Novembre 2008
il TRIBUNO
NUMERO 3
ORGANO UFFICIALE DEL TRIBUNATO DI ROMAGNA
MAX DAVID IL FONDATORE
Max David, grande giornalista, grande I° Tribuno, che ha saputo dare retta impostazione al sorgere e all’avvio del Tribunato e realizzare, con Alteo Dolcini, opere rilevanti come le “Cà de Bé” di Romagna
Ricorre quest’anno, il centesimo anniversario della nascita di Max David (nato a Cervia la notte di Natale 1908) gentiluomo di antico stampo, giornalista illustre, vero maestro di giornalismo, mitico inviato speciale dei più importanti quotidiani nazionali, scrittore brillante, autentico galantuomo romagnolo, innamorato della Romagna, da Lui descritta con straordinario amore e grande talento di narratore, giramondo instancabile a caccia di mille emozioni da raccontare. Di Lui e della Sua vita avventurosa, delle Sue eccezionali doti umane e professionali, altri parleranno in questo numero del “Tribuno” a Lui
dedicato. A me spetta il gradito e commosso compito di ricordarLo come fondatore (assieme all’indimenticabile Alteo Dolcini) del Tribunato e come impareggiabile Primo Tribuno dal 1967 (anno di nascita del Tribunato stesso) fino al 1969 e successivamente dal 1971 al 1973 e poi dal 1973 al 1975. A distanza di 41 anni dall’Istituzione del Tribunato, nato per “vigilare a che la tradizione romagnola resti integra, e, laddove sia cessata, ripristinarla”, possiamo ben dire che grazie Lorenzo Cappelli (segue a pag. 2) Il Tribuno - Periodico di storia e cultura Novembre 2008, numero 3 Fondato nel 2007 da Massimo Riva e Lorenzo Cappelli Autorizzazione del Tribunale di Forlì del 7/10-12-07 n. 35/07 Editore: Lorenzo Cappelli Direttore Responsabile: Lorenzo Cappelli Redazione: Massimo Riva Via Rossini, 120 - 47023 Cesena e-mail: rivamassimocesena@libero.it massimo.riva@pf.bancagenerali.it Stampa: Filograf - Forlì Hanno scritto: Ottorino Bartolini, Lorenzo Cappelli, Fabrizio Fornasari, Silvio Lombardi, Leo Longanesi, Wilma Malucelli, Giancarlo Mazzuca, Marcello Novaga, Wilma Venturi. Poste Italiane s.p.a. - spedizione in abbonamento postale - 70% Commerciale Business Forlì n. 49/2008 Comitato di Redazione: Francesco Donati di Ravenna, Riccardo Gresta di Misano Adriatico, Wilma Malucelli di Forlì, Mauro Matassoni di Rimini, Nicola Milandri di Forlì, Marcello Novaga di Milano, Massimo Riva di Cesena, Giuseppe (Beppe) Sangiorgi di Casola Valsenio, Andrea Tabanelli di Brisighella, Marco Tupponi di Forlì, Liliana Vivoli di Imola. Il nostro sito è: www.tribunatodiromagna.org
MAX DAVID IL FONDATORE all’intelligente intuizione, al prestigio di cui Max David godeva in Italia, alla sua inesauribile passione, e alla straordinaria collaborazione di Alteo Dolcini (più che collaboratore suo naturale completamento). Max David ha testimoniato la Romagna, in campo nazionale ed europeo, questa sua grande tradizione raggiungendo importanti traguardi. I nostri vini (per la cui conoscenza e valorizzazione, il Tribunato nasceva) si sono imposti in Italia, in Europa e nel mondo. Il Tribunato, non più solo “dei vini” ma “di Romagna”, è diventato centro di diffusione della cultura e dell’immagine romagnola e luogo di incontro di coloro che amano la nostra terra e la nostra gente e che con la loro opera e la loro testimonianza altamente la onorano. Tutto questo ha avuto origine dal primo incontro che Max David e Alteo Dolcini, ebbero nell’estate del 1966, a Bertinoro, che portò all’insediamento del Tribunato, il 2 Aprile 1967, nella sala del Consiglio Comunale della città, chiamando, a raccolta, illustri personalità romagnole. Subito, fin dalle prime sedute, nacque l’idea di creare un Museo – enoteca dei vini romagnoli in Bertinoro, e di un Centro studi presso la Facoltà di agraria dell’Università di Bologna con la possibilità di fruire, per le sperimentazioni necessarie, del-
l’Azienda Agricola di Tebano, di proprietà del Comune di Faenza; si decise di istituire il titolo onorifico di “vino del Tribuno” ai migliori vini romagnoli mediante apposito concorso; si preparò la lunga lotta giuridica per il riconoscimento della denominazione di origine controllata (D.O.C.) dei nostri vini. Programma veramente imponente che si realizzò in poco tempo, con grande fervore di attività che vide sempre in prima linea la formidabile coppia Max David – Alteo Dolcini, impegnata a superare difficoltà di ogni genere. Valga, per tutti, l’esempio della realizzazione della “Cà de Bè” di Bertinoro, inaugurata solennemente il 12 Aprile 1971, che fu, il primo ed originale “tempio” laico dedicato alla valorizzazione dei vini romagnoli. L’idea di costruirla venne quando la coppia, Max David e Alteo Dolcini, prese in considerazione una specie di caverna, situata sotto la piazza principale, adibita a raccolta dei rifiuti solidi urbani, pur rendendosi conto dell’eccezionalità dell’impresa. Fatto, comunque, un eccellente progetto per l’alta competenza di un illustre artista e architetto, Giuseppe Novaga, si affidò la realizzazione ad una ditta, che iniziò subito i lavori, con l’impegno finanziario personale di Max David e Alteo Dolcini, che firmarono i contratti per un im-
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porto abbastanza alto. Racconta Max David che quello “fu un periodo tormentoso più di notte che di giorno, perché di notte sopravvenivano gli incubi”. Per fortuna, alla fine, l’incubo si rivelò infondato e tutto si risolse nel migliore dei modi. Per Max David l’incubo principale era quello di essere costretto, per far fronte agli impegni assunti, a vendere la Sua casa e di impegnare la liquidazione dovutaGli dal “Corriere della Sera”; Per Alteo Dolcini l’idea di dover affrontare (come di fatto avvenne) una denuncia per abuso edilizio, che lo portò in Tribunale dove, alla fine, venne assolto. Oggi sappiamo che la “Cà de Bè” è stata la locomotiva, traino di altri importanti vagoni: la prestigiosa e superba “Cà de Vein” di Ravenna, l’artistica “Cà de Sanzves” di Predappio Alta, la bellissima “Cà de Bè” di Bagnacavallo, situata nell’originale Piazza nuova, fino alla “Cà dla Rumagna” di Villa Verucchio, messa a disposizione dalla famiglia Zanni. Per tutto questo, e per quanto ha fatto per la Romagna, grande amore della Sua vita, il Tribunato, anche a nome dei romagnoli che amano la propria terra e la propria storia, rivolge all’indimenticabile Max David un commosso e grato ricordo. Lorenzo Cappelli
MAX DAVID IL TRIBUNO do e scrive: Era sempre in giro in Un giovane, nato a Cervia la notte paesi lontani, inseguendo guerre di natale del 1908, di nome Massimo e rivoluzioni, colpi di Stato e somDavid, all’età di 17 anni, poco dimosse, per raccontare ai lettori cosa sposto alla frequentazione scolastistava accadendo in quel posto, con ca, dal padre Attilio veniva affidauna prosa nitida che anche quanto agli amici armatori della “ Società do rimaneva essenzialmente giorLa Marittima” e imbarcato come nalistica, era sempre prosa di scritmozzo sul mercantile “Savio” in partore. tenza verso i Mari del Nord. Vola da Addis Abeba all’Afghanistan, Pienamente felice della scelta pada Atene a Barcellona, da Beirut a terna da quel viaggio tornò matuCalcutta. Nel 1937 è nel cuore delro e convinto che quel vagare per le la guerra civile quando in Spagna strade del mondo sarebbe stato il i nazionalisti del generale Francisco suo futuro. Franco occupano Santander. Di questi primi anni giovanili di Massimo David si possono cogliere l’irrequietezza e lo spirito d’avventura. Al ritorno, a Conegliano Veneto, sempre su indicazione del padre frequentò e si diplomò alla rinomata Scuole di Enologia e nelle proprietà agricole di famiglia sperimentò quanto aveva imparato disponendo anche di una piccola auto acquistata dal padre. Nel 1930 , al servizio di leva con la patente di David alla NASA, a Houston, luglio 1969, col giornalista Masini guida gli fu possibile far Il 14 luglio 1938, alla pubblicazioparte del reparto Fanteria Corazzata ne del “Manifesto a difesa della raze di impratichirsi nella guida dei mezza”, viene richiamato in Italia e lizi blindati e da quella esperienza torcenziato perché ebreo. Si tratta di nò a casa per dire ai genitori la un colossale errore. sua decisione di andare a Milano Ritorna in Spagna e da Madrid, alla per tentare la carriera del giornalicaduta del fascismo, chiede di rista . entrare in Italia ma gli viene conSe si tiene conto che Massimo David cesso il visto solo per la Repubblica non aveva conseguito titoli di studi Salò. Max David rifiuta e orgadio adeguati, l’impresa era ardita nizza una rudimentale tipografia e e rischiosa, ma già nel giugno 1931 si dedica alla stampa clandestina in sul “Secolo – La Sera” veniva pubrapporto con il Governo di Badoglio blicato il suo primo articolo con tia Brindisi. tolo “Doppio tifo all’Arena per l’arIl 25 aprile 1945 rientra in Italia per rivo a Milano del Giro d’Italia”. ripartire per l’Eritrea, poi nel 1948 All’età di 23 anni, Massimino in faè in Libano e in Palestina alla namiglia, nel giornalismo sarà per semscita dello Stato ebraico. pre Max David. Poi è in Cina per intervistare il Scrive Viola Talentoni , nel suo “Vita Generale Ciang Kai Scek a Formosa di Max David” che Max “fa parte di e in Pakistan per la formazione delquegli strani avventurieri giramonlo Stato libero, poi in Sud Africa, do, importanti ieri, molto meno oggi. in Kenia per un servizio sui Mau Ma forse non sarà così”. Mau, in Argentina per la caduta di Sul Corriere della Sera, Gaetano Peron. Afeltra ci lascia scritto di Max David, Scrive e con il suo Volapié nel 1956 con un elzeviro intitolato “un invince il Premio Bagutta, poi Gli viato sempre in sella”, il suo ricor3
inglesi in spiccioli, Bufalo Matto per i ragazzi, Il romanzo del Passatore e nel 1978 il suo Giornalaccio romagnolo. Quando la salute gli crea delle difficoltà ritorna a Cervia e poi a Bertinoro nella sua nuova casa “La Cà di Pinsir” dove incontra amici, scrittori, artisti; fra questi Alteo Dolcini, il faentino fondatore dell’Ente Tutela Vini Romagnoli e l’avv. Stanghellini di Ravenna, per dare vita al Tribunato dei Vini di Romagna del quale fu il Primo Tribuno dal 1967 al 1969. Fu licenziato dal Corriere della Sera e seguì Indro Montanelli nel suo “Il Giornale Nuovo”; rimase sempre convinto di non essere un uomo di destra ma di essere sempre repubblicano, anticlericale e un moderato di centro sinistra. In amicizia con Attilio Monti nel 1974 iniziò a collaborare con La Nazione e Il Resto del Carlino e volle essere presente in Portogallo per l’insurrezione militare dei “Garofani Rossi” e la caduta del dittatore Salazar. Senza solidi e sostegni finanziari, con Alteo Dolcini fu l’ideatore e il creatore del progetto per la costruzione a Bertinoro, di fronte al Municipio, della Ca’ de Be’ recuperando lo spazio del deposito delle immondizie. Inviato speciale sempre in sella, scriveva Gaetano Afeltra, così nel 1976 è sull’Orient Espress da Milano a Istanbul, poi a Joannesburg per una rivolta locale e ad Addiss Abeba per una crisi del governo etiopico. Quando sentì che era giunto ormai il tempo del suo ultimo volo senza ritorno, chiese agli amici cervesi di ricordare, sul porto canale al Genny, con una cena la sua ultima partenza. Ottorino Bartolini Già Presidente del Consiglio della Regione Emilia-Romagna. Ricercatore di storia locale.
MAX DAVID A BERTINORO Verso la fine degli anni ’60 del secolo scorso a Bertinoro tutti sapevamo che quella bella villetta che si stava costruendo in località Cerbiano, in una stupenda posizione panoramica, sulla strada che mena a Cesena, era la casa de giurnalestar: una delle penne più illustri del giornalismo italiano, Max David, inviato speciale del maggiore e più prestigioso quotidiano nazionale, Il Corriere della Sera. Negli anni che seguirono, molti continuarono a chiamarlo e giurnalestar, per un sentimento di orgoglio, perché sempre più frequenti erano i suoi soggiorni sul colle e piacevolmente gratificante era vederlo a proprio agio vivere in mezzo alla gente del paese. In estate, a volte, lo incontravamo nel circolo Mazzini, “noto come la Rimbomba, dal grido di allerta dei vecchi garibaldini del paese dopo la disfatta di Mentana”, o nella terrazza della Società Operaia, fondata dagli stessi reduci della gloriosa seppur infausta battaglia, per sentirlo raccontare vicende e aneddoti della sua avventurosa vita di inviato speciale in tanti paesi del mondo. Era stato Alteo Dolcini a portarlo a Bertinoro nell’estate del 1966, quando era in formazione la costituzio-
ne del Tribunato dei Vini di Romagna, per invitarlo ad essere fra i costituenti e a reggerne le sorti almeno per il primo biennio. Lo racconta, da par suo, Massimo Stanghellini Perilli nella premessa del nostro libro Acta Tribuni 1967 -1997. David, come sappiamo, non solo non si tirò indietro, ma si ‘innamorò’ di Bertinoro, tanto che, appena seppe della vendita di un appezzamento di terreno edificabile, lo acquistò per costruire la “sua seconda amatissima casa”, che chiamò “La ca di pinsir”, non perché fosse “un nome adatto ad un uomo di pensiero di penna”, come pensò Tino Dalla Valle, bensì “perché gli aveva dato un sacco di pensieri. Non riesco a dormirci la notte, debbo ancora finirla di pagare e per di più, con Dolcini, ci siamo riempiti di debiti per la Ca de be”, così racconta Violetta Talentoni del dialogo tra gli amici Max e Tino nel bel libro “Vita di Max David”. Il Consiglio Comunale di Bertinoro volle testimoniargli la sua profonda gratitudine, conferendogli il 3 settembre 1977 la cittadinanza onoraria. Nel relativo decreto, che gli fu consegnato la mattina dopo ai piedi della Colonna degli Anelli nel corso della rievocazione storica del “Rito
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dell’Ospitalità”, sta scritto: “Romagnolo d’origine e di sentimenti, esordì nel giornalismo nel 1931, assurgendo presto a fama internazionale, specie quale inviato speciale dei principali quotidiani nazionali e corrispondente di guerra. Dopo la pubblicazione di varie opere, ritiratosi dal giornalismo attivo con 42 anni di onorevole servizio, sceglieva Bertinoro quale sua città adottiva, per ivi seguitare l’attività di scrittore, specie su uomini e fatti di Romagna, e per giovare dal Colle, alto e ridente, al rilancio vitivinicolo, di cui Bertinoro per tradizione e unanime riconoscimento è il cuore”. David nel suo intervento di ringraziamento disse che sì, aveva cercato casa da quelle parti pensando alla quiete, al paesaggio, alla vista del mare; ma che vi aveva trovato ben altro, e cioè un paese a dimensione umana che gli aveva dato l’impressione di non essere mai solo. “Bisogna aver provato – disse David – per credere quanto sia solo un uomo che gira il mondo lontanissimo dalla sua famiglia, dalla sua terra, fra gente che se non fosse cattiva non farebbe notizia”. David, d’estate, nelle prime ore del mattino, era solito fare la quotidiana passeggiata da casa sua alla Piazzetta (Piazza Guido del Duca), sedersi ad un tavolo del bar “Bizzi”, sfogliare i giornali e fare “colazione con un etto di prosciutto e un bicchiere di whisky, senza pane”. Tra i mattinieri abitudinari della Piazzetta vi era una persona “in perenne attesa che qualcuno gli offrisse un bicchiere di sangiovese”. Era un uomo molto alto, in gioventù robusto e aitante, ma che i molti anni trascorsi nelle miniere in Belgio e l’essere diventato, al rientro in Italia, un seguace di Bacco, avevano molto debilitato. I Bertinoresi lo avevano soprannominato “il Duca”, perché “nei lunghi anni trascorsi all’estero aveva quasi perso l’uso del dialetto e il suo italiano sembrava rivelare una certa ricercatezza di pronunzia con la ci dolce alla francese,
Davanti alla “Ca’di Pinsir”, David e Linda con Lamberti Sorrentino
l’erre moscia e la esse strascicata verso la zeta”. David aveva notato questa “persona assidua e inconfondibile” e una mattina “la invitò al suo tavolo e, tra un sorso e l’altro, scoprì che anche sotto la scorza di quel rudere, vestito di poveri sdruciti abiti, batteva un cuore non privo di nobili sentimenti e soprattutto pieno di ricordi e di esperienze avventurose. Da quel giorno il Duca divenne ospite abituale e amico del grande giornalista e, incredibile a dirsi, la conversazione tra di loro era quasi a senso unico, ma nella direzione opposta a quanto si può immaginare: non era infatti il Duca ansioso di ascoltare le strabilianti avventure del famoso reporter, ma questi era interessato alla vita semplice e alle dure esperienze dell’amico”. È don Enzo Ronchi, parroco in Bertinoro, che racconta nel suo libro “Vestigia di un pianeta scomparso” l’incontro e l’amicizia tra i due uomini. Max David scrisse, nel dicembre 1975, per “Il Resto del Carlino” un elzeviro dedicato all’amico dal titolo “Il Duca vestito da morto”, che pubblicò anche nel suo libro “Giornalaccio romagnolo”. Era accaduto che una mattina il Duca arrivò nella piazzetta “tutto vestito da monta, alla maniera, ovviamente, di un gran signore. Portava un abito nuovo a tinta unita; una camicia bianca ornata di stelline nere e calzava un paio di scarpe grigie e lustre”. Camminava con una gam-
ba strascicante e aveva un braccio ciondolante. Nella notte era stato colpito da un ictus cerebrale. “Come mai, Duca, tanta mondanità?” Lui mi aveva risposto, con indifferenza: “Mi sono vestito da morto”. Quindi mi aveva spiegato che, ritenendo imminente la propria fine, gli era sembrato opportuno vestirsi da solo per non disturbare troppa gente, a cose fatte”. David conclude così il colorito pezzo: Sicché anche noi due, il Duca ed io, ci eravamo spersi in divagazioni quanto mai singolari sulla greve vicenda del morire. Gli avevo domandato: “Duca, se per caso tu non morissi alla svelta posso scrivere una storia che intitolerei : Duca vestito da morto?” Il Duca aveva risposto: “Sì, sì, Massimino, scrivila, che è una bella storia”. E gli ave-
David negli anni Quaranta
vo anche domandato (punctum dolens): “Ma una volta morto, ti farai portare in chiesa?” Il Duca aveva risposto: “Certamente, però vorrei il parroco che so io. Tu non conosci,
per caso, il parroco che so io?” Sì che lo conoscevo, ma abitava un po’ lontano e avrei preferito non disturbarlo, perché quel sacerdote era (quale inversione concettuale!) il simbolo vivente della mia libertà di non credere. Avevo poi spiegato: “Capisci, Duca? Devi sapere che se io avessi incontrato nella mia vita un quattro o cinque preti come lui, della sua stessa misura spirituale, forse sarei finito a messa anche me, porca miseria”. Il Duca aveva fatto: “Parliamo d’altro”, ma il discorso non era mutato. Il Duca aveva infatti proseguito: “Mi piacerebbe che, prima di finire sotto la cresta della terra, qualcuno dicesse due parole”. Avevo risposto, esultante: “Duca, non ti preoccupare, per le due parole ci penso io. Cosa vorresti che dicessi?” Il Duca mi aveva suggerito: “Amici, l’è mort l’ultum imbariagot”. Il che, tradotto in volgare, significa: è morto l’ultimo ubriachino. E si noti la finezza della lingua romagnola. È la sola lingua al mondo che abbia inventato un diminutivo, quasi un vezzeggiativo, per la parola ubriaco. Il Duca morì nel 1981 e David non poté mantenere la promessa fatta all’amico, perché era tornato alla casa del Padre l’anno precedente. “Il parroco che so io”, don Enzo Ronchi, disse due parole di fede e di speranza sulla sua bara e nel suo libro scrive: “A meno che, e a me piace immaginarlo, quelle parole non le abbia pronunciate nell’aldilà, staccando tutto ad un tratto le labbra dall’immancabile bicchiere di whisky e additando festosamente ai colleghi il nobile forestiero che, alla ricerca di un amico, avanzava a braccia aperte verso il paradiso dei giornalisti: “Amici, ecco il Duca: l’è mort l’ultum imbariagot!” Fabrizio Fornasari
Il Tribunato è retto da un Praesidium, articolo 8 dello Statuto, ed è composto da: Sen. Prof. Lorenzo Cappelli Primo Tribuno Enologo Giordano Zinzani Tribuno Vicario On. Dott. Stefano Servadei Consigliere Per. Agr. Franco Albertini Consigliere Dott. Flavio Ricci Consigliere Prof. Daniele Franchini Consigliere Ing. Massimo Riva Cancelliere 5
MAX DAVID di Giancarlo Mazzuca*, nostro Tribuno Fu l’inviato speciale per antonomasia: guerre, rivoluzioni, catastrofi naturali, lo videro testimone coraggioso e spregiudicato. Tuttavia in Max David, nato a Cervia nel 1908, un altro centenario come Guareschi, c’era una forte tendenza alla letteratura. I suoi réportage intensi e drammatici, rivelano una scrittura accorta e raffinata. Apparteneva alla generazione di Montanelli, Barzini, Tomaselli, Corradi e, per altri aspetti, di Buzzati e Piovene. Gente che identificava nel giornalismo uno strumento di conoscenza, gente che girava il mondo, in un momento storico in cui gli italiani difficilmente varcavano le frontiere, riferendo quanto visto in una sorta di apprendistato culturale. Era un modo di intendere la professione romantico e avventuroso, dotato di una punta di esotismo, ben lontano da quello più burocratico dei nostri giorni, così ansioso di gerarchie interne e ferie retribuite. Di Max David sono note molte avventure: da quella che lo vide asserragliato in un albergo in fiamme al Cairo, lo Shepheard, alle sue frequentazioni con il mondo dei toreri spagnoli che gli ispirarono il libro Volapiè, intitolato con il nome di una figura della corrida, che gli valse il premio Bagutta. Da Volapiè esce un’immagine persuasiva, malinconica e fiera della Spagna e della sua gente. Ecco come David descrisse, con prosa nitida e accattivante, il suo approccio con la corrida: “La prima corrida spesso disgusta, sempre disorienta. Si esce dall’arena con uno strano appetito, però presi da un senso di scomoda ebrietà, con la testa
leggera, coi pensieri imprecisi e non si capisce bene cosa sia successo. La prima quasi regolarmente il disgusto sovrasta l’emozione e si abbandona l’arena a mezzo spettacolo. Dopo di che, o non si va più alle corride o vi si torna con desiderio di vederci un po’ più chiaro, oppure con la sensazione di avere scorto nella corrida qualcosa di interessante, tuttavia ineffabile”. Girò il mondo in lungo e in largo: Pakistan, Indocina, Corea, Borneo, Nigeria e Stati Uniti. Da buon romagnolo portava però la sua terra sempre in fondo al cuore. Trascorse la sua infanzia tra Cervia e Ravenna, dove il padre, Attilio, aveva in gestione una farmacia. Frequentò le elementari a San Pietro in Vincoli e legò molti dei suoi ricordi giovanili alla villetta che i suoi possedevano in viale Roma a Cervia, all’angolo con viale Bellucci, quasi di fronte al villino dove morì Giovanni Guareschi. In un articolo, pubblicato sul Corriere della Sera nel 1968, raccontò di come aveva appreso la notizia della morte del papà di Peppone e Don Camillo. David descrisse la Romagna con un talento da autentico narratore. Dalla sua penna scaturirono personaggi come Spurbiò, Rosgò, Zambela e Don Baracocla, ruvidi e spampanati come i loro nomi, che divennero simboli di una cultura locale, che si universalizzava nel momento stesso in cui Max si proponeva di mettere in rilievo le principali caratteristiche, dando vita a pagine splendide per ironia e sottigliezza psicologica. Scrisse in un articolo pubblicato, nel 1962, sulla Gazzetta di Cervia: “Voi mi domanderete in
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che maniera io mi porti Cervia intorno al mondo. Certo non è che io mi metta materialmente nella bisaccia un sassetto della nostra piazza o una pigna della nostra pineta o una scaglia di paganello o un pugno della nostra sabbia, o un brandello di qualche nostra vela. Però di queste cose io porto con me l’immagine, l’ombra, il pensiero riflesso nello spirito e il costante ricordo, talora tormentoso”. Dopo lunghi anni trascorsi come inviato del Corriere della Sera e della Domenica del Corriere, David iniziò a collaborare, nel 1972, con Il Resto del Carlino fino a ritirarsi definitivamente. Chi scrive questo ritratto ha avuto il privilegio di esserestato, il primo giornalista romagnolo dopo di lui, ad assumere, negli anni ‘80, l’incarico di inviato speciale per il quotidiano di via Solferino. Il forte amore per la sua terra indusse Max a fondare nell’estate del 1966, insieme ad Alteo Dolcini, il Tribunato dei vini di Romagna, un’associazione che ancora oggi si adopera per tutelare e promuovere la cultura e il folklore romagnolo. Pubblicò poi nel Giornalaccio romagnolo alcuni dei suoi migliori articoli scritti per il Resto del Carlino ed il Corriere della Sera. Nel 1962 David intraprese un viaggio in barca a vela intorno alle coste italiane, a bordo del Pocahontas, da cui scaturirono una serie di servizi pubblicati sulla Domenica del Corriere, sotto il titolo di Diario di bordo. Nel libro Buana Muandi (il nome con cui lo chiamavano gli indigeni), rese un’importante testimonianza sull’Africa, restituendoci personaggi e situazioni emblematiche, un pae-
I VINI DI MAX DAVID nella sua Ca’ di Pinsir di Bertinoro
saggio dell’anima e della storia, visto dal di dentro, con partecipazione diretta, proprio da chi aveva avuto il privilegio di “vedere” e radiografare. Univa ad una fervida fantasia, una potente vena umoristica, testimoniata da molti suoi scritti e particolarmente dal libro Gli inglesi in spiccioli, una raccolta di appunti e di esperienze collezionate nella sua lunga attività giornalistica, narrate con ironia e sagacia. Pochi forse sanno dell’amore che Max David nutriva per i cavalli; a questa sua passione dedicò un saggio, Gli italiani a cavallo, in cui tentò di spiegare i motivi che spingono a simpatizzare e a seguire con trepidazione la vita e le abitudini di questi animali. Seguiva abitualmente i concorsi ippici, praticò egli stesso equitazione e durante una prova conobbe la donna della sua vita, Linda Locatelli, brava amazzone.
C’è chi ha accostato la figura di Max David a quella di Ernest Hemingway, per la passione che entrambi manifestarono per l’Africa e per le corride e per la loro prosa nitida e asciutta. In realtà, il giornalista-scrittore romagnolo non ebbe molta simpatia per il collega americano. In una lettera datata 1954, indirizzata ad Arrigo Benedetti, David espresse tutto il suo malumore per un’intervista, rilasciata all’Europeo, in cui Hemingway aveva etichettato le iene e gli sciacalli come “sons of bitches” distinguendoli da leoni, elefanti e leopardi, ritenuti “animali per bene”. “In quanto ad Hemingway — si legge nella missiva inviata a Benedetti — dopo questo fatto lo considero alla stregua degli altri turisti americani che vanno in Africa con l’Express a cercare conferma dei luoghi comuni ereditati dalla loro elementare educazione...”. 7
Hemingway invece elogiò pubblicamente il romanzo Volapiè, apprezzando la profonda conoscenza di David della tauromachia. In Volapiè lo scrittore romagnolo, che aveva vissuto a lungo in Spagna, trascorrendo molti mesi fianco a fianco ai “matador de toros”, raccontò con il suo stile asciutto, la vita, i drammi e le paure di un’epoca in cui la corrida era molto più spietata e pericolosa di quanto non sia ai giorni nostri. Max David, pur non essendo esperto di etologia, fu anche uno dei pochi autori italiani che seppe comprendere e descrivere con autorevolezza il mondo degli animali. E, in questo, fu davvero un personaggio alla Hemingway, uscito da una delle pagine dei Quarantanove racconti dello scrittore americano. C’era in lui una innata vocazione all’avventura, intrapresa sempre per essere
raccontata, favorita da un’indole irrequieta e vivace, che manifestò sin dalla più tenera età. Sua sorella Agnese diceva di ricordare ancora le manate del fratello sulla schiena quando, da bambini, si rifiutava di seguirlo nei giochi più spericolati. Era, insomma, un “ragazzo terribile”, che diede filo da torcere a genitori e insegnanti e che si rifiutò di intraprendere la professione paterna. A vent’anni non era riuscito a conseguire ancora nessun diploma o specializzazione, nonostante fosse alquanto determinato e dotato di un grande spirito di iniziativa. Dopo il servizio di leva, decise di trasferirsi a Milano per intraprendere la carriera giornalistica. I genitori, dopo aver tentato inutilmente di dissuaderlo, gli fornirono un piccolo stipendio, sufficiente appena a pagarsi l’affitto di una stanza e a non morire di fame. Max non si arrese; cominciò a fare il cronista di nera, bazzicando le stazioni di polizia e il Pronto Soccorso degli ospedali. Non rifiutava niente pur di lavorare; tra i suoi primi articoli troviamo cronache sportive e interviste ai personaggi più disparati, dal comico Macario alla pattinatrice Sonia Henie. Da buon romagnolo, era piuttosto sensibile al fascino femminile. In molte sue annotazioni di viaggio si leggono riferimenti in proposito. Dopo una gita ad Oxford appuntò sul taccuino “gotico meraviglioso e due belle ragazze”; durante l’incendio dello Shepheard al Cairo, la drammaticità della situazione, non gli impedì di esprimere nella cronaca dei fatti, il suo apprezzamento per l’avvenenza della cantante del night club dell’hotel. Fu uno dei pochissimi giornalisti a seguire la ritirata di Chiang Kaishek, leader del Kuomitang, dalle posizioni sulla riva sinistra dello Yang-tzeKiang verso Nanchino e a
intervistarlo. Diceva: “Un giornalista deve fiutare il vento, deve chiudere la macchina da scrivere nel suo astuccio e mettersi in cammino lungo la direttrice contraria a quella del nemico, per raggiungere le proprie personali posizioni, dove telefonare o telegrafare il servizio.” E ancora: “Se avessi cento lire per ogni ora passata aggrappato al telefono e per ogni ora trascorsa in qualche scalcinato ufficio postale per spedire l’articolo con un telegramma, sarei un uomo ricco”. A Max David è stato intitolato un prestigioso premio, patrocinato dalla Provincia di Milano e riservato agli inviati speciali della carta stampata, della radio e della tivù, ovvero a quei giornalisti che seguono le tradizioni, avventurose e spesso piene di pericoli, dei grandi viaggiatori della penna, dando prova di grande professionalità e coraggio. Molti i volti noti tra i vincitori delle passate edizioni: Carmen Lasorella, Toni Capuozzo, Milena Gabanelli. Un riconoscimento che induce a riflettere su quanto sia importante nel giornalismo affrontare le tematiche più scottanti e spesso ignorate della nostra società. Sarebbe ora molto importante che questo premio venisse trasferito a Cervia. Morì d’infarto, pochi mesi dopo aver compiuto 72 anni, a Milano e fu sepolto, come desiderava, nel cimitero di Cervia. Lavorò fino all’ultimo alla stesura di un libro, purtroppo non completato, su Lawrence d’Arabia, un personaggio che l’aveva sempre affascinato. Con lui
David nel 1940 durante la guerra di Libia con Emanuelli
scomparve un reporter e uno scrittore tra i più significativi, che ebbe la fortuna di vivere in tempi in cui il giornalismo era meno “amministrato”, più nomade, certamente più allegro. Negli anni di maggior successo soleva ripetere che “un giornalista pur bravo che sia, dopo due anni di assenza dai giornali viene inevitabilmente dimenticato”. Non condivido questa visione pessimistica: un professionista del suo talento, che ci ha lasciato in eredità anche degli ottimi libri da leggere, difficilmente sarà cancellato dalla nostra memoria. * Su gentile concessione di
“il Resto del Carlino” e di Giancarlo Mazzuca
Gli aforismi di Leo Longanesi L’esperto è un signore che, a pagamento, ti spiega perchè ha sbagliato l’analisi precedente. Italia: Popolo di navigatori, che sbarca il lunario. Una personalità complessa è quella di colui che si scrive lettere anonime per guidare la propria coscienza. Cercava la rivoluzione e trovò l’agiatezza.
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E’ canton d’Silvio dla Maria d’Mìglio I barnérd È noto che i romagnoli con il termine barnérd identificano gli occhiali, oggi generalmente a stanghetta. Esso è riportato nei vari dizionari italiano-romagnolo, a partire da quello di Antonio Morri edito nel 1840. Sia questo autore (barnërd) che il Mattioli (barnêrd, barnardön) annotano il termine con il significato di occhiali (Morri) e occhiale (Mattioli). L’Ercolani lo fa risalire al nome proprio Bernardo, che dice sinonimo di sciocco, balordo, ma noi fatichiamo a vedere questo collegamento. Secondo il dizionario del Masotti, il termine deriverebbe da uno scioccherello di nome Barnêrd, Bernardo, il quale portava grossi occhiali per darsi importanza, ma ci appare altamente improbabile che sia stato attraverso questa via che esso abbia avuto tanta fortuna: di solito tutto quello che nasce attorno a personaggi locali di questo tipo rimane nel loro piccolo mondo e si spegne con la loro scomparsa. Più guardingo è Paolo Bonaguri che registra: “Barnerd: occhiali (termine scherzoso)”. Per parte nostra riteniamo che l’etimo di barnérd sia ancora tutto da scoprire, anche perché l’uso correttivo degli occhiali (invenzione del frate Alessandro della Spina, che esercitava il mestiere di “hoculaio” a Firenze nel sec. XIV) ha più di seicento anni (anche se già prima del ’300 erano diffuse lenti di ingrandimento utilizzate nella lettura, del resto già note, se pure rudimentali, anche agli antichi romani), ed in tutto questo tempo essi avrebbero avuto certamente occasione di fare parecchi incontri più importanti di quelli loro attribuiti da Ercolani e Masotti. Magari con un monaco, o con un personaggio di un certo rilievo di nome Bernardo, addirittura effigiato da qualche pittore con i “barnerd” in mano. Evenienza, quest’ultima, del resto già verificatasi fin dal 1436 ad opera del pittore Jan Van Eych, anche se per un personaggio di tutt’altro nome. A meno che la strada da seguire non sia quella che si intravede alla voce bernarda del “Dizionario Storico di Deonomastica” di Enzo La Stella T.: “Bernarda f., sec. XIV, gergale ma largamente diffuso nella Padania per conno. Il nome personale germanico Bernardo (letteralmente: forte come un orso. In tedesco, bär è l’orso.) fu spesso usato da Italiani e Francesi, fin dai primordi volgari, nel senso di sciocco, bietolone, tanghero…ma per Bernardo si ha un ulteriore sviluppo semantico: il concetto di scarsa capacità intellettuale e di torpidità, che sembrano ormai attributi inscindibili dal nome, desta nel subconscio dei nostri antenati l’abbastanza ovvio collegamento con gli organi sessuali, e così, già nel Trecento, troviamo la mona Bernarda col significato dato più sopra, a cui corrisponderà poco più tardi un fra Bernardo, pene. Il significato sessuale trova poi conferma nell’immagine del paguro, detto bernardo l’eremita (fr. bernard-l’hermit, sec. XVI), uso ad appropriarsi di conchiglie non sue, in cui insinua l’addome…”. Così Enzo La Stella T. Seguendo questa via, e con un poco di fantasia, possiamo pensare che i nostri lontani predecessori abbiano potuto assimilare il naso e gli occhialini che lo sormantavano a fra Bernardo corredato dei suoi testicoli (le stanghette sono state inventate da un inglese solo nel XVIII secolo: prima gli occhiali erano a pince-nez o con un sola stanghetta fissa che fungeva da manico) e che il tempo, ed i romagnoli, abbiano poi contribuito a trasferire definitivamente, agli occhialini prima ed agli occhiali poi, il termine barnerd che, forse non a caso, troviamo ancora al singolare (barnêrd, barnardön) nel dizionario del Mattioli. Quanto poi alla miopia, il nostro vernacolo è estremamente espressivo. Di qualcuno che sia estremamente miope si dice infatti: zig da no avdé un prit int la nev, debole di vista da non vedere un prete sulla neve. Con lo stesso significato: sénza i barnérd l’è pérs, senza gli occhiali è perduto. A chi è costretto a portare occhiali con lenti molto spesse, si dice ironicamente: ind vét, cun chi du cul da bichir! Dove vai con quei due culi di bicchiere! Detto, quest’ultimo, derivato con tutta evidenza dal robusto fondo dei bicchieri da osteria di una volta, reso volutamente pesante al fine di impedire facili rovesciamenti da parte di chi era già avanti con le bevute, con perdita del prezioso contenuto. Vi è poi anche il detto zigh coma una pònga, cieco come una talpa. La pònga è infatti nomata anche töpa ziga, ratto cieco, pantegana cieca. Il termine pònga deriva forse, per somiglianza nell’aspetto, dal latino sus pontica, maiale dal pelo nero e dal muso allungato, originario del Ponto. (Ercolani). Pantegana è il grosso topo di fogna (voce di area settentrionale, derivata dal latino (mus) ponticus, (topo) del Ponto, attraverso un possibile tardo latino ponticanus o il suo femminile ponticana. Quondamatteo registra pondga e spiega: “Il centro di diffusione (del nome) va ricercato in Romagna, dove la voce è endemica”. Però il Morri ed il Mattioli non la registrano. Il romagnolo ha poi anche il binomio zighinin balusa, . fatto su misura per chi è costretto a stringere le palpebre per mettere a fuoco le immagini. Secondo Ermanno Pasini, indimenticato Tribuno, balusa . avrebbe qui un significato non attinente a balusê, . dare una leggera cottura, ma probabilmente riferito all’italiano “baluginio”, chiarore intermittente e scialbo (derivato di “baluginare”).
Silvio Lombardi
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RICORDIAMO MAX DAVID 1° TRIBUNO NEL CENTENARIO DELLA NASCITA Fu romagnolo appassionato (per nascita e sentimento), fu giornalista audace e scrupoloso per 40 anni della sua vita, fu inviato speciale nelle varie parti del mondo ove ci fossero scontri e guerriglie, fu scrittore intelligente ed arguto, a volte ironico, di testi di grande richiamo. Un uomo poliedrico che aveva saputo assimilare modi di vita di ambienti a contrasto, forse sostenitore e paladino ma rimanendo nel suo intimo legato alle cose semplici, al mondo degli affetti, alla sua terra. Era nato a Cervia il 24 dicembre 1908, da Attilio, farmacista in Ravenna e Maria, maestra non esercitante. E’ ancora visibile la bella villa in cui abitò a lungo con la famiglia: è in via Roma, vicino alla villa di Giovannino Guareschi. La sua vita fu segnata dagli anni felici della fanciullezza: le scorribande in pineta, le corse sulla sabbia, le cavalcate coi cavalli di scuderia, i giochi e gli scherzi combinati con la banda dei “Microbi”. Scriveva: “Il mio mestiere è quello dell’uomo che fa la valigia...Appena sono lontano mi accorgo di avere messo Cervia nella valigia; ci ho messo idealmente un sassetto della nostra piazza, una pigna della nostra
pineta, una scaglia di paganello, un pugno della nostra sabbia, un brandello di qualche nostra vela; porto con me immagine, ombra, pensiero riflesso nello spirito e costante ricordo”. E Montanelli diceva di lui: “David è il collega più brillante, divertente, spiritoso, coraggioso, gustoso, leale, il più alieno da bassezze e meschinità. Quanto a serietà nella professione ne ha molta, ma in coabitazione con una mitica e poetica follia che, quando entra in ballo la Romagna, diventa pericolosa e da camicia di forza”. L’avevo conosciuto personalmente negli ultimi anni della sua vita. Sebbene minato nella salute, manteneva il suo spirito pungente, la sua malinconica ironia. Trascorreva le sue giornate con la moglie Pupina nella bella casa che si era fatto costruire a Bertinoro, una palazzina su cui aveva fatto incidere a chiare lettere “Ca’ di pinsir”. “Perché è fra le sue fresche mura che lei compone i suoi scritti?”, chiesi. “No è per l’affanno che mi danno i debiti contratti per costruirla”. Qui si ritrovavano a brindare e a fare progetti gli amici e colleghi di tante imprese giornalistiche: fra i più cari Egisto Corradi
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e Lucio Lami. A Bertinoro aveva anche contribuito, con altri spiriti eletti, soci del Tribunato di Romagna, a dar vita a Bertinoro alla rinomata “Ca’ de bé”, tempio del buon vino e della sana amicizia, nell’impegno di sostenere e onorare la Romagna, i suoi vini, la sua cultura, i suoi costumi, le sue tradizioni. Fu subito eletto Primo Tribuno. Faceva frequenti puntate a Cervia dove incontrava amici di lunga data, Tiozzi e Collina, albergatori di Milano Maritttima, coi quali dette vita ad iniziative, incontri con uomini di lettere, competizioni sportive, trasmissioni TV. Giornalista emerito del Corriere della Sera, ne è stato per 25 anni eccezionale corrispondente e inviato speciale. Aveva spirito pratico e spirito d’avventura uniti a capacità di osservazione e intuito; fu in Africa, in Cina, in Grecia, in India, in Gran Bretagna, in America. Dal soggiorno in Inghilterra aveva tratto consuetudini nell’abbigliamento e nel fair play che convivevano con la sua vena popolaresca. Lo si poteva incontrare negli ippodromi vestito come un signorotto all’inglese (guanti, monocolo, cappello floscio, mantello,
David con Aldo Spallicci, fine anni Sessanta
bastone e cane al seguito), oppure a Cervia vestito alla purchessia in allegra brigata a far baracca. Innamorato dei cavalli, aveva girato il mondo osservandolo (come lui sosteneva) dall’alto di una sella. Ma amava veramen-
te tutti gli animali, di cui potendo si circondava: i cani furono suoi amici fedeli sempre liberi nella sua casa, assieme a gatti, merli, pappagalli. La sua affettuosa ammirazione e la sua stima per gli animali, anche feroci, risalta soprattutto nel suo libro
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“Buana Muandi”, in cui ci rappresenta l’Africa degli uomini e delle “buone belve”. L’amore per i tori e i toreri dimostra il suo libro “Volapié”, romanzo sulla tauromachia, dove si esaltano la competizione e il coraggio degli uni e degli altri. Una storia pseudo-autobiografica e sottilmente umoristica che narra le peripezie di un Ghosthunter (cacciatore di fantasmi), è l’argomento del suo testo “Gli inglesi in spiccioli”, vero reportage sugli spettri. Si è cimentato anche nel “Romanzo del Passatore”; da buon romagnolo si è interessato a questa figura, parlandone con verità e fermezza, senza cedimenti ma con malinconica e lucida pietà. Particolarmente vivaci le pagine del suo “Giornalaccio romagnolo” dove con pennellate rapide e gustose, ci presenta personaggi carnosi e caratteristici incontrati nel suo girovagare. In suo nome è stato istituito il “Premio annuale di giornalismo per un inviato speciale”, da conferirsi a chi ha saputo e sa raccontare con abilità e immediatezza quanto avviene nelle varie parti del mondo. Ora all’inviato speciale si sostituiscono cronache televisive immediate ed esaurienti. Max è mancato il 22 marzo 1980 e la sua salma è stata tumulata nel cimitero di Cervia. Il suo ricordo è sempre vivo nei nostri cuori. Wilma Venturi
IDENTITA’ VALORI TERRITORIO La comunità di Bertinoro del Terzo Millennio L’identità di un contesto sociale nasce prima attraverso il rapporto che gli individui hanno con la natura che li circonda, con il loro territorio. Il rapporto tra l’individuo e la comunità di appartenenza, l’eco-sistema locale, viene regolato - sulla base di un lungo processo adattivo - da norme stabilizzate dalla cultura, creando così nel soggetto un “modello cosciente” dell’ambiente (sociale e fisico) che rappresenta un sistema dl atteggiamenti interiorizzati e stabilizzati e quindi coglibili attraverso specifiche ricerche, come è avvenuto per la comunità di Bertinoro. L’identità, nella dimensione socioculturale, deriva dalla consapevolezza di appartenere ad un gruppo, dalla tendenza a considerarsi membri di tale gruppo. Sulla base di questo assunto sono state individuate delle “categorie sociali” (il bertinorese, il romagnolo/bertinorese, il romagnolo), che permettessero ai soggetti (44 abitanti del Centro storico di Bertinoro, scelti attraverso un campione rappresentativo) di esprimere il proprio sentimento anche di appartenenza territoriale. Un test creato per verificare la presenza di identità comuni ed un questionario orientato a cogliere i contenuti di questa identità (luogo, dialetto, storia, vita quotidiana, tradizioni, ecc.) sono gli strumenti utilizzati nella ricerca. I dati raccolti (validati attraverso eleborazioni statistiche) evidenziano un alto grado di coesione tra i 44 soggetti ed indici piuttosto marcati in direzione di una solida identità. Infatti, il bertinorese del Centro storico è molto legato alla sua terra che ama al pari del proprio luogo (casa, campagna, ecc.) dove vive; è molto legato e ama le proprie radici; é molto legato e ama il suo dialetto. Inoltre è piuttosto legato alla comunità ed alle tradizioni familiari. Di contro si sente poco legato alle istituzioni pubbliche (Comune e ASL).
In particolare, per l’uomo bertinorese assumono grande valore la terra, il luogo dove vive, il dialetto, la tradizione familiare, le origini. Discreto il suo legame con la comunità, la tradizione culturale, il proprio paese, le proprie, radici,la propria cultura. Per la donna di Bertinoro assumono grande valore, al pari dell’uomo, la terra, il luogo dove vive. il dialetto, il paese, le radici, la tradizione familiare, ma anche l’essere “bertinorese”. Circa l’età, il gruppo dei più giovani della comunità (dai 15 ai 29 anni) evidenzia di amare molto il proprio dialetto e di essere molto legati al proprio paese, ed è abbastanza legato. alla propria cultura e alla tradizione familiare, mentre ritiene che le generazioni di ieri abbiano trasmesso molti valori alle generazioni di oggi. Il gruppo degli adulti (dai 30 ai 50 anni) è molto legato a origini, dialetto, luogo. Infine il gruppo degli over 50 evidenzia un numero di aspetti ai quali è molto legato: radici, storia, gente, luogo ed è molto appagato dai valori coltivati. Le tradizioni, nelle quali in tempi passati l’abitante della comunità di Bertinoro si identificava, oggi si differenziano da zona a zona, come era avvenuto, se pur in parte, ieri alla fine cioè degli anni ‘70. Questi, valori, insiti nelle tradizioni, sono in rapporto più o meno stretto col territorio. Tuttavia le caratteristiche e le differenze territoriali, e quindi nel caso presente anche valoriali, non vengono ad intaccare l’identità di queste genti legate alla centralità della loro cultura, della loro storia, dei valori espressi nel tempo. Per esempio, la famiglia si poggia ancora oggi su modelli culturali abbastanza consolidati, anche se non privi di qualche mutamento, in particolare nell’area industriale di pianura (Santa Maria Nuova), mentre nell’area rurale si possono trovare aspetti evolutivi rispetto a ieri, quali il rientro in famiglia dei giovani
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nell’ottica di un riflusso di maggiore entità in collina. La religione, a sua volta, é un valore rimasto immutato nel tempo, anche se spesso concepito in modo ‘utilitaristico’ ovvero nella sua espressione sociale. Ed ancora, il lavoro vede nella figura dell’operaio-contadino, la continuità tra l’identità agricola e i modelli culturali dovuti all’industrializzazione. Per concludere, l’abitante del Centro storico ha - riassumendo - una forte identità con la terra, il luogo dove vive, le tradizioni familiari, mentre ama le proprie radici, il dialetto, il proprio paese. Egli sì sente bertinorese nel senso pieno e ne dimostra la propria identità (come è emerso marcatamente dal Test Identità Culturale). Al contempo però sente fortemente l’appartenenza alla Romagna, probabilmente per salvaguardare quella storica contrapposizione con l’area emiliana, nella quale egli, da sempre, poco si identifica. Marcello Novaga
Bertinoro, mille anni di ospitalità di Angelo Testa - Olio su tela 1995
Dal taccuino di viaggio di WILMA MALUCELLI Un Romagnolo alle GALAPAGOS La passione per i viaggi amplifica la dimensione del nostro orizzonte e lo dilata, ma insieme ci da la misura di quanto possa essere piccolo il mondo. Ne sono la riprova gli incontri che ho fatto con forlivesi o romagnoli nei paesi più svariati, dal Guatemala all’ Etiopia all’ Indonesia, eppure trovare un romagnolo che ha deciso di vivere alle GALAPAGOS, remote isole dell’ Oceano Pacifico di fronte all’ Ecuador, mi ha sorpreso più che mai. Fabio Tonelli non è un missionario che ha eletto a sua terra di missione uno sperduto angolo di mondo, no di certo, Fabio è un uomo che ha cercato una diversa dimensione e l’ ha trovata in quelle che Herman Melville a ragione chiamò “Isole Incantate”. In un pomeriggio assolato di agosto nell’isola di Santa Cruz, mentre passeggio per la strada principale di Puerto Ayora (uno dei due centri abitati dell’arcipelago) e chiacchiero con un’amica forlivese, la nostra pronuncia, l’inconfondibile “passaporto” che ci portiamo dietro in qualsiasi parte del mondo, attira l’attenzione di
un passante, romagnolo al pari di noi. Ed ecco che mi ritrovo a parlare con lui, a ricordare Forlì, Cesena e persone note a entrambi e, seduti come due vecchi amici in un bar davanti all’Oceano, mi racconta come è capitato là e le vicende della sua vita che lo hanno indotto a scegliersi quella nuova patria. Scopro anche di conoscere bene le sue zie forlivesi, in particolare Maria Teresa, un tempo insegnante di Lettere al Ginnasio e gli prometto che, al mio ritorno, racconterò loro di questo incredibile incontro. Il fascino strano che emana da queste misteriose isole ha attratto tanti prima di Fabio, fin dalla loro scoperta nel 1535: fu Tomàs de Berlanga, vescovo di Panama, ad approdare fortunosamente nell’arcipelago mentre navigava alla volta del Perù. Sbattuto da una tempesta in questo luogo sconosciuto e misterioso, con grande meraviglia trovò “testuggini (galapagos appunto) così grandi che ciascuna poteva portare in groppa un uomo”, come scrisse nella sua relazione al rè di Spagna Carlo V°. Dopo trecento anni arrivò qui CHARLES DARWIN e osservò i giganteschi rettili con l’occhio attento dello scienziato, annotando sul suo taccuino un fenomeno strano: le tartarughe erano diverse da isola a isola e anche i fringuelli.. .(per l’adattamento ad ambienti diversi, scoprirà poi). Come quel viaggio sul brigantino “Beagle” por-
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tò inaspettatamente Darwin alle origini del mondo e della specie, così il moderno viaggiatore avverte tutto il fascino di una natura allo stadio primordiale. Anche Fabio Tonelli, attratto dall’arcana bellezza delle Galàpagos, si è fermato qui, dopo varie peregrinazioni, che dapprima lo avevano portato nella selvaggia giungla amazzonica dell’Ecuador; qui ha fissato la sua residenza e percorre a piedi o a cavallo tutte le isole, fin sulla cima dei vulcani che, ormai spenti, ospitano nei loro crateri numerose colonie di tartarughe e fa da guida a coloro che vogliono avventurarsi all’interno. L’arcipelago, vero e proprio “santuario della natura”, è protetto dall’ UNESCO, sotto la cui egida nel 1964 fu inaugurata sull’isola di Santa Cruz un’importante Stazione Scientifica intitolata a DARWIN, colui che, nello “splendido isolamento” della natura delle Galàpagos, trovò la chiave per decifrare il mistero dell’evolversi della vita sulla terra. In questo centro di ricerca lavora anche la donna che di lì a pochi giorni, mi disse Fabio, sarebbe divenuta sua moglie: lei da Quito, Ecuador, lui da Cesena, Romagna, hanno “messo su casa” alle Galàpagos... ..il racconto di una vita in pochi attimi trascorsi sul lungomare di Puerto Ayora in un primo pomeriggio di agosto e due sconosciuti che diventano amici nel momento stesso in cui scoprono la loro “romagnolità”.
Al nôvi caparëli de’: 10/6/2007
Dott. Emilio Antonellini di Ravenna, agronomo e imprenditore
Geom. Giovanni Montevecchi di Faenza, libero professionista
Prof. Andrea Segré, Preside Facoltà di Agraria, Università di Bologna
Dott. Vittorio Argnani di Faenza, libero professionista esperto d’arte
Sig. Marcello Zanni di Villa Verucchio, ristoratore e vitivinicoltore
Prof. Wilma Malucelli di Forlì, pubblicista
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Non ci si deve dimenticare che Aldo Spallicci - «e Bà dla Rumagna» dopo aver dato tutto «alla Sua Terra, alla Sua Gente» - accolse anche la chiamata e preghiera di essere a capo dell’Ente Tutela Vini di Romagna - proto organismo operativo a dimensione romagnola - e in quanto tale fu, come prevedono gli Ordinamenti, il primo Tribuno Vicario.
Ci hanno lasciato Un personaggio. Quasi un mito. Questo era il prof. Fabio Romiti per Imola, medico veterinario, soprattutto per gli studenti dell’istuto tecnico agrario“Giuseppe Scarabelli” che hanno avuto l’onore di averlo come insegnante. Un professore tanto severo quanto capace di fare amare la propria materia da farla diventare il lavoro di una vita. Presidente onorario del Rotary Club e propose il premio “Rotary Sport” rivolto a studenti che emmergevano per rendimento scolastico e sportivo.
Si è spento improvisamente l’avvocato Guido Baroncini cogliendo di sorpresa i tanti lughesi che lo conoscevano e lo stimavano. Nel gennaio scorso aveva festeggiato i 60 anni di attività ed attualmente era il “decano”, l’esponente più anziano, dell’Ordine degli avvocati di Ravenna. Nel 1957 era stato tra i fondatori del Lions club Lugo. Ha sempre partecipato alle Tornate con la sua cara signora Luisa. Era affidabile, disponibile, rispettoso delle diversità altrui, un vero signore.
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Ristorante
Via Casale 213 47826 Villa Verucchio (RN) telefono 0541 678449