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Lüsnà luntôu (versi in tortonese)

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Marco Vimercati

LÜSNÀ LUNTÔU VERSI IN TORTONESE

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La casa dove fui portato appena nato si affacciava su una Piazza delle Erbe ancora sterrata

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Ho scritto alcune cose che riguardano Tortona, la nostalgia e il rimpianto personale di anni più felici di quelli correnti. Ho scelto il dialetto tortonese perché per me è la lingua dei ricordi e degli anni giovanili e mi sembrava adatta a descrivere i temi relativi a quel periodo. Rileggendoli in particolari stati d’animo mi sembrano patetici e velleitari: è una sensazione che provo spesso leggendo poesie o presunte poesie anche d’altri, dove la presunzione che un’esternazione compiaciuta di un’emozione riassunta in brevi parole e brevi righe sia sufficiente a fabbricare poesie. Penso invece che la poesia sia la forma più complessa di letteratura, dove la singolarità dei pensieri e dei moti d’animo deve essere sostenuta da un lessico oltremodo accurato, da un’impalcatura ritmica impeccabile e poi anche da una particolare e calibrata distanza da parte di chi scrive nei confronti di tutte queste cose. Comunque prego i lettori di accettarli così come sono, perchè di meglio per ora non sono riuscito a fare. Sarà che la nostalgia ammorbidisce i ricordi, sarà che i ricordi di un’infanzia normale e tutto sommato abbastanza serena, quale è stata quella di molti di noi, visti dalla terza età sembrano spesso magici e fantastici, però bisogna dire che qualcosa di fantastico forse c’era sul serio. Sì, perchè se non si può certo paragonare Tortona a Beverly Hills, a Venezia o a Porto Cervo, non si può negare che nel periodo in cui ci ho vissuto, e cioè dai primi anni cinquanta fino alla fine dei settanta fosse un gran bel posto, e per alcuni di noi che la 5


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percorrevamo in lungo e in largo insiema a tant amici era quasi certamente uno dei posti più belli del mondo. Non parlo solo della natura, del centro storico, dei colli, delle vigne, dei paesi, mi riferisco principalmente all’atmosfera, alle relazioni umane, al comportamento delle persone, all’aria che si respirava in giro. Sovente nelle cose autobiografiche si parla di un primo ricordo: il mio non è un fatto circostanziato ma un’atmosfera, una memoria che si fonde anche con la copertina di un libro che da bambino trovai a Voghera tra i libri di mia madre e di di mia zia ragazze: L’erede di Ferlac di Bourcet, pubblicato da Salani nella “Biblioteca dei miei ragazzi”. Quella copertina provocò in me una indicibile emozione e per la prima volta nella via mi resi conto che un disegno o un dipinto potevano evocare sensazioni, emozioni e impressioni indescrivibili. In particolare, quel piccolo capolavoro rappresentava una figura femminile con un cappello verde che camminava in una strada deserta, vista in prospettiva. La donna portava in mano un cofanetto o una borsa fatta a bauletto. Ma non era tanto il soggetto, quanto i colori, la luce dell’immagine, a provocare la mia emozione. Nella via, i palazzi proiettavano la loro ombra sulla strada e sulle facciate dei palazzi antistanti. Il cielo era verde scuro, forse ulteriormente scurito dall’invecchiamento, ma quelle luci, quelle ombre portate e quel cielo livido li riscopri anni più tardi in un altro dipinto che lasciò un segno dentro di me: Angoscia della partenza di De Chirico. Non so come, non so perchè, ma io associo la strada di L’erede di Ferlac a corso Montebello a Tortona, la via in cui abitavo; e la donna solitaria era in qualche modo mia madre. Probabilmente deve avermi colpito da piccolissimo l’immagine della strada illuminata dal sole, forse prima di un temporale e devo aver sovrapposto nel ricordo le due immagini, alle quali si deve aggiungere l’eccheggiare dei tacchi della donna sul selciato. Corso Montebello sfocia in piazza delle Erbe, a quei tempi ancora sgombra dall’attuale Palazzo di Giustizia e non asfaltata. La piazza al sabato ospitava il mercato, ma nei giorni in cui era sgombra mi sembrava enorme. Il barbiere Beltrame e la Polleria Castellani, che erano 6


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dalla parte opposta a casa mia, sembravano lontane. Sterrata, con le case ancora basse e la mancanza degli edifici che arrivarono nel corso degli anni Sessanta, piazza delle Erbe nel ricordo mi appare simile alla piazza di Settignano dipinta da Telemaco Signorini (un’altra immagine che si è impressa nella mia memoria fin dalla prima volta che la vidi). In ogmi caso, quel rumore di tacchi sul selciato e quei sabati di mercato, quelle luci schiette del ricordo, quei palazzi illuminati sono per me l’immagine, ma forse dovrei dire la sensazione, più antica. C’è in quei ricordi qualcosa di abbastanza simile a certe prospettive dei primi film di Antonioni. L’immagine di Tortona a quei tempi invece mi viene spesso restituita da alcuni film neorealisti. E in fondo, la provincia italiana nel 1959 non doveva essere molto diversa dall’Italia di quindici anni prima, quella delle pellicole di Rossellini e De Sica. C’erano in giro ancora un paio di Balilla e alcune 1100 B: entrambe apparivano già come macchine antiche, con i parafanghi e i fanali fuori dallo chassis, ma la 1100 B era del 1949, cioè aveva solo sei o sette anni! il crocevia della mia infanzia, tra i giardini di Corso Repubblica, la caserma abbandonata della Finanza, e l’ex Mulino Fassini

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Parlo volentieri della 1100 Fiat perche per me fu e sarà sempre l’ automobile per antonomasia. Ho amato tantissimo la 1100 modello 103 di colore grigio topo che mio padre guidava tra la fine degli anni cinquanta e i primi sessanta. Amai poi ai tempi del liceo la 1100 R color carta da zucchero con cui il padre del mio compagno Mariano ci accompagnava tutti a casa, caricando fino a sette scolari, e desiderai moltissimo una 1100B blu notte abbandonata in un pagliaio, ma in ottimo stato, che avrei potuto comprare per poche lire ne 1970, ma mio padre mi disse che ero un insensato, e che ristrutturare macchine antiche era un’idea da perditempo o da ballerini (disse così), e che comunque non si sapeva dove metterla. Cosa non vera perchè negli anni 60 e nei primi ‘70 una cosa che non mi mancò (come dirò) fu lo spazio. Ma dobbiamo tornare agli anni Cinquanta, a quella Tortona in cui al sabato in piazza del Duomo c’erano i mediatori di bestiame, ancora vestiti all’antica, con il tabarro e il cappello nero. Uomini con grandi baffi e facce rugose, ai quali bastava la stretta di mano per concludere i contratti. Alla domenica la piazza del Duomo era fitta di macchine, e un simpatico ometto che tutti chiamavano ar Piòt fungeva da parcheggiatore. Ma la sua vera attività era un’altra: nelle stagioni giuste aveva sempre una borsa piena di tartufi da vendere ai tortonesi. Ricordo ancora la sua parlata piemontese, il suo consunto cappello con la visiera e il suo enorme cappottone, sopra il quale certe volte portava anche un impermeabile cerato. Mi conosceva bene, il Piòt, e io alla domenica, prima della messa, correvo sempre a salutarlo e a volte mi mettevo al suo fianco dando indicazioni agli automobilisti: dietro! venga, venga! alt! Immagino che le miei indicazioni venissero ignorate, dal momento che ero un soldo di cacio di cinque o sei anni, ma spesso il Piòt retribuiva queste mie modestissime collaborazioni con qualche scheggia di tartufo e qualche volta con un intero tartufino grande quanto una moneta da dieci lire. Credo che in realtà dietro questa generosità ci fossero le mance elargite da mio padre per i parcheggi settimanali (alla domenica mio padre non andava in chiesa e generalmente andava a caccia). Era bella, bellissima, quella Tortona degli 8


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anni cinquanta, con la pesa del Dazio, le sirene e le ciminiere fumanti degli stabilimenti tessili e della Liebig, con la roggia ancora scoperta che fiancheggiava la ferrovia e i grandi caffè coi bigliardi, che hanno chiuso ad uno ad uno negli anni Settanta. Dietro le carceri c’erano ancora i lavatoi, con le lavandaie che sciacquando i panni scherzavano o si insultavano in tortonese. C’erano uomini neri di fuliggine che passavano per strada gridando “Spàzzacaminòooo”, c’erano i carbonai con i mucchi di antracite e di Koch che debordavano sul marciapiede. C’era il Consorzio Agrario e c’era la Casa della Madre e del Bambino. Nei cortili dei palazzi periodicamente arrivavano i mulìt. C’era il campo Profughi che accoglieva molte persone che erano fuggite dall’Istria e dalla Dalmazia in seguito all’occupazione da parte dell’Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia del maresciallo Tito. Il Campo, come lo si chiamava, era stato ricavato nella vecchia Caserma Passalacqua, una gigantesca struttura ottocentesca con una enorme piazza d’armi perimetrata da platani centenari, una meravigliosa corte ottocentesca dove mia sorella vinse un concorso ippico negli anni 70. Oggi è un disgustoso piazzale di cemento e laterizio autobloccante che copre un parcheggio interrato. Da quella caserma era fuggito mio zio Tino dopo l’8 settembre, e in quella caserma, divenuta il Campo, nei primi anni ‘50, abitava una donna la cui vita si sarebbe intrecciata con la mia per gli anni a venire. Si chiamava Maria, ed era una profuga istriana fuggita dalla città di Pola. Allora, per la verità, più che una donna era una ragazza di diciannove anni. Venne a servizio da noi e ne fummo felici, e credo che anche lei lo sia stata. Mia madre non era certo una “padrona”, e i miei non sono mai stati avari. Restò con noi per anni, e ci seguiva anche in vacanza a Esino, dove anni dopo trovò marito ed ebbe quattro figli. Per me fu una compagna di giochi, una maestra (grazie a lei andai a scuola che sapevo già scrivere, ma in stampatello e senza le doppie, perchè lei era istriana e le pronunciava a stento) e una brava balia asciutta o bambinaia (allora non si diceva ancora baby sitter e in casa mia fortunatamente non si è mai fatto uso del ripugnante “tata”). Con lei andavo alla Drogheria Parodi, alla Salumeria 9


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Maioli, dal panettiere Pallestrini e dal macellaio Francesco. Erano tutte botteghe di vecchio stampo, con mobili d’anteguerra e pavimenti di vecchia graniglia o di piastrellone esagonali color sangue cotto o grigiastre, gli esercenti erano tutti simpatici e scherzavano volentieri, tranne una commessa di Pallestrini che era sempre triste. Tutto si svolgeva con calma, nella speranzosa quiete che precedeva il boom economico. C’era molta povertà, ma mi par di ricordare che la maggioranza della gente fosse onesta e che le persone fossero quasi tutte tranquille. Non voglio accentuare i toni, era così davvero, e se penso a tutto quello che è successo a partire dai primi anni Sessanta, quella Tortona e quell’Italia mi sembrano davvero appartenenti al passato remoto. La prima casa che abitai era situata al terzo piano di uno stabile moderno proprio all’inizio di Corso Montebello a Tortona. Fui portato lì alcuni giorni dopo la mia nascita, che si verificò a Voghera martedì 15 dicembre dell’anno 1953 verso le 11 di mattina. I miei genitori, che si erano sposati nel ‘51, avevano risieduto per un po’ a Voghera, nella casa di mia madre. Mio padre lavorava a Tortona nella Cooperativa e in previsione della mia nascita presero casa in quella che a tutti gli effetti considero la mia città (noi della provincia chiamiamo “città” i nostri piccoli centri). La casa era ben diversa da quella di mia nonna a Voghera. Innanzi tutto era infinitamente più piccola e per di più arredata con mobili moderni, se si esclude una cassettiera antica di cui mia nonna si era liberata con grande gioia. Non c’erano terrazzi, ma due esigui balconi. Da quello della cucina vedevo il retro di altri palazzi separati dal nostro da una serie di cortili e fabbricati bassi con il tetto di lamiera. Da quello che dava su corso Montebello, e che si apriva sulla sala da pranzo, vedevo il terrazzo dei nostri dirimpettai: la famiglia Ceva. Un’entrata, una cucina, un soggiorno, un tinello, due camere da letto e un bagno stretto e lungo: questa era la casa in cui vissi fino al 1960. I ricordi sono sparsi come foto in una scatola. Non so se mia madre a quei tempi non avesse ancora perso la consuetudine padana di muoversi in bicicletta o se l’avesse ri10


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La foto è più vecchia, ma Piazza del Duomo era circa così

presa dopo la guerra e dopo il matrimonio. Quello che ricordo è che sulla sua bicicletta fece montare un seggiolino, e grazie a quella meraviglia io venivo scarrozzato di qua e di là per le vie di Tortona. Si tratta di un ricordo molto piacevole. Frequentemente si andava a trovare i nonni paterni Romolo e Valentina, che risiedevano alla Cantina Sociale, in quella che poi sarebbe diventata la mia casa, quando mio nonno andò in pensione lasciando il posto a mio padre. La Cantina Sociale era una società cooperativa vinicola che riuniva 1300 soci. Mio nonno l’aveva fondata agli inizi del ventennio fascista e ne fu direttore fino alla fine degli anni Sessanta. Ricordo di aver visto delle foto del giorno dell’inaugurazione e ricordo che mi dispiacque di vedere mio nonno in camicia nera. Venni poi a sapere da mia nonna Tina che la mattina dell’inaugurazione vi furono momenti di panico perché mio nonno non possedeva una camicia nera e se n’era rimediata una in prestito all’ultimo momento. Mio nonno non aveva simpatie fasciste, ma avendo il passaporto argentino era visto come una specie di stra11


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niero: per questo motivo aveva tentato di arruolarsi senza successo nella prima guerra e venne abbastanza ignorato dal regime, nè lui fece molto per farsi notare. Ai tempi della mia infanzia era un uomo molto rispettato e benvoluto. Ricordo che girando con lui era tutto un sollevarsi di cappelli e di voci che dicevano “Bundì siùr diretùr”, alle quali egli rispondeva sempre (quando non le anticipava) con un’analoga levata del suo immancabile borsalino e dicendo: “Salute!”, “Buongiorno” oppure “Ossequi”. Quando mio nonno arrivò a Tortona, per i primi tempi risiedette all’Hotel Universo, un piccolo albergo d’altri tempi, sulla via Emilia, dotato d’una cucina di buonissima qualità, tanto che il ristorante dell’albergo fino ai tempi della mia infanzia fu un luogo rinomato. Ricordo ancora l’accoglienza con cui veniva ricevuto mio nonno dall’usciere, il signor Ortensio, che quando entravamo con la macchina nel cortile del ristorante si inchinava levandosi il cappello con la visiera. Dall’ingresso dell’albergo si intravvedevano i colli tortonesi, fitti di alberi, e mio padre mi racconta che quando arrivò a Tortona da bambino, quell’immagine lo convinse di essere appprodato in un bel posto. Anche per me Tortona è un gran bel posto, ma io amo di più quella parte di città che si distende verso lo Scrivia assumendo quelle prospettive piatte da pianura padana che mi piacciono a dismisura. A quei tempi la città finiva con la ferrovia; superata la passerella che collegava via Leonardo da Vinci con viale Mariano Dellepiane ci si trovava in una periferia che era ancora quasi campagna. Non c’erano ancora i capannoni e le palazzine di cemento armato e traversata la statale, verso Scrivia c’erano solo campi, orti e cascinali con i cani legati alla catena. Ripensando oggi all’Italia di allora ne ho una visione idilliaca; nei miei ricordi era quasi un mondo perfetto e a volte mi sembra di credere che tutte le storture e le aberrazioni siano avvenute molto tempo dopo. Eppure, scorrendo le cronache, devo invece constatare che tutta l’arroganza della politica, le macchinazioni e i sotterfugi per prendere e detenere il potere che ad oggi ci hanno così tanto disgustato, erano già in atto. Già allora (e da tempo) la Democrazia Cristiana tramava, escogitava e concertava, comin12


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ciando quella grande epopea negativa della storia politica italiana che ha segnato la seconda metà del Novecento. Il 1953 è infatti l’anno della famosa legge-truffa con cui il blocco governativo della legislatura precedente sperava di andare alle elezioni e fare incetta di seggi grazie al premio di maggioranza. Non andò così, e il blocco perse il premio per soli 57.000 voti. De Gasperi tentò inutilmente di formare un governo, ma fu abbandonato dai vecchi amici repubblicani, liberali e socialdemocratici. Forse era diventato antipatico anche alla Chiesa, mi sembra di capire che pagò caro il prezzo di non volere ex-fascisti nel Governo. Pella riuscì invece a formare un governo monocolore DC, con il sostegno di repubblicani, liberali e monarchici. In quello stesso anno Mattei fondò l’ENI, Comencini girò Pane amore e fantasia, e Fellini i Vitelloni. L’anno successivo cominciarono le trasmissioni della RAI. Per questo, tra le altre cose, si può ben dire che sio sia un figlio della televisione.Nonostante ciò, nel bene o nel male, l’immaginazione (o qualunque altra cosa fosse, pur definita con questo nome) non mi mancava. Il giorno di San Remigio del 1959 andai in prima elementare. Il mio istituto scolastico, che ancora oggi impera su Corso Romita, aveva le stesse aule egli stessi banchi che avvevano accolto i Balilla e forse, prima di loro, i Franzi e i Garrone del tortonese. Il mio sussidiario e il mio piano di studi erano pressocchè identici a quelli del Ventennio, spogliati di tutti gli aspetti apologetici. Anche noi avevamo il fiocco e il grembiule nero (bianco per le bambine), anche noi ci alzavamo in piedi all’ingresso in aula del maestro, anche noi dicevamo le orazioni e marciavamo in cortile. Anche noi finivamo in ginocchio sui fagioli o dietro la lavagna, e quello che fu il mio maestro dalla terza elementare allungava volentieri sberle e calci nel sedere, incentivato da tutti i genitori che gli dicevano: non lèsini, signor Maestro! In prima elementare invece la mia maestra era stata brava e amorevole, e forse in quell’amorevolezza c’è il motivo di un mio qualunuque interesse per un qualunque studio. Lei seppe farmi apparire la scuola come un luogo piacevole, e nonostante le molte 13


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smentite avute nel corso della vita, quel primo ricordo ha forse salvato in parte la mia carriera di studente, in modo da consentirmi almeno di finire gli studi. Dunque tutto cominciò in quel bel palazzone di corso Romita, il quale si sviluppa su una facciata molto lunga e simmetrica, dotata di tre entrate: una al centro e due alle estremità. A quei tempi i maschi entravano a sinistra e le femmine a destra. L’entrata centrale era per i maestri, i genitori e i visitatori. Aveva finestre enormi, corridoi giganteschi, un giardino vastissimo, una sala-proiezioni e altri locali di dimensioni che mi apparivano colossali. La facciata aveva davanti un ampio marciapiede con due lunghe aiuole simmetriche, dentro le quali c’erano due busti: a sinistra, dalla parte dei maschi, c’era un incupito Carlo Giacomini. Sul sostegno c’era un altorilievo della Morte. Dalla parte delle femmine c’era invece un sorridente Tito Carbone; l’altorilievo sul sostegno rappresentava una graziosa fanciulla tutta nuda. Tra noi bambini si commentava questa differenza, interpretandola come una promessa di clemenza verso le bambine e una minaccia a noialtri.

Strade percorse ogni giorno

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Dentro di me forse proprio davanti a quei busti bronzei cominciava a prendere piede quella specie di corrispondenza di femmina=vita e maschio=morte che ha marcato, pur con molte eccezioni, gran parte della mia vita. Di quei primi anni da scolaro ho i ricordi del primo giorno di scuola, in cui fui messo in castigo dietro la lavagna, della mattina dell’eclissi di sole in cui uscimmo tutti dalla scuola e poi di tante lunghe mattinate, delle dita inzuppate di inchiostro del calamaio, dei pennini, dei nettapenne, delle matite e dei temperalapis; degli astucci di cuoio con gli elastici per tenere la cancelleria e la “cartucciera” da sei, dodici o ventiquattro pastelli colorati; delle cartelle di cuoio che odoravano di merenda e di matita. Le banane diventavano tumefatte; i primi Buondì, apparsi sul mercato proprio in quegli anni, si schiacciavano come focacce. Un privilegiato che si chiamava Zucchetti aveva sempre il Ciocorì Motta, la merenda più ambita. Quando facevo seconda elementare, un giorno arrivarono a casa mia due miei compagni e mi dissero che il nostro compagno Pietro Varca era morto in un incidente. Me lo dissero disperati, ovviamente, e io ascoltavo altrettanto disperato. Eppure ricordo che sia a loro che parlavano, sia a me che ascoltavo, si dipingeva sulla parte bassa della faccia una specie di sorriso trattenuto. Forse era un cammuffamento del pianto, forse era una specie di orgogliosa presa di coscienza che anche noi bambini potevamo benissimo morire. Questo forse ci faceva sentire più importanti. Non so bene quale percezione avessi io della morte a quell’età, ma il ricordo di Pietro Varca, di cui ho perfettamente presente lo sguardo e la figura, non mi ha più abbandonato. In seconda avevamo un maestro molto bravo che si chiamava Mogni ed era il marito della nostra maestra di prima elementare. Anche se ci faceva inginocchiare sui fagioli e ci sculacciava “ritualmente” era amatissimo. Ricordo cha al mattino, davanti alla scuola, gli correvamo incontro vedendolo arrivare. Un giorno ebbe un infarto in classe. Si salvò, ma non tornò più a scuola, lasciando in sospeso dettati, spiegazioni, quaderni. La seconda C fu così dispersa in altre quattro classi. Io finii nella B, sotto le grinfie del temutissimo 15


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Piazza Roma sembrava più grande anche perché era più sgombra

maestro Luquet, noto perchè prendeva i ragazzi a calci in culo e perchè era severissimo. Io presi uno scapaccione il primo giorno in cui entrai in classe. Mi fu chiesto qual’era il nostro capoluogo di provincia. Siccome non sapevo rispondere, Luquet mi prese per un orecchio e mi trascinò davanti alla cartina del Piemonte, facendomi sfregare il muso sulla superficie. Poi mi domandò nuovamente: “Allora, qual’è il nostro capoluogo?” Io fissavo la carta nel punto dove il maestro mi aveva spinto la faccia e dissi: “Casale Monferrato”, così mi arrivò un sonoro scapaccione che fece ridere tutti. Dopodichè mi fu intimato: “Domani sarai interrogato su tutte le provincie del Piemonte”. Il suo metodo didattico era efficacissimo: il giorno dopo cantai la lezione, pur dopo aver infinitamente penato nel pomeriggio antecedente. Nel passaggio dalla prima alla seconda elementare ci trasferimmo da corso Montebelllo alla Cantina Sociale, di cui mio padre assumeva in quegli anni il ruolo di direttore, succedendo a mio nonno che andava in pensione. Dunque il nonno Romolo e la nonna Tina si trasferivano in quella che allora chiamavamo 16


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“villa Remotti” per via della targa che c’era sul cancello. Era una bella villa degli anni ‘30, circondata da poco meno di un ettaro di terra coltivata a vigneto e alberi da frutto. Nella parte a est del sedime c’erano diversi abeti e anche una palma, una delle tipiche presenze esotiche amatissime nei giardini del primo novecento. A sud e a est della casa c’era ancora campagna. A sud, dove ora c’è la villa di un notaio, c’era un cascinale dove vedevo sempre lavorare Angiola, un vecchio contadino che divenne subito anche il collaboratore dei miei nonni nel mandare avanti quell’appezzamento di terra. Per gli aiuti domestici si avvalevano di Sandrina, una graziosa signora dall’età indefinibile, con i capelli grigi accuratamente divisi a metà e raccolti in due trecce, le quali poi venivano avvoltolate e fissate alla testa con delle forcine. Io la vedevo anziana, ma forse era giovane, perchè aveva un viso liscio e bello, con le guance rose. Ricordo che indossava sempre una veste azzurra col grembiule e che aveva sempre un buon profumo di pulito. Mio nonno era un enologo esperto, e così, con l’aiuto di Angiola fece andare avanti quel piccolo vigneto. Vendemiammo, e poi io e Sandrina salimmo sulla bigoncia (ra navàsa, a Tortona) e cominciammo quel rito millennario al quale io, almeno una volta nella vita, ho preso parte integramente. Ho cioè visto i germogli, colto l’uva, l’ho pigiata ed ho atteso il tempo necessario per bere il vino. Non finirò mai di glorificare mio nonno Romolo per avermi consentito questa esperienza, che oggi è un ricordo quasi mitico, ma allora era soprattutto il fastidio delle vespe e l’odore del mosto che si appiccicava alle nostre gambe. Quell’odore di mosto avrebbe segnato i miei autunni inderogabilmente per dodici anni, ovvero per il tempo in cui io abitai alla Cantina Sociale. Visti nella prospettiva di una vita docici anni non sono un granché, ma per il peso che essi ebbero e per la memoria che occupano, devo ammettere che mi sembrano quasi la metà di quanto ho vissuto. Dunque, traslocammo in quella incredibile dimora nell’estate del 1960, cosicchè io coninciai la seconda elementare andando a scuola a piedi e traversando tutte le mattine la passerella che 17


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La miscela del motorino rigorosamente da Chiodi

sormontava la ferrovia e che separava il mio quartiere da Tortona. In realtà per raggiungere piazza del Duomo dalla Cantina Sociale occorreva meno di un quarto d’ora, ma quella passerella faceva della nostra zona una periferia. La Cantina Sociale occupava uno spazio di poco inferiore ai due ettari nella zona ovest della città, verso le sponde dello Scrivia. E’ veramente difficile descrivere la moltitudine di spazi, di terreni, di utilizzi di quel territorio: c’era il giardino, che era un giardino all’italiana antistante gli uffici. Questi uffici erano al piano terra di un fabbricato di due piani. In quello stesso fabbricato, al primo piano c’era la mia casa, e al secondo piano c’era ciò che noi chiamavamo “il solaio”, ma che in realtà era un altro appartamento, nel quale due stanze e un bagno erano in buono stato, mentre altre tre stanze erano sottotetto, con le tegole a vista dall’interno. Una di queste tre stanze fungeva da vero solaio, con vecchi mobili e bauli; l’altra, che aveva un finestrino sempre aperto, serviva per far appassire l’uva e per stivare frutta o verdura. La terza mi fu assegnata, a condizione che la tenessi in ordine. Ma il bello era fuori. Oltre il giardino c’era un grande orto, un grande pollaio con 18


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tanto di casetta in muratura per i polli , c’erano gli spazi per i cani, che furono tra i miei migliori compagni di gioco, c’era un campo di mèliga per le galline, c’erano diversi alberi da frutto, c’erano pergolati di uva americana, viali e sentieri tra l’orto e il pollaio, tra il pollaio e la meliga, tra i pergolati e il confine e un po’ dappertutto, che raggiungevano un sacco di spazi come rimesse, piccoli fabbricati e tettoie. E in più, al centro, c’era un enorme piazzale e lo stabilimento: ben tre capannoni collegati da due portici; ogni fabbricato aveva un piano sotterraneo, un piano terra e un piano superiore. I capannoni erano collegati tra loro in un dedalo di corridoi, passerelle e cunicoli tra le vasche piene di vino e i magazzini di pompe, compressori, torchi, pigiatrici, decantatori e decine di altri marchingegni. A questo bisogna aggiungere che la mia casa, gli uffici, lo stabilimento erano tutti collegati tra loro da scale interne, terrazzi di passaggio o corridoi, ed inoltre ogni fabbricato ed ogni capannone aveva delle aperture sull’esterno. Per rendere comprensibile quanto sto dicendo, riferisco che un giorno calcolai in quanti modi potevo uscire sulla strada dalla mia camera senza percorrere la stessa strada, e ne calcolai più di venti. Il periplo interno dello stabilimento poteva essere percorso in automobile passando nel grande piazzale d’entrata, che aveva tre cancelli giganteschi su via Muraglie rosse, di cui uno era vigilato da un casotto con la pesa per i trattori e i camion che durante la vendemmia portavano l’uva e durante l’anno portavano via il vino. C’erano anche due cancelli su via Bertarino, che erano sempre chiusi. Questo spazio a me da bambino appariva gigantesco e misterioso. Per scoprirne i segreti, angolo per angolo, ebbi la fortuna di incontrare la migliore guida del mondo. Dentro quell’enorme spazio, oltre ai lavori legati alla produzione e alla vendita del vino, c’erano moltissime altre cose da fare: c’e il giardino da mandare avanti, c’erano i cancelli da aprire la mattina e da chiudere la sera, c’erano gli uffici e le scale da lavare, c’era la caldaia da controllare e il pannello con i contatori da spegnere e accendere a seconda delle necessità. C’erano le saracinesche dei capannoni, le decine e decine di chiavi degli uffici, dei reparti, dei cancelli. E non è 19


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Il profumo del formaggio mentre mia madre faceva la spesa al mercato

tutto: c’erano continuamente da fare piccoli rappezzi in cemento, attrezzi da riparare, cani e polli da alimentare. Ma il lavoro più impegnativo era agricolo: c’era da vangare, da zappare, da seminare, da concimare, da proteggere dal gelo e dai parassiti, c’era da potare, da svasare e piantare, c’era da raccogliere e mondare. E tutto questo riguardava un orto,un piccolo frutteto e il granturco, oltre a diverse pergole. Avevamo cicoria, lattuga, rapanelli, patate, pomodori, cipolle, meloni, aglio, peperoni, meloni, prezzemolo, sedano, finocchio, salvia. In quanto alla frutta potevamo contare su ciliegie, pesche, albicocche, prugne bianche e nere,noci, mandorle, fichi e uva. C’era anche il posto delle fragole... Per tutte queste ed altre mansioni c’era Martino. Questo uomo mite, dalla pazienza inesauribile e dal sorriso facile, trevisano di nascita, con i capelli rossi e la scatoletta di tabacco perennemente in tasca, era cio che si potrebbe definire “il cantiniere”. Abitava con sua moglie Cesira al piano terra, a fianco degli uffici. Avevano una figlia, Isabella, che dopo poco tempo si sposò. Avevano perso in precedenza un’altra figlia, di cui ricordo il ritratto con il lumino sempre acceso vicino alla televisione. La loro casa aveva una 20


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porta sull’esterno, che si apriva sul piazzale e quindi serviva un po’ anche da portineria; dalla cucina di Martino e Cesira si vedeva bene il cancello principale. Attraverso un corridoio la casa era però anche comunicante con gli uffici e con il primo capannone. In quegli anni che precedettero il boom, se escludiamio la caotica vendemmia, l’anno scorreva con ritmi regolari, ancora scanditi dalla stagionalità dei lavori. Martino, che era sempre stato un contadino, viveva nel completo rispetto dei ritmi naturali. Quando finivo i compiti non vedevo l’ora di correre giù da basso per attaccarmi alle costole del pover’uomo, che seguivo come un cane passo dopo passo nei suoi lavori. Lo tempestavo di domande e lui puntualmente mi rispondeva con la sua voce lenta, come i suoi movimenti, con la sua simpaticissima cadenza veneta che non lasciava mai una mia domanda senza risposta. Ricordo che spesso quando faceva una cosa la faceva poi rifare a me. Aveva una pazienza infinita e non diceva mai “hai sbagliato”. Diceva: “fallo un’altra volta” e quando capiva che avevo capito, diceva “Ecco!” A volte, quando per esempio si dovevano mettere a dimora delle piantine, lui arrivava già con due punteruoli. Stavo con lui nell’orto, e lui mi insegnava dove si poteva e non si poteva camminare, mi faceva vedere i parassiti e mi mostrava dove metteva i sacchettini con le semenze. Mi metteva in mano il forbicione e mi diceva dove potare, mi spiegava di non togliere le uova da sotto la gallina mentre stava covando. Le sue mani erano veramente di quelle da autentico contadino, nelle quali il fil di ferro si piegava come paglia e nessun ramo lasciava ferite, nessun’ortica faceva prudere. Ricordo che la domenica le sue mani erano rosse per il gran lavare via quella coriacea traccia del lavoro. Quest’uomo indimenticabile ha probabilmente provocato la mia acritica simpatia per coloro che hanno i capelli rossi. Durante il periodo della vendemmia la Cantina diventava un crocevia di traffico di trattori, carri trainati a buoi, camion, gente che correva di quà e di là, frastuono di pigiatrici e cancelli aperti fino alle due di notte. Mio padre era in una situazione di intrattabilità che andava alle stelle. A volte non rientrava neppure a dormire; lo vedevo uscire con la giardinetta verso mezzanotte, 21


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diretto ad una delle due succursali (una era a Villaromagnano e l’altra a Monleale, vicino a Volpedo) oppure ad uno dei due centri di raccolta (uno a Carezzano e uno a Montegioco) e poi magari lo vedevo rientrare alle nove di mattina, dopo una notte in cui un impianto era andato in blocco, una bigoncia si era rovesciata oppure il camion che doveva ritirare le vinacce era bloccato a Piacenza. Per me, speciialmente negli anni successivi, la vendemmia serebbe stata un’euforizzante periodo di giochi. Nonostante i divieti di mio padre, mi piazzavo sulla strada dove c’erano anche molti altri ragazzi, giunti lì per l’occasione. Il gioco era salire al volo sui carri e farsi trasportare per le strade per poi saltare giù al volo dopo avere magari rubato un bel grappolo dalle bigionce. Si faceva prarica sui carri a buoi per poi passare su quelli a trattore. Molti trattori andavano piano ma quando verso la metà dei ‘60 la Fiat tirò fuori il 215 della serie Diamante, una sera mi trovai sul rettilineo Dellepiane con il trattore che andava molto veloce, temetti che mi portasse troppo lontano, così saltai giù prendendo una terribile craniata sull’asfalto. Ricordo che la mia prima preoccupazione fu quella di verificare che nessuno mi avesse visto. Cadere da un trattore era da coglione, e se qualche altro ragazzino mi avesse visto sarebbe stato un disonore gravisTornando da Alessandria, verso sinistra, a casa; verso destra, in città.

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simo, soprattutto per me che ero di casa. Durante la vendemmia perfino Martino era irreperibile. A volte lo vedevo mangiare un panino mentre lavorava, nonostante la sua cucina fosse a trenta metri. Cesira gli portava il panino di corsa, e lui andava avanti a lavorare, incessabilmente, con la sua efficace lentezza, come un rassicurante motore diesel, incapace di spunti e riprese fulminanti, ma puntuale al traguardo, raggiunto senza soste ai box. Alla sera lo vedevo raccogliere il letame del bestiame che tirava i carri, per poi usarlo come concime per il nostro orto. Dopo pochi anni non ci sarebbe più stato un solo carro tirato a buoi, e il concime per l’orto si sarebbe trasformato in sacchi di carta pieni di palline bianche. In quegli anni nessuno si lamentava perché in un certo momento dell’anno dall’orto proveniva odore di letame. Era normale, e non c’era niente di scandaloso. La Cantina, per me bambino era anche tutte le persone che ci gravitavano intorno, a cominciare dagli operai e dagli impiegati. Gli operai, con cui spartivo a volte la pausa dopo pranzo nel locale adibito a mensa, erano tutti brave persone: c’era Angelo, che faceva ridere; Antonio, che andava a sfogarsi da mia madre dei suoi guai sentimentali, Renato, che guidava il motocarro per le consegne e qualche volta mi portava con lui, c’era Luigi, un anziano e provetto falegname di religione protestante, educatissimo e riservato, che mangiava da solo e pregava. Ricordo di essere stato appresso molte ore anche a quest’uomo, che lavorava il legno in maniera magistrale, perché in precedenza aveva lavorato in una fabbrica di giocattoli e orologi a cucù nel Trentino. Gli impiegati erano il burbero Guerra, capace di scherzare ma anche di incazzarsi da un momento all’altro (sempre comunque durante la vendemmia); c’era Franco Modenese che collezionava tutti i numeri de La Stampa dal dopoguerra; e c’era la contabile, la signora Camilla Deagatone, che durante le medie mi aiutò diverse volte con la matematica. Tutto quanto sto raccontando sembra rivolgersi al passato; in effetti mi rendo conto che le mie narrazioni del periodo infantile tendono a mettere in mostra quanto ancora permanesse di antico 23


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e di pre-industriale in quell’epoca. Tuttavia, con l’arrivo degli anni Sessanta, perfino io che ero piccolo, mi resi conto che qualcosa stava cambiando. Ignoravo di sicuro che l’Italia in quel momento stava ancora godendo dei consistenti aiuti da parte del Piano Marshall, una montagna di miliardi di dollari che erano piovuti dall’America, in cambio di una pacifica e gioiosa sudditanza economica, commerciale, militare e culturale che segnò il nostro futuro. Di questo avvento di modernità e consumismo io colsi la prima avvisaglia con l’apertura del primo supermercato. Era un VeGè che aprì i battenti in piazza delle Erbe, proprio nel palazzo dove io avevo abitato pochi anni prima. Fu un fatto straordinario: fino al giorno prima a Tortona c’erano solo botteghe. Eppure, forse senza rendermene conto, ero già preparato al boom da qualche anno di televisione. Credo che nessun altro strumento ebbe un ruolo così rilevante nel mutamento della società. I “programmi” insegnavano come vivere; “Carosello” insegnava cosa comprare. Non spendo parole su Carosello, su cui i contemporanei hanno già scritto bancali di pagine, connotandolo non solo come primordiale e mitica proposizione pubblicitaria, ma anche come arcaico propulsore dell’immaginario collettivo nonchè inesorabile strumento per sancire il momento esatto in cui i bambini dovevano andare a letto. Comunque, con Carosello arrivarono nelle case lavatrici, frigoriferi, frullatori e le cosiddette “cucine americane”. Si rivoluzionavano le nostre vecchie cucine, relegando in cantina le mitiche stufe economiche, che in realtà erano strumenti completi, capaci di soddisfare contemporaneamente diverse bisogne: riscaldamento, cottura, acqua calda, asciugatura dei panni. Ma aumentava il tenore di vita delle famiglie italiane e ciò che era economico doveva lasciare il passo a ciò che era dispendioso. Tra il 1959 ed il 1962, i tassi di incremento del reddito superavano il 6%. Grazie alle manovre di Enrico Mattei c’era molta più energia a disposizione. Tra i motivi di questa ricchezza c’era anche lo sviluppo della siderurgia legata agli armamenti: infatti dal 13 agosto del 1961 pensarono bene di tirare su il Muro di Berlino, che significò anche l’incredibile consolidamento di due enormi 24


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Bambini, non attraversate la Circonvallazione! Al di là c’era lo Scrivia e un mondo inesplorato

potenze militari che sembravano spaccare in due il mondo: da una parte la Coca Cola, il rock’n roll e il progresso. Dall’altra, non si poteva neanche contrapporre qualcos’altro. C’era solo un muro di cemento oltre il quale c’era un nulla che alimentava tutte le ipotesi, dalle più idilliache alle più tragiche. Da noi, invece, le ipotesi erano solo idilliache. Passò il concetto che più si consumava più si creava lavoro e quindi più benessere. Ormai appare chiaro a tutti che nello stesso istante in cui abbiamo cominciato a star bene abbiamo anche cominciato a suicidarci, ma allora nessuno, tranne Pasolini e pochi altri l’avevano capito. La gente era galvanizzata dai dati: il settore industriale nel triennio 1957-1960 registrò un incremento medio della produzione del 31,4%. Fu strepitoso l’aumento produttivo nei settori in cui prevalevano i grandi gruppi: autovetture, meccanica e fibre tessili artificiali quasi raddoppiavano il fatturato di anno in anno. Logicamente di tutte queste cose io coglievo solo alcuni effetti, tra i quali c’era indubbiamente l’aumento delle automobili. Mi ricordo che gli operai della Graziano, la fabbrica attigua alla Cantina Sociale, nel giro di un anno o due divennero tutti automobilisti. 25


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Le auto riempivano il piazzale, e dove l’anno prima c’era una rastrelliera per biciclette c’erano automobili. Soprattutto fiat 500 e 600. Cominciò così , per me, il boom economico, quel processo che cambiò l’Italia da paese sottosviluppato dall’economia eminentemente agricola ad una delle nazioni più sviluppate dell’intero pianeta. Anche a Tortona arrivò gente dal sud Italia. Nel quadriennio 1960-1963, il flusso migratorio dal Sud al Nord raggiunse il totale di 800.000 persone all’anno. Il fenomeno da noi era soltanto una pallida e lontanissima eco di quanto stava accadendo nella grande Torino, eppure anche nella nostra piccola comunità ricordo i periodi di difficile integrazione, i contrasti e il disprezzo verso i taròu. In tortonese, quando uno si sente fiacco e pigro, stanco e indolente si dice che ha ra napula. Quel clima era quello di gente che finalmente si concedeva anche i piaceri della vita. E grazie alla società dei consumi si scopriva che questi piaceri erano tantissimi: cibo, strumenti, auto, vestiti, vacanze e tanti prodotti di consumo, che erano anche tante immagini: il bagnoschiuma Vidal col cavallo bianco, il dentifricio Chlorodont con Virna Lisi, il Detersivo Ava con Calimero e infiniti altri nomi e facce: Durban’s, Pasta del Capitano, Caffettiera Bialetti, Doppio Brodo Star. In quell’Italia che ho ritrovato perfettamente raccontata in tanti film nostrani, tra cui primeggiano La dolce vita del 1960 e Il sorpasso del 1962, in quell’Italia dove la bakelite lasciava il passo al Moplen e la seta al Nylon, si preparava a venire al mondo mia sorella. Verso la fine di luglio, mentre eravamo in vacanza a Esino, sentii mia madre parlare con mia nonna. Qualcuna disse: “ci siamo”. Mio padre salì da Tortona e prelevò mia madre, lasciandomi a Esino con la nonna Bice, gli zii Liliana e Nini, e mio cugino Pietro. Non ero minimamente preoccupato nei giorni in cui verso sera mia nonna e mia zia salivano con me “al telefono” (cioè l’unico negozio di Esino che fungeva anche da telefono pubblico, con tanto di cabina incorporata) e chiamavano Tortona per sapere se c’erano novità. 26


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Il due agosto la novità arrivò (non ricordo i particolari), e fui molto contento di sentire che si trattava di una bambina, proprio come speravo. Finalmente io avevo qualcosa in più di mio cugino. Lui aveva più anni, più privilegi, e quando si giocava lui sceglieva i giocattoli e io prendevo gli scarti. Ma adesso toccava a lui, mangiare polvere: io avevo una sorella e lui no, e secondo le mie valutazioni questo equivaleva a un goal a venti secondi dalla fine della partita. Avevo vinto, e la partita era chiusa. Alcuni giorni dopo fui portato a Tortona e condotto in ospedale a vedere quella neonata che avevano chiamato Gloria, contrariamente alle mie volontà. Io avrei voluto che la chiamassero Erminia (come la bisnonna), in modo da poterla chiamare Minnie. Ricordo perfettamente, come fosse oggi, il momento in cui mi chinai sulla culla e presi a scrutare la bambina addormentata, centimetro per centimetro. Le ero vicinissino, e la guardavo con grande attenzione e probabilmente da una distanza molto ravvicinata, perche qualcuno mi disse di non starle troppo addosso per non toglierle l’aria. Nell’insieme la giudicai bella, ma ero un po’ preoccupato per dei piccoli puntini bianchi che aveva sul naso. Fui rassicurato quando mi dissero che tuttti i neonati li hanno, e che spariscono subito. Per il resto aveva tutto in ordine: controllai le mani e mi resi conto che erano perfette. Ricordo le unghie, tutte al loro posto ma di dimensioni così ridotte che mi colpirono. Non avevo mai pensato che potessero esistere unghie così piccole. Venni a sapere solo dopo molto tempo che mia sorella era stata salvata in extremis. Dopo il parto, che era andato benissimo, la bambina era stata dimenticata su un bancone, e un il nostro dottore, giunto appena in tempo in ospedale, l’aveva trovata cianotica, e ‘aveva rianimata “tirandola fuori per un pelo”. Quella era un’epoca dove i bambini prendevano punti se avevano certe caratteristiche: correre più forte, sapersi arrampicare, fare il chierichetto, il boy scout o la guardia d’onore scolastica; anche appartenere a un coro o fare un servizio scolastico. Avere un fratello o una sorella era considerato una nota di merito (anche se ricordo che i figli unici rivendicavano sempre di essere nella condizione migliore). Per i primi anni mia sorella fu per me pre27


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valentemente un giocattolo. Ricordo di averla lanciata, usata per abbattere cumuli di giocattoli, proiettata in alto verso irraggiungibili scaffali per poi rovinare al suolo insieme a lei, magari facendomi anche un po’ male nel tentativo di proteggerla dalla caduta. Una volta le sparai un’elasticata in un occhio, e quando qualche anno dopo si scoprì che la bambina era ambliopica, io pensai che fosse colpa di quell’elasticata. Volli che mia madre lo spiegasse a un oculista del Gaslini, e il sapere che “non c’erano lesioni” mi tranquillizzò un po’, ma per anni ho continuato a pensare (e forse ancora oggi un po’ lo penso) che senza quell’elasticata mia sorella non avrebbe avuto problemi. Pagai un po’ del mio debito quando lei mi ruppe un dente tirandomi una cassafortina di metallo. Tutto ciò avveniva con grande simpatia reciproca, e il male che ci facevamo era quasi sempre causa di giochi e non di litigi. Nella memoria, l’arrivo di mia sorella coincide con l’arrivo del boom economico e di un’Italia decisamente più moderna e che allora mi entusiasmava e mi sembrava migllore. Tutto ciò che oggi ammiro di quel passato, allora mi sembrava vecchio e da sostituire. Come tutti i miei contemporanei sono correo della modernità, soprattutto per averla sottoscritta ideologicamente. Dunque credo di aver fatto parte anch’io di quel febbrile entusiasmo che ci deve aver pervasi nel periodo più felice e spensierato della nostra nazione. Vorrei però chiudere il racconto di quegli anni con due eventi particolari, forse non cronologicamente collocati, che però hanno illuminato qualche cosa nella mia anima in costruzione. Il primo riguarda un sogno memorabile, un sogno di natura alquanto diversa dai sogni abituali. Certamente questo sogno si deve essere in qualche modo correlare con la mia grande passione per gli uccelli rapaci. Fin da piccolissimo infatti sono stato incredibilmente attratto dal volo dei falchi e delle poiane, ma anche dei corvidi. Da bambino diventavo pazzo seguendo due cornacchie che si erano stabilite vicino a casa mia. Le vedevo come creature superiori, mi incutevano rispetto e curiosità. Sudiavo nidi di gazze e di ghiandaie azzurre. Ho imparato presto a riconoscere un gheppio, e a distinguerlo da un pecchiaiolo o da un lodolaio. Tra Esino e Tortona, mi indu28


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striavo a scorgere falchi pellegrini, poiane, albanelle reali. Il mio colpo d’occhio nelll’individuare rapaci nel panorama mi sorprenderà molte volte nella vita. Ricordo che una volta un amico di mio padre si presentò a casa nostra con un gheppio in uno scatolone. Anche in quel caso ricordo il mio enorme conflitto: il dolore per la bestia rinchiusa e nello stesso tempo il desiderio irrefrenabile di tenerla con me, di averla come amica. Non mi fu concesso nè di liberlarlo né di tenerlo. Il gheppio se ne andò nello scatolone. Ricordo il mio batticuore quando aprirono un po’ lo scatolone e vidi dentro il gheppio minaccioso che strideva. Sfogliavo avidamente ogni pubblicazione sull’ornitologia, dove correvo immediatamente a cercare i rapaci, perdendomi nelle foto delle timoniere di un astore o nelle remiganti di uno sparviero. Una notte feci questo sogno terrificante e allo stesso tempo protettivo: sognai che sopra la mia casa passava un enorme avvoltoio, come un condor o un gipeto, ma le cui dimensioni potevano essere quelle di un campo da footballl. Il sogno fu solo questo, senza eventi o epiloghi; solo questa presenza immane, il cui ricordo ancora mi pervade. Come fatto senza contingenze, senza dettagli, come presenza, quel grande gipeto volerà sulla mia testa per sempre. A questo fatto, voglio aggiungerne un’altro, altrettanto significativo. Anche su questo evento non so dire molto, se non che poi quell’esperienza l’ho trattata e esposta in un breve pamphlet che ho intitolato “Piccolo viaggio nella Luce” e che ho cercato molte volte di riportarla sulla tela, con modesti o mediocri risultati. Una sera di un’estate non meglio identificata degli anni ‘60, poco prima del tramonto, mi trovavo in una millecento che viaggiava su una strada sterrata della campagna circostante Tortona, sugli argini del torrente Scrivia. L’automobile ad un tratto si fermò ed una mano molto più grande della mia aprì la portiera e mi fece scendere. Quando la portiera si richiuse io feci alcuni passi in una dimensione sconosciuta. Non posso aggiungere molto. Quello che accadde quella sera d’estate è un prodigio e, come tutti i prodigi, è protetto da uno stato confusionale che pervade sempre le persone che vi assistono. Posso dire in un certo senso 29


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che “scoprii la luce”. La stessa luce che poi ritrovato e amato nei quadri di Pelizza, di Barabino e di Morbelli, di Longoni e di Nomellini. La stessa quiete dinamica, lo stesso materialismo metafisico e spirituale, come se non vi fosse più separazione tra materia e sostanza. Intorno a me tutto era silenzio. Non c’erano ormai più ombre, tutto era colore, e tutto il colore era luce. Se dovessi usare un aggettivo, direi che tutto era sacro. Un pulviscolo luminoso più o meno denso, più o meno scuro, ma tutto vivente e dinamico era intorno a me. E’ difficile da spiegare... mi sentivo niente, e nello stesso tempo il mio essere niente era eroico.Non guardavo la luce, ero nella luce. Ma torniamo alla concreta realtà tortonese: a grandi linee, la città è spaccata in due dalla via Emilia. Un grande edificio simmetrico, ultimato nei primi anni sessanta, ospitava le due scuole medie pubbliche della città. Da una parte il (a Tortona per questa scuola si usava il maschile, non so perchè) Luca Valenziano, le medie “buone” dove studiavano i figli delle famiglie migliori, dei tortonesi più abbienti. Dall’altra, la Alessandro Manzoni, dove erano relegati figli di operai, ragazzi del Campo o provenienti dalle campagne. La cosa buffa è che queste scuole erano separate ad ogni piano da una semplice parete di cristallo, cosicchè, durante gli intervalli, gli allievi di una scuola potevano osservare quelli dell’altra come se fossero pesci in un acquario. Ci si poteva parlare a gesti, anche minacciare, ma non c’era una vera interazione. Se poi si aggiunge che quelli del Valenziano non degnavano d’uno sguardo quelli della Manzoni, e passeggiavano educatamente per i corridoi chiacchierando o mangiando una merendina, e che, d’altro canto quelli della Manzoni erano più che altro impegnati a spintonarsi, a giocare a pallone con palle di carta, a usare le cannucce delle biro come cerbottane per lanciare minuscoli proiettili umidi di carta masticata e balisticamente lavorata in bocca, si capisce perche tra le due scuole quel cristallo fosse un abisso. Se aveste potuto vedere la diversità dei due assembramenti di allievi davanti ai rispettivi portoni prima dell’entrata mattutina, alla vostra 30


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Lo Scolastico non può che dare un’idea di maestosità specialmente se hai sei anni

sinistra avreste visto un’abbondare di giovinetti in loden, in cappotti di tweed, di sciarpe e berrettini scozzesi. Alla vostra destra avreste visto un variegato gruppo di pantaloni corti e calzini bassi anche d’inverno, di giaccotti e pastrani di lana o di fustagno, un insieme di cappelli col paraorecchie, purilli delle squadre di calcio, cappucci fatti in casa e lobbie da bambino (anche queste col paraorecchie). Molti calzoni erano rattoppati. Il criterio adottato dal Provveditorato era però stato diverso: coloro che abitavano ad ovest della via Emilia avrebbero dovuto andare alla Manzoni, quelli ad est, al Valenziano. Ma fin da allora eravamo in Italia, e una soluzione equa ed imparziale già a quei tempi veniva evidentemente aborrita, perchè si verificò questa specie di segmentazione sociale di cui ho detto. Segmentazione avallata e favorita da telefonate di Prelati, Assessori, e Personalità Influenti di Ogni Ordine e Grado. Quando mia madre andò a iscrivermi, non volle sentire ragioni: abitavamo ad ovest, e quindi mi iscrisse alla Manzoni. Penso che fu la più grande fortuna che mi potesse capitare, e penso 31


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anche che lì, proprio in quelle aule e in quei corridoi, la mia vita prese una prima, sostanziale svolta. Invano conoscenti ed ex professori avevano insidiato mia madre: “conosco il preside! Posso mettere una buona parola!” “... faccia prendere al ragazzo la residenza nella casa dei nonni!” e qualcuno, addirittura: “basta allungare una busta al segretario!”. I miei furono implacabili, come sempre, di fronte alla legge. Fui iscritto nella sezione F della Manzoni, i desperados. Può darsi che delle due scuole io abbia fornito una descrizione un po’ estremizzata, ma questa era la percezione che noi, ragazzi della Manzoni, avevamo di noi stessi: noi eravamo il Mucchio Selvaggio, quelli di là erano dei fighetti. Fu così che i miei giochi durante il periodo delle medie furono la bicicletta e il pallone, le fionde e le cerbottane piuttosto che Monòpoli, il Lego o il Meccano. Tengo a precisare che fin dalle elementari, e con maggior frequenza nelle medie, io ho ricevuto solenni punizioni e copiose botte. Alle medie prendevo botte con una frequenza più o meno quindicinale; talvolta erano meritate, spesso no. Quando mio padre menava era furibondo, quindi menava senza esclusione di colpi. Le sberle e i calci in culo non erano simbolici. Di solito il tutto si svolgeva in un clima tragico, con mia madre e mia nonna che piangevano, con strascichi di punizioni e silenzi che duravano settimane. Ricordo che, a causa delle botte prese, per molti anni sono stato un accanito oppositore dei metodi educativi violenti. Tuttavia, oggi, vedendo in molti bambini il risultato di educazioni permissive, penso che forse sberle e cazzotti siano meno nocivi di madri e padri sempre pronti a spalleggiare i figli quando fanno qualche cosa di sbagliato o quando la scuola li sanziona. Dunque buscavo spesso, ma dovevo anche avere un’educazione sociale. Alla metà degli anni Sessanta, forse nel tentativo di rendermi un po’ più urbano dei ragazzi della Manzoni, fui mandato a una scuola di tennis. Mio zio Tino era un buon tennista e io, vestito completamente di bianco con le Superga e una maglietta Fred Perry (a slim fit cotton pique shirt with Laurel Wreath embroidery), fui portato al corso. Il campo da tennis e la relativa scuola 32


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erano situati sulle alture di Tortona, in una località che i Tortonesi chiamano genericamente “il Castello”, identificando con questo enunciato una vasta zona verde che circonda la torre del Barbarossa. Io ero assai poco interessato al tennis, ma amavo la compagnia. C’erano soprattutto tante ragazze, ma disgraziatamente io ero il più giovane; avevo solo dodici o tredici anni e venivo letteralmente ignorato. Mi ricordo però dei momenti molto piacevoli in cui anzichè giocare a tennis si andava tutti allo Chalet, che era un dancing all’aperto con la pista da ballo, i dondoli e molti alberi, sempre nella zona del Castello. Lì c’era un juke box (mi ricordo ancora che T-9 corrispondeva al pezzo “E adesso te ne puoi andare” dei Surfs), le ragazze mettevano i pezzi e poi ballavano. Ballava anche qualche ragazzo più grande. Io e altri giovani sfigati stavamo sulle panchine a guardare bevendo gazzosa rossa, una specialità prodotta a Tortona dalla ditta Abbondio. Devo dire che alla scuola di tennis c’erano molti ragazzi benestanti, venivano tutti dal Valenziano, e quindi, anche per questo motivo, io mi sentivo un po’ tagliato fuori ed ero molto più a mio agio quando frequentavo i miei compagni di scuola. Al pomeriggio quindi prendevo la bici e andavo in via San Sisto (oggi si chiama via Morandi), una strada sterrata alla estrema periferia nord di Tortona, che da un lato aveva alcune palazzine popolari, dall’altro c’erano solo rogge e campi. Lì abitavano diversi miei compagni di scuola tra i più monelliGiulio L., Guerrino S. e Tiziano F. Ognuno di noi aveva una fionda, e i nostri giochi erano prevalentemente gare di tiro o di bravura con la bici. Nel cortile di Tiziano c’era anche un bel piazzale di cemento dove si poteva giocare a pallone, almeno finchè qualcuno non ci mandava via in malo modo, cosa che avveniva puntualmente dopo i primi cinque minuti. Le fionde non si compravano, ma si realizzavano andando per boschi a cercarsi un “forchino” adatto e facendolo stagionare un anno per l’altro. Per gli elastici bisognava andare alla bottega Pirelli e prendere quelli da 50 lire al metro, non quelli più grossi perchè erano troppo duri. Si cercava poi un pezzo di cuoio adatto a ospitare il sasso e si legava il tutto con dello spago. C’era chi 33


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La collina del Castello con i ruderi da esplorare

usava un elastico unico, facendo due buchi nel cuoio per farlo scorrere, e c’era chi tagliava l’elastico in due pezzi, stando bene attento alla uguale lungehzza per non svirgolare i tiri con il cuoio centrato male. Certe volte si tirava a passeri e lucertole. Credo di aver sbagliato spesso il bersaglio per evitare sensi di colpa. In realtà avevo una mira abbastanza buona, una volta centrai una lucertola e mi torturai poi a letto per diverse notti per il dispiacere. Un’altra volta fui portato a caccia da mio padre. Io ero entusiasta, ma durante la battuta ferirono un gufo e poi lo misero su un albero, concedendomi il privilegio di finirlo con una fucilata. Mentre puntavo il fucile il gufo mi fissava. Fu di certo il primo momento brutto, direi angosciante e ripugnante, della mia vita. Di colpo i fucili, le catuccere, le cacciatore grigioverdi e gli stivali, cioè quel mondo che mi affascinava tanto nell’armadio di mio padre, mi faceva orrore. Tornando a casa giurai che che non avrei mai più imbracciato un fucile e che non avrei mai più ammazzato nessun animale all’infuori degli insetti e .(per loro il giuramento mi sembrava impossibile, dal momento che il parabrezza della nostra millecento era pieno di moscerini investiti). 34


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Fino ad oggi, se si escludono casi in cui ho agito per necessità o per forza maggiore, ho mantenuto fede al giuramento. Provai anche a convincere i miei compagni di scuola che mirando a delle tegole o a delle bottiglie si poteva dimostrare lo stesso la propria bravura senza far del male a nessuno, senza lasciare magari dei cuccioli di lucertola senza madre. Qualcuno mi prese in giro e mi disse che ero un finocchio, qualcun’altro invece giurò con me. Pensai che se chi voleva bene agli animali era un un finocchio, forse lo ero. E a quei tempi sarebbe stato un boccone durissimo da mandare giù, ma a me rimaneva il dubbio: amavo gli animali ma segretamente amavo anche una ragazzina... ero un finocchio a cui piacevano le ragazzine. Cominciò da lì la mia propensione ambientalista. Una passione che non era assolutamente solare e naturalistica, ma era carica di sentimenti oscuri, di un amore per la vita che desiderava la morte di chi non amava la vita. Immaginavo di avere un fucile di precisione, di appostarmi su qualche altura e poi di sparare ai cacciatori. Tra i ricordi più intensi della mia vita di bambino, c’è quello di quando abbracciavo le bestie uccise a caccia da mio padre (fagiani e pernici, per lo più) e sentivo tra le loro piume l’odore del vento e allora mi prendeva una tristezza infinita, ma dolce come 42 una nostalgia, pensando che quelle bestie non si sarebbero più lanciate nel vento, che immaginavo dovesse essere una gioia. Poi pensavo, no non pensavo, diventavo la bestia nell’attimo in cui era stata sorpresa in volo dai cacciatori: la paura, lo sgomento sbigottito che precede il nero, quando non è un grigio di agonia che ti fa cadere nel sottobosco e restare lì immobile a non poter scappare non poter più scappare quando io per istinto non mi farei avvicinare nemmeno a vista, sentire le voci dei cacciatori in arrivo, i cani ma più di tutto il battito del mio cuore.... Tutto questo allora non era consapevole, era solo un’emozione che si traduceva in odio, paura, tristezza o senso d’impotenza a seconda delle contingenze. Nonostante questa ed altre turbolenze interiori, poco distinte da un certo senso di inferiorità, non ero, comunque, un monello da strada, anche se spesso ho desiderato esserlo. Non perchè 35


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volessi essere un bullo o essere mal giudicato, ma perchè nella strada, nelle comunità di ragazzi lasciati a se stessi ho sempre trovato più verità e più linearità che in tutti gli altri assembramenti umani. E a volte la rabbia che sentivo dentro, nella strada, con gli altri ragazzi, si poteva stemperare oppure anche esprimere tirando una sassata in un vetro. Sta di fatto che mio padre, in quei primi quindici anni, mi aveva praticamente convinto di essere il più imbranato, il più debole, il più handicappato bambino che circolasse per Tortona. Nei suoi raffronti con altri ragazzi io ero sempre perdente. Quando mi accingevo a fare qualcosa, mi faceva notare che la facevo sempre, inequivocabilmente, nel modo sbagliato. Sono certo che con questa strategia volesse scatenare in me degl’impeti di orgoglio, spronandomi all’eccellenza. Disgraziatamente invece io coglievo soltanto l’estrema disistima e la sfiducia che mio padre aveva in me e pensavo di non valere un granchè. Ma quando uscivo a giocare con gli altri scoprivo piano piano, e spesso con sorpresa, che in qualche caso ero il più svelto o il più veloce. Scoprivo, in ogni caso, che non ero molto diverso dagli Ra dona sità guardava il Bar Haiti

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altri ragazzi, anche se il dubbio di essere un po’ meno valido della media mi ha accompagnato per decenni, e ancora oggi, pur dissolto, ha lasciato in me alcune strutture caratteriali rinunciatarie o condiscendenti, che nascondono e allo stesso tempo rivelano una ridotta capacità di operare grandi trasformazioni. Nelle sere d’estate potevo scendere a giocare in strada fino a che faceva buio, e anche un po’ oltre. A cento metri dalla Cantina Sociale alla metà degli anni ‘60 costruirono un caseggiato per i ferrovieri. In breve, una ventina di nuovi bambini e ragazzi vennero a riempire via Muraglie Rosse, che era ancora sterrata e che, chiusi gli stabilimenti, non aveva più transito di veicoli. Si giocava tutti insieme, dai sei ai sedici anni. Partite interminabili a bandiera, a palla avvelenata, a strega impalata, a ce l’hai, a mosca cieca, a nascondino, a guardie e ladri e qualche volta a pampano. Al pomeriggio invece passavo sempre ai giardini di corso Repubblica, dove i miei amici erano stanziali. Ci vedevamo con le bici e giocavamo anche lì a nascondino, che noi chiamavamo “a nascondersi”, ai quattro cantoni, ai difetti (specialmente quando c’erano le ragazzine) ma soprattutto a biglie, chiccando con la regola del bus via, del palmo pieghevole e del palmo girevole. Ognuno di noi aveva la sua fortunella. Tra questi bambini, alcuni sarebbero diventati i miei amici degli anni del liceo: il mio compagno di scuola Ettore Zanichelli, Fulvio Gilardenghi, Carlo Scaccheri. C’era anche Oscar Salvadeo, che era più piccolo ma correva più veloce di tutti, sapeva far tremare i bulbi oculari, si arrampicava su qualunque albero e soprattutto mangiava le caldarroste con la buccia. Le ragazzine arrivavano ai giardini con le bici Graziella, con le ruote piccole, che all’epoca erano una assoluta novità. C’erano le due amiche inseparabili Grazia Croce e Teresa Contini, Laura Bergaglio e Donatella Panigo. Nei pomeriggi d’estate passavamo ore ai giardini, a volte senza giocare, semplicemente chiacchierando sulle panchine. Ricordo che a tredici anni Ettore si fidanzò con qualche ragazza e si vantava di baciarla con la lingua. C’erano diversi approcci, con le ragazze, le quali però rintuzzavano ogni attacco. A pochi passi dai giardini c’era una caserma dismessa della Guardia di Finanza. 37


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Fu logico cercare un accesso segreto. Scoprimmo sul retro una finestra semi. aperta al piano terra. La finestra divenne il nostro accesso e la caserma divenne il nostro quartier generale, al quale però bisognava accedere senza farsi notare, uno alla volta, per non destare sospetti. Un giorno qualcosa prese fuoco e grazie ad un rapido intervento di alcune persone si scongiurò l’incendio. Il fatto però fece sì che la caserma venisse murata. Vicinissima ai giardini c’era anche il grande edificio abbandonato del Mulino Fassini, con enormi spazi da esplorare. Con il passare degli anni il nostro gruppetto espandeva le sue esplorazioni in tutte queste aree dismesse, oggi ricostruite. La nostra infanzia era molto più simile a quella di Tom Sawyer che a quella dei bambini contemporanei. Molti pomeriggi Ettore veniva a casa mia per fare i compiti e poi giocare. La Cantina Sociale era un luogo perfetto: come ho già detto c’erano giardino, orto, aree coltivate, magazzini, capannoni e poi, il grande e labirinico stabilimento. Durante la vendemmia quello spazio ci era interdetto per via delle esalazioni di gas, ma per il resto dell’anno potevamo avventurarci indisturbati, a condizione di non stare tra i piedi agli operai e di farsi vedere il meno possibile. Fuori dal cancello, poi, si aprivano altri spazi ancora più interessanti: la discarica della Liebig verso Scrivia, con centinaia di provette di vetro e alambicchi, e brandelli di terra incolta tra le fabbriche e le case. Perlustrando questi spazi scoprimmo quello che poi chiamammo sempre “il passaggio segreto”, una lingua di terra di nessuno che girava intorno alla Cantina e alle Officine Graziano, collegando come un circuito viale Dellepiane con via Bertarino. Ci si arrivava da una scaletta seminascosta vocino ad una arcata della statale. Quel posto era pieno di spazzatura, e sporcizia. C’erano anche i preservativi gettati lì dalla Sincià, una vecchia prostituta che utilizzava la scaletta per prestazioni lampo. Devo dire che questa donna sembrava tutto fuori che una prostituta. Girava in ciabatte, aveva occhiali spessi e un grembiulone sotto il ginocchio. Nondimeno riusciva inspiegabilmente a rimorchiare. Fu lì, nel passaggio segreto, che facemmo la sua conoscenza. Doveva bere parecchio, la Sincià, e forse era anche un po’

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spostata. Ci trattava maternamente, ma qualche volta ci mandava anche a dar via il culo: in uno stile pseudo-felliniano lei fa parte delle figure emblematiche della mia infanzia, e come narrerò più avanti, fu anche protagonista con noi di una serata memorabile qualche anno dopo. Comunque noi maschi cominciavamo ad esplorare la città, a scoprire le periferie, che la bicicletta rendeva sepre più conosciute. Ci furono poi le arrampicate sui ruderi del castello (questa volta per motivi scolastici) con il gruppo di compagni di scuola di Via San Sisto, ai quali si era aggiunto Giorgio B., il più discolo e il più simpatico della classe. Un ragazzo coi capelli rossi e gli occhi azzurrissimi, che veniva da una situazione non molto semplice ma che sorprendeva sempre tutti per il suo categorico senso di giustizia e perchè, pur essendo un vero monello, non infieriva mai sui più piccoli e in genere interveniva per difenderli. Diventammo molto amici e lui mi introducsse a qualcuno dei segreti dei monelli da strada. Grazie ai suoi consigli un giorno incontrai un ragazzino che qualche tempo addietro per strada mi aveva minacciato. Quando il ragazzino mi minacciò di nuovo, gli allungai un pugno nell’occhio e poi gli sputai addosso, esattamente come aveva detto Boaretto. Mentre compivo quel gesto, avevo paura che avrebbe provocato infauste conseguenze: dopo il pugno, il ragazzo me ne avrebbe resi dieci. Constatai invece che il consiglio di B. funzionava benissimo! Il ragazzo si ritirò rapidamente e non mi infastidì mai più. Confortato da quel primo successo, cominciai a fare a botte. Logicamente evitavo di fare a botte con i teppistelli veri, tunisini o slavi, che erano veri professionisti delle botte e sapevano intimidire anche gente molto più grande di noi. Ma con i ragazzi normali, finii spesso a rotolarmi nella polvere e scoprii che “si andava sempre con due sacchi”, cioè se ne davano e se ne prendevano, ma soprattutto scoprii che anch’io potevo darle, e potevo anche prenderle, che non era poi quella gran tragedia. Così tra risse, spintoni e scherzi, con la scusa di studiare un ambiente naturale, insieme a B. e a quelli di via San Sisto, abitammo una delle rovine del Barbarossa per mesi, fingendoci cowboy 39


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Lo Chalet è stato teatro di mille cose notturne per molti giovani tortonesi ma nell’infanzia ci andavo con mia nonna a prendere il gelato

oppure lanceri del Bengala, e raccogliendo di quando in quando penne, piante, minerali e qualche insetto da portare alla professoressa di Scienze. Le alture del Castello sono anche percorse da cunicoli che mettono in comunicazione tra loro aperture abbastanza lontane tra loro. Ci furono quindi le giuste esplorazioni. Tra le mie mete preferite nelle periferie tortonesi c’era anche il laghetto della Viola. Non so chi me ne parlò per la prima volta, fatto sta che io presi la bici e lo andai a cercare. Dal quartiere di San Bernardino, si imboccava la cosiddetta Strada Viola che portava verso Villaromagnano. Poche centinaia di metri e sulla sinistra c’era uno stagno meraviglioso, di grandi proporzioni, alle cui spalle c’erano solo campi e boscaglie. Il laghetto (veniva chiamato così) pullulava di biscie, rane, tritoni e decine di altre bestie interessanti. Mi piaceva catturarle, guardarle e poi lasciarle andare, anche se una volta portai a casa in un vaso una ventina di girini sperando di trasformarli in rane. Un’altra volta portai a casa una bellissima biscia morta, che misi in una scatola. Dopo alcuni giorni fu scoperta 40


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perche emanava un lezzo orrendo. Oggi di quella periferia non resta più niente, e del laghetto non c’è più traccia. Al suo posto, o poco più indietro, in un’orografia irriconoscibile, sorgono delle palazzine anonime, forse con qualche pretesa di lusso, e una fila di serrande e di box che occhieggiano dappertutto. Nel periodo precedente il Natale dell’ultimo anno delle elementari la nostra scolaresca fu portata all’Istituto San Vincenzo, dove le allieve avevano preparato uno spettacolo. La cosa era noiosissima, ma com’era d’obbligo noi stavamo quieti, con le suore del San Vincenzo che ci osservavano minacciose. Ad un tratto salirono sul palco sei o sette bambine della mia età. Erano vestite con lunghe vesti e cantavano una canzone che si intitola La piroga: (Il cielo è pieno di stelle / che fan sognare le cose più belle, più belle, più belle. Tu sogni e guardi lontano / vedi un gran fiume che scorre pian piano, pian piano, pian piano). Tra queste ragazzine che levavano questo canto, una mi fulminò. Fu proprio un colpo di fulmine; sperimentai un’attrazione potente e per me ben diversa dagli innamoramenti precedenti, che mi apparivano in quel momento roba da bambini. Non sto parlando assolutamente di qualcosa di sessuale, cosa della quale allora avevo soltanto una conoscenza nebulosamente teorica, ma certamente di sensuale e forse anche una curiosità per la sua anima. Chiesi, mi informai, mi infiltrai... non mi aspettavo di sfoderare tanta capacità indagatrice. Venni a scoprire che la ragazzina si chiamava Assunta C. e che andava a Messa al San Matteo la domenica mattina alle nove. La domenica successiva alle nove in punto io mi trovavo davanti alla chiesa; dopo aver seguito la messa presi il coraggio a quattro mani e mi affiancai ad Assunta che ritornava a casa. Le dissi tutto, credo. Non ricordo come. Non so se la imbarazzai o se invece le apparii buffo. Forse non avevo percezioni, perchè il mio battito cardiaco era un po’ troppo rumoroso. Lei mi sorrise e mi disse solo che doveva andare a casa. Le chiesi se potevamo vederci nel pomeriggio. Le mi disse qualcosa riguardo al fratello maggiore. Da quel giorno mi accontentai di 41


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salutarla, le rare volte che la incontravo. Veramente non avrei saputo cos’altro fare di quel frullo di farfalle che mi volavano nella pancia tutte le volte che la vedevo. Finite le medie, furono pochi, i ragazzi della Manzoni che vennero al Liceo. Alcuni tornarono ai campi, altri andarono alle scuole professionali, molti direttamente al lavoro. Per il liceo, della mia classe, partimmo solo in cinque. Liuzzo andò al Classico. Derocchi, Gatti, io e Zanichelli allo Scientifico. Dunque nel 1967 mi iscrissi al Liceo Scientifico, dove mi presentai con i pantaloni corti. Ero uno dei tre unici ragazzi coi calzoni corti in una moltitudine di quasi-adulti. Quando lo dissi in casa, vi si pose rimedio, nonostante mio padre affermasse che non era assolutamente necessario. A suo modo, anche questo era un passo avanti, d’inverno notai che stavo piacevolmente più caldo e potevo cominciare a sperare che qualche ragazza potesse scambiarmi per qualcosa di diverso da un bambino. Ero finito nella stessa classe con Gatti, Zanichelli e Derocchi, che erano stati miei compagni nelle medie. Mentre Gatti diventò incredibilmente studioso e si sedette nel primo banco, io e gli altri due ci arroccammo in un gruppo centrale di banchi. Nella mia classe era finito anche Roberto Taverna, che era stato mio compagno alle elementari, e Fulvio Gilardenghi che giocava con noi ai giardini di Corso Repubblica. Anche se avevano studiato al Valenziano, eravamo comunque già un po’ amici. Si formò così un primo nucleo di quelli che poi sarebbero diventati i miei amici degli anni a venire, quelli con cui ho diviso viaggi, vacanze e soprattutto le permanenze estive alla Cascina Tarlucca. A questo piccolo nucleo si aggiunse da subito anche Beppe Ferrari, un ragazzino magro ed elegante che da subito mi invitò a casa sua a fare i compiti. Beppe aveva già un Trotter, e finiti i compiti scendevamo in piazza a girare con il suo ciclomotore. Sovente, di pomeriggio, vedevo Taverna, che tutti cominciavamo a chiamare Tave. La nostra era un’epoca di cognomi: le maestre e i professori avevano solo cognomi, i bidelli, gli allievi, tutti avevano cognomi, e assai raramente un nome proprio. Quando telefonavo, e rispondevano una madre o una sorella, dicevo: “Buon42


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giorno, sono Vimercati. C’è Taverna?” Con Taverna studiavo, e spesso andavo in biblioteca. Ricordo ancora la vetustà della Biblioteca Civica di Piazza Arzano, oggi smantellata, che mi faceva soggezione. Il bibliotecario, che di nome si chiamava Dante, era parente del padre di Taverna, e certe volte gli mandava dei messaggi tramite il figlio. Diceva al Tave: “Dì a to padar che t’è vist Dante in biblioteca” . Noi ridevamo a crepapelle, immaginandoci l’arcigno Padre della lingua con tanto di alloro in testa, aggirarsi per la biblioteca rivolgendosi a noi in dialetto tortonese. Al pomeriggio io e il Tave cominciammo a frequentare il campo di atletica, esortati dal professore di educazione fisica, il quale, tra le altre cose, era il celebre paroliere Albertelli. Si vide subito che correvo piano. Quando ci mettevano sugli starting block per i 100 o i 200 il Tave era sempre primo, mentre io arrivavo sempre tra gli ultimi. Albertelli però si rese conto che quando facevamo i giri di riscaldamento intorno al campo la mia andatura era fluida, e in genere quando gli altri si fermavano io continuavo a correre senza fatica. Mi disse che avevo resistenza. Mi insegnò a correre meglio e iniziò a farmi fare allenamenti più specifici per il mezzofondo. Dopo un paio di mesi di allenamento mi prese il tempo sui 1500 metri e constatò che era di poco superiore ai quattro minuti. Se ero una promessa, comunque, non fu mantenuta perchè bastò poco a distogliermi dall’atletica: a giugno, grazie alla promozione in seconda liceo, mio padre aveva acconsentito a comperarmi un motorino, un anno in ritardo rispetto ai miei coetanei. Avrei voluto un quattro marce, ma dubitando come al solito delle mie capacità, mio padre decise per un Trotter Guzzi come quello di Beppe: non era proprio un monomarcia, era un bimarcia a frizione automatica, ma era pur sempre un motorino da femmine. Comunque riuscii a utilizzarlo eroicamente, proiettandomi il più possibile fin dai primi giorni su sterrati e fuori strada. Il Trotter durò una sola stagione, perchè l’estate successiva lo ridussi in pezzi con una caduta rovinosa sulla Bedolla, uno sterrato ghiaioso che collegava la provinciale per Sarezzano con Viguzzo43


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I portici degli anni 60 e 70 erano un vero social forum

lo. Come tutti coloro che non erano mai caduti, scendevo a folle velocità da questa discesa con un senso d’imbecille onnipotenza e di insensata invulnerabilità. Ricordo l’attimo in cui il motorino mi sfuggì di mano. Volai per aria e poco dopo mi ritrovai coricato al bordo del fosso, immerso in una nuvola di polvere bianca. Credetti di essere morto. Poi piano piano, mentre la polvere scendeva, vidi ricomparire sopra di me le cime delle robinie. Mi alzai e constatai che oltre ad essere completamente infarinato, ero una maschera di sangue. Dopo qualche minuto, non saprei dire quanti, arrivarono due contadini, mi misero di nuovo seduto. Dissi di portarmi dalla signora Bragaglia, che abitava da quelle parti ed era la madre di un mio compagno di scuola. Quando la signora Bragaglia mi vide, urlò, si mise le mani nei capelli e disse che bisognava chiamare un’ambulanza. Ci misi un po’ a dissuaderla, spiegando che se fossi finito in ospedale non avrei avuto più nessuna possibilità di convincere mio padre a comprarmi un nuovo motorino. Il mio compagno Bragaglia, che era bravo a scuola, mi diede manforte. Così sua madre mi spogliò lasciandomi in mutande, poi prese 44


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un flacone di acqua ossigenata e cominciò a spruzzarmela addosso su tutto il corpo. Eravamo sotto una veranda, e ai miei piedi colava una schiuma rossastra che friggeva continuamente. Il buon Bragaglia andò a recuperare quello che restava del mio Trotter, schiantato contro un’acacia, e ricoverò il rottame nel suo garage. Quando mi accompagnarono a casa ero già opportunamente bendato e ripulito, anche se i vestiti erano tutti lacerati. Con un capolavoro di strategia, il signor Bragaglia spiegò a mio padre che la causa dell’incidente era il motorino a frizione automatica, senza freno-motore. Con un motorino a quattro marce il disastro si sarebbe evitato. Mio padre convenne che ciò era vero, ma tra le cause dell’incidente puntava decisamente sulla mia imbecillità. E per quel problema non c’erano marce che tenessero. Devo però ammettere che il motorino a quattro marce mi fu concesso alla promozione fino all’ultimo insperata, per via di una media del 5,5 in matematica, materia della quale fui e continuai ad essere un acerrimo nemico. Cresceva invece la mia curiosità per le discipline umanistiche. Cominciavo a leggere libri. Dopo i pochi libri dell’infanzia avevo letto roba leggera, come Woodehouse o Jerome, qualche giallo di Agatha Christie e qualche romanzetto d’amore. Adesso bisognava aggredire qualcosa di quegli enormi scaffali. Tra le prime letture che ricordo, consigliate da mia madre, c’è Bel Ami di Maupassant, i Sessanta Racconti di Buzzati e diverse novelle di Pirandello. Leggevo anche delle poesie, tra i libri portati in casa da mia madre: Carducci, (che nella mia famiglia era onnipresente), Baudelaire (senza capire né chiedermi nulla), Trilussa e Pascoli. Stimolato da mia zia Liliana, da mia madre e dalla professoressa Cacciola, che era un’ottima professoressa di Lettere, scrivevo anche qualche verso. Non lo dico per far credere di avere un certo talento o predisposizione, quanto per evidenziare come io mi sia sempre sentito più un umanista che un tecnicista, pur nel massimalismo di queste due definizioni. Da qui la sensazione costante al liceo (e un po’ anche all’Università) di essere l’uomo giusto nel posto sbagliato, o viceversa. Pensavo che forse avrei reso meglio al classico, che mi sembrava 45


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un habitat a me più congeniale. Poi avrei potuto iscrivermi a Lettere, a Filosofia o a Psicologia. A conferma di ciò, ci sono poi state tante cose, a cominciare dalla domanda che moltissime volte mi sono sentito fare: “lei ha fatto il classico, vero?”, perfino dai professori all’Università. Devo però aggiungere che quel senso di inadeguatezza, quel dubbio dell’essere l’uomo giusto nel posto sbagliato, segnava un po’ tutto, quà e là. Non riguardava solo i ripensamenti scolastici, riguardava anche le scelte, i rapporti, la mia totale insicurezza e la totale superficialità con cui mi mettevo di fronte ad ogni cosa. Ma quel dubbio non era soltanto mio. Il senso di inadeguatezza era sociale (furono i primi anni in cui sentii questa parola), e prendeva corpo in un’altra prospettiva: non c’è niente in me che non vada, quello che non va è là fuori. Naturalmente, per me e per tutti gli altri, questo enunciato era soltanto un modo per stornare il problema da noi e proiettarlo nel mondo, ma allora aveva soltanto la forma di una presa di coscienza: c’erano un sacco di cose che non andavano nel mondo, e ci illudevamo che la nostra generazione sarebbe stata diversa.

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I mort

Brincà ai ricord iöi par vota a i’uma lasà andà gh’uma fat di dumänd in dì ransnì dar piäns e financa prigà d’un sägn d’na barnurà sutil int’ra memoria dar disvìg d’na sciapadüra curta ancasì ‘me na parplà int’ar fräd cunfei dar silensi.

(barnurà è la striscia di paglia lasciata sulla strada dai carri nel trasporto)

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I morti

Avvinghiati al ricordo li abbiamo ad uno ad uno lasciati andare li abbiamo interrogati in giornate rapprese di pianto e perfino implorati d’un segno di un’esigua traccia nella memoria del risveglio d’una frattura anche breve come un battito di ciglia nel freddo confine del silenzio

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Ra sira ad mars

Ra sira ad mars sbarlüsa là’n’fond. L’è drera a smurtà ar dì drubänd par scundiôu na scüsà ad nivul. A sa gnent di nostar tribulà ‘cme un ögg mès drumintà a varda no, u väda qual ch’u gh’è drera tutcos A sa no ch’l’hö giamò vista a fa pirlà ricord ingarbüià fraghi d’anà discurs rüsnus e anibià ad lüs smort e luntôu

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La sera di marzo

La sera di marzo traluce laggiù in fondo. Sta spegnendo il giorno e come sotterfugio usa un grembiule di nuvole. Ignora le nostre vicende come un occhio assonnato non guarda, vede ciò che è dietro alle cose Non sa che l’ho già vista fa vorticare confusi ricordi briciole di annate scalze rugginose e opalescenti di luci fioche e lontane

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Cunsens da gnent

A l’è bastà che t’am vardas pr’andà ndè ch’a sarisma andà par i strad ch’avrisma pià. E sghià sensa memoria cun curag insensà insima a mil matéi e sir par di’ a ra fei ch’as suma vursü’ bei

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Minimo assenso

E’ bastato che tu mi guardassi per andare là dove saremmo andati per le strade che avremmo prese. E scivolare immemori con incosciente coraggio su migliaia di albe e di tramonti per dire poi alla fine che ci siamo voluti bene

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Nustalgìa 1

Nèbi e farlüs arvutà int’ar fugarö fulgar furlôu di an sensa distéi ciucaléi ch’i sona ad nöt a l’impruvis giraf in piasa ch’i brüsan a Carvà Baiät luntôu butunà ad scür e büslot ascus int’i büsrà fnistrôu d’na scöla cu ra fioca adföra la lüs früstera d’na vita da cmincià

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Nostalgia 1

Nebbie e carboni rivoltati nel focolare folate bizzarre di anni senza destino campanelli che suonano di notte all’improvviso giraffe che bruciano in piazza a Carnevale Guardie lontane abbigliate di scuro e salvadanai nascosti nei cespugli grandi finestre di una scuola con la neve fuori la luce forestiera di una vita da cominciare

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I nostar intensiou

Impinì ad pruposit a sa spursivma al bord dar precipisi che püsè tard u’s sarisa duèrt ai nostar pè T’adsiva che par crädag u’gh vuriva du temp e tanta forsa par i an ch’i gnivan A sö no se gh’n’hö avù asè e s’l’ha servì ar padrôu giüst par sicür l’ha no pià ra cuntrà drita e sgüratänd da chi e da là l’è ‘ncura a cerca d’una strà

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Le nostre intenzioni

Gravidi d’intento ci affacciavamo sulla soglia dell’abisso che poi si sarebbe aperto ai nostri piedi Per crederci- avevi dettoserviranno tempo e tanta forza per gli anni a venire. Non so se ne ho avuta abbastanza e se ha servito il padrone giusto di certo non ha preso la via diretta e rimbalzando quà e là è ancora in cerca di una strada

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D’ar témp fèram

Gh’è un mument impruvis ar sir d’istà ch’l’è no ’ncura nöt e ar dì resta int’ i cämp e u brila tant ‘me ar ciel E ar destéi u’s pogia a l’urisont ch’l’è no infinì ‘cme ar solit ma d’na nibiusa fümera cilisténa cme un mür là’n fond ch’as prutésa dar fiag sensa cör ad l’ünivers

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Del tempo fermo

C’è un momento fugace le sere d’estate che non è ancora notte e il giorno resta nei campi e splende come il cielo E il destino s’appoggia all’orizzonte che non è infinito come al solito ma di un’opaca vaporigine azzurrina come un muro laggiù che ci protegge dal respiro cinico dell’universo

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Nustalgia 2

Rüsnisa i custôu ra nibiäta d’utubar l’ingàn di ricord scarfisa int’ra tèra me ‘r cadavar d’un fiulot int’na lus smorta ‘cme ar vèr Dulur duus d’ar véli pajeréi ad temp adrèra ar principià d’l’inveran Caména lent u rià int’i arsan caräsa i arveg scrasänt impuvrà di car d’istà di giög ad fioi bragià luntôu Imbröia e insìga ra memoria ar fiag d’i dopdisnà in mes ai sigèr in siti e témp che incö uma pardü’

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Nostalgia 2

Ossida le forre la foschia d’ottobre L’inganno dei ricordi avvizzisce nella terra come il cadavere di un ragazzino in una luce pallida come la verità. Dolce dolore delle veglie giallastre del tempo passato, alla soglia dell’inverno Scorre lento il torrente tra gli argini accarezza gli arbusti crepitanti polverosi dei carri nelle estati dei giochi di bambini gridati lontano Confonde e tormenta la memoria il respiro dei pomeriggi tra le cicale in luoghi e tempi che oggi abbiamo perduto

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Sù insima d’ra fioca

Dificil smintiàs quäi dì ad febrar péi d’ fioca e d’ parfüm ad fümarö’ sgagiàs int’ra puciacra ar matei ‘d bunura pr’arivà in témp, ‘vänt d’ar ciucà d’ar Dom Fiulei cu ra bursa ad cöràm e i barciulôu nivul ad fiag, vus biänc e calsôu curt sbragiända me n’üslera piavma ar scal sciatürà fena ai urägg entravm’a scöla quatr’ur par sügas e inciustrà i digh E ar mument ad surtì a’s rindivma cönt che ar gris d’ar ciel l’era dvintà cièr ra fioca parpaiava ad lüs gialdéna d’ün su asèrb, turbi e insurnintà che par nuiatar l’era quasi istà

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Sole sulla neve

Difficile dimenticare quei giorni di febbraio pieni di neve e profumo di camini affrettarsi nella neve marcia la mattina presto per arrivare in tempo prima dei rintocchi del Duomo Bambini con la borsa di cuoio e i berrettoni nuvole di fiato, voci bianche e calzoni corti strepitando come una voliera salivamo le scale inzaccherati fino alle orecchie entravamo a scuola quattro ore per asciugarsi e sporcare le dita d’inchiostro E al momento di uscire ci rendevamo conto che il cielo grigio s’era fatto chiaro la neve risplendeva di luce giallina di un sole acerbo, torbido e assonnato che per noi era quasi estate

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I trascurs

Da tüt l’arvugà ch’a’m port adrèra i spontan di mument ch’i smian di tuur d’un pais int’ra nèbia ch’a sbarlüsa d’un sù smòrt d’inveran sulfurus Tra tüt, ar püsé irti e dulurus l’è na cüsina cui lüs ‘ncura viscà fena a tard a ra nöt prima ad Nadal cui védar fiagà e udur ad mangià bôu Ades ra vita a’m serva un tond fridà e par vindicas a’ma custrénsa acsì a dì ch’lè quasi mei smintià tütcos par rimedià a’i an ch’i vulan via

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Lüsnà luntôu

I trascorsi

Da tutto il turbine che trascino svettano istanti come torri di un borgo nella nebbia che traluce d’un sole pallido di inverni sulfurei Tra tutti il più denso e crudele è una cucina con le luci ancora accese fino a tardi la notte prima di Natale coi vetri appannati e odore di cibi buoni Ora la vita mi serve un piatto freddo così per vendicarsi mi costringe quasi a tessere le lodi dell’oblio per mettere rimedio al passare degli anni

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Lüsnà luntôu

Mès sogn

Cui parpi ‘ncura mès sarà svigias da un sugnéi d’ar dop disnà e avig int’i ögg quaicos ch’u sa sléngua int’ar sciüss d’istà di an luntôu lar ch’i vulan e ‘na giudà ad fiuléi bimblanà pr’i cämp cui snögg sgarblà sdarnas dal giugà e pö cubià int’ra paja tras ados i guasôu e sapatà int’i acquè par fa rabià i végg e pö sintis bragià véna chì, saltaciuenda digrasià!

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Lüsnà luntôu

Mezzo sogno

Con le palpebre ancore mezze chiuse svegliarsi da un sonnellino pomeridiano e avere negli occhi qualcosa che si dissolve nell’afa delle estati di anni lontani falchi che volano e una masnada di ragazzini vagare senza meta per i campi con le ginocchia sbucciate sfinirsi di giochi e poi dormire nella paglia tirarsi le zolle di terra e calpestare i solchi dell’aratro per far arrabbiare i vecchi e poi sentirsi gridare vieni quà, scavezzacollo digraziato!

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Lüsnà luntôu

Cumpagn ad banc

A spitavma da dvintà végg ‘me una redensiôu par an ad luntanänsa per incuntras ad nöev e cuntas i an pr’avigh un testimoni ad qual ch’a suma stà quand ch’a favma mustra da es un quaicos ma un quaicos ancura duvivma advintà T’è qual ch’avris volü’ avig a renta int’i an ad fadéga e ad gasaghè pr’arsintà l’anma e smascà ar cöer par trasfurmà i mùstar in buratéi par cunfidas sensa bsogn ad cunsili e pias in gir e rid sensa giudicà As suma spartì pagür e rid d’i an cèer e ades ch’a riva l’ultima tirada dar sintré che cme na vota a’s pudiva fa fiancà t’a m’las da sul cui scorbi e cui cavàgn ‘me un viagiatur féram a ra stasiôu ch’u späta un treno ch’l’ha giamò partì

a R.T.

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Lüsnà luntôu

Compagno di banco

Aspettavamo di diventare vecchi come una redenzione per anni di distanza per incontrarci ancora e raccontarci gli anni per avere un testimone di ciò che siamo stati quando facevamo finta di essere qualcosa ma qualche cosa ancora dovevamo diventare Sei quello che avrei voluto avere vicino negli anni di fatica e baraonda per risciaquare l’anima e dissodare il cuore per trasformare i mostri in burattini per confidarsi senza bisogno di consigli e prendersi in giro e ridere senza giudicare Abbiamo diviso paure e risa degli anni chiari e adesso che arriva l’ultima salita del sentiero che come una volta si poteva fare insieme mi lasci da solo con fagotti e bagagli come un viaggiatore fermo alla stazione che aspetta un treno che è già partito

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Lüsnà luntôu

FINE

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