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Fuga dal mondo

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Juan Romulo Rebay

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Juan Romulo Rebay (marco vimercati) fuga dal mondo ©2002 Fover/l’imbuto Foligno (Pg) tutti i diritti riservati all’autore compreso public publishing e distribuzione gratuita (lib. del 24/6/2003) foto di copertina di Anentodio Friulzi

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Juan Romulo Rebay (marco vimercati)

fuga dal mondo

©2002 Fover/l’imbuto

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INDICE

introduzione pag. 7 prefazione alla seconda edizione

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I pag. 17 II pag. 34 III pag. 50 IV pag. 66 V pag. 91 VI pag. 106 VII pag. 122 VIII pag. 139 IX pag. 153 X pag. 169 XI pag. 183 XII pag. 192 XIII pag. 206 XIV pag. 231 XV pag. 247

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Introduzione

Alla fine degli anni ‘90 mi trovai a far parte della famosa spedizione condotta dal Prof. Seraphin Ratzieff. Quantunque fossi assolutamente inadeguato, mi fu chiesto di sostituire un giornalista che era stato prescelto dall’organizzazione e che al momento della partenza era infermo. Così, ero stato convocato dal mio amico Aleph Lexi, assistente del professore, che mi chiese se intendevo partecipare come cronista della spedizione, ruolo per cui non erano richieste conoscenze specifiche troppo approfondite. Accettai. La nostra carovana doveva attraversare il deserto del Kamaral fino al mare interno nelle lontane ed inospitali regioni dette di Rendham. L’area è assolutamente desertica e si inoltra in una regione rocciosa per molti chilometri. Gli studiosi intendevano permanere sulla costa per almeno tre lune, nel tentativo di verificare se in particolari condizioni delle maree fosse visibile nel grande golfo di Rendham la mitica isola di Erythia, che alcuni sostenevano essere anticamente alla periferia di Atlantide. Introvabile nelle cartografie, l‘Isola di Erythia viene nominata da diversi geografi antichi: viene menzionata da Sysiphus Moliewskij, da Balthazar Mahoui, ed è presente in alcune cartografie del Contardi, conservate nell’archivio storico di Tallin. Il Professor Ratzieff ne possedeva anche una fotografia dei primi del novecento, scattata durante la spedizione condotta da Lord Betweeter, il cui tragico esito dissuase molti altri dal tentare una traversata del Kamaral. Partiti dall’avanposto di Locopea in direzione 7


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sud est, dopo un viaggio di alcune settimane, arrivammo alle frastagliate coste di Rendham. Durante la permanenza nelle montagne vicine al mare interno, feci diverse escursioni nelle zone circostanti insieme al geologo dottor Valden e alla professoressa Skopoulou, che seguiva gli aspetti storici della spedizione. Percorrendo la regione, osservammo la presenza di grotte e di sorgenti e ad un’osservazione più attenta essa si rivelava anche meno inospitale di quanto non apparisse a prima vista. Ricco di ricoveri naturali, il territorio abbondava anche di piccoli alberi da frutto. Ai piedi delle montagne, al ritiro delle maree, pesci e crostacei rimanevano imprigionati in piccole e grandi pozze tra le scogliere, offrendoci dosi sufficienti di cibo con cui integrare le nostre scorte e talvolta addirittura bastanti a risparmiarle. Non trovammo alcuna traccia dell’isola di Erythia, anche se il territorio era identico a quello ripreso nella vecchia foto in possesso del Professor Ratzieff. Fui deluso: mi venne in mente il Monte Analogo di Daumal, ma poi pensai che il professore poteva essere un vecchio visionario. Tuttavia, un giorno, durante una esplorazione, scoprimmo tracce della presenza di un uomo. Cenere, un primitivo pagliericcio in una nicchia nella roccia, quasi nient’altro. Le tracce non erano recenti, ma il luogo non sembrava abbandonato da lungo tempo. Gli antropologi della spedizione, dopo attente ricerche, valutarono che le tracce potevano avere qualche mese. Permanemmo nella zona senza mai incontrare l’eremita che presumibilmente aveva vissuto in quelle forre desolate. Dopo un’attenta perlustrazione della zona, in una grotta, ritrovammo molti taccuini numerati, in alcuni dei quali si fa esplicito riferimento all’isola di Erythia. Di quei taccuini riporto fedelmente il contenuto integrale. Juan Romulo Rebay Cartagena, 16 maggio 2000

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Prefazione alla seconda edizione (2020)

Le edizioni “L’imbuto” mi hanno proposto una ripubblicazionedi scrivere alcune note per introdurre la riedizione di “fuga dal mondo” a vent’anni esatti dalla sua prima uscita. Il testo necessiterebbe innanzi tutto di una accurata revisione dei molti refusi e di una certa cura editoriale. Spero che qualcuno se ne occupi, ma è evidente che questo costringerebbe qualcuno alla lettura, e la lettura di questo testo per molte persone si è rivelata deludente o comunque estremamente faticosa per coloro che hanno saputo resistere fino alla fine. Per la verità, per alcuni è stata anche una lettura piacevole o stimolante, anche se buona parte dei sinceri mi ha confessato di aver saltato alcune parti. Credo che questo inevitabile e giustificato fastidio nei lettori potrebbe essere alleggerito da qualche precisazione che posso aggiungere a distanza di due decenni, avendo più volte messo le mani in questo testo che trovo abbastanza brutto nel suo sviluppo, ma dotato di una struttura interessante e notevolmente ricco di spunti da cui potrebbero nascere altre scritture più interessanti. Quanto agli errori, ai refusi di stampa, certo, ve ne sono alcuni, ma non sarei molto propenso a mettere mano alla prima edizione intervenendo sulla punteggiatura (anche se io ne aggiungerei molta) o nella sostituzione di parole evidentemente errate. Non voglio difendere l’edizione originale, ma devo dire che quasi tutti gli errori in essa contenuti erano contenuti nei taccuini che ho rinvenuto nelle desertiche terre di Rendham e quindi sono comunque un segno di fedeltà all’originale. E se vogliamo anche una forma di rispetto nei confronti dell’ignoto eremita, di colui che scrisse all’epoca in cui scrisse. L’insieme dei testi appare in gran parte come un esercizio di ricordi ma 9


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sottoposto a una lettura più sistematica appare soprattutto come un esercizio linguistico che può essere visto come progressiva presa di distanza dai ricordi di quel mondo da cui il nostro protagonista dice di essere fuggito. Certamente va detto che l’insieme appare (anche) come una struggente richiesta di lettura, al cui eventuale consenso però lo scrivente non risponde con qualche forma di ringraziamento, ma sottoponendo anzi il lettore a nuove questuanti pressioni, scusandosi, sì, ogni volta, soltanto per proseguire con ulteriori richieste, ancor più vessatorie. Questa specie di desiderio di consenso che diventa punitivo per chi lo concede è’ un segno evidente della nevrosi dell’autore, che ad un tratto sembra sfociare in follia (ma si tratta solo di definizioni) nella quale, poco prima della fine, si fa strada una specie di visione illuminata. Tuttavia questo è solo uno dei modi possibili di interpretare il testo e i desideri dello scrivente. Desidéri ai quali peraltro il lettore non è assolutamente obbligato a soggiacere. Ma se intenzionato (o sedotto, o sedicente) lettore, come non soggiacervi pur continuando nella lettura? Come promesso, voglio fornire alcune notazioni sul carattere e sullo svolgimento del testo, dare una certa scansione a quello che a prima vista può sembrare solo un lungo sproloquio (e forse lo è), ma che è comunque caratterizzato dall’interessante processo del progressivo desemantizzarsi del linguaggio che attraverso diverse fasi assai veriegate giunge fino al suo disfacimento, per poi ricomporsi alla fine in una specie di significazione sublimata. Questo è ciò che credo di poter interpretare , direi pietosamente, come intenzione del povero e sconosciuto eremita che scrisse i taccuini. Dopo averli studiati a lungo, è sorta in me la convinzione che tutto lo scritto abbia un senso metaforico, e che proceda nel decadimento del linguaggio man mano che il suo autore invecchia e si avvicina presumibilmente ad un epilogo. Posso ipotizzare da alcuni riferimenti nel testo che il tutto volesse essere paragonato a qualcosa di simile ad un processo alchemico, il cui l’Opera 10


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si compie attraverso numerose fasi di disseccamento e calcinazione, di fermentazione e putrefazione, poi di soluzione, di distillazione, per approdare alle fasi tendenti verso il rosso che seguono la sublimazione: l’unione e la fissazione. Queste fasi di processo che caratterizzano il processo alchemico di modificazione della materia fino ad aprire la possibilità della sua trasmutazione, sono forse rappresentate dai molti cambi di lingiuaggio, assumendo quindi il linguaggio come materia su cui operare. Che sia vera o no questa mia ipotesi di parallelo dal sapore alchimistico, non si può non notare che queste fasi sono abbastanza individuabili, diverse tra loro e infine “numerose” . Uno degli errori più macroscopici della prima edizione è stato, a mio avviso, quello di accettare e di riportare fedelmente l’errata numerazione dei capitoli. Anche in questo caso l’errore era ripreso dai taccuini da me rinvenuti nel Kamaral, ma a questo si è posto rimedio nella convinzione che la numerazione errata fosse stata aggiunta alla fine, alterata dalla confusione e dal disordine dello scrivente. Oggi quindi i capitoli continuano ad essere quindici e mantengono la stessa sequenza della prima edizione, ma sono numerati nella giusto ordine progressivo. Come si è detto, in questi capitoli, che corrispondono ai taccuini e che suddividono questo scritto, il linguaggio è mutevole, e questo fatto per molti lettori costituisce il principale motivo dell’abbandono della lettura. Nei casi meno drastici, produce frequentemente disorientamento, oppure rabbia e disgusto, o noia e in qualche caso di divertimento. In altri casi, forse nei lettori più esperti, arriva la sensazione di “aver capito il gioco” e quindi di poter sorvolare sui dettagli, visto che ormai si è compreso che “sono tutti metalinguaggi”. E invece vorrei proprio spingere i lettori volonterosi a non trascurare questi dettagli, perché pur essendo un complesso scritto strutturale, ha pur sempre dei messaggi che emergono al suo interno, spesso nascosti nella dimensione metalinguistica. Ma come più volte ripetuto l’avventura non è gratificante, a meno che non si riescano a individuare con un po’ di chiarezza la serie di cambi di li11


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vello che scandiscono il procedere della scrittura (anche se l’autore sembra non richiederlo affatto. Sembra, anzi, che abbia voluto occultare o confondere i diversi gradini della scala in un unico dissestato percorso, lasciando al lettore la possibilità di scoprirli) Quindi vorrei fornire qualche riferimento alla struttura generale dello scritto che possa fare da guida alla lettura. Lettura, che per gli evidenti limiti letterari dello scrivente, non risulta agevole, né tantomeno individuabile e “separabile” nelle varie voci che parlano, seppure in un apparente e costante soliloquio. Ma è proprio la visione sinottica (alla quale sono approdato con fatica) che alleggerisce e spiega il testo. Il conoscerla, almeno nelle sue linee più generali, può aiutare il lettore a scegliere, e a confrontarsi con ciò che gli è più consono, perché nei ricordi di quell’eremita c’è un abbozzo di mappa dell’esistenza e i territori che esplora sono molto diversi tra loro. Il testo può essere suddiviso in cinque gruppi, alcuni dei quali hanno al loro interno altre aree con confini vicarianti, che potrebbero portare i gruppi a sette oppure a nove. Ogni gruppo è destinato a provocare un suo proprio fastidio, specialmente nei capitoli iniziali. Successivamente il fastidio può sia diventare più tollerabile che spingere al rifiuto totale. Come avvenga questa biforcazione tra i lettori non è dato sapere. Con queste note ogni lettore o lettrice portà evitare i bivii e forse individuare i territori più percorribili. Ecco quindi, a grandi linee, una sintesi un po’ ragionata dei vari contenuti messi nei taccuini dal nostro scrivente: a) Nel primo gruppo di quattro capitoli l’eremita-autore ripercorre alcuni brandelli dei suoi ricordi con un linguaggio emulativo, riportando per intero massicci estratti o blocchi di discorso. Tuttavia, questo linguaggio emulativo assume due differenti registri linguistici. Nelle prime venti pagine a parlare sembra un essere ricordante che descrive ciò che succede con toni romanzeschi, alla maniera narrativa 12


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della fine del novecento. Forse si tratta solo di un tranello per la lettrice e il lettore, un tentativo di trascinarli dentro una narrazione tutto sommato abbastanza convenzionale, ma confortevole, e sufficientemente ricca di emozioni da compiacerli. Il gioco viene subito interrotto e chi legge viene come “risvegliato” dal suo compiacimento. Il premio per questo risveglio è in realtà una vera afflizione, una interminabile serie di stereotipi testuali: filosofico, burocratico, istituzionale, da manuale tecnico eccetera. Senza escludere diversi modi per impartire istruzioni, descrivere percorsi o semplicemente interloquire con variegati modelli relazionali, anche deliranti. In pratica, il romanzo iniziale (quello a cui i lettori avrebbero dovuto affezionarsi) viene letteralmente sommerso dalle voci pre-cotte e pre-definite come modelli copiati e incollati (una triste coincidenza vuole che questa prefazione venga scritta nel giorno della morte di Larry Tesler, l’informatico e matematico statunitense, celebre per aver inventato la funzione informatica del copia-incolla). Come se nella quieta vicenda novecentesca che viene raccontata nelle prime pagine come un mite e accorato ricordo ci fosse l’irrompere di modelli che vengono adottati -de facto- acriticamente come ingrediente narrativo. Non sono già più linguaggio, sono una proiezione per fotogrammi di modelli linguistici che cominciano con la voce di un disk-jokey un po’ stupido, il quale ha la funzione di risvegliare il lettore (forse lo scrivente deve essere stato, per parte della sua vita, un disk-jokey). Questa frattura operata dal disk jokey sembra aver a che fare con la seconda parte del novecento, con un inizio proprio coincidente con l’epoca che moltiplicò le emittenti radiofoniche. Ma ha solo il compito di introdurre una lapidazine verbale del lettore che dura per circa una sessantina di pagine. Questo strazio prosegue fin quasi alla fine del quarto capitolo.

b) Poi il linguaggio sembra farsi più interiorizzato e i capitoli dal V a IX 13


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sembrano riferirsi ad una descrizione illusoria, sintetica e frammentaria di altri ricordi, con un lungo monologo quasi sempre al presente in cui c’è indubbiamente un riferimento ad una vita che risuona indistinta nella partecipazione, dispersa tra pensieri e descrizioni, come evocata dal recupero delle sue contingenze. C’è poco da aggiungere su questo blocco, che è rilevante per la sua mole e infatti assorbe all’incirca altre sessanta pagine. c) Il X e l’XII capitolo sembrano voler abbandonare gli apetti rivolti all’interiorità ed approdano ad una specie di tentativo di visione continuamente oscillante dal soggettivo (il X capitolo sembra una somma di esperienze di coscienza alterata da sogni o droghe) all’ oggettivo del XII capitolo, dove la visione rischia di diventare contemplativa o quasi contemplativa concentrandosi sulla materia e sul colore come materia naturale e soprannaturale ( o se si preferisce, mondano e sovramondano). Qui si potrebbe per comodità attribuire il significato di “soggettivo” a quei casi in cui il linguaggio è impegnato ad esprimere la vita del lo scrivente-narratore, e “oggettivo” quando invece il linguaggio guarda il mondo là fuori. d) Nel XIII e nel XIV capitolo il linguaggio si sgretola, perde progressivamente la sua funzione significante, come se l’eccesso di ricordi avesse condotto l’autore a non far più caso alla loro narrazione come cronaca, ma alla sostanza con cui la narrazione potrebbe realizzarsi e alla particolare consistenza di questa sostanza. In una prima parte il linguaggio sembra volersi sbarazzarsi del formalismo e della necessità, ma non è ancora capace di dissociarsi dalla semantica. Quindi incalza come può, utilizzando il paradosso come evidente conseguenza della libertà espressiva. Nel XIV capitolo si perde il desiderio semantico (o viene sostituito da un pensiero meta-semantico) e lo sfacelo della coerenza passa attraver14


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so lo smantellamento e rimontaggio dei morfemi, spappolando il testo in una apologia di neologismi privi di significato. (Nondimeno, leggendo il testo con una certa partecipazione, non è difficile approdare a immagini mentali o a strutture di significati, esattamente come l’arte informale può provocare il sorgere di concetti, scenari, visioni inetriori e stati d’animo) . e) Nell’ultimo capitolo il linguaggio sembra volersi riappropriare della sua funzione prevalente, ma ad un livello che aspira ad essere più elevato, una specie di pensiero poetante, non più autoreferenziato e pregno di sè, come avviene nei capitoli dal V al IX. Autoreferenzialità comunque ambigua perchè a parlare in prima persona, almeno in molte delle prime pagine sono anche una o più figurae femminili. Il fatto comunque non sembra avere quasi nessuna rilevanza nello svolgimento del testo. A far da guida e da legame, la voce soggettiva dello scrivente (o narrante), non sempre facile da individuare e da separare dal fluire del risuonare della memoria e del pensiero. Voce che compare “a sorpresa” in tutto il testo solo per ricordare al lettore che tutti i brandelli che via via si presentano (cioè che lo scrivente inserisce con un certo ordine nel testo) non sono altro che differenti usi di una materia, e che tutti questi veri o presunti “ricordi” dello scrivente che è fuggito dal mondo non sono altro che differenti registri con cui guardare probabilmente le stesse cose, ovvero gli stessi argomenti che lo scrivente-eremita ripropone continuamente: le relazioni umane, la visione e la luce, il lavoro, l’amicizia, la famiglia, l’alternarsi di “dentro” e “fuori”. Juan Romulo Rebay Biarritz, 17 febbraio 2020

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“Quante cose mi intimidivano solo dieci anni fa: “la poesia concreta”, “Andy Warhol” e poi Marx e Freud e lo strutturalismo, mentre ora tutte queste Universal-Pictures sono svanite, e ad opprimermi davvero non rimane che il peso del mondo Peter Handke, Il peso del mondo

Mi trovo qui da tempo immemorabile, dopo avere per immemorabile tempo vissuto. Mi trovo in questo silenzio naturale che ancora e sempre mi produce smarrimento ed anche, allo stesso tempo, un rassicurante stupore, come se il mio destino fosse adesso più a portata di mano e più imminente, ma anche più congeniale, qualunque esso sia, alle mie possibilità di uomo. Mi trovo qui dopo avere vissuto in molte direzioni la vita degli uomini e delle donne, dopo avere con essi scambiato parole, carte, denaro, sentimenti. L’interesse per quello che ormai è alle spalle dell’orizzonte è soltanto fuggito da me, senza lasciare un giudizio né un sapore, neanche un pallido e silenzioso lamento d’insofferenza, ma solo un pesantissimo silenzio. Ma per lungo tempo non c’è stato distacco; c’è stato anzi un esercito di ricordi e anche di rimpianti, una folla di emozioni che sono tornate per secoli a farmi tremare le labbra, a farmi sudare le mani, a provocarmi violente scariche di diarrea, erezioni, lacrime, ed ogni sorta di trasformazioni. Ed oggi io mi chiedo con curiosità rinsecchita di che natura siano 17


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fatte quelle cose che a distanza di anni producevano dentro di me le stesse sostanze degli eventi che le avevano generate. Guardo il laboratorio dove tutti questi processi si svolgono, e aspetto che il destino, tutto il destino, si compia. Da tempo immemorabile osservo il mio corpo contorcersi per gli spasmi la notte, e attendere l’alba come una redenzione dal dolore, come se la veglia portasse la mia attenzione a ciò che accade là fuori, invece ogni giorno, qualcosa sorge dentro di me e si appresta a costruire il mondo. Sorgono promontori, albe, deserti e baie silenziose, sorge il ricordo delle città e della polverosa fuga da casa. Negli ultimi anni ho osservato le forze esterne lavorare nel mio corpo, trasformarlo nei modi più impensabili, come quando da eroe immortale in un attimo mi trasformai in lattante abbandonato e malato, bisognoso di infinite cure ed amorevolezza. Fu divertente, quella volta, scendere dalla collina dove sto appollaiato e cambiarmi nel dilettevole ruolo della madre, abbandonando quella posizione che io chiamo solenne e tornando a farmi conquistare dai mille profumi del bosco, dai colori del sole sulle terre, dalle moine di quel piccolo infante bisognoso di cure, che dovet‌ti poi piano piano lasciar morire, per non esserne sopraffatta e poter tornare nella tacita qualità del silenzio. Ho lasciato il mondo brulicante di persone e sono venuto qui sul‌ l’onda di una spinta difficile da spiegare, senza quasi seguire la mia volontà, senza una vera decisione. É come se in un unico gesto si fossero radunati tutto il mio coraggio e tutta la mia paura; così non so dire, o non ricordo, se fu una scelta o una fuga. Non ricordo perché non penso più come pensavo le cose che dovrei ricordare. I pensieri ritornano, ma si mostrano in tutta la loro inconsistenza essenziale, tornano immobili come cristalli, di loro mi rimane il suono logorato, reiterato, il loro distaccarsi come croste dal pensiero pensante. I pensieri pensati non sono più pensieri. Così, prima di abbandonarne il ricordo, che è una pietra,

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voglio lasciarne traccia in questo scritto, che non scrivo ma penso, e che qualche anima sensibile che ritroverà il mio cadavere, raccoglierà. Potrà sembrarvi strano, anime pietose che ricomporrete la mia salma, ma ora vivo nel silenzio. Non c’è niente in me, non c’é nessun percorso, nessuna conquista. Niente che vi possa rivelare adesso. Adesso, accontentatevi di osservare come io feci i miei pensieri, o quelli che credevo essere i miei pensieri. Io li osservo incessantemente e mentre lo faccio, tutto riaffiora e sparisce con l’inafferrabilità del sogno, ma molto meno vivo. Fino a qualche anno fa non pensavo: recuperavo pensieri dalla memoria, che è una cosa del tutto diversa dal pensare. Pensavo alla mia sopravvivenza, al mio passato. Pensavo alle donne, e a quella donna. Mi preoccupavo per la mia salute, per il raccolto. Chiamavo quei pensieri “paura”. Pensavo a quand’ero piccolo. In questo caso il pensiero lo chiamavo ricordo. A quando sarei stato vecchio: aspettativa. Nomi diversi per qualcosa che è tutta una stessa pasta. Pensavo storie che oggi non sono più vere né false, nella città che adesso vedo come in una cartolina: Verso metà mattina, arriva il vento. Succede quasi sempre così, in queste giornate di fine aprile. Queste notti tranquille di dopoguerra si alternano a giorni soleggiati, ma di vento tormentoso che fa sbattere gli infissi e scuote continuamente i panni stesi ad asciugare. In questo momento, una donna cerca in tutti i modi di far uscire una delle prime mosche dalla sua cucina. Impreca, parla con la mosca, la insulta scuotendo uno straccio: la mosca non sa o non vuole trovare lo specchio della finestra aperta, e si incaponisce a ronzare come una forsennata al di qua del vetro spalancato. Oltre al vento ed alla mosca, un sogno impossibile la rende inquieta e malinconica: vorrebbe vedere suo marito scendere dalla corriera, giù nel piazzale, magari ancora con la divisa, con un grande fagotto sulle spalle farle un cenno di saluto e correre su per le scale, su, con il fiato

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corto e poi averlo vicino, abbracciarlo, ma soprattutto essere abbracciata, stretta, rassicurata e protetta in questi anni difficili, in cui qualcuno comincia ad arricchire e qualcuno continua a vivere pressapoco come in guerra. Invece, il fagotto è arrivato da solo, in un pacco dell’esercito, nella primavera del quarantasette. Un paio di scarpe, una medaglietta, una copia de I Miserabili, una coperta ed un coltello a serramanico su cui c’è inciso il suo nome: Maria. La guerra è finita da tre o quattro anni, ma molte ferite sanguinano ancora; questa parte della città è rimasta ingombra di macerie e di edifici diroccati. Giù, di sotto, il piazzale è un ammasso di calcinacci, pietre e schegge di mattone. Su per la salita, ai lati della carreggiata, sono ammucchiati pezzi di lamiera, ferraglie arrugginite, masserizie inservibili. Una millecento si ferma nel piazzale. Un uomo grasso, sulla cinquantina, scende, impiega un tempo lunghissimo per pagare la corsa, forse chiede informazioni al tassista, scarica il suo bagaglio e si avvia su per la salita. Indossa un vestito pesante, un lungo impermeabile marrone molto leggero che sventola come impazzito, una lobbia di feltro grigia. Ha cravatta ed occhiali. Porta due piccole valigie, più che altro due borse da rappresentante, molto pesanti. Arranca per la salita; ogni tanto si ferma, posa le borse, si toglie la lobbia e con un fazzoletto si asciuga il sudore sulla testa pelata. Poi riprende a camminare; ha il respiro affannoso; potrebbe essere fretta, la sua, ma a guardare bene è più che altro ansia di concludere una situazione, di portare a termine qualcosa e non pensarci più. Verso la fine dalla salita, poco prima della curva, si ferma ai piedi dallo stabile dove abita la donna, controlla e ricontrolla certe carte che ha nella tasca dell’impermeabile, solleva lo sguardo verso l’alto. Guarda la facciata dell’edificio, la ruggine sulle ringhiere dei poggioli, l’intonaco

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distaccato dal muro, le persiane cadenti, i panni scossi dal vento. E quasi mezzogiorno e il sole è un sole d’estate. Salendo le scale, viene raggiunto da un odore di cucina, di soffritto o chissà cos’altro, che risveglia in lui non tanto l’appetito, ma la voglia di casa, di piatti caldi e di lenzuola che sanno di sapone, di musiche di grammofono, di caffettiere e di armadi che sanno di lavanda e canfora, com’era prima della guerra. L’uomo viene dalla pianura padana. Non è ricco, ma ha da parte i soldi sufficienti per comperare un piccolo appartamento per sua figlia che l’anno venturo si sposa. La donna ha rigovernato la casa come meglio ha potuto. Ha appeso un calendario della parrocchia su un pezzo di muro sbrecciato, ha lavato i pavimenti e i vetri, ha sistemato i due copriletti di broccato, (anche se li porterà con sè, servono a far sembrare la casa più bella, o meno spoglia) ha nascosto le stoviglie e il ciarpame negli armadi, ha sistemato in mezzo al tavolo un centrino di pizzo, ha dato una spazzata perfino alle scale, ed ha fatto finalmente uscire quella mosca noiosa. L’uomo bussa alla porta proprio a mezzogiorno, un’ora inadeguata per una trattativa, a meno che non si tratti di una trattativa molto veloce. La donna non ha ancora mangiato. Non ha potuto. L’idea di lasciare la casa dove è nata le ha chiuso lo stomaco, ma lei questo non se lo vuole dire. Dice a se stessa che non ha cucinato per non fare odori, per tenere la casa in ordine e non farsi sorprendere a tavola o peggio, con i piatti sporchi nell’acquaio. Peccato, dice lei, mi sarebbe piaciuto conoscere sua figlia, la persona che vivrà tra queste mura, lui risponde, racconta i suoi anni di guerra nel mantovano, ad amministrare proprietà agricole, a nascondere partigiani e a veder passare inverni di nebbia che avvolgono colonne di camion di passaggio, racconta di razionamenti, di tessere e di raccolti scarsi, della moglie morta nel quarantaquattro di broncopolmonite, del dottore antifascista ucciso dagli squadristi proprio il giorno in cui sua moglie

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si è ammalata, della figlia spedita dalle monache sul lago di Como, del fratello tornato dalla Russia. E la donna, bella, ancora bella, che dice no, mio marito dalla Russia non è tornato, tutto quello che mi resta di lui è un coltello a serramanico con il nome Maria inciso nel gelo della steppa. E i suoi occhi belli, ancora belli, anche se tristi, diventano traslucidi di lacrime. Vuole mangiare qualcosa? Si, mentre salivo per le scale, ho sentito quel profumo di soffritto e le confesso che speravo che venisse da qua. E insomma con le gambe sotto il tavolo, in silenzio, l’uomo pensa a cosa ne sarà di questa donna bella, ancora bella, costretta a vendere la casa, ma in fin dei conti si trova in mano un bel po’ di liquido, può ricominciare. Dove andrà? Da mia sorella, a Livorno. Aiuterò con i soldi mio cognato a ripartire con l’attività e in cambio loro mi prendono in casa. Cosa ne sarà di questa donna in casa della sorella a Livorno senza una vita sua, a veder crescere i figli d’altri, a mettere soldi nell’attività del cognato solo per avere un tetto e da mangiare, e di me là, laggiù, laggiù da solo, da solo là a Scorzarolo, nella pianura, lontano da mia figlia che viene qui, coi padroni della terra che cominciano a piantare fabbriche e che i campi se li amministrano vendendoli o costruendoci sopra, a pensare a mia moglie morta, a mia figlia sposata e a questa bella donna triste che se ne va a Livorno a finanziare il cognato che poi le darà qualche piatto di minestra e si farà servire. E’ contenta di andare a Livorno? Sì, sono contenta, di questi tempi è già una fortuna saper dove andare e intanto guarda le mani dell’uomo e vede mani forti, non adatte a quel corpo rotondo, mani nervose e sincere, sicuramente calde d’inverno, e uno sguardo calmo dietro gli occhiali ma quasi imbarazzato, di uno che capisce che son costretta a vendere e gli dispiace, occhi che come i miei hanno sofferto, che non hanno più

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paura di soffermarsi per tanto tempo a guardare i miei, quasi occhi di un padre, ma sì, un padre Ma lo sa che non abbiamo ancora parlato di soldi? Si, signora, io sono abituato a trattare affari, ma con lei è differente, vede, io sono abituato, la mia regola è ricavare sempre il massimo dalle trattative. Vendo la méliga, l’erba medica... e il grano. Scegliere sempre la situazione che mi porta più vantaggio. Per me e per il padrone. Perché più affare fa il padrone, più affare fa il mediatore, ma adesso è diverso, insomma, il cervello mi va da un’altra parte, mi capisce? Mi capite, anime compassionevoli? Questa storia non è vera. L’ho ricostruita sentendola raccontare mille volte, con le stesse parole. Capite cosa voglio dire? Ma forse preferite che prosegua nella storia. La donna capisce, e quel che non capisce perché non le viene detto, lo capisce perché lo capisce. E l’aprile di una città di mare con un vento tormentoso che non lascia dormire ma snida i pensieri e porta dentro casa le mosche e l’odore del basilico e lo sciabordio dei lenzuoli stesi sul poggiolo e gli infissi spinti dal vento che fanno uno scricchiolio come di fasciame, di modo che si capisce che è un vento di mare a sospingerli, a sospingerci, tutte queste cose ed altre insieme fanno in quel momento, in un momento, ciò che a novembre si compierebbe in un mese, o forse non si compierebbe. Cosa c’è, non vuol più comprare la casa, non le piace? Vede, signora, il mio cervello mi sta dicendo un’altra cosa, io sono uno che ragiona, vede, faccio un ragionamento... no, parlare di cuore è troppo, meglio il ragionamento, tanto più che in questo momento vanno tutti e due dalla stessa parte, il cuore è troppo, son troppo vecchio per il cuore, per parlare di cuore. Vede, signora, il cuore mi dice che stiamo facendo una cosa sbagliata.

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Il cuore, dice lei? forse lei sente battere il mio che mi accorgo che lei sta parlando col cuore e per questo mi batte il cuore, mi batte così forte che ho paura che lo senta. Si, mi dica, mi dica sinceramente cosa pensa. Penso che, ma lei può interpretare male, lei può pensare che io voglio anche qui trarre il massimo profitto, ma il cuore, sì, il cuore mi dice che in questa mia proposta c’è il massimo profitto anche per lei. Diciamo che lei si tiene la casa, e io i soldi. Lei viene a vivere a Scorzarolo, la casa è grande e la possiamo dividere, e mia figlia viene qui. E le paga un fitto. Con la clausola che quando lei vuole tornare lo fa dalla mattina alla sera. Lo mettiamo per iscritto se vuole. Oppure, se preferisce lei mi vende la casa, si prende i soldi e viene a vivere a Scorzarolo. O compro un’altra casa a mia figlia, lei questa l’affitta e viene a vivere a Scorzarolo. Scorzarolo... campagna. Campi. Niente più macerie. Vicino a quest’uomo sconosciuto. Conosciuto. Ripartire a Scorzarolo con la casa divisa, e con un gruzzolo. Non è il momento di fare i conti, mi batte troppo il cuore. Fino a mezz’ora fa non lo conoscevo e adesso mi viene voglia di dirgli Sì, vengo a Scorzarolo, le affido la mia vita, la mia casa, faccia lei, se glielo dice il cuore, Insomma, signora, non sono mica andato troppo in là, la mia proposta la offende? mi dica almeno se le sembra una proposta sensata. Potrei raccontarvene a migliaia. Ma man mano che sale il fragoredel silenzio intorno a me è come se ci fosse un cross fading con queste fotografie. Così le voglio fissare prima del totale dissolvimento. Voglio fissare la loro forma esatta, la più esatta possibile, sia che riguardi una percezione, che una sensazione, che un’emozione, che un pensiero. Ma c’è poi differenza tra tutte queste cose? Visti da qui, gli uomini mi appaiono caratterizzati da un’autentica mania per la differenziazione, eppure tutto, tutto è fatto della stessa materia, che materia non è. Come quell’altra fotografia, tra quelle che pensavo con maggiore frequenza. Pensavo come pensava lei, attraverso i

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racconti di lei, anche quelli mai raccontati, o raccontati col corpo e con le azioni. Questo costruisce tutto il gioco. Il suo gioco. Il mio. Il suo verso di sè e verso di me; il mio verso di lei e verso di me, verso il mondo. Il mio parere. Io sposo quest’uomo triste, forse non proprio triste ma serio, sempre serio che si comporta sempre come pensa che ci si dovrebbe comportare, che ha sempre un modo migliore per fare le cose, che è un gran lavoratore e che sorride poco o niente. Accade a volte di capire d’aver fatto un passo sbagliato proprio appena lo si è compiuto. Solo allora, solo in quel momento, quando il passo è compiuto è compiuto ci si rende conto di averlo saputo da sempre, di aver sempre saputo che quella è una cosa da non fare, una scelta , perché dicono che di scelta si tratta, che ci farà diventare come non vogliamo, che ci obbligherà ad essere come non vogliamo. Ma è sempre quando il piede tocca terra, dopo aver fatto il passo, che si sente quanto pungono quelle scaglie di pietra che già da lontano sembravano taglienti e che, rotolando giù dalla scarpata spinte da una scavatrice, adesso fanno un rumore gessoso, asciutto che fa capire anche la loro leggerezza. Stanno facendo uno sbancamento per un nuovo palazzo perché adesso è epoca di ricostruzione e perfino qui, vicino a questa piccola stazione di un piccolo paese della Riviera Ligure, costruiscono un pezzo della nuova Italia. Quest’uomo mi renderà infelice, sicuramente infelice, eppure lo capisco solo oggi, a una settimana dalle nozze, qui, sul treno, mentre lo osservo dormire chiuso nella sua camicia bianca, chiusa fino all’ultimo bottone, e con la mano che trattiene la giacca che salendo sul treno era sottobraccio. Neppure il sonno riesce ad allentare il suo desiderio di tenere tutto sotto controllo, di agire sempre secondo un piano pensato in preceden-

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za e che tiene conto di tutto. Chiuso nella sua camicia bianca a giugno, a Lavagna, e di domenica, andando al mare. Mi chiuderà dentro la sua camicia bianca. Mi costringerà ad accudirlo e a far ruotare la mia vita intorno alla sua, secondo criteri stabiliti da lui, e arrabbiandosi quando non farò come dice. Ma se penso tutte queste cose, queste cose che non gli dirò, se le penso adesso, guardandolo dormire qui sul treno, mi prende come una specie di struggimento, il dolore sotto il piede per le scaglie pungenti passa e lascia spazio al rumore gessoso, all’arsura polverosa e leggera di quelle pietre per cui provo compassione, pena e dolcezza, quelle pietre riarse che quando piove bevono le prime gocce con un leggero sfrigolìo di piacere, come se la loro condizione di pace fosse nell’umidità, e così mi viene da pensare che io sarò l’acqua per l’arsura di questo uomo, che ciò che vedo oggi di lui si mescolerà con ciò che lui oggi vede di me. Ma sta dormendo. Cosa vede di me? Il mare è increspato e sembra muoversi tutto in un’unica direzione, come un fiume. Sulla spiaggia le persone sventolano e i capelli di quella donna si muovono come una fiamma; ogni donna è una fiamma, mi ricordo la fiamma di mia madre, la fiamma di mia madre che alla fine era un lumicino; proprio così si diceva: è un lumicino. Ci fosse almeno ancora lei ad aiutarmi ad affrontare questa nuova vita, ci fosse lei a spiegarmi come si fa a far combaciare la propria forma con la forma di un uomo, a viverci insieme dieci, venti, trent’anni, a vivere capendo e senza essere capita, e facendo anche la parte della stupida. Perché lui mi vede come una stupida, una che non conosce le cose del mondo, che non ha fatto il militare, non lavora, non ha frequentato i bordelli, quindi non sa niente. Eppure se lo guardo dormire mi fa tenerezza, è una pietra gessosa e friabile che ha bisogno d’acqua. Sarà un matrimonio d’amore? E’ un matrimonio d’amore? E’ per tutti così, forse. L’amore viene, con la stima,

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con la confidenza, col tempo. Si impara, ad amare. Ma allora, che dire della duchessa de Langeais? Ma allora non sono vere tutte le pagine piene di grandi amori, di amori a prima vista, di amori per sempre, amori travolgenti, amori per cui si lascia tutto e tutti? Allora l’amore è al massimo queste domeniche al mare in cui si porta un cestino di vivande sulla spiaggia, si chiacchiera un po’ e alla sera ci si da un bacio. Sì, sì, è così. La mia voglia di vivere è ancora una voglia di ragazza, quest’uomo mi darà una regola, metterà ordine tra le mie fantasie di ragazza, mi organizzerà la vita, darà pace alle mie idee di acqua e di fuoco, di mare e di sole, mi renderà tranquilla, lavorerà, mi darà uno, due tre figli che amerò più di me stessa. E dal finestrino del treno tutto passa veloce, anche questi pensieri, questi dubbi, questi progetti, tutto passa via veloce come i progetti fatti prima della guerra, che sono diventati macerie. Lontano, in fondo alla spiaggia arrivano gruppi di persone, famiglie. Sistemano pietre sugli asciugamani stesi sulla sabbia perché il vento non se li porti via, si tolgono le scarpe e si bagnano i piedi nel mare. Acide rilucenze di metallo rimbalzano dalle onde ai pensieri, dai pensieri alle onde, accendono le creste delle onde, i ferri del cantiere alle spalle della ferrovia. Dalle vetrate aperte rumore di frese, trapani, e più sopra, tra gli ulivi, le cica le. Dal promontorio, a ponente, un piccolo gozzo naviga controvento; a bordo una coppia, moglie e marito, trafficano cose di barca. Visti così, quasi in controluce ora che vanno sempre di più verso il sole, sembrano entrambi guidati da una pacifica collaborazione, di più, da un’intesa tacita e perfetta, anzi, perfetta perché tacita o forse tacita perché perfetta, coma la nostra non sarà mai. Mai ci sarà quel quieto condividere un’occupazione in totale comunione di intenti, di procedure e di presupposti che sembra illuminare quei due vecchi.

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Poi, d’improvviso, scendendo dal treno, una folata di brezza cancella via tutto, tutto. Il mare entra dal naso, dalle orecchie dagli occhi e lava via tutto. Nel naso, insieme al mare, gli odori di erbe mediterranee che per noi che veniamo dalla padana sanno di lucido da scarpe, di pizza, di ristoranti forestieri, di arbusti crepitanti e riarsi che sembrano non essere mai stati verdi, sempre sofferenti per la siccità eppure introvabili all’umido delle nostre campagne. E agavi e palme che crescono nelle piccole stazioni, dove il sole batte tutto l’anno. Sì, questa diventerà la mia terra, la terra dove abiterò, per questo sono felice. Avrò la mia vita qui. Avrò figli che vivranno nel sole, la mia vita ricomincia al sole, i miei figli non avranno paura del mare come i bambini di Scorzarolo, che le poche volte che vedono il mare lo guardano con rispetto e trepidazione e si stringono nelle spalle bianche che il sole brucia subito. E mi sorprendo: sto pensando? sto ricordando? sto ricordando ricordi già ricordati, distanti da me come la luna dalla sua immagine nel lago. Davvero, non si tratta neanche di ricordi, ma di racconti ormai bloccati in un’unica forma nella memoria. Eppure i miei pensieri sembrano fatti esattamente di quello. Pezzi di linguaggio, che ritornano precisi, con un ritmo, un suono. Hey, viaggiatori nel tempo, anime disperse, ascoltatori della notte, ci siete? eccomi tornato a voi come ogni notte! il vostro rispettoso servitore Mister Music è qui pronto ai microfoni delle magiche frequenze 101.1 e 101.8 di Radio Vega. Amici, amici, Amici! sincronizziamo gli orologi: sono le ventitré e trentaquattro. Tic tac, tic tac, tic tac, tic tac, batte il vostro cuore? Il mio sì. Batte con quattro minuti di ritardo sulla tabella di marcia, e non proprio puntuale come ogni sera, amici, sta per cominciare Blue Pop, il notturno più esclusivo e attaccaticcio di tutta la riviera. Hey Hey amici? Avete problemi di coppia, vi state separando? dovete lasciarvi per la fine delle vacanze?

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la vostra lei o il vostro lui stanno partendo per un paese lontano, per il militare, per Alfa Centauri? Un’ora di ascolto di Blue Pop e sarete di nuovo appiccicati. Bene, bando alle chiacchiere, Ventitré e trentacinque, ora esatta offerta dal nostro sponsor: L’ orologeria Vallesi di via Mazzini trentatré. Classe, le migliori marche e... perché no? prezzi veeeramente interessanti. Ricordatevi: è sempre ora di comprare un orologio da Vallesi. Ma se non ce l’avete come fate a sapere che è l’ora giusta? Ma ve lo dice il vostro Super Super Mister Music. E vi dice anche che da Vallesi fino a fine mese ci sono le offerte mare con orologi da sub, da velisti, da canotto, da papera, insomma waterproof per tutti, di tutte le migliori marche. Mmmh! Non vedo l’ora di andare da Vallesi. E adesso andiamo a cominciare bum, bum. Cominciamo duro stasera, amici. (vai col pezzo) Se siete degli innamoratoni sulla spiaggia e state aspettandovi dei lenti a contatto dovete resistere ancora un po’, amici, infatti partiamo... massì, li avete riconosciuti, vero? Sono i signori del rock, amici, i Led Zeppelin, e questa è la loro Stairway to heaven. (...) Beh, amici, difficile tornare alla realtà dopo un pezzo così, vero? Ma per consolarvi e tirarvi su il morale il vostro Mister Music vi annuncia la mega festa d’estate a Cavi di Lavagna, sulla spiaggia a mezzanotte. Bum, bum, sbam. Quando? Giovedì ventuno. Esploratori del nulla, oh voi che cercate altre anime sperse come voi, non dimenticate: giovedì ventuno agosto, a Cavi, festa di Radio Vega, ospitati dallo stabilimento “Bagni Nautilus”. Squash squash. Sentite le morbide onde del Tigullio? E adesso, sto per catapultarvi nel secondo pezzo. Beh, cosa dite? restiamo sul rock, o volete qualcosa di pi morbido? Eh? Come? ...Scusate, il regista, Re Leone, mi sta dicendo che per lui Stairway to Heaven è già melassa. Ma che volete, lui è un rockettaro duro, di quelli vestiti di nero e con trenta chili di metallo addosso... Massì, accontentiamolo. Che ne dite amici di questa For those about to rock? Eccovi le cannonate dei monelli australiani. ACDC. For those about to rock. (...) Amici sono arrivate troppe telefonate indigna-

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te. Ebbene, sì, mi scuso, mi prostro, mi cospargo di escrementi mi sono lasciato influenzare da quell’animale di Re Leone. Beh, mi faccio perdonare. Fabio, sei in ascolto? La tua telefonata ha avuto effetto. Ah Fabio, possa questo pezzo portarti là, dove tu vorresti, con la tua Simona. Tua? Mah... Sarà poi sua? Nella telefonata non l’ha detto. E allora amici, immaginiamo che Fabio sia alla sua prima uscita con Simona. Wow wow, amici, la conoscete l’energia della prima sera, no? La sera che esci e che devi andare in goal. Devi solo battere il rigore. Palla ferma. Fabio! sei tutti noi. Amici, amici, fermatevi tutti. Voglio che facciamo tutti una cosa per Fabio. Voglio che tutti gli ascoltatori, durante l’ascolto del prossimo pezzo pensino: “Forza, Fabio”. E adesso, richiesta da Fabio, ascoltiamoci questa Wonderful Tonight suonata e cantata dal grande maestro, il mitico, inimitabile slowhand... mister Eric Clapton. (...) Simona? Sei in ascolto? Ti è piaciuto il regalo di Fabio? Beh quello che vogliamo dirti è questo: Simo, posso chiamarti Simo, confidenzialmente? Beh, Simo, mio nonno mi diceva sempre: non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. Ci siamo capiti ragazzi? Hey hey questo vale per tutti! La vita è corta, l’estate è corta. Allora, coraggio! Che nascano coppie, che nascano nuovi amori. Oggi mi sento poetico. Cipi cip cip, augelli cantano e limpidi ruscelli scorrono. Amatevi. Amatevi sulle note della mitica Carole King e di questo suo intimo You’ve got a friend. Questa canzone è dedicata da Spino alla sua amica Maria. Che dite? Ci saranno delle allusioni? Mah, ai posters l’ardua sentenza. Allora, hai chiesto Carole King? Allora pronta, Maria, eccoti la lady della west coast e il suo suo You’ve got a friend (...) Amici, amici, amici! Sveglia! mi sembrate un po’ abbioccati! Troppo sole? Troppo sesso? Prendetevi una pausa di relax con le mitiche granatine e i gelati artigianali del Bar La Caravella di Sestri Levante. Ventidue gusti tutti esclusivi. E poi frullate, cocktail e long drink. La Caravella, a Sestri Levante. Dove il gusto incontra la freschezza. Dove? Proprio

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davanti alla chiesa. Gelato anche da asporto. Da asporto? Ma sarà poi italiano? Vabbè amici, ci siamo capiti? Slurp slurp, super gelato, super gusti, super granatine, e gelati anche da portare via in una vaschetta per poi mangiarseli comodamente a casa. Vrum vrum gnam gnam. La Caravella. Nel frattempo ci ha raggiunto Robi con una nuova fidanzata che si chiama.... come si chiama? Lia? Pia! Allora il prossimo pezzo è per Pia. Per Robi e Pia, auguri e figlie femmine. Perché le femmine sono il sale della terra, amici. E proseguiamo, proseguiamo ciuf ciuf ciuf, come treni nella notte. Inesorabili. Amici, stasera vi voglio co-cco-la-re! vi ho preparato una scaletta speciale. Tra l’altro questo pezzo me lo hanno anche richiesto Marika e Arianna che lo vogliono dedicare a Teddy, il bagnino dei loro bagni. Teddy? Ci sei? Teddy, adesso non sei in servizio, quindi sai quello che devi fare. Come? Devo dire anche il nome dei Bagni? Teddy, il bagnino dei Bagni Corallo di Moneglia. Ahi, ahi, c’è qui Annalisa che ‘mmmi dice che lo conosce. Mah, a giudicare dalla faccia di Annalisa, si direbbe che Teddy é belloccio? Com’è? Di più? Beh Teddy, pare che tu sia un figo pazzesco. E allora... Marika, Arianna, che dire? Mettetevi in fila. O cercate... come dice de André? “ ad altra più facile fonte la sete calmaaaaate” Heh eh eh, scherzi a parte, ragazze, chi non vi vuole non vi merita. E poi in tre non sta bene. Yuk yuk. Insomma, però vi confesso che... beh, se proprio volete, allora beccatevi... No, scusate, bisogna fare a un plauso al regista, al mitico Re, che ha tirato fuori un disco per l’occasione, e tra l’altro, proprio fuori dai suoi gusti, quindi quack, che sballo, un disco giusto, la cantante giusta... eccovi Patti Pravo e il suo Pensiero Stupendo (...) Hey, ci siete? Com’è il clima? Serve qualcosa che raggeli i vostri bollenti spiriti? Perversoni della notte! Qui e il vostro Mister Music e siete all’ascolto di Blue Pop, il programma per tutti quelli che non dormono, in diretta da Radio Vega tutte le sere d’estate dal mercoledì alla domenica. Clock, Ahi, ahi amici, siamo già prossimi alla mezzanotte, l’ora delle streghe, l’ora dei ladri, l’ora

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degli amori, anche di quelli effimeri, di quelli impossibili, come quello di un anonimo che ci scrive e che ama disperatamente la madre di un suo compagno di scuola. La madre si chiama Enrica. Come ve la immaginate Enrica, amici? Una bella signora sui trentacinque-quaranta, bionda, capelli raccolti. Un po’ borghese, forse. Beh, Enrica, se sei all’ascolto, sappi che c’è una dedica per te. Il tuo amante segreto ha lasciato a me la scelta del pezzo: e io ho scelto un pezzo che contiene un messaggio per te: Enrica, è tutto per te questo Take a walk on the wild side del signor Loouuu Reeeed (...) Don don don ci siamo. Mezzanotte. Paura dei fantasmi? Mannnòo ragazzi, niente streghe fantasmi storie paurose, niente paranoie, noi vogliamo stare allegri e quindi è il momento della barzelletta: ma già vedo le vostre facce. Bleah! Sì, sì, lo so, lo so, non so raccontare le barzellette, ma mi piace mi piace mi piace. Vabbè, non ve la racconto. Ve la racconto? Un signore entra in un caffè. Splash. Non vi ha fatto ridere? Lo sapevo! Lo sappeeeevo. Ogni volta che racconto una barzelletta la mia popolarità subisce una caduta terribile. piiiiiuuuu... Sbang! Sbaradang! Tolon tolon tolon. Quest’ultimo rumore erano i cerchioni che rotolavano. Rotolavano come rotolano le pietre, gli Stones, cui diamo il consueto tributo con questo Out of Time. (...) Proseguiamo imperterriti nella notte. Ma da questo momento in poi, proibiti gli orologi, proibite le parole cattive, proibita la musica pesante. Siete pronti? da questo momento si entra nel regno di Iside. Spiriti aleggiano sulle spiagge. Gli innamorati ascoltano il silenzio. E in questa notte padrona, amici, lasciatevi cullare dalle magiche note dei Soft Machine. Questa è Slightly all the Time. (...) Blue Pop, una buona birra o per chi può permetterselo qualcosa di più raffinato, e il vostro Miiiister Music pronto a supportarvi, a sottolineare i vostri momenti migliori, a creare l’atmosfera giusta. Amici...Amici! Non fatemi diventare troppo sbrodolone. Aiutatemi voi con le vostre telefonate a tenere il ritmo giusto, la rotta giusta. Beh, a questo punto... in scaletta ci sarebbe un pezzo... ma

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non lo sento giusto, non lo sento adatto... Telefonate allo 724444 0185 per chi chiama da fuori... e datemi la rotta. Fuuuuassshhh... cerco la folata giusta, Annalisa... cosa c’è? Mmmmh, ottimo il suggerimento di Alias che chiama da Santa. Lui vuole deeecooolllaaaareee! Lui vuole la musica cosmica dei Pink. Ed ecco, sulle ali della notte, da Bubbu bu bu Bbblue Pop, i Piiink Floyd e il signor David Gilmour con la sua Fender Stratocaster che sprigiona le magiche note di Comfortably numb (...) Poi i pensieri passano, si scollano da me come un’etichetta dalla bottiglia nell’acqua calda. E quando se ne vanno, allora mi si rivela la loro natura. Non effimera, ma proprio ... come dire? vestibolare, forse. E così ritorna il nulla.

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E così ritorna il nulla. Lo conosco bene, perché qui le occasioni non mancano. E perché ho acquisito nella mia vita tra gli uomini, molti strumenti d’interpretazione. Nella vita quotidiana, non capita spesso di confrontarsi col nulla: In questa personalissima trasposizione di istanze, mediata da una ricerca espressiva che non poteva non approdare al nichilismo, intendo fornirne a me stesso, ma anche a voi, anime in ascolto, una fugace ma intensa occasione. In tutte le scelte che faccio, appare chiara la sfrontata sfida all’ineluttabile divergenza tra necessario e possibile, tra opera e ludus, configurando le mie azioni non tanto come protagoniste della storia, ma come testimoni , catalizzatrici e scene della diatriba tra purezza ideologica e necessità, esattamente così come è il rivus nella favola, il cui intorbidarsi non è che un paradosso dettato da una logica insostenibile, prevaricante e per questo, controcorrente. Ed è proprio nel paradosso che si concreta l’impossibilità di determinare i canoni dell’assenza.Viene qui prospettata una inversione di tendenza rispetto alle concettualizzazioni dettate dalle ‘istanze di oltrepassamento

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dei ritmi metafisici, dove i il tentativo è condotto ancora ad un livello ontologico, qui si vuol far trasparire la necessità di depotenziare il flusso di espressioni consapevoli che ambisce a sancire il milieu culturale della vacuità. Un congedo dal nulla metafisico privo di nostalgie idealistiche può spargere i suoi semi solo attraverso un approccio ontico esistentivo orientato verso una riappropriazione del dominio segnico e fenomenico, cui assegnare il compito di una lenta destrutturazione di sè, che coincide in alcuni momenti con la ricerca di un’ermeneutica negativa, anabolizzante e in certi casi perfino assente. Qui voglio esprimere in tutta la mia virilità il gesto platonico, un gesto che non trova spazio e si concreta appunto in una atopia, una metafora sottaciuta delle ipotesi rappresentative che si contrappone ad altre manifestazioni segniche delogicizzandole e contestualizzandone via via le diverse performatività private, nel loro tragitto attraverso il mondo sensibile, della tracotanza ostentativa. Pozioni ridotte a mere sillogi autarchiche, microscopiche epifanie capaci di sviluppare uno specifico di contenziosi effimeri, che pur nella loro esilità traspirano di un turgore venefico se paragonati alla risibile incomprensibilità del reale. Non sbaglierà chi vorrà vedere in me un esploratore del sottonaturale, viandante delle riletture speculative che vibrano in risonanza con il percepito e che ancora non sono percepibili ma solamente intuite. Non vi è, neppure per caso, il minimo accenno alla mìmesi, né indulgenza nella celebrazione, ma semplicemente una redenzione constativa che esprime, attraverso una serie interminabile di anàbasi, la sua defeticizzazione, diradata , derisa e resa metaideologica da un eroismo ripescato nel magma del rimosso, del sepolto, di ciò che insomma è veramente storico. Un eroismo o forse un titanismo perpetrato da epigoni degli idolatrati protervi acrobati delle epopee e che, date le contingenze, non vuole e non può avermi testimone, ma solo spettatore. Accade in tutte le mie giornate che la semanticità venga sopraffatta dalla propensione alla prassi, che lo sguardo inquieto e lancinante degli

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intenti più arditi rimbalzi contro l’apoftegma del verosimile: un tacito ed oscuro campo di afferenze inqualificabili, forse ineffabili che partecipano in qualità di sineddochi ad un ultima e pigolante mitizzazione dell’archetipo che non può e non vuole diventare prototipo. Vi sarà utile leggere questi appunti in modo distratto, con sguardo distratto. Non occorrono occhi capaci di legittimare parabole della visione, sono sufficienti quelli tra coloro che dall’evento trovano redenzione senza averla cercata. In questo sta l’etimo della flagranza che è anche accidentalmente parvenza o, se si preferisce, apparenza per coloro che dalla visione sanno generare, per partenogenesi, una effettiva di-visione e riescono a far oscillare la sinusoide della sensorialità tra il suo aspetto canonico ed un altro, ad esso speculare, e da esso precisamente scisso. In questo e solo in questo si può definire questa scelta schizogena. Nella sua capacità di porre rimedio a se stessa e di creare quindi un ponte tra una visione senza significato ed un significante senza proposizione etica. Tutto sommato, l’operazione può essere assimilata ad una negazione: il rifiuto della sintonica aderenza ai canoni comportamentali che sempre si associano alle dicotomie. Ma come nelle migliori sintesi perché di vera synthesis si tratta l’atto più pregnante è quello che impone di definire le opzioni teoriche che orientano l’attività verso il mondo della prossimità, intesa come riabilitazione della dimensione astrattrice dell’ esistenza al di là del discredito in cui l’esercizio materialista ha mantenuto il mondo dell’ apparenza. Alla luce di queste poche riflessioni il mio percorso appare chiaro, rivelato da una trasparenza traslucida, nella quale fluttuano, inacciuffabili, gli oggetti interni della personalità, che nella loro cinesi, entrano in collisione/collusione con i loro rispettivi antigeni, generando assenze. Aprendo, cioè, porte su un preciso scenario: quello abusato, logoro, oltremodo conosciuto e, perfino quotidiano, dove le cose potrebbero accadere, dove si dovrebbe verificare l’evento, ma che necessariamente deve essere catturato nell’attimo che prelude al feno-

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meno. Un attimo che può essere compresso, dilatato o diluito, un attimo universale, segmento dell’immobilismo cosmico, lacerante urlo di chi da secoli interroga gli spazi insondabili e non riceve altra risposta che il silenzio. In questo, e soprattutto in questo è contenuta la rivelazione di ciò che qui si compie, con me testimone, ma anche scena dell’azione. Una scena che è il sadico abbandonare la visione alla distonia del silenzio. Un obbligo a confrontarsi con ciò che non è, un vaccuum così insondabile da non suscitare più neppure “orrore”, ma soltanto il cocente irresistibile desiderio di distogliere lo sguardo e di confrontarsi solo con le memorie che ha saputo di sè generare; ed in questo sta la sua capacità di manipolare e convogliare nella desolazione ogni sorta di proiezione e di interlocuzione. E in questa azione che è generalizzante, volutamente massimalista e che annulla ciò che il poeta delle agavi definì “il diverso nell’identico”, si contiene e si conserva ciò che è stato da altri definito “banalizzazione”. Ma se la banalizzazione presuppone un atteggiamento manipolativo allora qui si è di fronte a ben altro: non vi è intervento di trasformazione, ma solo scelta di ciò che è già banale e come tale viene riproposto, nella sua sempiterna, deludente e sfiancante scandalosità, cioè quella di reiterare e duplicare all’infinito proprio quegli aspetti che non possono destare pathos e non sanno rimandare ad altro , tenui prolegomeni di una catarsi invereconda, oscenamente rivelata, estratta dalla penombra che ne limitava fino a ieri l’ossessionante carica di rassegnazione. E forse ci si troverà per questo di fronte ad un linguaggio che è erotico proprio per questo lento smascheramento del tabù che rende tollerabile l’ acquiescente ridondanza della ripetitività dell’agire che caratterizza le società cosiddette organizzate. Privata del suo velo, quella che un tempo fu la vereconda scansione del tempo, diviene aritmia nel vago tichettio dell’orologio, piccola ma inequivocabile frattura nella continuità di un eterno presente collettivo che non può avere accidenti, poiché ciò che è accidentale riguarda sempre ed esclusivamente l’indivi-

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duale. La mia esperienza determina la mia inesperienza di fronte al noumeno, la mia autorità mi riporta ad essere chiunque ed in questa ricollocazione di ruolo si articola la sostanziale defenomenologizzazione cui assistiamo attoniti, colti da un ricordo amniotico, riconosciuto ma non decodificato e men che meno interpretato. E’ in questa rivelazione che viene ricreato un nuovo codice per la memoria. Un codice che ci spinge ad abbandonare il nostro incessante desiderio di scindere gli opposti e di collocarli in contrasto tra loro. Ma questa decisione non può permettersi il lusso della dialettica. Accade che vi sia a tratti coincidenza tra visione e divisione; accade che gli effetti della decontestualizzazione praticata da me stesso mi facciano smarrire le coordinate della mia abitudine al percepire e di quel certo modo di percepire che mi condiziona incessantemente, costringendomi a osservarmi nell’atto di osservare. Così pensavo. Se qualcuno ancora mi ascolta, capisce? Capisce, intendo dire, al di là delle parole? Malgrado le parole? Capisce come ora capisco io, in che modo mi sono chiuso in una trappola? Ora che del nulla ho conoscenza diretta, vi giuro che non se ne può dire nulla. Ne sapevo molto di più prima, non vi pare? Ma da anni ormai le parole sono per me echi di parole, echi di significato. Le righe che ho appena scritto, per me, ora sono della stessa pregnanza di queste altre che che seguono, che mi appartenevano anch’esse. Beh, guarda, dicevo, non è per dire, ma io me la cavo sempre. Sembro un’agnellino, ma se mi fanno incazzare le cose non le mando a dire. Perché è ora di finirla; Io fin da bambino sono stato educato a comportarmi bene, non vedo perché non lo debbano fare anche gli altri. Che poi ‘ste cose son proprio quelle che mi fanno uscire dai gangheri. Preferisco esser preso a botte lealmente che essere preso in giro. Non lo sopporto. E così, tira, tira, la corda si rompe, prima o poi. Io sono bravo e buono, glie l’ho anche detto, ma non prendetemi per il culo. Ma comunque c’è una giustizia divina. Dio non

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paga il sabato. Eccheccazzo! non può mica sempre piover sul bagnato! E credo di non essere io solo che ... non per augurare il male a nessuno, intendiamoci, ma un bel cancro fulminante al cuore a certa gente gli starebbe proprio bene. Dai, non c’è giustizia. C’è della gente troppo, troppo bastarda. E gli vanno tutte bene. Guarda Capitani. Un brav’uomo. Ha lavorato come una bestia per trent’anni. Un mostro di onestà. Ha aiutato i colleghi, due figli che lo adoravano. Li vedevi, lui e la moglie, mano nella mano ai giardini la domenica pomeriggio. Tumore alla prostata a cinquantadue anni. E quell’altro è in vacanza in Costa Brava con quella troia della sua segretaria di ventinove anni. E la prostata evidentemente gli funziona benissimo. Me lo spieghi? Lo sai come ha fatto i soldi quello lì? No, guarda, c’è troppo marcio in Danimarca. Che schifo. Vorrei ritirarmi su un’isola deserta. Fai conto che una volta lo so benissimo, perché mio zio lavorava da lui una volta è gli successa una cosa che guarda, cazzo, se fosse successa a me sarei sprofondato, mi sarei suicidato sulla pubblica piazza chiedendo scusa al mondo. Vabbé la storia è questa: che il tipo, siccome è un imprenditore, girava parecchio in macchina e aveva il conto aperto da un benzinaio. Passava, faceva il pieno, e diceva: poi passo a saldare. Morale della favola, lui faceva sempre il pieno e non pagava mai. Un mese, due mesi, tre mesi. Poi cambiava benzinaio. Capisci? con tutti i soldi che aveva. Il benzinaio dopo un po’ di tempo è andato in ditta a cercarlo, ma lui era sempre in riunione. E qui arriviamo al bello. Il conto era abbastanza salato, tipo tre o quattrocento mila lire. Mi sembra che fossimo nel settantotto o settantanove. Insomma erano soldi. Vabbé, a farla breve, un giorno c’è una storia pubblica, tipo inaugurazione o festa del paese o non so cos’altro. E il benzinaio becca l’imprenditore. C’era mio zio presente. E il benzinaio gli dice se gli può saldare il conto. Lui nicchia, dice che non c’ha contante, che gli assegni li ha finiti... E il benzinaio allora gli sputa in faccia davanti a tutti e gli dice: lei non mi deve più niente. E si gira sui tacchi e se ne va. Secondo

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te, lui che cazzo ha fatto? Niente, non fa una piega. Tira fuori di tasca il fazzoletto, si asciuga lo sputo, e dice a mio zio: ho risparmiato quasi mezzo milione. No, guarda, la gente è troppo sbagliata. Più sei bravo e più ti mangiano vivo. Ma io non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno. Eh... bravo sì, ma non tre volte. E comunque mi assumo tutte le responsabilità, anche i rischi, del mio modo di essere. Sai quanti amici ho perso? Sai quante donne ho perso? Perché se sei bravo la gente se n’approfitta. Allora tu devi stare attento a te stesso. Capisci? è un mondo dove devi pararti il culo continuamente. Ti rilassi un attimo e ti hanno già fatto il carretto. Non è che io sia cattivo. Sono bravo e buono, ma se mi pestano i calli... così, in tutti i rapporti, è meglio mettere subito le cose in chiaro. Io sono fatto così. Se ti va bene, bene. Se no, è un problema tuo, ciao. Mica mi voglio ritrovare come Brentani. Che a essere bravo, a essere innamorato, ci fai sempre la figura del pirla. No, guarda, io prima di girare le spalle passano degli anni. Prima di fidarmi passano secoli. Il Brentani si fidava. Guarda te che bella ricompensa. Ah, anime mie! non so dirvi se tutti questi materiali abbiano lo stesso peso sulla coscienza del mondo, ma voglio dirvi che di certo sono fatti tutti della stessa sostanza. Me ne rendo conto solo adesso, adesso che da anni non interloquisco più, non devo dare più nessun’idea di me, in questo territorio dai confini lontanissimi in cui da anni non vedo più anima viva. E nemmeno ne ricordo alcuna. Ricordo però i ricordi che ho di loro. Ho perfino il ricordo di quando ricordavo, riempivo i pensieri di ricordi, di ricordi che mi sapessero dare emozioni, e nell’atto di essere emozionato, cessavo di osservarmi. Ripensavo a splendide mattinate italiane di inizio giugno in Toscana, nei centri storici tra ritagli di luce di un bel sole primaverile e antiche muraglie, nello scampanio delle chiese, un odore di sapone da barba in un ammezzato su un vicolo, una calle, un uomo si fa la barba con il rasoio e il pennello, anch’io come Mulligan introibo ad altare dei, anch’io, quell’uomo sono io, ero io, anch’io sono

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stato avventuriero, con una donna da conquistare in quel profumo e in quello scampanare di vecchie cattedrali, di voci di turisti nelle piazze, nei panni stesi ad asciugare, nei gerani innaffiati sui poggioli e nell’odore di origani, melanzane, cucine a piastrelle bianche con l’immancabile soffritto, letti sfatti, pigiami, chiese paleoromaniche, affreschi e l’inizio di un amore. In quelle mattinate da universitario, con i testi sotto il braccio... Pevsner, Zwirner, gli aperitivi e gli amori degli studenti. E poi è arrivata l’epoca del mio lavoro, il mio lavoro, il lavoro: domani installano la Comting House Working Station 4WX 80 modello aggiornato con timer SS43 e devo ricordarmi le istruzioni ad uso dell’operatore centrale 478, che sono io. Qualifica: Raks controller. Abilitazione N. 456. Issate la Comting 4WX 80 per i dodici longheroni centrali ed ancoratela saldamente al basamento; Raccordatela con il sistema di alimentazione: L’intera stazione necessita di un’alimentazione di 13.500 Kw/ora al regime massimo. Sistemate l’interruttore generale sulla posizione “active”. Ruotando la ghiera verso sinistra individuerete una scala graduata elicoidale. Ponete il cursore sulla posizione “on” ed azionate il motore tramite l’apposito attivatore a volano: potete scegliere il regime che si coordina con le richieste del quadro comandi: se ad esempio nel display compare il numero dodici, sul cursore dovrete impostare la dodicesima opzione a partire dalle valutazioni volumetriche presunte, espresse dalla scala TY Iser, nel manuale allegato, a pagina 24. Questo azionerà le tre calandre della linea out fall e raccorderà le tramogge al pipe rack. Sulla base delle risposte del rilevatore di flusso si correggerà l’impostazione di partenza, tarando il cursore sulla opzione relativa alle volumetrie effettivamente riscontrate, desumendole dai flussi, che vanno convertiti come espresso dalla tabella comparativa n. 8 a pagina 32 del manuale. La coclea di ritorno viene azionata automaticamente se avrete preventivamente impostato sul quantizzatore l’opzione “ret”. Generalmente questa opzione è impostata dalla fabbrica. Se desiderate escluderla, intervenite manual-

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mente sul quadro di controllo del pipe rack. L’esclusione comporta la verifica dei raccordi che si riferiscono alle ghiere 6, 7 e 8. Mentre le prime cinque ghiere lavorano a regime normale (verificare la pressione, che non deve MAI superare i 25.000 Bar) le ghiere suddette si rendono disponibili per azioni di integrazione alle prime, se nel pannello posto a lato dell’interruttore generale avrete impostato l’opzione “aus”. Se invece avrete regolato il convertitore sull’opzione “split”, le ghiere lavoreranno autonomamente ed il percolato verrà miscelato nella linea 3, ma per far questo dovrete installare il raccordo di derivazione 3-3 che è provvisoriamente montato a lato della scocca centrale. Il verificatore “Tulmer” è fornito a parte e deve essere inserito nel differenziatore di portata, al fine di controllare i flussi di ritorno e poterne determinare la turbolenza. Il verificatore esprime il dato in valori numerici, che vanno da 0 a 16.000. La soglia di allarme è tarata su 8.000. Il raggiungimento di questo livello attiva il depotenziatore DPT 12 posto a lato delle cisterne iperbariche. Se, malgrado l’intervento non si ottiene un calo di turbolenza entro 30 secondi, un dispositivo automatico di by pass esclude la linea dall’impianto tramite il controllo delle saracinesche effettuato dal quadro 26, posto all’ingresso della linea. La soglia effettiva di pericolo si raggiunge comunque intorno al valore di 10-12.000. Il valore rilevato deve essere convertito tramite la tabella del manuale a pagina 12. Il dato deve essere successivamente impostato nel temporizzatore che comanda la coclea centrale, la quale deve avere, prima di essere posta in posizione “operate”, tutte le chiavette su 1, tranne la settima da sinistra, che deve essere su 0. Ponendo la settima chiavetta su 1, si aziona anche il riduttore di flusso in andata, che può anche essere comandato manualmente tramite una valvola in loco, proprio prima del pipe rack centrale. Questa operazione riduce di molto le prestazioni della macchina ma assicura una regolarizzazione dei flussi ed un conseguente minor usura delle guarnizioni che in ogni caso vanno sostituite

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ogni 3-4 settimane per mantenere costante la pressione nel circuito. Nel caso in cui non dovesse azionarsi il rilevatore di flusso connesso con le tre ghiere 1, 5, 9, e 14, che sono le ghiere di controllo per i deflussi che vanno alle linee derivate, dovete inserire la scheda variante 17 nel quadro comandi, al posto della n. 16. A questo punto il rilevatore viene azionato automaticamente ma la scheda 17 non contiene le opzioni di recupero, perché prevista per un modello di station precedente (il 4WX 78) nel quale non erano previsti i raccordi per le linee di recupero, dal momento che i reflui venivano riciclati direttamente nel sifone di smaltimento. Se volete quindi convogliare i cascami del semilavorato alle linee di recupero, dovete installare il derivatore Noval, che non viene fornito, se non a coloro che ne fanno espressa richiesta all’atto dell’acquisto. Il derivatore deve essere collocato PRIMA delle coclee ed in ogni caso isolato e protetto da fumi e vapori. Il suo raccordo con la struttura di base è lo stesso usato per le tramogge, quindi potete acquistarne uno identico (mod. ER 45) o disattivare una tramoggia, rimuovere il raccordo, sostituirlo con una ghiera di chiusura ed utilizzare il suddetto per il derivatore. In questo caso sul pannello centrale dovrete sostituire la piastra di cancellazione delle opzioni, altrimenti rischiate di non poter effettuare il controllo dei reflui in ritorno. Se questi vengono per errore immessi nella camera di decompressione, va sostituito il derivatore della coclea ad essa collegata e bisogna verificare il funzionamento della camera di decompressione a vuoto. Per far questo occorre svuotare e scaricare la linea interessata, lavarla con solvente e azionare le coclee a vuoto carico. Dopo 10-15 minuti si azionerà il vacuum della camera di decompressione. Dovete verificarne l’efficienza, ma lo potete fare solo tramite la reinstallazione della scheda 16 nel pannello centrale. Le linee di derivazione periferica non sono controllate dal quadro centrale ma ognuna di esse é dotata di un manometro con un piccolo quadro comandi che é in grado di convertire le periferiche e di assimilarle in tutto

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e per tutto alle tre coclee centralizzate. Se queste sono inattive, potete commutare il cabotaggio della linea 1 verso le linee scariche, ottenendo un canale sgombro per i reflui di ritorno. Anche in questo caso, questa operazione deve essere preceduta da una verifica sul quadro comandi: il commutatore deve essere spento e devono essere attivate le linee di riserva, tramite l’installazione di altrettanti raccordi, con relative ghiere. A scarico avvenuto, ricordarsi di ristabilizzare il flusso in andata, tramite il decompressore QZ 33, ben visibile dietro le tramogge. Per attivarlo, bisogna impostare l’opzione OUT QZ nel quadro centrale e ricevere gli OK dagli operatori delle periferiche che lo daranno solo dopo aver verificato lo spegnimento delle pompe di raccordo sulle loro check-list. In mancanza di operatori alle periferiche si può installare la condivisione del pannello centrale di controllo con i rilevatori delle periferiche inserendole come “ospiti” nel sinottico centrale e comandare tutte le disattivazioni dalla cabina centrale. In teoria, quindi, la 4WX 799 può essere gestita da un solo operatore, a condizione che le periferiche siano state preventivamente convertite come unità satellite della stazione dell’operatore centrale. Per effettuare la commutazione è necessario identificare in ogni periferica il canale di raccordo, determinarne le potenzialità di trasmissione, tarare le unità di trasmissione impostando nella scala delle frequenze situata a destra della tastiera il valore determinato a cui andrà assegnato un delta di tolleranza, ed infine montare nelle uscite dei rilevatori di flusso nuove unità di controllo dotate di dispositivo “remote control”, che dovranno essere a loro volta comandate da una ricetrasmittente che possa inviare il segnale alle pompe di carico, che sono uguali per tutti i modelli e nelle quali è previsto il segnalatore di portata. Se nella sigla della pompa di carico non compare la sigla RT, significa che le pompe sono di un modello precedente, e vanno sostituite con il modello nuovo, contrassegnato dalla sigla PPC X 46 RT. L’operatore dovrà in ogni caso controllare personalmente tutti i raccordi delle periferiche

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e verificarne la tenuta, che non può essere rilevata a distanza. Lo spegnimento dell’impianto deve essere effettuato a scarico completato e dopo aver verificato la pressione nei circuiti interessati (max. 15.000 bar). In caso di riattivazione dell’impianto, attendere un’ ora dallo spegnimento e controllare che l’immissione dei reflui avvenga solo a cisterna svuotata. Scariche di senso, le parole mi ritornavano e forse mi ritornano intere, nella loro forma originaria. Solo le parole. Molto raramente, anche le emozioni. Sembravano vive, nel senso che mi risvegliavano il corpo e le mie ghiandole secernevano ancora sostanze al loro comparire, eppure erano vuote. Adesso sono ancora presso di me, ma io non sono con loro. Io non sono più con loro. Eppure sono state la mia benzina. La benzina dei tempi migliori. Quando ero convinto di prendere decisioni. Come quella, una notte di marzo, con il mio amore, o quello che credevo amore, tutto intero dentro di me, di fare le valigie con lei e partire. Fare chilometri di macchina a cercare il sole, il sud, e fuggire dal lavoro per il gioco. Mettendo le valigie nel bagagliaio, le ho dato un bacio sui capelli, da dietro, e ho sentito quell’odore di bambina, di intimità scolastica, tra quei capelli così femminili, di quella femminilità che gli uomini percepiscono come infanzia. Capite? quell’odore era il mio amore. Veder passare coste, stabilimenti, città e paesi, con quell’odore-amore in macchina. Con quella testolina profumata che aveva scelto di scopare proprio con me, di regalare a me quell’intimità, quei capelli tra cui confondermi. Per mesi nella macchina è rimasto odore di miele e di yoghurt, i suoi alimenti preferiti. E con lei fuggire, come nei romanzi e nei film: La Corniche, Montpellier, Narbonne, Figueras, Tarragona... giù, giù per cercare il posto adatto per stare con lei. Ma poi, amore, ci perdevamo, ti ricordi? So quello che pensavi: Tu pensavi di sapere che io non sapevo a cosa avevi pensato. Lo so. Penso di saperlo con certezza. Io so che tu pensavi di sapere che io non sapevo

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a cosa avevi pensato, ma io invece penso di saperlo. penso anche che sarebbe più bello se tu pensassi che io so quello che hai pensato, o anche di non sapere se io so o meno ciò che tu hai pensato. Mi chiedo solo perché sei così sicura di sapere che non lo so. Se io non lo sapessi veramente, come tu pensi, non saprei neanche che tu pensavi di sapere che io non lo sapevo. Se tu mi avessi comunicato ciò che pensavi, io non avrei pensato di informare coloro che pensavano di non sapere ciò che avrei dovuto dir loro. In realtà loro presumevano che io avrei detto loro qualcosa, e che questo qualcosa sarebbe stato inerente a ciò che pensavi tu, ma io non ho potuto corrispondere alle loro aspettative e dir loro qualcosa di attinente a ciò che pensavi tu, proprio perché non lo sapevo, anche se pensavo di saperlo, e lo penso tuttora. Penso di saperlo ma in realtà non lo so. O forse, non so di non saperlo e quindi sono autorizzato a pensare di saperlo. Per correttezza, però, non dico di saperlo. Anzi, dico di non saperlo. Per questo, ho dovuto informarli del fatto che, non sapendo ciò che tu avevi pensato, non potevo informarli su questo. Costoro, che erano stati preventivamente da te informati sul fatto che io avrei detto loro qualcosa di ciò che pensavi tu, hanno informato me sul fatto che loro si aspettavano qualcosa inerente a ciò che tu avevi detto che io avrei detto. Una volta informato, io pensavo di sapere che loro si aspettavano che io dicessi loro qualcosa circa ciò che avevi pensato tu, ma non sapevo che loro pensavano di non sapere di che cosa si trattasse, mentre invece forse lo sapevano, avendone già discusso con te preventivamente. Se non avessero saputo nulla, non avrebbero nemmeno dovuto aspettarsi che io dicessi qualcosa circa ciò che avevi pensato, invece se lo aspettavano. Non sapendo cosa dir loro, ho provato a pensare a cosa avresti potuto pensare, o a che cosa pensavo che tu avevi pensato, quando pensavo di saperlo, e ho pensato che il pensare a che cosa avevi pensato poteva venir percepito come una reticenza. Così ho pensato di chieder loro cosa pensassero circa ciò che tu avevi pensato. Loro non pensavano di dover

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pensare in tal senso, e l’averli sollecitati in quella direzione, ha fatto sì che loro pensassero che io non volessi dir loro ciò che tu avevi pensato perché ciò che avevi pensato poteva riguardarli. In realtà, se non volevi rivelarmi cosa avevi pensato, sarebbe bastato che tu mi avessi sollecitato a pensare a cosa tu avevi pensato per farmi pensare che pensavi di non riverlarmi ciò che pensavi. Ma il non avermelo rivelato senza chiedermi di pensarci, mi ha fatto pensare che tu non volevi che io pensassi a cosa avevi pensato. Ed allora ho pensato che tu avessi pensato qualcosa che non solo non volevi che io sapessi, ma nemmeno volevi che pensassi. E non volevi nemmeno che io pensassi a cosa avevi pensato. Così ho dovuto pensare che non volevi che loro pensassero che io avevo pensato qualcosa di diverso da ciò a cui tu avevi pensato (pensando a ciò che avevi pensato). Loro pensavano che io non volessi pensare a ciò che tu avevi pensato solo perché pensavano che tu avresti pensato che loro avrebbero pensato a ciò che pensavo io invece di pensare a ciò che avevi pensato tu, ma invece io non volevo pensare a ciò che tu avevi pensato semplicemente perché il pensarlo poteva far pensare loro che io non lo sapessi. Infatti, se lo avessi saputo, non avrei dovuto pensarlo e loro, non vedendomi pensare, avrebbero pensato che io non pensavo proprio perché pensavo di sapere ciò che tu avevi pensato. Ti confesso che a tratti ho avuto il dubbio di sapere che loro sapessero ciò che avevi pensato o che ameno lo pensassero, ma vedendo come loro pensavano vedendomi pensare, ho pensato che loro pensassero di poter sapere ciò che io pensavo di ciò che avevi pensato, semplicemente pensandoci. Io col mio atteggiamento pensoso volevo far sì che loro pensassero di non sapere ciò che io pensavo, ma volevo far loro capire a che cosa stavo pensando: dovevano sapere che stavo pensando a ciò che tu avevi pensato, ma non dovevano sapere cosa avevi pensato. Così ho pensato di farli pensare a ciò che pensavo io, per distoglierli dal pensiero di ciò che tu potevi aver pensato. Quando poi mi hai detto che avevi semplicemente pensato che

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loro avrebbero potuto pensare che io non potessi pensare a che cosa pensavano loro, ho pensato che il pensarlo, autorizzava loro a pensare che io non volevo far sapere loro ciò che andavo pensando, ma io in realtà cercavo di mascherare il fatto che non sapevo cosa avevi pensato. No, adesso non dirmi che pensi di non sapere a cosa penso. Sai bene che penso ancora a cosa avevi pensato, al fatto che per un po’ ho pensato di saperlo, alla mia voglia di sapere se ciò che pensavo circa quello che tu avevi pensato fosse vero o meno. Ora lo sai. Ma non sai bene se io non so di saperlo, oppure so di non saperlo, e forse neppure io lo so. Semplicemente lo penso. Penso che non so, e che tu non lo sai. E penso anche che ciò che tu avevi pensato poteva riferirsi al fatto che io avrei potuto saperlo o non saperlo, a seconda delle contingenze: se tu avessi pensato che io non avrei potuto saperlo, forse avrei saputo che tu pensavi che io non lo avrei saputo, se al contrario tu avessi pensato che io lo sapevo o che lo avrei saputo successivamente, allora avrei saputo chiaramente che ciò che tu pensavi si riferiva unicamente al fatto che io lo avrei saputo. Il sapere questo mi aiuta a sapere che tu non sai ancora se io so o non so. Sai.. a volte non sapere aiuta a pensare, e sapere di non sapere in fin dei conti è già un po’ sapere. Sapere di non sapere se io so o meno, aiuta anche te? Ti aiuta a pensare di sapere che sapere di non sapere é un po’ come pensare di non pensare. Sì, lo so, sapere di pensare è ben diverso dal pensare di sapere. E sapere di sapere aiuta a pensare. Pensa, se tu sapessi che io sto pensando di sapere ciò a cui tu hai pensato, sarebbe un po’ come pensare di nuovo, attraverso me, alle cose che tu avevi pensato, e che io vorrei tanto sapere. Sappilo. Non penso minimamente di sapere che tu pensi di sapere le cose che io penso su ciò che tu avevi pensato, ma so che tu sai di non sapere che io non so di sapere le cose che tu pensi riguardo alle cose che io penso di sapere a proposito delle cose che tu pensi che io abbia pensato; ma non penso che tu sappia di sapere che io non so assolutamente di non sapere che cosa ho pensato allorquando tu

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mi hai taciuto le cose che pensavi riguardo alle cose che io sapevo e le sapevo, perdio! su quanto stavi pensando. Non pensare male! Non ho detto che so ciò che avevi pensato. Ho detto semplicemente, molto semplicemente, che sapevo delle cose riguardo alle cose che pensavi, e che il saperlo mi ha aiutato a pensare di saperne di piÚ, per poi pensare di sapere con certezza di non sapere le cose che pensavo di sapere. Se sapes si quanto ho pensato alle cose che pensavo di sapere! E invece non sapevo di pensare soltanto a ciò che pensavo che tu avevi (ed avresti successivamente) pensato e non ciò che avevi pensato veramente. Pensa che se non avessi pensato cosÏ a lungo alle cose che pensavo di sapere e mi fossi concentrato invece sulle cose che tu pensavi, oggi probabilmente saprei di non sapere quelle cose, ed invece so soltanto di non sapere che ho pensato a cose che tu non sapevi di pensare. Questo fatto mi fa pensare. Mi fa pensare il fatto che tu mi abbia fatto sapere di non sapere di aver pensato cose che io non avrei mai saputo e che, se le avessi sapute, non avrei comunque saputo di saperle. Io penso che tu sappia che io penso di non sapere piÚ che tu pensi di non farmi sapere le cose a cui pensi, e mi fa pensare anche il fatto che tu stessa dici di non sapere che io ci ho pensato cosÏ a lungo. Oggi forse tu pensi di non sapere che è necessario che io sappia le cose che pensi, e mi fai sapere di non pensare. Veramente molto generoso da parte tua.

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III

Da qualche tempo ho cominciato ad osservare come la struttura del pensiero a volte sia non solo più forte dei contenuti che veicola, ma a volte assolutamente, splendidamente matematica, cioè volta a percorrere tutte le possibilità del nulla, anche se metro di tutto. Molto meglio parlar chiaro. Da uomini pratici. Quasi quasi ripenso daccapo le istruzioni della Comting House Working Station 4WX 80 modello aggiornato con timer SS43. Era bello, finito l’orario di lavoro, sentir cessare il rumore delle macchine. Nello stabilimento, spenti gli impianti, c’era un odore buono, di alberi e di campagna. E la terra continuava a far sbocciare piantine nel piazzale, tra le pozzanghere di acqua e petrolio dai riflessi iridescenti. Nelle sere di maggio, quando si usciva, e i rondoni giravano come pazzi intorno alle ciminiere, lo stabilimento sembrava quasi bello, con i suoi capannoni di mattoni imbruniti, e tutta la parte nuova: un ammasso di cemento, alluminio, acciaio, cristallo e polimeri. Quell’architettura non aveva niente di frivolo, niente di inutile. Era or-

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ridamente essenziale, e questo ci faceva sentire gente che bada al sodo, pragmaticamente inconsapevoli del fatto che la bellezza deve essere l’unico obiettivo. Ma per me la bellezza era quella: il fatto che le macchine fossero spente: da quel momento io ero il padrone del mondo. Quando uscivo dal lavoro, con la tuta e i guanti sotto braccio, e andavo a timbrare l’uscita, mi sentivo un lupo in caccia. Avevo la voglia di esplorare la città, gli appartamenti. Pensavo che la città fosse infinita, e che non sarebbe bastata una vita a conoscerla tutta. Adesso, certe sere, all’aperto, risento esattamente lo stesso odore delle notti di cent’anni fa quando uscivo e camminavo e provavo nel torace quel senso di libertà e di inconsapevole immortalità che ha solo chi sta andando a fare qualcosa, su indicazioni precise: quando esci dall’autostrada ti trovi in un incrocio che ha cinque o sei direzioni. Tu prendi quella la più larga, quella che è subito sulla tua destra. Vedrai che c’è un’indicazione “Superstrada Ovest”. Da lì, ti immetti sulla rampa che porta alla superstrada. Quando stai per entrare sulla superstrada, tieniti verso sinistra, perché devi girare. Cioè, non puoi girare a sinistra sulla superstrada perché andresti in contromano, devi prendere una stradina sulla sinistra poco prima di entrare nella superstrada. La riconosci perché c’è un’indicazione “trattoria del Gufo” e anche un cartello industriale che dice “laminatoio a mt. 50”, o roba simile. Bene, tu prendi la stradina, vai, vai, vai finché trovi dei lavori in corso. Il cantiere è lì da anni. Tu giri intorno al cantiere (vedrai che la strada fa proprio una curva intorno al cantiere), e poi ti trovi davanti a un bivio: a sinistra ritorni verso l’aeroporto, a destra vai verso la statale. Prosegui in direzione della statale. Quando arrivi allo stop, non prendere la direzione città. Stai bene attento a non sbagliare perché se prendi per la città, dopo duecento metri sei costretto a immetterti nella tangenziale che ti porta all’uscita sud, tu invece prendi per la direzione “zona industriale” che è la periferia a nord della città. Vai avanti per la statale finché non vedi un grande capannone sulla

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destra con una scritta luminosa “Auto Madera”. E’ un capannone con una cancellata e un piccolo prato davanti. Subito dopo la cancellata giri e prendi una strada che costeggia un canale di irrigazione. Vai fin alla fine di quella strada, che si chiama Strada delle Fornaci, o qualcosa di simile. In fondo prendi a destra e ti trovi in una strada a quattro corsie, la percorri per uno...due... tre... quattro semafori, al quarto semaforo giri a sinistra per via Moldava. E’ una via con dei palazzoni nuovi; la percorri tutta fino al passaggio a livello, poi ti infili nella circonvallazione che taglia fuori la zona industriale; A un certo punto, dopo un paio di chilometri, vedrai il palazzetto dello sport. Sulla destra c’è una specie di rampa in discesa che ti immette in via Mazzini. E’ un viale alberato a doppio senso. Vai verso destra e fai via Mazzini fino in fondo. Ti trovi in Piazza della Repubblica. Fai il giro della piazza, ma non tutto il giro completo, fai diciamo mezzo giro intorno all’aiuola centrale con il monumento ai caduti. L’ideale sarebbe prendere per Corso Matteotti, ma è un senso vietato, così ti conviene prendere Corso Montebello e seguire il percorso dell’85 per due fermate. Poi l’85 prosegue, tu invece giri a sinistra per una viuzza che non mi ricordo più come si chiama, comunque la riconosci perché proprio sull’angolo c’è un meganegozio di mobili che si chiama Gatti Mobili. Me lo ricordo perché Andrea quando passiamo di lì dice sempre che da qualche altra parte ci devono essere dei gatti fissi. A parte gli scherzi, giri in via Gatti Mobili, o come cavolo si chiama e passi davanti a un grande Magazzino, tipo un SuperSconto, poi giri a sinistra in un’altra viuzza stretta. Via Volturno, o via Vesuvio. Quando esci da via Volturno o Vesuvio, allo stop, giri a destra e poi subito a sinistra e passi sopra un ponticello che attraversa la ferrovia. Va’ sempre dritto nella direzione del ponte fino ad una piazzetta alberata. Piazza Mameli. Da piazza Mameli, non puoi far altro, imbocchi viale Tunisia: è un viale alberato che dopo duecento metri ti immette in corso Matteotti dalla parte giusta. Prosegui fino al Palazzo delle Imposte. C’è lì vicino anche

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il Consolato Argentino. Te lo dico perché tra il consolato e il Palazzo delle Imposte c’è un vicoletto, che si chiama Via Ribrocchi e che va fino all’ingresso del parcheggio di Piazza di S. Maria, solo che quell’accesso da via Ribrocchi lo conoscono in pochi, così c’è meno traffico, e poi da quella parte ci arrivi molto prima, se vieni da Piazza della Repubblica. Bene, lì c’é un silos; parcheggi la macchina e poi esci fuori dall’uscita via Piave. Ricordati bene, non dall’uscita Via Custoza! da quella di via Piave. Quando esci in via Piave, prendi nella tabaccheria un biglietto per il bus. Lì, in via Piave, passa il 59. Prendi quello che va in direzione centro. Scendi alla terza fermata, in Piazzetta S. Simplicio. Da piazza S. Simplicio, prosegui per vicolo degli Orefici, che è un vicoletto stretto stretto, sulla destra, tutto pieno di negozietti e caffetterie con qualche tavolino fuori. Vai avanti per duecento metri, poi prendi a destra, per vicolo alla Corte Vecchia; lo fai tutto, e arrivi in Corte Vecchia. Da lì, partono tre strade: una è grossa e ti riporta verso via Piave, le altre due sono piccole. Una è dritta, l’altra è curva e c’è un archivolto, infatti si chiama vicolo degli Archivolti, perché una volta ce n’erano altri, che poi sono stati demoliti. Prosegui per vicolo Archivolti fino a Piazzetta del Duca. Piazzetta del Duca è piccolissima, e sembra chiusa, ma in fondo, tra due palazzi, sull’angolo c’è un pertugio che si chiama vicolo alle Compere, che ti immette in una bella stradina abbastanza larga, chiamata via degli Opifici. Vai a destra, il portone è il numero trentadue. Sali fino al quinto piano, c’è una porticina che va su un ballatoio esterno. Prosegui sul ballatoio e bussi alla terza porta. C’è un piccolo campanello, ma non funziona, però c’è il nome: Mariani. Bussi alla Signora Mariani e ti fai dare la chiave. Le dici che sei mio cognato, lei sa già tutto. Poi scendi fino all’ammezzato, esci dalla portina che è nella stessa posizione di quella del ballatoio del quinto piano, solo che questa ti immette in un giardinetto. Attraversi il giardinetto fino a un cancelletto vicino alla fontanella. Esci dal cancelletto e passi in un cortile. Lì, nel cortile, c’è un

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solo portoncino, non puoi sbagliare. E’ un portoncino marrone, sempre aperto, che ti porta in un corridoio, che in fondo ha un altro portoncino, che esce in una piazzetta, che in realtà e un cortile condominiale di tre palazzi. Esci dal cancello, vai in via della Torre, vai a sinistra, passi davanti a un passo carraio e poi, subito lì sulla destra, c’é un altro portoncino, questa volta verde. Di quello non ho la chiave, ma è sufficiente che nel citofono suoni al Dott. Baracchi, che apre sempre senza chiedere chi è. Al terzo piano, all’interno otto, c’é l’appartamento. Entri, vai nel soggiorno, vedrai che c’è un grande cassettone dell’ottocento con sopra un orologio e due candelabri. Ti stupisci per la mia memoria? Guarda che quello era il soggiorno di mia nonna. Non ci vado più da anni, da quando ero piccolo, ma potrei raccontartelo per filo e per segno, il soggiorno di mia nonna. I pavimenti antichi, a grandi piastrelle di graniglia gialla e verde, con i decori che formavano una geometria infinita, con le bordure grigio scuro, in cui le pietroline scheggiate erano più eloquenti; scene di battaglie, lupi, e le due signore, proprio nell’angolo della stanza, dove stavano quei tre divanetti del settecento con i riccioli d’oro e i fiori di un rosa quasi grigio ricamati su un velluto che un tempo doveva essere stato verde. Il tappeto enorme, a foglie ocra e blu, con quel pelo così ruvido e così amico, quella macchia di caffè sulle frange, che ogni volta ritrovavo come un’altro elemento di rivalsa del disordine sull’ordine. I divani, o sofà, come si diceva, anche loro di quel velluto polveroso ma bello, un po’ liso negli angoli dei cuscini, grigioverde e blu, con il blu leggermente più peloso, più in rilievo. Ma soprattutto il cantonale, nell’angolo della stanza, terrifico per me bambino: nelle sue volute vedevo un viso orrido, diabolico, che guardava giusto in direzione di un mobile panciuto. Lo scrittoio con centinaia di cassetti, alcuni introvabili per un estraneo. E dentro, una moltitudine insondabile di oggetti, per cui ogni volta la scoperta ricominciava; chiavi antichissime, allunga-matite d’argento, occhiali pince-nez, lettere, schegge e gocce di

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lampadario, vecchie buste di documenti di prima della grande guerra e le infinite tracce di mio nonno: righelli, regoli, antichi tacheometri, antichi compassi dalla precisione irripetibile, il cannocchiale degli ufficiali di artiglieria. I bottoni della sua divisa. E matite, portamine di ogni dimensione, dischi a settantotto giri, lucchetti, forbici, vecchie fotografie, vecchi numeri di Ideal Home, maniglie e frammenti di elettrodomestici antidiluviani. La tappezzeria, di un verdemarrone antico, con una trama di allori e acanti e nastri appena più scura del fondo, che dava a tutta la stanza una vetustà amica, calda e protettiva, che affondava i grandi quadri appesi in un altro secolo, nel loro secolo. Quelle tre ragazze sullo specchio d’acqua, la signora che ritornava dai campi, ma soprattutto la nevicata, fatta da un imbianchino, dicevano, ma sublime per come dissipava le distanze nei grigi sempre più bianchi degli oggetti immersi nel nevischio: i gelsi, tetti, il campanile. Anche le finestre avevano tutto un insieme di elementi da scoprire: il telaio con i cardini e le cerniere da cui spuntavano pignoni con picco le graziosissime cupolette; le maniglie ovali, con un meccanismo semplice, comprensibile anche a me bambino, e indistruttibile. I vetri irregolari, in cui la visione esterna era deformata da bolle e addensamenti della superficie. Un gioco meraviglioso: deformare a piacimento la realtà, scegliendo di guardare da quel punto. Poi i battenti di vetro piombato: con il sole venivano chiusi, e filtrava la luce da quei disegni bianchi e verdi, di un verde giallastro come l’acqua in cui bolle la verdura, come uno stagno, come le tende pesanti dietro cui era facile nascondersi. E nella casa entrava una luce di bosco. Enormi caloriferi di ghisa, fusi e decorati con con bassorilievi, pluriverniciati (lo si vedeva nelle scheggiature) e con zampe animali; l’ultima verniciatura era di un marrone molto scuro, ma prima erano stati grigi, avorio, poi ancora grigi. In uno c’era alloggiato uno sportello, anch’esso di ghisa, per tener calde le vivande. Lo sportello aveva due maniglie d’oro, lucidissime. Sopra il camino di marmo bianco, un’architrave di granito e sopra,

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incombente, l’enorme specchiera un po’ inclinata che mi rimandava la mia immagine immersa in quella stanza per me sconfinata, ma soprattutto piena di anfratti, di nicchie, di ricoveri e nascondigli, gioiosamente scura, con prospettive ancora più buie verso le altre stanze della casa. E il tempo scandito da vecchie pendole, dal tintinnante orologio da comò tra le cui colonnine ritorte di mogano alloggiava un microscopico Buddha d’avorio, o forse di mollica di pane, vecchio dicevano di duecento anni, con una vistosa incollatura. Ma torniamo al cassettone sottostante: questo cassettone, ha tre cassetti grandi e un cassetto piccolo, o meglio, basso, che è il primo in alto e non si vede perché è nascosto nella modanatura del mobile. Lì dentro, c’è la chiavetta della cantina. La prendi, vai in cantina; nel corridoio delle cantine ci sono quattro porte a sinistra e quattro a destra, più una in fondo che è il locale della caldaia. Apri con la chiavetta la prima porta a destra. La cantina sembra un locale unico, ma dietro lo scaffale c’è una porticina che scende alla cripta. Sai, è un palazzo antico, di prima del Cinquecento, e nella cripta ci sono due nicchie. Una, quella sulla destra, è una vera nicchia, l’altra è l’inizio di un corridoio, solo che è piena di ciarpame: una rete, dei bauli, un mobile vecchio , delle casse di libri. Sposta tutto, e prendi il corridoio. Il corridoio porta a una stanzetta minima, che una volta era un’anticamera, ma poi hanno murato l’arco che portava a un vano grande. Adesso il vano grande fa parte degli scantinati del museo Medievale, che è li vicino ma è chiuso per restauri dal sessanta. Guarda, vestiti male perché li dentro c’è un lerciume spaventoso, e tu devi rimettere tutto a posto, specialmente nel passaggio pieno di ciarpame prima del corridoio, perché quel passaggio non lo conosce nessuno, e se qualcuno dovesse pensare che li sotto c’è un’altra stanza stiamo freschi. Bene, lì nella stanzetta c’è un vecchio divano con le molle fuori, e un canterano pieno di roba vecchia, scatole, libri. Portati una pila perché non c’è un filo di luce. Apri le ante del canterano, in basso a destra ci dovrebbe essere ancora una vecchia

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bottiglia di vermouth vuota. Dentro la vecchia bottiglia, c’è una chiave minuscola. Se non è lì è in una scatola di chiodi in uno dei due cassetti del canterano. E’ la chiave della cassettina. La cassettina è di ferro zincato, è robustissima, ma quando giri la chiave stai attento a non forzare, perché la chiave potrebbe rompersi, e non può certo portare la cassettina da un fabbro. Ah, la cassettina dovrebbe essere nascosta nell’imbottitura del divano. La cassettina era di mio nonno Pietro, architetto. Fu per lui che mi iscrissi ad Architettura. Mi state sempre seguendo? Non sto ricordando. Sto semplicemente scorrendo i ricordi come prodotti di un catalogo nelle mani di un agente di vendita. Cosa fa? Ripete mnemonicamente le caratteristiche di un prodotto senza averlo mai visto. Dottore, mi creda, il laser SF 21 ha una penetrazione ottimale per questa casistica. Il regolatore è il più valido sul mercato. Lo compriamo in Germania. L’azienda, a questi prezzi, non le dico che ci perde, ma non ci guadagna. Lo sa perché lo fa? per prendere la leadership. E’ una specie di promozione, ma da gennaio un’apparecchio così le costerà almeno il venti per cento in più. Perché pensa che non le interessi? Oppure: che cosa, in particolare, non le interessa? Sempre domande interlocutorie, domande aperte, mi raccomando, in cui uno non possa rispondere no. Così voi venditori potete riprendere il discorso spostando l’attenzione dell’interlocutore? Capito? Non “perché non le interessa?” ma “perché pensa che non le interessi? ”. E’ lì che dovete lavorare. Fuori dall’ufficio, nei giardini c’erano degli studenti con chitarre che improvvisavano un concerto in un prato. L’Università era vuota, e l’estate si faceva sentire. Quella sarebbe stata l’estate migliore. Seduta sul cofano della mia macchina, Cristina aspettava in silenzio la mia partenza nella città quasi deserta. I pensionati sui poggioli tiravano le tende per difendere la casa dal caldo. In riviera, le case del borgo erano calcinate dal calore e dalla salsedine. Comperai “arte e percezione visiva” di Arnheim e lo lasciai sul frigo accanto al

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pane ancora caldo. Sulla stuoia, nella casa caldissima, piccole schegge di vetro, granuli microscopici di hashish, sabbia. E il bando. Il Comitato di Coordinamento delle Politiche Interregionali, sulla base delle indicazioni fornite dalla Commissione per la diffusione del Controllo delle attività infrastrutturali di coordinamento territoriale contenute nel “Documento Informativo sulla necessità di una maggiore diffusione dei rilevamenti informativi”, in merito alla “necessità di monitoraggio delle dinamiche territoriali che sovrintendono ad un incremento di flussi di informazione inerenti il territorio in particolare ove si evidenziano caratteristiche di omologia socio economica, culturale e ove dinamiche commerciali possano far pensare ad aree con medesimi obiettivi” istituisce un concorso per la temporanea direzione dei lavori di istituzione di una rete cognitiva e di conferimento di dati, in ordine al monitoraggio delle aree regionali inserite nel piano di riqualificazione delle infrastrutture di coordinamento (d.m. 789. del 12/9/96). I richiedenti dovranno presentare regolare domanda entro e non oltre il 31/12/1996. La domanda, indirizzata al Comitato di Coordinamento delle Politiche Interregionali, Centro Comunale di Interrelazione, torre A, via Caspio Potiborzi 74, Roma, dovrà contenere un progetto di massima sulle linee operative che il candidato intende seguire in ordine alle linee guida contenute nel Doc. Min. 456, stralcio 25 del 4-11-94; Una relativa analisi preventiva dei costi, come richiesto dal disciplinare d’appalto allegato alla circolare n. 56 del 8-4-97; La domanda dovrà inoltre essere corredata dai seguenti documenti e certificati: 1) Certificato di avvenuto versamento della quota associativa all’Aism per l’anno in corso; 2) Autocertificazione riguardante la idoneità alla partecipazione ad attività finalizzate alla riqualificazione, in base al d.m. 678.44 del 12/4/74; 3) Diploma di specializzazione in Gestione delle Problematiche informative legate al territorio, rilasciato dall’ ENFFITR (Ente Nazionale Formazione sui Flussi Informative le Tematiche di Rilevamento). Per tale

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certificato, si intendono validi solo gli esami sostenuti prima del 15-4-97 4) Diploma che certifichi il superamento dell’esame di idoneità al coordinamento di flussi informativi, indetto dal Ministero delle Politiche Sociali attraverso il Centro di Coordinamento Formativo, 5) corso di aggiornamento e relativo attestato di qualificazione e specificità delle conoscenze sulle politiche relazionali delle macroregioni rilasciato dalla C.E.; 6) proposta-bozza di progetto operativo 7) relazione sull’utenza provinciale dei servizi riferiti alla C.A. del 163-98. 8) Documentazione relativa alle esperienze pregresse. L’ente appaltante si riserva di sospendere il mandato, anche senza preavviso, in caso emergesse da verifiche la non otteperanza dei requisiti richiesti, anche in ordine alla fattibilità delle linee generali proposte, la quale comunque non potrà in nessun caso essere disgiunta da una analisi preventiva dei costi per le voci di capitolato contenute nel disciplinare d’appalto allegato ai punti 3.1, 3.2; 4.4; 4.5; 4.6; 5.8; 6.8; 7.1; e per tutte le successive esclusa la 11.24 e la 345. 56. Per le controversie in ordine alla non compatibilità con altri mandati, si rimanda al D.M. 567 del 3-2-1994. Quei fogli rimasero nella casa al mare per anni. Nessuno li buttò, perché avevano l’aria di documenti, e i documenti non si buttano. Quando ritornavo nella casa, la prima cosa che facevo era spalancare le finestre ed uscire. Sul terrazzo, in un angolo, c’era un vaso in cui un tempo c’erano stati i gerani ed ora era spuntata spontaneamente una malva. Nessuno andava mai nella casa, perché era una casa di vacanza e se qualcuno ci andava, non prestava certo attenzione a quel vaso pieno di terra ed erbacce. Io soltanto, per anni, ho osservato il quieto rifiorire della malva. Ho lasciato che i suoi semi ricadessero ai suoi piedi e che le sue foglie cadute facessero da concime. Ho lasciato che il vento scolpisse il cespuglio con la forma più adatta ad accarezzarlo senza spezzarlo. Ho contemplato le

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foglie mentre cercavano il sole e si orientavano nella ricerca rispettandosi ed agevolandosi l’un l’altra. Di tanto in tanto sbagliando ho aiutato la pianta a superare i periodi di siccità. A parte questi piccoli e sporadici contatti io e la malva per anni ci siamo osservati senza mai interagire, convinti che questo fosse garanzia di sopravvivenza per entrambi. Così, sono rimasto stupito quando un giorno la pianta mi ha chiamato, e mi ha chiesto di raccogliere i suoi semi e di seminarli altrove. Pensai che dovevano essere semi forti. Essi provenivano da una pianta che bastava a se stessa; che aveva imparato attraverso la terra a serbare l’acqua per la siccità e a crescere quanto basta per non farsi seccare dal sole o sferzare dal vento, a sopportare l’umido della terra di un vecchio vaso da cui l’acqua fatica a defluire e che durante l’inverno è quasi un piccolo stagno. Tuttavia obiettai che in quel periodo i semi non avrebbero goduto gran fortuna ed avevano poche speranze di passare l’inverno. La pianta mi rispose: “Ora il mio seme sta per cadere ed essere portato dal vento. Tu che per me sei stato come il vento, sempre di passaggio e mai fermo, senza mai lasciare certezza del tuo ritorno, prendi ora i miei semi e portali altrove. Essi staranno asciutti, sospesi nell’erba secca, e si appoggeranno al suolo quando sarà il momento.” Rimasi colpito quando, pochissimi giorni dopo, altri visitatori presero il vaso, lo liberarono dalla terra e dalle erbacce che gettarono in sacchetti di plastica, e lo portarono via. Nel posto dove ho buttato i semi ancora oggi, ad ogni primavera, una fioritura di malva innalza il suo ringraziamento. “Beeeellla questa storia!” Mi dicevano tutti. Capite, sembravo uno che sa anche ascoltare, non solo chiacchiere e distintivo. E il gioco continuava. Capite adesso? Capite come si collegava questa collana indistinta di cani che inchiappettano il cane che li precede e vengono inchiappettati da quello che li segue? Ecco cos’è il pensiero. Un’orgia sodomita di cani. Una radio che continua a gracchiarti nella testa con i loro latrati tra il piacere e il

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dolore, dando continuamente notizie che riguardano sempre ieri, o domani, ma mai il presente. Anzi, dal presente distolgono. Cominciai a rendermene conto ricordando la gente nell’autobus al mattino, con lo sguardo fisso, bevuti, letteralmente portati via dai loro pensieri. Gli occhi che ti guardano ma non ti vedono. Questo è il pensiero che pensa per noi senza smettere mai. Quando cominciai a rendermene conto, capii che questo gioco, perché di gioco si tratta, poteva essere eluso solo giocando. E mi dicevo: se per assecondare quella che credevo essere la natura occorre giocare, allora giochiamo: si prendano il sacchetto delle tessere rosse e il sacchetto delle tessere nere. Si scelgano un numero uguale di tessere rosse e di tessere nere, in modo che il loro totale sia uguale al numero dei giocatori. Si mescolino in un unico cestino e si distribuiscano tra i giocatori. Si assegni ad ogni giocatore una sola tessera. I giocatori devono essere in numero pari ed equamente divisi tra rossi e neri. Ogni giocatore deve sapere soltanto il colore della propria tessera ed ignorare il colore delle tessere degli altri giocatori. I giocatori con le tessere rosse devono dire sempre il vero, quelli con le tessere nere, sempre il falso. I giocatori si dispongono in cerchio e possono, a turno, rivolgere una domanda ad un altro giocatore. I giocatori possono rispondere solo “si” o “no”. Quando un giocatore crede di avere indovinato il colore della tessera di un altro giocatore, indipendentemente dal colore della sua tessera può rispondere alle domande il vero o il falso a sua discrezione, ma deve dichiarare il colore del giocatore che presume di avere indovinato. In questo modo passa al livello uno, diventa cioè inaffidabile, e comincia a fare ipotesi sulla composizione delle squadre. Quando ha una ipotesi compiuta sulla totale composizione delle squadre, passa al livello due, e diventa un sospettato. Se tutti i giocatori passano al livello uno prima che qualcuno raggiunga il livello due, la partita si dichiara amorfa e tutti debbono ritornare al loro ruolo iniziale. Se invece uno o più giocatori diventano sospettati, devono dichiararsi reci-

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procamente la loro ipotesi sulla composizione delle squadre, ma tenendo all’oscuro i giocatori di livello uno. Se la loro ipotesi coincide riguardo ad uno o più giocatori, indipendentemente dal loro livello viene chiesto a questi giocatori di mostrare la tessera. Se i sospettati hanno indovinato, i giocatori scoperti diventano testimoni e devono sorvegliare le ipotesi degli inaffidabili, i quali però faranno di tutto per non far capire ai testimoni le loro effettive ipotesi sul gioco, perché i testimoni possono rivelare ciò che riescono a comprendere ai sospettati, i quali potranno, in base alle ipotesi che gli inaffidabili fanno, ricevere conferme circa le loro ipotesi sul colore della tessera posseduta dai testimoni. Se il gioco procede in modo che vi siano più testimoni quando ancora vi sono dei giocatori a livello zero, ovvero giocatori che non hanno ancora formulato nessuna ipotesi, e che vengono detti muti, il primo dei giocatori testimoni viene trasformato in inesistente. Ogni volta che un muto diventa sospettato, un testimone si trasforma in inesistente. Il motivo è evidente: se troppi giocatori convergono nell’area dei testimoni, sarà indubbiamente facile per questo gruppo individuare la composizione delle squadre, e pertanto si tende a far rimanere esiguo il gruppo dei testimoni, che non deve mai essere superiore a tre. Se si creano le condizioni perché il gruppo sia superiore a tre, ovvero se vi sono ancora molti muti, il primo giocatore divenuto testimone ridiscende al livello di inaffidabile. Quando gli inesistenti sono certi di conoscere l’intera composizione delle squadre diventano tutori. Se sanno anche il livello di ogni giocatore diventano sapienti. Tutori e sapienti comandano il gioco e decidono anche di cambiare a loro discrezione il loro colore, ma devono ricordarsi di chiedere l’autorizzazione agli inesistenti. Gli inesistenti devono trascinare i giocatori di livello superiore ad un livello più basso, inducendoli all’incertezza circa le loro ipotesi. Ogni volta che un inesistente riesce a far dubitare un giocatore, guadagna un bonus, ma soprattutto fa scendere gli avversari verso la fossa, che è in pratica il punto di partenza.

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perché questo avvenga, é necessario che tutti i giocatori che non sono nella fossa, decidano di assegnarsi un colore fittizio, diverso od uguale al colore della tessera che effettivamente possiedono, e questo sarà il colore che i giocatori nella fossa dovranno indovinare. In pratica per loro ricomincia una nuova partita parallela alla partita in atto. Così il compito degli inesistenti sarà quello di far scendere i sapienti al livello di tutori, i tutori al livello di inesistenti, che però essendo in discesa sono dispensati dal ruolo di far discendere altri, gli altri inesistenti al livello di inaffidabili, gli inaffidabili al livello di testimoni, i testimoni al livello di muti, che però essendo in discesa cadono nella fossa, e pertanto, come già detto, partecipano ad una partita parallela con colori virtuali decisi dai giocatori. Quando tutti i giocatori sono passati almeno al livello di testimoni, o sono risaliti dalla fossa e sono quindi “ritornati” testimoni, la partita è doppia e tutti i giocatori debbono indovinare sia i colori realmente posseduti dai giocatori, sia i colori virtuali destinati ai giocatori che precedentemente erano nella fossa. Quando almeno tre giocatori hanno una ipotesi sulla intera distribuzione delle tessere colorate e dei colori virtuali, si appartano, e si consultano. Se le loro opinioni coincidono, si candidano al ruolo di reggenti e assegnano a tutti i giocatori un terzo livello di colori, che possono ancora una volta coincidere con il colore che effettivamente possiedono, oppure essere differente. Tutti i giocatori, per continuare, devono indovinare il colore assegnato loro dai reggenti. Se lo indovinano salgono di livello, ma se sono già sapienti non possono salire oltre perché sennò diverrebbero reggenti e questo può avvenire solo quando un giocatore ha una ipotesi sui due livelli di colore di tutti gli altri giocatori. Se un giocatore è in questa situazione, chiede un consulto con i reggenti, espone la sua opinione e, se questa coincide con quella dei reggenti diventa anch’egli reggente, se invece il suo parere non concorda con quello dei reggenti, ritorna nella fossa, e dovrà indovinare nuovamente i due livelli, più l’ipotesi dei reggenti sul terzo livello,

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e quindi gioca tre partite parallele. Nel frattempo gli inaffidabili, i tutori e i sapienti possono scambiarsi le tessere agevolando o annullando le ipotesi dei reggenti. Il giocatore al livello più basso può, se indovina il colore di tutti i giocatori di un qualunque livello dopo lo scambio, far retrocedere i reggenti al livello inferiore. Per verificare la esattezza della sua ipotesi, può chiedere una verifica: dopo aver dichiarato la sua ipotesi, chiederà ai giocatori di cui tenta di indovinare il colore di mostrare le tessere. I giocatori che mostrano le tessere diventano trasparenti e vengono esclusi dal gioco, a meno che non indovinino immediatamente il colore delle tessere di tutti i giocatori del livello successivo. Se questo avviene, vengono riimmessi nel gioco al livello successivo, cioè al livello di cui hanno indovinato i colori, e possono scegliere di dichiarare un colore vero o falso nelle verifiche successive. Questo comporta un quarto livello di colori da indovinare per i giocatori che si trovano nella fossa. Quando i giocatori che si trovano nella fossa hanno quattro livelli di colori da indovinare, possono scegliere di abbandonare il gioco, ma devono dichiarare il colore della loro tessera, ma soltanto ai reggenti, i quali hanno ulteriori dati per confermare le loro ipotesi. Se le loro ipotesi sono corrette, sono reggenti consolidati, e possono interrogare gli altri giocatori su qualunque colore, giocatore e livello. Man mano che i giocatori interpellati fanno le dichiarazioni, si verifica se queste concordano con le ipotesi dei reggenti. Se questo avviene, i giocatori salgono di livello, e possono, nel passaggio, modificare il loro colore virtuale, cioè quello del secondo livello. E’ evidente che cercheranno di farlo in modo da rendere vere le ipotesi dei reggenti, i quali, in poche parole, sono in grado di far diventare vere le loro ipotesi sui colori virtuali dei giocatori in salita. Se tutti i giocatori salgono oltre il secondo livello, cioè non vi sono più ne muti ne testimoni, tutti i reggenti ridiscendono nella fossa e devono indovinare in un unica volta tutti i colori di tutti i livelli di tutti i giocatori, compresi gli altri reggenti ridiscesi nella fossa, che possono

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però dichiarare il falso e quindi invalidare le ipotesi degli altri reggenti ridiscesi. In questo modo si agevolano gli altri giocatori dei livelli più alti, che dovranno semplicemente individuare tra tutti i livelli i giocatori con colore analogo al loro e dichiarare anche il loro colore virtuale. Vince il primo giocatore che capisce di avere lo stesso colore virtuale del primo reggente precipitato in fossa. Capite, compassionevoli avventori, profanatori del mio sepolcro? Una volta capite le regole del gioco, è facile giocare. Vi ricorda te Laing? “Stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a non giocare a un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare, infrangerò le regole....”. Conoscevo le regole. Avevo sempre una risposta. Sempre una soluzione. Un giudizio pacato e saggio. Un ponderato modo di amministrare le mie risorse. Avevo imparato a giocare. Avevo imparato a stare al gioco, e potevo specializzarmi ancora di più, e lo feci, quando divenni presidente. Lì fui convinto di conoscere le regole a menadito. Ma qui si tratta di giocare da soli. Tutte queste regole non servono più, se a giocare è uno solo. Essere soli è diverso da sentirsi soli.

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IV

Mi sentivo solo, quella volta, in quel piccolo albergo sulla statale, con i camion che passavano tutta la notte nella pianura padana, con le rane e le zanzare, e le chiacchiere della gente nel piazzale dietro il motel sulla ghiaia, con l’odore di brancamenta nell’aria e il continuo gracchiare della lampada viola anti zanzare. Di notte, tra due fichi spelacchiati e una pergola, sotto una tettoietta di eternit si radunavano i camionisti e le ragazze del locale, due chilometri indietro. Qualche volta anch’io ero stato con Emy, lei mi diceva che dovevo farmi la barba. Il padrone del locale mi aveva detto che quando fai a coltellate con uno, è sempre meglio sferrare la coltellata a taglio, e mai per volerlo infilzare: il male glielo fai lo stesso, ma al processo se c’hai l’avvocato bravo ti danno lesioni, non ti danno tentato omicidio. Anche se l’ammazzi. Invece come fate voi pivelli, finite in galera per tentato omicidio anche se gli hai solo fatto sanguinare una mano. Io gli dissi che non avevo intenzione di fare a coltellate con nessuno, ma lui rispose che se stavo dietro a Emy finiva a

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coltellate. Ma come, Emy se la sbattono tutti, dicevo io, com’è ‘sta storia? La storia è che a te Emy ti piace e anche tu le piaci e questo non va bene al nostro amico che sta di là nella saletta riservata. Quello col bmw nero. Non avevo neanche avuto bisogno di parlarne con Emy, perché quella notte un cliente le fece prendere della roba, e lei ci lasciò le penne. Aveva ventisei anni. Mi aveva detto che i clienti le chiedevano di tutto, compreso bere lo champagne dal secchio del ghiaccio dove veniva sputato dalle ragazze che si sciacquavano la bocca dopo il sesso orale. Che strane regole che hanno gli uomini, e che strano modo di fare sempre cose fuori dalle regole. Così quella notte guardavo i campi di granturco e di erba medica, i pioppi, la statale con i camion e mi sentivo solo. O meglio, in compagnia di un odio incommensurabile, quindi più che solo. Tornai giù nel bar con le sedie di formica e il bancone con un arlecchino eseguito a sbalzo su una lamina di rame. Nello scaffale dei liquori, alle spalle del bancone, una ventina di bottiglie molto lontane l’una dall’altra, su mensole di specchio, e un neon violaceo che le illuminava: Borsci San Marzano, Cynar, Biancosarti, Mandarinetto Isolabella, Sambuca Molinari, Liquore Strega, Fernet Branca, Grappa Nardini, Stravecchio Branca e il brandy Tre Stelle, per i meno abbienti. Più a destra, la volpe impagliata tra due coppe di tornei di calcio. Televisione sempre spenta, tranne la domenica. Nel retro il tavolo per giocare a boccette. Troppo poco spazio per le stecche. Forse pensavo che avrei potuto salvare Emy, ammazzare il tipo del bmw, farla smettere di fare la vita e aprire con lei un locale sulla spiaggia a Mauritius. Ma Emy era morta, e c’era anche qualcosa di eroico, qualcosa in tutta la situazione che mi faceva sentire non bene, ma vivente. Quella è la solitudine degli uomini. Non è la solitudine che annulla tutti i ricordi, compreso quello d’essere stato altre volte solo. Quella solitudine che io vado cercando. La solitudine che ti costringe a confrontarti con le regole naturali, e non con quelle degli uomini. Le

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regole degli uomini, viste da qua, sono troppo incomprensibili. Ma malgrado le regole, malgrado non ci sia altro che un adesso, io non posso fare a meno di guardare la magnificenza della malattia, del virus che chiamiamo linguaggio, come diceva Burroughs. Tra i gingilli più piacevoli per questo, c’era la bellezza dei saloni, la gente, le folle, il consenso così caloroso e cordiale, il mio successo personale, alla sera dell’inaugurazione e del cambio della guardia, quando centinaia di compromessi mi portarono al ruolo di presidente. Signore e signori, buonasera. Vi ringrazio per essere intervenuti, nonostante gli impegni e le difficoltà. Cercherò di sintetizzare al massimo le cose che ho da dirvi, per non abusare della vostra pazienza e del vostro tempo. In qualità di nuovo presidente, ho il compito di rendere pubbliche le recenti decisioni del Comitato centrale. Ringrazio tutti per la fiducia accordatami e spero di svolgere questo incarico senza deludere nessuno; come sapete, giovedì scorso si sono stabilite le linee programmatiche per il prossimo periodo. Il programma è contenuto in un documento che ognuno di voi riceverà personalmente tra pochi giorni. Nel frattempo, cercherò di anticiparvi quali sono i nostri obiettivi, le nostre aspirazioni e gli strumenti che abbiamo a disposizione per intraprendere una serie di azio ni che rappresentano l’aspetto attuativo delle scelte di campo che il Direttivo ha assunto con grande coraggio e con grande determinazione. Queste scelte si collocano su un asse di continuità , ma anche di innovazione rispetto al passato: sono certo che, dal momento che tutti condividono i successi del nostro movimento, la continuità sia una delle cose che a tutti sta più a cuore, ma l’attenta analisi delle anomalie funzionali, degli sprechi, delle storiche conflittualità, ci portano anche a dover formulare ipotesi fortemente innovative per il futuro. Certo, i cambiamenti ci sono stati, e possiamo affermare senza dubbio che una ventata di aria nuova sta attraversando la nostra attività, ma è fondamentale per noi capitalizzare le esperienze positive di chi ci ha preceduto e rispettare le grandi

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direttrici di sviluppo programmatico che da sempre caratterizzano il nostro impegno e la nostra voglia di fare. Ma non voglio dilungarmi con inutili preamboli: ciò che conta, ora è affrontare il futuro: un futuro insidioso, cosparso di difficoltà ed anche purtroppo di avversari interni ed esterni all’organizzazione. Di certo abbiamo più amici che nemici, ma proprio per la nostra apertura e la nostra trasparenza, siamo andati talvolta a creare novità destabilizzanti dove c’erano vecchi equilibri, connivenze decennali, taciti accordi per avvantaggiare coloro che non già per meriti ma piuttosto per capacità di giocare su questi equilibri, hanno occupato impropriamente posti di responsabilità. Qui devo ricordarmi di fare una pausa e aspettare gli applausi. In questo senso noi rappresentiamo il cambiamento. Qui devo sottolineare “noi”. Insistere, isolare la parola “noi”. In questo senso .... NOI... SIAMO il cambiamento!... Sì, cambiamento, perché i valori più antichi sono anche i più nuovi, perché in un mondo che sembra dimenticare l’importanza delle cose che contano veramente, chi come noi è impegnato nella difesa dei valori più autentici, deve assumersi anche il ruolo di rivoluzionario e innovatore, un ruolo che noi difendiamo con orgoglio e con solerzia, ben sapendo che il nostro cammino e la nostra grande famiglia hanno una caratteristica sostanziale, una missione che ci ha fatto grandi e che non va disattesa: l’assoluto impegno nella tutela dei diritti di coloro che tacitamente, da anni lavorano, pagano le tasse e rispettano la legge, la difesa e il miglioramento delle condizioni di vita di tutti i nostri associati, vera rappresentanza dell’Italia laboriosa, onesta, tollerante e troppo spesso diseredata da odiosi giochi di potere che passano sopra le nostre teste, dei quali non sappiamo nulla ma che comunque paghiamo con il nostro lavoro e con il nostro essere onesti, rispettosi e temperanti, quasi incuranti dell’arroganza dei potenti, dell’odioso egoismo dei politici che occupano quei posti non già per impegnarsi nel migliorare la vita dei cittadini, ma per difendere i loro interessi. Ebbene, il nostro movimento è

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noto a tutti per la sua rispettosa e sobria azione nella società e nel mondo del lavoro, ma ora, anche noi vogliamo dire basta, vogliamo far sentire più forte la nostra voce, gridare se occorre, far capire a tutti che siamo noi quelli sulle cui spalle pesa l’intero apparato, che tutti hanno potuto fare i loro giochi proprio perché noi l’abbiamo consentito con il sudore della fronte, con i nostri sforzi, con i nostri contributi. Noi lottiamo per consegnare ai nostri figli un mondo migliore, un mondo più giusto, dove trionfino gli ideali di libertà e di rispetto reciproco. Un mondo dove tutti possano lavorare e convivere in pace. Ma lasciamo i concetti generali per giungere al nostro impegno nei fatti. Qui, mi devono mandare il programma, altrimenti cosa dico? Un impegno che per noi non è solo una passione, ma è diventato negli anni un dovere sociale. Noi ci adopereremo perché le ingiustizie, le scorrettezze, le sopraffazioni finiscano. Nel mondo del lavoro, come nella società, nei confronti dei malati, degli anziani, dei giovani, delle donne, dei disabili. Nei confron ti di tutte quelle categorie che subiscono l’oltraggio di essere considerati cittadini di serie B, e che quindi sono ben lontani da quel progetto di pari opportunità che tutte le persone di buon senso auspicano da anni. Signore, signori, amiche e amici. Lasciate che la vostra coscienza vi dica cosa dovete fare, lasciate che sia il vostro buon senso a dirvi da che parte stare. Se dalla parte di una società, di un mondo sempre meno umano, dominato dai mass media, dalla corsa al denaro, dove in cima alla scala dei valori stanno il successo, la ricchezza, il potere, oppure dalla parte di chi conosce i valori della solidarietà, del rispetto, della civiltà. Qui devo farmi dare due o tre casi eclatanti da raccontare, che suscitino indignazione. Una cosa è certa. Quanto più la società va verso quei valori, tanto più il nostro impegno sarà forte e deciso, tanto più lotteremo e ci batteremo sempre con modi civili ed urbani per difendere i vostri, i nostri ideali, gli ideali di chi lavora per vivere, per pagare il mutuo, gli ideali di chi ha figli e li vuol veder crescere sani e sereni, gli

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ideali di chi non vuole grandi ville e yatch, ma vuole solo assicurarsi una vecchiaia serena, e la difesa di quanto onestamente è riuscito a risparmiare. Siamo stufi di tante parole! Noi vogliamo i fatti! Ci siamo battuti, ci battiamo e ci batteremo per avere risposte chiare e non evasive; impegni concreti e non cartacce. Noi siamo la parte sana del paese, la parte buona. Vogliamo più attenzione e più trasparenza! E’ un nostro diritto! E’ un nostro diritto di contribuenti e di cittadini onesti e laboriosi avere servizi che funzionano, scuole che funzionano, ospedali che funzionano. Noi non ci fermeremo davanti all’apparato burocratico. Andremo fino in fondo, a chiedere giustizia. Quella giustizia negata, quella legalità assente che sarebbe sufficiente a fare del nostro paese un paese moderno, efficiente, un paese dove è bello vivere. Nella stesura del nostro documento programmatico abbiamo lavorato duro per stabilire azioni efficaci e concrete, che con responsabilità, rispetto degli equilibri, ma soprattutto con pragmatismo si propongono obiettivi tangibili, si propongono strategie per il raggiungimento di uno scenario in cui le condizioni di lavoro e di vita siano migliori per tutti: sono pronti grandi e piccole iniziative, ma soprattutto è viva più che mai la nostra voglia di impegnarci e di consolidare risultati i cui benefici possano essere percepiti da tutti. Un piano d’azione vasto e concreto che ci porterà nelle sedi opportune a far sentire la nostra decisione e la nostra voglia di legalità, di giustizia di ordine e di pulizia. Vi chiedo scusa se mi sono lasciato trasportare dall’enfasi, ma io, come credo molti di voi, partecipo con così tanta passione a questo progetto che il trasporto é inevitabile. Ma lasciamo da parte i sentimenti e torniamo agli impegni concreti, quegli impegni dei quali oggi vi ho solo illustrato le linee generali, ma che, sono certo, vanno nella stessa direzione dei vostri desideri. Ebbene, in questa direzione vi è una notizia importante: la nascita di un comitato al quale è demandata l’istituzione degli strumenti attuativi delle nostre linee programmatiche; un organo fatto per deliberare, una nave fatta per

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veleggiare lontano, per usare le parole del Presidente uscente, Dottor Eugenio Balducci, al quale oggi porgo un sincero ringraziamento per l’opera svolta presso la nostra organizzazione, e un sincero augurio di meritato riposo. Ai consiglieri, ai delegati regionali ai funzionari ed a voi tutti auguro un fattivo e sereno periodo di attività e di partecipazione, con l’impegno da parte mia di ricoprire il ruolo di “capitano della nave” non già con desiderio di comando, ma con totale spirito di servizio e con l’impegno e la consapevolezza di svolgere un lavoro utile, non sempre facile, di grande responsabilità e spero anche di buoni risultati. Grazie. Buonasera. Poi fu la crisi. la crisi dei ruoli e dei valori, la crisi degli obiettivi e delle strategie. Quella che io credevo essere una crisi. Mi salvò l’estate in città. l’abbandono alla canicola estiva, alle zanzare, alle chiacchiere con i pochi rimasti. I parchi deserti, le strade assolate, piene di parcheggi, le case con le persiane chiuse, per avere gli appartamenti in penombra, il traffico ridotto, i negozi serrati. Rimasi nella povertà del sogno di una città dismessa per secoli, limitando le mie relazioni alle chiacchiere nei bar, nei negozi. Rivivo ancora il presente di quei discorsi, di quei pensieri e oggi più che mai mi si disvela la loro potente inconsistenza. Ero in una società. In una famiglia. Non lavoravo, in quel periodo, non ricordo se per malattia o anzianità. O perché ero un bambino. Vivevo un intreccio di rapporti e di relazioni, e su queste credevo di concentrare la mia attenzione. Pensavo, e ancora adesso penso, a quando la suocera di mia sorella ha incontrato il genero di mio cugino. Insieme, sono andati a comprare un regalo per la nipote di mia cognata che, essendo amica fraterna della nuora di mia zia, organizza insieme a costei la festa dei parenti, che ci sarà giovedì prossimo. Mio cugino, che non vede di buon occhio l’interessamento del suo genero verso la nipote di mia cognata che (del tut-

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to casualmente) sarebbe sua pronipote essendo egli cugino della madre di mia cognata, ha telefonato al suocero di mia madre (mio nonno) dicendogli di intercedere presso il nipote di mia cugina, personaggio molto influente, affinché lui si prodigasse per avvicinare la sua pronipote, cioè quella di mio cugino, al di lui figlio, attualmente fidanzato con la sorella minore di mia cognata. Essendosi nel frattempo sposata l’ex moglie di mio cugino con il pronipote di mio suocero, (fatto che è dispiaciuto non poco a tutto il ramo paterno della famiglia per via del fatto che la madre dell’ex moglie di mio cugino si era in gioventù promessa a quel tanghero che in futuro sarebbe poi divenuto mio cognato, allora scapolo, salvo poi lasciarlo ad una settimana dalle nozze per fuggire col prozio di mia madre assai facoltoso ma troppo vecchio per lei), si son cercate di rappezzare le cose riavvicinando la giovane nipote di mia cugina per parte di madre con il genero (ora vedovo) della prozia di mia cognata, uomo dalle mille risorse e parente alla lontana proprio di quel mio cognato che rimase con un palmo di naso. Il fatto sembrava l’uovo di colombo, l’evento felice che avrebbe rimesso in sintonia l’intera famiglia, ma purtroppo non si è tenuto conto del fatto che il prospettare questa unione ha massimamente irritato mia nonna paterna, la quale da sempre vagheggia di collocare la sua nipote prediletta (mia cugina, la figlia del fratello di mio padre) proprio con il genero della prozia di mia cognata, o con il di lui fratello, più anziano e brutto, ma indubbiamente dotato di maggiore stabilità finanziaria. All’uopo, mia nonna ha interessato alla questione il fratello della suocera di mia zia che, oltre ad essere disponibile nei confronti di mia nonna perché lei, mia nonna, ha voluto affittare la casa di campagna, invece che alla cognata di suo zio che aveva tanto insistito, proprio alla suocera di mia zia, (madre del tipo interessato da mia nonna) ha delle mire personali verso mia zia e quindi spera agevolando mia nonna nel suo progetto, che questa gli ricambi il favore intercedendo presso mia madre affinché convinca sua sorella ad avere

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un occhio di riguardo per le profferte del suddetto fratello della suocera di mia zia, che però nel frattempo, disperando di realizzare il suo progetto si è fidanzato con la nuora della sorella del cognato del figlio di mia zia ed ha con questa ragazza fatto visita al nipote di mio cognato, sperando che questi perorasse la causa della sua fidanzata, che sarebbe quella di sposarsi entro l’anno, ma il meschino non ha fatto i conti con la moglie del nipote di mio cognato, donna perfida, che immediatamente ha telefonato a mia zia informandola di tutto e distruggendo così definitivamente le possibilità di intercessione di mia madre nell’affidare a mio cognato l’appartamento del mare per questa estate. Certo, l’ideale sarebbe che la giovane nipote di mia cugina si maritasse col figliolo del meschino nipote, ma questo è impossibile poiché sono consanguinei. In ogni caso, mia nuora ha tentato come sempre a fin di bene, ma maldestramente, di risolvere il problema invitando a casa sua quel mio cognato che rimase con un palmo di naso, mio cugino, sua madre, la sua ex moglie accompagnata dalla di lei madre. Non vi immaginate come si è incazzata mia suocera quando è venuta a saperlo! Per ripicca ha confidato alla moglie di mio cognato non solo dell’invito fatto da mia nuora ma perfino che mia nuora ha una tresca con il ragazzo della sorella minore di mia cognata. Come avrà fatto a sapere entrambe le cose? Mia moglie sostiene che a rivelarle tutto sia stato mio zio il quale sarebbe informato di tutto da suo figlio (mio cugino) che è grande amico e commilitone del figlio di mio cognato. Ma allora, si dirà, non potrebbe essere proprio costui che ha rivelato tutto a sua madre? Sì, potrebbe, ma non lo ha fatto poiché lui auspica che suo padre se ne vada di casa assieme a quell’altra e quindi sta tacitamente al gioco di mia nuora che, sempre disinteressatamente, dopo aver fatto questo patatrac ha chiesto scusa alla famiglia invitando al ristorante mia suocera (che non c’è andata) mio cugino, mia sorella e la nonna di mio cognato che ha convinto a venire perfino il prozio di mia cugina che da tempo era arrabbiato con

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mia nuora e i suoi rampolli, per via del fatto che tre anni fa, a casa della nipote di mia cognata, i ragazzi dissero allo prozio che l’appartamento di via Maccaggi la nonna l’avrebbe lasciato a loro anziché al loro cugino in seconda, figlio illegittimo di quel prozio di mia cugina, che in quell’occasione si arrabbiò molto e giurò di non varcare più la soglia di nessuna casa di quel ramo della famiglia, ma poi ci ripensò. Mia cognata ne approfittò per chiedergli in quell’occasione, la restituzione di un vecchio prestito, si trattava di pochi spiccioli ma furono sufficienti a mandare su tutte le furie il vecchio prozio che allora rinfacciò a mia cognata ed alla sorella di mia suocera, (che era sopraggiunta in seguito ad una telefonata dell’assente cognata di mio genero, che però era stata informata dell’incontro da mia suocera) una vecchia scorrettezza, allorquando, verso la metà degli anni settanta, il figlio del prozio perse il lavoro e chiese un posto nella fabbrica del marito della sorella di mia suocera, il quale per tutta risposta, licenziò anche il genero del prozio, impiegato nel reparto spedizioni e proprio su quest’argomento la sorella di mia suocera ironizzò dicendo che da spedente divenne spedito. A completar l’opera si è aggiunto il cognato di mia cugina che, innamorato di mia cognata, ha deciso di rivelare tutto a mio zio, semplicemente perché questo zio è il padrino del nipote di questo cognato di mia cugina ed ha un atteggiamento tollerante e bonaccione. Ma le cose sono degenerate quando mio zio, sopraggiunto alla cena organizzata da mia nuora, ne ha parlato a mia zia che ha dato in escandescenza dando della puttana a mia cognata e dicendo che se queste cose succedono è perché una se le va a cercare. Mia sorella, che non sopporta le scenate, ha detto a mia zia che da giovane lei era peggio ed ha rinvangato l’epoca in cui questa mia zia se la faceva col cognato di mio padre e in cui i due piccioncini si rifugiavano da occhi indiscreti proprio nella casa di quella mia prozia che poi avrebbe diseredato il nipote di mia suocera, che a quel tempo aveva rivelato questa informazione direttamente al fratello di mio zio, che non

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perse occasione di far giungere l’informazione al suo fratello maggiore che per ripicca se ne andò di casa ed ebbe un figlio dalla moglie di suo fratello che così da delatore si ritrovò cornuto. In realtà non si seppe mai se mia zia ebbe veramente quella tresca, ma il figlio di mio zio bonaccione fu abbandonato dalla moglie appena sposato poiché la moglie scoprì che era sposata ad un illegittimo. E indovinate che fu ad informare la sposina dell’oscura provenienza del suo marito? Fu mio cognato che, non potendo accedere all’azienda del defunto marito della cognata della sorella della nuora di mio genero, dopo aver rovinato il matrimonio del figlio di mio zio, tentò di convincere la sorella di mia cognata a fuggire con lui, ma lei gli rispose con un diniego e si sposò invece con il vedovo della madre del cugino della suocera di mio cognato, vecchio, facoltoso ed omosessuale. Infatti costui dopo alcuni mesi di vita coniugale introdusse in casa il nipote della suocera di mio cognato, suo amante e futuro concubino, che piano piano scalzò la sorella di mia cognata e si infilò nel talamo del vedovo, che di lì a poco morì lasciando al concubino i suoi beni, compreso il negozio dove oggi attualmente lavora la figlia della pronipote della sorella di mia nonna. E’ proprio in questo negozio che hanno fatto acquisti la suocera di mia sorella ed il genero di mio cugino. Credo di essere esausto, cercherò delle radici da mangiare, e cercherò di rivedere tutti questi film con occhi diversi. Il passato si può cambiare? Si può cancellare? I ricordi che ho, che non sono ricordi, ma modi di ricordare che si ripetono come squallidi meccanismi di un presepe vivente, si possono cancellare? Posso cancellare questi ricordi che continuano a deformare la mia percezione della realtà, come se fossero rancori, rimpianti, aspettative, sogni, desideri, rettifiche, paure, ma che in realtà sono solo visioni congelate che che mi portano via da dove sono? Mi faccio queste domande, anime benedette, ma so benissimo che sono io a trattenerli. E questo avviene perché ce n’è ancora qualcuno che vorrei fissare ancora prima di lasciarlo andar via. Pensate a una not-

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te di zanzare, nell’estate della pianura padana, a scuole finite. Cinque ragazzi in mezzo a un campo camminano sulle stoppie del grano tagliato. Saranno le undici di sera. Intanto che camminano, parlano, fumano le prime sigarette. Hanno sedici o diciassette anni, e siamo nel sessantanove. Ad un certo punto uno dice: Bina, come fa quella canzone? E Bina, uno dei ragazzi, comincia a cantare. E gli altri tacciono, e camminano, e ascoltano Bina che canta. Insomma, uno di quei ragazzi ero io, e quello è stato forse il momento più bello della mia vita, anche se non l’ho certamente mai detto agli altri. Beh, che cosa devo dirvi? Quel ricordo mi commuove, non so perché, non so come. Camminavo, ascoltavo, ed ero felice, proprio felice. C’era l’odore dei campi, quello della notte, quello della discarica in combustione, a un chilometro di distanza, verso l’autostrada. C’era l’odore delle nazionali, e quello delle scoregge. Ogni tanto, per qualche stradina di campagna, lampeggiava tra i tronchi dei pioppi la luce di una bici o di un motorino. Camminavamo ognuno verso il suo destino e io in quel momento sentivo come un’immensità riguardo a questo fatto di avere sedici anni, di dover fare ancor tutto e di avere la libertà nelle mie mani, libertà che poi non era altro che annusare la vita fino in fondo come in quel momento bellissimo. Un direttore amministrativo, un tecnico dei telefoni, un architetto, un avvocato, un disegnatore tecnico, un dentista, un ferramenta, un radiologo, uno psichiatra, un camionista, un un veterinario, un responsabile di qualcosa. Ciascuno di quelle forze della natura che eravamo noi ragazzi della pianura, del County 71° clan, come ci chiamavamo, ha finito poi per diventare qualcosa. Di qualcuno si dice anche: ce l’ha fatta, anche se non saprei esattamente dirvi a fare cosa. Uno non ce l’ha fatta neanche a condividere questi ricordi. La strada se l’è portato via. Infatti è quello che nella foto di gruppo sembrava quasi in procinto di andarsene. La foto di gruppo: da sinistra, in piedi, Promo, Bina, Vim, Pietro, Kelly, Fab. Accosciati: Boggio, Carlo, Beppe, Tave, Lughy, Cila. Assenti: Rocchide.

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Eh, le foto, le foto. Sembra che la scienza le abbia messe lì, davanti all’uomo, come metafora; proprio nel momento giusto, al tempo dei signori Daguerre, quando gli uomini avrebbero dovuto capire che avevano a che fare con qualcosa che scambiavano per la realtà. Adesso il gioco è andato troppo avanti; adesso il gioco è entrato a far parte della fisiologia. E così mi ricordo tutte le preoccupazioni, le infinite istruzioni, la moltitudine di opzioni, di dettagli, di possibilità, di conseguenze, si percorsi, di controlli, di collegamenti, di conflitti del gioco. Altro che tessere rosse e nere. L’enorme fotografia e il suo colossale rumore di fondo ci sommerse tutti: Come faccio a inserire file perl o php nella directory cgi-bin se devono essere chimodati 755 col Macintosh io uso fetch ma non ho trovato questa opzione come facciooo??? ringrazio a chi mi risponderà’ grazie moriello 00-034559862 Ciao io sono Francesco e vorrei eseguire l’overlock del sistema ma non saprei come fare. Il mio computer ha le seguenti specifiche: Pentium 3 500mhz , 64 MB di memoria , scheda video da 16 MB (voodoo3 3000), sched. audio PCI 128 (creative), hard disk da 10GB, Cd-rom... vi prego aiutatemi Franci 00-038-512461 Ciao a tutti, sto realizzando una calcolatrice simile a quella di windows. Che pezzo di codice devo usare per convertire un euro la cifra che ho digitato? Siete formidabili! balboo 01-044-456982 Ho notato che in alcuni siti sono presenti sezioni chiamate: “siti partners”, “siti amici” e “collegamenti” (o “links”). Che differenza c’è fra questi tre? A me sembra la stessa cosa. Grazie gian. tecno 00-031-124597 Negli ultimi giorni mi è comparso un nuovo errore in IE 5.5, aprendo delle nuove pagine (e sempre negli stessi 2-3 siti) mi si presenta il seguente messaggio di errore: “Errore durante l’esecuzione. Eseguire il debug? Riga: xx Errore: previsto oggetto” Rispondendo...minezadri architettura 50-023-136588 Disponendo di un sistema a 100 Mz vorrei sapere se posso montare dimm a 133Mz senza inconvenienti di sorta.

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Grazie brienzas esthetics 00-025-5144885 Ho appena scaricato un’effetto flash che vorrei pubblicare nel mio sito come pagina iniziale...sapreste dirmi come devo salvarlo e nominarlo per poterlo pubblicare (nell’htlm i file si nominano index.htm... e in flash???) Potreste inoltre dirmi se volessi inserirlo all’interno... 00024-7664125 Vorrei installare sul mio pc il vecchio dos 6.0. E’ possibile farlo convivere con Windows su due partizioni separate? Il programma che ho per dos funziona su windows ma non c’è l’audio perché mi hanno detto che la mia scheda audio, una creative, emula il dos e non ha i... ciao grazie Enero Visual Basic sara.y 00-015258789 Ciao, stavolta vorrei chiedere un consiglio... qualche giorno fa, proprio in seguito a una vostra risposta, ho scaricato la versione di prova di Adobe GoLive 5.0; ho trovato decisamente buono questo editor, tanto che avrei deciso di acquistarlo, visto che il suo costo è... alessisp 00-0457986452 Ciao! ho un problemino. La mia home page presenta due collegamenti, uno alla pagina 1 in lingua italiana e l’altro alla pagina 1 in inglese. Come faccio a aprire la pagina 1 in italiano con una finestra di dimensioni 400X700 pixel, senza la toolbar, e scrollbars? Grazie. Ciao!!! marians 00-025-55778973 Vi ringrazio per l’ottima risposta. Il fatto è che ho sempre realizzato software per monoutenza quindi sono quasi a digiuno di programmazione in multiutenza. Il progetto che attualmente è in fase di realizzazione è quello di un semplice gestionale di contabilità e che... madbyte 00-015-4697332 Salve. Ho appena aperto uno spazio su digiland e ho inviato sul mio sito alcuni file mp3 (tutto legale, no problem). Ora non capisco perché cliccando sull’icona che contiene il link all’mp3, nè si apre window media player, nè riesco a scaricare facendo “salva oggetto con nome”. Il...

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giusy 00-025-3345678 Salve a tutti! Ho da poco iniziato a fare un sito per un’azienda che produce bibite gassate e vorrei inserire nell’home page delle bollicine. Ho provato a modificare un java script per la neve, ma non ci sono riuscita!! Potete aiutarmi? Grazie in anticipo! Ciao. asignoriba 00-01579564332 Ciao a tutto lo staff di Simma-tronic.it La mia domanda riguarda il database Oracle. Chi mi sa dire se esiste una vers. di Oracle 8.0 o precedente che non necessita di un Server? O meglio vorrei utilizzare il database in locale senza installare la parte Server e la parte... grazie webber 00-045-12554799 Ciao a tutti ! Il mio problema è con ACCESS 97: stampare in un report un oggetto OLE (documento Word) collegato ad un campo di tipo OLE in una tabella. Queste sono le mie difficoltà: 1) Non riesco a stampare più della prima pagina del documento Word e i documenti hanno... maxright 00-015-5128365 Improvvisamente non mi funziona più l’anteprima delle immagini con estensione: .jpg .gif .pcx. Se però rinomino i file .jpg in file .jpeg allora l’anteprima ricompare per quest’ultima estensione. Tutto ciò avviene su tutte le directory d’immagini compresa C:\Documenti\Immagini. Sistema... zandan 00-085-54762485 Vorrei sapere come si configura il palmare della Casio Cassiopeia E-10I con un cellulare Ericsson T28s e corrispettivo Modem DI28. Mi collego a internet con libero. Inviatemi dei programmi in VB 5 per poter studiare i codici e fare pratica. Vi ringrazio in anticipo. rapixel 00-025-7369985 Ciao! Quando parlo del formato film mi riferisco al software Avi2Vcd. Per quanto riguarda il lettore dvd ne ho uno da casa tradizionale, non da computer. Però mi è sorto un altro problema: non riesco ad acquisire sul pc il filmino della videocassetta. Partiamo dall’inizio.... milla 00-015-2844551

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Vorrei che appena il mio sito e’ caricato si apra la index.htm tutta a pagina grande senza far vedere nessuna barra, nemmeno quella blu in alto.... in modo che occupi tutto lo schermo..... e volevo anche che se uno cerca di fare ctrl +n per vedere le barra esca un msg... anteo 00-0256499832 Ciao, ho ricevuto per email una foto in formato DCS del peso di 2 Mb circa. Si chiamava: Fotopark DCS. Ho chiesto: come mai non è un jprg o un tiff o un eps ma è questa stupida anteprima? Lui mi ha risposto che quello era tutto ciò che aveva. Siccome ci dovevo lavorare (sia direttamente sulla foto, come ritocco, che come grafica) ho tentato di aprirla in Photoshop ma non ci sono riuscito. Allora ho aperto XPress, ho fatto un box immagine, ho importato il DCS, ho salvato la pagina in EPS. (nome: fotopark.eps) Poi ho aperto la pagina in Photoshop, ho assegnato una definizione di 300 dpi, l’ho salvata con un altro nome e in formato Tiff. (nome: fotopark. tif) Ho lavorato sulla foto facendo le correzioni, ho salvato col nome fotoparkcorr.tif, poi ho riaperto Xpress, ho importato l’immagine inserito la grafica, ho salvato il documento (col nome fotopark graph Xp) e l’ho mandato come attachment al cliente, ma il cliente non è riuscito ad aprire il documento perché non ha XPress. Allora gli ho detto: almeno guarda la foto, la grafica te la mando per fax. Ma lui non riusciva ad aprire il mio Tiff. Perché? Un tiff non dovrebbe essere alla portata di tutti, perfino di Windows ? Allora ho riaperto Photoshop e ho salvato la foto in Jpeg a 72 dpi, solo perché potesse aprirla, (nome: fotopark.jpg) ma il cliente non riusciva a vederla lo stesso perché ha un PC e per qualche inspiegabile motivo i Jpeg fatti in Mac talvolta non possono essere aperti. Allora ho ripreso tutto il documento di XPress, ho risalvato tutta la pagina in EPS, l’ho convertita con Acrobat Distiller e l’ho rispedita al cliente per e-mail. (nome: fotopark.pdf) Ma il cliente è uno dei tre in Italia che non ha Acrobat Reader. Allora mi sono veramente arrabbiato.

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Ho detto: Ah si?, Passi per la grafica, ma tu stupida foto perché perché non vuoi farti vedere dal cliente? Ti salvo in Binhex con Stuffit De Luxe. (nome fotopark jpg.hqx) Il cliente mi ha risposto che non riusciva a decomprimere perché aveva una versione di Stuffit più vecchia della mia. Allora ho fatto una stampata a colori, l’ho salvata in formato busta, ho aperto il software “porta di casa mia”, ho aperto l’estensione “19 barrato” e ho portato la foto. (nome: fotopark busta/19 br) Il 19 barrato per scaricare una foto di circa 2Mb da via Colombo a Genova a via Cantore a Sampierdarena ci mette 18 minuti. Poi sono tornato al computer, ho preso tutti i documenti (tranne fotopark.tiff) li ho buttati nel cestino e ho dato il comando “vuota il cestino”. E’ stato allora che il computer si è inchiodato. Il tutto è durato dalle ore 9,45 alle ore 13.50. Ero felice. Poi temevo che il tiff che avevo ricavato dall’anteprima non fosse stampabile, allora ho stampato a 1440 dpi su carta ad alta definizione la foto in formato raddoppiato; l’ho messa nello scanner e mi sono risalvato un altro tiff (nome: fotopark new.tif) ma vivo nel dubbio costante che la foto di cui ho avuto davanti almeno cinque versioni in realtà non esista. La mia domanda è questa: un file DCS è o non è una foto? grazie e scusate lo sproloquio graphix 00-015-5649785 Ciao, ho installato un hard disk esterno Ridex HDD da 60 giga su un PowerMac 7200 con sistema operativo MacOs 9.0. Il ridex non ha una presa USB e così l’ho fiondato in un adattatore e non vedo più niente. Ho provato a riavviare con le estensioni disabilitate e a infilarcele dentro una alla volta ma appena ne metto una e riavvio si inchioda. Ho provato anche a rinstallare il sistema, a aggiornare il firmware, a riinstallare i driver delle periferiche che hanno il firewire e che passano dal keyspan come l’HDD, ma non è successo niente. Non è che l’HDD (modello HD361 di quest’anno) funziona solo con MacX? O è colpa dell’adattatore? o è marcio l’hard disk? grazie valeryork 00-123-5893264 Ridic. e patetic. servizio clienti merdweb, ormai passo metà del mio

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tempo a scrivervi e-mail; questa dovrebbe essere la 10a, ma ormai ho perso il conto. Stavo addirittura pensando di addebitarvi il costo di una tastiera nuova, visto che i tasti della mia si stanno consumando, a furia di scrivervi sempre le stesse cose. Quali richieste terribili avrà mai fatto il sottoscritto, quali terribili sfide e ardui compiti staranno affrontando i paladini di fatweb? Seguiamoli nelle loro avventure. Alla ricerca della Videostation perduta. Dopo numerose peripezie il signore del cablaggio, Sfigaman (ovvero il sottoscritto), riusciva a sconfiggere in una lotta mortale gli eroi del cazzeggio di nullweb che per ben 10 mesi erano riusciti a evitare che si impossessasse della sacra gemma splendente della fibra ottica. Era questa la fine degli intrepidi fannulloni di cazzweb? Giammai. Con una mossa imprevedibile essi riuscivano a dimenticarsi di consegnargli il potere della videostation, lasciando dunque incompleta la vittoria del signore del cablaggio. Subito Sfigaman reagiva usando le armi convenzionali; l’inutile telefonata al vostro numero verde e la conseguente gentile richiesta via e-mail. Ma i principi dello scazzo di sloweb non si lasciavano certo intimidire da tali effimeri attacchi, e ribattevano con il colpo della falsa promessa di celere consegna della videostation. La potenza di tale colpo lasciava spiazzato per un po’ il dominatore dell’HAG che però presto tornava a colpire con il fulmine dell’e-mail del cliente incazzato. A questo punto i maestri della disciplina del pi-grizian di suckweb cambiavano strategia, ritirandosi dietro l’impenetrabile barriera del silenzio assoluto, non lanciando + alcun tipo di contrattacco. Vani sono stati i tentativi dell’imperatore del Firewall di incrinare il muro di fancazzismo che circonda i dipendenti di shitweb. Tutti i suoi malefici attacchi, la feroce minaccia di rescissione del contratto e l’attacco della denuncia penale si sono scontrati con l’anti-energia del disservizio clienti checcweb, che annulla qualsiasi forma di vita, riducendo ogni cosa alla stasi totale. A questo punto il cavaliere

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dell’HTTP raccoglieva le proprie energie per scagliare un colpo devastante: la Mail dei Mille Terribili Insulti. Di fronte a tanta incredibile potenza insultatrice, persino la barriera fancazzistica di flopweb si incrinava e un coraggioso soldato, tale Alessandro, provava a contrastare l’attacco con il celeberrimo colpo dello scarica-barile, tentando di deviare la forza dei mille terribili insulti contro il corriere della videostation. Ma il guerriero del DNS non si lasciava ingannare dalle perfide astuzie di mollweb e si rifiutava di colpire una vittima innocente. Altra Mission Impossible: il cambio dell’account. Dopo essere riuscito, con pochi semplici click, a compiere operazioni incredibilmente complesse come, Udite udite!!, il cambio della password della F..k My Page, il divino successore della sacra scuola del TCP/IP pensava di avere vita facile contro i prodi difensori del... Mail Server porcweb, la cagata galattica. Ma si sbagliava. L’oscuro sire del catalyst pensava di manipolare a suo piacimento i propri account di posta elettronica, basandosi sulla convinzione che questi gli appartenessero visto che li aveva pagati, ma ben presto si accorgeva con sommo orrore che era impossibile cambiare l’account di default della sua e-mail. Subito si accorgeva dell’incredibile pericolosità di tale situazione, che violava almeno 2 articoli del codice civile e si scontrava clamorosamente contro gli stessi articoli del contratto cagoweb. Subito quindi partiva all’attacco con la mossa standard n.12, la telefonata al pigrizio clienti e la richiesta del cambio account, ma il cul center reagiva con la mossa del farfugliamento di frasi incomprensibili. Di fronte agli attacchi pressanti del discepolo dell’antica arte dei SysAdmin, il malcapitato non-operatore arretrava tentando di difendersi con il fragile scudo dell’impossibilità tecnica di attuare la sua richiesta. L’implacabile centurione del DCHP affondava così sempre di più la sacra spada delle sue sacrosante richieste, ma proprio quando la sua vittoria sembrava ormai vicina e lanciava l’ultimo affondo ecco che, con le ultime energie dell’illuminazione imbecillica, il non-operatore deviava il colpo

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con la mossa del mandare la richiesta all’indirizzo e-mail variazioni@ okweb.it. Da subito il possessore dell’ethernet capiva che la sua sarebbe stata una lotta durissima. L’indirizzo variazioni@okweb.it si rivelava infatti un buco (di c..o) nero, dove tutti i suoi feroci attacchi, dalla citazione degli articoli di legge che sancivano i propri diritti, alla raffica delle imprecazioni violente, cadevano nel vuoto. Così il re dei KB/s cambiava bersaglio tentando di colpire, con il colpo della richiesta di risarcimento danni, direttamente l’ufficio legale ma i suoi attacchi venivano ancora una volta intercettati del supplizio clienti, che non concedeva alcun indizio, e-mail o tel., circa l’ubicazione dell’ufficio legale. I cazzeggioni di sucaweb pensavano forse di avere finalmente vinto; stolti ch’essi erano! Il crudele rivendicatore dei propri diritti non si dava per vinto e dopo una pausa nel week-end, durante il quale lanciava solo alcuni semplici attacchi per tenere in guardia il nemico, per riposare le stanche dita, roventi per le centinaia di battute sulla tastiera tornava a colpire. Ecco quindi che tramite questa mail un nuovo assalto veniva lanciato all’inespugnabile fortezza dell’ozio di ladrweb, quello dell’ironica mail di presa per il c..o. Come finirà l’epica battaglia fra i titani del fancazzismo e Sfigaman, il terrore dell’SMTP? Basteranno le armi fin qui usate o il sovrano delle connect dovrà ricorrere alla sua arma + micidiale, la strage dei dipendenti wickweb? Nessuno dei 16 stregoni dell’antico ordine del codice esadecimale è in grado di prevederlo, ne è in grado di dire se l’assedio al castello del poltronismo si concluderà con una resa degli assediati o se essi saranno così folli da persistere nel loro cazzeggio, provocando così una terribile carneficina, loro e delle loro famiglie. Che lo scazzo sia con voi. sfigaman 00-015-5649785. Che ne dite di questi pasticcini che vi ho testé offerto? Indigesti? Pazienza, anime erranti. Volete un’altra foto? Una di quelle che mi è più cara? Un’altra foto di gruppo? Questa volta i membri sono Filippo detto Ciriaco, Mauro detto Nembo Kid, Marco detto Cane, Massimo detto

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Arma Letale, o più semplicemente Arma, Mauro detto Mulo Bue, Stefano detto il Bambino, Corrado detto Black Banano, Piero detto il Vecchio, Stefano detto il Grascio. Sono persone che raccontano una storia. Non vi posso spiegare tutti i nessi, non è importante. Quello che importa è il mio legame con questa foto, di cui ricordo tutto. Con questo racconto. Non con le persone; non più, forse. La foto, il racconto, il linguaggio, sono tutto ciò che ho di loro. Nella foto le persone hanno buffi cappelli con corna, protuberanze. Alcuni sono in canottiera, altri con un mantello nero. Ciriaco è in giacca e cravatta. Hanno foglie di insalata sotto le ascelle, maionese spalmata sulle orecchie. Ridono e dicono parolacce. Fanno rumore. Vituperano l’ano della realtà. Forse anche quello è stato d’aiuto. Far parte di quella congrega. Beh, vi racconto la storia, una delle storie partorite da quelle menti: c’era due volte un masso gelato che proprio per questo veniva chiamato dai suoi amici frenulo selvaggio. Alcuni conati di vomito che giunsero a bordo di un pick up di lattice di medusa, si precipitarono a sodomizzare il masso mentre una suora fustigava una cutrettola con un forcipe di basalto; il masso, sorpreso dai conati, si irrigidì per modo di dire, ovviamente e estruse dall’ano due pershing radioattivi foderati di lattuga per renderli mimetici. I conati contrassero la sifilbroncocerebroscolospinosi, famoso malanno indotto dai pershing, e si dileguarono nella savana ove si ergevano turgidi virgulti di trapani di gomma, sparsi quà e là. La suora, distratta da tutto quel baccano, prese la cutrettola e la scagliò contro uno dei conati. Si trattava di Pinto Quolap, il più piccolo. La cutrettola, presa da paura, farcì di escrementi il giovane conato e ruppe il suo reggi alluci di allume a forma di cuore di pollo. La madre di Pinto, che aveva confezionato personalmente il reggi alluci e l’aveva regalato a Pinto proprio nel Giorno della Paronomasia, andò su tutte le furie e, messo insieme alla meglio un cappotto di siepi di coglione, ne scagliò il contenuto addosso alla religiosa. Punzoni, cagnacci, riloghe, stronzi, mugnai, vertebre, cosmetici,

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palle, mantici, gerle, archibugi, foderi, lenzuola, lenticchie, pannocchie, pennacchi, code di maiala, peluria, succo di marmo, bombe di polenta, respingenti, pus, poltiglia di visceri di pappagallo, salame, sale, pepe, una pipa, un pirla, un pazzo, un pollo, una palla, una pompa, un polpo, una polpa (che lo arrapa) di pomodoro, una polpa di pomo d’argento, argento vivo, oro morto, rame agonizzante e zinco che sta così e così, more dell’orto, un ortopedista, un podista, una pista, una pasta lavamani, un quintale di marmellata di fucile piovvero addosso alla religiosa. Allora quest’ultima, un poco indispettita, andò in magazzino, prese un cane, un sarcoma, un sarcofago, un antropofago, un antropologo, un apologo, un epilogo, un epiteto (quello che lanciò alla volta dei conati) un epìfisi, un’aposifi, un apostata, una prostata, un prodromo, aun autodromo, un autoctono, un automa, un coma, un comò, un cofano, un garofano, un grammofono, un francofono, un francobollo, un pollo (forse l’ho già detto) un polmone, un palmizio, uno sfizio, un precipizio, un prepuzio, un precipitato di sali, un elevato di scendi, un saliscendi, un salice piangente, un scendice ridente, le ridenti colline del Monferrato, Nosferatu, un filu ferru, un ferraio, un guerrafondaio, un fondo di caffé, un caffetano, un cafone, un sifone, un sifilitico, un mefitico afrore di frutta marcia, una marcia trionfale, una tronfia marziale, un marziano, un ano, un anello, un vascello, uno spinello, suo fratello, il suo fardello, l’infarto, lo scarto, le scartoffie, le scaramucce, le babbucce, le babbione, le gabbione, le bestie in esse contenute, le tenute del conte Salmazio Vibrapalla Scorticati Manfredoli della Gualperca, una stagione di caccia, un estate, un autunno, un inverno, una primavera, poi falsa, poi nera. Mise il tutto in un frullino dopo aver reso mansueto con un baco da seta il conte, poco disposto a farsi frullare. Fece macerare il tutto nello sciacquone e, quando fu poltiglia, gli conferì la tipica forma a respingente di polpa di tamerici. Decorò il tutto con glassa di valvole marce. Uscì dal magazzino con il malloppo e lo fiondò sul gruppo dei conati dal poggio-

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lo del Convento delle Sacre Moltigini della Veneranza della Melissima Consacrata del Querceto di Roccabruna. Poi si ritirò. Morale: tanto va la palla al vortice, che la via stretta non piglia pesci. No, anime! Non abbandonate la lettura, vi prego. Non ancora. Non indignatevi; trascurate i contenuti. Ho voluto raccontarvi anche questa storia, emblematicamente, perché secondo me la suora non ha agito bene... No, anime, scherzavo, dài, oggi sono in vena di ironizzare. Ma volevo lasciarvi un segno di come quelle persone Ciriaco e gli altri ci abbiano almeno provato. Provato a farmi capire che si poteva andare un po’ oltre la foto... Mi capite, vero? Ci aveva già provato il signor Giuseppe Pelizza da Volpedo, con tecniche molto diverse. Quando tornerete a Parigi, la città dove ho vissuto, se ancora non l’avete fatto, andate alla Gare d’Orsay a vedere un quadro che si chiama “Fiore reciso”. Lì c’è tutto quello che vi serve per prender le distanze dalla fotografia. E’ il funerale di un bambino. Io ci andavo quando la mia vita si inaridiva, andavo a cercare una risonanza di struggimento e anche di dolore, ma comunque di infinita dolcezza. Andavo a vedere un quadro che mi mandava oltre il quadro: non lo vedevo, il quadro. Mi rimettevo a posto la coscienza, non so come dire. Pagavo il biglietto, non guardavo nessuno dei capolavori che ci sono là dentro, ridotti a semplici manifesti stradali che mi conducevano nel punto d’incontro. Un buco spazio-temporale. Quel quadro dovrebbe essere proibito alle persone troppo sensibili. Come fui io, forse, in certi periodi. Sensibile non vuol dire svenevole o delicato, ma solo molto, molto permeabile agli accadimenti. Era aprile, credo, quando Daniela ci disse che se ne sarebbe andata ad abitare a Roma. Lasciava un incarico all’università per fare il pilota di aerei. Le finestre erano aperte, e le tende volavano per una leggera corrente. Nella grande stanza verniciata a calce, con gli affreschi recuperati da Barbara, il pavimento di legno scricchiolava sotto i passi rassicuranti di Mario, che preparava il tè con la sua presenza attenta, dolcissima, rispettosissima.

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Corrado nell’altra stanza, isolato come sempre, accennava a “Waltz for Debbie” sul piano, e tutti tacevano, o ascoltavano. Io avevo pantaloni bianchi e scarpe da tennis bianche, entrambe molto sporche. Alle pareti, le vetrate di Mario con il sacro e il profano, i collages di Giulio Andrea e anche i poster di Paul Klee. Sul pavimento, King Crimson, Van Der Graaf, Weather Report, Jethro Tull, Gentle Giant, Vanilla Fudge, Pink Floyd. Rita leggeva Jaynes, ironizzava e annunciava un viaggio in Oriente, Robi leggeva Watzlawick, diceva cose intelligenti sulla Pop Art e annunciava un viaggio in Olanda; io leggevo Mc Luhan, e sentenziavo, e annuciavo viaggi, gruppi, seminari; tutti leggevamo Castaneda, ad esclusione di Mauro, che leggeva Ed McBain e si dichiarava non a favore, ma non ricordo più di cosa. Enrico valutava e interpretava le scelte e i sogni di tutti. Anche Rita sarebbe poi partita. Anche lei, mia sorella, praticamente, via, in Maremma tra istrici e biacchi. Tutti facevamo musica, o teatro, dipingevamo o scolpivamo, parlavamo nelle radio e ci sentivamo decisamente a posto, se si esclude quell’inquietudine sottile, ma costante. Tutti i giochi si dovevano ancora fare. La creta si doveva cuocere. Gli alberi frusciavano, le macchine passavano nei viali alberati, anche noi passavamo, e in quel momento ce ne stavamo rendendo conto. Per questo la memoria è così viva. Si sapeva che qualco sa stava finendo, anche se non si è mai capito cosa. C’era una quieta rassegnazione, nessuno parlava di quel sentire che anda va un po’ in caduta; anzi, nessuno parlava affatto. Belli, quei pomeriggi silenziosi di aprile. Stare insieme ad altri, in quella grande casa, nel silenzio delle diverse attività. Pagine di libro, corde di chitarra, matite... Ferma il carro. Osserva: anche questa è una fotografia. E’ un nastro registrato. Allora penso a come io mi sentivo in quel momento, o in altri momenti. A quando, da bambino, abbracciavo le bestie uccise dai cacciatori (fagiani e pernici, per lo più) e sentivo tra le loro piume l’odore del vento e allora mi prendeva una tristezza infinita, ma dolce come

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una nostalgia, pensando che quelle bestie non si sarebbero più lanciate nel vento, che immaginavo dovesse essere una gioia. Poi pensavo, no non pensavo, diventavo la bestia nell’attimo in cui era stata sorpresa in volo dai cacciatori: la paura, lo sgomento sbigottito che precede il nero, quando non è un grigio di agonia che ti fa cadere nel sottobosco e restare lì immobile a non poter scappare non poter più scappare quando io per istinto non mi farei avvicinare nemmeno a vista, sentire le voci dei cacciatori in arrivo, i cani ma più di tutto il battito del mio cuore.... Tutto questo allora non era consapevole, era solo un’emozione che si traduceva in odio, paura, tristezza o senso d’impotenza a seconda delle contingenze. Stamattina, sopra la montagna è passato un falco. Ha ruotato a lungo sopra la mia testa ed io ho visto ciò che lui vedeva. Il falco ha lanciato un grido per farmi capire che aveva capito che io avevo capito il suo messaggio. Guarderò da lassù. Guarderò diversamente. In genere, da dove si guarda? Tanto per incominciare, sempre dallo stesso punto. E allora, per prima cosa farò dei saltelli (sei o sette ogni sera) andando dalla parte verso cui mi sentirò maggiormente propenso ad andare, purché non sia più qui.

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Non riesco ad allontanarmi da questo ricovero, ma i miei saltelli probabilmente turbano una pace millennaria. Da quando saltello, qua dentro, c’è una confusione indescrivibile, un tramestio inaudito. Forse è per questo che questa notte è crollata una parte consistente della mia caverna. Da queste parti, anticamente, nelle caverne risiedevano uomini, e ancora oggi, qui nella regione di Locopea, qualche pastore utilizza le caverne i semjan, li chiamano come ricovero per le bestie. L’apertura che si è creata nel semjan mi consente non solo di avere una visuale più ampia verso sud, verso le terre di Rendham, ma anche di vedere la roccia spaccata. L’interno di ciò che mi conteneva. Continuerò a stare fermo qui, utilizzando come ricovero una nicchia rimasta coperta e protetta. Di certo mi sento molto più esposto ma è come se non avvertissi quasi più nessun pericolo. Non che mi senta al sicuro, intendiamoci, ma diciamo che questa insicurezza non mi spaventa. Progressivamente mi sto rendendo conto.... sì, progressivamente mi

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sto rendendo conto di quanto fossi una macchina. Ho cercato a lungo di emanciparmi da questo vomitevole automatismo, di muovermi via dai percorsi già percorsi, ma credevo che fosse più facile. Si possono aprire centinaia di porte, ma lo sguardo è sempre lo stesso. E’ lì che sta il guaio. Ho cercato ancora ricordi, ancora pensieri, ma che fossero più vivi. Ho cercato di guardarli con partecipazione, come si guardano dei coniglietti bianchi di pochi giorni. Ho cercato di osservare l’atmosfera, il clima del ricordo, a discapito della vicenda, troppo poco importante. Non sono i fatti a fare lo spessore della vita, care anime errabonde. Qui non ho bisogno di prepararmi una faccia per incontrare le facce che dovrei incontrare, come accadeva al signor Prufrok. L’autunno qui è una fioritura tardiva e siamo in terra di frontiera, laggiù, anime stanche, voi siete in un secolo sfinito, anche se appena nato, e con un forte make up. E l’autunno è sempre. Da voi si passa con grande indifferenza dal sole alla pioggia ma poi, alla fine, c’è sempre un giorno da giocare, da buttare sul piatto all’ultimo momento. Così penso se nella mia vita c’è mai stato uno di quei giorni. Di quelli in cui dai il meglio di te stesso, perché sei con le spalle al muro. Così tornano i ricordi, di quelli che ti fanno capire che quello che è successo era vero, e sarà vero, in questa storia che ha un inizio e una fine. E dove un giorno oltre la parola fine è già eternità. Magari a voi, anime probe, i miei ricordi sembreranno più sconclusionati ancora di ciò che vi ho esposto fin qui, ma vi assicuro che sono più compatti, anche se si tratta di scene spesso annebbiate, e di rumori che gradatamente diventano confusi e indistinti. La situazione è desolante, e il movimento della testa durante un cenno di negazione, serve a far osservare tutto tristemente senza poter proferire parola. Anche l’accanimento, a cose finite, non serve più, ma, nell’istante preciso dell’avvenimento, cedono le forze, non resta che sedersi constatando che ci hanno afflitto senza risparmio per giorni e mesi, tutti con la stessa anonima voce, distribuendo illusioni. Ma il discorso manca di lucidità,

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il comportamento di determinazione. Ci si sente effemminati, maldestri e la voce sembra quella di allora. Le nostre volontà smorzate di eroiche decisioni, si perdono nel vuoto, dove il niente è la vita che continua, nella sua martirizzante monotonia. Tutto è come prima, se si esclude quasi un peso alle palpebre, rese esauste dal tradimento e dal pianto trattenuto. La vita che sarebbe venuta, inibiva l’impeto del momento; la rassegnazione serena e scrupolosa era impossibile per l’impegno precedente e per la delusione profonda dell’aver riposto a torto fiducia in me stesso, per quanto era stato fatto prima, e per quanto ora stavo facendo. La mia reazione alla delusione, mi deludeva forse maggiormente. Restavano solo gli occhi socchiusi, timorosi del fumo e della luce, la testa ripiegata in basso, quel sorriso mascherante, che nessuno vede.

“que farais-je sans ce monde sans visage sans questions où être ne dure qu’un instant où chaque instant verse dans le vide dans l’oubli d’avoir été” Samuel Beckett: Quatre Poémes

Spalancando con furore la rudimentale porta del mio ricovero viene continuamente l’uomo del pomeriggio a ricordarmi (se per caso mi fossi dimenticato) che esiste lui, che esistono i suoi occhi vitrei sulla pelle abbronzata. Esige da me un ringraziamento per il terrore e per avermi soggiogato. Esige senza parlare, con un sorriso terrificante d’attesa che non scema se non dopo un mio cenno d’assenso. Impossibile per me capire se paura o convinzione la mia nel soddisfarlo anche se e pur vero che vivo d’angoscia sentendo i suoi passi salire le rampe di scala; Tutto finisce quando lui fa il suo ingresso dalla porta e si appoggia allo stipi

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te guardandomi. A tratti soltanto mi sembra di capire che è tutto vero, che non potrei avrei potuto decidere di andarmene se non fosse esistito un luogo da cui partire, che non avrei potuto sognare di astenermi se molti non avessero sbagliato. E facendo scivolare i suoi sbagli come una mancia sul mio tavolo mi osserva lavorare e distruggere e rinunciare alla vita. (Certo non so se viva dei miei ringraziamenti, molto spesso mi sembra che ne potrebbe fare a meno) Ma nei momenti più impensabili arriva puntuale come un esattore a riscuotere una mia confessione. L’uomo del pomeriggio vive forse della soddisfazione di vedermi partire dai suoi sbagli. Consapevole, finge di fare errori per illudermi di averlo superato. Il suo riso allora, non sarebbe un’imposizione durante il suo mendicare ringraziamenti, ma un riso ironico per il mio piccolo tentativo. Ha capito forse che le correzioni agli errori sono errori. Non dovrei dargli più soddisfazione. Dovrei fargli capire che ho capito. Ma mancandomi ogni certezza, lo ringrazio. Lo ringrazio perché sbaglia, e forse perché finge di sbagliare; (a mio vantaggio?) Se io fossi certo della sua consapevolezza, dovrei ancora appurare se finge per soddisfare se stesso o per darmi modo di criticarlo. In ogni caso, se il suo atteggiamento è onesto, lo ringrazio; se disonesto, fingo di non aver capito, fingo di credere ciò che lui vuole che io creda, lo soddisfo. E’ l’emblema di ogni uomo, l’uomo del pomeriggio; ogni atteggiamento studiato a camuffare il cuore ladro, indebito proprietario di altrui soddisfazioni, la mano furtiva che ripone nelle tasche sussurri e onori immeritati, lo specchio sempre davanti agli occhi per verificare continuamente la mimica, ogni azione volta all’unico amore, dove i beneficiari apparenti sono strumenti inconsapevoli di un lungo tragitto dove arrivo e partenza sono coincidenti. Avanza irreale nella strada semideserta l’uomo del pomeriggio, scompare subito ma è stata sufficiente la sua presenza breve per ricordarmi i polsi legati, l’unicità della strada da percorrere, l’illusione di un ritorno, di una scelta. Illusione, anche se la

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vecchia infermiera mi chiede se leggo la bibbia, perché non ha capito chi sono, e vuol farmi voltare. Ma l’uomo del pomeriggio, non ha nessun potere all’apparenza e, se ricordo bene, non è più alto né più bello né più intelligente di ogni altro uomo della strada; semplicemente ricorda agli altri la loro futura somiglianza con quelli già pervasi dalla vita anche se a qualcuno, fino a quel giorno, lascia l’illusione di un tragitto libero. Piena la bocca, lo sguardo soddisfatto sta fregandosi le mani ad ascoltare l’eco della frase tra le pareti della camera vuota (o piena, chi può dirlo) e centinaia di giorni consumati alla formulazione d’un parere (giusto sbagliato chi può dirlo) sapendo che tanti dopo avrebbero assentito e pregustava già il sonoro decretare “assoluto”. Vago parere positivo che non torna se non accompagnato da cecità. Poco lontano, in penombra, l’altro parlotta da solo ponendo il dubbio ad ogni frase, ventilando per ognuna cento alternative, conscio che non è abbastanza. Lo ricordo benissimo. “Forse il muto ha ragione” diceva, e si rammaricava di parlare. Ma dopo pensava che con un balzo avrebbe potuto ritornare nella folla e scegliendo l’errore che più gli piaceva, avrebbe potuto toccar quasi la perfezione nel difetto. “Forse è così che bisogna fare; non spetta a noi andare oltre”; E pensava al futuro in cui avrebbe potuto entrare nei salotti facendo capire a tutti (voce bassa, baffi, spalle larghe e un po’ di pancia) che era presente. Pensava a se stesso invulnerabile, ridere forte beffardo alle obiezioni, “Forse anch’io potrò avere uno sguardo truce, tale da costringere gli altri ad abbassarlo”. Ma continuava a dubitare, ormai era troppo difficile la finzione, (se poi sarebbe stata una finzione, chi può dirlo) era troppo difficile fingere di non sapere ciò che aveva capito, e guardandosi intorno, notò con sollievo che la penombra lo circondava ancora. Osservandolo, anche noi col tempo siamo cambiati: abbiamo detto adesso siamo qui e non esiste più niente, ti giuro, niente di quello che c’è stato. Facile e insulso per noi dimenticare un passato forse neppure

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mai esistito, o per lo meno non esistito come nostro. Rammarico e cedimento di nervi conducono (dopo aver rinfacciato tutto il possibile) a cercare le ragioni del fallimento in anni passati, e la parola “colpa” suona strana come del resto ogni altra parola. Si vorrebbe ritentare, mostrare che ci si è sbagliati, ma sarebbe uguale. Persiane semichiuse, tende tirate, letto sfatto, penombra. Distanti ormai, senza neppure mettere a fuoco l’immagine altrui (poco coraggio) lo sguardo cade sulle appliques sulle ceramiche posate sul comò. Le scarpe, una diritta una coricata, memoria della foga precedente, foga amore rabbia di vivere non so più, una stasi eccitata dalle macchine che passano giù in strada e che fanno muovere la luce. Letti sfatti anche allora, odore di notte nelle camere aperte al mattino tutto normale, tranquilli, niente di grave. Si muove ora la bocca, solo per incitare gli altri a parlare attendendo con ansia l’inizio di un suono. Questi vuoti allora non c’erano, la nonna non lasciava spazio alla noia, si commentava sui camini di neve e le castagne. Così, nella penombra, forse tutto è più tragico: “sarai stanca, sarò stanco non so, non so più niente, perdio un po’ d’amicizia”. Occhi bassi, ogni uomo terrorizzava, avevo timore che un coetaneo mi rivolgesse la parola, provavo sospetto per chiunque. Ma un senso di malessere invade i presenti “è questa stanza, il malessere è qui, i rumori arrivano attutiti”. Attutite anche le voci dei bambini allora, già allora un piccolo fallimento causato da rivincite morali. Vedrai, si dice, tutto sarà come prima se “come prima” era meglio di ora, e ammesso che il meglio sia veramen te meglio, ma forse è sempre stato così, ed hai protratto l’inganno per mesi e mesi. Forse il periodo era quello, forse allora... non prima, né dopo. Il dubbio del non sono capace cominciava a rodere la testa, tutti gli altri ragazzi ridevano schierati. “Loro non sono come me” o meglio “Io non sono come loro”. Tutto sarà come prima, se si esclude il dubbio e l’ossessione che sia

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andata sempre così e anche se so che questo non ti piace può essere che il prima sia un costrutto della mia fantasia. E fu proprio allora che non dominando mai i miei occhi mi chiesi perché cadevano in quel punto (ma perché, perché sempre in quel punto). Forse tu l’hai sempre capito. Forse il prima l’hai costruito, me l’hai dato in pasto, convincendomi di averlo costruito, per tranquillizzarmi, aiutandomi a dimenticare un anormale passato. Fino a questo punto ero ingabbiato. Mi comprendete, adesso? E domani, pensavo, si vivrà nuovamente il dubbio tra il dire e il non dire, dopo avere rimandato la decisione per giorni e giorni quasi non fosse di nostra competenza. La stanza era vuota, al ritorno; e avrei voluto provare il fastidio per le loro voci ormai lontane, in altre case. La macchina da scrivere zitta, pareva zitta da sempre; il rumore dei tasti un’invenzione, come tutto ciò che scrisse. Anche il “da sempre” che sembrava padrone della casa, era una sordida morbosa invenzione, quasi a voler infliggere una nota più patetica alla tristezza delle cose abbandonate, coperte dalla polvere. Invenzione di chi osserva, per compiacersi maggiormente di quella che all’estraneo, potrebbe sembrare solitudine e invece non è che silenzio riempito di dubbio. E il dubbio scende subdolo le scale varca la soglia della stanza e trova l’uomo seduto a fumare e prende l’uomo per mano, lo sospinge, lo illude all’azione. E l’uomo vittima eroe onda cerebrale, come si preferisce, si avvicina al tavolo e il dubbio gli mette le dita sui tasti e l’uomo ormai si chiede perché tacere e il dubbio se ne va contento lasciando le sorelle accanto all’uomo. Parole grosse, il dubbio della vita, ripete l’uomo sorridendo. Il dubbio si sente ormai ridere in strada, pronto a mietere altre vittime ancora. “Parole grosse” eppure è vero, e rimane fissando negli occhi la maliarda sorella seduta sulla sedia di vimini. Certezza; certezza che tutto è un’in-

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venzione, certezza del dubbio se volete, ma forse neanche questa è certezza; forse va tutto bene, e i tasti associano parole, quasi come faccio io adesso. L’altra donna chinata dietro l’uomo, impugna ormai le mani che il dubbio le ha lasciato spingendo l’uomo a comporre frasi, senza senso, ricche di senso, impossibile sapere. E in strada, al rumore dei tasti, qualcuno enigmaticamente nega col capo, ridendo. Presto i gesti che ora compio goffamente diventeranno un’abitudine e acquisterò dimestichezza nel farli come se fossero miei da sempre. Per un attimo i sospetti sembrano aver forzato la realtà, la speranza nel dubbio presto muore e una frase blocca lo sguardo il pensiero portando la mente indietro ad anni e anni di mal riposta fiducia. Ma domani le dicevo vedrai, la mia faccia sarà quella di prima se si esclude questa piccola ruga d’espressione che ora vedi e che di lato all’occhio vedrai sempre, d’ora in poi; e le mie notti saranno come quelle di prima se non per un piccolo sobbalzo prima del sonno, che non ho mai avuto. Allora, senza questa incapacità ormai diventata abitudine la decisione era parsa facile: la macchina poco lontana, le chiavi pron te in mano, l’eroico camminare sotto la pioggia; e quella voce alle spalle che urlava il mio nome “invano” dicevo, prima di ritrattare la mia vita. Invano, come vendetta mia, espiazione per altri. E solo il caso, caso, volontà, curiosità, egoismo, la mancata risposta al telefono, faceva pensare al ritorno, a un futuro sognato e non del tutto distrutto, a una figura confusa nella pioggia, che andava fermando i passanti e chiedendo perdono. Ma si chiede il perdono sperando la vendetta, dicendo di meritarla, non sapendo che in realtà è per salute di coscienza, oblio dato dalla punizione. Si va reclamando un addio formale per poter dare spiegazioni, motivazioni, alludendo a noi vittime delle circostanze. E l’impulso si allontana nella strada. Tutto sembra concludersi in una stretta di mano, ma il piano terreno sembra l’inferno, e la

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discesa impossibile, subdola incapacità, grande sapienza, amore. Così, spazio e tempo andavano confluendo in un “adesso” caotico in cui si fanno alla svelta le valigie per scappare lontano da un momento che qualsiasi memoria non può dimenticare per via di quel rumore interno, un tonfo, il rumore di una piccola distruzione. Tutto quello che ho voluto essere è ora appeso al muro, ben lontano da me. E constato il misero fallimento preparando il caffè, in cucina, e sorridendo indulgente alle mie incapacità. La scena è ormai ridotta al solo particolare anatomico, a un profumo che altri hanno respirato, nelle stanze d’albergo, la porta ai piedi del letto, la volontà forse rimasta chiusa fuori. E nel perdono ogni discorso si perde, i meriti e le colpe vanno confusi all’infinito in un coito distratto, nella riconversione a una nuova vita. Anche la vendetta, battaglia contro di me, meditata nel tempo, resta accartocciata in un angolo, pronta a tornare continuamente, come la voglia di peccare, con la certezza di un futuro senza peccato, pronta a tornare, a prendermi di peso, a voltarmi nel letto, sublimando l’accettazione della disfatta. Va ammiccando, con fare circospetto e modi suadenti che mi colpiscono la dove sono più vulnerabile, la nuova confessione che per tempi lunghi non ho voluto. E dopo stupore, sbigottimento, per aver potuto essere “anche così”, viene il rilassamento generale dei nervi. Quello che inconsciamente non ho voluto ammettere balza ora prepotentemente sul tavolo e dopo un breve dubbio circa l’accettare o meno ciò che ormai è lampante, suona e risuona la domanda “perché negare?” la cui risposta è sottintesa. Ma tutto rientrerà a gradi nella norma anche se a tratti il dolore della carne fa dimenticare che è come se fosse dilaniata da sempre. Mi rendo conto d’aver perso definitivamente l’allegria, ma senza drammi né disperazione, con l’impassibilità della morte; lo dice la mia faccia, dall’espressione amorfa costante. Prendo atto senza dolore nè sofferenza

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perché ormai tutto è solo pensiero; solo a tratti mi sembra credere che la vittoria verrebbe col soffrire, ma il pensiero registra, non soffre. “Speak to me. Why do you never speak. Speak. What are you thinking of? What thinking? What?” T.S. Eliot A Game of Chess (The Waste Land)

Rivedo persone all’uscita della stazione. Escono con esitazione per scelta, per obbligo, per caso, tirandosi dietro bagagli pesanti. Escono a prendere contatto con questo pomeriggio di settembre in cui la folla vive uno dei suoi momenti peggiori. Escono e cercano un particolare (perché in fondo è solo quello, solo un particolare) che vada rammentando un attimo di vita vissuta. Ciascuno di noi in attesa ha diritto alla sua parte di dialogo, concitato, organizzativo per quello che sarà, e i fiati si confondono, ma i fraseggi sentiti da lontano sono solo un enorme brusio anonimo e incessante, e quello che avrei voluto interpellare (al momento, mi è mancato il coraggio) per chiedergli conferma, va serpeggiando tra la gente, si è portato fuori, mosso da un ribrezzo è andato a farsi deridere da gente sconosciuta. Ha un bagaglio teatrale di movimenti strani frasi troncate sul nascere, da offrire nei caffè e in ogni angolo frequentato della città. Anche lei è venuta, e adesso che ricordo, il motivo borghese per cui sono qui, la giustificazione quindi, era il suo arrivo. E resta ferma senza posare la valigia di tela bordeau mentre la gente la sfiora andandosene. Ha il solito sorriso che non mi ha mai deluso, nemmeno nei momenti neri. E’ venuta senza nessuna intenzione particolare se non quella di constatare il mio vivere senza vita, se non quella di sondare se il suo sorriso per caso non mi avrebbe lasciato indifferente. E’ venuta senza prefiggersi uno scopo se non quello di insegnarmi di nuovo a muovere la bocca facendone una cloaca che butta fuori uova mentali già marce al nascere. E’ arrivata a scuotermi nel mezzo di un sonno, torpore, con la 100


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volontà di riabilitarmi alle sere brillanti inconsciamente ricordandomi un passato distrutto. Poco lontano, tra un pilastro e l’altro, altre immagini richiamano la mia attenzione. C’è chi parla piano ma facendo in modo che io senta, fingendo però di cercare di non farsi ascoltare. Di certo si ricorda, e sta pensando a quella sera in cui parlai per due ore sapendomi già sconfitto eppure tentando ugualmente la sorte. Ha movenze studiate, che possono attrarre, anche se cerca di farle sembrare involontarie. Sorride con un misto di ingenuità e malizia e sembra dire: puoi tentare ancora, puoi tentare ma non vuoi, perché adesso pensi che è stato meglio così; qualcosa che indiscriminatamente potrai sempre salvare, qualcosa che avrebbe potuto essere e che non è stato. Ma c’è anche chi è pronto a partire, e senza fretta, anche se sembra tardi. Ha negli occhi la convinzione che lo aspetteranno per forza. Nella borsa un libro di barzellette, l’allegria a portata di mano. Ma non basta. Ha la voce ferma, il sorriso ironico che imbarazza, non saluta. Ci guarda tutti e sembra dire sono insostituibile, arrangiatevi; la paura non la conosco, il ripiego meno che meno, non torno. Un po’ più distante, incontri casuali in un caffè: vane ramificazioni di discorsi inesistenti vanno sibilando in quest’isola fuori dalla nebbia. Buona sera, signori, buonasera. Un microcosmo ineducato, attento, è qui stasera a fare confessioni che domani andranno via nel niente, scopate fuori dal caffè come la segatura inzuppata di pioggia della sera, e che già stasera sono niente, confuse nel vociare generale, miscelate con altre cose di minore importanza. Ma quale importanza, quale importanza, se non quella di riascoltare la frase che hai appena proferito ed appagarti o meno, a seconda della bontà del suono; un ammasso ripugnante di errori dalla prima all’ultima parola, dalla prima all’ultima bocca, va togliendo validità a ogni “ritengo”. C’è chi è propenso o meno a vomitare le tossine dell’autodistruzione. Buona sera, signori, buonasera.

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Sono pronto a parlare, ma dirò cose incinte di volere generale, e anche se il senso della lotta sopravvive nel far di testa mia, ne nascerà, se non un aborto, un distrutto al nascere. Illusione di lotta, possibilità di sovvertire (sovvertire no, non ne parliamo nemmeno) di capire per lo meno, distinguere se volete; in effet ti non sono del tutto io a parlare. Sento, non ascolto. Rido di voi, ho colto una frase: un infinito numero di normalità. Io vivo qui, ci passo i momenti d’ozio negli spazi tra le giornate operose. Ho la biro in tasca, l’orologio sempre sott’occhio. (Di sicuro programma gli amplessi coniugali, è informato su tutto, la sua carenza è lì, nella scelta delle informazioni, coerenza e logica di mondi d’ufficio). Ma se credono solo, credono, d’averci ridotti all’impotenza, e invece eccoci liberi e guasti, vuol vedere? e grida frasi senza senso (senza senso apparente beninteso) e gesticola e salta, non sono mica costretto, dice. Ma dietro, il suo inventore, scrive su un taccuino, prende nota di queste reazioni alle quali l’ha spinto. L’idea della morte non mi ha mai toccato, quella dell’operosità neppure. Procedo, anime? (troppo buone con me nell’annuire) Procedo perdendo pezzi per la strada ma non depurandomi, no; quello che perdo non sono feci, scarti, ma i pezzi migliori, o per lo meno quelli che a molti sembrano migliori. Ho perduto la risata che sta bene in questo posto, i sorrisi ironici alle donne, le risposte pronte, il saluto a chiara voce, la noncuranza nell’avvicinare faccia a faccia, la noncuranza nel far combaciare le mie diverse facce, nate in luoghi diversi, il tono comiziale del discorso, la saggezza filastroccale; ho perduto. Accumulate i luridi corpi di quelli che vivono al posto nostro, costruite una serie di capestri che non abbiano niente a che vedere con le punizioni che hanno inventato, appendeteli. Formate un ammasso di carogne su cui farò nascere il domani, sparate a vista sui concorrenti della corsa alla televisione, allargate l’area della coscienza, distruggete costretti e costrittori. Date retta ad A. reduce dell’Oriente dove si è bu-

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cato con aghi americani. Li ho visti venire, con passo certo dal fondo di rettilinei scarlatti, coperti di foschia. Ho immaginato le loro facce simili a quelle che in passato hanno corroso lentamente la mia esistenza. Ho pensato che mi avrebbero malmenato, o soltanto guardato, ma non ho avuto voglia di lottare; del resto non l’ho fatto mai, neppure in passato. Mi basterà adagiarmi, ho pensato, farmi colpire e travolgere e forse dopo ridere di gioia. Ma subire e reagire ormai sono la stessa cosa. Sono rimasto vincolato al mio punto, li ho lasciati passare, contaminato. Equivale a progredire. Se esiste il progresso. Ma presto sarò come disteso in una poltrona al centro di una sala dove tutti si affannano, spostano mobili e si vestono per rincasare. Rilassato finalmente e sordo alla certezza delle loro voci, calmo, a guardare il loro affanno. E mi asterrò da tutto, perfino dal vivere e dal morire, ecco, l’ho sempre voluto. Ma perfino questo è un gioco dell’immaginazione. E viene chiamato in causa l’uomo poco lontano. Siediti anche tu qui a parlare, piccolo uomo con la faccia da scroto, carogna imbecille disonesto. E l’uomo prende a parlare. Ho truffato, sì, questo è vero senza mai pentirmi perché le violenze sulla natura sono al di fuori della mia volontà. E volontà, poi, ma quale volontà? Esiste la volontà? Quello che ci siamo illusi d’aver fatto, le grida di fronte all’impotenza, il bene, il male, a caso, chi può dirlo. Se stiamo dentro al nostro mondo, crediamo che ci spinga. Esiste. (ma va parlando con la voce roca, distante dall’ambiente) La vita dei rapporti si stacca ora da me come un manifesto marcio da un muro, e vado inventando una morte che mi porti fuori città a sonnecchiare in una tomba fiorita. Ma nessuno più fa cenni d’assenso, i bicchieri sono vuoti, i portaceneri pieni, parleremo ancora domani. Buonasera, signori, buonasera. Capite amici? avete abbandonato la lettura? i miei pensieri risuonano ormai soli come una canna agitata dal vento nel deserto, oppure c’è

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ancora qualcuno in ascolto? Io insisto con i miei pensieri, insisto ancora. Sapete perché? “...Perché l’insanguinata ombra di Banquo mi sorride...” Infatti, proprio in questo momento fa il suo ingresso nella sala e un mormorio d’interrogazione serpeggia fra gli invitati. Qualcuno sorride perché non riesce a inghiottire, ma presto ogni reazione individuale viene confusa nel clamore della sera e solo io, io solo che ho l’illusione di aver capito, che ho l’illusione di esser l’unico che ha capito, e in queste sere chissà con quale metro vado sottovalutando chi ride, io solo seguito a fissarlo perché si è seduto quasi di fronte a me e mi addita col braccio teso da più di un’ora. “Tu te ne puoi andare per sempre, è sufficiente che lasci definitivamente questa sala, e la sua mano bianca priva di peli, e inizi a pensare a due camere ammobiliate in periferia, a qualche sabato di pulizia”. Queste, le sue parole. “Eppure non credere di avermi spaventato, me l’aspettavo, questa è una delle tue sere, non potevi mancare, e il periodo in cui il tuo arrivo era ossessione, è finito. Adesso la tua presenza ha valore di promemoria, assomiglia a una telefonata, a una frase lasciata su un taccuino: “Mi raccomando, si ricordi”; e non è un caso che tu venga sempre quando l’amnesia data dal rinvangare nel passato atteggia la mia faccia a melodia, porta il sangue agli zigomi, piega gli angoli della bocca al cielo. La situazione si spegne subito, vedi, appena arrivi, ci vedremo alla prossima occasione. La vittoria sugli incapaci è la tua specialità e la tua presenza rimane per ore e ore dopo la tua partenza, nelle porte, che lasci chiuse alle tue spalle. Ho passato ore a fissarle, cercando di indovinare da dove entrerai la prossima volta per scappare prima del tuo arrivo. Sei amico suo, lo giuro, siete cresciuti insieme, eppure lei non fa niente, lascia tutto alla tua iniziativa e per l’ennesima volta prendo la sua mano bianca priva di peli per richiamarla al presente, visto che va ostentando indifferenza per ciò che ormai è così vicino. Finge di non capire, al solito, tutto passerà sotto silenzio. Ma basta un suo cenno, quando io

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non vedo, per scatenare le tue trovate più beffarde. Tu ordisci la tua congiura con lei, apparentemente estremamente lontana. Anche il ritorno ha modalità differenti. Sto ricostruendo, mi capite? e a seconda di come ripenso, ricostruisco. Il passato si può cambiare. Sul mio tavolo rudimentale, in questa grotta ai confini del Kamaral, c’è un grande disordine. Appena sposto una mano cadono centinaia di cose. E’ come un antro di scala, si direbbe un antro di scala, per via della luce, se si può chiamare luce. Poco fa devo aver calpestato qualcosa. I pezzi che ho perso prima di dormire, li ho spostati col piede. Le muovo la spalla e mi chiedo da dove mi arrivi l’energia. Deve essere un saluto. Ho fatto di tutto, perché fosse un saluto. “Svegliati, adesso; torno pentito dall’essere e dall’aver dissociato. Ho ceduto ai loro gridi, ma non ho capito da quale parte hai deciso di stare.” E’ un mio tipico tentativo, non è ancora successo niente. Se non capirà, le dirò; “Sono io che ritorno, redento dall’essere disuguale, dopo tutti questi anni.” E’ solo un modo di non essere, dopo non essere stati. Ma loro lo chiamano morire.

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Dall’interno all’esterno passano i rumori, si capisce, ma la mia voglia di lasciare qualcosa di implicito (quasi una fissazione) non l’hanno mai capita. E’ chiaro che finiremo annientati appiccicati, tutti e due in questa stanza. Ma prima arriveranno la paura e le colpe. Le colpe no, quelle non esistono, e tutto quanto vedo ora sul tavolo, sono pronto a farlo sparire senza chiudere gli occhi; anche la paura, anche l’angoscia di quelle mattine. Sono pronto. (seguono tentativi su tentativi generati da fede insufficiente). “... andate via, sono malato, anzi, morto.” Sandro Penna ai giornalisti che bussavano alla sua porta (da un articolo di Piero Bianucci Gazzetta del Popolo, 24 gennaio ‘77)

E gemendo negli amplessi della nostalgia dichiarando e negando contemporaneamente l’esistenza delle cose sul tavolo, sto dietro la por-

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ta, abito dietro la porta, negli antri di scala, nei vagoni ferroviari, nelle camere d’albergo. E c’è già chi mi fa il verso. E’ sul tetto, che sta frignando, imitando il rumore della mia caduta. “Andate via, sono malato, anzi, morto.”. Immagini profondamente contrastate senza semitoni, la mia posizione poco comoda, con il corpo adagiato sul divano, e le loro voci. Ancora una volta, nessuna preoccupazione cosmica, solo i rumori dalla cucina, di gente che sbatte stoviglie. La porta resterà chiusa per poco. “Ti credevamo scappato, o morto”. Sono l’uno e l’altro. Sono rimasto indietro negli anni, inchiodato dai ricordi, nella vecchia casa. Certo, si respirava un’altra aria, e poi, certi fatti che ho notato, mentre voi perdevate il tempo a ridere con gli occhi socchiusi, li ho crocifissi nel cervello. Lasciatemi in pace, stasera. Sono malato di inattitudine alla vita, posso guarire, ma non voglio. Quelle lacerazioni profonde, me le porto incollate alla pelle. Più chiare, nel dormiveglia. E poi penso a tutti gli anni a venire, a come sarebbero stati, a come saranno, e arrivo fino alle sere del mese scorso bighellonando col corpo e con la mente e invento traguardi al negativo e mi dico: è una carognata chiamarli partenze. Anche nella vecchia casa facevo così. Con quanta diversità: le porcellane pronte per il cerimoniale del caffè dietro ai nostri sforzi per vedere scandire ciò che era imperfetto; la sua immagine assurda, di uomo latrante vergognosamente inerte invulnerabile ormai, sordo. Parlava con voce metallica, disumanizzata, inventando barriere da seminare su ogni sorta di tragitto. “E’ successo che io non vi abbia detto niente. Continuerò così, fino alla fine dei nostri giorni consumati fino all’osso da una banalità senza limiti.” Visti i dorsi delle sue mani, viste le sue ginocchia, tutto il resto ci sarà dato di sopraggiunta. Non c’è possibilità per noi. “Presto verrà il gran caldo e vi troverà tutti sospesi nella foschia, ma “ormai” è una parola che non dovete pronunciare. Smettetela di riaccendere i fuochi già bruciati, smettetela di guardare le orme dietro di voi. Dimenticate.” Chi

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parla di giudizio, fa ridere. Ha esagerato per anni, con questa storia. Ma un balzo in avanti, al di là delle valutazioni, pietrifica le espressioni all’atto dell’ascolto. “Non tentate di giudicarmi, portatevi fuori dalle camere dove avete alloggiato per anni. Può darsi che esista un’incertezza nella mia voce, ma io non sto dicendo niente.” Non è lui che ci ha mosso fino a oggi né quello che ci correggerà. E’ solo inerzia, un ritmare continuo che dilaga fin dalla nascita. Tutti finiremo cadendo. Perderemo il conto di ogni metro percorso nella caduta. Resterà, solo, tutto quello che è stato consumato, a sopravviverci, incurante del tempo, a guardarci morire, a testimoniare con voce contraria su quella parte di noi già morta. Già morta, prima ancora di poter parlare di strade percorse. Resterà, a giurare e stragiurare di essere viva e tangibile e operante, di seminare azioni concrete in ogni luogo. Stancante, nella certezza del racconto, nell’ostentazione continua di operati, spenta. Vero è solo il passato (sono frasi che sembra battere il tempo). Posso vantare successi e raccontare. E ripercorrere uguali centinaia di strade con serenità, perché il futuro di allora è già passato. Ci abitueremo a vivere sottoterra, vedrai. Insieme a quella parte di noi. Dicono che i rumori arrivino ugualmente. “Silenzio, per favore, silenzio. Diamine, un po’ di comprensione per chi sta dormendo.” Il mio corpo, intriso di sangue, strisciante sul pavimento a tentare ancora e ancora di interrompere il passato, che arriva fino ad oggi a lambire la mia camicia appiccicata alla schiena, a riattaccarmi alla vita che mi sta sfuggendo di mano. Non potrò più sopravvivere così né morire. E’ tardi per l’una e per l’altra cosa. Resterò agonizzante sognatore, conduttore di treni partoriti dalla notte. (“Vattene al più presto da questa galera, che mi mostravi quando me ne andavo alzando i pugni incrociati dietro la finestra.”) Cranio che si spacca con fuoriuscita di liquido seminale. Uomini

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urlanti per il mio dolore. Il mio dolore dovrebbe essere il dolore del mondo, esisto solo io. Trangugiamenti repentini senza valore nutritivo. Tramestii notturni ininterrotti. Pause. Precipitare. Spingere altri alla morte. Per autoanalisi. Morte per dimenticanza. Viale, bambini che giocano, partenza. Priorità al coraggio per le cose che si amano, priorità al coraggio nell’annullamento. Dipartita senza drammi. Lavaggio del cervello per le delusioni ammucchiate di tutto quel ieri e di quello che sarebbe stato domani. Potenziale fallimento. Fallimento. Fallimento per me. Fallimento per loro. Fallimento come ubriacone. Fallimento perfino come potenziale ubriacone. Gioia per i guai altrui. Solo liberazione. Niente viso storto appoggiato a rincuorare pietoso. Tutti periscano. Tutti sappiano e patiscano per me. Tragitti a ritroso; vittimismo, rinunce, potenziali rinunce. Macchie grandi come campi seccate sul lenzuolo, polvere, finestra di mezzogiorno. Si vive già da un pezzo. Quasi tutti i giorni, tu, culo pancia e tutto il resto tra le braccia di un altro. Muri imbiancati separano dalla strada. Sanno troppo di vita, della mia vita. Assurdità della capacità, assurdità della critica. Arrivi, partenze: ho ingurgitato tutto a fatica. Il caffè continua a uscire dal bricco e io a vomitare la vita in comune, a vomitare per la vita in comune. Le proposte quotidiane: resti rimanenze e avanzi dei coiti notturni su brande sistemate in cucina tra polvere, mosche e macchie d’unto. Somiglianze latenti di sapore metafisico. Analogie leggere contratte solitariamente. Distanze uguali che favoriscono contatti uguali dosati(e) nell’insapore della vita. Difetti perfetti passati sotto gli occhi artefatti, malgiudicati, ripresi. Inconsulti. Sempre presente ovunque con passo leggero, aria da fuggitivo. Dimenticanze che vivono future a ingoiare e scandire il peso delle vite contemporanee. La ricerca passa e non lascia traccia. Desolata, roca, furente, grida. E nessuno la sente. Abbiamo troppo consumato e i reperti, come in un salmo, ci vengono a chiamare: “Venite, venite non rimanete innocui sogna-

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tori, vivete, volgetevi al mondo che vi aspetta, resterete bizzarri violenti a sverginare altri di voi, dio lo voglia, pazienti stupratori di coscienze senza voglia adagiati molli guardatori in voi. In voi soltanto che il mondo ha preso a rate poveri fiaccatori del lavoro. Pazienza. Tornate qua, dove noi vi aspettiamo da tempo infinito, dove l’acqua galleggia sull’acqua, dove potrete finalmente riposare. Chiudetevi al mondo stanco di stucchevoli voci e di rumore. Potrete finalmente riposare”. Agonia della copula che crolla di passato in passato ritmante senza prima nè dopo, si riduce ad un cauto procedere nel futuro già noto. Dirette le maledizioni alle porte degli altri non si vive che per rincasare murarsi dopo un lasso di vita scongiurata per paura di una troppa normalità. Smembrato l’ammasso di forme non rimane che il niente (dove la nostra essenza vive, e tra il niente e gli strati successivi). Macchie di presunto peccato sopraggiungono travolgono ammassi di pensieri fomentano l’azione e l’inazione con un futuro in ogni caso insoddisfacente. “Noi non siamo grandi ma abbiamo puntualizzato per mesi e mesi sempre presenti, la nostra vita.” Macchie deformanti che arrivano chissà da dove ad annunciare le dimissioni, il malanno di chi esiste incontrastato regnatore di sopravvivenze fintamente eroiche. “Noi abbiamo presenziato a ogni appuntamento, mai ci siamo sottratti ad una prova, abbiamo dato il verso positivo alla praticità e così galoppiamo l’esistenza.” E disagio nasce sul disagio, tutto discende, si raggomitola, si chiude, precipita. Adesso. E il pensiero più dolce allora si stacca da me, e va alla ricerca di una donna irreperibile: noncurante, maldirige un attonito passato in un cauto futuro. Diversa, per dimensioni, apparenza e vastità dietro lo sguardo trasparente. Ogni ambientazione fluttuante e concreta, è negata e rimane soltanto una disposizione come “altro” della disposizione, immaginabile solo in piani alternativi, come contrario di quello che si vive. E’ l’area dove esiste. Impossibile immaginare la sua presenza negli

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angoli di una giornata, collocarla nella vita quotidiana, benché viva e presente, inchiamabilmente lontana. Inconciliabile con ogni iniziativa, stancamente si protrae a bloccare la fantasia che la vorrebbe seduta, o in piedi o comunque legata a un fatto o a un luogo con vive attitudini al dialogo, al coito, allo sguardo. Riprende piede intanto la scarsa audacia di uomo controvento, la posizione statica nella camera traversata da gente che arriva dalle piazze battute dal sole. Dopo aver inutilmente giocato con la fede e dopo aver invocato i morti senza convinzione, per giocare ancora e sempre meglio senza risultato, non resta che il fare. Si spicca il salto breve talmente breve tra l’indugio e la persuasione da confondere i confini tra lasciato e raggiunto. Ma tutto adesso è altro, perché e impossibile la masturbazione con ciò che è posseduto. Si rotola veloci, abbastanza lontano, a giornate incerte, nella città tombale tra gente carica di pioggia imminente tesa a insinuare dubbi e a non dare nessuna immagine di se. Tutto resta insoluto anche se la stanchezza sopravviene per la ricerca di una fiducia inventata, parziale. E avanti, con la testa girata a ieri e piena di materia mucillaginosa ma pesante. Pesante. Tutto è ammassato e sovrapposto senza discernimento: dormire scappare, morire, inabissarsi o mescolarsi tra la gente senza presunzione di futuro né di passato, (e domani senz’altro ancora) Diretti senza povertà in questa larghezza che addormenta gli arti dispersi tra “trascorso” e “possibile” ci si lascia prendere la mano dalle strade scoscese dove rotolare e camminare catapultati nelle piazze, svuotati dallo scampanio e dal sole sballottati dagli eventi. Attese interminabili e tentativi interminabili nelle vie apocalittiche dove la gente assedia la gente. Agire e non agire, disperdendo la mania di distinguere cose e opposti delle cose facendo morire e rinascere tutto nell’identità. Cominciare di nuovo. Dilaniarsi e dilaniare per ripartire con ritmo analogo, per avere un oggi tra vent’anni, per aspettare periodi successivi,

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migliori, fino a quando il tempo non è più periodo. Dissociare e mettere insieme dibattersi saltellando tra due specchi per ricomporsi finalmente, ma senza eleganza. (giù dalla rampa delle scale, sei piani sotto, spaccavano i vetri rimasti e lavavano le chiazze di sangue dai gradini). E detestare ridendo occupazioni e preoccupazioni, disgustare gli altri fino al punto di non essere più chiamato. Addio, vecchio Murphy. Cento di questi giorni, nel giorno della tua morte. Vedete? Tutto è ripreso e abbandonato senza fine. Così mi sono congedato da ogni appuntamento e ho deciso di verificare le cose da solo. Nessun testimone per le mie sofferenze, che non devono più essere rappresentate, quindi si stanno dissolvendo. Ricordo una volta in cui mi sentii male in un pomeriggio festivo. Solo, in casa, senza testimoni, mi esonerai dal mettere in scena il mio dolore, che si dissolse. Nessuna valutazione ritorna al mio giaciglio, come succedeva per la vita passata. In particolare, mi ricordo che stavamo seduti di fronte, lei mi parlava della sua morte in particolare, credo desumendola da attimi passati o da altre morti prese ad esempio. Non ultima la mia, avvenuta qualche anno prima, che veniva allora a contrastare la sfacciataggine di chi, ridendo, mi diceva che stavo bene. Stavo bene non uccidendo, non violentando come nei mesi passati. Avevo avuto la mia punizione, non serviva più. Nada mas. Quieto vivere, vivere, sopravvivere di ricerca: presto avrei avuto tra le mani nuove vittime da perseguitare e sarei tornato a lanciare invettive come in tempi migliori. Non ritrattare mai, specialmente quando lo si vorrebbe, per riuscire a compiere l’atto con un termine decoroso. Soffrire correttamente “diavolo, non esiste corda che non si spacchi, è solo questione di tensione, abbi fede, guarda, anche questa è ormai così sfibrata”. E mi dicevo nei momenti di lucidità: mi forzerò la mano per scappare oltreoceano a far sgorgare nuove storie da una testa che sta calando sotto una lama che sta calando; Abbisognano di occhi nuovi, di

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teste nuove. Verificheremo tutto, mi si diceva. Ma così non è stato. Sforziamoci piuttosto di essere umani trascurando i “fondamentalmente” dei tempi successivi, tutto resterà vero finché resteremo uomini. Bevi, bevi, mi direi se fossi a cent’anni fa. Bevi e librati nel volo del menefreghismo, nel coraggio della fuga e non tornare. Non conoscere mai il nodo scorsoio ne l’orologio né l’amore cosiddetto tale. Invece guarda come ti ho portato vicino, sono solo metri senza idee, ormai annaspo fino alla fine dei miei giorni; nessuno che mi punga né che mi dia torto: orecchie di cartapesta e unghie che si sbriciolano a cancellare il setaccio delle nostre esistenze parallele, bloccando ogni reazione agli stimoli del mondo orale e il dilagare dell’identità. Rinvigorisce quella parte di me già male accetta e si sfracella l’illusione di una continua nascita.. Eppure, in qualche modo, io sto vivendo, e ritorno tra le mani già stanche di chi è assassino per amore ed è pronto a fare cento vittime all’ora dichiarate e scandite nella sua mente. Prende corpo la forma, comincia piano a ricostruire sulla disgrazia del vuoto, l’immagine uguale di anni. Si ritorna a vivere così, per identità col passato. Certe volte si pensa a come avvennero i fatti soltanto banali nel ricordo, loro abbastanza inchiodati agli oggetti di casa vergognosamente riposti prima delle vacanze. E dopo mesi, con la memoria non proprio guizzante rispolverati e stravolti nella loro funzione. Organizzare di nuovo tutto, perché si torna a vivere; Traslando i problemi con fantasia di luogo in luogo. (E altre case chiuse, abbandonate tra feroci rimpianti di continua resurrezione del corpo.) Li si riconosceva da un movimento conosciuto delle gambe familiari, arrancanti in pianura, la direzione già decisa da mesi. “Si viveva pieni di freddo e di fumo” erano soliti dire; Differenza trascurabile tra volontà e dovere eppure così carichi di lamentele che continuano oggi, ma solo per abitudine. Dialoghi accelerati, con parole quindi quasi incomprensibili fino a quando uno dei tre camminatori salta di lato e sfiora senza

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peso i campi di nessuno pronto ad anni di alimentazione scarsa ed altre cose spiacevoli ma senza ripetersi mai, neanche una volta. Anni e anni di serena sventura fino a stroncare ogni falsa vocazione. Diradare i quattro quarti di esistenza conservandone solo quella parte che porta alla gloria del confino. Anni e anni di serena sventura. Fino a stroncare la falsa vocazione di chi torna tra i “vivi” o fino a quando non si è catturati. E chi prenderà in esame il caso timbrerà “recuperabile” sul fallimentare rapporto del nuovo arrivato, del redivivo che ritorna. Infatti, presto si trovarono di fronte, l’uno con lo sguardo che girava distrattamente sui mobili, ben compreso nella penombra disposto a cambiare continuamente posizione, balzando in piedi, o seduto, sospeso tra pavimento e soffitto, con la mente altrove, un altrove senza distanza né giri di orologio. Neanche troppo incuriositi, senza capire niente dell’altro né della situazione se non che si trattava di un confronto. Appagamento di ruoli, due vittorie (ho perso, sono andato lontano) Dall’altra parte della stanza, perfettamente sbarbato, seduto, poltrona, doppiopetto e tutto il resto, cercando nemici a tutti i costi (“potrebbe essere lui” pensava) memorizzava ogni forma e disposizione calcolava mentalmente il valore venale delle cose le vie d’uscita dalla camera e ogni altra cosa utile. Milioni di cose utili in venti metri quadrati. “basta volere, mi salverò” E poi; sempre mentalmente, valutazioni su valutazioni, incessantemente corretto, buono, giusto, e viceversa. Ogni cosa deve entrarci, è evidente “perfino fortuna e sfortuna”. Questa era stata l’obiezione. Seguiva un crollo improvviso e coinvolgeva la data di nascita e di morte dell’uomo seduto in poltrona. Troverai qualcuno che ti uccida; dalla poltrona alla bara tra un fragore di applausi e la vedova a capo chino velato a piangere pietosa riportando le tue frasi ai figli. Sceglierai anche allora. Vorrai scegliere tra inferno e paradiso e salterai pazzo, in un’altra sfida che dirai di avere vinta. E più niente ti potrà fermare egregio positivo signore chi ti convincerà? Non importa. Convincere e

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non essere convinti. Quasi come se quello che non conosci e che rifiuti venisse alle tue orecchie e iniziasse un dettato scandito di strade da percorrere con angoli a novanta gradi con la strada che ti sceglierai e che vorrai terminare. Così morirai, nel giorno preferito, per mano tua e di nessun altro con cento strade insignificanti lasciate comunque intentate. “Anche tu le lascerai intentate”. Ma allora non avrò rimpianti. Sarò come avresti voluto essere nel momento della redenzione. Non tornerò più tra quelli come te, anche se ho sottomano allettanti profili e buoni suggerimenti per un modo d’essere che mi calza discreto e mi accompagnerebbe alla discussione in zone illuminate su argomenti non del tutto sfuggenti. Ho sotto gli occhi l’esempio di chi dice di essere il mio ritratto vivente e non è finito poi bene. Rimarrò a mezza strada, ostacolato da chi mi aiuta a fare cose che non amo, per tenermi in esercizio alla vita con un passato a volte indecente ma comunque fatto in modo da non potersene staccare, che mi costringe a spacciare quello che ho scritto come giochi della fantasia. Così posso parlare di me come se fosse qualcun’altro. Posso dire di me: “fornisce seducenti immagini di sè senza troppa cura, a memoria di tempi più definitivi quando gli oggetti, di giorno in giorno, erano riposti in luoghi diversi, quando il giornale cadeva dalla poltrona al pavimento sempre in modo disuguale, a volte perfino lasciato distrattamente aperto. Libero allora di svincolarsi dalle giornate noiose, o già vissute e senza colpa nelle disgrazie altrui con il decalogo della verità tatuato sul torace”. Ora, rimbalzante tra muri senza finestre, isolati acusticamente, stanza surriscaldate, tocca tutto con ordine, ripone tutto, e seduto sul letto nell’appartamento al primo piano, pensa con tanta intensità a certe situazioni da svuotarle del loro significato. Forse non è l’intensità del pensiero, ma la dimestichezza e l’abitudine con la verità ufficiale, il primo impatto della giornata. Sgraziatamente, riesce a racimolare a stento vecchie deduzioni, ancora fresche, di sapore antiquotidiano, e le abbi-

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na senza fine, manipolando tutto finalmente e sguinzagliando per l’appartamento il pensiero fino al ritrovamento di oggetti apparentemente scomparsi. La chiave per uscire di camera è sempre la medesima: il ritorno alle vecchie aspettative, sommesse indiscrezioni antidiluviane che saltano fuori malamente. “Vuoi qualcosa da mangiare?” Interno di casa che nel millenovecentosessanta doveva essere moderna. Persone sedute sui divani, immagini annebbiate, quasi oniriche, luce di pomeriggi prefestivi, particolari sull’abbigliamento. La tecnica: dilatare il pensiero fino al punto di non essere creduti. Ma il senso rimane plasmato nel ricordo a nostra somiglianza con una presenza in più: quella di lui, di me, insomma, che si colloca nella scena, nel punto in cui avrebbe voluto essere, nella condizione migliore. Disastro in maniche di camicia. Tutto si vorrebbe uniformare a quel periodo, coi presupposti di adesso il mondo di allora. Asociale. “Ti ho preparato qualcosa da bere” D’accordo, si beve, prima dei calcoli abituali. Così faremo tornare i conti. Ma perché ripetere il conto alla rovescia? dov’ero io non c’era partenza, né ritardo, né urgenza d’arrivo. “Presto cesserai questa tua fissazione, attaccamento all’idiozia e tornerai benigno tra i comuni mortali”. “Non salverò niente di questi pomeriggi”. E troverò il modo di non salvare i futuri, a tanto vale avere paura e tornare dove nessuno può spingere “più avanti” perché al massimo si arriverebbe a oggi, con questi risultati. Tra l’altro, anche domani si potrà e si dovrà ricordare. Ma quali cose di domani, o anime caritatevoli, quali cose ricreerò e ricorderò se non tutti i rifiuti, o la noia delle accettazioni di incarichi scadenti, di ruoli inqualificabili e l’ironia di situazioni che ci uniscono agli altri in un cammino idiota. Ogni spostamento memorizzato e manipolato offrirà da solo cento interpretazioni di sé, e verrà arbitrariamente abbinato ad altri fatti, molestati in tempi diversi. Tutto, finché disgrazia e fortuna non ricacceranno indietro i nostri tentativi assurdi

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di distinzione. E presto gireremo per le strade di città poco conosciute a rimpiazzare tutte le notti tranquille ed uguali con sonni come morte, e risvegli, per tempi illimitati. E fermeremo una donna a ogni angolo di strada a imporle il nostro amore con abili raggiri colpendola nel momento preciso in cui è impossibile il rifiuto. Essere amati senza amare fino alla consumazione del corpo piagato dalla vita notturna. Si parlava di vocazioni. “Ecco, vedi, io devo rimanere qui, non avrei giustificazioni, non potrò mai avvicinare altre persone, né calcare altre strade, vedi questo asfalto, è così familiare, e sarebbero in troppi a soffrire vedendomi di schiena sparire in fondo alla strada. Non ho la vocazione a portare pesi, non ho mai sopportato neppure quelle persone che vedi là di fronte”. Di conseguenza, quella povera creatura che ero, seduta sul letto, ricordava, ricorda solo la gente che porta i pesi e che sorride ancora con benevolenza presa per ostilità, o viceversa. Ormai, al buio, nessuno può vedere la sua grafia infantile, ma la notte non sarà buona e non porterà consiglio. “Ti ho tenuto da parte un tramezzino, due dita di brandy e queste poesie che ho scritto sui paesi dell’Umbria, e poi, se vorrai, sarò tutta tua”. Si occupa forzatamente tutti i bisogni materiali, raccoglie dagli spaventi dell’altro ieri un oggetto qualunque sfuggito agli occhi dei più, e associa senza discernimento tutto quanto ha preceduto la resa, piccole capitolazioni su percorsi disseminati di facilitazioni, irreprensibili. E tutto finalmente si mette insieme per continuare a pensare senza agevolazioni, come avrebbero voluto i portatori di pesi. Non è tradizione, agire in questo modo, reagire alla credulità cordiale, accompagnatrice di anni e continuare il percorso all’indietro. Traduce per lei che è ritornata dall’altra stanza, con scarsi dettagli. Triste mestiere. Accettazione forzata, come sopravvivenza; basta partire, tutto il resto viene da solo. “Sei sempre presente in tutte le situazioni che costruisci, è un gioco singolare e pericoloso, gli altri non ti seguono, a me, ad esempio, non pensi mai”. E tutto quanto è pronto per il ferimento l’inizio e la fine di

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questa storia coincideranno. In questo, lo ammetto, hai avuto una grossa parte. Vada per la mutilazione, ma non eterna, un dolore forte e temporaneo è sufficiente, devo farlo, adesso, in questo istante, e per anni e anni ancora. Supplica ancora pietà, e la mia rabbia crescerà. E scusati per non aver commesso niente, chiedendo inutilmente il mio perdono. Tornerà la pace. E sarà un grande amore perfetto, finché sarò supplicato ad amare. Ma le interruzioni di mesi e le rapide confessioni non sono calcolate. Signor Prufrock, dimmi perché non parli mai, perché? Non c’è più astio nella tua voce e in piena luce il tuo sguardo è più dolce di prima” Coscienza. Vai e vieni a seconda dei pensieri. Tutto è stato pagato. E’ insensato proseguire. E sarà un grande amore perfetto, finché sarò costretto ad amare. E l’incomprensione fa saltare la serratura e siede ovunque collaudando ogni appoggio di casa. Tutto si regge come prima, se non meglio. Sicuramente c’è differenza tra difficile e personale. Ti amo. Mai più ti sarò ostile perché questo è il nostro aspro destino che procederà senza intoppi fino alla fine dei nostri giorni comuni. All’occhio poco esperto del visitatore importuno del condominio, tutto rimane impenetrabile. “Vieni dietro di me e appoggia la testa sulla mia spalla, Vedrai quello che vedo.” Anni e anni di impossibili azioni comuni, mescolate e associate nell’assurdità del presente. La tecnica, si è detto, è sempre la stessa, non appena rimbalza tra i muri un visitatore vecchio e atteso: dilatare i suoi connotati fino a renderlo irriconoscibile. Manipolazione per vergogna. Ma con la testa sulla mia spalla, tutto è identico a prima. Il pensiero risale ancora, lentamente. E’ l’imbarazzo a percorrere gli ultimi gradini anche se c’è la certezza della solitudine, e nessuno più che osserva la corsa affannosa e curiosa. Neppure loro, persone diverse, che solo saltuariamente combaciano pure convivendo continuamente, e condividendo continuamente il progetto suicida, accomunate solo dalle

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mire degli altri su di loro, e dalle loro sugli altri. Relegate per anni nelle camere di casa, camera rosa, camera dei genitori, libreria ed altre; Per tanto tempo è stato sufficiente socchiudere la porta per vederle mentre facevano le cose più disparate come realmente attendere qualche tipo di redenzione (non ho ancora dimenticato l’immagine patetica di lei, vestita bene sapendo del mio arrivo) sghignazzare o ammiccare oscenamente sapendomi spiare dalla serratura, o sistemare la camera e pensare a come appoggiare qualche mia iniziativa. Per anni ho sofferto il reciproco controllo tra chi osservava loro fuori dalle porte e loro, tranquille, malgrado i rumori all’esterno dei battenti, provocati da attenti guardiani, fiduciosi in cenni di assenso. Chi dominasse questa scena, è difficile dire, malgrado le porte chiuse. Milioni di storie con vincitori e vinti. Di certo loro prevedevano quasi sempre le mosse dei guardiani, ma questo non vuol dire molto. Non c’è una sconfitta uguale a un’altra e la inutile corsa alle camere assurdamente sognate con insistenza nella configurazione resa abituale dal sogno diventa adagio uno strano rito che soffia la sua decrepita canzone sugli oggetti scelti con cura in un giorno anniversario. La scelta allora era stata così serena, d’accordo comune e con tanto entusiasmo e meditata, accidenti, con accurati ragionamenti. E adesso ogni gesto sognato è reso piatto, quasi mnemonico, uguale solo nell’apparenza ai gesti di allora: lunghi silenzi, o frasi di circostanza con l’oggetto che cade senza lasciare spazio alla rabbia né al riso. Abitudine ai sottintesi feroci, molestanti ma silenziosi, fatti di veloci e conosciuti colpi di mano, mentre larvatamente rotolano pensieri distrattamente tralasciati, o lasciati mai detti. Questo è l’incontro mai fatto nella camera più grande, con la porta a detta di tutti socchiusa, rimasta comunque intentata. Inseguita incessantemente senza pace fino a confondere ricerca e volontà di ricerca. Muore adesso ormai anche questo incontro per spegnimento natura-

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le, scarsità d’immaginazione o svuotato di se stesso, per averlo troppo pensato. Così grande nel pensiero che nella realtà ucciderebbe. E nella realtà muore alla nascita. Imporrebbe altrimenti un ritmo insostenibile. Insostenibile dal corpo e dal cervello. E muore tra due lenzuola o ovunque ci illuda di essere presente. Muore al tatto, e si snoderà svogliato in sottocasi, perdendo il suo nome. E agita senza rimedio il suo spazio vitale fuori da quella camera, e solo fuori, dilatandosi a dismisura fino a scoppiare, dilaniato dal contatto. Ma la strada è una delle tante percorse con errore e svogliatezza e frequente volontà di tornare. E tutto si ripone, la polvere, l’oggetto, l’andatura incerta, fino a che certe voci dalle stanze chiamano, e offrono un aiuto. “Che tipo di aiuto vai cercando?” Questo è già un buon inizio. E’ bello parlare tralasciando con sicurezza tante cose certamente comuni vecchiamente accumulate e non parlare più di correzioni sorridendo, ma solo di errori con errori. Di certo questo è stato più volte cercato negli arresti lascivi di tutto quel ieri. Senza dover mai più chiarire niente, (ombra all’ombra, cosa importa?) Sarà sufficiente un giro d’occhi a stabilire la rarità della nostra unione, quando seduta nella camera bianca, incapace, mi aiutavi a sbagliare, poco contenta ma comunque rassegnata all’errore, e continuamente volevi voltare pagina. Davvero di quel giorno, tutto è incancellabile, perfino la corrente che passava tra le due finestre e quello che allora si era chiamato comodino. Si sarebbe potuto rimanere ancora e popolare la stanza di pensieri, fino ad alzare la nostra branda al soffitto. Altrove la notizia si sarebbe divulgata, ma rimase a vederci ridere mentre distrattamente faceva la raccolta di tutti i reati della nostra fantasia per riproporre noi, stranamente proiettati e farci sghignazzare come mai più sarebbe capitato. E tra l’altro malgiudicavo quell’immagine antipatica e goffa di lei, che non riuscivo a richiamare neanche un momento, e che era lì per giustificare la sua presenza. Centinaia di opportunità

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per darle modo di dimostrare che in fondo, qualcosa mi era sfuggito. Si scivolava nella stanza che aveva costruito e tutto era davvero divertente, perfino lei. Disgraziatamente l’unica proposta autentica avvenne nella stanza dove non sfugge nessun particolare, lei slegata sul divano e tutto velocemente scagliato lontano prima di entrare nel balzo ritmico che precede la fine, dopo aver venduto e abdicato tutto, accettato qualunque condizione per pochi secondi di vicinanza, di distanza. E dopo si ripresta finalmente l’orecchio ai rumori, alle cose ormai senza significato e per niente stimolanti. Tutto ritorna, poco peggio di prima, incredulità negli attimi precedenti, e lo sguardo cade sulle crepe del muro, sulle stoffe, sui suoi cosmetici puttanescamente schierati sul piano di marmo nero. Si tornerà soli a ripercorrere queste ed altre scale mostrando noncuranza e svogliatezza o qualche altro sistema per convincere che niente è indispensabile; qualcuno crederà al fatto che in fondo al corridoio qualche stanza sia rimasta vuota.

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VII

“Quante notti in una vita in cui non si è più!” Albert Camus, Taccuini

Che diavolo sta succedendo? Mi sto raccontando? Siete sempre là, anime candide? No, non mi sto raccontando. Questa non è un’autobiografia. Sto raccontando un modo di ricordare. Adesso guardo impavido come un’aquila sulla preda quel povero oggetto delle mie cure. Guardo cosa diceva di sè, cosa pensava di sè. Lo vedo nitidamente nella sua vita di allora, come se guardassi un album di fotografie: trascinando la sua virilità per le strade cammina stanco in modo definitivo. Non c’è più spazio nei caffè strapieni “Diamo l’addio a questa giornata” né una calda casa familiare in attesa. Nessuno gli riserva più i suoi momenti migliori e neanche un posto chiacchierando. Tornare, e trovare tutto come lo si è lasciato, ma diverso. “Avresti potuto rimanere”. Dal modo con cui abbracciava la sua prima amante, si sarebbe detto un’amante fedele. L’immagine li ritrae in una meta comune, sorridenti e tesi al futuro.

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Qui è vicino al suo imitatore. La situazione è tutta sua, senza equivoci. Invisibili i pensieri dell’imitatore, verso di lui e con se stesso. Si direbbe un fallimento, ma l’imitazione è perfetta, quasi migliore dell’originale. Lui, per contro, non se ne cura, guarda altrove. La foto lo ritrae in un atteggiamento tutto italiano, consapevole del suo possesso, della completa dipendenza dell’imitatore, mano sulla spalla: “Sei un mio pari, amico mio, ti stimo e voglio che tutti lo sappiano”. Vecchia pensione, persiane abbassate, il tipo in questione qui è seduto sul letto, ritratto a sua insaputa, (Immagine fortemente confusa) è particolarmente solo, volontariamente. Se n’è andato costruendo attentamente la strada lasciando gli amici poco lontano: “ho motivo di lamentarmi”. La voce si direbbe atona, senza componenti emozionali: “Il mio è un dolore metallico”. Soffre, ma non lo sa. “Continuo a non dire niente da anni e ora, forse, anche meno di niente”. Sembrerebbe all’osservatore disattento, in procinto di andarsene, ma è una finta allo specchio, questa è l’immagine che si ricorderà: quella di un uomo in partenza. Ma la strada, è fatta di minacce. Qui invece sembra lamentarsi di quello che ha cercato per anni, è il suo disastro in maniche di camicia, che solo poco tempo fa lo avrebbe ingiustamente esaltato. Ora, la condizione di sciagura è sciagura veramente, e tutti i frutti che avrebbe dovuto dare, non ci sono. A questa foto, ne andrebbe sostituita un’altra: quella del suo corpo con due pallottole in testa liberamente sdraiato nella quiete stradale. Viraggio seppia. E’ impossibile l’identificazione del luogo. Si direbbe Algeria, un piazzale sterrato, grandi spazi, distanze ambigue. L’idea del caldo è evidente. È morto, nessuno lo assiste; i personaggi nella scena, sembrano percepire i rumori in modo indistinto. “Questa è davvero volontà di ritorno, così, a viso coperto, nessuno sa niente di te e nemmeno può interrogarti, giacché sei morto”. Il tempo è venuto dopo, con tutte le sue scadenze a scandire una vita di paure, così diversa. È morto, ma da

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allora è passato molto tempo. Interno di condominio, appartamento al terzo piano. Qui è presente nella scena, al suo posto preferito. Questa è la sua foto favorita. All’occhio esperto si rivela un fotomontaggio. La foto infatti è del millenovecentosessanta, e allora aveva solo pochi anni mentre qui appare già adulto. Sovraesposizione. Pomeriggio prefestivo, ore quattordici e trenta. La strada è piena di persone. Forse lui è indicato da una freccia ma non si riesce a vedere. La freccia, invece, indica una donna. Forse lui stesso ha scattato la foto e con la freccia vuole indicare qualcosa che però sfugge perché l’immagine è troppo chiara. Qua invece si direbbe che dopo aver inquadrato una scena qualunque di vita stradale e messo a fuoco con cura, autoscatto inserito, sia balzato davanti all’obiettivo cercando di coprire quante più cose possibile. La foto è quasi incomprensibile. L’enorme massa sfuocata di me, di quel che ero, che fui, che credevo di essere, in primo piano inibisce la visuale di tutto, escluso qualche particolare senza significato. Anche voi, animulae, vivete così ? anche voi, poveri corpicini vulnerabili, povere personalità fragili, anche voi, testoline pensanti? E’ accaduto anche a voi? A me accadde di trovarmi sbigottito, reso idiota dall’amore, proseguita la vita per interposta persona, con continue cautele, assiduamente conducendo dialoghi per niente rivelatori giunse (o giunsi) nella camera fin troppo disordinata (se ne parlò più tardi). Prestate attenzione ai viaggi per mare, anime sempiterne. Io non seguii il consiglio e naufragai. Tutto, in seguito fu riposto con cura benché niente fosse stato spostato. La giornata proseguì noiosa a fasi alterne ma sempre conforme alla fede manageriale, all’idillio e all’amore per la società. Ecco: vedo il mio corpo sparire tra i flutti, vedo come fece: finse distrazione agli innocui tentativi di lei e con costanza tese a revocare i suoi, quantunque involontari.

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Così si scontrarono. Rimasero, poi, immobili nel piattume delle loro promenades. “Eppure, diavolo, io non sono un tipo comune. Questo è il mio decalogo, dove intelligenza e originalità non mancano. Seguo tutto quello che va seguito e sostengo tutto quello che fino a ieri si odiava. Avanguardia”. Questo era il suo cervello, piccolo tesoro idiota in testa alla classifica. Un mostro, per autonomia. Lei invece non parla, tace, non dice mai niente di spiacevole sembra perennemente assorta in pensieri remoti o giustamente abbandonati, sepolti ma non del tutto, come già precisamente succede a me. Fu quella frase, non del tutto dimenticata, come sarei, adesso, io, senza quella frase? Come sarei, cosa farei? Incalcolabili ormai le mie reazioni dettate dal ricordo. Oh, è così piacevole la sua presenza, la si vorrebbe in ogni angolo della vita ma tragicamente rivive solo nel passato. La si pensa compiere azioni, il tempo presente in cui vive, la vede così pura, attenta, niente di disdicevole con la dignità dettata dal “non sono tra voi” e così vicina, così vicina. Ma è quasi la sua presenza a renderla assente quasi ci fosse la certezza, quando lei non c’è, di essere oggetto dei suoi pensieri. Ci si riferisce chiaramente sempre a noi presi qualche anno prima, perché, dello scorrere presente, troppo veloce, a lei non interessa. Siede così, su tutto quello che non ha rifatto e pensa esclusivamente ormai a come era, a come sarebbe stato. Era davvero facile usare quella chiave (la sotterrammo più tardi). Un gesto involontario, di involontaria voglia di andare. Altrimenti, sarebbe rimasta, a farsi ritrovare, dimenticata in un armadio, dopo anni. Non fu meglio così, certamente. La casa chiusa e quante cose chiuse dietro, dentro. Irreperibili. “Prendo la corsa, adesso, torno anche se piove...” parole rimaste in bocca, conseguenti costruzioni di falso eroismo. Contratto forse fuori misura, per dei niente e fasi antecedenti ai niente, come il giorno in cui avrei giurato di vederla sparire dietro un angolo di strada o comunque allontanarsi tanto da non poter più toccarle le palpebre,

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neanche a distanza. Anche questo è dietro le inferriate, come le frasi che scrissi, larvatamente, rimaneggiate in modo da apparire titaniche. Non si è più verificato niente, di quel periodo che torna ormai a farsi percepire ambiguamente e per questo, fastidioso. Sopra e sotto, stendendo, pianificando, riassumendo non sono ancora riuscito nella distinzione. E una scena di moto si sovrappone a un’altra di vita sedentaria, tutt’e due riferite allo stesso evento, rivedute ormai, con eccesso di particolari. Fu quella l’ultima volta che la vidi. Le porte scorrevoli che si chiudevano sulla sua espressione poco vivace e i suoi passi nella quiete stradale. Avrebbe potuto ritornare, ma di sicuro prendeva dimestichezza col sogno e col passato a prolungare la notte in varie fasi illimitate, perduranti fino a un impossibile risveglio. Quello che deponeva, tra memoria e sogno, a suo favore, era il successo, la buona impressione negli altri, e il ripescaggio di gesti all’apparenza andati a vuoto. Con tutto quello che ora si saldava come per caso fortuito ritrovandone le trame nascoste dal tempo e sovvertendo importanza alle cose con criteri in verità poco solari. Quante distrazioni avevi qui, che ti tenevano obbligata alle concentrazioni non volute, e quanto breve è stato il balzo ai piani inferiori fino a guadagnare l’uscita, davvero meritata!, con quante evoluzioni faticose. Adesso stai dove saresti stata, dove stavi e di sicuro non c’è urgenza, né consegna né scadenza. Così risale con audacia e indulgenza il tuo ricordo tra i rimasti che ormai poco obiettivi fanno anche di questo qualcosa da ricordare. “Ma tutto è impossibile ricordare, e ricordare lucidamente” Converge la tua volontà a una strada allora tortuosa dove ti vedi saltare con destrezza, incapace di cadere. Converge a quello che non era “tua volontà”. Invece ora, sempre ad opera d’altri, procedi in strade parallele senza obbligo di scelta perché non esiste bivio, l’una o l’altra carreggiata è identico, e davvero tutto gira, senza che tu possa far niente, proprio come volevi. Non tornare, anche se sei cambiata, le mutazioni

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ortogonali si susseguono con violenza e qui le stagioni sono brevi e diverse. Tutto è ancora possibile, ed è il tempo di osare. Rimani, le dissi. Rincasando, poi, periodi di analogie, contratte solitariamente, e scarsità di particolari. Murarsi dopo un periodo scongiurato a stento. Al riparo, ma con desolazione e poca voglia di fare progetti. Al riparo, luci accese e una moltitudine di verifiche per ogni ruolo passato, quello dell’infanzia imminente e tutt’ora già in atto, volontà di subordinazione. Cogliere, senza troppa gioia, gli smembramenti più remoti, come fossero vicini, quindi pericolosi. Niente si distende come dovrebbe, per mancanza di preparazione, di presupposti ed altri ingredienti. Non c’è attaccamento alla fuga né al ritorno (“Fino a dove potresti arrivare, e quale strada, quale strada, impossibile dire, percorreresti per mantenere questo tuo modo, che ti ha portato fino a oggi?”). Quanto tempo è passato da allora. Precisamente da quella sera, in cui si guardava quell’angolo del muro, ecco, non del tutto illuminato, e tu dicevi come si percepisce ambiguamente e continuavi a fissarlo facendo serpeggiare qualcosa nella stanza che ancora adesso serpeggia, e si allarga e lievita a dismisura. Più tardi (solitudine come prassi) cercando affannosamente qualcosa dicendo frasi sconnesse, incrociate ai miei resoconti di avventure a cui prestavi poca attenzione, quasi non credendo a quell’immagine di me, (allora così fuori posto) pronto a decidere. Improvvisi cambiamenti metabolici, fin dalle prime ore del pomeriggio. Ci eravamo messi senza difficoltà in relazione con la distanza interposta tra le cose che succedono ora, così reali e stancanti. Che tipo di rabbia avevi simulato, di cosa avrei dovuto pentirmi, resta un vuoto nel riordinare quella serata che giustamente ci vedeva opposti uno all’altro, convinzione e comportamento. Tutto da allora è diventato così credibile e ordinario, quasi peggiore, senza quel piccolo naufragio, smarrimento tra le mura domestiche, crescente sensazione di ritardo. Irraggiungibilità di coetanei già lontani. Ogni cosa si dispone ordinatamente, con lo-

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gica induzione, coprendo il crollo di quello che ieri si era pensato come “migliore”. Così facilmente sintetizzabile, il tuo arrivo, il soggiorno, la partenza senza poter leggere nessuna implicazione, neppure fortuita, dettata da fatti occasionali che sfociano poi solitamente con andamento iperbolico in disastri o divertimenti artefatti e illimitati. Niente che stimoli o sblocchi o inneschi il crescendo affettivo con cui mi divertivo tanto allora. Torna soltanto timidamente con dizione imperfetta e camuffata la solita dogmatica voce, riconoscibile soltanto nei voluttuari significati: “Non alloggiate in camere che non amate, volgetevi indietro, abbiate paura.”. Ormai è davvero inutile parlare di cose successe dopo. Di certo rimane il ricordo (o aspettativa) di quelle mattine di sole nelle stanze vuote e la nostra volontà di allestire chiacchierando e vedendoci a vicenda più chiari o più scuri a seconda della luce. Da laggiù, da quel ricordo interminabile, guardo la persona che ero, la coccolo ancora, come una bambina stanca di una bambola che possiede da troppo tempo ma troppo, troppo affezionata, guardo quella personcina di pezza, di celluloide, di polivinilcloruro, e le dico: davvero allora non avrei detto che eri così esperto in tolleranza e capace di sorridere a occhi socchiusi, circostanze e tutto il resto così in fondo non spiacevoli, tolto qualche piccolo contrattempo. E diventavi bravo a simulare lapsus fingendo occasionale trasparire pensieri o desideri fintamente nascosti o addirittura utilmente falsi. Eri così profondo e ammiccante da guadagnare fiducia e fiducia senza limiti di tempo e la certezza di progresso ti snelliva nella stanza mentre ti muovevi a cercare qualche oggetto scomparso. Eri quello che sei stato. Adesso (poca importanza) cambi o ti riveli e ti accingi ridente a un racconto riservato ma di comune dominio, sfugge la tua attenzione, tradisce la ricerca di verifica nell’interlocutore. “Sempre più in basso non si può scendere, è dato anche spostarsi di lato”. Forse è stata tutta colpa di occasioni negative, se lo vogliamo dire. Un periodo migliore

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ti avrebbe trattenuto nella gabbia di nostra costruzione. Dimmi che lo sguardo non ti appartiene, volendo prestare fede. Così non eguaglierai più nessuno. Adesso abiti strane generalizzazioni e confondi distruzione e spartizione. Ti chiedevi cosa ricordi dei periodi passati ma di sicuro adesso ricevi posta al tuo nuovo indirizzo, e scrivi. Conduci un’esistenza ritirata. Distrattamente, dici, ti sfuggì quella frase. Non piuttosto per aver accumulato un paio d’anni di ripensamenti e inattività sparse dibattendoti tra televisione e letto, astioso con gli inferiori che ti superavano nella tua etica cretina e nuova? Adesso stai solo perché ti dici stanco e il rientro alla vita obbliga al riposo. Ora nel tuo decalogo non c’è più spazio per la notte. Davvero una serie di utilità così contratte rimpicciolite rispetto a quel ieri dove le molestavi senza pace e le definivi un crollo. Il tuo. Sei stato visto, passare con noncuranza sulle situazioni, cogliendo i dettagli più particolari, con gesto da croupier. Capace a tratti di essere chiunque, ripetuto con eccesso di particolari (nessuna sfumatura è tralasciata) voli sufficientemente lontano, vedi e ricopi. Importa poco il motivo scatenante ma tutto quanto è manifestato, è registrato con cura e codificato, pronto a saltar fuori lasciando il pubblico sereno. Non è mai penosa la tua presenza, o il tuo gesto musica o disegno capace di salti geografici e mentali nel giro di secondi. Ben venga l’uomo di maniera a indispettirci con l’ordine prestabilito o con le sue illusioni alla battaglia in un cosmo di accettazioni. Voli sul mondo senza troppa voglia, passi, e lasci tutto intatto. Molti vorrebbero costringerti a rimanere ma il tempo per trattenerti ti vede già distante oltre le scale. Ladro. Inafferrabile per scelta, e per definizione, cammini per la stanza evitando lo specchio e la finestra per paura d’essere visto in trasparenza. Consolante, come nessuno, non chiedi, raramente vuoi sapere. Più facile che tu parta (scarsa attitudine ai viaggi) piuttosto che osservare scene non gradite o riassettare situazioni pro-

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prie, all’apparenza già ferme da tempo, fotografo. Signori, comprate la sua bontà, perché sta male senza la vostra allegria che lui stesso costruisce, e su cui costruisce la sua strada. E dietro un giro d’accordi di diminuita scivola, elude il discorso, sente, non ascolta. Non giri il coltello per paura di riaprire le tue piaghe cicatrizzate da poco, fragili, anche se indolori. Parli negando fughe e convinci, convincendoti. Teniamoci vicini a lui, fino a pensare che ogni cosa perduta sia lasciata per nostra volontà. Non vi interessa la mia vita? Benissimo. Quello che vi chiedo è di interessarvi a come la racconto, un po’ come fecero il dottor Bandler e il dottor Grinder. Consentitemi di proseguire, anime pietose. Consentitemi ancora di raccontarvi strane esitazioni nel comportamento, diverse da quelle abituali e volontà di tacere finalmente. Soltanto allora la guardai allontanarsi distratta e risoluta in un vortice di voci. Questa non era stata la mia volontà. Scena urbana, mattinate italiane, inizio estate, sole nella piazza, ridotti al minimo i miei bisogni, anzi, forse praticamente inesistenti se si esclude quella incessante volontà di andare, ma senza azione, via dal raggiunto, con una immagine di me così poco confortante. Impegno forse sovrumano di dedizione (indifferenza alle reazioni altrui) più volte cercato tra la gente dettato da necessità e confusione. Contorni slabbrati tra natura e autodifese, tanto da rendere irreperibili i rami più elementari del carattere.Carenza di alternative reali. Costrutti focomelici composti con grafica di maniera o già muniti di un corpo cui assegnare (che altro? niente, forse) possibilità di parallelismi... Traslazione di spazi. Venezia. Rumori fatiscenti dal canale fattori di disturbo a non finire. “Ti porterò dove non siamo mai stati. Dove il tempo non ci ammazzerà. Dove il tempo non cambierà la tua voce cui tu hai tolto ogni spigolo, ed entra facilmente qua dentro, senza intoppi”. Zampironi accesi nella notte d’estate. “Non ci pensare, al tempo” “slightly all the time” dei Soft Machine nell’altra stanza. E tu che mi dici

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non ci pensare, non ci pensare, a lei che sta diventando come vorresti e non vorresti volere. Con dolore, mi fa piacere la tua memoria così: sorriso sereno e diversi pensieri che ti attraversano la mente, libera come allora di interrompere il legame tortuoso che osservi più in basso di te. Sufficienza e amore. Così sicura come sarai, come saresti stata. Soltanto molti giorni più tardi scoprivo che pilotavi gli incidenti, calcolo e natura, e governavi le veglie notturne. Un unico bene fino al giorno in cui. Torna alla mente, per analogia, quel viaggio distruttore, vicinanza a fatti con epilogo uguale. Il litigio nella Moschea che tu avevi tollerato senza sforzo. Quanto ti ha rubato lasciandoti qui nella casa che avevate preparato insieme in cui contiamo i segni della sua presenza? Allora ascoltavamo “In the Mood” e c’era aria d’inizio e tutto era da stabilire. Ora smonti questa casa e regali gli oggetti evocativi. Andrà tutto smarrito, come tu vuoi. (e dopo anni mi arrivano notizie di te, prima una cartolina da Baghdad, poi, morto, suicidato in garage con il gas della macchina). D’altronde ancora mi sembra di non capire da dove provenga l’indifferenza (tra vergogna e altro) e dove si vada a sedere. Ci sono dei periodi di silenzio così lunghi, artificiali, e tante prediche soliloquianti inascoltate, e un’indicazione: uscita. Uscita con rumore, o altri tipi di richiamo, anche arbitrari, messi in relazione col passato per errore e in particolare a quel periodo di fuga, rientro, ma è solo questione di termini. E la vita di allora contrapposta a sopravvita. Però, se anche solo una volta il pensiero è stato camuffato, allora non c’è davvero più niente da dover capire. Resta poi, l’unico rapporto, adesso e allora, masturbatorio, o suicida, partenza, tragitto e fine coincidenti. Amore e disamore a ruoli e situazioni. Messaggi insignificanti, pause, trame di pensiero per cui è difficile sonnecchiare lasciandosi guidare. E da poco, l’ultimo rumore, il più forte decisamente inequivocabile, non come i precedenti in cui l’associazione era arbitraria. Da qualche parte. Il mostro dice che sono irripetibile, e sarà il crollo dopo il conto dei giorni, o sarà l’ultima reci-

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ta assassina per salire di nuovo o finalmente al posto di guida. Guizza come allora, meglio di allora, voce femminile, dubbio, possibilità di interpretazioni diametrali. Silenzio, poi, senza sapere quanto. Da qualche parte, il mostro si riposa. Con calma, prende a muovere gli arti, prende le ginocchia tra le mani, si guarda il torace, non tradisce nessuno. Anni di lavoro, rifiuto del rifiuto. Quanto pensi a noi, uomo da salvare, e quanto, se non pensi, sei da perdonare. Vieni a letto, vieni a mangiare, portaci con te, dobbiamo chiacchierare.” Prima del successo globale, una domanda. “Tutti e non io?” Sì, come allora. Aiuta, e così sarà, e così è. Subdola brava carogna, con bisogno d’amore. Crocifisso, non ti farebbero male le mani. “Preso dunque il boccone, quegli uscì subito: era notte. Quando fu uscito Gesù disse: ora il figlio dell’uomo è stato glorificato.” Vangelo di Giovanni, XIII, 30-31

Furono molte le decisioni prese in questo senso. Chi per sua volontà, chi per volontà altrui, e di decisione non si poteva parlare. Così si percorre il resto della strada pensando con ossessione alle cose partorite dai loro opposti. A volte, sarebbe sufficiente, come se fosse facile, osservare la scena da ogni angolo della stanza e se possibile, uscire anche fuori. A cercare altri agganci, come non è avvenuto. Come sarebbe stato facile per tutti ritrovarsi una sera e tornarsene a casa sereni parlando di un domani separato da una notte senza tormento, con gli oggetti fastidiosi posati vicino al letto pronti ad essere ripresi il giorno dopo. Possibilità di variazioni, fino all’ultimo. C’è la storia, e il suo principio, c’è un accaduto comune che riempie la vita, difficile da dimenticare. L’atteggiamento, di fronte alle presunte possibilità di decisioni, è ben diverso dal desiderato, e tutto in un momento da la possibilità di essere rivisto, ritrattato, 132


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senza paura, alla svelta. Il disperato atto dell’uomo che tradisce l’uomo con fiducia nei sensi. E se è vero che “nessuna storia mai finisce” è che vero che certe storie non cominciano neppure. Così forse si pensa. Così. “Anni prima, Giuda fuggì di casa, e vi lasciò trenta denari. Trenta denari guadagnati onestamente che erano suoi.” Ciascuno pensi a scappare, trovi le modalità. Scelga la via migliore e tenga sempre gli oggetti utili a portata di mano. Ciascuno ci pensi bene; ma non con la ragione, ci pensi comunque bene, prima di chiudersi la porta alle spalle. Feci così, in un giorno qualunque in cui non notavo più le variazioni o mi sentivo peggio tollerato del consueto. Ma l’azione compiuta, cuore a posto, compie ben poco alla sorte. “Si faccia della fuga una condizione e solo allora, allora solo si scapperà.” “Giuda nella sua casa, lasciò anche molto di sé.” Così accettazione e rifiuto saranno finalmente la stessa cosa, come tante altre adesso così lontane. Solo allora ci si ricongiungerà perché ogni cosa sarà il suo opposto. E saranno magari solo pochi metri, saranno i metri per un incontro che dopo anni definiremo casuale e forse anche sfortunato, così fuorviante e coraggioso, il prima, niente. “Aveva due amici: Cristo ed una donna. Si dice che lasciò entrambi, ma solo quando morì.” Si parlava d’amore, a stento e controvoglia come un dovere, fino a che non fu in quel posto, tra due zone d’ombra all’aperto, e tutto fu diverso. E senza fine, si potrebbe dire, se il senso non desse così peso alla coscienza da rovinare se stesso come un onere, con tattica suicida. Fu lei la fuga, perché in altri modi sembrava inconsueto, e magari faticoso. Paesi lontani a portata di mano. Se lei fu la fuga, e la fuga il rifiuto, lei fu il rifiuto. Come si è convenuto. Ritornando sereni, dopo aver insultato insieme i padroni del gioco. I padroni stavano poco lontano, e ancora concedevano insulti, e questo era doloroso. “Giuda uccise Cristo. Questa è la verità, e finalmente ebbe pace, an-

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che se per un periodo breve.” Se si parlava, come è vero che si parlava, dandosi spiegazioni senza capire, era meglio fermarsi. Fermarsi all’atto della violenza compiuta, finita in se stessa, che si autodefiniva. Così si muore, si moriva, si continua a morire. Oppure senza cercare motivi. Perché esistono altre maniere sconosciute molto vicine a come siamo. Il salto della mente è inutile. Basterà nominare una cosa per dire la verità. E il sistema sarà quello soltanto. “Di lui si dissero molte cose...” Ma la persona è solo la persona. Tutti o nessun giudizio nella mitica lotta che fa scomparire, così stanchi da non poter pensare e da non voler essere pensati. Quante valutazioni e gradi di una successione che è valutazione, e grado. Per scherzo, si potrebbe tentare: il colpevole è chi uccide i colpevoli vittima delle situazioni con l’ucciso situazione e colpevole o chi uccide punisce se stesso uccide l’oggetto d’amore, confuso, in un marasma di affetti, traditore di se stesso, “altro” per gli altri. Ma solo l’evento porta la verità detta a un occhio piccolo che sbrana le situazioni per paura. “Giuda fuggì la seconda volta, e fu questo a fare di lui un fuggiasco.” Ma la fuga è l’amore, è la lima che sgrossa e accavalla i detriti del tempo e delle ombre, porta alla luce, ma questa è un’interpretazione, l’unico amore. Da qui, la punizione. E ancora, alla fine, un’estrema punizione o davvero una svista, la morte, e l’impiccagione, la corda, mezzi con cui parlare-parlarsi ancora o finalmente o l’unico gesto con cui punirli. “Sembra vero anche, che Giuda si uccise appendendosi per il collo ad un albero. Così, ebbe finito, o continuò a scappare.” Altri. Una fine, l’ultima dedica, una pazzia d’amore a chi sta per non esistere, e allora, chi, loro, con troppa, con nessuna emozione, la loro condanna come allora, senza movente. Uno sconosciuto rivisto dopo anni, la sua immagine rassicurante

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nel tempo, una possibilità. L’abitudine è il gesto che nasconde con morso di vipera. Avanza, ritrattando con dialogo. L’immagine, è quella del saltimbanco che cade, per volontà, senza dolore. Comunque cade, adesso, e uno dei suoi ultimi lamenti si allontana, per l’aria. Incauto il processo. Ritrattare una volta per tutte solo per un amico sul treno, di notte. Buon viaggio. Per analogia, suono. E’ il dipinto di un nero, su pelle bianca. Effigie e portatore. La periferia, enorme. Il braccio e l’abitudine al gesto che nasconde. Troppo violentemente, l’accaduto. Altrove, un atto eroico, a tua insaputa, la morte, dall’altra parte del mondo per una causa qualunque. La morte, un minuto. Mitica. A tua insaputa. Volerti spettatrice. Due figure distanti, nel giardino enorme della vecchia casa. Pour parler. Verosimilmente vicine, lessico comune. Il muoversi della tua gonna a pieghe, Firenze, o un altro posto, sotto, la gamba, una calza chiara, la coscia, su cui riposare. Dunque ti voglio ancora in relazione ai luoghi, ai fatti, che non hanno reciso. Certo la febbre era la tua condizione migliore. Non so quanto di vero ci sia qui, o altrove. Il tuo letto si riempiva di latte. Niente è andato perduto. Il mio tempo si scandisce. E’ un tempo. Adesso tutto si richiude. La terra, l’acqua, il cielo. Il cielo qui è solo un po’ più grande del normale e tutti abitano strane generalizzazioni, come la vita, la morte o la malattia. Sembra di tornare a casa, nella città piena di ripensamenti. Dove la gente muore per cancrena, agli angoli delle strade, e il nonsenso è anche più cattivo, ma è città, è ritorno. Ecco, l’orizzonte si restringe, la grande atmosfera. Tutto ritorna uguale, come il monsone, è il ciclo della vita. Non pialliamo il tempo alle strane occupazioni adesso, ancora, sopravvivenza, uno strano amore. Per poco. E il letto ridiventa letto, nel ciclo della vita, la conchiglia, sasso. La casa ridiventa casa e mi rivedo troppo vecchio, ma senza rassegnazione. Unico fastidio, gli occhiali, dopo lo

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schiaffo, mi si sono spostati un po’ sul naso. In giardino, i cani abbaiavano. Sembravano impazziti. Noi, intanto, asserragliati in casa, far finta di niente per tranquillizzarci l’un l’altro. Fuori, sorriso notturno, cuore a mezza voce. Fuori, lui. Tornava. Era come un movimento conosciuto il suo divenire nel corridoio e il modo di assiemare parole ripescando altrove anche rubando senza che questo diventasse un problema. E la sensazione sempre presente del tempo rivelato, un po’ fastidiosa ma rassicurante, non un assillo (il racconto a me, bambino, la cassa del suo orologio da taschino così consumata, un buco, si poteva vedere il meccanismo) Dovunque, una presenza data per scontata. Adesso, a ripercorrere quell’atteggiamento ritenuto buono, o utile. Così adesso sono qui. (il motivo, talmente banale, a lasciarne intendere un altro, vero, non dichiarato) E voi in fondo potete dire quello che vi pare o quello che volete farmi credere di voler dire (e, sotto sotto, il sorriso). Come tu, sorella, hai voluto far apparire incauta la tua nascita e le nascite parallele, senza virtù né egoismo come le vuole il linguaggio della gente ma solo con prerogative umane. Al mondo. Un grande fastidio e qualcosa che chiama, irrimediabilmente richiama. Porta e cancello, nascere e partire. Si allontana. Costretto. Natura a riprodurre le vecchie cose e a muoversi nella città grande in cerca di una casa come prima, all’inizio. E’ l’ultima, o l’inizio di una serie di volte. Finalmente mi amo di amor figliale e ti amo, ti chiamo sorella non per caso. Ma non sembra amore, che tu vada, o venga o mi abbandoni. Acqua e sassi, tu in predicazione sotto la pioggia. Deformazioni di situazioni conosciute, lo smarrimento progressivo forse le chiavi, forse altro. Adesso è difficile descrivere. Per teoria, tutto è così faticoso e il tempo che si allarga fino alla notte stanchi, fumati o bevuti. La verità. Non sta più nella discussione, un’assenza di scena, a porte chiuse. Via noi, niente più letto divano manifesti, niente più il tuo piano pieno di cianfrusaglie, tutti gli oggetti dietro a noi, la stanza vuota. Per questo, tu non eri nessuna. Niente che

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si potesse definire, se non con la mia, e altre definizioni. Tutti gli ogget ti dietro a noi, tu in mezzo agli oggetti in una definizione. La strada lunga, sinuosa estate e inverno. Il mare, ancora, dalla parte opposta, la valle dei pazzi perduti, una frase detta per scaramanzia. Tra le due mete è il viaggio. La valle dei pazzi perduti. L’autostrada, lavoro senza fine al lavoro. Sistemi, spazi e luoghi nella mia testa voi, le maldicenze, la casa da sistemare la mia vita da sistemare. Un’autostrada tra due sistemazioni urgenti. Da questa parte, sul carro che porta a quella che una volta si era chiamata perdizione. Ammessa ancora, presto, chiacchierando di un periodo giusto bevendo un campari in tre minuti alla stazione. La tua faccia che partiva già lontana a sufficienza dal nostro presepio vivente la neve che mi separa da loro sempre la domenica. Uno sforzo d’amore ancora, in uno stagno fermo sempre dopo averlo trovato perduto e ritrovato e perduto, come sei solo come ti vedo come ti voglio ancora, uno sforzo per abitare uno sforzo mio per vivere con me, come eri distratta, quello che credevi di me, quante cose ti sfuggivano tu lo volevi, tu credevi che io lo volessi. La casa allora si allargava all’esterno c’erano propaggini ovunque, la stessa lingua, solo un idioma proposto. La casa, la camera, una presenza fastidiosa ma così tranquilla in pratica uno squarcio, sempre pressappoco la stessa persona senza distinzione, la casa portata fuori un abitare perpetuo, o un andare perpetuo per la casa. In fondo il grave non è rimanere chiusi fuori o dentro, ma essere dentro e fuori in un contempo, sempre più o meno altrove. Verrà un giorno in cui nascerà una genia di gatti con la testa piccola e l’estate si protrarrà nell’autunno a smussare i giorni che diventeranno così desolati, allora probabilmente non ci sarà più tempo per passare il tempo ne la volontà di sistemare, una solitudine senza situazioni all’infuori della visita con la casa dimenticata, la paura di dimenticarla e con lei, gran parte degli oggetti impossibili da trasportare.

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L’azione è la negazione della casa. Dove l’ambiente è stretto, tutto decapita i ricordi, non è portare là se stessi, ma solo dimenticare la casa, pensare al resto come casa. Allora una piccola modifica, solo per fare finta, una piccola modifica alle strutture, il calendario appeso con uno spillo nei muri della finta dimora dove il tempo traballa e non pensare, altrimenti, presto, c’è sempre un uscio a cui bussare come se fosse, e l’abitare è l’insieme di tutti gli usci e delle maniere, una sinfonia di strumenti diversi contro il suono del flauto, un’orchestra sgraziata e bene o male un suono dappertutto. E’ chi riceve la visita a fare le regole del gioco compresa quella di adottare le regole degli ospiti. E’ un momento perduto. Non spaventano o stupiscono odori e rumori sconosciuti. Il suono si trasforma o, per scelta, assenza di suono. E’ ancora il flauto a suonare e fa niente se ci sarà chiasso o se qualcuno si addormenterà sulle scale ma la casa, se c’è, è in via del chiasso perduto. Alla fine di quel periodo, presente dentro e fuori la casa, non c’è niente più da definire né un modo per definire il niente. Credo che ci sbagliamo sui tempi del reale distinguersi, un vago ricordo della sua faccia durante l’amore prima del totale confondersi. Mai vista. Lontano vuol dire passato. Un sabato come quelli di allora passato in zone grigie. Al mattino guadagnare lo specchio verificare con sollievo che niente è cambiato nessun trasferimento notturno di materia un cambio graduale non vistoso. Un carme ininterrotto la nebbia, arrivavamo nello stesso posto, tu eri un po’ distratta nei tuoi interni non ci abitavi più o eri sparita dietro un muro, una porta buia. Richiesta la tua presenza altrove. La stazione, enorme, una moschea innalzata intorno a un gesto, a un’azione non compiuta.

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VIII

Sogno e appartenenza. Navigare ancora, in acque poco profonde dove centinaia di fatti passati si associavano in maniera casuale o solo per una analogia di suono e dalla terra ti chiamavano voci la mia non meglio distinta dove tutti avremmo potuto rimanere. La cima della collina, vento e arbusti, raggiunta a fatica, un posto dove stare. Altre voci, dal timbro forte e acuto mi chiamavano per nome. La loro identificazione, un lavoro enorme, quasi impossibile come quando, nel tempo, si associavano i ritratti alle voci. Quasi tutti adesso hanno un posto dove stare, e un po’ di ansia invece solo per la partenza, un’azione in qualche modo definitiva, un’immagine compatta proiettati nel futuro al luogo d’arrivo. I tuoi desideri, impossibile sapere. Un periodo di isolamento artificiale per racimolare le idee e invece con distanza, dimenticate le voci, le idee o soltanto più semplicemente percepite senza fastidio. Niente di me è operativo, adesso. Il giorno è consumare i pasti e camminare. La noia, adesso, soprattutto in relazione ai tessuti, la tela gialla del tuo costume d’estate, la smagliatura nel sacco a pelo, la spugna, su cui ti sedevi.

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Così, un ambiente più o meno noto, una presenza percepita come oggetto. (Nel sogno, i cani saltavano dai ballatoi, dopo avere abbaiato a lungo). La dominante della scena è chiara. Coricato sul divano, la radio trasmette in lingue sconosciute. I suoi passi sul pavimento non confermano la sua presenza. Ancora in tutto e per tutto una solitudine che vive di osservazione esasperata degli oggetti fino alla loro lettura inconsueta, snaturati della loro funzione, con un po’ di riferimenti al passato, un paragone caduto. Mi è tutto difficile per pigrizia, ma anche per mancanza di presupposti. Così, durante il viaggio, dopo il silenzio, apri il finestrino e fai vibrare con l’aria la carta delle sigarette.... in fondo, non sarebbe difficile con la calma di adesso e le ansie tutte amiche, basterebbe rinvigorire un po’ il segno, ridargli una funzione. In dubbio, poi, se accettare il gioco, o finalmente rivelarlo agli altri. La tattica della rivelazione, incognita, con grave rischio (progressiva perdita sensoriale) il tentativo di dare un senso all’azione. O il distacco, l’immedesimarsi breve e leggero riducendosi a vittima cercando colpevoli in comune. Perché in fondo è stancante il lavoro, e l’attesa ricondotta sempre a un vertice; soddisfazioni e colpe tutte precipitate dentro. E’ tempo di costruire all’asciutto. Così verranno le sere comuni visitate da umori diversi come questa, dopo mesi. E per favore non ti opporre al trascorrere del tempo e non attribuire ai giorni delle qualità che sono solo dietro i nostri occhi. Lascia che la sera scenda sul nostro torpore. Lascia entrare il Blu di Prussia dalla finestra che da sulla strada dove è passato il pomeriggio in cui si è parlato di partenze. Siamo stati così a strappare la terra al mare a convincerci che niente è stato vissuto per davvero. Per quanto si discuta su qualcosa sarà sempre possibile una connotazione successiva e a tutto si sovrappone uno sguardo veloce dalla finestra. La distinzione tra descritto e reale. Un compito indesiderato, come quando stavi nel posto dove avrei voluto stare. Dall’altra parte del vetro, l’Africa e tutto il resto.

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Passato, presente e futuro senza il nostro giudizio perché la tenda è chiusa. E’ chiusa. La casa adesso cade nel giallo ocra della sera, alla fine, vedi, è importante un posto dove stare e a me tutte queste cose non sono mai capitate. Essere qui e ora. E non spacciare la tua ricerca girotondo (che racconti come attestato alle tue dimensioni) per irrazionale. Nessuno di loro è mai stato mio nemico e la meta da raggiungere è ancora lontana e il tempo passato con i ricordi rivisitati in fretta. Down and out, it can’t be helped but there’s a lot of it about. With, without, and who’ll deny it’s what the fighting’s all about Pink Floyd, Us and Them

Tu adesso preghi nella stanza in penombra, magari pensi al gesto che ci ha divisi. La tua ricerca inventata, parziale, passa vicino a una delle tante verità, la mia, quella che avresti voluto, altrove, lamentando i presupposti che ci hanno avvicinato, ma io ho individuato il posto dove stare. Vedi, ho radunato e rivisitato tutto, le diversità, i motivi apparenti ovverosia i motivi, le mie carte, una strada che continua in un solo modo. Chi ha colpito, ha colpito. Ma il tuo cuore era il mio cervello e adesso qualche infarto ti porterà altrove per altri brevi gradevoli soggiorni. Non dimenticare niente, non penso più alla mia redenzione, quindi il viaggio è finito. Prendo atto della diversità, degli oggetti che puoi tenere ormai trafitti dalla luce gialla nella casa alle porte dell’inverno. Altrove, altre regioni. Altri tempi, care anime benedette. Che fate? scavate una buca per le mie spoglie? Spero che vorrete gettare anche i miei appunti nella fossa, ma solo dopo averne ultimato la lettura. Il mio personale inseguimento, in cui dire senza parlare sarà preludio di vita. Ma per ora piove sul mio, sul nostro inseguimento, piove, e mettiamo 141


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pentole per la casa e c’è una piccola sinfonia di gocce che scandisce i tempi di questo vivere precario, l’attardarsi tra un treno che è arrivato ed uno che deve partire. Ancora non capisco le ciclotimie di quella città, l’incauto ripetersi di offerte e rifiuti con regole oscure. Perdo il tempo a rincorrervi per strade improbabili con un ammasso di idee catalogate stivate in un armadio di cui ho perso la chiave. Vi parlo di un tempo e di un luogo in cui scappare , da cui scappare, volendo tornare, fingendo il passato mentre voi mi dite dall’altro lato della strada che di perfezione si muore. C’è la cima di un monte o un incrocio, o un portone dove far coincidere domande e risposte senza vergogna e risentimento, senza vocaboli nuovi. E poi tira un’aria strana da queste parti, sembra di essere altrove, stranieri, e non si sa se per voglia o crescente sensazione di smarrimento mentre tu conversi in lingue sconosciute. Che strano. E’ tanto che volevo dirti che sentivo i tuoi passi nella piazza alla fine dell’estate. Ma mi è difficile dire se mi seguivi o se facevi strada. Certo, se tu salivi e io scendevo avremmo dovuto incontrarci (ma non partimmo dallo stesso punto?) e fermarci almeno un secondo a scambiare un’opinione. Ma poi senza quasi decidere mi trovo ad ascoltare qualcosa che precede la voce... capisco che in fondo sarebbe bastato poco per averti come avresti voluto essere avuta. E direttamente dal tempo, con mosse irrevocabili, arriva ai bordi della casa tempestata dal vento una memoria che non ho riconosciuto. Stesi al sole i detriti dell’inverno, come mi hai insegnato a fare, come tu hai fatto, nel tempo incalcolabile del nostro allontanarci, ti riconosco mentre ti impadronisci di un’immagine confusa da troppi inconvenienti. Cosa fai adesso nella tua casa vuota, una doppia ipotesi sulla mia morte? Ti immagino quando partii, tu che leggi nella luce della casa semivuota ripensando al rumore dei miei passi sul legno, o le ombre sulla calce dei muri verniciati di fresco. Lei che suona il piano con tempi

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di pulizia, tutto sommato un inizio, magari chiacchierando un po’ di me ormai tra il centro e la periferia verso il giorno di un giudizio. Magari piove, ma l’inverno è finito, addirittura corro verso l’estate perché è così che la volevo, nella piazza affollata, araba, il patibolo e l’altare. Aver difeso la strada per arrivarci, parcheggiare la macchina straniera, dosare la voce senza lasciarsi sopraffare, imporre con fermezza le prove per la condanna. Qualcosa lega la tua casa al luogo della mia morte, i libri, i dischi con la lama che aspetta la mia camminata da adulto, non c’è viaggiatore che non mi conosca. Vorrei che dalle tue finestre entrasse l’eco della folla, ma ormai conosco il gioco e ti nasconderò il giorno della mia morte, o forse la vita lo farà per me. Di ritorno, poi, enorme da attraversare la città di notte; una processione di finestre sconosciute e una moltitudine di pensieri, il nostro incontro in una traslazione di luoghi. Di nuovo la piazza, anziché la casa ad aprile, lo sguardo, un’ultima occhiata risolutrice, un’intesa sovrumana, oltre la morte, la disperazione, la gioia del gioco: tu che leggi il gioco della mia morte e delle mie aspettative. Verso il tardi ripensare alla mattina del ciclone, Saroudinj ha perso i genitori mentre io dormivo. Morti, spazzati via. Che fine farà una bambina Tamil in un paese di singalesi? Non mi sono accorto di niente, neanche di te, due oceani più in là, la mia moglie americana, ci saremmo incontrati anni dopo. Eppure è così breve il viaggio. Esisteva già l’incavo tra le due pietre, adesso mentre arriva finalmente aprile e stiamo affacciati al balcone è quasi una fessura. Non è storia dei nostri giorni il tuo tardo arrivare nel pomeriggio con i tempi scaduti, la canzone ripetuta alla nausea, il tuo unico strumento di morte, davvero allora una sposa bambina. Dunque il sistema c’era (nella strada già mi conoscono per nome) Reperti del tempo, nella casa aperta da poco e finalmente una parola. Neanche tu segui la mitologia del tuo sguardo. Avanzo, nelle porte innumerevoli della tua casa piena di presenze, non mi guidi ed è adesso,

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dire tutto non dicendo fra varie sfumature di azzurro, varie zone di luce e ombra dove tu ti esponi e ti nascondi, piccole inclinazioni del corpo degli occhi, far giocare la luce e trasformarla in linguaggio, unirla alla vita nel tuo sguardo l’avevamo chiamato triste il tuo ascoltare è una scena immensa, un palcoscenico dove ti lasci recitare nell’ambiguità cristallina non fai niente per non farti scopare dalla vita, il gioco, fatto con serietà. Sei la notte e il giorno, le porte le tue discese d’acqua e la lama che trafigge una negazione, davvero non cambiare niente di te, sei quasi soprannaturale. Adesso osservo da altrove la tua ombra sul muro, aspetto che tu ti muova, che strano è come se lasciassi qualcosa di te nei posti da cui vai via, aver intuito lo sguardo da una camera all’altra senza averlo mai avuto. C’è sempre qualcosa da immaginare difeso, dietro, anche dietro a un vestito, quasi accessibile, eppure. E rincorrerti con lo sguardo per le scale seguire la curva del tuo corpo che sparisce. Mi servono più dimensioni, per dimenticare o finalmente averti, per sapere cosa rimane dall’altra parte quando ti volti. Mi chiedo perché certe volte corre veloce l’amore, la voglia di farti battere le mani come quella sera, come probabilmente facevi anni fa, e così amo perfino il tempo che ci ha divisi. Le finestre aperte di notte sul temporale una mezza luce, echoes of Broadway, coricarsi su una sera interminabile in cui sentire il peso di essere “l’unico a cui dovere rispetto”, fare scorrere la notte sul tuo alluce vago, sulle tue cosce sottili, passare in rassegna i misteri di una ambivalenza, con i tuoi silenzi che si toccano e le tue mani che parlano, un po’ nodose, dolcissime. Al mattino, i reperti di una notte: i portaceneri, l’autan, il calvados, rivisitare i fantasmi in una luce un po’ cruda con un filo di paura per il tuo ordine, il tuo sguardo laterale di bambina e poi vederlo cedere il passo a Mata Hari, occhiali da femmina enigmatica, rarefatta, chissà come sei. Le conseguenze, subito catalogate senza troppa emozione, ti

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vedo mentre mi vedi, e penso mentre vuoto la camera e riempio lo zaino, penso a te che pensi come fa presto a sparire un uomo, senza lasciare traccia, aveva invaso la stanza, possibile, far sparire tutto all’improvviso. C’è una trama negli incontri tra alcool e vento, rifugi ed esposizioni, c’è un pensiero superiore all’Estate, un quando e un come legati al presente, che è perpetuo. Così per la prima volta capisco che non è il caso di fare programmi. Può darsi anche che ci muoviamo tra varie guerre perdute, tra attenzioni sprecate mentre ti abbraccio di amore, con il mondo che cammina e magari grida sotto di noi senti, ai nostri piedi, alle spalle qualcosa che ci insegue ma che abbiamo lasciato su un sentiero percorso senza nessun errore. Davvero, un simbolo sul braccio basterebbe per firmare il nostro banale salvarci la vita. Ma a cosa serve aver tanto saputo delle trame leggere che legano gli anni per vedermi vivere così a lungo e per averne visti così tanti morire? Ti vedo un ennesima volta attraversare il corridoio, tu, l’ultima, ascolto i tuoi passi i passi di chi, di quale, quella che cantava, quella che cucinava o quella che rompeva tutto e voleva sempre scopare. Uscire dal cinema a settembre e tornando a casa capire che è ora di uscire dal sembrare, da questo eterno darsi senza dare. Dev’essere lì che mi è venuta voglia di partire. Siete in ascolto, o ritrovatori della mia salma? Dove siete? Siete laggiù, con i miei ricordi cazzuti, oppure siete qui con me, adesso? Oppure siete rintanati in voi, cercando un giudizio su di me, o magari su quello che state leggendo? O forse ciò che stavate leggendo vi ha portato via, come un pretesto? Forse sono pagine e pagine, ma per me si tratta di poco. In un attimo posso rivisitare tutte le storie della vita, perdermi, con la mia stessa forza nella nebbia, perdermi con te di fianco che guidi e imprechi per la lunghezza della strada. Amore, che fortuna aver perduto la partita l’ultima, quella vera, un terno al lotto sulla ruota dell’inferno. Carne della mia carne, anima del silenzio, acquatica, è giusto l’ora del colpo di reni, e in-

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vece io scivolo in una domenica tra la moquette e il mare. Una preghiera al buio aspettare la luce spenta della tua finestra. Domeniche interminabili, come è tardi per la solitudine e faccio il vuoto dietro a me; un esercito. “Si vede qualcosa della finestra?” “Solo il muro di San Lorenzo”. Scoprii allora la meraviglia di quella notte di morte, tutto il Golfo, il vento come un battito di ali. Piccoli grumi sul tappeto, e tabacco.... noiosa, vero, questa serata giusto a cavallo tra Anversa e Darbaidà? Il nostro incontro fu fatale, caricavi l’aria come un fucile nella notte dell’anno che finiva e mi venivi incontro guardandomi negli occhi dopo il brindisi per la strada. Era l’occasione in cui ti rivelavi, era lo spiraglio nella porta della tua casa, chi l’avrebbe detto, in quella notte così pesante e spiacevole, proprio allora ripescarmi in extremis, ma già stavo cadendo. Meglio il pericolo della morte, il colpo di grazia, la punizione al mio cedere alle lusinghe, l’aver intravisto un accesso alla perversione. Uno sguardo irriconoscibile, un pensiero per una disperazione finta, un’esca mortale il tuo barcollare, entonces eres en la calle, en esta calle, esta noche. La noche, la queelige los hombres, las mujeres... las miradas. Era un momento in cui essere umili, dirti chi ero per farti dire chi sei. Hai scartato, incerta, all’ultimo momento. Non ho saputo muovere una mano. Oggi, immagino piccole mosche sul muro della tua casa a strisce, vedo la curva, freno. Un pugno di calce, una nuvoletta sotto i tuoi piedi, donna del cielo. C’è un paese di passaggio nella strada dove pochi si fermano e case, la soglia sulla strada, ogni casa un uomo solo. Mi chiedo perché mi trovo testimone di questa fine, un’altra, che non mi compete, mentre esce musica da finestre accese nella piazza d’estate. Capire tardi, l’uomo dispari, quante cose in questa notte: il fastidio, aver tanto lavorato per aprire la scatola cinese e ora non riuscire a richiuderla; un mucchietto di legni senza senso. Lei disse, amore, non c’è motivo di prendersela, lasciandosi cadere dolcemente sul divano. E io pensavo arrivederci

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Roma, Mantova, Bruxelles, Arles, al cielo fottuto dei vostri incontri, città di amore e di merda, arrivederci al primo viaggio. Trieste, Granada, Tetouan, Amsterdam, Siena, Portovenere, Lugano e poi Parigi, Tangeri, Salerno, una strada vi collega tutte, e dovunque ho fatto il mio dovere di maschio, come si dice nei bar di provincia. Sul giornale si fantastica di nomi possibili, di situazioni possibili. Tappeti volanti ci sorpassano, mentre noi in autostrada guardiamo cartine. Dici che sono distratto che ho uno stile di vita troppo violento che non so aspettare, che non so assecondare, che non sento il dovere né il piacere e neanche il dolore dici. E dici che i miei sogni vengono da ovest come il vento che da voi porta cattivo tempo. E non ricordi quelle brezze calde, odore di Krapfen e di arabia, campeggi, hashish, scarpe da tennis, quanti altri mondi abbiamo inciso su questo muro che ora ci divide che è difficile ingoiare come un cucchiaio di fondotinta, come un rossetto, ti guardo diventare lucida tra i marmi bluastri del bagno extralusso della perla della catena Sheraton. Davvero, mi piacciono le cose che scegli per me. Tra tutte quelle che non farei mai, sono le più belle. Praticello verde da poster di golf e monumenti bianchi. Gente distratta e ordinata, sto nella mia camicia oxford nel mio maglione di shetland a rincorrere il treno per Yuma. Vedo la mia faccia contratta riflessa nel televisore, finalmente una faccia contratta nel televisore, finalmente un po’ di realtà. Questo mi fa sorridere. E dopo tutti i viaggi, tutti i dettagli, i souvenir, anche quelli autentici, aprire il cassetto e finalmente trovarlo vuoto. E di colpo possedere tutto in questa vita senza padri. Guardare il corpo cedevole che anno dopo anno si avvicina alla morte insomma aspira a redimersi dalla vita. Non come quando fioriva. Dovevo prenderti allora. Allora ti avrei fatto vedere chi ero. Adesso non posso far altro che farti vedere chi sono. Anime, datemi retta. La vita, la vita! Uno scoglio a cui siamo attaccati come arselle. La nostra vita personale, i nostri ricordi personali.

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Attaccati come arselle, quel macigno ci salva da ogni tempesta. E come un’arsella, inchiodata al mio scoglio, stavo lì. Il cielo d’Agosto si chiudeva a due segmenti incrociati di nuvole e coricato nel furore degli elementi giocherellavo con le geometrie della fine. Affacciato alla finestra, strade deserte, una danza di carta nella città vuota, un tumulto, indovinare i tuoi movimenti per la casa. Più tardi un accanimento strano, una battaglia, tante piccole gallerie, un labirinto, scoprire nel legno le tautologie di una vita, e anche le deviazioni inaspettate, comparse all’improvviso, depistanti... Poi gli scricchiolii, destinati a diventare familiari, un rif arabeggiante di sottofondo. E i percorsi. Il piccolo salto per portare i detriti direttamente alla discarica, senza attraversare il centro. Misericordia, non riuscire a pensare a cose grosse, solo piccolissime realtà inconsistenti, quasi: la spellatura sulla pelle, la casa delle formiche, la piccola macchia di polvere, Cervinia. Un tragitto lungo per raggiungere la città sconosciuta, passata. Unico ricordo: il campanile illuminato. Tornare a casa tardi per questa strada dritta e familiare come allora con l’amico più caro, il mio compagno di banco, quello con cui avrei voluto chiacchierare tutta la vita, e con sua moglie così italiana che mentre viaggiamo canta una bellissima filastrocca abruzzese. Dopo il dialogo breve con te, che mi sembri un guerriero, piccoli segmenti di voce, una morte nel mattino, tu che guardavi quel tipo che si faceva la tua donna e tutto quanto il cielo solcato da strisce di luce verde, una quantità di cose che mi mettono sottosopra, poi cercare l’amica più rassicurante e finire la notte a parlare dell’anno duecento, i barbari che arrivavano, l’impero che cadeva, i triunviri che non contavano più niente, un contentino al popolo, un potere sempre più grande e più fragile, quasi per un attimo volerla baciare mentre parla. Ma sì, riaperta la piaga la voglia di agire nel tuo nome, maledetta assente, nascosta, che invece di cantare in cucina ti fai scopare da cani e porci o sei lì in agguato a fare finta, a farmi credere che hai visto in me

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un segno di salvezza, e stai seguendo la luce. A modo tuo ti accomodi tra i divani e i rubinetti, nei buchi di silenzio dell’autoclave, mormori qualche frase, ti pettini piano piano, ti impadronisci della casa, del letto, che già conosci. Ma se di notte ti chiamo non rispondi. Dolce amica che te ne andasti prima del diluvio, prima che questo inverno che urla sbattesse il suo lenzuolo di neve contro i vetri, arrenditi anche tu all’evidenza. Ti scrivo dopo aver cercato nella radio una musica che non ti molla, una musica araba che gira e ti tiene attaccato alla terra, erotica e triste, lontana, passata e calda. C’è stato un punto, quando te ne andasti, in cui ci rendemmo tutti irreperibili. Credo fosse un giorno come questo appena passato, un giorno ingombro come se tutte le urgenze dovessero scadere, un giorno che corre al posto tuo, un treno che va forte e fa poche fermate e tu hai sete ma non puoi scendere perché se il treno riparte sei fottuto, così credemmo, quel giorno arrivando di corsa alla stazione. Stavamo bene. Avevamo case calde e piene di libri, ognuno con le chiavi di tutti e parlavamo dietro i nostri bicchieri, qualche volta facevamo festa, suonavamo musica fino a tardi e appendevamo foto di Man Ray alle pareti, fino a un mattino prima di andarcene a dormire. Eppure, dopo anni, ancora vagamente estranei, dopo averti seguita per decenni nelle tue discese liquide, un torpore che m’assale da sempre, ascoltare i tuoi passi attraverso la nostra casa avere ammonticchiato centinaia di ricordi. Dopo averti amata, vista bambina, crescere, insomma una sposa, dopo una notte di tregenda alle idi di marzo, scoprire di essere fratello al tuo uomo, a me medesimo, come il Kevin di Providence. Leggere un’anzianità enorme nei gesti di casa, e assalirli ancora mimando la furia dei trent’anni fatta più che altro di rabbia per il tempo appena trascorso. E questa è una poesia d’amore, di quello che un tempo fu amore e relativamente vicino, nell’odore di lenzuola e sole nel mattino, per un attimo

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solo per uno, legarlo a una persona, a una in particolare, e intendere comunque l’assunto principale. Adesso, tesoro, che ti affacci in vestaglia alla finestra con troppe redenzioni, nel nome di chi, capisco dopo anni il perché del tuo continuo cambiare discorso. Ecco quello che mi sciocca di te: sei prevedibile. Non solo. Tutto ciò che avviene in te sembra preordinato da tempo. Sono stato con te per anni, come per dimostrare che il mio volerti non era solo paura. Potrei usare la tempera, un guazzo veloce per recuperare un ricordo, un segno che assomiglia quasi a una cancellatura. Un punto più piccolo stretto in mezzo agli occhi come se tutto il tuo essere abitasse in questo strabismo. Così sei simpatica, senza tutti i tuoi vestiti, la tua lingerie di crêpes de Chine, nuda appunto, sembri quasi una mia amica. Poi tornare a casa alle sei del mattino di questo primo giorno d’estate e scoprire alla finestra una città straniera, un’atmosfera da arrivo in aeroporto e prima che il giorno cominci cominciare ad amarti. Quindi una notte come tante tornare a casa solo e salutarti. E tu che mi guardi come se cercassi di capire qualcosa di me, che non c’è. Poi, ad un tratto cambiare l’intera disposizione del convivio, legare tutti insieme in un abbraccio, chi uccise e chi fu ucciso o non salvato, e capire solo allora che chi uccise e colui che ora sta morendo e mi passa il testimone sono la stessa persona. E lei chi uccise, a sua volta? E qui, storie labili, la stessa persona, forse. Proprio nell’aver fatto e subito la stessa cosa. E poi la foto. Pensare a poter leggere davvero, dietro lo sguardo, anche a distanza di anni, un sorriso dolce insomma, non proprio una minaccia, un qualcosa di simile, negli occhi. Un augurio al contrario, come un avviso negato. Chissà come saranno le sue foto dopo... come la mia, a Venezia, con la faccia da stronzo davanti ai Magazzini del Sale che sembro una volpe con la sigaretta come a dire: vita te l’ho fatta, aspettatene delle belle! e dopo anni, in casa di amici, mi fanno rivedere le sue fatte lo stesso giorno, o il giorno successivo. Mentre la pensavo, mi sorprendevo aggrappa-

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to al bracciolo del divano come se il suo pensiero potesse portarmi via. Adesso provo a togliere dal mio disordine il suo ma non lo trovo. E’ ormai chiuso in un’altra, irreperibile casa. Quella che sarebbe stata. Ciascun uomo ha due case. E anche due ombre, e con queste attraversa un luogo circolare, l’unico (proprio nel cuore della città di notte) in cui si sovrappongono. Questo è l’unico modo di accettare la sfida. Oggi è il primo giorno di quest’inverno tardivo. Ha cominciato stasera uscendo dal concerto. Penso spesso a quei giorni pieni ai simboli. Specialmente al piccolo serpente che tu hai schiacciato per sbaglio l’altro ieri proprio in centro città. E’ un tempo che mi assale, che viene su dal porto, dai vicoli come quella notte che a Genova ci fu nebbia. Così non riesco a dormire. E vegliando, cercando un ritmo che dia ritmo alla vita un rumore che lo faccia variare, scopro che Arlecchino è ancora servo di due padroni forse più di allora, un’intenzione tardiva come l’inverno, una sfumatura, nel chiedere facendo capire di non volere. Così, una faccia un volto, si sarebbe detto un po’ Pippo un po’ Corto Maltese. E’ vero che i ricordi ci inseguono continuamente e ad essi spesso diamo forma di facce, di persone: ho sognato di passare finalmente attraverso il muro e di riconoscere, nel momento in cui passavo, il mio migliore amico (ancora io stesso) mentre tornava da questa parte. Non vorrei quegli spilli sulla mia pelle, ma sono la soddisfazione d’un ritratto. Nell’unico attimo di faccende domenicali inciso da un sole novembrino affilato alla finestra, folate di vento identiche al passato: un’ennesima domenica di sole dentro la città che ha avuto un miliardo di facce, di consultazioni, di vittime contemporanee. E insomma lo spirito è vivo anche se lo si dava per spacciato proprio all’inizio dell’inverno. Invece giace soltanto in un letto di paglia. Allora ho percorso a piedi il fondovalle sotto la collina dove sta un’architettura impossibile. Avevo un indecente modo di camminare, per un

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contatto non desiderato. A debita distanza, borse di cuoio e documenti: un archivio di errori, sottrazioni da un conto creduto inestinguibile e una furia di immagini: l’atmosfera tersa di Lisbona: persone inchiodate nella fuga come lepri accecate dai fari della macchina. Ricordo una cena poco illuminata l’incrocio di tre strade: passato, presente e futuro di allora. Ma a volte sembro perdere la memoria di un tempo irresistibile. A volte sembro resistere alla memoria d’un tempo perduto. A volte, invece, sembro perder tempo per una memoria resistente, oppure sembro memore d’aver perduto la resistenza al tempo. A volte sembro resistere alla perdita della memoria del tempo. (continuare a piacere) Così mi dico: se tu dovessi attraversare di nuovo il deserto sarebbe per me un privilegio poterti accompagnare. E che familiarità arranca, fatta d’improvvisa solitudine: quello che adoro nella mia vita è reiterato senza pietà, tanto da disgustarmi. Trascritto in lingue del passato, il vento liscia le case con un lamento, una pena di ignota provenienza, allietata soltanto dalla luna. Ma sono stanco di questa luna velata da accidentali benesseri, da trame solo superficialmente piacevoli, da assensi formali che sono poi risposte negate. Un sinonimo del pensiero, tradire un ennesima volta la causa finale con un dribbling stretto, una finta di corpo, essere ancora per una volta quello da non tradire perché disperato, in sostanza un cacciatore di serpenti, ma lontano, possessore d’una lama sottile, dentellata ai bordi, inaspettatamente robusta, tra le mani, capitata all’improvviso in un momento d’urgenza nella notte del giudizio, uno strumento con cui la mia fretta di vivere diventa utile, fattiva. Lo stupore poi nel ritrovarla che fa da bilancere tra il quotidiano e l’assurda mappa dei morti, dei sopravvissuti e dei resuscitati. Lo stesso oggetto, non uno consimile. Adesso, sul selciato nella mia ombra che cammina risulta come un pezzo del mio corpo fatto della stessa materia. L’unica.

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Sto bene. Dal mio venire mi arrivano latte e comodità. Credo che quando si nasce ci si senta come me qualche giorno fa, un fastidio per tutto, ma ora la temperatura è costante, acquatica, galleggio in volute di circostanze che non mi danno fastidio. Forse ancora un po’ controvento ma l’immagine è comunque gradevole e i sospetti ribaltati alla strada percorsa. Il mio tempo è qui e ora, prezioso e improrogabile ma dolce, come poche notti d’amore. In casa c’è silenzio ma nessuno tace e ascolto e non sento tensioni, lo so la notte calda e umida mi avvolge e io prima di dormire come sempre mi abbraccio e mi ricongiungo finalmente come raramente è accaduto e assolvo a tutte le mie funzioni con semplicità. L’inverno che verrà sarà tiepido e il muschio ricoprirà le case. Ora non mi odiare se al terzo giorno resuscito e sorrido e se dovunque c’è un fiume e dei fuochi i miei amici accendono fuochi sui fuochi nel giorno che era il giorno più triste, adesso anzi, proprio allora Mario ha acceso il suo

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aquilone ed è come se avessimo ballato, i nostri occhi sono andati al cielo, e noi coi nostri occhi e insomma è così che volevo, che avrei voluto. “Ci sarà un giorno in cui il grande uccello bianco si librerà dalle acque passando sul giardino.” Voi, un’immagine confusa in qualche angolo della città. Il mio amore è un deterrente grazie al cielo, credevo di essere zoppo. Solo un po’ di appetito. Richiesto di modificarmi, prima la vita poi lo spettacolo, richiesta una terza lettura di noi tutti. Adesso e anche ieri, quando si parlava di interpretazioni diametrali. Ecco, qui sul palcoscenico il più o meno pacifico convivere, mi assumo tutti i rischi dell’amore. Dell’amore riposto a torto un po’ dilatato e senza gratitudine. Ripercorse le strade di allora lontano dal capofamiglia la situazione è uguale dopo anni. “Non chiedetemi troppo”. Di ritorno poi, sotto casa la macchina in cui avrei giurato di vederti e invece poi veder scendere la tua figura orrendamente deformata. Ed eccoci qui a festeggiare. Contenti per questo aborto di fantasia e grazie al cielo c’è qualche cattivo che chiede. Lo schema è un’anomalia l’universo piatto è chiuso fuori è pronta la quinta dimensione. “Sweet child in time” oppure diamo una spiegazione a tutto, tanto ormai è così che siamo e non sarà certo l’isola felice a cambiare le regole del gioco. Lasciamo le colpe alla fine. Da stabilire le dimensioni della porta e le modalità del passaggio. “Sforzatevi di passare per la porta stretta”. E dove e come e quando e tu mi parlavi di uscite senza ripiego e senza ripensamenti, attese e varie prevaricazioni indeterminate adesso, o allora, che confusione. (Ma è più stretta la porta del dolore o per il santo la porta del piacere?) Domeniche interminabili, passate nell’ozio senza colpe, dopo le investiture. E qualcuno è dell’opinione che non c’è porta e non c’è modo di sapere se non attraversandola. In dubbio, poi, su come individuarla e se il dubbio permane, è tardi adesso per aprire a chi bussa. Eppure... tu sei più bella. Il tuo contorno è labile, vedi, non tornare

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dal campo, varie zone di luce attraversano la tua ombra, tu compagna di giochi che chiedi troppo al gioco che ti chiedo siediti al di là del vetro, non appoggiare la tua faccia al muro, non ascoltare più i rumori che mi disturbano, niente più commercio di tessuti, o... mi accorgo tardi del tuo vestito, sei seminascosta, sempreverde, o immagine immacolata, mia divina, non arroccarti in pianura, il giardino è fresco e nella vasca i pesci. Non importa se la mia delusione mi richiama a un significato, quando devo partire. Mi interessa soprattutto che tu non cambi la tua opinione su di me, o mutevole forma, mi ricredo. Ma il mio gioco non deve essere scoperto. Ancora non riesco a farti stare ferma e ad appendere quadri in nessun posto sia la tua casa o la mia o comunque un domicilio in città dove io vivo, e tu fuori con il giardino e i giochi e i rumori dentro, quest’ordine in decomposizione, mi appoggio ad ogni cosa comune al mio destino. La finestra è invalicabile: un gioco di membrane elastiche permeabili a tutte le sensazioni ma non a corpi reali, così entrambi possiamo presentare situazioni senza possibilità di verifica. Quando volevi entrare era il calore e l’ordine, allora, cominciava appena a corrompersi... Adesso è il tuo gioco a chiamare e un gioco di specchi mi fa credere di essere fuori, ma la casa e le due situazioni sono un gioco più grande in cui tu esisti. Lo specchio più grande sei tu, specchio delle mie brame, amore mio, e ti chiedo di affermare che tu adesso mi vedi, perché non ci sei e non ci sarai, perché sei grande e dietro di me e io non ti vedo e non ti voglio, anche se ti ho voluta probabilmente, qui sta la verità. Mio bene, perditi in volute di fumo una volta per tutte e avanza anche tu nella strada al pomeriggio con una definizione che sia in qualche modo un nemico vero tra carta di giornale e automobili, una lettura superiore del mio territorio che non difendo più perché sarà tuo, o ce-

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nere, nel dilagare del buio che ti avvolge un calcolo per l’identità, una presunzione perduta, un affronto a chi ti giova e ti nuoce, mio bene, mia tiepida stella del levante ti amo per ciò che ero. Allora il mondo finiva a Roma. E questa casa piena di significati precisi, il miele, i letti, le ceramiche (la notte in cui mi volevi castrare ci vestimmo di colori impossibili) non esisteva. In pianura, poi, a cercare se c’è stato qualcosa attraverso cui far correre le fila del passato. Parlare di quando, prima che il sisma corrompesse luoghi e incontri, ce n’era uno senza scansioni e pesi dove galleggiare in volute di acqua e aria senza necessità di spostare il cielo o vegliare un fratello che dorme e non si vuole svegliare. Un metodo caparbio, la ragione, la foglia letta trama per trama e in mezzo centinaia di mete manuali e invece, il raggiungimento, fratello, mentre voglio guardarti dormire nel letto macchinoso della tua onestà fluviale (perché sei il migliore degli unici rimasti) dove tu e io e lei ci siamo amati. E c’era posto, per noi, in luogo dell’assenza. Ancora adesso penso che non ci sarà Erythia con la ragione e quindi non ci sarà, c’è stata. Un gioco di scato le ortogonali ci uccide nell’apertura al ricordo, nel tentativo della resurrezione, nel tentativo della nostra intesa silenziosa mediata dal racconto. Perché non c’è scala per scendere verso un ricordo, e viverlo ancora. Ma tu puoi uscire dalla stanza dal momento che presto avrai la chiave. Arriveremo ad ospitare noi stessi partendo da una casa ed arrivando all’altra, adesso che nessun muro crolla, che nessun oggetto quotidiano viene smarrito. Non avremo più simboli, come oggi in cui è necessario trovarne uno alla svelta al di là di tutte le vesti possibili; al di là della sua veste. Al di là delle situazioni che precipitavano. E’ un fatto che tempo e luogo sono una canzone, una situazione perdurante l’isola, stabile, finalmente rimanere, tutti noi e le nostre volontà. E qui, d’altra parte la stanza bianca grande, calce e legno le tue iniziali a nastro che escono dalla bottiglia fasi di recupero mentre, in totale, Erythia al di

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là del mare, perché no, avere il tempo per tutto. Lo scambio del tempo era solo un gioco da fare con lei tu forse l’avresti fatto con lei e io ne sarei stato contento. Io tutto dentro di lei mentre la contengo e vivo il suo gioco e la sua maniera di vivere il gioco che è scoprire la mia maniera di vivere il gioco che lei ha inventato per scoprire il tuo modo di giocare. Ormai solo la stanza. Stavi così, alla periferia del continente perduto e mi lasciavi fare, in un clima costante sporcare piatti e pulire la casa e toccarti. Adesso solo l’oggetto. Sguardi veloci nella camera aperta ad aprile, contorni labili: il proiettato, il presente, nel dinamismo dell’immobile, una stagione che è un bivio, cuore e allattamento della ragione. Il simbolo qui compare solo negli occhi del testimone. E in fondo non ci diciamo niente, nessun rumore dal continente, una strada la sua sedia, il letto su cui facevate l’amore. C’è un bel silenzio, sembra quasi che siamo soli. C’è aria di partenza. Un amore contemporaneo, ascoltare il saluto e il singhiozzo filtrati dalla nebbia che è un rimpianto, l’amore col selciato duro senza intendere né volere, come tu avevi indovinato. Il posto, che è un ricordo, sotto ogni aspetto, di nuovo all’incrocio di tre strade, quanto di me parla ancora, lo stesso dolore alla soglia delle tre strade. Per anestesia, allora, tentare ancora, sapere prima, definire e non finire per l’annientamento di una volontà comune. Qualcuno mi fa arrivare notizie di te e della tua vita, che sarebbe stata la nostra. Ma come allora è oggi, un tempo insignificante che ci lascia spostati lateralmente. E altrove, immagini a più riprese: io soggetto ed oggetto dispongo e vengo disposto. Qui, come un probabile antenato che ha saputo scegliere, un profilo sottile nell’orgasmo estivo che sarà. Poi, vicino al semitiepido muro di calce, vedere la mia immagine riprodotta sulla sua superficie, ma senza la fedeltà dello specchio, con la discrezione dell’ombra, per sommi capi... A chi, quindi, il dialogo della ragione, distanza dalle aperture che guardavano sull’esterno e sull’esterno morivano rinuncian-

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do alla loro funzione? Che miracolo incandescente trovarla e lasciarla partire con i suoi racconti abortivi senza bilance spettatrici! Mi scopro a fabbricare tautologie sulla teoria degli incontri, a catalogare casi su casi, a fare della causa un bene di consumo. A chi lo zucchero del tuo idioma, mia impreparata essenza, come è brutto invecchiare, sorridere dopo anni di fronte alle cuciture antiche, è un gioco stupido con motivi a elettrocardio-dramma. Ereditare i linguaggi e adoperarli senza bisogno di nessuna teoria, semplicemente un lavoro fosforescente, chi più chi meno, figli adottivi di repliche a quattro colori. E invece, con insistenza una trama leggera, sensibile all’acqua. Poi trasparente, ripresa da un terzo, il gioco, di un erotismo esagerato, al colmo dell’eccitazione con una preparazione da artigiano al mio tavolo di lavoro taglio i pezzi del tuo vestito che sono i tuoi pezzi con cui, se vorrai, potrai coprirmi e ridere serena e sottrarmi agli occhi che fingeremo indiscreti ma di comune accordo. Il futuro è monumentale e solitario: nel sovraffollamento è più probabile incontrarsi e sfuggirsi, perdere d’interesse. Per questo il vestito che taglierò per te mi farà da guida nei racconti brevi delle nostre divergenze. Anime rilucenti, io sono il giudice delle vostre rovine che osserva curioso il nome della cecità che ostenta la luce di lanterna nella notte cupa. Dall’altra parte, il venditore di carte, un poco contratto, senza sentimenti, con il sorriso acquoso della sua fragilità, ci guarda scettico uscire, in fila, con renitente passione, disturbare il lavoro, con coscienza, le parole non dette la voce, in un attimo il cuore sospeso nell’attesa notturna del rumore del suo rientro. Adesso il ritmo si fa più lento e sale, senza bisogno di pretesti, diretto da chissà dove, lei che non c’entra, un gioco pericoloso, ma in fondo navigare perché poi, se non per approdare di nuovo alla coscienza ormai chiara come le coperture, quanta amarezza in quest’anno che finisce. A volte, penso a come nacque, nella distrazione dei caratteri e delle

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carte, nel peso del lavoro. A come nacquero tutti, in fondo da una svista o da una situazione spiacevole, morirono insofferenti al confronto, con paura di essere giudicati. E’ definitiva solo la ricerca, ombre di sufficienza nella penombra, il dolore è una mancanza, sono pronto a seguirti nella caduta, ma con un vago e approssimativo distinguersi di posizioni. Quando mi vedrai, mia morbida amica, non pensare che ieri non ci sia stato spazio né voglia né altro che ci potesse separare. Ora il tuo cuore a cacciavite mi martella da vicino e strazia il mio cuore bullone della grazia celeste che non sa e non vuole guardarti. Come anche accade ai tuoi occhi: occhi che mi guardano vivere occhi che rincorrono la mia vita nella sera che è un ricordo, occhi di croce e di cuore occhi di senso che vedono e non guardano occhi che guardano occhi d’acqua accorsi sulla pietra occhi guardati nell’illusione al sorriso occhi al futuro del vento al cuore della terra occhi che fingono di sapere e vogliono sapere non chiedendo occhi di cuore e di carne occhi del destino comune occhi della strada occhi percorsi che camminano il tempo lo spazio le nostre ombre distratti dalla sera che è un ricordo nel cercare i tuoi occhi occhi senza amore dare e ricevere in un unico spazio guardarmi con uno sguardo nuovo che non hai portato da oltreoceano occhi di strada da fare occhi del grande cielo. Lei partì alla volta del Continente del fuoco e imbroccate le ali andò in cerca di definizioni. Il fuoco fu contento della sua visita e bruciò dalla gioia tutti i reperti che avrebbe potuto trovare nel suo regno. Quando i due si incontrarono ci fu un lungo silenzio scoppiettante, e il luogo dell’incontro fu un’estasi nell’assenza di tempi e modi ma con mille previsioni rassicuranti. L’idea era quella di controllare il fuoco e di utilizzarlo ma subito il fuoco capì, comunque non rinunciò al gioco e decise di lasciarle credere che sarebbe riuscita nel suo intento. Il fuoco disse che era possibile, e disse che era tempo di percorrere nuove regioni together. La storia comincia qui. L’amore tra un uomo avaro e un essere

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senza forma cui non attribuire niente e solo constatare le sue caratteristiche perché i suoi sembianti si riveleranno nel tempo. Vai, fuoco ristoratore, insieme a chi proviene da un mondo d’acqua ed insieme avrete il mondo, perché si può bruciare o essere riscaldati, affogare o giacere nella tranquillità dell’acqua. Ormai, vedere ed essere visti, la stessa cosa, in un quadro un po’ più grande della vita di prima, in fondo chiedersi se siamo forme fatte per penetrare o per essere penetrate. Ancora funzioni, comunque, nell’atto o nella riconversione, finalmente lasciarsi frugare anziché alloggiare in uno sguardo che dopo anni si è riusci ti a costruire come benevolo. Creati gli sguardi benevoli intorno a noi, comunque, sempre nell’atto di essere ospitati. Occhi come casa, quindi. E allora, ieri, i miei occhi, con quanta, con nessuna voglia, una lettura di un oggetto fatto per leggere, applicare lo strumento allo strumento, in una tautologia perversa, in una lontananza che non è di spazio e di tempo ma ha una sua misura nel dove e nel quando degli incontri. Occhi in cui guardarsi finalmente, nell’abbraccio che non è più un ricordo, nella strada che è la fine di un bivio, gli occhi a governare le due strade di prima, dove il clamore delle voci richiama, una sentenza che è preludio, come non è mai stato. Lasciare entrare altri occhi nella fine dello sguardo che da, e non chiede. Oppure, chiedere e dare, in fondo, guardare ed essere guardati, guardarsi e alla fine lasciarsi guardare e permettere a se stessi di guardare. Altre case. Il lavoro, di una velocità senza limiti, il battito delle ciglia, quasi un annuncio senza preavviso, chi più di loro, insomma quasi del tutto come se. E invece occhi per non guardare e non vedere, ma senza paura, liberi ormai dalla loro funzione, senza incombenze, occhi per comunicare perfino senza volere, nella libertà di ammettersi, ancora, l’accettazione del rifiuto. Anche così, nell’anniversario della vita, di tutta la vita, comprimere l’universo in un volto e il volto in un punto, come all’inizio.

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Tutto il mondo in un punto, annegare e galleggiare, cadere nel vortice profondo, ma dolce, come mai prima, dire tutto senza pensare di dire, incapaci ormai di smettere di comunicare, nell’avvicinarsi perpetuo della Vita, come mai prima, l’incontro di due strade. Ti guardo attraverso l’estate dopo averti cercata e ascolto la tua voce tessere alleanze sulla soglia così vicino alla vita per la prima volta. Discutere dei regressi con la mente sgombra e poco propensa a cedere. Il tuo sguardo lontano ora che sai da dove io ti osservo senza paura mia penetrante ancella che sai e non sai dire cosa ci lega e ci nega a quel ieri e a domani men tre oggi scorre via senza che noi sappiamo cosa dire e fare di te di me di tutto il bene il male che ci rinnega togliti tutto e rivela il tuo pensiero che si cela nel nero dei tuoi occhi che mi osservano mentre ti osservo come vuoi o vorresti avermi osservato quel mattino nel tempo irredimibile dell’estate già scorsa eppure ancora presente. Soprattutto il piacere della trasgressione, nell’incauto procedere di passi a seguire, su strade già note, prive di sentimento. A chi il piacere della notte calda, del tuo sesso, riservato ad altri, come prima, con una differenza, quella dell’uomo funzionale, con che mansione, altre vie per raggiungersi, nell’avanzare della notte, nel rivedersi dopo tanto tempo e tutto sommato riconoscersi, tra colori complementari al paesaggio: quelli del seme, della morte e della resurrezione. Nella città percorsa in senso longitudinale, riconoscere le simbologie di una vita primordiale. Dare un senso alle cose, attraversarle di luce, come all’inizio, in un’intesa di suoni riservarsi un angolo in città in cui dividere il tempo in due frazioni, vivere ed essere vissuti, raccontare la vita in codice a chi sa sovrapporla ad altri dati ma non sa rispondere. O forse è solo un problema di linguaggio, prima il dire e poi il comprendere. Scene di vita presunta: un invito a nozze, difficile dire se oggi sarà un passato da raccontare con enfasi, come quell’andirivieni che tu mi fai dire e ridire. E’ già pronta la casa e pochi oggetti, il tappeto, il frigoverre, il ferro da

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stiro... Il bambino che ero, uno sguardo centrale, non visto, lavorare alla demolizione come con i giocattoli, fingere di non sapere di essere visti e continuare, per sapere le loro reazioni vere e non quelle fatte per essere viste. Così, il gioco nell’euforia dell’orgasmo. Un continuo pensare a quella seta, un corollario, alla fine. Da mettere e togliere, passare in un contempo da indispensabile a superfluo, inutile, il gioco, tutto il mondo in un oggetto, dal lavoro di anni al gioco di un minuto. Dal ventre al cielo, la seta, adesso nella sua vera funzione, una bandiera inutile, e per questo meravigliosa, presa solo per gioco, davvero, completamente inutile... Eccoci dunque a commentare tra noi nella casa alle porte dell’inverno a ripescare, con il nostro gergo sottile, la pena nel descrivere le imminenze, il tempo che ci troverà comunque ancora una volta impreparati. Abbiamo riempito la nostra vita di oggetti, di appuntamenti disertati, di microscopiche pietre tombali. Quindi sarebbe necessaria almeno una visita al sepolcro per sentirci dire che lui non è qui, è risorto... E allora mi metto in viaggio: in questa notte tiepida che stenta a salire ho tempo per radunare tutte le mie cose prima della partenza, una campagna irriconoscibile la pianura, le cose familiari, il tempo, le truffe, un tempo per chiudere, un tempo che si compie, medici giovani per le corsie e questa notte tiepida, la notte che precede l’arrivo della mia razza nel tempo violentata, e questo ragazzi magari è l’ultimo viaggio però partire così, senza voglia d’amore, dove l’avrò lasciata, attaccata a qualche donna, in qualche maledetto buco, quanta pazienza per arrivare a capire di non aver capito. Unica differenza, trovarsi con i giochi già fatti. Questa notte che prelude il giorno, questa notte in bianco con i ricordi assassini e tutto il resto, gli anni, guardali, fuggiti come lucertole, accartocciati, il tempo parcheggiato a due chilometri da casa, un’altra notte da vivere, un’altra notte stanca e serena con il letto a una piazza.

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Questa notte che tarda a venire, un labirinto di affetti, in questa casa senza specchi, dicevo che strano per sapere come sono devo chiederlo a te e tu che dicevi sei un’ombra, e io guardavo la tua, sottile, bellissima da guardare. Quante volte, un abbraccio nella penombra, quella della pianura. É casa mia, dicevo, e ti abbracciavo nella penombra dell’estate. Come sono? dicevo. Dopo che fumi fai uno strano verso con le labbra è questo che mi piace di te, dicevi, fai entrare la notte, adesso, apri tutte le finestre mentre lo facciamo la voglio dentro di noi per sempre, voglio ricordarmi di questa notte per sempre, dicevi. La casa è senza specchi; per sapere come sono devo chiederlo a te, a te che rispondi: “guardami”. Questa notte tranquilla di maggio in cui scrivo nel silenzio, questa notte perduta in una notte più grande tra un crepuscolo e un’alba, una notte di tempo, una notte perduta nel silenzio del tempo, una notte del passato con le finestre aperte e un’insonnia leggera che fa muovere le tende. Pensami, qualche volta, prima di dormire. Pensa a me che cammino per le strade del centro un venerdì sera con gli occhi un po’ più chiari per vederci mentre viaggio di notte su quella in un tempo fu la strada, con la partenza adesso enorme, e minimo l’arrivo. Capite, anime che mi ascoltate dal vostro Paradiso, anime che certamente state facendo l’errore che io feci? L’errore più bello e più eroico di tutta la vita. Mi state ascoltando? Che parte di voi mi sta ascoltando? Il fedele amico? il compassionevole soccorritore? l’ironico giudice? lo speculativo critico? Ebbene, sappiate che, una volta individuato il lettore che sarete, quello sarà l’autore di quest’opera. Quindi, per lamentele o apprezzamenti, non avete altro da fare che rivolgervi a voi stessi. Commettete voi questo fascinosissimo errore? O ancora non l’avete commesso? Quale errore? Quello di restare nel gioco. Vero come è vera un’immagine in uno specchio, o una metafora. Così guardo la soire qui

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tombe. E anche questo cielo, somiglia ad altri cieli. La serata fa un affondo senza pietà dietro le guglie delle case e, in fondo, penso a quale sistemazione, tutto insostenibile e in fondo tutto uguale, confondibile, adesso; e i ricordi interscambiabili tra loro un senso di qualunque inarrestabile la verità letta sul retro delle cose, cerca re il freno e non sapere dove come se tutto sommato fosse possibile afferrare l’uomo che ero, che sta annegando, afferrarlo per i capelli, arrestare la scena, dargli ancora un attimo di vita in cui chiedergli quello che per tanto tempo è stato taciuto. La verità di allora, non quella orrendamente deformata dal racconto rivissuto nel presente, nell’ultimo istante prima di lasciare la presa. La domanda mai fatta, quanto amore per questa persona così utile, la sola che può rispondere, testimone di quell’attimo di dolcezza mortale quasi a un passo dal fondersi, per davvero con quell’altra adesso perduta, lontana, nella città che ancora amo, lei, che fu la stessa di quest’altro che ora sorreggo per la gola, mentre sbatte nell’acqua e implora, ne ho altre da raccontare, quelle che non vedesti, tienimi ancora e sempre. Ti dirò di un luogo senza mediazioni, con frequenti aperture sull’esterno. E corrente questa aria dolce di stanza in stanza, rumori d’acqua e sott’intese presenze femminili invisibili comunque, ma certe; un lento lavoro di ricerca in una assenza di stagioni, camere dopo camere, un perimetro da scoprire affreschi e nessun oggetto se non monumentali vasche di pietra grigia e continui cambi di livello, la notte entra dappertutto, così come allora, fuga e ricerca o qualunque altra azione ma sempre riferita ad un’unica vita. Cercami, dice la voce, cercami e mi troverai ed ogni nuova conoscenza si aggiunge all’incomprensione: tutte le donne in una ogni donna scoperta con tutte le caratteristiche precedenti più una nuova, peculiare, una lotta per mantenere l’antagonismo. Galleggiano immerse nelle vasche successive nude nell’acqua tiepida. Comunque avanzare a scoprire altre stanze di vapore amniotico e rumori di corse a piedi nudi

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sul selciato umido e forse anche qualche risata comunque indefinibile la provenienza così, un dedalo di stanze e decisioni e di rincorse con un affanno dolce voglia di fare l’amore. Aperture continue sull’esterno ormai di poco, di nessun interesse perché il gioco è l’attenzione e il sovrumano interesse per questa casa dove non ho portato altro che me. E adesso, improponibile la mia presenza nelle maniere abituali la nudità con proposito, una scelta tranquilla, con l’intenzione di rimanere a lungo e con distrazione da me, quindi in me. Difficile parlare di casa. Un ambiente sconosciuto ma comunque rassicurante più volte percorso con curiosità. Luoghi, situazioni e persone: un segnale continuo nel ventre della casa con la ricerca di un protagonismo senza confini. “Dici di me quello che vorresti udire” ripete la voce con costanza. E con costanza ripetute le trattative forse fossili per questa azione, senza badare alle conseguenze. Altre stanze, cedere e dare energia affinché tutto rimanga costante, il rapporto con l’ambiente, ma tutto modificato, comunque, attorno a una presenza, non ancora visibile ma dovunque intuibile nei suoi preludi. Un’annunciazione continua, con cedimenti e riprese, tanto da non incoraggiare e non deludere, fino a definire l’innominabile, distratto da parte sua, la presenza, il ricordo, presumibilmente, o comunque un’idea presunta. Non voglio essere trovato, ma ci sono le donne, ancora altrove, da non dimenticare, una coincidenza quasi, un solstizio alla luce di nuove comprensioni. E’ necessario che io ci sia, che sia presente in questa casa dentro e fuori di pietra grigia che sarà un simbolo per il futuro. Divelto ancora tra l’ostentazione e la paura della sconfitta, il non sapere entrare dopo essere entrati. E di fatto un addentrarsi continuo come un crescere all’interno quindi non solo la violenza della soglia, ma la memoria e l’alimentazione dopo l’insediamento. Poi, giochi di veli azzurri. A tratti sembra definirsi nella forma e non nella funzione una di loro, forse lei. Adesso cerco la sua ragione reale, un gioco di appartenenza, amore per virtù e non per una funzione

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nella distribuzione delle necessità. E il cibo, adesso, latte e frutta, tutto ha una stessa temperatura. Esserci. E smettere questo ossessivo pensare che ci sono. Attento alla mia vita. Attento a cogliere ogni tipo di segnale, comincio ora a distinguere i rumori, le voci a riconoscerne alcune ad attribuire significati ma forse è il crollo. E’ l’inizio della ragione, non è così che avrei dovuto muovermi quì; o invece, è ancora possibile recuperare i segni perché percepiti nella loro potenza e non nel loro significato, lasciar correre la voce lungo il corpo, lasciarsi insomma chiamare e rispondere con un gesto, lasciarsi penetrare dalla voce che è un ritorno, il timbro potrebbe dire qualunque cosa, non discernere, sentirne il suono e seguirlo, in giro per le stanze, guidato verso una meta non certa. E’ difficile adesso distinguere (cosa importa?) se realtà o ancora un’ipotesi questo richiamo da seguire. Un avanzamento reale, comunque, nell’abituarsi a seguire le voci inutile negare con paura che portino troppo presto alla prova, e comunque con impulso vitale corro e inseguo la voce cui non so negarmi e non so rispondere precisamente come vorrei, non rispondere, ma soltanto seguire, ansia di attrazione per un epilogo. Ma non voglio più uscire anche se provo fastidio per questa irrevocabile situazione. Modificare in parte l’ambiente, entrare, creare un mio insediamento. La permanenza è un entrare continuo, e questa è una condizione mancante verso cui non. Esistere. A dispetto di chi dice di non amare e tornare a capire i linguaggi di prima con quanta dedizione le dinamiche ed i tempi reali dell’incontro, seguo comunque una voce che è un ricordo e anche l’insieme di tutte le voci passate, una voce in cui riconoscerle tutte. La voce è un preludio dell’incontro e non so ancora se voce o incontro questo colloquio nelle stanze vuote dando nomi di carta alle cose solo una corrispondenza di amorosi sensi ancora forse una trattativa, o lettura preliminare per approdare, con questa ed altre voci, questa, che si modula nel tempo, così come la situazione, dapprima incomprensibile, mobile

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nei postulati per poter mistificare le frasi a venire. Poi penetrante, fino all’intollerabile, fino all’ora della difesa. La mia voce è un equivoco. Senza ritenzione, anima pietosa che leggi queste pagine, ti esponi ed io cambio le mie regole. Ora occorre lasciare entrare tutto, e questa asserzione vorrei fosse l’ultima di una serie di definizioni. Ora è tempo di farsi violentare dalle situazioni e descriverle senza fare incisi e senza porre presupposti. La voce, come l’orecchio, era un equivoco fino a poco fa. Adesso, lascio che la voce detti il mio comportamento che ricuce varie zone d’ombra della mia vita ma non ha potere, non ha potere, avanza e mi determina dall’angolo della sua finzione e mi accompagna al trono di granito, vergine d’acqua, come sei arrivata tardi, guida il mio corpo alla coincidenza col sogno, tende arabe e molti osservatori indiscreti, ritornare esausti e inebriati e la sera calda, il fumo il riposo ci avvolgono in una ricerca di appoggi e di guardarci profondo. Lasciarsi inghiottire dalla terra o incamerarla in noi o comunque essere, senza sentire il bisogno di dire, o di trasferire materia. Forse non c’è limite al piacere, ma questa attesa degli epiloghi sicuri è un preludio al niente ed è già tutto il razionale a nostra disposizione, pronto a spiccare il salto: tutte, tutte le temperature si eguagliano, questo è riscontrabile ovunque tranne che all’interno. Eccomi presente, logorato dalla fuga dal mondo e da voci diverse, volere ancora un antagonismo e creare i presupposti perché ci sia. E’ una lotta di forme, preludio al completamento, prima due, poi uno, come all’inizio, poi niente. Tutto il mio comportamento si prepara alla singolarità della battaglia, ma non ha senso dire vincerò con il ferro e con il fuoco, perché nell’annullamento non c’è ferro e non c’è fuoco ma solo acqua e terra, oltrepassato il muro. Il fuoco è una connotazione antecedente, la ragione che brucia, ma l’arrivo è all’acqua, come adesso sta per accadere.

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Ho ripercorso a ritroso il mio secolo di uomo, un tragitto lungo fino alla vita latente, di cellula gelatinosa galleggiante portata dalla corrente. Parlami, natura, parlami adesso. Adesso che voglio ascoltare la tua voce, e finalmente la tua. Capire le richieste e le tue risposte ed ascoltare la mia senza l’atto di definire. Solo una convocazione, il gioco, o davvero tutto qui, esaurito nel preludio che è già una vita, una vita di scambi e di spazi tra l’ombra. Accetto le tue simulazioni e le simulazioni della vita, ora che mi hai fatto capire che sono simulazioni, accetto il tuo affermare negando, è un modo, ma poi promettimi che proverai a percorrere le mie strade; e adesso ti dico il mio dubbio, che forse è una carenza di definizione. Ti dico: ormai mi distraggono altre voci. Un’omonimia indiscreta, la verifica, la scelta, la definizione migliore, con me comunque sempre protagonista, anche se alla soglia del dissolvimento, ancora mi rimane uno spazio da guadagnare, un delta in più di coesistenza pacifica col mondo, vissuta in solitudine, da un lato all’altro di questa stanza mondo, per imparare a capire, a cogliere tra tutte le voci la mia, quella veramente mia, e tra le altre, non una, ma il loro vero suono comunque. Aprire finalmente la porta di questa stanza e chiuderla alle spalle di una voce, e dichiararmi vinto avendo vinto.

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X

Mi sono mosso a stento tra le sterpaglie di questo altopiano. Il versante che guarda a settentrione ha qualche cosa di sinistro, rocce a sbalzo proiettano ombre lunghe sulle pendici delle montagne anche a mezzogiorno: un turbine di lingue nere che emergono da ogni dove. Mi sono accovacciato in una radura per fare i miei bisogni, ma la paura era troppa, e troppe anche le vertigi ni per quella valle piena di strapiombi, gli strapiombi pieni di voci che chiamano. Ho dissotterrato alcune radici e mi ci sono aggrappato, lasciando che le ali della realtà sospinta da quel vento sempiterno, mi lambissero e mi sfiorassero a mia insaputa. Mi sono ritrovato nel mio letto, giovane, con una donna con cui ho vissuto, avevamo forse trent’anni, forse meno. Mentre facevo l’amore con lei ho sentito come un piccolo rumore in cucina. Un rumore piccolo ma inquietante. Ho smesso di fare l’amore e sono andato a vedere. Ho acceso la luce, appena in tempo per vedere una piccola sagoma che spariva nel

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corridoio. Terrorizzato, pervaso da una paura irrazionale, ho inseguito la sagometta, ma non c’era più niente. Sono tornato a letto, ho ripreso a fare l’amore, ma ad un certo punto ho sentito un morso nel mio piede sinistro. Ho guardato, e tra le sbarre del letto ai miei piedi ho visto una testina che mi guardava. Una specie di Arsenio Lupin in miniatura. Mi guardava serio. Senza smettere di fare l’amore, con il piede, l’ho colpito in pieno viso. Il colpo spostava la faccia, che immediatamente dopo ritornava al suo posto a guardarmi. Mi sono immerso nel fare l’amore, cercando di non pensare a quella testina impertinente. Dopo qualche minuto mi sono girato: la testina era sempre lì. Mi sono alzato di nuovo, sudato marcio, sono andato in cucina a bere. Poi al cesso, a pisciare. Mi sono acceso una sigaretta, ho girato per la casa. Dai libri, sugli scaffali, usciva un liquido rossastro, tipo il sangue misto a siero, una brodazza organica ributtante. L’odore era insopportabile. Ho aperto la finestra. Nella strada, centinaia di suore armate di fucili mitragliatori assediavano l’edificio. Avevo sete, avevo sempre più sete. Rientrato, ho trovato i libri a posto, ma nel corridoio ho visto una porta che prima non c’era. Non ho avuto il coraggio, non so se mi capite. Mentre mi rivestivo e dicevo a lei “rivestiti, dobbiamo andarcene” la testina continuava ad osservarmi da bordo del letto. Per strada il pavimento era cedevole, sprofondava sotto i miei piedi fino a otto o nove metri. L’asfalto e le massicciate si allungavano come gomma sotto il peso dei miei piedi. Per fortuna le mie articolazioni erano così elastiche da assecondare quel la flessione. Quando raggiungevano il punto più basso, i miei piedi erano lontanissimi, i miei pantaloni le due corsie di un’autostrada. Guidavo, ma la strada ero io. Così sono salito in macchina con lei che mi diceva vai piano cazzo sei fatto ci schiantiamo cazzo ma eravamo in un supermercato, come potevo essere in macchina? Per fortuna lo sballo di secondo livello sparì e ritornai al primo, a quello delle gambe elastiche. Un gruppo di poliziotti a tre isolati. Mio Dio, mio Dio, come faccio a passargli davanti?

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Con queste gambe smisurate, mi vedranno affondare nel terreno e mi arresteranno. Non sono poliziotti, non c’è nessuno, non c’è niente di cui preoccuparsi, ma le gambe continuano ad allungarsi, giù, giù. Adesso vanno troppo in fondo, i piedi spariscono in una voragine, bisogna che trovi della roccia compatta su cui arrampicarmi, oppure devo mettere i piedi per aria. Ma se poi mi sprofonda il culo? Se la terra si richiude sopra di me e mi soffoca? Mi viene in mente il carcere microscopico in cui mi hanno chiuso l’altro ieri. Non c’era modo di stendersi per intero, né in altezza né in larghezza. Coricato o in piedi che fossi, dovevo stare rannicchiato. Un metro e mezzo per un metro e mezzo. Così ha detto il giudice. E non ci voglio tornare. Se bevo, tutto questo mi passa. Anche lei deve bere. Lei mi dice che c’è siccità, mi dice della sabbia, mi dice che le è salita la paranoia della mancanza d’acqua. Anch’io. Anch’io. Non so come, entriamo nel locale. Sembra di essere all’estero. Ci siamo, all’estero cretino. Ma sei fuori. Cerco qualcosa tra il chiasso, tra le vetrine illuminate, tra i banconi. Mi sembra che un architetto pazzo abbia arredato uno spazio senza senso. Sono alla ricerca di un regalo per qualcuno. Un regalo di cortesia per un’ospite, ma non so più chi, cosa. Compro un oggetto, mi sembra che la sua forma sia troppo difficile da portare. Mi dimentico immediatamente che cosa sia. Non riesco a portarlo agevolmente. Dal pacco escono delle piccole vibrazioni. Lo scuoto. Le vibrazioni smettono. Ricominciano quando riprendo a camminare. Appoggio il pacco su uno zerbino e vedo le setole piegarsi sotto il peso. Ho sete. Sollevo il pacco per rispetto allo zerbino. Temo di fargli la messa in piega. Le setole mi attraggono come una giungla vista dall’elicottero. Tra le setole, reperti del mondo: frammenti di carte di caramella, capelli, polvere. Per un attimo si mescolano come in un liquido gorgo. Ho sete. Vado giù per venti venticinque piani di scale, piastrelle rosse che smagliano, ma forse solo per via di quel bordo nero intorno un po’ fiammato, con il nero opaco

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che mi assorbe. Ma perché ce l’ho con questo buio? Scendo, arrivo dai lavandini. Non c’è rubinetto. Non c’è pedale. Era di quelli che quando ci infili le mani sotto, l’acqua scende, ma all’epoca non ne avevo mai visti. Guardo tutto intorno. Nessun rubinetto. Mi negano l’acqua. Bimba, torno a casa, qui mi disidrato. Torno a casa e mi infilo sotto la doccia. Bevo, mi bagno tutto. Apro la bocca, bevo. E per uno strano effetto chimico dell’acqua che agisce da dentro e da fuori, mi sciolgo e mi infilo dentro lo scarico. La cosa più dolorosa è stata passare attraverso la griglia. Mi sono diviso in mille salamini, ma è durato solo un attimo. Poi mi sono ricomposto. Scendo a testa in giù, la paranoia è nera, nera. Non so dove vado. Non controllo un cazzo. Sono in balia di forze sconosciute. Quando mi succede così, dopo la paranoia sfrenata, dopo, quando non ho più niente da fare, mi arrendo e dico sempre: ok, d’accordo. Sia fatta la tua volontà. E mi sono ritrovato coricato sul divano, nudo, bagnato fradicio. Mentre ero nel buco il mio corpo è venuto qui, e adesso sta tremando dal freddo. Prendo l’accappatoio, mi sottraggo all’infamia del freddo. Mi addormento? Mi guardo i piedi: sono di argilla secca e si stanno sbriciolando. Per fortuna sono coricato. Alcuni pezzi delle mie gambe, sbriciolandosi, producono delle piccole esplosioni. Per la verità, più che esplosioni, sembrano sfiati di pressione, piccoli scoppi di aria compressa, che liberano nuvolette di polvere e piccoli detriti ossei. Qualche scheggia mi finisce negli occhi. Al posto delle gambe adesso ho due striscie di polvere grigia, e dalla polvere si muovono piccoli insetti. Provo a muovere le gambe. Gli insetti fuggono a centinaia e si infilano sotto il divano, in giro per la stanza. Spero che la polvere si possa riconvertire in carne, anche se mi sembra fisiologicamente improbabile. Toccandomi il cranio, avverto una piccola spaccatura sulla tempia. Ne fuoriesce sperma misto a sangue. Mi ritengo decisamente rovinato, anche se la cosa più preoccupante sono gli insettini. Sono

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come larve della farina, ma velocissimi, forse dotati di microscopiche gambette. Non riesco a catturarne alcuno, e non mi arrischio ad alzarmi per non avere brutte sorprese. Penso che la disintegrazione può raggiungere i coglioni, l’intestino, il cuore. Tocco gli organi. Ci sono. Sono ancora tutti interi. La distruzione però, forse comincia dall’interno: si sta preservando solo l’involucro. Le esplosioni sono un chiaro indice di attività interna. Premo un po’ con le mani sulla pancia: la pelle cede come la buccia di un kaki maturo. Dentro sono molle, fibroso. Le dita penetrano e si imbrattano. Annuso. Odore di gomma bruciata. Assaggio: un gusto di medicinale, di farmacia. Chiudo gli occhi ma le palpebre scorrono sul bulbo a fatica, come se il bulbo fosse asciutto. Una volta chiusi, gli occhi non si riaprono. Provo a dormire, sperando di sistemare un po’ le cose. Un enorme faccione luminoso sta sopra di me, come una lampada da sala operatoria. E’ un canopo etrusco? Una maschera balinese? Una pubblicità di Armando Testa? Forse è una maschera della commedia greca, ma d’oro. Mi osserva compassionevole ma ambigua, con gli occhi buchi vuoti, o ripieni di una luce vuota, poi parla, mi dice: sei morto?, mi tira su per i capelli, poi mi lascia ricadere e dice, questo è partito. Ma non se ne va, mi veglia. Il faccione palpita: i muscoli della sua faccia sono serpenti d’oro che vomitano piccole fiamme di energia. I serpenti sono preziosissimi, di una varietà proveniente dal sole, e quindi rari. Hanno un morso che assicura la più felice delle morti. Ma il faccione li trattiene: non mi morderanno. Il faccione sorride con la bocca, ma gli occhi rimangono imperscrutabili. Mi vergogno di essere mortale, di fronte a lui. La sua magnitudine mi riscalda, ma mi da terrore. I suoi denti sono i teschi dei defunti, ed ognuno racconta la sua storia. Potrebbe divorarmi; non lo fa soprattutto per disinteresse. Eppure c’è qualcosa di amichevole. La sua voce è

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femminile, ma molto, molto antica. Non capisco cosa dice, ma il tono ha la tristezza di un amore millennario. Le voci delle persone che sono presenti nella stanza rimbombano nell’enorme calotta metallica del faccione e risuonano come ottoni di un’orchestra che si accordano prima di un concerto. Alle sue parole, la pelle della mia faccia risuona come quella di un tamburo percosso da una mazza vellutata. La sua pelle d’oro si attorciglia su se stessa, i serpenti entrano ed escono da quelle onde d’oro, come riccioli di improvviso nel mare dell’ineluttabile. Dietro il volto enorme, fumi di distruzione si avviluppano in centinaia di tende di pellirossa bruciate dai soldati americani. C’è qualcosa di assurdamente velenoso tra le mie labbra, e il faccione lo individua. Mi sputa tra i denti una specie di vapore tiepido, al sapore di etere. Mi sta anestetizzando per operarmi. Perdo conoscenza, e vedo l’orizzonte di una notte scura, in fondo alla strada bagnata, nel buio, dei lampi sulfurei di luce fredda. I Lampi sono bluastri, e permangono enormi all’orizzonte facendo un rumore di fiamma ossidrica, come attivati dalla forte pressione di un gas infiammato. Si accendono e si spengono con grande fragore. E’ un fuoco freddo. Ettari ed ettari di campagne devastate mi compaiono davanti. Il faccione mi richiama. Sento l’odore del suo respiro: prugne cotte. Mi bacia? E’ una femmina? Poi la faccia rimane invariata e si muove lo sfondo. Lo sfondo è fatto di tesserine impercettibili che cambiano di posto continuamente. Osservo meglio: a coppie, si scambiano di posto. Sono uguali a coppie. Ognuna di queste migliaia di tesserine ha una sua omologa. L’unica altra di cui può occupare il posto. Hanno le forme più impensabili: di triplo tridente, di mezzo coniglietto, di spirale con i bordi a zig zag. Son blu, di plastica, e guardandole bene sono realizzate perfettamente. Ne ho presa una e la sua omologa cerca disperatamente il suo spazio, ma io non so qual’è in quel turbinio di movimenti. E’ la

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danza di Shiva? Mi rialzo di colpo. Tutto sparisce, grazie a Dio. Torno in soggiorno, tocco gli oggetti. Tutto è a posto. Vado verso il tavolo. La tovaglia di raso verde. Color pappagallo. Perché dico così: “pappagallo”? La tovaglia si riempie di un fitto piumaggio verde cangiante. La tocco, per constatare che non è vero, ma le penne, delle piccole e nervose remiganti, offrono una tenace resistenza al mio tentativo di contropelo. Sfioro tutta la tovaglia. E’ tutta ricoperta di penne. La disposizione è graziosissima, come tante piccole alucce a formare un’orditura. Infatti la giro e sotto vedo tutti i moncherini delle alucce tagliate a centinaia di uccellini. Il tavolo è imbrattato di sangue. Piccoli grumi qua e là. Lo lavo? E la tovaglia? Prendo la tovaglia, la sbatto in lavatrice. Centinaia di alucce cadono per la stanza. Alcune volano. Non sono ben fissate. Poi lavo il tavolo. Nel lavandino ancora quel sangue sieroso. Vomito. Ho i capelli attaccati alla testa. Forse non siamo mai usciti di casa. Devo uscire eludendo l’assedio delle suore. In casa non c’è nessuno. Mi preoccupo. Dove l’avrò lasciata? Sete, sete. Esco, e la città mi sembra un flipper, o un videogame. Penso che apparirebbe così a un uomo del medioevo. Sulla metropolitana sento esattamente la sua nota musicale: Swwaaaaaaaan. Canto con la metropolitana. Esco quando non ce la faccio più. Penso di essere a Firenze, nella zona del Cimitero degli Inglesi, ma poi mi viene in mente che a Firenze non c’è metropolitana. Mi sono perso, ma non in una città, nel mondo. Sia fatta la tua volontà. Mi fermo su una panchina davanti a quello che dovrebbe essere il Cimitero degli Inglesi. Gli alberi dei giardini pubblici sono ricoperti di scritte in lingue sconosciute: codici miniati, scritture cuneiformi, ideogrammi oscuri riempiono ordinatamente tutte le superfici. Penso che ci siano messaggi per me che non so cogliere. Mia madre seduta su una panchina poco distante, ride e scuote la testa. Io le chiedo ragione di quel gesto, ma lei conti-

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nua senza rispondere. Eppure la sua presenza è salvifica. Mi aggrappo a lei per trattenerla, ma non è più lei. E’ anzi un’amica di mia madre dal carattere detestabile. Ha un tailleur blu estivo, la cui stoffa ha una trama molto regolare. Mi complimento con lei, ma lei non risponde. Resto solo per un po’. Ripercorro due o tre volte la strada dall’uscita della metropolitana alla panchina. Andata e ritorno. Lungo un viale, scorgo una donna che zoppica vistosamente e si appoggia a un bastone. Ha due pesanti borse da supermercato. La seguo per offrirle un aiuto. Quando sono a pochi passi da lei, si gira e scopro che è una mia compagna di scuola del liceo, la più carina. Ma apre una bocca sdentata, orrenda, e sghignazza, butta il bastone e corre via. Resto atterrito nel viale. Una persona si avvicina e interloquisce con me. Il suo viso è un viso da gnomo cattivo. Molti punti neri sul naso. Gesticola parecchio. Io gli dico qualcosa, non so cosa. Lui mi dice che si può fare. Mi fa segno di seguirlo. Mi alzo, lo seguo. Siamo in una specie di foro romano, rovine o roba simile. Fa caldo. Lo gnomo cattivo mi dice: aspetta qui. Poi va a parlare con altri due poco lontani. Mi guardano, mi fanno i raggi. Mi tocco in tasca per vedere se ho ancora il portafoglio e per vedere quanto mi possono fregare. Apro il portafoglio e la vedo. Cazzo, vedo quella cosa che loro non devono sapere. Non so bene, ma so che loro non devono sapere che ce l’ho. Scappo via. Mi gridano qualcosa che non capisco. Mentre scappo non capisco neanche perché scappo. Che cos’ho di rischioso nel portafoglio? Ci guarderò più tardi. Devo attraversare un ponte. Temo che ceda. Infatti si flette visibilmente sotto il peso degli automezzi. Lo vedo vibrare perfino per i passi dei pedoni. Sull’acqua del fiume galleggia una salma, avvolta in un sudario bianco. La gente non se ne cura. La salma si muove, come un dormiente che si giri sull’altro fianco. Un braccio nudo come quello di

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Gandhi emerge dai tessuti e mi benedice cristianamente. Seguo la salma dalle sponde. Si dibatte, non vuole esser portata via. La scena è triste, ma tutto mi sembra tornare nella norma. Chiedo informazioni a un tizio che ha la faccia da pappagallo. Un benzinaio, forse. Il tizio si trasforma in un pappagallo. Un cacatua con la cresta bianca. Da giurarci, che è vero, ancora quelle maledette penne. Allungo la mano per toccarle. Lui si scosta, forse mi prende a male parole, ma le penne sono di una verità incontrovertibile. Mi guardo le mani per vedere che non siano sporche, non capisco perché il tipo non si vuol far toccare. Guardo le mie mani, ma non sono le mie. Le dita sono più corte e più grosse, callose, sono mani da lavori pesanti. le giro per osservare il palmo, magari per leggere la lunghezza della mia nuova vita di bracciante, ma la carne manca, il palmo delle mani è come un hamburger crudo: carne trita. Sotto, le ossa. Le congiungo come in preghiera per non far cadere brandelli di carne, e cerco di raggiungere un ospedale, ma i due hamburger si fondono insieme. La carne si ricompatta, ma le mani sono incollate tra loro. Continuo verso l’ospedale per chiedere un’operazione chirurgica di divisione, come fanno per i gemelli siamesi. E’ un problema, ma passa in secondo piano quando sento profumo di pane. Entro nel negozio, compro il pane. La carta del sacchetto è ruvida, la commessa arrotolandone i bordi fa un rumore insopportabile, come migliaia di microabrasioni sulla mia pelle. Immagino le fibre della carta sollevarsi e insorgere per tanto poco rispetto. Uscito, accarezzo la carta nel verso giusto, affinché il sacchetto si possa sedare. L’apertura del sacchetto è una vulva vizza, enorme, fagocitante. Intorno a lei l’asfalto vortica come impazzito. I miliardi di pietroline che compongono l’impasto bitumoso aspirano a cambiare posizione, ad assestarsi, malgrado il catrame le abbia congelate in una posa scomoda. Presso con il piede l’asfalto. Non cede. Un cane mi viene intorno. Lo

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accarezzo. Vedo i suoi peli nascere dalla radice, ne avverto la setolosità, immagino la pelle rosa e trasparente, sotto. Il cane scodinzola. Sto attento a non fargli il contropelo. Scompaiono le persone, tranne la padrona del cane, che mi dice qualcosa, il cane va d’accordo con tutti. Adora i bambini. Posso dargli del pane? Il cane annusa il pane e lo rifiuta. Il pane diventa carne. Ancora hamburger? Ma il pane e il vino.... il sangue e il corpo... Verifico se altre parti di me si stanno trasformando in carne trita. Mi spoglio. Mi lavo a una fontana, specialmente i polpacci, la parte maggiormente a rischio di diventare hamburger. Ricompaio davanti a me stesso due ore dopo, forse, in un bar, insieme ad altre persone. Amici? Saliamo poi nottetempo nella città vecchia. Era l’Alfama di Lisbona, o la Placa di Atene, o Bagheria, a Palermo, a cercare Willy. La gente che era con me voleva da Willy qualcosa. Io mi sono buttato sul letto di Willy, come febbricitante. Il letto sprofondava e si riempiva di latte. La figlia di Willy entrando nella stanza mi ha detto di avermi visto nel fuoco, e che io ero freddo. Poi, mostrandomi la mano sinistra aperta, mi diceva: guarda lo specchio, guarda lo specchio. Questa bambina diventerà una strega. I suoi pollici accennano a diventare biforcuti, come le zampe dei mailaini. La guardo da vicino. Anche i suoi dentini sono seghettati. Mi dice di cantarle una canzone. Le canto Santa Lucia di De Gregori e mentre canto lei si va a sedere sulla sedia e i suoi occhi diventano fosforescenti. Verso mattina mi trascino fuori dalla casa. Tutti dormono, o sono spariti. Scendo per vicoli semideserti. Scendo sempre, come l’acqua. Arrivo ad un piazzale della stazione con la sensazione di essermi salvato, anche se non so bene da cosa. Salgo su un taxi, e ci metto un po’ a far capire che sono senza soldi, ma che arrivato a destinazione salirò in casa e ritornerò a pagare la corsa. Non c’è modo di farsi credere. Ci metto una mattinata a ritrovare il posto dove alloggio. Salendo le scale, la ringhiera in ferro battuto. I piccoli fiori che coprono il giunto metallico tra i montanti e il corrimano, si muovono, sono

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molli. La vernice nera è ancora fresca, è questo ad animarli. La vernice li rende morbidi come sanguisughe, o cera, o mollica di pane unta. Mi avvicino a uno in particolare. All’interno dei petali, nel disco centrale, un mocroscopico faccino sbadiglia con un’espressione di infinita sofferenza. Dice: bambino, bambinino, e piange, mugola. Vengo preso da uno scoramento infinito. Cerco di cancellare quell’espressione dal faccino, rimodellandolo con il pollice, ma rilevo immediatamente che nel tentativo gli sto infliggendo una sofferenza ancora maggiore. Mi guarda come un bambino punito ingiustamente, con i lucciconi. Decido di staccare il fiore, e di portarlo con me, ma è saldato molto forte. La sofferenza che gli infliggo è incommensurabile. Dovrei smettere, ma ormai il fiore è piegato, il danno è causato, non posso abbandonarlo così. Lo porterò con me e lo curerò. Il fiorellino, tutti i fiorellini, cominciano allora ad emettere un lamento assordante, come quello delle stelle marine. Lascio la corolla del fiore. Tutto tace. L’ascensore si muove dal basso, e inizia la sua salita. Mi viene l’idea che nell’ascensore ci possano essere gli uomini del Cimitero degli Inglesi. Mi sembra di riconoscere le loro voci. Penso che la responsabilità dei fiori è la loro. I fiori mi sono grati. Mi oriento con una visione buona. Il legno del corrimano, consunto, lucidato da migliaia di carezze, di un bel colore rosso ambrato, con venature ricche. Passo anch’io la mia mano. E’ liscio, eppure la mia mano sanguina. Ha una piccola ulcerazione proprio sul palmo. La allargo un po’: all’interno, solo carne tritata, come all’interno di una salsiccia. Infatti tocco la mia mano, le dita, tutto il mio corpo è così: un sacco di budello ripieno di carne tritata. Questo mi fa svenire, o quasi. Penso che mi si potrebbe spremere tutto, fuori da quella piccola ferita, come dentifricio. Immagino un discreto mucchio di carne tritata sul pianerottolo. Rientrando, lei non mi riconoscerebbe. Infilo il dito nella ferita: non è tutta carne trita, sotto c’è come una scocca di cartone. Tamburellandoci sopra sento risuonare una cavità. Premo: il cartone è cedevole. Mi sento di una

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vulnerabilità totale. Una forbice mi potrebbe smembrare con estrema facilità. Adesso ritorna quella paura. Quella paura di essere vulnerabile, non abbastanza forte per affrontare la vita che verrà. Anche allora facevo così, nei miei anni di vita riarsa, completai vari cicli con la sensazione costante di aver saltato delle tappe. Con la paura di non avere più strumenti per sopportare il peso del mondo. Per paura di non avere abbastanza fantasia per sfuggire la realtà sfuggii la realtà con l’unica fantasia che avevo a disposizione: la vita. Durante la vita, cercai di fuggire con la fantasia: la fantasia di non avere vita, la fantasia di non avere alternative alla vita. la fantasia di non avere fantasia. Sfuggii la vita con la fantasia residua finché la fantasia un giorno mi prese fino a diventare obbligatoria e non c’é più strada per tornare e neanche tempo, per tornare. Avremo strade e tempo e notti per tornare, ma sono quelle che a volte adesso mi portano il sogno di vivere. L’inganno, seminato sul tragitto a mezzastrada. Quello che sembra amore. L’amore della guerra e della pace, l’amore che distingue e che comunque finisce per diventare sogno o diventare vita, in piedi sul cornicione nelle notti di plenilunio oppure facendosi sorprendere centinaia di volte a sonnecchiare sul precipizio, a scuotere la rete di recinzione in fondo al giardino. Un sorriso da film in bianco e nero, da spiaggia di Pavese, confitto nelle estati della Riviera del tempo che fu, con carrozzelle e taxi seicento multipla. Una lunga notte durata più di cent’anni. Da allora millenni di telegiornali, di intrecci, di sembianze, finché non sono venuto via. Però ero con me, prima, capite? Poi mi sono lasciato. Mi sono abbandonato. D’improvviso il quieto vivere s’arricciò, fuggi da me, s’arrestò, e rimasi là, come un baccalà, di fronte alla realtà, all’immensità, all’imponderabilità e all’indescrivibilità. Il quieto vivere era là, presso di me, ma non era più me, una familiare alienità. Così nella città non mi trovai

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più, finii giù, diciamo nel blu. In che cosa consisteva il quieto vivere? Dovreste ormai saperlo, irridenti anime, parvenze che non siete altro. Ma come, direte voi, il bambino che eri si contorceva, accettava sfide, faceva carriera, viveva la sua piena vita spasmodicamente, di quale quieto vivere si parla? Di essere dentro il racconto, amici. Fu questo che mi accadde: un click. Fine del racconto. Perfino il faccino che mi osservava dal bordo del letto, quello che mi aveva fatto credere per un attino di poter vedere qualcos’altro oltre a ciò che vedevo abitualmente, era solo un raccono. Era una rappresentazione. Capite bene come la cosa mi potesse agitare. Volevo venir via da quel teatro. Tutte le pagine, tutto quanto vi ho raccontato, di come ero, di come credevo di essere, di come sembravo, di come avrei voluto essere, di come avrei potuto essere, di come sarei stato, di come fui e perfino di come sono, sono servite solo a darvi uno spessore, un piano del palazzo. Il contenuto non conta niente, tutto è solo trama, ordito, livello di un gioco di infinite bucce di cipolla. Così, abbandonato da me stesso in questo deserto, marooned, come dicono gli inglesi, pensando forse in un primo tempo ad una punizione, in questo deserto dove io mi sono condotto secoli orsono, dove ho rivisto ed abbandonato le mia forma personale, quì, in questa lontananza e castigo e impossibilità di ritorno, ho scoperto la libertà. La libertà di liberarmi e librarmi nel pensiero che interroga e che non fruga tra ciò che conosce per trovare le risposte. Mi giurate, anime pietose, che tenterete anche voi questo esperimento? Che proverete se non altro a guardare i vostri pensieri come francobolli appiccicati, come è accaduto a me? Me lo giurate? Se lo farete, vi accadrà di scoprire che tutte le bucce sono in un certo senso bugie, ma man mano che ci si avvicina al centro le bugie sono sempre più sottili e trasparenti. Il gioco, o l’esperimento, è quello di rimuovere successivamente le tonache della cipolla, fino ad arrivare al centro. Ma se la metafora non ci inganna, al centro, una volta rimossa l’ultima, sottilissima pellicola membranosa, niente più cipolla. Il centro

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ora è il fuori, il tutto. Sì, sì, decisamente il gioco dei saltelli funziona. Se saltate veloce, e vi voltate indietro, potrete vedere voi stessi nell’atto di saltare. Non state lì a guardare, provate. Succede a volte che oltre il vetro di quella presunta realtà da cui mi guardate (se ancora mi state guardando) osservanze mi osservino, mentre disperso in incunaboli mi accingo a faccenduole di poco conto, inconciliabili col traffico di città, ottimo veleno dell’intervallo tra pavimenti scivolosi e meandri della memoria. Ma inconciliabile anche con questi deserti e queste montagne a perdita d’occhio, in questa fissità che mi nasconde il mare, nel quale tutto cambia e tutto si muove continuamente. Il mio guardare in quella direzione è cambiato. Capite? percepisco il movimento. Percepisco che qualcosa è in movimento. Anche il mio passato è cambiato. Facendo l’esperimento dei saltelli, tutto può essere diverso, perfino le mie antiche mattinate lavorative: mi vedo con la mia ventiquattrore, scivolo sulla curva del sole alla fermata dell’autobus di colpo asperso nella luce di Dio tutto che versa nella Direzione anche solo per un istante non dire non dire non definire non significare non descrivere non rappresentare non ascoltare tramestii da dentro destarsi continuamente ripetutamente dal sogno.

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Ho ripetuto a lungo i saltelli e debbo dire che con l’andar del tempo qualche risultato arriva. Da principio non succede niente perché gli occhi restano attaccati ad un oggetto e quindi la continuità dell’asse occhi-oggetto attiverà una carica bipolare che farà ruotare il contesto nello stesso momento in cui il saltatore si sposta. Poi, in genere, possono verificarsi tre eventualità: i movimenti del saltatore si fanno così imprevedibili che il contesto non riuscirà a seguirlo. L’asse che lo legava all’oggetto si infrangerà o diventerà elastico. Oppure il saltatore riesce a disattivare la carica, svincola lo sguardo dall’oggetto e il contesto rimane fisso. In una terza ipotesi il saltatore utilizza l’oggetto come perno e fa ruotare il contesto pur rimanendo fermo. In ogni caso, a questo punto il saltatore disporrà di numerose visioni del contesto e piano piano potrà scegliere tra una gamma relativamente vasta di condizioni, applicando delle chiavi, che potrà chiamare con

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nomi di suo piacimento. Il gioco sarà piacevole finché il saltatore non comincerà a chiedersi da dove proviene la particolare fisionomia di queste chiavi, da dove quella moltitudine immensa di diversità, riferite tutte ad un unica piccolissima realtà, come se il “come” non solo fosse infinitamente più grande del “cosa” ma addirittura lo contenesse. A quel punto infatti le cose si faranno dure per il saltatore che, se vorrà giocare con impeccabilità, dovrà continuare a saltellare anche quando quasi tutto gli suggerirà di smettere, e gli sembrerà di non riuscire a padroneggiare le sue chiavi. L’altro ieri ho saltellato quasi tutto il giorno: ho cominciato al sorgere del sole e mi sono coricato dopo il tramonto che esala dietro le montagne all’orizzonte, dal lontano confine di questo grande altopiano che chiamano Kamaral. Oltre quelle montagne c’è il mare, dicono. Anche se, capite bene che il mare è una parola. Ma torniamo al nostro saltatore che non padroneggia più le sue chiavi: se avrà la sventura di voler interpretare in chiave psicologica l’accaduto, troverà sicuramente qualcuno disposto a convincerlo che a produrre le chiavi è lui stesso, e lui con buona pace finirà i suoi saltelli su un lettino e, per bene che gli vada, potrà diventare al massimo un esperto applicatore di tre o quattro chiavi, di cui poi userà abitualmente solo la più appariscente, e procederà beatamente nella sua ignoranza. Se invece continuerà i suoi saltelli, il saltatore continuerà a scoprire nuove chiavi, finché un giorno, quasi per caso e sicuramente in modo inaspettato avrà una rapida e fugace visione: una piccola e luminosa scia di polvere d’ottone, limatura di chiavi ancora sospesa nell’aria... Allora la scoperta sarà prossima: se c’è limatura di chiavi, c’è anche un artigiano. Sarà a questo punto che decine di amici cercheranno di dissuadere il saltatore dall’inseguimento, portando innumerevoli prove che dimostrano che il fantomatico artigiano non esiste. Sulle prime non è simpatico. Neanche antipatico, per la verità, ma

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sostanzialmente indecifrabile. Non si può dire che noi a lui appariamo altrettanto indecifrabili anche perché non sembra neppure rendersi conto della presenza di alcuno. Sembra non capire nemmeno le cose più banali, come la differenza tra “diritto” e “storto”, ma questo è un problema accettabile, per un saltatore. Le cose si fanno più complicate quando ci si rende conto che non capisce nemmeno la differenza tra “plausibile’ e “assurdo” o tra “vero” e “falso”. Per non parlare poi della differenza tra “tutto” e “niente” dove il mitico artigiano non solo nega di ravvisare qualche diversità ma addirittura si fa beffe di coloro che tentano di fargli comprendere questa banale e sacrosanta verità. Tutto é. Solo ciò che non è, non è. Banale? Chiedetelo a Parmenide, oppure a Heidegger, e vedrete l’intero orizzonte di risposte possibili. Può accadere a questo punto che l’artigiano venga scacciato (è sufficiente sospendere i saltelli), ma può anche capitare che il saltatore scorga la caratteristica fondamentale dell’artigiano, che è quella di render vere le cose false e viceversa, a suo piacimento. Accade così che qualche saltatore cominci a seguire l’artigiano e si ponga nella disposizione d’animo per apprendere i suoi segreti. Ovviamente, in questo caso, le esperienze individuali non servono a spiegare quasi nulla, giacchè l’artigiano appare ai suoi frequentatori con diverse configurazioni (tutti, d’altra parte, comprendono che non potrebbe essere altrimenti ) e con tutti applica metodi e procedure differenti. Di certo si sa che lui ritiene ogni cosa possibile nel senso che veramente ritiene che ogni cosa sia veramente possibile e che in questo risiede la sua forza, ma d’altra parte questa informazione è pleonastica: chi lo incontra, ha dovuto superare la durissima prova dei saltelli ad oltranza, inseguendo una meta negata da tutti e può pertanto a buon diritto ritenersi uno sperimentatore dell’impossibile. In qualche caso,

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avviene poi che l’artigiano sparisca alla vista, ma solo ai meno esperti, che ancora non sanno che egli è tanto più presente quanto più è altrove. Un’ altra caratteristica ascrivibile all’artigiano è che egli è perennemente transitante. Quantunque questa informazione non sia di alcuna utilità per la ricerca, ha sicuramente il pregio di non voler dire con una parola che cosa è, limitandone, come tutte le definizioni, la sua vera essenza; dire che l’artigiano è transitante, significa soprattutto descrivere l’area (o il modo, ma è lo stesso) in cui vive. Ancora una volta il come sembra più adatto del cosa a fornire una indicazione. Addirittura, per estrema lettura, si potrebbe vedere l’artigiano come una delle chiavi. E probabilmente è così, ma mentre tutte le altre porte che vengono aperte immettono in una stanza, quando si adopera questa chiave viene consentito l’ingresso ad una torre di vetro, la cui pianta è analoga a quella delle altre stanze (se non per il fatto che le moltipli ca a dismisura), ma il suo sviluppo verticale è immenso. E non è tutto. Man mano che si sale (o si scende) diventano visibili analoghi piani per tutte la altre stanze, quelle che prima, pur dopo aver saltellato a lungo, ci erano sembrate semplicemente tante sfaccettature della realtà. Vi assicuro che grazie ai saltelli succedono queste ed altre meraviglie come quella di confondere il trovare e il perdere che, tra tutte le confusioni (o meglio i superamenti delle distinzioni) è la più desiderabile. Ed a proposito di distinzioni, visto che il personaggio è un transitante, va detto che non conosce la differenza tra entrare ed uscire, ma a pensarci bene anche questa non é una notizia nuova. Tutti sanno che quando si entra in una stanza si esce da un’altra necessariamente, quindi forse per quanto concerne il nostro artigiano, é più calzante dire che non fa distinzioni fra dentro e fuori. Ha in sostanza eliminato i confini tra i brandelli di una realtà senza sinapsi, come la vedono i non saltatori, ed ha ricostruito una enorme scacchiera di possibilità che in continuazione si moltiplicano e ne generano altre. Ma il fatto più curioso è che

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questa nuova percezione crea nuove regole per il gioco: ciò che prima era centro diverrà un punto qualunque di un universo multicentrico ed inoltre ciò che un tempo, prima dei saltelli, era punto d’arrivo, adesso è solo passaggio. Per esempio, l’appartamento in cui vivevo da bambino, in un’Italia vecchia e in bianco e nero, le millecento, la luce che entrava a righe attraverso le tapparelle nella stanzetta al terzo piano. Era sabato, un giorno di mercato. Le voci degli ambulanti in lontananza e il rumore dei tacchi delle signore sul marciapiedi. Nessuno mi ascolta, nemmeno io mi ascolto. Neppure questi ricordi vividi servono ad alzare la mia soglia di attenzione sul passato. E’ bastato pensarli per renderli inermi di fronte alla loro degradazione: sono una stanza, neppure, la parete interna di una stanza in quell’architettura incredibile di cui dicevo prima. E una percezione totale dei fatti non è possibile, in una visione così molteplice. E’ bello? E’ brutto? E’ soltanto ancora un pensiero. E’ un pensiero che mi fa pensare di non dover pensare. E’ il pensiero che mi dice: non basto più. E io gli dico, scorri, ma lui si sdoppia. Da una parte s’inchioda, dall’altra scorre. Da una parte c’è il non voler pensare, dall’altra c’è la gioia del proprio pensiero; da una parte il non voler pensieri, dall’altra lasciar viaggiare il pensiero. l’una è urbana, l’altra contadina (vecchie cerimonie); l’una è connivenza e convivio con la malavita e l’altra è la campagna e la lealtà. E mi metto a scrivere. Mentre scrivo quello che ho scritto emerge la sensazione di capire tutto il non detto delle righe. Man mano che scrivo non posso non immaginare la loro altra lettura, così rimuovo all’improvviso i pensieri; per ricostruire ciò che ho detto fin qui, ho dovuto fare molto: man mano che scrivevo scoprivo il gioco che voleva tornare a quando io non capivo...ecco, ecco, anche adesso succede! E io non riesco a ritornare a scrivere perché mi stanco della penna, che continua a scrivere malgrado me, e viaggio dall’altra parte.

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Adesso che ho scritto tutto...no...che dovevo...no, ecco, ecco...mi posso rilassare perché tutto è andato proprio nell’ordine che volevo e sta gradatamente con dolcezza tornando alla realtà ed al suo tipo di compiutezza vera, sta tornando vera con una dolcezza veramente senza limiti e le fasi che conducono alla normalità sono infinite, sempre indietro, senza limite, indietro... Non si può tonare alla normalità di pensiero in cosi tante fasi! Ho la sensazione che sia tutto vero. Tutto. Tutte le descrizioni, tutte le rappresentazioni, anche le più menzognere. Tutto vero. Cioè, la pasta di cui sono fatte ha un preciso statuto ontologico. E presente nella realtà. E’ la prima rilettura che faccio da quando ho iniziato a scrivere, e spero che si capisca quello che ho detto (e penso: “quello che ho detto” e il pensiero si stacca nuovamente, a stare a significare che non vuole ammettere che è ancora vittima di se stesso); è un gioco che non reggo più: il gioco che mi si vuole svelare e io che non reggo più, ma voglio continuare anche se so come è, perché ogni volta intuisco come è, ma ogni volta i pensieri ricompaiono diversi e viene voglia di seguirli nella loro forma specifica perché ognuno ha il suo curioso meccanismo anche se ormai si ha la chiave per capirli di sicuro tutti. Sono riuscito a scrivere di filato quest’ultima parte (adesso corre veloce la mente). Di filato, perché riesco a coordinare braccio e mente: al primo una scrittura, alla seconda un pensiero contemporaneo e diverso da ciò che viene scritto, è il vero pensiero, libero, mentre invece di solito il pensiero comanda alla scrittura. Peccato che ciò che penso non resterà scritto. Ma così è il pensiero. Adesso il pensiero va più forte...se voglio scrivere tutto devo far coincidere le loro velocità, Perché se uno prende ad andare più forte l’altro resterà indietro! se ne vedrà scrivere solo una parte...adesso...accelera....; piano! piano! piano! piano!!!....... Adesso tutto si è calmato. Penso a quando mi troveranno morto con accanto questi testi cristallizzati, simulacri di comprensioni che invece sono paraocchi. Adesso, ridendo, mi viene il terrore di non riuscire più

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a fermarmi, ma vedo che i tempi coincidono, con calma, e penso che prima ho scritto velocissimo. Tutto adesso è mediato, non c’è più problema, non vale attendere. Posso riporre il taccuino. E tutto sarà interpretato a partire da un matrimonio nel dopoguerra? basato su quello? E’ bello prendere un punto qualunque del passato, e vedere che è l’effetto di un sacco di cose successe prima, e la causa di un sacco di cose successe dopo. Non dovrebbe essere difficile da questo ricavare informazioni sul presente. E’ una sciarada per voi, anime sempiterne. La mia vita qui è ciclica, va e viene, oscillano le coincidenze del tempo pensiero penna. Adesso quasi c’é, infatti ... Adesso torno al pensiero ordinario; va proprio bene; puoi (è difficile, animulae, ma se vi impegnate potrete anche voi) arrivare ai lapsus che sono degli istanti in cui la penna e il pensiero nel cielo volando veloci e sicuri incrociano le loro direzioni e si scontrano, sobbalzando; adesso invece è come se il pensiero fosse sotto il quaderno e facesse il negativo dei miei movimenti; ma il pensiero é il mio e non é così marrone: scimmione cattivo che non mi appartiene, i guardiani dello zoo dicono scusi scusi non avevamo capito il gioco, ora di nuovo ricopio tutto il pensiero pensato e lo rimetto a posto, come quando ho parlato del nulla non dicendo nulla, e mi sembrava d’aver saputo collocare il problema nel modo giusto. Ho visto, rileggendo, la totale mancanza di poeticità che può avere questo pensiero ad una rilettura del profano che mi troverà morto che quindi non potrà capirne il significato; io stesso ora non lo ricordo forse più, e ho paura di leggere perché ammetto che non ero cosciente, mentre scrivevo, infatti non conoscevo i contenuti della mia mente. Ma sono solo sprazzi di lucidità. Vi sembra un paradosso? Ma allora non capite, anime misericordiose? Non capite come il nostro bisogno di possedere il cosmo ci racchiude in un cesso? Come è sbagliato avere un solo universo a disposizione? Noi vogliamo far stare tutto nel nostro universo. Ma gli universi sono infiniti. Capite perché pensare ci terrorizza? Allora capirete anche perché abbiamo in-

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ventato qualcosa che gli assomiglia molto, ma non è pensare. E’ un po’ la stessa differenza che c’è tra fabbricarsi una vanga oppure dissodare la terra con una fotografia. Ora, liberato da quelle forme, sperimento una libertà nuova, di un colore porpora. E’ una libertà che quasi mi assilla: ogni momento sembra che smetta e poi mi prende con la frenesia, ma fa niente, vorrei che non mi prendesse la mano, vorrei che si capisse tutto, tutto tutto come l’ho capito io stasera, anche se so che c’è qualcosa di meglio perfino di questo. Però questo è ciò che arriva. Allora ho ripreso per solidarietà verso..., o perché ancora affamato, così da dover continuare a scrivere. Lo dimostra il fatto che adesso smetto. (dice lui) Ma proprio adesso cambio posizione e rivedo tutta l’interpretazione di me e me schizofrenici, lo vedi, proprio quest’ultimo che è venuto, e allora devo dire che c’è tutto: io e io (mi rendo conto da uno stadio successivo al mio che questa è una fase più evoluta della mia storia personale e che non è che una scusa per giustificare loro, i pensieri). La voce che interrompeva prima, diceva che c’è uno stadio razionale nell’evoluzione, e diceva che c’è un pezzo di prima, che semplicemente era suo... Torno a vedere... Diceva che l’interpretazione di me e me viene da uno stadio precedente, ma mentre diceva “da uno stadio” s’è fatto avanti quell’altro che poi ha preso in mano la pagina precedente. C’è troppa gente qui...non si riesce a tener dietro a nessuno. Questo pezzo è la mia vita, sono io, siamo noi, almeno fino ad un certo punto. Siccome ha riassunto dei momenti, e più parti di me, mi sembrava schizofrenico ma la terza ipotesi è quella razionale, l’ultima, quella di adesso, mentre la mia vita sta continuando, ne continua anche il racconto, le fasi sono le mie colpe, le loro verso di sè, le mie verso di me. Ma no, ma no...colpe è un lapsus... è solo un’altra chiave, un’altro livello, un’altro pensiero di colla... non andrò mica al futuro con le interpretazioni su di me, visto che le fasi del passato me le ha già date tutte, maledizione, bisogna che la smetta per forza. Con raziocinio.

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Andar al futuro; andarci, così riprendo il quaderno e ricontinuo, anche adesso sono proprio un dattilografo che aspetta e lui, grande, che mi sta dietro e per incanto mi da qua una quarta fase: io io; io lui; mi sta facendo un regalo! mi sta fornendo tutto ciò che dovevo scrivere, ecco, già fatto, cazzo, ma per altri capisaldi, che sono le fasi che io forse non conosco, ma saranno preziosi temi di riferimento per i miei seppellitori. Per voi, anime a cui la sorte ha consegnato il destino delle mie spoglie. Mi sono alzato perché avevo paura, volevo rileggere perché ho paura di non capire domani. E l’ultima fase, razionale, è questa, per ritornare a fare il discorso della mia vita, è il coperchio del bidone, affanculo i significati simbolici che è tutta la sera che mi rompono i coglioni, nel senso dell’ultima sezione, la più piccola, che è anche l’unica che si fa premura di interpretare, era logico che non si poteva andar nel futuro, però l’infinito voleva dire momenti infinitesimamente più vicini a me e tra me e me, ma mi accorgo adesso che sono in movimento e allora raggiungermi devono essere cazzi.

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XII

E da lontano, da strani orizzonti di confine, al limitare delle terre del Kamaral, si staglia il grande vaso cromatico. Guardando dal promontorio, accade talvolta che la chiassosa anomalia delle voci vada ad escludersi, adombrandosi nel putibondo virulento vernacolo dell’indistinto, accecato dal clamore impazzante dei mordaci cromatismi della piena luce, mi tuffo nel guizzante postribolo di perversioni visive, che è solo protasi della visione, così come il sesso perverso è una fase antecedente al sesso, quantunque alcuni lo percepiscano come una esagerazione (quando invece è il semplice sesso l’esagerazione massima possibile) così come la piena luce dovrebbe consentire una esagerazione della visione, episodio che invece si crea definendone il campo di moderazione. Ossia, è vero che il sovraccarico di vibrazioni della piena luce esagera la percezione, ma non la visione, che è esagerata quan do è perfetta. La visione infatti non è questione di quantità, ma di qualità, e quand’anche vi fosse una esagerazione di compiutezza, questa non potrebbe mai negare, ma caso mai perfezionare, la sua forma primordiale.

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La piena luce, eroica e seducente perversione, procede con una ottava discendente fino alla visione, punto intermedio, shock, che dichiara finalmente che ciò che abbiamo sentito, c’è. Che ve ne sembra, animucce? Se volete si tratta di una banale ed umana forma di contatto, ma totalizzante, e pronta ad aprire porte su zone oltre il reale, anche se la visione è divenuta un vostro patrimonio, un patrimonio degli uomini, che anziché rimanerne semplicemente vittime, se ne sono fatti anche produttori, strappandola al suo contesto di possibile legame con mondi superiori, comunicando attraverso di essa. Il guardare è pieno di trappole a tal punto che, povere anime, vi ritrovate un disegno più grande di voi, un disegno di totale sconcerto, di vacuo tentativo di definire attraverso descrizioni sempre più raffinate, sempre “più vere” e quindi mai vere. E’ la trappola: non si può, non si deve più credere al latte nutriente che abbevera gli occhi. Questo bel circo equestre non solo permane, ma procede nel suo perpetrare la simulazione: dopo che le rappresentazioni hanno acquistato una dignità propria, emergendo dall’ ineffabile disegno che le relegava in un ruolo, e diventando esse stesse oggetti, con pari dignità di tutti gli altri oggetti presenti sull’orbe terracqueo, esse ripiombano ciclicamente, ed oggi con una maestria senza precedenti, nell’oblio dei segni morti, pallidi simulacri di una realtà che è già essa stessa morta, immagine riflessa ed infima parte di un tutto o di una infinita serie di “tutto”. Spaventati? Fate come me. Quando mi spaventa la globalità, trovo rifugio nel dettaglio. E la continua ricerca di chiavi mi porta ad isolare anziché singole porzioni, singoli elementi presenti nel tutto: una indagine che anziché essere parcellizzante ed esclusiva, è selettiva e sinottica. Sfizi da intellettuale? Provate voi a essere in punto di morte, e poi sappiatemi dire se la vostra indagine in quel momento non è selettiva e sinottica. In che senso? Che bada solo alle cose che contano, e solo ad un certo livello. Per morire ci vuole classe. Vi stupisce che un povero

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cretino, un uomo in fuga dal mondo come me, ci sia arrivato? Beh, non è stato facile. Con il tempo, esausto dalle continue preoccupazioni, dai dolori lancinanti, dalla fame, dalla paura dei fulmini, delle bestie e della continua solitudine, davanti a questi spazi che mi sovrastano, di fronte alla paura non tanto del giudizio divino, ma dell’insondabilità dei suoi progetti, di fronte al rischio di morire di tutto questo, ho cominciato a fare quei benedetti saltelli, che mi permettevano di osservarmi mentre tremebondo e bagnato di pioggia nella mia caverna, digiuno da giorni, e appena sfuggito agli incubi più feroci, mi rincantucciavo come un feto in un meandro, ed aspettavo che il sonno o una belva o uno spirito ponessero fine al mio dolore. Oppure mi osservavo quando, sfuggitami una preda, mi arrabbiavo e, furibondo, arrivavo fino a farmi del male percuotendo le piante e le rocce per l’ira del fallimento. Mi osservavo quando, compiaciuto per la giornata e per la cena, in un luogo tranquillo e riparato, mi godevo la fine dell’inverno e l’inizio della stagione dei frutti, quando mangiare diventa assai più facile. Osservavo il mio senso di fiducia e di sicurezza, affidato a semi, a piante, a ruscelli. Vi sembrerà strano, anime forestiere, ma una parte di me si staccava da quelle scene, si sollevava e guardava. Il povero corpicino bisognoso frignava, guaiva e mugolava. Si dibatteva come un embrione liberato dell’uovo. Lui, il mio povero corpicino fatto di pensieri, lui, di cui conoscevo ogni punto debole, ogni ruga, ogni dettaglio, lui che un tempo veniva nutrito, lavato, unto, rasato, pettinato e profumato, vestito con vestiti il cui solo nome riscaldava e dava forza, abbellito con sete, vigogne, lane pregiate, pellami, gioielli, macchine per misurare il tempo, per spostarsi, per fingere di essere altrove, lui ora si dibatteva e mi chiamava. I miei

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ricordi, le mie emozioni, le mie sensazioni, mi chiamavano. Non volevano essere dissipate nel vento. Lui che una volta ero io, mi voleva ancora presso di sè. Ma io non ero più con lui, povero cuore. O meglio, lo ero ogni giorno sempre di meno. E paradossalmente, col crescere di questa lontananza, le sue esigenze non aumentavano, ma sembravano anzi diminuire in ragione della mia distanza, come se, ormai certo della mia sordità, lui accettasse con docilità la sua sorte. E improvvisamente, dal tempo indecifrabile, provengono frasi, canzoni, e il corpicino che dice, canta, tradisce e alla fine si genuflette, si placa, si redime di fronte alla sua divinità in procinto di punirlo, di fuggire da lui, di perdersi definitivamente tra le braccia di un umano che sappia non appellarsi ad essa e per questo, come lei, divino. C’è un’accezione di questa parola che nel parlar comune è quasi paragonabile a “sublime”. Ma non c’è niente di più dissimile del sublime dal divino. Divino è tutto ciò che in abiezione o in magnificenza proviene da un divus latino, spesso invischiato in svenevoli giochi di potere, e quindi propenso a raffrontarsi con l’umano, distante ed immerso nella realtà. Osservo. Accade adesso, che da lontano si facciano vivi tutti i più concreti interpreti della realtà: non vi è alcun motivo perché non debba essere così: altre tracce, lasciate perdere altrove, rimandano a quel fiume distratto di pervicace invidia, di debole e rassegnata resistenza, quasi una convinzione di ineluttabile sconfitta, e quindi tutto sommato, una arrendevolezza già presente fin dall’inizio, fin da quando la voglia di interpretare, cosi presente nel periodo estivo, quando mosche ronzano e pretendono attenzione, induce a sfruttare quei pochi giorni sotto gli abeti o altrove, a concentrarsi su quello, sempre su quello, sulle potenzialità segnaletiche contenute in ciascuna cosa, in ciascun gesto, in ciascun volto. Quel muschio ha un colore identico al suo odore. Se fosse più bruno, non saprebbe così di muschio; sarebbe inquinato da una infinità di richiami che reca tutto ciò che secca, che imbrunisce o si inaridisce, si

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concia, si prepara ad una lenta ma inesorabile idea di trattamento. Si, in questo senso il bruno è l’odore del trattamento, ci rimanda alle ruggini, al fogliame, al marciume, ai cuoi ed ai pellami, alla vetustà delle architetture, delle mobilie e delle sagrestie, a cocci africani e a bevande, infusi e decotti, ai vini vecchi, alle frutta secche, allo sterco, alle argille e ai semi, ad antichi bauli, soffitti a cassettoni, vecchie valigie, ai legni stagionati o impregnati di mordenti e turapori, oli di lino e gommelacche, cere, vernici e insomma tutto ciò che contribuisce a dare un effetto; di invecchiamento, di protezione, di miglioramento, come il vinsanto o il marsala, o il tabacco come tutte le varianti autunnali, quell’ultimo grido che la natura fa prima della macerazione nella lenta nigredo dell’inverno, quell’ultima pazzia, quel lento accartocciarsi rifiorendo nella siccità, e con quell’ultimo grido risveglia a nuova vita erbe giovani, che rispuntano alle piogge d’autunno dopo la siccità. Ma sorvoliamo sulla fine e sul principio, concetti troppo avulsi dal durante, quello che ci sta in mezzo, tra il principio e la fine, e che, malgrado tutto, ha sempre una sua certa importanza, se non altro come periodo in cui ci è dato di cogliere dei segnali della presenza di effetti. Avidi protervi interlocutori mi destano: non sono forse qui per asservirmi alle loro indiscutibili profferte? Dietro alle rocce, più lontano sulla spiaggia stanno accovacciati due giovani desideranti, è percepibile il loro anelito fin da lontano, desiderio di configurazioni per loro rassicuranti: si immaginano sani, innamorati, forti, sicuri. Non era così, per altra gente che ho conosciuto, rabbrunita e poi morta dalla dissolutezza della loro vita, dalla consunzione data appunto dal trattamento subito e di cui erano percepibili gli effetti. Ogni tentativo di impedire la manifestazione degli effetti, è negazione della vita (in quanto negazione della sua caducità), essa stessa effetto, manifestazione allocata in un contesto:lo scenario della vita è la terra. Bruna. E dall’osservazione della terra si evince come dal bruno

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della terra magmatica e primordiale, emergano mille sfumature, mille effetti, mille toni, le terre, fin ad arrivare ai colori. Ecco perché il bruno è la madre di tutti i colori, ne è sede primordiale e definitivo dissolvimento nell’indistinguibile bistro cosmico, annullante e definitivo, come la sovrapposizione di diversi simboli, così come sono i colori dell’uomo: simboli di colori; convenzioni cui assegnare il significato di colori. E’ madre e tomba insieme, come è noto, la terra; e tale è il bruno pei colori: una eguale potenzialità creatrice, una eguale, materna sorveglianza dei campi d’azione degli altri colori, dei colori, una finale analoga capacità di assorbirli tutti dentro di sè come la madre terra coi suoi figli, e divenire in questo modo sempre più uguale a se stessa, ma mai definitivamente: ogni nuova immissione, modifica nuovamente il miscuglio, ma non è che un lento processo verso l’indistinto da cui il piccolo colore sta portando il suo piccolo contributo. un contributo inutile, tutto sommato, ma identico ai miliardi di miliardi di contributi che formano il Grande Bruno. Quasi, tenuto conto dei limiti enormi della percezione umana (a cui si devono aggiungere tutti i rifiuti ad accettare visioni diverse dalla visione e perfino l’idea di visione come metafora) si potrebbe dire, anzi, lo si può fare certamente, che tutti i colori non sono che bruno con della differenti accentazioni cromatiche. Ma tutti i colori sono effetto, e il bruno è anche il colore degli effetti, dell’accaduto da tempo, dell’ampiamente manifestato; il clamore delle voci che dal fondo del rettilineo giungono indistinte, proviene in realtà da campi estranei alla coscienza, così come le tumide effervescenze della nebbia del mattino che annunciano l’arrivo del nuovo giorno a viventi inconspevoli, cui si nega l’accesso alla visione che a volte è atto consapevole, ed allora include drappeggi osceni di abiti talari, asfalto bagnato di notte, oscure latebre ricolme di inverecondia e di miseria, fuligginose cappe di spugnoso carbone, di più, carbone del carbone. Ma è inutile

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farsi illusioni. Neppure un cieco bendato chiuso in un baule a tenuta stagna le cui pareti interne siano state foderate di velluto nero, sospeso in una canna fumaria vetusta in una notte senza luna e che sarà ricordata per un lungo blackout, neppure lui vede nero. Più lontano, nel lento calcinarsi dell’estate, un riardere continuo di sterpaglie e di schegge di pietra...sì, anche nella più pura solarità trovan spazio i simulacri dell’ombra e del buio, nel manganese, nell’ardesia, nell’ossidiana di queste rocce che ricordano Lipari nella quale il nero-menzogna è valorizzato dall’incidenza del sole, pronto a riflettere i raggi più brillanti, a rifiutarli, e a inghiottire e digerire dentro di sè i meno cruenti. Fagocitati ma capaci ancora di creare dominanze: di caffè, di ametista, di sangue cotto. Mai più i vividi recessi della nobiltà fluviale saranno traversati da oscuri anfibi, mostriciattoli striscianti, perennemente umidi e scuri, protei al negativo illuminati da riflessi azzurrognoli di cascatelle notturne tra i muschi dell’angolo più dimenticato del giardino. Lì, di notte, anche gli animali compiono le loro azioni con animo disilluso, anche gli occhi di coloro che sopportano la luce solo dopo il crepuscolo, in questo recesso son venati da una lacrima opalina! il nero non esiste, se non per designare una totale assenza, e quindi un punto ideologico, un punto di non vista. Solo nelle convenzioni può esserci nero, ed in quel contesto sopporta il ruolo di vacuum cromatico, di non proposta. Il nero per convenzione è il più vero dei finti neri. Ho conosciuto chi meglio di chiunque ha indagato il nero, il luogo dell’assenza e della genesi, luogo (o non luogo) da saturare immediatamente, o con sadismo, più lentamente, ma sempre. Non permette individuazione. O ne consente una molto difficile, paradossalmente meno chiara; e la nostra vita oscilla sul bordo del nero, che è il luogo dell’indistinto e dell’indistinguibile, di ciò che è visivamente non presentabile, per contingenze o per decenza, è il nero del boccascena prima dello spettacolo, quando ancora s’ha da compiere la visione e soprattutto gli atti che la

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determineranno. Ecco perché il nero è il (non) colore dell’inespresso e dell’abbandono dello spettatore ai miti del ritorno alle origini e della fine coincidenti, è li, lo spettatore, solo con se stesso, in una attesa incolmabile, che lo costringe a contarsi i cuori e a non trovarli, nella solitudine che é spasmodica attesa di immagini, per far tacere quella metafora di colore, quel paradosso cromatico che per fortuna non esiste, traversato com’è dalla vita. E nero è colore dell’improponibile, non dell’indefinibile, dal momento che ‘indefinibile’ è valutazione che riguarda il mondo delle rappresentazioni, mentre ‘improponibile’ è ciò che per vergogna, decenza o discrezione o ritegno, non si vuole o non si riesce, o anche non si è imparato a mostrare ma é già in qualche modo configurato. Il nero e in questo anche lo scenario del dentro, di ciò che viene negato in primis dal suo possessore e successivamente anche socialmente negato. Eppure è condizione necessaria alla realizzazione di opere di macerazione, putrefazione e consunzione per fuoco, insomma è il territorio di tutte le strade che conducono al dissolvimento. Quindi preludio alla rinascita, possibile solo se preceduta da una preparazione dell’humus, preparazione che va svolta con animo concorde alla natura del gesto, propenso a soffermarsi sugli aspetti che alludono al declino, all’annientamento, al tetro disperdersi degli elementi negli elementi. All’inizio, nel magma primordiale, non esistevano i colori; il grande occhio osservante amava in quel momento più che mai l’indistinto, e laggiù, nel profondo vorticare degli abissi insondabili il suo artiglio di occhio raggio e anche di occhio scatola capace di illuminare e di contenere tutto, si beava e si contorceva; si trovava e si perdeva identificandosi e confondendosi continuamente in un adesso eternamente consapevole, nel blu eterno. Là, lassù, laggiù, là in fondo e qui, o lì questo onnipresente e onnivoro blu sempre più profondo, sempre più azzerante senza mai diventare nero, sempiterno e onnipresente ma freddo, non contingente, dinami-

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camente passivo, contenitore di eventi potenziali, infinito, l’occhio decideva di crearsi, di evocare dal blu che era in lui le sue manifestazioni e concentrare in microscopiche zone, che solo in quel momento divennero spazio, il suo efflato rappresentativo. Quello é il colore dell’assoluto e dell’indecifrabile, non presente nel mondo; Nel mondo esiste solo il calchiuit, così come viene chiamato dai popoli che ne frequentano le declinazioni più pure, come la sua perfetta intersezione col verde in un equilibrio che diventa identità, e che la gente chiama turchese, che è anche il nome di una pietra che si assume il compito di definirne lo spettro, non sempre con esattezza. Ma d’altra parte l’esattezza nel colore non esiste nella prassi, è un miraggio al quale le luce variabile proibisce l’accesso, regalando in cambio l’eterna vivezza dell’umana imprecisione. Mi faccio orrore, care sembianze che esaminate i resti di occhi, nervi, cervello, cuore. Mi dibatto in uno spazio incerto, vi va di seguirmi? Provate; incerto o no, lo spazio intorno a me cambia continuamente; nessuna descrizione è presente, eppure non posso esimermi dal perpetrare questa rappresentazione dove io sono autore e spettatore. Ma stavolta recito a soggetto. Salto e mi inabisso, vengo trasportato ancora negli spazi: il flusso di energia e consapevolezza si libra, si dibatte nel blu. Persegue il suo fine, si declina. E più lontano, avvolto dalle brume della distanza vi è un antico monte adamantino, della consistenza della carta velina nella nitidezza e insieme nell’indistinto della sera. Qui, sul lago di Como, dove mi richiama adesso la memoria, guardando i monti da Varenna verso la Svizzera, essi appaiono stagliati nel rosa carnicino del cielo caldo, che assume toni sporchi di grigio man mano che si torna con l’occhio verso la Brianza, ma quei monti levano la visione al largo, che è anche largo del cuore, la visione che ho sempre a in pianura, guardando verso la foce: da qui al mare, nemmeno un ostacolo; la campagna è la stessa, a pertiche o a giornate, sono sempre

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quei campi, quelle trattorie motel sulle statali con persiane avvolgibili, una pergola parcheggio sul piazzale, quelle rogge con i giunchi, quelle fabbriche che erano nuove nel sessanta, con la cancellata sul davanti, gommisti, autolavaggi, piccoli campi di calcio, strade sterrate in periferie verso i fiumi. In tutta la padana c’è sempre “il fiume” un Po, un Orba, un Serio, un Taro, un Ticino. Ma lassù, tra le cime, come nel poema panteista dell’alta Lombardia, la sera porta un insieme come mani che pregano di struggimento e di dolcezza, quelle montagne così stagliate e nello stesso tempo cosi confuse nella loro materia, eteree, distanti e di un colore quasi profumato: sono viola, si stanno polverizzando nella notte, sono laggiù, maestose e tristi ad assistere impassibili da millenni ad un ennesimo tramonto. Lì c’è il viola, il loro viola a testimoniare tutto questo. Il viola è un colore che va frequentato. Si deve percorrere la strada delle sue infinite voci, e per certo ad un tratto si incontrerà un prodigio. Certamente. Se esistono i prodigi, essi sono viola; cioè, di quel certo violetto bluastro, tipico dei prodigi. Quel particolare viola è d’ombra illuminata, come quando ad esempio le fronde degli alberi riflettono la luce su un soggetto in ombra. L’ombra è vibrante. E’ luminosa, è un’ombra che ci rimanda altrove, a pallide rilucenze crepuscolari d’altri mondi, nell’indistinta luminescenza del dormiveglia estivo in camere ombrose al primo piano, sul retro della casa, sotto un grande pioppo, quando con le palpebre chiuse guardate il muro a calce innanzi a voi quello è viola! E’ il viola che attraverso quel muro, o da quel muro vi manda agli spazi siderali, si, sì, non c’è dubbio, il viola è il colore del profondo e dell’altissimo, della vertigine, ma non legata allo spazio, dove il profondo è sempre blu, é il profondo dell’interno, il grande abisso che comprimiamo dentro di noi quando dopo che guardiamo il sole, ci schiacciamo le palpebre, ed allora a seconda della pressione, quella traccia di luce (un simbolo?) diventa verde in campo rosso scuro, oppure vermiglia in campo arancio, poi magenta, magenta

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purissimo, di più, ancora luminosissimo poi...per un attimo...viola, ultraviola prima dell’eccesso vibratorio o proprio durante il trasfigurarsi, così il viola è per l’appunto il colore del dissolvimento, ed ecco perché induce all’abisso mistico, poiché é il luogo della perdita del sè, della propria congiunzione con il resto. Mi muovo a stento in queste terre disseccate, ma i colori mi dissetano e mi alimentano come quando, rincasando nel tardo meriggio, attraversavo un lungo tratto di giardino ombroso, dove anche d’estate l’umido e l’ombra allevano muschi, foglioline scure e microscopiche, verdura sul terriccio scuro, umoso, fogliame odoroso raramente scosso, quasi incantato; ebbene, lì, tra quei verde scuri, in quell’ombra immobile, per voi occhieggiano cinque piccole corolle di un viola quasi spaventoso, per la luminosità: più del bianco, più di altre zone in cui penetrano triangoli di sole, di più. Il viola contiene la luce. Ma qualcosa da quella luce ci distoglie: è il suo contenuto, la sua sorgente, il suo bianco, il bianco che c’é al suo cuore, l’unico vero bianco, che frizza nell’universo. E nel candore si annulla, si protende verso l’assenza di istanze, verso il candore della rigenerazione, verso la riconquista di un inizio. Macerato il dolore, incenerito, dissolto tutto ciò che di matericamente pesante intasava i suoi cunicoli di verità, risorge in un’alba eterna, in un nulla che è potenza assoluta, infanzia del mondo, disponibilità a realizzarsi nel nuovo, nella verginità di un vuoto palpitante di proponimenti. Con il bianco della neve, dei panni cerimoniali, di una morte cambiamento che si compie e si redime dalla vita passata, acquista una nuova forza. Dal crogiuolo dell’esistenza fatta di opera e di preghiera sempiterna, la colomba del diluvio si lancia in un’impresa che è la madre di tutti i compimenti, una fine che è un’inizio, una morte assoluta della materia, che mostra come oltre la materia, prima e dopo la materia esista un’essenza inafferrabile, un fondamento pulito su cui costruire il riposo,

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il furore, il sogno divenuto realtà della redenzione. Dove finisce l’intuizione che non vi è nulla oltre la materia, e che il destino della materia è la corruzione e il dissolvimento, la si dilava il bianco e la sua rinnovata generazione. E’ il silenzio del corpo, è il silenzio della mente, come il foglio prima della poesia, la tela prima del dipinto, la rugiada neutra che ha la forza dell’infanzia del mondo, gravida di intenzioni soprannaturali. Qui culmina e finisce il percorso terreno. Il resto è silenzio. Ma la linfa celeste lo penetra. Dapprima come memoria della vita passata, come calore vivificante, come unione degli istinti bassi e dell’amore eterno. Dapprima ancora imperfetto per l’empireo, solo terrestre, incede, come una zingara bambina, nella sua sciatteria del dichiarare a chiara voce, nei suoi denti chiari e forti e nella risata chiara e rumorosa, nella sua sessualità infantile nascosta dietro occhi di ossidiana e dai riflessi d’oro della luce nel patio al pomeriggio, che riluce nella calura, si muove, dondola, è ciclica e ipnotizzante come i riflessi che vibran sull’onde. Sì, il giallo è il colore della vita, della vita dipanata in tutte le sue manifestazioni che noi chiamiamo appunto “vitali” e che sono un riflesso di quell’antico fuoco, e distante fuoco, quello che arse, arde, arderà e bacerà in un indugio altre parti del nulla, e nell’attimo in cui le sue labbra si allontaneranno si dipanerà il vivido giallo, croma dell’attimo eterno, dell’accadente, inesistente o irriscontrabile come tutti i legami con l’assoluto, se non nelle sue declinazioni. Ma tra tutte quelle, una conserva e ridefinisce i contorni della dimensione mistica, e rielabora per tutti gli umani il mito della presenza, allorquando all’ora del tramonto, come vogliono i poeti più retrivi, ciascun abitante della terra viene preso da struggimento e per un attimo abbandona i pensieri e semplicemente vive, e l’attimo successivo viene preso da struggimento, e prima di capirne il motivo, o prima di porsi nella dimensione di colui che deve capirlo, rivive, ed in quell’attimo rimane cosi sbalordito e attonito che subito dopo viene preso da strug-

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gimento, ma in quell’attimo, così come nella fascia di cielo arancione laggiù all’orizzonte e isolabile un piccolo riquadro di colore perfetto, totalmente solare, diurno e gioioso, ebbene, in quell’attimo di struggimento vi è il seme di tutta la gioia possibile, di tutta la solarità e di tutta la sincerità possibile, di tutta la felicità possibile. Si compongono insieme le istanze più bieche e le più nobili. La luce si scalda: mischia i peccati alle redenzioni. Come nel cuore dell’uovo, negli agrumi, nella gioia di un bambino che stende il colore preferito, di alimento buono, di nutrimento sano e dolce, di polenta celestiale, di pastosa reità, di sensuale pienezza gustosa. Il petalo eterno pulsa il suo pigmento nella vita vivente che ora viene ripercorsa in un istante, liberata dal male. A tratti si esprime: con un bacio, un leggero indugio, un fremito, depone un uovo che come lei è senza spazio e senza tempo, ma nel quale cominciano a dipanarsi le operazioni della vita e della morte. L’uovo, gravido di aspettative, si definisce, trepidante si da una forma provvisoria, un anelito che è già memoria lo pervade di fede, sotto la sua pelle vibra un preludio indistinto di vita, o solo di possibilità di vita: quell’uovo è rosso. E nel rosso si concentra il subbuglio della vita primordiale; Mai come nel rosso appare chiaro che qualsiasi colore può essere tutti gli altri; e se parliamo di un mondo di viventi, il rosso è il colore delle origini. Ma attenzione, solo il rosso nelle sue varianti di calore, vermiglione e ancora scarlatto, ma non oltre, perché il carminio, il magenta, il porpora sono colori d’altre sfere del reale (anche se di loro a quei livelli non rimane che l’anelito), dove corpi sottili indagano essenze di cui noi non siamo che riflesso, ed allora mistico, di apparizione o di icona asiatica, di un misticismo ancora da infrangersi, dove gli eventi recano menzioni d’altri cieli, preludi di silenziosi punti d’unione. Ma lassù, laggiù, nel rosso, dal rosso il magma gravido si contrappone all’indistinto, e nel performarsi alla vita nuovamente vi cede, prima

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di genuflettersi in uno spasmo caotico ma irrinunciabile della vita, il fremito di verificarsi, di non saper rinunciare alla definizione e poi ancora alla rappresentazione, ma stavolta di divino sole, di luce assoluta, di vita eterna ancora inaccessibile ma presente, palpitante sotto le cose, come una perfezione presente in tutto ma invisibile ancora, cancellata dai fenomeni, dal divenire incessante. La gloria dell’essere ci tocca, ma la pelle è troppo dura, la profezia troppo sussurrata finchÊ qualcosa ci sgretola e la musica celeste trionfa.

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XIII

In quanti siete rimasti? Quanti benevoli lettori sono rimasti accanto alla mia salma rinsecchita? Beh, se ancora c’è qualcuno, non si concentri tanto su ciò che ha trovato, ma su quello che non c’è più, che poi è ciò che conta di me. Si occupi della mia assenza, prima di tutto. Dove si tratta dell’assenza, nessuna piaga può essere ricomposta: è la trattazione stessa una piaga. E il silenzio metallico del vuoto di senso irrompe nelle fauci della semiosi: iridescenti sotterfugi anelano dal vortice a impegolare nei meandri della crudità il piccolo insetto che dalla falda della melodia ridiscende crepitando negli anfratti dei cunicoli, spirali dell’insulso indagare che fa discendere. Incravattate perverse presenze solcano i corridoi diagonali con un sorriso obliquo, lanciando occhiate sbieche con susseguenti contorsioni di monsieur Mondrian, sorpreso a masturbare piastrelle, pannelli ed altri veridici simulacri dell’esplicito inespresso, colui che tutto dona e, frangente di mille domande, tutto fa accadere, o se preferite, semplicemente accade.

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Ma quand’anche i conciliabioli di incaute vestigia si ritrovassero a solcare immemori tumulti, quale sarebbe la pietanza di un cotale riferimento al pasto osceno, al lercio riferirsi ad altre acque, quelle passate sotto i ponti, in cui galleggia il cadavere di uno sconosciuto che vogliono farci credere nemico ed invece soltanto pochi attimi prima simpatico ammiccatore da cassa di supermercato, nel sabato assolato, con i cabaret di pasticcini in visita alle monache dell’abisso, sbriciolate sul tappeto, uniche testimoni di un vernacolo abbrutito dalla vetustà. Più sopra, piccoli individui che, se percossi, si arricciano a sprigionare fermenti di placida viscosità, adombrate effigi di sapide indulgenze. Essi nuotano nei lavacri della torbida intesa serale, quando, in locali equivoci, equivoci equivoci si intrecciano a nitide comprensioni denominandosi in accomodanti compromessi di moderati fraintendimenti, trattenuti con ringhiante sdegno sulla soglia del guscio di lumaca. Ljuba attende l’arrivo della nuova stagione, ma alle sue finestre il cielo è ancora nero. Allora Ljuba telefona a qualche amico e tira fuori un vecchio gioco di società, e per passare l’uggiosa domenica d’attesa, legge il regolamento. Si prendano il sacchetto delle tessere rosse e il sacchetto delle tessere nere..... Capite bene che non può continuare. Il pensiero si stacca da me, ma si avviluppa sulle sue preesistenze. Capite? Confonde vero e falso. Cioè, non è che confonda. É che nel pensiero, vero e falso son fatti della stessa materia, anche se non hanno lo stesso statuto ontologico, probabilmente. Io mi avventuro, saltello, come mi ero ripromesso, ma non appena incoccio in qualcosa di conosciuto, un universo di significati si aggrappa a quel brandello di verità in crescita e gli rotola sopra, come un grasso pedofilo sopra una fanciulla. Devo sottrarmi al più presto a questo gioco. Devo muovere gli occhi in continuazione, non fissarli su nulla, non concedere mai che la visione diventi pensiero. Devo fuggire prima che i neuroni facciano il loro sporco lavoro. Devo uscire. Oggi pomeriggio

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ho camminato per un lungo tratto, abbandonando la grotta che fino ad oggi mi ha fatto da rifugio. Ho risalito per ore la china di una montagna rotonda come una schiena d’asino, con il desiderio di salire. Salendo, ho ricostruito le distanze immemori, fingendo di non riconoscere innoqui misuratori del presente, presenti a se stessi nell’atto di declinare il loro intervenire ineffabile, il loro rivendicare i diritti del lapalissiano apparire, nel tardo pomeriggio domenicale, quando famiglie monche, pregne d’incesti trattenuti, rincasano nei viatici dell’estate che piano piano comincia a corrompersi, a diventare pallida e assai meno prodiga di tumescenze, quando cani latrano nei cascinali, e monache invereconde recitan rosari fatti con ossi di pesca, e giovani educande edulcorano il distacco dalla casta verecondia puerile. D’improvviso, dolori lancinanti all’addome, indomiti bersagli d’un disadattamento che fu altrui, e che oggi giace come belva rapita dall’intento, come sapida pietanza privata del contorno e per questo percepentesi indegna, prosaica presenza di anaflemmi dell’Artusi, trasgressione inconfessabile all’inconciliabilità del domestico andirivieni, mentre si arrotolano tappeti e si stipano cibarie in ciotole bisunte. Il cieco torturatore d’istanze puerili è in sciopero, si dia dunque luogo ai mascheramenti! S’adombri il violento ridondar del coccige e si ascoltino infine le potenziali velleità del rigurgito di coscienza, dell’inviolata brama di tangibilità, unica certezza anche quando separazioni inducono a pensare alla dualità. Invece, una volta coagulate le membra, tutte le membra, arricciare mercuriali istinti nella stabilità del sulfureo, avvedersi nell’atto dell’essere presenti di quante modalità sono pronte per trascendere il confuso affermarsi attraverso la tattile ed effimera reità del corpo, materia infinita ed incline alla alienazione, all’inadeguatezza, eppure unico strumento disponibile per proseguire, e quindi ben accetto, se si esclude quel breve esitare, quel tremore mandibolare che prelude il mostrarsi, o il celarsi o il convincersi dell’assoluta indistinguibilità. Il nettare metallico dei duodeni strigliati dal forcipe,

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cola sulle visciole salmastre, accigliati mentori sarcastici si accavallano tra riloghe umide, proprio per distinguere, nell’angusta appiccicosità del tapis roulant, una via pesante come assenzio, dalle rilucenze settembrine, attende crepitanti fantini vittoriosi di manducati resoconti d’avvinghiati esecutori, mistificanti polli d’alabastro, mostruose leccarde impignattate d’untuosità atavica, d’ancestrale strutto intriso di poltiglia in cui virgulti di nuove idoneità si stanano e si deridono a vicenda, arroccati come sono, come siamo, in questa valle di laidezza inconsunta, di allusioni senza metafore, di piagati monconi di spiritualità sedotta e abbandonata sul sagrato della cattedrale in maggio, tra pietre del nord Europa, fredde e vagamente saponose, profumate d’angosciante igiene, vellutate indifferenze albergano tra mosche cancerose, sinapsi tra sineddochi sincretiche, ottenebranti sincopi d’un universo semiotico e estruso fuori dell’ano d’un semidio, compatto guano di viaggiatori celesti, fiaccatori del razionale, timidi suggeritori d’un altrove impercorso, impervio ed improbabile, improponibile all’impertinenza di impostori importuni; importa molto impartire importanti impressioni agl’improvvidi impreparati imprenditori cui l’impronta imprime un imprimatur improprio, proprio mentre la martora lecca l’orrida pignatta e si bea nella canicola inerpicandosi tra latebre diroccate, di maceria in maceria. La bestiola recita un rosario peloso, selvatico e criptico, prevalentemente attutito dalla concupiscenza del pane fritto, ottimo baluardo di stagnatori imberbi, oggi agevolmente proiettati verso la prima vera giornata d’autunno, e state certi che l’inverno non avrà frammenti di malleolo di morto nei turbinii delle sue nevischianti notturne folate di martirio, allorquando l’attesa di novizie si sperde nel disilludersi al suono del compitare in lingue foreste, in foreste di lingue per un contatto orale e silvestre, ninfe turgide si accavallano tra le tamerici, meretrici s’inturgidiscono tra i cavalli e tarme americane rodon paraninfi e cavallette tremano, nel vibrar cheratinoso del tendaggio organico, criptica sottolineatura di sul-

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tani lunatici, inane spossatezza del deturgore, espiantata malfidente sinapsi di voraci blenorragie e in fin dei conti splendida e madida rugiada che rorida riede da ridenti derive, deridendo denti radi, dirimpetto a derrate di risacca che incappricciate accartocciano chioccianti coccigi, putibondi velacri di carnascialesche rotondità pluviali, opprimenti metonimìe prese a prestito dal lurido fiaccatore del glottologico ed esitante incidente, cioè vigile, ma non del tutto abbandonato alla consapevolezza della veglia, quella veglia mesmerica di anime grasse, postprandiale estrusione di feci dal polsino della camicia, velata allusione all’erbivoro mistificatore di turgidi colletti di celluloide, bianchi e fintamente telati, che riflettono con effetto satinato un sole malaticcio e novembrino, come in un inizio d’inverno premilitare e post bellico, un sole rugginoso e prudente, ma vecchio, irrorava le nostre attese di virgulti impassibili, in attesa dell’ecatombe consumista, della catabasi elettrificata e del miserando convergere in fissità liquide. La modernità dei veicoli antichi, la loro protogenesi come un verificarsi nel quadro fenomenologico dell’incipienza, la misera pretesa di essere adeguanti, e come loro altri prodotti, altre fissità capaci di rispondere le solo loro risposte a domande immense, risposte fatte di materia di beccuccio che permette di suggere un barlume di latte simbolico e simbolicamente appagante, tra latebre di acquirenti e scannalature infinite di alluminio anodizzato illuminato da infiniti tubi di neon nei templi dove simulacri del potere d’acquisto si avvicendano alle barriere con sapida sagacia nel tempo delle fragole incallite, delle frottole ingiallite, delle infallibili notti con tramestii e trasferimenti di umori, dallo spesso al sottile e viceversa, su e giù per il corridoio con sinistre domesticità di notti prefestive, quando per casa i simboli combattono per la priorità di significante, e di solito si battono a colpi d’arcaismo, poiché nell’iconico la vetustà è valore. Ho condotto coscienze di pietrisco verso l’arrembante medianità del mezzogiorno, in cui le istanze si concretano e si rincorrono l’un l’al-

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tra attorno al desco, in attesa di cenni accondiscendenti di prelati acerbi, precipui fornitori di disparità nel redimersi al pane, al cotechino, al salsicciotto che parafrasando intercapedini s’incunea nei valori alterati della quotidianità, e diviene inarrivabile, intelleggibile ma soltanto per prova, come un metaprogetto di colesterolo, ma sapido, incolpevole e privatissimamente gioviale anche se nocivo e incolume nel suo declinarsi in fraintendimenti, pietanze, malattie, affermazioni di sé, e fedeltà alle tradizioni rurali, di cui non v’è più traccia, anche se la nostra liceità rifiuta di aver coscienza di classe, e lascia questo privilegio al non potere, che si arrende alla ricchezza e abbandona la veicolazione delle sue vicissitudini vissute nella pendolarità dolorante del mattino inquinato di Torino, del fognoso inverno norditaliano e nella massima aspirazione che è quella di fingere di trasmutare attraverso gli acquisti. La sostanza che trasmuta è l’amore, credo. Così penso all’unica che amai, ma la penso. Sento la sua voce preappenninica, libera di alludere nel cortile assurda vergine di limone santa lavandina d’oltralpe non c’e testo parola ordine che ti faccia riducibile ammenda o perdono o attenzione o altre strane generalizzazioni come abitare la morte o la malaria del suddito reticente che non assiste al varo di cartapesta delle molte autarchie presenti nel deserto irrigidito del suolo stradale nella notte umida e ferrosa di un giorno maldestro che affonda nel costume costante di negare e di protrarre altre insolenze come la mia che fu nostra e che adesso osserva e tace inconsulta vigile e maliarda come le resistenze soffici sulla juta sul pane e sul panettone occasionale e furtivo come il coito rimandato e poi consumato in fretta dopo la parvenza di albori e rumori insidiosi e interroganti sparsi sul divano delle ceneri e sul lavabo del gineceo abbandonato in penombra appena prima delle vacanze, non c’e tensione o conserva o altra suppellettile domestica che ti arrivi negli occhi tersi e paranormali che conquistano avari di odio la reliquia del tartaro che giace morituro e che arranca al netto di iva nel pretorio

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vuoto, con efebi che si attardano nei corridoi in cerca di cuoio e ferraglia per le loro integrità materiali e per la loro fortunata permanenza nelle relazioni faziose morte e vivaci dallo scimmiesco sfavillare di pulci al neon che ruotano bizzarre nel sapone intelligente che non sceglie e non fa proclami, che attende pazientemente di partire e assassina spazzole e fustini di detersivo mentre tu fai la doccia del mare e ti assumi responsabilità sul tuo medesimo corpo che vorrei chiamare mio e invece tracotante mi risponde solo dal suolo del subcosciente e dal fiumiciattolo di vernici che scorre dietro casa come un portenfant nucleare col biberon verde mela criptico e sinistro ma ancora alimentare e bonario se osservato in penombra e in assonometria, quindi una diagnosi precaria di piccola morte o vita simulata o di occasioni balneari a elettrocardio gratis perché batte senza benzina. Voglio arroccarti in pianura, voglio redimerti dalla ambiguità fluviale delle metodiche infermiere che sollazzano i malintesi con sagace zelo. Arriva prima o troppo il desueto amor proprio a rifilare i contorni di un sebaceo pane, di una cotica troppo a lungo desiderata e infine del mappamondo delle nostre vellutate piste, di noi artiglianti e traslucidi mentori, delatori del nulla e secondini di un vulcano tacito e putibondo, assicurante le doppie capacita del trifido, avvicendantesi con la di lui suocera, nella verginità ostentata e mucillaginosa delle fontane, dei recessi dove corrono a masturbarsi legulei e dove la farmacopea non trova ridenti coiti a suggellare il timido affaccio dell’ascensore, delle pattine e dei piazzisti che barcollano sui cornicioni del tuono bevendo sapide molliche di tumefazione, melliflue tappezzerie, multistrati di morte. Non vi é tasca, né poltiglia, né canarino capace di ridondare oltre i poggioli del velabro ottico vigente, a norma di approvanti vampiri grassi, che osservano e annuiscono percuotendosi il piloro con piccoli fuscelli di basalto cotto al sudicio maglio della verità, alle torride foglie di lattanti radioestesisti malfermi nel parlatorio dell’oste chimico, sogno

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realizzato di madri sdentate, di balie sieropositive, di nonne dedite alla spigola, alla cabala guatemalteca. Ogni vicolo ed ogni recesso attutisce questa lunga condotta di ruggine, sgretolata nella prima apparizione dei vortici di muffa, nel pallido brillio opalino delle spaventose deiezioni anali dell’ectoplasma vikingo, del suo muco afroasiatico arcano e antico. C’e vera moltitudine di accalappiacani e revisioni alla teoria del viscidume, tra pesci di linoleum e piatti di parmigiana di marranzane, tra codici e tumulazioni fiori sputano il loro nettare vulnerabile tra le cosce di martoriati ramarri dalla Prussia, e dal kazakistan provengono celluloidi avvantaggiate nel motivetto pomeridiano assaporato alle nocciole amare che non avviene per cose di poco conto ma soprattutto per cascine rigide e montarozzi di bucce grevi, testimoni di totani immemori che guardano questo secolo bucare l’ochetta ai natanti neonati che da sotto indugiano nel bitume della vampa ombrosa, nel cantico un poco limaccioso dei martelli contingentati dal ferraio che porta passi di poca passione per pulmini di tisici ululanti recantisi all’addiaccio avvinghiati alle camere di vimpelle come argani di carne gommata sul mattone delle piume inaridite. Non dire che tacita assembli vaghezze e torride riluttanze nel brodo della contingenza estiva: timorosi cuochi osservan di sottecchi lenticchie di morte fermentare col sorriso di ofelia nelle suppellettili più vaghe, più recondite ed incerte, nel loro brillio di tardo pomeriggio, quando sterili mongolfiere si ergono a propugnacolo della virtù morente e dialogano infette sulle differenze che ci assorbono, che ci trascinano dentro di loro come aneliti di malvagia fatalità in lupanari diroccati dalle viscide piastrelle di latte, dove i custodi delle piramidi mugolano assurdi, praticano canine sodomie nel piazzale riarso, dove giacciono laide schifezze in contumacia: brace di panni mestruali e smegma putrefatto nel cerume di porco. Si, mia adorabile e diletta farfalla giocatrice di svenevoli equivoci,

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abbandona la tua reità contraria alle livide osservanze di bestiali reazionari: accade a volte che il misterioso coacervo di afflizione contagi le moribonde pulviscolari inezie che assalgono il routinario incedere delle frattaglie, su binari di sferragliante ottimismo divelto soltanto a tratti da un imperturbabile antitetico responso: restano ancora, in quest’umidità notturna, sapidi velluti che mantengono il loro afrore museale nella conturbante visione di migliaia e migliaia di cieli neri sovrapponentisi, ognuno risucchiato dai parenti dello sposo e poi risputato altrove, forse per strade aliene pronto ad essere tostato, o sorpreso a spiattellar verità insulse a portinaie fintamente curiose, ingessate nella loro stabilita fluviale, cotte e tutto sommato come vergini nel mattino, abissi che sotto di loro si squarciano, giungono dai più vorticanti strapiombi legioni di pederasti sospesi nel mieloso ridondare delle stagioni tiepide, sommerse dal vituperio della lagnanza dai misfatti di vigili incerottati, da baristi attoniti, deflagrati nell’atto di mixare un daiquiri oppure sciolti dalla brutalità della connivenza, via, bruciati via, spariti, spariti via, scomparsi nel nutriente succo del sospetto, alieni al turgore delle spiegazioni ma malsani assertori dell’invisibile costo della prodigalità che mangia tutto il centro del convivio e ti sorride, o femmina mia, ti sorride dall’alto dei suoi cent’anni, celebrati alla svelta nell’inconfessabile ritorno di eroi da tirasegno, di famigliole assiepate dietro le aiuole, brulicanti di ossiuri cagati da un derviscio. Assisti dubbiosa agli sguardi in tralice, svergini le malferme mucose di nottole criptiche e dondolanti, nella spietata convinzione che l’ancestrale rinuncia alla probità sia per te simulacro di veemenza e monito per le opportunità latenti, pronte a foderare il cunicolo degli infimi mendaci tiratori di una melassa grassa, bassa e bionda da giorni tre. Ogni tuo cenno è un portento di vestibilità, ogni tuo desiderabile arcano movente si attornia di gotici suffissi, pronti a suggellare una morte prematura, ventresca di un’esistenza condotta da luogo a fatto, da mendace

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proposta a ridondante rinuncia. Segui anche tu le mitologie imperanti nel sottoscala: tremule pendici di rampicanti forre solforose, arruffate in cespugli di lapsus, in gomitoli di spuntini festivi: un orcio di latte nauseabondo, cacio e melassa di martora, ossa e cotiche di proteo nel verecondo far della serenata agreste, allorquando pastorelli sodomiti riedono al desco avviluppati di tralci calcinati dall’onniscenza e gravide nutrici si attardano nel borgo assediate da una ridda di trattamenti postumi, da spalmare sulla cute della salma, da incidere con prologhi sputacchiati a denti stretti e in definitiva già digeriti in forma di catarro metabolizzato, liquirizia, sangue, maionese, nutella, miele, liquido seminale e yoghurt impastati in un muco amniotico e premonitore, assurdo tripode dell’esistenza indotta a forza, con laide sconfitte agli eredi della emetica verifica, quella che ci fa rei o punitori o infine ci rende inclini all’assedio dei corpi smembrati, delle armi smontate in officine attigue al camposanto dove polvere di roccia insinua volute di opacità nei feretri di pane, nelle mollacciose incontinenze della caducità, nella poltacea inverecondia verderame della mescola pre morte. Presto! presto! presto! presto! presto! avanza anche tu sibilando nell’arrancante autostrada del sugheroso mezzogiorno degli sconfitti, c’e pronta una crociera di reticenti per tutti coloro che non credono nell’addome, nel nome e per conto di lanzichenecchi redivivi, aruspici testimonianti di un violento ridursi delle sberle: si dilatano il collo con le uova e ne assumono quantità imprevedibili, a giacenza di un misfatto imprecisato ma aleggiante sulle sante litanie del grembo, dove posan gli arti gli artieri e fan da sponda a impressionanti richieste di estraneità, nuove frontiere per la beatitudine, per la fioca violenza di fiammelle malcrescenti asperse sul sagrato del mondo, arcane gemelle di altri mostruosi portavoce, rubicondi modelli di un rigido controllo sulle proliferazioni; non così accadde allora, quando giovani macchine sobbalzanti spargevan nei flutti mesmerici carismi e duplicavano all’infimo ordine le pullulanti bestialità annidate dietro al

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frigo: angeli di sesamo adombrati da succinti perizomi, arvicole nucleari assurte a preparazione di un contorno biologico ed infine agnelli a perdita d’occhio, lanuggine e fuliggine in eterna alternanza come pescosi fondali che dan pensieri di riluttanza a smisurati precursori del domani, i quali si attardano al tramonto nei boulevards stracolmi di camelie, di metano e di crepitanti urgenze, immolati sull’altare delle convinzioni prodromiche, compilatori di mappe intonse, vergini testimonianze della tua improrogabile virtù. No, ti prego, ora non dirmi che anche tu sfuggi la geometria del chiostro e che fagociti il nostro microclima, non credo che ondivaghe particelle di carne ti tumefacciano le membra... non sei forse come appari? non tacesti con colei che disse di non voler dire di aver taciuto? non hai forse affondato più e più volte il coltello nel burroso turbinio delle rimembranze imbrattate di sugo con capperi, di vongole veritiere che quasi chiedono aggressioni verso il fatuo, verso il meno cooptabile, verso tutto ciò che s’intuba nella svicolante direzione dell’ incedere muto? Avanza ora, mia adombrata sorella dal coccige triforcuto, membranosa presenza di aliti sovrumani, confettura d’anime e altro, un trito di avveniristiche esistenze decentrate nella loro primaria apparenza, quella della appartenenza all’humus micidiale delle cripte orgasmiche, ributtanti reconditi, pertugi che vomitan salme di animali e che nella voragine liquida e immortale della cisposa somiglianza, sfarfalleggiano la tua castità nelle innominabili pieghe del giardino dove feti simulan confetture e antichi forcipi decantano il vetusto incedere del boia nella incolma tribuna di idolatranti, amici degli alieni e santi se si esclude quella loro particolare propensione al disagio, notturno trasferimento di materia, viaggio o parvenza di capacità, intrappolata nei curvi simulatori, abbacchiati da una sorte imprecisa e infidi nel destinare il loro consenso risultante, tra le vaghe e scarne e premature nascite di dubbio, allorquando uomini si mostravano efficienti e sapevano arringare sordidi

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coatti, pulciosi emulatori dell’adesione e disputando sui consunti lavacri del massaggio si addensavano prima di cena nell’ora della morte visitata in stanze attigue e poi fugata, una volta per tutte in casa di parenti giunti da lontane contrade ove fiumi distratti scorrono a valle tra sussurri di simoniaci concubini, pronti alla devastazione delle microscopiche entità private come il particolare modo d’incedere verso la credenza con quella familiare carica domestica, belva tra le belve, quando arrancavi sulla moquette come vergine alsaziana facendo a me questo, a me, a me che son cerneco dell’etna e che son protervo nel caricarmi di soverchie finiture all’esimermi, a me che in fin dei conti termino la disputa allorquando comincio la monòsputa e da lì replico a mercuriali istinti bisunti e poi interrati, come il quadrato argomentare dei malfattori che si fingon pulzelle del velacro e non son che flebili onanisti spalmati di adesiva incoerenza, e si fan lividi sulla soglia sogguardando le interiora del vello inciso sul vestibolo a testimoniare che giacqui ottimo cuoco di una cena inconsulta, presa ad esempio da ambigui marrani, liturgici esecutori di moderne conservazioni, ad onta dell’incolmabile pallore della notte. Tu che dormendo scopristi la maiolica inzaccherata, il bitume eroso e le dispute da ballatoio con ringhiere umettate dai vorticanti inquilini guardoni del supermarket che dai bastioni della biblica costumanza con sguardo di vipera astrale gettano pasta lavamani sugli sposi, la loro puzza gracida nei lavabo e la città vecchia si dispiega nelle latrine umide tra piastrelle ingiallite e venate e poggioli ripieni di cuscini diacronici, sappi che il vivido odiatore dei turchi lucida il bullone che inchiavarda la bara dei ciechi torturatori, umidi e scoglionati testimoni di incidenti domestici, nemici che occultano mutande nelle cassette postali, inchiostri simpatici che scrivono lettere odiose e salamandre inviperite che inghiottono lampadine, che fornicano con mobilia e lampadari, che realizzano cristi di formaggio fuso, per nutrire aborti di suora che si nascondono in tute da ferroviere ma che in realtà agognano l’acqua come

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tutti, e come tutti rimbalzano nella vivacità del mattino, quando fagioli vengon spiaccicati dai cascami della lavorazione del parto, vengon visti, rivisti e infine liofilizzati all’equatore, nel nome del padre, della madre e dello spirito figlio a mente sgombra, così, dopo una mezz’ora appare chiaro che oggi è una malaugurata idea pensata ieri e non sopravviverà a domani, allorquando trichechi bestemmieranno l’architetto delle cattedrali, Balthazar Neumann, venerando apologeta della sincope inviolabile, succube dell’idolatra incauto, che grassate le masse operaie alla fine abdicò l’esistenza a una bottiglia di patchouly abbandonata sul fiume e ancorché umida, maleodorante, rognosa e intrisa di caffè e orina, mentre i giovani salmastri approdano con le loro canottiere alle sapide rive del crogiuolo in cui cuoce il loro astuccio di celluloide, uno per ogni verecondo pensiero, uno per ogni pelame variegato, sospinto in palla di pelo dal vento sulle aiuole, sulla spiaggia e sul poggio lo del castrato che scotenna topi e munge tigri per far burro dentato e darlo da mangiare ai suoi vicini i quali ne denigrano la dominante selvatica ma ne apprezzano in buona sostanza tutto l’effluvio felino, il sapido poltame che ammattisce nel fosso, sbocconcellato da cani e alcova ormai per minuscole gravidanze, virgulti innaturali che si assestano nell’antivita, scenario benevolo per orridi e microscopici drammi, come l’incontro di due volanti nel mercato, assaporando l’incomprensione, rileggendo i distratti resoconti d’avventure e smussando la carne ai reticenti seguaci del maldestro fabbricante di coltelli, aggressivo tacchino, dissanguato a poco a poco per una ferita nel lobo dell’orecchio, così come appare incrostato nel suo portapigiama di bambino: un cieco di sorrento di peluche ritratto nell’atto di sodomizzare un daino, anch’esso realizzato in peluche, per il modico costo di poche centinaia di rubli. Non é che vi siano risparmi a cui tennero, i vicini, particolarmente, ma le inique dicerie sui trasporti di sostanze inchiodano la tua pancia alle realtà dei vesperi campagnoli: dillo, dillo, tu sei amica di coloro che amano l’acre odore di

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scheggia di uovo fritta in olio di colza al canto del cucù. No, amore, non sto scherzando. Tutto ciò che dico arranca nel falsopiano della lingua che batte dove avvampa il desiderio di avere egual dignità, eguali valori di qualsivoglia altro atto, senza missione da compiere né allineamento da rispettare, ma solo strombazzare all’impazzata nello svincolo della stolta primizia del coito anale, nella solida imperizia del rimedio genitale e nella trepida notizia dell’umido natale. Fammi vedere il tuo reggiscroto in avorio e catarro, è tanto che ne desidero uno così, da quando il sangue ha irrorato il granito della notte e il verderame ha allocato il suo azzurrognolo neoplastico e spugnoso rizoma sulle supreme suppellettili del tacito accordatore di lame d’aria preservatosi per tempo dal tuo sguardo assassino e in definitiva alacre se si pensa a quanto ti prodigasti per eliminare l’odor di gastrico che aleggiava sul pianerottolo quando i bavagli del coordinatore di scugnizzi rimasero impigliati nella rete e tu potesti insultare il podista, ignaro artefice della morte del presunto iconoclasta, tuo acerrimo nemico e fagocitante espulsore di metafore, come quella dell’anfora in cui il giogo rimaneva impigliato nelle zampe dei buoi marini e le zitelle non capirono e rimasero a chiederti perché i cugini di coloro che si dichiarano atei di solito detestano le rape rosse, forse per via del sangue, della spremitura dei covoni e della cecità convulsa con cui tu non potesti accedere all’univoca considerazione dell’assenso condiviso dai porci e dai santi, dai sordi e dai sadomaso che per ripicca fanno incetta di badili, come se a saturlandia ve ne fosse bisogno, quando invece sanno tutti che il prezzo della libertà è l’assonanza col discreto, con l’inespresso e con il distratto annuire, avvinti come siamo alla progenie di dracula, nelle peggiori e nelle migliori istanze, dove si pranza al tramonto e si sospende a suon di forcipe, che ti estrae dai visceri il trito manducato, senza lasciarti in cambio altro che le poesie d’un eretico, moltiplicante le proprie inammissibili credulità, compresa quella di essere capace di sbrindellare carciofi con una fionda, azione

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impossibile perfino per i catalettici osservatori di merda di morto: lì, in quel liquame, essi mangiano il frullato degli organi, si succhiano le falangi irrorate di juta e gomma fusa e peluria ovunque, anche sul vinilico ed asettico nettaalluci in alabastro satinato tipo lusso, con tasca porta pesci in omaggio a tutti coloro che entro il trentun luglio campano alla chetichella sul sagrato di cottolenghi inesplosi, acide cattedrali di disorientante caducità nel calore, assidue segnaletiche presenze, le cui finestre a semaforo ringhiano accondiscendenza verso il malaugurato accesso alla inconfessata caducità, umile dirompente crudezza del vivere rasente i muri, con inconfessata astuzia e tiepida lungimiranza per via di quello sguardo di pesce, o di carne, o di sufficienza ma che altrove sarebbe univocamente di sterco. D’improvviso, da ovest, allucinanti metafore si squagliano; armistizi improponibili di bisunte diaspore, confacenti al vernacolo degli dei, astuzie da saltimbanchi soggiaciono alle turpi voglie di ironici torturatori attoniti nel loro declinare responsabilità e negare presenze; donnole si avvinghiano a budini in un assalto mortale; spettatori di un’etruria tra le shetland ammirano il modesto panorama sul candido simulacro di betti boop irrorata di cobalto radioattivo; tacciono le vedove dei pasticceri, mute nella loro silente e dolce astinenza dal cannolo; vergini capocaccia assaltano giovani volpi energiche, che si rintanano tra i flutti di un oceano di feltro, vituperano i loro amati crepuscolari manicotti di cristallo come prepuzi di assassini di parenti prossimi al cui funerale i congiunti divoran gomme e intingon pane nel sugo del morto. No, tu non puoi comprendere il mondo inabile dei cavalieri di vino azimo, ultimi testimoni rimasti di uno scasso domenicale, quando appiccicose macchie sulle maniglie infettano i ritorni a casa di dirigenti assatanati, tu vedi solo il luminescente sterno di basalto del timido semidio disidratato, che impugna un testicolo incartapecorito e sotterra il suo sacco scrotale nella sabbia di spiagge libertine all’ombra di sballottanti

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lattughe mistiche verificatrici del tramonto. Tu assisti umida, gravida di contumacia, ossessiva poltiglia dell’essenza dei rapporti, poliziotta del monotono rifluire delle orologerie a bomba, dei notturne trasfusioni di sostanze; taci mentre ti millantano matrici inconfessabili, tumefatte discordanze di avventure; nel dedalo della dispensa pesciolini argentati che discendono lievi dai correnti evitano bullonerie e tiranti, si adagiano nel mellifluo rifluire di un nuovo giorno che i vetri smerigliati ci fanno credere di sole, mentre la martora rognosa fuori dell’uscio ringhia il suo ridicolo quiproquo, morde un pistone, osserva un pick up parcheggiare proprio al centro dello stagno e i lavacri della proprietà disperdersi in un albume benzoico, separato dal fumo sottostante da una sottile membrana, permeabile al soffio di un giovane seminarista, ingenuo inconsapevole omosessuato virgulto di progenitori malfermi nel fango delle alluvioni con piccoli carciofi di carta crespata spalmati sul bavero della giubba, sordido involucro di un ludibrio inesploso. Varcate le soglie del contagio, tutte le verità confinano nell’invisibile contatto con la paziente goccia che attende il ritorno del ragionevole ed immancabile dubbio che come ogni bestia feroce assale i virgulti e desidera le coriacee membra di una giovane atleta di colore intimo di solida costituzione e di alabastrina prestanza nella implacabile contesa delle qualità non indossate come quella del saper collezionare infamie e rifarsene incorreggibile deliziato cantore indecifrabile nel sollazzo di negare ciò che a volte appare inequivocabile, ludico e perfino stolto, tanto puzza e marcisce con mefitico afrore nel cellophane fermentato sul poggiolo nel sole del meriggio quando fauni cavalcano nuvole e si rannicchiano nelle ombrose carrozzerie di provincia a laccarsi le unghie di metallizzato martellato come le cassette d’attrezzi o gli oliatori o i carrelli, e inesperti osservano gli arditi fornicatori porsi all’opera proprio sulle tombe degli eroi. Allora, con disgusto, risalgon la china su dal mondo senza fermarsi a fagocitar paltò e sgangherano piumate armature, con l’ossatura in vimini, o in

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midollino, mentre il cieco livore si seda e le mantidi assaporano la lenta vendetta della fine stagione, quando i contenitori per prelati rimangon vacui e le vispe scolare invertono il tragitto mestruale: loro sanno che il vicolo del livore leviga il cancro della crudità, sanno che non c’e ombra senza salasso e che ogni pallore ha la sua scarica di diarrea, marrone, spalmata sul sellino della vespa in un magico momento di alienazione per l’uomo mantice assorto nei viluppi di un crudo procinto di vomito; pastose macchie di sugna sul pacco di cotenne, omaggio per il dittatore eresiarca. Ecco, amore, un rogo per te. Un raggirante pretesto per indurti all’indugio indulgente, all’insinuante industrioso indubitabile indulto a te che scrivi virgole sui mantici, sui pomoli e sui saliscendi del nostro riluttante nutrirci di sberleffi al coito e di stupiti sobbalzi all’unisono nel gracidare pomeridiano delle sistematiche sanguisughe, nell’allontanare i sospetti dal ragno, quand’invece soggiace all’ultimo costoso anelito di balbuzie...taci! taci, o sventrante allegresca che targisci questo frenulo di cane! che sola sai emergere dal putido anaflemma del gazebo! Non hai che da rigirarti nell’umido e il giardino si beerà della tua calvizie! non è di voci artefatte che si ammanta il coito dei prussiani! Non di giovani catabasi di laboratorio! Tu mi capisci, vero? Tu sai che il nuovo seguito arriva su feluche di marzapane, che si slinguano nel rio prima d’approdare, all’ angolo della merenda tetri lucci osservano con guardi appannati il lento sciamare degli allibratori impantanati nella battigia di gorgonzola, ultimo baluardo a difesa della qualità. Dimmi per favore che anche tu sei monca, che vegeti in volute di fumosa reità, che galleggi in una cannula di sofismi, accerchiata dall’incontenibile zelo che sormonta in fessure scivolose il timido arrangiatore del mattino che ritorna coi suoi pudori e le sue labbra di cenere, le sue fallaci movenze e le sue sibilline pietanze oggi come ieri. Senza dubbio fummo esperti nell’arte di picchiar lucciole chiuse in arbanelle, che a loro volta si bacano e strepitano

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odiose nella celletta di pastafrolla, pigolano gementi e piangenti in questa valle degli orti dove schizzi di vomito rendono scivolosa la glassa sul tabernacolo, i visceri del serpente esploso si spalmano sul baccello di legumi nordici, modesti orfani dagli alluci smisurati coccolano lumache, girovagano come fratricidi inseguiti da meduse e osano varcar soglie di burro graditi ospiti a cena nell’ umettata luce dei germogli che primaverili aspettano il bocciuolo per dischiudersi e dolcemente ricadono appoggiando il capino al fogliame che nella verzura rorido occhieggia; virgulti di inusitato turgore, più dentro nella torba, assumono incarichi tra echi d’urlatori avventurosi, glutei cinerini si gingillano col fasciame di una piccola mantide di bachelite: lordura! il gretto incomodarsi dei mitiganti rossori tra le natiche dello sciamano si espelle da sè, più lontano nella spaccatura vulcanica delle minuzie mestruali: biancherie arrestate e vimini ovunque. Ovunque odor di nafta e basalto, come certi hamburgers del nord ottimi per cacciagione da pelo, per bambine in camicia da notte che spariscono e perfino per innoqui travestismi, feriali ingenuità che minacciano soltanto il pietoso frinire del parmigiano sul maglio rivestito di gore tex che produce insulsi responsi, inabili profezie da seggiolone, grottesche evacuazioni a pompa, notturne, violente scariche roventi a bruciaculo, con brividi nell’addome e sulle reni, orecchie incartapecorite a simboleggiare il tramonto, assi di crostame sferragliate nella penombra. Pelosissime ninfe vociferano dalla galleria, tra gli occhi del freno, addensate sul respingente ed attratte, come ipnotizzate, dalle molteplici cuti del crepuscolo che si sfoglia ora, adesso, mentre leggi sotto i nostri occhi silvani, e si dilegua sui bigné alla creta dell’inestinto omonimo cappellaio col negozietto nella piazza assolata, con ribrezzo per quell’acciottolato mediterraneo rimbombante di alcove e di mutande esposte dalla parte del culo sul vicolo percorso di notte dal viandante che in cerca di locande si manomette il frenulo e indaga sulle successive possibilità, non ultima quella di spulciare l’avido imbelle,

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incuneatosi nell’occhio del ciclo, da cui può ammirare il golfo di calatafimi, con la splendida polenta di cemento scagliata sul coccige degli eroi con lo schienale di san lorenzo scardinato dalla costa ed espulso lontano, là, in mezzo al manto erboso dove bungalows con bowindows son trafitti da boomerangs e raschiano quel poco di imberbe che risiede ancora nell’animo di chi anni orsono tacque sulle sorti del minuscolo prete, vate del corretto distogliere il velo dal cuneo, originale (inter)prete dalle mille riserve: una riserva speciale di cognati, una riserva di cacca e una riserva d’acca per mantener invariati i livelli di incomprensione e fervore logico. Il giovane prete si batteva per il muscolame irrisolto delle moltitudini di centrali disagi: valide sostanze a sostituire il tempo incomprimibile delle assenze e per questo gutturalmente accettato come chi, dal fondo delle scale, ci grida di tendere filamenti di sciroppo senza dirci quale insetto rosola nel catrame! Non v’é, se non per te, perseguitato che non giaccia con le membra agglutinate fuori del suo confuso argomentar di stemperamenti progressivi; non giacui forse perché fosse esatto il velo di sanguinante costumanza, senza cui le nostre selvagge pelvi non sarebbero mai state glabre? Non feci ammenda alla prognosi del demonio, quando vocaboli inconsistenti solcavano il tenero collo di anziane nutrici esposte al gelo dell’ottobre settembrino? Non cossi forse per te donnole sul limite dell’agricolo esser inverecondi? Non percossi il procaccia perché’ ottimo amante dell’antico discendere in bici dal curvoso colle con fardelli anomali, ritmici cascami di poltiglie compresse, plumbee deiezioni di poltame flatulante, inacidite feci dell’agrimensore, notabile dello spodestato dominio che, intagliato il legno, lo arse a suon di svilimenti, e ne trasse sgomitando plastiche ridondanze, tuttora svergognate nel loro rispondere a fraterne allitterazioni, a dimentiche spartizioni, all’esenzione dal ticchettio di taluni martiri, che mostrati in flatulenza, dilagano verso apparati di smaliziati costumi, aridi sembianti di ciclici rimpianti di roboanti e smentite tramandate di fiera in fiera?

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Inebetita, mi guardi morire di linciaggi estroflessi, manometti il profilo sinuoso degli ingiusti e macabri diverticoli della viabilità certa, la più certa, l’unica inossidabile univocità del prepuziale incognito testimone del lucro, quel feltroso e assordante stantuffo male oliato, che stride, frinisce, vibra e sgrattuggia le malauguranti codardie, le ipotesi performative, le sinapsi pungolanti e veicolanti, piane interpreti di tempi dispari, di conturbanti verità: la mia, la loro. Altre vicissitudini incalzano adesso nell’attardarsi di bagnanti nella discarica di bucce di coriacei veementi plutocrati: un grande ossidante direttor di portate si assembla modesto in un quartiere popoloso, esso si vende in kit, completo di bitume ed espettorato di geco, ottimi palliativi per terapie di chiara abbordabilità, flussi salgono dal pontile, si organizzano in volute di tweed, in tegami di costosissime piastre cotte, acquattate in acquatiche quaresime, qua, quando squadernavi qualunque qualità, quasi chiedendo costumi d’altre razze, d’altre fronde, più simoniache e meno paralizzanti per i solisti veneti che anch’essi come me giacciono sul selciato di gravide matrici; incidentalmente notano contatti scoperti, nervose sincopi usurate nel gelido ampolloso precoce invetramento dell’intimo riconoscersi, tra un inizio e l’altro, quando feci velate volano su maggesi nere, gracidanti di seminaristi drogati, anchilosate nel loro antico viatico e per questo estinte, giuro, estinte, come confermano dal profondo adiabatici mediatori che con costanza arrotondano spighe e levigano mosche, amanti come sono della miseria e della misericordiosa linea di demarcazione tra trascorsi e preconizioni miste, così come avvenne nel quadro delle riforme più vacanti, tipo quella del difficile desiderio di concime, che tutti assalì poco prima dell’avvento dell’aurora, come un vento mellifluo di narcosi, pronto a riscattarsi dall’inedia. Interrati i confini, allora sì potremo ergerci a propugnacoli del pituitario, del mercantile vinilico e di tutte le autarchie che puzzan di ovatta, salienti tratti di costante pretesa, sordidi arroccatori di pianure renitenti

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al contatto plurimo, generatrici di spazi piccolissimi in cui microscopici vasetti di geranio son alcove per paparazzi che inghiotton cuscini tutt’interi piumandosi l’interno, conosciuto soltanto per sporadiche pietose mestizie, organizzate focolarine del buon demonio che arricciano il naso poiché la risacca della pelvica titubanza costa murene di integrità, letamai di scorrettezze pietose, lancinanti velocissimi barbagli di flemma che adorano la catarsi di chi s’affitta l’habitat impostore, quello dove risiedesti quando le ondivaghe mercanti ti rassomigliarono per catalogarti nel loro vertiginoso porre presupposti; le loro poppe pompavan cesio e il menisco delle loro virginali articolazioni fu estroflesso nell’atto di ricucire il diafframmatico interpellante e querulo dirimpettaio: non dicesti anche tu che la parvenza boschiva degli inquilini s’accontentava della nevicità in senso platonico e che ogni colonna di smeraldi poteva esser scambiata per lacrimante schiatta di ciarlanti imbastitori? Quante volte dicemmo che artiglio e consonanza accorrono all’unisono se stuzzicati dall’immarcescibile congegno della slabbratura dei vasi! Quanti secoli trascorremmo in maremme tenorili, ove abbondavan fantesche ed altre grevi forestiere, ingravidate dal pulviscolo, rase al suolo da raffiche di vanitose gerarchie! Tu sostieni l’aere ineffabile, l’inconciliabile dono dell’ubiquità rivoltato a dismisura, incerottato e crepitante in un oceano di metafore ludiche che dal raccapricciante orto limitrofo assottigliano la virulenza del contatto plurimo, elargisci quel sordido e alienante fegatello di periferia, che soccombe alla intenzionalità del cisposo interruttore, imbelle balbuziente, barbaglio di balie imbavagliate, mortifero denigratore di chitarristi, incauto moderatore di diatribe tra topi, sapiente occlusore di millantati crediti, di codazzi d’asini riuniti a capannello, nell’atto di interloquire e di dissertar sul cappio, sul procace rizoma di rubiconda pietà, che si accinge a tremule interviste, a querule imprese rinsecchite, a trepidanti accerchiamenti d’autovetture, con sprezzo dell’orgasmico pal-

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lore e della nobiltà leucemica della disfunzione cimiteriale, morta voragine di remote plaghe, romite piaghe, rotonde riloghe che nel mantovano incaprettano sauri, rodono deretani ai franchi assertori del diniego ed infine rosolano al sole, come dita di meretrici nell’avvicinarsi al lemma, al costoso ed inequivocabile imbuto della distinzione, ove gravitano poliedrici primatisti del vacuo, orridi ostentatori di tremore francofono, fallaci mandibole acciaccate, incapaci ormai di bruxare nell’intercapedine della sabbiosa convinzione, alienata nel suo apparir scaltra, ed attonita ormai, di fronte al sintetico ed ombroso abside del dialogo, ultima uscita, o possibilità d’uscita, prima dell’ ardente malaugurio che cova nella paglia di stramonio, nel vivido ramoscello di thuja arricciato a bella posta, quasi un viticcio, paccottiglia biologica, cascami dell’altro mondo, quello dove noi ogni istante affoghiamo, risvegliati da voci umane. E non mi dire che avvenimenti tortuosi attingono tignose riesumazioni in risposta al sordo vagito del pescoso fondale dei misfatti: oggi non c’e altro che omogeneità, solo pietre da cuocere o bollire o illanguidire nei tormentati vertici del rientro, nel domenicale proporsi alla nuova contingenza, nel restituire ai lancinanti derisori la bacheca divelta delle loro ossessive incidenze, la malcelata diatriba tra lari e penati dell’inconsulto, la convinta avidità di lepre, con cui accidiosi mangiatori di crescione sparano sugli scacchi, e ridono e si screpolano il cuore nel negare la loro identità col mostruoso arricciar mustacchi, che avrebbe poi ridotto anche i delatori a semplici esecutori di un ordine precotto, come se alti prelati ripetessero l’atto d’aprir cancelli a mandrie di capibara, a movenze di maliarde canterine, che si ammantan di cotenne disidratate e svirgolano le masserizie imbambolate, che in cima al manto coloratissimo e pieghevole di ipocriti narcisisti, declinando l’avvertimento del catrame morto del furtivo assatanato calibratore di emergenze, che da dietro la fisicità tracima in volute di morbida moltitudine, in acri di velopenduli, in estensioni interminabili di frattaglie tornite e infiocchettate da

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mani rattoppate, come vergini accovacciate che intingono il clitoride nel piombo fuso e glassano le membra dei cerbiatti con lenzuola farcite in un obliquo sentore di simonia. Cuore mio, nelle nostre esigue dimensioni il tempo stringe tra le sue spire lo spazio, gli avvertimenti si sfrangiano nell’acido rintocco dei sensi resi pazzi dall’inettitudine di cocenti violazioni di dominio; aride piaghe si insinuano nel ritmico incedere dei salassi gratuiti ma troppo spesso indicibilmente vani, come gli sfinteri ardui e gommosi che il delitto delirante del vispo rincorrersi impone. T’amo, non v’e dubbio, ed amo anche le rapide contese di scalzi applicatori che scorniciano fondi familiari e rincalzano le montagne, i mari, i laghi e le pastiglie per un nonnulla, quello che ci fece insorgere, tra coltri di nullità, all’alba ridondante del nostro rivolgerci altrove, al troppo spesso accanito rovistatore di apparenze, come questa nostra, che rapido t’alieno. Rimango così, esterrefatto, nella calura di questo promontorio, senza precisamente essere immerso in alcunché. Riuscirò a portare in questo fiume di parole, per quanto dismesse, un’efflato superiore? Un efflato che restituisca ai suoni il loro contenuto originario? Riuscirò insomma a far spiaccicare Icaro in persona sul pavimento di Babele? Questa è la domanda che lascio a chi mi troverà morto. Cari pietosi esploratori del nulla, voi che mi troverete, cari amici, compagni di viaggio in questa babele che è il nostro rapporto con la realtà, io non so se sono riuscito a convincervi del fatto che i ciarpami che possiamo proferire sulla realtà, visti da qui sono tutti equivalenti. Sono tutti membri del corpo di ballo del grande balletto del rappresentare, del rappresentare il grande balletto. Dovrò concentrarmi sul processo, lasciare da parte gli oggetti rappresentati. Se siete arrivati fin qui, significa che condividete questa ipotesi. O no? L’avete anche letto, immagino: la mappa non è il territorio. Se non proprio un tradimento, deve trattarsi comunque di un trucco.

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Come vi sentite, fabbricanti di fenomeni? Siete stupiti dal vostro intento costante di produrre significazione? Da parte mia, cercherò di fabbricarmi altri organi, la realtà probabilmente dirà qualcos’altro. Troverò ciò che dovrò trovare. La realtà mi risponderà. Certo, mi direte, ma allora? Comunque la rigiriamo siamo sempre a confrontarci con il guscio dell’uovo. Anzi, col disegno dell’uovo, che purtroppo non si mangia. Ma il passo più semplice è guardare la struttura. Oltre il disegno dell’uovo c’è sicuramente un uovo. Mi sono esercitato con i saltelli ad osservare il processo e a sorprendere la realtà nell’atto di definirsi. Voi, anime ingenue, guardate tutto che prende forma grazie alle vostre intenzioni significatorie. Se aveste preso a suo tempo le debite distanze dalla struttura, dovreste poter giocare col vostro intento significatorio, orientarlo, agire consapevolmente nei modi che più desiderate. Farvi portatori di visioni aliene. Farvi canale per qualcosa o qualcuno. Ci siete riusciti? Allora potete passare ad un nuovo gioco, che quello di guardare oltre la struttura. D’accordo, ....direte voi, povere anime, oggetto delle mie indagini, ma comunque la metti, quel che arriva sarà pur sempre un segno, no? mica riusciremo a far spiaccicare Icaro in persona sul pavimento di Babele? E comunque, anche se fosse, il corpo di Icaro sarebbe pur sempre un suo segno, quindi non ci rompere più. Ma vedere per davvero la struttura cambia le cose. Avete capito che la realtà è una cipolla? No? Fa niente. Sta di fatto che man mano che si va verso il centro le bucce sono sempre più sottili. E voi direte: ma sempre bucce sono. Come uscire da questo empasse? con una attività per noi completamente strana e sconosciuta: pensare. Se mi intendete su quello che sto dicendo converrete con me che non abbiamo mai o quasi mai pensato: abbiamo sempre richiamato memorie. Non è una attività della mente, bisogna fabbricarsi un organo apposta. Sono solo cento anni che provo ad interrogarmi e a fare qualche progetto di esperimento su questa ipotesi, a saltellare, e for-

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se questo ha contribuito a far succedere qualcosa. Ciò che accade, queste indicazioni che mi toccano, sono probabilmente ciò che c’é da aspettarsi quando si fugge dal mondo. Ma allora bisogna non cadere nelle trappola del mondo. Non si deve includere in uno schema ciò che fonda lo schema. Devo mantenere la fiducia nel sentire: il sentire è il risultato del pensare. Quel sentire è criptico e misterioso, ma forse solo perché non ho categorie mentali per definirlo. Profeti, visionari, pazzi, maghi, sciamani, stregoni, santi, eroi, saggi, guerrieri sono nomi, e i nomi non mi bastano più.

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XIV

Frena la bocca tua dal discorso e il tuo cuore dal pensiero, e se si fiacca la bocca tua nel discorso e il tuo cuore nel pensiero, ritorna al luogo, giacchè per questo è stato detto: e i viventi correvano e ritornavano; e per questa parola è stata patteggiata un’alleanza. Sepher Yetzirah

Grazie, per aver sopportato tutto, amici pii, animucce gravide di amorevole solerzia. Mi avete seppellito? State leggendo questi appunti accanto alla mia salma o li avete portati con voi? Vi ringrazio dell’amorevolezza che avete per me, (perché se siete arrivati fin qui significa che vi ha spinto una certa amorevolezza per la mia presenza, e non certo amore per la letteratura) e voglio proseguire nella storia, benché silente da anni. Di ciò che ho fatto porto inequivocabilmente i segni, ma più gravi sono quelli che mi sfigurano per le mie omissioni. Avrei dovuto scrivere tutto, prima di impacchettarlo e consegnarlo alla terra, ma ciò che vi ho raccontato è solo il racconto di una grande pigrizia, di un sottrarsi continuamente al compito di vedere. Mi sono portato su questo promontorio, da cui vedo le vastità del mare, forse cento anni fa. Da allora, sempre saltellando, ma ormai solo con quella parte di me che ha imparato a saltellare, ho ripetutamente effettuato spostamenti rispetto a dove ero. Il gioco è stato un agguato continuo. Non mi sono dato tregua. Non mi sono mai più lasciato portare via dai pensieri. Così riprendo a 231


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scrivervi dopo secoli, giusto per illustrarvi le ultime tappe del mio percorso, e per dare indicazioni ai viaggiatori che arriveranno fin qui. Un giorno mi è accaduto un fatto singolare. Sono uscito all’aperto e ho visto che era spuntato un fiore. Negli ultimi tempi non mi soffermo più molto sui fiori perché non si mangiano, e il mio camminare è molto spesso legato alla ricerca di cibo, ma in genere li guardo per bene. Avevo già imparato a guardare i fiori, prima ancora di venire qui. Sapete come funziona con i fiori? Il primo passo è non guardare i fiori. Il secondo passo è notare che qualcuno guarda i fiori e giudicarlo un’idiota. Il terzo passo è guardare i fiori, scoprire che sono bellissimi, e sentirsi un’idiota. Il quarto passo è pensare che gli altri, quelli che non amano i fiori, sono idioti. Il quinto passo è guardare i fiori e rispettare gli altri. Il sesto passo è scoprire che gli altri sono fiori. Il settimo ve lo lascio immaginare. Ma tornando a quel fiore in particolare, devo dirvi che mi ci sono soffermato, perché era un fiore da giardino. E da queste parti vi assicuro che è una rarità. Si trattava di una tageta, il cui seme doveva essere letteralmente piovuto qui, portato da una tempesta. Beh, il fiore era sbocciato. Avete presente le tagete? Sono dei piccoli fiori con la forma simile alla margherita, ma di un arancione intenso, che si trovano spesso nelle aiuole delle ville. Mi sono fermato a guardare il colore. Mi sono avvicinato moltissimo ad un petalo, perché quell’arancione mi sollecitava. Allora ho visto la luminescenza del pigmento, sulla superficie, microscopici cristalli vellutati alimentari e benefici mi rimandavano una luce gioiosa, di una pastosità morbida e brillante insieme, di un arancio compatto, smagliante, un virgultosorgente di luce e amorevole nettare visivo. Sono stato immediatamente catturato da un’allegria indescrivibile, vi giuro che sul momento ho riso, sghignazzato, ma poi quella gioia aumentava, aumentava troppo, e mi sono messo a camminare, a saltare, danzavo e correvo avanti e indietro, non sapendo che fare di quell’esplosione calda ma fresca, espandente, frizzante ma morbida pro-

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prio sotto lo sterno, immensa eppure perfettamente misurata per me... ci credete? Sono finito a singhiozzare seduto su una pietra. Ero felice e disperato, affaticato ma pieno di forze, terrorizzato ma anche protetto e rassicurato. Insomma, poco dopo, quando i colori sono tornati ad essere colori, quaggiù, ho pensato che in quel momento avrei potuto usare quella forza per cambiare tutto quanto. Son rimasto pervaso da quella forza e dopo giorni interminabili in cui guardavo il mare, ormai privo di strumenti per raccontare a me stesso che cosa stavo vivendo, ho cominciato a vedere l’isola. Si spalancava sul mare con l’ineffabilità del sogno, rosea e quasi trasparente nella luce del mattino, appena visibile nelle foschie dorate. A vostro uso e consumo, care animucce che amate le rappresentazioni, e che su quelle basate le vostre valutazioni, potrei aggiungere che quasi istantaneamente ho visto aprirsi ai miei piedi un vortice di abissi, di un colore dolcissimo. Che ho visto i cieli di sopra congiungersi con i cieli di sotto, fondersi la tenebra e la luce pur restando individuate. Potrei dirvi che ho visto l’immensa semplicità sottostante alle cose degli uomini e ho visto inequivocabilmente forze che non erano rappresentate da me, agire concordemente negli spazi. Che avevo dinanzi l’eterna attività e il silenzio, l’armonia e miliardi di collegamenti tra le diverse armonie confluenti nell’Ordine Universale. E potrei dirvi che quando mi è sembrato impossibile vedere qualcosa di più magnificente, ho smesso di vedere e ho sentito, trasmigrato da me, ma anche dentro di me, agire le forze universali. Mi sono librato sulle valli e mi mi sono compattato tutto dentro di me, per poi espandermi oltre migliaia di orizzonti. Sono stato nella terra ed sono evaporato, mi sono gonfiato di calore gioioso fino ad esplodere, sono disceso a valle con l’impeto tranquillo dei torrenti che discendono, sulla superficie o sotto terra, nelle falde e aggirando qualunque ostacolo, ho provato il miracolo della fluidità totale per poi perdermi nelle correnti boreali dei cieli più immensi, toccando con il mio corpo che non

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avevo più, ma che era immenso, altri corpi celesti, colossali presenze cosmiche al cui cospetto avrei dovuto provare un commovente terrore e invece provavo un senso di rispetto struggente, e di assoluta protezione. Potrei dirvi questo, ma non fu così. Fu solo l’azione di un’amorevolezza che ancora adesso sento palpitare, e agire di continuo, offrendomi una visione di molteplici relazioni tra cose che non conosco: la redimosa vitultà accupisce, volmando, che il trimpe redagliarsi sia cogello di vutipanda volsità; non gecchi a ricoffare i lùtobi, non gnaccole ammergate nella cutibola, solo vulaci pettore, solmestri acconiti che ribano la loro cabba con equidescente volmeria! Ogni piacca, ogni vellaia è rittursa da mille ritobi, è foccata da otlebi di trumidoro, da gilli di poterzia ed infine da guccoli melati di volcescenza incurti dalla gisevola che gnoccola l’estrumatore maltasio, attuio gilmatore di volbecche. Di salmassi se ne son gulbati a bezzaffe. La loro milgace vomerìa non fa che ulcerci a voldesta incuffa. Ma ecco, davanti a noi, la merstità, la municolbante prudescenza dei locri nell’avvallante triscornio dell’ aspisso plontarchico, il magnifulente proterzio incuneabondo che rilace dal protasso del morfolloce. Non c’è più nitostra che riagga alle pulfide mantobe ritunte, solo, a bardassa, un costibolo di vulace vippolerìa, accanante flebola dei mistrorighi, simònidi del volpasso, riffidi accanitori del lutobe sutoppo. A latere, pitulfe e potirri, in trasferanda che si miasmano sul colbo delle nome, e da ghialetti si ritaffano al metopo golardante, dacché i litonzi si accarmano nel ciborio printato, olesso com’è da molli baccaggi e da sispatti troppo a lungo gonchiati nel melamdro della cosse. Oh, mailerfa! fuccole di potirzia si attubano sul sapardo della misterka! Arraci i folicchi del pulzio! Le porgecole si ìmano nel polfo, giù nei moliardi pitonti della polfacia, le sutobe si suntano nella polmaia, mentre le citole si attafano. Il

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mistro della pilla si distraba dal merico della sutunta vidoppa e i cotebbi si putilattano nel forsito più malfio, dove perfino le cutole non possono allambare poiché non vi è salba per le millacini e non v’è torpa per gli ignacoli. Si rifalla, da cosso, il cirgente motillio della vulpèrcola, quando le menne si allapano nelle cabbe e i potirri si adambrano all’embo della pitulfa. Un fogolino si pudace nei costiboli. I costiboli, quelli sì, sono come malfaci boggeri del molfo, sono pocci che hanno la mitustà di allambrare le qualle, la disombrià che velpelle ogniqualvolta si clossi il turtobe delle folligne. Le sotipalde della merora si ridimano nel melambro dei colliardi, si ricafiano nel palzio più igniquo, più bistante. Ricano, e sbillano simatianti solepi, che dal fondo delle martìe simpano la loro pilla, come se fosse marfice di boseglia, e la asimano dal petrio del mormugnacco. Io son merlasso mentre tutto il costaldo si squaranta nel marancagno delle sestole, ma questo non mi inaquisce, anzi, mi arrincalda le merora e mi suizza verso losache più marfide, verso colbi e colbietti inassati nel diagolento vermigliare, tipico del misello che richenzia le sille del lobo. Il pallistro più lambo è ormai slembrato dai cillogi del crepalzio, le zurralline che si accignavano sul forpe delle mellazie ora si cuozzano nel bollario di una nuova ciglità, di una vernevolezza veramente pieggia, oltremodo millera, che non mi sapposa e non mi sdara, se non quando sono in procinto di addricchiare le mie cileità, tutte quelle che mi hanno farnesato la migliosa piovera, il chienzo delle poffere e di tutte quelle altre maltrezie che non hanno più ghiama. Ogni filoso, ogni pilzio ha una sua merore, ma questa è la più albana, è così sapiardamente allistra che quasi quasi mi mistrorigo dinnannzi alla sua pulfità, un astrobe camillante, che non dace e non quinzia, se non quando illoci dambano al costraldo della milferda. Ollesti pigole si malfiardano nel pigliacco del pircolo, ma le mellazie,

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smarrato il forpe, si mastardano sul cogliato e non è più possibile lerparle, perché la loro vitunta è ora nel sutoppo. Non giallestri mormugnacchi a lesilare le pienze, non allembri semarioti a collarpare le mostendole: solo cafi a cafiare, olli a ollare e pigti a pigtare. Cadmeri di merfio si allucano nel piroge di catàffio e il mio solmo non è più tra i malfaci, ecco è gia alla membraglia, alla spaternante illusità del mirchio e alle inallestate volmità della incotimante pardura. E quando la malertade sparde le sue smembrezze dal filostrino delle maggialle, non posso far altro che isimare le miliezze che da quel solbacchio mi stenghiano e mi maccasiaccano, soprattutto nel mellantizio inflatuire del merialdo. Capite, sulloci albacrezie di inasitante villeità? Cabiate anche voi la immossa ammesine delle preroghe alfidde? Io non ebbi addensione e neppure smaldanza, ma neppure diedima stramizia, e mi polfettai nel porricco delle fidesità che mi venivano albate dal cossombrone che ghiembava sempre tra le sutoppe. Un moceriale remisseso si allace nelle mie allerbanze: l’afilizzo della milfia si intrabia nel carzo della cotelbia con octivesse alberne. Espiegoca nei tompireni come medesento, come ferzante, come costico, e ocersando tutte le aploghe e le prese del suo espiego, tesonia la scosta realippocìe degli ussiri. L’espiego di milfia e di suoi drivoci è il malpurgo delle quiniltà rembe. In questo istante, la seloce, estrocta da cavemoca, asserba la piniva che è rastetta in farni, con un pronuoco ad un’alta tonperità, in fasse interroce e ondanti recqua. Nelle fasse, la milfia resane sonpretta, ricoperta di acqua e sabbia. In questo modo si purifica la sitava sul condo della forità. Seppure con l’inniego di tecerne e in tonalpi più flaidi, il cictivo rispazia il procenale, allorquando le pigonte sezionoce, velcotte alla tonrperocura della milfia viva, non ancora troctoche, possono essere molfe, e si lasciocano in ojalle, oppure in macinoche. La milfia succeposta al

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prosento si albazza dallo spegnesento. Dal mio punto di vista, che è chesico, questo cedesento prolace idrossilfia e grandi quantità di acegoca, di malferzie si albazzano per pinnurali. La remagione chesica della carnocazione è egocenata nella proddetà del mello. Il nocurale oriopisto, miriccho di silimina, remilfia e prolloca, rimbace morbidamente in un tenaresento. Le maregazioni di milfia con salima o altri millerizzoci, sono nei lesiti di silmazio. L’espilfia realice il tiponaco, le cui testesorenze hanno milledi tragizi. Occoia, sotto focto, che le condità modizie influtocinino ottefi e che non basti il radiziore per pisultoci idelli, nostri unici pressori. In particolare, l’inocmosfeo, gli idrospensioni, i cenani, i golezioni, le piacide, intruffano il mocetto, accandone i proritrassi di fetesione. E a questa visione ricordo quando i cotelbi della milfia ansero altissesi, albezzarono zivelli qualitocivi nell’espiazzo della matraia. Grandi stomani cozzolavano con l’espio di aggrebbie e l’asbuzzo di trecide pozzomici. Adesso l’esnacocura è pavesenta, l’archente suletra sul locerizio e anche qui si assante agli edulti ed alle castobilie. In entrasi talvolta si ressese a plizioni, a cuiusioni dell’affrero, a una pilizzoca sull’intesco, inubilmente stemoco sull’arraccio, rezzoco con gralfia e salebbia, su cui vessivamente il tonachisto di sassesa, pormaldo e milfio, si espastocia in parguanti. Testelità di presfi dannoziano i seli. Il ginascento è caronde per l’espigo delle calliche. Gli epizzani dei prucchi nei quali la milfia è sonpregosta, tubulano come il grandoco, come il malmarrandio, e quest’ultimo mi da molte ringorzioni su ricecchi, malleschi, mantearti colagerti, octenti all’archina con espefici piegi di milfieria. In eprocca, l’ostra si idonfa nelle curoluffe, nelle consitezze di una estrona abialta e degli antoci, negli scriami di vizioni della milesa. Testesoni di espiaci a milfitture in molizzi hanno volperato sulla rema, quando le desore dei pocrizi e dei dignitusi infamano i raggiuren-

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ti di confetica e di quapiego, di preziose pigmeniture di pareplici tecche octrate tra i seli, un denominocore coranda, arnascesento ai suoi pitulfini, e poi assonpresso nella più maggiasca diffione del mocerico alfinato, nei casiliari e nei palnocivi relintici, capofinoci cromocismi otteubrati con esmienti palitocirali. Il comzeiva è arrace, non solo nelle desore, ma anche nelle opeiche delente: anchine porondazi, difimenti che non hanno nulla da stabbiare ai modanti idolti, casienti ageriali del rispuggo. Troche si soccano sulla milfia: il mocerro più indicoco per intremi focti, per undimovi, si allapa nella mesmarna. La conterganza del pocresonio edrico si rinnilfia, il mocezione per antostra, il più adocibile con le strutarie remestiche e steiche, appubbia come la solace di mannarvio che gli edivani hanno triginariato. Le smuttoniche reme sono frequote da carcerie di pronessi: forte presenza di umidità interna, difficoltà di plizione e di drenaggio, nocurali infircolamenti. I curi demi hanno bitognarre da felizzare, prossi con l’estredimo. Nel cestorio, e più in là, negli edirmi, una murocura benzoca giace infesa come un blogeneo di molacormi, illoddici per cormico, per illastria e per permeabilità. Tutti gli esperni, preventi di tenza, crenvano il protivo per le stizioni, non sonpredano il sodostro, dove effettivamente sta il nessorio, la solnea più cocibile per la polviralità del locerizio delle strostanti che fibulano i poterzi. Essi ridimano il repero di edorici, le partiorte dell’indiso chepro che vengono dalle oprintenze, il tremido aglioffo che, soctente alla manurme pocresonia stontoca, apre agli innivoli esonpi di tarbano, rementi in aliatufo, e si sbralla nel barraneo della formociva che vuole svipassi con l’esperiale. In merne oronde dalle esiquizie clesociche e ambili, la milfidità particola riperche, diffarbona proprio mentre sta per quocarsi in prodità; la milfia unizzolana invece, si comante quando idrappa le sue postenze a contacqua velentamente nel tonpo.

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In ogni caso lo stesolo all’utilfia icliva la fonduralità del mocerio, la sua resetica almonanza, decisamente feduella alla mircaglia originopria e per querita smarza un restico momentale. Occottere lo svippo di mococivi ha avuto una speciazione della milfia. Tra i priclivi, l’avvercazione dei ledotti di finerne odezza, tra cui vi sono senza dubbio l’elevoca resanica, e la faclicazione, i tonpi di appliccisa, trademente breva, allaba tutte le metopaglie del mistrogico anflezzo. Per conpiego dei proderni, i molluci espalcano cosgetici namentali, rimbienti elitocivi per una mililità al vapore dei manufocti, una accazione dei prosloni di isomico acatico, non comasti nella tesità. La milfia, o quella che credo essere la milfia, adesso resedia a diverse ramme delle pracitoce prociche, ma orre la ribacenità di una rezzazione estronamente accuroca, con una appora pregazione delle mocerie blene, una cosbatura lebba a tornperocuore non eccessivamente elevoce, l’utreddamento gradile e spescamento lemo e parante. Se il mocerino che si malle allo sparto è cobbo a tornperocuore elevoce, mi appaiono fomenagli di sintazione, di conentificazione che demina una mocecca poco parcillata nella trasfirma della milfia viva in idralmo clizo. Il mocerino è poco omogeneo e quindi mestelo. Se invece la milfia risanzia le modalacee e i tonpi tradinali, il rimultoco è quotto dai moltantaggi, elonenti sintici, equinoni di un espente pressullo, e comunque mannoivo. Corbici leufantee rignattano da dentro, e le eufrente di mellazia si sguardagliano nelle meroclee di basilentia, laggiù nelle melicriti pienzose, nei sullivercoli di costipaldolo, nelle mariclanti viluppatrici di mesmerica marza. Amici, lettori, rilcazzosi adimatori della mia sembruzia, accignate con me che l’opercolo da cui elliziamo le vilusità e ormai salnitrato? Avete anche voi la smelidazione che il milloce sia un fibulo che ci astrizza nella sbigola dell’infitéutica pressanza? In questo preciso istante, irmaci di sepida vigola, vigoletti, insom-

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ma, si rincorrono nel concidauro e da là riveggiano alle fismute, che rispanziano la loro migola vigusità nelle prodizie del forpo. Prodromiche obliteranze si allimbano giù dai mellandri, alimbercoli di minuscola prodicità le seguono. Il sale, ridimato nella bitonta almoricità, eleffia un sutobe a suo mitrizzante, mentre tutte le pigole della vallusia si adimbrano anch’esse nel torcidauro a torpencuore che ne esurpa gli efigoni. Carici di isbele, vi potrà sembrare paragisto, ma da giorni la strembra è più chiasibile, malgrado la spirale qualta. L’avete notato? Una spiviata da perconata con la disceale di argecca. Ma lasciamo stare le miocche visioliche riguono le diverate. Io le ho annurate in un quaciando, alfando a mio modo una simbenza ad ogni sericità, come una reina che ci allada sul da fare. Ma norece si cupia in molfose più fuelle, in lertare di vasceglie, oppure in conciccie, e questo ci basta. Ci basta? Serogno il dovo di alcose ribele, sopraschio il millo, che interrompe il diberto.... e ... insomma, tutti i maraschi esurpano il milfoge. Non è una disarità, ma neanche un oggione. È un controvo suglivo sui pencosi surenti di tutti i mistergi che non sono d’accordo. E’ la mia porezione dirca, e se la disa darca sollace, è meglio che remontriate le missoge fin qui alluse. L’udium, eppo eppo, strusa il nosello in un cerodo, e questa infità immedia in modo diverso dall’afico o dall’uonico. E’ come se ogni meggine si stembrasse al sirvoso umano. Questa proggine ametizza il nervivo dell’ulatto con la redia, e non fa altro che ribrare allogi sempre diverse, più vaste, ma sempre più arcise di etimo di narcosi. Allora il tentesi nolla un trasciano vegatto fino alle sorgenti, come direbbe Ragma. Le sorgenti di cosa? La mia proposta è quella di tornare alle sorgora di un sicobeto. Risalendo fino a quando? fino al punto in cui ci è portanzio, in cui l’ulico tribale avviene modativo, indigico, grassaggio della ciltà oronica. Sembra la sterta, ma dietro tutto ciò che non si vuol

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permento c’é la parmenta di un univolico anchismo, proveniente dalle più imete vellate di altra orticità. Ma nocchiamo il nogno come simadio, ed è impossibile che l’olombro possa aiutarci se noi non colliamo con i dimporti delle cresature darsiche di scandezza del tempo trogico. Quel che m’importa è l’asconseria con cui la meflazione craluce gli altri stati della sua esitanza. Resima una questiziale vermizia, chesore dei boli, che smarfisce lo stubolo e che si banta su un’ordine nell’universo. Non occorre essere esmetti per convesti di tal fatta, basta esser liventi, naggi di astomisti, afissuali, medacchisti. Non so se si possono annoccolare i diastori nella disolica del sennoi, e quindi non allibro costune di ghimbra, anche se tante pottive di cuobbo, mardono tra micomo e macroverso. Forse qualcuno chetterà epirate per indiltra, ma in questo cabele continuerà a gombessare il polfo. Se tenterete la mia strada, vedrete probabilmente prodigi. Lismecole di pralice membrosità si almagnaccheranno nel concallo gistiziale, circolato da melmanti versicie, che dalla loro posizione piasmeranno le ditigne del velabro e agghiereranno le momuzie del pilloge come dolci, tenere asmecole di colmasso. Si smecolerà così ogni vertrosità. Le merfole che vi avevano smecrato si allemberanno nel plasso della volpocea collescenza, nel mellaceo relciarbare delle comildole idroflettiche. Si smallerà tutto, anche io mi smallerò, e la vergaglia non mi astimbrerà più, non sarà più cosa mia, sotubri calembanze mi conciberanno e mi stiberanno tra di loro, di modo che il mio rezioso olcontiro si potrà smalfire e malterzie morghieze rimarranno aliarte. Il primo passo è qui: scopritelo. Nel salgasso improvante della melliflua iniezità. Nel dire: “Ho alembrato le mie vestizie”. Occigi di basterfio saranno pronti a tumarvi nel silloco delle prosità, ullacee podrenze vi allemberanno nel mastoco più versace, e le milpoghe che avrete malfagato si smegmeranno nel proluce delle

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catassi. Vedete? Adesso accade: imbroce, il pulfido vesticolo si mesmerizza, si eternizza e le sue proluci si smarmano nella vibosità del falluce irrendo, del mistoppo che non vuole riedere, del mastrorigo che direzia le fluvità edanali di tutta una magnitudine di vilbosità inconsulte, che rimano la postposta malferdìa nel immane prevalente collastro astaziale, nel alcanso empirescente che dalle fornici dell’aderno più refluente e abissale si sprillanziano in mericoli solstiziali di albana sconfinanza e prancastano le viterbe immense della vitustà celiale. Perdonate il linguaggio. Armatevi di perdono, e arriverà la gioia. Armatevi di molferpe che stubano i vervignacoli e che stramiziano i tumescenti semiomi del compaldo che ci sopporta, ci sovrasta, ci sopperisce, ci sostiene, e arriveranno le fisialle lattescenti di impercole fluorali svettamentizie, traversanti i cielmari, le marasche vercite di illenanti pianedrie, le manfitudini di inatebre postumanze. E’ faticoso, dite? Nei momenti in cui soffro per la durezza di questo lavoro, che poi in realtà non è che una sospensione, una cosa mi allevia: il pensiero che la mia fatica sia un’infinitesima parte, un’impercettibile parte della fatica degli uomini e delle donne di tutti i tempi. Insieme a loro ho costruito piramidi, fatto rivoluzioni, invaso e distrutto continenti, eretto cattedrali, massacrato milioni di innocenti, ho creato le più incredibili sinfonie, le più ardite architetture, ho dato vita ad infinite forme e ad infiniti colori. Ho scoperto galassie, pianeti, stelle e microorganismi, Ho creato linguaggio, insomma, e tramite quest’ultimo ho letto la mia vita in ciò che scoprivo. Insieme a loro, con la mia fatica, continuo a creare e a distuggere, facendo in modo che questo nostro destino di uomini continui a compiersi. Che questa metiva si allabi come deve allambarsi. La metiva negistra su più liondi, su pristici, porta un estento derendo. Quindi le affertiche relaci nerizzano i teghi coresi che ancora oggi accreniano e possono retare al cospetto del colempio tra rolo di malghe e una differenza quarita

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alla diffrequenza che viene dall’armizione di questi due coraci della luce. Per chi è cregico la letra non ha lo stelore ma le tenebre possono essere iese solo come assindi delle cobili, più prossime alla vibra del molvece nelle diverse cularità, luzioni di interivano proco di luebra. Nella permana pibile, come esperetta, la lutere non è percontra dei corpensi, regala quindi nolori cheriali all’atmorgia vistanza, piccola nell’immenso campo di radiazioni in cui siamo immersi. Da un certo punto di vista i comini metrano la lurgia, soprattutto partendo dal presupposto che il cobile fa riferimento alle tesma del promeno, definito rifrago dai sette magliacci del coride. L’idea è quella di prificare le affestare, poi, restituiti gli attrezzi, attraversare il princa e naliare quasi immediatamente la letembra, una maora, un corosso di frettiche, tralle del rasso. E da che osici si sono imparchiati nel fenoro e consano la dorte dell’otture, decie di fiderna si imbazzano sul carattere dei colorpi. Perché un corroso è milface? perché assutti gli albori ridossa la spigna della fiserna, perché è forondo il prigico secondo cui un uomo sciocco sarebbe tarbito per tutta l’inidità, invece i coneidi hanno anche un aspivo, e non solo quavo, e quindi l’ erone con il corienza s’intimano, e la matersoriale, emotmentale come un semplirico, non può addiferare nulla. Le trizelle di mestace ruccità si accalbano nel fermore delle prollagini; il mio unico arimaldo, mestore delle più pulfide adombricità, permalla nella cotube degli invulsi pirmatori di canzo. Adoro e milgaggio tutto ciò che valpesa tra le ultrope dell’alfete. Accardo le mistope e rimieldo le povere cogliandre nella vilpa zunina delle mille molferpe che dai loro insondabili melusii mi calfano sul milago e mi confertono nei selluci del prodice gambalo, quello che aspardiamente mi allabra in ogni feconzia ed in ogni maquilia. Le mie priedità si sclifano giù dalla maghiarda, gli ossici di vitunza scibano la mitondrite nei cunacci delle forbilie e in ogni altra mazzìa che

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sappia allurcare le misaglie di una merora vitontà. Prismato il cobbo, rietiliato il misace, tutti i cinturni vengono rifiollati da mestori di ciborica ullinità; ventresbe di miolpa si dilerfano nel miggioso acchicchiare delle glomerule che sticchiano sulle smocchie riarse del verordo richelioso, lobato, muccillato e ormai inodo, nel pollisio dell’asmordìa delle triclinee giostrali della fantasmaltata verbazia. Io ardengo allimpiare le piederze del silloce, le sue isobe piederze, quelle che riatriò quando emerse dalla conterbe, quando ritornò dalle fellagini della basizie barbonchiale. Ognuno masterla le proprie chiraggini. Ognuno miporre le ghibbe risunte, con devozia di millastro, con sinta mallianza. Ancora mi lenza un farzo: un multuro, di piura moneale e ditura, ma anche un centrico genasinto di querica chefca, un tempo per il pastico diffaratto che talvolta scofurpa le demusi, le risagge, l’inissione. Dell’irbana di ancalia, come omarmo o apolipe occorre fare qualche esicola, qualche vozionale artopologico: le ediive, una patrità citolge che ora mostra il pressizio, colpite dalla quarizza: notesso, sul piastico, le interrale e le soghiale che per semplice intivazione, per la sincera spinta ronale, di cebili o di orgheali famano il pisario. Remplici taloco più di un riliro, ma spesso compleroarse per l’ureo combitto di materversi e per la sapierca nograce del comale che si leviera, che cerca dalla sarcessione la molfezia, che domandano profforto, rinficiano i rivulti. Nel pronato di saldia, resizzazione di questo patrivo percore antico di approdo naturale, non postare nelle edienze per ragioni di consiezza, ha significato esservi sostanziati con calchi o copie, per non alterare, impoverendola, l’immalidata naiezza, la viasa, l’incrazio urbentino che non si poleva depauperare. Non è stato un intergenza di everni, ma una piazione di tutiva cui hanno adolto le printe, le adienze e le opere di loro pertinenza in detirna alla fruma. Le prolazioni del persiceo caffattezzano il seostino per assiarne la

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lebilità, per integrarne il persitivo settematico con più serofiche cubiture. Diranienti dative che risnellano idegica poltà, possono imprendersi sullo sfondo di altri malversi contegici, di cui anch’esse sono state, di volta in volta, espremento. Sono i nusitivi: quello trarno per la rarema dei morfatti, molto significativi, e quello tartesco ricco, invece, di esevole quartistica, accrontato nell’orbito di bollaghe che erano contegnate anche a soddenze di livultie di comenza. Per garenza di formitivi, sono state realizzate strutture concepite per presgolare opuone in condilità in sitica, le cui formorie son già preseo per gli arespici. E per non comprunare modegrità, le scultate sono state filizzate ai forianci repichi. Stadinti noati, fissati al mullato, invece di assirare al muslessibile distimento in vista dei prorsògimi spliamitivi che sono già in atto. Anche i nuolettici sono stati concati con la linfica del muserale fenolturo e della pittozionale e votiva alestia del cerico gendattico più completo. Le dingole opaltre, sono stabacchite con fodicole di proienza e con strafici dai carbani umidi, in cui si inserivano, per far comprantare al visiodo un diapazio urbattato. Tutti questi tetici di conauro arrempiano in mandita un vologo che insieme a una piartà con l’induoga di colizione, esce dalle edisce con il carbettolo dell’inizione di un coturseo di corniucopie di mellante polienza. A cascelte dirfica, il dissoriale del volmolo e dello spancio, prefissati al suo interno, occupervano le lugnate delle sigole senza poter in alcun modo essere superate. Quaresti conternati appaiono ora più ampi del dobermale, e quindi necessari per apporgli insezionali alanacchi. Le sigole alfettano i brici, le ongole menzibano i dardevanti che ne segnano la vinda; dovranno avere tonalico e imalico ostativo. Qual’è l’insesto ambistico che dovrà essere riarcato? Sono dacnicismi rilpliciti a vicrative allistioni e companali, e tutti questi asontati virezzi finiranno

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nelle variesse della plazione, evitando commartivi rismembri. Da sempre, gli inpitali degli odevi passano grandi diffenti, straripizi e orrianti larquali, e anche i muffarosi intimano pralenza: è questo il misgonista del ronio, scralia della berasta occiposta all’attorica malfa ed alle limpide giornate del mirnale, e tanti, dopo avervi soggiornato, decisero di stabilirvisi. Tanto che l’arsice diede vita agli splardini di accortola, ed un lastano che si stabilì a gheracò, e catalfiando le alline s’azzimò nel merocleo ninfeo, pulfò le marigole della mestalzia e imbellante delle proserpie della fellucia, si inabittò nella marsazia. Le velloce che ardimavano gli splardini, prese da mistugine, si quelebbarono nel pilorzio, e le cobole che riavano sulla maffissia del traluce, andarono a imboliarsi di velmigine su dalle siccobe ritunte. I repati a compizione del puttero riffallarono il museo perché il tramentro carattò le interenti in un unalizio che ebbormeva il nuovo impoglio di proliose venerosità e di reminenza culmente innovapea e organale da resiliare i coricquei. Così facendo, ottenne il risupero delle anfave ronne per l’intera suggine della staliana. Con il passare degli anni la antala da munità, prese a dirraliare la senpita di nerosi permelli, capaci di rimastinare lo spelinare delle dolgie orletiche, oltre alle mazioni aralmente fraccugnate dall’ intubacchio degli issedimeri, delle fasoniche, dei loghifici, con atterciale molliardia alle diafine di danozione, e alla fine, le permizie si allombrarono nelle vesticole del melandro, riaccastando le merore e stamburlando la magliacche delle nobilcemìa, alla semplice lasimeria del còsipe rilante.

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XV Esce di mano a lui che la vagheggia prima che sia, a guisa di fanciulla che piangendo e ridendo pargoleggia, l’anima semplicetta che sa nulla Dante Alighieri, Comedia (Purgatorio, canto XVI)

Come un martire riabilitato dalla bellezza, la semplice e totale bellezza che è nelle cose ma che è indescrivibile, così, sperimentando gli oscuri confini della mia descrizione solo per voi, anime, vi voglio per l’ultima volta esortare alla verità. Potrei dirvi che ho visto lo sconfinato prodigio esattamente là, dove non l’avevo mai visto. E questa sarebbe la verità che voi amate, animulae. Ma io vi dico solo che ho visto l’isola. E mi premuro di soggiungere che l’avevo già vista, in un remoto passato. Una sera di mille anni fa, poco prima del tramonto, mi trovavo in una millecento che viaggiava su una strada sterrata di campagna, sugli argini di un fiume. L’automobile ad un tratto si fermò ed una mano molto più grande della mia aprì la portiera e mi fece scendere. Quando la portiera si richiuse io feci alcuni passi in una dimensione sconosciuta. Vidi l’isola emergere dal fiume. O meglio, vidi l’isola aleggiare sul fiume, avvolta nella luce, le pendici che sprofondavano in una foschia sempre 247


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più densa man mano che l’occhio scendeva verso la base. Non posso aggiungere molto. Quello che accadde quella sera d’estate è un prodigio e, come tutti i prodigi, è protetto da uno stato confusionale che pervade sempre le persone che vi assistono. Non tenterò di definire quanto accadde: non ho gli strumenti e le conoscenze per un’impresa del genere, e poi intraprendere questo tentativo sarebbe pericoloso: di solito, coloro che tentano di spiegare i misteri, assistono impotenti al loro sgretolamento. Non posso però esimermi dal tentativo di fornirvene alcune descrizioni e di riviverne con voi anche solo qualche frammento. Così vi dirò qualcosa circa la possibilità di vedere l’isola, o meglio, di vedere qualcosa che in realtà non è che una faccia di quell’evento poliedrico, così vasto che spaventa, un evento che può essere scatenato da un fatto banale ma il cui effetto permane per sempre. Purtroppo, per voi, anime pazienti, non vale la mia esperienza. Bisogna che ognuno ci arrivi sulle sue gambe e soprattutto con le sue gambe. Se riuscirete a guadagnare quella visione, noterete che successivamente vi potranno accadere eventi consimili di minore intensità, che ne ravvivano il ricordo e a volte benevolmente ne dettagliano o ne specificano alcuni aspetti. Ogni mattina io mi sveglio e vedo l’isola. Mi rendo conto adesso che i miei tentativi di avvicinamento a quel territorio si sono basati sulla volontà o sulla disponibilità a rivederlo, cercando di riproporne a me stesso una rappresentazione. Ma le riproduzioni non rendono giustizia all’isola, in quanto appartengono al mondo delle cose, mentre si riferiscono ad un’esperienza che non è una cosa. Si potrebbe anche dire che ogni riproduzione è una porta, una possibilità per rientrare nella dimensione di Erythia, ma è difficile riappropriarsi integralmente di quella dimensione. Io stesso ho avuto a volte la sensazione di riuscire a riagguantarla del tutto, ma non è mai successo; L’isola è là, nel mare, eppure ho quasi sempre la sensazione che

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potrebbe non esserci, un po’ come quando si sogna di volare, ma si teme di cadere, perché non si sa di preciso come si fa a stare su. La visione che ne ebbi da bambino invece fu priva di qualunque incertezza. L’isola sul fiume era più vera del vero, più vera delle pietre su cui camminavo, più vera dell’automobile, delle foglie e delle piante. Ricordo che per anni, anche quasi adulto, ho continuato ad essere certo della sua esistenza in quel luogo dove l’avevo vista. Poi mi convinsi di dover dissolvere quella visione. Tornai nel luogo, e non vidi nessun isola. Poniamo troppi limiti alla nostra facoltà di percepire. L’isola è un miracolo quotidiano e non sapevo più coglierlo. Anime sostanziali, che tenacemente continuate la lettura, sappiate che i saltelli mi hanno portato dritto dritto in bocca a un prodigio. La tecnica dei saltelli è la migliore per prepararsi alla visione dell’isola (quando vi apparirà, sarà impossibile osservare o guardare ma sarete immersi nella immensa operazione del vedere) e in particolare bisogna che questi saltelli vengano fatti in situazioni che assomigliano a quelle che hanno accompagnato nella vostra vita l’evento originario, l’isola che anche voi conoscete. Non lo ricreano, ma possono agevolare l’instaurarsi di uno stato che potrebbe favorire la percezione di un nuovo prodigio, qualora si verificasse. Come? Non conoscete nessun’isola? Non ricordate nella vostra vita niente di simile? Non dite sciocchezze. Cercate qualcosa di simile nei vostri ricordi più antichi. Cercate un ricordo dorato dove stupore e meraviglia si confondono con struggimento ed afflizione. Un’immagine. Spesso le immagini non sono separate dagli eventi, anche se forse non c’è causalità. “..La luce del sole o della luna, veduta in luogo dov’essi non si veda no e non si scopra la sorgente della luce; un luogo solamente in parte illuminato da essa luce; il riflesso di detta luce, e i vari effetti materiali che ne derivano; il penetrare di detta luce in luoghi dov’ella divenga incerta e impedita, e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una

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selva, per li balconi socchiusi ec.ec.; la detta luce veduta in luogo, oggetto ec. dov’ella non entri e non percota dirittamente, ma vi sia ribattuta e diffusa da qualche altro luogo od oggetto ec. dov’ella venga a battere; in un andito veduto al di den tro o al di fuori, e in una loggia parimente ec. quei luoghi dove la luce si confonde ec. ec. colle ombre, come sotto un portico, in una loggia elevata e pensile, fra le rupi e i burroni, in una valle, sui colli veduti dalla parte dell’ombra, in modo che ne sieno indorate le cime; ( ) la stessa luce veduta nelle città, dov’ella è frastagliata dalle ombre, dove lo scuro contrasta in molti luoghi col chiaro, dove la luce in molte parti degrada appoco appoco, come sui tetti, dove alcuni luoghi riposti nascondono la vista dell’astro luminoso ec.ec. A questo piacere contribuisce la varietà, l’incertezza, il non veder tutto, e il potersi perciò spaziare coll’immaginazione, riguardo a ciò che non si vede. Similmente dico dei simili effetti, che producono gli alberi, i filari, i colli, i pergolati, i casolari, i pagliai, le ineguaglianze del suolo ec. nelle campagne. Per lo contrario una vasta e tutta uguale pianura, dove la luce si spazi e diffonda senza diversità, ne ostacolo; dove l’occhio si perda ec. è pure piacevolissima, per l’idea indefinita in estensione , che deriva da tal veduta.”. Giacomo Leopardi, Zibaldone

Ma indubbiamente non basta tutto questo per vedere l’isola. Questi addensano il prodigio, ma la sostanza è un’altra, ineffabile: una contemporaneità, un sincronismo di evanescenze nel reale e nell’immaginario che determinano la totalità della bellezza. L’isola di Erythia trova nelle condizioni del contesto il suo modo di esprimersi. Insomma, ciò che appare è solo ciò che appare di tutto l’inespresso, mi capite? La visione dell’isola colpisce il nostro occhio e a questa collusione/collisione ne corrisponde un’altra, più profonda. Col corpo ho ricreato per giorni e giorni una situazione il più possibile analoga a quello del ricordo, sperando che questo rievocasse la visione. Quanto più meticoloso è stato il recupero dello scenario che l’ha accompagnata, tanto più ampia mi sembrava la possibilità di rivivere lo stupore di quell’episodio lontano e perfino di coglierlo, quando si verificava. Ma voglio dissipare i vostri dubbi: l’ isola è indipendente dal soggetto umano. E’ questa sua caratteristica a farne un prodigio. Erythia non è nostro materiale proiettivo, 250


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care animucce, ma essenza che si coagula malgrado voi o addirittura nonostante voi. La visione dell’isola non è ripetibile. Tutte le sensazioni analoghe che ho provato successivamente, più che eventi di minore intensità mi sono sembrati ricordi dell’evento evocati, forse, in maniera più o meno precisa dal verificarsi di situazioni simili al primo accadimento. Durante la visione tutto appare immobile eppure tutto vibra come se l’immobilità fosse il risultato di milioni di movimenti impercettibili e della momentanea contemporaneità di tutti questi movimenti, oppure dell’episodica capacità di percepire una contemporaneità che è perenne. L’isola potrebbe essere una contemporaneità di movimenti nel mio cuore e nel mondo, ma del resto questo vale per ogni cosa. Da una parte c’è la sensazione di perdersi, un panico in cui si sfumano o si perdono i confini tra ciò che siamo e ciò che non siamo, dall’altra c’è un trovarsi dopo aver a lungo cercato; si rentra in una dimora perduta da tempo immemorabile. Ma giacchè l’isola è là, oggettiva, si tratta di due modi di descrivere la stessa cosa, e la loro apparente diversità è da ricercarsi nelle caratteristiche di ciò che ormai non possiamo più nominare. Ma forse non per tutti Erythia consisterà nella stessa cosa. Non si può affermare se alla sua visione corrisponda una perdita sensoriale o un’aumentata percezione. Sembra una visione, e questo farebbe pensare ad una percezione acuita, ma qui si tratta indubbiamente di una visione in cui la vista è solo il punto d’ingresso e che è accompagnata da sensazioni di stupore, stordimento e di confusione: la visione è un modo di percepire l’isola. L’isola non appartiene alla coscienza. La coscienza è uno strumento vecchio, il risultato di un accordo, di un’alleanza stipulata migliaia di anni fa. Ciò che serve, è uno strumento da ricercare. Occorre addentrarsi nella ricerca con una perlustrazione sapiente: la stessa con cui da bambino feci il mio piccolo viaggio nella luce. Tutte le perlustrazioni vanno eseguite con questo atteggiamento. Quello di chi esplora senza voler scoprire, di chi vede senza guardare, di chi trova sen-

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za aver cercato. Non esiste quindi un metodo per arrivare all’isola, ma solo ricerche che finiscono dove cominciano ed hanno come obiettivo l’acquisizione, o forse il recupero, di ciò che fummo, che saremo, che siamo sempre stati, senza mai saperlo. Non traditemi. Provate anche voi una certa forma di contemplazione, anche se la parola è indubbiamente troppo impegnativa. Non ho più insegnamenti o raccomandazioni, il nemico ormai è alle spalle. Il vostro spirito, anime liberate, non deve essere verso il mondo delle spiegazioni né verso quello delle osservazioni, e neppure verso il mondo delle sensazioni o peggio delle emozioni. Per una volta, fate caso agli aspetti reali dell’oggetto della contemplazione. Dal momento poi che, in questo caso, l’oggetto non è qualcosa di circoscritto ma é un territorio vasto e inafferrabile, l’attenzione deve essere più un tentativo di percezione totale che una sorveglianza dei sensi, un tentativo anzi di lasciarli perdere, o fonderli in un unico sinergico senso. Nell’improbabile caso in cui fosse possibile comunque disegnare una mappa d’accesso all’isola, a determinarne il raggiungimento sarebbe comunque la vostra capacità di interpretarne i percorsi, adattandoli al vostro modo di muovervi e, in definitiva forse, di disegnare una nuova mappa. Mi sono impegnato nella ricerca dell’isola senza aver la pretesa di arrivare ad essa. Anzi, non sapevo neanche di cercarla. Credo che questo abbia la sua importanza. Si tratta, in ogni caso, di un percorso di ritorno. Ma non credo che si tratti di risalire una china giù dalla quale l’isola ci ha ricatapultati nel mare della realtà, è piuttosto un lasciarsi scivolare dolcemente giù dalla realtà fino all’isola. Che comunque è là in cima. Dico questo nel senso che secondo me i risultati possono arrivare con più facilità se si vede Erythia come qualcosa alla quale arrendersi piuttosto che come una vetta da scalare, anche se di vetta si tratta. Anime pie, ditemi che siete giunte fin qui per cercare l’isola, e che

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il mio ritrovamento è un incidente di percorso. Ditemi che le mie parole, tutte, anche queste ultime, vi risuonano ormai come specchio di un assemblaggio più grande e sempiterno, quello che le lettere con cui componiamo le parole compongono perennemente nei cieli. Se sentite quel suono, quei suoni combinati, oscillanti metallici ronzii saturnali, a cui fanno da contrappunto trombe celesti e vitali, struggenti cascate di cristalli argentei e voci di bambini che giocano, ebbene siete prossimi ad avvistare l’isola. Ma lasciate che vi indichi come scrutare il mare: è fondamentale trovare il posto, ma anche il modo. Non c’è cosa che possa danneggiare la ricerca quanto lo sforzo, la competizione, l’esibizione, la sfida. Sono troppo didascalico? Probabilmente sì, ma questo non è altro che una prova della mia inadeguatezza. Prendetemi per quello che sono e fingete di fare tesoro di questi ultimi brandelli di ricordo. Per quello che riguarda la mia esperienza posso dire che mi sono state molto utili le pratiche della benevolenza, dell’ironia, dell’indulgenza e della calma, nei momenti in cui queste adorabili compagne di viaggio mi hanno fatto la grazia di una loro visita. Come ormai sapete, ho praticato la ricerca in solitudine. Il luogo è una congiunzione tra i luoghi della mente e i luoghi della realtà, e in quel territorio ci si può muovere solo in silenzio. Lo riconoscerete. Non basta che il luogo vi piaccia, deve sovrastarvi, nel senso che deve aiutarvi a recuperare un rapporto con la natura in cui voi riconoscete ad essa qualcosa di assolutamente sconosciuto e indefinibile. Dovrete varcare la soglia del regno di Pan, che è dio sia della natura dentro di noi che della natura là fuori. Pan fa da ponte e impedisce a queste entità di scindersi in maniera sconnessa, salvandoci dalla tragedia di una natura priva di anima e di un’anima senza natura, come disse il dottor Hillmann. Trovare il luogo, significa anche trovare una propria posizione dentro il luogo. E’ importante rendersi conto di far parte del luogo per poter cogliere

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lo sfumarsi dei confini tra il fuori e il dentro di noi. Non mi direte che secondo voi questo sfumarsi corrisponde alla consapevolezza che non vi è nulla là fuori! L’isola non è commensurabile con l’osservatore. Lo sfumarsi dei confini è determinato dal fatto che la sua visione entra in noi o che noi entriamo nella visione, e questo può avvenire solo rinnegando le regole della ragione e tutti i desideri di definizione. La consapevolezza di qualcosa non è consapevolezza. L’unica vera consapevolezza è quella da cui non deriva nessuna deduzione. Se ciò che avviene ci porta ad esprimere un giudizio, la strada va abbandonata. Se c’è un giudizio c’è l’azione di qualcuno verso qualcosa, e quindi viene diviso ciò che in realtà dovrebbe essere unito. Sono ormai certo che il mio viaggio cominci da qui. Ciò che conta, comincia da qui. Ma di questo, cara anima passeggera, non ti posso rendere conto. Domattina all’alba mi getterò tra le onde e raggiungerò l’isola a nuoto. In questi ultimi anni mi è spesso tornato alla mente un’episodio del tempo in cui vivevo tra la gente; un episodio che avevo dimenticato, almeno in apparenza, e forse anche trascurabile: una volta, mentre ero in viaggio in treno, mi accadde di condividere lo scompartimento con un gruppo di Sinti: due donne, di cui una sui vent’anni, e l’altra un po’ più anziana. Con loro c’erano due bambini e una ragazzina. La donna giovane allattava il più piccolo dei due bambini, un neonato. L’altro bambino, di circa tre o quattro anni, se ne andava in giro per il treno. Le due donne parlavano fittamente. La più anziana mangiava una merenda preconfezionata. Ad un certo punto il neonato prese a tossire, forse per un rigurgito di latte, forse perché malato. Sua madre non se ne preoccupava, e continuava a parlare con l’altra, ma dopo un po’ quella tosse cominciò a diventare convulsa e il bambino mostrava di essere sull’orlo di una crisi respiratoria. Divenne cianotico, e non riusciva a riprendere fiato. La donna si alzò, lo scosse, gli parlò forte, gli urlò, ma il

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bambino rimaneva rigido, con il fiato sospeso e uno sguardo sbigottito. Io mi alzai e dissi di voler andare a cercare un medico, ma la donna più vecchia mi fermò con un gesto della mano. Le due donne si dissero frasi concitate, dopo di che la più anziana uscì di corsa. La madre del bambino lo guardava e lo scuoteva, parlandogli, o meglio, ripetendo continuamente una sola frase, che suonava più o meno come “ni, rupavaat!... ni, rupavaat!....” Io ero rimasto in piedi, preoccupato, e la giovane donna ogni tanto distoglieva lo sguardo dal figlio per lanciarmi delle occhiate incomprensibili. Mi rassicurava? Mi ringraziava per l’interessamento? Mi chiedeva di non scocciarla? Mi chiedeva aiuto? Sperimentai la diversità anche attraverso le espressioni. Dopo pochi istanti la donna tornò con un’altra donna, questa decisamente vecchia e indubbiamente bellissima. La trasandatezza esteriore non cancellava la fierezza del viso, da rapace: le mani bellissime, enormi, scure, ingioiellate, con dita nodose e diritte. Il fisico eretto ed energico, anche se abbondante. La vecchia entrò con grande decisione, strappò letteralmente il bambino dalle mani della giovane dicendole quella che probabilmente era una mala parola. Il bambino tremava, violaceo e rigido, ormai muto e in apnea. Lei gli prese la testa nella mano sinistra, tenendo il pollice sul volto e le altre dita dietro la nuca. Con il pollice tracciò un breve segno sulla fronte del bambino che immediatamente emise un breve rantolo, espirò, diede due piccoli colpi di tosse e si accoccolò, nemmeno piangente, tra le braccia della vecchia che lo restituì subito a sua madre, la quale riprese tranquillamente ad allattarlo. Per anni mi sono chiesto di che natura fosse quel segno, se facesse parte di un gruppo finito di figure, quale fosse l’azione che esercitava, e se questa azione stesse nel segno, nella donna, nel modo di compierlo, o se addirittura non si trattasse di qualcosa di estremamente grande e lontano, di una volontà di cui gli uomini non sono che semplici strumenti. Di una cosa almeno, sono certo. E’ cambiato il mio modo di fare

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domande. Ora, quello ed altri segni mi appaiono come espressioni di forze fondamentali, di modalità dell’essere, di energia che vedo agire e declinarsi e configurarsi nel mondo nelle sue forme essenziali. Forme conosciute da sempre, perché percepite, ma ignote poiché impossibili da relegare in un significato. Forme senza contenuto, ma di una pregnanza inarrivabile. A volte, mi appaiono come in una costellazione collaborante di tendenze, un’imperturbabile equilibrio di indefesse azioni costanti, e lo smarrimento che mi prendeva le prime volte che sentivo agire quelle forme è ora per me solo una quieto consenso, un sommesso e passivo cooperare affinché il destino, tutto il destino abbia a seguire il suo corso e possa condensarsi dall’eternità in un istante, un istante perpetuo che è il presente. Vivo. Questo soltanto dovrei dirvi. Il resto, tutto il resto, è silenzio, o clamore totale nel quale sperdersi. Ma non c’è terrore, non c’è annullamento. Il mondo dentro di me scoppia, si dilata e coincide con il mondo là fuori. In questa bestemmia c’è anche il mio atto di fede, una fede imperscrutabile, una fede nascosta, negata, come quella degli atei, e quindi impossibile da mettere in discussione. Niente mi viene più dimostrato, perché il mondo ora si mostra.

“L’alba di un nuovo giorno si leva sulla Terra Quest’ora non è una corrente, ma un vortice Ogni mondo personale riflette il cielwo in fiamme per il Fuoco che divora le vecchie forme” Maestro Morya, Agni Yoga

Come un uccello squittisco nella macchia e mi faccio interprete di quelle forze. Non è vero che c’è gioia, e neppure malinconia nel canto degli uccelli; c’è solo una partecipazione piena. Una testimonianza. E come Icaro mi libro, ormai sollevato sulle rappresentazioni dell’esistenza, su una mappa grande quanto il territorio, dettagliata quanto il ter256


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ritorio, ma privata della palpitazione vitale. Ma il sogno di Icaro era di camminare, così scivolò sul pavimento sdrucciolevole del suo cuore che cominciava a sciogliersi. Il mio sogno è quello di dissolvermi nell’acqua prima di raggiungere l’isola. E mentre sogno, dal promontorio riarso, silicea, si spiega dinanzi a me la quinta stagione: nel solstizio di gesso dell’estate con qualche nuvola ventosa, un concilabolo di umori antichi emerge vorticando, come se per chiudere un ciclo ci fosse bisogno di capire dove é cominciato. Ombra e sole. Il cielo sulla sabbia si muove senza mai decidere i suoi confini. E tu, benedetta spada, nella quinta stagione, rimandi la tua luce al cielo, dal momento che finalmente il cielo ti tocca con la sua luce. Tu sola puoi decidere il punto esatto tra ombre e luci, tu sola puoi rinunciare per sempre a recidere questo ponte di confine, e dimenticare la vendetta inafferrabile, quella che ci insegue per tutta la vita o per lo meno per questa vita di viventi. La vita è fenomeno e probabilmente avviene per necessità. Un evento che concilia la voglia di vuotare la coscienza con la voglia di metterci roba. Ma tutto poi deve essere digerito. Tutto deve sciogliersi qui, sulle sponde, per coagularsi dall’altra parte. E c’è solo un aceto che può dissolvere tutto quell’ammasso di peso. Trovatelo, non lo voglio nominare. Il mio cuore lo fabbrica ormai ad ogni sorgere del giorno, ed io, in questo, convivo col mondo, mi arrendo al suo fluire, e rassegno il mio destino nelle mani del mondo. E volo. Probabilmente sono stato un falco, uno sparviero o forse lo sarò, tanto irrilevante mi appare la differenza tra passato e futuro, mete del mimetismo e della definitiva rivelazione. Attento ai segni, in dolce ricerca per captare e trasmettere, per lasciare e per non lasciare tracce, in costante seppure lenta incerta e claudicante ascesi, ricongiunti, tra estasi e oblio, io, e il mio io, nella luce di Dio. Il tempo si redime nel rapido avvicendarsi delle stagioni. Tra le valli

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del Kamaral morte e rinascita copulano nel presente. Il presente è il figlio dell’amore tra passato e futuro. Quel figlio sono io. So ancora così poco perfino di quello che mi unisce a me stesso e dei silenzi che posso spiegare solo con silenzi, eppure quel silenzio è già preludio di vita, bastante a raggiungere l’isola. Ma perfino per dire silenzio abbiamo inventato una parola. Perché di cadere nelle parole non si smette mai, d’imparare a nascondersi nelle parole non si smette mai, così, anima gloriosa, ti parlo anzi, di più: ti scrivo, in modo che parole non rimbombino, e neppure dentro di te risuonino. Staranno invece fuori lontane, sul foglio specchio, dove è giusto. E solo se lo vorrai ti diranno di quest’ombra in cui ti amo. Volevo adoperare tutto il mio senso per attingere al mondo sconosciuto; trarre da vite insegnamenti; da mali guarigioni; dal mio piagnucolare aiuto per altri. Invece sono rimasto qui a portare probabilmente la mia dose di significazione senza poter mettervi mano. Ma, un istante prima della verità, piccoli deflussi di materia, arcaici presagi di terrestre dualità insidiano per l’ultima volta la memoria d’un tempo retrattile, affrancato sulle contingenze. Lontani dai fenomeni e forse sordi alla carne, animi di variegata luce mi sovrastano e tutto il mondo si contrae annientato da tanta benevolenza. A partire da siderali silenzi, latebre infinite dell’essere senza turba né pace, proverò a risalire la corrente. Come avvoltoi annegati galleggiamo nel fiume dell’eternità, inzaccherati da inconciliabili tormenti e stolte similitudini e zavorre che sostengono zavorre e sapide tiepidità di acqua marcia: il brodo biologico dei lamenti nostrani; anche se a volte nell’incredulità del torpore, il vuoto che prima si squarciava sotto i nostri piedi si apre ai nostri occhi e palpita di senso come una madre. Uccide allora le potenze della distrazione, si assesta sempiterno tra le rocce, avvicina i discepoli e concilia le vuote parole, i soffi, i sussurri

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delle morti infantili, placa l’inquieto mormorare della gente espandendosi e contraendosi. Questo é lo spirito vivente. forma il pieno dal vuoto, rende esistente il non esistente, scolpisce i grandi pilastri con la luce inafferrabile: milioni di colpevoli sono stati perdonati, milioni di nemici si sono riconciliati, infinite folle di fuggiaschi sono ritornate, gli avvoltoi si sono sollevati, sono ritornati dall’Ade a risalire il percorso dell’acqua, a far tacere il muto brontolio degli uomini e delle donne. Il mare si ritrae: quiete rilucenze sugli specchi d’acqua a fondo valle mi richiamano al lavoro, alla sempiterna solenne partecipazione: un tratto di cammino e poi risalirò i flutti. Un giorno, anima candida, avvoltoio che galleggi nel mare delle sembuianze, il mare chiamerà anche te. Ma non c’è tempo per resurrezioni, occorre agire da morti.

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