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Troppo, e sia poesia

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Juan Romulo Rebay

Troppo, e sia poesia POESIE CONCATENATE 2012-2021 NUOVA VERSIONE AGGIORNATA

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Juan Romulo Rebay

Troppo, e sia poesia POESIE CONCATENATE 2012-2021 (SECONDA EDIZIONE AGGIORNATA)

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JUAN ROMULO REBAY

Troppo, e sia poesia © 2021 L’Imbuto Edizioni Indipendenti via Riteglio Glioteri 36 170RX - ROMA - NEW YORK In copertina: Alex Raymond, Flash Gordon,1935 © King Features Syndicate

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Indice

Amaramente amai 7 Mormorar d’amor mancato 9 La polca della colpa 12 Esitazione 13 Amarsi al mare 14 Igor 16 Amica acida 17 Connie 19 Donna in rosso 21 Flamenco 22 Il libri 23 Natale 24 Piccolo cimitero sul mare 25 Piove 26 Domesticae 27 La gatta e il topo 30 La parola del Generale genera le parole 31 Rendez-vous consensuel 33 Tiche tiche 35 Traditrice 36 Estate 37 Archivolto 38 E’ tardi 39

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Amaramente amai

Se ancor cose remote arrancan come arcane, e strane rimembranze traman nelle stanze ove ora stai e van per strade che ora vai dirti vorrei ciò che non sai né sapesti e chissà se mai saprai, che ti sparai se sparai non saprei tu lo sapesti forse ancora lo sai che mai sperai di disperarti, amareggiarti coi miei guai (e amare con armi d’inermi amorini iniqui inquilini d’inquieti e liquidi lidi…) no! amici mai, che miagolasti e sparasti ai miei magici muggiti, ai mitici amici e ai ciclotimici timidi cicli, tonici calci ai cinici cilici che non dissi mai Or tu dirai che non dici e non dirai che taci, e or non è ora, è ormai. Ma io ti dico questo: che t’amai che amaramente, ma t’amai l’amor marrano m’arse, morse e mi recò financo seco forse come mentore recondito in ambito remoto murmure 7


torpido docile lemure, memore del fatto che t’amai, e mai a mero amor meno moroso mi prestai perché redento martire t’amai. Amor ramengo, amaro remator d’armi, d’attracchi e di materne rene, della tirannide tremenda mai menzionai ma io, amaramente martire, t’amai e amai, domandando mai, ma amando tremando al mondo immondo inondando d’onde le lande donde tu danzando in mutande blandisti il glande e con bende blande mutasti destini e siti tristi in desti interstizi di vizi sacri in criptici giudizi in cristi stitici, in trilli di cimici e di comici, di comò, di comari di travet, di tresor, di tramvai ché disperatamente io t’amai.

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Mormorar d’amor mancato

Come una vergogna puerile o una caldana della menopausa il tuo ricordo impavido m’avvampa e d’improvviso m’infiora di sorrisi perversi e di partenze partite nei temporali, di venti diventati tempesta che devasta vasta parte del cuore che nel timore del furore si rifugia nelle ore, nei disegni di sogni prenatali, tali furono i furenti progetti gettati, gli iati i tanti latrati, i tratti alterati di ciò che fu il nostro legàme gametico ed ermetico sintagma d’ancestrali agili linguaggi, d’inguaiati ormeggi, d’innocui lignaggi d’incunaboli e ingranaggi d’ingaggi armati, d’armeggiamenti mentitori, di menti intinte nell’intento. Tento di ritrovar ciò che fu innesco d’un losco scopo che ci parve fresco scoprir tra l’usco e il brusco 9


il tenue imbroglio, l’abbaglio che c’imbrigliò e ciò che ci accigliò, l’accidente che ci scagliò come accidiose scaglie al ciglio che si scioglie sulle soglie lacrime rapprese, prese d’acredine carezze di salsedine, ebbrezze d’acre inquietudine, iniqua incudine che incute solitudine d’antica ignota scaturigine all’ineffabile scompagine in cui l’immagine si fece cartilagine agile carta per le rovine di Cartagine rovinosa caligine dell’origine del fulminoso colpo inflitto da Cupido la cupidigia indugiò afflitta colpevole e fuminea minò mari, minareti pareti minime e metonimie parentali ridenti terreni ed eterni eterei rii e iridescenti reni, e denti terribili e reticoli liberi di ridenti tiranneggiamenti inneggianti al deridente tesoro all’oroscopico tridente che ci vide perdenti all’ombra delle ore al timore di perderci che ancora ci divide che vide e vede ciò che non recede e incede, e decide di recidere e ride, e rode, e recede con dolore alle forre dolorose di colore, ai calorosi e orrendi arrendevoli voli del cuore agli orgogliosi orgasmi e al sismico vigore di regole golose, osate a testare, a tener testa, a stare restii in isterici resti: ardesti, ordisti e ti destasti, rivisitasti i visi, i vasti sistemi d’estasi con cui estasiasti le estati ed esausta ti stirasti a tessere 10


redenzioni d’azioni sterili, liste stereoscopiche di pregevoli difetti, di fatti privi d’agili prove e di girovaghe vaghe rovine, rose dall’ardore, lordate nel doloroso cuore, dove osarono sparse aurore, aure sparute sparate nelle ore del clamore che per errore ci parve amore

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La polca della colpa

la coppia scoppia, s’ingolfa invoca, veglia, è la solita solfa la solita noia, la coda, la poca voglia (quasi una doglia) di di chi si spoglia, di chi si staglia sulla soglia la coppia sbaglia Succhia la scorza, butta la polpa balla la polca della colpa lei vorrebbe esser porca ma sta con la felpa la sua mente cavalca, la voglia s’accalca, ma la solca la polca della colpa. Lui vuol suonar l’arpa s’arrapa ma guarda, non sa esser talpa di quella bernarda. Cosa li frena? Cosa imprigiona e imbroda la coppia, la imbrana e impantanata raddoppia la frana chi brama l’amata assatanata? Una larva, una pappa molla una patta svalvolata s’inzolfa nella polca della colpa.

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Esitazione

la bocca si blocca si balocca nell’esitazione nell’esiziale posizione che invoca per poca voce fioca l’inviolato silenzio che prelude all’edule promessa che illude pressa, ma elude e chiude il docile e macilento armento dal cilicio avvinto che spinto nel tormento da un cinismo irredento recita illecite citazioni silicee allucinazioni sillogi criptiche di stitiche sfingi simillime alle silfidi, ai sifilitici ibridi riti delle origini ai fili scattanti dalle scaturigini agl’irti desii di erinni, ai miti degli hittiti, timidi ibridi di ritiri sinistri, di tiri mancini di gridi d’algidi strigidi di mancati strati di ieratici frati fatti di baffi, di grassi epitaffi di epici gradassi a far graffi d’epistassi come se io non bastassi da solo a imbastardir l’imbelle imbastitura d’un imbecille imbambolato bollato d’abbellir con balle il blabla blaterante bellimbusto, tra balbuziente e baldanzoso e bello, in bilico traballante 13


Amarsi al mare

Amarsi al mare è scambiarsi morsi d’amor salati è amar arsi dal sale e idratarsi col solare è baciarsi e sudare e andare e ciabattare baciarsi al belvedere è salir coste salmastre spalancar finestre seguir l’estro maldestro prostrato dall’ostro e stremati riamarsi arditi e ardenti di sole e ristorarsi o remare sistemarsi e al ristorante restare sulla risacca accennare al riflesso lunare all’assenza di zanzare è sussurrar e azzardare suggerir di fuggire asserir l’essenziale e reiterar l’amare nell’estate serale attrarsi attardarsi assistersi lasciarsi assalir dall’istinto dall’intento dell’istante 14


e in nottata l’ancestrale darsi e dare e ridondare tra rododendri e zagare svagare e sentir risonare il risanante mare dormirsi e ridestare in azzurrate aurore il corpo astrale e andare all’albeggiare nei flutti a gareggiare spiaggiarsi e riposare baciarsi e ricordare altri baci e progettare facendo (per precisare) colazione vistamare e amarsi amando l’amarsi al mare e scambiandosi morsi d’amor salati ricominciare

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Igor

Sei criptico e laconico isterico e istrionico lo so che sei balcanico mi dici che sei cinico

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Amica acida

Ti desti e ti vesti d’astio ostenti ostile isterica astuzia malizia e malagrazia malanimo e mestizia e in ogni frase cogli scogliosi incagli, viscosi appigli per polemizzare leziosi inizi per viziose tenzoni intenzioni sediziose insidiosi interstizi ove ti irretisci intirizzita rigida ad irridenti e tendenziose interpretazioni che usi, e poi accusi gli adusi ai tuoi abusi che confusi e delusi mesti non s’allettano della dialettica che tu, (elèttati a toelettare le letterali allitterazioni) trasformi in rettile e rettale rettificando errori altrui di trucidi erranti eroi eretti a martiri nei riti dei tuoi rutti, nei romiti rii d’erti ritiri dove dirti i diritti dei miti e tirarti dardi e deriderti per redimerti e suggerirti ridicole tiritere e per darti trite recriminazioni 17


d’azioni criminose e faziosi dazi ed esiziali ozi che son l’esegesi del tuo esigere stizzita la genesi del tuo ingessare ossessivamente ogni accesso al sorriso, al sismico sole del sesso, all’esile silenzio del sussurro, al serrato torrido rodeo del darsi, al terso dorso teso arso dal morso, perso nell’estasi dell’amarsi. Forse, tra arse e sparse parole, tra sussiegose pose e setole spinose qualche principe azzurro ruzzolerà precipite in prepuziale prodromo a premiarti per primo della prossima promessa preludio e pruderie privatamente provvidi provvederanno forse a far sì che farse e forsennate fissazioni, fisime faziose che t’affossano, possano alfin svanir e finir nel final nirvana e render vani e rari i rodimenti vari e neri che mentendo e mantenendo veri i mentori dei tremiti e i reprobi di trepidi drammi improbi traditori dei desideri, immerdano le menti ed i pensieri.

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Connie

Che faresti se ti sposassi? Te la spasseresti sempre come te la spassasti o ti spaeseresti? Chiariresti se i resti di sterili e isterici intrecci sempre li vorresti e onestamente diresti: se resti rischiamo disastri… O forse resteresti senza estendere le sere in dimore forestiere ed essere sempre presente a tener desti i desideri d’esteri destrieri? Beh, se esser fedele ti lede, ti trattiene, ti rende presa in rete perché pretendere eteree tenerezze per sempre? Vieni, rimani, vai non c’eri ieri, domani rimarrai fiera sarai, andrai, a un tratto ritratterai, tonerai narrerai ritratti d’altre mani anima animalesca esca per nani innescherai per me scherni toscani 19


e losca pescherai una mesta festa per saltare l’asta, un incanto che tanto un tonto di tanto si contenta e accanto intanto mi vorrai attento, attore attonito d’adito e d’intento dedito al dedalo di doti a tanti date che date ad un solo sarebbero sprecate.

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Donna in rosso

Quando, con acidità di diacona agitata gettavi iatture e agivi ghiacciata da indicibile accidia, eccitata e tacita incitando a citare agiti gesti ostentando estatici cimurri, immemore eri di meri pensieri di ieri, più veri, quand’eri in festivi vigori e vestivi estivi cirri recidevi erranti ricci e in ritmici giri in bici, tra mici e tamerici, tiravi tiri mancini agli amici e tacevi tipici, topici e antipatici incidenti, identici momenti di irridente e lampante tronfiezza d’aitante fierezza t’aizzavi ardente ad azzannar seduta stante lo zero circostante, tracotante tra tante attraente, ma francamente castrante, strana, casta, assatanata nella farsa dalla faccia assonnata sana guardiana ma assassina, malsana e allampanata massaia la mattina ma subito mutata in tetragona saetta in trapanante silfide provetta, rigida e crudel anima eletta (tale riappari dopo la toeletta).

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Flamenco

fra fiamme falangi falliti tormenti amanti violenti d’amori vibranti tramonti temendi tradimenti tu menti, adelante! fedele è l’amante flamenco fremente frammento, frangente Tra gente caliente accalcata tra lente calli, gesticolante l’antica cantica cangiante attacca batte abbatte attende la tattica del tacco che ti prende la pratica d’attacco del duende donde, dolenti lande dando, a dedali s’arrende deride e si pente lui eroe serio, rigido reo forse babbeo reduce ridicolo e altezzoso postulante geloso lei sensuale promessa, chimera lei ieratica pantera donna didatta, dedita all’infante fante di ferro dente tagliente el cante del perro s’ infiamma d’oriente

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I libri

Lì, i libri: ibridi riti in ritiri timidi, mitici fili di limiti infiniti di ripidi lidi, intrisi di liti, di fii inflitti d’ intirizziti rii di tipi infimi, infidi d’imi pii privi di diritti d’intimi timidi, ti dissi… di miti, di silfidi d’irti rigiri (Myskin, Sissy, Mimì) intrighi fini, triti, ritriti brindi, imiti, ridi, tiri ti ritiri in irti siti irridi i miti i litigi minimi

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Natale

Renne stelle slitte e palle strenne e belle luci gialle di scintille il cielo brilla e già scivola una stilla sulla gota dell’infante tanto tanto trepidante annidato tra le tende che il Natale tanto attende c’è la notte, c’è la neve come nave viene lieve c’inviluppa in un altrove viene giù non sai da dove ci son luci e canti e suoni santi, amici e cibi buoni senti senti sulle scale Santa Klaus che adesso sale.

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Piccolo cimitero sul mare

Storta la tomba mormora dei torti manda lodi amare stordita inerte sui prati assorti assiste i morti

E lede il mare con tal mordacia e martoriato intento scritto sul marmo l’amore mortal di tal tormento

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Piove

piove ove pio poso l’occhio ove oso oltre l’altrove va, obiqua acqua ovunque piova! liquida quota iniqua quiete quasi nuova Avida piovi su vacue prove su distanti alcove ove posan spose nuove non s’oppone al soporoifero torpor dopo l’amor, dove s’ode: piove legate le falle, farfalle restan sole le gatte fan le ove e piove, tra le rove e sotto, senza sole sepolte storie smuove ratte galleggian in ogni dove

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Domesticae

I Hai curiose mani onerose, manipoli lavori, tessi cose nuove uova nel taxi, lessico d’altrove dove piove

II Le foglie volano alle soglie lavate d’altre voglie folate di sole di magnolie

III Dal binario si vedono i panni vari doni d’affanni ad asciugare e sa di pane, sale una giostra d’inganni su un altare memore d’un tempo che non c’è mai stato tiepido marmo scaldato dal passato sapido tarlo, arido bersaglio nella scatola dei bottoni c’è un ritaglio ha profumo di tiglio è come un maglio

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IV un ricordo colpevole, uno dolce docile e socievole, corda scorrevole a sollevar dolci lodi d’eventi grevi e debiti e biglietti d’ingresso a non finire saranno loro a dirlo quando sarà tempo di partire

V Silenziosa la casa, la cosa mi solleva nella sala assolata sei sola, non s’ode niente neanche la neve a parte l’autoclave un treno lontano verso un destino mutevole un trapano lento e gitano un colpo un po’ colpevole non sa da dove vorrei essere altrove tra vetro e rovi trovarmi dove non mi trovi rovistare resistere restare in stallo nelle sere di stelle per restare a galla le piante crescono una è un po’ gialla

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VI E’ brutto quando sei via svia, la nostalgia si va, sia come sia s’avvia, s’invasa viandando per l’avida via diva di vita, vittima infinita poi torno, è come un turno sempiterno un terno al lotto, accendo il forno il cibo è cotto, il corno è rotto torrido intorno, tiepido sotto.

VII La solitudine mi rincuora il senso di libertà dura mezz’ora poi mi richiudo, mi assecondo mi vendico del mondo avido esco a guardar navi ardente ladro di inganni d’avi vedo, del nero riédere d’eredi eretici seguo le schiere tanto ho le chiavi per rientrare

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La gatta e il topo

Il ratto balla la polca la gatta non ha colpa il passo come felpa diretta nella calca balza, salta acchiappa e infilza che sia topo o talpa come una matta mangia la Polpa poi s’accoccola come una volpe si discolpa palpa e rutta nella felpa rotta che ha eletta a suo diletto letto ove allatta dopo la lotta

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la parola del Generale genera le parole

Il Generale prese la parola: “Lepre genera lepre Lepre genera leggi veloci, pregevoli soci! siate leggeri nel comandare! mandare legge ridente e non dente per dente, fa militi felici, familii, tipi amici Non limitino, non lì mi tirino le forze dei vostri comandi, no! Un segnale fioco mandino i vostri ordini! comandino parole! Siamo nell’esercito, e io esercito la facoltà di parlare ed è ufficiale: ogni ufficiale da oggi potrà farlo. Ogni militare dovrebbe liberarsi da simili tare! Ma anche i civili, cinici vili, per il linguaggio dovrebbero avere un amor tale, che ogni mortale ne dovrebbe aver cura (disse uno in divisa ai divi sapienti, la cosa andava condivisa. Ma ravvisava nodi, rise: se mi ordinano di rivelare se qualcuno nel reggimento scoreggi, mento). Si metta ordine in ogni ordine, in modo che, se seguito, venga eseguito! Subito sotto, sul posto un sottoufficiale, un caporale col capo rallentato, aveva messo sotto un sottoposto con un ordine ufficiale c’era il sol, dato per scontato, al caporal così disse il soldato: ma siamo sicuri che lei sia un capo reale, caporale? ogni mio ordine è irrevocabile, è un sol dato, soldato. Se non me lo chiede il maresciallo, men ne vado al mare, sciallo. (a fare il sub, disse il soldato insubordinato) Eran gradassi ai gradi bassi ma nell’alte sfere non v’eran limiti di militi inferiori, miti diminuiti dominii sminuiti, minimi, minuti utili sparati di stellette letteralmente disposte risposte dispari, spari distante, tenente. Son cose càpitano, capitàno! Per te è niente, tenente, il guaio maggiore per il maggiore Per non dire ora del colonnello col collo nell’onore 31


è un problema generale, generale lo dice lei, Ammiraglio. Per quanto si ami, raglio d’asino non sale al cielo. Così l’esercito perse l’esito esercitato (cito per esempio pere, se empio son, per mele) sconfitto, se vi va, ma in sè vivo, vinse il conflitto di sevizie insidiose e vizi idioti e odiosi di tizi obbidienti di servizio afflitti che fattisi furbi non furono sconfitti

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Rendez-vous consensuel

La tua voglia mi piglia ma m’imbroglio, forse sbaglio un consiglio da coniglio mi attanaglia sulla soglia la maniglia sbadiglia… Spero che tu mi voglia che mi ami a mitraglia ma che prima tu ti esprima, che tu non ti esima dal dare un espresso consenso non solo un cenno d’assenso chè un sì meno intenso non venga frainteso, intendo esser certo se avremo un rapporto anche fosse il più corto che sia sincero veritiero che tu voglia davvero e spero anche che non sia neanche il tuo muover d’anche sulle scale, stanche le tue gambe bianche saltimbanche 33


a darmi l’entusiasmo per il cosmico chiasmo erotico smog spasmodico lo spasmo per l’orgasmo gas d’osmosi sismica simultaneaneo telesma mesmerico cataclisma senza smacco né sarcasmo ansimo, piango come un santo, salto sussulto, scendo, sento intanto un unisono d’intenti senti? Spero che saremo intenti attenti, attoniti, intontiti intanto fusi, arresi resi inermi da deposte armi orme d’ormeggi ormai remoti t’amerò, m’amerai Inerme m’avrai e annegherai nei mari immoti del dopo assoluto e spero che dopo mai e poi mai negherai che l’hai voluto

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Tiche tiche

Parete per te, parquet per me parente, perché pare anche a te che la parte di me che si arrende a te è rete che tempra trepide querelle chè preme anche a te (che nelle quete sere serene tempri le preghiere), esser tessere terse d’ermetiche molestie, esser estetiche belve che stemperano statiche le prediche e le tempeste. Ebbene, testè le deprechi finché esauste redente dal perdente “dente per dente” chete le rechi a chi repente rema e d’echi trema

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Traditrice

Or ora ho udito l’ardito ordito in cui m’hai tratto di fatto un tranello uno strano rito in cui m’hai irretito hai un marito e l’hai tradito Me l’hai taciuto m’hai ammaliato hai dato adito al lato malato Sposata? Hai negato Di fatto, al dito non c’era la fede c’era la frode fedifraga infedele delatrice fradicia mentitrice triplice meretrice truce traditrice spacciatrice d’antrace cucitrice di raggiri attrice feroce vorace cetra di guerra che trama sotto terra non dirama tracce non trema agisce non dice tradisce

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Estate

Sono solo al sole nudo e sudo.

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Archivolto

Mi volto oltre il rovo non trovo che il vuoto Il covo è altrove chi lo trova? Chi trova il rito vocale nell’arco del volto? Talvolta, schivato il tiro dell’orco, arranco sconvolto travolto nell’archivo di chi trova di volta in volta l’altrove

(1981) Dedicata a Gino Zampieri e al gruppo del Teatro Archivolto

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E’ tardi

E’ tardi per tradire ridere, non dire d’ardito errare tacere. Tardi per ordire Radi rituali ritrattati di rado Ora, è deridere l’ardir degli arditi che tiran reti e ridenti riedon diritti, contenti mai reticenti. E’ tardi per eventi ed eventuali venti. E’ il tempo dei lenti movimenti dei pentimenti dei bastimenti di rimpianti. E’ il tempo dei denti traballanti dei decrepiti ridenti che dimenticati i crepitanti lamenti diradando dardi disidratati crepan contenti

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