviluppo dell’azienda. I fattori che caratterizzano le best practice dell’empowerment nelle aziende di successo sono: • Attuare la formazione continua: i collaboratori devono possedere effettivamente le competenze e le conoscenze professionali necessarie per poter dare un contributo agli obiettivi di crescita dell’azienda. Ciò implica l’attuazione di metodologie di formazione continua, sia teorica che pratica, utilizzando diversi approcci per sviluppare le conoscenze e le competenze a partire dalle quali i collaboratori possono dare un contributo personale alle prestazioni dell’azienda. • Far prendere decisioni rilevanti: è importante che l’empowerment non sia solo nominalistico ma che i collaboratori possano realmente influire sulle loro procedure di lavoro e sulla loro organizzazione, non solo in quanto singoli individui, ma anche a livello di unità operative attraverso le decisioni assunte da gruppi di lavoro. In alcune aziende il personale modifica continuamente il processo di produzione e persino la progettazione dei prodotti. Questo tipo di atteggiamento permette una realizzazione del miglioramento continuo giorno per giorno. • Realizzare feedback informativi: i collaboratori devono ricevere informazioni anche sui risultati dell’azienda, in modo da poter desumere la performance delle unità operative cui appartengono. Il feed-back informativo è essenziale per l’autovalutazione del proprio contributo all’andamento aziendale. Vanno scambiate anche informazioni destinate ad aumentare la fiducia reciproca. • Valorizzare l’impegno: l’impegno professionale deve essere retribuito. I collaboratori, ovvero i professionisti sanitari in questo caso, devono partecipare in qualche modo all’utile aziendale tramite una retribuzione di risultato, diversificata da quella di posizione e collegata ai risultati produttivi della loro unità operativa o derivante da una partecipazione economica diretta ai profitti aziendali. L’organizzazione del lavoro empowered deve attuare strategie che coinvolgano i dipendenti nei processi di modifica dell’assetto strutturale e produttivo. E’ fondamentale, quindi, che i dipendenti, facciano propri gli obiettivi dell’organizzazione e si impegnino attivamente per raggiungere gli stessi. Ciò presuppone un loro elevato livello di coinvolgimento ma anche un eccellente stato di benessere dell’ambiente di lavoro. Ambedue questi elementi sono, senza dubbio, il risultato di una cultura organizzativa di44 UNICAMILLUS ESTATE 2021

namica e di una corretta gestione manageriale. L’allineamento delle preziose risorse del capitale umano con i modelli gestionali in uso è una questione di cruciale importanza nell’organizzazione di strutture altamente complesse come quelle sanitarie: in tal senso, i rapporti interdisciplinari e collaborativi sono le chiavi strategiche per disinnescare lo stress, per aumentare il senso di responsabilità, per risolvere i problemi esistenti o emergenti e per mantenere aperta una comunicazione produttiva.Nell’ottica del miglioramento continuo delle attività e della professionalità, le organizzazioni sanitarie non devono mai smettere di cercare modi per generare un ambiente di lavoro sempre più soddisfacente e appagante per i componenti del gruppo di lavoro. Dagli studi fatti da Kuokkanen e Katajisto viene fuori come è indispensabile creare ambienti di lavoro e leadership basati sull’empowerment . Questo è anche un prerequisito per ottenere la soddisfazione del paziente, le prestazioni efficienti e i risultati ottimali. I fattori che impediscono il processo di empowerment sono la leadership autoritaria, lo scarso accesso alle informazioni; i periodi di lavoro brevi. Tra i fattori promuoventi l’empowerment vanno invece ricordati la soddisfazione sul lavoro; la consapevolezza del proprio percorso di carriera; la formazione continua; l’impegno. Le caratteristiche del professionista sani tario empowered sono il non imporsi, la tolleranza per la diversità, lo sfruttamento positivo delle risorse presenti o potenziali, il fronteggiare le difficoltà in modo creativo e contestualmente appropriato, la capacità di identificarsi con la comunità e di appro priarsi del suo linguaggio. Da un recente lavoro di Antonetti G., Bernabucci E., Consiglio P., Scampati P., Alvaro R., nel quale è stato studiato il modello dell’empowerment del professionista sanitario nell’ambiente di lavoro, vengono messe in risalto sei unità di interesse: • la motivazione, ovvero l’espressione dei motivi che inducono un individuo a • compiere o tendere verso una determinata azione. Essere pienamente convinti e fortemente motivati è sempre stato considerato un fattore fondamentale per portare a termine con successo, le svariate scelte che, nel nostro caso, il professionista sanitario compie; • la fiducia organizzativa, un costrutto multidimensionale che può avere differenti fondamenti e sviluppi a seconda del contesto teorico nel quale è inserita; • l’impegno organizzativo scaturito da una completa integrazione tra obiettivi individuali e organizzativi. Tale investimento si caratterizza come la messa in atto di una serie di comportamenti di


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natura individuale e di gruppo per mezzo dei quali il lavoratore si mette in gioco per l’organizzazione; • la soddisfazione psicologica, caratterizzata da un clima organizzativo in continuo miglioramento dal quale i professionisti giovano della soddisfazione psicologica, ed essi stessi devono saper stimolare quello stesso clima rendendosi protagonisti del cambiamento; • la soddisfazione professionale ovvero il modo in cui le persone “sentono” il proprio lavoro e i differenti aspetti che lo qualificano. Sono compresi: la riorganizzazione del lavoro, la trasparenza dei processi lavorativi, la gerarchia aziendale, la propensione al miglioramento continuo, la preparazione professionale e la collaborazione; • il potere, ovvero la capacità dei professionisti sanitari di aumentare il potere decisionale e incrementare la visibilità professionale all’interno dell’organizzazione di appartenenza e la capacità del professionista di creare connessioni e legami sociali attraverso i flussi informativi e i canali comunicativi. I vecchi modelli prevedevano la gerarchia, gli ordini “a cascata”, la tendenza a fuggire le responsabilità affidandole ad altri, la frustrazione e l’alienazione dei lavoratori, una competizione a volte estrema. Il modello basato sull’empowerment promuove la partecipazione ed il coinvolgimento di tutto il personale, la responsabilità diffusa, l’autostima, la collaborazione e la valorizzazione reciproca. Il profes-

sionista sanitario, in quest’ottica organizzativa, ha fiducia nelle proprie possibilità, non teme i cambiamenti ma si impegna a gestirli, è disponibile a correre rischi, riconosce i propri errori senza aver paura del giudizio altrui, socializza le sue informazioni, prende iniziative. Avendo questi come obiettivi, l’empowerment rappresenta una rivoluzione nelle tradizionali contesti organizzativi da poter applicare a livello internazionale.

THE EMPOWERMENT OF THE HEALTH PROFESSIONAL The empowerment stimulates the activation of processes aiming at social change. It provides intervention models and clarifies how many social issues arise from the non-action, the passivity, the acceptance of the status quo and of the inequalities by all the subjects involved. It becomes necessary, therefore, through the empowerment, to stimulate the aspiration, to motivate the search of an improvement, to induce in the individuals and in the communities the will to express their own ambitions and to try and satisfy them. In this respect, every subject is competent, able to employ his own qualities and resources, adjusting them to the most critical and difficult situations. The empowered health professional is called upon to perform his own work with more flexibility and adaptability, compared to a routine work, which, by its own nature, is based on repetitive actions.It is crucial, though, that the health professional embrace the culture and the vision of the organisation and that he becomes a resource for the group. The empowerment represents the process of social action, through which individuals, organizations and communities gain competence over their own lives, with the purpose of changing their own social and political environment and improving equity and the quality of life. The organization of the empowered work must implement strategies that involve the employees in the processes of change of the structural and productive layout. It is therefore crucial that employees endorse the goals of the organization and are actively committed to reach them. This implies a high level of involvement and an excellent state of wellbeing of the working environment as well. Both these aspects are undoubtedly the result of a dynamic management culture and of a sound management capacity. The accordance of the precious resources of human capital with the management models currently in use is a crucial issue in the organisation of highly complex structures such as the healthcare structures: in this respect, cooperative interdisciplinary relations are key instruments for defusing stress, increasing the sense of responsibility, solving existing or emerging problems and keeping open a productive communication. The old models were based on hierarchy, “trickledown” directives, the tendency to skirt responsibilities by relying on others, the frustration and alienation of the workers, sometimes an extreme kind of competition. The empowerment-based model promotes participation and the involvement of the whole staff, shared responsibility, self-confidence, co-operation and mutual appreciation.

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NON SOLO COVID Le patologie respiratorie più comuni messe in secondo piano dalla pandemia di Angelo Coppola Docente UniCamillus di Malattie Apparato Respiratorio Dirigente medico di livello della UOC Pneumologia ed UTIR presso il PO San Filippo Neri - ASL Roma 1

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a quindici interminabili mesi il nostro sistema sanitario nazionale sta affrontando con tutte le sue forze la più grande crisi sanitaria globale dalla fine della seconda guerra mondiale. Tutte le forme di assistenza socio-sanitaria sono state inevitabilmente sconvolte e travolte dalla pandemia tutt’ora in corso, esasperando e portando al collasso le ben note criticità del sistema. In questo scenario estremamente complesso e drammatico, gli pneumologi sono stati coinvolti in modo prioritario nella cura dei pazienti affetti da COVID 19. Le unità territoriali ed ospedaliere di pneumologia hanno dovuto assolvere a questo compito sconvolgendo radicalmente la propria offerta di servizi che già in tempi ordinari risulta molto articolata e complessa. È sufficiente pensare che tra le più importanti cause di mortalità al mondo, le patologie dell’apparato respiratorio non solo costituiscono una quota particolarmente significativa ma, in controtendenza rispetto a quanto accade per altre patologie, mostrano un andamento in continua crescita. Patologie come la Bronco-Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO), il cancro del polmone, l’asma bronchiale o le polmoniti rappresentano solo alcuni esempi del vasto e complesso capitolo delle patologie respiratorie che impattano in modo significativo sulla salute pubblica. La diagnosi e la cura di queste patologie pertanto rappresenta un aspetto essenziale nell’offerta sanitaria, inevitabilmente colpita soprattutto dal protrarsi della pandemia. In aggiunta si deve considerare che, non solo la fase diagnostica di queste patologie è stata resa

estremamente più difficoltosa, ma anche la gestione degli aspetti cronici connessi a queste patologie ha subito un danno sanitario gravissimo. Pensiamo ad esempio a tutti quei pazienti affetti da insufficienza respiratoria che ricevono l’ossigenoterapia oppure ai pazienti che necessitano di strumenti per la ventilazione meccanica domiciliare, per i quali sono necessari dei controlli frequenti e qualificati. Molti pazienti inoltre necessitano di controlli specialistici programmati, come ad esempio i pazienti oncologici o affetti da BPCO, oltre a tutti i pazienti affetti da patologie rare o che richiedono terapie specifiche, per i quali sono richieste visite frequenti nei centri di riferimento. Questa complessa rete di servizi sanitari, che assolve a compiti assistenziali sia in acuto che in cronico, sta pagando in modo drammatico le conseguenze dell’inevitabile polarizzazione degli sforzi nella lotta contro il COVID-19 sebbene siano stati compiuti degli sforzi immani per far fronte all’enorme richiesta di prestazioni sanitarie. Se analizziamo attentamente lo scenario sanitario italiano, non possiamo non considerare alcuni aspetti critici che riguardano proprio l’accesso alle cure. L’asma o la BPCO ad esempio sono patologie infiammatorie croniche delle vie aeree che richiedono un approccio terapeutico specialistico e soprattutto dei percorsi assistenziali complessi che permettano non solo di garantire ai pazienti una gestione ottimale della patologia ma anche di preservare la loro salute. Questo risultato ambizioso si può ottenere principalmente attraverso un più facile accesso ai servizi sanitari specialistici che siano in grado UNICAMILLUS ESTATE 2021 47


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di fornire visite e prestazioni strumentali soprattutto in tempi e modi adeguati. Le visite di monitoraggio costituiscono un aspetto centrale nella resa a lungo termine delle terapie, tuttavia, soprattutto nelle fasi inziali della pandemia, è stato estremamente difficoltoso accedervi. Anche l’assistenza al paziente oncologico ha subito in modo drammatico le conseguenze della pandemia. Le visite periodiche, gli esami strumentali per la diagnosi o il follow up, l’accesso alle terapie specifiche, sono solo alcuni dei punti critici nell’offerta sanitaria riservata a questi pazienti. Contemporaneamente alle difficoltà connesse con la gestione dei pazienti cronici con patologie già diagnosticate, dobbiamo considerare anche il danno rappresentato dalle mancate diagnosi

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o alle mancate campagne di sensibilizzazione alle patologie respiratorie. Nel grande numero di prestazioni inevase non possiamo trascurare la grande quota riservata a soggetti che accedevano a questi servizi per la prima volta o in situazioni acute per i quali non è stato possibile effettuare la diagnosi. Considerando tutti questi aspetti nel loro insieme, appare inevitabile come vi sia una vera e propria urgenza di ripristinare un’offerta sanitaria specialistica in grado di assolvere a queste pressanti richieste di salute. Il sistema sanitario nazionale deve essere in grado di rispondere a queste pressanti esigenze attraverso la riorganizzazione dei servizi. Le patologie respiratorie nel loro complesso, costituiscono a tutti gli effetti un vero e proprio problemi di sanità pubblica, in cui si intrecciano


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gli aspetti connessi alla gestione delle cronicità, alla diagnostica in acuto, alle prestazioni strumentali e specialistiche ed all’offerta di servizi estremamente qualificati. Proprio perché da quindici interminabili mesi il nostro sistema sanitario nazionale sta affrontando con tutte le sue forze questa drammatica crisi, i pazienti affetti da patologie respiratorie o coloro che purtroppo ancora non sanno neppure di esserlo non possono essere privati dei percorsi assistenziali necessari. Il mancato accesso alle prestazioni strumentali di base ad esempio ha rappresentato un danno gravissimo all’erogazione delle cure. Pensiamo a tutti quei pazienti che non hanno potuto effettuare esami come la spirometria, l’emogasanalisi, la polisonnografia o la broncoscopia a causa dell’incapacità del sistema di garantire nelle fasi più critiche un valido accesso a queste prestazioni. Per non rendere vano tutto questo, dobbiamo essere consapevoli che solo attraverso uno sforzo comune del mondo sanitario e della società civile potremo in qualche modo arginare i danni.

NOT ONLY COVID For fifteen endless months our national health system has been concentrating all its efforts in facing the worst global health crisis since the end of World War II. All types of health and social care assistance have been inevitably disrupted and overtaken by the still ongoing pandemic, exacerbating and leading to collapse the well-known critical issues of the system. In this complex and dramatic scenario, pneumologists have been involved as a matter of priority in the treatment of CO- VID 19-infected patients. The territorial and hospital units of pneumology had to accomplish this task radically disrupting their offer of services, which is already complex and articulate in ordinary circumstances. Analysing carefully the Italian healthcare scenario, we must consider a few critical issues concerning the access to therapies. Asthma or the BPCO, for example, are inflammatory chronic diseases of the airways that require a specialized therapeutic approach and especially complex healthcare pathways that can ensure not only the optimal management of the pathology but also protect the patient’s health. This ambitious result can be attained mainly through an easier access to specialized healthcare services, in order to provide timely and adequate check-ups and diagnostic services. Monitoring visits are a key issue in the treatments long-term yield; however, especially in the initial stages of the pandemic, the access to these visits has been extremely difficult. Also, the assistance to cancer patients was dramatically affected by the consequences of the pandemic. Periodic check-ups, exams for the diagnosis and follow-up, the access to specialised therapies, are only a few of the critical issues in the healthcare offer reserved for these patients. The national health service must be able to respond to these pressing needs through the services reorganisation. The respiratory diseases overall are for all intents a real problem of public health, in which the issues related to the management of chronicity, acute phase diagnostics, diagnostic tests and the offer of highly specialised services are all intertwined. It is exactly because for fifteen endless months our national health system has been facing with all its efforts this tragic crisis, that the patients suffering from respiratory diseases or, worse, those who are not even aware to be ill, cannot be deprived of the necessary assistance pathways. Failure to access basic diagnostic services represented a most serious damage to the healthcare delivery. Many patients could not undergo tests such as spirometry, arterial blood gas test, a polysomnography or bronchoscopy due to the inability of the system to guarantee in the most critical phases a valid access to these services.

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UN ANNO DI PANDEMIA Il Covid, visto dagli occhi di un docente e di una studentessa di Alessandro Boccanelli Docente UniCamillus di Filosofia Morale

e Federica Poli Studentessa UniCamillus di Medicina e Chirurgia

COME È CAMBIATA LA VITA ACCADEMICA il racconto di Alessandro Boccanelli

É

passato un anno, ma non ci siamo abituati e tanto meno rassegnati. Ci stavamo adattando piano piano al cambiamento esponenziale della tecnologia digitale quando, all’improvviso, siamo stati costretti ad una brusca accelerazione per adeguarci alle regole dettate dalla pandemia. Questo è accaduto in tutti i campi, la cultura e l’entertainment, il commercio, la salute, il turismo, i rapporti personali, la formazione. Ed ecco le visite virtuali ai musei, i concerti senza pubblico, i Deliveroo che hanno invaso le strade, l’impennata della telemedicina e degli strumenti di controllo remoto (con inerente esplosione della ipocondria digitale), i viaggi in 3D, i brindisi con zoom, la didattica a distanza. Qualche riflessione in corso d’opera si rende necessaria, per comprendere come siamo stati modificati da questo bagno di “online” e se ci sarà un margine di recupero per alcune irrinunciabili attività “onlife”.

Ci limiteremo alle riflessioni riguardanti le modifiche della vita accademica indotte dalle esigenze di distanziamento sociale che riguardano: • La didattica a distanza • Gli scambi culturali con la comunità accademica • Il “ground zero” del dopo COVID LA DIDATTICA A DISTANZA Il mio insegnamento è incardinato all’interno del corso di Moral Philosophy ed è tutto concentrato sulla formazione dei ragazzi del primo anno relativa al corretto rapporto tra medico e paziente. Si tratta, a mio parere, di una premessa fondamentale a tutta la vita professionale dei futuri dottori, in quanto concetti come rispetto, condivisione, empatia dovranno informare tutte le attività che imprenderanno. Proviamo a esaminare, in questo contesto, i teorici vantaggi e gli svantaggi dell’insegnamento a distanza e verifichiamo in realtà cosa sia accaduto. La didattica a distanza si può avvalere di diverse forme : lezioni in diretta, registrate,

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Change Rate Exponential (Technology driven)

Coronavirus accelerant: Speeds our digital (Human) transformation Coronavirus Accelerant Human Historic Adaptation Linear

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video dimostrativi, podcast. I vantaggi possibili delle lezioni online possono essere la interazione più facile (teoricamente), la possibilità di fare domande in tempo reale, la possibilità di vincere la timidezza da parte di alcuni attraverso la chat box. Gli svantaggi sono costituiti dalla difficoltà di una reale interazione, dalla perdita della comunicazione non verbale, dalla difficoltà dell’insegnante a cogliere la risposta dell’uditorio. Se poniamo a confronto il primo anno di insegnamento (in presenza) con il secondo (online), quest’ultimo è decisamente perdente. Insegnare concetti come empatia, condivisione, rapporto interpersonale senza l’uso degli sguardi e dei gesti è estremamente problematico. Nel primo anno, gli studenti, guidati, hanno “costruito” il corso, dividendosi in gruppi di lavoro, preparando le loro presentazioni ed esponendole in aula. Questa parte si è dimostrata particolarmente educativa: i ragazzi facevano una ricerca, preparavano una presentazione, la esponevano in pubblico, si sottoponevano alla critica (non sempre benevola) dei colleghi, discutevano con un esperto invitato. Si cimentavano anche in forme di rappresentazione teatrale per dimostrare la metodologia di lavoro nel rapporto medico- paziente. Il successo è stato tale, che dal lavoro è scaturito un libro “Health and Ethics” scritto dai ragazzi, che è divenuto uno dei libri di testo raccomandati. Tutto questo è andato perduto nel secondo anno e sarà una criticità nel semestre in corso. I problemi connessi con la formazione a distanza sono stati e sono soprattutto quelli legati all’interazione e alla condivisione mediante linguaggio non verbale. Inoltre, il sistema digitale adottato dalla Università non consente la interazione visiva e le domande possono essere fatte solo via chat. Sistema totalmente criticabile: infatti, se consente di vincere alcune timidezze da parte dello studente e quindi gli rende più facile esprimersi, non permette le sfumature necessarie per una completa comprensione reciproca e vanifica l’obbiettivo di far vincere alcune timidezze che nel primo anno avevamo raggiunto con le presentazioni in pubblico. Inoltre, le chat si affastellano e rendono assai difficile la selezione. Questo problema sarebbe facilmente risolvibile con sistemi che con52 UNICAMILLUS ESTATE 2021

sentono la visione dello studente. Altro problema dell’online è la mancata percezione della risposta emotiva, che nel contesto di un insegnamento comportamentale è fondamentale. Gli esami via web a mio parere non sono da incoraggiare, soprattutto per la possibilità maggiore in presenza di intercettare le difficoltà dello studente e interpretarne meglio la preparazione. Gli scambi culturali con la comunità accademica L’incubo dei webinar: “Oddio! Ho dimenticato che alle 14 dovevo collegarmi!”. Quanti di noi non sono incappati in questa situazione? Abbiamo avuto un’esperienza molto positiva nella organizzazione, a Dicembre 2020, del Webinar “Il Medico che vogliamo: Approccio medico incentrato sul paziente”. Si trattava di un Seminario di condivisione, con tutto il personale docente della Università, dei concetti fondativi dell’insegnamento della Medicina nel nostro Ateneo. La modalità online ha consentito la partecipazione attiva della gran parte del corpo docente, la suddivisione in gruppi di lavoro e la condivisione in sessione plenaria del risultato della discussione nelle 3 aule virtuali in cui ci si era suddivisi. In questo caso, gli elementi positivi sono stati la partecipazione di un gran numero di persone, la suddivisione in gruppi senza problemi logistici, la interazione visiva, il tutto con una ottima regia. Sicuramente questo tipo di eventi trasformati in digitale ha i suoi vantaggi, ai quali si aggiunge la maggiore facilità di registrazione per nuova consultazione. Come tutta l’attività congressuale, ovviamente, si perde il fascino e la bellezza del contatto diretto. Facilitazione della comunicazione, maggiore possibilità di partecipazione e risparmio di tempo, sono sicuramente gli elementi positivi di questo tipo di organizzazione dei meeting organizzativi o scientifici. GROUND zERO COVID: COME RICOSTRUIRE DALLE MACERIE

Si dice: “ormai su questo non si potrà più tornare indietro…”: discutiamone. Come coniugare i vantaggi della innovazione con la solidità della tradizione? Come mettere insieme “Online “ e “Onlife”? La ri-


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valutazione critica di quanto è accaduto e ancora sta accadendo è il solo modo per approfittare dell’esperienza. Le crisi servono a questo. Un elemento di incertezza rimane la possibilità che ci offrirà la vaccinazione generale (o quasi) di riprendere alcune buone tradizioni. Se la vaccinazione consentirà con ragionevole sicurezza il ritorno alla didattica in presenza, questa via andrà perseguita, approfittando dell’esperienza maturata per lo svolgimento online di riunioni intermedie operative per gruppi di lavoro o contatti personali con gli studenti. Potranno essere registrate le lezioni per essere riviste in differita per recuperarle o rivederle. I professori potranno utilizzare materiale già preparato l’anno precedente e può essere condivisa la proiezione di filmati tratti dal web. Per quanto riguarda i rapporti accademici, buona parte delle riunioni potrà essere conservata in formato digitale, al fine di un ragionevole risparmio di tempo e di spostamenti, lasciando ad eventi particolari le riunioni in presenza (come quelle cerimoniali, o di particolare rilevanza). Molti scambi scientifici potranno essere conservati nella forma online, con notevole risparmio di tempo e di denaro. Insomma, ragioniamo insieme: perché non organizziamo un bel webinar? CON GLI OCCHI DELLO STUDENTE il racconto di Federica Poli Solitamente, il “periodo universitario” viene visto come quella fase della vita dove, da giovani adulti, si affrontano nuove esperienze, dove si creano ricordi, sia tra i corridoi dell’università, sia nei luoghi ad essa correlati, come ad esempio in laboratori, nelle aule oppure nelle biblioteche. Durante il percorso formativo, non solo si va a costruire un background culturale legato alla disciplina scelta dallo studente, che andrà poi a delineare la futura professionalità, difatti, si vanno ad aggiungere e a consolidare anche delle capacità e delle competenze, che si imparano al di fuori delle aule: le relazioni con gli altri, il sapersi rapportare con figure di riferimento, ad esempio i Professori, la capacità di autogestirsi, come nel caso degli studenti fuorisede. In quanto studenti universitari, anche noi avremo un ricordo ben nitido legato alla vita accademica, ricordi delineati dal periodo storico che stiamo vivendo, quello della pandemia da Covid-19. Prima che la pandemia sconvolgesse la nostra quotidianità, eravamo abituati ad un certo modo di vivere l’università: l’alzarsi presto al mattino, correre per non perdere i mezzi, giungere in università e

salutare gli amici, poi ancora prendere un caffè prima delle lezioni, condividere l’adrenalina preesame nonché le nostre preoccupazioni e confrontarci con il compagno più bravo alla fine del compito scritto, per essere certi di aver fatto una buona prova d’esame. Oggi non è più così. Tutto è cambiato da marzo 2020. La lezione a cui eravamo abituati, quella con un professore in cattedra, con le slide proiettate sulla lavagna bianca, quella dove potevamo scambiarci appunti, risolvere tutti i nostri dubbi subito dopo la spiegazione, è totalmente cambiata. La nostra quotidianità è scandita da lezioni online, da ore ed ore davanti ad uno schermo, nel silenzio delle nostre camere, da soli alla nostra scrivania. Sebbene tutto ciò possa sembrare un modo di vivere l’università totalmente negativo e cupo, in realtà mostra diversi aspetti positivi che analizzeremo a breve. È chiaro che, per chi ha vissuto l’università del “prima”, sa cosa è cambiato, com’era, e sa perfettamente cosa sperare per il futuro: tornare tra le aule, studiare con i colleghi in biblioteca, conoscere i professori e poter costruire un rapporto con loro. C’è poi tutto l’aspetto della socialità legata al mondo accademico. Prima l’università era un luogo di aggregazione, un posto dove poter crescere e formarsi, ma anche un luogo dove poter conoscere nuovi amici, dove diventare giovani adulti responsabili, dove imparare a vivere da soli e fuori da casa dei genitori. C’è chi però ha iniziato l’università in piena pandemia, e non solo non ha ancora avuto tutte queste possibilità di fare nuove esperienze formative, culturali e di svago, ma probabilmente non hanno nemmeno la percezione di come poteva essere, ed è proprio per questo che auspichiamo ad un rientro nelle aule il prima possibile. D’altro canto però, molti studenti esprimono sentimenti discordanti riguardo alla didattica a distanza, c’è chi la ama, chi la odia, chi non vede l’ora di tornare tra i corridoi dell’università , chi preferisce studiare da casa. È certo però che tutta questa nuova realtà ha portato dei cambiamenti non solo sotto l’aspetto formale del come si svolgono le lezioni, di come vengono fatti gli esami, e di come sono cambiati i materiali didattici, piuttosto si possono apprezzare notevoli cambiamenti anche dal punto di vista psicologico degli studenti (e immagino anche dei professori). Sembra quasi di vivere in un limbo, tra un prima e un dopo, senza sapere quando tutto tornerà alla “normalità”, e forse è proprio questa indeterminatezza la cosa che più sollecita i nostri animi. Quando potremo tornare in università? Quando torneremo a fare tutte quelle esperienze che abbiamo “perso”? UNICAMILLUS ESTATE 2021 53


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PRO E CONTRO DI QUESTA NUOVA REALTÀ Questa nuova situazione, sembra portare con sé un’aura di negatività. In realtà, dal confronto con altri studenti, sono emersi tanti aspetti positivi di questo nuovo modo di affrontare la vita accademica. È facile trovare dei pro quando si parla di costi ridotti: in effetti, tanti studenti sono riusciti a risparmiare sull’affitto, nel caso degli studenti fuorisede; tanti hanno utilizzato meno mezzi per spostarsi ed anche in questo caso hanno contenuto i costi. C’è poi chi ha deciso di passare al digitale per quanto riguarda i libri e gli appunti, risparmiando anche in quest’ultimo caso. Un altro aspetto positivo è sicuramente quello di aver potuto continuare a studiare, senza nemmeno un giorno di stop e in totale sicurezza. Ad UniCamillus in particolare, le lezioni online sono state sicuramente un aspetto positivo: abbiamo una nostra piattaforma, abbiamo la possibilità di avere tutti i materiali di studio disponibili sulla stessa e anche di interagire con i professori durante le lezioni, cosa che sono certa anche loro apprezzano molto, in quanto penso sia difficile trovarsi a parlare davanti ad uno schermo senza avere difronte a loro decine di studenti. Nonostante questo periodo abbia regalato a noi studenti meno esperienze, meno possibilità di integrarci, meno momenti di socialità, abbiamo comunque avuto la possibilità di poter lavorare in gruppi di studio, svolgendo dei progetti di gruppo. Per diverse materie ci siamo confrontati e relazionati tramite videochiamate o semplici messaggi. COME QUESTA SITUAzIONE STA INFLUENzANDO IL NOSTRO STATUS DI STUDENTI

L’università non è solo un luogo di formazione professionale, è anche un luogo di aggregazione, di interazione. Stiamo infatti perdendo un lato fondamentale del mondo universitario: accrescere la cultura con esperienze parallele a quelle del proprio percorso di studi. Vivere da soli o nel Campus universitario, conoscere nuovi amici, andare a delle feste insieme ai compagni di corso, sono solo alcune delle esperienze che purtroppo non possiamo fare. Questo cambia molto il nostro modo di vivere lo status di “studenti universitari”. Tutto ciò è acuito dal fatto che anche fuori dalla vita accademica non vi è la possibilità di dare spazio alla crescita personale, di incontrarsi, di fare gruppo. Questo rende il tutto più complicato e qualche volta anche meno stimolante, e probabilmente avrà effetti anche sul “dopo”, su quando tutto tornerà ad una sorta di normale vita universitaria. 54 UNICAMILLUS ESTATE 2021

Non solo il rapporto tra gli studenti sta cambiando, ma anche quello con i professori. Credo di poter affermare che per entrambe le parti il rapporto è più complesso, più complicato, per la presenza tra le due parti di un dispositivo elettronico. Stare tante ore davanti agli schermi, non poter mai interagire in prima persona e dal vivo con i professori, con gli ambienti universitari, non solo ci porta a percepire “l’università” come un qualcosa che, una volta spento il computer vi rimane al suo interno, ma ci porta anche a non riuscire più ad apprezzare la differenza tra il reale e il virtuale nelle classiche esperienze universitarie. Un esempio può essere ciò che accade durante un esame: l’adrenalina non è la stessa di quando si entra in aula, si accende il pc, ci si identifica con i professori, si procede con la prova e poi, una volta chiuso lo schermo, è tutto finito. La stessa sensazione si può percepire anche con le lezioni: sembra paradossale ma seguire una lezione in presenza è molto più coinvolgente e stimolante rispetto che a seguire una lezione online, e più il tempo passa, più ce ne stiamo rendendo conto. COME QUESTA SITUAzIONE INFLUENzERÀ IL NOSTRO FUTURO. Aspettative sul “dopo” ne abbiamo tantissime, continuiamo a sperare di poter tornare presto in università, tutti insieme, per vivere a 360° l’esperienza universitaria, anche se, come anticipato qualche riga più in alto, l’indeterminatezza di questo momento non aiuta a dare una forma chiara a cosa ci aspettiamo per il futuro. Stiamo imparando tante cose utili che sicuramente potremo sfruttare in tante altre occasioni, come ad esempio il fatto di poter continuare a salvare le lezioni per poterle rivedere, o al fatto di poterle rivedere nel caso di un’assenza. Abbiamo imparato che tutto l’aspetto digitale può essere utile, abbiamo imparato come reimpostare il rapporto con i professori e con il mondo accademico. Ci siamo ambientati in questa nuova vita accademica che, nonostante le tante difficoltà, lascia spazio a tante nuove possibilità. Come tutta questa situazione impatterà sul nostro futuro a lungo termine è difficile immaginarlo. Di sicuro speriamo di poter concludere il nostro percorso formativo nel modo tradizionale, tornando ad affollare l’ateneo, tornando a fare tutte quelle esperienze correlate al mondo universitario, avendo la consapevolezza di aver imparato tanto in questo momento, ed essendo certi di aver comunque, in un modo nuovo, strano, diverso, vissuto un’esperienza universitaria che ricorderemo per tutta la vita.’


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A YEAR OF PANDEMIC The tale of Alessandro Boccanelli

The tale of Federica Poli

A year has passed, but we are not used to it, let alone resigned. We were just slowly adjusting to the exponential change of the digital technology when, suddenly, we have been forced into an abrupt acceleration in order to adjust to the rules imposed by the pandemic. My exam is part of the course of Moral Philosophy, and it focuses on the training of first year students, with regard to the proper physician – patient relation. It is, I believe, a fundamental precondition for the professional life of the future physicians, since notions like respect, sharing, empathy will have to inspire all activities they will engage in. If we compare the first year of teaching (traditional learning) and the second (distance learning), the last one is definitely lacking. Teaching concepts like empathy, sharing, interpersonal relationship without the help of glances and gestures is extremely difficult. The problems related to distance learning are mainly linked to the interaction and sharing through non-verbal language. It is a totally questionable system: in fact, though it allows the student to overcome his shyness, and therefore it facilitates his speaking, it does not allow the nuances necessary to a complete mutual understanding and it frustrates the goal of overcoming shyness, goal reached during the first year through the public speaking. They say: “There’s no way back on this anymore…”: let us talk about it. How to reconcile “Online” and “Onlife”? A critical assessment of what has happened and is still happening is the only way of taking advantage of the experience. Crisis serve this purpose.

The ”university period” is usually considered as that phase in life when, as young adults, we make new experiences, create memories, both in the halls of the university, and in the other related spaces, such as laboratories, classrooms or libraries. Before the pandemic subverted our everyday life, we were used to a certain way to live the university. Today things have changed. The lesson we were used to, with a professor at his desk and the slides projected on the whiteboard, when we could exchange notes, solve all our doubts right after the lesson, it is totally altered. Our everyday life is marked by online lessons, hour upon hour in front of a screen, in the silence of our rooms. The university used to be a place of aggregation, a place of growth and education, but also a place where making new friends, becoming young responsible adults, and learning to live on your own and away from your parents’ home. There are some who have started university in the height of the pandemic. They not only were denied the possibility of making new educational, cultural and leisure experiences, but probably they do not even have the perception of how it could have been, and that is exactly why we wish for a return to the classroom as soon as possible. An example can be what happens during a test: the adrenalin is not the same as when the test is held in a classroom. The same feeling can be experienced also during classes: it might seem paradoxical but following a course oncampus is much more engaging and stimulating. We have learnt that digital can be useful. We definitely hope to conclude our educational path in the traditional way, certain to have lived a university experience that we will remember for the rest of our life.’

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LA GRAVIDANzA NEI PAESI AFRICANI Le differenze con la maternità nei paesi occidentali di Caterina De Carolis Docente UniCamillus di Ginecologia e Ostetricia Specialista in Pediatria e Specialista in Ostetricia e Ginecologia

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uanta differenza esiste nelle modalità di diventare madre! Le donne africane preferiscono isolarsi e partorire accovacciate; le musulmane non vogliono che a visitarle e assisterle al parto sia un uomo, le cinesi ignorano il divieto di mangiare durante il travaglio e arrivano in ospedale con cibi e infusi di ginseng per facilitare le contrazioni. Dopo il parto osservano i 40 giorni di riposo assoluto imposto dalla loro tradizione; non allattano volentieri, soprattutto i primi giorni, perché ritengono il colostro dannoso per il neonato“. La nascita e la maternità costituiscono un terreno fertile di pratiche culturali di grande interesse per le scienze sociali oltre che per le discipline di area sanitaria, prime fra tutte l’ostetricia e la biomedicina. Un corpo gravido è la sintesi fisica di relazioni, un punto di non ritorno che mette in comunicazione un prima e un dopo. La gravidanza rappresenta un momento importante nella vita della donna, è associata a cambiamenti ormonali, neurovegetativi, immunologici che portano a cambiamenti fisici, emozionali e relazionali anche all’interno del nucleo familiare; è un periodo di scelte e quindi c’è bisogno di informazioni per accompagnare la donna in tutto il percorso della maternità affinché possa essere in grado di prendere decisioni consapevoli sulle modalità di assistenza. La tutela della gravidanza e dell’evento nascita, per il rilievo delle sue implicazioni sociali sanitarie, costituisce un elemento prioritario delle strategie occidentali finalizzate alla promozione e alla tutela della salute della popolazione. Il “percorso nascita” è denominato il periodo, della durata di circa 18 mesi, che va dal pre-concepimento fino alla minima autonomia del bambino. È un lungo arco di tempo nel quale distinguiamo due

fasi: endogestazione (dal preconcepimento al parto) ed esogestazione (i mesi successivi alla nascita fino al raggiungimento di una minima autosufficienza del bambino). È un processo dinamico di accompagnamento della maternità durante il quale, in tappe predefinite, si attuano interventi preventivi volti a salvaguardare la salute della mamma e del bambino e si opera la definizione del rischio. Purtroppo sappiamo dai rapporti dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che la salute materna e infantile ha forti disuguaglianze tra diverse etnie e nei diversi Stati. Ogni anno muoiono nel mondo circa mezzo milione di donne per complicanze legate alla gravidanza e la maggioranza di esse appartiene a paesi a reddito medio-basso, anche nei Paesi Occidentali, dove si osserva una mortalità di cinque volte più alta tra le donne di etnia africana quando comparata a quelle di etnia bianca. Ma le morti materne probabilmente rappresentano solo la “punta dell’iceberg” per quanto riguarda le complicanze della gravidanza; esistono infatti gravi disparità anche nella morbilità materna o negli eventi “near miss”, che dovrebbero indicare gli strumenti di correzione da apportare alla mortalità materna. Un secondo indicatore sensibile della qualità delle cure in gravidanza è il tasso di natimortalità (stillbirth) definito dal numero di bambini nati senza segni di vita a 28 settimane o più di gestazione, per 1000 nascite totali. Sappiamo che nel mondo, nel 2019, sono nati morti quasi 2 milioni di bambini, una morte fetale ogni 16 secondi. Per prevenire la morte in utero, abbiamo bisogno di fornire dati e prove e rispondere a varie domande. In quali Paesi vi è maggiore natimortalità e mortalità materna? Quali paesi devono ancora progredire? Cosa dobbiamo fare per fermare tutte queste perdite di vite umane? UNICAMILLUS ESTATE 2021 57


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I nati morti sono spesso assenti dal monitoraggio dei dati mondiali rendendo invisibile la reale portata del problema, sia alle politiche economiche che ai programmi di sviluppo dei Paesi. Gli obiettivi specifici per i nati morti erano assenti dagli Obiettivi di Sviluppo del millennio (OSM) 3 e mancano ancora nell’Agenda 2030 per la Sostenibilità e Sviluppo mentre i dati disponibili dimostrano che i nati morti sono un problema sanitario globale sempre più critico. L’Africa subsahariana è la regione che registra la più alta incidenza di natimortalità e il trend di riduzione meno accentuato con il numero di nati morti in aumento da 0,77 milioni nel 2000 a 0,82 milioni nel 2019. Nell’ultimo ventennio ci sono stati nel mondo circa 48 milioni di nati morti, il 98% nei paesi a basso e medio reddito, la metà di questi è concentrata in sei Stati, India, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan, Cina, Nigeria ed Etiopia. I dati dell’OMS ci dicono che in Europa, nel Nord America e in Australia nasce morto 1 bambino su 321; in Nord Africa e nell’Asia Occidentale 1 su 87, e nell’Africa Sub-Sahariana 1 su 46 (dati sicuramente sottostimati in quanto i servizi sanitari sono quasi del tutto assenti e non tutte le morti sono registrate in modo ufficiale). In Africa subsahariana e in Asia del sud si evidenzia una maggiore incidenza di natimortalità nelle aree rurali, il 50% dovuto a cause potenzialmente evitabili che avvengono durante il travaglio, a causa della limitata accessibilità all’assistenza prenatale. Lo stato socioeconomico e il livello di istruzione delle donne è uno dei principali fattori di disuguaglianza nelle cause di natimortalità, anche nei paesi ad alto reddito. Tra le principali cause evitabili di morte in utero, vi sono le gravidanze che superano le 42 settimane, il 14% dei nati morti nel mondo, in particolare nei paesi dove mancano indicazioni di induzione del travaglio e un’assistenza ostetrica d’emergenza, le complicanze intrapartum (inclusa l’ipossia), l’emorragia antepartum (da distacco intempestivo di placenta), patologie materne (ipertensione e diabete, obesità), le infezioni materne. Si stima che la malaria durante la gravidanza sia la causa dell’8,2% delle morti in utero nel mondo (il 20% nell’Africa subsahariana), e la sifilide del 7,7% (l’11,2% nell’Africa subsahariana). Per quanto 58 UNICAMILLUS ESTATE 2021

riguarda HIV/AIDS e morti in utero, benché tale infezione sia una causa dimostrata di natimortalità, al momento non sono presenti ancora studi affidabili per i paesi ad alta endemia e bassa disponibilità di terapie antiretrovirali. Un’età materna superiore ai 35 anni ma anche inferiore ai 16 anni di età comporta un rischio maggiore complicanze materno-fetali. Complicanze come la pre-eclampsia e l’eclampsia hanno un importante impatto sulla mortalità materna e fetale proprio a causa di una scarsa assistenza antenatale e durante il travaglio. Un’analisi di studi randomizzati e osservazionali della rivista Lancet (2011) ha mostrato numerosi interventi di provata efficacia. In particolare l’assistenza durante il parto con gli interventi ostetrici d’urgenza (compreso il parto cesareo), che sono in grado di prevenire la maggior parte delle morti in utero. Anche l’assistenza prenatale (ad esempio la diagnosi ed il trattamento di sifilide, ipertensione, diabete, ritardo di crescita e gravidanza post-termine) è estremamente efficace. È stato inoltre stimato che questi interventi preventivi rivolti alla salute materna, neonatale e infantile potrebbero generare un ritorno socio-economico stimato attorno a 10-25 volte il costo di implementazione dei suddetti interventi. Sistemi sanitari di alta qualità e la cura del parto sono fondamentali per la prevenzione delle morti materne e fetali. Sono necessarie strutture con medicinali e attrezzature adeguate, elettricità, acqua corrente, sapone e coperte, e disponibilità di sistemi di pronto soccorso 24 ore su 24. In Africa troviamo anche le maggiori lacune nelle risorse umane formate per la salute, ma sappiamo che per un funzionamento ottimale del sistema sanitario locale occorre anche un adeguato numero di operatori sanitari formati con standard internazionali. L’OMS descrive gli interventi chiave da apportare durante la gravidanza dove famiglie e operatori sanitari lavorano insieme per migliorare la salute della donna-bambino, una diade che deve essere promossa soprattutto durante la gravidanza e nell’infanzia. Bisogna fornire, prima della gravidanza, l’accesso a servizi di pianificazione familiare, migliorando la salute e l’alimentazione, con l’assunzione di acido folico e di jodio durante la gravidanza, garantendo l’accesso a strutture sanitarie


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funzionali e sanitarie, medicinali e attrezzature; monitorando il ritardo di crescita fetale e prevenendo e gestendo malattie infettive, obesità, diabete e ipertensione. Servono interventi specifici che includono otto contatti con un operatore sanitario durante la gravidanza per ridurre il rischio di patologie materno-fetali, la diagnosi e il trattamento delle infezioni materne come la malaria e la sifilide; la gestione dell’ipertensione materna, del diabete, dell’HIV, dell’alcol e dell’abuso di sostanze; il rilevamento e la gestione del feto in caso di ritardo di crescita intrauterina; e la preparazione al parto, compresa la pianificazione di eventuali trasporti in altre strutture. Le raccomandazioni dell’OMS per l’assistenza intrapartum includono il monitoraggio durante il parto per ogni donna e il suo bambino, con attrezzatura adeguata (come il doppler cardiaco fetale e il monitoraggio della pressione arteriosa materna) e percorsi clinici implementabili per gestire le complicanze intrapartum (ad es.parto vaginale assistito o taglio cesareo se necessario). Percorsi clinici per gestire le complicanze, sangue e farmaci appropriati (ad es. solfato di magnesio) e rianimazione neonatale. Il piano d’azione “Every Newborn Action Plan” adottato nel 2014 da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e Unicef, ha posto l’obiettivo ambizioso di azzerare la natimortalità evitabile nel mondo entro il 2030, fissando l’obiettivo globale di 12 nati morti ogni 1000 nati. Attualmente sono 94 i Paesi, principalmente a reddito alto e medio-alto, ad aver raggiunto l’obiettivo, mentre alla velocità

attuale passeranno 160 anni prima che una donna incinta in Africa abbia la stessa probabilità di partorire un bambino vivo rispetto ad una donna europea. Solo con politiche sane e mirate potremo ottenere il miglioramento universale di accesso alle cure prenatali e al parto, ma questo dovrebbe essere messo in atto oggi per prevenire milioni di morti materne e neonatali e per garantire un futuro luminoso a ogni bambino.

PREGNANCY IN THE AFRICAN COUNTRIES Pregnancy represents a crucial moment in a woman’s life, it is linked to hormonal, neurovegetative, immunological changes that cause physical, emotional and relational changes within the household as well; it is a time of choices and therefore information is needed in order to accompany the woman along the maternity path, so that she is able to make conscious decisions on the modality of assistance. Pregnancy and maternity protection, for the importance of its socio-sanitary implications, is a priority in the western strategies aimed at the promotion and protection of the health of the population. Every year approximately half a million women globally die from pregnancy-related complications; the majority of them comes from medium-low-income countries, even in Western countries, where a mortality rate five times higher among African ethnic women compared to Caucasian women is detected. We know that globally, in 2019, nearly 2 million children were born dead, a foetal death every 16 seconds. Sub-Saharan Africa is the region recording the highest incidence of stillbirth and the less noticeable reduction trend, with the number of stillbirths increasing from 0,77 million in 2000 to 0,82 million in 2019. Women’s socioeconomic status and level of education are some of the main factors of inequality in the causes of stillbirth, even in the high-income countries. Among the main preventable causes of death in utero, there are pregnancies lasting longer than 42 weeks, 14% of stillbirths worldwide, especially in the countries lacking information on labour induction and emergency obstetric care, intrapartum complications (hypoxia included), antepartum haemorrhage (caused by early placenta detachment), maternal pathologies (hypertension and diabetes, obesity), maternal infections. The “Every Newborn Action Plan”, adopted in 2014 by the World Health Organization and UNICEF, set the ambitious goal of annulling preventable stillbirths globally by 2030, setting the global goal of 12 stillbirths every 1000 births. Only through solid and targeted policies we might reach a global improvement in the access to prenatal care and delivery, but this should be implemented today, in order to prevent millions of maternal and neonatal .deaths and to guarantee a brighter future for every child.

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ACADEMIC LIFE NEWS

Il Quirinale apre le porte a UniCamillus Incontro tra il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con il Rettore Gianni Profita “Presentata la nostra idea di futuro per gli studenti”

I

l Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto presso il Quirinale una delegazione dell’Università Medica Internazionale di Roma UniCamillus. Un’occasione istituzionale di elevatissimo profilo che ha permesso al Rettore, Gianni Profita, di presentare al Capo dello Stato l’Università, la sua attività, i valori che hanno fondato e animano l’azione quotidiana dell’Ateneo capitolino. “Abbiamo rappresentato al Presidente – ha spiegato Profita al termine dell’incontro – l’idea che ha dato vita al nostro Ateneo, la vocazione umanitaria e la chiara attenzione che UniCamillus rivolge agli studenti provenienti da Paesi in via di sviluppo, la volontà di formarli con l’elevato profilo dei nostri programmi di studio al fine di permettere loro, una volta conseguita la Laurea,

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di tornare in patria ed esercitare la scienza medica appresa”. L’Università, infatti, ha vocazione internazionale e accoglie studenti provenienti da tutti i paesi del mondo, con particolare attenzione per i giovani provenienti dalle aree meno sviluppate del pianeta, che uniti dall’impegno e dalla voglia di spendersi per il prossimo, scelgono Roma per formarsi come professionisti sanitari per poi portare la loro scienza e competenza nei rispettivi paesi. Un impegno di elevato profilo etico, che il Rettore ha definito essere quasi una “iniziativa di politica estera”: UniCamillus infatti apre le porte ai giovani stranieri che, a prescindere dalla propria provenienza, nazionalità, storia personale, sono semplicemnte accomunati dal desiderio di apprendere la scienza medica e le pratiche che


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sono necessarie a tutelare la salute del prossimo. “La delegazione accolta al Quirinale ha voluto raffigurare in sintesi l’ampio solco all’interno del quale UniCamillus si muove nei suoi insegnamenti: a rappresentare il corpo docente, il professor Ruggero De Paulis, cardiochirurgo membro di numerose società scientifiche internazionali; la dottoressa Sofia Colaceci, ricercatrice e docente in scienze infermieristiche ostetrico ginecologiche; Jennifer Paul, studentessa haitiana del Corso di laurea in Tecniche di Laboratorio biomedico”, ha concluso Profita.

Nuovo Centro Congressi Taglio del nastro alla presenza del sottosegretario Costa Taglio del nastro, per il nuovo Centro Congressi di UniCamillus, l’Università Medica Internazionale di Roma. Alla presenza del Sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, del Direttore Scientifico dell’INMI Spallanzani, Giuseppe Ippolito, e del presidente dell’ordine dei Medici di Roma, Antonio Magi, il Rettore dell’Ateneo, Gianni Profita, ha condotto un sopralluogo presso la struttura in via di realizzazione. “Il Covid ci ha impedito ogni genere di cerimonia di posa della prima pietra, quindi oggi celebriamo questo nostro nuovo lavoro, anche se già avviato, alla presenza di un rappresentante così autorevole del ministero della Salute” ha dichiarato il Rettore di UniCamillus, Gianni Profita.

“Questa è una Università internazionale. Per quanto giovane, questo Ateneo è in forte crescita, e accoglie studenti provenienti da tutti i paesi del mondo. Uniti, tutti quanti, dalla ‘religione della salute’ - ha aggiunto - Qui formiamo professionisti, con l’obiettivo di permettere loro, una volta rientrati nei loro Paesi, di poter portare il beneficio della cura presso le loro popolazioni”. A presenziare alla cerimonia il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. “La visita odierna è stata l’occasione per conoscere questa realtà che accoglie e forma ragazzi e ragazze provenienti da molte parti del mondo, soprattutto dai Paesi in via di Sviluppo. Questi studenti hanno la possibilità di costruirsi una professionalità e un futuro per provare a dare una speranza anche ai propri Paesi d’origine” ha affermato. “È una grande opportunità che viene offerta a medici e al personale sanitario di domani. Una bella storia da sostenere in un periodo in cui c’è bisogno di solidarietà. Ritengo dunque giusto che le istituzioni manifestino vicinanza e attenzione a tali progetti di inclusione, che premiano merito e responsabilità”, ha concluso. Di nuova realizzazione, il Centro Congressi è stato studiato per accogliere più di 600 tra studenti o partecipanti agli eventi che verranno realizzati. Con una estensione di oltre 1000 metri quadrati e due piani di altezza, e con elevata efficienza energetica, il Centro Congressi ospiterà 3 sale conferenze e aule didattiche, una sala riunioni. Sarà direttamente collegato con l’attuale sede dell’ateneo e, al fine di garantire la massima fruizione dei lavori che si svolgeranno, verrà dotato di connettività in fibra ottica e wifi dedicato, sistemi di audio e video conferenza, traduzione simultanea e sala regia.

CINQUE NOTIzIE PREzzI Oxfam e EMER-

GENCY, in un dossier, hanno rilevato che i costi della vaccinazione potrebbero essere 5 volte inferiori se i colossi farmaceutici non godessero dei monopoli sui brevetti dei vaccini Covid. Il Report è stato pubblicato da quotidianosanita.it

GREEN PASS

Via Libera al certificato vaccinale, che si può ottenere on line o dal proprio medico, che attesta la somministrazione della prima dose o la somministrazione del vaccino monodose da 15 giorni; chi ha completato il ciclo vaccinale; che e’ risultato negativo a un tampone molecolare o rapido nelle 48 ore precedenti; che e’ guarito dal Covid-19 nei sei mesi precedenti.

VARIANTE DELTA

Precedentemente classificata come variante Indiana, secondo i monitoraggi condotti da ISS e Ministero della Salute, la circolazione della variante delta è in aumento in Italia ed è atteso che diventi presto prevalente. Questa variante sta portando ad un aumento dei casi in altri paesi con alta copertura vaccinale, pertanto è opportuno realizzare un capillare tracciamento e sequenziamento dei casi.

VAXzEVRIA

Il Comitato Tecnico Scientifico, a fronte del “mutato quadro epidemiologico” e dei nuovi casi di VITT vaccine-induced thrombotic thrombocytopenia, ha stabilito che questo preparato verrà “somministrato solo a persone di età uguale o superiore ai 60 anni (ciclo completo)”. Per le persone che hanno ricevuto la prima dose il ciclo deve essere completato con una seconda dose di vaccino a mRNA.

VACCINATEVI

“Non dobbiamo mai dimenticare che ci sono tante persone fragili, portatori di patologie per le quali l’infezione potrebbe essere letale. Il vaccino è lo strumento più forte che abbiamo al momento, è la nostra arma vincente, sfruttiamola fino in fondo”. Questo l’invito del Prof. Giuseppe Ippolito, Direttore Scientifico INMI Lazzaro Spallanzani, Professore Straordinario di Malattie Infettive a UniCamillus a tutti gli studenti dell’Ateneo Medico Internazionale.

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ACADEMIC LIFE NOTE

Ciao Claudio Il ricordo di un medico, un professore, un amico, scomparso troppo presto

L

a notizia della scomparsa di Claudio Puoti ci coglie di sorpresa. La perdita inattesa di qualcuno con cui hai condiviso un percorso, di vita, professionale, lascia attoniti, lascia perduti. Al dolore del momento in cui si prende piena coscienza di una assenza, si va ad aggiungere il senso di impotenza che non può non pervadere chi, in grado di misurarsi quotidianamente con le richieste della scienza medica, ha la piena contezza di ciò che è stato. E questa lucida conoscenza, non fa altro che aumentare il desiderio di ricordare un uomo, prima che collega, medico, professore che ha contribuito al percorso fatto fino ad oggi da UniCamillus. Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1978, si è specializzato in malattie dell’apparato digerente, malattie infettive e in malattie del fegato. Nel suo curriculum, il prestigioso ruolo di Primario di Ruolo, di responsabile del Centro di Epatologia dell’ Istituto INI di Grottaferrata, di medico vo-

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lontario della Marina Militare Italiana in missioni di soccorso dei migranti nel Mediterraneo. È stato membro della Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), della Associazione Europea per lo Studio del Fegato (EASL), della Federazione Italiana di Medicina Interna Ospedaliera (FADOI) e della Associazione Italiana di Gastroenterologia Ospedaliera (AIGO). E poi, la carriera da docente, a spiegare ai giovani futuri medici come mettere a servizio della comunità la propria conoscenza: è stato responsabile dell’insegnamento di Gastroenterologia e di Malattie Infettive presso la Facoltà di Scienze Infermieristiche dell’Università di Roma “Tor Vergata”. In UniCamillus, la docenza di Gastroenterologia nel Corso di Laurea in Tecniche di Radiologia Medica, per Immagini e Radioterapia. Un uomo di convinzioni forti, posizioni salde, pronto a spendersi in prima persona. Come avvenuto con le decisione di parecipare al trial


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vaccinale anticovid, in un momento in cui la Pandemia da Sars-CoV2 con cui il mondo ha dovuto imparare a confrontarsi aveva ripreso vigore, proiettando tutti all’interno della ‘seconda ondata’. “Abbiamo di fronte un nemico temibile, vecchio e nuovo al tempo stesso - ha scritto Claudio a proposito della sua decisione vecchio perché appartiene alla famiglia dei Coronavirus, noti da oltre 60 anni come agenti di forme respiratorie minori; nuovo perché ha subito delle mutazioni che gli hanno permesso il “salto di specie” dal pipistrello all’uomo, dilagando in popolazioni “vergini” che non lo avevano mai incontrato. A poco sono valsi gli sforzi sinora profusi in tutto il mondo, dal lockdown alle aree rosse, dalle mascherine al coprifuoco. La sola speranza risiede nell’arrivo di un vaccino, che risponda ai criteri di sicurezza, tollerabilità ed efficacia”. Da qui la scelta di diventare parte attiva di quel processo che oggi consente a tutti di immunizzarsi contro questo virus: “Perché questa scelta da parte di un medico infettivologo non più tanto giovane? Non si tratta di coraggio né di eroismo né di incoscienza. Piuttosto è un misto di curiosità scientifica, di dovere verso la collettività, di consapevolezza che è il singolo al servizio dell’insieme e non viceversa, di co-

scienza che qualcuno deve comunque iniziare ed aprire la strada agli altri. E soprattutto il bisogno di invertire la domanda ‘perché io?’ in ‘e perché non io?’”. Disponibile, presente, proattivo, nell’ironia che caratterizza il grande circo della vita troviamo anche un piccolo segno proprio in questo primo numero dell’UniCamillus Magazine, che ospita uno dei suoi ultimi articoli, in cui affronta ancora il Covid con la puntualità e la competenza di chi, padrone dell’argomento, spiega e fattualizza concetti con semplicità, con diretta efficacia. La stessa con cui, giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, ha affrontato la sua missione di docente qui tra le nostre aule. Non esistono parole per esprimere alla famiglia il cordoglio e la vicinanza che tutto l’Ateneo sta rivolgendo loro in queste dolorose ore. Crediamo, tuttavia, che il modo migliore, quello che sentiamo più nostro in questo momento, per onorarne la memoria sia quello di continuare nella nostra missione didattica e di formazione, nel solco del prezioso contributo che Claudio ha dato a tutti noi. Ciao Claudio, rubiamo il commiato di Catullo al fratello scomparso per il nostro ultimo saluto: ‘Ave atque vale’

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RICERCHE/ABSTRACT <UH ZLSLaPVUL KLSSL YPJLYJOL WP YLJLU[P L PU[LYLZZHU[P JVUKV[[L KHP YPJLYJH[VYP <UP*HTPSS\Z ( KPZWVZPaPVUL S»HIZ[YHJ[ KLS SH]VYV 7LY JVUZ\S[HYL PS [LZ[V JVTWSL[V u ULJLZZHYPV PUX\HKYHYL PS YLSH[P]V 89 *VKL 3H MY\PaPVUL KLSSL YPJLYJOL u Z\IVYKPUH[H HK HIIVUHTLU[P V HMÄSPHaPVUP ZWLJPÄJOL HSSL WPH[[HMVYTL JOL JVU[LUNVUV PS SH]VYV LZ[LZV

‘A sleeping volcano that could erupt sooner or later’. Lived experiences of women with multiple sclerosis during childbearing age and motherhood: A phenomenological qualitative study :VÄH *VSHJLJP -YHUJLZJH AHTIYP -YHUJLZJH 4HYJOL[[P .LZZPJH ;YP]LSSP ,SPZH 9VZZP (U[VUPV 7L[Y\aaV 5PJVSH =HUHJVYL (UNLSH .P\Z[P 740+! +60! Q TZHYK

Virological response and resistance profile in highly treatment-experienced HIV-1-infected patients switching to dolutegravir plus boosted darunavir in clinical practice +HUPLSL (YTLUPH @HNHP )V\IH 9VILY[H .HNSPHYKPUP 3H]PUPH -HILUP =HUUP )VYNOP .P\SPH )LYUV (SLZZHUKYH =LYNVYP :[LMHUPH *PJHSPUP *YPZ[PUH 4\ZZPUP (UKYLH (U[PUVYP -YHUJLZJH *LJJOLYPUP :PSILYZ[LPU *HYSV -LKLYPJV 7LYUV 4HYPH 4LYJLKLZ :HU[VYV 740+! +60! OP]

The differential response to anti IL-6 treatment in COVID-19: the genetic counterpart *HYSV 7LYYPJVUL 7HVSH *VUPNSPHYV *PUaPH *PJJHJJP ,SPZH 4HYJ\JJP .PHJVTV *HMHYV ,SLUH )HY[VSVUP 9VILY[V 7LYYPJVUL .P\ZLWWL 5V]LSSP 7HVSH )VYNPHUP 9VILY[V .LYSP 740+! -YLL HY[PJSL

Enhancing the performance of predictive models for Hospital mortality by adding nursing data .PHUMYHUJV :HUZVU 1VOU >LS[VU ,YJVSL =LSSVUL (U[VULSSV *VJJOPLYP 4HZZPTV 4H\YPJP 4H\YPaPV ALNH 9VZHYPH (S]HYV -HIPV +»(NVZ[PUV 740+! +60! Q PQTLKPUM

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Tumor antigens heterogeneity and immune response-targeting neoantigens in breast cancer 4VUPJH )LU]LU\[V *OPHYH -VJHJJL[[P =HSLYPV 0aaP 3H\YH 4HZ\LSSP (UKYLH 4VKLZ[P 9VILY[V )LP 740+! +60! Q ZLTJHUJLY

Adenosine A 2A receptor inhibition reduces synaptic and cognitive hippocampal alterations in Fmr1 KO mice (U[VULSSH -LYYHU[L AHPYH )V\ZZHKPH (U[VULSSH )VYYLJH *PUaPH 4HSSVaaP .PVYNPH 7LKPUP 3H\YH 7HJPUP (U[VULSSH 7LaaVSH 4VUPJH (YTPKH -HIYPaPV =PUJLUaP 2H[PH =HYHUP *SH\KPH )HNUP 7H[YPaPH 7VWVSP (SILY[V 4HY[PYL 740+! 74*0+! 74* +60! Z -YLL 74* HY[PJSL

Hypercholesterolemia and related risk factors in a cohort of patients with diabetes and hypertension in Maputo, Mozambique -H\Z[V *PJJHJJP 5VVYQLOHU 4HQPK :HUKYV 7L[YVSH[P 4\Z[HMH (N` *HJPSKH 4HZZHUNV :[LMHUV 6YSHUKV .PV]HUUP .\PKV[[P 7HVSH :JHYJLSSH 4HYPH *YPZ[PUH 4HYHaaP 740+! 74*0+! 74* +60! WHTQ -YLL 74* HY[PJSL

Treatment of pregnancies complicated by intrauterine growth restriction with nitric oxide donors increases placental expression of Epidermal Growth FactorLike Domain 7 and improves fetal growth: A pilot study 4PJVS 4HZZPTPHUP .YHaPH 4 ;PYHSVUNV :PS]PH :HS]P :[LMHUV -Y\JP =HSLU[PUH 3HJJVUP -HIPV 3H *P]P[H 4HY[H 4HUJPUP /LPKP :[\OSTHUU /LYILY[ =HSLUZPZL 3\PZH *HTWHNUVSV 740+! +60! Q [YZS

Ca 2+ -dependent release of ATP from astrocytes affects herpes simplex virus type 1 infection of neurons +VTLUPJH +VUH[LSSH 3P 7\TH 4HYPH ,SLUH 4HYJVJJP .PHJVTV 3HaaHYPUV .PV]HUUH +L *OPHYH )HYIHYH ;H]HaaP (UUH ;LYLZH 7HSHTHYH 9VILY[V 7PHJLU[PUP *SH\KPV .YHZZP 740+! +60! NSPH

UNICAMILLUS ESTATE 2021 65


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Chiuso in redazione: luglio 2021 Finito di stampare nel mese di ottobre 2021 dalla Tipografia Miligraf S.r.l. Copia gratuita www.unicamillus.org


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Estate 2021

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