Luglio 2010
il TRIBUNO
NUMERO 6
LA STORICA ECCELLENZA DELLA CERAMICA FAENTINA ORGANO UFFICIALE DEL TRIBUNATO DI ROMAGNA
Identità della Fondazione Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. Nato per volontà locali nel 1908, il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza è attualmente una Fondazione. Il Museo fu eretto a Ente Morale con Regio Decreto del 1912 e classificato come “Museo Grande” con decreto interministeriale del 1965. Nel 1976, a seguito del nuovo ordinamento dei musei italiani e della devoluzione alla competenza regionale dei musei non statali, il Presidente della Giunta regionale dell’Emilia Romagna trasformò il Museo da Ente Morale in Ente Locale variando così la sua struttura giuridico amministrativa. A reggerne le sorti rimanevano, comunque, la figura del Direttore e il Consiglio Residente, organismo di consulenza scientifica eletto dalla Amministrazione comunale. Per giungere allo stato di Fondazione si sono resi necessari altri passaggi che hanno visto il Museo divenire, nel 1995,
Istituzione trasformandosi in Ente strumentale del Comune di Faenza e venendo ad acquisire una maggiore autonomia nella gestione e nei servizi, pur con finalità invariate rispetto allo Statuto del 1912. Nel 2001, è approvato, con delibera del Consiglio comunale, lo Statuto della Fondazione Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, la quale diventa operativa a tutti gli effetti nel 2002. La forma giuridica individuata favorisce uno snellimento dell’apparato burocratico, l’interessamento del Ministero dei Beni e le Attività Culturali e consente la partecipazione di altre realtà pubbliche come la Regione, la Provincia, la Camera di Commercio e, soprattutto, di quelle private. La logica che ha presieduto a questi mutamenti è quella dell’investimento culturale con segnali di apertura alle imprese più sensibili e avanzate e a organismi intenzionati a rapportarsi con il territorio e la comunità scientifica in modo sempre più fattivo e partecipato. I dettami dello Statuto del 1912 rimangono ancora oggi di riferimento per l’opera di conservazione del patrimonio ceramico raccolto al MIC e della sua valorizzazione in ambito nazionale e internazionale. Tuttavia emergono, sempre più, esigenze di sviluppo delle attività di intesa con partnership pubbliche e private, nonché di promozione dell’interesse del mondo economico privato, anche attraverso specifiche iniziative espositive e di ricerca di risorse da finalizzare ad acquisizioni, e quindi a
un incremento patrimoniale, o a eventi culturali particolarmente importanti. Quella in atto al Museo Internazionale delle Ceramiche è una formula estremamente dinamica, che tende a valorizzare e a incrementare sinergie tra la tradizione storica della ceramica faentina, la sua vocazione internazionale e le potenzialità culturali, economiche e produttive attuali. Una formula che deve essere costantemente riformata e non fossilizzarsi, pena la perdita di un adeguato confronto con gli aspetti più propositivi della globalizzazione in atto. Pier Antonio Rivola Presidente MIC Il Tribuno - Periodico di storia e cultura Luglio 2010, numero 6 Fondato nel 2007 da Massimo Riva e Lorenzo Cappelli Autorizzazione del Tribunale di Forlì del 7/10-12-07 n. 35/07 Editore: Lorenzo Cappelli Direttore Responsabile: Lorenzo Cappelli Redazione: Massimo Riva Via Rossini, 120 - 47023 Cesena e-mail: rivamassimocesena@libero.it massimo.riva@pf.bancagenerali.it Stampa: Filograf - Forlì Hanno scritto: Gianfranco Angelucci, Jadranka Bentini, Franco Bertoni, Lorenzo Cappelli, Marcello Novaga, Carmen Ravanelli Guidotti, Pier Antonio Rivola, Giordano Zinzani. Poste Italiane s.p.a. - spedizione in abbonamento postale - 70% Commerciale Business Forlì n. 49/2008 Comitato di Redazione: Francesco Donati di Ravenna, Riccardo Gresta di Misano Adriatico, Wilma Malucelli di Forlì, Mauro Matassoni di Rimini, Nicola Milandri di Forlì, Marcello Novaga di Milano, Massimo Riva di Cesena, Giuseppe (Beppe) Sangiorgi di CasolaValsenio,AndreaTabanelli di Brisighella, Marco Tupponi di Forlì, Liliana Vivoli di Imola. Il nostro sito è: www.tribunatodiromagna.org
LA STORICA ECCELLENZA DELLA CERAMICA FAENTINA
Un omaggio ai Tribuni di Romagna: boccali di Faenza dal ‘300 all’ ‘800 - Selezione dalle raccolte del MIC -
Riassunto Questo intervento vuole rendere omaggio ai Tribuni di Romagna attraverso le linee essenziali di un progetto incentrato sui boccali di Romagna, elaborato alcuni anni orsono e oggetto di uno dei tanti momenti condivisi in passato con Alteo Dolcini, il “grande” Tribuno Fondatore e infaticabile animatore culturale, che volle il DOC dei vini, ma anche quello della ceramica, grazie al quale si è arrivati alla legge 188 del ’90 di tutela della ceramica artistica. A quel progetto, di cui auspichiamo futura realizzazione, manteniamo ancora il titolo “Boccali di Faenza - Acque e Vini di Romagna”, convinti che valga la pena di evidenziare la valenza culturale della ceramica (la “terra”), dell’acqua e del vino di Romagna, argomento che legittimamente aspira ad interessare questo incontro, visto che rappresenta uno degli aspetti fondanti del Tribunato. Il progetto muove dalla considerazione che una caratteristica secolare della Romagna sono la ricchezza di acqua e la produttività di vino e di ceramica; il fatto stesso che le fonti archivistiche, distintamente menzionino, già nelle antiche carte medievali “boccali da acqua” e “boccali da vino”, induce a sostenere il taglio di quel progetto, teso a far conoscere armonicamente questi tre aspetti - boccali, acqua e vino - di un’unica cultura locale, di riconosciuta e antica tradizione: aspetti che oltretutto potrebbero essere divulgati attraverso una Mostra itinerante storico- promozionale da portare fuori dai confini locali.
E’ bene inoltre ricordare che, tranne pochi scritti che si muovono entro i limiti del divulgativo, del pezzo giornalistico o del vagamente panoramico, non esiste a tutt’oggi uno studio storico-critico che esamini lo sviluppo del boccale romagnolo in ceramica attraverso i secoli: intendiamo non solo lo sviluppo morfologico (cioè le varianti delle forme e delle capienze) ma anche quello stilistico-decorativo, che sa accordare, sempre con raro equilibrio, il suo specifico linguaggio ceramistico alla struttura della foggia; esso infatti raccoglie, assimila ed applica alle fogge gli stili decorativi peculiari alla ceramica faentina e in generale romagnola, da quelli aulici a quelli più popolari e lungo un arco di molti secoli, ininterrottamente dal Medioevo all’epoca moderna, elaborando dapprima repertori “arcaici” medievali e in seguito tematiche più complesse rinascimentali, manieristiche, barocche e così via, tenendo il passo con lo svolgersi delle arti maggiori e minori. Il boccale faentino è tema portante all’interno della storia della ceramica e ponendolo in primo piano attraverso le inesauribili risorse culturali delle raccolte del Museo di Faenza, si è voluto focalizzare un argomento di indubbia rispondenza con uno dei tanti campi d’interesse percorsi e coltivati dai Tribuni di Romagna.
Boccale con putti che sorreggono uno stemma. Faenza, 1638.
Boccale rinascimentale con busto di “Maria bella”. Faenza, fine XV-inizio XVI secolo.
Carmen Ravanelli Guidotti
Conservatore alle Collezioni Retrospettive del MIC 2
Boccale con stemma della famiglia Medici (Papa Clemente VII). Faenza, 1525-1530.
LA STORICA ECCELLENZA DELLA CERAMICA FAENTINA Design italiano e tradizione popolare L’Italia del Novecento ha fornito in campo artistico una miriade di proposte che continua ad ottenere adeguato e pieno apprezzamento internazionale. Va affermato, comunque, che una delle avventure in cui maggiormente si è giocato il prestigio internazionale del Made in Italy è stato quel multiforme mondo creativo che va sotto il nome di design; e, con esso, la ceramica d’uso. Il design, per l’Italia, è fenomeno essenzialmente del secondo dopoguerra. Punto di riferimento privilegiato fu naturalmente Milano con le sue industrie, la Triennale, la Fiera Campionaria e riviste come “DOMUS” e “Casabella”, ma anche Vicenza, con la Fiera Campionaria inaugurata nel 1947. Tra i nomi più riconosciuti: Ceramica Bitossi, Natale Mancioli, Ambrogio Pozzi, Danese, Antonia Campi, Ettore Sottsass. Accanto a questi protagonisti di un rapporto organico o conflittuale con il prodotto più tipicamente industriale, va segnalata un’altra via, di non minore importanza, che affonda nei valori più profondi della tradizione popolare e dei manufatti da essa espressi. I nomi sono quelli di Guido Gambone, Bruno Bagnoli, Giorgio Baitello, Federigo Fabbrini e, soprattutto, quelli di Franco Bucci e Nanni Valentini che nel 1961 fondano il Laboratorio Pesaro e che negli anni tra il 1961 e il 1966 collaborano strettamente con Filippo Doppioni e
Roberto Pieraccini. Bucci proviene da esperienze artistiche sul rame smaltato e ha contatti con l’ambiente milanese e Ettore Sottsass; Valentini è artista già affermato non solo a livello nazionale; Doppioni è il tecnico che permette l’avventura e Pieraccini, ceramista ancora molto giovane, sarà anche grafico di successo. Scopo dichiarato è quello di produrre oggetti d’uso di alta qualità progettuale utilizzando un materiale ancora quasi sconosciuto in Italia quale il grès. Marco Terenzi, cognato di Valentini è il torniante dei primi pezzi, in gran parte unici. L’esperienza attira le attenzioni di artisti, ceramisti e intellettuali che seguono con attenzione gli sviluppi di questa piccola follia nata senza particolari sostegni aziendali o confortanti premesse di successo. Frequentano con assiduità il Laboratorio Pesaro, Albert Diato, cui si devono i suggerimenti (1962-63) per l’utilizzo di un vero e proprio grès in sostituzione del refrattario fino ad allora utilizzato da Valentini, Panos Tsolakos, Pino Spagnulo, l’architetto Nicola Amoroso, lo storico Valerio Marchetti, Loreno Sguanci, Giuliano Vangi e Vladimiro Nannini. Si discute di tutto ma ad essere maggiormente messo in discussione è il primato dell’opera unica e “artistica” a favore di una più democratica diluizione dell’estetica nel multiplo e nel più semplice e comune oggetto d’uso. I modelli? Quelli del design scandinavo, senza dubbio, ma Laboratorio Pesaro di Franco Bucci a sinistra: Linea da tè e da caffè Modello “B”, grès, anni di produzione: 1965-1981
a destra: Zuppiera, elementi del servizio da tavola Modello “B”, grès, anni di produzione: 1966-1990 3
con un desiderio maggiore di fisicità, di materia, di realismo, di concretezza e di connessione con la dura storia di una tradizione popolare ormai esautorata di ogni ruolo nei dilaganti fasti della società del benessere e dei consumi. L’oggetto a lungo ricercato deve rimandare a usi antichi ma ancora quasi sacrali, suggerire un cibo, un ambiente di vita e una terra di appartenenza. Se un auspicato assetto della globalizzazione in atto sarà quello di un arcipelago composto da distinte e ben caratterizzate isole, al Laboratorio Pesaro va dato il merito di averne prefigurata una, marchigiana, in cui versando il vino da una brocca in un bicchiere è possibile riandare con la mente e l’emozione alle ondulate terre circostanti e alle infinite modulazioni coloristiche che quella stessa terra ha conferito ai palazzi, alle case e ai solidi muri delle chiese che, senza soluzione di continuità, sorgono sulle vette dei crinali per proteggere e rendere possibile l’avventura umana. Ogni oggetto del Laboratorio Pesaro è un viatico per un sapore, per un odore, per un colore, per una improvvisa, illuminante sensazione di appartenenza a un luogo. Un luogo forse immaginario o perduto ma ancora capace di suggestionare e indurre riconsiderazioni. Franco Bertoni Esperto alle Collezioni Moderne e Contemporanee
LA STORICA ECCELLENZA DELLA CERAMICA FAENTINA Il Museo come raccolta di testimonianze e luogo di conservazione. Soggetto principale della memoria. Il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza poggia su di una identità singolare, addirittura unica nel panorama museale mondiale. La sua origine ha comunque punti di contatto con campioni museali già collaudati o esistenti alla data della sua formazione. Si tratta dei musei nati a seguito di Esposizioni Universali, collegati alle Scuole d’Arte industriali di cui l’Italia già possedeva alcuni esempi rilevanti, seppur all’epoca già in via di decadimento e di raccolte private entrate nella seconda metà del’Ottocento già in regime pubblico. Modello di eccellenza resta sullo sfondo il South Kensington Museum di Londra (poi Victoria and Albert Museum) sorto a ridosso dell’Esposizione Universale londinese del 1851, il Museo più moderno del tempo, primo ad avere annessi servizi per il pubblico, a cominciare dal ristorante. Dalla storia all’attualità, i musei di arti applicate di cui anche il MIC fa parte, esercitano una parte importante e non certo secondaria rispetto a Gallerie, Musei e Pinacoteche: superato l’antico assento concettuale che vuole le cosiddette arti minori subordinate alle maggiori – architettura, scultura e pittura –, essi puntano a dare rappresen-
tazione non solo a tipologie artistiche strumentali divenute nel tempo oggetti del collezionismo, ma anche a specifici ambiti tec-
nici e tecnologici propri delle attività lavorative dell’uomo. Jadranka Bentini Direttore Fondazione MIC
Veduta della sala Maiolica Faentina Rinascimentale
Scorcio della sala Maiolica Italiana del Rinascimento
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CULTURA TERRITORIO RELAZIONI Il domani della comunità locale
1.Una serie di elementi innovativi (dall’informatica alle pari opportunità, dalla new economy alla multietnicità, dalle biotecnologie ai mercati globali, etc.) stanno da tempo inserendosi nel tessuto della società, in un coinvolgimento volto a preparare nuovi costumi, nuovi modi di pensare e di operare ovvero di vivere, proiettandoci in una nuova cultura. Un momento emblematico della cultura tradizionale nell’impatto con questi “agenti” di cambiamento è rappresentato dalle piccole comunità disseminate sul territorio regionale e nazionale. Queste piccole comunità – la cui caratteristica generalizzabile è la coesione realizzata in base alle comuni origini, interessi pratici e idee dei componenti – presentano aspetti anche contradditori: da una parte, più conservatrici di valori culturali; dall’altra, più sensibili ai cambiamenti rispetto ai contesti sociali più allargati ed ampi. La cultura tradizionale, propria di queste unità o microcosmi collettivi, pur conservando molti tratti autonomi e specifici, va analizzata tenendo in debito conto la sua progressiva integrazione con le nuove culture:i suoi legami cioè con i si-
stemi di valori del mondo esterno in rapporto alle nuove situazioni, come quella alquanto innovativa dell’attuale era del virtuale. Ciò è quanto basta a modificare, anche profondamente, il carattere di una comunità ed il suo comportamento. Cogliere questa evoluzione è fondamentale per una conoscenza sempre più approfondita di queste realtà socio-culturali che rappresentano anche una risorsa di futuro economico. 2. Molti i comuni romagnoli sotti i cinquemila abitanti (chiamati convenzionalmente “piccole” comunità) dove vivono ed operano migliaia e migliaia di persone. Sono le opportunità nascoste dalla quali partire per creare un “nuovo rinascimento” (valorizzazione del territorio e sviluppo delle relazioni, la rete sociale o social network). Questo “domani” richiede però alcune condizioni: il recupero di tutte le risorse culturali (comprese le feste e le sagre tradizionali, i raduni, etc.) che contribuiscono a rinsaldare la comunità ( lo stare assieme); il creare luoghi gradevoli e sostenibili da un punto di vista socio-ecologico che puntino su energie alternative (il riordi-
Marcello Novaga, UN PARADIGMA CULTURALE. Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, Cesena, dic. 2009, pagg. 72, 7 fig. , Euro 10,00
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Bertinoro, una comunità antica nel centro della regione Romagna per decenni campo di studio e di ricerche di psicologia sociale sulla evoluzione della cultura tradizionale in questa era di cambiamenti. Un contesto socio-economico rappresentativo delle piccole comunità locali che comprende agricoltura, industria, servizi e turismo: un paradigma culturale di riferimento per ricerche comunitarie e per progetti di miglioramento della qualità della vita degli abitanti. Il volume riporta e descrive il metodo sperimentato nello studio della comunità modello, con indicazioni sulla impostazione, sugli strumenti e le tecniche, sulle modalità operative da seguire. Un manuale su come fare interventi, di grande utilità per i ricercatori.
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Antica Caveja Romagnola
no ambientale); un salto di qualità attraverso uno sforzo di investimento tecnologico, in grado di portare questi luoghi a collegarsi con tutto il mondo ( la connettività) ed avere infinite possibilità per poter divenire sempre più centri vitali. 3. Nella cultura romagnola alcuni elementi sui quali fare perno per un nuovo domani sono sempre stati presenti e lo sono ancora oggi. Per esempio, un saldo legame fra le varie generazioni ed un attaccamento ai luoghi di origine: due elementi questi di specificità di ogni luogo-comunità che si caratterizza, più o meno marcatamente, attraverso il mantenimento delle singole identità. Come hanno evidenziato gli studi di psicologia sociale, da noi condotti per decenni sull’intera regione romagna, nel quadro del progetto universitario di ricerche sul campo, “ la Romagna e la sua gente”.* Marcello Novaga www.marcellonovaga.it
* Novaga M.: La comunità agricola: Bertinoro ‘80 (Walberti), Una comunità romagnola (Longo), I valori culturali in un’era di cambiamento (Il Ponte Vecchio), Annali Studi Romagnoli.
Consorzi di Tutela tra passato e futuro
Relazione tenuta alla tornata di Bagnacavallo del Tribunato di Romagna, martedì 25 maggio 2010, dal Presidente Consorzio Vini di Romagna, Giordano Zinzani
La disciplina delle Denominazioni di Origine dei vini, in Italia, cronologicamente è stata regolata dal DPR n.930 del 1963, dalla Legge n.164 del 1992 e recentemente, dall’11 maggio è entrato in vigore il Decreto Legislativo n. 61 dell’8 aprile 2010. Per approntare il nuovo decreto legislativo il Ministero ha tenuto conto dell’adeguamento alla nuova OCM vino e dove consentito, il mantenimento delle norme nazionali “positive” (es. concetto piramidale), puntando sulla semplificazione e all’ adeguamento alle norme nazionali sulle DOP (rif. legge 526/99) Per il riconoscimento delle nostre denominazioni di origine il Ministero ha chiarito che: per le vecchie DOC e IGT vi è riconoscimento automatico della UE, con inserimento nel registro comunitario E-Bacchus. Ci sono comunque delle debolezze nel sistema di protezione comunitario, ci sono troppe D.O. e I.G., impossibile da tutelare tutte in ambito internazionale, l’Italia in passato, ha basato il proprio sistema, tutelando i territori, ma anche puntando sui nomi dei vitigni, non più considerati esclusivi ed autoctoni. L’Australia e gli Stati Uniti, ad esempio, hanno ottenuto di far
modificare un Regolamento comunitario, con la possibilità, anche per i loro Paesi di utilizzare le menzioni dei nostri vitigni tipici: Aglianico, Brachetto, Lambrusco, Sangiovese, Grignolino, Nebbiolo, Teroldego, Primitivo, ecc. Inoltre, attualmente dalla Comunità ci arrivano critiche, in quanto con il sistema attuale l’Italia ha creato troppe D.O. per una stessa zona geografica, come ad esempio Romagna con 7 Denominazioni diverse, riguardanti ciascuna un vitigno, o altri casi Asti, Valpolicella, Montalcino, ecc., dove la stessa “denominazione” è utilizzata per designare diverse DOC o DOCG. Dalla UE ci arriva l’indicazione di ridurre le D.O e di utilizzare sistemi nuovi di riconoscimento con più forti legami al territorio. Le semplificazioni introdotte con il nuovo Decreto Legislativo italiano prevedono: unificazione Albo vigneti DOP con Elenco Vigne IGT, denuncia uve unitamente alla dichiarazione di produzione vitivinicola, eliminazione Albo imbottigliatori, sistema di certificazione e controlli in capo ad un solo Ente pubblico o privato, tutti i dati di produzione inseriti in un unico contenitore Sistema AGEA/SIAN - a disposizione delle Istituzioni, delle Organizzazioni di categoria, dei Consorzi di tutela. Cosa cambia per i Consorzi, con la nuova “legge”? Scompaiono i Consigli interpro-
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fessionali e si conferma l’adesione volontaria da parte dei produttori ai Consorzi di tutela. Per tali Consorzi l’articolo apposito prevede due livelli di competenza a seconda del livello di rappresentatività raggiunto. La vigilanza sull’operato dei Consorzi è svolta dalla Regione e dal Ministero (Icqfr). I Consorzi di Tutela potranno operare per una o più Denominazioni e anche per gli IGP. Le funzioni dei Consorzi riguarderanno la tutela, promozione, valorizzazione, informazione del consumatore e cura generale degli interessi relativi alla Denominazione; la vigilanza e salvaguardia della DO da espletare prevalentemente nella fase commerciale e con le giuste forme di garanzia, ed inoltre possono stabilire regole di commercializzazione per l’offerta dei vini. Contribuire alla gestione delle rese di uva e di vino, alle iscrizioni dei vigneti agli Albi, alla gestione dei volumi e dei prodotti disponibili, decidere sui sistemi di indicazione delle partite (lotto), formulare le proposte di modifica dei disciplinari di produzione. Le attività vanno dalla conoscenza e trasparenza della produzione e del mercato, dalla valorizzare del potenziale produttivo, dal fornire informazioni e svolgere ricerche, incoraggiare il consumo moderato, valorizzare, tutelare e promuovere le D.O, a condizione di dimostrare di ave-
CLASSIFICAZIONE
DEI
VINI
DOCG* Vini con Indicazione Geografica
DOC* IGT**
Vini senza Indicazione Geografica
Cabernet, Cabernet Franc, Cabernet Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Merlot, Sauvignon, Syrah ***
* Indicazione tradizionale italiana con facoltà o possibilità di riportare anche DOP ** Indicazione tradizionale italiana con facoltà o possibilità di riportare anche IGP *** Indicazioni facoltative di cui all’allegato IV del D.M. 23/12/2009
re rappresentanza significativa. I Consorzi saranno equiparati ad “organizzazioni interprofessionali” e fra i criteri da rispettare, occorre che siano composti e costituiti per iniziativa dei rappresentanti della produzione, commercio e trasformazione. Per i Consorzi l’articolo 17 del D.Lgs n.61/2010 prevede due livelli di competenza a seconda del livello di rappresentatività raggiunto. Riconoscimento dei Consorzi con una rappresentatività di almeno il 35% dei viticoltori e di almeno il 51% della produzione certificata dei vigneti iscritti a schedario, con riferimento agli ultimi 2 anni, con attività nei confronti dei propri soci. Attività di “Erga Omnes”, con
addebito spese su tutti gli utilizzatori della DO, non soci inclusi, se con rappresentatività di almeno il 40% dei viticoltori e di almeno il 66% della produzione. Possibilità di richiedere ai nuovi soggetti utilizzatori della DO il contributo di avviamento di cui alla legge 22 dic. 2008 n. 201. Fra i compiti dei “nuovi” Consorzi è previsto di collaborare con il Ministero nell’espletamento delle attività di vigilanza, tutela e salvaguardia delle DOP e IGP. Le attività di vigilanza si svolgono prevalentemente alla commercializzazione e consistono nella verifica che le produzioni certificate siano rispondenti ai requisiti previsti dai disciplinari; nella vigilanza sui prodotti si-
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milari commercializzati nella Comunità, affinché con le false indicazioni non creino confusione e danni alle DO. I Consorzi potranno nominare degli “Agenti vigilatori” che, con apposito tesserino rilasciato dal MIPAAF, potranno svolgere attività circoscritta nell’ambito del controllo della DO. Per i Consorzi di Tutela verranno emessi dei Decreti di riconoscimento, per ufficializzare alla UE il loro operato e saranno a tutti gli effetti riconosciuti a livello internazionale, per l’Italia con Federdoc a rappresentarli istituzionalmente. Enologo Giordano Zinzani Tribuno Vicario
Decretati i vincitori del Concorso “Vino del Tribuno� 2010
MartedĂŹ 25 maggio a Bagnacavallo (Sala Oriani, complesso monumentale dell’ex Convento di San Francesco) sono stati proclamati i vincitori dell’edizione 2010 del Concorso “Vino del Tribunoâ€?. Il Concorso, organizzato e promosso dal Tribunato di Romagna con la collaborazione del Consorzio Vini di Romagna, ha lo scopo di evidenziare la migliore produzione enologica del territorio facendola conoscere ai consumatori e agli operatori, di presentare al pubblico le tipologie dei vini piĂš caratteristici, di premiare e stimolare lo sforzo delle aziende vinicole al continuo miglioramento qualitativo dei loro prodotti. Al concorso hanno partecipato una sessantina di vini D.O.C.G., D.O.C. e I.G.T. presentati da aziende romagnole. I vini sono stati assaggiati alla cieca, il 14 maggio sempre a Bagnacavallo, da apposite commissioni composte da enologi, sommelier, Tribuni particolarmente esperti di vino e giornalisti.
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Nella serata del 25 maggio a consegnare i prestigiosi riconoscimenti ai produttori della Romagna sono stati: Lorenzo Cappelli, Flavio Ricci e Massimo Riva del Tribunato di Romagna, Giordano Zinzani, Presidente del Consorzio Vini di Romagna e Laura Rossi, Sindaco di Bagnacavallo.
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Hanno conquistato il “Diploma di Gran Meritoâ€? i vini che hanno raggiunto il punteggio piĂš alto nelle diverse categorie, mentre sono stati premiati exaequo con “Diploma di Meritoâ€?, i vini che hanno ottenuto un punteggio non inferiore agli 80/100 (in base al metodo di valutazione dell’Unione Internazionale degli Enologi). La prestigiosa “Targa del Tribunatoâ€? è infine stata conferita al vino che ha ottenuto il punteggio assoluto piĂš alto, al produttore singolo e a quello associato che hanno avuto la somma dei punteggi piĂš alti sommando almeno tre vini.
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La piramide qualitativa
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•ForlÏ •Ravenna
Federico, Giulietta e l’enigma Gelsomina di Gianfranco Angelucci
Una signora molto intima di Fellini mi confidò un giorno un segreto che mi lasciò sconcertato. “Non lo sai? Giulietta non era figlia di sua madre, ma la figlia naturale del padre con una domestica di casa.” E mi raccontò tutta la vicenda così come l’aveva appresa lei stessa. Non dalla bocca di Federico, che a suo dire non si era mai espresso chiaramente nel merito, bensì da quella di un avvocato proprietario della pensione in cui lei si recava ogni anno in villeggiatura. Il paese si chiamava Montagnaga di Pinè, lo stesso luogo dove Giulietta Masina si recava durante l’estate, cadesse il mondo, a trascorrere qualche giorno presso la sua ‘balia’ a cui era affezionatissima; tanto che nel piccolo centro tutti sussurravano che non fosse la balia bensì la vera e propria madre. Ero al corrente anch’io di questa debolezza di Giulietta per
la vecchia ‘tata’, che spesso ospitava anche a Roma dell’appartamento dove viveva con Federico. Ma mai avrei potuto sospettare una relazione diversa da quella che appariva. Sennonché l’improvvisa rivelazione si insinuò indelebilmente nei miei pensieri e mi svegliò all’improvviso di notte: “Ma certo! Ecco spiegato l’enigma della Strada, il film più misterioso della coppia Federico Giulietta, con quel dolce, malinconico motivo della tromba inventato da Nino Rota! Una storia talmente strana da non riuscire a spiegarsi da dove fosse scaturita. Gelsomina vive in una catapecchia sulla spiaggia e viene venduta dalla madre a Zampanò, un girovago, per diecimila lire. Allontanata per sempre dalla propria dimora, dalle sorelle e fratelli, per seguire sul furgone di una motocicletta un estraneo, un artista da strada rozzo e brutale abituato a guadagnarsi la vita nelle piazze con modesti numeri di attrazione; come spezzare una catena stretta attorno al torace gonfiando i muscoli del petto. Il senso di desolazione, di abbandono, persino di paura che invadono la ragazza quando la motocicletta parte portandola via per sempre verso un futuro ignoto! E in mano a un uomo che è diventato il suo padrone; a lui dovrà fare da assistente, da sguattera e da mo-
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glie, trattata alla stregua di un animale domestico. E pur tuttavia scoprendo al suo fianco la vita, e i luoghi nuovi, e la folla, il gusto di addobbarsi, di esibirsi, di suonare la tromba, di ricevere l’applauso del pubblico, di conoscere un’altra se stessa e altre persone. Compreso il Matto, il funambolo poeta che rischia il collo passeggiando su una corda tesa tra un tetto e l’altro delle case, ma che pure sa ridere e scherzare, e rivolgersi a lei come a un essere umano, rivelandole il senso dell’esistenza. Insomma La Strada, che tutti amiamo e conosciamo, e che ottenne un successo immenso in ogni parte del mondo, premia-
ta addirittura con la statuetta d’oro dell’Oscar; il primo dei cinque che Fellini avrebbe in seguito meritato nel corso della sua carriera. Per quella interpretazione Giulietta fu chiamata dal grande Charlot “Chaplin feminine”: una specie di investitura che il più eccelso degli attori comici non aveva mai riservato a nessuno. Fellini aveva in testa questo film da prima dei Vitelloni, da prima di Lo Sceicco Bianco, ma non aveva mai trovato un produttore interessato a farglielo realizzare. Poi arrivò Dino De Laurentiis al quale il soggetto piacque, ma avrebbe voluto che a recitare nella parte di Gelsomina fosse sua moglie Silvana Mangano, la sensualissima mondina di Riso Amaro. Federico che voleva Giulietta e nessun altra, di fronte alle insistenze del produttore arrivò a stracciargli il contratto in faccia e a lasciare l’ufficio. L’ebbe vinta (era un capricorno dalle idee molto chiare) e il risultato fu uno dei capolavori più indimenticabili della storia del cinema. Ma da dove prendeva origine quella strana trama che l’aveva ispirato? Chi era Gelsomina? Ed ecco che l’inaspettata confidenza sembrava volermi svelare all’improvviso il significato riposto della storia; tutto tornava. Anche Giulietta era stata allontanata da casa, e in età ancora molto infantile. Inizialmente quando aveva soltanto tre o quattro anni e veniva mandata a passare dei brevi periodi presso una zia di Roma; in seguito, con l’età scolastica,
affidata addirittura a questa zia Giulia, una facoltosa signora che aveva sposato il fratello della madre Flavia, il prof. Eugenio Pasqualin, preside in un istituto della Capitale. “La madre – insisteva con me l’anziana amica di Fellini, quando il regista era già scomparso da qualche anno – non voleva tenerla con sé, appunto perché non era sua figlia; avendo oltretutto concepito in seguito con il marito altri tre figlioli, Eugenia e una coppia di gemelli, Mario e Mariolina. A San Giorgio di Piano, da dove proveniva la famiglia di Giulietta, chiunque potrà dirtelo.”
Svolsi un’indagine. Ne parlai con Tullio Kezich, biografo di Fellini, partecipandogli la mia emozione per aver forse penetrato l’oscuro segreto di La Strada; recandosi a Venezia per il Festival, il critico si era addirittura fermato in macchina a Montagnaga Pinè per raccogliere notizie; ma l’avvocato proprietario dell’albergo nel frattempo era passato a miglior vita; e la presunta balia era scomparsa da tempo, né c’erano parenti in grado di comprovare le supposizioni. Inoltre nel racconto dell’ami-
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ca di Fellini non tutto tornava; doveva essersi verificata una sovrapposizione tra le informazioni in suo possesso. La domestica veneziana a cui Giulietta era affezionata in realtà si chiamava Anna e serviva in casa della zia Giulia a Roma, in via Lutezia, dove lei era stata accolta come una figlia. La zia Giulia, assai facoltosa in quanto appartenente alla ricca famiglia delle calzature di Varese, aveva tirato su la sua protetta da signorina ricca; mandandola a studiare nei costosi collegi delle Orsoline e in seguito all’università, e assegnandole anche una tata che si occupasse delle sue necessità pratiche; una veneta segaligna che veniva chiamata la ‘tedesca’ per la sua estrema scrupolosità e severità, ma anche protettiva e amorevole al pari di una madre. La ragazza che invece stava nella casa natale di Giulietta, a San Giorgio di Piano, si chiamava Ermelinda Montanari; di famiglia contadina, veniva da Argelata, altra contrada vicino Bologna, e in casa aveva pian piano sostituito nella gestione domestica la madre Flavia, maestra di scuola e donna molto ‘posapiano’, seconda la definizione di una biscugina che avevo rintracciato ed ero andato a intervistare a Bologna, in via Castiglione. Questa signora di nome Angiolina Ramponi (ora prossima ai novanta) era di tre anni più giovane di Giulietta, e sua nonna Bianca era la sorella di Gaetano Masina, detto zio Tanino, il padre dell’attrice. Di fronte alle
mie domande, la aggraziata gentildonna, già maestra e diplomata in pianoforte, non si sentì di escludere nessuna eventualità; però mi fece notare che in un piccolo paese come San Giorgio di Piano, una gravidanza fuori posto si sarebbe subito risaputa; come avrebbe potuto la Ermelinda nascondere il suo stato? Inoltre era noto nel paese che quando Giulietta venne al mondo, la levatrice Angiolla Garelli aveva raccontato che la bambina era “nata con la camicia”, essendo uscita dal ventre materno ancora avvolta nella placenta; e quindi, secondo la convinzione popolare, destinata a un avvenire molto fortunato.” Angiolina Ramponi a quel
tempo era troppo piccola per poter ricordare in dettaglio cose che neppure capiva; però di sicuro l’Ermelinda era sempre restata a casa dei Masina, e aveva dato una mano anche in tempi di magra, portando da casa i frutti della campagna. Si considerava di fatto parte della famiglia. L’affidamento di Giulietta alla zia Giulia di Roma – affermava la signora Ramponi - fu dovuto alla semplice ragione che con quattro figli i Masina non navigavano certo nell’oro; e il padre, lo zio Tanino, spirito estroso e buon violinista, aveva dovuto a un certo punto rinunciare ai sogni artistici per impiegarsi presso la Montecatini, dove avrebbe poi lavorato tutta la vita. Lo
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zio Tanino era dunque violinista proprio come il Matto, la figura angelica del film La Strada, che insegna a Gelsomina a suonare con la tromba quel motivo “spaccacuore” (come lo definiva Federico) che diventerà il tema stesso della cinematografia felliniana, altrettanto celebre della marcetta di Otto e Mezzo. Una volta diventata famosa, Giulietta fece trasferire a Roma genitori e fratelli, e di tutti si occupò sempre con molta generosità “come se dovesse farsi perdonare qualcosa”; e la domestica di casa o “balia” Ermelinda, ormai matura anche lei, non mancava di affrontare il viaggio nella Capitale portando con sé i cappelletti freschi e gli immancabili prodotti che sapeva così graditi ai suoi ex padroni. Era proprio un membro di famiglia, e nelle fotografie di gruppo esposte di recente in una mostra a San Giorgio di Piano, Ermelinda figura alle pari con gli
altri membri della casa. Del resto si diceva di lei che fosse stata la balia dei bambini; ma come avrebbe potuto se non era neppure sposata? Insomma se da un lato il mistero sembra diradarsi, dall’altro si infittisce ancora di più. E restando ai puri e semplici dati di fatto non si arriva a una verità convincente. Tuttavia che interesse avrebbe avuto l’anziana amica di Fellini a raccontarmi una storia inventata, una diceria, una maldicenza? E proprio in una direzione così coincidente con la storia di La Strada? E perché Federico stesso, generalmente così poco propenso a dilungarsi sulla gestazione dei suoi film, una sera d’estate, a cena, indugiò a raccontarmi come la lavorazione fosse stata per lui assai tormentosa? “Non dormivo più, – mi riferì testualmente - e
la mattina mi trascinavo sul set, mi afferravo alla macchina da presa come un naufrago al relitto della nave.” Giulietta, essendosi accorta del suo profondo malessere, lo aveva spinto a consultare uno psicanalista, Emilio Servadio. Un freudiano che al primo incontro non risultò affatto simpatico a Fellini; anzi non vedeva l’ora che la seduta terminasse e guadagnò il portone come una liberazione, accolto dal fragore dei tuoni e
da un vero e proprio uragano. Fu in quella precisa occasione che aspettando un taxi sotto il diluvio incontrò una giovane signora nella sua stessa situazione; una sensualissima donna dall’inaspettato accento romagnolo. Era infatti di San Marino, si chiamava… Ma questa è tutta un’altra storia e non c’è tempo per raccontarla. Sarà per la prossima volta. g.angelucci@libero.it
Il Tribunato è retto da un Praesidium, articolo 8 dello Statuto, ed è composto da: Sen. Prof. Lorenzo Cappelli Primo Tribuno Enologo Giordano Zinzani Tribuno Vicario Per. Agr. Franco Albertini Consigliere Dott. Nicola Milandri Consigliere Dott. Flavio Ricci Consigliere Prof. Silviero Sansavini Consigliere Ing. Massimo Riva Cancelliere
IPPODROMO DEL SAVIO CESENA Premio TRIBUNATO DI ROMAGNA 14 Agosto 2010
Anche quest’anno, la Società Cesenate Corse al Trotto ha invitato i Tribuni all’Ippodromo del Savio di Cesena per assistere alla Corsa “Premio Tribunato di Romagna”. È stata vinta da Nearco Real, di proprietà della Sig.ra Sara Bruni di Ferrara, guidato da Pietro Gubellini. Erano presenti i Tribuni: Lorenzo Cappelli, Paolo Morelli, Mario Gramigna, Massimo Riva, Nicola Milandri. 13
Al nôvi caparëli de’: 28/10/2007
Prof. Alessandra Bordoni di Imola, docente Università di Bologna
Prof. Giambattista Chiarini di Russi (Ra), insegnante scuola media superiore
Prof. Patrizia Tassinari di Bologna, docente Università di Bologna
Dott. William Vandini, già dirigente ARPA di Ravenna, libero professionista
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Ci hanno lasciato
Vincenzo Muccioli da San Patrignano, Tribuno, nella sua infinita battaglia contro il male ebbe sempre a fianco il Tribunato di Romagna che ne condivise le scarne gioie e le tristezze senza misura e il tutto affrontato per riportare la vita a tanti che la mettono in pericolo.
AMERIGO FABBRI E’ recentemente scomparso il Comm. Amerigo Fabbri, galantuomo di antico stampo, noto e stimato imprenditore, che ha lasciato un gran vuoto ed un unanime rimpianto nella società forlivese, ed in particolare nel nostro Tribunato di cui fu attivissimo Tribuno e membro , per vari anni,del Paesidium. Lo vogliamo ricordare come esponente autorevole del mondo della Cooperazione sia come Presidente della Centrale Avicola Romagnola (società con 220 dipendenti e con un fatturato di cento milioni di lire), sia come Presidente della Associazione della Cooperativa repubblicana di Forlì-Cesena-Rimini. Lo vogliamo ricordare come valente ed esperto amministratore di vari Enti pubblici e privati ( Vice Presidente dell’I.A.C.P. di Forlì, membro del C.d.A. del Patificio Ghigi di Marciano di Romagna, del C.d.A. della Casa di Riposo Zangheri di Forlì, Segretario Nazionale del Sindacato Agenti dei Consorzi Agrari ). Lo vogliamo ricordare come dinamico e prestigioso dirigente ed animatore sportivo, per ben 28 anni, della gloriosa Polisportiva Edera di Forlì, certamente per Suo merito, una delle più importanti d’Italia, che ha al suo attivo 13 presenze alle Olimpiadi e ai Campionati del Mondo. Lo vogliamo ricordare, infine, come fervido ed appassionato socio della Cassa dei Risparmi di Forlì e della relativa Fondazione. NICOLA PAGLIARANI Nicola (Nicki) Pagliarani è deceduto a Rimini il 23 Aprile u.s. , all’età di novantotto anni. Tribuno dal 10/5/1980 è stato un nostro affezionatissimo socio che tutti noi abbiamo apprezzato per la straordinaria simpatia che ispirava. Dimostrò di essere un amministratore capace ed entusiasta in qualità di Sindaco di Rimini dal 1970 al 1978. Era entrato in Consiglio Comunale nel 1951, e fin dall’inizio della sua attività politica, iniziata immediatamente dopo il ritorno dalla prigionia in Polonia, si era impegnato con straordinaria passione per la ricostruzione della città distrutta dalla guerra, diventando uno dei protagonisti principali della storia moderna di Rimini, figura centrale della sua rinascita e del suo sviluppo. Nel 1968 era stato eletto Deputato alla Camera dei Deputati.
MARIO PEZZI Il 26 giugno u.s., all’età di ottantasette anni, si è spento, a Forlì il Tribuno Mario Pezzi, vero re del vino, patron indimenticabile della storica “Fattoria Paradiso” , da lui creata con passione e dedizione, e diventata uno splendido museo del Sangiovese e degli altri vini romagnoli. Mario Pezzi è stato certamente uno dei principali pionieri della affermazione dei nostri vini, sui mercati nazionali ed internazionali. Giovanissimo si era dedicato, con tenace volontà e sicura visione del futuro, alla coltivazione di alcuni vigneti, ampliatisi nel corso del tempo, alla cui attenta conduzione aveva unito nuove tecniche per la produzione del vino. La “Fattoria Paradiso” è sempre stata luogo privilegiato delle riunioni del Tribunato, centro amabile di accoglienza per tanti visitatori, punto di riferimento per la produzione del buon vino, vero salotto culturale aperto all’arte e alla cultura vitivinicola. Scompare con Lui uno degli artefici principali della Romagna dei vini, e come tale verrà ricordato. CLAUDIO MARABINI All’età di ottanta anni, ci ha lasciato il Tribuno Claudio Marabini, nativo di Faenza, giornalista, scrittore, critico, sempre distintosi nella sua attività letteraria, così complessa e varia, per una straordinaria comprensione dell’animo umano. Per il Tribunato è veramente una perdita dolorosa : scompare con Lui l’ultimo superstite dell’eletta schiera dei fondatori della nostra associazione, la cui attività, specie agli inizi, lo aveva visto sempre impegnato in prima fila, a testimonianza del Suo grandissimo amore per la Romagna letteraria e la sua gente. Pur essendo un autentico Maestro della purezza della lingua italiana, custodiva e coltivava con lo stesso amore il dialetto romagnolo. Marabini è stato un grande giornalista ed un grande uomo di cultura, autore di numerosi romanzi di successo dotato di una straordinaria capacità di comprensione critica degli scrittori dell’Ottocento e dell’età contemporanea. Lorenzo Cappelli
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Ristorante
Via Casale 213 47826 Villa Verucchio (RN) telefono 0541 678449