Dicembre 2007
il TRIBUNO
NUMERO 1
ORGANO UFFICIALE DEL TRIBUNATO DI ROMAGNA Spetta a me l’onore e la soddisfazione di presentare il primo numero del “IL TRIBUNO”, periodico di cultura ed informazione che, da oggi, diventa l’organo ufficiale del Tribunato di Romagna. Esso nasce con lo spirito e la volontà di raggiungere tutti coloro che hanno a cuore la valorizzazione della nostra Romagna, e, pertanto, sarà inviato, gratuitamente, non solo ai Tribuni, ma anche ai rappresentanti della nostra società, nei diversi campi in cui essa si esprime. Il Praesidium, dopo ampia ed approfondita discussione, nella convinzione di interpretare una diffusa esigenza delle genti romagnole, ha deciso di dare vita a questa pubblicazione, pur rendendosi conto dell’onere, non solo finanziario, che esso comporta. Nello stesso tempo rivolge un caldo invito a tutti i Tribuni, a voler attivamente collaborare, inviando articoli da pubblicare, idee e suggerimenti, affinché l’iniziativa possa essere sempre più rispondente alle attese di tutti coloro a cui è rivolta. E’ mia convinzione che “IL TRIBUNO” sarà veramente l’organo ufficiale del Tribunato, se avrà sempre come punto di riferimento il nostro Statuto, in
particolare l’articolo 1 che afferma “ Il Tribunato è costituito in Associazione O.N.L.U.S. per l’affermazione, la salvaguardia, la valorizzazione del patrimonio culturale e delle tradizioni del popolo romagnolo ” e l’articolo 3 che afferma : “ Il Tribunato nella tutela dei valori della Romagna, morali e materiali, propugna l’adeguata conoscenza e valorizzazione di tutti i prodotti della Romagna ed in particolare dei suoi vini ” . In questo spirito “ IL TRIBUNO” avrà, oltre al compito di pubblicare articoli di carattere culturale, soprattutto il compito di trattare, in forma agile e moderna, i temi delle nostre tornate, sempre più ispirate alle “eccellenze romagnole”; di pubblicare le relazioni dei nostri relatori (sempre eccezionali !) con le relative discussioni e proposte. Ed infine, di ospitare, con spirito di grande apertura, le lettere che riceverà dai lettori, a cui risponderà. Penso che “IL TRIBUNO” possa contribuire a tenere sempre più alta e limpida l’immagine della nostra Associazione che ha la necessità di rafforzare lo spirito elitario iniziale con cui è nata, e nello stesso tempo as-
25 marzo 2007, Residenza Municipale di Bertinoro: Dott. Paolo Reggi Tribuno Vicario, Sen. Lorenzo Cappelli Primo Tribuno, Ing. Giampaolo Amadori Vice Sindaco di Bertinoro.
sumere una visibilità più moderna ed operativa adeguata ai nuovi metodi di comunicazione. Il compito non sarà certamente facile, ma è nella tradizione del Tribunato sapersi cimentare con successo, nelle grandi imprese! Voglio, a questo punto, ringraziare gli sponsor che hanno consentito, con il loro contributo finanziario, la pubblicazione del “ IL TRIBUNO ”, ed in modo particolare, il cancelliere Ing. Massimo Riva, che con tanta passione e fatica, ha curato l’organizzazione di questa nostra iniziativa. Infine, desidero rivolgere a tutti i nostri lettori, un saluto affettuoso, rinnovando l’invito a collaborare al “ loro ” giornale, nel nome della Romagna. Primo Tribuno Sen. Lorenzo Cappelli Il Tribuno - Periodico di storia e cultura Dicembre 2007, numero 1 Fondato nel 2007 da Massimo Riva e Lorenzo Cappelli Autorizzazione del Tribunale di Forlì del 7/10-12-07 n. 35/07 Editore: Lorenzo Cappelli Direttore Responsabile: Lorenzo Cappelli Redazione: Massimo Riva Via Rossini, 120 - 47023 Cesena e-mail: rivamassimocesena@libero.it massimo.riva@pf.bancagenerali.it Stampa: Filograf - Forlì Hanno scritto: Lorenzo Cappelli, Silvio Lombardi, Leo Longanesi, Bruno Marangoni, Massimo Riva, Stefano Servadei, Poste Italiane s.p.a. - spedizione in abbonamento postale - 70% Commerciale Business Forlì n. 49/2008. Comitato di Redazione: Francesco Donati di Ravenna, Odette Gelosi di Forlì, Riccardo Gresta di Misano Adriatico, Wilma Malucelli di Forlì, Mauro Matassoni di Rimini, Nicola Milandri di Forlì, Massimo Riva di Cesena, Giuseppe (Beppe) Sangiorgi di Casola Valsenio, Andrea Tabanelli di Brisighella, Liliana Vivoli di Imola. Il nostro sito è: www.tribunatodiromagna.org
40 ANNI DI TRIBU Relazione del Sen. Lorenzo Cappelli a Bertinoro il 25/03/07 Cari amici, il 2 Aprile 1967, proprio in questa Residenza municipale, il Tribunato, che allora si denominava dei “Vini di Romagna” tenne la sua prima tornata, proclamando Primo Tribuno Max David, grandissimo giornalista. Ad affiancarlo, come Cancelliere, veniva chiamato Alteo Dolcini, che da allora fino alla sua scomparsa ha dedicato il suo ingegno, il suo cuore, la sua anima al Tribunato e alla Romagna. Attorno a loro si strinse una qualificata ed eletta schiera di prestigiosi rappresentanti, i cui nomi sono ricordati nel volume “Acta Tribuni 1967-1997, provenienti da diverse esperienze vitali, legate alla cultura, alle arti, alle scienze, all’economia. Per la sua conformazione il Tribunato si configurava come “Senato della Romagna” nel significato romano della parola, e come tale iniziò ad operare. Non un’associazione, ma un’entità che per sottolineare il suo spirito combattivo e propositivo, cito parole di Alteo Dolcini, “si volle chiamare Tribunato, nel significato romano del termine, ché Tribuno era inteso come primo difensore del popolo e delle più impegnative e nobili cause”. Scopo del Tribunato, definito fin dall’inizio atto di amore e di servizio verso la propria terra e la propria gente, era quello di operare per far conoscere, valorizzare e affermare nel merca-
to i vini romagnoli e nello stesso tempo di salvaguardare le tradizioni, la cultura, la storia e i valori dell’etnia romagnola. Ebbe così inizio la lunga, difficile, tormentata battaglia a favore dei nostri vini, con la collaborazione dell’Ente Tutela Vini, da poco costituitosi, e il decisivo apporto scientifico di illustri docenti della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, per ottenere il riconoscimento della denominazione di origine controllata, passo decisivo e fondamentale per far emergere vincenti i vini romagnoli, partendo da una situazione iniziale difficilissima, perché come scriveva Max David “sui mercati nazionali, per decenni e decenni, i vini romagnoli sarebbero parsi come una barchetta senza vela, nel mezzo di una grande tempesta”. Anche per merito del Tribunato, possiamo oggi affermare con orgoglio che i nostri vini sono prodotti di alta qualità, riconosciuti con marchi prestigiosi, apprezzati in tutto il mondo, con posto di rilievo nell’Olimpo dei vini classici italiani, sostenuti da una vasta e qualificata cultura del vino. E’ opportuno ricordare che alla fine della nostra battaglia amministrativa, per il riconoscimento della qualità dei vini romagnoli, la Romagna ha ottenuto la denominazione di origine controllata per il Sangiovese, l’Albana, il Trebbiano, il Pagadebit, la
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Cagnina, oltre alle quattro aree doc, Colli di Rimini, di Imola, di Faenza, della Romagna centrale, e infine la denominazione di origine controllata e garantita per l’Albana, primo vino bianco in Italia a essere riconosciuto con questo prestigioso titolo. A questi vini si affiancano quelli che hanno ottenuto l’indicazione geografica tipica. Desidero anche sottolineare che, allo scopo di evidenziare la migliore produzione enologica della Romagna, farla conoscere ai consumatori e agli operatori, presentare al pubblico le tipologie dei vini più caratteristici, nonché premiare e stimolare lo sforzo delle Aziende Vinicole al continuo miglioramento qualitativo dei loro prodotti, il Tribunato, fin dalla prima tornata del 2 Aprile 1967, ha dato vita al “Concorso Vino del Tribuno” che ancora oggi si tiene regolarmente. Il concorso si svolge sotto il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole e forestali, che ne ha approvato il regolamento, con la collaborazione dell’Ente Tutela vini, dell’Associazione EnologiEnotecnici italiani, dell’Associazione italiana dei Sommelier, delle Camere di Commercio della Romagna e di Bologna. Analoga battaglia, anch’essa vittoriosa, il Tribunato ha condotto in nome dell’arte ceramica, il cui prodotto, in tutto il mondo è conosciuto con il nome di Faenza,
NATO che di fatto è la città capitale, tuttora Patria di illustri artisti. Si iniziò con la creazione dell’Ente Ceramica, che ha dato vita ad innumerevoli iniziative per valorizzare la storia e la qualità dei prodotti locali con il marchio della “Julia bella”, di rinascimentale memoria, che promosse la preparazione e il sostegno dell’iniziativa parlamentare per il varo della legge per il riconoscimento dei Comuni di antica tradizione ceramica e sulla tutela della ceramica d’arte e di tradizione. La battaglia impegnò tre legislature, sostenuta, in ordine successivo dai senatori Elio Assirelli, Leonardo Melandri, e da colui che vi parla, che riuscirono a portare in porto la legge con grandi benefici economici dei ceramisti faentini; Faenza, fra l’altro, fu scelta come sede del Segretariato nazionale della ceramica. La legge rappresenta, inoltre, un potente stimolo alla creatività artistica e alle iniziative che ne sono derivate, coronando le tante iniziative tribunizie, che da sempre hanno congiunto il vino e la ceramica. E non a caso, quando il Tribunato creò quei grandi monumenti, dedicati alla cultura del vino in Romagna, rappresentati dalla “Ca’ de Bè” di Bertinoro, la “Ca’ de ven” di Ravenna, la “Ca’ de Sanzves” di Predappio Alta, la “Ca’ de be” di Bagnacavallo, la “Ca’ dla Rumagna” di Villa Verucchio, strutture di promozione dei vini di qualità e di degustazione dei prodotti tipici della nostra gastronomia, li dotò di preziosi prodotti ceramici realizzati dai nostri grandi artisti. E non a caso i vincitori del concorso del vino del Tribuno vengono premiati con artistiche ed originali targhe ceramiche. Col passare degli anni, il Tribunato cambiò denominazione, diventando più compiutamente Tribunato di Romagna, volendo sottolineare la sua natura di orga-
nismo culturale, promotore di iniziative e di eventi per valorizzare le attività economiche, culturali, artistiche della nostra terra, per ricordare gli uomini che l’hanno illustrata, per tutelare i grandi valori civici e morali della Romagna, per riaffermare la nostra identità. E col passare degli anni, il Tribunato ha rappresentato la voce stimolante e propositiva delle più importanti realizzazioni che hanno contribuito a valorizzare la nostra terra e le nostre genti, coinvolgendo la società civile e le Istituzioni pubbliche e private, senza spirito di parte, ma con unità di intenti e propositi. Le più svariate e diverse iniziative sono sempre state al centro dell’attenzione e dell’impegno del Tribunato. Ricordo ad esempio che nella centesima tornata, tenutasi nella romagnolissima S. Leo, il 28 Settembre 1986, fu ampiamente dibattuto il problema dell’insediamento dell’Università in Romagna. Dopo un intervento di Alteo Dolcini, che sottolineava come già nel 1963 era iniziata la collaborazione del Tribunato con la Facoltà di Agraria, sfociata nella firma della convenzione fra l’Università e il Comune di Faenza, il tribuno Gabriele Goidanich, preside della Facoltà, che voglio ricordare come benemerito e appassionato sostenitore della buona
causa universitaria romagnola, dopo un riepilogo delle vicende universitarie, riaffermava la volontà del Rettore e sua di pervenire a più concreti risultati, che arrivarono, come è noto, due anni dopo. Potrei anche ricordare le tante iniziative a favore dei nostri prodotti tipici, dal sale di Cervia alla frutta, dal formaggio alla piada, dall’olio alle castagne, e per mettere in risalto le innumerevoli “eccellenze” romagnole dall’agricoltura, al turismo, allo sport, alla musica, al dialetto, per concludere che non c’è campo dove il Tribunato, soprattutto per lo spirito animatore, creativo, travolgente di Alteo Dolcini, non abbia lasciato un segno profondo della sua quarantennale attività a favore della Romagna. In particolare nel settore letterario, per perpetuare il ricordo di Francesco Serantini, uno dei più brillanti e tipici romanzieri e scrittori della nostra terra, assunto dalla natia Faenza a livelli mas-
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simi nazionali, che con i suoi romanzi e con le sue assidue collaborazioni alle maggiori testate nazionali, ha indicato quanto possa influire la nostra cultura per fare conoscere, amare, valorizzare i luoghi natii, il Tribunato ha creato il “Premio Francesco Serantini”. Il premio, giunto alla X edizione, è nato con l’accordo del figlio Marino, generoso finanziatore dell’iniziativa, purtroppo recentemente scomparso, che ricordo con grande commozione. Nel campo dello sport, in collaborazione con diversi Enti, ha partecipato alla promozione e alla organizzazione della marcia podistica di 100 km, FaenzaFirenze, e ad un’analoga iniziativa di marcia a Washington, occasione per mettere in risalto i prodotti della Romagna negli Stati Uniti. E a proposito di iniziative all’estero, mi piace ricordare le numerose “Ambascerie romagnole” organizzate dal Tribunato per tenere i contatti con le collettività “luntan da cà”, considerate parte integrante della Romagna, ambascerie che hanno coinvolto i potenti di allora, da Reagan a Gorbaciov, entrambi insigniti delle insegne tribunizie ed omaggiati di un artistico piatto di ceramica, con i simboli delle sette città sorelle della Romagna. Desidero anche ricordare che il Tribunato si è fortemente impegnato per la causa della delimitazione dei confini storici e naturali della Romagna, per ottenerne il riconoscimento da parte del Consiglio Regionale. Dopo aver raccolto più di seimila firme a sostegno della legge di iniziativa popolare, si vide respinta la richiesta per assurdi cavilli pseudo-giuridici da parte
della maggioranza del Consiglio Regionale. Ciò non ha impedito al Tribunato, comunque, di proclamare la definizione dei confini, unanimemente riconosciuti in tanti secoli, nel corso di una storica tornata, testimoniata da un’artistica lapide ceramica posta nella Cà de Bè. L’elenco delle iniziative tribunizie realizzate e di quelle di cui si sono poste le basi potrebbe continuare a lungo, perché ognuna delle 209 tornate, che finora sono state svolte, è stata occasione di costruttivi incontri e concreti dibattiti sui problemi. Non lo farò. Ritengo però doveroso ringraziare tutti i Tribuni che hanno onorato e ancora onorano questa nostra prestigiosa Istituzione. A loro si deve quanto è stato fatto con assoluto disinteresse, con autentica vocazione per mantenere fede all’impegno nobile di valorizzare la Romagna, la sua gente, i suoi prodotti, la sua storia, i suoi valori. Personaggi importanti ed illustri e altri meno noti, ma tutti ugualmente benemeriti, si sono impegnati e a tutti loro va oggi il nostro grazie, semplice e sincero. Un particolare ricordo e ringraziamento va ad Alteo Dolcini, che sentiamo più che mai spiritualmente presente, vero Cavaliere dell’Ideale, romagnolo eccezionale che del Tribunato è stato l’artefice massimo, sia come fondatore sia come Tribuno Cancelliere per più di 30 anni; vero vulcano di idee straordinarie con le quali ha promosso e sostenuto la nostra attività; promotore inesauribile di cultura; scrittore che ha lasciato pregevoli testi sulla storia e i costumi della nostra ter4
ra e sulle sue caratteristiche specifiche. Desidero anche ricordare e ringraziare gli amici che hanno ricoperto la carica di Primo Tribuno, con forte passione, totale dedizione, conferendo grande prestigio alla nostra Istituzione. Li elenco nell’ordine in cui si sono succeduti: Max David, Primo Tribuno per 6 anni, Aldo Pagani per 2 anni, Massimo Stanghellini per 12 anni, Tino della Valle per 10 anni, Vittorio Stagni per 3 anni. Cari amici, concludo dicendo che il Tribunato in questi 40 anni è certamente riuscito – e lo considero uno dei suoi principali meriti - a far conoscere, apprezzare ed amare la Romagna non solo all’esterno ma agli stessi romagnoli. E’ riuscito soprattutto a contribuire a mantenere viva la loro identità, il loro sentimento di appartenenza, i loro valori, minacciati, oggi più che mai, dal processo di globalizzazione che tende a livellare e a uniformare il patrimonio del passato, sicura garanzia del futuro, dono prezioso accumulato nei secoli, la cui dispersione o offuscamento sarebbe fatale per la civiltà. Anche per questo siamo fieri di quanto il Tribunato ha fatto e, nello stesso tempo, ci sentiamo impegnati a continuare una così gloriosa tradizione e storia, mantenendo sempre vive le sue caratteristiche di organismo di ideazione e di concreta e dinamica attuazione ed accentuandone il carattere culturale. Il lavoro che ci attende è vastissimo, ma lo affrontiamo con grande serenità e fervida passione. La Romagna, più di ieri, oggi ci chiama ad un grande sforzo per assicurarle il posto che merita in Italia e in Europa, che celebra, proprio in questi giorni, il cinquantesimo anniversario della sua unità. E’ una sfida che possiamo e dobbiamo vincere, per essere degni di coloro che in questi 40 anni di attività del Tribunato hanno tanto meritato per valorizzare la nostra Romagna, la sua gente, i suoi grandi patrimoni culturali, economici, sociali.
E’ canton d’Silvio dla Maria d’Mìglio La produzione letteraria della gente di Romagna, con le sue diverse “parlate”, è stata storicamente povera, anzi: poverissima. Il primo scritto in dialetto forlivese, autore il popolano Giuseppe Acquisti, è del 1851. Una delle cause, fra le tante, di questa penuria è indubbiamente da fare risalire all’analfabetismo diffuso il quale, negli strati sociali più modesti, e in specie nel mondo rurale, è stato pressochè totale fino agli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, venendo così a determinare l’unicità di una lingua parlata da quasi tutti ma scritta o letta da quasi nessuno. E così, l’assenza di una “letteratura” unificante, ha impedito che le parlate romagnole si integrassero in una lingua vera e propria, sia pure solo letteraria. Del resto il Bembo, già nel XV secolo, prima ancora che il dialetto toscano si affermasse definitivamente su tutti gli altri dialetti della Penisola, aveva espresso l’opinione che nessuna favella, priva di scrittori, avrebbe potuto aspirare a divenire una lingua. Questa carenza di testi scritti è forse una delle cause che ha spinto, ai nostri giorni, alcuni dialettofoni superstiti a tentare la via della traduzione di autori “stranieri”, forse per salvare quello che ancora si può della parlata dei nostri avi: un atto d’amore più che un non senso letterario. Ne sa un qualcosa Dante Alighieri, la cui Divina Commedia è stata a più riprese visitata da traduttori nostrani, a cominciare da Francesco Talanti. E ne sanno qualcosa anche Giuseppe Gioacchino Belli, Trilussa e Pascarella, solo per citare i più noti. E così sta capitando ultimamente anche ad autori classici latini. Del resto, i testi di questi grandi sono così invitanti, quali termini cui paragonare l’espressività o meno del nostro idioma, che facilmente
si viene invogliati a tentarne la versione. Anche a me è capitato di non resistere a questa tentazione ed ho così tradotto cir-
ca seicento sonetti del Belli, parte dei quali è stata recentemente pubblicata da l’Editrice La Mandragora di Imola.
Un Pêpa d’una vôlta Una vôlta u j fo un pêpa, Sa’ Grigôri, ch’e’ scuréva cm’è i mégh, coma Marlen; ch’e’ cnunséva a la ziga tot i ven, e cvânt’ânom ch’u j éra in Purgatôri. Mai cunfus. tra turèbul e aspersôri, tra aglj ôv da bé e aglj ôv cun e’ pulsen; pu l’indvinéva e’ temp e, pinsì ben, chi ch’arep vent al chêvs . a Montzitôri. E’ prufetéva al mongh e al muragì, e’ savéva indvinê nench al cunsion e scuvrì j èn dal vëc ch’al n’i vô dì. E tot sti bei sigrit, in cunclusion, . a t’e’ degh se t’an l’è incóra capì, chi è ch’j e’dgéva? … Bravo!, un zért pizon.
Un papa antico C’è stato un certo papa san Gregorio / che ssapeva parlà rrosso e tturchino, / che cconossceva ogni sorte de vino, / e cquant’anime stanno in purgatorio. Distingueva chi aveva er zostensorio, / l’ova cor pelo e ll’ova cor purcino: / capiva er tempo, e tte spiegava inzino / l’indovinelli de Monte-scitorio. Profetizzava er don de le petecchie: / sapeva indovinà le confessione, / e scoprì ll’anni de le donne vecchie. E sti bbelli segreti in concrusione / je l’annava a ssoffià ttutti a l’orecchie, / azzeccatesce chi?... bbravi! Un piccione.
Silvio Lombardi
Gli aforismi di Leo Longanesi Chi rompe non paga e siede al Governo. Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo. Un’idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione. Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi. Tutto ciò che non so l’ho imparato a scuola. La madre dei cretini è sempre incinta. I ricordi sono come i sogni: s’interpretano. I buoni sentimenti promuovono sempre ottimi affari. Sono talmente solo che lo specchio non mi riflette più. Alla manutenzione, l’Italia preferisce l’inaugurazione. Un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa. Il Tribunato è retto da un Praesidium, articolo 8 dello Statuto, ed è composto da: Sen. Prof. Lorenzo Cappelli Primo Tribuno Dott. Paolo Reggi Tribuno Vicario On. Dott. Stefano Servadei Consigliere Per. Agr. Franco Albertini Consigliere Dott. Flavio Ricci Consigliere Prof. Daniele Franchini Consigliere Ing. Massimo Riva Cancelliere 5
LA VITICOLTURA ROMAGNOLA FRA PASSATO E FUTURO di Bruno Marangoni, Facoltà di Agraria, Università degli Studi di Bologna Bertinoro 25 Marzo, 2007
La viticoltura della Romagna evidenzia ancora oggi, seppure in forma latente, le lontane origini storiche e la sequenza degli eventi socioeconomici che nei secoli hanno modificato il sistema agricolo e le relative produzioni. Scarsa considerazione è sempre stata riservata alla se-
quenza di dominazioni ed ai relativi sistemi di governo che si sono succeduti nel tempo nell’eterogeneo territorio romagnolo. La diversa orografia del territorio, le ampie aree paludose della pianura hanno influenzato le abitudini alimentari delle popolazioni, interagendo con lo sviluppo viticolo, sulla tipologia di vino, soprattutto quando questo veniva consumato direttamente dalla comunità sociale che lo aveva prodotto. Il vino, al pari del pane, veniva considerato alimento ed entrava nella dieta giornaliera con un notevole apporto energetico, richiesto dalla fatica fisica imposta dal lavoro manuale. Nella Romagna, come nella maggior parte dei Paesi dell’area temperata mediterranea, la vite ha seguito l’evoluzione storica e socioeconomica delle popolazioni e ne ha condizionato l’esistenza quotidiana. In origine l’uva era raccolta dalle piante
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che crescevano spontanee nei boschi delle aree collinari e nei dossi che emergevano dalle aree paludose della pianura create dalle acque che esondavano da fiumi e torrenti che discendevano dalle montagne e colline dell’Appennino romagnolo. Con la nascita dell’agricoltura e la successiva stabilizzazione delle popolazioni i ceppi venivano piantati razionalmente coltivati nelle aree pedecollinari meno esposte alle piene dei fiumi. La vite forniva un alimento fresco nel periodo estivo e autunnale. L’uva veniva conservata su paglia, appesa ai soffitti o tettoie, essiccata al sole oppure veniva pigiata e dal mosto si otteneva vino o altri prodotti alimentari. Con l’età del bronzo (1900 a.C.), nell’area emiliano-romagnola si insediano a ovest popolazioni della civiltà terramaricola (modenese, reggiano), nella parte centrale la civiltà villanoviana (bolognese), gli appenninici a sud e gli adriatici a est. Con la stabilizzazione delle popolazioni tribali il sistema agricolo subisce notevoli cambiamenti, in quanto viene orientato alla produzione dei beni necessari alla comunità sia per gli alimenti sia per i mezzi necessari per la vita quotidiana. I ritrovamenti negli scavi archeologici di falci, coltelli, asce e contenitori per ali-
menti evidenziano come, nel 1250 a.C., esistessero villaggi gestiti con sistemi di tipo cooperativistico tribale. In queste comunità veniva organizzata la caccia e la pesca, il lavoro per la coltivazione e la bonifica dei terreni e si intrattenevano scambi con le comunità vicine. Le popolazioni Etrusche insediatesi nell’area di Spina intorno al VI secolo a.C. si sostituirono agli Umbro - Sabelli e portarono una nuova civiltà che si richiamava alle popolazioni orientali indo- asiatiche. La disponibilità di terreni agricoli aumentò grazie alle opere di disboscamento e di bonifica degli acquitrini che si trovavano a nord della futura via Emilia. La costruzione dei canali favorì la viabilità e il trasporto fluviale. La messa a coltura dei terreni e la regimazione delle acque, anche nelle aree collinari, portò ad un incremento della coltivazione della vite e alla commercializzazione del vino che veniva consumato soprattutto dalle popolazioni locali. Scambi commerciali riguardanti le ceramiche, i cereali, vini resinati, esistevano con la Grecia, e la sponda opposta dell’Adriatico. La migrazione degli Etruschi nell’area padana e dell’Italia centrale introdusse l’allevamento dei bovini di origine indo-asiatica a mantello bianco come la razza chianina, e derivate quali la romagnola e la marchigiana La città di Spina era in comunicazione con le altre comunità Etrusche dell’Emilia e della Toscana grazie ai canali e alle strade che consentivano di valicare gli Appennini. I canali univano la città di Spina e Adria con Imola
(Forum Cornelii), consentivano la navigazione delle chiatte e barche a fondo piatto per il trasporto delle merci. Le popolazioni etrusche subirono le invasioni celtiche (Lingoni, Sennoni, Boi) e dovettero abbandonare il territorio della pianura e montagna romagnola. I galli rimasero per oltre un secolo e si insediarono nelle zone pedecollinari (selva Litana) e nelle area di pianura bonificate dagli etruschi. Le varie tribù galliche si insediarono in villaggi di capanne, sopraelevate dal suolo per difesa dalle inondazioni provocate dalle piene dei fiumi. Il loro sistema agricolo era limitato all’allevamento, alla coltivazione dei cereali e della vite e il trasporto dei prodotti, a differenza degli etruschi e dei romani, avveniva in contenitori di legno quali mastelli e botti; quindi dobbiamo ai Galli l’introduzione delle botti per il trasporto del vino e altri liquidi. La costruzione della via Flaminia e la fondazione di Rimini facilitò l’invasione da parte dei romani i quali inizialmente subirono alcune sconfitte, (la più nota è quella della Selva Litana nel 216 a.C.) ma poi ebbero il sopravvento e nel 191 a.C. sottomisero i Galli definitivamente. I galli sopravvissuti rimasero nei territori romagnoli e contribuirono alla creazione del nuovo sistema agricolo che si sviluppò dopo la costruzione del sistema viario. Infatti, con il procedere delle conquiste e del mantenimento delle posizioni strategiche (in senso militare ma anche economico) di colonie Latinae e civium Romanorum, fu costruita una rete viaria che
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consentiva rapidi collegamenti fra Roma e le città di nuova fondazione. La Romagna venne fortemente condizionata dalla costruzione della via Flaminia (220 a.C) che consenti la rapida risalita dell’esercito romano, la formazione di numerose colonie latine e tra le quali Arinimum che si sviluppò come città e porto. Da Rimini iniziò successivamente la costruzione della via Emilia che modificò l’assetto territoriale, politico e socio economico dell’intera Romagna. La costruzione della nuova strada ai bordi delle aree paludose, avviò nuove vie di commercio fra il porto di Rimini con le sponde opposte del mare Adriatico. In questo periodo il porto di Rimini acquistò importanza per le merci che venivano trasportate grazie alla attivazione della via Emilia, al prolungamento verso settentrione della via Flaminia e ad altre infrastrutture che facilitarono la viabilità. La maggiore attività commerciale della darsena riminese andò a scapito del porto di Classe (Ravenna) che, rimase come importanza militare per la costruzione delle navi (famose erano le trireme). Il porto ravennate iniziò poi un lento declino anche a causa dell’insabbiamento del canale principale, dovuto alle sabbie limose portate dal Po e dai fiumi che sfociavano nelle valli adiacenti Ravenna. In questo periodo i commerci furono intensificati soprattutto con il porto di Butrinto (attuale sud dell’Albania) che divenne “terminal terrestre” dei paesi orientali per la distribuzione dei prodotti nella parte europea . La dominazione romana avviò
un progetto di bonifica del territorio e di sviluppo agricolo seguendo un preciso disegno, elaborato dal senato di età medio repubblicana (cioè dalla classe dirigente romana) che prevedeva il riassetto di territori agricoli annessi allo stato romano, i quali furono assegnati a coloni (viritani e non) e vennero costruite le città in grado di presidiare le aree conquistate. Per le esigenze amministrative di Roma nei confronti delle comunità annesse con la condizione civica sine suffragio, si crearono circoscrizioni (praefecturae iure dicundo) soggette ad un praefectus nominato da Roma, con funzioni giurisdizionali sia sui cittadini optimo iure (con pieni diritti) che su quelli sine suffragio. Queste circoscrizioni giudiziarie scomparvero al più tardi all’inizio del II sec. a.C., dopo la fine dei municipi sine suffragio. Nelle aree a popolamento paganico-vicanico le praefecturae svolsero un importante ruolo nella creazione progressiva di un’amministrazione centralizzata e, verosimilmente, dalla costituzione dei vari distretti amministrativi che gestivano anche lo sviluppo delle aree agricole. Con il procedere delle conquiste e della deduzione strategica (in senso militare ma anche economico) di colonie Latinae e civium Romanorum, fu costruita una rete viaria che consentiva rapidi collegamenti fra Roma e le città di nuova fondazione. La Romagna venne fortemente condizionata dalla costruzione della via Flaminia (220 a.C) che consenti la rapida risalita dell’esercito romano, la formazione di numerose colonie la-
tine, tra le quali Arinimum che si sviluppò come città e porto. La via Aurelia fu tracciata, forse alla metà del III sec. a.C., per collegare Roma con Cosa, colonia latina del 273 a.C., e con le colonie romane di Castrum novum (264 a.C.), Pyrgi (264 a.C.), Fregenae (245 a.C.), dedotte lungo la costa dell’Etruria meridionale a controllo dei territori acquisiti, e come presidio anticartaginese. Poco dopo la metà del III sec. a.C. venne fondata Brudisium (colonia latina del 244 a.C.) e di Spoletium (241 a.C.) ambedue di diritto latino, seguì la costruzione della via Flaminia (220 a.C.). Intorno ai secoli XI e XII si ha in generale il risveglio delle varie attività umane: rifioriscono le arti, il commercio e l’agricoltura e comincia a formarsi un nuovo tipo di civiltà. Nelle campagne, a seguito del miglioramento economico, gli agricoltori cominciano a produrre, oltre che per il proprio fabbisogno, anche per i ricchi mercanti. Dopo la lunga stasi seguita alla fine del dominio romano, la nuova classe di agricoltori diffonde ancora una volta vigneti, frutteti, orti, ma anche frumento, canapa e lino. I filari di viti alberate “distinte in squadre” allineati lungi le “ripe dei fossati” o lungo i confini dei campi configurano una campagna rifiorita e ordinata, dove la coltura promiscua e il maggese cedono il passo alla specializzazione dei seminativi, delle colture arboree pregiate, degli ortaggi e delle piantagioni. In questo periodo riacquistano importanza gli studi agronomici e,
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accanto alle nozioni lasciate dai classici latini, si accrescono e approfondiscono nuovi insegnamenti desunti dalla pratica agraria del tempo (“De agricoltura volgare” di Pier de Crescenzi). I vini erano tenuti in grande considerazione negli Statuti e nei Bandi comunali dove si imponeva la salvaguardia delle vigne dai ladri e dagli animali domestici, e si stabiliva l’epoca della vendemmia allo scopo di rendere il vino più serbevole e più pregiato. Forti erano le sanzioni per chi vendemmiava prima del tempo, per chi non recintava il vigneto impedendovi l’accesso ai ladri e ai cani, per chi vendeva uve acerbe, per chi non usava misure perfettamente giuste e bollate e per chi faceva il vino con uve comprate (che quasi sempre erano rubate). I vini ottenuti dalle uve rubate durante la notte al chiaro di luna avevano acquisito il nome di “vèn lunein”. Le viti allevate in recinti prossimi alle abitazioni, soprattutto vicino alle città, venivano controllati da guardiani chiamati ”Saltuarii” o “Ballitores”. Con l’arrivo di Napoleone, nel 1796, la struttura fondiaria viene profondamente modificata e la proprietà dei terreni passa dal potere ecclesiastico ai privati. Le famiglie più abbienti acquisiscono i poderi dalle abbazie o dalle chiese parrocchiali. L’organizzazione della produzione agricola e del vino, in particolare, subisce una profonda modificazione e inizia la vendita anche al dettaglio da parte delle piccole aziende agricole. I manuali e i trattati ottocenteschi degli agronomi emiliani come Filippo Re, Carlo Berti-
Pichat, Franceso Luigi Botter, riportano un’ampia casistica di sistemazioni diverse che dipendono soprattutto dalla natura dei terreni: se i terreni sono sciolti viene utilizzata una sistemazione semplice, “a rivale”, con un solo filare lungo campo, a lato della scolina, oppure “doppia”, dove la scolina separa due filari di viti alberate. Quando i suoli sono argillosi vengono scavate due scoline parallele alla piantata che delimitano una stretta striscia di terreno, della stessa lunghezza del campo, detta “cavalletto”, al centro dei quali vengono piantati gli alberi. Nella piantata a cavalletto gli alberi restano cosi separati dal campo e sono perciò adeguatamente difesi dall’acqua stagnante. Nel primo fascicolo degli “Annali di Agricoltura” Filippo Re si occupa della viticoltura emilianoromagnola allora in trasformazione: si stavano, infatti, abbandonando le piantate doppie perché gli alberi erano posti “…in tanta vicinanza gli uni dagli altri, che (…) facendosi ombra reciprocamente nuocevano a loro stessi ed alle biade e alle canape” (Filippo Re, 1809). D’importanza fondamentale alla fine dell’800 è la comparsa di due peggiori flagelli della viticoltura: la Fillossera e la Peronospora. Questi avvenimenti portarono a una crisi di grandi proporzioni che si ridimensionò solo con la riconversione totale degli impianti innestandoli su piede americano e con l’inizio di trattamenti antiparassitari contro i patogeni fungini. Nascono in questo periodo i consorzi viticoli che porteranno all’adozione dei portinnesti americani per il supera-
mento del problema della fillossera. Gli anni trenta Il 1929 nella memoria collettiva viene ricordato come l’anno della “neve grossa” a seguito della grande nevicata di fine febbraio e del freddo intenso che raggiunse punte di 20 gradi sotto lo zero con danni forti alle piante. La Festa Nazionale dell’Uva, che proprio in quell’anno prese il via sembrò quasi una beffa per gli agricoltori che videro seccarsi, per il freddo di febbraio, tutte le viti. Ai danni della gelata invernale del 1929 si aggiunse la forte crisi economica e la viticoltura romagnola subì una temporanea crisi e cominciò a riprendersi solo nel 1935 quando entrarono in produzione i nuovi vigneti e quelli recuperati dopo il grande freddo Nello stesso anno la festa della vendemmia riprese in molti paesi della Romagna. I proprietari delle cantine ripresero a vinificare e l’uva veniva commercializzata in “castellate” e raggiunse il prezzo di lire 1000 a castellata (circa 8 qli di uva pigiata) oppure con in navazzi posti sui carri romagnoli. Negli stessi anni l’uva di alcuni vitigni come: Chasselas dorèe, Rossola di Bertinoro, Angela bolognese, Salamanna, Uva d’oro, venivano lavorate in cassette e destinate al consumo fresco oppure appese nei solai per il consumo invernale delle famiglie. In questo decennio molte erano le cantine e il vino costituiva una delle principali fonti di reddito per l’agricoltore, in quanto veniva commercializzato soprat-
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tutto nel settentrione d’Italia. Nonostante la forte attività di commercio non vi fu una valorizzazione dei vini romagnoli e nelle zone di pianura del ravennate e forlivese erano più conosciuti gli acetifici e altre strutture che lavoravano i sottoprodotti della vinificazione (vinacce, fecce, ecc.). Il vino veniva commercializzato all’ingrosso in botti da 5 hl (botti da viaggio) poste su camion, vagoni o birocci mentre al minuto veniva venduto in damigiane. Molto limitato era il commercio del vino in bottiglia mentre era più frequente il fiasco impagliato da l,75 litri adottato per il chianti toscano. Il vino era messo in commercio in modo anonimo, distinto per colore, e utilizzato industrialmente per il taglio di altri, e per la produzione di vermouth, brandy e aceto. Una particolare produzione riguardava i filtrati dolci e i mosti muti venduti soprattutto nelle zone emiliane dove si producevano i lambruschi. Molto attivi sono i Consorzi Provinciali di Viticoltura e la formazione tecnica viene gestita attraverso le Cattedre Ambulanti di Agricoltura, che organizzano i nuovi vigneti iniziando a sostituire l’albero vivo con il tutore morto (pali di castagno e di cemento); inizia anche in pianura la costituzione dei vigneti specializzati. Inoltre in questo periodo nascono le prime Cantine sociali e gli Enopoli consortili. I produttori di uva si raggruppano e diventano partecipi nella trasformazione dell’uva in vino e nella commercializzazione del prodotto. Già all’inizio del ‘900 erano ini-
ziate le polemiche sulla scelta tra vigneto specializzato e coltura promiscua, disputa che si risolverà solo nell’ultimo dopoguerra a favore del vigneto specializzato. La ragione di queste controversie nasce dall’esigenza di ottimizzare gli impianti produttivi e di trasformazione in modo da razionalizzare l’uso dei mezzi tecnici disponibili. Il passaggio dal vigneto tradizionale a quello specializzato significava un forte cambiamento del sistema agricolo, in quanto venivano a mancare i sottoprodotti degli alberi di sostegno come foglie e legna utilizzati dalla famiglia contadina. Fino agli anni ’50 era radicata la credenza che l’uva di vigna fosse di qualità inferiore per cui veniva quotata mediamente due lire al quintale in meno dell’uva di alberata, poiché il vino che si otteneva era ritenuto meno conservabile. La vita economica di un’alberata era ritenuta pari a settant’anni, mentre quella di un vigneto era solo di quarant’anni. È in questi anni che la vecchia “alberata romagnola” caratterizzata da mantenere la fascia produttiva fra gli alberi si trasforma in un pergolato molto denso ed espanso, che insieme ad una potatura lunga e ricca consente una produzione più elevata fra tutti i sistemi “maritati”. Le alberate divennero poi doppie e triple distanziandosi le une dalle altre di 5-7 metri invece dei 25-30 tradizionali. Al loro interno ogni 5-7 metri vi era un olmo, si avevano così 100200 ceppi/ha nell’alberata dop-
pia e 200-300 nella tripla e per ogni olmo si potevano ottenere fino a 25-30 kg di uva. Grazie allo studio della fisiologia, si abbandonò gradualmente la potatura biennale o alla “modenese”, che creava gravi squilibri vegetativi con ripercussioni sulla longevità della pianta, a favore di quella annuale (messa a punto nel faentino) in modo da rendere la pianta più equilibrata dal punto di vista vegetativo e produttivo. Fra le diverse tecniche sperimentate per i lambruschi si adottò il metodo della “tirella speronata”. Altro grosso problema che affliggeva la viticoltura in questo periodo era l’elevato grado di diffusione della “grafiosi dell’olmo”, tentativi di sostituzione dei sostegni delle viti vennero fatti introducendo altre specie da diversi paesi come l’Ulmus pumila e l’Ulmus buisman, oltre al pioppo e all’acero, ma i risultati ottenuti erano scarsi; questo fu quindi il principale motivo di scomparsa delle alberate. Questo fattore unitamente all’invasione fillosserica furono le cause che hanno portato all’incremento dello sviluppo della coltura specializzata. Il passaggio al vigneto specializzato fu favorito anche dal progressivo incremento della fertilità dei terreni dovuto al crescente uso dei concimi minerali e soprattutto organici disponibili grazie all’intenso sviluppo della zootecnia. Le nuove conoscenze che si andavano acquisendo sulla vite e la loro divulgazione capillare (Cattedre ambulanti di agricoltura) sono
un ulteriore stimolo al miglioramento della tecnicaviticola. L’industrializzazione della viticoltura è conseguente ai cambiamenti socio-economici avvenuti dopo la seconda guerra mondiale. A partire dal 1950 la viticoltura in Romagna subisce un profondo mutamento e dal sistema promiscuo (filari) si passa a quello fortemente specializzato, con una riduzione delle superfici destinate a vigneto ma con aumento delle produzioni unitarie di uva. Il vino viene prodotto con tecniche non molto raffinate e vi è, soprattutto nelle aree pianeggianti, l’adozione dei torchi a coclea o continui per la produzione di vino “torbolino” che veniva commercializzato in cisterne, spesso insieme alle fecce, per la produzione di altri vini o derivati. L’uso del torchio continuo era molto diffuso presso le cantine sociali e private, grazie anche alle Ditte locali che producevano i torchi; questa tecnica enologica non aiutò il miglioramento delle tecniche di vinificazione in Romagna. A partire dagli anni sessanta si è verificato un forte calo della manodopera agricola e un abbandono delle aree collinari a seguito dello sviluppo delle industrie e del settore terziario. In questo periodo però la ristrutturazione dei vigneti viene accompagnata dal miglioramento delle tecniche enologiche e alle varie forme di associazionismo dei viticoltori. Questi fatto-
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ri hanno determinato una modifica del sistema alimentare dovuto anche alla maggior sedentarietà del lavoro; il ridotto consumo energetico e la diversa educazione nutrizionale hanno portato ad una riduzione dei consumi di vino e ad un conseguente maggior qualificazione del prodotto. Questi cambiamenti, come già avvenuto altre volte nel passato, hanno determinato una diversa distribu- zione della proprietà fondiaria con conseguente passaggio dalla mezzadria alla coltivazione diretta dei poderi. Molti agricoltori passano dalla semplice produzione di uva alla vinificazione e relativa commercializzazione del prodotto. In questo periodo si ha finalmente la consapevolezza della qualità e validità dei prodotti enologici romagnoli e si creano i Consorzi di Tutela dei vini di Romagna, che vengono unificati nell’Ente Tutela Vini Romagnoli. Grazie alla intraprendenza, capacità, e lungimiranza di Enti pubblici e Privati e di Persone che hanno fatto della viti-vinicoltura romagnola motivo principale della loro esistenza. Si intraprendono azioni per il rinnovo e la specializzazione degli impianti, si introducono nuove tecniche di gestione del vigneto e viene avviata la qualificazione dei prodotti enologici. I tre principali vitigni romagnoli (albana, trebbiano romagnolo e sangiovese) ottengono la denominazione di origine controllata (DOC) e possono finalmente entrare nel novero dei vini di alta qualità. Nel 1967 viene fondato il Tribunato dei Vini di Romagna che si propone di avvicinare fra loro i Romagnoli, di aprire il dialogo fra le Istituzioni culturali e quelle Scientifico tecnologiche per favorire la conoscenza storica e tradizionale del territorio. Il Tribunato e l’Ente Vini di Romagna riescono a combinare un matrimonio che sembrava impossibile, avviando una convenzione con la Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna per la sperimentazione vitivini-
cola che darà poi origine al CRIVE, per la parte universitaria e all’ESAVE per la parte Regionale e del Comune di Faenza. Vengono avviate molte iniziative sia per il settore viticolo sia per quello enologico che portano forti innovazioni pratico applicative e migliorano fortemente la gestione dei vigneti e la qualità dei vini. IL FUTURO L’attuale situazione del mercato che si è allargato a livello internazionale ha portato anche in Romagna forti cambiamenti del sistema di produzione e trasformazione delle uve con una forte differenziazione fra i vini prodotti. I sistemi viticoli presenti nell’area romagnola sono caratterizzati da due tipologie di prodotto e in particolare suddivise fra la pianura e la collina. In pianura la produttività dei vigneti è più elevata e i vini, con medio standard qualitativo, vengono commercializzati attraverso grandi Enopoli che ricorrono anche a contenitori diversi dalla tipica bottiglia in vetro. La produzione collinare intergrata con quella di pianura sta dando ottimi risultati nella qualificazione e esportazione dei vini romagnoli che hanno trovato la loro giusta collocazione sul mer-
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cato. Ovviamente le produzioni di pianura possono essere notevolmente migliorate sotto l’aspetto qualitativo e integrate, anche con la messa in coltivazione dei vecchi vitigni locali che erano stati abbandonati. Si possono creare delle linee di produzione originali che nella attuale tendenza possono avere sbocchi commerciali e creare nicchie di mercato valorizzando anche il territorio. La viticoltura romagnola dovrà tener conto della forte concorrenza dei paesi emergenti e della facilità di trasporto del prodotto, del miglioramento qualitativo dei vini che raggiungono il mercato europeo e italiano. In questo contesto è opportuno dimostrare apertura nei confronti anche di paesi che iniziano a consumare vino (per esempio Cina e India). I paesi concorrenti non vanno visti solo come tali ma con una visione più aperta di futuri mercati e anche di fornitura di tecnologie riguardanti il settore vitivinicolo. In futuro i produttori romagnoli dovranno confrontarsi con i produttori vitivinicoli del mondo dimostrando competitività e carat- terizzazione del prodotto. La Romagna in questo settore dovrà essere viva e non lasciarsi vivere come a volte è accaduto.
“Ricordando il Maestro Secondo Casadei” Il ricordo di Secondo Casadei e della sua imperitura “Romagna Mia” suscita emozioni e stimola la penna di tanti romagnoli che guardano a quella musica allegra e insieme struggente come all’inno della Romagna. A “Romagna mia” è stato dedicato un concorso di ricordi e testimonianze in occasione del centenario della nascita di Secondo Casadei il 01/04/2006.Il primo premio è andato al cesenate Massimo Riva. Eccone il testo completto. Sono figlio di un sarto e di una contadina, che mi hanno insegnato a vestirmi e a nutrirmi. Questo oggi si definirebbe : saper curare la sostanza e la forma. La mia mamma è nata a Sala di Cesenatico, paesino a pochi chilometri da S.Angelo di Gatteo. Quando ero bambino mi portava spesso di domenica a Sala, nella casa dei nonni. Durante il pranzo, con le tradizionali pappardelle in brodo seguite da bollito, le patate lessate, per poi finire con la crema gialla fatta con i tuorli di uovo e con i savoiardi imbevuti di rosolio, i nostri colloqui erano accompagnati dall’ascolto di Radio Capodistria. A richiesta vi si trasmetteva spesso “Romagna Mia” per festeggiare i vari compleanni del giorno. “Romagna Mia” era così sentita che smettevamo di parlare e la cantavamo insieme: se eravamo contenti l’allegria si consolidava, se c’era un po’ di tristezza sbocciava la felicità. A diciotto anni ho incominciato a studiare musica e chitarra jazz dal maestro Pietro Battelli di Cesena. Una delle prime canzoni che mi insegnò a suonare fu “Romagna Mia” : valzer, tempo tre quarti, del maestro Secondo Casadei. La passione alla musica e al canto mi resero capace di organizzare recital e rappresentazioni musicali. Mi ero specializzato nel cantare durante i matrimoni di parenti e amici sia durante la messa che quando si faceva festa. Cavallo portante durante i pasti
erano i successi di Sanremo. Non c’era occasione in cui non presentassi canzoni e cante romagnole. Al momento di “Romagna Mia”, era sempre un successo: tutti si univano al mio canto, c’erano anche quelli che volevano primeggiare, e a volte era una corsa a volere far vedere che : “Anch’io so cantare Romagna Mia!” e non solo: “la so cantare con passione, col cuore!”. Cantare fa bene e, come dice la mia mamma, il bene si fa con il bene. Nel millenovecentonovantaquattro per motivi di lavoro mi trovavo in Cina. Una sera, in una discoteca di Pechino, non appena eseguirono “Romagna Mia”, due cinesi iniziarono a ballare quel valzer romagnolo. Io allora incominciavo a frequentare le discoteche, e non sapendo ballare il liscio mi dissi : “Non è possibile che due cinesi ballino il valzer, e io che sono romagnolo, non conosca nemmeno un passo”. Decisi così di frequentare una scuola di ballo: cominciai dal tango, dal valzer lento al liscio romagnolo, cioè : il valzer, la mazurca, la polka. Oggi sono sicuro che : ballare è bellezza, è divertimento, è benessere, è amore. Ballare è anche un modo di comunicare, indipendentemente dall’età, dalla lingua e dal lavoro.
La danza era espressione di festa e di benvenuto per i primitivi e lo è ancora oggi presso alcune tribù africane, la musica è un linguaggio universale come lo è quello del corpo. Quando inizio a cantare “Romagna Mia” e gli altri mi seguono in coro, vedo negli occhi il grande amore per questa terra, piena di gente che ha voglia di lavorare, di divertirsi, di stare bene, di amare la vita, di viverla, di sentirsi motivati e orgogliosi di essere nati. Nei miei primi cinquant’anni sono questi i valori che ho ricevuto dalla gente che ho incontrato girando il mondo e dalla mia gente di Romagna. Penso che oggi la solitudine sia più forte di quando ero bambino, quando la società era più povera, ma senz’altro più solidale. Le porte erano aperte, c’era ospitalità, come in una specie di piccola società tribale. Ognuno deve fare i conti con la propria solitudine; ma ci sono anche momenti in cui gli altri e la musica ti aiutano. Quando ciascuno vive un fatto, un avvenimento, o incontra una persona, che non ti fa sentire solo, allora deve ringraziare. “Romagna Mia” è una carezza che ti fa sentire in compagnia. Massimo Riva
1928 Debutto ufficiale di Secondo Casadei e la sua Orchestra Da sinistra: Elmo Bonoli (Managa) - Guido Rossi (Pojali) - Secondo Casadei Primo Lucchi (Baliloun) - Giovanni Fantini (Pizarein) - Olindo Brighi (Faraoun) 12
Rispettare la Costituzione e la volontà popolare! Il secondo comma dell’art.132 della nostra Costituzione, dopo le modifiche apportate con legge costituzionale 18 ottobre 2001 n. 3 dall’allora maggioranza parlamentare di centro-sinistra, recita : “Si può con l’approvazione della maggioranza della Provincia o delle Provincie interessate interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione e aggregati ad un’altra”. Ciò ha consentito , nei mesi scorsi, alle romagnolissime popolazioni dell’Alta Valmarecchia (Comuni di Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, S.Agata Feltria, S.Leo, Talamello) e della Valle del Conca (Montecopiolo e Sassofeltrio), autoritariamente legate dopo L’Unità d’Italia al territorio marchigiano, di celebrare i loro referendum popolari per il ritorno, attraverso l’aggregazione alla Provincia di Rimini,alla Romagna. I risultati referendari, che vennero salutati dal Tribunato di Romagna la scorsa estate con una significativa tornata svoltasi a S.Agata Feltria, sono stati, oltretutto, di una chiarezza che non ammette repliche, in quanto il SI ha ottenuto, nei Comuni in questione, maggioranze variabili dall’82 all’87 per cento. Per cui era legittimo attenderci che la legge recepente la volontà popolare fosse di immediata approvazione ad opera del Parlamento.
Tanto più che la scelta feretrana, trattandosi di trasferimenti all’interno di due Regioni parimenti a “Statuto ordinario”, non è sospettabile di condizionamenti di convenienza a scapito delle finanze pubbliche. Ed invece, si sta perdendo molto tempo e si mortifica la democraticissima decisione di cittadini i quali hanno il merito di non avere dimenticato la loro storia e cultura. La loro identità. C’è di più. Il Governo, in data 17 aprile 2007, ha presentato alla Camera dei Deputati il disegno di legge costituzionale n. 2523 di modifica del cittato secondo comma dell’art.132, nel senso di far partecipare al referendum per il cambio di Regione anche gli elettori dei territori che si chiede di abbandonare e di raggiungere. Col risultato che la deci-
sione, in questo modo, non appartiene più alle popolazioni “direttamente interessate”, bensì a quelle “esterne” . Con tanti saluti per l’aureo principio dell’autodeterminazione che sta scritto, oltreché nella Costituzione italiana, in quella dei massimi Consessi mondiali. Tutto ciò premesso, ci si consenta di esprimere tutta la nostra preoccupazione e protesta per la piega che assumono gli avvenimenti. Rappresentando, anche, che i principii costituzionali non si sospendono o modificano attraverso semplici “proposte” , che non è giusto giocare con la volontà democratica dei cittadini espressa con tutti i crismi di legge. Che non è, infine, lecito cambiare le regole del gioco a partita conclusa. Stefano Servadei
La celebre rappresentazione della Romagna di Giannetto Malmerendi ( 1955
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Al nôvi caparëli de’: 15/3/2007
Dott. Pietro Caruso di Forlì, giornalista
Ing. Franco Persiani di Forlì, Preside Facoltà di Ingegneria II^ Università di Bologna sede di Forlì-Cesena
Rag. Giuliano Ioni di Rimini, libero professionista
Dott. Gian Luca Bagnara di Forlì, Assessore Provinciale all’Agricoltura della Provincia di Forlì-Cesena
Avv. Maura Gentile di Roma, libero professionista
VIA ACCARISI, 120 - PIEVE CESATO - FAENZA (RA) TEL. 0546 41258 - 337 594222 14
BERTINORO Sala del Consiglio della Residenza Municipale 2 aprile 1967 Presenti: Bruna Solieri Bondi, Nevio Matteini, Achille D’Amelia, Guido Nozzoli, Francesco Serantini, Max David, Romeo Bagattoni, Aldo Becca, Boesio Casanova, Adelmo Margotti, Mino Madonia, Giuseppe Liverani, Gianni Quandomatteo, Piero Zama, Claudio Marabini, Walter Vichi, Alteo Dolcini, Mario Amaducci, Lino Celotti, Riccardo Pinotti, Lionello Casali.
Mino Madonia “incaparella” Max David che è stato chiamato - per acclamazione - a reggere l’incarico di I° Tribuno
Mino Madonia, dopo aver “incaparellato” il I° Tibuno, riceve a sua volta la “caparela”di Tribuno Vicario nella sua qualità di Presidente dell’Ente Vini
Avalendosi dei poteri conferitigli dal punto XII degli ordinamenti, il I° Tribuno chiama Alteo Dolcini ad affiancarlo come Cancelliere Il primo Praesidium Tribunizio: (da sin.) Zama, Madonia, David, Dolcini, Amaducci.
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