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Sushi al pesto

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Marbert Wincatt

Sushi al pesto un thriller a Genova

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Sushi al pesto un thriller a Genova autori: Marco Vimercati Roberto Vincenzi anno 2003 (ripubblicato nel 2021) © 2003 - L’Imbuto edizioni indipendenti

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Marbert Wincatt

Sushi al pesto un thriller a Genova

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Marbert Wincatt

é lo pseudonimo con cui scrivono Marco Vimercati e Roberto Vincenzi un architetto e uno psicologo amici da mezzo secolo, spesso impegnati insieme in operazioni tra le più disparate: dalle sperimentazioni letterarie alle collaborazioni professionali, dall’invenzione di corsi sulla creatività alle trasmissioni radiofoniche.

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personaggi: Giorgio Castellani - assicuratore della Wild Norio Takeda - giapponese coi baffetti Prof. Alberto Vieri - docente di storia dell’Arte Sanae Tzukota - assistente del Prof. Vieri il Professore - ex professore universitario Argentini - capoarea della Wild Raffaele Minotti detto Raffo - gallerista Jackie - “moglie” del Professore commissario Bertelli - responsabile delle indagini MoSca Jean Marino- esperto di informatica, amico di Giorgio Myeku Ryu - vecchia signora giapponese Tenente Robert Legran della Gendarmeria di Calvi Alexandre Paulen - agente dell’Interpol Francesco Santi detto Franci - maestro di arti marziali Giangiacomo Mascheroni - notaio Agostino detto Gy - tossico, amico di Giorgio Sostituto Procuratore Annalisa Parodi Salvatore Bottino detto Dido - titolare di un autosalone Flo & Daisy - prostitute, amiche di Jean Marino Hiromi Miyamoto - chef giapponese, presidente giuria Sushi Contest

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Sushi al pesto

Domenica 12 maggio ore 16.30 Dal mare, lentamente, arriva una nebbia giallastra. Ma non sembra portata dal vento, sembra che si muova di moto proprio. Il vento è calato, poi è sparito, tanto da far rimandare una regata che era prevista per oggi pomeriggio. Tutto ha un’aria sospesa. Io sono qui, solo come sempre, almeno da quando Arianna mi ha mollato ed è andata a vivere a Padova con un uomo di successo. Sono qui, seduto su una panchina al Porto Antico, in questa città statica, dove non succede mai niente. Ma forse sono io, non è la città. Sono io il non predestinato, quello a cui la vita ha assegnato un elettrocardiogramma piatto, un tran tran che mette quasi angoscia per la sua prevedibilità, per la noia incessante di un lavoro che mi fa piuttosto schifo, ma evidentemente non abbastanza per lasciarlo. Guardo la gente. Sembra tutta in attesa di una pioggia imminente, che però non arriva. Famigliole equadoriane, genovesi col giornale che portano a pisciare i cani, turisti tedeschi, inglesi, giapponesi, col naso in su e la piantina di Genova in mano. 7


E’ domenica. Una domenica uguale a cento altre, in una città che adesso, in questa mezza stagione, può cambiare faccia all’improvviso: un attimo, e ti sembra di essere a Casablanca, volti un angolo, oppure le nuvole si muovono, e ti sembra di essere ad Anversa, o a Rotterdam. Ma a parte il tempo, variabile, come dicevano le previsioni, tutto il resto mi appare immobile e irreale, come in un quadro di De Chirico. Mi dico sempre: qualcosa dovrà pur succedere, qualcosa dovrà pur cambiare, ma ormai anche questa frase che ripeto continuamente, mi risuona nelle orecchie, uguale a se stessa da secoli. Dalla fetta di focaccia al formaggio che sto mangiando senza appetito, uno gnocco di prescinsêua si stacca e mi cade sui calzoni. Ma tanto non devo vedere nessuno, non devo fare nessuna buona impressione, non devo andare in nessun posto. Penso che dormirò per tutto il pomeriggio, poi stasera si vedrà. Potrei telefonare a Jean Marino, o a Franci... Ma no, non voglio imporre il mio cattivo umore, meglio vedermela da solo, magari al cinema. Passo davanti al bamboccione smembrato di Luzzati, poi arrivo fino alla boccia trasparente di Renzo Piano, trascinandomi tra questi due numi tutelari come un cane randagio. Dovrei trovare l’energia per fare un po’ di ordine in casa, almeno. Ma per chi? Per te stesso, mi ha detto qualcuno. Per il rispetto di te stesso. Ma io probabilmente non ho troppo rispetto, e neanche stima, di me stesso. Così tornerò su, prenderò trenta gocce di Lexotan e mi metterò a dormire, sperando che Morfeo mi tenga con sè fino a domattina. Lunedì 13 maggio, ore 08.30 Auguro al lettore che il suo viaggio sia piacevole, ma vaffanculo 8


se lo è il mio; afferro il libro che sto leggendo e lo imbelino contro il lavello, dove rimbalza e cade più o meno nel secchio della rumenta, più o meno. La scrivania sembra un contenitore dell’Igiene Urbana, le mie mutande sono appese sullo stelo dell’alogena. Nell’acquaio, i piatti di sei giorni. L’accappatoio puzza di cloro, la stanza mi sembra un suq. Esco. La giornata è decente. Ho tre appuntamenti, tutti nel pomeriggio. La mattinata è libera, anche se a mezzogiorno devo passare dall’ufficio. Metto l’accappatoio in una borsa. Mi bastano dodici minuti. Piazza Sarzano, dove ho parcheggiato la vespa: levo il lucchetto, apro il bauletto, butto dentro il lucchetto, infilo la chiave nel bloccasterzo, giro la levetta della benzina, tiro il pomello dell’aria, e siamo quasi pronti, schiaccia il bottone dello start, gsgsgsgsggsg, vrrrmmm, via, partito. Piazza Carignano, via Corsica, corso Aurelio Saffi. La Fiera. Corso Italia. Lunedì 13 maggio, ore 09.00 L’odore di muffa calda, avvolgente e un po’ amniotico, misto all’umido clorato e alla puzza di piedi negli spogliatoi del vecchio stabilimento balneare. Le piastrelline microscopiche del fondo azzurrino vibrano attraverso l’acqua. Sono solo nella corsia. Solo con i miei pensieri rugginosi, che vengo qui a risciacquare, in questo cloro puzzolente, in queste docce fungose. Dodicesima vasca. Di solito dalla quindicesima vado un po’ meglio, comincio a carburare, ma stamattina mi sa che non va. Arriva qualcuno, nella mia corsia. Speriamo che non sia una vecchia tartaruga, o un campione olimpico. Speriamo che sia femmina. Femmina. Sui settanta, direi. Giapponese. Ma nuota, la vecchia, 9


quasi faccio fatica a starle dietro. La vedo da dietro, vedo nell’acqua vibrare l’interno delle sue cosce, come mucillagine membranosa, vedo il suo costume slabbrato allargarsi e restringersi nei flussi d’acqua. Rimane finché rimango io, poi usciamo insieme. Porta girevole. Prego, madame. Mi guarda un istante, attraverso i suoi occhi fessura, indecifrabili. Doccia, phon, spogliatoio. Chissà perché, quando rientro nello spogliatoio, ho sempre la sensazione che la roba sia sistemata in modo diverso, che qualcuno abbia frugato. Ma è impossibile. Ho la mia chiave, la mia cabina. Il portafoglio lo metto nell’accappatoio e lo porto sulla ringhiera della piscina... eppure... cazzo, l’avevo messo nella tasca destra, ne sono sicuro, e adesso è nella sinistra! E anche la mia borsa, qui in cabina... la lampo della tasca laterale era chiusa... Forse sono paranoico. Non manca niente? No. Chiavi? Ci sono. Soldi? Carta di credito? C’è tutto. E allora? Allora sarà bene che mi prenda due o tre giorni di vacanza. Ma con chi? Lunedì 13 maggio, ore 10.15 Da dentro il bar dove faccio colazione, vedo la vecchia giapponese che se ne va, prelevata da un autista, credo. La macchina è una vecchia Lancia Thema, la vecchia si siede dietro. Vicino alla targa, ha attaccato uno strano adesivo di una discoteca che si chiama Ebola. L’autista non lo vedo, c’è un riflesso sul parabrezza. Ciao ciao, vecchia giapponese. Mi sento endorfinato, fischietto I’m not sleepy and there is no place I’m going to, come se fosse una bella condizione, la mia, così decido di andare subito in ufficio, senza aspettare l’appuntamento col capo area a mezzogiorno. Intanto mi rileggo le cartelle dei clienti di oggi pomeriggio, così mi sento un po’ più sicuro; poi scherzo con Francesca, la segretaria e centralinista, che so che 10


ha un debole per me, e tutti i colleghi, che se ne sono accorti, mi han detto, che, se non ne approfitto, son coglione. Preferisco esser coglione che stronzo. Il capoarea mi invita a un pranzo di lavoro, di quelli che a me fan male alla salute, e il pomeriggio arriva in un lampo. Lunedì 13 maggio ore 14.30 Primo appuntamento. Via Donaver. Sembra incredibile. Una famigliola di commercianti, con un negozio in centro. Benestanti? Hanno quasi due milioni di euro in quadri d’autore. La casa è un caveau. Rinnovo la polizza di assicurazione. Lavoro breve, per fortuna. Quotazioni, valori, cifre, firme. Lunedì 13 maggio ore 15.45 Secondo appuntamento. Via Paleocapa. Signor Pastorino. Mezz’ora di anticipo. Faccio il sottopassaggio da Corso Firenze. Appena fuori, un tipo sbuca all’improvviso e quasi quasi mi si fionda sotto la vespa. Inchiodo. Mi guarda fugace, un attimo, con aria interrogativa, poi abbassa lo sguardo e se ne va. Ecco lo stabile. La cosa curiosa è che nel citofono, all’interno che cerco, c’è un nome giapponese: Yakamoto. Vuoi vedere che è casa della vecchia? Suono, non aprono. Ascensore occupato, con gente che chiacchiera ai piani alti. Faccio le scale. Al secondo piano incrocio un tipo. Giapponese. Sarà il signor Yakamoto? Di certo non è Pastorino. Ha fretta, mi urta, quasi, e tira dritto veloce. Arrivo su, c’è un’atmosfera strana. La porta aperta. La casa sembra vuota. Entro. “Permesso?” dico ad alta voce. Nessuna risposta. Una sensazione strana, come di stordimento, come una presenza. “C’è nessuno? Scusi? Permesso?” Vado avanti. Da una porta spuntano 11


due piedi nudi e un pezzo di accappatoio giallo. “Signore, sta male?” Cazzo, è morto. L’accappatoio, sul torace, è inzuppato di sangue. Ha un buco, anzi due, all’altezza del cuore. Panico quasi totale. Ha un foglietto che gli esce dalla tasca. Chiamo la Polizia? E poi? Intanto scendo in strada, cercando di non farmi vedere, non si sa mai. Da lì penso a cosa fare. Sono seduto sulla vespa, cento metri sotto, ancora un po’ stronato. Sirene in arrivo, ecco la polizia. Chi l’ha chiamata? Fermano la volante davanti al portone, scendono in due e lasciano il lampeggiante acceso. Mi rendo conto che ho i pugni serrati per la tensione. Rilasso le mani, rilasso le spalle. Ma...cos’ho in mano? Il foglietto, il foglietto che era nella tasca dell’accappatoio. L’ho preso automaticamente. Un gesto inconsulto, dettato dal panico, forse. C’è scritto un numero di telefono senza nome. Li lascio salire. Dieci minuti. Poi suono. Lo so, sono una testa di cazzo, ma sono curioso. Mi aprono. Salgo e faccio lo stupito. Prendono i miei dati, mi fanno domande, ma sono a posto. Sono qui per lavoro, avevo un appuntamento. Comunque si tenga a disposizione. Rivedo i piedi nudi dell’uomo in fondo al corridoio, che spuntano da una porta. Chiedo: ma quello è il signor Pastorino? Avevo un appuntamento col signor Pastorino. “Guardi, non è proprio il momento di fare domande”. Mi allontanano bruscamente. Lunedì 13 maggio, ore 17.20 Terzo appuntamento: Via Balbi, Università. Professor Vieri... “Mi dispiace”, (dice la bidella) “Il professore è dovuto andare via”. “Ci sarà qualche assistente...” insinuo. “No, è dovuto andare via anche l’assistente. Hanno un comitato interdisciplinare, credo. Lei 12


è il signor Castellani della Wild? “ “Si.” “Ma mi ha detto la signorina di lasciare il suo telefono, che la chiama lei”. Sono le cinque e venti, e sono già libero. La giornata è di quelle che rendono Genova gialla, tutta gialla. Nuvole cariche di sabbia del deserto filtrano la luce del sole come una seta trasparente. I vetri dei palazzi riflettono quadrati di luce, di modo che da corso Aurelio Saffi è un abbaglio continuo. Tipo videogame, ma romantico. Fa già caldo. Vado fino a Pontetto, forse faccio il primo bagno della stagione. No, il mare è troppo agitato per un bagno tra gli scogli. Sto un po’ sulla scogliera a pensare al morto. Due pistolettate, penso. Giri di soldi, forse, un’amante tradita... boh? Comunque la morte, a vedersela lì, fa sempre un effetto strano. Sulla mia testa, sopra la scogliera, le palme ondeggiano nel libeccio, e sono nere, perché il sole si sta oscurando. Una fitta nuvolaglia arriva da sud. Tuoni lontani, finisce che me lo faccio lo stesso, il bagno. No, mi dico, vedrai che non piove. Potrà sembrare strano, ma ho la sensazione di essere osservato. La scogliera è deserta e mi sembra che qualcuno nascosto mi osservi dalle ville sopra di me. Lunedì 13 maggio, ore 20.30 Ceno da solo, in casa, poi scendo al bar degli Specchi. La città mi sembra sinistra. Tavolino con Gualtiero, orafo di grande creatività, Sara, la migliore amica della mia ex, Mandy, sconosciuta. Cazzeggiamo fino alle undici. Poi arriva una zingarella. È bellissima: due occhi di ossidiana, denti bianchissimi. Avrà sedici anni, ma ha già un bambino in braccio. “Vuoi sapere tuo destino?” chiede a Gualtiero. “No”, dice lui, e indica me. “Lui, lui lo vuol sapere”. 13


Ma sì, dai, leggi ‘sta cazzo di mano. “Tu sei in guaio grosso!” dice lei. Rido. “Meglio che tu non ride. Per cinquanta euro io leva tua cattiva sorte.” “Ma quale cattiva sorte?” “Tu vicino a morte”. “Senti, ti do dieci euro e ti togli dalle palle, anche se sei simpatica!” “Va bene, ma questo troppo poco per togliere mardivo.” Martedì 14 maggio, ore 10.00 La notte è passata, non sono morto. Com’è il tempo? Il vento è calato. Niente pioggia, a parte uno scroscio verso l’alba. Fuori, in strada, passa veloce il pusher in vespa, mi vede, si ferma: “Ho del marocco buonissimo, ma che dico marocco, praticamente del polline, costa un po’ di più ma...” Ma vaffanculo anche tu (penso) mentre lo ringrazio e lo saluto, vaffanculo anche il fumo, non c’è tempo da perdere, qui bisogna agire, per fare l’arte ci vogliono i muscoli, qualcuno diceva, non ricordo chi. Salgo anch’io sulla vespa, la solita sequenza, leva il lucchetto, apri il bauletto, butta dentro il lucchetto, infila la chiave nel bloccasterzo, gira la levetta della benzina, tira il pomello dell’aria, e siamo quasi pronti, schiaccia il bottone dello start, gsgsgsgsggsg, anche la batteria è fottuta, senza alzarmi dalla sella, do una pedalata sulla leva, ma sbaglio posizione, la leva sfugge e torna su veloce sul mio stinco destro, merda e stramerda, bella partenza. La vespa sul cavalletto, ulteriore pedalata e il motore prende a cantare al suo solito, brummm brummm, smanetto l’acceleratore, salgo e parto, finalmente. Serpeggio nel traffico che va lento, faccio finta di essere 14


sull’astronave di Luke Skywalker mentre sfreccia nei canyon della morte nera; la macchina e il bus davanti si allargano, canale libero, mi ci ficco in mezzo, canale 12 bloccato, bus di merda, canale anale, dacci dentro, perdio, accelera, accelera, semaforo rosso, inchiodo. La vecchia giapponese, ieri, in piscina, nuotava nella mia stessa corsia con un costume intero, orrendo, grigio, di lana, che le pendeva addosso più degli anni, ma nuotava più veloce di me la vecchiarda, e adesso me la ritrovo nella macchina a fianco al semaforo e mi fa ciao con la mano. Saluto e schizzo via, quasi mi becca una moto che ho dietro, mentre la vespa rallenta nel cambio di marcia, sento il motociclista sbraitare, ti passerà. La vecchia jap mi ha guardato con un’aria strana, e adesso che ci penso quando l’ho guardata ieri in piscina mi è sembrato di averla già vista, ma non so in quale cazzo di posto posso aver visto una vecchia, vizza giapponese che mi fa ciao con la manina gialla. Devo andare, devo andare, finché non saremo arrivati diceva Sal Paradiso, ma loro viaggiavano in due, lui e Moriarty, mentre io viaggio solo come un cane. Ho fretta, come il coniglio di Alice, ma non so neanche bene perché. Perché ho sempre fretta. Corro per andare in un posto. Quando ci sono mi brucia il culo. Come ieri, in quella casa. All’improvviso, entrando, c’era come un odore di ozono. Mai e poi mai avrei immaginato che ci fosse un cadavere nell’altra stanza. Poi, girando l’angolo del corridoio si sentiva una puzza leggera, come di carne fresca, o di cibo lasciato lì. E invece c’era quella scenetta orrenda, che mi ha tolto anche un po’ di sonno. L’uomo era in accappatoio, un accappatoio giallo che forse aveva fregato alla giapponese in piscina. Stava riverso con la testa giù da una scala interna che scendeva al piano di sotto. Aveva ancora una mano in tasca. Dalla tasca usciva il foglietto. Ah, il foglietto... Tocco con la mano in tasca. È sempre lì. 15


Forse l’assassino è il giapponese sui quarant’anni, coi baffetti, che scendeva la scala. I poliziotti mi hanno fatto un po’ di domande, neanche troppe, hanno preso i dati, si tenga a disposizione. Poi mi hanno mandato via. Sul citofono c’era scritto Yakamoto, ma non penso che sia il cognome dell’uomo. Lui non era un giapponese. I giapponesi stanno entrando nella mia vita tutti insieme. Anche adesso, devo correre alla biblioteca, dove mi aspetta una certa Sanae Tzukota o qualcosa del genere; Mi ha telefonato stamattina alle sei, per dirmi che ha del materiale per me. Alle sei. Ma i nippon son tutti così mattinieri? Riparto, sempre con la macchina della vecchia giapponese vicino, ed ecco, incredibile, la vecchia mi si accosta con la macchina, tutti i finestrini sono tirati giù, mentre lentamente ripartiamo in mezzo al traffico, vedo improvvisamente, nella macchina della vecchia, qualcuno che stava accucciato sul sedile di dietro e adesso si tira su, è un giapponese coi baffetti, è lui, quello che ho visto ieri sulla scena del delitto. Lui mi vede e sogghigna, poi tira fuori improvvisamente uno di quegli strani bastoni che usano quelli del karate, e con una mossa velocissima, me lo piomba sul braccio, io mollo il manubrio e casco per terra mentre la vecchia riparte sgommando, sì, sgommando in mezzo al traffico, come nei film di arma letale. Mentre rotolo per terra vedo il mondo che gira intorno a me, anche se sono io quello che gira, invece; e rotolo e vedo le grandi ruote del bus che si avvicinano e prendono sotto la mia vespa che si sfrittella perdendo pezzi, ma per fortuna rimane intera. Chi Vespa mangia le mele. Nel vorticare improvviso mi sembra di vedere, più avanti, il giapponese coi baffetti che scende dalla macchina. Sono attimi, ma vedo che sta fregandomi la valigetta. Era appesa al gancio della vespa, e nel capitombolo è volata via. Poi, un vigile urbano mi aiuta a tirarmi su, sono tutto pieno di tagli e confuso, stordito come 16


un lama a Viareggio, ma niente di grave. “Ha visto chi era?” chiede il vigile “Una macchina gialla, non so che tipo” rispondo. “Ma secondo lei, come è andata ?” incalza, il vigile “Non lo so - balbetto stordito - credo che non mi abbia visto e doveva girare, così mi ha urtato” la storia della giapponese mi porterebbe alla neuro, o in questura, o in tutti e due i posti, per cui sto zitto. L’autista del bus intanto si sente male per lo shock (lui !) e attacca a vomitare dal finestrino, un po’ di roba gialla mi cola sulla manica e mi scosto. Io di lavoro faccio l’assicuratore e ieri ero andato a casa di quel tale... Pastorino, per una polizza. Sarebbe stato ridicolo se fosse stata una polizza sulla vita, visto che ho trovato un morto. Ma io non mi occupo di polizze sulla vita. Assicuro opere d’arte. E’ la mia specialità. E se Yakamoto fosse stato il tizio coi baffetti ? Quello che mi ha fatto cadere dalla moto ? E il morto in accappatoio giallo chi era? E perché era in accappatoio a casa del giap ? Erano gay ? Erano amanti ? Erano. che cavolo ne so. Intanto il vigile mi fa firmare un verbale e mi dice di presentarmi domani al comando dei vigili, in centro, piano terzo, stanza quattro. “Va bene verrò”, balbetto. Con una certa fatica, forzando un po’ le lamiere piegate, apro il bauletto della vespa e controllo di avere ancora le polizze; ci sono. Meno male che non le ho messe nella valigetta. Il vigile intanto ha preso nota di tutto e mi lascia andare. Me ne posso andare e non so dove andare. Avevo un appuntamento, si, con Sanae Tzukota, quella che mi ha svegliato stamane; devo andare alla biblioteca Berio, sono abbastanza vicino, e al pronto soccorso a farmi mettere delle bende ci andrò dopo; sembro una specie di Ecce Homo per via del sangue sui calzoni strappati, ma a questo punto è più urgente andare.

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martedì 14 maggio, ore 11.00 Guido prudente e posteggio vicino alla biblioteca. Mentre sto camminando verso l’ingresso, mi chiedo se sia la cosa giusta, se non sarebbe meglio davvero andare alla polizia e raccontare tutto. La curiosità uccide il gatto, dice il proverbio, ma io non sono un felino. Intanto sono arrivato alla porta della biblioteca, entro, nell’atrio la solita gente che va e che viene, facce sconosciute. Mentre mi guardo in giro, la vedo e lei vede me. Una giapponese sui trent’anni, forse meno, vestita di bianco, col colletto alla marinara, come usano le studentesse di Tokio, si alza e mi viene incontro. Una vocina suadente dice: “Grazie, signor Giorgio, di essere venuto all’appuntamento”. Poi, apre la grossa borsa a tracolla che porta sul petto. Chiacchieriamo un po’. E’ bella, proprio bella, la signorina Sanae Tzukota, nativa di Hiroshima, esperta d’arte italiana, in Italia per studio, lavoro, insomma qualcosa che ha a che fare con l’Università di Firenze, non capisco bene se è qui per fare delle conferenze o per assistere a delle conferenze: è una professoressa molto giovane, o forse una allieva attempata, comunque mi parla dell’ottocento italiano, dei divisionisti, dei macchiaioli, roba simile, e mi dice che lei e il professor Vieri, docente di storia dell’arte, hanno messo le mani su una collezione privata di notevolissimo valore. “Ah, lei è l’assistente del Professor Vieri. ecco, adesso ho capito. Ma, scusi, in che senso avete messo le mani?” “L’Università ha ricevuto una donazione, una donazione pazzesca, tre Signorini, due Silvestro Lega, altri quadri di pittori famosi morti, Plinio Nomellini, Pelizza da Volpedo, Ardengo Soffici, novantasei quadri in tutto, da assicurare, ecco perché l’ho chiamata. La sua compagnia ha già assicurato altre cose per 18


l’Università. Nella borsa c’è tutta la documentazione, le riproduzioni dei quadri, le fotocopie degli expertize, le valutazioni, schede e dettagli per ognuna delle novantasei tele. Si studi la faccenda e mi faccia sapere, signor Giorgio”. Mentre ci salutiamo e ci diamo la mano destra lei mi fa una specie di rapida carezza sulla mano con la mano sinistra; insomma mi dà due mani invece di una: una per stringere, una per una fugace carezza. Strano, per una orientale, almeno penso, mi sembrano sempre così formali e fredde che quel gesto un po’ italiano mi sembra esagerato. Magari le piaccio, penso io, solito delirio di onnipotenza. Come faccio a piacere a questa donnina dall’aspetto ordinatissimo e pulitissimo caschetto scolpito, vestitino alla marinara, collettino bianco candido, perfettamente stirato, immacolato, e io con i jeans strappati, macchiati di sangue, la giacca con una striscia di morchia sulla manica, i capelli sudaticci, attaccati alla testa. Che strano, non mi ha chiesto niente. Non mi ha chiesto perché sono così massacrato, niente. Sono le undici e mezza di mattina, al pronto soccorso mi fanno aspettare fino all’una meno un quarto, poi decido di andare a medicarmi a casa, anche se per l’assicurazione una prognosi sarebbe necessaria, ma che cazzo me ne frega? Vado a farmi una doccia, a cambiarmi, a mettermi un cerottone sul ginocchio. Poi tiro fuori dalla borsa il pacco della giapponesina; in mezzo ai fogli c’è una busta aperta con una lettera dal Giappone; magari anche quella è roba di studio, eppure ho come la sensazione che non c’entri niente, almeno credo. Dentro la busta, un foglio di carta da lettere tutto scritto a mano in giapponese e una foto di due ragazze giapponesi, una è lei, Sanae Tzukota, sono nude, su una spiaggia. La spiaggia sembra una spiaggia della Toscana, sabbia e mare, nessun dettaglio che possa far capire dove si trova, nessun promontorio 19


alle spalle, niente. Guardo le due ragazze, carine, magrine tutte e due, sono sedute su un tronco di legno, di quelli che rimangono sulle spiagge. Sorridono, ma non tanto, all’indirizzo del fotografo, della fotografa. Guardo bene: forse c’è un po’ di imbarazzo per essere nude, forse non sorridono affatto. Vorrei sapere cosa c’è scritto in quel foglio di geroglifici. martedì 14 maggio, ore 18.00 Suona il telefono. “Signor Giorgio, sono Sanae Tzukota, ascolti (la voce è forse un po’ ansiosa?) nel dossier che le ho consegnato c’è anche una busta, una lettera personale. La prego di non aprirla e di riportarmela, oppure, se mi dice dove posso venire a ritirarla...” “Attenda, che guardo, vado a prendere la borsa.” Pochi secondi per decidere: le dico che non l’ho trovata? le dico che l’ho già aperta? fingo di trovarla adesso? “Si (rispondo ipocrita e mieloso) non avevo ancora preso in mano il dossier (falso! giuda!), adesso vedo, si c’è una busta in mezzo ai documenti dei quadri” “Signor Giorgio, ho proprio bisogno di riaverla, quella busta; e di riaverla subito. La vengo a prendere, tanto sono già in giro, mi spieghi bene l’indirizzo, per favore” “Guardi, gliela porto io domani alla biblioteca, domattina presto, se crede.” “Credo che ne ho bisogno subito, ma subito davvero, mi spieghi dove abita, che vengo” Ah-ha, sbaglia i congiuntivi, la giapponesina... “Sto in Canneto il lungo al numero ..., sa dove rimane?” “Certo, sono in Piazza Matteotti, arrivo subito.” E mette giù. Belin che velocità ragazzi, e io sono in mutande, 20


coi cerotti e il disinfettante in mano, la casa in disordine, puzza di fumo nell’aria, i piatti sul lavello di cucina e il cesso che è un cesso. Mi infilo le braghe e sto avviandomi al bagno per darmi una rassettata quando suona la porta, vado ad aprire, è lei. “Scusi se l’ho disturbata, ma avevo fretta” Apro la porta, la faccio entrare in salotto, sul divano c’è la busta; faccio per prenderla ma lei mi precede, l’afferra, la apre. “E’ curioso?” Sì, un po’. Anzi, no. L’ho già guardata. Mai vista una giapponese arrossire, eppure ho avuto come la sensazione che il suo viso per un attimo avvampasse. Poi si riprende. “Tipicamente italiano. E cos’ha pensato?” “Ho pensato che lei è una bella donna, e forse anche spregiudicata, anche se non sembra”. Di colpo lei cambia tono. Smette quel mezzo sorriso che mi stava facendo pensare qualcosa di non ancora definito. “Signor Giorgio, non posso rientrare a casa mia. Ho dei problemi con un maniaco, credo.” “Maniaco?” “Sì, una persona che mi telefona e mi insegue. Mi vede dalla finestra, penso. Minaccia con dei biglietti anonimi di saltarmi addosso. Se riesce a non fare l’italiano, posso chiederle di dormire qui, stanotte?” “Solo se lei riesce a non fare la giapponese” rispondo, senza capire bene che senso abbia la risposta, ma lei ride, quindi dev’essere divertente. martedì 14 maggio, ore 22.30 Solito: io sul divano, lei nel mio letto. Lei che dorme, io sveglio, a pensare alla foto.

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Mercoledì 15 maggio ore 05.30 Mi sveglio male, e di colpo, con una sensazione di dolore al petto, una fitta lancinante, che sia un infarto? Mi viene anche nausea, ma poi, dolore e nausea passano, e allora non è niente di grave, una fitta intercostale forse, mah ... Mi guardo in giro, ma Sanae non c’è più; ed è un risveglio molto faticoso, con una sensazione di mal di testa e le tempie che martellano; porco cane, come se avessi bevuto e non avevo bevuto. E che cos’è questo sapore fetido in gola, come di medicinale ? “E perché se n’è andata?” dice una vocetta dentro di me; “aveva qualcosa da nascondere!” risponde un altro dei miei diavoletti. I sospetti si accavallano nella mente “la storia del maniaco era una palla, e tu te la sei bevuta, coglione!” bel concerto di pensieri, appena sveglio. Guardo l’orologio e strabuzzo gli occhi gonfi, le cinque e mezza, ma fuori c’è buio, allora sono le cinque e mezza del mattino. Ho dormito male, sono confuso, c’è qualcosa che non va; e questo strano sapore in gola, come se mi avessero dato un sonnifero. Alzando poi gli occhi, dal letto alla stanza, penso che un sonnifero devono avermelo proprio dato, visto che ho dormito così male e così pesantemente. Così profondamente da non accorgermi che la mia casa è stata attentamente perquisita. Nulla di rotto, ma tutti gli armadi e i cassetti aperti, la mia roba sparsa per terra, le valige fuori dal soppalco aperte come bocche d’ippopotamo mi guardano sornione e io ho ancora di più mal di testa. “Cazzo cazzo cazzo” non ci capisco niente; la borsa coi documenti dei quadri è sempre lì, manca la busta con le foto. “Eh già, quella stavo dandogliela, prima che la furia dell’oriente si scatenasse nella mia testa” bofonchio tra me e me e mi metto a 22


sedere lentamente, il mondo oscilla un po’ e poi si ferma. Prendo in mano il cellulare e lo guardo stupidamente, lui risponde al mio sguardo con le iconette che brillano nella notte. “Devo ritrovare Sanae Tsukota (penso) ma lei non mi ha lasciato il suo numero; il mio gliel’ho dato alla biblioteca, posso sempre tornare lì e domandare”. Come per magia, il telefono che ho in mano, comincia a suonare. Pronto? Non è lei, non è lei. Chissa dovè lei? Guardo sul display il numero di chi chiama. Una sequenza di cifre, sconosciuta, ma che io vedo come un disegno. E quel disegno, quella forma, la riconosco...o forse no, ne ricordo una parte, una piccola serie...con due sei al centro. Due sei: due palline col ciuffo che si rincorrono, oppure, qui, sul display, due seggioline in fila. Lascio suonare ancora un istante, il tempo di cercare nella tasca della mia giacca quel foglietto, quello che ho trovato nell’accappatoio del morto. E’ quello. E’ lo stesso numero di telefono. Mercoledì 15 maggio ore 05.59 “Pronto? ...Ah, lei è... il professor Vieri? Si? La signorina Tzukota? No, non l’ho vista. Doveva venire qui? Deve parlare con lei? Ah, capito. Ha del materiale da consegnare alla sign... a Sanae, insomma.” Non ci capisco niente. Il numero... questo numero... ma come, cosa c’entra? Il professor Vieri deve partire domani mattina per un convegno a Nîmes, e così deve assolutamente lasciare del materiale per Sanae a me. “A me? Professore, ha idea di che ore sono? Sono le cinque e mezza di mattina! E davvero così urgente?” “Questione di vita o di morte” risponde. “Via Jacopo Ruffini 33, interno 12”. E attacca. 23


Mercoledì 15 maggio ore 06.00 La casa è molto bella, all’ultimo piano, si vede il porto. “Venga, signor Giorgio. Si accomodi in biblioteca. Mi scusi se tengo la luce spenta, mi scusi. Mi scusi se l’ho coinvolta...”

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“Io non so (rispondo) in cosa mi abbia coinvolto; so solo che stanotte qualcuno è entrato in casa mia, mi ha dato un sonnifero e ha buttato tutto all’aria. Non so cosa cazzo cercasse !” “Mah..” fa Vieri e assume un’espressione molto tesa. “E non è tutto. (continuo io) Come lei probabilmente sa, visto che sa un sacco di cose che io non so, la Signorina Sanae mi aveva chiesto ospitalità, stanotte, dicendo di essere perseguitata da un maniaco” “E allora ?” Vieri si sta alterando, è diventato paonazzo “Allora?” ripete. “E allora un cazzo (rispondo io malamente), stamattina non era più in casa” a questo punto Vieri sclera, comincia a sudare e la voce gli si fa molto dura, quasi roca; mi guarda male; “Succedono cose come queste (dice sibilando) e lei si lamenta di essere coinvolto!” “E’ che vorrei sapere in che cosa sono coinvolto” rispondo con aria schifata. Vieri non mi risponde neanche, e fa un numero di telefono. Alla risposta dice soltanto: “Hanno rapito Sanae. Intervieni subito con chi sai. Io...mi attivo tra cinque minuti”. E’ concitato, inquieto oltremisura. E anch’io sto quasi sclerando. Poi riprende a parlarmi: “Beh, la faccenda è questa; lei sa che Sanae ed io collaboriamo con la polizia? Da circa tre anni diamo una mano alla giustizia, per capire qualcosa nel complesso mondo dei furti d’arte. Roba anche grossa, certe volte. Con in mezzo la mafia, le banche, committenti facoltosi d’oltreoceano... un mondo difficile, mi capisce? Bene, è successo che abbiamo fatto bingo. Io e Sanae abbiamo beccato un’organizzazione internazionale di traffico d’arte. Guardi, non pensi a maniaci collezionisti o bizzarri ricconi, come vede si tratta di delinquenti veri, gente senza scrupoli. Giapponesi, russi, italiani. Con una lunga fila di morti alle spalle. Sembra incredibile, 25


vero? Sono legati ad un grosso gallerista di Berlino, che come secondo lavoro fa il ricettatore, e come terzo lavoro spaccia arte rubata sotto banco. Un giro di milioni di euro.” Guardo dalla finestra: “Merda (dico) stramerda.” dalle persiane semichiuse, guardando giù in strada, ho visto il merdoso giapponese coi baffetti, che fuma appoggiato a una macchina, e dentro c’è altra gente. “Cosa vuole da me, professor Vieri?” “Che prenda questo cd, che contiene una serie di fotografie e dati, che incastrano un po’ di gente importante. Io adesso devo muovermi. Avrei dovuto partire tra due ore per Nîmes, e in ogni caso non posso certo lasciarlo a casa. Quel signore coi baffetti, che lei ha visto giù in strada, la troverebbe certamente. Non posso neanche portarmelo dietro.” “Chiamiamo la polizia, (dico io). Mi scusi, Sanae è sparita da casa mia, mentre ero narcotizzato; mi hanno rovesciato la casa, per cercare qualcosa, che non ho capito cosa sia, giù in strada c’è una cintura nera di centesimo dan, che mi aspetta per fratturarmi qualche arto, e prendermi il cd... non le sembra abbastanza per chiamare il tenente Colombo?” “Non sia ironico, signor Castellani. Non è il momento di scherzare. Qui ci sono le mie chiavi di casa, quando uscirà di qui chiuda bene la porta e poi tenga lei le chiavi, me le darà quando torno. Se vuole naturalmente può usare questa casa. Io uscirò prima di lei, dal garage. Loro mi inseguiranno. Lei rimane qui, e poi esce con calma, quando mi sarò tirato dietro la macchina dei giapponesi. C’è anche un’uscita da dietro: da una porta sulle scale al piano terra esce nel cortile, poi passa nel palazzo a fianco, che ha un’uscita in una stradina laterale.” “Chiamiamo la polizia” (ripeto). “Vede, non è semplice spiegarle: abbiamo scoperto che 26


qualche poliziotto collabora con l’associazione. Qualcuno, ma non sappiamo ancora chi. E quindi non possiamo fidarci di nessuno, per il momento.” Suona il telefono. “Pronto? Sanae! sia lodato il cielo. Dove sei?” “Sono da un’amica. Giorgio? No, non so. Me ne sono andata da casa sua alle quattro di mattina. No, non mi hanno rapita. Credo che. posso parlare? Quei signori abbiano fatto una visita a casa di Castellani, dopo che me ne sono andata.” “E infatti li abbiamo sotto casa. Castellani è qui, con me. L’hanno narcotizzato e hanno cercato in casa sua.” dice. E poi aggiunge: “Sanae, sei in pericolo. Chiama questo numero, oppure quest’altro. Sono due amici. Nasconditi, perché questi vogliono a tutti i costi quello che sappiamo. Non fare nient’altro. Ci sentiamo al mio rientro.” Segue un’altra telefonata, che Vieri fa, presumibilmente allo stesso numero di prima, e - di nuovo laconicamente - dice: “Falso allarme, grazie a Dio. Contrordine sull’intevento, d’accordo? Si, anch’io, figurati.” Mercoledì 15 maggio ore 06.20 Poi, in dieci-dodici minuti succede l’imponderabile. Il professor Vieri esce. La macchina lo insegue, ma non lo prenderà: è uscito a palla dal garage e ha una biemmevù, i jap hanno una Uno diesel. Sono le sei e mezza di mattina. Non lo prenderanno. Esco dall’appartamento, chiudo con due chiavistelli. Guardo il cortile da una finestra sulle scale. Merda, merda, merda. Il tipo coi baffetti e un altro sono lì. Mi viene un’idea. Salgo verso i solai. Vedo una vecchia madonnina di stucco nelle scale, in una nicchia impolverata da anni. Ha una fessura. Nascondo il cd nella madonnina. Madonnina, pensaci tu. Levami da questo casino. 27


Esco sul terrazzo. Da una scala esterna scavalcando una rete, passo al tetto di un palazzo più basso, a fianco, che è collegato con una specie di passerella. Entro nelle scale del palazzo a fianco. La porta è aperta. Grazie, madonnina. Scendo le scale. Potrei stare qui, farmi venire a prendere. Invece metto il naso fuori dal portone. Esco in via Ruffini. Tutto tranquillo. La mia vespa è parcheggiata a venti metri. Ci vado, forse ce l’ho fatta. Non proprio la solita sequenza, leva il lucchetto, niente bauletto, butta il lucchetto per terra, presto, infila la chiave nel bloccasterzo, presto, gira la levetta della benzina, tira il pomello dell’aria, e siamo quasi pronti, schiaccia il bottone dello start, gsgsgsgsggsg, anche la batteria è fottuta, presto, cazzo, presto, senza alzarmi dalla sella, do una pedalata sulla leva, ma sbaglio posizione, la leva sfugge e torna su veloce sul mio stinco destro, merda e stramerda, solita bella partenza. La vespa sul cavalletto, anche ‘sta volta, ulteriore pedalata mentre, cazzo, escono i giap dal portone. Mi hanno visto, ma il motore prende, va, brummm brummm, smanetto l’acceleratore, uno di loro mi rincorre a piedi, l’altro mette in moto una macchina, stavolta è un’Alfa, mi va peggio. Quello a piedi sale anche lui, non ce l’ha fatta a beccarmi. Gli grido fanculo un po’ per sfogo nervoso, un po’ per la paura che da qualche parte deve uscire, un po’ perché ho la certezza dentro di me, che un giapponese anche con un’Alfa non può beccare un genovese su una vespa, a Genova. Fanculo. Per fortuna ci sono i vicoli. Scendendo verso Caricamento ho fatto almeno un centinaio di infrazioni, ma nella kasbah non mi beccheranno mai. Adesso devo pensare a dove andare, a dove mangiare, a dove dormire, perché mi sembra di vedere giap da tutte le parti. Mercoledì 15 maggio ore 07.00 28


Mi fermo in Vico Caprettari, busso alla porta di un amico pittore, che quando sono in vacanza, mi permette di posteggiare la vespa nel cortiletto di casa sua. Entro nel portone con la vespa, poi passo al cortile e la posteggio; qui non la becca nessuno, qui non mi becca nessuno. Errore, mi becca la segnora Rosa, di professione prostituta latinoamericana, che lavora in una stanzetta che da’ sul cortile. Viene fuori e mi apostrofa al solito “Vieni che te lo succhio bene e poi facciamo una bella scopata, dai entra!” La guardo con sguardo triste mentre le rispondo “Cara Rosa il cazzo non vuole pensieri !” e poi comunque la cosa non mi interessa; entro nel portone buio e salgo all’ultimo piano, allo studio di Rocco, l’amico pittore. La porta di Rocco è sempre aperta, lui non chiude mai quando lavora lì; lavora, mah, si fa per dire. Lui e la modella che si chiama Brunette ed è francese sono nudi tutti e due, seduti all’indiana, con le gambe incrociate, completamente sballati, si passano volonterosamente un grosso chiloum dal quale pipano come dannati. “Oh Giorgio (fa Rocco) ho sentito......... ho sentito la vespa, sì, vieni vieni, fai un tiro anche tu, noi abbiamo appena cominciato, abbiamo”. (si perde un po’ nel vago). Brunette si muove un po’ e fa sobbalzare quei meloni che vorrei toccare “Non è vero (farfuglia un po’), non è vero per niente, è da ieri pomeriggio che siamo qui”. E poi cerca di nuovo di raccontarmi la storia di quel viaggio, che aveva fatto l’anno scorso in Messico, con Nouvelles Frontieres, che dovevano fare un gran tour archeologico e invece, appena arrivati a Oaxaca, con la complicità di un amico italiano, che vive lì da tempo, si erano fermati in una pensioncina, e si erano dedicati solo a fumare l’acapulco gold e, negli intervalli, a provare qualche funghetto; e di lì non si erano più mossi fino all’ultimo giorno, in 29


cui la ciurma degli strafatti, dopo essersi ingozzati con gli ultimi funghi rimasti, aveva preso l’aereo per Mexico D.F. e da lì poi per Roma, e, stronati com’erano, il viaggio era sembrato brevissimo e anche molto strano. Lunedì 15 maggio ore 07.30 E mentre le guardo le tette, Brunette comincia e non finisce il racconto, mi porge il chilum, e io commetto l’errore di darci una tirata, così per amicizia, il sapore è strano, forte, fortissimo. “Che cavolo ci avete messo dentro?” domando. “Non ti preoccupare.... (dice Rocco con l’occhio pallato) tutta roba buona c’è dentro dell’erba colombiana fortissima, quella che da noi si chiama “gran culo” e poi ci ho anche sbriciolato l’avanzo di un funghetto.” “Beh io ho lasciato la vespa giù.” (dico mica tanto convinto) “Va beh, buone vacanze amigo (mi risponde Rocco) quando torni ti faccio vedere i quadri nuovi, anche quello della Brunette” Li saluto e scendo le scale, ma qualcosa mi va male. Le scale improvvisamente sembrano in salita e fatico a scendere; Rocco sulla porta mi chiama “ uè amigo ma che cazzo fai, sali invece di scendere, tu sei fatto più di me” “Adesso scendo adesso scendo” e intanto penso che io sono fatto di stanchezza, della notte che sta passando e delle emozioni; ma ho sottovalutato la colombiana e i funghetti. Probabilmente mi mettono su un materasso, gli amorevoli Rocco e Brunette. Probabilmente, perché il coma mi sorprende mentre bacio lo zerbino della porta e non capisco più nulla, anche se mi ricordo che da qualche parte ci sono dei giapponesi che mi vogliono fare il culo. giovedì 16 maggio, ore 12.00

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Mezzogiorno del giorno successivo. La colazione di Rocco è disgustosa: pasta d’acciughe su biscotti al plasmon. Lui dice che sono l’unica cosa che al mattino lo tira su. Brunette mi dice che ho la faccia preoccupata. Preoccupata? Mi sto cagando addosso. Racconto la storia, tutta la storia dall’inizio. “Rocco, tu ne sai niente di furti di quadri?” “Furti? (risponde Rocco) I miei non li vogliono neanche se li regalo.” “Non dir comme ça. (dice Brunette) Sei un enfant gaté. Vuoi fare il falito. Invesce ha venduto due tele a una vechia anglais e si ha sputanato quasi otomila euro in tre jorni.” “Ci siamo sputtanati, vorrai dire” dice Rocco. Carica un chilum. “Vuoi?” “No, grazie”. Rocco mi guarda e mi dice: “A te ti ci vuole il Professore”. “Chi è il Professore?” “E’ uno che sa tutto di arte. Era un docente pazzesco all’Università: pubblicava libri, faceva conferenze, organizzava mostre. Poi l’hanno beccato che commerciava in robe rubate: etruschi, Rembrant, roba grossa. E allora gli hanno infilato un dito in culo e l’hanno messo dentro per un po’. Poi si è bevuto tutto, credo. Tranne il cervello. Lui adesso va a letto presto, è fuori dal giro, ma sa tutto, te l’assicuro. Se gli vuoi parlare, lui tutte le sere mangia alla trattoria Sa pesta”. Mi parcheggio da Rocco per la giornata, tra pasta d’acciughe e Brunette che gira nuda per casa. Rocco è andato a parlare con un gallerista, sta via fino a sera. “Un jorno o l’altro io e te dobiamo fare l’amore” dice Brunette. “Quando sarai guarito di quele brute ferite e sarai meno sudaticcio. Adeso mi fai schifo, ma di solito sei jolie. Hai paura che Roco pianje? No, mio caro. Roco non è il mio boy friend”. “Facciamolo adesso. (dico io) Mi faccio una doccia?” 31


“No, carino. Adeso sei tropo preso dei tuoi japanesi, dei tuo dischetti di organisateur. Quando sarai fuori di questa storia”. Brunette non ci sta. Non c’è niente da fare. Le piace provocare. E sono le otto di sera. Tiro su il bavero del giubbotto e imbocco vico Vegetti per andare alla trattoria Sa Pesta, dal Professore. giovedì 16 maggio, ore 20.00 “Salve, è già arrivato il Professore?” “Quale Professore? Chi lo vuole?” E poi dicono che Palermo è omertosa. Guardo la sala da pranzo. Un tavolo con due turisti tedeschi. Un’altro con un vecchio. Ha un’aria troppo proletaria per essere lui. Due signori in un angolo, Uno sui cinquanta, tipo ex attore porno: capelli lunghi, chiodo, jeans e stivaletti da cowboy. Camicia nera, aperta, e collana d’oro. L’altro sui sessanta, camicia di marca, ma lisa, giacca di tweed con tasche piene di roba, occhialetti da presbite di tartaruga. Pantaloni di velluto e clarks. E’ lui, lo sento. Mi siedo al tavolo vicino, tiro fuori di tasca una copia del Manifesto di tre giorni fa che ho trovato in casa di Rocco. Sento cosa dicono. “Allora ci cambio la calderina e i tubi li lasciamo fuori?” “Sì, fuori”. “Vengo domattina alle sette”. “Aspetta, Mariano. Quanto mi becchi per sto lavoro?” “Calderina e manodopera tutto compreso ottocento euro”. “Facciamo settecento?” “E non ti preoccupare, Professore. Se non ce l’hai domani, me li dai quando ti vengono nelle mani.” “Va bene. Ci vediamo domani alle nove”. “Alle sette, Professore”. “Alle nove”. 32


“Va beh. Ciao”. “Ciao”. Arriva la ragazza col blocchetto delle ordinazioni. “Cosa prende Professore? Il solito?” “Si, grazie”. “E lei, giovanotto?” “Trenette. E poi polpo e patate. Una chiara media. ” La ragazza se ne va, e io mi faccio avanti: “Professore, sono un amico del pittore Rocco Tanzi”. “E’ veramente un suo amico, se lo chiama pittore” dice il Prof ridendo. Ha una faccia simpatica. “Le dovrei parlare”. “D’arte?” “No, cioè...si, anche...ma...” “Si sieda, giovanotto. Venga al mio tavolo”. Gli racconto la storia. Mi lascia sciorinare tutto senza fare una domanda. Strano, per un professore, penso io. Quando ho finito lui mi dice: “forse lei non si rende conto della situazione in cui si trova. Lei crede di stare nella merda e invece sta su una bomba atomica. Quando esce di qui, stando bene attento che non la segua nessuno, vada fino in piazza Cosma e Damiano. Suoni alla canonica che è lì a fianco e si faccia dare dal curato le chiavi dell’oratorio. La raggiungo lì verso mezzanotte. Non torni dai suoi amici. Non faccia niente”. giovedì 16 maggio, ore 21.30 Ma da Rocco devo tornare perché a casa sua ho lasciato quello che rimane della busta che mi aveva dato Sanae e che avevo raccolto quasi automaticamente prima di andare dal professor Vieri in via Ruffini. Un pacco di carta che avevo nel giubbotto, e che ho buttato sulla credenza di Rocco. Per cui, prima di andare alla canonica, 33


torno in vico Caprettari. Come al solito la porta è aperta. Si sente lo stereo in cucina. Comfortably Numb dei Pink Floyd. C’è la luce accesa. Brunette è sempre nuda, distesa ai piedi del divano, con un piccolo rigagnolo di sangue che le scende dal collo. Rocco invece è sotto il tavolo, in cucina. Ha una macchia di sangue molto grande sotto la testa, e una striscia di sangue come se fosse andato a morire sotto il tavolo provenendo dal soggiorno. Istintivamente spengo la radio. I fogli sulla credenza non ci sono. Panico panico panico. Mi accorgo che anche qui la casa è sottosopra. Hanno cercato dappertutto quel maledetto cd da sessantotto megabyte che ha già fatto due, forse tre morti, se contiamo anche il signore di tre giorni fa, quando ho visto il giapponese coi baffetti per la prima volta. Non me ne rendo neanche conto, ma corro in canonica, il parroco mi dice: “Chi ti manda?” “il Professore”, dico. Mi tira la chiave. Mi chiudo dentro, ma neanche qui mi sento al sicuro. giovedì 16 maggio, ore 22.00 Il telefono prende? faccio il numero. Enrico è un redattore di cronaca al Secolo XIX. E’ un mio ex compagno di scuola. “Enrico? Sono Giorgio... Quel tipo che hanno ammazzato tre giorni fa in via Paleocapa. Ne sai niente?” Enrico pensa un attimo. “Ah. Abbiamo fatto un articolo l’altro ieri. Si chiamava Renato Curreri. E’ un mercante d’arte. No, non è di Genova. La casa? non è sua. E di proprietà di certi Yakamoto che si occupano di import export. Ma sono in Giappone da mesi. Nella casa, che poi fa anche da ufficio, ci stava un certo Pastorino, che sarebbe il factotum in Italia di questi Yakamoto. Adesso l’hanno fermato”. Cazzo, Pastorino è quello che mi aveva telefonato e mi aveva chiesto un appuntamento. Pastorino è il motivo per cui ero in quella casa. “Scusa, Enrico, ha confessato?” “Non ne so un cazzo, la polizia dice che è fortemente indiziato”. 34


“Ciao, grazie”. “Ma perché ti interessa?” “Poi ti spiego, adesso non posso. Ciao”. Sento le chiavi girare nella porta. E’ il Professore. Dobbiamo partire, dice. Dobbiamo far presto. Intanto gli racconto cosa è successo a Rocco e Brunette; lui mi guarda sgranando gli occhi, poi si passa una mano nei capelli con un gesto di disperazione. Rimane un po’ lì, mormora qualcosa, ma poi all’improvviso mi prende per un braccio e mi sibila nell’orecchio: “L’unico modo che abbiamo di tirarci fuori da questa storia è fregarli sul tempo. Giù in piazza Cavour, scese le scale, c’è un furgone con scritto Ezra Traslochi. Ci si infili dentro e mi aspetti lì.” Sono veloce, il piede nella scarpa cuoce, corro come una lepre lippata, corro giù per le creuze verso piazza Cavour; il Professore mi seguirà tra cinque minuti; mi ha detto: “Meglio uno alla volta, così se loro sono in agguato prenderanno solo uno di noi due, se siamo insieme ci fanno carretto a tutti e due e va tutto affanculo.” Bell’incoraggiamento, penso, mentre vedo di sfuggita la solita folla dei vicoli a quelle ore: marocchini che stanno a crocchio e chiacchierano che sembra che scatarrino continuamente coi suoni aspri dell’arabo, tossici genovesi che si aggirano col solito fare un po’ circospetto, ce n’hai roba, qualche puttana dell’Africa nera, qualche sudamericana, un po’ di genovesi a spasso per la movida dei vicoli, qualche turista. Oddio, ci sono anche dei turisti giapponesi, ma, ué, Giorgio, son mica tutti delinquenti, penso, mentre corro e arrivo in piazza Cavour. Un giro dell’occhio e vedo il furgone, uno stranissimo furgone; si tratta di un vecchio Bremach da cantiere, con le gomme artigliate e il cassone molto alto, sul quale è stato montato come un piccolo container di ferro dipinto coi resti di una vernice rossa stinta e scolorita, sotto si vede la ruggine, e con una improbabile scritta in caratteri gotici: Ezra Traslochi. 35


Mentre penso che quel camion è una roba assurda, provo la porta della cabina, ma non si apre e allora mi attacco alla maniglia della porta posteriore e mi butto dentro finendo addosso ad una cosa morbida calda e pelosa che giace sul fondo del cassone; la cosa pelosa si rivela essere un cagnone di grossa taglia e di razza bastarda; con la paura che mi morda, allungo una mano per carezzarlo e il cagnone mi si arremba vicino e comincia a lavarmi la faccia a lappate. giovedì 16 maggio, ore 23.30 In quel momento qualcuno chiude da fuori la porta del furgone e ci lascia al buio; sento poi sbattere la portiera della cabina e il furgone viene messo in moto e, come tutti i Bremach, comincia a vibrare rumoreggiando: to to to to to TO, to to to to to TO. E parte all’improvviso facendomi cadere addosso al cagnone che fa una specie di caì mentre sento la voce del Professore da dentro la cabina di guida “Ma tieniti, perdio, non vorrai mica fare la fine di Patrick Lumumba!” “Ma cosa dice, Professore, cosa c’entra Lumumba ?” “Lumumba è stato torturato e poi trasportato per 1200 chilometri sul cassone di una Land Rover ed è arrivato quasi morto, il che per lui è stato un vantaggio, visto che appena arrivato hanno riattaccato a torturarlo finché non è morto davvero” “Professore, mi fa paura, perché fa questi discorsi?” “Perché, cosa crede che le avrebbero fatto i giapponesi se la trovavano, crede che per farle dire dove ha messo il cd, le avrebbero fatto il solletico sotto i piedi? Eh no, caro mio, quella è gente che ammazza, l’ha visto coi suoi occhi. Adesso mi fermo e lei salta qui davanti e andiamo al forte Richelieu”. E non parla più, mentre il furgone avanza per Genova e percorre una strada che poi diventa 36


in salita, con frequenti curve e poi diventa, credo, uno sterrato dove il furgone come una jeep avanza, saltellando sui sassi. Quando la strada finisce, si arrampica sullo sterrato in forte pendenza, ci avviciniamo al portone, il Prof scende con una grossa chiave in mano e lo apre, come fosse casa sua; risale; riparte; si ferma al di là del portone e scende a chiuderlo. Scendo anch’io mentre il cane salta giù e sparisce nel buio. Neanche il tempo di dare un’occhiata al cortile interno, illuminato dalla luna, che il Professore mi prende per il braccio e mi spinge verso una rientranza del muro dove c’è una vecchia porta arrugginita. “Ho un amico alla Soprintendenza” dice. Il locale è un piccolo magazzino-ufficio dei Beni Culturali. E’ spoglio, ma pulito e ordinato. Entro, e Sanae è seduta su un divanetto. Non capisco. Cosa ci fa lei qui? Non è più vestita alla marinara: ha una gonna di jeans troppo corta e una maglietta con scritto “why do you drink and drive when you can smoke and fly?” troppo aderente. Mi rendo conto adesso che ha due gambe da pubblicità delle calze. “Conosce il Professore?” le chiedo con un certo sospetto. “Il numero me l’ha dato Vieri al telefono, l’altra sera prima di partire. Ma io lo conoscevo, il Professore. Ho letto tutti i suoi libri.” “Tempo buttato” dice il Professore. “Ok, (dico io) e l’altro numero che le ha dato il professor Vieri?” “Era di un certo signor Curreri, un mercante d’arte che collaborava con noi per scoprire questa organizzazione” “E’ quello che hanno fatto secco in via Paleocapa” dico io. “Esattamente. E’ lui che ha portato a Genova quel cd che le ha dato Vieri.” “Non ci capisco più niente” “Le spiego io” dice il Professore. “C’è un’organizzazione criminale Italo-russo-giapponese che si occupa di furti d’arte ad alto livello. L’organizzazione 37


funziona sull’import-export, ma anche su scala locale: vengono commissionati furti in Italia per ricchi giapponesi o russi, ma anche per ricchi italiani. O per ricchi mercanti italiani, che poi autonomamente vendono la roba rubata, prevalentemente ad americani o nord europei. Nel giro, però ci sono coinvolte anche altre persone: responsabili di musei, operatori culturali, e anche qualche poliziotto che collabora con l’organizzazione. Oggi si governa col consenso. Capisce? Per vincere la partita, non serve il dribbling vincente. Basta pagare l’avversario perché si lasci dribblare.” “E’ un casino” dico. “Il signor Curreri era un dipendente del Ministero dei Beni Culturali che poi si è messo in proprio, come si dice, per commerciare in arte. Aveva conoscenze, ma purtroppo era un uomo onesto. Anche se a modo suo. Quando l’alito dell’organizzazione gli è arrivato sul collo, non è andato alla polizia. Ha cominciato a raccogliere dati, accortamente, senza fare troppe domande. Ha fatto ricerche. Ha scoperto un giro all’interno del Ministero, che faceva passare roba grossa, antica. Ha cominciato a fare l’intermediario. Ha registrato opere rubate e acquirenti per tre anni. Ma soprattutto ha scoperto tre nomi eccellentissimi di questo traffico. Ha anche scoperto che a Genova c’era gente che, anche senza fare il doppio gioco, lavorava nello stesso campo, per così dire. Ha conosciuto Vieri. Tre giorni fa ha portato da Roma quel benedetto cd, o cd, e l’ha dato a Sanae. Il motivo ufficiale della sua venuta a Genova era quello di vedere questi Yakamoto, che sono gente dell’organizzazione. Lui pensava di essere al sicuro, ma loro sapevano già tutto e l’hanno fatto fuori, pensando di trovare il cd nella sua valigetta. ” “Invece ci eravamo messi d’accordo per telefono. Ce lo siamo scambiati sul treno tra Brignole e Principe, quando lui è arrivato 38


da Roma. Era il giorno prima che ci incontrassimo in biblioteca” aggiunge la giapponesina dall’altra parte della stanza. Rannicchia le gambe. Le vedo le mutande. “Poi ho portato il cd al professor Vieri. La mattina successiva le ho telefonato per fissare l’appuntamento in biblioteca, per assicurare la collezione Morelli Scansani, quella di cui lei ha la documentazione. “ “Ce l’avevo” rispondo. “Poi l’hanno rubata in casa di due miei amici, dopo averli fatti fuori” “E faranno fuori anche noi, se non stiamo all’occhio” dice il Professore . “Comunque, quella collezione è un’esca. Una serie di falsi con cui insieme alla polizia si voleva tendere un tranello all’organizzazione. La collezione Morelli Scansani, se esistesse davvero, sarebbe un obiettivo perfetto per l’organizzazione: opere mai pubblicate, catalogate e autenticate solo di recente dall’università, in un dossier che è stato rubato, e quindi commerciabilissime.” “Quindi sono stato coinvolto per assicurare un pacco?” “L’assicurazione è una prassi obbligatoria per una mostra, come lei sa” dice Sanae “ senza assicurazione il pacco, come lo chiama lei, non sarebbe stato credibile; ma c’è di più: i nostri amici dell’organizzazione prendono informazioni proprio per via assicurativa” “Non mi dica” rispondo straniato. “La sua compagnia, la Wild, è una delle fonti di informazione più efficaci. E il suo capoccione...” “Chi, Argentini?” “No, non il direttore locale, sto parlando di Claudio De Rieti, il vostro presidente...” “Cazzo, il presidente...” bofonchio io incredulo “De Rieti è uno dei tre nomi eccellenti” “E gli altri?” domando E il Professore risponde: “Milvio Bernasconi, ministro dei Beni Culturali. Anselmo Vastani, vicepresidente dell’Associazione 39


Industriali. Ma adesso basta parlare. Devo recuperare il cd dove lei mi ha detto, Castellani. Insomma, dovrò recitare un’orazione alla Vergine. Quindi vi devo salutare. Ci vediamo domattina. Chiudetevi dentro”. Venerdì 17 maggio ore 0700 “Sto secchio, belandi, u l’è pesante da purtà dedatu. ‘Sti scignuri vogliono che ci lavo le scale due volte la settimana ma vaggu pe-i settanta. Sun vegia, anche se o me travaggiu o fassu ben. Trentatré anni che faccio la portinaia di via Ruffini trentatré. Trentatré e trentatré fa sessantasei. Che sono i miei anni. Comincio da su e vengo giù. Due volte alla settimana per cinquantaquattro settimane, belandi, fa cento e otto volte all’anno, per trentatré.... fa... ma questa povia maduninn-a che c’è qui in cima non ci penso da due anni. Stamattina ci voglio dare una bella ripulita e anche metterci un bel mazzetto di fiori finti. Poi ci dico all’amministratore se ci fa mettere un lumino. Di quelli che consumano poco. Che qui, de ‘sti tempi.... se nu ghe pensa a Madonn-a... Prendo la scala... qui nel sottotetto... Mia comme a l’è bella a me maduninn-a... Ma... cos’è ‘sta roba? Sembra un toccu de radio, de telefunu... oppuramente saià... quelle cosse dei compiuter, comme se ciaman. Ora la prendo e poi ce la do a mio nipote, che magari ci serve. Quello figgieu u l’è bravo con i compiuter.” “Scià Maria? Scià Maria ! “ si sente ‘na vociaccia che chiama dal portone; è il postino: “ghe na raccumandata da firmà, scia vegna pregu” “Sun chie, sciu Carlo, cosse gh’è ?” “Na raccumandata per Vuscià, l’è da firmà, ecco, scia piggie u registru” “E va ben, scia me dagghe...” 40


E la Signora Maria, portinaia di Via Ruffini 33, per avere la mano libera posa il cd sul tavolo della portineria. Più tardi, dopo aver letto la raccomandata, che era dell’INPS, la Signora Maria, preoccupata per la sua pensione, macchinalmente infila il cd dentro un armadietto della portineria, dove in genere, per innato spirito ligure al risparmio, ci mette le cose che non servono, ma che forse possono servire: pezzi di spago, grosse buste di cartone, carta da pacchi usata, un cacciavite spanato, una lampadina, tanti sacchetti di plastica minuziosamente piegati a triangolo. Ci mette il cd e se ne dimentica; bisogna perdonarla la Signora Maria, ha tanto da fare. Norio Takeda intanto, è riuscito ad eludere la sorveglianza della Signora Maria, proprio quando lei era per le scale, e presto si trova davanti alla porta dell’interno 12. Estrae da una piccola borsa degli attrezzi speciali, e la serratura del prof. Vieri si apre senza far rumore. Norio entra e si chiude subito la porta alle spalle. Nessuno ha visto. Nessuno lo ha visto. Ma l’antifurto di Vieri è scattato, Norio bestemmia in tre lingue contemporaneamente e si avventa sulla cassettina dell’antifurto, banalmente collocata accanto alla porta. E’ nervoso stamani Norio e commette un piccolo errore, che provoca un grosso cortocircuito. La luce dell’intero palazzo salta per qualche minuto; la Scià Maria, che si trovava per le scale, adesso è al buio “ ‘Sti gunduin dell’enel ! eh, o’ dixeva a’ nonna: gas, luce, ferrovia, se lavoran, li mandan via. E mi sun chi in te scale e cossa pulisciu sensa luxe?”. La luce torna e cessano le proteste della Scià Maria. Intanto, lavorando in assoluto silenzio, alla luce di una piccola torcia, Norio perquisisce attentamente tutta la casa, ma senza risultati; si ferma indispettito, poi tira fuori dalla sua borsa alcune telecamere miniaturizzate e dei microfoni piccoli piccoli e li dispone in vari punti della casa, collegandoli con dei rilevatori di presenza, 41


e una trasmittente. Da questo momento in avanti, chiunque entrerà in casa, farà scattare i rilevatori di presenza; le telecamere inquadreranno la scena, e la trasmetteranno direttamente al portatile di Norio, mentre i microfoni gli daranno il sonoro; altro che grande fratello! Poi, sempre silenzioso e discreto, esce di casa e comincia a scendere le scale assieme ad un inquilino, come se fosse con lui; passano davanti alla portinaia e salutano. Una volta in strada Norio si allontana senza dar nell’occhio. Venerdì 17 maggio ore 08.33 A forte Richelieu intanto, la notte è passata senza gli avvenimenti particolari che avrei voluto: io e Sanae abbracciati nell’impeto della passione. Macché; dopo aver parlato un po’ del Giappone e dell’Italia, delle opere d’arte e dei furti di opere d’arte, della polizia e dei personaggi corrotti in alte sfere, Sanae si è addormentata sulla brandina che il Professore aveva disposto là; io, al solito, tento di dormire per terra, sognando la California, terra mitica dove il tempo si è fermato ai figli dei fiori e tutti si danno all’amore libero. Che tempi, che tempi, peccato che siano passati, che io fossi un bel bambino, all’epoca, che adesso c’è l’aids e nessuno scopa più liberamente. Al risveglio, troviamo un caffè solubile e un camping gas in un armadietto. Proviamo a chiamare il Professore, ma il cellulare risulta staccato; suona invece fastidiosamente il mio; è l’ufficio, dove diavolo sei e perché non hai chiamato e come sono andate le visite di ieri. Il capoarea si chiama Argentini ed è uno scassaballe, che sembra sempre che abbia tirato cocaina, e invece è così normalmente; sprizza una fastidiosa vitalità commerciale “E allora Giorgio come va ? hai chiuso qualche contratto ? lo sai che io voglio vederti 42


guadagnare. E oggi da chi vai ?” “Veramente non ho appuntamenti per oggi e pensavo, visto che è venerdì, di prendermi un giorno di ferie”. “Vabbé, vabbé (dice il capoarea) ci vediamo lunedì alle ottoemmezza puntuali che c’è la riunione del budget; poi ti devo anche parlare, che mi sembra che stai producendo poco da un tempo in qua. Se vuoi, ti accompagno io nei prossimi appuntamenti ..” “Sì sì va bene. Ci vediamo lunedì Argentini, così ne parliamo” Sanae mi guarda e si mette a ridere “Ma perché fai un lavoro che non ti piace ? avevi la faccia di chi succhia un limone, mentre parlavi” “Di’ pure: di chi annusa la merda. E’ mica così facile trovare un lavoro, sai, specie per chi è laureato con specialità in storia dell’arte, mica son tutti come Sgarbi, lui e la sua faccia da culo” “Come sei sboccato. Si dice così, no? Comunque, tutte balle, sai (dice la giappina) poi, quando avremo finito, penso che il Professore ed anche Vieri ti potrebbero dare una mano ad entrare all’università” “Speremu (dico io) e intanto che si fa?” “Si fa niente, (sorride la Sanae) aspettiamo che il Professore si faccia vivo” Il Professore intanto avanza sul Bremach che traballa, sorride pensando ai due piccioncini, come lui li ha chiamati nella sua mente “Apritemi il cancello che son qui” (chiama al cellulare di Sanae mentre sale l’ultima rampa prima del portone). Una volta dentro, ci ritroviamo tutti nella stanza sotterranea “Com’è andata la notte ?” dice il prof e sorride senza aspettarsi risposta. “A me non è andata bene: non ho trovato il cd, e questo è un casino. Ho rivoltato quella povera madonnina come un guanto. Comunque dobbiamo andar via di qui adesso, andiamo a Milano alla galleria d’arte Minotti & Revola; oggi pomeriggio c’è 43


una performance di arte corporea; ci sarà molta gente e tra loro incontreremo, senza farci notare, il signor Minotti.” “Ma ci andiamo con ‘sto coso a Milano? (indico il Bremach) Non arriveremo in tempo!” “Arriveremo, arriveremo, e poi così diamo meno nell’occhio; di autostrada non se ne parla nemmeno; faremo le nazionali e nessuno ci noterà.” Venerdì 17 maggio ore 09.29 Però a Busalla il Prof entra in paese, parcheggia il Bremach nella piazza e subito gli si affianca una Jaguar del settanta. Guardo dentro. Mi sorride una bella signora della quale faticherei a indovinare l’età. Sembra irlandese. E’ rossa, con le lentiggini. Coda di cavallo, scarpe da tennis. Scende. E’ alta. Ha i jeans e una canottiera blu. Ormai fa caldo, fra poco arriverà giugno, ma lei è già abbronzata, e ha un fisico notevole. Ma perché guardo il culo a questa signora cinquantenne anche in questo casino? Devo essere malato, anche considerando il fatto, che per tutto il viaggio ho continuato a guardare le gambe di Sanae, che era seduta dietro, nel cassone. Io non volevo, ma mi ci cadeva l’occhio. Non le gambe. La pelle. Così liscia, compatta, senza un neo, una cicatrice. Finché lei se n’è accorta, e mi ha guardato sbuffando. La signora irlandese bacia il Professore. Lui si gira, e ci dice “Ragazzi questa è Jackie”. “E’ irlandese?” dico io. “No sono del Galles” dice lei “Beh, però...” “No, non dire che i gallesi sono come gli irlandesi” mi dice ridendo (e mi sembra di capire che ho fatto una gaffe). Poi si mette a parlare in inglese con Sanae, si accende una sigaretta e mette in moto. La pianura scorre fluida davanti ai finestrini della 44


Jaguar, Jackie guida bene, la strada è vuota, o quasi. File di pioppi, cascinali, salici solitari e tra i campi, che sono un po’ grigi e un po’ verdi e giallastri, capannoni, motel con i pergolati e i camion parcheggiati sotto, tutto fila via nell’ovattata atmosfera english del macchinone. Poi, finalmente, la cappa grigia e i primi palazzoni, i billboard, i bowling e il traffico di Milano. Venrdì 17 maggio ore 15.01 Dentro la galleria Minotti & Revola si respira un’atmosfera ovattata. Passiamo da dietro, da via Marcolfa, anche se qui, rischi non ce ne dovrebbero essere. Il parquet scurissimo, a doghe colossali, i soffitti affrescati, e alle pareti delle specie di mucillagini rinsecchite, appese a dei ganci da macellaio. Gocciolano sangue in vasche di raccolta, disposte sotto di loro. Metafora della mia condizione. Camminiamo per tre saloni di mucillagini, poi la porta “privato”. Corridoio pieno di quadri. Solo italiani. Solo informali. Turcato, Verna, Rebora, Capogrossi, Fontana. Sanae è estasiata. Profumo di cera d’api. L’ufficio di Minotti. Anzi, no: prima Minotti. Minotti è uno simpatico. Ha un bobtail con una bandana rossa al collo che si chiama Menisco. “L’ho chiamato menisco perché me l’hanno regalato quando mi hanno operarto al menisco”. Peserà cento chili. Minotti, non il cane. Ha un doppiopetto di lino cartazucchero e una camicia all’indiana, senza collo. Barbone grigio e codino. Ciabatte infradito. Per contro ha una voce stridula, da persona magra. Sembra che lo faccia apposta, a parlare così. L’ufficio è come lui. Casse dello stereo e libri sul pavimento. Mega tappeto antico. Scrivania e chaise longue di Le Corbusier. Un solo quadro, ma di Jackson Pollock, con scritto sopra, “for Raffo. Jack” Gli amici lo chiamano Raffo. Portacenere di argilla, del diametro 45


di sessanta centrimetri, pieno di cicche. Lo stereo trasmette Visible Word di Jan Garbarek. Beviamo the verde allo zenzero. Si parla. Il piano del tavolo è di cristallo. Cerco di mettermi in una sedia in cui posso guardare le gambe di Sanae, ma lei esasperata mi fa gli occhiacci, anche se a mandorla, e poi prende dal tavolo un libro, che si mette in grembo. Finalmente qualcuno ha la bontà di spiegarmi qualcosa. Raffo Minotti è l’uomo che si è prestato a fare il gioco della collezione Morelli Scansani. E’dalla nostra, insomma. Fa la parte del derubato. Continuo a fare domande, mi spiegano: “Funziona così: specchietto per le allodole. L’Università finge di trovare una collezione fantastica di quadri dell’ottocento. Li riceve in donazione. La collezione è un furto perfetto. L’informazione deve girare. Deve arrivare all’organizzazione dei ladri. Quindi l’Università certifica le opere e le assicura, presso la Wild, che notoriamente è in grado di far arrivare l’informazione a chi di dovere. Poi bisogna creare la collezione finta. Il Professore ha trovato i falsari. Ci voleva un posto ultrasicuro dove sistemare i falsi. La galleria, e casa editrice Minotti & Revola collabora da anni con l’Università e con il Museo di Arte Moderna di Genova, dove i quadri avrebbero dovuto finire la loro corsa. Crea i cataloghi, allestisce le mostre, ed ha un caveau. Adesso bisogna creare l’occasione giusta per il furto. Farlo succedere in un luogo adatto per la polizia. Dove si possono installare telecamere, microchip nei quadri. Poi seguire il loro percorso e andarli a recuperare insieme ai loro venditori. La galleria è perfetta. Tutto doveva essere concertato con un certo commissario Tenani, capo di un nucleo specializzato in furti d’arte, il quale però poi si è rivelato un informatore, anche se nessuno nella Polizia l’ha ancora scoperto; allora è stato tenuto fuori dal progetto. Altre persone si stanno dando da fare per lavorare con la polizia, stando bene attenti a non informare nessuno di quelli legati 46


a Tenani. E questa è la storia ufficiale, diciamo. Quella prevista. Ma insieme a questa si è accavallata la storia del cd. Qualcuno dell’organizzazione sapeva che Curreri, il morto di via Paleocapa, sarebbe venuto a Genova con delle informazioni grosse. Pensavano di beccarlo in via Paleocapa. Ma non hanno trovato niente; hanno cominciato a chiedersi a chi poteva aver dato il cd. La signorina Silvestri, la segretaria di via Paleocapa è una dell’organizzazione. Devono aver pensato a lei, signor Giorgio, perché lei era presente in via Paleocapa e qualcuno se n’è accorto”. “Il fottuto giapponese coi baffetti” dico io. “Devono aver pensato che qualcuno della Wild lavorava contro. Che qualcuno della Wild poteva essere d’accordo con la polizia, o con i cacciatori di ladri d’arte, e lei, signor Giorgio, è quello che alla Wild si occupa delle assicurazioni di opere d’arte, se non sbaglio. Siccome lei non fa parte dell’organizzazione, devono aver pensato che era lei, la spia”. “Ma è assurdo, avevano sospettato di me in anticipo, prima ancora che io venissi a sapere di questa storia. Adesso capisco.... la vecchia giapponese in piscina.... non l’avevo mai vista.. la bastonata sul braccio. ” “Quindi non pensare che ti abbiamo messo nei casini noi” dice Sanae. Dandomi del tu per la prima volta. “Anzi, seguendo te sono arrivati a me e al professor Vieri.” “Oh, what a lucky man, e che porta fortuna anche agli altri!” Dice Jackie con una bella risata. Ha i denti di una quindicenne. Il Professore la guarda con un’aria complice. “Guarda, Professore, che quando questa storia finisce tu mi devi portare in vacanza. Dobbiamo stare due mesi alle isole Comore. Me l’hai promesso.” Oh cavolo, oh cavolo, penso, la mia società che collabora coi delinquenti; e quel pancione del dottor Claudio De Rieti, il 47


presidente, quel pancione che si da tante arie ! lui, lui, bastardo, che è collegato con l’organizzazione, lui che al discorso di inizio anno ordinava a tutti “massima correttezza, massima onestà ! cliente acquisito!” Ma gliela do io la massima correttezza e lo acquisisco io dove so io! “Avrei un’ideuzza per castigare De Rieti, se permettete, senza intralciare il cammino della giustizia” dico a tutti quanti nell’ufficio, folgorato dal satori. “Ma sì, ma sì (dice Raffo a nome di tutti) sentiamo” “Nella società di assicurazioni, come in tutte le altre d’altronde (proseguo), si fanno delle gare tra venditori di contratti, a chi ha chiuso più polizze in un determinato periodo. I premi sono i soliti, viaggi a mignotte in Tailandia o a Bali o a Cuba, e poi computers, telefonini, impianti stereo e roba elettronica di gran lusso. All’interno di ogni singola agenzia, per aiutare il venditore che il capo agenzia ha scelto, per essere sicuri che vinca, è permesso far confluire a suo nome anche contratti stipulati dai colleghi.” “Embé ?” mi dice il Professore. “La questione è (rispondo un po’ piccato) che quest’anno, per spronare e dare il buon esempio, parole sue, anche il presidente partecipa al contest, e, da voci di corridoio, si sa che gli mancano pochi punti per battere il record nazionale. Ecco .. io pensavo .. di mettere a suo nome l’assicurazione della Collezione Morelli Scansani. Così poi, quando scoppia la bugna, lui ci sarà dentro fino al collo, io mi salvo il culo, e per lui sarà un motivo di sospetto e di incriminazione in più”. “Sta bene (dice Raffo) stipuliamo subito il contratto” Stampo da Internet i moduli, ci copiamo l’elenco dei quadri, i riferimenti degli expertize e tutti i dati necessari, poi stabiliamo 48


un premio così alto come non ne ho mai visti, e mai ne vedrò più, firmo, con la formula del contest “a nome del presidente”, mentre io risulto solo come “l’incaricato alla stipula del contratto”. E vai! Adesso scannerizziamo tutto quanto e lo rinvio alla Società. E’ fatta ! “Ora ci sei dentro anche tu, Giorgio (dice Sanae fior di loto) e non ci puoi mollare finché la polizia non li avrà arrestati tutti.” “E chi se ne vuole andare ? (le rispondo con l’occhio balordo dell’innamorato) certo che resto con voi (e faccio l’eroe davanti ai tuoi occhi)” “Stasera, quando chiudiamo (dice Raffo) andiamo tutti a Genova e poi da lì organizzeremo gli sviluppi futuri. Adesso ragazzi (Raffo ride) non avete nient’altro da fare che godervi la mostra e godervi il vernissage, che ne vedrete delle belle, modestamente noi milanesi ci sappiamo fare in queste cose”. (e ride ancora, come si fa a prendersela con lui ?) Si alza solennemente in piedi, e, con voce tonante, la sua vera voce “Che la festa cominci !” venerdì 17 maggio, ore 19.23 Sanae è un po’ sconcertata: uomini completamente nudi, dipinti di rosa porcellino distribuiscono viscide alghe marroni da mangiare durante il vernissage. Tengono il vassoio all’altezza dei genitali, per scandalizzare, ma le signore meneghine sono in visibilio. Da bere c’è solo genepy verde. Ci sono rockstar, top models, travestiti, spacciatori, industriali e barboni, come nella migliore tradizione politically correct della cultura milanese. Non c’è neanche una persona normale. Verso metà serata arriva Ervin Kossy, l’artista, che inscena subito una performance: costringe due signore del pubblico a masturbare dei cactus, dopo essersi infilate dei guanti da astronauta. Dice che è una metafora del chiedere 49


troppo alla natura. Il movimento procede fino a mezzanotte, poi si parte. sabato 18 maggio, ore 01.32 Casa di Raffo a Camogli è piena di tecnologia. In realtà è una sede dei cacciatori di ladri d’arte. Una sede ultrasegreta. Ma adesso è troppo tardi, perfino per Raffo, che è ancora ipercinetico sull’onda del vernissage. Comunque ci buttiamo sui letti, sui divani, e ci addormentiamo alla meglio. Cioè, per la verità abbastanza bene, tant’è che dormiamo come sassi tutti quanti fino a mezzogiorno. Poi, la prima parte del pomeriggio trascorre lenta, tra un po’ di radio, qualche giornale e uno spuntino con le torte di verdura che Raffo ha comprato nel negozio nel borgo. sabato 18 maggio, ore 16.07 Arriva Vieri, reduce da Nîmes, che ci aggiorna: “Allora ragazzi, Tenani è fuori gioco, lo sapete, è un informatore. Non lo fermano per non insospettire la banda. Lo osservano, anche se ufficialmente è stato destinato ad un altro incarico. Noi adesso dobbiamo fidarci del commissario Bertelli. Sembra una persona a posto. I quadri sono a Milano, nel caveau della Minotti & Revola. Potrebbero rubarli lì. Se non li prendono a Milano, da lì saranno trasportati a Genova con una ditta specializzata di Zurigo che si chiama ReisenArt. Solo che al posto dei trasportatori ci saranno dei poliziotti travestiti. Non c’è scorta. Nel caso il furto avvenisse in viaggio, non devono far niente. Solo lasciarsi derubare. A Genova saranno portati all’Accademia Ligustica per una mostra. Altro possibile luogo del furto. Finita la mostra, dovrebbero finire al Museo di Arte Moderna, ma speriamo che a quel punto siano 50


già stati rubati. Ogni quadro ha inserito un microchip per cui sarà possibile seguirne il percorso. Bisogna che cominciamo a prevedere dove avverrà il furto. Ah, in quest’album il commissario mi ha dato le foto di tutti i membri della banda identificati fino ad oggi.”. Guardo, sfoglio le pagine con Sanae, che appoggia la testa sulla mia spalla. I vertici: De Rieti, Bernasconi, Vastani, e due giapponesi. Poi, nelle pagine successive la banda, con qualche casellina vuota, con il nome ma senza foto, come negli album di figurine. Sfoglio tre pagine: italiani, russi, giapponesi, anche due francesi, poi... eccolo, il bastardo. Si chiama Norio Takeda, il fottuto giapponese coi baffetti, che ufficialmente si chiama Kisho Higuchi e fa l’importatore di pesce. Non vedo la vecchia, la vecchia nuotatrice. “Ma senza le prove... senza il cd... quelle foto sono solo dei simpatici souvenir. Possiamo solo sperare nei microchip. Ma i capoccioni della banda ci scappano, compreso il suo principale, signor Giorgio” dice il Professore. “Eppure, è impossibile che l’abbiano trovata” sostengo. “Bisognava proprio infilarci le mani... e chi può. ?” “Cazzo” dice Vieri, di solito più morigerato nel parlare. “Ma. a scià Maria! L’avrà presa certamente lei! la portinaia!” “Bisogna recuperarla!” dice Sanae. “Mandiamoci la polizia” sentenzio io, con coraggio leonino. E lei mi guarda con una sottile vena di disprezzo, appena percettibile. “E invece ci andrai proprio tu !” Raffo si volta, mi guarda e mi dice: “Sei il meno conosciuto di noi, e poi sei giovane, potresti essere un tirocinante all’Università. Vieri potrebbe telefonare alla portinaia e annunciarle il tuo arrivo; dire che sei dell’Università e che devi entrare a casa per cercare dei documenti” 51


“Già (dice Vieri) la portinaia. la conosco, anche se le dico di darti le chiavi e lasciarti salire in casa, ti accompagnerà e starà con te tutto il tempo sia per controllarti, sia per esaurire la sua curiosità su di te, chi sei, cosa fai e in che rapporti sei con me. Vedrai, vedrai, ti riempirà di domande peggio che in questura” Il Professore mi guarda pensieroso e sornione “E non ci andrai da solo; Sanae verrà con te; una coppia è più rassicurante di un singolo” “Già, come i Testimoni di Geova” dico io, cretino. “Ma no,” (continua il Professore) “Vieri telefonerà a ‘sta portinaia dicendo che le manda una coppia di suoi assistenti, e voi, bel belli, andate tranquilli; tra l’altro, in due, potrete muovervi un po’ meglio che uno da solo; magari uno dei due parla con la portinaia e la distrae, mentre l’altro da un’occhiata in giro” Intanto, al telefono “Scia Maria, come sta? son Vieri. E’ arrivata mica posta per me ? Io al solito sono preso col lavoro. Le mando due miei assistenti, la Signorina Tsukota e il Signor Giorgio Castellani. Oltre alla posta dovrei recuperare dei documenti che ho in casa... Ma sì, tutto bene. Ho spiegato ai due assistenti dove tengo la documentazione a casa; sì , ecco, lei gli dia pure le chiavi e li lasci salire che se la cavano da soli... Ma sì, grazie e a presto, Scià Maria.” sabato 18 maggio, ore 19.09 Ci viene fame presto, talmente presto che nei ristoranti stanno ancora apparecchiando. “Ma giù, sul lungomare c’è il Dragon Bleu, che è sempre aperto” azzardo, affamato. “Ma è un posto da delinquenti e da magnaccia!” dice Vieri “E noi cosa siamo, dei due?” dice Raffo ridendo. E poi: “ Dai, 52


il Dragon Bleu va benissimo. E’ un campionario antropologico di prim’ordine. A volte ci vado per studiare le facce della gente... le donne, soprattutto.” “Se tu fossi stato dentro, non parleresti così, da cazzone milanese.” gli dice il Professore, tra l’ironico e l’incazzato. Comunque ceniamo con un piatto di pennette al salmone e una tagliata, che Sanae rifiuta categoricamente. Poi si torna rapidi a casa di Raffo. Il Professore prepara il caffè, poi ci guarda: “Quanto a voi, boys and girls, adesso ve ne andate a Rapallo; la notte è appena cominciata, e ve ne andate a vedere un bel concerto, e tenete gli occhi ben aperti, eyes wide shut …. (ridacchia).” “Già, già (continua Raffo) sai guidare la moto Giorgio ? Siiii? Bene, che ti presto la mia per andare a Rapallo; Vi dovete anche cambiare, sembrare dei turisti; adesso provvedo io” “Ma non si potrebbe andare a dormire anche noi?” (dico sonnacchioso e Sanae mi trapana con gli occhi trasmettendomi eccitazione e imbarazzo nello stesso tempo). “Cioè, volevo dire (proseguo penosamente) che siamo in ballo da ieri e va e vieni da Milano, e se potessimo dormire un po’ e poi domattina, come stabilito, ce ne torniamo a Genova e andiamo dalla Scià Maria e poi a casa di Vieri a cercare il cd”. Ma, ovviamente, nessuno mi ha cagato; Sanae intanto se n’è già andata di là con Raffo a scegliersi un vestito da turista, e si sentono dei gridolini di sorpresa “ma che bello !” Ed io proseguo, nella demolizione della mia immagine eroica, “ma perché dobbiamo andare a un concerto ? io non ne avrei tutta questa voglia…..” “Giorgio, Giorgio (prosegue il Professore) se sei così stanco già da giovane, cosa farai quando avrai la mia età; ti compri una sedia a rotelle?” (e lui e Vieri ridacchiano) Prosegue Vieri: “A Rapallo stasera si esibisce un gruppo rock 53


giapponese. I Mifune Scandal; due virtuosi della chitarra elettrica.” “Mai sentiti” (replico io, con aria da dignità offesa) “Nessuno li ha mai sentiti (e il Professore mi guarda negli occhi) e fin qui va bene, sono tanti i gruppi in cerca di successo. Ma la cosa strana, che mi ha spiegato Vieri...” e rivolge lo sguardo a Vieri, che prosegue: “Sì, tornando da Nîmes, sono passato da Genova e sono andato a parlare con Bertelli. Anzi, per la verità, lui mi aspettava all’aeroporto. E tornando in macchina con Bertelli, ho sentito una telefonata... Credo di aver capito bene: Sembra che questo concerto che c’è a Rapallo sia in realtà una copertura per... insomma, è che questi due musicisti sono arrivati in Liguria a suonare e hanno due tir al seguito. Due tir per i quali hanno chiesto e ottenuto una certificazione di esenzione dal controllo doganale come merce in transito; due tir quindi probabilmente vuoti, visto che loro hanno solo un palcoscenico che sembra fatto di meccano, pochi riflettori, due chitarre, qualche altoparlante, un mixer e poco altro. E a cosa servono due camion vuoti, se non per riempirli di quadri rubati?” Intanto Sanae seguita da Raffo, torna nella stanza ed io quasi (s)vengo quando la vedo con una maglietta nera cortissima e arrotolata in modo da scoprire l’ombelico e molto altro, fin sotto il seno che si intravvede anche dalle aperture della maniche; un paio di shorts di seta color rosa shocking, come si diceva una volta, pitturati addosso. Il tutto completato da stivali di nappa alti fin sopra il ginocchio, uau che sballo ! Ma già Raffo mi trascina nella sua stanza “Vedi (mi dice) una mia amica che ha una boutique a Portofino, mi ha lasciato qui, da tenere per qualche giorno, il campionario per la prossima stagione, che adesso lei in negozio sta facendo i saldi e non ha posto; c’è roba anche per te …” Così, dopo un po’, ritorno anch’io nella stanza con addosso un paio di jeans di finta pelle di serpente, una camicia 54


rossa, con pizzi e jabot come si usava negli anni 60’, e un giubbotto senza maniche di cuoio nero da bikers, con scritto sulla schiena No difficulties, no guts, e mi avvio a fare l’urban cowboy. sabato 18 maggio, ore 20.11 “Ora andiamo in garage che ti faccio vedere la moto, anzi, le moto. Tutta roba dei miei tempi” sorride Raffo. In garage di moto ce ne sono sei. Una Laverda 750, una Guzzi V 7, una Ducati Scrambler, una Yamaha XT 500, c’è anche il Mach III Kawasaki e una BSA Lighting. “Un’altra delle mie passioni” (e Raffo sorride ancora). “Prendetevi il V7 che fa tanto italian vintage.” “Faccio un giro di prova ?” dico io, coraggioso come sempre. “Ma che prova e prova! (sbotta Raffo) Adesso andate. Sì, d’accordo, il concerto comincia tardi, ma voi infiltratevi a far domande. Vestiti come siete, specialmente Sanae, siete credibili, come inviati del Melody. Sanae, parla inglese, mi raccomando; eh già, quasi mi dimenticavo, ho due pass di Melody Maker coi quali entrate nel backstage, tutti saranno gentili e ruffiani con voi, spero, e già che siete lì in attesa di intervistare i due maghi della chitarra, vi date un’occhiata in giro, e - già che ci siete - provate a piazzare questi due microchip calamitati sotto i due camion. Ma senza rischiare, ok? Fatelo solo se siete tranquilli, che non vi veda nessuno. Quella è gente che non va per il sottile. E poi... speta speta, che mi dimenticavo...” (e ride troneggiando su di noi) “Alla bella Sanae, una Nikon digitale da giornalista con dentro una scheda da un giga, e quindi fotografa a manetta, fotografa fin che ti pare e soprattutto qualche immagine dei due tir. Al simpatico Giorgio, invece diamo un bel registratore Nagra, portatile, che deve registrare l’intervista, e fate delle domande cretine che vediamo se perdono l’aplomb.” 55


E poi apre la porta del garage e ci mette in mano due caschi neri col teschio e con la scritta “pistoni roventi bikers clan”. Ma dove cazzo la tiene tutta ‘sta roba? Ma dove trova il tempo per tutto? Tiro giù dal cavalletto il V7 , madonna, quanto pesa, ci salgo sopra guardingo e metto in moto, pataciam pataciam pataciam, il rumore tipico delle Guzzi. “Monta Sanae! “ le grido tutto orgoglioso mentre penso che qui chi vorrebbe montare sono io, e non certo una vecchia moto. Ingrano la prima premendo sul pedale a bilancino, clang, la moto fa uno scatto, ma poi cambio idea. O meglio, cambio moto. “Verso l’infinito e oltre ! “ grido citando malamente guerre stellari e Sanae mi rifila una gomitata nel fianco. “Ma fai piano, che svegli tutti, qui!” sabato 18 maggio, ore 20.06 Alla fine ho scelto il Mach III. Vestito in quel modo, mi sento un cretino, e questo mi da una strana euforia. Io che non sono mai andato oltre i jeans e la giacca di velluto a coste, io che non ho mai avuto altro che Vespe (però ne ho avute sei) sono vestito come un freak gay del Greenwich Village ai tempi di Hair, su una Kawasaki, con una giapponese seduta dietro di me. Se me l’avessero detto un mese fa non ci avrei mai creduto. Smanetto e sento le sue braccia attorcigliarsi come serpenti malesi attorno al giubbotto. Giro verso Genova. “Ma dobbiamo andare a Rapallo!” grida Sanae da dentro il casco. Mi fermo, mi tolgo il casco, la guardo. “Sei sicura di Vieri?” le chiedo. “Certo, che domande!” risponde. “Io no. E’ dall’inizio della storia che mi vuole mettere nei casini. 56


Ho perfino pensato che collabori con i fottuti giapponesi” “Grazie, fottuto italiano” mi risponde lei con un mezzo sorriso fatto solo con gli occhi. “No, Giorgio, ti sbagli. Mi fido di Vieri più che di me stessa.” “Comunque si fa a modo mio, adesso. Hai le chiavi della casa di Vieri?” “ ...Sì, ma... cosa vuoi fare?” La storia avviene in un lampo. Come sempre, quando nella mia vita compare una urgenza. Autostrada. Genova. Otto e mezza di sera. Troppo presto. Andiamo a bere. Nove e un quarto. Via Ruffini. Mi fermo a cento metri da casa del professor Vieri. Tutto deserto, a parte una pensionata che fa pisciare un cane grasso. Chiamo al cellulare Jean Marino, il mio amico, mostro dell’informatica. Risponde laconico, come sempre: “Ciao... cosa vuoi a quest’ora?” “Un favore” “Dove sei?” “No, vengo io a casa tua, diciamo fra un’ora, forse meno. Intanto accendi il computer. Ce l’hai un lettore flash, vero?” “Che domande” Giusto. Che domande. Non c’è supporto che Jean non possa aprire. Perfino i vecchi magneto-ottici. Con la moto a motore spento parcheggio davanti al 33. “Dammi le chiavi, Sanae.” “Non fare cazzate” Click, chiave del portone. E’ quella d’ottone. La guardiola della portinaia. Sanae tiene il portone aperto. Dal secondo piano accendono la luce delle scale. Usciamo di corsa dal portone, richiudendolo senza far rumore. Aspettiamo che si azioni l’ascensore. Siamo in strada, il tipo sta per uscire. Sanae mi spinge contro il muro e mi abbraccia. Mi porge le labbra. Un bacio, sì un bacio. Il tipo esce dal portone. Butta il sacchetto di spazzatura nel cassonetto, rientra. Non ci vede neanche, forse. Tempo dell’operazione: 57


un minuto, forse. Un minuto di bacio, peggio di un chilum di colombiana. Mi gira un po’ la testa. Sento il profumo di Sanae nei suoi capelli. Tento di continuare il bacio anche quando il tipo è rientrato, ma lei mi spinge via. “Hey, cosa ti prende? Era solo per non dare nell’occhio!” Altri due o tre minuti, aspettiamo che il tipo rientri in casa. “Ma io ti piaccio?” le chiedo a bruciapelo. “Non sono abituata a domande così dirette. Ci sono altri modi per sapere, per capire.” Mmm. Enigmatica giapponesina. Di nuovo dentro. La guardiola. Serratura... Un po’ di fatica, forse la scasso, ma fa crick. Si apre. Dove l’hai messo il cd, portinaia? Una stanzetta, dietro. C’è solo un armadietto, ma è buio. Chiudo la porta. Accendo la luce. Un cassetto delle cianfrusaglie. Facile. bacio il cd e ringrazio la Madonnina. Via, fuori. “L’hai presa?” mi chiede. “Che cosa?” “Stupido” e sorride. Arriviamo da Jean con una mezz”ora di anticipo. “Voglio vedere cosa c’è dentro” Jean infila il cd: “Sono fotografie di quadri”. Guarda meglio, Jean. “Sono novantasei jpeg. Tutti quadri.” “Sanae, sei convinta? Vieri ci ha presi per il culo.” “Comunque (dice Jean) qui mi puzza che ci sia qualcos’altro, lasciami ‘sto cd che devo fare un controllo speciale. Appena trovo qualcosa ti telefono” “Grazie Jean (rispondo un po’ deluso) noi ce ne andiamo, adesso... (acchiappo la ragazza per un braccio)... vieni, Sanae che ho un’idea.” “Ma che modi, ci manca che mi trascini fuori per i capelli, ma cosa credi di essere, l’uomo delle caverne…” Vorrei vorrei, ma dico invece: “Nobile fanciulla, la si vuol degnare di seguirmi ?” 58


“Va un po’ meglio…” Mi metto le scarpe e sono già in strada, noi le scarpe già ce l’avevamo, e in strada ci siamo. “Mi è venuta un’idea (che poi si dimostrerà un boomerang); torniamo a casa di Vieri ed entriamo dentro e già che ci siamo diamo un po’ un’occhiata in giro, così domani quando entriamo ufficialmente con la portinaia, non dobbiamo fingere di frugare qua e là” (e penso che magari, soli soli, in una bella casa vuota, di notte, chissà, Genova, la luna e tu, magari Sanae si sgela e chi se ne frega del concerto... ma la mia libidine sarà castigata) “Va bene, ma facciamo presto che poi dobbiamo tornare a Rapallo per il concerto”. sabato 18 maggio, ore 21.50 La Kawasaki sfreccia che sembra un treno per le vie di Genova notturna, accelerazione a manetta ma poi i freni sono le solite ciofeche e il telaio si contorce sotto lo sforzo e ricordo che su ‘sta moto sono morti in tanti, ai tempi. Arrivo sulla curva fin troppo veloce e mentre piego e curvo sento la moto che un po’ mi scappa sotto. Mica sono Valentino, io e mi cago un po’, ma non cadiamo. “Ma vuoi prendere una multa, vuoi che ci fermi la polizia ?” Sanae ha ragione, faccio il resto della strada a velocità turistica. Ed eccoci, noi topolini, che arriviamo in Via Ruffini e andiamo a posteggiare nella via accanto, per non dar nell’occhio. Ma, vestiti come siamo, la cosa sembrerebbe difficile, se non fosse che a quell’ora e in quella via non ci passa quasi nessuno. Rientriamo furtivi nel portone e poi su, a casa; la porta si apre facilmente……. E sul portatile di Norio Takeda si accende una lucetta e un debole segnale acustico comincia a farsi sentire: bee bee bee bee... 59


sabato 18 maggio, ore 22.00 Norio Takeda, sui quarant’anni, un vestito di Armani nero, baffetti, camicia bianca e cravatta stretta blu scuro, seduto sui divanetti dello Sheraton all’aereoporto, sembra proprio un uomo d’affari, con la valigetta 24 ore sul divano vicino a lui e il portatile sulle ginocchia. L’unica cosa che stona un po’ è che vicino a lui non c’è seduto un altro uomo d’affari, ma una vecchia signora giapponese, anche lei vestita con molta eleganza, di scuro. Si chiama Myeko Ryu, e nonostante l’età è un’ottima nuotatrice. I due parlano fitto fitto e Myeko allunga la testa anche lei, per vedere l’immagine che si sta formando sullo schermo. L’immagine siamo Sanae ed io che entriamo come ninja(!) in casa di Vieri e cominciamo a frugare nei cassetti della scrivania. Frughiamo anche nella libreria e io mi prendo un ceffone per aver (in) volontariamente toccato il culo a Sanae; e mi prendo un diniego quando propongo a lei di salire sulla scala per guardare l’ultimo ripiano della libreria, se ci fosse qualcosa di interessante. E invece salgo io, mentre lei fruga altrove, che la scala non c’è nessun bisogno di tenerla, salvo quello di guardare le gambe di chi ci sale, Sanae per esempio. Norio Takeda accanto alla vecchia sul divanetto, con le teste chine sul computer, può forse evocare l’immagine di una famigliola riunita all’estero, mamma e figlio, se non fosse per l’espressione da scorpioni che hanno tutti e due. Norio oltretutto si è messo anche a fischiettare un motivetto dal Rocky Horror Picture Show che fa più o meno: “in another dimension / with voyeuristic intentions / well secluded / I see all”. Myeko lo guarda storto e lui smette, ma canta ancora dentro la sua testa bacata. Poi si alza con movimento fluido, saluta Myeko che resta seduta sul divanetto, sale un momento in camera sua e da un doppio 60


fondo della valigia tira fuori una piccola pistola tascabile, che i produttori hanno chiamato resolver anziché revolver, proprio per la sua capacità di essere piccola, leggera e letale e quindi adatta a risolvere le situazioni. Ma non è l’arma preferita di Norio; sempre dalla valigia estrae un pezzo di corda da pianoforte con due manigliette di plastica agli estremi; se passata attorno al collo di una persona e tirata con forza incrociando le braccia, non solo uccide la persona, ma, se le cose vanno proprio bene, gli stacca anche la testa e Norio, che l’ha usata qualche volta, sa quanta paura possa fare a un sospettato che non vuole parlare, vedere la testa staccata di un suo amico. “A loro (pensa Norio) riserverò un trattamento speciale…” Scende nella hall, esce fuori sempre camminando in modo fluido, poi entra nel garage dell’albergo e ne esce in sella ad una Honda Transalp, che non è proprio una moto destinata alle gare, ma nel garage a quell’ora non c’era di meglio; anche il casco ci ha in testa Norio, che non vuole certo essere fermato dalla polizia; e non prende nemmeno l’autostrada, non si sa mai, attraversa la città velocemente ma senza oltrepassare i limiti e si dirige come il serpente bianco in via Ruffini. E in Via Ruffini noi ci siamo già; la perquisizione della casa ci ha portato a niente di notevole, salvo una collezione di foto bianco e nero, di anni molto lontani, che rappresentano, in varie foggie, in varie performances, una serie di prostitute giapponesi, che una volta avevano i loro casini, e i loro clienti, a Kabuki-cho nel quartiere Shinjuku di Tokio. La cosa non mi turba molto, son foto vecchie ed anche un po’ ingenue, non paragonabili alle schifezze che girano su internet. Ma mi preoccupa questa curiosa coincidenza, che Vieri abbia questa passioncella ci sta anche bene, ma che siano giapponesi la cosa mi puzza un po’. Ma sto zitto. 61


Parla invece Sanae: “Non mi piace questa storia, c’è qualcosa che non torna tra il collezionista di porno d’epoca e il professor Vieri così come lo conosco io”. Ma la nostra conversazione, viene interrotta dal mio cellulare che suona, col motivo di Hells bells degli ac/dc e Sanae mi guarda con rispettoso interesse. Che sia metallara ? devo scoprirlo. E’ Jean Marino: “Ehi Giorgio: steganografia ! è fatta !” “Ma che cazzo vuol dire, che cazzo dici ?” rispondo, e intanto Norio e la sua moto stanno avanzando. Paziente come sempre, verso noi ignoranti, Jean risponde pacifico: “Steganografia è una tecnica con la quale si possono nascondere dei dati dentro le immagini; io ho il programma e mi son ripassato tutti i tuoi novantasei jpeg e sono pieni come uova: files di testo, tabelle e altre immagini. Venite, che vi faccio vedere” “Poi mi devi spiegare anche (rispondo confuso) come si fa; non so quando possiamo venire; ti telefono prima; nascondi il cd” “Tranqui, ne ho già fatto tre copie, (risponde Jean) non si sa mai” In quel momento Sanae ed io siamo appena usciti dal portone, e restiamo nascosti, senza volere, dietro un furgone posteggiato tra gli alberi. Vediamo arrivare una moto, una Transalp, e scende un tale in nero che si leva il casco, Cristo!! è Norio, ma sto zitto e lo sussurro all’orecchio di Sanae. Norio si avvia verso il portone, passa davanti al nostro Kawasaki e si ferma lanciando uno sguardo ammirato; poi... cavolo, no! Si abbassa e tocca il motore, lo sente caldo e subito si guarda intorno. Ma noi siamo francobollati al furgone e stiamo fermissimi, non ci vede. Norio tira fuori di tasca qualche attrezzino e lo infila nella serratura del portone che si apre col solito scatto, entra e lo richiude silenziosamente dietro di sè. E’ il momento di tagliar la corda. Sanae cammina felpata, io 62


non inciampo, che è già tanto, e ci avviciniamo alla moto. Caschi in testa, e vai! E qui commetto un altro errore: metto in moto lì sul posto, stupidamente, senza pensare che il Mach III fa un rumore sibilante particolarissimo, e che Norio, da come l’ha guardata, deve conoscere. Intanto io parto a razzo, Sanae avvinghiatissima, e arriviamo in un lampo in fondo a Via Ruffini; Prima di svoltare Sanae si gira indietro e lo vede, vede Norio uscire dal portone e catapultarsi sulla sua moto, il faro brilla, partito ! sabato 18 maggio, ore 22.15 A Rapallo il palco dei Mifune Scandal comincia ad animarsi. Sono in ritardo. Due tecnici del suono stanno testando i Marshall dal mixer. Sulle americane, gli spot cominciano a lampeggiare, e pubblico ce n’è abbastanza, per degli sconosciuti. Sale sul palco Toshiro Tanaka, con una Fender Stratocaster con la cassa di perspex trasparente, e comincia a fare un frastuono disgustoso. Il suo socio, è all’opera con una Gibson Les Paul d’annata, violentata nella grafica, nella meccanica e nell’elettronica. Il clima è festoso e un po’ demenziale. A Camogli tutti credono che noi siamo in questo allegro guazzabuglio. Nessuno immagina che siamo in corso Aurelio Saffi. Smanetto più che posso, ma sento il rumore della Transalp dietro la schiena, vedo ogni tanto il suo fanale acceso comparire come un segnale d’allarme nel mio specchietto retrovisore. Va bene, lurido baffetto bastardo, qui si parrà la tua nobilitate. Via, per le strade di Genova come un ossesso. Non faccio in tempo a vedere una curva che ci sono già dentro. Corso Italia la faccio in un tiro di sigaretta, ma lui è sempre dietro. Via Felice Cavallotti: cosa faccio? cerco di seminarlo rientrando verso il centro città, oppure affronto 63


la sfida sul litorale? Urlo a Sanae: “Chiama qualcuno col cellulare! Se questo ci prende siamo fottuti!”. Ma il cellulare è scarico. Nel dubbio, prendo via Orsini: né di quà, ne di là, come al solito. Qualche curva in salita forse mi può dare un po’ di vantaggio, la mia Kawasaki è più adatta. Vai, cazzo, vai. Camion della spazzatura. Inchiodo? Neanche per il cazzo. Sfrutto una rampa per handicappati, passo sul marciapiede. I netturbini che stanno spostando un cassonetto mi urlano di tutto, ma sono lontano. Mentre faccio la curva vedo la moto di Norio Takeda arrivare tra i netturbini incazzati che fanno ostruzionismo: non riesce a beccare la rampa perché ci sono loro davanti. Almeno credo, perche quello che ho visto è una sequenza di un nanosecondo, poi sparisco dietro la curva. Via per la rampa di San Martino. Corso Europa. Il rettilineo. Nel mio retrovisore si riaccende il fanalino d’allarme. Norio si profila di nuovo all’orizzonte. Centocinquanta all’ora. Staccata, smanettata. Il corpo di Sanae è fuso con il mio. Siamo un tutt’uno. Lei si adatta docile a tutti i violenti cambi di baricentro. Chissà se in altri movimenti avremmo lo stesso accordo... Prima o poi lo saprò, mi dico. Facendo questo pensiero sono già a Recco. Norio non ha guadagnato terreno, ma neanche ne ha perso. La Ruta. Dopo due curve mi viene un’idea: mi ricordo che all’altezza di San Lorenzo c’è la casa di gente che conosco. Sono di Milano, non ci sono mai, ma c’è una stradina per arrivare alla casa, che curva subito dietro un muro. Se mi ci infilo prima che Norio mi veda, forse lo frego. Abbaglianti, per vedere l’ingresso da lontano. Mi ci infilo, ma Norio è troppo furbo. Non crede possibile che io sia già sparito oltre la curva. Quindi rallenta. Noi siamo nascosti dietro il muro. Vediamo Norio sulla strada con la moto ferma e il motore acceso. Sta studiando dove possiamo esserci infilati. Scende dalla moto e per fortuna comincia a girare a vuoto, 64


perché le stradine, i sentieri, i garage, sono tanti. Ha una pistola. Si incammina ritornando un po’ verso Recco. C’è un cancello aperto, e lui guarda dentro. sabato 18 maggio, ore 22.33 Sarà a meno di cinquanta metri. E’ lì che mi viene il colpo di genio. Prendo il catenone antifurto col lucchetto che Raffo mi ha raccomandato di usare oltre il normale antifurto. Serpeggio come un marine su per la stradina, striscio nel fosso fino alla moto di Norio, che intanto si è infilato dentro il cancello, convinto di trovarci là. Battito cardiaco verso i quattro-cinquecento spari al minuto, credo. Click. Incatenata. Ciao, Norio. Ristriscio indietro. Sanae mi chiede: “ce l’hai fatta?” “A fare che?” le rispondo. Giro la moto al buio, a motore spento. Sudata micidiale. Il cuore non rallenta. Accendo. Norio si gira, corre, ma io sono gia sulla strada quando lui è a venti metri dalla moto; e il Mach tre avrà tutti i difetti del mondo ma non gli manca certo l’accelerazione. Norio spara due colpi. Il primo va a vuoto. Il secondo mi frantuma lo specchietto retrovisore. Il terzo non lo spara, perché è sulla moto, accelera per partire ma vede il catenone. Fottuto. Rallento un po’, sono fuori tiro. Mi giro, e lo vedo che si toglie il casco e lo scaglia per terra, incazzato nero. Anzi, incazzato giallo. E allora mi tolgo una soddisfazione. Fermo la moto, spengo il motore. La notte rivierasca è silenziosa, a parte qualche civetta e qualche usignolo. Con una vocina isterica, più odiosa che posso gli grido: “Norio? Vaffanculo!” e gli faccio la famosa leva, anche se sono troppo lontano perché mi veda. “Sei proprio italiano” mi dice Sanae. “Sì” le rispondo, “ma non te l’ho ancora dimostrato fino in fondo”. “Anche questa risposta è tipicamente italiana” dice, scuotendo la testa. 65


sabato 18 maggio, ore 22.35 Adesso il viaggio prosegue più calmo (ed è un errore); pennelliamo dolcemente le ultime curve prima di Rapallo; ci tuffiamo giù pianino per la discesa, con l’asfalto spesso umido, anche d’estate. Non sono mai stato uno smanettone e la corsa da Genova a qui mi ha fatto battere il cuore come se salissi sull’Hillary Step senza bombole. E poi, il Mach III adesso fa uno strano rumore di scampanio metallico ogni volta che accelero un po’, e mi sa che Raffo non sarà niente contento di sentirlo. Il viaggio prosegue più calmo ed è un errore, perché uno come Norio non si da vinto facilmente. Estrae di nuovo la pistola e spara sul catenone antifurto e lo rompe, ma rompe anche il disco del freno e le pinze del brembo si bloccano sulla rottura e Norio, quando tenta di partire, fa un volo all’avanti, ma ha culo e cade da un lato, mentre la moto cade dall’altro. Incazzato al calor bianco, l’Armani rovinato in più punti, qualche taglio e qualche graffio, un po’ di ghiaietto attaccato a un ginocchio, tira fuori il telefonino e comincia a digitare furiosamente, ma, curiosamente, quella sera, proprio lì non c’è campo. Norio pronuncia delle parole che chiamano in causa tutti gli dei dell’oriente e dell’occidente, si rimette il telefono in tasca e i suoi occhi si accendono di una luce ancora più cattiva. Prende la Transalp e lo mette sdraiato in mezzo alla strada, e lui si butta per terra; con un coltello a farfalla, che tiene sempre in tasca, si provoca un taglio sul dorso della mano, e col sangue che esce sporca la camicia e la faccia da stronzo. Passa quasi subito una moto con una coppia a bordo; vedono la Transalp e Norio per terra, si fermano subito inchiodando e 66


scendono per dare soccorso. Ma l’unico soccorso sarebbe quello di chiamare la Polizia, la squadra omicidi, mica la stradale, e far arrestare quel serpe. Loro non lo sanno e si avvicinano pericolosamente. Norio è in piedi con uno scatto da karatè e punta la pisola addosso ai due: “Dammi il casco !” urla; e la ragazza glielo allunga triste; lui dà un calcio nelle balle al ragazzo, si mette il casco e salta sulla moto, avvia e dà gas a manetta. Il ragazzo è ancora in terra, in posizione fetale che bestemmia e piange e urla nello stesso tempo, la ragazza si china su di lui per aiutarlo, e per un soffio non viene investita da una volante della polizia che la scarta all’ultimo e inchioda. I poliziotti vedono la moto e il ragazzo per terra e scendono dalla macchina per dare una mano. Il ragazzo viene sollevato per le ascelle e scosso un po’ con pattoni sulla parte bassa della schiena, secondo una tecnica che uno dei poliziotti suggerisce come rimedio sovrano ai calci nelle balle. E funziona anche abbastanza bene e i ragazzi raccontano ai poliziotti quello che è successo, i pulè prima li guardano storti, poi vanno a esaminare il Transalp e vedono il disco rotto e vedono tutti i bossoli dei colpi sparati da Norio, sparsi qua e là per terra e fiutano male. Ma tutto questo ci mette un po’ di tempo a succedere e Norio a gran velocità intanto è arrivato a Rapallo e si dirige verso il concerto dei Mifune Scandal, dove vuole parlare con Carlo Bello e Stefan Pennaru che ufficialmente fanno i roadies dei Mifune e montano e smontano il palco, ma in realtà sono colleghi di Norio, crotali di razza, che assieme a lui costituiscono il braccio violento della banda che vuole impossessarsi della collezione Morelli Scansani.

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sabato 18 maggio, ore 22.51 Sanae ed io intanto siamo più avanti e dirigiamo anche noi al concerto dei Mifune. Norio cinghia la moto da maledetto ma noi siamo quasi arrivati all’area concerti quando lui fa le ultime curve prima di Rapallo. E un eccesso di prudenza ci salva il culo per il momento; non so perché ma non mi va di posteggiare vicino all’area concerti; proseguo più avanti fino ad una stradina del centro storico; infiliamo una piazza dove di giorno c’è un mercato di frutta e verdura ma la notte si può posteggiare senza che ti multino. Scendiamo, ci portiamo dietro i caschi e in pochi minuti siamo sul lungomare pieno di gente che passeggia; ci avviamo al concerto e non vediamo Norio che arriva in quel momento, molla la moto rubata ai ragazzi dove capita, e si fionda dentro; il servizio d’ordine lo conosce, e lo fa passare davanti a tutti. Poco dopo fanno passare anche noi, merito dei pass di Melody Maker ed anzi, un inglese unticcio che si presenta come il manager dei Mifune ci pilota in un punto da dove si vede bene il concerto e ci annuncia che i Mifune parleranno ben volentieri con noi , ed anzi, ci prega di passare poi nel camper delle star per una coppa di champagne, dopo il concerto. I due broccoloni salgono sul palco, quasi nessuno applaude; indossano tutine di raso giallo canarino con dei fulmini rossi luccicanti applicati qua e là; l’effetto è desolante; sopra queste tenute da fan malati dei Queen spuntano le loro facce e le teste rasate; sulle capocce lucide vediamo fulmini rossi tatuati con cura. Un bell’inchino e i due afferrano le chitarre posate dietro di loro e cominciano a darci dentro; attaccano “God save the Queen” nella versione dei Sex Pistols e a seguire dei pezzi metal e hard rock. Ovvia, suonano benino e si sbattono parecchio; ma la loro 68


performance ha qualcosa di stonato, è fredda, sembra finta, sembra che non gliene importi niente del pubblico e che siano lì perfettini a non perdere nemmeno una nota, ma entusiasmo, passione, cuore e palle, se ci sono, non vengono fuori. Sanae ed io approfittiamo per sgusciare via da dove ci aveva piazzati il manager e ci avviamo con nonchalance verso i TIR che sono posteggiati un po’ dietro al palco. Ci fingiamo (fingiamo?) innamorati e ci teniamo la mano; Sanae posa la testa sulla mia spalla e intanto scatta la prima foto; ci avviciniamo e piazziamo le cimici magnetiche; poi col teleobiettivo carpiamo ogni loro segre to. Ma c’è poco da carpire penso. E invece no. Ci riallontaniamo e guardiamo a turno con lo zoom della macchina; il cuore mi salta di nuovo: la porta di un TIR si apre di colpo e ne escono tre persone. I primi due non li conosco ma li valuto comunque loschi; il terzo è Norio, che si guarda in giro come se cercasse qualcuno; il manager inglese si avvicina a lui e gli parla nell’orecchio e lui si mette a fissare il posto dove eravamo fino a poco fa, e che adesso è occupato da un gruppo di ragazzi fatti come cocomeri e urlanti come iene. La presenza di Norio lì al concerto conferma la tesi di Raffo e del Professore sulla complicità dei Mifune, ma, grazie al cazzo, adesso sappiamo che rischiamo il culo ancora una volta, basta che Norio ci veda. Norio invece parla con gli altri due, che son scesi dal camion con lui e che sono Carlo Bello e Stefan Pennaru e si dividono l’area concerto, ognuno di loro avanza e fende la folla; Stefan è quello che, se non ci leviamo da lì, ci beccherà per primo. sabato 18 maggio, ore 23.22 Come ci ha raggiunti quel figlio di troia? Come fa a essere già qui? Lasciamo stare le domande, scappiamo. Le uscite sembrano 69


controllate. I mordaci girano tra la folla, ci cercano. Non perdo di vista Norio, che sembra andare nella direzione opposta a noi. Approfittando del pass andiamo dietro alle casse, sotto le americane che reggono il palco. Il concerto è partito, c’è casino. Bene. “Sotto, Sanae, ci infiliamo sotto e usciamo da dietro”. Sotto il palco è un dedalo di cavi. Attenzione a non rimanere fulminati. Arriviamo alla fine della struttura. Merda, c’è un telone di pvc che proibisce di uscire. Sanae apre il suo zainetto di finto pitone verde ed estrae un bistu ri, con cui fa un bel taglio nel plasticone. “Previdenza giapponese” dice. E io, prima di passare dal buco nella plastica, le schiocco un bel bacio sulle labbra. “Sei un amore” le dico. “Sì, ma scappiamo” risponde lei. Usciamo verso la fine di piazza IV Novembre, a pochi passi dalla rotonda Marconi. Il lungomare. Ci infiliamo in un portone. “Dobbiamo liberarci di questi vestiti” dico. Sanae si toglie tutto. Rimane in canottiera. Il suo tanga potrebbe essere un costume da bagno. Io rimango in mutande e t-shirt. Per fortuna le mutande sono blu. Piedi nudi. Potremmo sembrare turisti, bagnanti che rientrano? Può darsi, anche se è già passata mezzanotte, comunque siamo meno appariscenti di prima. Gente in giro ce n’è parecchia. Continuiamo a camminare verso Calata Doria. Sentiamo che ci sta andando bene e non abbiamo neanche il coraggio di girarci. Qui, vicino al porto, c’è parecchia gente. Milanesi che giocano a carte sulla coperta dei loro ferri da stiro, vecchi inglesi con barche a vela di legno, Liguri silenziosi su sobrie barche in penombra, turisti e famigliole che curiosano tra i pontili. Siamo mimetizzati. Passiamo la punta, verso San Michele di Pagana. Ci giriamo. E’ tutto tranquillo. Siamo una coppia (eh, sì, una coppia) di pacifici turisti a inizio estate a Rapallo. Fuori dal porto non c’è più quasi nessu no. “Ci fermiamo un po’?” mi dice Sanae. E allora, viene fuori l’uomo dalle mille risorse. Una bella 70


cannetta preparata prima di partire, messa negli slip, avvoltolata in una carta di sigarette insieme a due fiammiferi. “Gradisci?” “Perché no” dice lei. Dopo, tutto sembra più roseo. Faccio un’avance? “Facciamo il bagno” propongo. E Sanae si alza subito, come se non aspettasse altro. Incalzo. “Togliamoci i vestiti, altrimenti resteremo fradici”. Tombola. Sanae si spoglia e si tuffa. La seguo, e in acqua la raggiungo. Ci abbracciamo e forse ci baciamo, ma solo un po’. Poi cerco un contatto più forte, avvicino il corpo di Sanae al mio. E lei emette un sospiro improvviso, profondo, come di spavento. Donna ipersensuale? Forse, ma il sospiro è dato dal fatto che Sanae ha visto Norio sulla scogliera. Sta venendo in qua, con due dei suoi soci. Lei l’ha visto, adesso lo vedo anch’io. Ma lui non vede noi perché siamo nascosti dagli scogli. “Ho freddo” dice lei. “Non è il momento” rispondo io. Che cazzo facciamo, nudi a mezzanotte e trenta, in acqua, con la banda bassotti che sta arrivando? Certe volte mi stupisco da solo per la mia intelligenza sovrumana. Altro che uomo dalle mille risorse. Centomila. “Nuota, Sanae, nuota senza farti vedere. Stai sottocosta. La vedi quella barca, là? No, non quel merdoso ferro da stiro, quella a vela, quella a fianco. Si chiama Mabel. E’ la barca di un mio amico dentista. Mi invita sempre, ma io ci sono stato solo tre volte. So che tiene un mazzo di chiavi attaccate a un parabordo di riserva, nascosto a prua. Guarda il percorso che faccio io, poi mi segui. Speriamo solo che il mio amico dentista non si stia facendo una sveltina.” Nuoto fino al pontile, salgo da una scaletta, attraverso il pontile. Ancora trenta metri e sono sulla Mabel. Cerco il parabordo. C’è. Chiavi. Ok. Apro, Sanae sta arrivando. Per qualche istante la vedo correre nuda sul pontile, in controluce, perché ci sono dei lampioni accesi, poi sparisce 71


nell’ombra e ricompare davanti alla barca. Non ci hanno visti. Almeno Norio e i suoi amici, perché un anziano signore dal suo cabinatone ormeggiato a fianco ci vede, invece. “Avete dei pvoblemi o vi state divevtendo?” ci chiede, con la erre moscia “E’ tutto a posto, grazie. Abbiamo solo perso il costume da bagno”. Dentro la barca ci sono asciugamani e caffè. Facciamo tutto al buio, perché Norio e i suoi devono essere ancora in zona. domenica 19 maggio, ore 00.43 Ma la madama, una volta tanto, ci salva il culo. La volante della polizia, che ha caricato sulla Ruta la coppia derubata della moto, intanto è arrivata a Rapallo e passa davanti all’entrata del concerto. Il ragazzo vede la sua moto, che Norio ha mollato malamente proprio lì davanti: “La mia moto !” grida nell’orecchio del poliziotto, che si ferma subito. Scendono e vedono che la moto è in buone condizioni e trovano le chiavi che sono ancora infilate nella serratura. Il ragazzo non resiste e mette in moto: vrooom, vrooom il motore ronza al solito e lui si commuove: “La mia moto! la mia moto!” balbetta felice, mentre si tocca le palle ancora doloranti. “Lasciateci i vostri dati (dice il poliziotto che si è convinto che sono due bravi cristi, i ragazzi) e domani nel pomeriggio passate al Commissariato in Via Bolzano, sarò di turno, così raccolgo la vostra deposizione”. La serata dei due ragazzi, prima dell’incontro con Norio, lasciava intuire che poi avrebbero fatto l’amore in casa di lei, ma il solo pensiero fa star male il ragazzo che se ne va al pronto soccorso, dove gli consigliano di stare a letto e tenere una borsa di ghiaccio sulle palle e domani si vedrà. Quanto ai poliziotti, hanno chiamato rinforzi via radio, e 72


vogliono entrare al concerto e dare una pettinata al pubblico. Uno dei due ha costruito una specie di identikit di Norio, in base alla descrizione dei ragazzi e lo trasmette via radio ai colleghi “un giapponese, sui quarant’anni, con un abito scuro addosso, camicia aperta, senza cravatta, alto circa 1.70, ha una pistola, fate attenzione”. Arrivano altre due macchine della polizia, che erano in giro nel Tigullio, e inchiodano davanti all’entrata del concerto. Lasciano uno di loro fuori, vicino alle macchine, e tutti quanti gli altri pulè ci danno dentro e varcano i cancelli del concerto mescolandosi alla folla. Tutto questo movimento non passa inosservato a Noboru, altro socio della gang di Norio, che finge di fare il buttafuori al concerto, ma in realtà è messo lì all’ingresso per sorvegliare, e si attacca alla radio che ha addosso. Fa una chiamata aperta a Norio, Carlo Bello e Stefan Pennaru “C’è la polizia, stanno entrando adesso.” “Veniamo subito” (dice Norio e pensa: ma che cazzo vorranno?), si volta verso le altre due iene e cominciano a tornare indietro. domenica 19 maggio, ore 01.02 Tutto questo però noi non lo sappiamo. Vediamo solo che, come per magia, la marcia di Norio e degli altri due si interrompe improvvisamente; Norio porta all’orecchio un aggeggio che è troppo grosso per essere un telefonino e deve essere quindi una radio, poi si volta, proprio mentre stavano per infilarsi sul pontile dove è attraccato il Mabel, fa un cenno agli altri due, e tornano indietro sempre in perfetto silenzio. Il casino del concerto comunque è tanto, e arriva fino a noi nello yacht che siamo immersi nella morbida penombra della cabina, al dondolio pigro del Mabel in porto. 73


Nudi e ancora un po’ bagnati per la nuotata in porto “Aspetta (dico io) facciamoci un caffè e poi vediamo cosa fare.” In realtà, quello che vorrei fare è a luci rosse; si potrebbe girare un film: “La nave del desiderio” o “Corpi bagnati” oppure, meglio, “Orgasmi sull’acqua” penso, mentre preparo il caffè solubile e sbircio il corpo di Sanae che si tiene nella penombra. “Dobbiamo tornare da Raffo e gli altri, (Sanae interrompe le mie meditazioni filmico erotiche) raccontare quello che è successo. Hai visto che razza di attrezzature dentro i TIR del concerto, quando si è aperta la porta ?” “Io veramente non ho visto molto…..” “Ma sì (dice Sanae) di recente mi sono dovuta occupare, per conto del professor Vieri, di come organizzare il trasporto dei quadri della collezione Morelli Scansani” “Ebbene? “ (dico io) “I migliori trasportatori che hanno risposto alla mia richiesta, hanno inviato foto che mostrano come l’interno dei loro camion sia predisposto per il trasporto sicuro di quadri di valore. C’è una specie di intelaiatura di legno e metallo leggero costruita appositamente dentro il cassone del camion. Questa struttura, all’interno della quale si inseriscono i quadri, è fissata al camion per mezzo di molle ed ammortizzatori. I quadri, restano quindi fissati solidamente e particolarmente protetti contro ogni genere di sobbalzo. Poi c’è l’umidificatore a umidità controllata e naturalmente un impianto di aria condizionata che risponde alle specifiche militari americane. E tutto questo è presente dentro uno dei camion dei Mifune.” “Ammazzaò !” (faccio io), Sanae sorride, mentre mi dice: “L’ho visto con un visore notturno, residuato dell’esercito russo, che è rimasto nello zainetto sulla spiaggia. Si comprano a Porta Portese, a Roma, e non costano neanche tanto”. “Ma tu, cosa ci facevi con quel kit da uccello notturno, è roba tua?” 74


Sanae sorride ancora: “Certe volte è importante vedere nel buio. Ma adesso cerchiamo qualcosa da metterci addosso”. Colpito da questa risposta enigmatica, mi metto a frugare e aprire cassetti: non c’è che l’imbarazzo della scelta, l’amico dentista non bada a spese, e troviamo subito pantaloni e lacoste per lei, jeans e t-shirt per me. Indossiamo scarpe da yachtman e stiamo per uscire quando mi viene un’altra idea brillante, è il caso di dirlo. Mi ricordo che a bordo di tutte le barche c’è una cassetta con dentro una pistola lanciarazzi; frugo un po’ e la trovo; mi metto la pistola in cintura e riempio le tasche con tutti i razzi; Sanae da parte sua si mette in tasca un coltello da sub che ha trovato e prende anche un fucile subacqueo e alcuni arpioni. Così combinati da Jim della giunglacollezione mare, scendiamo dalla barca e camminiamo leggeri sul pontile. Saranno le tre, credo. Mi rendo conto adesso che non abbiamo più orologio, telefono, portafogli. “Merda e stramerda” dice Sanae. Nel mio telefonino ci sono tutti i numeri di telefono del Professore, di Raffo eccetera. Nella camera digitale ci sono le foto del camion. Ce n’è abbastanza per mandare in merda tutta l’operazione!” “Dobbiamo recuperare lo zainetto. Forse non l’hanno trovato, là sulla scogliera.” domenica 19 maggio, ore 01.14 Allora ritorniamo un po’ verso San Michele, dove avevamo fatto il bagno. I moli adesso sono deserti, sembra tutto tranquillo. Siamo guardinghi, guardinghissimi, il molo continua a rimanere immerso in un pacifico silenzio rivierasco notturno estivo, con lo sciabordio degli scafi, il tintinnare delle sartie, il gracchiare delle cime fissate alle bitte e dei parabordi che ogni tanto si schiacciano tra le barche. “E’ ancora lì, è incredibile, non l’hanno trovato; lo 75


zainetto è ancora lì!” Io e Sanae ci precipitiamo a controllare se c’è tutto. C’è tutto. Allora lassù qualcuno ci ama, forse. E mentre frughiamo nello zainetto, quasi euforici, una voce bassa e tranquilla alle nostre spalle: “Fate pure con calma”. Mi volto, e il ghigno terribile di Stefan Pennaru lampeggia dietro una Beretta 7,65 puntata proprio in mezzo ai miei occhi. domenica 19 maggio, ore 01.15 “Ma questo daiquiri fa schiiifo!” dice Raffo, seduto in terrazza. “Per forza, ci ho messo l’arak invece del rhum” risponde il Professore. “E’ che sono preoccupato per Giorgio e Sanae. Eravamo rimasti d’accordo che non li avrei chiamati per evitare che gli suonasse il cellulare proprio mentre erano vicini a gente della banda, per non richiamare l’attenzione, ma è già l’una e un quarto. Cosa facciamo?” “Facciamo che li andiamo a prendere, i ragazzi !” dice Vieri e l’occhio gli si risveglia all’improvviso mentre Raffo, con voce tenorile, attacca “Bring the boys back home!!” “Se gli dessimo magari una telefonata prima, eh?… sarebbe il caso” il Professore ha qualche dubbio. “Già (gli risponde Vieri) e se magari quando li chiamiamo loro sono in una situazione difficile?...” “Hai ragione, (dice Raffo) ma certo Sanae avrà messo il vibro al telefono, dai, prova!” E la situazione, loro, non sanno quanto è difficile, e Sanae, nella fretta, il vibro non l’ha messo. Così mentre Pennaru ci sta intimando di alzarci in piedi, di prendere lo zainetto e di seguirlo, sempre accompagnando il tutto con movimenti della pistola puntata su di noi, dice: “Adesso andiamo da Norio; potremo parlare con calma: dentro il tir 76


imbottito non ci sentirà nessuno….. non vi sentirà nessuno… Norio vuole avere certe informazioni da voi, informazioni che sono state poi copiate su un cd che non riusciamo a trovare e Norio vuole anche il cd. Lui sa essere molto convincente, quando vuole…..” In quel momento il telefono di Sanae attacca a suonare con un allegro motivetto, noi ci fermiamo lì, un due tre stella, nella posizione in cui eravamo. Stefan non ha apprezzato il nostro immobilizzarci; agisce veloce e strappa via il telefono dallo zainetto e risponde lui stesso, dopo aver letto sul display il nome del chiamante, Raffo. “Ehi, famoso gallerista, Norio sospetta va che ci fossi dentro anche tu tra i nostri nemici. E cosa vuoi ? parlare con la giapponesina e il ragazzo prima che finiscano nelle mani di Norio ? o forse vuoi dirmi tu qualcosa o darmi qualcosa che possa risparmiare sofferenze ai tuoi amici ?” Raffo non risponde ma sorride e in un attimo collega il telefonino a una specie di palmare “Fammi parlare con Norio, bastardo !” l’insulto non piace a Stefan che per sfogarsi tira un ceffone in faccia a Sanae che lancia un grido e a me un calcio che sarebbe nei coglioni, ma siccome riesco a voltarmi, mi prende sul fianco e penso che il mio femore si sarà sbriciolato; e invece resto in piedi gridando anch’io dal dolore. Raffo ha sentito in successione l’urlo di Sanae e quello mio, e poi sente la voce di Stefan “Caro Raffo, non ti preoccupare, penseremo anche a te, poi. Adesso te ne stai buono lì e Norio, appena avrà sistemato i ragazzi, ti chiamerà lui stesso…” e interrompe la conversazione. “Che cazzo ci hai da sorridere Raffo ? “ dice il Professore, preoccupato. Hanno ascoltato in vivavoce la chiamata e tutti e tre sanno che Norio è famoso per la sua crudeltà. “Ci ho da sorridere, perché questo palmare al quale ho attaccato il telefono in realtà è una specie evoluta di radiogoniometro che 77


mi dice, anche se è spento, e con la precisione di un metro, dove si trova il telefonino di Sanae e quindi anche lei, suppongo” “E allora dai! (grida Vieri) cosa aspettiamo ? andiamo a prenderli” Raffo li porta in garage, apre un armadio di metallo con scritto “attrezzi e pezzi ricambio”; in realtà contiene tra l’altro una serie di balestre tutte uguali, nere, molto potenti, realizzate in plastica opaca antiriflesso, modello “silent friend”. “Mi vergogno un po’ (dice) ma qualche anno fa, assieme a degli amici milanesi, giocavamo a Robin Hood nei boschi di Portofino. Invece delle solite pistole da soft air, usavamo le balestre con la corda allentata e frecce di gomma, con sulla punta una pallina di vernice, così chi veniva colpito non poteva far finta di niente”. “Roba da ricchi bauscia” il Professore scuote il capo. “Piantatela (dice Vieri) non è il momento; piuttosto non hai frecce di altro tipo ?” “Eccome no, ne ho comprato uno stock da un amico che se le faceva fare apposta in Inghilterra. Hanno una punta affilatissima e si usano nella caccia al cinghiale.” Tira fuori un gran pacco e distribuisce le frecce. In garage, oltre alle moto, c’è anche una di quelle gippone americane, con le ruote enormi e un motore da 7000 di cilindrata; “E qua c’è il nostro ariete di sfondamento” dice Raffo mentre sale a bordo; gli altri due salgono dietro e la jeep parte sgommando verso Rapallo. Noi intanto, sempre a calci nel culo, veniamo invitati da Stefan ad andare avanti e, passando per la scogliera, (“Se fate un grido siete morti!”) ci avviciniamo mestamente all’area concerto. Non c’è più nessuno adesso; il pubblico se n’è andato e i poliziotti, dopo aver chiesto un po’ di documenti in giro, hanno ripreso la strada del commissariato; forse torneranno forse no. 78


“Eccoli qua, i corrispondenti del Melody Maker” dice l’impresario dei Mifune e sogghigna; poi lui, il Bello e Stefan ci spingono verso uno dei camion; bussano e il portellone si apre; Norio è in piedi dentro il camion, in mano ha un saldatore a gas acceso, la fiamma lampeggia nel buio e sento che le gambe mi si piegano per la paura, ma quasi istantaneamente, senza forse neanche rendermene conto mi rendo conto che sto stringendo in tasca la pistola lanciarazzi. Sanae ha dovuto lasciare il fucile subacqueo, ma a me la pistola è rimasta. La uso? Impossibile. Il bello e Stefan Pennaru ci stanno alle spalle e Norio ci osserva seduto dentro il camion. Poi succede qualcosa di strano. domenica 19 maggio, ore 01.44 Un rumore sordo, come una martellata su un legno imbottito. Pennaru si gira e vede un dardo conficcato in una tavola di legno a pochi metri da lui. Agitazione. Norio grida qualcosa. Toc, arriva un altro dardo, che rimbalza sulla lamiera del cassone. Adesso, adesso è il momento. I due, corrono a nascondersi dietro delle casse. Non possono sparare, per non scatenare un guazzabuglio notturno nella tranquilla Riviera Ligure. Estraggo la pistola intanto che Norio sta prendendo da uno scatolone una pistola a tamburo con la canna lunga, credo una magnum. Estraggo la lanciarazzi e miro esattamente al tubo che porta il gas al saldatore. Centrato. Lo scoppio non è fortissimo, ma il razzo fa un casino bestiale nel cassone. Norio sul pavimento, la bombola cade, io ho già spostato Sanae di qualche metro e ho già ricaricato. Risparo alla cieca, e questa volta viene fuori una bella fiammata con esplosione, da film americano. Devo aver centrato la bombola. C’è tutto il tempo per scappare. Intanto che giro intorno al camion trascinandomi dietro Sanae faccio appena in tempo a vedere Norio che si allontana 79


zoppicando dal camion in fiamme. Guardo nella direzione da cui provenivano i dardi e grido: “Chi è la?” e in fondo alla piazza vedo un gippone che lampeggia. Lo riconosco. L’ho visto nel garage di Raffo. Sento il motore che si accende e i fari diventano sempre più grossi, sempre più vicini. “Salite, casinisti!” grida da dentro Raffo. “Adesso dobbiamo recuperare Vieri e il Professore”. Operazione non semplice, visto che Vieri è a pochi metri dall’inferno, nascosto dietro a un pezzo di qualcosa che non si vede bene. Ma Raffo si fionda con decisione in quella direzione, e preleva Vieri incurante del fatto che uno dei loro, forse il Bello, sta puntando il gippone con la sua pistola. “Attento, Raffo, ci spara!” grido. “Eh, non sono mica pirla!” risponde con una forte intonazione milanese. “Ho speso un Caravaggio per far mettere a posto la macchina” sogghigna. Parte il colpo. Pziuw. Fa proprio così, “pziuw”, un colpo sui vetri antiproiettile. Retromarcia veloce, velocissima. Dov’è il Professore? Sparito. Pziuw. Un altro colpo. “Abbiamo anche degli scudi di protezione per le ruote.” dice Raffo “A meno che non ci sparino con un obice, siamo inaffondabili” Io continuo a guardare il Bello, che ci spara, e ad un certo punto lo vedo cadere, centrato da una freccia. Poi vedo uscire il Professore da dietro un’auto parcheggiata. Ha la balestra in mano. Vai, Raffo. Caricato anche il Professore, sgommiamo verso Camogli per stradine secondarie, proprio mentre si cominciano a sentire le sirene. Pompieri, polizia, carabinieri o cos’altro, ma noi siamo lontani. domenica 19 maggio, ore 01.58 Raffo tira fuori dal bauletto a fianco del guidatore una bottiglia di Calvados e dice: “Brindiamo.” E poi, rivolgendosi al Professore: “Prof, l’hai fatto secco, quel bastardo?” Il Prof si fa un po’ scuro e senza nessuna gioia, ammette: “Sì, credo di sì. D’altra parte, con 80


lui avevo un debito personale” “In che senso?” gli chiede Sanae. “Carlo Belloni, detto Carlo Bello, o anche il Bello, di professione “esattore di crediti” per conto dell’organizzazione, è quello che mi ha rovinato, ai tempi in cui finii dentro: lui doveva prendere i soldi da dei ricchi acquirenti americani per la vendita di alcuni pezzi etruschi che io avevo messo sul mercato. Invece ammazzò gli acquirenti e si tenne sia i soldi che i pezzi, facendo ricadere la colpa su di me. Riuscii a dimostrare che non ero stato io ad ammazzare gli americani, ma purtroppo fui accusato del furto e andai in gattabuia per sei mesi, più un po’ di domiciliari. Quando uscii, mi volevo vendicare, lo cercai. Lo ammetto, feci una grossa stronzata: lo aspettai nel portone, facendomi dare una mano da un mio amico portuale, e lo gonfiai di botte, specialmente sul naso. E’ da allora che lo chiamano “il bello”. Dopo due mesi lui si infilò in casa di Jackie. Lei era in Italia da pochi giorni, e ci eravamo appena messi insieme. L’ha violentata. Poi le ha piantato un coltello nella pancia. Dio solo sa come non abbia leso nessun organo vitale. Beh, insomma, Jackie la conoscete, è sempre una donna affascinante, vero? Niente può uccidere la sua anima meravigliosa. Ecco la storia.” domenica 19 maggio, ore 02.02 Dopo il racconto del Professore viaggiamo muti sul litorale. Io penso con orrore che questa cosa potrebbe succedere anche a Sanae. La guardo e le prendo la mano. Lei si accorge di quello che penso, forse, mi prende anche lei per la mano, poi avvicina le labbra alle mie, ma squilla il cellulare di Raffo, e siccome siamo tutti tesi il bacio è sospeso. “Raffo, è successo” “Che cosa diav...” Chi è? E’ Marco Revola, il socio di Raffo. L’altra colonna della 81


Minotti & Revola. Il commerciale. “Hanno appena finito di portare via tutto.” “Le telecamere nascoste hanno funzionato?” chiede Raffo. “Sì, è tutto registrato, ma i ladri erano mascherati; passamontagna e nessun elemento significativo per l’identificazione. Comunque i furgoni sono stati identificati, anche se immagino che i mezzi di trasporto cambieranno molto presto. “ “Adesso li lasciamo viaggiare, e vediamo dove vanno.” “Si, ho sentito Bertelli proprio adesso, che si è già messo in azione.” “Hanno fatto molti danni alla galleria?” “Per niente, un lavoro pulitissimo, e silenzioso. Sono professionisti, Raffo.” “Ok, ‘notte, Marco.” “Notte, Raffo. E stai all’occhio.” domenica 19 maggio, ore 09.11 Non ho mai letto un quotidiano con così tanto interesse. Nella pagina di cronaca, oggi ci sono ben due notizie che mi interessano molto. La prima: “SPARATORIA AL CONCERTO DEI MIFUNE SCANDAL”, in cui si spiega che a Rapallo c’è stato un regolamento di conti tra bande, legato al business delle discoteche e dei concerti. Un morto: Carlo Belloni, pregiudicato, di anni trentanove. Arrestati i Mifune Scandal, il loro manager e Stefan Pennaru, latitante dal ‘99. Sfuggito alla cattura un altro personaggio non identificato. Curiosità: la sparatoria è avvenuta con frecce e dardi lanciati con balestre. La seconda notizia: “RUBATA LA COLLEZIONE MORELLI SCANSANI” Furto di opere d’arte di notevole portata, avvenuto nel caveau della Galleria milanese Minotti & Revola. I quadri erano di proprietà dell’Università, una donazione che poi sarebbe finita al Museo di Arte Moderna di Genova. I ladri hanno agito indisturbati, nel caos di Milano al sabato notte, non hanno lasciato tracce significative e si sono dileguati. Polemiche sulla scarsa protezione. Un’intervista con Raffo Minotti, titolare della galleria. Minotti dice di essere addolorato, non tanto per l’enorme 82


valore economico dei quadri: la collezione era di proprietà dell’Università, inoltre aveva un’ampia copertura assicurativa. Qui, abbiamo perso un pezzo di storia, dice. Alcune delle più belle pagine dell’ottocento italiano. E’ l’Italia intera ad essere stata derubata. Bravo, Raffo. Questo servirà a far salire parecchio la quotazione dei quadri.

Adesso siamo a Genova, a casa di Jackie in spianata Castelletto. Raffo telefona, nell’altra stanza. Sta parlando con Carmen, la sua segretaria. Urla, anzi. “Voglio quel catalogo stampato per i primi di settembre. Per mercoledì 3 !!! Non un giorno di più. Poi telefoni alla redazione di Repubblica. Cerchi Contardi, gli ho già parlato io. Ti metti d’accordo per la consegna.” Finita la telefonata, mi guarda e sorride. “Un milione di copie del catalogo della Collezione Morelli Scansani, di cui ho l’esclusiva, vendute a Repubblica a un prezzo da amico. Un inserto di lusso. L’ho chiamato “L’ottocento rubato”. Poi, riprende il possesso del 83


suo personaggio, e con la vocetta stridula, conclude: “Eh, capisci bene, Giorgio! Dovrò ben rifarmi dei danni che ho avuto!” “Ma quali danni ! Ma quali danni ! (lo guarda, il Professore, sprofondato nel divano) il fatto è, caro Raffo, che tu senza guadagnare non ci sai stare” “A ognuno il suo lavoro, caro! (Raffo ha l’occhio brillante) Io faccio il gallerista e se non guadagno posso anche chiudere subito. Ma tu piuttosto, Professore, come campi adesso, cosa combini, cosa farai da grande ?” “Grande non lo sarò mai, vecchio magari sì, ma non ancora (il Professore lancia un’occhiata complice a Jackie); quanto a come campo, uscito di prigione ho trovato tutte le porte sbarrate.” “Perché non sei venuto a bussare alla mia?” (dice Raffo) “Ma perché non ti conoscevo, allora, e prima di conoscerti non avevo molta stima dei galleristi; ti ricordi Aldo Stefani, quell’artista genovese che è morto di cancro qualche anno fa? Io ero in ospedale spesso, lo andavo a trovare tutti i giorni, Aldo era forse il mio più caro amico. E un giorno, quando arrivo, mi avevano fatto chiamare i medici, Aldo peggiorava sempre di più…, quando arrivo vedo chino sul suo letto, come un ragno che divora la preda, vedo Salviotti, il gallerista di Via Veneto, che gli aveva portato un pacco di disegni, litografie, piccole opere su masonite, e gli reggeva il braccio per fargli firmare tutti i pezzi, anche quadri che lui non voleva firmare perché non li aveva ancora finiti. Con la morte imminente dell’artista, quei pezzi avrebbero reso bene, e Aldo non li aveva ancora firmati, perché aveva l’abitudine di firmare solo al momento della vendita, magari scrivendo qualcosa di personale per l’acquirente. Ma adesso se ne stava lì come un agnellino e firmava un’opera dietro l’altra. Io mi sono buttato su Salviotti, ma Aldo mi ha fermato; ansimando mi ha detto che era per sua moglie e suo figlio, una grossa cifra che Salviotti avrebbe 84


pagato loro. “Non ho mai fatto un’assicurazione sulla vita... (ha continuato) cosa vuoi, sono un artista ed ero anche ignorante, io non ci pensavo, al fatto che bere e fumare così tanto mi avrebbero fatto morire, nessuno me lo ha mai detto d’altronde, eppure avevo tanti clienti tra i medici”. “Per questo, caro Raffo (prosegue il Professore), non avevo tanta stima nei galleristi, prima di conoscerti.” Poi, scherzando: “E adesso che ti conosco l’ho persa del tutto... quanto a come campo, visto che me lo chiedi, campo disegnando trompe-l’oeil e decorazioni di ogni tipo nelle ville dei ricconi che Jackie arreda. E così consumo le mie contraddizioni, io che sono sempre stato radical, adesso vivo all’ombra del capitale; e ci vivo anche bene per questo; ormai sono conosciuto e mi chiamano da mezza Italia; a dipingere non faccio nessuna fatica; è parlare con i miei clienti che mi disossa, ma ci ho fatto l’abitudine e mi difendo tirandomela da orso: non partecipo alla loro vita familiare e sociale, non mi faccio ospitare in villa ma dormo sempre nel mio camion dei trasporti, il Bremach che abbiamo lasciato parcheggiato a Busalla e che dovrei andare a prendere, ma son troppo stanco”. “Perché io un’ideuzza ce l’avrei, (Raffo si intromette) per piazzare due cervelli come i vostri. Le tue conoscenze e competenze nel campo dell’arte son preziose caro Prof; quanto a te, Giorgio, hai cultura artistica, ma hai anche capacità commerciali, visto che vendi polizze. Potresti vendere molto meglio opere d’arte. E da tempo che col Minotti si parla di aprire una galleria in Liguria la “Minotti&Revola&Due”, solo che non trovavamo le persone adatte”. Io confesso che la prospettiva mi gasa notevolmente, mentre dentro di me penso: in culo le assicurazioni, tanto comunque, dopo lo scherzo della polizza al presidente, io son bruciato e lo so. Si vendicheranno sparlando di me a tutte le altre compagnie. 85


Che il presidente vada in galera per furto di opere d’arte è un conto; ci metteranno qualcun altro a fare il presidente, qualche esperto d’arte televisivo, con le chiome incolte e che parla come una fogna; ma che un misero venditore di polizze come me osi alzare la cresta, per il consiglio di amministrazione questa sì che sarebbe una cosa terribile; mi butteranno fuori e lo so bene, e poi, lavorare per Raffo cavoli, una delle gallerie più note d’Italia, uno sballo mica da ridere! “Quanto a voi, Sanae e Vieri (continua Raffo) questo discorso ve l’avevo già fatto: potreste essere i consulenti della galleria: il collegamento col mondo accademico di cui abbiamo bisogno.” E a me, ancora non sembra vero: un lavoro che mi piace, in ambiente decisamente migliore degli uffici assicurativi, e la possibilità di lavorare, di stare con Sanae. Un’happy end come questa non me l’aspettavo e resto lì con sguardo bovino. Anche il Prof. sta zitto, poi si volta con la faccia da Humphrey Bogart, dell’eroe perduto, dell’irriducibile: “Grazie Raffo, comunque…. devo pensarci un po’, ma ti ringrazio”. “E ciantila lì” (dice il Raffo in versione genovese), pensa fin che vuoi, ma se lo vuoi quel posto è tuo.” Il Prof. si volta verso di me, vedo le rughe di tensione e di stanchezza sul suo viso ma anche un’espressione nuova, piena di energia “Giorgio, non è che potresti andare a prendere il furgone a Busalla ?” (poi si volta verso gli altri) “Raffo, di quel lavoro ne riparleremo quando avremo finito questo. Adesso dobbiamo recuperare i nostri quadri falsi e cercare di prendere al volo qualche altro pezzo grosso dell’organizzazione. La polizia farà le sue indagini, e noi collaboreremo, ma anche noi faremo le nostre indagini”. “E’ chiaro (aggiunge il Prof) che il concerto dei Mifune e la presenza dei camion attrezzati per il trasporto di quadri erano 86


trappole per attirare noi e la polizia a Rapallo, mentre il furto avveniva a Milano, e ci siamo cascati.” “Allora (dice Sanae, un po’ dispiaciuta) le cimici che abbiamo messe ai camion non serviranno a niente ….” “No, (il Prof le sorride) ma non avertene a male, tu e Giorgio avete fatto un buon lavoro, ne parlavamo prima con Vieri e con Raffo. Quello che conta è che comunque non abbiamo bisogno di cimici sui camion; ci basta quel chip quasi invisibile che abbiamo inserito nella tela di ogni quadro. Vieri ha praticamente sequestrato il laboratorio di informatica dell’università e ha reperito i computer, i telefoni e le radio necessarie per tracciare il viaggio dei quadri; ma sono attrezzature ingombranti e darebbero molto nell’occhio se le portassimo in macchina, così pensavamo che il furgone fosse il mezzo più adatto.” “E la mia jeep non la vuole nessuno visto che la si nota molto” (Raffo ridacchia sereno) “Vengo con te (mi dice Sanae) ho proprio voglia di fare una piccola gita.” “Allora non puoi perderti Busalla. Vengono da tutto il mondo per vederla” dico, ironico; e poi, rivolgendomi al Prof: “Dammi le chiavi, che prendiamo il primo treno e ti riportiamo il furgone.” La notte scorsa Norio Takeda si è allontanato zoppicando dal tir dei Mifune a Rapallo: “Lo sapevo io che quello stronzo dell’assicuratore era una spia, l’ho sempre pensato. Lascia che mi cada tra le mani e rimpiangerà di essere nato. Parola di Norio.” Ha lasciato l’area concerti prima che arrivasse la polizia e si è avvicinato al centro di Rapallo; una bella Jaguar era ferma davanti a lui, posteggiata con due ruote sul marciapiede; il proprietario era sceso senza chiudere la portiera ed era entrato in un ristorante sotto i portici; Norio è salito a bordo e ha inserito al posto della chiave un attrezzino simile a un cacciavite; alcuni led nel manico si sono 87


messi a lampeggiare e la Jaguar si è messa in moto ronfando. “Così mi piace!” Norio era tutto contento; c’era anche il telepass e lui si è lanciato subito verso l’autostrada, e poi via in direzione Genova. Conosce le strade, è uscito a Genova aereoporto e poi dritto giù verso lo Sheraton. Ha lasciato la Jaguar in un posto qualunque. Si è fatto annunciare dal portiere ed è salito in camera di Myeko Ryu; hanno cominciato a parlare fitto fitto, poi si sono stretti le mani, si son guardati negli occhi: lei 74 anni, lui 42, e poi sono andati a letto assieme e hanno passato la prima parte della notte in figure atletiche di contorsionismo sessuale: la vecchia ci ha dato dentro come un fabbro e Norio è saltato sul letto come un grillo. domenica 19 maggio, ore 11,30 Al mattino lasciano l’albergo un po’ tardi. Sempre con la solita chiavetta magica, Norio preleva una Fiat Bravo un po’ vecchiotta e completamente anonima. La loro destinazione è Milano, per qualche motivo misterioso che fa sorridere ogni tanto la vecchia Myeko. Fatto il pieno all’auto rubata, decidono di fare il viaggio fino a Milano tutto in strade nazionali, casomai ci fosse un controllo in autostrada, e poi Norio tutte le scorciatoie le sa. Così la loro strada li sta portando a Busalla, proprio quando Sanae ed io stiamo scendendo dal treno e decidiamo di prendere un caffè al bar di fronte alla stazione. La Fiat Bravo percorre la main street di Busalla a passo d’uomo. Macchina anonima, andatura anonima. Per non dare nell’occhio, per passare inosservati. Chissà come, anche alla vecchia giapponese viene voglia di un caffé. Un vizio tutto italiano che la vecchia non ha tardato ad assumere. D’altra parte Myeko, la signora, per i vizi ha una vera passione: è una moderata alcolista, ma una forte consumatrice di stupefacenti, in particolare cocaina. Ma la sua 88


vera specialità sono le perversioni sessuali, e Norio è pronto ad esaudire ogni sua pruderie, non solo come partner versatile e multiforme, ma soprattutto come procacciatore di giovani donne che la vecchia ama seviziare di persona, o far seviziare da Norio. Oppure organizzare festini con un po’ di complici e un po’ di ignare vittime, magari anche ragazze spregiudicate che si infilano un po’ alla cieca in feste private. E poi ama riprendere tutto con la telecamera e rivedersi i filmetti insieme a Norio nelle serate d’inverno, come ogni buona famigliola, nel focolare domestico. Ma torniamo alla situazione. La Fiat Bravo di Norio arriva nella piazza della stazione di Busalla proprio mentre stiamo uscendo dal bar. Norio, veloce come un crotalo, ferma la macchina e si abbassa sul sedile rendendosi invisibile e dice alla vecchia in giapponese di fare altrettanto. Io vedo il Bremach parcheggiato e mi dirigo verso il lato destro della piazza. Sono tranquillo, parlo con Sanae di tutta la vicenda come di una cosa passata e penso che tra pochi giorni un bel po’ di gente finirà dentro: i microchip faranno il loro dovere, segnaleranno percorsi e destinazioni finali. La Polizia è ormai informata di tutto e sono state allertate le polizie di altri paesi, pronte a seguire il traffico, ma senza arrestare nessuno fino alla fine, perché un conto è prendere chi ruba, ma un altro è incastrare chi compra, come ci ha spiegato Vieri. Per fortuna nessuno della banda ha sospettato che la collezione Morelli Scansani sia una trappola, anche se Stefan Pennaru ha scoperto che Raffo fa parte dei cacciatori di ladri d’arte, e la collezione era nella sua galleria. Ma Stefan Pennaru è dentro, e non potrà parlare con nessuno delle sue scoperte, la polizia sa benissimo che se quell’informazione saltasse fuori tutta l’operazione anderbbe in fumo. Quindi hanno messo Pennaru in isolamento perché anche in carcere non parli con nessuno, perché il carcere è un centro informazioni formidabile per la malavita, come ci ha spiegato il commissario Bertelli. 89


Mentre giro la chiave di avviamento del Bremach sento un rumore di lamiere: cazzo, un idiota con una Fiat Bravo si è incastrato alla mia sinistra e non posso neanche aprire la portiera. Lui è in direzione opposta alla mia, sicché sono spalla a spalla con l’idiota, ma non lo vedo, perché il Bremach è più alto, così vedo solo il tetto della Bravo, e non il suo idiota guidatore, che sta lì, senza fare niente, col motore acceso. Sono solo decimi di secondo, ovviamente. Io grido “Ohi, idiota! ma che cazzo stai facen...” e dalla parte opposta scende la moglie dell’idiota. No, adesso ho capito. Adesso riconosco la vecchia giapponese, il mio incubo del sol levante. La vedo che corre intorno al Bremach, mentre si infila una maschera antigas, apre la porta dalla parte di Sanae. Sta per succedere un casino. Faccio per scendere, passando sopra a Sanae. Voglio prendela per la gola e strozzarla, ma lei ha in mano una bombola e spruzza qualcosa di incredibilmente tossico, che mi acceca e mi fa bruciare da morire il naso e la gola, e alla fine mi fa perdere i sensi. Ho appena le forze per vedere Sanae esangue, trascinata a bordo della Bravo che si allontana con calma. No, ancora una cosa: sento Norio furibondo che grida alla vecchia: “Perché non l’hai ammazzato?” poi diventa tutto buio. Ma non come di notte. Un buio velenoso e totale che mi assorbe dentro di sè e cancella tutto il resto. domenica 19 maggio, ore 16,04 E’ passata qualche ora, credo. Non so come. Sto vomitando in un fosso appena fuori Busalla, con il Bremach col motore acceso poco più indietro, sulla strada. Sto male, ma la cosa peggiore è che non riesco a fermare un tremito alla pancia pensando che Sanae è in mano di Norio. Auguro al lettore che il suo viaggio sia piacevole, ma vaffanculo se lo è il mio. Non so come, ma riesco a trasportarmi 90


fino a Genova, a Castelletto, parcheggiare il Bremach e suonare a Jackie, raccontare a malapena quello che è successo, buttarmi sul suo divano proprio a mezzogiorno, e poi morire, credo. lunedì 20 maggio, ore 09,31 Quando mi sveglio è già il giorno dopo. Non me ne sono neanche accorto, ma ieri sera sono arrivati Raffo e il Professore insieme a un medico loro amico. Mi hanno curato. Vieri è alla Polizia. Le ricerche sono cominciate già da ieri e la foto di Sanae è nella pagina di cronaca: Rapita giovane ricercatrice giapponese. Vieri sta facendo l’equilibrista: vuole collaborare al massimo con la Polizia per ritrovare Sanae, ma nello stesso tempo non può rivelare tutta la storia del traffico d’arte, perché se la cosa diventasse di dominio pubblico tutta l’operazione andrebbe in culo, come dice con un termine tecnico il Professore. Per fortuna il commissario Bertelli, che sa tutto, e che sta seguendo il furto Morelli Scansani, riesce a dare a Vieri le indicazioni giuste. Vengono anche qui, da Jackie. Mi interrogano, mi chiedono come è successo esattamente, a che ora, dove, in che punto, con quali modalità. Ha visto in faccia gli aggressori? Sono giapponesi, non so dirvi altro. Un uomo e una donna. Vieri mi ha detto di dire solo questo. Raffo intanto è partito per Camogli, dove sta attivando tutte le sue risorse tecnologiche. Prima prova con il radio goniometro che dice con la precisione di un metro dove si trova il telefonino di Sanae. Il telefonino non si trova. Ma Raffo si ricorda che in uno degli orecchini di Sanae ha installato un microchip simile a quelli dei quadri, anche se con una codifica diversa. Bene, dice Raffo. Cerco l’orecchino. Ma per cercarlo deve inserire nel programma di ricerca radar i dati di quel particolare microchip e si rende conto che nel casino i dati non sono stati salvati. 91


lunedì 20 maggio, ore 09.59 L’ambiente è decisamente ricco, anche se stranissimo, e di pessimo gusto. Un muro di pietra a vista, trattato con vernice lucidante che lo fa sembrare bagnato. Per terra, una moquette color rosso fuoco, molto pelosa. Un letto da ospedale, con rotelle e tutto il resto, è sistemato proprio al centro della sala. Alle sbarre del letto sono sistemate delle cinghie di cuoio, come grosse cinture. Un’altra parete, quella di fronte a quella di pietra, è costituita da un enorme specchio. Le altre due pareti sono bianche. Una ha una piccola finestra a wasistas da cui trapela un pallida luce solare. L’altra parete ha una bocchetta di aerazione di un condizionatore. Un angolo della stanza è piastrellato, come un bagno a cui avessero tolto le pareti. Ci sono un water, un bidé, un lavabo, una doccia. Nota di gusto: le piastrelle sono dello stesso rosso della moquette. Vicino al letto ci sono due monitor, con i fili che attraversano la stanza e spariscono in una parete. Nella stanza si possono individuare a prima vista quattro telecamere che riprendono da differenti angolazioni l’intero locale. Non ci sono porte. Sanae si sveglia. E’ nuda, completamente nuda. Le hanno tolto anche gli orecchini, una piccola cavigliera, un anello. E’ coricata sulla moquette. Ha un po’ freddo, ma non troppo. Brancolando, si alza e cerca sul letto da ospedale una coperta, un lenzuolo, ma non c’è niente, a parte le cinghie e il materasso. Neanche un asciugamano là, vicino alla doccia. Sanae ha una sensazione di disagio, di stordimento, ma non di panico. Eppure dovrebbe. Si accende un monitor, e compare la faccia della signora Myeko Ryu. Adesso, nel monitor, sembra molto più bella. E’ truccata, e ha i capelli pettinati alla giapponese, con un grande fiocco sulla nuca. Indossa un elegantissimo kimono nero con i bordi leopardati, firmato Dolce & Gabbana. 92


“Buongiorno, Sanae. Mi collego con te per assicurarmi che stia bene. Hai freddo? Vuoi che ti faccia alzare la temperatura di uno o due gradi? Attualmente nella tua... stanza, ci sono ventisei gradi.” “Vorrei...dei vestiti” “Temo che questo non sia possibile” “Vorrei sapere... dove... Myeko, dimmi dove mi trovo. ” “Sei in buone mani, dovresti saperlo. Ma potrebbe cambiare tutto, da un momento all’altro. Tutto dipende da come ti comporterai, da come si comporteranno i tuoi. amici. Certo, dovrò impegnarmi un po’ per tenere a bada Norio, che muore dalla voglia di provare con te un sacco di giochetti sessuali, molti dei quali comportano anche la fuoriuscita di sangue dal tuo corpo, povera piccola. Ma se sarai obbediente, questo soggiorno sarà per te una lunga vacanza di piacere. Capisci? Anch’io desidero giocare con te, ma voglio la tua condiscendenza. Non voglio prenderti con la forza. Diciamo che ti tratterrò qui finchè non sarai d’accordo con me.” “Ti troveranno! Mi libereranno!” “Lo ritengo molto improbabile. Ci troviamo a circa mille chilometri da Genova, in un luogo introvabile, te lo assicuro. Ma lascia che ti descriva la tua situazione: sei in un locale bunker, blindato, e privo di uscite. Il tutto è protetto da sistemi di allarme sofisticatissimi. L’accesso alla stanza è costituito dalla parete a specchio, che in realtà è un cristallo riflettente antiproiettile e antisfondamento da sei centimetri. Dalla parte di qua, noi possiamo vedere tutta la stanza, mentre tu hai di fronte a te uno specchio. Tu ti specchi in me, in un certo senso... E poi, le telecamere inquadrano e registrano ogni tuo movimento, e io, da una cabina di regia posso zoomare su di te in qualunque momento. Posso vedere quasi ogni dettaglio del suo corpo, anche mentre fai pipì... 93


Ma a parte i piaceri, posso fare con te molte cose. Privarti del cibo, dell’acqua. Abbassare o alzare la temperatura del locale... e poi...ah, ah, ha..la fantasia farà il resto. ” “Cosa... vuoi. ?” “Beh, te l’ho detto. Voglio fare sesso con te, voglio filmare Norio mentre fa sesso con te, ma voglio che tu sia d’accordo... Ma tu sei testarda, lo so. e poi, purtroppo, oltre al piacere, c’è anche il lavoro. E quindi bisogna che i tuoi amici mi diano quel benedetto cd, giurandomi di non averne fatta nessuna copia” “Niente di ciò che mi chiedi può accadere”. “Allora vorrà dire che resterai qui per sempre”. Il monitor è ritornato immediatamente buio. Sanae ha perso l’unico contatto con un essere vivente, anche se si tratta di una specie che è una via di mezzo tra il rettile e l’umano. La stanchezza prende il sopravvento e la giovane assistente universitaria giapponese, venuta in Italia sognando spiagge, centri storici, campagne tosca ne, foulards di Gucci e affreschi quattrocenteschi, si addormenta in un piccolo inferno postmoderno. lunedì 20 maggio, ore 10.01 Mentre ognuno, nella tua band, suona una canzone per conto suo, la mia testa gira su flussi di pensiero diversi e tutti insieme nello stesso tempo. le telefonate da fare, a chi chiedere, dov’è Sanae, come fare a saperlo, come fare a raggiungerla, e poi pensieri intrusivi, ansiapaura, terrore per lei; è in mano a loro, cosa le faranno, e io non poter far niente, neanche il chip dell’orecchino riusciamo ad attivare; ti vedrò sul lato oscuro della luna; ma poi un flash ! Jean Marino, l’amico mago del computer; già c’ho il cellulare già in mano e gli urlo il problema nell’orecchio appena risponde, e lui, calmo: “Non è banale la cosa, ma l’importante è 94


che con quel pc non ci abbiate poi fatto altro, dopo esservi accorti dei dati spariti” “Noooo e figurati ! il terrore ha colto Raffo che ha alzato le mani dalla tastiera” “Bene, ho dei nuovi programmi di undelete da provare, sono sistemi che rivelano la magnetizzazione residua, sono un po’ complicati da maneggiare, te li potrei mandare per posta elettronica, ma penso sia meglio che venga io da voi per inserirli sul pc di, comesichiama, Raffo...” “Certo, (rispondo al volo) ora lo chiamo” Lo chiamo, e Raffo risponde che verrà subito lui da Recco a prenderci, che si fa prima, e ci diamo appuntamento in Piazza Matteotti, vicino allo studio di Jean Marino, che chiamo subito dopo. E siamo lì in piazza da un quarto d’ora appena, che arriva rombando il gippone di Raffo, ci carica su e sgomma proprio come nei film, veloci verso l’autostrada. E in autostrada Raffo spinge una levetta sotto il cruscotto “E’ l’overdrive (spiega) l’ho fatto mettere perché ‘ste jeep qui hanno 7000 di cilindrata, tanta coppia ai bassi regimi ma velocità ne fanno poca...” E invece con l’overdrive si vola, Jean ed io seduti, atterriti, mani pallide che stringono le maniglie della macchina. In galleria poi Raffo spinge ancora e supera i 200 all’ora. Adesso capisco il quarto d’ora che ci ha messo a venir qui da Recco. Casello di Genova Nervi, galleria, benzinaio, una serie di rettilinei, poi una galleria abbastanza lunga, e sono i primi 200 all’ora che fa, poi c’è un curvone verso sinistra e la jeep sfreccia prima accanto al muraglione e poi al guard rail sul ponte. Raffo sul finale accelera ancora e chiudiamo la curva in sbandata controllata, chili di saliva intanto Jean ed io abbiamo mandato giù, mentre il bolide affronta la galleria lunga, al termine della quale c’è l’uscita di Recco, e 95


raggiunge in galleria i 230 all’ora prima della brusca staccata e dell’uscita dall’autostrada giù per le rampe a velocità pazzesca, per poi inchiodare davanti al telepass, passare e accelerare subito nella discesa su Recco. Vedo che Jean ha chiuso gli occhi, provo anch’io, ma mi viene subito da vomitare, così li riapro nel terrore e vengo invaso da una strofetta idiota, che mi martella ossessiva nella testa e definisce la condizione umana ed in particolare la mia in questo momento: Correva felice / Correva sull’erba / Correva anche il rischio / Di pestare una merda. Raffo alla fine inchioda davanti al cancello del suo box, sbanda ed entra dentro in un lampo. Esco dal mio delirio in rima, entro nella realtà, esco dalla macchina assieme a Jean con le gambe che ci barcollano, cerchiamo di mantenere ancora un minimo di dignità e ci appoggiamo l’uno all’altro, come due zombie. Jean trangugia un caffè bollente che Vieri aveva appena preparato, e si siede al computer, tira fuori i suoi dischetti e trucchetti, mentre noi ce ne stiamo zitti fissando la sua schiena. Neanche dieci minuti dopo, si volta e dice: “Se il file si chiamava orecchini, credo di averlo trovato”. Raffo gli da un paccone sulla schiena che quasi lo butta dentro il pc e nello stesso tempo gli urla nell’orecchio “Bravissimo !!!!! “ Jean lo guarda stranito, poi sorride. lunedì 20 maggio, ore 16.03 Raffo smanetta già il suo pc e lo collega ad altri apparecchi “Ci siamo!” grida “Ci siamo!” e intanto ci da’ dentro; sullo schermo appare poi una cartina geografica ed un puntino che lampeggia, tutti ci buttiamo sullo schermo sgomitandoci l’un l’altro “Caaalma !!” grida Raffo ma io grido più forte: “E’ in Corsica, vicino a Calvi !” Segue un putiferio tremendo, con tutti noi che parliamo 96


contemporaneamente, finchè Jean Marino con voce calma ci dice “Beh, cosa aspettate ad andare ?” Il casino sale di volume, ma sale soprattutto la voce di Raffo: “Lo sento, lo sento, dobbiamo fare in fretta” e poi “fatemi fare una telefonata” e attacca a parlare velocissimo con qualcuno, poi sorride e si rivolge a noi “Avanti, armi e bagagli, anzi solo armi, preparatevi che stanotte si parte.” Mentre ognuno di noi si dà furiosamente da fare e ci vestiamo infilando velocemente nelle borse tutto quello che può sembrare utile, Raffo carica sul portatile tutti i programmi necessari per seguire l’orecchino di Sanae e collega al pc il cellulare e un’altra radio, poi si volta con una faccia perplessa e scoraggiata: “Ragazzi, io vi trovo l’orecchino, questo è certo; quello che non è certo è se all’orecchino c’è ancora attaccata Sanae...” Anche a noi le mascelle cadono e l’occhio si fa lacrimoso, ma Vieri, che non perde tempo, dice “Andiamo, si, ma come?” E Raffo: “Ho un amico qui a Recco che si chiama Niki e possiede un motoscafo velocissimo e di grande autonomia; si tratta di un Super Acquarama modificato; e abbiamo due fortune: che è in porto e che stanotte lui abbia voglia di filare fino in Corsica con noi a bordo; arriveremo in poche ore”. martedì 21 maggio, ore 05.00 Ci troniamo tutti via dalla casa di Raffo, sempre sul gippone, che trova poi posto in porto e saltiamo sul motoscafo, bellissimo, tutto in tek e mogano, che sta già rombando in porto per scaldare i motori. Nettuno ci è amico, stanotte: completa assenza di vento, il mare piatto come una tavola mentre la luna piena lo illumina a giorno. “Ueh Raffo (fa il proprietario del motoscafo che è un milanese 97


un po’ sbruffone ma simpatico), non so cosa sia questa tua fretta, ma mi hai fatto venir voglia di correre sul mare alla massima velocità; e ti va bene che ho appena fatto il pieno a tutti i serbatoi.” Noi ci imbeliniamo a bordo in disordine, saltando chi qua chi là giù dal molo, mentre il milanese, che ci dice di chiamarsi Niki, sta recuperando le cime che tengono la belva legata al molo. Accende le luci e accelera leggermente mentre sotto di noi si sente il motore che prende giri con una progressione da formula uno. “Sarà meglio che vi leghiate” (dice Niki) e ognuno di noi trova le cinture sul sedile, come in macchina. “Quanto a te, Raffo bello, vieni a sederti vicino a me che parliamo; mettiti l’interfono che sai ci sarà un po’ rumore” e tira una smanata sulla leva dell’acceleratore. Ormai siamo fuori dal porto, e il motoscafo, non so come dire, ma si mette veramente a volare sull’acqua; il rombo dei motori è diventato metal hurlant e la barca avanza scagliata sul mare dalle sue eliche gemelle che mordono l’acqua e la trasformano in schiuma ribollente dietro lo specchio di poppa. Ci mettiamo le cuffie antirumore e viaggiamo in questa notte bellissima, sul mare piatto, con un viaggio forse da record, che ci porta in poco più di due ore, dritti come una freccia dentro il porto di Calvi. Norio e Myeco, guardando il corpo nudo di Sanae e godendo all’idea della sua vulnerabilità, si sono eccitati, e copulano adesso furiosamente dietro lo specchio cieco. Pensano di fottere, ma forse sono loro i fottuti e non lo sanno. Il tempo che dedicano all’eros selvaggio, è il tempo che noi voliamo sul mare col motoscafo di Niki, e nel momento in cui Norio, con un urlo belluino, manifesta il suo orgasmo, quello è il momento in cui il motoscafo di Niki entra nel porto di Calvi.

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martedì 21 maggio, ore 07.55 Il porto è già in fermento. In un batter d’occhio Vieri è andato ad affittare una macchina, Raffo sta prendendo accordi per affittare una villetta. E’ già periodo di vacanze, non è facile. A prezzi esorbitanti ne trova una appena fuori città, verso Ile Rousse. Si sbattono, i due vecchi. Io mi sento come un bambino, con i genitori che stanno facendo tutto, mentre lui guarda. Sono qui, seduto su un molo e vedo il motoscafo di Niki riprendere il mare. Per la verità non riesco a fare niente; sono letteralmente paralizzato dall’angoscia per Sanae nelle mani di quei cani. Non ho la paura reattiva e attenta che hai quando temi che stia per succedere qualcosa; non ho il terrore adrenalinico che avevo mentre Norio ci inseguiva in moto; ho solo un’angoscia sorda che solo un filo di speranza, ma proprio un filo, riesce a non trasformare in disperazione. Il Professore ci raggiungerà in giornata, arriva in aereo insieme a Jackie. Adesso stiamo andando verso Ile Rousse, con una Jeep a nolo, con un cielo livido, che non sembra affatto estivo, e un umore ancor più livido, che non sembra neanche un umore, ma solo un’incarognita voglia di fare il culo a quei bastardi. Magari moriremo, magari mi toccherà di far fuori qualcuno, come è successo al Professore, che non aveva mai neanche stirato un gatto con l’auto, e l’altro giorno ha steso il Bello con una freccia. Roba da film, roba da non credere. Ma da dove cominciare? Sono passate venti ore da quando hanno preso Sanae, ma nessuno si è fatto vivo. In compenso noi gli stiamo già con il fiato sul collo. Siamo già dove sono loro, o almeno dove stanno gli orecchini di Sanae. Siamo arrivati alla casa presa in affitto da Raffo. Entriamo. E’ una villa grande, degli anni sessanta. Abbastanza di cattivo gusto, ma con tutto quello che ci serve. Raffo accende il portatile e comincia a cercare gli orecchini 99


in modo più dettagliato, ma mi sembra che faccia fatica. Sta bestemmiando nell’altra stanza. Vieri ha tre cellulari sul tavolo: il suo, il mio e quello di Raffo, e li guarda con sguardo implorante. Nel frattempo, a Genova, il Professore sta dormendo in casa di Vieri, in via Ruffini. Le telecamere nascoste segnalano a Norio che il Professore è a letto. Suona il telefono sul comodino. martedì 21 maggio, ore 08.11 “Ben sveglia-too, pofessoo-re” Una voce femminile, non giovane, molto molto calma, in un italiano un po’ incerto, gli fa immediatamente riprendere contatto con la realtà: stava sognando che non era successo niente, che lui insegnava ancora all’Università, che Jackie era sua moglie e avevano due figli grandi. Che Sanae era a letto, tranquilla. “No dica niente, pree-go. Anche io dovrei dire po-co. Lei sa tuto già. Lei e suoi amici ha nomi e informazioni in cd di compuu-ter. Io voglio che lei da a me. Che distrugge tutte copie. Che assicura questo me... e per sempre. Altrii-menti Sanae muore. Questo dare case-etta domani. Poi noi tenera ragaa-zza per garanzia altri giorni e mesi anche, finché sicuri che tutto distrutto.” “Mi dia una prova che Sanae è viva...” “Tu silenzio-oso quando io parla! Tu non in posizione di potere dire cosa volere. Sanae viva. Io ga-antisce. Tu parla con tuoi amici, io vuole solenne impegno che sparisce cd. Io soolenne impegno di far... godere... tua piccola amica. Tra molti giorni fo-orse ragazza to-nerà. Forse molto cambiata dentro e fuori. In antico Giapone abbiamo belle regole per ridurre ragazze in totale schiavitù... Eh,eh,eh.” Dopo questa risatina che non fa presagire niente di umano, il Professore capisce un po’ di cose, se ancora ce ne fosse bisogno: 100


Primo, che i bastardi lo stanno vedendo con delle telecamere nascoste. Secondo, che non potrà essere uno scambio Sanae - cd, perché loro sanno benissimo che ne possono esistere molte copie, quindi vogliono l’assicurazione che quei dati non vengano usati... per quanto tempo? No, impossibile pensarci. Impossibile trattare. Loro possono stare tranquilli solo finché Sanae è in mano loro, e quindi.... E poi, il Professore, che non è fesso, capisce la cosa più tremenda, e cioè che la signora che ha telefonato è psicopatica, e quindi la cosa è inverosimilmente più difficile... Poi, prende il telefono e mettendosi bene in luce, fa il numero di casa sua, a Genova, e finge di raccontare della telefonata a Vieri. Pensa tra sè: in questo modo, continuano a crederci a Genova, ed abbiamo un po’ di vantaggio, se questo può servire. Infatti dall’altra parte la signora Myeko Ryu, con addosso soltanto una guepiere di cuoio rosa con borchie rosse e calze a rete rosse, in braccio a Norio, sta guardando il Professore in un piccolo monitor. Zooma sulla tastiera del telefono e vede il prefisso: zerodieci, poi però il Professore si gira un po’, così non riesce a vedere il numero. “Bene” (dice in giapponese) “ sono a Genova, ci cercano là” poi estrae la lingua e comincia a lavorarsi Norio che al ribrezzo antepone il gusto dell’orrido, e alla rabbia per la proibizione di lavorarsi Sanae antepone la fedeltà di un cane da combattimento per un padrone perfido. Quindi si lascia trasportare nel gioco. “Aspetta” (dice Myeko) “Prima accendi il monitor e le telecamere. Voglio che la ragazza ci guardi”. martedì 21 maggio, ore 09.06 Il Professore esce in via Ruffini e poi va a casa sua. Da lì ci informa a dovere su tutta la faccenda. 101


“Bisogna liberare Sanae prima che comincino le azioni di polizia nei punti di smistamento della collezione Mortelli Scansani. Se questi scoprono che ci siamo dietro noi e che la collezione è una trappola, per Sanae è finita!” urla Raffo, che ormai ha perso ogni forma di self-control e di sarcasmo, e sembra il più ansioso di tutti. Vieri comincia una fitta rete di telefonate, e Raffo continua a bestemmiare al computer. Non mangiamo da un sacco di tempo. Così io esco e vado a Ile Rousse a comprare qualcosa da mangiare. martedì 21 maggio, ore 10.27 Lì per lì non è stata neanche una cosa consapevole. Ho visto quella macchina e ho sentito come un vortice allo stomaco, un senso di nausea, o di paura. Ma non ho capito perché. Pensavo che fosse per la situazione tragica, in generale. Poi, piano piano, la mente, le connessioni hanno cominciato a lavorare. Auguro al lettore che il suo viaggio continui ad essere piacevole, ma vaffanculo, il mio peggiora di giorno in giorno. Esco dal market con un carrello di roba, apro il portellone, carico, e la vedo, la vedo lì... che cosa? quella macchina. quella vecchia Lancia Thema con l’adesivo di una discoteca che si chiama Ebola attaccato vicino alla targa. La macchina... lì per lì non la riconosco, ma sì, la ri... conosco! E’ la lancia Thema su cui ho visto salire la vecchia giapponese fuori dalla piscina, nei giorni felici in cui tutta questa storia doveva ancora cominciare. E allora (cosa fareste voi?) salgo in macchina, cerco un posto all’ombra, al lato della piazza, dove non dare nell’occhio. E poi aspetto.

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martedì 21 maggio, ore 10.28 Bussano alla porta alla villetta di Raffo: Pum! Pum! Chi è? La polizia. Ullallala ! pensa ma non dice, Raffo, mentre si da una rassettata ai vestiti prima di aprire la porta. “Bonjour, Monsieurs” sorride sicuro di sè Raffo. “Signor Minotti buon giorno a lei e anche a lei, Prof Vieri” “Ma come siamo famosi ! “ tira a scherzare Raffo “Permetta che mi presenti: Tenente Robert Legran della Gendarmeria di Calvi. E questo è il collega Alexandre Paulen, di … di Parigi. Quanto all’essere famosi …. ma, possiamo entrare?” E Raffo li fa accomodare in salotto, da dove loro gettano avidi sguardi ai pc e altri apparecchi nello studio, la stanza accanto con la porta dimenticata aperta. “Ma che bei computer ! (dice Paulen) sono appassionato, posso darci un’occhiata?” e, senza aspettare la risposta, si avvia verso lo studio mentre Legran gela Raffo chiedendogli: “E il signor Giorgio, l’assicuratore ? non è in casa?” Raffo capisce che la situazione sta sfuggendogli di mano e guarda dritto negli occhi il poliziotto “Monsieur (fa lui) avete lasciato tracce comme un elephant”. Legran si accomoda in poltrona, e prosegue “Monsieur, ma quanta gente pensate che arrivi all’alba nel porto di Calvi con un Acquarama da competizione? E cosa pensate del fatto che il motoscafo ha spento le luci sia in arrivo che in partenza? E che poi è ripartito subito dopo senza essere passato per la dogana? E quanta gente pensate che si affretti così tanto ad affittare una villetta, e la prenda anche pagandola una cifra da sceicchi, e voi arabi non siete. E ancora, tutto questo va e vieni dalla villa, pensavate che passasse inosservato? E poi tutti questi computer e 103


questi apparecchi di precisione, cosa ci fanno ? Il mio collega ed io siamo giunti alla conclusione che voi siate rapinatori o comunque criminali, e che stiate preparando un grosso colpo qui in Corsica. E per questo motivo adesso ci seguirete alla Gendarmeria dove vi tratterremo il tempo necessario, un paio di giorni al massimo…” Raffo e Vieri si guardano con intensità l’un con l’altro; il tempo è proprio la cosa più importante per salvare Sanae prima che subisca chissà cosa, non vogliono pensarci; certo il poliziotto è un furbo e ha capito bene che avevamo fretta; non è certo per fare i bagni in mare che si affitta al doppio del prezzo. Legran sorride e prosegue: “Quindi, o siete rapinatori o cosa siete me lo dovete dire voi. La mia sensazione è che siate gente per bene, coinvolta in un gioco più grande di voi.” L’altro poliziotto, Paulen, quello di Parigi, esce dalla stanza dei computer mettendosi un dischetto in tasca, e interviene: “Et donc, Robert! arrête de jouer comme le chat avec la souris, dis-leur la vérité!” “Proprio perché me lo chiedi tu, Alexandre (risponde Robert e Raffo capisce che quella collaudata coppia di sbirri sta facendo il gioco di squadra), proprio perché me lo chiedi; ma il discorsetto che facevo ai signori qui, era per dimostrare che anche senza l’informazione che adesso dirò, noi qui, poliziotti di cittadina turistica, saremmo riusciti capire che qualcosa di strano ci stava accadendo sotto gli occhi.” Adesso parla Paulen, quello di Parigi: “Innanzitutto devo completare la mia presentazione, è vero che vengo da Parigi, ma non faccio parte della Polizia francese; lavoro per l’Interpol e sono il responsabile dell’operazione che abbiamo chiamata MoSca e che stiamo portando avanti con la collaborazione della Polizia italiana e di altri paesi europei. E quindi, i colleghi italiani ci 104


avevano avvisati che eravate partiti di notte su quel monstre di un motoscafo; un collega inglese aveva credito di un favore dai ragazzi dell’FBI e così vi hanno agganciato al satellite militare americano e hanno seguito il vostro veloce viaggio nella notte, avvertendoci in tempo del vostro arrivo. Insomma, vi aspettavamo.” Raffo si riempie la pipa, anche se non fuma la pipa, per guadagnare tempo; l’uomo del’Interpol lo guarda sorridente e prosegue: “Ma sì, i colleghi italiani, che sono bravi, devo ammeterlo, in queste faccende, vi stavano sorvegliando da tempo; voi non li avete informati, è vero questo, ma, nello stesso tempo, vi siete offerti per fare da bersaglio a criminali così duri come voi non potete nemmeno immaginare”. Raffo posa la pipa e sta per parlare, ma proprio in quel momento suona il suo cellulare, e sono io, minchione accovacciato nella macchina, che sto chiamando. Paulen agguanta il cellulare e mette in vivavoce con un apparecchietto che tira fuori di tasca; così io blatero a ruota libera e sentono tutti: “Raffo ci siamo ! (bisbiglio nell’apparecchio) sono a Calvi, vicino al porto e ho visto la macchina della vecchia giap, la macchina che vedevo quando vedevo lei in piscina; e se c’è lei, ci deve essere anche Norio, e, se ci sono loro, Sanae è qui vicina!!! (pausa) A proposito, come va con la localizzazione dell’orecchino ? io sono qui in macchina, sono abbassato così non mi può vedere, ma io vedo la macchina, vedo loro quando arrivano e li seguo…” Paulen intanto passa il telefono a Raffo “Gli risponda, lo rassicuri e poi me lo passi” E Raffo: “Ciao Giorgio, tutto bene, ma qui a casa ci sono la Polizia francese e l’Interpol che vogliono che noi collaboriamo con loro. Ti passo il tenente Paulen, che ti spiega tutto.” E Paulen “M’sieur Giorgiò adesso mi ascolti: mi dia targa, modello e colore della voiture, che noi allertiamo la squadra 105


pedinamenti venuta qui da Parigi; lei resti dov’è, che la veniamo a prendere tra poco; non si faccia notare soprattutto, lasci fare a noi professionisti e vedrà che recupereremo la vostra amica sana e salva.” “Ma lei sa proprio tutto !” commenta Raffo. “Allons en vitesse, il n’y a pas du temp à perdre!” Mentre sto dando targa colore modello della macchina al poliziotto dell’Interpol, ecco, lo vedo ! Mi accuatto sempre più in basso sul fondo della macchina e guardo dallo specchietto che ho piegato in modo adatto alla bisogna. martedì 21 maggio, ore 10.35 E’ lui, è Norio, stronzo/porco/fottuto, carico come un mulo di sacchetti del supermercato e di altri negozi, si avvicina alla macchina, sempre con passo fluido e guardandosi in giro continuamente, ma sempre cercando di non far vedere che si sta guardando in giro. Veloce poi apre la portiera, depone a bordo i sacchetti, si siede e parte; io aspetto un attimo e poi... fanculo! gli vado dietro. martedì 21 maggio, ore 10.55 Myeco intanto, restata sola con Sanae, non ha resistito e, accesi i monitor, le parla con voce bassa e suadente: “Piaciuto lo spettacolo di me e Norio? Non ti è venuta voglia di esserci anche tu ? Pensa quanti giochetti potremo fare in tre ….. “ Sanae la guarda con occhioni da manga, dai quali colano lacrime luccicanti sul suo visino; la vista di Myeco e Norio nell’amplesso l’ha molto turbata per tutta la violenza che tutti e 106


due hanno mostrato nel sesso, e si domanda che cosa farebbero, cosa faranno, di lei, quei due, e le lacrime continuano a scendere. Insinua Myeco “Passerottino ha paura, che libidine mi fa !” La Lancia Thema di Norio procede con cautela per le stradine di Ile Rousse. Va piano, il bastardo. Fa passare le vecchiette. Sorride: ha il finestrino aperto e lo stereo acceso. Indossa pantaloni bianchi, lunghi; ha una camicia hawaiana rossa a fioroni bianchi, sandali, occhiali da sole. E una fotocamera digitale da mille megapixel al collo. Sembra un simpatico turista giapponese entusiasta della Corsica. Io l’ho preso nel culo troppe volte, per cui mi tengo a distanza di ultrasicurezza, nella certezza totale che lui non mi possa vedere. Esce dal paese e si immette sulla provinciale verso Calvi. C’é un po’ di traffico, non tanto. Tra me e lui ci sono due macchine. Quando arriviamo alla periferia di Calvi Norio rallenta e mette la freccia. Appena in tempo perché io riesca a infilarmi in un cancello aperto, in modo che non mi possa vedere. Vedo la macchina di Norio fermarsi, poi vedo un tipo avvicinarsi. Allungo il collo, come per vedere meglio, ma se non voglio essere visto devo rimanere dietro questi eucalipti che stanno vicino alla cancellata. Vedo il tipo...ma porc...che mi prenda un colpo! Cazzo. E’ Claudio De Rieti, il nostro amato presidente. Ma allora lui sa tutto! Sa che io sto cercando di fargli il culo. Sa del cd. Ma allora mi teneva d’occhio già da prima... da quanto? De Rieti sale in macchina con Norio. Deciso a seguirli, rimango ancora un po’ acquattato tra le frasche prima di uscire allo scoperto. Vedo la macchina di Norio allontanarsi sulla statale, ma quando faccio per salire in macchina anch’io, sento una voce alle mie spalle: “Fin du voyage, monsieur Castellanì” Gli uomini della Gendarmerie con davanti quello che poi si presenta come il Tenente Robert Legran, mi sollevano letteralmente da terra e mi infilano nella loro macchina. La mia jeep viene recuperata da un agente. 107


“M’sieur Giorgio, lei deve smetterla di giocare agli agenti segreti. Lei ha trasgredito a una richiesta che le ho fatto esplicitamente per telefono, per cui adesso sarà trattenuto, per evitare che lei intralci le indagini.” “Ma porca puttana (dico io). Ci sono dei sadici giapponesi mafiosi assassini che hanno la... ehm.. la mia ragazza, sulla macchina del più bastardo di loro adesso è salito anche il presidente della società per cui lavoro, che risulta essere un capobanda. Sto per capire dove cazzo tengono la ragazza, che forse è già a pezzettini, e voi mi mettete dentro? Ma volete scherzare, spero!” “Non si preoccupi, m’sieur. La macchina che le interessa è stata presa in consegna da una pattuglia, che la sta seguendo in modo molto accurato”. martedì 21 maggio, ore 12.28 Alla nostra villa, intanto, sono arrivati anche il Professore, Jackie, e Jean Marino. “Anche lei qui?” (dice Raffo a Jean) “Sì” (risponde Jean). Il Professore spiega che Jean ha deciso di venire per dare una mano. Inoltre hanno scoperto di avere in comune la passione per i coltelli... non come armi, come oggetti d’arte. Jean li fabbrica, è anche un abile artigiano. Raffo cattura subito Jean e lo siede davanti ai computer. Come per incanto tutti i problemi si risolvono, e quel li che non si risolvono, Jean li affronta tirando fuori da una sua valigetta cd, piccole periferiche, hard disk esterni, marchingegni... fatto sta che dopo pochi minuti ha trovato gli orecchini. Allora Raffo telefona a Paulen, che dopo neanche un quarto d’ora è davanti alla casa con una macchina civile e con un agente. Salgono in macchina Raffo e Jean con un portatile.Trovano gli orecchini nel tardo pomeriggio. Sono sul ciglio di una strada, appena fuori 108


Calvi. Può darsi che Sanae sia riuscita a buttarli lì per segnalare qualcosa. Oppure glieli hanno tolti. Forse hanno capito che c’era un microchip. No, forse no, altrimenti non avrebbero lasciato una traccia così evidente. O glieli hanno tolti in una colluttazione, in una minaccia, oppure li ha buttati lei, per segnalare il posto. Per intercessione di Paulen che è così intelligente, umano ed elastico che non sembra neanche un poliziotto, mi hanno rilasciato. “Avete seguito quella macchina?” (chiedo subito a Legran) “De Rieti è partito per l’Italia, in barca a vela. Era qui con la famglia e alcuni amici. Tornerà a Punta Ala, da dove è partito una settimana fa.” “Ma voi lo tenevate d’occhio?” “Signor Castellani, ma lei crede di essere l’unico ad avere il cervello? Il collega Bertelli della Polizia Italiana, che sta seguendo l’operazione MoSca, ci aveva informati da tempo dell’arrivo del Dottor De Rieti...” “Però i giapponesi li avete trovati grazie a noi!” (interviene Raffo con voce petulante) “E’ vero, Monsieur Minotti. Il Commissario Bertelli ci ha detto che eravate in gamba, e che bisognava lasciarvi lavorare. Ci ha detto che se venivate qui, c’era un buon motivo.” “Come ci sono arrivati, qui, i giapponesi, mettendoci così poco tempo?” (chiede Jean Marino incuriosito) “Non lo sappiamo, ma probabilmente hanno usato un motoscafo come il vostro, avendo però cura di farsi venire a prelevare in mare aperto da un tender, per non dare nell’occhio. Un po’ più furbi di voi, non trova?” “Io sono venuto in aereo” risponde laconico Jean. “Ma Norio, (dico io) Norio, l’avete seguito?” “L’abbiamo perso fuori Calvi” risponde con un po’ d’imbarazzo il flic.

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martedì 21 maggio, ore 13.22 Quando sto per incazzarmi, squilla il mio cellulare. E’ Sanae, in lacrime. Metto in viva voce: “Giorgio... è finita. Aiutatemi.” I poliziotti registrano la telefonata. “Sanae! come stai? Di’ a quei signori che il cd è stato distrutto, e i dati non saranno mai usati.” Myeko strappa il telefono dalle mani di Sanae. “Sua colomba è anco-ora inter-a, coome ve-de. Noi teniamo lei per sicu-ezza, e per divee-timentoo. Forse non ci importa più di cd. Noi viviamo latitanti, rice-cati. Ma, se qualcuna di persoone presenti in cd viene are-estata, sua Sanae mo-orta. Ma noi teniamo lei non solo per sicure-ezza. Anche per nostoo piace-ere. (poi segue una risata chioccia e bassa, quasi con la voce da uomo, che mi fa rabbrividire). “Non riuscirete ad allontanarvi da Genova! Tutta la città e i dintorni sono controllati” (provo con un bluff, i poliziotti fanno di sì con la testa, in segno di approvazione, e poi mi dicono di farla parlare ancora). “Cosa avete fatto a Sanae?” “Da questo mome-entoo non ci senti-iremo più, amico nuotato-ore.” la voce della vecchia Myeko Ryu finisce secca la telefonata. Bip. Le ricerche ci dicono che la telefonata è partita dal continente. Che è una telefonata registrata, e mandata qui da qualcuno che è a Genova. Ovviamente non vogliono farsi individuare, e questo è buono, perché significa che non sanno che noi siamo qui, che stiamo per mettergli il sale sulla coda. Ormai la villa è un quartier generale, e davvero non avrei mai creduto che la madama, anche se francaise, fosse così aperta alla collaborazione. Ma forse si sono resi conto che questa banda di 110


cacciatori di ladri è davvero fatta da gente in gamba. Anche perché Jean è andato alla Gendarmerie e in trentadue minuti gli ha risolto un problema ai computer che non riuscivano a sbloccare da due mesi, neanche dopo aver fatto venire l’assistenza da Nizza. Jackie fa da mangiare per tutti, aiutata dal Professore. E insomma, la nostra carovana adesso è insediata qui, magari a pochi chilometri dalla prigione di Sanae, ma non possiamo fare niente. martedì 21 maggio, ore 23.45 E’ notte: il commissario Bertelli telefona a Paulen: i microchip stanno funzionando, i quadri rubati lasciano dietro di sè una bava di bit, come lumache cibernetiche. Magazzini, centri di smistamento, il gallerista di Berlino che come al solito ha stivato l’intera collezione prima di far partire spedizioni in tutto il mondo. Stanno monitorando conti correnti, pagamenti, targhe, stanno fotografando personaggi, locali. Ma prima o poi dovranno intervenire. “Bisogna che liberiate la ragazza” dice. “Abbiamo anche tutti gli stumenti per inchiodare il presidente De Rieti, che ha già ricevuto un accredito di un milione di euro su un conto civetta in una banca del Liechtenstein. Il numero del conto era nel cd. Tra l’altro (continua Bertelli) quel pescecane era talmente sicuro di non essere beccato che ha addirittura assicurato personalmente la collezione, almeno così risulta dal computer. E questa è una aggravante enorme perché significa che lui era l’informatore della banda.” Raffo mi guarda e sorride: “Le buone idee hanno talvolta un buon destino, come nell’arte”. mercoledì 22 maggio, ore 09.00 Una bella mattinata di sole di inizio estate, con una nitidezza veramente splendente, illumina la costa occidentale dell’Ile beauté. 111


Jackie e il Professore escono per fare la spesa. Il Professore si piazza un cappello a tesa larga di paglia e occhialoni a specchio, e nel frattempo si è anche fatto crescere la barba. Jackie, con disappunto del Professore, si è tinta i capelli di nero e li porta raccolti in una crocchia. Non saranno irriconoscibili, ma abbigliati da turisti sfido anche un parente ad accorgersi che sono loro. Vanno verso Calvi, ma prima di entrare in città sono catturati da una spiaggia con acqua super-trasparente. Un bagno? Perché no. Si spogliano. Il Professore tiene cappello ed occhiali. Jackie ha un costume intero, nero, che la fa sembrare una palermitana, almeno da lontano, perché da vicino le lentiggini e gli occhi verrdi, con quella massa di capelli corvini, la fanno sembrare un po’ aliena. Nel costume nero si sente come in uno scafandro, lei, naturista convinta che sulle spiagge della Corsica non ha mai indossato più di un anello, quell’antico anello etrusco con una corniola che le ha regalato lui ai tempi dei suoi traffici illeciti. Lei, salutista e vegetariana, che con i suoi cinquant’anni è così tonica e bella da fare invidia alle ragazzine. Il Professore la guarda mentre va a fare il bagno, e pensa che con questo casino non gli è neanche più venuto in mente di fare l’amore. Sposta lo sguardo un po’ a sinistra, a circa cinquanta metri ci sono altri bagnanti. Poca gente; L’estate è appena cominciata, e il caos deve ancora arrivare. Qualche asciugamano quà e là, con i privilegiati che possono stare al mare quando sono ancora tutti in città. E una cosa attrae la sua attenzione: l’andatura un po’ plantigrada, l’incedere energico e flaccido insieme di una vecchia giapponese con un orribile costume grigio.

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mercoledì 22 maggio, ore 09.24 Il Professore, anche se stamani non ha nessuna voglia di fare il bagno, si caccia in acqua e raggiunge Jackie che lo guarda sorridente, lui sorride e le tocca il sedere sott’acqua, ma poi la sua faccia si fa seria. “Sono così ingrassata ? “ chiede Jackie “Amore mio, hai le più belle chiappe del mondo... (lei sorride) il problema è un altro; intanto nuotiamo assieme, ti ho portato anche la maschera, mettila per favore”. Lui ha degli occhialoni da piscina in plastica gialla e stringe un po’ più forte il polso di Jackie ripetendole a voce bassa “Mettiti la maschera, presto!” E mentre fingono di fare piccole immersioni le indica Myeco sulla spiaggia. La vecchia è sola e sta preparandosi ad andare via: piega l’asciugamano e lo mette in borsa, raccoglie altre cose, tra le quali un cellulare. Il Professore intanto, tornato a riva con Jackie ha estratto dalla borsa da spiaggia il suo, di cellulare, e mi telefona bisbigliando: “Siamo sull’ultima spiaggia prima di Calvi e c’è una anziana signora che conosci; se vieni subito riusciamo a parlare con lei” Io mi pistono fuori di casa in short e sandali, salto sulla vespetta (che però è un Peugeot) che ho affittato ieri, e do gas a più non posso per le stradine dell’isola; c’è una scorciatoia che passa nell’entroterra, così mi risparmio il traffico dei turisti sul lungomare. Strana strada, questa; me l’ha insegnata Raffo che naturalmente in Corsica c’era già stato; strada silenziosa, eppure a poche centinaia di metri dal casino della spiaggia. Il fondo però è in pessime condizioni, l’asfalto è rotto e qua e là emerge lo sterrato; rallento; non ci sono ville, su questa strada; attraversa una piccola foresta, macchia mediterranea, odore caldo di mirto. E poi, prima 113


di tornare sul lungomare, si passa vicino a dei bunker abbandonati. Mentre passo vicino ai bunker, la mia mente registra qualcosa, ma sono troppo occupato a guidare per accorgermene. Un riflesso? Chissà. mercoledì 22 maggio, ore 09.48 Arrivo vicino alla spiaggia; vedo la nostra macchina posteggiata e lascio lo scooter lì vicino. E vedo anche la Lancia Thema posteggiata tra gli alberi, all’ombra. Mentre mi avvicino, per raggiungere la spiaggia, vedo Myeco che, come una qualsiasi turista un po’ in età, arranca sulla sabbia con un borsone di paglia. Io mi caccio dentro i cespugli, la macchia mediterranea, il famoso mirto, non so, fatto sta che ci sono delle spine che mi si piantano nelle gambe, ma mi mordo la lingua, sto zittissimo. Mentre arranca, Myeco parla al cellulare in giapponese e ogni tanto ridacchia, cazzo c’avrà da ridere! Il Professore deve essere nascosto come me, fatto sta che non lo vedo. Vedo però Jackie che fa la turista e si incammina a piedi dietro Myeco che avanza; e mi da’ i brividi anche se sono al sole, una via di mezzo tra l’iguana e il pitone. Vorrei fare qualcosa ma una mano all’improvviso mi tappa la bocca, mentre una voce sibila all’orecchio “Zitto!” È il Professore che, non so da dove, ma come un ninja è strisciato fin da me, e continua a voce bassissima nell’orecchio “Ho già chiamato la Polizia; Jackie le chiederà informazioni turistiche, per rallentarla”. Per un po’ sto fermo, poi quando vedo Myeco avviarsi a passare dietro un gruppo di cespugli, che mi proteggeranno per qualche secondo dalla sua vista, allora non resisto e con uno scatto improvviso, che lascia il Prof sconcertato, mi alzo e corro alla 114


Lancia Thema di Myeco. Mentre sono lì che non so cosa fare, tiro un pugno sulla serratura del cofano posteriore che si apre e io mi caccio dentro, richiudendolo dal di dentro, ma senza far scattare la serratura. Sento Jackie e Myeco che parlano in inglese e Myeco che indica la strada, quale direzione prendere e si sbraccia con le sue braccia rugose e pendule. Sento la vecchia aprire la portiera, salire, chiudere, mettere in moto, e subito il mio nascondiglio si riempie di letale e puzzoso fumo di scappamento e sento la nausea salire mentre mi puntello mani e piedi per non far rumore. mercoledì 22 maggio, ore 10.10 E la macchina ne fa pochissima, di strada: qualche curva, un rettilineo, poi rallenta, esce dall’asfalto, sterrato, poi una sensazione improvvisa di fresco di cantina, ombra all’improvviso. Rischio il tutto per tutto e sollevo di poco il portello; sbatto gli occhi: i bunker! Ecco la cosa che avevo registrato inconsciamente, passandoci davanti: era il riflesso del vetro di una macchina nascosta all’inizio della galleria di ingresso al bunker principale. La macchina si è fermata, ma la vecchia non scende. “Strano...” E intanto, contorcendomi un po’, prendo di tasca il cellulare, mando un messaggio al Professore e scrivo la parola “Bunker”, quando all’improvviso il cofano si solleva di scatto e appare la faccia di Norio, e appare anche una sua mano piegata a pugno, che mi colpisce in mezzo alla fronte, e mentre mi colpisce schiaccio, spero di essere riuscito a schiacciare, con tutte le mie forze, il tasto “invio” del cellulare. Poi la mia testa, lanciata indietro di scatto dal maxi pugno di Norio, sbatte violentemente contro la parete ferrea del vano bagagli, e il sottoscritto esce di scena. 115


mercoledì 22 maggio, ore 10.11 A Genova il tempo non è tanto bello: nuvole minacciose incombono sulla città da dietro il Righi, e i primi turisti che si concedono qualche gita ai forti credono di essere in Scozia, vedendo forte Diamante avvolto dalle brume, che in realtà sono nuvole basse, molto basse. Infatti comincia a tuonare, e in cielo gli ultimi ritagli di blu vivo si restringono, come strozzati dai nuvoloni. Il capoarea Argentini cammina nervosamente davanti ai finestroni nella sala riunioni della Wild; ha un cordless in una mano e il cellulare, attaccato all’orecchio, nell’altra. “Si, l’’ho cercato, l’ho cercato ovunque. Comunque continuiamo. Ho mandato Bevegni a cercarlo anche a casa dei suoi, ma niente. Castellani si è volatilizzato. Le faccio sapere al più presto. Buona giornata, Signor Presidente... si, d’accordo. La chiamo in qualunque momento, grazie.” Poi riprova per l’ennesima volta a chiamare al cellulare un idiota cretino bastardo che non si fa trovare, cioè il sottoscritto. Tira il cellulare contro il muro e l’apparecchio si sbriciola, letteralmente. Urla: “Miriaaam!”. Ossequiosa come sempre, Miriam, la sua segretaria, arriva nella sala riunioni dopo tre nanosecondi, ma facendosi comunque precedere da un rapidissimo toc toc di educazione, di cui però non attende risposta, date le circostanze. “L’ha sentito Bevegni?” “Sì, dottor Argentini. Dice che a casa dei suoi non c’è nessuno, che sono ancora in vacanza a Riomaggiore. Hanno una casetta.” “Miriam, non mi faccia girare i coglioni! Mi dica se è a Riomaggiore!” “Ho già chiamato, dottore. Ma i suoi non sono in casa” “Ma ce l’avranno un cellulare, puttana la miseria...” 116


“Si, ma...” “Ma un cazzo! chiami i genitori di Castellani al cellulare!” “Va bene, dottore” “E mi mandi Burlando” “E’ fuori, dottore. Per la pratica Valenza” “Lo faccia rientrare, cazzo, lo faccia rientrare!” Ma per fortuna Burlando rientra in quel momento, e Argentini lo blocca. “Senti, Burlando... vieni un attimo nel mio ufficio. Tu sei un’amico di Castellani, no? Siete, come dire... in confidenza, no? Avrete... degli amici in comune, che ne so... Qualcuno che ci aiuti a ritrovarlo!” “Mah, io veramente... non saprei, non so... niente. Non riesco neanche a immaginare... perche Giorgio sia..” “Senti, Burlando. Non pigliamoci per il culo. Mi ha telefonato adesso adesso da Roma il nostro riverito presidente in persona. Mi ha fatto una piazzata enorme per questa faccenda della Collezione Morelli Scansani che noi abbiamo assicurato, e che è stata trafugata all’Accademia la settimana scorsa, Sai, no?” “Si, so tutto, ma... noi cosa c’entriamo? Mica l’abbiamo rubata noi!” “Ah, noi no, ma forse il tuo amico Castellani... Quello stronzo ha stipulato un polizza sulla collezione con un premio da fantascienza, e ha firmato il contratto a nome di De Rieti! Che cazzo significa? Io dico che ha fatto una torta con i galleristi, quelli di Milano: Belotti e Regola... Minetti e Miiiriaaam!” Toc toc. “Dica, dottore” “Comeccazzo si chiamano i galleristi di Milano? Quelli dei quadri rubati.” “Minotti e Revola” “Ecco, quelli. Per non pensare che lui c’entri davvero con il furto, come sostiene il nostro presidente. Vuole che lo denunciamo, 117


che dichiariamo che ci sono molti indizi su di lui.” “Ma è assurdo! (dice Burlando un po’ alterato) Giorgio Castellani non ruberebbe neanche un sacchetto si spazzatura da un cassonetto” “Burlando, se sai qualcosa e non me lo dici passi dei guai seri, non mi fare incazzare!” “Dottore, forse è meglio se va al bar a farsi una camomilla” dice Burlando alzandosi e sbattendo la porta. Argentini capisce di avere esagerato. In fin dei conti anche lui pensa che sia tutto impossibile: “Giorgio Castellani è un bravo cristo, serio. Magari un po’ discontinuo; non tanto puntuale. Ma in gamba, e onesto, per giunta. Ma allora dov’è? E come mai il presidente si sbatte tanto per questa storia? Ha già telefonato due volte... E comunque, quella testa di cazzo di Castellani, almeno una telefonata. ”. mercoledì 22 maggio, ore 10.26 Ma io la mia ultima telefonata l’ho mandata al Professore, ed è una telefonata disperata, da cui dipende forse la mia pelle. Io esco dal mondo dei sogni dopo poco tempo, credo. Guardo l’orologio: non è neanche un quarto d’ora che sono qui. Mi sanguina la testa; il naso invece ha smesso, ma ho un mal di testa infernale e la fron te che mi sembra una melanzana al forno. Mi hanno portato in questa specie di stanzetta, sembra uno sgabuzzino, che guarda su quel grande salone, strano, schifoso salone con una moquette rossa e un grande specchio che si prende tutta una parete. Sono ammanettato a un tubo nel muro, e del soggiorno non vedo che una piccola porzione, anche se si capisce che è grande. Così adesso sono a casa tua, lurida vecchia troia nipponica. Ma nello specchio in fondo al salone vedo qualcosa che si muove. Non è 118


uno specchio, è un vetro. E oltre il vetro è buio, ma vedo qualcosa dondolare. Qualcosa come un grosso lampadario o un involucro. Cerco di mettere a fuoco. ma non riesco a vedere. Al piano di sopra, sento dei passi concitati, e anche qualche urlo. In giapponese, forse. Gente che corre. Forse arrivano i nostri. Il tubo è lungo, quindi si flette. E allora comincio a scuoterlo con tutta la forza, e il tubo oscilla, poi si spezza, proprio a metà. Lo piego, lo spezzo, come nei più classici film. Ma allora può succedere davvero! Mi sfilo, ma sono ammanettato dietro la schiena. Riesco a far passare il corpo tra le braccia, ma faccio tanto, troppo rumore. Sento dei passi scendere le scale. Prendo un bel pezzo di tubo e corro felpato sulla moquette rossa, fin dietro al muro delle scale. I passi scendono e io sto dietro il muro. E’ buio, e vedo un braccio spuntare guardingo, lascio che entri un po’ anche il resto del corpo e poi meno un fendente alla cieca. Va giù un giapponese, ma non è lui. Cioè, non va giù, barcolla, e sta per sparare, così mi tocca dargli un’altra legnata in mezzo alla fronte, e stavolta va giù. Malgrado tutto spero di non averlo ammazzato. Ne arriveranno altri, soprattutto Norio, ma adesso ho anche la pistola del giapponese qui presente. Guardo meglio il vetro, mi avvicino. Da sopra si sentono due colpi di pistola, e ancora passi. Ansia. Mio Dio, dietro il vetro c’è Sanae, appesa come un salame, nuda e legata, con in bocca un galleggiante. Picchio sul vetro, ma lei non si muove, non può, non sente, non mi vede. E viva? Il vetro è spessissimo, battendoci sopra sembra marmo. Mi giro continuamente per vedere che non arrivi qualcuno. Non posso gridare, chiamarla, niente. Nel vetro non ci sono aperture. Trovo un telecomando strano, non come quelli della tv, e provo a schiacciare dei tasti, ma le scritte sono in giapponese. Con un tasto accendo una luce al di là del vetro. Sanae viene illuminata da una luce fredda, molto forte. Dondola. Un altro tasto e sento il larsen di un microfono. Cerco il 119


microfono. Sanae, mi senti? Fa un’impercettibile movimento con la testa, ma sta dicendo sì. Altri rumori per le scale, ma di gente che sembra fuggire. Colpi di mitraglietta. La Polizia è qui, salita per la carreggiabile dei bunker. Un’altra macchina era già arrivata dall’altra parte, per chiudere le due uscite. Ci useranno come ostaggi. verrà giù qualcuno, e ci punterà una pistola. Schiaccio tutti i tasti del telecomando, ma non riesco a fare niente. Salgo le scale, adagio. C’è sempre il giapponese che ho steso. Senza sapere perché, lo trascino e lo nascondo dietro a un divano (e si rivela una mossa intelligente). Sento dei passi scendere, mi rimetto dietro il muro, nella posizione fortunata, e riprendo il tubo. Questo è meno cauto, s’infila nella stanza senza guardare. Sto calmo, nell’ombra, e lo lascio fare. Ormai ho imparato. Apre una tenda che nasconde una porta. Infila le chiavi, e lì, sempre complice la moquette, lo becco. E lo stendo, anche se non ci credo. Io che non ho mai dato neanche un cazzotto a un compagno di scuola, adesso ho steso due delinquenti. mercoledì 22 maggio, ore 10.36 Apro la porta e mi inflo in un piccolo corridoio a u, che mi porta dalla parte di Sanae, ma c’è un’altra porta. Provo due, tre, quattro chiavi, poi entro. Le libero subito la bocca. “Stai attento, sono in sei!” (mi dice). “Adesso sono solo in quattro”, rispondo. Poi ci metto un po’ a capire come funziona quell’apparato di bondage, che ha compresso in maniera impressionante il corpo di Sanae. Non riesco a liberarla. Di sopra la sparatoria è diventata da far west. Torno nel soggiorno, cerco un coltello, qualcosa. Trovo dei bisturi da chirurgo, che cazzo ci fanno, con questa roba? Entro di nuovo, e la libero, finalmente. Sto per baciarla, come un vero eroe dei film, 120


ma si sentono dei colpi di pistola per le scale, allora ci infiliamo nel piccolo corridoio, e io sono pronto a far fuori chiunque arrivi nello specchio della porta. Ma non arriva nessuno. Saliamo. Da una finestra vediamo Polizia dappertutto, all’esterno. Bravi, sono stati in gamba. Il Bunker adesso sembra tranquillo. Sanae prende un accappatoio da un bagno. Usciamo su una specie di terrazzo e vediamo altri due giapponesi morti, uno sulla scala esterna, l’altro dietro ad un muro di una piattaforma, più in basso. Guardiamo la collina sopra di noi, appena in tempo per vedere Norio Takeda che con una moto da cross si allontana lasciandosi dietro una grande scia di polvere. Impossibile inseguirlo, anche se vedo il tenente Paulen chiamare la centrale via radio, e dare tutte le indicazioni per beccarlo. Ma la vecchia Myeko, quella, dov’è finita? mercoledì 22 maggio, ore 10.54 La nostra presenza sul terrazzo non passa inosservata; presto siamo raggiunti dalla Polizia, ci credono compli ci di Norio e ci tengono sotto tiro, intimandoci di tenere le mani bene in alto. Poi arrivano Legran e Paulen accompagnati, con nostra gran sorpresa, dal commissario Bertelli della Polizia italiana. “E allora ragazzi (dice Bertelli) avete finito di giocare alle spie?” Poi vede la faccia di Sanae e l’espressione ancora terrorizzata che ha, e continua: “Insomma, vi siete messi in pericolo, e tutto per voler fare le cose da soli!”. Intanto arriva anche Paulen con la faccia scura e si rivolge a Bertelli “Ehi, collega italiano, vieni a dare un’occhiata”; Noi facciamo per seguirlo, ma Paulen continua “Voi rientrate nel bunker e aspettate che vi chiamiamo”. Così, malvolentieri, coi brividi che accompagnano tornare laddove abbiamo rischiato la vita, ma anche con la soddisfazione di essere ancora vivi, accompagnati da un poliziotto francese, 121


arriviamo nella stanza dietro lo specchio, dove Myeco e Norio stavano a spiare Sanae. I vestiti di Sanae sono ancora lì, piegati per bene e posati sopra un mobile; Sanae mi prega di tenerle l’asciugamano come se fosse una tenda, mentre lei si veste, e il momento è così drammatico che non sbircio nemmeno, anzi, sto con la testa voltata all’indietro e parlo quel poco di francese che so, col poliziotto che ci accompagna. Torna Bertelli assieme a Paulen che si rivolge a noi “Cari amici italiani, non è un bello spettacolo, ma, se ve la sentite, ci sarebbe da fare il riconoscimento del cadavere di Myeco”. Sanae mi lancia uno sguardo come se fossimo naufraghi del Titanic che cercano un posto sulle scialuppe, poi “Se Giorgio mi accompagna (dice) me la sento”. Io sono così felice che Myeco sia morta, che faccio sì con la testa senza pensare a cosa andiamo a vedere. Nel frattempo la Polizia francese ha trovato i due complici di Norio che io avevo messo fuori combattimento; li ha fatti risvegliare e adesso, ammanettati e spinti avanti a calci in culo, li vedo passare in mezzo ad un gruppo di poliziotti. Uno di loro mi sibila qualcosa in giapponese digrignando i denti. Quanto a noi, trattati con molta gentilezza, saliamo una scaletta del bunker e arriviamo a una stanza enorme, completamente senza finestre, con una piccola feritoia che da sulla stanza dov’era prigioniera Sanae. Un gruppo di poliziotti della scientifica sta rilevando le impronte e catalogando una serie di videocassette e dvd che si trovano in un armadietto vicino alla tv; al centro della stanza altri poliziotti stanno facendo fotografie a qualcosa che si trova per terra davanti a loro. Bertelli prende Sanae per il braccio, la sostiene e le dice:“Se la sente, signorina ?” Sanae deglutisce rumorosamente e poi fa sì con 122


la testa; io non posso far altro che seguirla. I poliziotti si scostano davanti a noi e vedo subito un’enorme macchia di sangue che si è allargata sulla moquette color cammello. Al centro, sdraiata sulla schiena, ma con le gambe ancora incrociate, Myeco si presenta alla nostra vista in una posa drammatica e oscena nello stesso tempo. Il kimono si è aperto davanti e lascia scoperto il suo corpo; la sua pelle gialla e vizza è parzialmente coperta da un body supersexy di La Perla; al collo e ai polsi indossa dei braccialetti di cuoio nero con borchie di metallo a punta; le gambe sono ricoperte fino a sopra il ginocchio da stivali Dolce&Gabbana; vicino a lei, per terra in disordine, ci sono una serie di vibratori di varie fogge e dimensioni, un frustino e una wakizashi, la spada corta dei samurai, insanguinata. Il ventre di Myeko è aperto da un’enorme ferita verticale; gli intestini sono usciti ed emanano un odore terribile di sangue e merda nello stes so tempo. Sanae impallidisce e, se Bertelli non la tenesse, cadrebbe per terra. Quanto a me, sento le ginocchia che si piegano e mi appoggio al divano. “Ne touchez pas!” dice Paulen che mi prende per il braccio e mi accompagna fuori; nel corridoio mi piego in due e vomito tutto quello che avevo da vomitare; vedo stelline volare intorno a me; avrò la pressione a venti, sono scosso da conati che sembra non vogliano finire mai. Sanae, con l’aiuto di Bertelli, si siede su una poltroncina; poi, non ricordo bene come, ci ritroviamo in una macchina della Polizia che ci porta alla gendarmeria di Calvi. Scrivanie, luci al neon, puzza di tabacco: è come un commissariato italiano; alla parete un tabellone con le facce dei ricercati e un grosso manifesto “pistols & guns” con le foto delle più comuni armi da fuoco. Ci fanno firmare delle carte, sì è lei, è quella che conosciamo 123


come Myeco Ryu; Bertelli si volta verso Sanae e dice “Mi corregga lei, signorina, se sbaglio, ma, per quel che posso vedere, questa signora ha tentato il sep puku e non è riuscita a farlo con onore.” Sanae fa sì con la testa e dai suoi occhi scendono lacrime, mentre viene scossa da singhiozzi. Bertelli, rivolto a me che lo guardo col punto interrogativo negli occhi, continua: “Seppuku è quello che noi occidentali chiamiamo harakiri e cioè il suicidio rituale. Se la cosa viene fatta bene, la persona si siede per terra a gambe incrociate e con la spada o col pugnale, si apre il ventre dal basso all’alto. Il dolore deve essere terribile, ma, se si vuole seguire il rituale d’onore, bisogna sopportare stando fermi, lasciare che il sangue esca e ricadere all’avanti; il corpo deve essere trovato riverso in avanti, non si deve vedere la ferita, i visceri restano nascosti tra le gambe incrociate; questa è la morte d’onore. Myeco invece non ha resistito al dolore e si è lasciata cadere all’indietro, da cui la posa oscena in cui l’abbiamo trovata.” Con tutte le cose che non so sul Giappone, si potrebbe riempire delle biblioteche, penso, mentre Bertelli si alza in piedi e dice: “Su, sono arrivati i vostri amici a prendervi.” E Paulen aggiunge: “Adesso potete rilassarvi e cercare di dimenticare, anche se capisco che non sarà facile.” Legran, arrivato anche lui sorride: “State tranquilli, che a Takeda ci pensiamo noi; abbiamo allertato tutte le polizie d’Europa e non potrà andare troppo lontano; siamo al corrente di molte più cose di quanto voi pensiate” Paulen si rivolge a me, con aria un po’ furbetta: “Lo sapete perché questa operazione si chiama MoSca, eh ?” Sanae ed io lo guardiamo senza rispondere; lui prosegue “MoSca sta per Morelli Scansani. Adesso conosciamo ogni dettaglio della vostra trappola; certo, siete stati incoscienti (poi sorride) ma anche coraggiosi.” Poi, come se all’improvviso avessero fretta, ci accompagnano fuori. Fuori ci aspetta tutto il gruppo. 124


Il Professore, Jackie, Raffo, Jean Marino e Vieri. I poliziotti ci salutano e rientrano: “Non lasciate Calvi per qualche giorno, abbiamo ancora bisogno di voi; e la stessa cosa vale per tutto il gruppo”. Baci, abbracci, pacconi sulle spalle, tutti pigiati in macchina, via verso la villa. Io sto cominciando ad essere felice, eppure c’è qualcosa che non mi convince, un particolare fuori posto. Mentre la macchina arremba su per la salita che porta alla villa, di colpo ho come un flash: sulla scrivania dove stava Paulen, in gendarmeia, tra le carte posate in disordine, ho visto spuntare l’angolo di una fotografia; si vedeva una spiaggia, un tronco d’albero e due paia di gambe femminili nude; un altro flash ! Ma sì, era la foto di Sanae nuda sulla spiaggia accanto ad un’altra ragazza, la foto che ho trovato nella borsa accanto ai documenti della collezione. E perché quella foto si trovava lì ? Non lo so. Guardo Sanae e vorrei chiedere, ma sento che la sua testa si appoggia sulla mia spalla; sento il suo profumo di vetiver mentre vedo che chiude gli occhi e si addormenta; adesso che la tensione è finita, anche io all’improvviso mi sento stanchissimo e mi si chiudono gli occhi senza che possa farci niente. giovedì 23 maggio, ore 07.00 Contrordine. Telefonata del Commissario Bertelli all’alba. Vieri deve partire subito; le indagini tornano a Genova. Quindi deve collaborare con la Polizia, aprire tutti i files. E dice a Jean Marino: “Ingegnere ...(non ha mai smesso di dargli del lei) lei potrebbe partire con me, e darmi una mano con le tecnologie, adesso che c’è da correre dietro alla Morelli Scansani, ma anche per altre questioni didattiche. Ovviamente le faccio un contratto di consulenza con l’Università”. 125


Jean, laconico: “Va bene, ma posso solo fino a fine giugno.” Anche il Professore e Jackie devono andare via. Jackie avrebbe dovuto ricominciare il lavoro già da ieri. Rimaniamo soli nella villa, io Sanae e Raffo. E tarda mattinata e adesso io e Sanae siamo sotto il portico, lei non sembra più lei, è completamente annientata dalla prigionia. Di più, ha delle continue crisi di pianto: non solo l’esperienza terribile, ma qualche oscuro pensiero le ottenebra la mente. Raffo ci sta guardando da dentro casa, dal salone e malgrado tutto sembra sorridere. Ci guarda a lungo, poi dice: “Cazzo, mi è venuto in mente che devo assolutamente tornare a Milano per organizzare la mostra di Jasi Mazier! Me ne stavo dimenticando, con tutto questo casino. Ma voi restate pure, la casa è pagata fino alla fine della settimana.” (Si capisce bene che è una scusa: vuole lasciarci soli, e io sto al gioco). Ma Sanae dice: “Scusa, Raffo, ma la mostra non è ai primi di dicembre?” “Si, ma... è probabile che Mazier venga a Milano” (risponde, prontissimo, anche se è chiaramente una balla). E quando parte, si fa venire a prendere dalla Polizia, con la scusa di avere ancora qualche rivelazione, e poi si fa accompagnare all’aeroporto, così ci lascia anche la jeep. Grande Raffo. giovedì 23 maggio, ore 15.58 Adesso è pomeriggio, un pomeriggio ventoso ma bellissimo e io e Sanae siamo sulla spiaggia di Galeria, a sud di Ile Rousse. Non c’è un’anima viva. Io e Sanae ci siamo spogliati per fare il bagno. Sul suo corpo ci sono parecchie escoriazioni, e i lividi tremendi lasciati dalle corde strette intorno ai suoi polsi, alle sue caviglie, sulle cosce e intorno al seno. Ma lei non sembra preoccuparsi troppo, per questo. Ci sono altri pensieri che la rattristano, anche se, quando 126


glielo chiedo, lei mi risponde solo: “È lo chock, passerà.” Non mi sembra il momento di parlare di noi, né di quello che è successo e neanche di quella foto, quella stra na foto che dalla mia valigetta è finita magicamente sulla scrivania di Paulen. Così parlo un po’ di me, le racconto qualche cosa della mia vita, la faccio un po’ ridere raccontando le stronzate che ho fatto da studente. La vita. La mia, la sua. Le chiedo qualche cosa della sua, ma il suo passato mi risulta un po criptico: ha studiato a Tokio, ma anche a Firenze, arte, storia dell’arte, ma prima fotografia. Arte, sì, vicino a Hiroshima c’è una scuola famosissima. Fidanzati? Mah, sì e no, sì, uno, ma poi... la vita. Le piace l’Italia, tanto, tanto. Anche adesso, dopo quello che è successo. Io tiro fuori le cose più note sul Giappone: Banana Yoshimoto, Toshiro Mifune e Akira Kurosawa, Kitano, Kenzo Tange, i manga e i tamagochi. “Quindi non sai niente” (mi dice lei). La giornta trascorre tranquilla, è la prima giornata tranquilla dopo una fila di giorni incredibili, i più incredibili della mia vita. Sono passato in mezzo a sparatorie, inseguimenti, rapimenti e irruzioni della Polizia, e credo di aver sparato in una settimana più adrenalina che in tutto il resto della mia vita. giovedì 23 maggio, ore 20.11 Alla sera facciamo la spesa a Ile Rousse, poi torniamo a casa. Lei vuole cucinare. Sembriamo una tranquilla coppia di vacanzieri. Con un matrimonio bianco, però (penso e non dico). Mi infilo in cucina e le ronzo un po’ intorno: “Cosa prepari, di buono?” “Sushi al pesto” “Cosa? Sushi... al pesto?” “Sì, è una mia specialità, l’ho inventata io. Assaggia...” Assaggio, molto molto preplesso: “Squisito, davvero.” 127


Ci sto bene, benissimo con lei. E’ una presenza quieta e rassicurante, che gira per la casa senza far rumore. E sorride, malgrado tutto. La conosco solo da dieci giorni, ma il nostro accordo sembra perfetto. Dico sembra, perché non siamo ancora passati alle vie di fatto, come si dice nei bar di provincia. Alla sera, poi, andiamo a letto molto presto. Lo stress, la stanchezza e le ferite hanno il sopravvento sulla voglia di tirar tardi. Quando sto per darle un bacio la vedo già profondamente addormentata. venerdì 24 maggio, ore 07.09 Mai rilassarsi. Dal mondo dei sogni alle sette di mattina, squilla il mio cellulare. “Pron...” E’ Jackie. “Giorgio, è successa una cosa terribile”. “Come, cosa?” (rispondo) “Vieri, hanno ucciso Vieri” “C...comecazz?” “E hanno anche ferito Jean, che era con lui. Sono entrati...cioé, forse era lui da solo, Norio Takeda, era appostato in via Ruffini quando ieri sera Jean ha accompagnato Vieri a casa. Non sappiamo ancora bene la dinamica.” “Come sta Jean?” “E’ in ospedale, ha preso una revolverata in una spalla, non è grave. E’ riuscito a sfregiare Norio. Jean è un appassionato di coltelli, lo sapevi? Aveva con sè un piccolo coltello finlandese. Lo ha lanciato a Norio, e gli ha reciso un’orecchia. Un pezzo, insomma. L’hanno trovato sull’asfalto. Ma Norio è riuscito a scappare un’altra volta. Anche se così sfregiato non gli sarà tanto facile passare inosservato. Su di lui c’è un mandato di cattura internazionale. E per fortuna Jean aveva il casco, erano in vespa. Così era irriconoscibile.” “Ma via Ruffini non era piantonata?” 128


“Dice Bertelli che non avevano pattuglie disponibili. Poi la banda è stata sgominata, quindi c’erano meno rischi, dice...” “Alla faccia del cazzo, abbiamo perso Vieri. Merda, come faccio a dirlo a Sanae?” “Giorgio, tornate a Genova. Dice Giulio che dobbiamo stare uniti. (Accidenti, è la prima volta che il Professore viene chiamato per nome. Perfino Jackie lo chiama sempre “Professore”) Quel Norio è pazzo. Non ha paura di nessuno. Riesce a nascondersi in una stanza vuota. Ho visto il suo dossier, mandato dal Giappone. C’è scritto che fa parte di una setta di arti marziali estreme. E’ tipo un ninja cattivo, un combattente delle Forze Oscure, o qualcosa del genere. E’ il demonio. Anche la vecchia faceva parte di quella setta. Mi sembra che si chiami Chicara-Kuci, che vuol dire qualcosa tipo forte bocca, o la forza delle mandibole, boh...” Metto giù il telefono, e sento Sanae che singhiozza nell’altra stanza. Ha sentito tutto, e per lei la botta è infernale. Ha perso un padre, dice. Vieri era quello che le aveva offerto un futuro... diverso, in Italia. Vieri era quello che aveva capito il suo talento. Mentre andiamo a riconsegnare la jeep e a restituire le chiavi di casa, giuro a me stesso che devo beccare Norio, prima che ci faccia fuori tutti. Lo devo beccare, e forse la setta Chicara-Kuci potrebbe essere una strada... “Sanae, hai mai sentito parlare della setta Chicara-Kuci?” Lei mi risponde subito “no”, eppure ho come la sensazione che stia mentendo, ma non è il momento di insistere. “Chicara-Kuci”. A questa parola la sua fronte si è aggricciata come se qualcuno le avesse conficcato una lama rovente nel cuore. venerdì 24 maggio, ore 15.00 Il traghetto parte da Bastia. Dopo il viaggio di andata in 129


motoscafo, mi sembra lentissimo; dondola sulle onde muovendosi senza entusiasmo verso Genova lontana. Sul ponte, la solita puzza di vernice calda e metallo, si sposa coi fumi del fumaiolo, quando gira il vento. E poi tutti i passeggeri sono lì a triturarsi i coglioni nel sole; scendiamo nell’ombra fresca del salone, vetri azzurrati e aria condizionata, e ci pilotiamo nel bar deserto. Un barista napoletano, un piccolo stereo con del Pino Daniele d’annata “keep on movin, questa storia finirà, keep on movin dice tutta ‘a verità, keep on moving, se vuoi crescere davvero non ti lamentare più.” La sferzata partenopea mi drizza la schiena: reagire, sì, bisogna reagire, basta col mugugno interiore e il complesso dello sfigato. Il ragazzo del bar sorride “Lo volete un piattino speciale ?”, si volta e prende due pizze margherita che hanno un aspetto da favola e un profumo che ti perfora l’anima, “Le ho appena sfornate, erano per due colleghi dell’equipaggio che non si son fatti vedere; peggio per loro.” “Sì, grazie!” e ci sediamo a un tavolino vicino all’oblò, “Due chiare medie”, ci dimentichiamo di tutto, io mi dimentico perfino il mal di mare e ci accorgiamo improvvisamente della fame che avevamo. “Tutti gli anni, a Tokio, (dice Sanae mentre mangiamo) c’è il National Sushi Contest, un concorso con tanto di giuria scelta tra i migliori cuochi del Giappone. Sarà una pazzia, ma, quest’anno, mi voglio proprio iscrivere e presenterò il “Sushi al pesto” o “Sushi alla genovese” ancora non so che nome dargli, per cui, una volta a Genova, voglio fare un po’ di prove con vari tipi di pesto e vari tipi di pesce; ti inviterò a casa mia, se vuoi, e sarai il mio assaggiatore di sushi e la mia cavia”. Un invito a casa di Sanae, uhau ! “Certo che accetto, e se posso ricambiare vorrei portarti in certe trattorie dell’entroterra di 130


Genova dove si mangia un pesto paradisiaco.” Intanto il ragazzo del bar, che si chiama Ciro, ci guarda “Uè guaglioni (sorride) ho fatto un dolce con le mie manine, mica roba comprata, ho fatto un tiramisù che farebbe resuscitare un morto! Cosa ne dite, ve ne metto un po’ via ?” Noi andiamo avanti a parlare e a mangiare nel pomeriggio assolato che poi diventa sera; il barista quando è libero si siede un po’ al nostro tavolo e chiacchieriamo; alla fine lui: “questo lo offre la casa !” ci mette davanti una bottiglia di passito di Lipari, senza dirci che è una partita speciale di questo vino, e oltre a essere ottimo, gelato e poco dolce, ti scivola giù in gola e appena è arrivato nello stomaco te ne chiede dell’altro. Quel che non ci dice è che questo vino tira circa 22 gradi e noi ci diamo dentro finché la bottiglia non è finita. venerdì 24 maggio, ore 19.43 Poi, per la serie F&F (fatti&felici) ci alziamo un po’ barcollando e ci avviamo all’uscita della sala bar. Salutiamo il barista passandogli davanti, ed io, sciaguratamente, per dimostrare di essere un vero lupo di mare gli dico: “Si deve essere alzato il mare, senti come balla la nave!”; lui questa volta ride davvero e si dà anche un paccone sulla coscia “balla la tua testa, fratello, (e ride ancora) non ti sei accorto che siamo entrati nel porto di Genova?” Incasso in dignitoso silenzio, poi ci scambiamo i numeri dei cellulari e sbarchiamo trovando che la scaletta è diventata molto ripida e i gradini molto alti. Tutti in fila poi per la dogana, uè veniamo dalla Corsica, mica da Medellin; ma loro, gli sbirri, sotto coi cani a nuffiare tutti quanti. E mi ricordo quella volta che venivo da Amsterdam, anzi non era Amsterdam, anzi, non era neanche quella volta lì. 131


Alla fine riusciamo a uscire anche noi e siamo sul piazzale. Sanae si avvia con me verso i taxi; e ne prendiamo due, lei a casa sua ed io alla mia; ci sentiremo tra poco al telefono e, mentre la macchina si avvia, sento già la sua mancanza. sabato 25 maggio, ore 12.05 Jean Marino scalpita al primo piano del Pronto Soccorso dell’ospedale San Martino di Genova “Ma io sto bene ormai, era solo una ferita di striscio, ho avuto molta fortuna” e la faccia gli si fa un po’ scura e triste, io penso che stia pensando a Vieri. Sanae ed io siamo accanto al letto, stanza singola che in genere viene destinata o ai moribondi o ai raccomandati, entra un’infermiera, carina, e chiede a Jean: “Le serve qualcosa ? come va?” “Grazie, sto bene, vorrei tornarmene a casa” “Lo so, lo so che vuole lasciarci, (dice lei, un po’ civettina) ma lo deve autorizzare il primario; se tutto va bene alla mezza la dimettono”. Poi gli da ancora un’occhiata uscendo dalla stanza. “Bertelli è venuto qui a interrogarmi” dice Jean e prosegue: “vuole vedere anche voi”. “E i quadri (dico io) i quadri dove sono andati a finire?” “Per quel che ne so io (Jean si aggiusta il lenzuolo) sono sparsi tra Europa, Stati Uniti e Giappone; Raffo sta usando, per seguirli, un sistema satellitare di rilevazione che farebbe invidia ai militari; anzi, credo proprio che si tratti di roba militare, russa magari. Raffo segnala le posizioni dei vari quadri alla Polizia italiana, e loro provvedono ad informare le polizie dei vari stati dove si trovano i quadri; Bertelli mi ha accennato che poi, se ci riusciranno, l’operazione scatterà alla stessa ora in tutti i paesi del mondo; fanno così per beccarli 132


tutti prima che si avvertano l’un l’altro. Se tutto va bene, mi ha detto Bertelli, sarà la più grande operazione mai realizzata nella lotta al furto di opere d’arte. Finirà su tutti i giornali e saremo solo noi a sapere tutto.” “Noi e Norio (dice Sanae)... e chissà dov’è lui adesso.” Un brivido le passa sul viso, poi sorride. Qui, al Pronto Soccorso, a quest’ora c’è una bella luce, non una luce da ospedale. Le camere hanno un che di festoso, anche se sembra paradossale. Ma è uno di quei classici casi in cui ti sembra che il vento stia girando, che il destino cambi rotta. Mah, mi illudo che valga per tutti, anche per gli altri malati. Mentre passiamo per le corsie, uscendo dall’ospedale, guardo nelle camere, sperando di vedere gente allegra, segni di guarigione. Ma in una stanza, chi ti vedo? “Ciao, Giorgio!” “Cazzo ci fai, qui? Ti hanno frantumato?” “Non ci crederai, dopo anni di combattimenti, sono caduto in giardino, giocando con mio figlio” “Cosa ti sei fatto, Franci?” “Boh, spero niente, comunque - dicono - sospetta frattura di una vertebra. Sto aspettando le lastre” In quel momento, entra l’infermiera con un dottore: “Signor Francesco Santi?” “Si, sono io. Muoio?” “No, signor Santi. La mandiamo a casa. Non c’è niente di rotto. Le preparo il foglio di dimissione, comunque mi raccomando di restare a riposo, e coricato, per almeno una settimana.” Franci è talmente contento che promette: “sì, sì, a letto”. Francesco Santi, chiamato da me Franci, ma noto anche come “guru” e “sensei” con il nome di Siau-Ko, e come “sannyasi”, con il nome di Maitreya, è uno dei migliori istruttori di arti marziali d’Italia. Lo conosco perché eravamo compagni di scuola, e anche compagni di bevute, prima che lui si convertisse a una vita ascetico-monastica, che ha ben poco a che fare con certi altri 133


istruttori di arti marziali. Comunque, lui sostiene, questa vita rigorosa e impeccabile gli ha fatto vincere parecchie competizioni internazionali, ricevere le più alte qualifiche dalle scuole orientali e aprire una palestra a Genova, tra le più accreditate e apprezzate. Anche se seguace di Osho, non violento, vegetariano e seguace del feng-shui, conosce a menadito ju-jitzu, karate e kung-fu, e ha fatto del suo corpo una macchina da guerra, che però lui dice di usare per la pace. A farla breve lo aspettiamo, tanto deve uscire tra poco. Lui fa parecchie domande a Sanae, è ovviamente preparatissimo sul Giappone, parlano a lungo, sfatando tanti luoghi comuni sui samurai, sulle katane, sui kimoni e su tutta quella roba nipponica, un po’ come la pizza e il mandolino per noi. Inevitabile che io tiri fuori a un certo punto la fatidica domanda: “Ma tu, sai niente della Chicara-Kuci?” Ma non avrei mai immaginato la faccia e la reazione allibita di Franci, che mi dice: “Parla piano, macccacchio, ma chi ti ha parlato di sta cosa? Ma dove l’hai sentita? Ma tu, che cazzo ne sai?” sabato 25 maggio, ore 12.05 Il mio cellulare, quello che avevo lasciato a Genova, squilla per la centesima volta, e nel display vedo il nome di Argentini, e in più ci saranno anche mille chiamate senza risposta e un miliardo di sms, sempre dall’ufficio. Così a un certo punto mi rompo veramente i coglioni e lo butto in un cestino della spazzatura, proprio nell’atrio del San Martino. Vaffanculo, Argentini. Ma Argentini è un’uomo d’azienda. Quello che il capo gli dice di fare, fa. E per colpa dello zelo di Argentini mi trovo un avviso di reato con allegato mandato di comparizione, nella cassetta della posta. Anzi, no. C’è una cartolina delle raccomandate, per cui devo anche schiopparmi mezz’ora di coda alla posta, prima di finire al 134


commissariato. L’intervento di Bertelli non serve a molto. Sì, d’accordo, non mi mettono in galera. I vertici della Polizia hanno capito che sono innocente, di più, sono parte lesa e ultralesa in questa faccenda di merda. Torno a casa, ma purtroppo la macchina mediatica si è già messa in moto per l’influente intervento del Presidente de Rieti: alla sera, al telegiornale, dicono che forse il furto della collezione Morelli Sacansani è avvenuta grazie ad un infiltrato, un dipendente di una filiale della Wild. Segue intervista con il Presidente che si dice addolorato, ma anche molto sorpreso, perché tutto l’organico della Wild è notoriamente al di sopra di ogni sospetto. Sono furbi; il mio nome non viene fatto, ovviamente, ma le allusioni alla sede di Genova, agli assicuratori “assunti per mansioni specifiche e specialistiche, per le loro competenze culturali”, non lasciano molto spazio ai dubbi. E così, mentre gli amici, i pochi amici sanno la verità, un casino di gente che mi conosce comincia a dire: “Castellani ha tentato il colpo della sua vita, ma gli è andata male”.

sabato 25 maggio, ore 18.05 La scogliera è completamente sciacquata dalle onde violente. Il cielo è del colore tetro delle melanzane appassite e il mare... beh, quello è uno spettacolo: un petroliopiombo che sobbolle, s’inarca e poi si infrange liberando una schiuma bianchissima, i cui spruzzi arrivano fino alle finestre. Qui, a Boccadasse, sembra quasi inverno. Norio è nudo, coricato su un letto di chiodi, alla maniera dei fachiri indiani. Nella setta Chicara-Kuci questa è una pratica ricorrente, serve a temprare il corpo, a porre sullo stesso piano piacere e dolore. 135


Norio sta mostrando la pratica al dottor Giangiacomo Mascheroni, scapolo, affermato notaio del capoluogo ligure, di buona, anzi, ottima famiglia, con uno studio lussuoso in un attico di via Roma, con tante segretarie e gli arredi del settecento. Roba di famiglia. Da giovane ha militato nell’estrema destra, ma poi ha messo la testa a posto. Per anni si è limitato a cassette porno, qualche volta anche pedofile, ma così, di passaggio... qualche festino, con un po’ di coca, sì, forse qualche minorenne, ma solo straniere, per carità. Poi è arrivata internet, e lui ha cominciato ad ampliare il suo raggio d’azione, per così dire. E girando quà e là in internet, sempre stando sul sottile spartiacque tra sesso e violenza, un giorno ha fatto un abbonamento a Hokkaido Kiss, una stra na, strana, rivista edita in tre lingue a Otaru, nell’estremo nord del Giappone. La rivista, che si vende solo in abbonamento e viene spedita in forma assolutamente riservata e privata, propone un ampio 136


catalogo di sconcezze: dai più estremi bondage alle pratiche sessuali più impensabili e dolorose, ma dando al tutto un sapore scientifico, con tanto di interviste a (finti) medici che testimoniano come il sadismo sia benefico, il masochismo sia terapeutico, l’esibizionismo e il voyeurismo siano salvifici per la nevrosi e lo stress. E poi ci sono indirizzi di puttane travestite da terapeute, viaggi sessuali travestiti da gite culturali, spettacoli hard hard hard spacciati per cabaret, scambi di persone, coppie e ricerca di partner camuffati da innocui annunci per famiglie. Così Giangiacomo, nel novantotto, è partito per una vacanza a Hokkaido. Poi i viaggi si sono ripetuti. Ha conosciuto gente, ha incontrato persone. Ha fatto amicizie, se così si può dire. E una volta, godendo di quella strana capacità di inserirsi che talvolta solo gli stranieri riescono ad avere, ha incontrato a Sapporo un membro della setta Chicara-Kuci. E poi un altro, fino a riuscire a inserirsi piano piano e, finanziando abbondantemente l’organizzazione, è entrato nella setta, fino a diventarne uno dei più importanti dignitari per l’Italia. Poi ha conosciuto Norio Takeda. Un maestro. Lui non vuol saper nulla dei furti d’arte, della malavita. E’ stato ospite di Myeko, a Tokio, e si è molto divertito a casa sua. Gli dispiace che Myeko sia morta, ma solo come dispiace a un bambino di aver rotto un giocattolo. I suoi sentimenti non vanno molto oltre questo. Adora Norio perché è il suo maestro, perché ha sempre esaudito le sue richieste, anche quelle più difficili. E adesso che Norio è in difficoltà, lui lo ospita nella sua irreprensibile casa. Giangiacomo bussa. Il maestro sta rilassandosi. “Entra, Gian. Al telegiornale hanno parlato del furto dei quadri?” gli chiede Norio “Sì, ho sentito che ne parlavano, sembra che vogliano dare la colpa a un agente della Wild, poi la televisione si è spenta...il temporale, l’antenna, forse...” 137


“Sai perché le antenne televisive si chiamano Yagi?” gli chiede Norio. “No, non sapevo neanche che si chiamassero Yagi” “Le ha inventate un signore che si chiamava Hidetsugu Yagi” Quando Giangiacomo sta per uscire dalla stanza, Norio lo richiama. “Gian...” “Sì?” “Volevo complimentarmi con te per quello che hai fatto l’altro ieri.” “Non è stato facile. Ti basta, come prova di fedeltà, vero?” “Niente affatto. Vieri non basta. Devi uccidere anche il Professore, la sua donna inglese e quel grasso mercante d’arte di Milano.” “Ma io...” “Non occorre altro. Io devo scoprire chi è quel cane che mi ha tirato il coltello. Gli farò rimpiangere di essere nato. A lui, all’assicuratore e alla studentessa penserò io, a modo mio, quando sarà il momento.” sabato 25 maggio, ore 18.07 Ma il momento, per ora, è lontano mentre Sanae è vicina; siamo nel salotto di Jackie a Castelletto e guardiamo languidamente fuori dalla finestra. La luce del tardo pomeriggio sul porto e sul mare, il riflesso delle onde, l’Expo’, la Lanterna, il serpentone della soprelevata, una vista di Genova che in certi momenti mi mozza il fiato e invidio Jackie che ce l’ha tutti i giorni. Lei e il Prof sono in cucina; Jean Marino sta uscendo, dice che deve andare nel suo studio. Squilla il cellulare di Sanae e sul display appare il mio nome, ma io, babbano, sono qui, quindi deve essere qualcuno che ha trovato il cellulare nel cestino della spazzatura al pronto soccorso. Sanae mi passa il telefono; una voce roca e tossica: “Pronto, 138


pronto, ma tu, belin, chi sei ?” gran casino di sfondo, sta parlando per strada; si sente la stessa voce che dice “Ce l’hai mezzo euro, eh dico a te, non far finta di niente, eh, ce l’hai cento lire, cioè, mezzo euro?” “Chi sei tu ?” rispondo po’ sull’incazzato; “Adesso non parlavo con te, ma ascolta bene, belin non mi tradire, non fare l’indegno, che sennò butto giù” (continua la voce) “io c’ho qui questo cellulare che vale un sacco di soldi, e il tuo numero è il primo di quelli in memoria, allora se rivuoi questo telefono, che è di un tuo amico, non lo so, cioè, devi pagare il riscatto; questo telefono, belin, vale un sacco di soldi”. Il che non è vero, il mio cellulare è il modello base, ed anche il più economico, e anche comprato al centro commerciale, ed anche usato, e quindi non vale un cazzo. Ma, dopo averlo buttato via al pronto soccorso, poi, mi sono già mangiato le mani per tutti gli indirizzi nella rubrica e l’idea che avrei dovuto passare ore ed ore a ricopiare dalle mie unte agende di carta e schiacciare quei tasti che van bene per bambini di 5 anni e non certo per un adulto con le mani normali. Per cui sto al gioco e proseguo, anche se il mio interlocutore è senz’altro una testa di cazzo fuori di testa. “Dimmi, ti ascolto” dico. Lui risponde “Belin lo sai dov’è il Bigo all’Expò, eh, lo sai dov’è?” “Si lo so” rispondo e mi sforzo di star calmo; “Ecco” continua la voce “ecco, te ne sei accorto sì, ecco ci vediamo al Bigo tra un’ora” “Va bene” rispondo “ma come facciamo a riconoscerci” “Bell’idea, eh, come facciamo? Ma sì, tu ti compri un pallone fatto a delfino e lo tieni in mano e io ti riconosco…… tra un’ora, addio !” “Sanae bella (le sorrido e lei mi ricambia) abbiamo beccato un tossico che gioca a fare l’agente segreto.” (racconto a tutti quanti la telefonata) “Ma stiamo al gioco che così recupero il cellulare... 139


e che Allah mi incenerisca le budella se lo butto via un’altra volta. Oltretutto era il mio, personale, io non uso quello della ditta.” Siamo al tramonto oramai e partiamo, da casa di Jackie. “Chiamami, (dice il Prof), facci sapere come va col riscatto, se avete bisogno di una mano, noi siamo qui” e ridacchia un po’, ma forse è preoccupato, perché - dati i frangenti - sospetta di chiunque. Avvio la vespa che, nonostante tutti i danni dell’incidente, continua a funzionare bene; ci mettiamo i caschi e puntiamo verso l’Expo. sabato 25 maggio, ore 19.03 Dopo pochi metri di vespa, suona ancora il cellulare di Sanae; ci fermiamo, lei risponde; ma è qualcuno che butta giù subito, dopo aver oscenamente ansimato nel telefono. Lei si fa triste in viso e me lo dice; e i nostri pensieri corrono a Norio, che noi pensiamo lontanissimo, e invece è molto vicino e pericoloso. All’Expò c’è il solito casino di turisti e genovesi, extracomunitari di tutti i colori, bimbi che sfrecciano in bici tra le gambe della gente, odore di krapfen da una bancarella. Mi sento deficiente, ma compro un pallone azzurro e argento fatto a delfino, mi lego il cordino al polso e lui scatta veloce verso l’alto, per poi ballonzolare attaccato al suo spago. Sono passato anche al bancomat e lo pagherò, il tossico, contratterò, ma lo pago. Sanae, dietro mia richiesta, si ferma e si tiene lontana da me una diecina di metri; siamo tutti e due in mezzo alla folla, quando lo vedo. Faccia pallida e magra, capelli lunghi spioventi come paperoga, baffoni elettrici, giacchetta di jeans lisa e sotto una canotta nera, pantaloni stracciati e sandali; un cane tenuto con lo spago e l’occhio brillante di chi ha conosciuto i segreti troppo presto. 140


Ma cazzo, lo conosco, è Agostino detto Gy, eravamo a scuola assieme. “Uhei! Gy!” faccio. Mi vede: “Giorgio, ma sei tu?” e poi, con la logica da tossico: “Ma lo potevi dire che eri tu, che così ti risparmiavi il pallone a delfino; però me lo potresti anche dare, quel pallone” Lo abbraccio, mi sfilo il cordino del pallone e glielo metto al polso, lui guarda soddisfatto. “Come stai Gy?” domando, mentre guardo i suoi occhi un po’ cerchiati. “Come un leone! Come vuoi che stia ? finché mi drogo sto bene, vado in giro, faccio un sacco di cose, io. Sto male quando non mi faccio, e adesso mi son fatto che è poco e quindi sto bene. E tu?” “Mah, diciamo abbastanza bene” non ho voglia di raccontare a lui tutte le avventure dei giorni scorsi. “Allora, il telefono eccolo qui (dice lui) ma com’è andata, te l’han salpato ?” “No, (rispondo) l’ho buttato via io, che ero incazzato perché mi chiamava sempre il mio capo del lavoro, l’ho imbelinato via io, l’ho lanciato nel bidone e ho fatto centro!” “Ma allora sei umano anche tu !” Gy mi guarda con rinnovato rispetto “ a scuola eri uno che gli andava sem pre tutto bene anche se non eri secchione, no?... io già mi facevo, non ricordo bene. ” “Sei tu, che non sei umano. Come fai a essere ancora vivo dopo tutte le pere che ti sei fatto?” (dico e guardo il mio cellulare nelle sue mani) “E. allora, me lo ridai il telefono?” “Sì che te lo ridò, ma io non ci posso mica perdere, che era un business per me, questo... altro che far colletta; e poi se non eri tu, avrei chiesto 150 euro come minimo.” “Ma dai! Che l’ho pagato meno di 100!” lo guardo. “Se non eri tu, appunto (risponde), ma da te soldi non ne voglio. Piuttosto, avrei bisogno di un favore, ecco, stanotte mi devi accompagnare in macchina e aspettarmi, che devo vedere un 141


pusher che sta a Nervi. L’ho già chiamato col tuo telefono e mi aspetta a mezzanotte davanti al “Nascosto”, sai, quel locale quasi a Capolungo” “Lo so dove è il “Nascosto”, ma tu cosa ci fai con un locale gay?” “Son mica buliccio io (risponde sorridendo), è il pusher che lo è, e comunque cazzi suoi; la roba è buona e…” Gy si ferma perché in quel momento è arrivata Sanae che, vedendomi parlare senza problemi col tossico, si è avvicinata. “Sanae, ti presento Gy che era un mio compagno di scuola” Lui le sorride e la guarda ammirato, borbotta tra se: “Oh... belin, Suzy Wong in persona. (e poi, a voce più alta) Cinese, ce n’hai roba?”. Sanae si incazza doppiamente, per essere stata presa per una spacciatrice, e per di più cinese, ma è comprensiva, capisce il personaggio. Ci diamo un appuntamento con Gy, in Piazza Matteotti alle 11.30, dobbiamo venire con la macchina a prenderlo; lo accompagnamo e aspettiamo, e poi lo riportiamo in centro. Soltanto allora mi ridarà il cellulare. “Non ti offendere Giorgio, ma gli affari sono affari”. Poi, ammirando il palloncino che gli penzola in su dal braccio, Gy si allontana tra la gente. “Ma perché ti vai sempre a ficcare in questi casini?” mi chiede Sanae con aria interrogativissima. “Ma come, sempre? Intanto non mi conosci, non sai. ” “Ma da quando ti conosco sei sempre nei casini. Il giorno che ti ho conosciuto eri sanguinante, con i pantaloni rotti e la giacca sporca. Da allora abbiamo avuto inseguimenti, sparatorie, io sono stata sequestrata. Non c’è che dire, una bella vita tranquilla!” “Ma se fino al giorno prima di conoscerti ho avuto una vita piatta come una lavagna! Mi sono praticamente tirato i coglioni per quasi trent’anni.” 142


“Sai che non mi piace come parli, quando parli così.” “Ma scusa, verginella del sol levante, ma sei stata tra le grinfie di uno stupratore killer assassino, hai rischiato di finire a pezzettini almeno un paio di volte, e adesso ti scandalizzi per una paroluccia?” “Non mi scandalizzo, ma non mi piace. ” “Ma dai, anche tu avrai i tuoi punti scivolosi. Non sarai mica integerrima e senza peccato? Per esempio, quella famosa foto. ” “Ah, la foto. Non l’hai dimenticata, vero?” “Al contrario, ci penso tutte le notti, assassini permettendo. ” Ma lei non risponde, e anzi sembra che il ricordo di quella foto la renda un po’ triste, o nostalgica, o malinconica, non capisco bene. Sono quasi le otto di sera, e io prima di cenare voglio togliermi uno sfizio. Di più di uno sfizio. Prendo la vespa, via per corso Aurelio Saffi, via Brigate partigiane, presto, prima che chiuda. Imbocco via Tommaso Invrea a tutta birra, poi via Montevideo, corso Gastaldi, poi salgo in Albaro. sabato 25 maggio, ore 19.54 Via Dodecaneso non è proprio comoda per una palestra, ma ci si può parcheggiare con grande facilità e poi la zona è tranquillissima, con i giardini e i muri intorno. Al primo piano di una palazzina liberty c’è la più bella palestra di Genova. Non la più di lusso, la più bella. Non di quelle palestre da rigonfiati pieni di anabolizzanti e donne nerborute e venose con il body supersgambato e il sex appeal di un bidet. E neanche di quelle con gli uomini profumati, con il gel in testa e le donne incartapecorite dalle lampade uva, dove tutti cercano di scopare. No, in questa palestra si respira rispetto, armonia, equilibrio. E un rarefatto clima, quasi monacale, o militaresco, ma in senso buono. 143


Sulla porta, una targa d’ottone con scritto in grande Centro Ki, e sotto, più piccolo, Francesco Santi. Più sotto ancora un elenco di sigle e associazioni. Non devo neanche suonare, perché la porta si apre e alcune persone con la borsa escono, tenendomi la porta. Faccio passare Sanae ed entro. La segretaria mi dice: “Buonsera, posso esserle utile?” “Sono un amico di Franci.” “Dovrebbe finire una lezione proprio ora”. Neanche ha fatto in tempo a dirlo, che da una porta in fondo al corridoio esce Franci con il kimono immacolato. C’è una musica orientale, soffusa, che si diffonde in tutte le stanze. Franci mi vede e mi fa segno con la mano: “Vieni di là, nel mio ufficio”. Poi, a porte chiuse, e controllando bene che il corridoio sia vuoto: “Guarda, Giorgio, io non so niente della Chicara Kuci, se è questo che vuoi sapere.” “Ma stamattina hai fatto una faccia...” “Senti, io l’ho sentita nominare, ma come ho sentito nominare la Grande Triade. Cioè, un’entità astratta, anche se purtroppo, nei fatti, astratta non è. Pare che sia nata da un gruppo di ronin, samurai senza padrone, che verso fine ottocento cominciarono a usare la forza per imporre il loro potere in alcuni villaggi. Col tempo, credo che sia diventata una setta di pseudo-satanisti, o roba simile, dediti più che altro a orge e violenze sessuali. Hanno, credo, il loro quartier generale nel nord del Giappone.” “Va bene, ma allora perché mi hai detto di parlare piano, di non...” “Giorgio, ma perché vuoi andare a guardare il lato oscuro delle cose? Perché vuoi alimentare il contrasto che c’é in te?” “Non fare il guru con me, Franci” “Ma no, solo che non volevo tirar fuori storie nere, per non parlar male del Giappone di fronte alla tua ragazza.” Poi, rivolgendosi a Sanae: “Sei la sua ragazza, vero?” 144


Ma Sanae dribbla la domanda guardando un grande vassoio di ardesia ripieno di palline di zucchero colorate: “Posso prendere una caramella?” Franci sorride, guardandomi. “Stai sereno, e non pensare alle sette. Anche perché sono le otto e mezza!” e ride, compiaciuto della sua battuta. E poi aggiunge: “Vieni a fare un po’ di movimento, piuttosto... Lasciami il tuo cellulare, che ti chiamo se c’è qualche iniziativa interessante. Oppure chiedi al nostro caro Jean Marino. Lui viene ad allenarsi. Lo vedi sempre, no?” “Sì, certo. Siamo anche stati in vacanza insieme.” Salutiamo Franci, usciamo e decidiamo di cenare fuori. No, niente sushi, per carità. Piuttosto andiamo da Sa Pesta. “No, Sa Pesta è un posto pericoloso, Norio potrebbe. Norio, dove sarà?” mi chiede Sanae. “Non ci voglio pensare, almeno per un’ora, andiamo alle Cantine Squarciafico”. sabato 25 maggio, ore 20.37 Ci sediamo. Il mio cellulare squilla proprio mentre Sanae è in bagno. “Giorgio, sono Franci. Sei solo?” “Sì” “Posso parlare?” “Sì” “Quella cosa che mi hai chiesto. Beh, ho delle cose da dirti.” “Perché non me le hai dette, prima?” “Non mi fido della ragazza.” “Ma lei è... no, guarda, lei è fidata, fidatissima.” “Giorgio, stai attento. Mi ha stupito il fatto che fosse giapponese. Quei signori di cui tu vuoi sapere sono ben presenti anche in Europa. E in Italia. A Genova, in particolare. Qui si fanno chiamare anche gli Oscuratori del Sole.... ma è meglio se non vai in giro a fare domande. ” “Ma tu sai chi sono?” 145


“No, è una società segreta, ma molto pericolosa, Giorgio. Non ti immagini. ” “Mi immagino, mi immagino. ” “Comunque ho sentito dire che reclutano gente attraverso internet, ma non con il loro nome, ovviamente. Attraverso siticivetta, roba porno, ma sul forte, credo. Non ne so molto, non mi interessa, quella roba.” “Ma possibile, che tu in tanti anni non abbia mai sentito di qualcuno. ” “Mah, ho sentito dire di uno che era un loro adepto, socio, mah, non so neanch’io.... Era un tale. Come cavolo si chiamava. Non mi ricordo. Comunque è morto in un incidente. Era uno che aveva un’officina nel ponente, a Voltri, mi sembra... Repetto, ecco, sì, Repetto, si chiamava.” “E l’officina?” “Era un’autorizzata Subaru, se non ricordo male. O Daewoo. mah, non saprei.” “Grazie, Franci.” “Giorgio, non fare cazzate. E chiamami se hai bisogno, ma non avrai bisogno, vero?” “Forse”. sabato 25 maggio, ore 21.03 A Castelletto il tramonto ha ultimato i suoi fuochi d’artificio. Il notaio Giangiacomo Mascheroni è lì, proprio sull’angolo della Spianata, dove comincia via Crosa di Vergagni, e guarda il panorama. Jackie scende come ogni sera a buttare la spazzatura. Attraversa la strada e raggiunge il cassone dell’immondizia, poi ritorna sui suoi passi, verso il portone. Proprio quando sta per entrare, il notaio si muove rapido verso di lei, con una mano in 146


tasca. E’ vestito elegantemente, con un vestito di lino beige, una camicia azzurra e una vistosa cravatta di Finollo: un gustoso intreccio di nodi blu cobalto, arancione pallido e bordeaux. Quando sta per raggiungerla, arriva un’Alfa Romeo bianca, guidata da un poliziotto in divisa, con al fianco una signora bionda, carina, minuta e piccola di statura. La signora, sui trentacinque anni, scende rapida dalla macchina, e si avvicina a Jackie con modi spicci e decisi. “La signora Jaqueline Flanaghan?” “Si, chi... chi è lei?” “Sono il Sostituto Procuratore Annalisa Parodi. Questo è l’agente Altamura. Vuol farci salire, prego?” Il notaio ha fatto un rapido dietro-front e si è infilato nel chiosco dell’ascensore che sale da Portello. E’ sgusciato rapidamente nell’ascensore in partenza e si è dileguato. In casa c’è anche il Professore. “Signori, sono qui per annunciarvi che ho predisposto una pattuglia di scorta per tutelarvi. Purtroppo, per problemi tecnici, non posso garantirvi una scorta ventiquattr’ore su ventiquattro. Quindi vi chiedo di seguire le mie indicazioni. Innanzitutto domattina né voi, né il Signor Castellani o la signorina Tzukota potrete andare al funerale del Professor Vieri. Abbiamo ricevuto ulteriori informazioni dal Giappone, per quanto sia complicatissimo, come potete immaginare. Abbiamo ragione di credere che la setta Chicara Kuci abbia degli affiliati in Liguria, anche se non abbiamo nessuna conferma. La setta ci è stata segnalata come codice 32, che significa massimo livello di pericolosità. Ora, il commissario Bertelli mi ha informato di tutta la vostra faccenda, e devo dire che la Polizia, e anche voi, avete avuto un buon esito, anche se, secondo il mio parere, avete fatto troppo chiasso, avete preso troppe iniziative. Comunque vi è andata bene. Ma succede una volta sola. Non 147


riprovateci. Lei, poi, signora Flanaghan, mi scusi se glielo ricordo, ma se non sbaglio ha già avuto una brutta esperienza. Quel tal Norio Takeda ha una fedina penale che pesa come un macigno, e si lascia dietro ovunque una scia di sangue. Mi ha capito, Professore? Non creda che il suo passato ...poco onesto la legittimi a fare altre cose fuori della legge. E poi... non creda che non si possa riaprire la faccenda dei fatti di Rapallo... E lei... insomma, potrebbe essere indiziato per l’omicidio di Carlo Belloni. Non le farebbe bene avere un’altro processo, credo... Non le pare? Non mi costringa ad agire contro di lei per proteggerla. Da domani la casa sarà piantonata. Non allontanatevi e non commettete nessuna imprudenza. Chiudetevi sempre dentro.” Poi, rivolgendosi all’agente: “Altamura, per favore, controlli le finestre.” La casa risulta sicura, ad eccezione della cucina, che guarda sul palazzo a fianco. Allora, persiane sempre abbassate e luce spenta in cucina. Non uscire sui balconi. E recuperi per favore il Castellani e la Tzukota, che non riusciamo a trovare, e dica loro di trovarsi qui domattina alle nove, per avere istruzioni. Mi raccomando, nien te funerale, se non ne volete vedere altri.” sabato 25 maggio, ore 21.18 Castellani e la Tsukota, (che poi saremmo noi) intanto hanno finito di cenare; Sanae è stanca; da quando è stata rapita, porta dentro tensione a livelli massimi; di quel che ha visto nella casa bunker di Calvi non ne vuol parlare; mi ha parlato di strumenti di tortura sessuale, che non ha voluto descrivere, ed era ben conscia che quelle orribili cose, se non fosse stata liberata, sarebbero state usate su di lei; era solo questione di qualche ora. “Myeko (mi 148


ha detto qualche giorno fa) era sempre più eccitata, quando mi parlava; continuava a dire “non so se riuscirò a fermare Norio”, ma in realtà era la sua libidine pervertita, che non riusciva a trattenere.” Ha aggiunto poi: “Una volta, mi hanno fatto assistere ai loro giuochi sessuali; quella stanza dove ero chiusa, era piena di monitor, che proiettavano i loro corpi avvinghiati, macchiati dal sangue delle ferite che si erano fatti l’un l’altra nell’eccitazione; il sonoro poi era altissimo; non son riuscita a stare fuori con la mente; quello che ho visto mi ha fatto passare per sempre la voglia di fare l’amore.” E quando diceva così io la coccolavo con dolcezza, le carezzavo la testa e il viso, come fosse una bimba piccola. Certe volte, e ci riesco anche abbastanza bene, cercavo di fare lo scemo, il pagliaccio, per farla ridere un po’. Quando, nel film, a Jessica, chie dono come mai sia la fidanzata di Roger Rabbit, che è un coniglio, lei risponde “Perché mi fa ridere”, e io speravo che il miracolo della risata potesse avere effetto su Sanae. Lei certe volte sorrideva, certe volte mi guardava, scuoteva la testa e si chiudeva ancor più nel silenzio. “Non me la sento (dice stasera) di dormire sola a casa mia, stanotte” io la guardo speranzoso, ma lei continua “Telefono a Jackie, che mi ha offerto ospitalità, fin da quando siamo tornati”. Telefona a Jackie che le dice: “Prendi un taxi, vieni subito, passami Giorgio”. A me, Jackie, dice che il telefono è controllato, che è venuta la Polizia, che vogliono parlare con me e Sanae, che è meglio che stiamo tutti attenti, e che c’è un poliziotto sempre di guardia sotto casa sua. Aggiunge che se non vengo anch’io a dormire da loro, che tanto la casa è grande, lei e il Prof non mi rivolgeranno più la parola. Rispondo che accetto con piacere, che devo fare un favore ad un amico, e, appena fini to, verrò anch’io da loro. Lesto metto giù; poi 149


chiamo un taxi per Sanae. Mi restano poco meno di due ore prima dell’appuntamento con Gy, ma non ho voglia di seguire Sanae a casa di Jackie: poi dovrei ritornare qui, nel centro storico, e quindi tanto vale che ci resti. Mi aggiro nei vicoli rimpiangendo l’umore con cui li percorrevo da studente, nelle primavere da universitario, col cuore leggero e a caccia di avventure: a quei tempi, piazza San Lorenzo, piazza Matteotti, piazza Campetto, erano un caotico guazzabuglio di macchine in cerca di parcheggio. Oggi sono luoghi bellissimi, dove anche per me sarebbe bello passeggiare se non fosse per il peso di tutta questa situazione infernale. Penso con rammarico che potrei essere in giro con Sanae, spensierato, magari a bere dell’assenzio in vico Lepre, o a sorseggiare qualche cocktail alla Madeleine o in piazza delle Erbe, che è la più bella e la più parigina di tutti i caruggi. E invece mi avventuro angosciato tra questi edifici millennari, tra queste chiese vetuste, e le meraviglie di San Matteo, della Maddalena, delle Vigne mi sembrano solo incombenti muri di pietra, simboli di un peso che mi schiaccia. Non sono un gran credente e penso che, se mi dovessi confessare, qualche prete potrebbe anche darmi centocinquanta rosari come penitenza, ma comunque ad ogni chiesa mi fermo un attimo, e dal profondo mi esce qualche cosa che potrebbe quasi sembrare una preghiera. Dalla Maddalena arrivo a via del Campo, e qui (è inevitabile) mi tornano in mente le parole di De André, ma non quelle dell’omonima canzone, mi vengono in mente quelle che da sempre mi piacciono di più, e che adesso, non so bene perché, mi sembrano così adatte: Evaporato in una nuvola rossa/in una delle molte feritoie della notte/con un bisogno d’attenzione e d’amore... E canticchiando (ma solo nella mia testa) arrivo fino a San Giovanni di Pré; mi fermo a bere un caffè e poi risalgo verso la Nunziata, e come un barbone mi siedo 150


sulle scale, sotto l’enorme colonnato. Finalmente si son fatte le undici: vado a prendere la mia macchina, che ho posteggiato all’expò mi sembra dieci anni fa. Si mette in moto alla prima, e mi avvio per corso Aurelio Saffi, giro a sinistra su per Via Corsica, poi scendo verso il centro da via Fieschi, e in un attimo sono in piazza Matteotti. Come mi aspettavo, di Gy nessuna traccia. sabato 25 maggio, ore 23.07 Mentre sono lì che aspetto, alzo lo sguardo sul commissariato di Polizia che è lì in piazza, al primo piano del palazzo moderno di fronte a Palazzo Ducale. C’è un poliziotto alla finestra, sta guardando giù, mi vede, mi saluta. Io non so chi sia, ma rendo il saluto. Passa ancora qualche minuto e un poliziotto giovane esce dal portone, si dirige verso di me. “Il tenente la vuol vedere (dice) mi segua per favore”. In altri momenti della mia vita mi sarei spaventato per una cosa del genere; ma, dopo tutto quello che è successo, seguo docilmente il poliziotto su per le scale; mi fanno aspettare nel piccolo atrio, poi il poliziotto che mi ha fatto strada compare alla porta e mi chiama: “Mi segua, prego”. Piccolo ufficio di Polizia, anche qui, come a Calvi, alla parete un poster “Guns&Pistols”, un appendiabiti con dei cappelli da poliziotto, odore di fumo di sigarette nell’aria, una scrivania di legno malandata. “Giorgio, ma, non mi hai riconosciuto, vedo” Il poliziotto si alza in piedi, mi viene incontro: “Andrea (dico io) vecchio pirata, che ci fai qui?” E attacchiamo subito a parlare di quando avevamo vent’anni e andavamo sempre al mare a Mulinetti; arrivati là, ci dividevamo 151


in due squadre: i pirati e i marines; Andrea ed io eravamo pirati. Facevamo spesso lo stesso gioco; i pirati prendevano possesso di un grosso scoglio, i marines, a bordo di un vecchissimo, rattoppato, canotto, che avevamo battezzato “Okinawa III”, andavano all’assalto dello scoglio. Seguiva una rissa gigantesca, accompagnata sempre da urli, corpi che cadevano in acqua, spruzzi, bestemmie di quelli caduti sugli scogli, urla di chi si era graffiato le mani con le conchigliette delle quali il malefico scoglio era pieno. Più di una volta, il gestore dei bagni lì vicino ci aveva cacciato per il casino che facevamo; lui ci faceva la paternale: “Alla vostra età io lavoravo da 5 anni….. non vi vergognate ?”. Non ci vergognavamo per niente, e continuiamo a rievocare; intanto butto uno sguardo alla finestra e vedo che Gy è arrivato e si guarda furtivo intorno. sabato 25 maggio, ore 23.36 “Andrea, scusa, devo scappare” “E te ne vai con quel tipo ? (Andrea ha colto il mio sguardo alla finestra) “Non è come pensi tu (rispondo) è una storia lunga….” “Sai cosa facciamo? (dice Andrea), io qui sono di guardia fino all’una, poi smonto, tu mi vieni a prendere e ci andiamo a bere una birra; vecchio pirata, non puoi rifiutarmela” “Mi sta bene, ci vediamo qua sotto all’una” Gy, che mi vede uscire dal portone della Polizia accenna uno scappo, ma lo rassicuro subito: “Ci lavora un mio amico, non ti preoccupare” “Amico o non amico (fa lui con faccia da duro) resta un infame” “Ma piantala ….. andiamo.” Corso Europa sembra più lunga del solito, con Gy accanto che sta zitto, imbronciato e pasticcia sull’autoradio cambiando continuamente stazione, ma lo lascio fare, e sto zitto anch’io, guidando.

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sabato 25 maggio, ore 23.54 Dopo la strettoia di Nervi, coi palazzi improvvisamente vicini e incombenti, trovo miracolosamente posto vicino al “Nascosto” , “Vieni anche tu” mi dice Gy e lo seguo. Il padrone si fa sulla porta “Siete di famiglia?” chiede, Gy risponde “No, cerco Viola”. “Che peccato, due bei ragazzi come voi, vabbè, lasciamo perdere, accomodatevi, Viola passa di qui più o meno a quest’ora tutte le sere. Ci fa sedere ad un tavolo e si allontana canticchiando: “Rumba, ruuumba, più lo tiri più si allunga!” poi si volta: “Cosa bevete?”, “Due birre”. Simone, cioè il padrone, si avvicina al tavolo coi bicchieri in mano “Eccovi la sbirra, offre la casa” e si allontana ridacchiando. L’ambiente è tranquillo, ancora non si balla, qui. I clienti, tutti anagraficamente maschi, chiacchierano bevendo ai tavoli, musica lounge. domenica 26 maggio, ore 00.11 Quando, dopo un quarto d’ora circa, entra Viola, capisco perché lo chiamano così. Un uomo sui quaranta, atletico, dall’aria sveglia, i capelli scuri e lunghi, tranne una meche viola che gli pende dal ciuffo alla Fabrizio de Andrè. “Senti Gy (dice Viola), vieni fuori che non trovo parcheggio; uno stronzo ha messo la macchina dove io metto sempre il mio furgone”. Usciamo e lo stronzo naturalmente sono io; sposto la macchina, Viola parcheggia, Gy sale con lui sul furgone per i loro traffici ed io noto all’improvviso un adesivo sul lunotto posteriore del furgone: “REPETTO Concessionaria Subaru”. Quando hanno finito, Viola scende e ci salutiamo; mi viene l’ispirazione del principiante e domando: “Bel furgone, vorrei comprarne uno anch’io, ti han trattato bene dove lo hai comprato?” 153


Viola mi guarda improvvisamente duro “Checcazzo vuoi ? (poi si ferma) Scusa, tu non c’entri, sì, mi han trattato bene, Repetto era un mio mezzo amico, ed anche mio cliente, e parlandone da vivo, Repetto tirava più bonza di Gy e me messi assieme. Ma adesso è morto, ha fatto una brutta fine”. “Cidenti, (dico io) non sapevo...” “Mah... (fa Viola) sui giornali hanno detto che Repetto era stato vittima di un incidente stradale, ma nei vicoli, nell’ambiente dei tossici, nel giro insomma, si raccontava di un poliziotto ubriaco che, una sera, in un locale del centro storico, avrebbe raccontato, per cercare di buttar fuori tutto quell’orrore, che Repetto era stato torturato a morte. Cose da brividi, lasciamo perdere. Beh, io me ne vado, saludos” Gy gli risponde “Y besos” e Viola ride. “Ciao ciao”. Strada di ritorno con Gy che non sta nella pelle e vorrebbe correre come Schumacher, ma corri verso la tua morte, penso mentre lo saluto in Via XX settembre; posteggio di nuovo all’Expo’ e vado a trovare l’amico poliziotto. Una birra tira l’altra e rinvanghiamo passato, presente e futuro; ad un certo punto della nottata, forse per la tequila bum bum che siamo passati a bere dopo la birra, non mi trattengo, e gli chiedo di Repetto. Lui, anche se ubriaco come me, resta sempre un po’ poliziotto e mi domanda perché mi interessa quella bruttissima storia. Rispondo raccontando mezze verità, tralasciando sulla questione dello spaccio. Siamo seduti al tavolo e Andrea avvicina la testa alla mia, mi parla quasi all’orecchio con voce bassa e un po’ strascicata per via della tequila: “L’assassino o gli assassini di Repetto non li abbiamo ancora presi; per questo abbiamo preferito per ora non parlare di come è morto; abbiamo solo detto che si trattava di pirati della stra 154


da, che son scappati dopo averlo investito. La verità è che Repetto è stato torturato con un coltello arroventato (io impallidisco), un aikuchi, con il quale gli hanno asportato i testicoli: prima uno, e poi l’altro, poi un occhio, un dito e così via.” “ma...cosa? con che cosa gli hanno?” chiedo, deglutendo a fatica “I coltelli jap da combattimento si chiamano in genere Tanto, e sono lunghi al massimo 30 cm. Possono essere con la guardia (una piccola tsuba) e allora si chiamano Hamidashi oppure senza guardia e un po’ più piccoli e si chiamano Aikuchi. La cosa è durata a lungo, finché a Repetto non è venuto un infarto che lo ha salvato dalla sofferenza. Non aveva perso sangue, essendo l’Aikuchi rovente, tagliava e cauterizzava nello stesso tempo”. Oddio mi sento male, e non è la tequila che mi fa girar la testa come un derviscio. domenica 26 maggio, ore 01.19 Saluto Andrea, che va a casa. Tornando su dall’Expo passo in Canneto il Lungo e vedo le luci accese in casa di Jean Marino. Salgo e lo aggiorno su tutta la faccenda: Jackie e il Prof sorvegliati speciali, le rivelazioni di Franci, la setta, Repetto e la sua morte terribile. Dovrei vomitare, probabilmente, per tutta la tequila che mi zavorra i visceri, ma la tensione e la paura mi fanno magicamente metabolizzare tutto. Jean mi caccia via, perché deve andare a fare un favore a qualcuno che ha un computer fuori uso. Servizio notturno. Lui non è stato messo sotto controllo dalla Polizia. Forse perché in effetti la sua faccia i delinquenti non l’hanno mai vista, neanche Norio, quando gli ha sparato, l’ha visto in faccia, per via del casco. Cosicché di tutto il gruppo lui è rimasto l’unico che ha una certa 155


libertà di movimenti, se si esclude Raffo che però da Milano è partito per località sconosciuta. “Voglio sparire per un po’, finché non si son calmate le acque”, ha detto. Ripercorro Canneto il lungo, e non salgo a casa mia, anche se la voglia ci sarebbe. Almeno per scaricare la posta dal computer, sentire i messaggi nella segreteria telefonica. Ma lascio stare: il rischio è troppo. Torno al parcheggio e metto in moto, poi mi accorgo che Sanae ha dimenticato il suo zainetto invicta in macchina. Ma la ragazza è fidata? Mi tornano in mente le parole di Franci. Mi faccio schifo, ma frugo nella borsa. Frugo con una libidine irrazionale, e se è vero che la borsetta è un simbolo dell’organo femminile, si può ben capire perché. A parte un notevole profumo di vetiver, che mi piace moltissimo, dallo zainetto non esce molto altro. Una felpa grigia, un portafoglio senza documenti (probabilmente questo è solo un portamonete, il portafoglio vero ce l’ha con sè), un libretto di appunti, (ma è tutta roba dell’università), un astuccio con roba di cancelleria, tra cui una bellissima penna giapponese che si illumina mentre scrivi, le chiavi di casa. Lo faccio? (mi chiedo). Ci faccio un salto, a casa di Sanae? Ma sì, dai, tanto ormai per me l’illecito è all’ordine del giorno, perché farsi tanti scrupoli? Lei sta in un piccolo appartamento in affitto in Piazza di Santa Maria in via Lata. Non ci sono mai stato, ma so dov’è, perché lei me l’ha spiegato più volte. E’ di fronte a un’antica villa un po’ misteriosa, che sembra quasi abbandonata. Vado a piedi, salgo da Salita San Leonardo, e arrivo in questa bellissima piazzetta che sembra quasi privata, se non fosse per la montagna di macchine parcheggiate ovunque. E’ già passata l’una di notte, e la piazza è deserta. 156


domenica 26 maggio, ore 01.42 Nel citofono c’è solo la sigla S.T. Suono, prima di entrare, non si sa mai. Nessuna risposta. Mi infilo nel portone quatto quatto e salgo a piedi fino al terzo piano. Entro, l’appartamentino è grazioso, pulito, con un sacco di cose giapponesi: libri, videocassette. Mi infilo in camera da letto, dove c’è una piccola scrivania con un Macintosh. Accendo il computer, ma è tutto in giapponese. Che sballo, non si capisce niente di niente. No, c’è anche della roba in italiano, ma è tutta roba di storia dell’arte. Spengo e frugo nei cassetti. Cosa direbbe lei? Si incazzerebbe, sicuramente. C’è una scatola di fotografie, e memore di quella famosa foto che mi tortura dall’inizio della faccenda, le faccio passare tutte. Ad un certo punto il cuore mi sale in gola. Ma cosa dico, in gola.... di più, in bocca, tanto che quasi quasi lo sputo. Tra le foto c’ n’è una, una che guardo con gli occhi fuori dalle orbite. Ritrae una vecchia signora giapponese, che conosco molto bene. La foto è vecchia, e la signora è molto più giovane di quando l’ho vista nuotare in piscina. Indossa un costume tradizionale giapponese. Perché? Perché? Perché questa foto è qui? Cosa ci fa, questa foto, qui? Ma allora, la vecchia Myeko e Sanae si conoscevano? La giro. Ci sono scritte delle cose in giapponese, niente da fare. Forse la foto fa parte delle indagini che conducevano Sanae e il professor Vieri, ma a me sembra molto più vecchia. Pare un ricordo, con dedica, sembrerebbe. Ripongo tutto con ordine. Cerco ancora un po’ ma trovo solo roba che riguarda la storia dell’arte. Esco dall’appartamento, richiudo e appena richiuso sento dei passi salire per le scale. Salgo in punta di piedi al piano superiore e aspetto. Rimango immobile nel buio mentre sento scassinare con molta discrezione la porta di Sanae. Non oso guardare, ma ascoltando direi che sono in due. Stanno dentro quasi un’ora, e si sono fatte le tre di notte. 157


domenica 26 maggio, ore 03.01 Li lascio uscire senza muovermi, senza respirare, ma quando sono fuori dal portone rientro in casa, tanto la porta è ormai aperta, e dalla finestra che da sulla piazza vedo due sconosciuti che salgono su una Subaru Legacy Station Wagon metallizzata. La targa non riesco a vederla. Però l’adesivo sì: Repetto. Adesso sono veramente a pezzi. Chiamo un taxi e mi faccio portare a Castelletto. Mi apre il Professore: “Alla buon’ora!” (dice, incazzato, o forse preoccupato). domenica 26 maggio, ore 11.43 Mi sveglio tardi, tardissimo, poco prima di mezzogiorno, e mi lasciano dormire, evidentemente perché mi hanno visto rientrare ad ore antelucane con la faccia stravolta. Sarà per il mistero della foto di Myeko, per il racconto della morte orrenda di Repetto, per Norio Takeda ancora latitante, fatto sta che ho passato una notte da incubo. Ho sognato di essere a Tokio. Almeno, credo che fosse Tokio, e io vagavo senza meta per strade senza nome, poi finivo in un locale enorme, di proporzioni smisurate, illuminato da centinaia e centinaia di candele e di fiaccole sistemate sulle pareti altissime. Nel locale, che aveva la stessa atmosfera che si vede in certi film quando ci sono lotte tra galli, oppure tra cani, delle donne giapponesi lottavano tra loro all’ultimo sangue, e alla fine si divoravano facendosi a brandelli. Intorno, centinaia di uomini e bambini urlanti scommettevano sull’esito delle competizioni, che si succedevano a ritmo impressionante. Alla fine alcune parti del corpo delle donne smembrate venivano date da mangiare a dei cani randagi. L’incubo ha raggiunto il culmine quando ho visto che una delle contendenti era Sanae. E lì il mio inconscio non 158


ha più retto, ho dovuto svegliarmi. Ero in un bagno di sudore. La realtà, per quanto terribile, in questo periodo, mi è sembrata un paradiso. Mi sono svegliato, sono andato in cucina a bere e passando in anticamera ho visto dalla porta socchiusa Sanae che dormiva. Anche il suo sonno era agitato, e di nuovo l’ho sentita parlare in giapponese nel sonno, e l’ho vista girarsi nel letto, inquieta. Una ruga di tristezza le increspava la fronte. Sono rimasto un po’ nella penombra a guardarla e ho provato di nuovo un senso di estremo affetto, di grande desiderio di stringerla, di abbracciarla, di chiederle finalmente di raccontarmi il suo passato, di quella foto. Forse è gelosia, forse è la voglia di liberarla da un ricordo che non riesco a comprendere. Un ricordo lieto, un ricordo angoscioso? Chi può dirlo? Lei è sempre un enigma, come quella foto. Quella foto che è comparsa già due volte nella mia vita, una volta in un dossier di quadri, un’altra volta sulla scrivania di un poliziotto corso, una foto a cui non so dare nessuna spiegazione. Forse è solo una foto innocente, un bagno su una spiaggia deserta tra amici. Rimpiango di non averla osservata meglio. Non ricordo di preciso la sua espressione. Era compiaciuta? era imbarazzata? era angosciata? Non ricordo. Alle cinque della sera mi sveglio e la osservo mentre gira per la casa. “Cos’hai da guardarmi?” mi chiede. Vorrei capire chi sei, come sei, cosa pensi, come hai vissuto prima di incontrarmi. Sì, anche quanti uomini hai avuto, se da bambina sei stata felice, se hai nostalgia per il Giappone, se potrai mai più essere spensierata e allegra come tante altre donne di trent’anni, che sono nel pieno della vita, che fanno una vita normale, serena. Ma ovviamente sono tutte cose che penso, senza chiedere. “Mi guardi come se cercassi di vedere in me qualcosa che non c’è” Mi dice. “Come fai a sapere che non c’è, se non sai cosa cerco di vedere? (le rispondo) mah, non so... il fatto è che massì, dai, l’hai capito. Sono innamorato, 159


innamoratissimo di te, e come tutti gli innamorati sono curioso, e sono anche in apprensione per te. Voglio... ” Ma lei si avvicina e mi chiude la bocca con un bacio. “ In Italia ho imparato un proverbio che dice che l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re.” e sorride. “Sembra un proverbio giapponese” dice. Ma io continuo a non capire niente. Neanche se le piaccio. Sì, un po’ le piaccio, ma quanto? E’ già ora di cena. Jackie ordina delle pizze, poi si passa la serata guardando un po’ di tv, ma dopo aver visto la faccia da scroto di Emilio Fede, un po’ di culi di ballerine idiote, un po’ di quiz in cui la domanda più difficile è come si chiamava Garibaldi di cognome, sei programmi di calcio, un’ennesima invettiva del Presidente del Consiglio che si scaglia contro tutti, contro i comunisti, contro i pacifisti, contro gli ambientalisti, contro i centri sociali, contro i giudici, contro gli islamici, contro quella parte di europei che non leccano il culo all’America, contro quelli che non vorrebbero condoni edilizi, condoni fiscali, insomma condoni e gondoni praticamente contro tutti, decido per un’altro bicchiere da cucina di Glen Grant, e poi mi ritiro a letto, a leggere qualche pagina di “Teatro dell’assurdo”, un libro che Jackie ha lasciato su un tavolino, e il cui titolo mi sembra lo specchio della mia vita, adesso: “Un giorno dirai a te stesso, Sono stanco, vado a sedermi, e andrai a sederti. Poi dirai a te stesso, Ho fame, ora mi alzo e mi preparo da mangiare. Ma non ti alzerai. Dirai a te stesso, Ho fatto male a sedermi ” poi le palpebre diventano di piombo e mi addormento. lunedì 27 maggio, ore 06.58 Jean Marino si sveglia di buon mattino, fa le sue solite cento flessioni sulle braccia e esce. Passa da un suo amico che fa lo 160


spedizioniere e si fa prestare una Porshe, poi parte. Destinazione: Voltri. Arriva alla concessionaria Repetto che ha appena aperto, c’è solo la segretaria. Si informa un po’: i prezzi dell’usato, del nuovo, l’assistenza. Poi passa a domande più difficili, tecniche. “Forse è meglio se aspetta il signor Bottino” (dice la ragazza) “Bottino? Ma il titolare non si chiama Repetto?” “Una volta. Adesso c’è il signor Bottino.” “E quando arriva?” “Dovrebbe essere già qui.” E proprio in quel momento, dal cancello, entra una Legacy Station Wagon metallizzata. “Eccolo, è lui.” Jean si è messo una canotta nera e si è legato i capelli in un codino. Porta occhiali a specchio e simula modi di fare spicci e duri, rappresentando bene il ruolo del malavitoso, del balordo. Bottino è veramente antipatico, la faccia da carogna o da approfittatore, non ti guarda mai in faccia quando parla. Ma Jean riesce a entrare un po’ in confidenza. Dice che gli piacciono le Subaru perché ama il Giappone. Fa qualche battuta sui ribaltabili, qualche allusione al sesso, ma solo così, en passant, ma tant’è che Bottino si convince in qualche modo che Jean è persona da rispettare. E’ tranquillo, si rilassa. Offre il caffè. “Diamoci del tu” dice. Jean regge bene il gioco “Mi piace, la tua macchina” dice. “e anche la tua segretaria”. Poi si parla di soldi. Jean dice che all’acquisto pagherà in contanti. Tutti sull’unghia.”Devo solo concludere un affare, prima”. Insomma, lascia intendere che ha in ballo qualcosa di grosso, strizza l’occhio, ma senza esagerare, in modo che tutto possa essere inteso implicitamente. Poi se ne va sgommando, e stando bene attento a non essere seguito.

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lunedì 27 maggio, ore 07.39 Quanto a me, ‘stanotte, al sicuro, vicino a Sanae, in casa di amici, con la Polizia alla porta, mi sono addormentato subito e mi sveglio presto, some velvet morning, without rain. Jackie è l’unica sveglia oltre a me, sono le sette e mezza del mattino; io, con addosso una t-shirt xxxl,che mi ha prestato il Prof, c’è scritto “don’t marry, be happy” e che mi fa da pigiama, adesso, in cucina, bevo il primo caffè della giornata guardando Genova. Cazzo, ma è possibile penso che in questa città così bella, chissà dove, ci sia gente come Norio, gente più perfida di ogni immaginazione. Ma quanto male esiste, mi domando e … “Giorgio, ma dove sei con la testa? (Jackie mi sorride e mi riempie di nuovo la tazza di caffè), ieri sera sei crollato come un ceppo, e stamani ti svegli presto, ma mi sa che stai ancora dormendo”. “Non dormo, sono preoccupato; finché questa storia non si conclude, noi tutti restiamo in pericolo, e la macchina della Polizia posteggiata qui sotto ce lo ricorda continuamente.” “Nench’io dormo molto (continua Jackie) e nemmeno di notte, di questi tempi. Piuttosto che stare a letto a rigirarmi, me ne vengo qui in cucina nella notte e leggo ascoltando la musica piano piano. Così piano che vi sento dormire tu e Sanae. Le porte delle vostre camere sono qui vicino. Tu hai dormito senza mai muoverti; Sanae invece non fa che voltarsi nel letto la notte; e parla.” “Cos’ha detto ? cos’ha detto stanotte, dimmelo, per favore”. Jackie scuote un po’ la testa “Tanto è una roba che mi preoccupa. Quando lei parlava nel sonno, prima non capivo bene, credo che parlasse giapponese, poi, da un certo punto della notte in avanti, non ha fatto che ripetere sempre lo 162


stesso nome” “Quale nome, Jackie ?” “Non ha fatto che ripetere il nome di Myeco. E piangeva, ad un certo punto; ho cercato di svegliarla, ma lei si è girata di là e si è come assopita di più, ha smesso di parlare, non l’ho più sentita”. Non posso dire a Jackie che ho perquisito la casa di Sanae e ho visto la foto di Myeco. Non posso, oppure posso, devo dirlo, e non solo a Jackie. “Che faccia preoccupata hai, Giorgio. E’ così che mi dai il buon giorno?” Sanae è in piedi vicino alla porta della cucina. E’ arrivata silenziosamente, mentre noi parlavamo. Avrà sentito ? Sembra di no, sorride, le verso un caffè. Poco dopo arriva anche il Prof. “Ma qui non si può dormire, col casino che fate!” Ma sorride: “Siete più mattinieri dei campagnoli; ci sarebbe un caffè anche per me ?” E restiamo un po’ qui a parlare, è un momento magico, sento come se tutto fosse sospeso, siamo fuori dal tempo, finché restiamo qui, protetti, in questa cucina. lunedì 27 maggio, ore 08.10 Scendo a comprare focaccia per tutti e incontro il poliziotto nel portone, lo saluto “Buongiorno, io sono ..” dico, ma lui mi interrompe: “Lo so, lei è Castellani, e adesso siete tutti a casa. Altamura, il mio collega, è smontato da poco, ha fatto la notte; io sono Panunzio e vi seguo fino alle 13, poi arriverà un altro collega”. “Stavo andando a prendere la focaccia qui vicino, viene con me ?” gli domando. “Lei non può uscire, dovrebbe saperlo...” “Guardi, vado qui, dietro l’angolo, c’è la panetteria... mi accompagni, casomai...” 163


“Non posso. Comunque, vada, ma stia attento. E... se me ne porta una striscia mi fa un favore; ero di fretta, stamani, e non ho fatto colazione.” E’ ancora presto e per strada non c’è molta gente; non c’è nemmeno la coda dal panettiere. Ma c’è invece il notaio Giangiacomo Mascheroni ; è qui da ieri sera, ha posteggiato la sua enorme Volvo station wagon, e si è sdraiato nel bagagliaio; sta giù basso, nascosto dal coperchio dei bagagli semiaperto e, con uno specchietto che ha attaccato col ciunga a mo’ di periscopio, tiene d’occhio il portone di Jackie. Mi vede uscire e l’occhio gli brilla; ha visto il poliziotto di guardia e sa che la situazione non è favorevole, ma, improvvisamente, gli viene un’idea luminosa, e sul suo viso cattivo si disegna un sorriso. Lentamente esce dal bagagliaio nella strada deserta, fa il giro attorno alla macchina; il poliziotto all’interno del portone non lo può vedere. Sale in macchina, accende il motore e si avvicina al negozio del panettiere dove io sto comprando una dose industriale di focaccia. Ha una cerbottana con dei piccoli dardi al curaro. Ha imparato a servirsi di questo mezzo micidiale e silenzioso nei suoi lunghi soggiorni a Hokkaido. Sa bene che io sono una preda di Norio in persona, che è lui che si vuole occupare della mia esecuzione, ma pensa che facendomi fuori potrebbe salire in classifica agli occhi del suo squallido maestro. Parcheggia sul marciapiede, al lato opposto della strada, fa scendere il finestrino e aspetta. lunedì 27 maggio, ore 08.14 Io sto pagando, ignaro, e intanto mi sono già infilato in bocca un pezzo di focaccia. Lui prende la mira ed è pronto a far partire il dardo proprio quando io sono in procinto di uscire. Ma proprio 164


in quel momento passa una macchina, la sua concentrazione per un attimo si perde. Quando la macchina è passata riprende la mira, e spara proprio mentre la signora Maria Parodi, di anni sessantaquattro, attraversa lo specchio della porta del panettiere. Tutto quello che vedo è una signora che si accascia ai miei piedi emettendo un lieve gemito. Io penso ad un malore, mi chino ad aiutarla, insieme al panettiere e ad un’altro cliente nel negozio. Quando ci rendiamo conto che la signora ha una freccia piantata nel collo, la Volvo station wagon verde è sta già bruciando lo stop e si dilegua in corso Carbonara. La signora Parodi muore prima dell’arrivo dell’ambulanza. lunedì 27 maggio, ore 08.43 Dopo l’arrivo della Polizia, un po’ di domande, e le generalità, rientro, per l’ennesima volta sotto chock, e con una pena infinita per quella povera crista, morta per colpa mia, in un certo senso, anche se non potevo sapere, non potevo immaginare.... In casa, Jackie e gli altri sono in paranoia perchè sentono arrivare le sirene. Panuzio, nel portone, presagisce il casino e si preoccupa moltissimo anche lui. Sa che lo sospenderanno per avermi lasciato uscire. Suona il mio cellulare. “Come procedono le cose a Genova?” E’ Raffo, che chiama da località sconosciuta. “Raffo! come stai?” “Beh, potrei stare meglio nella mia Milano, comunque me la cavo. Senti, Giorgio, ho chiamato il commissario Bertelli. Mi ha detto che i tempi sono maturi. L’operazione MoSca sta scattando in tutta Europa. Da domani scoppierà un casino da fantascienza. Preparatevi. Sono previsti un centinaio di arresti. Il gallerista di Berlino è già in gattabuia, e mi ha detto Bertelli che anche sul tuo capoccione, De Rieti, sta cadendo la mannaia. Lo stronzo ha fatto 165


un po’ di telefonate che lo incastrano. Le ha fatte da casa della sua amante, una biondina di Roma, sperando di essere al sicuro, ma la troietta aveva il telefono sotto controllo. Però il ministro si salverà il culo; per lui non c’è niente da fare. Non esistono prove, e anche quelle prove che c’erano su quel famoso cd, lui le farà ricadere su alcuni funzionari del Ministero. Cosa vuoi, i pesci grossi si salvano sempre il culo, anche se non è detta l’ultima parola.” “Raffo, qui la situazione sta peggiorando, anche se la Polizia ci protegge. Meno di tre minuti fa hanno ammazzato una povera signora che non c’entrava niente. Qualcuno voleva beccare me, ma hanno sbagliato mira. E poi ci sono delle novità, anche se per telefono...” “Non dire niente. Vengo a Genova oggi stesso” “Raffo, mi raccomando... questi hanno intenzione di sterminarci uno a uno. E tu non sei certo in fondo alla lista...” “Tranquillo, tranquillo! Avrete presto mie notizie” Non so perché, ma l’arrivo di Raffo mi tranquillizza. La sua carica positiva e ottimistica è sempre un conforto, anche se le mie gambe non smettono di tremare. Per un’attimo penso che potrei anche non rientrare a casa di Jackie, ma poi cambio idea. Meglio restare blindati. E c’è anche qualcun altro che non esce di casa: Norio Takeda, che continua a restare rifugiato a Boccadasse, in una casa insospettabile. Così la giornata trascorre tranquilla, almeno in apparenza. lunedì 27 maggio, ore 09.32 Jean Marino, deciso più che mai a marcare stretto Bottino, suona alla porta di Flo, una prostituta che lavora nei vicoli e che conosce da anni. Flo lavora in proprio, in casa, ed è proprio molto 166


sexy, molto bella. Vuole bene a Jean perché una volta lui l’ha salvata da una situazione molto spiacevole. “Uè, rosso (lei lo chiama “rosso”, per via del colore dei capelli) non dirmi che dopo anni che ci conosciamo finalmente ti sei deciso a farti una ghianda con me? Però è un po’ presto, no?” “No, Flo, ma se ci stai ti faccio fare una marchettona.” “Basta che paghino, e che non siano luridi o vecchi... poi non ho problemi.” “La storia, però è un po’ particolare.” “Beh, allora dipende... quanto particolare?” “Tu devi venire con me in un posto. Devi portare anche quella tua amica...” “La Daisy?” “Sì, lei. Dovete far finta di essere impiegate, due qualunque. Poi devi farti uno, andando a casa sua. E mi devi raccontare tutto.” “ Ahhh-ha! Non sapevo che eri così porco!” “No, non sono porco. Questo è un losco. Mi interessa sapere dove sta, cosa fa, chi frequenta...” “Non mi metterai mica nei casini, eh?” “Se stai attenta e non fai domande vedrai che non succede niente.” “Ma chi mi paga?” “Io, pago io. Pago te e la tua amica, che deve far finta di essere la mia donna.” “E quando sarebbe il movimento?” “Stasera.” “Ci vediamo in piazza? A che ora?” “Alle dieci. Vestitevi in tiro, ma non troppo abbagasciate. Minigonne, reggicalze, ma niente roba troppo osé. Come due ragazze allegre e facili che si vogliono divertire.” “Tranquillo, lascia fare a me.” Jean, la sera prima ha seguito Bottino, e ha visto che lui si va a divertire al Dragon Bleu, a Camogli. Beve, gioca a carte, spaccia, e se può rimorchia qualche giarona, di quelle che di notte girano per i locali della riviera. 167


lunedì 27 maggio, ore 22.28 Così alle dieci e mezza Jean è a un tavolo del Dragon Bleu con Flo e Daisy, che si scolano tre Margarita. Alle undici, puntualmente, arriva Bottino. “E’ lui” (dice Jean a Flo) Ma rimane al tavolo, non saluta, non fa niente. Aspetta che sia Bottino a vederlo: “Ma guarda chi si vede...l’amico rosso!” “Cazzo ci fai, qui?” (Jean sembra sorpreso) “Io ci abito, qui.” “Allora paghi da bere, se sei il padrone di casa” dice Flo. Bottino sembra interessato, si siede al tavolo. Forse il pesce ha abboccato. Passano un’ora nel locale, si scolano un paio di altri margarita, due Tequila Bum Bum, famigliarizzano. Bottino allunga un po’ le mani. Flo ride, ci sta, ma senza esagerare. Gli dice: “Eh, amico, tieni le mani a posto, per chi mi hai preso?” poi Bottino, che si fa chiamare Dido, propone: “Perché non finiamo la serata a casa mia? La notte è ancora giovane, e io ho bisogno di tirare un po’ di bonza...” “E come si fa a dire di no alla signora?” (dice Flo, con gli occhi che brillano) Escono. Jean e Daisy sulla Porshe in prestito, Flo sulla Subaru di Bottino, che parte deciso e punta verso Genova. Non esce a Genova est. Non esce a Genova Ovest. Esce ad Arenzano, poi va a Cogoleto, poi sale verso Sciarborasca. Si ferma davanti a un villino isolato nella campagna. martedì 28 maggio, ore 01.15 La casa dentro è veramente oscena: divani leopardati, moquette nera, megaschermo dove Dido fa subito partire un film porno. Sul 168


tavolino di marmo nero l’animale prepara un po’ di strisce. “Questa non è quella che vendo, è roba per consumo personale.” Jean è un po’ riluttante, ma deve stare al gioco. Le ragazze non si fanno troppi scrupoli. La casa sembra tranquilla. Si chiacchiera, si sniffa, si beve. Jean vede appoggiati su un mobile un po’ di numeri di una curiosa rivi sta giapponese: Hokkaido Kiss. “Che roba è?” (chiede) “E’ il mio postal market” risponde Dido sghignazzando. E poi aggiunge: “Prenditene una copia, rosso. Vedrai che ci trovi roba interessante. Ce l’hai internet, vero?” “Si, ce l’ho, ma con i computer non vado d’accordo” risponde Jean. “Beh, vale la pena di visitare qualcuno degli indirizzi segnalati” Jean prende una copia. Alle due e mezza Jean si sgancia insieme a Daisy. “Devo portare la bimba a casa, sennò la sua mamma sta in pensiero” “Però tu resti, vero tesoro?” chiede Dido a Flo. “Si, però domattina devo andare in ufficio.” “Mi raccomando, trattamela bene!” dice Jean. E si tira dietro la porta con un po’ di preoccupazione. martedì 28 maggio, ore 09.00 Raffo divora l’autostrada Milano Genova col suo gippone; tra un sedile e l’altro c’è il cellulare con cui mi ha chiamato poco fa a casa di Jackie; accanto al cellulare una Colt Python, micidiale pistola, con la quale, fino a venti giorni fa, Raffo si esercitava al poligono: 50 tiri, 50 centri, e Dio perdoni chi si mette sulla traccia dei suoi proiettili. Alle spalle Raffo ha un viaggio di oltre 1000 chilometri; ne viene da Amsterdam, dove ha portato avanti un po’ di indagini per conto suo. Ha incontrato una serie di galleristi e a tutti ha raccontato la stessa favola: c’è in ballo una colossale ricompensa 169


messa lì dal Governo Italiano per chi fornisce indicazioni utili al ritrovamento di qualsiasi pezzo della collezione. E lui, è disposto a rimpolpare la ricompensa aggiungendoci del suo. Gli occhi dei galleristi olandesi, vecchi marpioni che conoscono Raffo da sempre, hanno come avuto in guiz zo, poi controllato; tutti loro conoscono la vicenda della collezione Morelli Scansani, e forse qualcuno sapreb be anche dove mettere le mani, ma ha paura di rimanere invischiato. “Però, se mi prometti l’anonimato, qualcosa forse posso fare...” Quattro di loro, e, guarda caso, sono quelli veri amici di Raffo, che commerciano con lui da anni, inviandogli anche opere di grandissimo valore, in piena fiducia, lo hanno guardato un po’ offesi; uno ha fatto finta di non capire, e comunque gli ha sconsigliato di andare avanti nella ricerca. Invece, i padroni di gallerie e case d’arte dei quali Raffo già conosceva la cattiva fama, lo hanno fatto accomodare con grandi moine. Raffo ha cortesemente rifiutato gli inviti a pranzo nei migliori ristoranti di Amsterdam; ha rifiutato un sacchetto di coca, che uno di loro voleva fargli scivolare in tasca, e ha rifiutato anche la bellissima hostess creola che il gallerista gli aveva fatto entrare, come per sbaglio, mezza svestita, nel salottino dove lo aveva lasciato. Questi galleristi gli hanno detto che, naturalmente, non sapevano niente di questi quadri, ma che Raffo lasciasse loro una giornata di tempo, e poi gli avrebbero detto qualcosa. Raffo con qualche accenno li ha convinti che ne veniva da Parigi, dove aveva contattato altri colleghi, ha promesso di richiamare l’indomani, e ha lasciato capire che stava tornando in Italia e voleva passare da Cortina per sentire anche lì. Poi è partito, puntando direttamente verso Genova, e non Cortina, facendo tutta un’altra strada, non si sa mai, rispetto a quella che aveva indicato ai galleristi olandesi. 170


Prima di partire, è passato a salutare un vecchio amico, una volta collega di Raffo, adesso padrone di un coffee shop. Ha chiesto anche a lui, ma in via amichevole, senza raccontare la balla del compenso, solo per vedere se lui poteva segnalare qualche ricettatore. Nel congedarsi Van den Myes, l’amico olandese, gli ha regalato una fialetta di vetro “Lo so che tu, grande Raffo, come consumatore di droghe, non sei un gran che; se va bene ti fumi una cannetta ogni tanto, o magari bevi un dito di cognac con gli amici, ma quello che ti do è molto interessante e ti riporterà all’atmosfera dei trip degli anni ’60. Si tratta di autentica tintura madre di peyote ad alta concentrazione, condita con molecole di lisergico; un trip al cubo, ma cosa dico, all’ennesima potenza, senza doversi ingurgitare funghi; io l’ho provata e mi sembrava che la madre di dio fosse scesa dal cielo per parlarmi, o forse per schiantarmi; quando ne hai voglia, che sei con le persone giuste, nel posto giusto, fai una prova. Ma attento: devi diluire ‘sta roba in molta acqua: una goccia in un bicchiere, e poi, di quel bicchiere, un cucchiaino a testa, non di più, neanche per i più navigati. Per i normali, come te, una goccia di quella diluzione a testa, non di più, mi raccomando, e poi mi saprai dire dove ti ha portato lo spirito del mezcal, sposato con la chimica. Raffo, questa roba io non la vendo; c’è n’è pochissima qui sulla piazza ed è troppo potente. Gente che ha più di 40 anni come noi, e che è solida dentro, si può avvicinare al centro di tutte le cose e capire l’universo, all is one. E’ un regalo che faccio solo a te, per tutta l’amicizia, ma vedrai che ne vale la pena.” Raffo si è messo la fialetta in tasca, senza pensarci troppo, ha ringraziato l’amico ed è partito subito dopo. Appena in autostrada, ha svoltato alla prima uscita e si è fermato nel bar di un piccolo paese. Dalla cabina di un telefono pubblico ha chiamato il commissario Bertelli 171


e gli ha raccontato, nei dettagli, l’esito della sua ricerca. Bertelli lo ha ringraziato “Raffo, ti faremo avere una medaglia, se mi darai le prove che mancano per incastrare questi stronzi di galleristi, che passano roba sporca senza toccarla, senza neanche vederla. Quelli non lì potremmo beccare mai, se non ci fossi tu. Domani telefona a tutti quanti e poi richiamami”. Raffo ha preso il primo dei molti caffè che accompagnano il suo viaggio, ed è rientrato in autostrada come un falco, macinando chilometri dopo chilometri. martedì 28 maggio, ore 09.21 Noi siamo sempre chiusi in casa, e devo dire che questa situazione blindata comincia ad avere su di me e anche su Sanae i suoi effetti positivi. Stare per un po’ senza stress ci rigenera. Adesso Jackie e il Professore sono usciti, scortati da una pattuglia e accompagnati in Questura dal Sostituto Procuratore Annalisa Parodi che sta raccogliendo tutte le testimonianze sulla setta Chicara Kuci. In Questura c’è anche il Commissario Bertelli: le due indagini hanno parecchi punti di contatto, e gli inquirenti collaborano, confrontando dati e testimonianze. Si spingono avanti, per quanto possibile, ma mentre le indagini sulla collezione Morelli Scansani sembrano destinate ad un successo senza precedenti, quella sugli Oscuratori del sole sembra sempre più avvolta da un fitto mistero. Norio Takeda è introvabile. Si ipotizza che sia rientrato in Giappone sotto mentite spoglie; nessuno sa e neanche immagina - che è rifugiato a Genova e che vive più o meno tranquillo. Adesso siamo soli in casa, io e Sanae, e lei sta facendo la doccia. In casa di Jackie la porta del bagno è senza chiave, ma io (galantuomo) busso ugualmente: “Posso entrare?” 172


“...Sì Giorgio... entra, entra pure” (dice, dopo un po’ di esitazione) “Vuoi che ti aiuti a insaponarti?” Lei sorride, ma resta girata di schiena, un po’ pudica. Ambigua, adorabile, incomprensibile giapponesina. Guardo le sue curve perfette, rese scivolose dal bagno schiuma calendula e sandalo di Jackie, curve dove graziose bollicine scivolano via insieme alla tensione accumulata in questi giorni infernali che abbiamo alle spalle. La accarezzo, lei si gira, mi trascina sotto la doccia, così, vestito come sono. Mi abbraccia forte, fortissimo, e in quell’abbraccio c’è tutto il suo bisogno di sentirsi protetta, coccolata, accudita. E poi un bacio, un bacio vero, che quando sta per diventare qualcosa di più si interrompe per il suono del telefono. “Lo lascio suonare?” “No, no, rispondi” dice lei. E va bene, vaffanculo, vado a rispondere, gocciolando sul bukhara dell’anticamera, sul parquet. martedì 28 maggio, ore 09.26 “Pronto, Giorgio? Sono Jean. Ci sono novità, grosse novità.” Jean Marino, mitico e stramitico mostro dell’informatica. Amico perfetto, sempre discreto, sempre opportuno, intuitivamente sensibile, questa volta mi hai veramente rotto, se non proprio i coglioni, almeno le uova nel paniere. Ma quello che ha da dire è veramente oltre. Dall’indirizzo informatico di Hokkaido Kiss è riuscito ad entrare in un database ultra protetto (ma non esistono muri informatici per un hacker di prima grandezza). Una volta arrivato nel data base, ha scoperto che oltre che protetto era anche criptato. Non una password, ma una passphrase, e per di più nei caratteri dell’incasinatissimo linguaggio giapponese; 173


cosicché ha dovuto rimpostare un programma di sua invenzione per individuare le informazioni criptate, ha dovuto inserire nel programma qualche migliaio di segni, perché la lingua giapponese è composta da un cocktail micidiale di segni ideografici (un gruppo di circa duemila segni, chiamato Kanji), di segni fonetici, paragonabili ad un alfabeto, ma sillabico, chiamato Kana; ed infine di un terzo gruppo di segni, chiamato Katakana, che serve per trascrivere foneticamente le parole straniere. Una “multilingua”, insomma, che già di per se stessa fa impazzire gli stranieri. Ma Jean è uno straniero del tutto particolare, caparbio come un mulo di acciaio e costante come il sorgere del sole. Ha messo al lavoro i suoi software, che hanno lavorato circa dodici ore, e alla fine il mulo d’acciaio è arrivato a individuare tutti i nomi e gli indirizzi a cui viene spedito Hokkaido Kiss. A Genova ce ne sono trentaquattro, tutte persone a lui sconosciute, ad esclusione del suo amico (si fa per dire) Salvatore Bottino detto Dido, titolare della concessionaria Repetto. E poi Flo è tornata, ha telefonato a Jean. “Ti costerà parecchio il viaggetto di ieri sera” ha detto. “Perché? Cosa è successo?” “Il tuo losco amico non mi si è fatto nella villetta; quando voi siete partiti ha voluto tornare a Genova. Io avevo un po’ paura. Mi ha portato in casa di certi suoi amici, in via Paleocapa, dove mi hanno fatto prendere sostan ze di tutti i tipi, poi mi ha fatto quello che voleva, ma pretendendo che gli altri guardassero. Poi ha chiesto agli amici e alle amiche: volete favorire? Io ho detto no, no, vi prego, ma non ero in grado di reagire, e forse è stato meglio così. Jean caro, batto da oltre dieci anni ma non ho mai visto niente di simile. Per fortuna si sono anche sfogati tra di loro. Uomini con donne; uomini con uomini; donne con donne...credo che ci fosse anche una ragazza che non era troppo d’accordo, la devono avere convinta a forza di schiaffi.” 174


“La casa, ti ricordi la casa?” “Tranquillo, mi ricordo tutto, ma adesso, per rimettermi insieme mi ci vuole un mese di vacanza. E non chiedermi più niente di simile; il favore che mi hai fatto anni fa te l’ho restituito con gli interessi. La casa è al numero 132, interno 4A. Sembra un’appartamento qualunque, ma poi c’è una scala che scende al piano di sotto e c’è una specie di salone che sembra una palestra.” E con questo, Flo, finisce il suo lavoro, e aggiunge: “Non ne voglio sapere più niente, di questa storia, di questo pasticcio”. “Quer pasticciaccio brutto de via Paleocapa”, pensa Jean, che mi telefona, mi racconta tutto, mi riferisce tutto, e io lo informo che lo stabile di via Paleocapa è lo stesso stabile dove io ho trovato un morto andando a stipulare una polizza. Ma l’interno è un’altro, due o tre piani sotto, mi sembra di capire. Jean mi dice di restare a casa, di non rischiare, che mi terrà informato. Intanto ha già mandato il data base alla email di Jackie. Dice di farlo avere alla Annalisa Parodi. Certo, essere abbonati a una rivista porno non è di per se stessa una prova di appartenere alla Chicara Kuci, comunque.... mercoledì 29 maggio, ore 02.00 Ma Jean non ha finito le sue indagini. A notte fonda esce di casa e sale verso via Paleocapa. E’ temerario, ma non è pazzo. Prima di uscire ha chiamato Raffo al cellulare che ha sintonizzato il suo palmare con radiogoniometro sul telefono di Jean. Raffo in questo momento sta bruciando il casello di Genova Ovest con il telepass. Jean arriva al portone, individua l’appartamento. Le luci sono spente. Suona al citofono, per sicurezza. Nessuno risponde. Sale al piano, aprendo con facilità il portone. E’ veramente stufo 175


di questa storia, e vuole venirne a capo definitivamente, poi vuole prendersi anche lui una vacanza. La sua donna, Manuela, fa la pilota di aerei, e spesso è in giro per l’Europa, ma a fine mese torna a Genova ed ha quindici giorni di ferie, e Jean ha deciso che per quella data dovrà trascorrere una vacanza tranquilla. Adesso è davanti alla porta caposcala dell’interno 4a, due piani sotto alla porta che io ho trovata aperta qualche settimana fa, anche se mi sembra un secolo, e dentro ci ho trovato un morto. Jean sa come aprire la serratura, ma teme un antifurto. Per questo è pronto a scappare. L’antifurto non c’è, ed è strano. Forse dopo il festino orgiastico, l’ultimo uscito era troppo fatto per ricordarsi l’antifurto. Forza la serratura, la casa sembra un ufficio, più che altro. Grande silenzio. “No, Jean, tranquillo, non c’è nessuno” (dice tra sè). Si aggira con una torcia, fruga nei cassetti di una scrivania, apre gli scaffali, senza trovare niente di interessante. Prosegue nel corridoio. Arriva alla scala. Alle pareti fotografie del Giappone: paesaggi, città, mercati, una gigantografia del Fujiama. Scende, e nella palestra ritrova tracce dello scempio descritto da Flo: biancheria, bottiglie vuote, bicchieri, portaceneri stracolmi, siringhe. A parte una piccola cassapanca, non ci sono arredi, solo oggetti di cui lui non conosce la funzione, anche se la intuisce: sembrano una via di mezzo tra strumenti marziali e oggetti di tortura. E poi corde, catene, legacci e bende di ogni tipo. Ma nel baule trova qualcosa di più interessante: un pacco di fotografie, dentro al sacchetto di un supermercato; estrae una foto, e riconosce Dido Bottino. Rimette dentro la foto. Poi ci sono cinque o sei videocassette, un po’ di CD. Infila tutto nel sacchetto, senza guardare niente. Soddisfatto, anche se prevaso da una tensione sovrumana, sta per tornarsene a casa, ma qualcosa, al piano di sopra, lo blocca. E’ un rumore quasi impercettibile, come un respiro, come un fruscio... 176


mercoledì 29 maggio, ore 02.28 “La paura è un coltello di ghiaccio che dilania i sensi e arriva alla coscienza” e Jean questo coltello lo sente, gelido, che gli si pianta in testa, e gli gela i pensieri, un brivido giù per la spina dorsale, e il cuore comincia a battere veloce, mentre sente una tensione, come una forza straordinaria, che gli fa tremare i polsi e le mani. Ma resta fermo, respira pianissimo, concentra le forze e si immobilizza del tutto, vigile al massimo, i muscoli sciolti, ma pronti per esser contratti. Dido Bottino sta scendendo la scala che porta al sotterraneo, è stanco e incazzato. Dopo la nottata che ha passato, avrà dormito - e male - un tre ore; sente la testa che gli batte, ed è incazzato di dover perder del tempo a tornare lì, ma si è accorto di aver dimenticato, nella fretta di andare via, all’alba, un borsello con dentro diversi mazzi di chiavi, tra cui quella dell’officina, ed è lì in officina che Dido tiene la coca, e vede la polvere dentro il suo cervello, e la brama nelle sue narici, vuole andare a farsi, per cominciare così un’altra delle sue balorde giornate. Dido è stronato, cammina rango, e prende una testata contro il braghettone della porta “Porcaputtana bastardatroia !” mugola incazzato, e Jean Marino lo sente e si prepara a colpire. Dido continua a scendere le scale e barcolla un po’ di più; con una mano si massaggia la testa; la sente bagnata; è sangue; “Ma merda di una merda di una merda !” Dido si guarda la mano insanguinata, e in quel momento preciso, gli arriva dal di dietro un calcio di quelli tremendi, che ti beccano il culo e anche le palle e hanno una forza tale da sollevarti da terra. Dido parte in volo giù per le scale, per poi andare a schiantarsi contro il muro, con pessimi risultati per le sue ossa; Raffo, l’autore del calcio, riprende l’equilibrio, dopo il calcio in volo che ha tirato, mentre scendeva impetuosamente le scale, con tutti i suoi 95 chili. 177


Dido perde coscienza, e per un bel po’ non riesce a trovarla, mentre Raffo vola giù dagli ultimi gradini, gridando “Jean ! Jean ! dove sei?” Jean balza fuori dal suo nascondiglio sorridendo: “Just in time !” grida a Raffo “Ma và là ! (fa Raffo) un ninja come te lo avrebbe polpettato in un minuto, e poi, onestamente, non era al meglio delle sue forze”. “E poi, onestamente, tu eri alle sue spalle, così come ora lo sono io per te.” La voce di Norio arriva da in cima alle scale; in una mano tiene una pistola e la punta su Raffo e su Jean che si sono immobilizzati lì dov’erano, mentre Norio, muovendosi ad una velocità da matrix, si è avvicinato a Raffo e gli tira un pugno cattivo, si sentono le ossa del naso che si rompono, mentre Raffo casca a terra come un sacco, battendo la testa sul pavimento. Jean fa per scattare, ma Norio si gira di scatto come la ragazzina dell’ “Esorcista”: “Non ci provare! (gli sibila)... non so chi sei e non peggiorare la tua situazione; potrei anche lasciarti vivo…. (poi, con un lampo negli occhi)... a meno che tu non sia quello che mi ha tirato quel grazioso coltello. In questo caso, sarà mia cura restituirti il favore con gli interessi.” Jean bloccato contro il muro, assiste impotente a Norio che, sempre tenendolo sotto tito con la pistola, con l’altra mano sta frugando i vestiti di Raffo, che è rimasto lì a terra, svenuto, e un rivolo di sangue gli cola dal naso. Succede la cosa incredibile: una farfalla batte le ali a New York, e a Pechino piove; la mano di Norio si infila così violentemente nella tasca del petto della giacca di Raffo, che la punta del suo indice va a colpire la fialetta col peyote liquido, così forte da romperla. I frammenti di vetro lacerano la pelle delle sue dita, e alcune gocce (non una sola!) del liquido vengono in contatto con le ferite di Norio, piccole le ferite, ma sufficienti a mettere in circolo il peyote. Norio, istintivamente si 178


guarda la mano e si succhia le piccole ferite. Poi, sotto gli occhi di Jean, che nulla sa del peyote, continua ancora per qualche secondo a frugare nelle tasche di Raffo, si guarda i taglietti sulla punta delle dita e non ci fa caso, ma poi, da guerriero addestrato a notare anche i più piccoli particolari, apre di nuovo la tasca e rovescia il tessuto e scopre i resti della fiala. Non so se per Norio sia stato lo shock di sapere di avere in circolo, nel sangue, chissà quale sostanza, o che, piuttosto, il peyote abbia raggiunto con un flash psichedelico il cervello, mandandolo in merda immediatamente, fatto sta che Norio si siede per terra davanti a Jean e comincia prima a sbattere gli occhi e poi a toccarsi la faccia stralunato. Jean non capisce cosa succede, ma vede che Norio si fa sempre più frenetico, nel toccarsi la faccia, e mugola, e ha posato la pistola davanti a sé, per poter guardare nel palmo della sua stessa mano come attratto da un abisso/specchio. Jean non ci sta a pensare, si alza di scatto e tira un calcio volante sulla nuca di Norio, che piomba svenuto per terra. Raffo intanto si sta svegliando, apre gli occhi, si lamenta un po’, poi, vede di colpo la situazione, sfila la cintura a Norio svenuto e con questa gli lega le mani dietro la schiena. Jean e Raffo si danno un cinque e poi si abbracciano ridendo: “Uau!”. Jean trascina Norio accanto al muro, recupera qualche corda in giro, e lo lega saldamente a un calorifero che sta in un angolo della grande stanza. Poi si occupa anche di Dido. Norio comunque è sempre svenuto. Raffo si attacca al cellulare e chiama il commissario Bertelli, ma, prima che possa parlare, Bertelli lo interrompe imperioso: “Minotti, non ho buone notizie da darvi !” “Invece io ne ho di buonissime, commissario” (risponde Raffo asciugandosi il naso che sanguina ancora) “mandi subito una pattuglia in via Paleocapa 132 interno 4A. Abbiamo qui il 179


giapponese, e non è in buone condizioni! e ne abbiamo anche un’altro, un suo socio.” “D’accordo” (risponde Bertelli) “ma purtroppo per il suo amico Castellani le cose si complicano: il Dottor De Rieti ha costruito un bel po’ di prove a suo carico, e la Questura di Roma ha spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti per il furto della collezione Morelli Scansani. Poi vi spiegerò tutto a voce. Mando subito una volante, ma mi raccomando... massima prudenza! Non dimenticatevi chi avete davanti!” mercoledì 29 maggio, ore 02.49 Giù, nella strada, la Volvo di Giangiacomo Mascheroni attende Norio con il motore acceso. Il notaio non sa cosa è successo, e aspetta fiducioso il suo maestro. Ma il maestro tarda un po’, e il notaio comincia ad avvertire un po’ di nervosismo, anche se sa che Norio se la sa cavare in ogni situazione. Però quando sente le sirene della Polizia salire su per via Peleocapa, decide rapidamente di darsi alla fuga. In un attimo sa di essere perduto: nella stanza grande dell’appartamento sa che ci sono delle prove che lo incastrano. Nel baule ci sono molte fotografie che lui conosce bene: rituali violenti a cui lui ha preso parte. Le fotografie venivano custodite accuratamente, proprio per tenere in pugno i membri della setta. C’è anche una videocassetta che documenta le torture e l’assassinio di Repetto, a cui lui ha preso parte attivamente. La cassetta veniva usata per indurre gli adepti alla sottomissione e all’obbedienza. Ogni tentativo di dissociazione veniva rintuzzato con la minaccia di subire lo stesso destino di Repetto, che avrebbe voluto allontanarsi, lasciare la Chicara Kuci, farla finita con quelle violenze, specialmente quando c’entravano delle minorenni. Ma non ha potuto. “Ma non è ancora detta 180


l’ultima parola... (pensa tra sè)... se riesco a prendere un aereo, a raggiungere Hokkaido prima che partano tutti i mandati di cattura, riuscirò a far perdere le mie tracce”. Il suo volto è sbiancato, la sua mascella ha preso a tremare di un tremito convulso. In un istante vede sfumare la sua vita da benestante genovese, il circolo del tennis, il suo lussuoso studio in via Roma con i mobili del settecento, la sua casa di Boccadasse, il suo due alberi in legno ormeggiato allo Yatching Club, la sua graziosa casa di Cortina, i suoi maglioni di cachemere, i suoi blazer di Pescetto. In un attimo la sua vita è cambiata. Adesso non gli resta che fuggire, più veloce della luce. Ai trasferimenti di valuta ci penserà domani, se sarà ancora in tempo, ma per ora deve fuggire. Norio intanto si sta quasi riprendendo, ha alzato la testa e sta guardando Jean e Raffo con uno sguardo da crotalo, uno sguardo che da solo potrebbe quasi fare uccidere. Per questo Raffo, appena vede quello sguardo, anche se Norio è incaprettato e non può muoversi, non si fida. Così, sfoderando la sua voce più petulante, da bauscia milanese, gli chiede: “Uei, Che cazzo hai da guardare?” e gli assesta un calcio in faccia con tutta la forza possibile. Dalla bocca e dal naso di Norio scendono copiosamente sangue e saliva, ma lui continua a non capire, non capire niente perché quella maledetta fialetta continua a propagare il suo effetto devastante. “Accidenti” (dice Raffo) “Me l’avevano detto che era roba forte, ma un flash così non l’ho mai visto...” e racconta la storia a Jean Marino, che ancora non ha capito come mai Norio è rimasto imbambolato dopo avergli frugato nelle tasche. Ma prima che arrivi la Polizia Raffo dice a Jean: “Porta via le foto, e anche il borsello di quest’altro animale e non farti trovare qui anche tu. Per quanto mi riguarda, sono tranquillo: ho degli accordi precisi con la Polizia e il benestare di Bertelli.” Così Jean sale le scale al buio e aspetta l’arrivo della Polizia nascosto. Nella penombra 181


delle scale sfoglia un po’ di fotografie, e pensa che con il suo file di abbonati a Hokkaido Kiss e con quelle foto, la Chicara Kuci ha finito i suoi giorni, almeno in Italia. E poi, con il suo sistema, potrà rintracciare altri abbonati in altre nazioni e risolvere un problema internazionale. Ma le sorprese per lui non sono finite, e gli prende un colpo quando in una foto di gruppo, in mezzo a tanti membri della setta, vede anche una ragazza carina, con un’aria per bene e con una faccia e un nome che lui conosce bene: Sanae Tzukota. Jean sottrae la foto dal mucchio e se la infila in tasca. mercoledì 29 maggio, ore 03.11 La telefonata a casa di Jackie arriva verso le tre di notte, e al Professore prende quasi un infarto. Ma sono io a rispondere, perché come al solito non dormo. “Giorgio, sono Jean.” “Problemi?” “Al contrario. A cento metri da me c’è un certo signore che risponde al nome di Takeda Norio. E’ ammanettato e due agenti lo stanno portando in galera. E’ finita, Giorgio, è finita. Arrivo lì tra poco, insieme a Raffo, se la madama lo lascia venire via. Giusto il tempo di trovare un locale aperto e comprare due bottiglie.” Il Professore ha sentito tutto, perchè per tutto il tempo della telefonata ha praticamente cercato di infilare la testa tra il telefono e il mio orecchio. Urlo, urlo di gioia, come non mi è mai successo nella mia vita. Urlo e sveglio Jackie (che è appena riuscita a prendere sonno), sveglio Sanae che invece dorme profondamente. Io e il Prof saltiamo e ridiamo e ci abbracciamo come i tifosi quando la squadra del cuore vince la coppa dei campioni con un goal al novantesimo minuto. Intanto Giangiacomo Mascheroni è già passato a Boccadasse, 182


ha fatto alla svelta le valigie e adesso è in autostrada, diretto in Svizzera, dove ha amici potenti. Da lì organizzerà le sue cose, e poi forse partirà per il Giappone. Quello che non sa, è che la squadra di poliziotti di Bertelli, che collabora con le polizie di tutta Europa per questa operazione, ha già provveduto a trasmettere alle polizie di frontiera, i dati degli appartenenti alla setta Chikara Kuci finora conosciuti; è il nome di Giangiacomo Mascheroni è il primo della lista, completo di targa e tipo di autovettura, passaporto, e un sacco di altri riferimenti. La sua fuga sarà breve: lo beccheranno a Ponte Tresa tra qualche ora, come sapremo poi. mercoledì 29 maggio, ore 04.16 Jean e Raffo intanto, ci hanno raggiunto a casa di Jackie, e ci siamo raccontati l’un l’altro tutte le storie successe. Ma c’è qualcosa nell’aria, che la rende pesante. Dovremmo essere tutti contenti a questo punto: Myeco morta, Norio pazzo e in galera, Dido Bottino piantonato in ospedale, l’operazione Morelli Scansani che sta scattando proprio adesso, in tutta Europa, e le previsioni di successo sono buone. Ad un certo punto non abbiamo più notizie da scambiarci, siamo stanchi, forse cominciamo a rilassarci, e più ci rilassiamo, più ci sentiamo stanchi; ci guardiamo in faccia tutti quanti, in silenzio. Ed è a questo punto che Sanae abbassa la testa e si mette a piangere. Faccio per abbracciarla, ma lei mi allontana; manda via anche Jackie che si era avvicinata. Sanae ci guarda uno ad uno, lentamente, e poi comincia: “Voi siete cari, siete gentili, e tu Giorgio sei un amore, ma tutti voi non sapete niente di me”. “E non vogliamo saperlo (dice il Prof) noi ci fidiamo di te” e Jackie annuisce, Raffo sfoggia uno dei suoi migliori sorrisi, Jean la 183


guarda sereno; quanto a me, il fatto che mi abbia chiamato amore davanti a tutti , mi ha mandato su Saturno. Lei va avanti: “Io non so come dirvelo…ma devo dirvelo: Myeco era... mia madre.” noi tratteniamo il fiato e la guardiamo aspettando... “Non mia madre vera; era sua sorella. Mia madre vera è morta in un incidente d’auto; vivevamo a Firenze, mio padre lavorava per un grosso import-export tra l’Italia e il Giappone, io avevo due anni quando è morta mia mamma. Mio padre faceva il possibile per seguirmi, ma il suo lavoro lo portava spesso in viaggio per tutto il mondo. Dopo varie governanti e baby sitter, la zia Myeco, piena di soldi, vedova, è arrivata dal Giappone per prendersi cura di me, con gran sollievo di mio padre, che ha continuato i suoi viaggi di lavoro; ci sentiamo anche adesso, sapete; mi ha telefonato ieri da New York. Io, mia mamma vera, non me la ricordo; so com’era perché ho qualche sua foto. Tutte le altre foto di lei, pian piano, zia Myeco le ha messe in grandi album; io ero bambina, allora, e poi quegli album sono spariti dalla casa; li ho cercati per anni, anche in seguito, da ragazza, e non li ho mai trovati. Mio padre andava e veniva in maniera sempre più evanescente; quanto ad oggi, la gran parte delle volte che ci parliamo, lo facciamo per telefono. Sì, lui chiama sempre, da tutto il mondo, ama la tecnologia del suo satellitare.” Ogni tanto Sanae si interrompe e singhiozza. Non ce la faccio più, le vado vicino, ma lei non mi guarda e va avanti: “Quando mio padre incontrava la zia, aveva sempre dei bellissimi regali per lei, e pagava come una banca tutte le spese che lei gli diceva di aver sostenuto per me e per la casa. Mi chiedeva come andava la scuola, anche se non sapeva nemmeno a che scuola andassi, tirava fuori di tasca un regalino per me, se ne andava a farsi una doccia, poi a cena a parlar con la zia, e l’indomani si riparte. Che 184


Myeco non fosse normale, ci ho messo molti anni a capirlo; è stato un episodio, quando avevo già 18 anni, che di colpo mi ha fatto scattare la consapevolezza di chi era veramente zia Myeco. E’ stato quando siamo tornati a vivere in Giappone. Sapete, lei era un’insegnante d’arte. E anche brava. Teneva dei corsi di Shodo all’Università di Firenze. Poi siamo tornati in Giappone perché una importante scuola d’arte di Hiroshima l’ha voluta come direttrice, così abbia mo preso una casa in quella città struggente e bellissima. Io ero contenta, perché a Hiroshima ci sono nata e mi sembrava di ritornare in contatto con le mie radici. Ma le cose non sono andate come pensavo. Io non me n’ero resa conto, ma Myeko mi aveva plagiata, mi aveva soggiogata giorno per giorno, con una strategia sottile, in modo che io mi trovassi ad ubbidirle sempre, ma con la convinzione di fare di testa mia, con la convinzione che le decisioni che prendevo fossero la mia volontà, e invece...” ‘Ma ...cosa è successo, quale episodio?” chiede Jackie (e nella sua voce non c’è nessuna curiosità, ma solo un istinto materno, che vuole liberare la figlia da un peso troppo grande). “Ah, Jackie, è difficile, per me, raccontare queste cose... comunque, dovete sapere che Myeko fin da quando ero bambina mi costringeva a posare nuda per lei. Mi faceva ritratti, fotografie, mi filmava... Io ero convinta che quelle riprese fossero lavori artistici; in effetti alcune mie foto sono anche finite in qualche mostra. Ma a diciotto anni, in Giappone, cominciò a farmi posare insieme ad altre allieve, e anche con dei ragazzi. La foto che hai trovato nel dossier, Giorgio, è una foto di quel periodo. Io provavo un po’ di imbarazzo, ma lei era sempre rassicurante, protettiva, tranquilla, sorridente...mi diceva: sii serena, bambina mia, la zia Myeko farà di te una donna sicura e libera, e questa è la strada. Poi un giorno, durante una seduta di fotografia ci spinse a fare del sesso davanti a lei. Eravamo tre ragazze e due ragazzi. Alcuni di loro stettero al 185


gioco, e anzi ci si divertirono parecchio, ma io non ci riuscii, e me ne andai piangendo. Da allora i nostri rapporti cominciarono a guastarsi, sempre di più, sempre di più... Rimasi lo stesso a vivere in casa con lei, che continuamente mi accusava di essere una persona problematica, inibita, reticente, disubbidiente. E’ difficile spiegare... In Giappone la sottomissione, l’abnegazione, la devozione, non hanno la stessa connotazione che hanno qui da voi, sono parte della nostra cultura, anche se è chia ro che la zia Myeko aveva della devozione un’idea tutta sua, ben lontana dalle nostre tradizioni. Myeko era un’insegnante d’arte, io non sapevo niente della sua militanza nella Chicara Kuci. Non immaginavo neanche lontanamente... Era molto amata dagli allievi, dalle allieve. Lei attirava gli studenti nella setta per dirottarli verso quelle forme di erotismo satanico. Anch’io, al principio l’amavo molto, era la mia insegnante preferita, un po’ pazza e molto amica degli studenti, li portava a casa sua, nel suo atelier. E in un primo tempo anch’io ho fatto parte della setta. Se non fossi stata un membro della Chicara Kuci mi avrebbero uccisa, lei e Norio, quando ero prigioniera in Corsica. Ma nella setta c’è il patto che i membri, tra loro, non si possono uccidere... anche se per il povero Pastorino la regola non è stata rispettata. La foto che era nella tua valigetta, Giorgio, era una delle foto di un rullino che Myeko aveva scattato su una spiaggia vicino a Fukuyama. In quel rullino c’erano anche foto di Norio e altra gente della setta. Io le ho date alla Polizia trattenendo quella, perché c’ero io, ed ero nuda, e mi vergognavo molto. Un’altra copia delle foto, e anche i negativi, li aveva Myeko, e il materiale è stato sequestrato e messo negli atti dalla Polizia di Calvi. 186


Ecco il mio passato oscuro, di militanza, anche se un po’ borderline, nella Chicara Kuci, un po’ ragazzina plagiata, ma anche un po’ serva fedele, almeno fino a un certo punto. Ma dopo quel giorno, quel giorno in cui Myeko mi chiese di fare sesso davanti alla sua macchina da presa, cominciai ad allontanarmi, e anche a frugare tra le carte di mia zia, scoprendo cose orrende: violenze, persone ridotte in schiavitù, pratiche terribili, che non voglio neanche raccontare. E scoprii anche un notevole giro di furti d’arte con cui la setta si finanziava. Così fuggii dal Giappone, e tornai in Italia, dove avevo ricordi bellissimi, e anche amici molto solari e leali. Non volevo sapere più niente del Giappone, neanche di mio padre, anche se lui, poveraccio, non c’entrava niente con tutta questa storia. Tornai a Firenze, vissi per un po’ come una zingara, ospite in diverse case di amici, studenti, artisti. Per pagarmi gli studi ho lavato anche scale. Poi mio padre è riuscito a ritrovarmi. Ho finito di studiare. Mi sono laureata con Vieri, al quale ho rivelato molte cose della setta. E anche dei furti, che a lui, come sapete, interessavano molto.” Finita questa lunga confessione Sanae si lascia andare sul divano, come rilassata, finalmente, dopo giorni, mesi, forse dopo anni di tensione. E il suo volto è ancora più bello, è bellissimo, una venere, o una madonna giapponese, io la guardo a lungo, nel silenzio che è piombato nel soggiorno di Jackie, quel silenzio che sembra il fallout di un’esplosione atomica. E tra tutti anche lei guarda me, solo me, e il mio cuore batte così tanto che io mi alzo, mi verso un bicchiere da cucina di Glen Grant, e lo tracanno d’un fiato. Per fortuna c’è Raffo, che riesce con molta ironia a spostare la discussione su altri argomenti. “Beh, cari amici, questa vostra vacanza, tra affitti di ville, motoscafi, viaggi, tecnologie e perfino il cachet salatissimo di una 187


simpatica prostituta, penso che mi costerà... diciamo. parecchie migliaia di euro! Perché immagino di essere io, il finanziatore, vero?” “Dai, Raffo, piantala! solo con il catalogo che uscirà su Repubblica ti rifarai delle spese con gli interessi, vecchio marpione” gli fa eco il Professore. “E non dimenticare la mostra sulle sette esoteriche giapponesi che ho già cominciato a organizzare. Marco Revola ha già preso contatti. Sarà una bomba, parola di Raffo Minotti.” “Sei uno squalo” (dice Jackie) E con una risata generale, il clima finalmente si distende, si rilassa un po’. Ma sono le cinque di mattina, le energie sono ormai a zero, specialmente per il povero Jean Marino, che alla fine è quello che ha risolto il problema in maniera magistrale, che neanche Philip Marlowe, o Nero Wolfe o Hercule Poirot avrebbero saputo fare di meglio. “Jean, nostro eroe. tu non dici niente?” (lo incalza Jackie) “Dico buonanotte”. Siamo tutti un po’ stronati, la tensione sta calando e la stanchezza, accumulata in questi giorni, sale; eppure, nessuno di noi ha voglia per ora, di restare chiuso in casa. Abbiamo voglia di vivere, senza doverci guardare alle spalle, ci hanno tolto anche la scorta, tanto Norio è in galera e non temiamo più nulla. Mentre Jean ci saluta (e conoscendolo come uno che di notte sta al computer, dubito che il suo “Buonanotte” significhi che va a dormire) noi ci troviamo tutti vicini alla porta di casa. Mentre stiamo per uscire …. Jakie si picchia una mano in fronte “Alt! Alt! Alt! Voi delinquenti dovete andare in tribunale, non so, alla Polizia, insomma a parlare con quella signora, il sostituto procuratore Annalisa Parodi. Quel giorno che 188


è venuta qui, mi aveva raccomandato di dirvi, Sanae e Giorgio, di andare a parlare con lei. Mi ha lasciato un biglietto da visita... dove l’ho messo, ah, qui sulla mensolina, ecco, qui c’è il numero e l’indirizzo.” Incasso il colpo, e io sono pure inquisito... “D’accordo, dormiamo almeno un paio d’ore e domattina presto telefoneremo”. mercoledì 29 maggio, ore 08.01 “Dottoressa buongiorno, sono Castellani. Un po’ presto ? Ah, mi scusi ma io stanotte non ho dormito, sono sfasato” La voce nel telefono è sveglia: “Signor Castellani, non mi arrabbio perché ho bisogno della sua collaborazione e soprattutto dell’aiuto delle signorina Tsukota, se sarà in grado, insomma, di darci una mano.” “Dica, Dottoressa, metto in vivavoce così anche Sanae la sente” Prosegue, la Dottoressa: “Il nostro amico coi baffetti, ha preso una dose elefantesca di allucinogeno. Lo psichiatra che lo segue, è molto in dubbio se riuscirà mai a tornare quello che era prima. Adesso è in feedback da allucinazioni quasi continuo. Quando è in trip, e lo è quasi la maggior parte del tempo, dicono i medici, straparla, smascella, digrigna, mugola e si contorce; certe volte senza emozioni, altre con crisi di angoscia. Poi, spesso, cade in uno stato catatonico per qualche ora, dal quale si risveglia in condizioni che sembrano normali, anche se resta in uno stato sognante fino a quando, una qualsiasi cosa che accade vicino a lui, anche una porta sbattuta o una luce accesa, non lo ributtano improvvisamente dentro il trip, e comincia a urlare …” Noi ci siamo bloccati tutti davanti alla porta di casa, Jean ha girato sui tacchi ed è rientrato. Continua la telefonata: “...il fatto è, che quando lui è normale, per quel poco tempo che resta così, parla solo giapponese, velocissimo. Dal ministero ci mandano il migliore interprete che 189


hanno; ma oggi c’è sciopero degli assistenti di volo, e l’interprete dev’essere bloccato da qualche parte; stiamo organizzando di farlo venire qui con una volante; ma ci vorranno comunque delle ore. Lo psichiatra dice che la condizione in cui si trova il nostro amico può durare per ore o può improvvisamente finire, con lui che ritorna ad una vita quasi normale, oppure che se ne va per sempre, perso nei sogni, psicotico. Dice anche che queste prime ore dopo l’intossicazione sono importanti e che adesso è in grado di dire cose reali; secondo il medico, andando avanti, è sempre più probabile che si manifestino danni gravi, ripeto, forse irreversibili, al normale funzionamento del cervello. Per farla breve, noi vorremmo che Sanae Tzukota venisse all’ospedale ad ascoltare quello che dice. Non c’è nessun rischio, non sarà vista da lui, ascolterà in un’altra stanza, attraverso un sistema di microfoni.” Sanae barcolla, il suo viso cambia colore “Non devi farlo, (dico io) se non te la senti” “Devo farlo (risponde guardandomi negli occhi), un uomo come Norio, deve pagare per quel che ha fatto. Dì alla Dottoressa che sono disponibile” Lo faccio e lei risponde: “Bene, ringrazi la signorina Tsukota da parte mia. Ed ora metta giù il telefono, per favore. La faccio chiamare da qualcuno che possa portarla qui subito.” Eseguo e ci guardiamo un po’ tra noi; il più veloce a dire quello che tutti pensiamo, è Raffo: “Veniamo anche noi ! ti aspettiamo dentro, se ci fanno entrare, o fuori, in macchina”. Sanae sorride: “Grazie, in questa storia c’è un lato bello: ho trovato gli amici che ho sempre desiderato...” poi mi guarda “...e... qualcos’altro.” dice arrossendo. In quel momento suona il telefono “E’ la Polizia, veniamo a prendervi, scendete in portone per favore, tre minuti e siamo da voi” dalla finestra aperta, si sente, come nei gialli, la sirena che 190


si sta avvicinando. Tutti ci lanciamo giù dalle scale, siamo in strada, Raffo salta sul gippone parcheggiato alla cazzo di cane sul marciapiede, mette in moto rabbiosamente, gli altri salgono; in quel momento, sgommando, arriva la volante e inchioda davanti al portone. “Salite, presto” dice il poliziotto sbracciandosi, apre la portiera posteriore, come i tassisti “Presto !” mercoledì 29 maggio, ore 08.26 Sanae ed io non abbiamo quasi toccato col culo il sedile, che la macchina riparte e ci scaraventa contro gli schienali e i poggiatesta. Per un attimo vedo la jeep di Raffo dietro di noi, poi suona la sirena e la volante con noi a bordo sfreccia sulla corsia del bus; prendiamo una via contromano, schivando pochi incazzati automobilisti; la macchina arriva ad un grande arco che fa da portone, svolta, entra dentro. Siamo nell’ex manicomio di Quarto, “le case rosse”, come le chiamavano i genovesi, adesso in smobilizzo; non sapevo ci fosse un padiglione recentemente ristrutturato, che sembra un reparto di ospedale, ma davanti al portone c’è la Polizia, notte e giorno. Il poliziotto si volta e indica il reparto “E’ lì che dovete andare”. Sanae ed io scendiamo e la volante, proprio come nei film dell’orrore, per nulla al mondo andrei avanti, se tu avanzare, tu morire, gira su se stessa e si allontana velocissima, lasciandoci in piedi, un po’ barcollanti, in mezzo alla strada. mercoledì 29 maggio, ore 08.35 Cominciamo ad avviarci al reparto, quando vediamo uscire di corsa dal portone la dottoressa Annalisa Parodi, accompagnata da due agenti in divisa, che comincia a urlare da lontano qualcosa di incomprensibile, ma quando ci avviciniamo 191


le sue parole diventano chiare, e sono le parole di un incubo: “Il Takeda è fuggito, siamo sconcertati, sembrava assolutamente impossibile, eppure c’è riuscito. Era sotto sorveglianza dei sanitari che lo guardavano a vista. Il locale dove era detenuto era anche piantonato da un agente. Lo stavamo interrogando, siamo andati a prendere un caffè. Non sappiamo come ha fatto. Ha messo fuori combattimento il medico e l’infermiere ed ha ucciso l’agente di sorveglianza. Ha con sè una pistola di ordinanza. Ma non dovrebbe essere lontano. Son già partite due pattuglie in perlustrazione.” Non fa a tempo ad ultimare la frase che io mi ritrovo a correre verso il gippone di Raffo. Faccio appena in tempo a sentire la voce di Raffo e del Professore che gridano “Giorgio, fermati, non fare cazzate!” e la voce della Parodi che intima: “Castellani, si fermi! lei non può... “ ma io sto già girando la chiave che Raffo ha lasciato improvvidamente nel cruscotto e parto sgommando verso via Carrara. Imbocco la discesa ad una velocità mostruosa, ma ormai io non sono più io, sono solo odio, paura, esasperazione, angoscia e mille altre emozioni negative che come un acido sulfureo e infernale mi corrodono i pensieri e vedo solo rosso davanti a me. Sono io, allora, il predestinato. Ormai la faccenda è tra lui e me, e questo avrei dovuto capirlo fin dall’inizio. Vedo una delle due gazzelle che giunta sul litorale svolta verso levante, e io come guidato da un istinto primordiale giro invece verso Genova. E mentre guido senza sapere dove andare, cosa fare, vedo davanti a me una Twingo uscire da un parcheggio a lato della strada. La raggiungo e la sagoma del guidatore è inequivocabilmente la sua, quella del mio nemico. Lo tallono. Io sono Eros e tu sei Thanatos, adesso vediamo come va a finire.

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mercoledì 29 maggio, ore 08.43 Sembra impossibile, sembra assolutamente impossibile, ma non ho paura, neanche un briciolo di paura, solo una cieca determinazione, una assurda forza che mi guida, che guida il gippone, che guida la mia mano che ricerca nel cruscotto di Raffo la sua Python 357, che non c’è, ma non fa niente. Lo tallono, ormai, gli sono dietro, e col gippone cerco di metterlo fuori strada, ma lui serpeggia nel traffico, tra le macchine dei lavoratori del mattino che suonano e insultano me, insultano lui, uniti (si fa per dire) in questa assurda gimkana a folle velocità. Via Tolemaide, Brignole, via De Amicis volano via in un lampo. Lo tallono stretto in via Peschiera, brucia il semaforo rosso di via Assarotti e si infila verso piazza Corvetto facendo cadere un motociclista. Io lo seguo, lo inseguo. Lo vedo svoltare in via Calatafimi ed entrare dentro piazza Marsala, lo seguo, lo inseguo. In via Palestro c’è una coda di macchine ferme. Norio scende, lasciando la twingo nella piazza con le porte aperte. Si gira e spara due colpi nel parabrezza del gippone, ma Raffo ha blindato questo mezzo peggio di un carro armato e i proiettili, ancora una volta, fanno pziuw, pziuw. La forza è con me, penso. L’inseguimento prosegue a piedi. Norio corre come un pazzo, passa davanti ai teatri e io mi sento forte, anche se il fiato è corto, cortissimo. E’ a circa trenta metri da me. Corri, bastardo, questa volta sono io ad inseguirti, e forse anche tu hai paura, forse percepisci che dentro di me c’è una forza, la forza della disperazione. Via Bacigalupo, via Piaggio le bruciamo in un lampo, poi c’è la salita di via Bertani. Sembra lunga, lunghissima, e Norio sale. Lo vedo quasi in cima, che svolta giù per viale Bottaro, prendendo le scale che si avventurano tra un dedalo di palazzi ottocenteschi, tra i quali corre la funicolare di Sant’Anna. 193


La strada è quasi deserta; Norio si volta ed esplode un altro colpo che si schianta sulla ringhiera che fa da parapetto a un piccolo pendio alberato, a mezzo metro da me. Non mi ha colpito, e questo lo sento come un segno del destino. In fondo alla strada c’è una specie di archivolto che entra in uno spazio privato. Norio sa che infilandosi lì dentro potrebbe finire intrappolato. C’é un piccolo cantiere: lavori in corso. Raccolgo un giunto che serve per corstruire i ponteggi con i tubi Innocenti; vedo Norio arrampicarsi come un gatto su una barriera che isola il percorso della funicolare tra le case. Io rimango seminascosto tra alcune macchine parcheggiate e Norio adesso è in cima alla cancellata, a cavalcioni sul colmo della struttura metallica. E‘ disperato, oppure sa cosa sta facendo? Forse sta agendo in modo sconsiderato perche il peyote sta ancora facendo il suo lavoro. Mi vede: esplode ancora un colpo, ma la pistola fa click, poi ancora click. Hai finito i colpi, spettro del male. Adesso puoi solo fuggire, oppure tornare indietro ed affrontarmi. Io corro verso di lui, paralizzato là in cima, che sembra non sapere cosa fare. Poi decide di superare la barriera, ma quando sta per calarsi giù dalla parte opposta, proprio un attimo prima che passi dall’altra parte, il mio braccio fa un movimento quasi automatico. Non sono io a comandarlo, sono le forze che mi dominano, assolute e primordiali. Uomo contro uomo. Un destino che ci vede l’uno contro l’altro, da quando lui mi ha dato una bastonata sul braccio mentre io ero in vespa e mi ha fatto cadere. Quello stesso braccio che era stato colpito adesso fa un ampio movimento e il giunto di ferro cadmiato che tengo nella mano compie una lunga parabola; una parabola lunga e quasi soprannaturale, troppo lunga per le mie forze, e vola, vola, quasi al rallentatore e con una precisione che ha dell’incredibile colpisce in pieno la testa di Norio che si sgancia come un burattino a cui abbiano tagliato di colpo i fili e precipita giù, sul binario della funicolare, e un istante dopo, 194


anzi, meno di un istante, sento lo sferragliare silenzioso e discreto del piccolo treno che sale da piazza Portello: mi avvicino di corsa, appena in tempo per vedere il suo corpo sparire sotto il vagone di testa, appena in tempo per sentire il suo ultimo, disperato grido che precede la sua morte orrenda, ancora più orrenda della sua vita. Uno schizzo di sangue sprizza fuori da sotto il treno con una pressione inaudita, e io penso che tutto il suo odio per la vita, tutta la sua cieca cattiveria, sfiatino fuori dalle sue arterie, tritate dalla giustizia divina che, anche se si è fatta attendere a lungo, alla fine è arrivata inesorabile e senza appello. mercoledì 29 maggio, ore 09.17 Ma queste belle considerazioni sulla giustizia divina, mi vengono in mente dopo aver vomitato tutto quello che avevo da vomitare, il che non è poco. Faccio, o meglio, forse, facevo, l’assicuratore e non il detective; spettacoli come questi non ne ho mai visti. Era meglio la morte di Schwarzenegger che sprofonda nell’acciaio bollente e saluta ancora con la mano, prima di affondare del tutto, “Hasta la vista baby!” . Il trenino avanza ancora un po’, e lascia alla vista di tutti ciò che resta del corpo di Norio, tagliato in due sulle rotaie. Nel frattempo, sgommando e frenando, è arrivata la macchina della Polizia, e mi trovano lì, vicino alla scarpata del trenino, sudato, freddo, col mio vomito sui piedi. Dalla volante scendono, con la pistola in mano, un paio di poliziotti; la Dottoressa Parodi li accompagna; vede quello che resta di Norio e impallidisce; anche i poliziotti mi sembra che non stiano benino. La Dottoressa è incazzata forte: “Castellani, lei è in arresto !” Arriva un’altra volante e mi caricano sopra, facendomi 195


piegare la testa mentre salgo, come fanno sempre nei film gialli; mi spingono sul sedile di dietro ma non mi mettono le manette. La macchina riparte di scatto e il poliziotto accanto al guidatore si volta verso di me: “Ma, come ha fatto ? si rende conto che ha eliminato uno dei più pericolosi criminali che erano in libertà ? uno che era nelle liste dei ricercati con priorità assoluta. Il primo della lista è Bin Laden, e quello era il secondo.” Il poliziotto che guida ridacchia un po’. “E’ come se avesse schiacciato una vedova nera a piedi nudi. Lei non si rende conto della fortuna che ha avuto.” E intanto mi portano al carcere di Marassi. “Lei resta un po’ qui (mi dice il tenente di Polizia carceraria che mi accoglie nell’atrio) a disposizione delle autorità di Polizia e dei magistrati.” “Vorrei fare una telefonata” balbet to un po’ stranito “...il mio avvocato….” “Ma lasci perdere, i suoi amici sono tutti qui, non sente il casino che stanno facendo lì al portone?” Vedo infatti Raffo che sbraita coi poliziotti, Jackie che cerca di trattenerlo prima che si inguai da solo, il Professore che parla concitatamente al telefonino e Sanae che, facendo l’indifferente, tenta di entrare nel carcere, ma viene bloccata dalle guardie. Il tenente mi accompagna per una serie di stanze e corridoi, sempre più brutti e più scrostati, man mano che ci si allontana dall’ingresso; rumori di fondo continui, qualcuno sta gridando qualcosa che non capisco; devo essere impallidito anch’io. “Non era mai entrato in carcere eh… ?” fa uno dei poliziotti che mi accompagnano. Il tenente prosegue: “Allora bisogna seguire la prassi; deve fare il colloquio con lo psicologo”. mercoledì 29 maggio, ore 10.24 Bussiamo alla porta “Avanti!” entriamo; lo psicologo si volta verso di noi, sorpresa ! è Alberto, un amico dei tempi di scuola; 196


mi vede, mi riconosce “Giorgio! Ma cosa ci fai qui ? Cosa hai combinato?” Poi si rivolge al poliziotto: “Grazie, Lo Jacono, lei può pure andare; il signore qui lo conosco bene, non c’è pericolo.” “Mi chiami quando ha finito, dottore.” Lo Jacono si allontana: “Vado a prendere un caffè e poi passo all’Accettazione”. Mi siedo e racconto ad Alberto le vicende degli ultimi giorni. “Accipicchia, proprio una storia da film! (dice Alberto) Quando tutto sarà finito, potresti anche scriverci un racconto, eri bravo in italiano ai tempi, magari te lo pubblicano. Comunque il problema, adesso, è trovarti una sistemazione nel carcere. Io non ho un gran potere qui dentro, sono un accamosciato come te”. “Sei cosa?” rispondo io. “Già, che tu non ne sai niente (prosegue): la popolazione del carcere si divide in due grandi categorie: gli infami, che sono guardie, poliziotti, carabinieri e così via, e gli accamosciati che sono i detenuti, e li chiamano così per via della divisa color camoscio. Lo psicologo, siccome sta sempre dalla parte dei detenuti, è considerato un accamosciato come loro; per questo non ho tutto quel potere che mi servirebbe per darti una mano.” “Ma tu, cosa fai qui dentro” gli domando. “Faccio varie cose, (risponde) una delle quali è il colloquio ai nuovi giunti, cioè i nuovi arrivati, secondo il linguaggio carcerario. In un tempo relativamente breve, con un colloquio di una ventina di minuti, io dovrei valutare, tra l’altro, il rischio suicidio di ogni persona che entra in prigione. Il che mi mette comunque in una posizione scomoda. Se valuto l’esistenza del rischio suicidio, la persona verrà messa in un reparto particolare, il che comporta maggior lavoro per le guardie, che non saranno tanto contente di me. Se invece stabilisco che la persona non rischia il suicidio, viene messa nelle celle comuni; se poi prova ad uccidersi, allora sono guai per tutti, io per primo. Gli unici, per i quali io non mi preoccupo, sono i delinquenti veri e i mafiosi. Loro, quando arrivano, mi salutano 197


dicendo: Tutto bene dottore, io qui sto come un papa... Ma, lasciamo perdere, il problema adesso è un altro. Il problema è cercarti una buona sistemazione.” Alberto si alza, e si avvia verso la porta. “Tu statti bravo e non uscire di qui; torno subito”. Sta via un sacco di tempo, ma quando torna, è sorridente: “Ti è andata bene (mi dice) finirai in una matrimoniale.” “Cosa vuol dire?” gli chiedo preoccupato. “Le celle qui sono molto affollate; ci sono da sei a dodici persone per cella, e la compagnia in certi casi non è proprio rassicurante. Voglio evitare che ti facciano carretto così, appena arrivato. Le “matrimoniali” sono quelle pochissime celle a due che vengono riservate o a psicopatici pericolosi, in attesa di trasferimento al manicomio giudiziale, o, come destinazione permanente, a mafiosi e camorristi di una certa importanza. Fortuna vuole che nella cella di Lorenzo Sandaca si sia liberato un posto. Chi occupava quel posto è stato ferito gravemente durante l’ora d’aria; si racconta che abbia mancato di rispetto a Don Lorenzo, e adesso è in infermeria.” Per me è come un sogno, un incubo che mi viene addosso, comin’ on, like an hurricane; non voglio aver a che fare coi mafiosi, vorrei essere tra le braccia di Sanae. E invece mi prende a braccetto Lo Jacono, il poliziotto, tornato dal suo caffè, e mi accompagna negli uffici: documenti da firmare, poi viene compilata la lista degli oggetti che ho in tasca, che vengono messi in una scatola di cartone con scritto sopra il mio nome, un numero, la data; devo lasciare la cintura dei calzoni e le stringhe delle scarpe. Arriva un poliziotto un po’ fricchettone “Ecco, dice, adesso sei proprio come i rappers americani: coi calzoni larghi che vanno giù e le scarpe senza lacci.” Lo seguo per stanze e corridoi; non so quante cancellate vengono aperte e chiuse al nostro passaggio; rabbrividisco ogni 198


volta che sento il rumore delle porte di ferro che vengono sbattute; ogni porta chiusa dietro le mie spalle è una porta chiusa davanti alla mia libertà. mercoledì 29 maggio, ore 11.36 Intravvedo una galleria con le celle a vari livelli, il rumore è insopportabile, sembra che tutti stiano battendo degli oggetti pesanti su una superficie rumorosa; e l’odore, beh… lasciamo perdere. Andiamo avanti e passiamo altre porte; arriviamo ad un corridoio sul quale si affacciano le celle piccole; c’è abbastanza silenzio e nessun odore. Lo Jacono mi spinge sempre per il braccio, fin davanti all’ultima cella. “Don Lorenzo, buongiorno...” dice il poliziotto “...le ho portato un nuovo compagno di cella. Se permette, lo farei entrare.” Si sente una voce cupa, calda e catarrosa, come Gigi Ballista: “Lo Jacono, bravo, lo faccia entrare, non lo lasci lì fuori, che magari si perde” ridacchia e io mi cago. Appena entro in cella Sandaca mi squadra dalla branda dove sta leggendo. Sembra che mi faccia una radiografia. “Che, ti manda qualcuno?” (mi chiede) “In che senso, scusi?” rispondo in maniera idiota, pur avendo immaginato il senso della domanda, e cioè se ho qualche informazione da dargli, oppure qualche santo protettore, o roba simile. “Nenti, nenti, lascia perdere.” risponde Sandaca girandosi dall’altra parte, come scazzato. Da quel momento non mi rivolge più la parola. Eppure ci passo tutto il giorno, tutta la notte, ma Don Lorenzo non mi vede, non mi sente. Non esisto, e forse è un bene.

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giovedì 30 maggio, ore 10.18 Durante la passeggiata, “a Don Lorenzo, ci fanno un sacco di domandine”, come le chiamano. E Don Lorenzo ascolta paziente, risponde. Uno nel cortile mi si avvicina e mi chiede “Che hai fatto?” e io rispondo: “ Ho tirato un pezzo di ferro in testa a un giapponese.” E lui: “ E’ morto?” “Sì” “Allora stai nella merda, come a me” e se ne va, facendoio una risatina. A parte questo non ho molti altri rapporti. Verso fine mattina mi vengono a prelevare due guardie carcerarie. Aprono e gridano: “Castellani!” io li seguo, e mi portano in una specie di ufficetto con una scrivania di formica finto legno e le gambe di acciaio cromato, ma un po’ rugginose. Una sedia coi braccioli al di là della scrivania, due senza braccioli di qua. Grate alle finestre. La guardia mi ha detto: “Resti qua, a disposizione della dottoressa”. Sono qui da un’ora, ma la dottoressa non è ancora arrivata. Ah, eccola, entra adesso. E’ lei, Annalisa Parodi. Devo dire che ha una faccia simpatica, tutto sommato. Ha una sua dignità, come una maestrina d’altri tempi, severa, ma buona. E dietro gli occhiali ha anche dei begli occhi, anche se cerco di non incontrarli, perchè mi fanno un po’ soggezione. “Signor Castellani, oggi per lei è un giorno molto fortunato.” “Beh, ne ho bisogno. Vengo da un mese di sfiga nera.” “Lei è stato prosciolto dall’accusa di omicidio volontario del Takeda. Ci sono testimoni che giurano che il giunto che lei ha tirato ha colpito il muro alle spalle del Takeda.” “E...quindi?” “Quindi il Takeda è morto per un incidente durante la fuga. Si sentiva braccato, è caduto; forse per un’allucinazione.” “Eppure...io...” “Non aggiunga altro, la prego. Comunque ci sono diverse perizie che dimostrano che è impossibile che lei l’abbia colpito. Il 200


giunto è molto più lontano. E poi non si sono trovate lesioni sulla testa di Takeda.” Ma allora (penso) quel giunto, quel volo così preciso, così lento, l’ho solo immaginato? Quel percorso così perfetto, era forse solo un mia visualizzazione del percorso del destino? Eppure io sono convinto di averlo colpi to in pieno... “E in ogni caso, anche se qualcuno testimoniasse il contrario, lei avrebbe agito per legittima difesa. Ci sono sei testimoni che hanno visto il Takeda esplodere dei colpi di pistola contro di lei. Tutti pensavano che lei fosse un poliziotto.” “Allora, posso...andare?” “Stia seduto. Fermo restando il fatto che io ritengo il suo comportamento inqualificabile, e il fatto che un cittadino si dia all’inseguimento di ladri d’arte, oppure di maniaci erotomani, come ha fatto lei, è per me assolutamente sbagliato, improprio e fuori luogo, oltre che fuori legge, mi corre l’obbligo informarla anche riguardo il suo altro capo d’imputazione: il furto di quadri.” “Ah...pure?” (rispondo) “Bene, anche lì è stato prosciolto. Il commissario Bertelli l’ha descritta... come un eroe. Roba da pazzi. Comunque grazie alla sua collaborazione e a quella dei suoi. amici, è inutile negarlo, l’operazione MoSca è quasi è ultimata, è un enorme successo intenazionale, anche se lei ovviamente non ne recaverà nessun merito, come può immaginare... e... non ha ancora letto il giornale, vero?” “Come no! (rispondo) me l’hanno portato in camera stamani, insieme alla colazione e a un mazzo di fiori con gli auguri della direzione!” “Non sia ironico. Beh, Il suo presidente, De Rieti, è finito in carcere, incastrato da un sacco di prove trovate presso quel gallerista di Berlino... Jauch, credo. Accrediti bancari, conti 201


civetta... Beh, poi leggerà sui quotidiani.” “Sono libero?” “Si, è libero, e ne sono lieta (dice senza sorridere). Comunque pensi a un futuro più tranquillo, e lasci fare certe cose alle Forze dell’ordine. Passi nell’ufficio in fondo al corridoio per rilasciare una dichiarazione e per le formalità burocratiche. Buongiorno.” Si alza freddamente, riponendo le sue carte nella borsa. “Beh, dottoressa... grazie!” le dico tendendole la mano. Lei risponde al saluto con una bella stretta vigorosa, pur con la sua manina piccola e secca. E sfodera perfino un sorriso. “Non mi ringrazi, ho applicato la legge. Ma nemmeno mi detesti. In quello che le ho detto non c’è niente di personale.” (E io tra me, ribadisco: simpatica). giovedì 30 maggio, ore 13.45 Dopo un’ora esco fuori dal portone di Marassi. Ovviamente c’è Raffo, che stavolta ha noleggiato un pullmino. E a bordo c’è anche il suo socio Marco Revola, e il Professore, e Jackie, e Jean Marino, ma soprattutto Sanae che mi butta le braccia al collo e mi dice: “Ciao, hai la faccia da carcerato”. Raffo parte sgommando, come al solito e dice: “Cazzo, siamo in ritardo! dobbiamo essere alla Malpensa per le quattro. L’aereo parte alle cinque meno un quarto!” “Cosa, cosa? per andare dove?” (chiedo stranito). “Ma come, dove! Ma non lo sai che dopodomani a Tokio comincia il Sushi Contest?” “E noi... partiamo per... Tokio?” “Ma certo! Ti abbiamo fatto le valigie noi, e abbiamo preso anche il tuo passaporto, abbiamo preparato tutto!” “E...i soldi?” “Ma allora mi vuoi offendere!” (dice Raffo con la voce miagolante che di solito riserva ai critici d’arte) “E’ tutto offerto dal sottoscritto, 202


Minotti Raffaele detto Raffo, mecenate di professione!” “Che andrà a Tokio a concludere un affare da parecchie migliaia di euro” gli fa eco il Professore. “Uuuuh, Prof, ma come sei venale, e borghese. Vado a fare un po’ di investimenti.” “Diciamo la verità, vai ad assicurarti l’esclusiva per l’Europa dei quadri di Nigayama, il più emergente genio della pittura giapponese” dice Sanae. “Ma che compagnia di rompiballe! Vado a Tokio perché tu, cara Sanae vincerai il Sushi Contest!” Sanae mi spiega: “Raffo è il solito ottimista. E’ convinto che vincerò una gara a cui partecipano alcuni tra i più grandi chef del Giappone!! E’ così convinto che ha fatto preparare degli appositi contenitori per le piantine di basilico, che ha fatto scegliere da un suo amico esperto, nelle migliori coltivazioni di Prà. Contenitori con termoregolazione, umidificatori, e luci ultraviolette...” “Dobbiamo vincere alla grande!” grida Raffo, sempre più eccitato mentre siamo al casello dell’autostrada. “Non per niente abbiamo scelto tra sedici tipi di pecorino. E di Parmigiano. Non parliamo poi dei pinoli, dell’aglio.... E poi l’olio...uh, l’olio....la mola con cui hanno fatto la spremitura a freddo ha trecento anni!!!. robe da non credere!” dice il Prof simulando disperazione e mettendosi le mani tra i capelli. E Jackie ride. Il viaggio è il più breve e intenso della mia vita. L’annuncio della compagnia aerea ci sorprende: il comandante Degan augura buon viaggio... Manuela Degan è da anni la donna di Jean, ma neanche lui sapeva che lei sarebbe stata il nostro comandante. Guida aerei, e quindi lei gira il mondo nel cielo, mentre lui lo gira col computer. Un legame a singhiozzo, ma a loro piace così. Ma quel che è notevole è che Manuela dovrà fermarsi a Tokio per alcuni giorni, per una questione di aggiornamento di piloti. boh, roba del genere. E quindi, impegni permettendo, anche lei verrà a godersi il sushi. Su questa 203


buona nuova, mi piombo un pisolino, che presto si trasforma in coma profondo. Sembra che sia passto un lampo da quando abbiamo fatto il check-in a Malpensa a quando vediamo ergersi davanti a noi la sagoma imponente del grattacielo del Dai-Ichi Hotel a Tokio, sede della più prestigiosa kermesse mondiale sul sushi, che ormai è un piatto internazionale. Le bandiere di tutte le nazioni sventolano nel sol levante, proprio mentre i nostri tre taxi parcheggiano davanti alla hall e una serie di facchini elegantissimi scaricano i nostri bagagli. Raffo, che è davanti a tutti, si volta e ci guarda, poi grida: “Avanti, miei prodi!”

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venerdì 31 maggio, ore 11.48 L’atrio del Dai-Ichi Hotel di Tokio ronza come un gigantesco alveare; un bellissimo lampadario, grande come un container, illumina la scena, grand hotel, gente che va, gente che viene, restano tutti e si affollano davanti agli ascensori che li catapultano nelle loro stanze. La nostra squadretta di assalto al grande Giappone si spiattella davanti al banco della reception, dove i portieri sono efficienti e così gentili che mi sento quasi in imbarazzo. Rissa davanti all’ascensore e poi ci sistemiamo nelle nostre camere, che sono tutte vicine. La mia camera è così grande che ci potrei parcheggiare dentro il mio appartamento di Genova. Ci telefoniamo furiosamente l’un l’altro da una camera all’altra; poi usciamo tutti nel corridoio e facciamo gazzarra. venerdì 31 maggio, ore 14.33 E’ pomeriggio e siamo in preda al jet lag, Sanae va a confermare la sua registrazione alla segreteria del contest; decidiamo comunque di tirare avanti fino alla sera e andare a letto dopo cena e non prima, per cercare di fasarci subito con l’ora giapponese. L’idea di uscire, nel casino del traffico di Tokio, non ci alletta e così ci lanciamo sui servizi che offre l’albergo: sauna, bagno in piscina, massaggio rilassante e così via, finché arriviamo all’ora di cena e mi sento come se non avessi ossa, come se fossi fatto di gomma. Sì, specie in testa, la stanchezza è tanta e picchia. A cena mangiamo sushi in uno dei ristoranti dell’albergo; gli altri clienti sono senza dubbio altri iscritti al Sushi Contest. Nella sala, tutti scannerizzano con gli occhi tutti gli altri, e tutti assieme, analizzano il piatto di sushi, specialità dell’albergo, che 205


tutti hanno ordinato. Da sempre, certi tipi di sushi mi ricordano le murrine veneziane, o semplicemente quei dischetti di pasta di vetro coloratissima; se poi, dopo averla ammirata, accosti alla bocca quest’opera d’arte, allora potrai essere piacevolmente sorpreso dal loro sapore. Dopo cena, giù nei sotterranei dell’albergo, scendiamo in discoteca, luci rosse e pareti nere, musica house che ti martella dentro lo stomaco, luci strobo all’improvviso e i movimenti che sembra rallentino, poi la vita riprende. C’è un sacco di gente, qui dentro, nonostante le dimensioni della sala, si sta stretti. Capto una conversa zione in inglese tra due uomini d’affari vicino a noi; sembra che siano venuti apposta da un altro albergo, sembra che questa discoteca sia abbastanza famosa, e soprattutto, sembra che loro e molti altri, siano qui stasera perché stasera c’è l’aidoru. venerdì 31 maggio, ore 22.12 Sanae, che ha seguito anche lei la conversazione, vede i miei occhi col punto interrogativo dentro e sorride “Poi te lo spiego che cos’è un aidoru (e intanto mi tiene a braccetto e mi pilota sotto il palco) adesso, caro Giorgio, godiamoci lo spettacolo, poi parliamo”. Raffo, Marco Revola, il Professore, Jackie e Jean Marino, con Manuela ci seguono, e stiamo lì sotto il palco, in mezzo a quelli che pogano. La musica house dopo un po’ si smorza. Sale sul palco un gruppo giapponese che suona del buon rock, e improvvisamente, spunta in mezzo a loro una bellissima ragazza, che comincia a cantare, entrando perfettamente in battuta. Anche la voce è da sballo, forte e sensuale nello stesso tempo, tutti battono le mani, il suo viso mi ricorda qualcuna che ho già visto sui giornali, ma non ricordo il nome. Quando la cantante guarda dalla nostra parte, 206


mi sembra proprio che guardi me e solo me. Spero che Sanae non si accorga dell’aria da tonno lesso che ho sul viso in questo momento. In seguito, quando ci riuniremo dopo il concerto, tutti nel nostro gruppo diranno che hanno avuto la sensazione che la cantante guardasse solo loro. Continua a cantare e noi a guardarla ammirati: è una bella ragazza giapponese, coi capelli nero corvino tagliati corti, che sfiorano le sue spalle nude, indossa un mini abito a tubino nero, le sue braccia e il viso sembrano brillare di pagliuzze bianche e luccicanti, che mettono in rilievo i capelli e gli occhi scurissimi. Lo spettacolo passa in un attimo, siamo come ipnotizzati, e non solo gli uomini, anche Jackie; Sanae ci guarda e sorride sorniona. “Un aidoru, (dice Sanae quando lo spettacolo è finito e siamo seduti al tavolino del bar) un aidoru è una persona umana virtuale, è solo una proiezione, un’olografia tridimensionale sostenuta da un poderoso software. Durante il concerto, sono passata dietro al palco, c’era una postazione di monitor degna di un Jumbo e seduti là davanti, almeno tre super informatici. Tutto questo è molto costoso, non tutte le discoteche se lo possono permettere.” Verso da bere a Sanae, e lei continua “Avete visto come è sembrato che fosse comparsa all’improvviso ? è il momento in cui accendono la proiezione e lei si materializza nell’aria.” Noi continuiamo a guardare Sanae un po’ basiti, e lei continua “Vi ho sentiti prima, a tutti voi è sembrato che lei vi guardasse vero ? questo è frutto di un trompe-l’oeil informatico, usando un sistema che peraltro conoscevano anche i pittori di un tempo; vi ho visti stupiti guardando il suo viso, vi sembrava di conoscerlo, ma non ricordavate il nome ? il viso dell’aidoru è la sintesi dei visi delle più belle attrici del mondo, e la sua voce è un distillato della voce delle migliori cantanti. Il che produce un risultato un po’ sconvolgente. Vi vedo un po’ turbati, ma contenti. Il Giappone ha moltissimi 207


aspetti, che, permettetemi, voi non conoscete per niente; l’aidoru è solo uno dei tanti.” Raffo non perde l’occasione, e dice: “Domani parlerò con questa gente, e quell’aidoru lo voglio portare alla Minotti e Revola! Alla faccia di chi dice che il realismo è morto con l’ottocento.” sabato 1 giugno, ore 01.03 Ce ne ritorniamo su in camera; è una lunga notte, solo nella mia camera, Sanae nella sua; lei ha voluto così e io non insisto. Mi sveglio e mi riaddormento continuamente, nei miei sogni tornano alcuni momenti dei giorni passati; l’aidoru è sempre presente e, quando mi risveglio, mi sembra che lei stia ancora guardandomi coi suoi occhi magici. domenica 2 giugno, ore 08.30 Dopo un caffè, aiutiamo tutti Sanae a sistemarsi nel suo box per il contest. Nel salone delle feste, più grande del foyer di un teatro, sono state installati un centinaio di piccoli stand, divisi da sottili pareti di legno bianco, come una specie di ufficio open space. Nel box di Sanae c’è tutto l’occorrente per cucinare; noi le portiamo le piantine di basilico, il pecorino, i pesci e poi dobbiamo lasciarla da sola, come i meccanici lasciano solo il pilota prima della partenza. In fondo alla sala c’è una specie di palco, di legno bianchissimo, con baldacchino; i venti membri della giuria arrivano e cominciano a sistemarsi. Sono stati scelti tra i migliori cuochi di sushi del Giappone. Ci sono anche delle tribunette per il pubblico, dove noi ci schiacciamo assieme a molte, troppe, persone. Arriva il presidente della giuria: un uomo imponente che fa 208


sembrar magri i lottatori di sumo, vestito di bianco assoluto, come il papa. Prende posto al centro del palco. La sua sedia è più grossa e più alta di tutte le altre. “E’ il famosissimo Hiromi Miyamoto,” sussurra Raffo che ha letto il depliant, “il cuoco del miglior ristorante di Tokio”. Sono ormai le nove del mattino; i concorrenti avranno tempo fino a mezzogiorno e poi dovranno presentare i loro sushi; la giuria assaggerà ogni singolo piatto; intanto, nel corso della preparazione i giudici si sguinzagliano in mezzo agli stand e osservano i concorrenti al lavoro. Hiromi Miyamoto, mostrando un’agilità che il suo fisico non fa supporre, si alza dal suo trono e cammina in mezzo agli stand, le mani dietro la schiena, sembra che non veda nulla, ma raccoglie al volo un pezzettino di pesce che cade, proprio in quel momento, dal tavolo di un concorrente. Poi guarda il malcapitato con faccia dura “Stia attento! a un cuoco di sushi non deve cadere nulla dal tavolo” dice, e il tapino sa già di essere segato. I membri della giuria assaggiano piccolissime porzioni di sushi, le annusano, guardano con interesse un bell’accostamento di colori. Poi vanno a riferire a Iromi che continua a passeggiare lento come Budda, in mezzo agli stand. Ogni tanto si ferma e assaggia anche lui. Noi del pubblico, veniamo invitati a lasciare la sala; ci danno anche dei pass: potremo rientrare solo negli ultimi dieci minuti. Usciamo a far due passi e, ad una fornitissima edicola, compriamo una serie di quotidiani italiani ed europei. Rientriamo, ci sprofondiamo in una delle lounge dell’albergo e ci dedichiamo alla lettura; ci facciamo portare un numero imprecisato ma elevato di bottigliette di sakè tiepido che beviamo tutti a garganella, come fosse coca cola. Poi, su uno dei tanti monitor che ci sono nella sala, sintonizziamo i programmi tv italiani. Così tra giornali e telegiornali seguiamo le vicende 209


finali dell’operazione Morelli Scansani: recuperati tutti i quadri e incriminata una lunga lista di nomi più o meno eccellenti. Lo stato d’animo alcolico nel quale ci troviamo aumenta il nostro entusiasmo per il successo dell’operazione. La terza volta che gridiamo tutti assieme “Hip Hip Hurrà!!!! “, arriva nella nostra sala uno dei gentili portieri dell’albergo e ci informa che se desideriamo cantare, l’albergo dispone anche di una sala musica, che lui sarebbe ben lieto di aprire per noi. Il che è un modo indiretto e gentile di dire: piantatela. E la piantiamo. Passiamo ai programmi tv giapponesi e ci sintonizziamo su cartoni animati manga eroticoavventurosi. Jackie ci guarda e ci prende in giro, e noi stiamo al gioco. Il resto del tempo passa in fretta e arrivano presto le 11,50. E’ ora di rientrare nel salone del contest. Ci sistemiamo e Raffo mi passa una videocamera digitale con amplificatori di fotoni e uno zoom pazzesco. Mi sussurra: “Tu che sei alto, inquadra e filma tutto bene. Mano ferma, mi raccomando.” Inquadro il box di Sanae; con questa videocamera sembra di essere a trenta centimetri di distanza: vedo in primo piano il suo vassoio di sushi e trasecolo: mi aspettavo delle strisce di verde pesto, intervallate da bianche strisce di riso e pesce, il tutto contornato da bordi neri. E invece no. I suoi sushi sembrano creature aliene posate nel piatto. Innanzitutto la forma non è quella tradizionale a vassoietto ovale o rotondo. Il sushi di Sanae ha una strana forma tra il trapezio e il rombo. I bordi sono non sono neri ma di un abbagliante bianco latte, e l’interno è di un unico colore: un verde acido, fluorescente, un colore che in natura non esiste: un incrocio tra le fioriture di zolfo e la malachite. Sanae ci spiegherà dopo, che i bordi sono realizzati con lastre di riso bollito pressato, e che il colore non è stato uno sbaglio, ha proprio voluto ottenere quello, e lo ha creato mescolando il pesto 210


verde col pesce bianco, reso ancora più bianco da uno speciale trattamento all’amido naturale. Filmo per bene tutti i piatti, e poi alzo la telecamera e inquadro uno dei giudici che si sta avvicinando al box di Sanae. Il giudice vede il sushi fosforescente e si blocca di colpo; si avvicina a Sanae e le parla, poi fa una specie di sorriso sarcastico, scuote la testa e si allontana. Poco dopo, lo vedo incrociare Hiromi Miyamoto; il giudice si avvicina al gran maestro e gli sussurra qualcosa all’orecchio, ridacchiando; con un cenno della mano indica lo stand di Sanae, e sul suo viso si disegna un’espressione di disprezzo. Miyamoto, come ogni bravo guru, resta impassibile e continua il suo giro in mezzo agli stand, sempre con la stessa andatura, le mani dietro la schiena, gli occhi attenti ad ogni piccolo dettaglio. Ho informato gli altri di quello che ho visto con lo zoom della telecamera, e adesso siamo tutti lì ad allungare il collo, con gli occhi fissi sulla gran mole del gran maestro. Hiromi, che ci da’ le spalle, come se si fosse sentito guardare, si volta di scatto verso di noi e fa un enigmatico sorriso, poi riprende il suo cammino. Arriva finalmente davanti a Sanae, vede i sushi dall’improbabile colore e non fa una piega. Sanae lo saluta con l’inchino e gli porge un vassoio con gli ohashi per l’assaggio e una salvietta bianca caldissima e umida. Il maestro, con incredibile abilità nel maneggiare quei benedetti bastoncini, stacca un pezzetto microscopico di sushi e lo assaggia. Ma prima di assaggiarlo, si capisce bene che nel carpirne un pezzettino ne ha saggiato la consistenza, la densità, la fibrosità e un’infinita gamma di altre sfumature. Sorride a Sanae e si allontana. Fa due o tre passi masticando, poi si ferma di scatto, si volta indietro e torna al banco di Sanae. Questi movimenti non sono passati inosservati; di colpo si è fatto silenzio; gli occhi di tutta la sala sono rivolti verso Sanae e il maestro. Lui si dondola un 211


po’ sui piedi ma senza muoversi, lancia uno sguardo a tutta la sala; molti abbassano gli occhi, come per vergogna. Il maestro allora, si avvicina a Sanae e le dice qualcosa che nessuno riesce a capire. Lei lo guarda come se avesse appena avuto il satori, poi, con le mani che le tremano, porge al maestro un altro vassoio con forchettina e salvietta immacolata. Allora avviene una cosa che, come ci riferiscono inseguito, non era mai capitata in tutta la storia del Tokio Sushi Contest: il maestro assaggia il sushi di Sanae per la seconda volta. Il silenzio in sala diventa qualcosa di palpabile, mi accorgo che sto tenendo il fiato e riprendo pian piano a respirare. Hiromi sorride come un ragazzino; aver infranto il protocollo lo diverte moltissimo; finito l’assaggio, porge il vassoietto a Sanae e riprende il suo va e vieni in mezzo agli stand, come se nulla fosse. domenica 2 giugno, ore 12.10 Viene suonato un gong. Il tempo è scaduto. I giudici raccolgono i loro appunti e, preceduti dal gran maestro, si ritirano in una sala laterale. Di colpo tutti si mettono a parlare giapponese velocissimo; il casino è alle stelle; noi ci avviciniamo allo stand di Sanae, attorno al quale gli altri hanno fatto il vuoto. Lei è pallida, pallida, le lacrime agli occhi e ancora le mani che tremano un po’ “Avete visto?” ci chiede; noi le stiamo intorno e la coccoliamo. Dopo un tempo che pare interminabile, il gong suona di nuovo. Il pubblico, noi compresi, torna nella tribunetta; i concorrenti si mettono in riga, come soldati che passano l’ispezione. Un altro colpo di gong e la porta della sala laterale si apre. Esce il corteo dei giudici, preceduto dal Gran Maestro. I giudici sfilano lentamente davanti ai concorrenti che sudano, poi si vanno a piazzare nel palco d’onore della giuria. Tutti noi, 212


ad esclusione di Sanae, abbiamo gli auricolari che traducono in simultanea in otto lingue quel lo che sarà il gran verdetto. Hiromi Myiamoto si alza e prende la parola: “Narra un’antica storia che un giorno, in un grande monastero zen, il gran maestro, sentendosi vecchio, fece disporre tutti i monaci in riga davanti a lui, come siete voi adesso miei nobili concorrenti. Disse il maestro ai monaci che era giunto il tempo di trovare il suo successore, e che, per far questo, li avrebbe sottoposti a due prove. “Come prima prova” disse il maestro “Fatemi sentire il rumore di due mani” e tutti i monaci, un po’ stupiti, cominciarono a battere le mani davanti al maestro. “Bene” proseguì il maestro “adesso fatemi sentire il rumore di una mano sola”. Mentre i monaci erano lì che stavano a pensare cosa intendesse il maestro parlando del rumore di una mano sola, uno di loro, uno tra i più giovani, si alzò in piedi di scatto, avanzò fin davanti al maestro, gli disse “Eccoti il rumore di una mano sola!” e, con mano aperta e braccio teso, mollò un ceffone sulla guancia del maestro. Gli altri monaci sobbalzarono, il maestro invece restò impassibile. Il giovane monaco stava per rientrare al suo posto quando il maestro lo fermò “Stai qui” disse “tu devi cominciare a stare vicino a me, perché tu sarai il nuovo maestro”. E, alle domande dei monaci che non capivano, il maestro rispose dicendo: “Ci sono due motivi per aver scelto il vostro giovane compagno: il primo è che lui ha avuto un’idea che nessuno di voi aveva avuto. Il secondo motivo è che lui si è permesso di darmi uno schiaffo in faccia davanti a tutti, come se lui fosse il maestro ed io un allievo negligente, e in questo mostra il necessario coraggio e la necessaria incoscienza che contraddistinguono i grandi capi.” Continua Hiromi Myiamoto: “Questa storiella mi è venuta in mente osservando il sushi di uno di voi, il sushi di Sanae Tzukota”. 213


Gelo in sala; prosegue, il maestro: “Il sushi di Sanae è un insulto ad ogni tradizionale ricet ta di sushi conosciuta; ma forse, si potrebbe meglio dire che Sanae sa, e ce lo spiega, col coraggio della gioventù, che anche le tradizioni più antiche, sono destinate a cambiare nella forma, quando sanno mantenere inalterata la loro essenza. E’ l’essenza, in questo caso, è la delizia del palato e il rispetto dei sapori. L’opera di Sanae Tzukota si chiama sushi, solo perché siamo noi a dare questo nome; la forma non è quella giusta, e non è nemmeno quella di un poligono codificato; i colori del bordo non sono quelli tradizionali, ma soprattutto il colore della parte centrale è qualcosa di assolutamente audace e assurdo. Usare una pianta straniera, come il basilico italiano di Genova, può essere considerato un rifiuto delle vecchie regole, ma, e mi pare migliore questa interpretazione, forse vuol far intendere anche a noi il linguaggio della globalizzazione, e mostra quanto il Giappone sappia dialogare col mondo. Quanto al sapore, devo dire che non mi aspettavo questo particolarissimo e squisito gusto che il sushi di Sanae Tzukota scatena. Per questi motivi quindi, nobili signori, dopo essermi consultato con la giuria, che approva la mia scelta, dichiaro ufficialmente che Sanae Tzukota ha vinto il Tokio Sushi Contest !” Non posso descrivere lo scalpore e tutte le ripercussioni di una scelta così inconsueta come quella del Gran Maestro Hiromi Miyamoto e della sua onorevole giuria, composta da ben dodici esperti. Di certo, però, bisogna dire che quei particolarissimi rombetti fosforescenti sono piaciuti, e non solo a lui: Sanae ha ottenuto ben otto preferenze, superando tutti i professionisti presenti in sala. Ma da allora si sono alternate interviste, fotografie e perfino offerte di lavoro per Sanae che, pur essendo al settimo 214


cielo, ostenta la sua gioia in modo moderato, molto giapponese, riservando inchini e ringraziamenti a tutti i suoi interlocutori. Poi, in una pausa, mi dice: “Giorgio, qui siamo in Giappone, ma io avrei una gran voglia di festeggiare all’italiana, saltando e ridendo e dandomi alla pazza gioia.” “Per questo ci sarà tempo” (rispondo in modo allusivo), ma prima che lei mi dica che ho frainteso, riprendo a parlare:”... adesso non vorrai privare proprio me di questa delizia!” e allora Sanae mi porge il suo piatto ed io assaggio. La sensazione è qualcosa di veramente celestiale, un delicatissimo sapore di mare, di freschezza viva, di scoglio, su cui spira una brezza di basilico, e tra i denti si avverte appena una morbida granulosità di pino li, appena inasprita da un sottile profumo di formaggio, quasi impercettibile. Sanae mi spiega che si tratta di un mix fatto di fettine sottilissime di Ika, cioé seppia, suzuki, cioè branzino; e ishimochi, vulgo ombrina. Il tutto ricoperto da ikura, vale a dire uova di salmone. Ma tra tutti questi componenti, gli elementi base del pesto, dosati e temperati in un equilibrio superlativo, vengono riscaldati insieme, ma solo un po’, in uno speciale “otama”, un mestolo di legno d’ulivo, anche questo portato dall’Italia. Le fettine all’interno sono così sottili da esser trasparenti; e grazie ad un certo componente segreto, il tutto prende l’aspetto di gelatina, ma la sua consistenza è davvero perfetta all’assaggio. Poi Sanae incomincia a descrivermi la preparazione, la difficoltà di ottenere quei bordi candidi con lastre di riso, e quel verde speciale, che è una gioia per gli occhi... Ma ad un tratto viene chiamata a gran voce sul palco, a ritirare il premio. Non una coppa o un piatto, ma un ologramma strabiliante: pesci che si muovono in un cilindro di perspex, e alla sua base una serie di iscrizioni che come si può immaginare, per me, sono ostrogoto. 215


Le iscrizioni si animano, si staccano dal fondo come bollicine che salgono, e i pesciolini se le mangiano. La vedo sorridere sotto i flash dei fotografi, e penso che quel momento la stia riscattando da un mese terribile, ma quando vedo entrare nella sala Alexandre Paulen, il poliziotto francese conosciuto a Calvi, e lo vedo venire verso di noi mi prende ancora una volta l’angoscia. Mi sento morire, e sono già in allarme. Ma lui viene a informarci: grazie alla nostra presenza qui, che è stata oculatamente e discretamente sorvegliata, e grazie alle molte segnalazioni della Polizia italiana, e con una straordinaria efficacia della Polizia giapponese, hanno arrestato nell’hotel, il capo indiscusso della Chicara Kuci e due suoi subalterni, che erano qui per vendicare Norio. Raffo, che era già al settimo cielo per la vittoria di Sanae, chiude la serata con una sbronza colossale e con umorismo veramente dilagante, poi piano si tira dietro tutti gli amici, in giro per Tokio, e mi lascia solo con Sanae, mentre la sala si svuota gradualmente. domenica 2 giugno, ore 23.50 Non dico niente a Sanae, mentre a notte tarda saliamo in ascensore. Voglio che la sua gioia rimanga intatta, senza turbamenti. Le racconterò tutto domani, forse, o forse dopodomani, o forse tra un anno. Comunque non stanotte. Stanotte non voglio rovinare il suo sguardo dolcissimo, che mi guarda e mi sorride nel tragitto lunghissimo verso il sessantacinquesimo piano. Mi batte il cuore, e sono in imbarazzo perché non so capire fino in fondo, ancora una volta, cosa c’è dietro a quello sguardo. Così, per rompere il ghiaccio, per fare una avance, ma senza urtarla, senza forzarla, senza neanche costringerla a dire no, le chiedo una cosa idiota: “ Che numero ha la tua stanza?” e lei mi risponde: “Trecentotrentaquattro” indicando la mia chiave, con cui sto 216


giocherellando nervosamente. E se qualcuno volesse sapere cosa accadrà stanotte nella stanza trecentotrentaquattro del Dai-Ichi Hotel a Tokio, non deve far altro che chiudere gli occhi e provare a immaginare...

fine

Alcuni luoghi che compaiono nel racconto sono reali, ma ogni loro relazione con i fatti, i personaggi, le vicende del presente racconto sono immaginari. La somiglianza o relazione delle vicende narrate con fatti realmente accaduti e persone reali è puramente casuale.

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RINGRAZIAMENTI: Mario Janin, Pia Chiesorin CITAZIONI E RIFERIMENTI TESTUALI: Speriamo che sia femmina. titolo di un film di Mario Monicelli (1986) “I’m not sleepy and there is no place I’m going to” da “Mister tambourine man” di Bob Dylan ... andare, finché non saremo arrivati da “On the road”, romanzo di Jack Kerouak (1957) Chi Vespa mangia le mele. slogan pubblicitario Piaggio (1970) Sono veloce, il piede nella scarpa cuoce dalla canzone degli Skiantos “Sono veloce” dall’album “Pesissimo” (2001) ce n’hai roba frase celebre della trasmissione radiofonica “Ondestorte” (1980) eyes wide shut titolo di un Film di Stanley Kubrick (1999) No difficulties, no guts da una maglietta comprata ad Amsterdam (1984) pistoni roventi bikers clan frase che compare sulla discografia del gruppo degli Skiantos Mi metto le scarpe e sono già in strada, da “Fegato, fegato spappolato” di Vasco Rossi (1984) in another dimension / with voyeuristic intentions / well secluded / I see all dalla commedia musicale “Rocky Horror Picture Show” di Lou Adler e Michael White (1975)

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qui si parrà la tua nobilitate. da “la Divina Commedia” di Dante Alighieri Bring the boys back home! da “The Wall”, omonimo album, Pink Floyd (1979) Mentre ognuno, nella tua band, suona una canzone per conto suo.... ... ti vedrò sul lato oscuro della luna traduzioni da “Brain Damage” dall’album “The dark side of the moon”, Pink Floyd (1973) Correva felice / Correva sull’erba / Correva anche il rischio / Di pestare una merda. graffito in una piazza di Mestre (autore ignoto) metal hurlant titolo di un noto magazine francese Pum! Pum! Chi è? La polizia. titolo di una commedia di Dario Fo (1972) keep on movin, questa storia finirà, keep on movin dice tutta ‘a verità, keep on moving, se vuoi crescere davvero non ti lamentare più.” da “Keep on movin”, album “Musicante”, Pino Daniele (1984) anzi non era neanche quella volta lì. da un recital di Ornella Vanoni conosciuto i segreti troppo presto traduzione da “Wish you were there”, Pink Floyd, omonimo album (1975) Evaporato in una nuvola rossa/in una delle molte feritoie della notte/con un bisogno d’attenzione e d’amore... da “Amico fragile” di Fabrizio De André, (1975) 219


“Rumba, ruuumba, più lo tiri più si allunga!” frase sentita in un locale gay di Genova (1974)

“Un giorno dirai a te stesso, Sono stanco, vado a sedermi, e andrai a sederti. Poi dirai a te stesso, Ho fame, ora mi alzo e mi preparo da mangiare. Ma non ti alzerai. Dirai a te stesso, Ho fatto male a sedermi ” dalla pièce teatrale “Finale di partita” di Samuel Beckett (1957) some velvet morning, without rain. da “Near the beginning”, Vanilla Fudge (1969) “Quer pasticciaccio brutto de via Paleocapa” parafrasi del titolo del romanzo “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di C. Emilio Gadda (1947) “La paura è un coltello di ghiaccio che dilania i sensi e arriva alla coscienza” Edgar Allan Poe una farfalla batte le ali a New York, e a Pechino piove Assunto che esemplifica la teoria del Caos. Il concetto viene espresso anche con enunciati simili, nei quali vengono sostituite le località e gli effetti; per es.: “una farfalla batte le ali batte le ali a Hong Kong e un un tifone si scatena in Giappone”. Le Scienze N° 222, febbraio 1987. per nulla al mondo andrei avanti, se tu avanzare, tu morire da un vecchio film dell’orrore “Hasta la vista baby!” dal film “Terminator 2” di James Cameron (1991) comin’ on, like an hurricane dalla canzone “Hell’s Bells” degli AC\DC, album “Back in black” (1980) gente che va, gente che viene dal film “Grand Hotel” di Edmund Goulding (1932) aidoru titolo di un romanzo di William Gibson (1996) 220


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