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dalla FATICA al LAVORO - la postmodernità del lavoro in Italia -

L’Italia ha un serio problema culturale: è ancora un paese moderno, mentre il mondo è già da decenni entrato nella postmodernità. Questo gap è più che evidente proprio in questa crisi economica, da cui, seppur caduti assieme agli altri, non riusciamo più a risollevarci, mentre gli altri lo hanno già fatto da molto tempo. La stessa crisi del lavoro, anche se tragedia per molti lavoratori, va anche colta come opportunità, come occasione di rivedere non solo il modo di lavorare , ma anche il modello di sviluppo della nostra nazione. Lo stesso lavoro non può più restare “fatica” (alta frustrazione contro stipendio misero), ma deve scommettere verso orizzonti nuovi, creativi, innovativi, responsabili e davvero gratificanti per la crescita di ognuno di noi. In tal senso gestire in termini proattivi l’approccio al lavoro abbandonando i vecchi copioni (come il posto fisso) non potrà che liberare il lavoratore stesso dalle schiavitù mentali tipiche della dipendenza nelle società industriali. E’ quindi richiesta una nuova mentalità per inquadrare la crisi come occasione di cambiamento. Vediamo come.


Il 2012 è un anno di profonda crisi economica in Italia, recessione, calo del PIL, fabbriche chiuse, trasferimento all’estero della produzione, enti pubblici senza soldi, deficit dello Stato e contratti bloccati o al ribasso non fanno che far sparire ogni speranza in chi abita nel Belpaese. Se l’effetto di tutto ciò è la disoccupazione, sono proprio i giovani quelli più colpiti: è ripresa l’emigrazione all’estero, con la differenza che, se i nostri padri ci andavano con le valigie di cartone ed il mito del ritorno in patria, i nostri giovani ci vanno con la laurea in tasca e senza alcuna voglia di ritornare nel Paese natale. L'ISTAT ha pubblicato di recente (marzo 2012) i dati relativi all'occupazione in Italia aggiornati a gennaio 2012: gli occupati aumentano dello 0,1% (+18.000 unità) rispetto a dicembre 2011, per cui il tasso di occupazione nel nostro Paese è pari al 57,0%. Aumentano però anche i disoccupati (+ 2,8% rispetto a dicembre, aumento di 64.000 unità). Su base annua l’Istituto calcola una crescita del 14,1% (286 mila unità) dei disoccupati. In tutto ciò il tasso di disoccupazione giovanile, ovvero l'incidenza dei giovani disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, è pari al 31,1%. Un dato alto, non dissimile da quello rilevato dall’Eurostat (l’istututo di statistica dell’Unione Europea), che è attestato al 28,9%: un dato allarmante, se si pensa che lo stesso tasso su base europea è del 10,3%. Un dato è certo: la crisi induce le aziende a “tagliare il tagliabile” ed il costo più facile da eliminare è quello a scadenza: i contratti a tempo determinato, quelli in somministrazione e le collaborazioni. Tutte forme che la “Riforma Biagi” ha introdotto nel 2003 appunto per snellire l’ingresso nel mondo del lavoro e per ridurre il ricorso al lavoro nero. Passato, insomma, il periodo del “posto fisso”, nonostante siano state date ai datori di lavoro le più ampie possibilità di assumere flessibilmente, oggi si registra un dato: neanche più la flessibilità serve per creare lavoro. Se la crisi evidenzia un “blocco in entrata” (nel senso che non si assume più e che si cessano i contratti a tempo), la stessa crisi si abbatte come una scure sul “versante d’uscita”: gli “illicenziabili” vengono licenziati e gli istituti di supporto (dalla mobilità alla cassa integrazione) diventano quasi per automatismo l’anticamera della disoccupazione. Se i “giovani precari” non producono consenso, di certo lo fanno i loro padri: gli scioperi, le manifestazioni, i blocchi stradali e ferroviari, i sit-in e le “occupazioni ad oltranza” riguardano quasi sempre operai attorno ai cinquant’anni con scarsissime possibilità di reinserimento lavorativo, viste le “regole del gioco”. Queste, infatti, ad oggi fanno scegliere ancora i giovani al posto dei vecchi, sia per motivi fiscali (diversi sgravi riguardano esclusivamente i giovani), sia per motivi normativi (vedasi il contratto di apprendistato), sia per motivi di opportunità (un vecchio operaio, seppur esperto, costa all’azienda molto meno di un giovane laureato), sia anche per motivi politici (gli anziani sono sindacalizzati ed avezzi alla protesta, i loro figli molto meno). “Padri contro figli” (i primi “protetti”, i secondi “precari”) sembra l’effetto di questa crisi, anche se, ad un occhio minimamente attento, ciò si manifesta palesemente come una “lotta tra poveri”.


“Il posto fisso non esiste più” si dice ormai da anni in questo Paese, gli stessi “uffici di collocamento”, che venti anni fa furono battezzati come “uffici per la massima occupazione” (vale a dire “piena”, cioè con un forte orientamento al posto a tempo indeterminato), oggi sono chiamati “agenzie per l’impiego”, affiancandosi ad altre tipologie di agenzie private, da quelle interinali a quelle di “cacciatori di teste”. Se quindi fino a cinquant’anni fa era normale entrare in azienda come apprendista ed uscirne da pensionato, tutto ciò oggi non esiste più davvero. Il settore pubblico è ancora così strutturato, ma ormai da decenni blocchi di assunzione, esternalizzazione e precarizzazione stanno di fatto svuotando quell’area, nel senso che coloro che vi soggiornano se ne escono (ed in che stato!) col pensionamento senza che nessun’altro li rimpiazzi. Non siamo, però, di fronte ad una catastrofe, si tratta solo del “ritorno” alla normalità dell’economia umana: i cicli produttivi non sono eterni, hanno un inizio ed una fine. La stessa globalizzazione, con l’aumento dei punti di produzione e la contestuale saturazione dei mercati, produce non solo calo dei prezzi o della qualità, ma “normalissima” disoccupazione. Basta vedere il mercato dell’auto: se negli anni ’50 la forte richiesta di prodotto e la buona disponibilità economica ha creato un mercato, per cui l’industria ha richiesto centinaia di migliaia di addetti (spesso reperiti al sud per le fabbriche del nord), oggi la concorrenza mondiale e la più bassa disponibilità economica crea licenziamenti di massa, oppure “contratti da fame” (spesso frutto di accordi in deroga ai contratti collettivi nazionali, questi già tra i più bassi in Europa). Ai tempi del boom economico bastava la “buona volontà” per aprire un’impresa, oggi occorre non solo essere laureati, ma anche avere un solido capitale alle spalle, e tutto ciò può anche non bastare! Senza rendersene conto l’Italia è entrata nell’epoca postmoderna, in cui è richiesto un nuovo modo di porsi verso il lavoro. Non c’è più il “posto fisso”, ma ci possono essere diverse “fasi lavorative” in cui è necessario sapersi riciclare. Anche nel “posto fisso” è stata immessa una dinamicità che è sotto gli occhi di tutti: anche i lavori più routinari hanno oggi in sé così tanta innovazione per cui, se non ci si aggiorna, si diventa in breve inutili. Anche il lavoro più semplice di una volta, come il postino o l’impiegato al catasto, oggi richiede competenze diverse e tecnologizzate: così come il postino non lascia più il “cartoncino giallo” per le raccomandate, ma una ricevuta elettronica, pure l’impiegato del catasto ormai regista ed effettua visure con sistemi ad alta tecnologia. Se ciò è lapalissiano nelle qualifiche “basse”, immaginate come può essere con le qualifiche “alte”: sono la formazione continua e la flessibilità lavorativa ad essere il necessario carburante per sopravvivere nel mondo del lavoro. Stiamo parlando di normali atteggiamenti tipici delle società liberiste, mentre invece -storicamente parlando- le società socialiste richiedevano al lavoratore un approccio meno competitivo, più passivo, certamente più adattante ad un sistema che -a priori- garantiva comunque la sopravvivenza.


Cosa è avvenuto in Italia? E’ stato scritto e discusso in lungo ed in largo, il pensiero sociopolitico che ha determinato dal dopoguerra ad oggi il nostro Paese ha sviluppato un dibattito enorme: migliaia di tonnellate di saggi e migliaia di dibattiti televisivi lo testimoniano. Quindi dico la mia: l’Italia dal fascismo in poi si è sviluppato in direzione chiaramente liberista, ma con elementi stranamente socialisti. A cominciare dagli assetti produttivi: gli imprenditori hanno avuto mano libera, ma spesso e volentieri solo con finanziamenti pubblici (finiti i quali hanno dichiarato bancarotta). Questo “mercato produttivo privato a finanziamento pubblico” non ha sviluppato un sistema di protezione sociale, che è invece tipico dei Paesi socialisti: come è noto, il nostro Welfare è stato legiferato solo nel 2000, morendo l’anno successivo con la riforma del titolo quinto della Costituzione. Se negli altri Paesi moderni lo Stato finanzia politiche di sostegno del reddito o di protezione delle fasce deboli, nel Belpaese è la famiglia che si fa carico di tutto, a cominciare dalla cura dei piccoli (sovente demandata ai nonni) fino a quella degli anziani (pagata cash tramite badanti straniere). L’assenza di un welfare universalistico ha comportato lo sviluppo di pochi benefit a solo uso della popolazione attiva nel lavoro. Un esempio per tutti sono gli assegni familiari: essi (tra l’altro di importi davvero simbolici, chi è genitore lo sa) vengono concessi in busta paga a chi lavora, ma non a chi non percepisce reddito, il che è un paradosso bello e buono. Voglio dire che è proprio l’assenza di un welfare (minimamente) serio che ha spinto lo stesso mondo delle imprese a fungere da sistema di protezione sociale tramite il “posto fisso”. Il pubblico impiego né è un esempio, ma anche le grandi industrializzazioni a capitale straniero (spesso nel sud d’Italia) e a sovvenzione pubblica ne sono state una dimostrazione, ancor più se l’accesso veniva pilotato dai politici di turno per un tornaconto meramente elettorale. La “soluzione dei problemi di sussistenza” veniva trovata con la creazione del “posto fisso”, anche se questo posto risultava, se non inutile, comunque antieconomico. Parte del debito pubblico italiano deriva dai costi di queste politiche di quegli anni. Oggi la festa è finita. Anzi le imprese, per continuare a stare sul mercato, minacciando di chiudere e di spostare la produzione all’estero, richiedono ormai da anni un alleggerimento degli oneri sul personale e, in poche parole, la possibilità di licenziare. Stiamo parlando della famosa riforma dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Ma qual è il contenuto della questione? Si tratta del famoso art. 18 della Legge n. 300 del 1970, che, parlando della reintegrazione nel posto di lavoro, cita testualmente che “….il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ....o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro….”. Al di là dei casi di nullità, il licenziamento ad oggi è ancora consentito solo in due casi: per “giusta causa” legata a gravi motivi (es. furti aziendali o offese gravi ai superiori), nel cui caso il lavoratore licenziato ha diritto solo alla liquidazione o per “giustificato motivo”, vale a dire per


motivi aziendali (tipo assenza di lavoro), nel cui caso il lavoratore ha diritto sia alla liquidazione, sia all’indennità di mancato preavviso. Le spinte sul Legislatore ad allargare le maglie dell’art. 18 provengono non solo dal mercato obbligazionario (per cui l’alleggerimento degli oneri di personale rappresenta un benefit di non poco conto), ma anche e specialmente da un orientamento liberistico della nuova classe dirigente del Paese. Lo stesso Berlusconi, tra i tanti punti del suo programma che lo ha fatto vincere nelle ultime elezioni, aveva proprio l’abolizione dell’art. 18: l’ex premier dichiarava come lecita la volontà imprenditoriale ad interrompere senza motivo un rapporto di lavoro in assenza di interesse, convenienza economica o anche rapporto di fiducia. Ma è un pensiero che viene da lontano: il partito “Forza Italia”, l’attuale “Popolo della Libertà”, ha sempre avuto uno stile di denigrazione verso il posto fisso (vedi i dipendenti pubblici – fannulloni di brunettiana memoria) e di liberalizzazione dell’impresa da vincoli antieconomici (tra cui i collaboratori). Il problema (e la tragedia, per essere più precisi) italiano sta nell’adeguamento della Legislazione del lavoro ad un modello liberista, senza però che si abbia un serio sistema di protezione: è in tal senso che il Governo Monti sta cercando di connettere la riforma dell’art. 18 ad un diverso sistema di ammortizzatori sociali. Il tentativo è di “assomigliare” agli stati liberisti, dove però all’abolizione dell’art. 18 (richiesto anche dai mercati finanziari) non fa seguito una riforma del welfare: faccio notare che, nell’attuale dibattito, anche l’ipotetica riforma degli ammortizzatori sociali viene comunque fatta decorrere non da subito, ma tra almeno cinque anni. Se il debito pubblico (da azzerare) vieta ogni riforma che sia onerosa, la spinta a “precarizzare il lavoro” è invece molto forte; non si tratta solo dei “cattivi capitalisti stritola-operai”, ma di buona parte della popolazione, basti pensare alla nomea del pubblico impiego improduttivo o anche alle modalità di assunzione delle badanti: la frase “zitto schiavo e lavora” forse ci azzecca non poco! A questo punto mi chiedo e vi chiedo: possiamo “vedere oltre”? Possiamo pensare ad un mondo del lavoro con maggiori opportunità, sia per giovani, sia per anziani? Che senso ha costringere un datore di lavoro a “fare assistenza” (come nel caso di reintegro di lavoratori per sentenza) quando è saltato il rapporto di fiducia (e quindi sarà il mobbing più spietato la contropartita del misero stipendio)? E’ necessario aspettare un (assai improbabile) welfare per fare scelte di lavoro flessibili? Possibile che la flessibilità evochi significati solo negativi? In fin dei conti, il “posto fisso” fa bene alla salute? Lo dico da dipendente pubblico: no! Conosco ormai centinaia di colleghi “morti”, senza iniziativa, senza voglia di crescere, che hanno barattato la loro libertà con la sicurezza. Ma è un fatto normale: vivendo nella “sicurezza”, manca la motivazione a crescere. Se poi si vedono i valori stipendiali pubblici (un ingegnere del Comune guadagna come un metalmeccanico alla catena di montaggio) io mi chiedo: ma ne vale davvero la pena?


Che senso ha costringere i pubblici dipendenti ad “essere fedeli” (per esempio vietando loro la partita IVA o altre possibilità aggiuntive) se poi l’effetto è quello di avere personale passivo, un mero costo? Io amo citare l’esempio dei docenti scolastici che, di pomeriggio e a nero, danno lezioni private: perché non permettere loro di esercitare il (sacrosanto e pure costituzionale) diritto d’impresa? Tutto ciò per dire che il “posto fisso” ha il rischio di essere antieconomico non solo per il datore di lavoro, ma anche e specialmente per il lavoratore stesso. Vogliamo innovare il pubblico impiego? Trasformiamo tutti i posti a tempo determinato, creiamo un turnover in cui costringiamo i pubblici dipendenti a ridimostrare periodicamente le loro competenze, svecchiamo il personale mandando a casa le persone demotivate e facciamo arrivare i giovani. Se ormai non esiste neanche più l’amore eterno tra uomo e donna, per cui più facilmente ci si separa e ci si divorzia, come fa ad resistere negli anni l’interesse reciproco tra lavoratore ed impresa? Possiamo quindi pensare alla carriera lavorativa come ad una serie evolutiva e non come ad una “fedeltà imposta” (magari con la cintura di castità)? Possiamo pensare, come “prodotto del lavoro”, non solo lo stipendio (tra l’altro misero in Italia) ma anche la qualità di vita del lavoratore? Che senso ha venir reintegrati per sentenza e poi venir mobbizzati? Forse occorre pensare globalmente: siamo di fronte ad un passaggio dal vecchio “sistema italiano” (posto fisso come sicurezza sociale) ad un sistema postmoderno, in cui, se da una parte si creano diverse “opportunità a tempo”, dall’altra viene stimolata una (nuova, ma salutare, credo) capacità a riciclarsi professionalmente. Perché non accettare la sfida? Perché non vedere il rischio come un elemento di crescita? Esiste in tutto ciò il bisogno di cambiare atteggiamento mentale, ed in ciò richiamo il parallelo tra lavoro ed amore. Non è davvero meglio, quando finisce un amore, cercarsene un altro invece di piangere di nostalgia? Di fronte alla crisi - in amore come sul lavoro - sono solitamente due i copioni: quello depressivo e quello reattivo. Se si viene lasciati dalla persona amata è normale stare male, ma è sulla reazione che si vede la differenza: c’è chi si suicida per la disperazione e chi invece, dopo un periodo di (salutare) castità, inizia a guardarsi attorno per accalappiare un nuovo partner. Ricordo con piacere una famosa canzone popolare pugliese che recita “quant’è bello il primo amore, il secondo è più bello ancora”. Analogamente inviterei a vedere il positivo nella crisi lavorativa: seppur dolorosa, la fine di un lavoro, un licenziamento o la semplice scadenza di un contratto non dev’essere necessariamente una crisi, può anche fungere da occasione di un “nuovo inizio”. Così come nell’amore, per evitare di ripetere gli stessi errori, è molto importante capire dove si è sbagliato per sforzarsi di migliorare, nel comportamento come nell’atteggiamento. Se non ci si arriva da soli, forse qualche seduta di coaching non potrà che fare bene. Il lavoro postmoderno porta in sé una caratteristica: i cicli lavorativi oggi non sono più lunghi, ma molto più brevi che in passato. Le fabbriche, i servizi e finanche gli


enti pubblici nascono e muoiono, alla loro morte è importante sapersi riciclare e non vedere solo la tragedia. Stiamo parlando non solo di congiunture economiche o istituzionali, oggi sicuramente molto più corte di ieri, ma di cicli economici che richiedono una precisa chiave di lettura. Mi permetto di connettere tutto il discorso che sto facendo a questa domanda: verso quale modello di sviluppo l’Italia si sta muovendo? Fallito il modello industriale (specie al sud e nonostante tutti i finanziamenti pubblici), possiamo ancora reggere il confronto con economie molto più competitive delle nostre? Anche restando nel solo settore industriale, possibile che non si investe in innovazione? Se la modernità ha spinto nel ‘900 milioni di contadini analfabeti a trasformarsi in operai migranti, lasciando le terre all’abbandono, possiamo ritornare ad un uso economico della terra, puntando, per esempio, sulle produzioni pregiate? Credo di si: è quel che penso quando al supermercato trovo cipolle asiatiche, passata di pomodoro cinese e finanche mozzarelle tedesche. Si tratta di osservare il bisogno produttivo della nostra nazione ed essere conseguenti: più che buttare dalla finestra miliardi per il ponte sullo stretto di Messina o la TAV Torino-Lione non è il caso di mettere in sicurezza il territorio, evitandosi ogni volta alluvioni, frane e terremoti? Se poi consideriamo la nostra bilancia energetica, in forte deficit per l’importazione di petrolio, perché mai non investire sulle energie rinnovabili o sulle case a basso consumo? Voglio dire: a quale modello di sviluppo deve orientarsi il lavoro nel prossimo futuro dell’Italia? Il nostro è un Paese fragile, delicato, con delle risorse già presenti (se si pensa ai paesaggi o ai siti archeologici), bisogna solo scegliere di pensare a lavori compatibili non solo economicamente con i capitali presenti, ma anche e specialmente con le nostre tradizioni produttive e con i prodotti da sempre stati “nostri” (in senso culturale). Concludo, caro lettore, sperando di essere riuscito a far capire che la crisi non è solo negativa, può pure essere positiva. La crisi è passaggio, opportunità, trasformazione. La crisi, mi permetto di dire, è una costante della postmodernità, in quanto i cicli, essendo per loro stessa natura più brevi, richiedono maggior capacità di reinventarsi. In tutto ciò è centrale l’uomo, le sue passioni, le sue competenze, i suoi orizzonti di senso. La sua stessa attività – il lavoro – che lo fa definire adulto, utile ed integrato, non può più prescindere anche dalla sua evoluzione intellettuale e motivazionale. La scommessa del lavoro sarà proprio questa: passare dalla “fatica” al “lavoro”, in cui si liquefaranno i confini tra sussistenza e realizzazione, dove - a dirla con le parole del sociologo De Masi - lo stesso ozio diventerà parte integrante del lavoro produttivo. Un lavoro più a misura d’uomo, quindi: è questo l’augurio che faccio a me e a tutti i lettori, disoccupati o occupati che siano. Ugo Albano

dalla fatica al lavoro  

short article about the work in Italy

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