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Il Tribuno - Numero 2

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Luglio 2008

il TRIBUNO

NUMERO 2

ORGANO UFFICIALE DEL TRIBUNATO DI ROMAGNA

UNO SPLENDIDO SOLE Domenica 13 maggio 2007: uno splendido sole, una tersa atmosfera ed un clima ideale hanno accompagnato i Tribuni di Romagna, che hanno risalito la Valle dei Ciliegi sino a giungere a Longiano, una delle perle della nostra terra. Dallo scenario naturale, si è approdati ad uno scenario artistico: il Comune di Longiano, infatti, ha ospitato il Tribunato di Romagna per la CCXV tornata, nella cornice dell’incantevole Teatro Petrella. L’argomento che ha affascinato ed incuriosito tutti i presenti, è stato “Mare e Pesce di Romagna”. Il I Tribuno, Senatore Lorenzo Cappelli, ha aperto i lavori, dando il benvenuto a tutti i partecipanti. Perché parlare di pesce in un paese di collina? Perché questo borgo medievale si affaccia sul mare che va dai lidi ravennati sino a Cattolica e che nelle giornate di vento invia il suo profumo ed i suoi misteri a coloro che tra questi mattoni cercano la serenità. Dopo il benvenuto del Sindaco di Longiano, Dr. Sandro Pascucci e dell’Assessore al Turismo, Dott.ssa Pia D’Aloja si è provveduto all’incapparellatura dei nuovi Tribuni: Signor Bruno Baccari di Modigliana, P.A. PierFrancesco Cornacchia di Forlì, Rag. Andrea Donati di Cesenatico, Ing. Matteo Flamigni di Modigliana, Prof. Mauro Michelacci di Bologna, Dr. Lanfranco Morganti di Cesena, Prof. Riccardo Gresta di Misano Adriatico. Sono quindi intervenuti i seguenti relatori: Dr. Piergiorgio Vasi, funzionario per la gestione delle politiche della pesca marittima e acquacoltura dell’Assessorato Regionale dell’Emilia Romagna, che ha trattato il tema “Economia della pesca in Romagna”. A seguire il Dr. Attilio Rinaldi, Presidente del Centro Ricerche Marine di Cesenatico che ha intrattenuto i presenti sul tema “ Il Mare Adriatico: problematiche e risorse”. Poi il Rag. Andrea Donati, direttore generale della società ADLER di Cesenatico, il cui argomento verteva sul tema “Commercia-

lizzazione e valorizzazione del pesce dell’Adriatico in Romagna”. Infine la Prof.ssa Alessandra Bordoni, medico chirurgo, ricercatrice e docente presso il “Centro Ricerche sulla Nutrizione e Vitaminologia” del Dipartimento di Biochimica dell’Alma Mater, ed a Cesena presso il “Campus di Scienza degli Alimenti” della Facoltà di Agraria, Università di Bologna, che ha trattato il tema “Il buono che viene dal mare Adriatico”. Molti i giornalisti presenti (Videoregione, Erreuno tv, Canale 11, Rete 8 VGA, 7 Gold, La Voce, Il Corriere di Romagna, Il Resto del Carlino) che con penne e telecamere hanno immortalato l’evento. Terminati gli interventi dei relatori, alla fine della mattinata, i Tribuni, insieme ad amici e familiari (in numero di 140), si sono trasferiti nelle sale del cinquecentesco Palazzo Vicini, ubicato nella cittadella medievale di Longiano, che in quanto alla storia della Romagna e di questo paese, ha senz’altro qualcosa da raccontare. Nelle cucine del palazzo, sin dal primissimo mattino, i pescatori di Cesenatico hanno pulito, condito e cucinato con rara maestria, quel pesce di cui si era precedentemente parlato, servendolo nei piatti dei commensali che, a quanto ci risulta, hanno molto gradito. Dopo le libagioni, lo storico dell’Arte nonché neo-Tribuno Prof. Riccardo Gresta, ha offerto ai presenti un mirabile “dessert” culturale, disquisendo sul pesce povero dell’Adriatico attraverso la pittura romagnola, non trascurando le valenze simboliche di questo indispensabile alimento della tavola. L’intervento ha spaziato dalle prime rappresentazioni paleocristiane del pesce, alludenti alla figura di Cristo, spesse volte rappresentato nelle catacombe, trattando successivamente le sue raffigurazioni in ambito medievale, fino a parlare dell’importanza del pesce rivalutato dal Concilio di Trento (1564) che ne auspicava l’assunzione come cibo povero in sostituzione della carne. Tra i pittori ro-

magnoli menzionati, il riminese Nicola Levoli che dipingeva pesci umili come canocchie e saraghine, fino ad Edoardo Pazzini ed Edmo Curugnani. Si è così conclusa la CCXV tornata del Tribunato di Romagna, con appagati lo spirito, il corpo e la mente. Mauro Matassoni

Sala del cinquecentesco Palazzo Vicini di Longiano

Il Tribuno - Periodico di storia e cultura Luglio 2008, numero 2 Fondato nel 2007 da Massimo Riva e Lorenzo Cappelli Autorizzazione del Tribunale di Forlì del 7/10-12-07 n. 35/07 Editore: Lorenzo Cappelli Direttore Responsabile: Lorenzo Cappelli Redazione: Massimo Riva Via Rossini, 120 - 47023 Cesena e-mail: rivamassimocesena@libero.it massimo.riva@pf.bancagenerali.it Stampa: Filograf - Forlì Hanno scritto: Alessandra Bordoni, Andrea Donati, Marco Gardini, Silvio Lombardi, Leo Longanesi, Wilma Malucelli, Mauro Matassoni, Marcello Novaga, Attilio Rinaldi. Poste Italiane s.p.a. - spedizione in abbonamento postale - 70% Commerciale Business Forlì n. 49/2008 Comitato di Redazione: Francesco Donati di Ravenna, Riccardo Gresta di Misano Adriatico, Wilma Malucelli di Forlì, Mauro Matassoni di Rimini, Nicola Milandri di Forlì, Massimo Riva di Cesena, Giuseppe (Beppe) Sangiorgi di Casola Valsenio, Andrea Tabanelli di Brisighella, Marco Tupponi di Forlì, Liliana Vivoli di Imola. Il nostro sito è: www.tribunatodiromagna.org


Adriatico: un mare di risorse e problematiche esistenti Attilio Rinaldi Direttore Struttura Oceanografica Daphne - ARPA Emilia Romagna Presidente Centro Ricerche Marine di Cesenatico Il mare Adriatico si distingue per due peculiarità: mostra da un lato una straordinaria generosità, crea opportunità importanti che di fatto si traducono in lavoro e ricchezza, dall’altro risente di pressioni spesso eccessive, non commisurate alle sue caratteristiche strutturali. Un mare quindi sensibile che ricorrentemente manifesta processi indesiderati. Si tratta di fenomeni i cui effetti possono avere severe ricadute sull’ambiente e su importanti attività quali il turismo e la pesca. Tra questi vanno ricordati il processo della eutrofizzazione e la invasiva presenza di aggregati mucillaginosi. Le attività di studio e di monitoraggio che la Struttura Oceanografica Daphne sta conducendo dal 1977 hanno consentito l’acquisizione di importanti informazioni ed una straordinaria quantità di dati. Il grado di conoscenza raggiunto ha costituito una buona base conoscitiva sui fattori causali e sulle possibili strategie di risanamento. A queste ricorrenti crisi ambientali si sta sovrapponendo una nuova minaccia: quella costituita dai cosiddetti cambiamenti climatici e dai conseguenti effetti indotti con guasti e disagi sugli ecosistemi e sulle popolazioni.

L’eutrofizzazione: è un processo degenerativo delle acque indotto da eccessivi apporti di sostanze ad effetto fertilizzante (azoto, fosforo ed altre sostanze fitostimolanti) trasportate a mare dai fiumi e dagli insediamenti costieri. Le principali fonti di generazione sono costituite dal settore agro-zootecnico e da quello civile (insediamenti urbani). Il primo contribuisce con circa il 60 % dei carichi di azoto riversati in mare, il secondo con circa il 50 % di fosforo. L’eutrofizzazione è un fenomeno relativamente recente, compare in forma acuta nell’Adriatico Nord - occidentale nella seconda metà degli anni ’60, si è manifestato e si manifesta in molti altri mari nel mondo (Chesapeake Bay - USA, Mare del Nord e Mar Baltico, Baia di Tokio, nei grandi laghi del Nord America ed altre aree). La condizione che accomuna questi casi è legata da un lato alla forte antropizzazione del territorio conseguente ad un rilevante sviluppo economico e sociale, dall’altro al fatto che i bacini idrografici che attraversano queste aree scaricano le loro acque in mari semichiusi. E’ in sostanza un fenomeno totalmente attri-

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buibile alla pesante presenza dell’uomo sul territorio. Il fenomeno si manifesta con alterazione del colore e della trasparenza delle acque per le alte concentrazione di microalghe (il cosiddetto fitoplancton) in sospensione. Tale processo può avere ricadute sull’ambiente molto negative; nel periodo estivo – autunnale, quando le acque sono calde e calme e si hanno pertanto marcate stratificazioni, si possono generare diffuse e persistenti carenze di ossigeno nelle acque di fondo con stati di sofferenze nelle comunità bentoniche (Pesci di fondo, Molluschi, Crostacei, ecc.). Per riuscire a ripristinare condizioni equilibrate, tali da ridurre la frequenza dei casi acuti di eutrofizzazione senza incidere sulla produttività/pescosità dell’Adriatico, occorre mettere in atto misure atte a ridurre i carichi delle principali sostanze eutrofizzanti (azoto e fosforo). Dopo l’importante risultato legato all’abbattimento del fosforo nei detersivi occorre ora andare oltre con azioni ed interventi capaci di ridurre ulteriormente i contributi di sostanze ad effetto eutrofizzante provenienti dal settore agrozootecnico (per l’a-


zoto) e da quello civile (per il fosforo). Le mucillagini: si tratta di un fenomeno conosciuto da secoli, le testimonianze più antiche riguardanti l’Adriatico risalgono al 1729, altri casi, circa 15, sono stati segnalati nell’800 ed all’inizio del 900 (le segnalazioni riguardano sia pubblicazioni scientifiche che articoli di stampa e rapporti delle allora Autorità marittimo/portuali). In epoca recente il fenomeno è comparso in forma invasiva nel 1988, ’89, ’91, ’97, ’00, ’02 e nel 2004. Chimicamente le mucillagini sono costituite da polisaccaridi complessi di origine biologica (Fitoflagellati e Diatomee sono tra i principali produttori di mucillagine). Il fenomeno è presente in molti altri mari (sia mediterranei che extra mediterranei) ed interessa sia le aree costiere che quelle corrispondenti al mare aperto, lontano da immissioni fluviali. Negli ultimi eventi il fenomeno si è manifestato inizialmente in Croazia ed ha interessato successivamente gran parte dell’Adriatico fino alla Puglia. L’Adriatico presenta profondità non rilevanti nella sua parte centro – settentrionale, inoltre raggiunge temperature particolarmente alte nel periodo estivo. L’insieme di queste condizioni favorisce l’affioramento delle mucillagini. Per la diversa conformazione batimetria ed idrologica i casi di affioramento in altri mari italiani sono rari o del tutto sconosciuti (ad esempio medio e basso Tirreno). Sono stati riscontrati danni di discreta entità alle colonie di Gorgonie in Tirreno causati dal soffocamento dovuto all’impatto delle mucillagini trasportate dalle correnti. In Adriatico non sono stati rilevati impatti ambientali di particolare gravità. Le cause generanti il fenomeno vanno ricercate nell’insieme di più fattori; molti di questi sono strettamente legati ai cambiamenti climatici in atto che, come è noto, stanno favorendo l’innalzamen-

to delle temperature delle acque nei mari e negli oceani. Condizione che si riflette negativamente sulle dinamiche del sistema (correnti, moto ondoso, processi di dispersione e diluizione) con una accentuazione della stasi idrodinamica, del ristagno e con il conseguente accumulo del materiale mucillaginoso prodotto. La ricerca su questo fenomeno ha visto la realizzazione di un importante progetto quadriennale (1999 – 2003) finanziato dal Ministero dell’Ambiente e coordinato dell’Istituto Centrale per la Ricerca Applicata al Mare. Viste le caratteristiche del fenomeno e le sue strette correlazioni con il clima e le sue manifestazioni, appare evidente la difficoltà di contrastare il fenomeno con interventi su scala locale. Cambiamenti climatici, una minaccia incombente: Gli effetti dei cambiamenti climatici sul mare Adriatico stanno determinando significativi mutamenti strutturali e biologici. Le temperature mostrano una evidente tendenza all’aumento nelle stagioni estive ed autunnali, mentre pare vi sia stabilità in quelle invernali e primaverili. Tale condizione incide positivamente sui processi di “tropica-

lizzazione” e di “meridioalizzazione”, migrazioni e spostamenti di specie alloctone da aree di mare lontane. Tale fenomeno sta apportando significativi mutamenti nei popolamenti floristici e faunistici in diverse aree del Mediterraneo. La stessa “desertificazione” pare essere una concreta minaccia incombente; il crollo delle precipitazioni si è tradotto, da almeno un quadriennio, in forti riduzioni nelle portate del Po e degli altri fiumi dell’area padano-adriatica. A tale condizione corrisponde una riduzione delle correnti marine con un conseguente rallentamento dei processi di ricambio delle acque del bacino Adriatico. Detta stasi risente altresì dal perdurare di condizioni meteorologiche stabili nelle stagioni invernali e primaverili che di fatto si traducono in una riduzioni nella forza dei venti spiranti dai quadranti settentrionali ed in una consistente diminuzione delle mareggiate. Fenomenologie indesiderate quali la comparsa massiva di essudati mucillaginosi, sciamature massive di meduse e blooms algali provocati dalla microalga Fibrocapsa japonica sono da associare anche al perdurare di tali condizioni.

Ogni Domenica alle ore 21,00 Tribunato di Romagna in TV, sulle reti: VIDEOREGIONE, ERREUNO TV, CANALE 11

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DALLA ROMAGNA ALLE LAGUNE ALLE GRANDI MIGRAZIONI Andrea Donati La storia della pesca in questo mare inizia nelle zone umide costiere e si espande successivamente in mare aperto fino a giungere all’oceano. La pesca è nata da quando l’uomo ha dovuto affrontare i problemi della propria sopravvivenza. Quest’attività, tra le più antiche, si può definire come prelievo di risorse ittiche per l’alimentazione dell’uomo. La pesca è dunque una delle più elementari espressioni dell’economia dei gruppi umani, ed essendo legata strutturalmente all’ambiente, è ricca di connotazioni antropologico-culturali. In Adriatico l’economia peschereccia ha radici lontanissime. ìLa presenza di vaste aree lagunari, da Lesina a Varano, da Comacchio a Grado, ha prodotto uno sviluppo significativo di quest’attività. Ed è proprio la pesca lagunare il punto di partenza e di sviluppo della pesca adriatica sino a metà dell’Ottocento. Le ragioni risiedono nell’elevata produttività biologica delle lagune, nella pluralità delle specie che le popolano, nell’esiguità dei mezzi economici necessari per esercitarla, nella semplicità degli attrezzi necessari e nel limitato rischio fisico per chi la pratica. La presenza di numerose comunità nelle aree lagunari, o immediatamente ad esse contigue, ha offerto ai pescatori il naturale mercato al prodotto pescato, i cui consumi hanno rilevanti implicazioni culturali. Ai pescatori erano concessi specchi d’acqua per periodi definiti, che, recintati con canne palustri o argini, erano utilizzati per l’allevamento del novellame catturato lungo le spiagge. La delicata gestione idraulica delle lagune, demandata ai Savi del-

le Acque, magistrati del Serenissimo Governo, avveniva spesso con la consultazione dei vecchi pescatori che del regime lagunare erano i più esperti conoscitori; rigorosi erano pure i doveri di rispetto ambientale. La tutela del novellame era particolarmente attenta. Con un decreto del 1224 la pesca abusiva veniva punita con il taglio dell’orecchio e con la confisca della barca. Successivamente fu introdotta la consuetudine di dar fuoco alle imbarcazioni degli abusivi nel pubblico mercato e più tardi la condanna a diciotto mesi di remo nella galea. Anche gli attrezzi di pesca erano attentamente vagliati nel loro impatto ambientale. Era vietata la pesca sulle velme, erano proibite reti a maglie fitte, erano determinati i periodi di cattura di ciascuna specie, erano definite le misure minime di commercializzazione, incise su pietra ed esposte a cura del Serenissimo Senato nelle aree di mercato. Insomma la pesca lagunare era una realtà efficiente ed importante per la soluzione del problema alimentare delle popolazioni insulari e rivierasche che in quell’epoca soffrivano di una endemica denutrizione. La pesca nelle lagune aveva creato un sistema di commerci dei prodotti ittici di vaste proporzioni. Nelle famiglie patriarcali di allora si dividevano i ruoli. C’era chi pescava e chi commercializzava. Il sistema di comunicazione con l’entroterra lagunare avveniva soprattutto attraverso una fitta rete di canali che consentiva a chi commercializzava il pesce di spingersi sino all’interno della pianura con veloci imbarcazioni a remi ed anche di proseguire con carri trainati da ca4

valli per portare il pesce fresco alle case dei contadini ove tradizionalmente il venerdì il consumo era di rito. Spesso gli stessi pescatori in occasione delle feste dei santi patroni o delle sagre paesane raggiungevano i paesi siti lungo fiumi o canali e qui commercializzano il pesce da loro stessi approntato e cotto. Gli scambi commerciali avvenivano pure tra ambiti lagunari diversi. Le comunità insulari contermini al mare come Pellestrina e i centri rivieraschi emiliano-romagnoli, nonché quelli marchigiani e sin giù alla Puglia inizialmente furono dediti ad una pesca artigianale ravvicinata orientata ai piccoli clupeidi, specie facilmente catturabili e di largo consumo per le classi popolari afflitte da una povertà diffusa. Successivamente si svilupparono modeste flotte d’altura che fornivano le piazze locali. Ad esempio l’uso della “tratta” da spiaggia, era assai frequente lungo tutta la costa bassa e sabbiosa dell’Adriatico. La pesca non disponeva di natanti di grosse dimensioni né di attrezzi sofisticati, era soprattutto artigianale ed il naviglio remo-velico di modesta stazza. Dunque se questi erano i rapporti quantitativi tra il pescato di mare e quello di laguna alla fine dell’Ottocento-primi Novecento, in precedenza dovevano essere ancor più accentuati giacché il comparto marittimo era assai più ridotto di quello lagunare. È ovvio rimarcare la natura localistica dell’economia peschereccia che in parte dura tuttora. Essa è dovuta alle caratteristiche del prodotto e al mestiere ch’è un’arte affinata


e costruita nel tempo. Con ciò credo di aver chiarito l’importanza ed il peso dei pescatori e della pesca lagunare nell’economia peschereccia sino ai primi del ’900. Ma per creare una così voluminosa produzione vi era davvero un enorme proletariato peschereccio le cui condizioni di vita erano ai limiti della sopravvivenza. È nell’Ottocento che si sviluppa e si consolida un’imprenditorialità peschereccia in Adriatico, nella città di Chioggia. Terra di pescatori da sempre, ma anche di valorosi e audaci marinai, in essa cresce un’imprenditorialità peschereccia senza precedenti in altri luoghi. A Chioggia nell’800 si forma un’imprenditorialità peschereccia non più legata all’economia locale, come ovunque, ma vagantiva ovvero migratoria. Si inizia una pesca legata a specifiche specie e ad attrezzi stagionali che spinge i bragozzi ad operare in tutto l’Adriatico, da Trieste a Molfetta, da Muggia a Valona. I chioggiotti costituiscono compagnie di pesca che oggi potremmo definire associazioni temporanee di imprese con flottiglie di bragozzi che lavorano insieme e vendono il pescato nei porti di approdo. Le campagne di pesca durano anche sei mesi e si svolgono in tutto l’arco dell’anno, anche d’inverno, in Dalmazia e nel basso Adriatico. Questa pesca migratoria avvia dei “consolati informali” nei porti usualmente frequentati dal naviglio clodiense per le loro necessità. Sono famiglie miste dalmato-venete, o istro-venete costituite con matrimoni tra pescatori e donne locali. Presso queste case i pescatori si recano per annunciare l’arrivo, danno informazioni sull’andamento della pesca, ricevono assistenza e dichiarano destinazione e data della partenza. Insomma si instaura la consuetudine del “visto arrivare, visto partire” instaurata più tardi dall’autorità marittima per il naviglio commerciale.

L’Ottocento è il periodo storico di trasformazione della flotta clodiense. Il pielego, imbarcazione a tre alberi a carena tonda, molto simile al “trabaccolo” viene sostituito dal “bragozzo”. Il motivo di questo mutamento sta nella necessità di operare con imbarcazioni con poco pescaggio essendo la costa nordadriatica priva di porti con buoni fondali. Il bragozzo poteva persino spiaggiare. Successivamente si riduce pure il tonnellaggio di quest’ultimo che da 15 tonnellate si riduce a 10 o 12, e da 7 a 9 uomini d’equipaggio si passa a 4 o 5. In verità era problematico per i pieleghi chioggiotti che pescavano a 25 o 30 miglia da casa fare porto con mare grosso da Scirocco o Scirocco Levante. Nel medio o basso Adriatico al contrario le marinerie continuano ad usare i pieleghi da 22 o 24 tonnellate e con mare grosso essi si rifugiano a Pola, Veruda e Fasana. In alto Adriatico il bragozzo rimaneva “in pesca” mediamente un mese. Le vele, a varie simbologie, erano specifiche di ogni famiglia e quindi chiaramente identificabili in mare. Le barche fruivano di un servizio quasi quotidiano di comunicazione con il porto più prossimo. A bordo si portavano abiti puliti, acqua, vino, polenta, carbone dolce e i pescatori di turno, a terra il pescato e chi ritornava a casa. Per questo servizio erano adibite imbarcazioni veloci chiamate “topi da portolata”. La vita a bordo era durissima, le operazioni erano manuali e d’inverno le condizioni meteorologiche la rendevano proibitiva.

È alla fine dell’Ottocento che si sviluppa un’intensa attività di promozione umana, culturale ed economica del proletariato peschereccio afflitto dall’ignoranza e dalla miseria. In realtà la marineria clodiense istituisce una vera industria peschereccia mai prima esistita. Storicamente la pesca è stata, ed ancor oggi lo è in parte, legata ai consumi locali e ciò è da attribuire a motivi culturali e alla deperibilità del pescato. Non esistevano frigoriferi di bordo e il ghiaccio, giunto dopo, aveva durata limitata. Pochi sanno che nell’Ottocento operò la tonnara di Cesenatico, lungo la costa romagnola, e pure una tonnara esisteva presso Ossero, mentre anche a Trieste si esercitava tale tipo di pesca. Ma dei tonnaroti adriatici s’è perduta la memoria. In passato la presenza di questo grande pelagico in Adriatico ha avuto un rilevante significato oggi assai diminuito per la forte pressione di pesca esercitata in Atlantico dalle flotte oceaniche, in primis quella nipponica. Non v’è dubbio che sino a cinquant’anni fa la pesca fosse un comparto economico di rilievo con una massa di occupati di tutto rispetto. E questo era davvero un patrimonio professionale enorme per l’Italia. La Marina militare in ogni epoca ha attinto dalla pesca i suoi nocchieri migliori e marinai coraggiosi. Durante la prima e la seconda guerra mondiale il naviglio peschereccio fu adibito anche al dragaggio e al pattugliamento costiero con significativi atti di coraggio. Certamente la pesca

Il Tribunato è retto da un Praesidium, articolo 8 dello Statuto, ed è composto da: Sen. Prof. Lorenzo Cappelli Primo Tribuno Enologo Giordano Zinzani Tribuno Vicario On. Dott. Stefano Servadei Consigliere Per. Agr. Franco Albertini Consigliere Dott. Flavio Ricci Consigliere Prof. Daniele Franchini Consigliere Ing. Massimo Riva Cancelliere 5


è stata nel tempo la migliore scuola di mare per l’uomo. Nessuno come il pescatore conosce il mare e sa temerlo, perché ne coglie tutti i suoi aspetti, anche i più reconditi. Chi va per mare sa che non è mai appartenuta alla cultura dei pescatori la sfida del mare. L’uomo che ha utilizzato il progresso tecnologico per il suo benessere l’ha applicato anche alla pesca, purtroppo con grande lentezza sia per motivi economici, sia per una naturale diffidenza verso il nuovo che ha caratterizzato questo modo primitivo. Il passaggio dal naviglio removelico a quello motorizzato avviene in quasi mezzo secolo. Infatti il primo battello a motore ausiliario viene varato a S. Benedetto del Tronto nel 1912. La motorizzazione del naviglio adriatico si sviluppa poi lentamente imbarcando motori per lo più tedeschi e svedesi a gasolio, spesso terrestri, adattati alle esigenze. È il naviglio remo-velico che viene adattato e modernizzato anche con attrezzature di bordo meccaniche, i verricelli in primis. Va evidenziato che per la natura e la dimensione dell’Adriatico, nel nostro mare non si è mai sviluppata una flotta peschereccia con propulsione a vapore. Non è quindi un caso che nelle Marche cresca e si sviluppi un’imprenditoria della pesca oceanica con le famiglie Marchegiani, Mascaretti, Rosetti e Marinangeli ed altre ancora, a Bari i Di Giosa. Si crea così una tradizione che cresce. Oggi le navi della pe-

sca oceanica italiana sono in gran parte di armatori adriatici ed operano in tutti i mari del mondo, capitani e capipesca sono italiani, mentre i marinai sono spesso locali come previsto da ccordi o concessioni internazionali. Chiudo queste righe sull’evoluzione della pesca adriatica sottolineando ch’essa, nella sua storia rappresenta un capitolo importante per il raggiungimento della realtà sociale ed economica contemporanea, del nostro quotidiano benessere. Il lavoro peschereccio, un tempo improbo e inumano non esiste più, l’analfabetismo della plebe peschereccia è stato sconfitto, il pescatore di fine secolo ha conquistato dignità sociale nell’Italia nazione d’Europa. Il naviglio moderno consente una vita più agevole e sicurezza a chi ha scelto questo antichissimo

mestiere. Ma, nonostante ciò, i giovani sono sempre meno attratti dal lavoro dei padri, così, nella ripartizione internazionale del lavoro, sono gli extracomunitari a surrogare gli europei a bordo del naviglio, anche in Paesi ad economia meno evoluta della nostra, come la Grecia. È questa una questione non da poco se si considera che il reddito medio degli addetti alla pesca in Italia è tre volte quello in agricoltura. La disoccupazione giovanile ha tassi rilevanti in molte aree del Paese, e la pesca può offrire dignità e lavoro a molti. Ma purtroppo una professionalità importante va perduta con un danno enorme per la collettività nazionale. È un interrogativo che il Paese si deve porre perché del mare e delle sue risorse avremo sempre bisogno.

Gli aforismi di Leo Longanesi Solo un cretino è pieno di idee. Vissero infelici perchè costava meno. Italiani: dei buoni a nulla capaci di tutto. Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola. L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati. L’intelletuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto. Non bisogna appoggiarsi troppo ai principi, perchè poi si piegano. Troppe persone, quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa. Se c’è una cosa in Italia che funziona è il disordine. Veterani si nasce. C’è una sola grande moda: la giovinezza. I difetti degli altri assomigliano troppo ai nostri. Non datemi consigli! So sbagliare da solo.

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E’ canton d’Silvio dla Maria d’Mìglio Poesie inedite di Libero Ercolani Durante una delle tante visite che ero solito fare a Libero Ercolani nell’ultimo periodo della sua vita, nella casetta di fianco alla scuola elementare di Bastia, ebbi modo di notare su di un piccolo mobile della cucina le pagine di un quaderno a quadretti recanti numerose poesie in vernacolo, scritte nella sua a me ormai familiare calligrafia. Avevo infatti da poco tempo terminato di trasporre su dischetto la sua raccolta di modi dire e di indovinelli, che la casa editrice Grafiche Marzocchi avrebbe poi pubblicato postuma nel 2000 col titolo “4500 modi di dire e 280 indovinelli in dialetto romagnolo”, e mi sentivo un po’ disoccupato. “Sono poesie tue?”, chiesi. “Si, ma non sono mai state pubblicate…”, rispose Libero, visibilmente contento che avessi notato quei fogli. Nel tono delle sue parole, credetti di cogliere una timida, inespressa richiesta di trasferire su dischetto anche quelle sue ultime cose scritte. Libero aveva l’anima di un fanciullo: gli sarebbe piaciuto molto tenerle in casa a caratteri di stampa. Del resto anche la produzione da parte di un personal computer è pur sempre un’opera di editoria, anche se larvata. E così, quella sera, a casa, mi lessi il manoscritto: dentro vi era tutto l’Ercolani di Spigaz e Garavel. Iniziai subito a trasformare il testo in impulsi elettrici. Oggi, avvicinandosi il 4 di agosto, undecimo anniversario della scomparsa del caro amico e Tribuno di Romagna, per gentile concessione della figlia Lidia pubblichiamo di seguito tre di queste sue poesie, rispettandone la grafia originale, alle quali facciamo seguire una nostra traduzione. Silvio Lombardi La lona de mi sid

Cunfidenz

Sera’d zogn ala Bastì

La lona de mi sid l’è la piò bëla: tonda e arlusenta. Quând la viöga in zil e’ pê’ che e’ mond u i chenta una sturnëla] cun tot la grêzia d’un pinsir zintil.

Int l’ora ’d not, a n’u m’ vargogn ad di’, s’u m’ càpita ’d truvêm luntân da que, u m’ pê ch’e’ sia zent en ch’a sipa vi’, luntân dala mi ca, sol da par me;

Stasera e’ bol al tër, par la calura che zogn e’ mânda senza culumì: al rösli a ’l j’ha murtê la fiuridura ch’ la fa, tramëz a e’ grân, tanta ligrì.

e s’ l’è nénc pöc, mitema sol un dè, a m’ sent adoss un sens ’d malincunì cun un magon, ch’a n’avrep di’ e’ parchè,] fat ’d na gran sisma ’d corr a la Bastì.

L’ombra dla not la s’ fa sempra pió scura] e u s’ tês al vös, ch’a ’l n’ha piò gnint da di’.] Una lozzla tardiva la dà fura purtend a spass e lom d’un lantarnì.

La lona de mi sid! mo a j iv fat chês com ch’ la s’ möv quând la fa la gnascundëla,] tra i nùval, ch’i j passa dninz a e’ nês, e li’ la rid coma una viciarëla? L’è una lona a l’intiga, ch’ la n’ s’ lamenta nenc ardota a un falzet un pö lugrê e, si’ ch’ la cressa o che la sia calenta,

Par me, stal quàtar ca al j è tot gnacvël: a que a so’nêd e a que a so’ vlu vanzê, e a j’ho passê la vita da burdël;

I mës-cc di ghirlingót e dal ranël, ch’j’ha durmì tot incù int e’ fond dl’Aquera, adëss e’ pê’ ch’i s’ voja fê’ da pera cun dal cantêdi ch’a ’l va dret al stël.

la bêda solament a la su strê e, in êlt o in bass, l’è sempra suridenta. Acsè una lona, ind la putiv truvê?

a que. Quând l’è e’ mament, a sper d’assre’] la föla dla mi vita senz’apël, pr’andê tra al braz di mi, ch’i m’ tén d’astê’.

La luna del mio paese

Confidenze

La luna del mio paese è la più bella: tonda e lucente. Quando vaga in cielo sembra che il mondo le canti uno stornello] con tutta la grazia di un pensiero gentile.

Quando si fa sera, non mi vergogno di dire,] se mi accade di trovarmi lontano da qui, mi pare che siano cent’anni che io sia via,] lontano dalla mia casa, solo;

Sera di giugno a Bastia

La luna del mio paese! Ma avete mai notato] le mosse di quando gioca a nascondino fra le nubi, che le passano davanti al naso,] e lei che ride come una vecchierella?

e se è anche poco, mettiamo un giorno, mi sento addosso un senso di malinconia,] con un’angoscia, che non vorrei dire il perché,] fatta di una grande smania di correre alla Bastia.

L’ombra della notte si fa sempre più scura e si tacciono le voci, che non hanno più niente da dire. Una lucciola tardiva esce portando a spasso la luce di un lanternino.

Poi essa ha una virtù: non si lamenta neanche ridotta a un falcetto tutto logoro] e, sia che cresca o che cali,

Per me, queste quattro case sono tutto: qui sono nato e qui sono voluto restare, e vi ho trascorso la vita da bambino;

I maschi delle rane e delle raganrelle, che tutt’oggi hanno dormito nel fondo dell’Acquara, ora sembrano volere recuperare il tempo perso] con delle cantate che vanno diritte alle stelle.

e qui, quando sarà il momento, spero di chiudere] la favola senza appello della mia vita, per andare fra le braccia dei miei, che mi aspettano.

E, dentro di me, con tutta questa cantilena, mi sembra di essere tornato di nuovo bambino,] senza pensieri, tra le ombre del crepuscolo, a correre fra i miei amici per la Bastia.

bada solamente alla sua strada e, in alto o in basso, sorride sempre. Una luna simile, dove la potete trovare?

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E, déntr’ad me, cun tot sta lilulera, u m’ pê’ d’ëssar turnê incora babin, senza pinsir, tra ’l j’ómbar ’d prema sera, a córar tra i mi amig par la Bastì.

Questa sera le terre ribollono per la calura che giugno manda senza economie: i rosolacci hanno spento la fioritura che fa tanta allegria, in mezzo al grano.


Il buono che viene dal mare (Adriatico) Alessandra Bordoni Campus di Scienze degli Alimenti – Facoltà di Agraria (sede di Cesena) – Università di Bologna La nostra alimentazione è molto diversa da quella dei nostri antenati. Un tempo Ippocrate diceva: “Fa che il cibo sia la tua medicina”, oggi ha più senso dire “Ne uccide più la gola della spada”.Siamo vittime di malattie strettamente connesse all’ alimentazione, e di questo ci rendiamo in parte conto, infatti tutto quello che è connesso all’ alimentazione “fa notizia”. Purtroppo spesso le notizie sono travisate o mal riportate, e sempre più si diffondono i falsi miti in tema di nutrizione. La Scienza dell’Alimentazione è una vera scienza, che può considerarsi parte della medicina preventiva. E come tutte le scienze si evolve: se fino al secolo scorso potevamo identificare come obiettivi della Scienza dell’Alimentazione la definizione e il soddisfacimento dei fabbisogni umani e la sicurezza alimentare, oggi essi sono divenuti la promozione del benessere psico-fisico e la prevenzione delle malattie cronico-degenerative. E’ ormai accertata la possibilità di modulare le funzioni cellulari e potenziare i sistemi di difesa dell’organismo attraverso composti presenti negli alimenti naturali. Come può l’alimentazione aiutare a prevenire una malattia? Occorre considerare che la maggior parte delle malattie è multifattoriale, e l’ambiente e le abitudini di vita contribuiscono in larga parte alla loro insorgenza. I fattori dietetici influenzano la possibile insorgenza di una patologia per un fattore variabile dal 20 al 60% secondo il tipo di patologia stessa, e la maggior parte delle malattie (comprese le neoplasie) sarebbero da considerarsi prevenibili piuttosto che curabili. La nutrizione umana in termini di prevenzione si è basata fino ad alcuni anni fa sul concetto di “salubrità” dell’alimento. In tempi più recenti sono state formulate le linee guida per una sana alimentazione, generali o specifiche per alcune patologie, basate spesso su criteri di “esclusione” o “riduzione del consumo” di alcuni alimenti (tabella 1). Per altri, però, le linee guida consigliano un aumento dell’introduzione: tra questi alimenti troviamo il pesce.

Tabella 1. Esempio di Linee Guida per una sana alimentazione ¾ Usare meno grassi sotto forma di condimento e preferire in ogni caso alimenti più magri ¾ Moderare i consumi di quei condimenti di origine animale che rappresentano importanti fonti di grassi cosiddetti saturi ¾ Preferire l'olio d'oliva e altri oli vegetali, usandoli possibilmente a crudo ¾ Moderare il consumo delle carni e degli insaccati, avendo cura di eliminare il grasso visibile ¾ Consumare più frequentemente pesce ¾ Usare, preferibilmente, latte parzialmente scremato, e non eccedere nel consumo di latticini e formaggi Ma perché dobbiamo mangiare più pesce? Per rispondere a questa domanda, pensiamo innanzitutto che il pesce è un particolare tipo di carne! Pertanto, come tutta la carne contiene proteine ad alto valore biologico, quelle a maggior valore per l’alimentazione umana, e vitamina B12. A proposito di questa vitamina, bisogna sottolineare che, a differenza di quanto molti credono, essa non è contenuta negli alimenti di origine vegetale, ma solo in quelli di derivazione animale (tabella 2). Infatti, il grande problema dei vegetariani stretti è proprio la carenza di vitamina B12. Questa vi-

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tamina non è l’unica vitamina presente nel pesce, che contiene anche buone quantità di B6 e PP. Molti sono anche i minerali presenti: il ferro, tanto spesso carente nell’alimentazione, ma anche il fosforo, lo iodio, lo zinco, il magnesio ed il selenio. Ma la vera caratteristica nutrizionale del pesce, e dei prodotti ittici in generale, è un’altra: la presenza di particolari acidi grassi, i polinsaturi omega 3 (PUFA ω 3). Questi particolari acidi grassi sono importanti perché una loro corretta introduzione determina effetti positivi per la salute umana, in particolare la riduzione della colesterolemia e della trigliceridemia, principali fattori di rischio per l’insorgenza di malattie cardiovascolari.

Tabella 2. Alimenti a maggiore contenuto di vitamina B12 ALIMENTO Contenuto in vitamina B12 (microgrammi/100g) Fegato di bue 80 Rene di bue

30

Cuore di maiale

25

Carne magra (bovino)

1.3

Aringa

8.5

Sgombro

5

Merluzzo

0.7

Latte vaccino

0.4

Uova

0.4

Emmenthal

2.2

Tratto da “Tabelle di Composizione degli Alimenti” – INRAN, 1997 L’elevato consumo di pesce si associa ad una ridotta incidenza di malattie cardiovascolari, ed anche l’America Heart Association consiglia, nella prevenzione primaria dell’infarto cardiaco, il consumo di almeno due porzione di pesce alla settimana. I livelli di assunzione raccomandata (LARN) per i due più importanti PUFA ω 3, l’acido eicosapentaenoico (EPA) e docosaesaenoico (DHA) sono pari a 1.5 g/die nell’uomo ed 1 g/die nella donna (considerando la somma dei due acidi grassi). Il contenuto di EPA e DHA in alcuni pesci ed altri alimenti è riportato in figura 1. Appare evidente che soli 100 g di pesce, meno di una porzione, sono più che sufficienti a coprire il nostro fabbisogno, e che non importa consumare pesce considerato

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particolarmente pregiato: il nostro buon pesce dell’Adriatico è ottima fonte di PUFA ω 3, è fonte di salute!

Figura 1. Contenuto di EPA e DHA in alcuni tipi di pesce ed altri alimenti Anguilla (filetti) Aringa Salmone Tonno fresco Cefalo Sgombro Sardine sott'olio Spigola (filetti) Orata (filetti) Salame Napoli Fegato di bovino Tonno sott'olio Legumi secchi Frutta Cereali e derivati

1,30 1,09 0,89 0,80 0,76 0,73 0,71 0,48 0,29 0,25 0,02 0,00 0,00 0,00 0,00

0,00

0,20

0,40

0,60

0,80

1,00

1,20

1,40

EPA (g/100 g di parte edibile)

Anguilla (filetti) Tonno fresco Sgombro Sarda Aringa Orata (filetti) Spigola (filetti) Sardine sott'olio Salmone 0,22 Speck 0,18 Tonno sott'olio 0,17 Fegato di bovino 0,14 Legumi secchi 0,00 Frutta 0,00 Cereali e derivati 0,00 0,00

2,26 2,15 1,26 1,16 1,01 0,95 0,78 0,56

0,50

1,00

1,50

2,00

DHA (g/100 g di parte edibile)

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2,50


IN ROMAGNA C’E’ ANCORA VOGLIA DI CASA Architetto Marco Gardini Romagna significa calore, da sempre. Calore di sapori, immagini, pensieri e soprattutto di emozioni, che attraversando la vita di ognuno, si rifugiano alla fine sempre a casa. Una casa che in Romagna ha ancora un sapore importante, fatto di sicurezza e tranquillità in grado di accogliere, con i particolari e le forme che meno si addicono alla personalità di chi le abita, ognuno di noi. Certo è, che all’interno di ogni abitazione, esiste un luogo che meglio di ogni altro osserva la nostra vita, una parte della casa testimone di gran parte di ciò che accade all’interno. Stiamo ovviamente parlando della cucina. Il cuore pulsante ed il motore di ogni casa. E proprio per questi motivi è ovvio che la scelta degli arredi, la personalizzazione degli spazi, ma soprattutto la preferenza sullo stile diventa uno dei punti cruciali, sia in fase di costruzione del sogno della prima casa che in una fase successiva di rinnovo. Non si tralasciano i dettagli proprio perché ogni centimetro di questa stanza contribuirà poi a formare i ricordi di una vita. Una scelta così delicata necessita quindi di un supporto importante, in grado di consigliare e suggerire le soluzioni più appropriate e studiate su misura per le nostre esigenze. In questo, GARDINI per arredare vanta la passione di quarant’anni di attività: dalla ricerca dei migliori fornitori sul mercato, passando per la consulenza gratuita offerta da arredatori ed architetti di altissimo livello, fino ad arrivare alla consegna ed il montaggio gratuiti. Una grande famiglia, la nostra, che lavora insieme ai proprio collaboratori ancora emozionandosi, cercando sempre e come

prima cosa la soddisfazione dei clienti. Anche per questo frequentiamo le maggiori fiere di settore, studiando ed osservando i cambiamenti sempre più repentini che il mercato oggi presenta e cercando di anticipare le tendenze per differenziare i nostri prodotti in termini sia di qualità che di convenienza. Ciò che proponiamo sono soluzioni a 360°, che spaziano da ambienti classici a proposte invece moderne e ricercate, senza dimenticare le facilitazioni che la tecnologia oggi ci offre. Perché le donne di oggi, soprattutto quelle più giovani, sono alla ricerca di praticità, comodità, efficienza e soprattutto design di tendenza. Il tutto plasmato dalle risorse economiche a disposizione. Dimenticavo forse la cosa più importante: ogni singolo prodotto che troverete nei 5.000 mq di esposizione, viene commercializzato con il nostro marchio, perché GARDINI per arredare ama “metterci la faccia”, così come ama sposare la tradizione.

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Perché sappiamo che la tavola e la cucina sono Romagna. Sono le sue principali caratteristiche, ed è tanto amata per questo. I nostri nonni, e tanti prima di loro, ci hanno insegnato la ricchezza di queste terre, e l’importanza della famiglia, della cucina. La tavola, punto di incontro fondamentale e sacro, per parlare, ritrovarsi, per assaporare ogni specialità che questa terra ci offre. Ed un momento di festa, che regala sempre emozioni e tanti sorrisi. La Romagna è la terra della solidarietà, dello spirito e della tradizione. Tutte queste cose accomunano i suoi abitanti, me compreso. Ci riteniamo un’unica famiglia, ed amiamo farci riconoscere per questo. La famiglia, la casa, ma la cucina in particolar modo, è quanto di più tradizionale abbiamo a disposizione. Che insieme all’innovazione ed alla tecnologia fan si che questo ambiente non possa mai perdere il primato all’interno della nostra abitazione.


CREATIVITA’ INNOVAZIONE E TRADIZIONE L’imprenditore romagnolo Il rapporto tra innovazione e cambiamento da un lato e tradizione e conservazione dall’altro 6 un ‘tema’ cruciale per tutte le organizzazioni produttive, sia in termini di sviluppo che di sopravvivenza ed é legato, in primo luogo, alla managerialità posseduta ed espressa di chi è alla guida dell’impresa, specie se questa di piccole o medie dimensioni. Una ricerca in proposito - da noi condotta nell’ambito del progetto “La Romagna e la sua gente” - si é posta come obiettivo lo studio della personalità manageriale romagnola, in particolare le caratteristiche di due tipologie di imprenditoriali: quelli ‘innovati’ (o creativi) e quelli ‘tradizionali’ (o non-creativi). Il criterio di selezione, fornito dalle Camere di Commercio, è stato il seguente: l’imprenditore creativo è quello che negli ultimi 5 anni ha apportato miglioramenti all’azienda che dirige (tecnologia prodotti, strategie, risorse umane), mentre l’imprenditore non-creativo è quello che ha apportato cambiamenti minimi o irrilevanti. Il campione di imprese è stato scelto e in base al criterio di selezione sopra descritto e in base al numero di imprese presenti nel territorio delle 4 province della Romagna. Si sono formati due gruppi: il l° di 36 azien-

de innovative ed il 2° di 24 aziende non-innovative. I soggetti considerati sono pertanto coloro che sono a capo di queste imprese (36+24) e sono stati messi a confronto tra loro sulla base di test specifici e validati, per poter cogliere eventuali differenze significative circa la personalità manageriale posseduta. Il gruppo dei 36 imprenditori creativi (aziende innovative) si caratterizza per: bisogno di successo (vivere secondo criteri di rendimento elevati e di rilevanza sociale); bisogno di dominio (mantenere un ruolo di leader e per seguire i propri scopi attraverso volontà e decisione); bisogno di competizione (considerare gli altri come ‘rivali’); personalità creativa (componente intellettuale, ampiezza di interessi, abilità e prontezza nelle risposte); originalità intelligenza (capacità di applicarsi, autonomia, indifferenza alle convenzioni, autosufficienza vivacità, autoritarismo, intraprendenza, affermazione del se). Il gruppo dei 24 imprenditori non-creativi (aziende tradizionali) si caratterizza per un più marcato bisogno di assecondare i desideri e le richieste altrui e preferire la vita senza conflitti.

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I componenti dei due gruppi infine hanno ottenuto alti punteggi nella scala “potenziale per il comando”, propria dei soggetti orientati a rispettare impegni ed obblighi nei limiti di quanto concordato. Due le personalità imprenditoriali emerse, due i comportamenti operativi ad esse legate: l’impresa innovativa infatti, più aperta al cambiamento, ha alla sua guida un imprenditore più creativo e più orientato al futuro; l’impresa tradizionale, meno innovativa, ha alla sua guida un imprenditore meno creativo e più conservatore. Marcello Novaga


Dalla ROMAGNA all’ ETIOPIA Storie di Romagnoli in terra d’Africa Wilma Malucelli E’ la città di Gondar presso il lago Tana quella che conserva le tracce più evidenti del passato coloniale italiano: dall’alto di una collina ne osservo la nitida planimetria, che obbedisce a un preciso piano regolatore elaborato nel 1938. Basta passeggiare in centro fino alla piazza principale, su cui si affaccia il bell’edificio delle Poste, per capire quanto l’impronta dell’architettura razionalista abbia segnato la struttura urbanistica della città. Mentre percorro il corso rivedo immagini a me familiari, ritrovo un po’ di Forlì, un po’ di Predappio lì nel cuore dell’Etiopia, nella regione dell’Amhara, l’impervio altopiano che fu la culla della nobile e orgogliosa stirpe amarica. Mi sorprende l’ottimo stato di conservazione degli edifici, che, restaurati e ridipinti, non hanno tuttavia subito rimaneggiamenti: entro in un bar e scopro che gli arredi, le sedie, il banco, gli scaffali sono ancora quelli originali degli anni ’30, persino le piastrelle del pavimento sono di chiara matrice italiana. Ho in mano una vecchia guida dell’Africa Orientale Italiana del 1938, pubblicata dalla “Consociazione Turistica Italiana”, l’attuale Touring Club, e la seguo passo passo percorrendo il centro della città: qui presso la Posta c’erano la Banca d’Italia e il Banco di Roma, questa era la sede del Governatore, qui c’era il Tribunale, qui il cinema “Impero”, qui l’al-

bergo-ristorante “Littorio”. Fra le notizie pratiche e i suggerimenti della guida scopro perfino una “Trattoria Romagnola”! Lassù a 2700 metri una volonterosa colonia di contadini romagnoli tentava infatti di trasformare l’altopiano in un fertile distretto agricolo. “Romagna d’Etiopia” fu dunque chiamato l’insediamento sorto a Dabat presso Gondar, lungo l’unica via di comunicazione esistente, la cosiddetta “strada imperiale” che dall’Asmara, in Eritrea, portava al Lago Tana. Erano duecento i coloni provenienti dalla provincia di Forlì, che dissodarono, con l’aiuto di trattori trasportati dall’Italia, ben 200.000 ettari di terreno ai piedi delle ripide e scoscese Ambe. Sotto la supervisione di tecnici esperti, quali gli ingegneri Guido Savini di Rimini e Arnaldo Fuzzi di Forlì, il progetto dell’insediamento con le sue case coloniche prese corpo, si concretizzò e si sviluppò nel giro di poco più di tre anni, fino a che la guerra non travolse tutto. Ma l’ultima a capitolare fu proprio Gondar… Gondar, antica capitale, estremo baluardo del regno cristiano d’Etiopia contro il nemico musulmano, conserva i segni del suo passato imperiale nel recinto dei castelli; questi severi edifici del XVII° secolo costituirono infatti una possente difesa con-

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tro gli eserciti islamici. Anche gli Italiani vi si asserragliarono di fronte all’avanzata inglese nel 1941 e, nonostante l’inferiorità degli armamenti, resistettero strenuamente fino al 27 novembre, quando l’ultimo drappello del generale Nasi dovette infine arrendersi: da quel giorno l’Africa Orientale Italiana cessò di esistere e da quel giorno cominciò la triste odissea dei quasi trentamila coloni italiani in fuga, fra cui anche tanti Romagnoli. Dal suo esilio londinese tornava in patria il Negus Hailè Selassié, mentre il duca Amedeo d’Aosta, viceré d’Etiopia, fatto prigioniero dagli Inglesi, morirà di lì a poco di malattia in un campo di concentramento in Kenya. Sono passati ormai vari decenni da questa triste pagina di storia, eppure il ricordo di quel lontano paese in coloro che là erano vissuti e là avevano impegnato le loro migliori energie è rimasto sempre vivo. Grazie all’AUSER di Rocca San Casciano, che ha allestito una mostra, sono riemerse dall’oblio alcune vecchie foto di Rocchigiani d’Etiopia, soldati prima e coloni poi. E la mamma di Giuliana, un’amica di Rocca nata proprio là, ricorda ancora nitidamente luoghi e persone della sua giovinezza, quando, appena sposata, decise di seguire il marito in terra d’Africa, dove visse momenti felici.


Al nôvi caparëli de’: 13/5/2007

P.A. Pier Francesco Cornacchia di Forlì, libero professionista Rag. Andrea Donati di Cesenatico, direttore generale Società Adler ALV di Cesenatico

Sig. Bruno Baccari di Modigliana, ex resp. vendite della ditta ALPI spa di Modigliana

Ing. Matteo Flamigni di Modigliana, Manager Team Camel Yamaha di Valentino Rossi

Prof. Riccardo Gresta di Misano Adriatico, docente scuola media superiore

Dott. Lanfranco Morganti di Cesena, Imprenditore commerciale Prof. Mauro Michelacci di Bologna, Chirurgo ortopedico

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Evaristo Zambelli, dalla lunga e provvida attività di pubblico amministratore, Presidente dell’Ente Tutela Vini di Romagna e Tribuno Vicario, qui con Max David.

Giovanni Gatti e Fabrizio Fornasari, di antica schiatta bertinorese e sempre presenti in ogni momento, e con la rinnovata Accademia dei Benigni, per azioni di largo e buon respiro e per Bertinoro «capoluogo morale della Romagna».

É un ricordo dei tempi «eroici»: ai piedi della colonna dell’Ospitalità fanno corona a Max David (da sinistra) Walter Vichi, Lino Celotti, Mario Pezzi, Franco Fontana,Alteo Dolcini, Adelmo Margotti, Nino Gatti...

S. E. Mons. Salvatore Baldassarri, arcivescovo di Ravenna, è il primo religioso chiamato alla dignità tribunizia.

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Ristorante

Via Casale 213 47826 Villa Verucchio (RN) telefono 0541 678449


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