MARCO VIMERCATI
MARCO VIMERCATI
TINTEPIATTE
DISEGNI DIGITALI DI PAESAGGI URBANI L’Imbuto 1
MARCO VIMERCATI
Marco Vimercati TINTEPIATTE disegni digitali di paesaggi urbani catalogo della mostra ARTRE GENOVA (2016) © 2019 L’Imbuto tutti i diritti riservati
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IMMAGINI TAROCCATE Su richiesta di Artè Gallery, scrivo alcune note sulle opere che espongo: si tratta di immagini a tinte piatte e dai contorni molto definiti, prive di sfumature e in cui i volumi e le forme sono semplificati e resi con campiture geometriche, o quasi. Il risultato a volte è abbastanza soddisfacente, ma voglio dire subito che non c’è un intento artistico (d’altra parte io non sono un artista) quanto invece la voglia di entrare in un dibattito. Sì, per una volta voglio dare anche io il mio piccolo contributo alla enorme dialettica in atto sulla digitalizzazione della fotografia, che alle sue origini è stata un medium analogico per eccellenza. Il tema è l’opposizione analogico/ digitale nel mondo delle immagini (tenendo presente che queste due categorie sono state introdotte da Watzlawick anche relativamente ai nostri emisferi cerebrali). Per concetti generali, sarebbe “analogico” tutto ciò che nel ciclo della riproduzione mantiene, pur attraverso diversi supporti, la somiglianza o contiguità formale con l’originale. Sarebbe invece “digitale” tutto ciò che scompone la realtà in frammenti, in “informazioni codificate” e poi ne ricompone una rappresentazione da qualche altra parte. Oggi diciamo che un film su un disco DVD è “in digitale” mentre le nostre vecchie cassette VHS erano “analogiche”. Però va ricordato che il supporto magnetico alla sua comparsa, ci
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sembrava un orribile tradimento tecnologico della pellicola. E le videocamere che riprendevano in VHS erano “digitali” rispetto ai Super8 con cui avevami girato i “filmini” fino a qualche anno prima. Le domande di questa diatriba scorrono nei nostri dialoghi ogni giorno: Bella, questa foto… però è ritoccata! … è truccata! Questa forse è addirittuta “taroccata”, nel senso che c’era un cielo brutto e l’hanno sostituito con uno più bello preso da un’altra foto. Come grafico, mi è capitato di ritoccare prodotti, frutta, fiori, villaggi mediterranei, valvole termpolastiche, serramenti, facce di candidati politici e anche le cosce e le natiche delle fotomodelle, in modo che le donne pensassero che certi risultati si ottengono nei centri estetici, quando invece si ottengono senza alcuna fatica e in un solo pomeriggio con quel capolavoro della Adobe che si chiama Photoshop. Ma anche solo con le app gratuite nello smartphone puoi aprire una foto e cambiare toni, contrasti, luminosità e dominanze, puoi darle un aspetto vintage, pop, pittorico o flou come quelle di Hamilton… La domanda è: quando le foto sono trattate, sono ancora foto? La faccenda è spinosa, anzi spinosissima. Recentemente ho assistito a un vero e proprio litigio (partito dal recente “scandalo” McCurry) su che cosa sia foto e cosa no, e fin dove possa arrivare l’intervento tecnico/computeristico su una foto perché possa
continuare ad essere ritenuta tale. A voler essere rigorosamente puristi, l’unica vera foto sarebbe quella che fai con una scatola di cartone con un buco (senza ottica), e dentro la scatola una lastrina di vetro che hai precedentemente trattato con emulsione fotosensibile. Tutto il resto, compresi gli obiettivi, l’otturatore, ecc ecc fino alla mascheratura in fase di stampa, e poi ancora verso l’uso di tecnologie informatiche, sarebbe già in teoria un “tradimento” della fotografia... Naturalmente è un’estremizzazione, ma sono quasi certo che la mie vecchie fotografie in bianco e nero scattate nel 1975 con la mia Canon FTB, in cui sviluppavo il rullino nella Tank Paterson e poi lo infilavo nel telaietto del Durst alla luce da film porno, beh sono quasi sicuro che quelle fossero fotografie, e fossero materiale analogico, anche perchè i computer non avevano ancora fatto irruzione nella nostra vita. Ma anche qui, a ben vedere, c’era già una specie di digitalizzazione del continuum della realtà, che gli alogenuri colpiti dalla luce e ridotti ad argento metallico riducono a presente/assente, quindi in qualcosa che sa già di sistema binario. La digitalizzazione è - in sostanza - la scomposizione di un continuum. Quando questa scomposizione assume la disposizione random della vorticante realtà ci sembra ancora analogia (ma non lo è già più), quando la scomposizione avviene matematicamente in
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pixel (o anche nelle rasterizzazione della stampa tipografica) sappiamo già che l’analogia è di certo alle nostre spalle. Ma oggi, occorre avere il coraggio di dirlo, c’è forse un po’ di ipocrisia dietro ai puristi dell’analogia, perché tutti sanno che ormai il mercato dei prodotti per la fotografia tradizionale è una nicchia, e non consente più (salvo incredibili funambolismi tecnicoartigianali) le prestazioni fantasmagoriche degli anni 60-80 in cui il mercato offriva qualità incredibile per gli amatori della perfezione riproduttiva. Oggi, se vuoi una scala tonale rispettosa fin dell’ultimo labile frammento di grigio sbiadito di nuvola opalescente laggiù all’orizzonte, ti conviene passare alle nuove super-tecnologie della stampa giclée, che sta affermandosi come medium artistico e che, se vai a caccia di alta fedeltà, esprime risultati “più analogici” di molte realizzazioni realmente non digitali. Comunque appare chiaro che il dibattito tra analogico e digitale non avrà facilmente un epilogo e il confine tra i due mondi è vicariante, e lo sarà sempre di più man mano che aumenterà il dialogo interemisferico nel nostro cervello, tra destra e sinistra. Comunque, a onor del vero, io sono, e mi ritengo in pieno, un uomo del Novecento, schizofrenico al punto giusto, e come tale ho ben chiari confini dell’arte analogica, in cui la fotografia ai suoi esordi ha fatto un po’ fatica a entrare, ma che dagli anni Sessanta stata celebrata come la pittura, la scultura e le altre arti figurative, e specialmente dopo che queste hanno perso interesse a riprodurre la realtà. Nonostante questo, utilizzo il computer fin dagli anni Ottanta:
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la prima volta che mi sono seduto davanti a un pc è stato per “disegnare”, e da allora non ho mai smesso. E logicamente, tra le prime cose che ho fatto e che continuo a fare, c’è l’elaborazione delle immagini. Cominci a correggere, schiarire un po’ un’ombra troppo nera, Poi magari ti viene la tentazione di farti i denti più bianchi, e poi finisci a ritagliare la tua sagoma nella foto che hai scattato sul lungomare di Vesima e incollarla su una spiaggia delle Bahamas, a fianco di Sharon Stone che esce dall’acqua e ti corre incontro. Si scherza, è logico, ma la cosa è seria e mette in crisi, perché lo stesso stratagemma potrebbe essere impiegato da un inviato di France Soir a Baghdad per piazzare un bambino morto dove non c’era o una Toyota dell’Isis in una piazza deserta. D’altra parte, è il concetto di realtà stessa che oggi è un po’ in crisi, perché sembra che ogni brandello di realtà per esistere sia alla ricerca del suo format. Quindi è ben lontano da me l’intento di dire qualcosa su quel famoso confine vicariante che forse esiste solo nella nostro cervello. L’unica cosa che voglio dire è però questa: teniamo conto in primo luogo della grande lezione di McLuhan, e cioè che un medium, comunque lo usi, ti “formatta”, cioè installa nel tuo cervello un nuovo software per interpretare la realtà. Detto questo, poniamoci di fronte al fatto che un software ha molti livelli di impiego, come d’altra parte anche un martello: posso forgiare un ferro da cavallo oppure posso massacrare il cavallo, sempre usando lo stesso medium. Possiamo rifiutare in tutto e per tutto il medium, ma se lo usiamo
dobbiamo imparare a usarlo e non a esserne usati. Per esempio: in Photoshop ci sono molti “effetti” già pronti, predisposti dal software. Ma c’è anche la possibilità di raschiare, dipingere, ritagliare e cancellare e ricostruire come se si agisse su un supporto vero. Io per creare le mie immagini parto da una fotografia, “ritaglio” manualmente delle campiture e le riempio di un colore, catturandolo dalla fotografia. In pratica la “ridisegno” attraverso un processo artigianale, lo stesso che potrei fare ritagliando con infinita precisione decine di pezzetti di carte colorate, ammesso di avere a disposizione settimane e tutte le tonalità e le tinte necessarie. Tutto fa parte del grande minestrone verofalso di post-immagini, ma il mio procedere è diverso dall’applicare a una foto un effetto prefissato dal computer, perché lì bastano alcuni decimi di secondo, nel mio caso invece ci vogliono ore e si ottiene qualcosa di unico. Non lo dico per prendermi dei meriti che non ho (anzi, qualcuno potrebbe chiedermi: chi te lo fa fare?), lo faccio per rivendicare il fatto che anche la tecnologia informatica consente grandi spazi all’uso artigianale, e si può usare come uno strumento ottenendo risultati che decidiamo noi, anziché sceglierli in un menù di opzioni prefissate. Per arrivare dove vogliamo anziché farci andar bene la destinazione suggerita da qualcun altro. In questo forse c’è il vero rispetto della rappresentazione e tutte le diatribe restano sullo sfondo. marco vimercati 2016
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Sant’Antonio a Boccadasse
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Passaggio sull’autostrada
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Paolo Claretta seduto davanti al suo bar la mattina presto
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Strada urbana
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Citywalk
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Crossroad
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Gas Station
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Genova prima del temporale
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Citywalk
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Dietro la casa
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Rivelazione
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La sponda
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Golden Square
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Binario
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Vernazza
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Pubblicato da Marco Vimercati - Maggio 2019
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