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Catalogo "Romanzi" Tunué

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Catalogo Romanzi

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ROMANZI TUNUÉ Quattro quinti di realtà, uno di sconfinamento Siamo a maggio 2014 quando la Tunué, dopo due anni di progettazione editoriale, durante il Salone Internazionale del Libro di Torino lancia la collana «Romanzi», affidandone la direzione allo scrittore fiorentino Vanni Santoni: «La nuova collana di narrativa nasce con l’obiettivo, semplice da enunciare ma non da raggiungere, di proporre al pubblico ottimi romanzi, caratterizzati dalla forza della vicenda e dalla bontà della prosa. Per quanto riguarda l’identità della collana, abbiamo fissato un principio, quello dello “sconfinamento”, che può essere di genere ma anche di taglio, tono o lingua, e per il quale abbiamo trovato anche una formula: quattro quinti di realtà, uno di sconfinamento. Tutto questo deve essere inteso più come una suggestione che come una ricetta, poiché ogni libro è sempre e comunque storia a sé, e il volto della collana andrà definendosi anche e soprattutto in base ai romanzi che via via selezioneremo». «Romanzi» conta a oggi dodici titoli. In questi anni si è distinta per il lavoro di scouting rivolto alle giovani voci della narrativa italiana e la recente acquisizione di autori già forti di un seguito in termini di pubblico e critica, come Francesco D’Isa (La stanza di Therese) e Giordano Tedoldi (Tabù). L’identità del progetto, che si sviluppa senza rincorrere il mercato del «caso editoriale», è stata accolta, e raccontata, come un caso di felice e necessaria anomalia. Un’anomalia capace di descrivere un tempo, il nostro, dove la realtà è stratificata e per ricreare l’effetto che fa stare al mondo ci si avvale, anche, di sguardi obliqui, esterni, strani, soprannaturali, ambigui, contradditori e paradossali:


«Due volte di fila al premio Strega (Iacopo Barison, Stalin+Bianca e Luciano Funetta, Dalle rovine). Molte ristampe, un mare di recensioni. Per una casa editrice come Tunué, specializzata in graphic novel, che a un certo punto decide di aprire alla narrativa, è un risultato sorprendente. E lo è ancora di più se questa narrativa va decisamente contro le regole più diffuse del marketing: niente “casi” editoriali, niente romanzi di genere, solo buona letteratura. Roba da stomaci forti? Al contrario, roba da stomaci delicati per lettori forti». Mario Baudino, La stampa «Si è parlato moltissimo di ciascuno a cominciare da Dettato di Sergio Peter, un racconto di struggente malinconia al limite con l’autobiografia ma lontano sia dall’autofiction che dal memoir, e che arieggia le atmosfere di Dolores Prato e Silone. Subito dopo: Stalin + Bianca di Iacopo Barison, on the road zeppo di citazioni cinematografiche a metà strada tra un romanzo di Chandler e Se mi lasci ti cancello; Tutti gli altri di Francesca Matteoni, una raccolta di frammenti al limite con l’aforisma, dalla scrittura leggera e pastellata; Lo Scuru di Orazio Labbate, storia di un vecchio siciliano emigrato a Milton, West Virginia, che rammenta il folclore della Sicilia in cui ha trascorso l’infanzia, un libro molto amato da Antonio Moresco, scritto in una complessa lingua vicina a Garcia Lorca, Bufalino, Silvana Grasso e Mariosa Castoldi. Poi L’appartamento di Mario Capello, almeno in apparenza il meno espressionista dei libri della collana, che racconta con grande misura e delicatezza i due spazi (concreto e metaforico) dell’appartamento da vendere di un agente immobiliare e del territorio della scrittura, e infine, da pochi giorni, A pietre rovesciate di Mauro Tetti, romanzo già vincitore del Premio Gramsci per gli inediti che intreccia storie di orchi, pozzi sacri e streghe in una sorta di grandioso omaggio a Gianbattista Basile. Nessuno di questi romanzi potrebbe rientrare in una categoria editoriale ben defi-


nita, nessuna delle storie in essi narrate si conforma alle aspettative del lettore italiano medio, sarebbe bastato un niente perché cadessero tutte nelle mani del lettore sbagliato (per esempio del bukowskiano nel caso di Barison o del fan di Bolaño in quello di Funetta). Sono cadute invece in quelle dei cinefili, dei fumettisti, dei blogger più influenti, degli stylist, forse anche di certi hipster frequentatori del Cape Town milanese, ma che alla fine sono le mani che contano». Alcide Pierantozzi, Rivista Studio «Sembra stia emergendo, insomma, una corrente tellurica nella letteratura recente che non è più soddisfatta con le rappresentazioni e le convenzioni realistiche. La collana di narrativa di Tunué, e la stessa produzione di Santoni, ne sono chiari esempi. La realtà, come diceva David Foster Wallace a David Lipsky, non è più quella di Tolstoj, la vita è sempre più simile a una “luce stroboscopica, e che mi bombarda di input” e un certo tipo di narrazione realistica, per questo, a molti autori sembra sempre più falsa, perché la vita non è quella roba lì. Ed ecco allora quel quinto di sconfinamento di cui parla Santoni – che può essere di commistione e ibridazione dei generi (inserendo, per esempio, elementi fantascientifici o fantastici in una narrazione realistica), formale, o creando effetti di weird e eerie (la non conoscenza, lo sconosciuto, è un gap nel sapere e ci mostra tutta l’inintellegibilità e l’imperscrutabilità del Reale)». Giuseppe Carrara, Doppiozero Nei prossimi mesi «Romanzi» salderà ulteriormente la sua linea pubblicando la prima prova narrativa di Giorgio Biferali, giovane firma del giornalismo culturale italiano e autore, insieme a Paolo di Paolo, di Viaggio a Roma con Nanni Moretti, e presenterà il nuovo lavoro di Kareen De Martin Pinter (L’animo leggero, Mondadori 2013).


Orazio Labbate Suttaterra Milton, West Virginia. Giuseppe Buscemi è il figlio di un predicatore emigrato in giovane età dalla Sicilia. Trentenne, di mestiere becchino, è ormai capace solo di consumarsi nel ricordo della moglie, scomparsa un anno prima. Un giorno però lo raggiunge una lettera della defunta, che lo invita a raggiungerla a Gela, luogo del loro matrimonio. Spedita qualche giorno prima, pare scritta proprio da lei. Giuseppe, sconvolto dalla paura e dal desiderio, decide di partire verso la Sicilia delle sue origini maledette. In equilibrio tra l’immaginario onirico di David Lynch, l’horror di Thomas Ligotti e le pagine stregate di Vincenzo Consolo, Orazio Labbate rinnova l’epica di Lo Scuru con un romanzo che conduce nel cuore nero del gotico siciliano.

E l’apostolo disse: Dal Mediterraneo non si odono più risalire le scricchiolanti ombre di pesce che giungevano alla corte dei miei sogni, elettriche e furiose, scatenandosi dall’acqua fino alla mente. C’è una fossa ora nel mare: vi ribolle la luna, si spezzetta come le ostie impugnate in segreto, al riparo dalla frescura maligna. Mi muovo ingobbito, reggendo il peso delle midolla con questo bastone ove il pomolo d’osso è per metà ombrato dalla mia mano. Attraverso l’oblò si raccolgono dentro la mia roulotte le luci dei lampi improvvisi. L’ho smaltata di rosso per conservare il ricordo del sangue. Il cuore manca di resurrezione. Ma in ogni spazio che riempio, io, il nano Alfonsino Scibetta, vedo l’organo scuotersi. Dentro le tempeste, le ossa scintillano e ritornano in vita. Nel regno di Gela indosso per devozione abiti eleganti, vermigli anch’essi, e mantengo sulla mia testa una corona di spine. Attorno alla roulotte la terra è immobile. Ci sono scheletri e catrame sotto la sabbia. Afrore di benzina vortica nell’aria e all’orecchio giunge un ronzio come di locuste. Quando esco nel crepuscolo chiamo nella tenebra chi ho accompagnato. Le meccaniche e i loro sigilli da scannare sono complessi. Le stelle da subire. Sostanze velenose, da bere.


9 788867 902491

Euro 12,00

Chi lamenta i ripiegamenti minimalisti della letteratura contemporanea ha con Labbate l’occasione per ricredersi […] un’esuberanza barocca in cui non è difficile riconoscere l’impronta dei grandi siciliani del passato recente: Consolo, Bufalino, D’Arrigo. Senza dimenticare Franz Kafka. Alessandro Zaccuri, Avvenire Orazio Labbate è un fuoriclasse. Chi apre a caso uno qualsiasi dei suoi lavori se ne accorge dopo due righe. Fabrizio Sinisi, Midnight Magazine

Mi viene in ricordo un giovane che la Signora possedette dal principio. Gli piacque adombrarsi alla ricerca di colei che aveva il seme. Lui, già seme del vecchio seme, bussò al bianco legno del risorto mai nato. O Petrolchimico rugginoso sull’isolotto! Strangolato per piani da lampade a cherosene: in essi l’ho visto salire, piano dopo piano. Fuori la volta accumula temporali da nessuna fonte. Nel mare ci sono fiere che fendono le dimensioni. L’uomo sopraggiungeva e uccelli scarnificati gridavano: “Madre! Madre! Perché ci hai abbandonato? Madre! Perché ci hai avvelenato col tuo latte?”. Mi sia data la glossa in questa notte, e per intercessione della Signora la rimembranza. Il mai nato attende su un cerchio che ruota. Si distende la mia bocca. Delizioso è il sapore del mio palato, adesso che dico dell’avventura di colui che non riuscì più a chiamarsi.


Giordano Tedoldi Tabù Quando Piero Origo seduce Emilia, la moglie del suo migliore amico, si sente un antropologo dell’adulterio che studia il tradimento come un rito di passaggio universale. Piero cerca il limite oltre il quale la tavola della legge va in frantumi, così i «triangoli», la vita in una comune dove regna l’anarchia sessuale, l’amicizia con un sacerdote che tenta di imbrigliare il suo edonismo, l’incontro con una giovane vergine dai sogni purissimi, fino al ritorno di Emilia, misteriosamente velata, saranno tappe di un viaggio nella volontà di violare il comandamento-tabù che, in una società che non rispetta nulla, incute ancora soggezione e attrazione: non desiderare la donna d’altri. Giordano Tedoldi scrive un romanzo di grande respiro e magica immoralità, dove lo spirito dei great american narcissists – Updike, Mailer e Roth su tutti – incontra il nichilismo di Houllebecq e la raffinatezza sensuale e ironica di un Buñuel. Questo all’interno di un mondo dove il sacro e il profano, il lecito e l’illecito, il piacere e il dolore, si amalgamano seguendo ragioni profonde e indicibili.

Quel viaggetto con Piero di un giorno e mezzo a S*****, a passeggiare su un sentiero affiancato dai ginepri, l’alisso, il pitosforo, aperto nei campi lungo la traccia delle fognature allacciate a certe grandi ville poco più a monte, e a mangiare in trattorie che ti riempivano i piatti di cose davvero innominabili, mai mangiate prima e che non avremmo mai più osato mangiare in futuro, con vini della casa rancidi, e la sera, dentro l’unico cinema del paese con alle pareti il fasto triste delle gualcite locandine di passati successi, a vedere un film del quale nulla ricordo, quel viaggetto lui dovette organizzarlo e, in una certa misura, impormelo, perché aveva ricominciato a sentire il più puro dolore d’amore per Emilia. Mi disse che era successa una cosa del tutto nuova per lui: l’Emilia che aveva conosciuto vent’anni prima, quella precedente alla saturnizzazione (così lui chiamava la trasformazione dovuta alla malattia) si era improvvisamente sovrimpressa su quella attuale, della quale invece presumeva di essersi disamorato. «Sei tornato a amarla anche fisicamente?» gli chiesi mentre camminavo sul sentiero contando, come i nodi del rosario, i tombini arrugginiti della fognatura. «Soprattutto fisicamente». «E i parassiti?» «Non ci faccio più caso. È lei, la riconosco come se li avesse sempre avuti. Anche quando ha le maschere. Sai cosa diceva Louise Bourgeois, le maschere non mentono».


9 788867 902316

Euro 14,90

Tabù è un viaggio di scoperta e comprensione dell’amore che dallo spirito, passa alla cane, per ritornare - potenziato e più elevato allo spirito. Manuela Maddamma, Il Foglio Leggere Tabù è stato come osservare la materia onirica di qualcun altro, senza accesso alla parola di sicurezza per chiedere di stoppare il sogno. Veronica Raimo, Rolling Stone Giordano Tedoldi non ha timore di confrontarsi con il baratro delle domande più spinose della nostra esistenza. Marco Di Marco, Pagina99

Queste parole, che lì per lì mi sembrarono stravaganti, forse insincere, me le ricordai in seguito, quando incontrai Harry. Ci riflettei. Per quanto possa essere sfigurante una vendetta, è vero: ci si abitua. Passati vent’anni, anche se sulla faccia ti si sono annidati i vermi, o hai subito un’amputazione, o ti sei tagliato dovunque coprendoti di cicatrici come la corteccia di un alberello frustato dai rami di una betulla, o se, anoressico, ti sei scavato esponendo gli organi, chi ti ha amato, annullando le flessioni temporali, tornerà a amarti. Come tu fossi stato sempre così, avrebbe detto Piero. E questo non per un eroico, commovente sforzo del cuore, ma perché l’amore non è reperto museale, fossilizzazione della carne. Oscilla, ondeggia, si scuote come un cavallo selvatico. Può essere momentaneamente messo in crisi da questo tipo di modificazioni superficiali, carnali, ma non essere fermato per sempre. Non è per nulla strano che, dopo un lungo periodo di repressione e, sia pure, di rigetto, torni forse anche più forte. «La amo tantissimo, più di prima, la amo al di là del fatto che sia la moglie del mio migliore amico. E, in fondo, tutto questo è logico, perché l’amore è natura, come mi era chiaro quando li ascoltavo discutere, Emilia e Domenico, e temevo che si separassero, perché in quel caso non avrei più rivisto lei. Sono sicuro che l’avrei persa.


Francesco D’Isa La stanza di Therese Therese ha abbandonato lavoro e affetti per rinchiudersi in una camera d’albergo, intenzionata a non comunicare con l’esterno finché non avrà risolto l’enigma che l’assilla fin dalla giovane età. Nel farlo, lavora convulsamente a una lettera indirizzata alla sorella e gremita di ritagli, fotografie, diagrammi, schizzi e correzioni che punteggiano un testo insieme limpido, poetico e riflessivo. Il risultato è un romanzo che ibrida confessione privata e pamphlet filosofico, giallo a chiave e libro illustrato, per raccontare la storia di una donna che si preoccupa di un temperamatite, di un bicchiere o di un rossetto e, allo stesso tempo, vive una profonda tensione esistenziale in cui s’incontrano la ricerca di Dio, il paradosso e la forma dell’infinito. La collana «Romanzi» Tunué diretta da Vanni Santoni si arricchisce così di un’opera pirotecnica, intima e non priva d’ironia, in cui l’idea della verità sembra solo un inganno.

Talvolta mi illudo di percepire l’imprimersi di un ricordo. Può trattarsi di un grande evento – il primo bacio, un lutto improvviso – o una circostanza da poco, come una busta accartocciata su una panchina; l’unica costante è che vivo l’esperienza con un maggior nitore. L’ultima volta è stato in occasione della nostra serata nella tua casa a Prenzlauer berg, a Berlino, quando venni a trovarti a seguito del tuo trasferimento. Ricordo tutto: le sedie di smalto sbertucciato, la ruggine che sbocciava tra le crepe, i detriti pastosi tra i solchi del tavolo, la tua maglietta a righe blu, il parquet ricurvo sotto i piedi scalzi. Purtroppo non riuscivo a condividere la tua gioia; dovevo ancora riprendere una vita ‘normale’ dopo l’incidente e le mie ferite, quasi rimarginate nel corpo, restavano aperte nella memoria. Quella sera ero anche un po’ ubriaca – per lo meno per i miei canoni – e mi sfogai in una specie di invettiva; dissi che tutto quello che la gente faceva era… non sbagliato, neppure stupido, e nemmeno meschino. Dissi insignificante, sì, e minuscolo, deprimente. Ero stufa di tutti gli io, io, io. Del mio e di quello di tutti gli altri. Stufa della gente che vuol arrivare da qualche parte, fare qualcosa di notevole, essere interessante. Non avevo timore della competizione, anzi, avevo paura di volerla, era questo che mi terrorizzava. Ero stufa di non avere il coraggio di


9 788867 901012

Euro 12,00

Therese, bel nuovo personaggio femminile del tormento. Gianni Santoro, Robinson La Repubblica

Una lingua che si rivela in tutta la sua splendida bellezza e grazia di sguardo e forma. Giacomo Giossi, Il Manifesto Un’opera breve ma esorbitante: il ritratto di un animo ossessionato da se stesso e dall’insensatezza della vita. Carlo Mazza Galanti, Linus

essere nessuno e basta, stufa di me e di tutti quelli che volevano fare colpo su di me in un modo o nell’altro. È possibile che cercassi di consolare delle ambizioni frustrate, o l’invidia per la tua felicità, eppure non si trattava solo di questo, tant’è che appena mi è stato possibile, piuttosto che riprendere gli studi ho preferito aiutare nostro padre in libreria. È come se il dolore mi avesse fatto vedere la competizione in ogni sua forma, anche scolastica, come qualcosa di meschino, insopportabile. Posso gareggiare in velocità con un insetto? E con una cometa? Ambizione e dolore vivono nei miei paraggi, oltre i quali non hanno alcun significato. Meglio ritirarmi tra i libri, mi sono detta, gestire il negozio di famiglia da cui tu eri scappata e dedicarmi alla lettura tra una vendita e l’altra, senza alcuno scopo se non la curiosità. Alla fine del mio monologo ti scoprii nascondere due composte lacrimucce, e, se hai memoria di quella serata, potrai comprendermi anche adesso. Che importanza hanno le cose che facciamo se non cancellano il dubbio, il rumore di fondo della vita? Che valore hanno successo, potere, amore, piacere, dolore e desideri, davanti all’infinito? Una volta pensata la domanda non c’è via di ritorno.


Luca Bernardi Medusa Sulle montagne attorno a Bolzano qualcuno spinge una bimba da una scarpata. Dieci anni dopo, sulla costa tirrenica si scopre il corpo di un bambino annegato. Nel frattempo, un ragazzo velleitario e disadattato, ossessionato dagli extraterrestri e dall’idea di compilare un dizionario che vada oltre il linguaggio, ciondola con i genitori in uno stabilimento balneare di lusso. Si invaghisce di un’adolescente, sfida marmocchi a ping-pong, fantastica sul futuro successo della sua opera. Durante una festa dai ricchi zii, le sue fissazioni si inaspriscono fino a spingerlo a fuggire con tre amici verso la costa opposta. Tra sogni di grandi imprese erotiche, manicomi, contatti alieni e appartamenti di prostitute, dovrà infine scontrarsi col più orribile dei propri segreti.

Devo vedere il Mercante. Chi? Devo parlare con gli alieni, va bene? Ci metto due secondi. Non puoi accontentarti della telepatia, dice il Ginger, come tutte le persone normali? Non posso aspettare che si facciano vivi loro, dico, ho bisogno di una zona liquida. Il Prozzio appoggia la tempia sul finestrino. Ma tipo alieni, dice Loriz, nel senso che vengono da un altro pianeta? Portatemi lì perdio! La gerarchia regge ancora. Imbocchiamo la sterrata. Ci fermiamo dove indico. Sottiletta, dice il Prozzio, l’aria. Scavalco il guardrail e scendo aggrappandomi alle ginestre. Loriz contrae i pettorali e mi segue. Il Ginger risponde a un messaggio sul cellulare. Lo volete vedere l’ufo o no? Come mai questa voglietta di condivisione? Allora?


9 78886 7 902057

Euro 12,00

Un romanzo di formazione al contrario che ha per protagonista un ragazzo disadattato e crudele, ossessionato dagli extraterrestri e dall’idea di compilare un dizionario che vada oltre il linguaggio. Internazionale Tutto sembra follia e dispersione, ma nel finale a sorpresa trova la sua radice in un tragico, forse eccedente, angolo di realtà. Alessandro Beretta, La Lettura del Corriere della Sera Un viaggio riuscitissimo nel linguaggio attraverso una storia che parla di follia, extraterrestri e avventure di giovani adulti immersi in una contemporaneità alienante. Non sarà una meteora Bernardi, ne siamo convinti. Andrea Bressa, Panorama Miglior cura redazionale al premio Pop 2017

Il Ginger scaracchia, ci raggiunge in due salti, infila in bocca uno stelo. Nel caso decidessi di specializzarmi in psichiatria. Il Prozzio sputacchia e ci raggiunge. Qualsiasi stronzata sia, dice il Ginger, falla in fretta. Infittendo gli alberi cancellano il cielo. Il buio scricchiola. Mi insinuo fra due pini gemelli. Non girateci attorno, dico, passate in mezzo. Il Prozzio si getta nella biforcazione. Loriz tira dritto. Io ci penserei, dice il Ginger, prima di far incazzare gli alieni, e passa tra i due pini. Loriz incespica. Lo scricchiolio aumenta. Il Ginger schiocca la lingua. Diventa un ronzio. Il Prozzio raccoglie una pigna. Il ronzio si sbriciola in ronzii vaghi sopra un bordone più profondo. Entriamo in una radura. Non fate caso ai ronzii accidentali, dico, ascoltate la zona liquida. Saggio consiglio… Sembra un cervello ’sta pigna, dice il Prozzio.


Yasmin Incretolli Mescolo tutto Maria è un’autolesionista di diciannove anni, ossessionata dalle parole; Chus un teppistello di venti. Si incontrano fra i banchi di scuola: comincia come infatuazione, continua come gioco a base di parafilie, finisce per diventare dipendenza. Quando lui abbandonerà gli studi, chiudendo la loro relazione, Maria si darà alla fuga verso il nord del paese, incontrando bizzarri personaggi, tra cui una troupe di ragazzini ricchi e viziati che libererà la sua propensione all’estremo.

Urla nel cortile scolastico, vigorose, strabordanti, da mal di testa e vomito cranico, s’accavallano in galoppo selvaggio, divenendo unico suono fastidioso. Frequento un liceo artistico, scelto poiché vociferavano frequentato da persone interessanti, eclettiche, creative, ma non è vero un cazzo. È la rimessa dei boriosi. Prima ora: chimica, classificazioni delle reazioni. Seconda e terza ora: inglese, narrativa, Dickens. Subito dopo, italiano: ancora fermi all’Ottocento. Intervallo: gelé millegusti rimpiazzano lo spuntino. Altra ora con quello stronzo del Sanzi. Chiede pareri su matrimoni omosessuali, non posso esprimermi poiché ignorante – la cultura a me disponibile sull’argomento si limita all’eventuale stuzzicarmi dinanzi frammenti video di ragazze in cunnilingus reciproco. Quando il Sanzi, notando calo d’attenzione, mi porge direttamente il quesito, tentenno sulla risposta, poi dico: «Ognuno faccia ciò che vuole». Quello già chiede a un’altra. Sesta ora: arte. Settima, gli sgoccioli della giornata scolastica: educazione fisica. Molte ragazze non esercitano attività motoria, s’ingessano su panche di legno a lato palestra, attendono tramonto del tempo rimasto chiacchierando d’assorbenti top e ragazzi


9 788867 901654

Euro 9,90

Qui incantesimi e sortilegi che potrebbero trovano una lingua perfetta e ideale nell’ossessiva percussione elettrica dell’hiphop, preghiera pagana da bassifondi. Filippo Polenchi, L’Indice dei libri del mese In Mescolo tutto una giovanissima Yasmin Incretolli prende il romanzo adolescenziale e lo ribalta, scortica la sua superficie patinata e lo restituisce a una forma primitiva. Angelo Murtas, Il Mucchio Selvaggio Il romanzo si fa leggere con una immediatezza che non lascia spazio alla distrazione, la storia esige di essere appresa, interiorizzata e osservata su una moltitudine di piani diversi, in primis quello del linguaggio. Antonia Santopietro, Zest Letteratura Sostenibile Menzione speciale al Premio Calvino 2015

carini ma troppo esclusivisti a loro gusto. A me piace educazione fisica, è utile sfogo adrenalinico. In classe sette le femmine e nove i maschi, io m’estraneo dalle specie documentate, sono creatura ibrida, smezzata dall’emarginazione. Oltre a me solo Pamela approfitta del frangente ginnico. Lei è una sportiva vera, fa pugilato e ha di vanto riconoscimenti nazionali. Le manca l’incisivo laterale nell’arcata superiore e un canino in quella inferiore, oltre allo zigomo sinistro più sporgente dell’altro. A fine corsa puzza terribilmente di suino. Starle dietro comporta fatica e farlo notare implica ricevere sputi. *** Scuoto il distributore per disincastrare la merendina dal passaggio. Niente. Mi fermo, riprendo fiato, ricomincio. «Non ci riuscirai mai». Chus è appoggiato al termosifone e si gusta la scena. Ronza intorno da giorni, come una sgorbia fortemente intenzionata a modellare un mucchio cretoso che non sa essere già disseccato. «Cazzo vuoi?» Avanza fino a me.


Mauro Tetti A pietre rovesciate Da qualche parte nell’isola c’è un paese chiamato Nur, dove il passato si mischia alla leggenda e ogni gesto è il pretesto per una storia. Giana e il suo innamorato le ascoltano dalle labbra dell’anziana Dora: storie di desiderio e di maledizione, di antiche pietre e ricchezze nascoste. Giana ascolta e fantastica, immagina di essere lei stessa la protagonista di una fiaba. Mette alla prova il suo giovane innamorato, gli chiede di attraversare Nur per prenderle un pugno d’ombra dal campanile o una folata di maestrale. Ma fuori c’è la feroce realtà del paese, dove non esistono cavalieri e gli orchi hanno sembianze di uomini. A pietre rovesciate di Mauro Tetti è un romanzo in cui la scrittura ha il suono di una vecchia canzone folk, e in cui le parole evocano la consistenza, il sapore e il profumo delle cose. Questo libro racconta una vicenda di dolcezza, brutalità e prove impossibili, ma soprattutto racconta il peso della realtà, quando la realtà si riempie di storie.

Prima di continuare è bene descrivere le parti di questo villaggio. Ciò che è diventato. Ma non farò una descrizione precisa, solo quello che mi viene in mente. Dopo dodici minuti di cammino andando verso nord si incontra il villaggio di Nur. E dodici minuti di cammino, cioè dodici secondi in una macchina davvero molto veloce, sono la distanza che ci separa dal mare. La strada che lega le città di mare a Nur sono immerse tra alberi e pietre. E gli alberi sono: eucalitti per la salute; querce per la virtù, il coraggio e la dignità; ginepri per il silenzio; arbusti per il profumo. Invece le pietre sono pietre e basta. La stessa parola Nur vuol dire pietra preziosa. Il tempo è il procedere delle stagioni, nel paese che dico, e ogni stagione ha la sua maledizione. Che sia del sole o della pioggia. O che sia la più feroce stagione, del vento, che soffia come in nessun altro posto conosciuto, che soffia giorno e notte, incessante. Il maestrale piega gli alberi fino a farli sdraiare sulla sabbia, muove le fronde e le spinge a sudest. Così nei campi più esposti tutto appare storto e allungato sul terreno, parrebbe di riconoscere la rotazione del pianeta, se non fosse la tempesta. Appena arrivati a Nur, proprio all’ingresso, ci si ritrova circondati da carcasse di elettrodomestici. A vederli così sembrerebbe l’apocalisse adesso: poggiati l’uno sull’altro, morti e


9 788867 901517

Euro 9,90

Tetti non ci fa guardare alla Sardegna, alla sua alterità al tempo stesso vicinissima e remota, bensì ci fa guardare con «lei» che, come tutti i miti, ha il sentore inappellabile della verità. Edoardo Rialti, Il Foglio A pietre rovesciate di Mauro Tetti è un laboratorio di storie che si rincorrono e che provengono da un passato in continua tensione col presente magmatico dei protagonisti. Elena Cattaneo, Sul Romanzo A pietre rovesciate, più che un romanzo, è un viaggio nella storia ancestrale che si mescola a quella di un bambino, di un adolescente, di un ragazzo, di un adulto, e a quella di Giana «l’innamorata mia». Anna Castellari, viadeiserpenti.it

Vincitore del Premio Gramsci per inediti 2013

arrugginiti, frigoriferi, televisori sfasciati, lavatrici, forni e anche materassi, tutti ingialliti. Quindi dopo dodici minuti di cammino si incontra un paese di schifezze. Osservando con attenzione si nota che le gatte partoriscono dentro le ceste delle lavatrici in disuso e i cani trottano e pisciano, e i ratti giganti allattano i topini nel caldo delle coperte abbandonate. Grovigli di peli. Il viaggiatore che entra a Nur è accolto da un cartello grandissimo che dice Welcome. E questo cartello è bucato da proiettili e io penso che chi ha fatto questi buchi, proprio lui, non aveva niente da fare. Il viaggiatore che entra a Nur vede spuntare all’orizzonte i tetti senza tegole dei caseggiati. I fumi dei camini si uniscono e salgono insieme. E il cielo è sempre visibile: le costellazioni la notte, l’azzurro profondo, eccetera. Qualcheduno crede che ci sia un collegamento tra le stelle e le pietre di Nur. Pietre speciali: hanno forme di animaletti e facce di personaggi delle telenovele. Ecco: gli abitanti di Nur guardano la televisione tutto il giorno e poi passeggiano alla ricerca di teste di gente famosa. Anche Giana diceva sempre che c’è un collegamento tra le luci del cielo e questi frammenti di materia. Quindi noi continuiamo a lanciare verso l’alto cercando di colpirle: le stelle.


Luciano Funetta Dalle rovine Il collezionista di serpenti Rivera, grazie a un video amatoriale, entra in contatto con l’insolita e seducente scena della pornografia d’arte. Questa esplorazione si trasforma ben presto nella discesa in un abisso popolato da figure oscure, tra le quali spicca un argentino a dir poco enigmatico: Alexandre Tapia. Proprio attraverso la frequentazione di Tapia, Rivera scoprirà un universo di abiezioni private e catastrofi collettive, vittime invisibili e carnefici rimasti impuniti. La collana «Romanzi» Tunué, diretta da Vanni Santoni, si arricchisce di un’opera ipnotica e allucinatoria. Una storia di uomini che, come scriverebbe Vollmann, «rappresentano un incubo per se stessi», e che scelgono di sublimare le loro vite in un’ultima, sanguinaria opera d’arte.

L’appartamento di Rivera si trovava al terzo piano di uno dei condomini semicircolari della periferia nord. La finestra della camera da letto si affacciava a sud, in direzione del centro di Fortezza. Da lì potevamo vedere l’ingresso del parco pubblico e la strada, il chiosco dei giornali e, in lontananza sulla destra, le torri dell’area industriale, il punto in cui il cielo anche di notte veniva attraversato dai bagliori artificiali dei gas. Dietro le torri cominciavano i campi popolati dalle bande di ragazzini e dalle orde dei cani. Ogni stanza dell’appartamento aveva la sua finestra; l’unico ambiente cieco era la stanza delle teche, dove Rivera teneva la collezione. Anche quando se ne stava tranquillo in soggiorno a non fare niente, sapeva che dietro la porta della stanza c’erano trenta creature la cui sopravvivenza dipendeva da lui. Aveva cominciato a collezionarle quindici anni prima e ormai occupavano gran parte delle sue giornate. Le catturava in campagna, le ordinava nei negozi di animali esotici oppure se le procurava al mercato nero, tramite individui che all’inizio lo avevano spaventato ma che ben presto erano diventati i suoi unici contatti con l’esterno, fatta eccezione per la corrispondenza che Rivera teneva con altri collezionisti, uomini e donne che non aveva mai visto, ma che gli sembrava di conoscere dall’infanzia. Nel computer che teneva in camera da letto


9 788867 901579

Euro 9,90

Una narrazione limpidamente minacciosa dove tutto procede verso una babele originaria. Giorgio Vasta, Il Venerdì Una scrittura meravigliosa, una grande promessa. Marcello Fois, L’Espresso

Incubi surreali che somigliano terribilmente agli scenari reali del mondo in cui viviamo. Raoul Bruni, Il Manifesto

Candidato al Premio Strega 2016

custodiva un archivio ormai decennale in cui erano catalogate lunghe e-mail fitte di informazioni e di aggiornamenti reciproci. Quello che più lo interessava di quei rapporti, tuttavia, era l’aspetto sentimentale o, se così possiamo dire, mistico. Per quella che era l’esperienza di Rivera, non esistevano al mondo collezionisti animati soltanto dall’interesse scientifico. Una volta, per esempio, un tale che firmava le sue mail con lo pseudonimo Aspis-LD50 gli aveva confessato di aver riscontrato negli esemplari della propria collezione un cambiamento, come se le sue cure li avessero trasformati in creature superiori. Superiori a cosa?, si era chiesto alla fine del messaggio. Ancora non era riuscito a darsi una risposta. Alla divisione degli esseri in classi e delle classi in specie, forse; o magari sono io che sto cambiando, concludeva. Da qualche anno Rivera viveva solo. Il lavoro al giornale era soltanto un ricordo che apparteneva a un tempo diverso. Di sera, dopo aver spento l’illuminazione delle teche, si infilava a letto e leggeva qualche pagina di Rettili velenosi dell’emisfero Occidentale di Campbell e Lamar. Poi si addormentava. Altre volte, invece, restava sveglio fino a tardi, si affacciava alla finestra e si metteva a contemplare i chilometri di cavi elettrici che correvano da un palo all’altro intorno a casa sua.


Mario Capello L’appartamento Come molti della sua generazione, Angelo si è trasferito in città per inseguire il sogno di un lavoro creativo, ma la fine del suo matrimonio, il bisogno di colmare la distanza che lo separa dal figlio, lo portano a tornare in paese dalla sua famiglia e a trovare un prosaico impiego da agente immobiliare. Proprio quando sembra che la calma provinciale lo stia inglobando, offrendogli una torbida serenità, l’incontro con Ferrero, l’incarnazione del modello che Angelo aspira a essere, rimescola le carte in gioco modificando, forse per sempre, la sua percezione delle cose. Un romanzo toccante sulla difficoltà di chi si trova ad affrontare il delicato passaggio alla piena vita adulta, in cui i luoghi non sono mai innocui perché pregni di un passato pronto a riemergere. Una storia raccontata con uno stile limpido che, pagina dopo pagina, si tinge di colori tenui su cui, inaspettatamente, si staglia la luce.

Era un sabato mattina qualsiasi, quando arrivai a casa di Marzia. La via era deserta. Solo qualche cane abbaiava, dai cortili accanto. I platani che ombreggiavano parte della strada fremevano nella brezza appena percettibile come grandi sonagli. C’era pace, ecco. Una pace diffusa, che faceva pensare a lunghe colazioni in vestaglia e a prati da falciare. In effetti, potevo sentire in lontananza il ronzio di una falciatrice e l’odore dell’erba tagliata – poco più forte di un ricordo. La giornata perfetta per portare mio figlio di otto anni a pescare. Suonai al citofono. Fu Marco a rispondere dopo pochi istanti, quasi fosse stato lì ad aspettare per tutta la notte. Mi rispose con la certezza che fossi io e questa certezza così priva di malizia mi strinse il cuore, come la sua voce ancora un po’ fessa, palatale. Mi sforzai di non immaginarmelo in pigiama, i capelli arruffati come tracce di sogni agitati, gli occhi semichiusi davanti a una tazza di latte. C’erano immagini, di lui, che mi facevano ancora male. Scese dopo qualche secondo, chiudendosi la porta alle spalle con un gesto compito. Adesso che lo vedevo sembrava meno eccitato, aveva indossato la patina dimessa che sfoggiava troppo spesso con me. Lo zainetto di un eroe dei cartoni animati sulle spalle, i pantaloni corti e il cappello da pescatore, a tese larghe, che gli avevo regalato io. Gettò lì un «ciao»


9 788867 901388

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Nel romanzo di Capello la storia d’Italia, nei suoi momenti più cupi e complessi, appare come fatta di cose piccole, una storia titanica e collettiva che però ha anche una dimensione quotidiana. Vincenzo Latronico, Il Sole 24 Ore Ci sono libri così ben fatti che in cento pagine riescono a concentrare: trama, stile, prologo, epigrafe ed epilogo. Incredibile ma vero. Manuela Caserta, Kult_Ex L’Espresso Capello costruisce una storia che fluisce con una naturalezza sbalorditiva. Chiara Beretta Mazzotta, Book Blister Radio 105

svogliato, schivando il mio tentativo d’abbraccio per entrare in macchina, dove si sedette dopo aver deposto lo zaino ai propri piedi. Seduto, si voltò a dare un’occhiata alle canne. Un’occhiata deludente, per me. Erano le canne che erano state di mio padre, prima, e che speravo sarebbero state sue, un giorno. Ci sono eredità peggiori, pensavo. Da una finestra del primo piano vidi un bagliore di Marzia. Forse mi sbagliavo ma mi sembrava che mi avesse rivolto un saluto – il braccio piegato, il palmo nella mia direzione. Così salutai a mia volta una finestra vuota, fermando a metà quel mio gesto inutile. Decisi di non forzarlo. Non aveva voglia di parlare? Bene. Io non avrei detto nulla. In fondo mi piaceva l’atmosfera ovattata che aveva invaso il nostro abitacolo. Così come mi piaceva il sole pallido che si riversava attraverso il parabrezza, macchiando la plastica di energia. Passammo per il centro di Cortemaggiore. Anche qui, nessuno. E, per le vie costeggiate da portici scuri, sentivi solo l’eco delle nostre gomme che scivolavano sugli autobloccanti. Sapete l’impressione che si può provare in certe giornate d’agosto, in città, quando sembra di essere rimasti soli? Ecco. Un senso di smarrimento che sconfinava nella gioia. Sorrisi, tra me. Capii di essere di buon umore, che nulla l’avrebbe scalfito, il mio buonumore.


Francesca Matteoni Tutti gli altri La bambina che oggi cerca esseri magici e gatti randagi non è così diversa dalla ragazza che seguirà artisti di strada per le vie di piccoli paesi e viaggerà verso nord in cerca di verità e protezione. Attraverso una geografia sentimentale che va dagli Appennini alla Finlandia, dai segreti dell’infanzia all’amore per individui bizzarri e tragici, la protagonista viaggia attraverso gli «altri» di questo romanzo recuperando il nucleo durevole e salvo che si nasconde dentro la fragilità umana.

La finestra della nostra stanza si apriva internamente sulla sala da pranzo e da lì si accedeva alla terrazza ricolma di piante, cosicché non vedevo niente di ciò che era fuori e me ne stavo immersa nella giungla. E nella giungla c’era una storia. Ogni giorno, salivo sulle ginocchia dello zio Cipriano e gli bisbigliavo: “Zio, raccontami la storia dei pesciolini colorati”. “Nel mare”, iniziava, “ci stanno i pesci. Pesci enormi che non vedi mai perché vivono lontano dove vanno solo le navi, pesci che si chiudono nelle conchiglie e hanno paura di tutto; il pesce palla e la stella marina che se la trovi sulla spiaggia vuol dire che è morta e puoi farla seccare e portartela a casa. E poi ci sono i pesciolini colorati. Quanti sono! Sono piccolissimi e sono verdi, rossi, gialli, celesti, arancioni, violetti… E quando nuotano fanno l’arcobaleno”. “E dove vanno, zio?” “I pesciolini colorati sono attratti da una cosa sola. I pesciolini colorati vanno pazzi per i piedi dei bambini e appena un bambino entra in acqua corrono tutti verso di lui a mordergli le dita e a mangiarne qualche pezzettino!” Forse speravo che qualche volta il finale cambiasse. Che i pesciolini ballassero a riva. Che i pesciolini costruissero una casa con la sabbia, sotto le onde. Che i pesciolini andassero lon-


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Tutti gli altri di Francesca Matteoni è un romanzo-melodia, incantevole e malinconico come la vita. Francesca Mazzucato, D La Repubblica Un’opera che convince, questo breviario della morte piccola, che tiene insieme elfi e gattare, Lou Reed e fiabe. Fabio Donalisio, Blow Up Un romanzo coraggioso e pieno di verità su che cosa è significato crescere negli ultimi trent’anni. Nicola Villa, Lo straniero

tano, dove il mare è blu profondo e ci vivono i pesci elettrici con la lanterna e prendessero la scossa e morissero, senza funerale perché non ci sono tombe nell’acqua. Ma il finale era sempre quello. La mattina andavamo alla spiaggia e io non mi fidavo a fare il bagno. Mia madre mi guardava e diceva: “I pesci dello zio Cipriano non esistono”. “Sì, lo so, non ho mica paura! È che ora non mi va…” Poi arrivava il mio amico Simone di Milano, che portava l’apparecchio per l’udito. Quando aveva tre anni, era caduto col triciclo e il freno gli si era conficcato nell’orecchio. Leggeva le frasi sulle labbra altrui, parlare era la parte più difficile: qualche volta urlava e le vocali gli uscivano larghe, spalancava la bocca come per prendere bolle d’aria, non sapendo bene dove finiva il suono e cominciava il respiro. Quando facevamo il bagno (perché alla fine mi convincevo) non portava l’apparecchio, ma dei tappi per non far entrare l’acqua che gli bruciava, e sembrava un robot, con quelle cose cilindriche, come antenne, che gli uscivano dalla testa.


Orazio Labbate Lo Scuru Poco prima che la morte lo raggiunga, Razziddu Buscemi, un vecchio siciliano da tempo emigrato a Milton, West Virginia, rievoca la sua vita passata. Nel disfacimento dei ricordi, mischiati a suggestioni metafisiche, il vecchio narrerà di un’infanzia visionaria, scaturita dagli esorcismi subiti, e di un’evoluzione violenta e dolorosa verso la maturità. Orazio Labbate, con una scrittura ispirata tanto dal gotico americano di Faulkner e McCarthy, quanto dalla prosa ardita e barocca dei suoi conterranei come Bufalino e D’Arrigo, disvela il segreto magico della Sicilia meridionale con un potente esordio letterario.

Piazza Dante. Poggio le mani sui lastricati in ardesia, i miei sedili artigianali, voglio fottermi la frescura ficcatasi nelle fessure buie della pietra. Il caldo s’alza dai capannoni bruciati e le nuvole diventano nere. Io sono nato sotto quelle nuvole nere; ci mangio come i cani quando divorano le carcasse dei buoi nei rettilinei verso Gela, ci mangio pane e uovo, uovo e ciliegini spaccati in due, azzanno anche le ossa del pollo e manco mi scanto, non mi caco nei calzoni. Questo caldo fuori stagione. Le scarpe, rovinate, me le sento avvampare, sembrano zone carsiche erose dal fuoco, nei buchi entrano lucertole minuscole, alzo il piede solo per calpestarle. In Piazza Dante, a Butera, d’inverno, le putìe sono serrate, mentre i bastardi assettati si nascondono nelle loro cucine e i termosifoni tossiscono mosche. Le ali rimaste s’attaccano tra le viuzze, il fieto del troppo friddu si mischia agli scarti del macellaio Sciandrù e le bestemmie, che rimbombano dai soggiorni aperti lungo i vicoli, si sciolgono negli orecchi quando mi calo con la testa dentro l’acqua fredda della fontana. Solo. Io sono da solo, dentro la piazza. Palpare la morte di un cristiano non m’aggrada, preferisco gustarmela, succhiare fino al midollo il folclore della dipartita siciliana. Quando s’aprono le case, per mostrare il cadavere con la


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Euro 12,00

Un barocco acido e scabro, infuocato e originale. Domenico Calcaterra, L’indice dei Libri del Mese

Un impasto linguistico che sa di pane caldo cosparso di cumino. Gianluca Barbera, Il Giornale

Una Sicilia di visioni e superstizioni per cacciare la paura. Ida Bozzi, Il Corriere della Sera

sua pelle screpolata, livida, come di pollo crudo, mi introduco nella camera ardente casalinga, ad odorare quel profumo di gesso friscu. Gli insetti si inerpicano sul ventaglio delle comari, sfilettano impudichi la trama di raso nero e poi si posano sulla bara: legno bello lucidu, di modo che scintilli la cassa dò muortu. Mi brillano gli occhi a ogni ricorrenza, mi brilla l’anima perché io non sono crepato. Le palpebre delle vecchie che si prefigurano la stessa sorte, l’ambiente, che mi porta a benedire il respiro lesto dei miei anni, le conversazioni sottovoce dei presenti: “Come minchia è morto?!” “Come se l’è preso u Signuri?” “Stava in grazia di Dio?” “Era un disonesto, sa pigghià ìntra u culu”. “Era a merda, a merda della sua famigghia”. Mi interesso agli appellativi, mi inorgoglisce discutere del poveretto, in silenzio, mentre la puzza dei fiori e il rancido sole scolorito sui mobili puntella la comicità dello scenario. Aspetto il buio.


Iacopo Barison Stalin + Bianca Stalin è un ragazzino di periferia che sta per compiere diciotto anni. Ha dei baffi enormi che gli sono valsi il soprannome e gravi problemi nella gestione della rabbia. Nel suo quartiere, dove le cose sembrano ripetersi all’infinito, passa le giornate con Jean, un vecchio depresso che lo sfrutta subdolamente, oppure con Bianca, una ragazza cieca che cerca di non perdersi registrando poesie. Quando Stalin malmena il patrigno in seguito a un litigio, le circostanze lo spingono a scappare di casa portando l’amica con sé. Iacopo Barison, ispirandosi a grandi maestri come DeLillo e David Foster Wallace, costruisce un universo narrativo cinematografico, in cui due ragazzi cercano di diventare adulti intraprendendo un viaggio attraverso una nazione sull’orlo del baratro, una nazione edificata sulle macerie dell’immaginario contemporaneo.

Mi piacciono i campi lunghi, perché riportano la figura umana alle sue dimensioni reali, e qualunque pretesa di grandezza o superiorità fisica passa in secondo piano, annichilita dal paesaggio. Lo sfondo resta lo sfondo, quantificabile secondo diverse unità di misura, e la figura di carne e ossa e sangue diventa poco più di un puntino e ogni sua azione sembra inutile e pretenziosa – come puoi misurarti con l’infinito? I palazzi si ergono altissimi, senza limiti, e le antenne cigolano scosse dal vento e diffondono il verbo dei satelliti e dei segnali radio. Cammino, fa freddo, la neve scende in silenzio e l’opossum ha bisogno di luce. Il quartiere è vittima della sua miseria: lampioni spenti e siringhe usate e un’intera palette di grigio. Il tempo ha smantellato i negozi e le banche e i centri massaggi degli orientali. Tutti, ormai, se ne sono andati. Qualcuno, volendo ironizzare, ha scritto torno subi to sull’acciaio di una serranda, ma nessuno è mai ritornato. Una volante della polizia viaggia a 15 km/h. Le strade sono ghiacciate, e il campo lungo ingloba tutte le manifestazioni di vita. Abbraccia i litigi e le crisi di astinenza e i due ragazzini che si baciano nella penombra, protetti dalle mura di un vicolo. Si nascondono, hanno paura che io li giudichi. Un ragazzino dice all’altro di fare piano, di stare attento e non farsi vedere. Il campo lungo abbraccia gli anziani rifugiati in


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Graffiante, profondo, senza manierismi. Paolo Di Paolo, TTL La Stampa

Maledettismo giovanile, scrittura efficace e sempre a fuoco. Marco Drago, Vanity Fair

Più che un romanzo, un documentario filosofico sul mondo attuale Vanja Luksic, Internazionale

Presentato al Premio Strega 2015 Diritti di traduzione venduti in Colombia

casa e i senzatetto ubriachi e le foglie morte nelle aree verdi. Vacillo e spingo la Vespa, tremo sotto i vestiti. Lo zaino inizia a pesare, e il campo si allarga ancora e ingloba Bianca e il pomeriggio tiepido di un altro inverno. Quel giorno, non so perché, il mondo mi spaventava. Ero terrorizzato. Iniziavo a pensare che la mia rabbia, il modo in cui reagivo a determinati input, fosse solo un riflesso della mia paura. Eravamo al parco e ascoltavamo musica, dividendoci una coppia di auricolari. Sulle note di What a wonderful world, mi guardavo intorno e piangevo e sentivo un vuoto allargarsi dentro. Cercavo di essere silenzioso, perché Bianca decifra i suoni. Volevo smettere, ma non riuscivo a fermarmi e la musica proseguiva in cuffia. Lei si era voltata e mi aveva sorriso, e io le avevo sorriso in lacrime. Lei non sapeva, non poteva intuire, e i confini dell’inquadratura si sgretolano e tutto ciò che era fuori campo, in un attimo che sembra eterno, diventa visibile e condannabile. Non mi piace quello che vedo, ma continuo ad andare avanti Jean liquida il resoconto con un’alzata di spalle, vuole vedere i soldi. Prima, qua sotto, ho pensato di chiedere al pusher se avesse qualcosa da dire, un messaggio da lasciare alla videocamera, tuttavia mi sono sentito stupido e troppo vecchio per queste cose, come dicevano in quel film poliziesco, allora ho lasciato perdere.


Sergio Peter Dettato Come si gioca a nascondino da soli? Un bambino ricerca un riparo dalla morte del padre e trova nell’aria le voci dei matti, degli animali, dei vecchi e delle donne che popolano i luoghi marginali di una sperduta valle di montagna. Riti collettivi di addio all’inverno, campane ferme, racconti orali, cadute, incantamenti e ossessioni animano il romanzo d’esordio di Sergio Peter che, ispirandosi alla lezione del Celati di Narratori delle pianure e del Calvino de Le città invisibili, dà vita a un ritorno a casa che è anche viaggio iniziatico nei territori della memoria.

Si sa che i prodotti dell’alveare hanno delle proprietà benefiche nella loro assunzione, scrive l’Ermanno nella sua opera principale Le mie api nel tempo, mi sono sentito dire che non è detto, dice, prima di tutto non sono ciarlatanerie, ma in termini reali sono affermazioni da parte di studiosi in tutto il mondo, dice, in quanto le api sono ben duecento milioni di anni che esistono prima della comparsa dell’uomo sul pianeta Terra e nella natura ci sono continui mutamenti, è in evoluzione, scrive, e poi la pappa reale è prevenzione, agisce come vaccino, il che non è poco dato che non sai mai quello che ti può capitare, scrive l’Ermanno, e inoltre la propoli buca le cellule di tutti i tipi di tumore e li fora come un colabrodo tant’è che, altra cosa da valutare, così l’Ermanno, chi è protagonista come apicoltore della vita delle api, come lui, dice l’Ermanno e infatti così scrive nell’opera Le mie api nel tempo, raramente è attaccato da forme tumorali. È risaputo, a proposito del comune di Grandola, in riguardo alle sorgenti dell’omonima Val Sanagra, che l’acqua che sgorga è più buona di quella della Val Cavargna, e questo è risaputo, scrive l’Ermanno all’inizio della sua Cronistoria idrica del comune di Grandola, per essermi stato tramandato dal mio defunto padre Pietro, ma c’è di più, egli scrive, si rileva


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La scrittura recupera la sacralità del vissuto. E il lettore lo tocca con mano. Chiara Daina, Il Fatto Quotidiano Apri il romanzo e pensi: ecco uno che non scrive come tutti gli altri. Già questo è un miracolo. Paolo Di Paolo, TTL La Stampa Gli attori delle storie, in queste pagine, sono tutti da amare, da raccontare. Jacopo Guerriero, Avvenire

pure che la montagna Crocione è povera di sorgenti e tra l’altro ai tempi che furono nel sito Bergesa, dov’è una valle, esisteva un mulino, come fu detto da mio padre, e c’è dei resti che bisognerebbe risalire nel capire cos’erano, quei ruderi, ma come posso dire, così l’Ermanno, mio padre era restio, io tutto quello che accennava lo serbo, in quanto lo sentivo più volte ascoltandolo in tutti gli attimi, per ora ho concluso, dice. E per aver sentito dire da mio padre Guaita Pietro, in riguardo alla situazione idrica del comune di Grandola ed Uniti, il primo acquedotto fu fondato in località Muruseii. Invece ad Ulzeran viene captata la sorgente dalla quale, lungo le tubature sotto terra, hanno condotto l’acqua fino alla piazza; e poi nel mio insieme, può dire l’Ermanno per esperienza personale, vi è il tubo a vista di Venusc cam grant, che scende senza più farsi vedere a Scarea e da lì l’acqua arriva a Ciassina, annota l’Ermanno con sicurezza, per aver sentito dire da mio padre Guaita Pietro, scrive, così compila la sua terza e ultima opera, intitolata Nozioni tramandenziali della famiglia Guaita. Ma l’acqua è un bene di tutti, e non ci sono più eloquenze da citare, scrive l’Ermanno, così conclude senza nominare il Füntanin di öf, conosciuto nei territori limitrofi per l’odore di uova marce dell’acqua che da lì sgorga.


Giorgio Biferali L’amore a vent’anni

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Euro 14,00

Giulio e Silvia abitano nella stessa via, ma si conoscono in facoltà. Lui, cresciuto insieme a due fratelli più grandi e genitori che stanno insieme da sempre, è ancora legato al ricordo di amori infantili fatti di sguardi fugaci e imbarazzi; lei, costretta a vivere con una madre che non sopporta, ha varie storie tormentate alle spalle e si crede ormai incapace di legarsi a qualcuno. Sullo sfondo di una Roma umorale e capricciosa, Giulio imparerà che l’amore è molto diverso da ciò che leggeva nei libri e vedeva nei film: è un nuovo modo di guardare il mondo e di sentire le cose, e una forza capace di trascinarti ovunque – anche a scoprire, in un fatale giorno di fine estate, il più inaspettato e beffardo dei segreti.

Marzo 2018


Kareen De Martin Pinter Dimentica di respirare

9 788867 902675

Euro 12,00

Giuliano ha iniziato a smettere di respirare fin da bambino, fuori e dentro l’acqua, per gioco e attitudine naturale. L’incontro con un allenatore di fama sarà l’inizio di un viaggio che lo porterà a battere tutti i record di apnea, fino al mattino in cui si sveglia in preda a un accesso di tosse che non accenna a smettere. La diagnosi sarà impietosa, ma Giuliano, deciso a farla finita senza attendere una lunga agonia, è pronto a lanciarsi in un ultimo tuffo, dentro alla pancia del mondo: sarà una discesa visionaria nei lati oscuri del suo passato e in ciò che si nasconde oltre la vita stessa.

Diritti di traduzione venduti in Francia

Maggio 2018


Candidato al Premio Strega 2016

Presentato al Premio Strega 2015

Miglior cura redazionale al premio Pop 2017

Menzione speciale al Premio Calvino 2015

Vincitore del Premio Gramsci per inediti 2013


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