tunuĂŠ
tutta un'altra storia
tunuĂŠ
La Tunué dedica questo libro ad Antonio Spirito, «biancazzurro nel cuore e nei colori del cielo».
• Collana «Traguardi» #3 • Guy Chiappaventi Aveva un volto bianco e tirato Il caso Re Cecconi Prima edizione: novembre 2016 © 2016 Tunué/Chiappaventi isbn 978-88-6790-206-4 Copertina Paolo Castaldi Editor Angelo Orlando Meloni Direzione editoriale Massimiliano Clemente Tunué Via Cairoli 13 – 04100 Latina – Italia T 0773.66.17.60 | F 0773.18.75.156 info@tunue.com | www.tunue.com Stampa Peruzzo Industrie Grafiche s.r.l. Via Marco Polo 10 – 35035 Mestrino (Pd) – Italia Questo libro è stampato su carta «amica delle foreste» certificata fsc
Indice
9 27 53 77 83 93 127
Prologo 1977 Il campione Il gioielliere Via Francesco Saverio Nitti A frusto a frusto (il processo) Sessanta passi (quarant’anni dopo)
Aveva un volto bianco e tirato Io, unico figlio biondo quasi come GesÚ avevo pochi anni e vent’anni sembran pochi poi ti volti a guardarli e non li trovi piÚ Francesco De Gregori, Bufalo Bill, 1976
Luciano Re Cecconi
Bruno Tabocchini
«La situazione di paura si è risolta nel caso concreto nella soppressione di un uomo onesto e caro a molte persone. Ed è questo il lato doloroso della vicenda che fa riflettere sui pericoli insiti in certi atteggiamenti. Ma, per converso, un altro uomo, travolto da quello che doveva essere uno scherzo, è stato vittima di un incolpevole errore. Senza possibilità di sceverare l’apparenza dal reale. Di comprendere, cioè, che non si trattava di una minaccia reale. Doveroso è, conseguentemente, il proscioglimento dell’imputato con la esclusione dell’eccesso contestatogli». Dalla sentenza di assoluzione dell’imputato Bruno Tabocchini, tribunale di Roma, 4 febbraio 1977
7
Il Messaggero del 19 gennaio 1977
Prologo
Questa storia mi ossessiona da quando ero ragazzino. Mi ossessiona adesso, come giornalista e come padre. E mi ossessionava allora, quando a dieci anni pensavo che la Lazio fosse la vita e nella squadra del subbuteo che avevo comprato usata in viale Marconi il calciatore con la maglia numero otto era stato ridipinto con i capelli biondi. Perché un giocatore, giovane, bello, ricco e famoso, con due figli piccolissimi e una moglie di ventiquattro anni, una nuova casa appena comprata in un comprensorio signorile di Roma Nord, appena ristabilito da un lungo infortunio e perciò tutto concentrato sul suo rientro in campo pochi giorni dopo, dovrebbe mettersi a fare uno scherzo così pericoloso e così idiota in un budello di negozio, una gioielleria di due metri e mezzo da una parete all’altra, con dentro nove persone, tra cui tre bambini? Che gusto c’è a far prendere uno spavento, a mettersi a buggerare uno che non si conosce? Pino Wilson, il capitano della Lazio, poco tempo prima secondo i giornali dell’epoca, aveva fatto uno scherzo simile, ma era andato nella gioielleria di un amico, Gigi Bezzi, dirigente accompagnatore della squadra: si gioca con chi si ha confidenza. «Lo scherzetto della finta rapina era diventato quasi di moda per molti giocatori della Lazio, qualche giorno prima di Natale e anche dieci giorni fa l’avevano ripetuto proprio in questo negozio; ovviamente noi conosciamo i giocatori e so9
prattutto non siamo armati», raccontò ai giornalisti dopo la tragedia Ferdinando Bezzi, fratello e socio di Gigi. «Comunque ancora stento a crederci; Luciano era un tipo esuberante, ma non riesco mai a immaginarlo, anche se per scherzo ovviamente, immerso e divertito nel gioco del finto rapinatore». Davvero il calciatore e l’orafo che lo uccise, Bruno Tabocchini, non si erano mai visti prima? L’ipotesi venne presa in considerazione anche dalla procura durante l’inchiesta, ma non trovò conferma e venne scartata. Re Cecconi passava dai negozi di via Flaminia vecchia praticamente ogni sera, era famoso e molto riconoscibile per i capelli biondi quasi albini: «Il gioielliere», scrisse La Gazzetta dello Sport, «stando alle testimonianze di gente del quartiere Fleming, era forse l’unico della zona a ignorare l’esistenza della folta colonia dei giocatori laziali che abitano dalle parti di Tor di Quinto». Re Cecconi aveva fatto battezzare il figlio Stefano dal macellaio di via Flaminia vecchia, con il negozio quasi all’angolo con la gioielleria di Tabocchini. Abitava sulla Cassia, nel quartiere Tomba di Nerone, lo stesso dove viveva il gioielliere, vicinissimo a lui. «La procura sta ipotizzando che anche l’orafo stesse scherzando e volesse dimostrare la sua abilità con le armi, ma per errore gli sarebbe partito un colpo», scrissero i giornali all’inizio dell’inchiesta. Una prova di perizia con la pistola davanti a due amici famosi, ma questa ipotesi alla fine non ebbe un seguito. Le piste seguite subito a call’Unità del 21 gennaio 1977 do furono tre. «Il fatto è tan10
to assurdo che più di una versione si diffonde per essere smentita da altre», si leggeva il giorno dopo su Il Tempo, che ripercorreva i primi minuti dopo la tragedia. «Re Cecconi ha detto: “È una rapina”, vuole la prima versione. “Non ha detto nulla, ha fatto soltanto un gesto”, sostiene una seconda. “Impossibile un simile scherzo perché il gioielliere conosceva Re Cecconi”, proclama una terza versione», contiIl Tempo del 19 gennaio 1977 nuava il quotidiano. «La zona della Collina Fleming era il suo mondo», scriveva il giornalista Enzo Fiorenza nell’instant book Re Cecconi. La morte assurda, uscito un mese dopo il delitto. Riscopriva un po’ il suo paese con la sua geografia di sentimenti, di nostalgie e di memorie. Da buon provinciale avvertiva il bisogno di vivere come in una comunità, di essere circondato da amici, di sentirsi come a Nerviano, perché la malinconia era il suo punto debole. [...] Può sorprendere soltanto il fatto che in questo clima di tensione in cui viviamo, in cui respiriamo aria che puzza di polvere da sparo, Cecco abbia scelto proprio un gioielliere come bersaglio. Ma come poteva immaginare una reazione simile? Non poteva fare delle considerazioni «sociali» al momento di attuare quel maledetto scherzo. [...] Ora è inevitabile che su questa tragedia sorga una bagarre di ipotesi contraddittorie, di versioni contrastanti. La sola verità è che la bionda mezzala della Lazio non c’è più.
Possibile che Re Cecconi non avesse calcolato che era Roma ed era il 1977, che c’era una rapina a sera, gli orafi e i 11
tabaccai tenevano la pistola sotto il bancone e senza sicura, l’università bruciava al grido di «P38» con le dita degli studenti puntate verso l’alto a simulare canna e grilletto («Poliziotto fai fagotto che arriva la P38») e Mario Monicelli portava al cinema Un borghese piccolo piccolo, storia di un figlio di papà raccomandato, ucciso per caso durante una sparatoria, e di suo padre ministeriale che per vendetta si trasforma in un giustiziere? L’avevo capito anche io che avevo appena compiuto otto anni. Il 26 gennaio 1977 una banda di sequestratori aveva rapito vicino a casa mia, all’Appio Tuscolano, il figlio del costruttore del palazzo in cui abitavo con la mia famiglia. I banditi avevano sparato in aria con il mitra e pestato l’ostaggio davanti alla fidanzata e a un gruppo di amici: nel quartiere si diceva che gli avevano fatto ingoiare anche delle pasticche. Il ragazzo, Stefano Scarozza, studente di architettura, rimase in prigionia per due mesi e fu liberato solo dopo il pagamento di un riscatto di mezzo miliardo di lire. Una vicina di casa aveva detto a mia madre nell’androne, terrorizzandomi: – Non si può stare tranquilli, ti seguono in strada o peggio ti aspettano sul pianerottolo. Mio padre era morto da poco. Io giocavo a soldatini (tedeschi contro Alleati, cowboy contro indiani, marca Atlantic) e avevo una collezione di mitra, fucili, pistole e, quando mancavano, sparavo con un galleggiante di riserva della cassetta del bagno, impugnato come un kalashnikov con la palla nell’incavo del braccio: il politicamente corretto non esisteva a quel tempo, almeno a casa mia, e al parco di via Appia nuova, villa Lazzaroni, non si facevano sconti, John Wayne-El Grinta non prendeva mai prigionieri e il generale Custer e il cane-soldato Rin Tin Tin erano una leggenda. Una mattina che non c’era scuola mi trovai con la baby sitter (ma non la chiamavamo così, solo per nome, Vittoria, impiegata ministeriale che abitava nel 12
palazzo di fronte e arrotondava anche con le iniezioni. O era Antonietta, che veniva da Centocelle e una volta mi portò con suo figlio alla festa dell’Unità? O Anna Maria, la siciliana di Mazara che poi si stabilì a casa nostra?) alle poste di via Arrigo Davila, una traversa di via Mario Menghini, sempre all’Appio. Entrarono tre o quattro giovani con le pistole spianate. – È una rapina, nessuno si muova! Ci sdraiammo tutti a terra, la tata terrorizzata. Io tenevo gli occhi puntati sul cannone e vidi distintamente uno dei banditi saltare la vetrata al di là della quale stavano gli impiegati e la cassaforte per andare a prendere i soldi. Riempirono un borsone e se ne andarono senza sparare. A otto anni può essere quasi divertente, come quando l’insegnante di italiano in classe ci raccontò dell’esplosione notturna in un maglificio vicino a scuola, in via Teodoro Mommsen: – Mio marito ha sentito il botto e non si è neppure alzato dal letto. Ha detto: «Cosa vuoi che sia di questi tempi? La solita bomba. Dormi». Lì per lì ci sembrò cinico ma non lo era, era realista. Non molto tempo dopo, sempre in via Menghini, al semaforo dove con i miei cugini aspettavamo il verde per attraversare la strada almeno una volta al giorno, il Mossad fece saltare in aria con un’autobomba il vice-rappresentante dell’Olp in Italia: – C’è la guerra, – mi disse il titolare della pizzeria da asporto che aveva il negozio lì davanti. Non ho mai saputo il suo nome, era solo «Baffo» per i mustacchi da messicano esibiti sopra le teglie di pizza margherita. – Non c’è più religione, non c’è più religione, – mi ripeteva il 16 marzo 1978 un mio compagno di scuola quando ci dissero che avevano rapito Moro e ci rimandarono a casa. Su una saracinesca di via Latina, proprio di fronte all’ingresso dell’istituto, c’era disegnata una pistola che sparava. C’era scritto vicino: «Falasca, ultimo avvertimento. Dopo bang». Chi fosse questo Falasca, in verità, non l’ho mai capito. 13
«Il caso del calciatore Re Cecconi, forse prima che tragico è incongruo», scriveva sul Corriere della Sera il 20 gennaio 1977 il sociologo Franco Ferrarotti. «La prima reazione è di sconcerto misto a incredulità: come è possibile un fraintendimento simile? Poi la sorpresa si tinge di indignazione: dov’è finita la Roma bonaria e pacioccona di cui «Gigi, e se il paracadute scrivevano Trilussa e Pascarella? non si apre?» […] Quella Roma devota alla porchetta e ai cannelloni, dai gesti lenti e a loro modo prelatizi, sorniona e strascicata […]. Quella Roma è finita, cancellata dalla tensione che è la nostra galera quotidiana». È impazzito improvvisamente da non rendersi conto di cosa è Roma in quel periodo, Re Cecconi, che i giornalisti dell’epoca descrivono come «un tipo tranquillo e riflessivo», un ragazzo di provincia piuttosto semplice che nella vita si è sudato tutto e lavora da quando era un bambino? Non è lo stesso a cui l’allenatore della Lazio, un uomo sereno e avveduto che lo conosceva da anni, affidava i figli, quasi come un baby-sitter, per portarli al cinema, al teatro o a mangiare la pizza? Non lo chiamavano «il saggio»? «Lo chiamavano, e giustamente, il saggio perché in ogni circostanza, specie in quelle in cui tutti perdono la testa, sapeva essere logico e razionale [...]. Sapeva essere gioviale e cordiale senza oltrepassare mai la misura», da Il Tempo, 19 gennaio 1977. Non era quello che, solo per amicizia, aveva seguito il compagno di squadra Gigi Martini al corso di paracadutismo, spaventato dal lancio? – E se poi il paracadute non si apre? – aveva chiesto a Martini prima di buttarsi dall’aereo la prima volta. – E adesso ci pensi? – gli aveva risposto Martini. 14
Nella storia di Re Cecconi non ci sono galline al guinzaglio o pellicce di volpe e cappelli panama in testa indossati in panchina, pugni alzati a centrocampo o catenine con la croce celtica al collo sotto la maglietta. «Era un uomo semplice, Re Cecconi. Il calcio ne aveva fatto un personaggio della nostra epoca, così propensa a cercare entusiasmi che la stordiscano, che la aiutino a non pensare. Ma Re Cecconi, nella sua breve vita, aveva attraversato il divismo senza farsi contaminare. Era rimasto quello di sempre, quello che al paese, nelle rimpatriate dei giorni di vacanza, era al centro delle serate con i vecchi amici», dal Corriere d’Informazione, 19 gennaio 1977. Zero mattane, zero politica: «Era un uomo molto allegro, posso dire. Ma scherzava poco. O almeno si trattava sempre di cose di poco conto», così dirà al processo il profumiere Fraticcioli, che era con lui la sera della tragedia. Ma poi: perché un gioielliere che tiene la fondina con la pistola alla cinta e l’ha già usata, non ha la sicura sul grilletto, viene assolto per il delitto di un uomo disarmato? «Se Re Cecconi era disarmato, dovete arrestare il gioielliere», era stato l’ordine dato dalla procura alla polizia subito dopo il fatto. Fino a che punto vale il concetto di legittima difesa? In quegli anni di piombo per essere uccisi in un negozio bastava avere il bavero alzato (ma era gennaio, le sette e mezza di sera e pioveva), le mani in tasca e dire forse la frase sbagliata, ammesso che sia mai stata pronunciata, perché i dubbi restano molti e le testimonianze al processo non furono affatto univoche? Perché non si considera un’aggravante il fatto che, se fosse stata davvero una rapina e i banditi fossero stati veramente in due, lo sparatore avrebbe potuto provocare un conflitto a fuoco e una strage? Quanti rimbalzi può fare un proiettile in un ambiente di due metri? 15
«Non a caso è stato chiesto all’imputato, nel dibattimento, se aveva sofferto o soffriva di disturbi nervosi. La sua, infatti, appare come la reazione precipitosa e sproporzionata di una persona di labile equilibrio psicologico e che, proprio per questo, avrebbe dovuto adottare particolare cautela e ponderazione nell’uso dell’arma», si legge nel ricorso del pubblico ministero Franco Marrone. E perché la procura generale di Roma ha rinunciato al processo d’appello e non ha dato seguito al ricorso del magistrato che chiedeva di riformare la sentenza di assoluzione? Il processo era stato molto controverso, il teste più importante, un compagno di squadra di Re Cecconi, si era contraddetto tra l’istruttoria e il dibattimento cambiando completamente versione, le dichiarazioni fornite in aula dagli altri testimoni in qualche caso erano state in antitesi l’una con l’altra: com’è stato possibile che i magistrati abbiano deciso di chiudere tutto con un solo grado di giudizio? I casi di omicidio di solito arrivano fino alla Cassazione, questo invece non approdò neppure in appello. Il tribunale di Roma in quegli anni era stato ribattezzato il «porto delle nebbie» per la sua abitudine di insabbiare inchieste e proteggere il potere costituito: ha contato nel caso Re Cecconi il fatto che il pubblico ministero, Franco Marrone, fosse un magistrato scomodo, fuori dalle consorterie di palazzo, «una toga rossa» che combatteva quelle nebbie e che ventitre parlamentari democristiani, tra cui l’ex sostituto procuratore e senatore andreottiano Claudio Vitalone, accuseranno più tardi di contiguità con Potere operaio e la lotta armata? «Non nego di essere stato fra i magistrati che più di tutti hanno polemizzato con i capi della procura di Roma», disse in un’intervista Marrone, inviso anche a una parte importante dei suoi colleghi e ai suoi stessi superiori. E anche restando al di fuori dei giochi del palazzo e del potere: le cose sarebbero andate allo stesso modo se Re Cecconi 16
non fosse stato un calciatore della Lazio, una squadra piccola e di outsider, senza ganci nell’establishment, con un presidente palazzinaro e naïf, considerata un gruppo di bravi, maneschi, pistoleri e fascisti? E la lobby dei gioiellieri era così forte da poter «salvare» uno dei suoi che aveva sparato alla persona sbagliata, quando tanti orafi praticamente ogni giorno venivano rapinati e qualche volta ammazzati dai banditi? Il caso più eclatante rimane quello dell’orefice milanese Pierluigi Torregiani, eliminato per vendetta il 16 febbraio 1979 da un commando dei Proletari armati per il comunismo di Cesare Battisti, ma gli omicidi dei gioiellieri erano cosa frequente già dai primi anni Settanta. Così si legge su un quotidiano il 27 dicembre 1976, tre settimane prima della morte di Re Cecconi, in un articolo che sembra profetico: Le rapine con sparatoria sono molto frequenti, si spara soprattutto quando viene presa di mira una gioielleria […]. Tutto avviene con un rituale ormai consueto, come se si ripetesse per l’ennesima volta lo stesso copione: i rapinatori, due o tre, per lo più giovani, entrano nella gioielleria, intimano di stare fermi, cercano di far man bassa di preziosi, il gioielliere (e questo avviene sempre più spesso) reagisce, prende la pistola che tiene sempre a portata di mano e spara. A cambiare sono soltanto gli effetti di questa replica ormai quasi quotidiana degli episodi di criminalità: a volte ci lascia la pelle il rapinatore, altre volte ha la peggio l’orefice, altre volte, come è accaduto di recente a Roma, si hanno vittime dall’una e dall’altra parte. Gli orefici, quindi, sparano molto di più che i dipendenti degli uffici postali o delle banche prese di mira dai banditi. I rapinatori lo sanno, ma le rapine contro le gioiellerie sono sempre moltissime.
17
«Se fossi Tabocchini, preferirei essere Re Cecconi» (dall’editoriale di Alberto Bevilacqua) Corriere della Sera del 7 febbraio 1977
Quanto ha inciso sulla vicenda, come si legge nelle motivazioni della sentenza del processo al gioielliere, «la difficile situazione dell’ordine pubblico (nell’accezione “ordre dans la rue”) in Italia»? E quindi l’altra questione. Che fine ha fatto Bruno Tabocchini, che subito dopo la sentenza di assoluzione aveva dichiarato che avrebbe chiuso il negozio, venduto tutto, cambiato mestiere e imposto ai due figli di non seguire la sua stessa professione? Come ha fatto a inabissarsi in una città come Roma? Le sue ultime notizie risalivano a più di vent’anni fa, quando la Cassazione aveva dato torto a lui e a sua moglie Adorna Panero, che chiedevano ai magistrati di bloccare la trasmissione di un film della Rai sul caso Re Cecconi. Nel ricorso i due 18
coniugi avevano contestato che ci fosse un interesse pubblico per la vicenda e la «rappresentazione denigratoria», come si legge negli atti, di Tabocchini, «descritto come individuo incolto, impacciato, attaccato ai suoi averi e al denaro, e la moglie riduttivamente rappresentata come donna unicamente intenta a riporre oggetti negli scaffali». Il gioielliere e la signora Panero avevano perso l’ultimo grado di giudizio nel 1995, ma il programma, invecchiato nell’attesa della soluzione del ricorso, non era comunque andato in onda. Una vittoria di Pirro per la Rai. E poi, fuori dalla cronaca: perché la Lazio non ha ritirato per sempre la maglia numero otto, così da identificarla definitivamente con il suo calciatore più sfortunato? Questa è l’ossessione. Nel frattempo Re Cecconi e Tabocchini sono stati dimenticati. Il primo, il campione, considerato nella migliore delle ipotesi «il più candido di tutti, di una onestà limpida e grezza, ma anche la vittima più candida di quel tic (l’ala littoria) […]. Quando è lo scherzo a diventare di destra, cioè potenziale aggressione? Quando […] si trasforma in bravata, con la quale si esercita violenza o su se stessi (la roulette russa, per esempio) o sugli altri (il caso, sì, di Re Cecconi)». Così sul Corriere della Sera il 7 febbraio 1977 lo raccontava lo scrittore e regista Alberto Bevilacqua. Il ritratto di un cowboy dannunziano, futurista e guascone fino al masochismo più totale. Un fascistello che si sente un padreterno per la sua popolarità di calciatore e va in giro a fare scherzi scemi. Il secondo, il gioielliere, un povero Cristo secondo i suoi difensori, oppure, nell’ottica opposta, un Charles Bronson nostrano, il Nino Manfredi de Il giocattolo, film del 1979. Si è infatti ispirato a lui il regista del film, Giuliano Montaldo, per sceneggiare il personaggio di Vittorio Barletta, ragioniere piccolo-borghese che nel tempo libero aggiusta orologi 19
in casa sua dove convive con una moglie malata, è immigrato da Roma al Nord e tiene la contabilità in nero per un industriale ossessionato dalla sicurezza della famiglia e dell’azienda. Manfredi per compiacerlo prende il porto d’armi e la pistola, uccide un bandito in un ristorante e spara ai tre scagnozzi (uno è Mario Brega) che vogliono vendicarlo, quindi viene arrestato per eccesso di legittima difesa. – La pistola non è un giocattolo, serve a sparare. Se tu decidi Locandina del film Il giocattolo, di tenerla in tasca, un cristiano regia di Giuliano Montaldo prima o poi lo puoi uccidere. Non è quando spari che lo ammazzi, capisci bene, ma quel cristiano è già morto nel momento stesso in cui hai deciso di girare armato, – recita Vittorio Mezzogiorno, che nel film è un poliziotto amico del contabile Manfredi. «L’hanno definito “uno scherzo finito in tragedia”, invece è la tragedia della stupidità», scrive Willy Molco sul settimanale Oggi del 29 gennaio 1977 in un pezzo intitolato Di scherzi oggi si muore: Una tragedia scaturita dall’incontro tra due personalità e due mondi sbagliati: da una parte, il mondo del calcio, un’oasi di superficialità che vive lontano dalla realtà sociale, dalle ansie quotidiane e dalle angosce del paese, in cui le uniche cose che contano sono i novanta minuti domenicali, l’applauso del pubblico, la classifica, l’ingaggio e il premio-partita; dall’altro il 20
Il settimanale Oggi del 29 gennaio 1977
mondo dei commercianti che difendono a denti stretti la loro «roba», terrorizzati dall’idea di perdere in un attimo il frutto di anni di lavoro e di sacrifici. Da una parte, la sicumera e la tracotanza che conferiscono la notorietà e il guadagno facile; dall’altra, la psicosi della delinquenza dilagante e la certezza di non essere adeguatamente protetti. Luciano Re Cecconi, ventottenne mezzala della Lazio, non era certamente uno spaccone o uno sprovveduto. Posso anzi dire che, tra i numerosi calciatori che conosco, era tra i più riflessivi e seri. Anche in Re Cecconi, però, come nella maggioranza dei suoi colleghi, faceva spicco quella vena goliardica che deriva dal benessere, dal successo e dalla esuberanza atletica. […] Tabocchini, il gioielliere, credeva dal canto suo di essere un eroe. Il ferimento di un malvivente gli era valso, qualche mese prima, l’elogio di tutti gli amici e forse anche della Federazione italiana nazionale dettaglianti orafi. Girava con la pistola infilata nella cintura e la maschera da duro come una sorta di «giustiziere della notte», un degno rappresentante di quella sempre più nutrita 21
schiera di personaggi che s’illudono di poter supplire da soli alle carenze del sistema, all’inerzia della forza pubblica che non colpisce la malavita. La rapidità con la quale ha estratto la sua arma (con la pallottola sempre in canna), la precisione con cui ha colpito al petto il presunto delinquente ne fanno quasi un sopravvissuto eroe da film western, sempre pronto a sfidare la paura e a giocare «a chi spara per primo». Per primo ha sparato lui, anche questa volta, soprattutto perché Re Cecconi non era venuto lì a depredarlo dei suoi preziosi monili.
Assolto, Tabocchini, dai magistrati con una sentenza controversa. «Il clima processuale fu inquinato dalle potenti lobby orafe al grido di: maggiori tutele. E poi il pregiudizio contro una Lazio politicamente scorretta e la tesi del folle gioco superficialmente accettata fecero il resto» (da Non scherzo. Re Cecconi 1977. La verità calpestata, di Maurizio Martucci, Libreria Sportiva Eraclea, 2012). Condannato comunque a vita dal peso di un omicidio di un giovane innocente e dalla morale pubblica. «Se fossi Tabocchini, preferirei essere Re Cecconi. Tragedie come la sua rendono inabitabile il resto di una vita», così Bevilacqua, sempre sul Corriere della Sera del 7 febbraio 1977. Re Cecconi è sepolto a Nerviano, dove era nato, vicino a Milano. In curva Nord, a Roma, sventola la bandiera con la sua immagine, lo scudetto sulla maglia, la schiena curva, la testa bionda che spunta dal palo, lo sguardo concentrato sull’azione di gioco, probabilmente gli sviluppi di un calcio d’angolo. Tabocchini invece non è morto, come si è pensato per anni (se si prova a scrivere il suo nome su Google il primo suggerimento che viene è «Bruno Tabocchini morto»). Non è neppure tornato nelle Marche, da dove era partito da ragazzino, a trascorrere la sua maturità e la sua vecchiaia, lontano dal fantasma del calciatore che aveva ucciso. «Adesso c’è questo 22
ragazzo ucciso da uno scherzo e dalla paura che ci avvolge sempre più stretti […]. Un attimo di follia lo ha cancellato e ancora non ci si crede», scrive sul Corriere dello Sport Adalberto Bortolotti il 19 gennaio 1977. Tabocchini è vivo e abita a Roma Nord, nella sua vecchia casa in zona Cassia, a tre chilometri esatti dalla gioielleria di via Francesco Saverio Nitti, 68, «laboratorio di arte orafa», come si leggeva sull’insegna del negozio. Vicino a quel comprensorio signorile di quattro palazzine, pochi civici più su, nella stessa strada, ha vissuto anche Luciano Re Cecconi. Così vicini i due, in una strada residenziale, da rendere difficile pensare che non si fossero incontrati neppure una volta. Al termine di un lungo interrogatorio, il vice-questore dottor Masone ha dichiarato in arresto Bruno Tabocchini, l’orefice omicida, per eccesso colposo di legittima difesa. Evidentemente ha prestato fede alle dichiarazioni del gioielliere, il quale ha dichiarato e ha fatto verbalizzare che non aveva mai conosciuto né Re Cecconi né Ghedin, – riportò la cronaca del Corriere della Sera il 19 gennaio 1977, continuando così: – Viceversa, i colleghi, gli amici, i vicini di casa del biondo calciatore sostengono il contrario: «Erano amici da tempo», dice un comune amico. «Erano stati vicini di casa quando, fino all’ottobre scorso, Re Cecconi abitò in un appartamento della Cassia accanto a quello di Bruno Tabocchini. Poi, il calciatore era andato a stabilirsi in un residence di proprietà del presidente Lenzini, centocinquanta metri distante. Re Cecconi era sempre in giro per via Nitti, per i suoi acquisti, perché vi ha un mucchio di amici».
Nel comprensorio di Tabocchini sono passati anche altri due ex calciatori della Lazio, tutti e due compagni di squadra di Re Cecconi, come testimonianza della frequentazione dei 23
giocatori con quella strada. Uno, Nando Viola, che poi aveva studiato giurisprudenza con il figlio minore di Tabocchini, è morto nel 2001 in un incidente stradale in viale Parioli. Un altro, Antonio Lopez, è ancora un vicino di casa del gioielliere e spesso, come accade tra pensionati, si incontrano. Questa è la storia del gioielliere e del campione.
24