Settembre 2009
il TRIBUNO
NUMERO 5
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI ORGANO UFFICIALE DEL TRIBUNATO DI ROMAGNA
Città da lui tanto amata e proclamata Capitale morale della Romagna; in questa sala a Lui così cara, perchè testimone di tante Sue benemerite iniziative. La Tornata odierna, è la prima di una serie di manifestazioni, in onore e a ricordo di Alteo, che la famiglia e il Tribunato stanno predisponendo, non soltanto per una doverosa e stimolante commemorazione, ma soprattutto per far rivivere, in mezzo a noi, la Sua presenza. Sentiamo, infatti, sempre di più, la necessità di non perdere il contatto spirituale con un 10 Ottobre 1991, Los Angeles. Uomo che ha onoRonald Reagan viene “incapparellato” da Alteo Dolcini rato, al massimo livello, la nostra Romagna, dotato di un carisma parCari amici, ticolare, interpretandone i più alti valori, ed inserendosi nel prestila Tornata odierna è dedicata alla gioso filone dei grandissimi permemoria del nostro indimenticasonaggi che arricchiscono la trabile Alteo Dolcini, anima e cuore deldizione romagnola. la Romagna e del Tribunato, ricorLa presenza spirituale di Alteo, in rendo, fra qualche mese, il decimo queste nostre manifestazioni, mi è anniversario della Sua scomparsa. stata ricordata da una lettera inDesidero, anzitutto, rivolgere un viatami, tempo fa, dalla Sua vedocordiale ed affettuoso saluto ai figli va, la signora Pina, alla cui medi Alteo, per la loro presenza che moria rivolgo un reverente omaggio ci onora e ci conforta. Ad essi rined un sentito ringraziamento, pernoviamo, anche, il nostro grato e chè sempre le buone mogli hanno commosso ringraziamento per quantanta parte nella vita di uomini come to hanno fatto e stanno facendo per Dolcini. La lettera della signora Pina, mantenere vivo il suo ricordo. che ne giustifica l’assenza, per raLa Tornata si svolge, e ne sottolineo gioni di salute, ad una prima comil particolare significato, a Bertinoro. memorazione di Alteo, che ebbi
l’onore di tenere, sempre qui a Bertinoro, il 13 marzo 2000, così terminava, alludendo al marito: “Lui ci sarà!” È vero! Alteo era, allora a Bertinoro, Alteo è oggi, qui con noi, Alteo rimarrà sempre nel cuore di tutti i Romagnoli. Il suo ricordo, infatti, col passare del tempo, diventa sempre più vivo e sempre di più ci coinvolge. Ricordare Alteo, per tutti i Romagnoli, è soprattutto un atto di amore, che per noi Tribuni, diventa amore figliale, perchè il Tribunato è stato, certamente, una delle Sue creature predilette tra le tante che la Sua fervida fantasia creativa ha generato. Egli lo volle come strumento operativo per la diffusione della ro-
Lorenzo Cappelli (segue a pag. 2)
Il Tribuno - Periodico di storia e cultura Settembre 2009, numero 5 Fondato nel 2007 da Massimo Riva e Lorenzo Cappelli Autorizzazione del Tribunale di Forlì del 7/10-12-07 n. 35/07 Editore: Lorenzo Cappelli Direttore Responsabile: Lorenzo Cappelli Redazione: Massimo Riva Via Rossini, 120 - 47023 Cesena e-mail: rivamassimocesena@libero.it massimo.riva@pf.bancagenerali.it Stampa: Filograf - Forlì Hanno scritto: Pietro Baccarini, Lorenzo Cappelli, Daniele Franchini, Silviero Sansavini, Stefano Servadei. Poste Italiane s.p.a. - spedizione in abbonamento postale - 70% Commerciale Business Forlì n. 49/2008 Comitato di Redazione: Francesco Donati di Ravenna, Riccardo Gresta di Misano Adriatico, Wilma Malucelli di Forlì, Mauro Matassoni di Rimini, Nicola Milandri di Forlì, Marcello Novaga di Milano, Massimo Riva di Cesena, Giuseppe (Beppe) Sangiorgi di CasolaValsenio,AndreaTabanelli di Brisighella, Marco Tupponi di Forlì, Liliana Vivoli di Imola. Il nostro sito è: www.tribunatodiromagna.org
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI
10 Ottobre 1991, Los Angeles. Ronald Reagan, Alteo Dolcini, Mario Erbacci
magnolità, questo valore così forte e alto, non solo in Romagna. Lo volle per l’affermazione, la valorizzazione e la salvaguardia delle tradizioni e della cultura del popolo romagnolo, con lo stimolarne i valori morali e materiali della Romagna, lo volle per far conoscere e valorizzare tutti i prodotti della nostra terra, primo fra tutti il vino; lo volle per tenere alto il primato della gente romagnola in tanti settori dell’attività umana. Lo concepì come “ Senato della Romagna”, nel significato romano della parola, cioè assemblea dei più qualificati romagnoli di diverse esperienze vitali, della cultura, delle arti, delle scienze, delle professioni, dell’economia. Lo chiamò “Tribunato” per sottolineare lo spirito combattivo e propositivo, perchè Tribuno era chiamato, nell’antica Roma, il magistrato difensore primario del popolo e delle più impegnative e più nobili cause. Dicevo, prima, che Alteo è qui con
noi, ed il modo migliore per ricordarLo è di far rivivere i suoi propositi e di confrontarci con il Suo insegnamento. Desidero, allora, ricordare alcune parole, sempre attuali e stimolanti, che Alteo ha scritto, rivolgendosi ai Tribuni, poco prima di morire, in un momento di profonda amarezza, procurateGli da vicende interne al Tribunato. “Ma a parte tutto, quello che importa ora, e credo si sia in tanti a desiderarlo, è che si ritorni all’originario ed amicale spirito; che il Tribunato affermi, ancora una volta di volere essere un organismo concreto, propositivo, innovativo, richiamante l’attenzione su effettivi e concreti problemi romagnoli di particolare valenza culturale, in grado di impegnarci a fondo e veramente essere utili alla nostra terra e alla nostra gente.” Questa è stata l’ultima affettuosa e paterna preoccupazione di Alteo per il nostro Tribunato. Alteo ha voluto darci la rappre-
2
sentazione veramente precisa della fisionomia di un organismo come il nostro, sempre vivo, che si rinnova continuamente nella tradizione. Noi, la raccogliamo e ne facciamo il fondamento principale del nostro impegno futuro. Ricordare Dolcini, oltre che un atto di amore, è anche un atto di riconoscenza, per le innumerevoli azioni, progetti, opere che Egli ha realizzato nel corso, purtroppo breve, della Sua vita. Un atto di riconoscenza per tutto quanto ha fatto per la nostra Romagna; con lucidissima ed acutissima intelligenza, con assoluto disinteresse, con straordinario spirito di servizio, con generosa dedizione donando tutto se stesso e raggiungendo eccezionali risultati. Sono sicuro di non esagerare dicendo che è capitato a pochi altri di fare conoscere e amare la Romagna per quello che la nostra terra veramente è. Per farla conoscere, anche all’estero, inventò le “Ambascerie romagnole” incontrando i potenti della terra: il Sindaco di New York ed il Presidente degli Stati Uniti che incaparellò facendoli Tribuni della Corte d’Onore; lo stesso fece con Gorbaciov e le massime autorità russe. Per più di 40 anni, si è dedicato con attività veramente vulcanica ( giustamente è stato definito”il vulcano delle idee di Romagna”), ad inventare, creare, dirigere volontariamente prestigiose Istituzioni, con sacrificio economico, Suo e della famiglia, fedele al motto spallicciano “ sol da dè, gnit da dmandè”. L’Ente Tutela Vini di Romagna, il Tribunato, la Società del Passatore,
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI l’Ente ceramica Faenza, l’Ente musica Romagna, l’Associazione FaenzaForlì, la 100 Km del Passatore di Washington, la Cà de bè di Bertinoro, la Cà de Ven di Ravenna, la Cà de Sanzves di Predappio Alta, e tanti altri organismi l’hanno visto sempre parte fondamentale sia alla loro nascita, sia nella loro gestione. Ha scritto numerosissimi libri (22 quelli pubblicati), trattando brillantemente i più svariati argomenti, vero promotore di cultura, specie fra i giovani chiamati a studiare la Romagna. Ha creato e diretto la “Mercuriale romagnola”, straordinario prodotto giornalistico, ritratto del Suo carattere e del Suo stile di vita, nella quale Alteo faceva tutto ( o quasi tutto) dalla prima riga all’ultima. La “Mercuriale” era la bandiera di combattimento delle Sue iniziative e della Sua fantasia creativa, voce della Romagna dei vini doc, della cultura, dell’arte e dei progetti che in quella voce trovavano riferimento. Ma la vera grande passione di Alteo è stata la creazione della Romagna dei vini. Se oggi i vini della Romagna, primeggiano sulla tavola degli italiani e di tanti paesi del mondo, dopo essere passati da una produzione anonima, ad una produzione prestigiosa, tipica, fortemente difesa da ambitissime denominazioni, tutto ciò, autentico miracolo, lo si deve alla intuizione, alla fantasia, alla tenacia di Alteo Dolcini. Ho già avuto occasione di definirlo: Cavaliere dell’impossibile , perché nella Sua vita si è impegnato sempre in azioni che sfioravano l’assurdità, riuscendo, spesso a realizzarle. Cavaliere dell’ impossibile, ma an-
14-21 Ottobre 1990. Un gruppo di Tribuni guidato da Alteo Dolcini è a Mosca per “incapparellare” Michail Gorbaciov. All’ultimo momento il Segretario del Partito Comunista Sovietico sostituisce Gorbaciov perchè nello stesso giorno riceve il premio Nobel per la Pace a Stocolma.
che concreto uomo di azione, capace, soprattutto di coinvolgere tutta una moltitudine di collaboratori, di grande prestigio, che hanno lavorato con Lui. Nel lontano 1963, coinvolse l’Università di Bologna, Facoltà di Agraria, chiamandola ad effettuare studi di sperimentazione nel Centro di ricerca di Tebano, messo a disposizione dal Comune di Faenza, che divenne supporto scientifico di alta dignità e competenza per la valorizzazione dei nostri vini, che, attualmente, è ancora in funzione, notevolmente ampliato e specializzato, dove trovano formazione di carattere universitario tanti giovani. L’altra grande passione di Dolcini è stata la ceramica, che Egli era solito definire la prima manifestazione artistica dell’uomo. Per inciso, informo che il Tribunato per onorare Alteo ha già concordato con il Museo faentino delle ceramiche una iniziativa culturale di
3
vasto respiro. Nel campo della ceramica riuscì nella grande impresa di far approvare la legge sul riconoscimento dei Comuni di antica tradizione ceramica, mobilitando, in più riprese, i parlamentari romagnoli, che portò al riconoscimento di Faenza quale centro più prestigioso della produzione della ceramica artistica. Contribuì a diffondere i nostri prodotti ceramici in tutto il mondo; inventò quella meravigliosa manifestazione dal nome immaginifico di “Mondial tornanti” che vede ancora oggi una folta partecipazione di artisti. Alteo Dolcini, romagnolo autentico, fu sempre coerente con la Sua visione di una Romagna forte, orgogliosa della sua grandezza e delle sue tradizioni, ma soprattutto determinata a ricoprire il ruolo che le spetta in Italia e in Europa, per potere meglio realizzare e difende(segue a pag. 4)
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI re, sul piano della “tipizzazione d’origine”, i nostri prodotti. Dolcini sposò con entusiasmo la causa delle delimitazioni dei confini storici e naturali della Romagna, impegnandosi col Tribunato, nella raccolta di firme necessarie per promuoverne con apposita legge da parte del Consiglio Regionale, il riconoscimento. La raccolta delle firme, in numero di gran lunga superiore a quello richiesto, fu resa nulla, per assurdi e faziosi cavilli pseudo giuridici, sollevati dalla Regione. Alteo ne soffrì moltissimo: volle come risposta civile, che gli storici confini, unanimemente riconosciuti nel corso di tanti secoli, venissero solennemente proclamati, con una storica decisione del Tribunato e ricordati, a perenne memoria, su una artistica ceramica, nella Cà de bè di Bertinoro. Infine, ricordare Alteo Dolcini è, per me e per tutti noi, una nostalgica occasione per meditare sulla Sua eccezionale personalità di autentico e tipico galantuomo romagnolo, marchio inconfondibile della nostra gente. Alteo ha sempre posto al culmine di ogni Suo atto, il sentimento dell’amicizia, un’amicizia sincera, solidale, romagnola, e, per testimoniare questa amicizia ha dato certamente il meglio di se stesso.
Dolcini fu un tenace lottatore per le nobili cause in cui si cimentò, rivelandosi eccezionale uomo di azione. Era solito gettare il cuore oltre gli ostacoli, rimanendo, molte volte, un isolato, solo perché gli altri non erano capaci di seguirlo nel cammino intrapreso. Si è detto, e giustamente, che fu, nello stesso tempo un grande sognatore di tante iniziative, non avendo limiti nei Suoi sogni. Ed è vero! Ma un sognatore che riusciva a mettere in moto non solo se stesso, ma una infinità di persone, col carisma che Gli era proprio, carisma veramente unico, capace di trascinare tutto e tutti. Carattere estremamente deciso, quasi inflessibile, non accettava di fermarsi fino a quando gli obiettivi non fossero raggiunti, e, perlomeno, praticati nei limiti massimi. Rifuggiva da ogni compromesso, pur avendo grande rispetto per le altrui opinioni e delle altrui posizioni, sapendo anche nobilmente soffrire per difendere le Sue idee. Di Lui si può ben dire che ha sempre volato alto non abbassandosi mai verso meschinità. Alteo Dolcini, aveva, anche, una altra grande virtù, (ne ebbi conferma nell’ultimo colloquio prima della Sua morte); sapeva generosamente e serenamente perdonare i torti che
Sulle reti: VIDEOREGIONE, CANALE 11 ogni Sabato alle ore 20,05: Tribunato di Romagna in TV
4
riteneva di aver subito, facendo prevalere su tutto il sentimento dell’amicizia. È stato, certamente, un Uomo di grande idealità, vero Cavaliere dell’ideale, come quando, giovanissimo, il grande amore di Patria, Lo portò ad imbarcarsi, clandestino, su una nave diretta in Libia, per arruolarsi volontario, e, pur non avendo raggiunto i limiti di età, per combattere con coraggio sul fronte libico, dove venne, poi, fatto prigioniero. Aveva fortissimo il senso dello Stato, che dimostrò nella Sua prestigiosa carriera di funzionario della Pubblica Amministrazione, dove eccelse per le Sue doti di organizzatore, di combattente tenace, insofferente ai lacci e laccioli, ma nello stesso tempo, di rigoroso e scrupoloso dirigente amministrativo nella Sua funzione di Segretario Generale del Comune di Faenza, che deve, anche alla Sua opera, realizzazioni di grande respiro. Cari amici, alla morte di Alteo, tutti i romagnoli, anche quelli che non lo conoscevano, hanno sentito di aver perso un amico: il compianto straordinario che seguì alla Sua scomparsa ne è una prova. È morto povero, ma ha donato alla Sua Romagna, un enorme patrimonio di ricchezza spirituale e morale che solo i grandi Uomini possono lasciare. Coerente con la Sua vita, testimoniata nel segno di una eccezionale umanità e generosità, ha voluto donare i Suoi organi vitali perché altri potessero vivere. E a tutti noi ha donato, per sempre, il Suo dolce ricordo. Ricordo che ci aiuta a vivere e a proseguire nel cammino da Lui tracciato, tenendo ben alto il Suo insegnamento. Ora riposa in pace in un piccolo cimitero delle Sue amate colline faentine. Mi piace immaginare che ogni qualvolta ricordiamo Alteo, il nostro pensiero si trasformi in un fiore portato sulla Sua tomba, e mi pare di sentire che Egli dolcemente ci ringrazi, sussurrando: “Par tot e mi lavor A so cuntent d’un fior.” Bertinoro 5 Aprile 2009.
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI ALTEO DOLCINI, LA RINASCITA DELLA VITIVINICOLTURA ROMAGNOLA E IL POLO UNIVERSITARIO FAENTINO Silviero Sansavini, Dipartimento di Colture Arboree, Università di Bologna
A me universitario piace essere associato a Dolcini per la nostra Il prof. S. Sansavini, che sviluppò comune presso l’Azienda Naldi di Tebano idea di vonegli ‘80/90 i primi campi sperimentali per la frutticultura. ler realizzare, a Faenza, un Centro di studi e attività di ricerca viticolo-enologico e frutticolo quale avamposto per una sede qualificata del grande progetto dell’Università in Romagna. Dolcini è stato un antesignano anche in questo versante, pensando al riscatto dell’identità vitivinicola insieme a quello dei valori artistici, culturali ed etnici della Romagna. Aveva visto giusto, ma dovette soffrire ed aspettare molti anni prima che il progetto fosse maturo e andasse in porto. La nascita del Polo universitario romagnolo come decentramento dell’Ateneo bolognese, quando arrivò, fu anche una vittoria sua, benché non proprio come avrebbe voluto. Quali furono le premesse? Era partito bene, perché anche il Preside della Facoltà di Agraria di Bologna, il prof. Gabriele Goidànich – del quale chi scrive era stato allievo e, nella circostanza, un collaboratore di scopo, insieme al prof. Sergio Foschi – voleva andare in Romagna con l’Università, ma a Cesena per fondarvi un Corso di Laurea in Ortofrutticoltura e questo accadde verso la metà degli anni ’70. Il progetto, già approvato, cadde però inopinatamente all’ultimo momento per
pochi voti elettorali che cambiarono il colore politico dell’amministrazione del Comune di Cesena. Dolcini pensò allora che la grande occasione, per la viticoltura, avrebbe potuto concretizzarsi, in alternativa, a Faenza, perché nel frattempo a Tebano, presso l’Azienda “Naldi” del Comune di Faenza (che mise a disposizione terreni e sede, poi divenuta Azienda Terre Naldi), era sorto il Centro di Ricerche ViticoleEnologiche (CRIVE) della Facoltà di Agraria di Bologna. Nacque così (1973) la famosa Cantina sperimentale di Tebano (primo direttore fu, allora, il prof. U. Pallotta, cui seguì successivamente il prof. A. Amati). Goidànich e tutta la Facoltà di Agraria erano orgogliosi di questo fiore all’occhiello della Facoltà, che in pochi anni avrebbe dato lustro all’Università ma anche a Faenza e alla Romagna. A Tebano, infatti, furono condotti studi fondamentali per la rinascita tecnico-scientifica di una viticoltura che allora non brillava certo al cospetto delle altre grosse realtà italiane. Nacquero a Tebano la selezione clonale dei vi-
tigni romagnoli (Albana, Sangiovese e Trebbiano) operata dai professori C. Intrieri, B. Marangoni e F. Faccioli; il lavoro di selezione clonale portò dapprima alla creazione del vivaio per la produzione di barbatelle innestate e poi al protocollo di propagazione e all’introduzione della certificazione dei portinnesti e dei vitigni selezionati, da cui nacque il CAV (Centro privato per i servizi e le attività vivaistiche, viticole e frutticole) che ha tuttora sede a Tebano. L’attività di ricerca viticola, negli anni, ha poi via via approfondito aspetti decisivi, quasi rivoluzionari, come le nuove forme di allevamento per la potatura e vendemmia meccaniche; e, sempre per merito principale di C. Intrieri, vi furono ridefiniti i nuovi sistemi d’impianto della vite per la meccanizzazione e l’orientamento dei filari, mentre furono messi a punto sistemi di gestione del suolo adatti ad aree collinari. Nel campo enologico furono escogitate nuove tecniche di fermentazione, con l’isolamento e selezione di più di (segue a pag. 6)
Il Tribunato è retto da un Praesidium, articolo 8 dello Statuto, ed è composto da: Sen. Prof. Lorenzo Cappelli Primo Tribuno Enologo Giordano Zinzani Tribuno Vicario On. Dott. Stefano Servadei Consigliere Per. Agr. Franco Albertini Consigliere Dott. Flavio Ricci Consigliere Prof. Daniele Franchini Consigliere Ing. Massimo Riva Cancelliere
5
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI
Il prof. Gabriele Goidànich, Preside per un ventennio della Facoltà di Agraria di Bologna e fondatore del CRIVE, il Centro di Faenza-Tebano. Nella foto, a fianco del prof. Umberto Pallotta, che avviò la cantina sperimentale di Tebano.
3.000 ceppi di Saccharomyces cerevisae per merito dei professori A. Zambonelli ed E. Guerzoni. Attualmente esiste una pregevole collezione di ceppi di lievito includenti anche ibridi e discendenti da spore di grande interesse applicativo. Sono stati isolati e selezionati inoltre batteri lattici dotati di interessanti attitudini alla fermentazione malolattica e lieviti per la spumantizzazione. Oltre agli approfonditi studi sulla macerazione carbonica fu soprattutto reinventata la vinificazione dei bianchi (da parte del prof. A. Amati e collaboratori), e altre novità atte a stimolare e rinnovare le tante cantine romagnole, a partire da quelle sociali, che così poterono rifiorire clamorosamente e guadagnare buone posizioni di mercato. Va ricordato anche il grosso lavoro fatto dal Gruppo fitoiatrico dei proff. S. Foschi e A. Cesari con la messa a punto delle basi biologiche della difesa per una viticoltura integrata, per la conoscenza dei rapporti fra fungicidi, ambiente e vinificazione, dell’interazione fra marciume acido e qualità del vino e di vari altri aspetti connessi ai trattamenti, fra cui da ultimo la sostituzione del rame. Dolcini, in prima persona, all’interno del Tribunato dei Vini di Romagna, godendo del pieno appoggio di grandi presidenti-giornalisti come Max David e Tino Dalla Valle, svolse un’opera straordinaria per sensibilizza-
re imprese viticole, istituzioni locali e governative, per rinnovare radicalmente la viticoltura, contribuendo così ad innalzare il livello qualitativo dei vini fino ad ottenere la denominazione DOC dei vini romagnoli (Albana, Sangiovese, Trebbiano, cui si aggiunsero poi Pagadebit e Cagnina). Riuscì ad imporre l’immagine del “Passatore” a “guardia” dei vini DOC. Era certo un paradosso che un brigante, Stefano Pelloni, per di più con falso volto, fosse scelto a garanzia della genuinità e romagnolità dei vini, ma Dolcini la ebbe vinta dopo un lungo dibattito che dimostrò la forte vitalità e il raccordo popolare del Tribunato. Il notiziario del Tribunato, la “Mercuriale romagnola”, scritto interamente da Dolcini, divenne un foglio molto letto e diffuso; era anche un organo di battaglia, sia per favorire l’affermazione dei vini di Romagna, sia anche per dibattere certe idee di Dolcini un po’ eterodosse che, quindi, non sempre trovavano pieno consenso. Per esempio, dopo il 1976, con l’entrata in campo della Regione, i rapporti di collaborazione col Centro di Tebano furono avocati, di fatto, dall’Amministrazione Regionale. Dolcini, come prima mossa, avrebbe voluto far nascere a Faenza l’Enoteca regionale, ma la Regione scelse Dozza Imolese, con suo grave disappunto. Dolcini dovette ammainare la bandiera romagnola anche ai fini dell’utilizzo in esclusiva 6
della denominazione del “Sangiovese di Romagna” in quanto l’omonimo vitigno era ampiamente coltivato anche in altre regioni (Toscana, Abruzzo, ecc.), che non potevano rinunciare al diritto di avvalersi della stessa denominazione di “Sangiovese” per i loro vini. Del resto è noto che il nome di un vitigno è patrimonio universale e non può essere “privatizzato”. A Tebano, poi, la Regione creò un ente intermedio – espressione della base produttiva – per i rapporti con l’Università e con le imprese, l’ESAVE, che si dotò di un proprio organico e di un proprio Consiglio di amministrazione guidato a lungo da un personaggio passionale e combattivo, il ravennate R. Tramontani, che contrastò di fatto le iniziative di Dolcini, favorevole a che il Centro universitario svolgesse ricerca e servizi in modo autonomo e fosse l’avamposto a Tebano per un auspicabile, prossimo, corso universitario. Il CRIVE (che opera tuttora a Tebano) aveva, dunque, come interlocutore l’ESAVE, ma il Rettore Roversi Monaco, anch’egli molto favorevole ad un polo universitario romagnolo, verso la fine del suo ultimo mandato, deluso, assieme al Preside G. Baraldi, dal passivo e tergiversante comportamento del Comune di Faenza (che non volle impegnarsi più di tanto nella sponsorizzazione dell’iniziativa) decretò la nascita – a Cesena – nell’ambito dell Corso di Laurea quinquennale in Scienze e Tecnologie Alimentari (operante dal 1992), di un Diploma universitario di Viticoltura ed Enologia (attivato nel 1999) che due anni dopo, a partire dal 2001/2, in attuazione della riforma universitaria nazionale, divenne Corso di Laurea triennale di Viticoltura ed Enologia. A Faenza-Tebano di tale corso arrivò soltanto “uno spicchio”, cioè metà dei semestri di insegnamento. Per Dolcini fu, comunque, un piccolo successo perché la Romagna aveva “esteso” il Polo Universitario a Faenza, ove oltre a parte del Diploma vitivinicolo, fu insediato anche un intero Corso di laurea in “Chimica e tecnologia per l’ambiente e i materiali”, appoggiato al Centro di studi sulle ceramiche del CNR (che fu poi trasformato, nel 1980, in Istituto di Scienze e Tecnologia dei Materiali Ceramici), per la realizzazione del quale il mitico Dolcini aveva pure
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI speso molto di sé e della sua intraprendenza. Dolcini scrisse molto, il libro che gli riuscì meglio fu forse uno dei primi, “La Romagna dei vini” (1976) che ebbe un grande successo e fu riedito in due volumi nel 1992. Per quell’opera aveva coinvolto tanti autori, il fior fiore della competenze viticole ed enologiche della Romagna, che riconoscevano in lui un vero trascinatore e mentore di tante rivendicazioni e iniziative, anche un po’ utopistiche e talvolta faziose, per cause opinabili, ma sostenibili e sempre segno di forte appartenenza alla Romagna. Il Presidente del Tribunato L. Cappelli lo ha definito “cavaliere degli ideali e dell’impossibile”. Giusto. Spesso tali progetti avrebbero dovuto riparare torti subiti storicamente dai romagnoli, per la sottrazione di priorità o di prodotti del territorio o per il mancato riconoscimento di meriti ed originalità di valori o di risultati conseguiti dalle genti della Romagna. In realtà, Dolcini era dotato di grande fervore operativo, di una forte capacità immaginativa e di una spregiudicata e talvolta impudente attività relazionale a tutti i livelli, compresa la volta in cui riuscì ad “agganciare” il Presidente americano Ronald Reagan, che fu poi “incapparellato” alla Casa Bianca (se ben ricordo). Dolcini, cioè, creava in continuazione traguardi da raggiungere e si procurava per questo anche qualche nemico in corso d’opera. Molti di questi traguardi, come altri ricorderanno in questa rievocazione, furono raggiunti, ma altri sono rimasti giacenti o dimenticati, in attesa di tempi migliori. I suoi obiettivi spaziavano dall’alveo universitario-storico-culturale a quello economico-produttivo, invadevano il campo letterario-artistico (fondò a Faenza l’ente per la musica e quello per la ceramica) e non tralasciavano quello sportivo-popolare (vedi la 100 km del Passatore da Firenze a Faenza o la Maratona co-organizzata a New York). In comune avevano l’emancipazione e il protagonismo della Romagna, la riscoperta delle sue identità (vedi fra l’altro la battaglia, perduta, per il riconoscimento dei confini geografici della Romagna). Anche per la frutticoltura romagnola si spese molto e chi scrive,
quando poté, lo assecondò. Quando la Facoltà di Agraria di Bologna mi affidò la cattedra di frutticoltura (1971) impiantai a Tebano, nella stessa azienda comunale della vite, alcuni campi sperimentali per lo studio di portinnesti e varietà di fruttiferi, corrispondendo anche alle sue aspettative. Furono fatte anche le prime prove di portinnesti nanizzanti del ciliegio (C. Intrieri), mentre i proff. D. Bassi e B. Marangoni selezionarono dalla pera “Volpina” i nuovi portinnesti franchi-clonali della serie Fox e insieme a R. Bazzocchi la percoca precoce “Tebana”. Importante fu anche la collezione delle residue pesche bianche autoctone della Romagna, più tardi ricercate per il recupero del germoplasma locale e degli antichi sapori della Romagna. Con Dolcini dovevamo scrivere insieme un libro sulla “storia della frutticoltura romagnola” ma, di fatto, né lui né io trovammo mai il tempo per lavorarvi assieme, cosicché l’iniziativa si arenò. Nella sua mente c’era la necessità di ripetere per la frutta quello che gli era riuscito col marchio del Passatore per i vini DOC, dimenticando però che la Regione aveva già scelto di promuovere i marchi regionali IGP riconosciuti in sede europea (es. Pesche e Nettarine di Romagna, Pere dell’EmiliaRomagna, ecc.). Era abituato a mietere successi, che si alternavano ad improvvide scon-
fitte, e finché questi dipendevano unicamente dal suo ruolo di “manager” del Tribunato tutto andava bene, ma l’agire sempre da solista e di fatto senza collaboratori gli precluse la possibilità di raggiungere successi politici – che peraltro non cercava personalmente. Gli enti amministrativi in particolare erano gelosi delle loro prerogative, come nel caso dei Comuni romagnoli, che non si lasciarono coinvolgere in alcune iniziative di Dolcini perché sconfinavano nella competenza politica. Ad esempio, non condivisero, in maggioranza, di impegnarsi in rivendicazioni per l’autonomia amministrativa della Romagna. Furono ovviamente delusioni! Alle riunioni del Tribunato, invitati, i sindaci si ostinavano a non partecipare. Dolcini era un uomo inimitabile e di fatto insostituibile, tanto che le sue dimissioni dal Tribunato, conseguenti ad una inopinata e rancorosa rivolta, poi divenuta diaspora interna al Consiglio del Tribunato, portarono ad uno sbandamento e ad un confuso periodo di transizione, con progressiva perdita di identità del Tribunato. Quest’ultima, cocente delusione e umiliazione per un uomo che aveva dato tutto se stesso alla causa comune, non fu probabilmente estranea alla sua precoce dipartita. Il Tribunato, intanto, era rimasto preda di uno svuotamento delle sue prerogative e funzioni. Il (segue a pag. 8)
Il prof. C. Intrieri, titolare della Cattedra di Viticoltura di Bologna, a fianco di un filare a Cordone Libero, predisposto per la vendemmia e la potatura meccanica.
7
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI
La campana donata alla città di Bertinoro (1985) a simbolo dell’ospitalità insieme alla colonna, significativo messaggio del Tribunato di Romagna. Dolcini voleva fare di Bertinoro la capitale virtuale della Romagna.
superamento della crisi fu possibile solo grazie all’impegno del Sen. Cappelli, che fece rinascere il Tribunato di Romagna, circondato da persone capaci ma per lo più estranee al mondo della vite e del vino, e con fini istituzionali diversi, che escludevano perciò la precedente polarizzazione dell’interesse per la vitivinicoltura. Questa identità si era ormai dissolta. La Romagna dei vini era ormai storia del passato. Sono comunque rimaste ancora oggi alcune iniziative in campo viticolo-enologico, come la scelta annuale del Vino del Tribuno, gestita insieme al Consorzio dei Vini di Romagna (già Ente Tutela Vini Tipici Romagnoli) e qualche iniziativa culturale-promozionale da parte del Tribunato che, perdendo il suffisso riferito al vino, ha di fatto
allargato la sua attività a vari campi delle tradizioni, della storia, della cultura e del folcklore della Romagna. L’ESAVE, dopo un ventennio di impegnative attività, è stato inglobato dal CRPV (gestito dalle Associazioni Produttori con sede a Cesena). Il nuovo ente Astra, sorto qualche anno fa con l’ambizione di costituire un polo agrobiotecnologico regionale insieme al Consorzio M. Neri di Imola (nel frattempo ridenominato CISA) e alle altre Aziende sperimentali della Romagna (es. Az. M. Marani di Ravenna), è ancora alla ricerca di una sua autonomia e di identità operative. Nel frattempo, il sostegno della Regione è fortemente diminuito, sostituito, fortunatamente, in parte dai provvidenziali interventi delle Fondazioni Flaminia (Ravenna) e Serinar (Forlì - Cesena). Queste hanno finora appoggiato e sostenuto finanziariamente le varie e complesse attività universitarie in Romagna, “in primis” gli insegnamenti. Il CRIVE, ora diretto dal prof. C. Riponi, continua ad operare a Tebano per la didattica e la ricerca insieme ai Dipartimenti coinvolti della Facoltà, ma sono cessati gli ambiziosi progetti di ricerca dell’epoca Dolcini. Fra l’altro, nelle varie incertezze dell’oggi, deve ancora essere stabilito un organico coordinamento, soprattutto per quanto riguarda la didattica, con la sede istituzionale di Cesena. Gli studenti faticano a frequentare Tebano nei semestri di lezioni-esercitazioni ivi attuate; continuano a fare i pendolari, con grave disagio personale. Sulla effettiva collaborazione fra Università, Regione ed Enti locali mancano, nel complesso, una dialettica e una strategia per il futuro. Raramente si discutono insieme i problemi di interdipendenza istituzionale. A
8
Cesena, peraltro, è venuto meno, per ragioni prevalentemente tecniche, il Corso di Laurea magistrale (biennale) di Scienze enologiche, rimasto attivo per un solo biennio (2002/3 e 2003/4) per cui i laureati del Corso Triennale di Viticoltura ed Enologia, se vogliono completare la preparazione professionale per la laurea specialistica, devono ora trasferirsi altrove e frequentare altre sedi universitarie. Quanti rimpianti per la mancanza di uomini come Dolcini. Alteo Dolcini era generoso ed altruista, pensava sempre in grande, al bene comune, mai all’interesse personale, anche se dimenticava talvolta che per il successo di un progetto non basta la bontà della causa, ma occorre la condivisione del consenso. Il suo motto “spallicciano”, e quindi dialettale, era “Sol da dé, gnint da dmandé” e lui lo rispettava. I meriti di Dolcini sono incommensurabili e irraggiungibili per chiunque non abbia in qualche modo, alle spalle aderenze e sostegno politico. Lui li ha raggiunti quasi unicamente da solo, con la sua passione e le sue straordinarie energie, anche se non si può dimenticare il buon sodalizio stabilito con Autorità e alcuni Parlamentari quali Assirelli, Baccarini, lo stesso Sen. Cappelli e altri soggetti politici di peso. Ma lui era geloso della sua libertà intellettuale, per difendere la quale pagò sempre di persona. Grazie a lui, al suo impegno civile, i romagnoli hanno potuto “riscoprire la Romagna” e prendere coscienza delle proprie capacità e responsabilità, acquisire il valore della speranza per andare oltre il normale “sentire”. Il futuro, senza di lui, è andato più lontano.
Silviero Sansavini
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI Commemorazione di Alteo Dolcini 10° anniversario della morte Bertinoro 5 aprile 2009 Avv. Pietro Baccarini di Faenza
Commemorare Alteo Dolcini dopo dieci anni dalla sua morte significa ripercorrere molte del sue iniziative, progetti e idee, alcune realizzate, altre sogni che potranno trovare nel tempo una concretizzazione. La molteplicità degli interessi espressi in tanti anni di lavoro e di iniziative, rimangono come una traccia, un percorso, di cui alcune tappe completamente realizzate e sviluppate, mentre per altre è stato gettato un seme che potrà germogliare e crescere. Tutte le idee formulate da Alteo Dolcini hanno un unico filo conduttore, quello della valorizzazione della Romagna, dei suoi prodotti, della sua gente, della sue tradizioni e della sua storia, dedicando ad essa ogni suo sforzo creativo ed intellettuale. Se fra le sue prime iniziative vi fu quella di valorizzare uno dei prodotti tipici di questo territorio quale è la vite, l’uva e il vino, uno degli ultimi fu quello di voler segnare geograficamente i confini della Romagna per individuarne anche territorialmente i segni e le popolazioni in essa ricomprese. A dieci anni di distanza molte sono le tracce, anche visive, che ricordano il passaggio di questo uomo che voleva, anche con le opere, lasciare il ricordo di un evento, di una manifestazione, di una iniziativa particolarmente riuscita. A Faenza, dove ha vissuto gran parte della sua vita, questi segni sono percepibili immediatamente, perché alle Porte della città sono collocate le ceramiche e le iscrizioni a ricordo della visita in Romagna e a Faenza di Papa Giovanni Paolo II, sotto la Loggia del Podestà una iscrizione
elenca i vincitori della “100 km del Passatore”, sui portoni di ogni casa sono affisse le targhe in ceramica dei professionisti, degli studi medici, delle assicurazioni, degli enti che in quelle case hanno le loro sedi, nella Casa di Riposo per gli anziani di don Gino, campeggia una grande ceramica nella quale si riconoscono, oltre ad Alteo, personaggi faentini presenti all’incontro del Papa con gli anziani della città. E così potremmo andare avanti con tanti altri esempi per testimoniare come anche i segni dell’arte o della parola, della poesia o del disegno, della musica o della ceramica servissero a segnare indelebilmente un avvenimento o una storia che non dovevano essere labili o fuggevoli, ma permanenti e duraturi, per inserirsi nella grande tradizione popolare della terra di Romagna. Dieci anni possono essere un tempo relativamente breve o lungo, a seconda dell’attualità delle iniziative e dei progetti lanciati così che possiamo tranquillamente dire che in questo tempo molte delle iniziative portate avanti da Alteo Dolcini si sono rafforzate, consolidate, sviluppate, mentre altre potrebbero trovare una rapida realizzazione. Credo comunque che in questo decennale sia per noi un dovere ripercorrere le tappe più importanti e i progetti più significativi di Alteo Dolcini, per rilanciarne l’attualità, per comprendere meglio il loro cammino, per rendere omaggio a una figura così straordinaria di un romagnolo che della sua comunità si è fatto interprete, valorizzandone i caratteri tipici. Parlare del dott.
9
Alteo Dolcini è per me molto facile perché tanti sono i ricordi di oltre trent’anni di conoscenza e in molte occasioni di condivisione di progetti e di idee. Conobbi Alteo Dolcini in Comune a Faenza, quando reggeva l’Ufficio di Ragioniere Capo, era Sindaco Elio Assirelli e assessore alle Finanze il Dott. Lino Celotti, persone con le quali collaborava e lavorava con grande entusiasmo e impegno e loro ne assecondavano la sua fervida iniziativa. Parlare di Dolcini ragioniere può sembrare un controsenso se si pensa al classico prototipo del contabile, ma a Lui quel ruolo servì innanzitutto per tenere in ordine la contabilità del Comune e sviluppare una battaglia, che oggi sembra scontata, ma che allora non lo era di certo e cioè quella sui bilanci a pareggio. Per anni Faenza fu additata come l’eccezione alla regola per avere tante uscite quante erano le entrate, cosa che neppure lo Stato premiava con le sue frequenti sanatorie e con l’erogazione di contributi proporzionati alle spese, sicché chi più si indebitava più riceveva e così anche Faenza, seppure buon ultima, sforò i bilanci. Ma Dolcini utilizzava la macchina comunale per assecondare progetti forti alla città per i quali trovava sempre i finanziamenti: dall’espansione del verde con la creazione dei parchi del Tondo e la Piazza d’Armi, al Museo delle Ceramiche, alle tante rassegne culturali, alla riorganizzazione dei servizi, fino alla (segue a pag. 10)
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI informatizzazione. Attorno a Lui vi era un gruppo di dipendenti che nel tempo libero, per amore della città, portava avanti iniziative altrimenti impossibili per la struttura comunale. Era un grande animatore e stimolatore di interessi e riusciva a mobilitare tanti, così il Vice ragioniere capo Valerio Bezzi diventò l’organizzatore del Palio del Niballo, Giovanni Bolognesi e Carlo Ragazzini portarono avanti per anni la Rassegna Dialettale del Teatro (altra invenzione di Alteo), Mario Rosetti si affiancò a Roberto Bucci per i parchi, Walter Padovani costruì una grande squadra per la pulizia della città e dei giardini, Edmondo Marabini resse generosamente la segreteria della Settimana Faentina insieme a Piera Bassi, Nando Bianchedi prese per mano il Mondial Tornianti e ancora oggi se ne occupa dopo vent’anni, Faentino Lontano e Faentino sotto la Torre hanno visto alternarsi altri funzionari fra cui Natale Samorini, Raffaele Gaddoni che iniziò proprio con il Comune le sue missioni nel terzo mondo. Si seppe poi circondare di grandi funzionari ai quali spesso delegava compiti e funzioni più strettamente amministrative ma che gli davano serenità e tranquillità per le loro grandi capacità. Ermete Belletti gli succedette nella Ragioneria con la Sig.ra Paola Capra, Vittorio Valtieri, Vice Segretario Comunale per anni un pilastro insostituibile e crocevia di ogni problema, resse la Segreteria insieme alle Signore Ornella Francesconi e Admeris Conti, l’Ing. Raul Cenni ai lavori pubblici e all’e-
dilizia insieme ai geometri Roberto Resta, Guido Valli, Mauro Erbacci. Erano gli anni sessanta e sul finire del decennio a Faenza si diceva che “in Comune non si muove foglia che Dolcini non voglia”. Era un periodo di grande fervore ed entusiasmo e Dolcini era un motore inesauribile di iniziative: un uomo contro ogni burocrazia, contro ogni norma che rallentasse il passo delle pratiche e della soluzione dei problemi. Modernizzò la macchina comunale introducendo le procedure del PERT, l’informatizzazione, la semplificazione delle procedure ovunque fosse possibile. Poi la sua stella progressivamente tramontò con sua grande amarezza, nuovi funzionari gli succedettero, leggi sempre più ferree vincolavano ogni atto, adempimenti rigorosi da rispettare, binari precisi sui quali far scorrere la macchina comunale, non si addicevano a un uomo che privilegiava, all’interpretazione giuridica, il buon senso comune e alle regole della burocrazia, la necessità di far presto comunque. Della sua esperienza amministrativa ha lasciato comunque un profondo segno e varie pubblicazioni testimoniano le sue competenze e l’approccio moderno al Pubblico. Dolcini ha collaborato con quasi tutti i Sindaci del dopoguerra, Pietro Baldi, Elio Assirelli, Pietro Baccarini, Giorgio Boscherini. Ma dal Comune Dolcini ha gettato tante reti e tracciato tanti solchi che hanno inciso non solo nella sua città di adozione, ma in tutta la Romagna. Nel 1962 aveva fondato insieme a
10
Pasquale Baccherini e al Dott. Lino Celotti il Consorzio per la tutela dei Vini Tipici Romagnoli, avviando quel processo di valorizzazione di questo prodotto delle nostre terre che, per quanto importante, non aveva mai avuto alcun riconoscimento di qualità, di originalità e tipicità. La grande produzione romagnola negli anni sessanta veniva utilizzata nelle cantine industriali tipo Buton e Cinzano, oppure venduta come base per i grandi marchi di vini, sempre nel più grande anonimato. Quello che oggi rappresentano Albana, Sangiovese, Trebbiano, sulle tavole degli italiani e nel mondo lo sappiamo tutti, ma pochi sanno che ad Alteo Dolcini, non solo si deve l’idea della valorizzazione dei marchi di tipicità , ma la costituzione del Tribunato, delle Corti, l’apertura della Cà de be in tante città della Romagna. Dolcini è stato un inesauribile animatore, propugnatore di leggi, di regolamenti, di tutele per i nostri vini. Ha sospinto per anni un mondo che faticava a credere nelle proprie possibilità di emergere e di competere con i migliori. Negli anni sono stati tanti i personaggi che si sono con lui impegnati in questa battaglia: Massimo Stanghellini, Tino Dalla Valle, il prof. Mario Angelici, Elio Assirelli, Vittorio Stagni, Valeria Vicari, Pirì Crementi, Evaristo Zambelli, Tebaldo Fabbri, Icilio Missiroli, Mario Tabanelli, Adelmo Margotti, Romeo Bagattoni, Amato Gallamini. Non va dimenticato che in questo campo promosse gli accordi fra l’Amministrazione di Faenza e
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI
Nel piatto di sinistra sono raffigurate le sette sorelle della Romagna e nel mezzo la statua della Libertà di New York. Nel piatto di destra, sempre in ceramica faentina, che Alteo Dolcini ha donato alla Unione Sovietica come omaggio da parte della Romagna, ci sono le sette sorelle con al centro la torre del Cremlino.
l’Università di Bologna per fare della Azienda Agricola Comunale un terreno di sperimentazione per la vitivinicoltura e molti sono stati gli aiuti di queste ricerche per ottenere qualità di prodotto. La coltivazione delle barbatelle, le fiere dell’agricoltura , le promozioni in Italia e all’estero, con la nomina di tribuni e amici della Romagna, sono stati elementi insostituibili per il lancio di questo prodotto. In tanti si sono mobilitati per queste iniziative, dal Preside della Facoltà di Agraria Prof. Gabriele Gioidanich, ai Proff. Umberto Pallotta, Enrico Baldini, Umberto Montefiori, Silviero Sansavini. Poi quando finalmente la barca salpò e il mare, seppure periglioso e difficile, apparve foriero di grandi traguardi, Dolcini fu emarginato e “crebbero” i padri di quel suo grande progetto. Ma Alteo fu uomo dalle sette vite. Così disarcionato dalle Cantine, si innamorò di un altro grande gioiello della nostra regione: la Ceramica. E anche qui manifestò tutta la sua passione, il suo entusiasmo e quel ciclone travolse tutti, scontentando tanti. Perché in tutti gli ambienti ci sono quelli che stando elegantemente seduti, raffinati e acculturati, intenditori e gelosi custodi del passato, senza muovere un dito e senza mai sporcarsi le mani eccellono nella critica e nel sofisma.
A tutti questi il ciclone Dolcini non piacque molto, lui le mani se le sporcava davvero fino ai gomiti, voleva le Ceramiche di Faenza in tutto il mondo, la commercializzazione del prodotto e molti storcevano il naso. Divenne Presidente dell’Ente Ceramica e da quel seggio cominciò la sua battaglia per il marchio di qualità, inventò i famosi bollini rossi, blu, gialli, sostituendo la faccia del Passatore che aveva inventato per le bottiglie, con quella della Julia bella di rinascimentale memoria. In tanti si affiancarono a Lui da Dante Servadei a Leandro Lega, Fausto Dalpozzo, Mario Vigna, Gastone Vecchi, Goffredo Gaeta, Verter Bosi. Le ceramiche di Faenza divennero sponsor ufficiali del Campionato del Mondo 1990 e fu un disastro economico, ma le tavole imbandite con i piatti di Faenza girarono il Mondo. Consegnò ceramiche a Reagan, a Gorbaciov e a Giovanni Paolo II, tappezzò di pannelli gli ingressi della città quando venne il Papa, promosse delle prestigiose serie di ceramiche di Domenico Matteucci, Angelo Biancini, Carlo Zauli e Muky, una musa inesauribile che lo seguì nei vini e nelle ceramiche. Riuscì nella grande impresa di far approvare la Legge di riconoscimento dei Comuni di antica tradizione ceramica ottenendo, per Faenza, il Segretariato Nazionale. I senatori Elio Assirelli, Leonardo Melandri e l’On. Lorenzo Cappelli 11
furono gli arieti al Senato e alla Camera dei Deputati. Il Mondialtornianti è un’altra invenzione e proprio mentre assistevamo alla sua cerimonia funebre, per una strana coincidenza del destino, prendeva il via la XX edizione, mentre una gru di Baldini calava sulla Piazza il grande forno a legna che tante volte Dolcini aveva chiuso e aperto mettendo poi all’asta le ceramiche sfornate. Dante Servadei, Goffredo Gaeta, Mario Pezzi, Piero Bandini, Zelinda Martini, Anna Baccarini, Augusta Emaldi, Manlio Tampieri e altri gli sono sempre stati vicini. Ma anche dalle ceramiche dovette allontanarsi per buttarsi in un’altra impresa o in un altro amore che lo aveva comunque appassionato: la Romagna. Un tormentone che Alteo ha vissuto con grande passione valorizzandone la lingua: fin dagli anni sessanta inventò la Rassegna Nazionale del Teatro Dialettale facendo convenire al Masini di Faenza con l’aiuto di Giuliano Bettoli e Giovanni Bolognesi, le più importanti Compagnie romagnole e Nazionali. La musica del liscio, quella classica di autori romagnoli, le canzoni impastate dalle fatiche e del sudore dei nostri antenati, la costituzione di una orchestra per musiche della nostra terra, un Ente Lirico, la (segue a pag. 12)
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI
Alteo Dolcini consegna un piatto di ceramica faentina a Ronald Reagan come omaggio della Romagna agli Stati Uniti. Oggi il piatto è conservato nel museo di Los Angeles
promozione delle nostre melodie popolari, sono state fra le passioni più forti di questi ultimi anni, anche se la prima volta che ne sentì parlare fu durante un memorabile viaggio in Argentina nel 1981 per incontrare i nostri emigranti e il Nunzio Apostolico Mons. Pio Laghi che li aveva raccolti attorno a sé. Vincenzo Nonni, Raul e Riccarda Casadei, il M. Ino Savini, Wilma Vernocchi, sono stati mobilitati insieme ad altri, attorno a questa sua idea. Ultima fatica la definizione dei confini di questa Regione che avrebbe voluto forte, autonoma, orgogliosa delle benedizioni che Iddio ci ha regalato. Anche su questo tema sono tante le persone con le quali ha collaborato, ma credo che citando l’On. Stefano Servadei si possano nel suo nome ricomprendere tutti gli altri. Ma se i grandi amori di questo autentico vulcano li ho dovuti succintamente scaglionare nel tempo, molte passioni sono state vissute contemporaneamente.
Lo sport lo ha visto protagonista insieme a Checco Calderoni, Pirì Crementi, Elio Assirelli, Angela Bettoli, nell’organizzazione e promozione della 100 Km, e solo Checco Calderoni potrebbe dire quante edizioni Alteo Dolcini ha accompagnato in moto o in auto da Firenze a Faenza. Ma se qualcuno dubitasse della sconfinatezza della fantasia dolciniana, gli si potrebbe ricordare che pensò persino, e si mobilitò per non poco tempo, alla Romagna come sede delle Olimpiadi, volendole dislocare nelle sue più importanti città e nelle migliaia di alber-
ghi della costa. Il tempo libero lo ha visto maestro di marafone-beccaccino sulle cui regole di gioco ha scritto persino un libro. Suoi compagni di gioco abituali Silvano Savorelli, Achille Raffoni, Achille Medri. Appassionato di biliardo non ne ho mai conosciuto le capacità, ma certamente qualcosa avrà scritto anche sul gioco delle boccette che incrociava al circolo con Ercole Collina e Stefano Vasumini. E’ stato per cinque anni Presidente della Riunione Cittadina di Faenza che rianimò insieme a Renzo Visani, Giuseppe Tampieri, Gabriele Tabanelli, Pietro Morini, con una serie infinita di iniziative per le quali inondava di circolari gli stupiti soci che da anni vivevano “in sonno” e i suoi pressanti inviti a mostre, presentazioni di libri, gare di briscola e di beccaccino, corsi di ballo, di gastronomia, gare di ogni genere riuscirono a coinvolgere anche gli ultra centenari!! Ma anche nella esclusiva sede del Circolo ci fu un piccole gol12
pe e Dolcini si trovò per terra. Ripartì a testa bassa con l’associazione “Fa-Fo” (Faenza-Forlì) e organizzò attorno alla Madonna del Fuoco, venerata nelle due città, convegni, riunioni, celebrazioni di messe, apposizione di targhe in ceramica, riscoperta di antichi luoghi e di vecchie preghiere, riuscendo a raccogliere attorno a sé i suoi più cari e fedeli amici. Fra faentini e forlivesi c’è sempre stata una certa rivalità, Dolcini forlivese di nascita e faentino di adozione, volle con la Madonna del fuoco creare una unica e comune protezione. Alteo è poi stato un grande scrittore e viaggiatore e anche queste sue due passioni le ha vissute con grande originalità. Non so quanti libri abbia scritto, di certo molti, e sui più svariati argomenti. I primi riguardano tematiche amministrative, commenti a leggi, regolamenti, direttive con interpreazioni volte a semplificare le procedure e gli adempimenti per i cittadini. Diede interpretazioni audaci ed originali, tipiche di un uomo che non ha mai sopportato lacci e lacciuoli, preferendo correre personalmente qualche rischio, piuttosto che bloccare una delibera che gli sembrava giusta e necessaria. E in Comune è stato “l’asso di briscola” per sindaci e assessori che volevano risolvere un problema, passando fra le maglie di un’arcaica burocrazia. Dolcini aveva la soluzione per ogni problema e personalmente andava all’allora Commissione Prefettizia a perorare la causa e quasi sempre otteneva il placet. Ma quando le magli si strinsero, l’autonomia impositiva dei Comuni cessò, i Comitati di Controllo divennero rigidi guardiani della legge e il buon senso delle soluzioni serviva a poco gli amministratori cominciarono a temere per le loro responsabilità così la stella di Alteo si eclissò e solo sui libri poté scrivere le sue assennate considerazioni che tuttavia non fecero mai giurisprudenza. Scrisse di storia, ovviamente di personaggi di Romagna, di prodotti di questa meravigliosa terra che amò svisceratamente, di vino, di ceramica, di Santi e di Madonne, di
X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALTEO DOLCINI città e di paesi, di castelli e di rocche, di costumi e di tradizioni. Ma anche nello scrivere aveva una sua originalità. Interi libri sono sviluppati a mò di intervista immaginaria, di colloquio, oppure con un ininterrotto susseguirsi di domande. In sostanza leggere un libro di Alteo era spesso un rompicapo e una fatica, per questo suo originale modo di comporre. Corredava le sue opere di grafici (PERT), fotografie, documenti storici, appunti, ricordi di conversazioni, anche in dialetto, per dare autenticità e forza alle sue argomentazioni. Come già detto anche di beccaccino e marafone ha scritto, riportando regole del gioco storia e anedottica. Difficile dire di più: la sua bibliografia parla da sola e altri libri potrebbero uscire sol che qualcuno raccogliesse le sue montagne di appunti. Si, perché Dolcini aveva un’abitudine: teneva in tasca sempre dei piccoli foglietti sui quali scriveva, in tempo reale, l’idea che in quel momento gli usciva dalla fervida testa ed erano a getto continuo, spesso rimanevano tali, altre volte collocate nel giusto terreno e con le persone adatte divenivano grandi realizzazioni. Dolcini aveva anche un megafono attraverso il quale lanciava i suoi messaggi, le sue idee, i suoi scritti, le innumerevoli fotografie: e “Mercuriale Romagna” della quale curava ogni cosa, dalla redazione, alle bozze, agli articoli che scriveva quasi tutti di suo pugno, alle lettere al direttore e alle risposte, alle cronache del Tribunato, alle storie, agli incontri. Si attendeva con curiosità l’uscita del giornale, per ognuno c’era una parola, oppure un’immagine. Anche i suoi viaggi erano particolari. Insieme a Paolo Babini e a Mario Erbacci inventò le “Ambascerie
CANTINA FORLÌ PREDAPPIO società agricola cooperativa
Romagnole” raggiungendo tutti i Continenti e incontrando i potenti della Terra. Due erano i lasciapassare che teneva in mano, una ceramica e il cappello del Passatore. Così negli Stati Uniti incontrò il Sindaco di New York Edward Cook e naturalmente il Presidente Ronald Reagan, cui impose cappello e caparella del Passatore, iscrivendolo socio d’onore nell’albo del Tribunato, in Russia incappellò Gorbaciov e le massime autorità del Cremlino e così in Argentina, Brasile, Giappone, Cina. Incontrò le comunità romagnole emigrate all’estero, mantenne corrispondenze ed amicizie, aprì ovunque circoli del Passatore e ne nominò solennemente i responsabili. I suoi viaggi erano un misto di cultura, turismo, di promozione della Romagna, di incontro con i tanti concittadini sparsi a tutte le latitudini. In ogni occasione “Romagna mia” era l’inno che distingueva la comitiva e faceva fermare i passanti incuriositi davanti alla Casa Bianca come sotto le austere mura del Cremlino. In questo turbinio di iniziative aveva spesso al fianco la moglie Giuseppina, una donna semplice, fortunatamente diversa da lui che lo ha tenuto per mano quando volava troppo alto, che ha meravigliosamente allevato quattro figli, che lo ha certamente sostenuto nelle tante gioie, fatiche e delusioni della sua vita. Alteo era sempre avanti dieci metri, sempre fermo a parlare, a discutere, a proporre e lei paziente ad aspettarlo, accompagnarlo, chiamarlo. Insieme hanno cresciuto Silvia, Andrea, Silvana e Sandra, tutti ben avviati professionalmente a Lui profondamente legati e straziati insieme alla mamma per la sua improvvisa dipartita. Al suo feretro si inchinò tutta la
Romagna politica, culturale ed economica, quella che ama la sua storia e le sue tradizioni e anche quella che la vorrebbe autonoma. Era presente l’On. Stefano Servadei fondatore del MAR, il Sen. Lorenzo Cappelli e Leonardo Melandri, Gabriele Albonetti, Presidente della Provincia di Ravenna, Claudio Casadio, Vice sindaco di Faenza e i suoi predecessori, Elio Assirelli, Giorgio Boscherini, Nerio Tura, i produttori di vini Mario Pezzi, Giuseppe Marabini, Costantino Giovannini, Franco Piazza dell’Ente Tutela, l’Ing. Angelo Sampieri, Presidente dell’Associazione FaenzaForlì, Fabrizio Fornasari, Segretario dell’Accademia dei Benigni, Renato Ascari Raccagni, Presidente della Cassa dei Risparmi di Forlì e poi tanti altri faentini, forlivesi, imolesi e riminesi, così da riempire la grande chiesa di San Francesco nella quale ha officato, in puro dialetto romagnolo, Don Gino Montanari. Sulla destra dell’altare tantissimi tribuni, con caparella e collare di ceramica; bisognerebbe elencarli tutti, ma al loro fianco vi erano, in spirito, anche gli assenti per necessità, perché nessuno di loro sarebbe certamente mancato per l’ultima preghiera al loro Cancelliere. A Lui dovrà essere dedicato, a Bertinoro, che Alteo elesse a capitale della Romagna, un monumento, a Lui che ne è stato un solitario cantore a cui ben si addice quel motto che migliaia di volte ha ripetuto ponendo sulla testa di qualche personaggio il caratteristico cappello del Passatore “Sol da dé, gnit da dmandé”. E’ morto povero. Ha voluto essere sepolto in un piccolo cimitero della prima collina faentina, dove fiorisce l’Albana e il Sangiovese e la terra già profuma di ceramica. Avv. Pietro Baccarini
SEDE LEGALE E AMMINISTRATIVA Via Due Ponti, 13 - Malmissole - Forlì (47122) Tel. 0543 477211 Fax 0543 476861 www.cantinaforlipredappio.it info@cantinaforlipredappio.it
CERTIFICAZIONE UNI EN ISO 9001:2000 PER GLI STABILIMENTI DI MALMISSOLE- FORLÌ
13
“Tot da dè, gnit da dmandè” Ricordare l’amico Alteo Dolcini, a dieci anni dalla scomparsa, significa, per me, e certamente per tanti altri della nostra generazione, evocare tempi difficili, superabili soltanto con notevoli sacrifici personali. E significa ricordare la guerra e, per Alteo, la lunga prigionia negli Stati Uniti d’America, ad alleviare il cui peso c’era, in larga misura, il ricordo della comune terra e dei migliori valori umani e civili della medesima. Unitamente alla speranza ed al proposito, al ritorno, di poterla servire col sentimento della “madre ritrovata”. Tutto questo ci spiega perchè Alteo, finalmente a casa, ultimati gli studi da studente-lavoratore, costruitasi la sua bella famiglia, conquistata coi soli suoi mezzi una seria posizione professionale, ha sentito l’impellente dovere di impegnarsi a fondo nella società civile locale per porre e risolvere problemi di “identità” e di crescita, in ogni settore. E, a questo scopo indica anche lo strumento operativo più idoneo, il Tribunato di Romagna, che considera “ autorità morale di rappresentanza e di perseguimento degli interessi complessivi della nostra gente”. Una istituzione totalmente estranea a ruoli di potere, personale o collettivo. La sua parola d’ordine è: “tot da dè, gnit da dmandè”. Un vecchio modo di porsi dei Padri della gestione pubblica, una sintesi di impegno e di generosità. I problemi affrontati dalla Istituzione da metà degli anni ’60 a questa parte, risultano numerosi e di rilevante momento. Si pensi a quello che era la vitivinicoltura romagnola, la quale non arrivava neppure al mercato, mentre oggi è realtà di grande rilievo qualitativo e quantitativo sia sul piano nazionale che su quello internazionale. E si pensi alla ceramica d’arte, pochi decenni fa presente in maniera scoordinata, con dimensione artigianale, ed oggi, giustamente, fenomeno nazionale oggetto di una particolare legislazione, che la tutela e qualifica dalla nascita all’esportazione. E non si dimentichino le
pubblicazioni, le ricerche storiche, molte delle quali dello stesso Alteo Dolcini, che danno un senso di continuità dei nostri valori e delle nostre particolarità. Rispetto a tutto questo Dolcini è stato un insostituibile programmatore e sollecitatore, sulla base di un fervore che riusciva a trasmettere a tutti coloro che avevavo la ventura di incrociarlo, riservandosi, però, nel Tribunato, un ruolo di seconda fila, e per innata modestia e perchè la Istituzione fosse, nel tempo, ufficialmente guidata dai più bei nomi della coeva cultura romagnola. Parlo di Aldo Spallicci, di Max David, di Massimo Stanghellini, di Tino Della Valle, ecc., nei cui confronti è oggi doveroso, da parte nostra, un affettuoso ricordo e ringraziamento. A mia memoria, negli anni in esame, una sola cosa amareggiò il nostro Alteo. E si tratta di questione ancora iscritta negli impegni del Tribunato di Romagna. Parlo del non riconoscimento, da parte del Consiglio della Regione Emilia Romagna, dei confini del territorio romagnolo. E, quindi, anche dell’emiliano. Questione che ogni Regione composita italiana ed europea ha risolto nel momento stesso del proprio riconoscimento. E, per ragioni storico-culturali e per un’adeguata difesa e valorizzazione delle proprie produzioni tipiche. Nella fattispecie, la cosa non si è risolta neppure con la raccolta, da parte dei proponenti, delle 6.500 firme richieste dallo statuto regionale per le proposte di legge di iniziativa popolare. E si è trattato di firme tutte autenticate dal notaio. Anche in funzione di tale “stato di sofferenza”, ancora oggi il Sangiovese di Romagna viene prodotto nel piacentino, la piadina romagnola viene industrialmente prodotta ed esportata nel mondo, dal modenese, ecc.. E per la Regione EmiliaRomagna, la storica “Riviera Romagnola”, come tale conosciuta ed apprezzata soprattutto all’estero, è stata obbligata presentarsi in Italia e fuori come “ Riviera Adriatica dell’EmiliaRomagna”. Nei propositi di Alteo il ricono14
scimento del territorio romagnolo doveva optare, almeno per le produzioni di maggiore rilievo in ogni campo, ad una sorte di “ Made in Romagna”. Approfittando anche delle caratteristiche turistiche del nostro territorio, che ne fanno una sorta di naturale “passerella”. Alteo, in ogni caso, non era soltanto un “ascettico” propositore di temi, un intelligente ed informato illustratore delle tante “ eccellenze romagnole”, ma partecipava direttamente ed autorevolmente alle fasi successive, ciò che gli procurava impegni a non finire, che si aggiungevano alla normale attività lavorativa, alla redazione dalla prima pagina all’ultima riga del suo periodico “La Mercuriale”, ecc.. Nell’anno 1990 parlai pubblicamente a Faenza della storia romagnola e delle sue caratteristiche di Regione. Alteo era presente, ed alla fine, salutandomi, mi disse che si trattava di materia che meritava una apposita pubblicazione e per darle organicità e per sollecitare uno studio soprattutto da parte dei giovani. Dissi di non sentirmi attrezzato per scrivere un libro. Non ebbi però l’impressione che la questione si fosse chiusa. Infatti, tre giorni dopo, di buon mattino, Alteo si presentò a casa mia, con al proposta di scrivere il libro sotto forma di una lunga intervista che lui proponeva di farmi, col titolo: “Romagna Regione Perchè”, con una serie di foto delle quali disponeva. In aggiunta aveva già pronto il preventivo di spesa dell’editore faentino, la previsione quantitativa della pubblicazione, ecc.. E, così, non ebbi più scampo. E a tanti anni di distanza riconosco, sulla base anche del buon esito della pubblicazione, che aveva ragione lui. Ci manca da dieci anni, ed il vuoto è vistoso. E, ricordandolo e ringraziandolo ancora con affetto, ci compete un impegno: di continuare sulla sua appassionata strada. Col Suo personale disinteresse e la sua indomita passione civile. Stefano Servadei
25 ottobre 1998. Tornata in crociera sulla “Costa Vittoria”
Ci hanno lasciato
Fabio Romiti, Daniele Franchini, Gianfranco Bolognesi, Alteo Dolcini
Alteo Dolcini, Sig.ra Baroncini, Guido Baroncini, Mirella Vichi, Sig.ra Filippi, Gianfranco Bolognesi, Umberto Filippi, Vanni Dolcini, Daniele Franchini, Sig.ra Romiti e Fabio Romiti.
Gian Franco Fontana, classe 1931 Fin da bambino è stato appassionato di fotografie delle quali la famiglia possiede una collezione molto bella ed importante di fotografie scattate proprio da lui e molte altre acquisite nel tempo, foto importanti e storiche. Negli anni ’50 inventò e costruì una taglierina per assemblare pellicole “8” e “super 8” adatte ai dilettanti, ma anche agli appassionati. Credo che ne sia stato acquistato il brevetto dalla Ferrania (certamente per poco o quasi nulla) sapete come sono queste industrie. Repubblicano da sempre, è stato per anni consigliere nel comune di Imola. Amante dei libri, giornalista scrittore, è stato ideatore, creatore e direttore di molte riviste locali e nazionali, dalle quali ha avuto più spesso spese e grattacapi che altro. Era un amico sincero, leale, diamantino, quindi ingenuo e vulnerabile. È stato presedente di Imola Artistica e di altre associazioni culturali di Imola e nazionali, come la società Mazziniana. Oltre a dire che era un mio caro amico del quale mi vantavo anche di essere lontano parente, ma non meno amato. Non so dirvi altro. Del Tribunato ne sapete voi quanto me. Un abbraccio da Daniele
Avvocato Michele Raffaelli. Esperto e profondo conoscitore del mondo sportivo (vincitore fra l’altro, di “Lascia o raddoppia” per le materie sportive) ha ricoperto importanti incarichi nazionali del settore. Appassionato cultore della storia delle tradizioni cittadine forlivesi, ha promosso numerosi e significativi eventi ed interessanti ricerche. Ha pubblicato la raccolta di profili di personaggi della sua città, molto interessante e vivace. Amante della musica, compositore, egli stesso, di apprezzati brani, è stato molto attivo nella storiografia musicale romagnola, valorizzandone i protagonisti e l’intero patrimonio artistico, contribuendo a promuovere una cultura musicale di alto livello. In questo contesto ha promosso, assieme ad Alteo Dolcini, la nascita della rivista “Romagna Musica”, e collaborato con lui a varie manifestazioni ed iniziative musicali. Ha curato la pubblicazione di una vasta ricerca sfociata in una corposa e completa antologia dal titolo “Musica e musicisti di Romagna”, di grande valenza culturale e particolarmente apprezzata dagli studiosi. Si e’, anche, interessato, con grande passione, di tenere viva la tradizione del teatro romagnolo. Scompare con Lui una delle figure piu’ significative della cultura romagnola contemporanea.
15
Ristorante
Via Casale 213 47826 Villa Verucchio (RN) telefono 0541 678449