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Archeo Monografie n. 18, Aprile 2017

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MONOGRAFIE

My Way Media Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

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ROMA

LA VITA QUOTIDIANA € 7,90 N°18 Aprile 2017 Rivista Bimestrale

ROMA LA VITA QUOTIDIANA

• DOMUS E CASE POPOLARI • IL TEATRO • GLI SPETTACOLI GLADIATORI • LA NETTEZZA URBANA • L’EMERGENZA DEL FUOCO • PROSTITUZIONE E GIOCO D’AZZARDO • UN GIORNO ALLE TERME • MANGIARE E BERE IN TABERNA...

IN EDICOLA IL 21 MARZO 2017

ARCHEO MONOGRAFIE

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ROMA

LA VITA QUOTIDIANA a cura di Lorella Cecilia e Stefano Mammini, con testi di Luciano Frazzoni (L.F.), Mimmo Frassineti (M.F.), Giovanna Quattrocchi (G.Q.) e Romolo A. Staccioli (R.A.S.)

6. Presentazione 8. Civis Romanus Sum Le case e i palazzi

20. Insula dell’Ara Coeli. Ai piedi del Campidoglio 22. Vicus Caprarius. Cinema con vista 26. Le case dei VIP 28. Casa di Augusto. Qui visse il primo imperatore 31. Casa di Livia. Nelle stanze della First Lady 34. Case romane del Celio. Tutte case e chiesa 42. Domus di Palazzo Valentini. Un’accoppiata magnifica 48. L’illuminazione e il riscaldamento 50. Gli acquedotti. Acqua a volontà 52. L’arredamento 54. I luoghi del ristoro. Ci vediamo in taberna? 60. Bagni e latrine. L’igiene personale 62. Nettezza urbana. Un problema antico

68. Per Le Strade Di Roma Un giorno in città

74. Il trionfo. La vittoria fa spettacolo 85. Le terme. Un simbolo della romanità 90. Le Terme Stabiane di Pompei 98. Gli spettacoli. Folle da stadio 102. Aurighi e gladiatori. Eroi e divi delle arene 108. Gli attori. Su il sipario! 110. Le festività religiose. I giorni del rito 118. Scommesse e gioco d’azzardo 122. Il servizio antincendi. Il fuoco: nemico pubblico numero uno 128. Cronologia


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quasi ottant’anni dall’uscita del volume di Jérôme Carcopino La vita quotidiana a Roma (pubblicato in Italia per la prima volta nel 1941), e del quasi contemporaneo Vita romana (1940) di Ugo Enrico Paoli, le pubblicazioni sulle abitudini sociali, economiche, pratiche dei Romani si sono moltiplicate. Tra queste, meritano di essere ricordati i numerosi contributi di Romolo Augusto Staccioli (molti dei quali apparsi proprio sulle pagine di «Archeo» e che in parte riproponiamo in questa Monografia), per la loro capacità di esporre, in maniera chiara e avvincente, argomenti che non devono rimanere patrimonio esclusivo degli «addetti ai lavori». Possiamo affermare, pertanto, che molti aspetti della vita quotidiana nell’antichità sono ormai ben conosciuti e alla portata del grande pubblico. C’è un rischio però: quello di «attualizzare» eccessivamente il passato, volendo trovarvi, per forza, similitudini con la vita del nostro tempo. Il mondo antico, invece, e quello romano in particolare, era «altro» da quello contemporaneo. Basti pensare a due aspetti eclatanti: quello di una società basata sulla schiavitú, un dato oggi inaccettabile ma del tutto normale a quel tempo; e quello della violenza, programmata e reiterata, degli spettacoli gladiatori che si svolgevano nel Colosseo e nelle altre arene dell’impero, tanto apprezzati dagli antichi quanto inconcepibili per noi uomini moderni. Per meglio comprendere alcuni aspetti di quella società cosí lontana nel tempo, questa Monografia offre al lettore un’immagine della vita quotidiana nella Roma imperiale, attraverso le parole e le testimonianze degli autori antichi, primi tra tutti Marziale e Giovenale. Inoltre, vuole offrirsi come una guida ragionata ai luoghi reali della città, cosí da far immergere il visitatore-lettore nell’intrico delle strade e dei vicoli dell’Urbe antica, con le sue affollate case d’affitto e le lussuose residenze del ceto alto, le terme, le tabernae, i luoghi malfamati e quelli dedicati agli spettacoli. Oggi, Roma è una città che continuamente riserva sorprese e scoperte inaspettate. Essa custodisce le testimonianze monumentali stratificatesi nel corso dei secoli e che, come un libro ancora da sfogliare, possono svelarci la sua storia millenaria. Anche le moderne tecnologie multimediali contribuiscono a restituirci l’aspetto originario degli antichi monumenti, consentendo una completa immedesimazione dello spettatore con il civis romano che li abitava. Un esempio è l’allestimento delle domus di Palazzo Valentini (vedi alle pp. 42-47), che permette di «rivivere» un quartiere della Roma imperiale attraverso un percorso all’interno di due lussuose residenze appartenute a importanti personaggi dell’epoca. Nelle pagine che seguono presentiamo, dunque, una sorta di itinerario reale e virtuale, scandito da una scelta di siti particolarmente significativi, e tutti visitabili: luoghi antichi, ma ancora vivi, della Città Eterna. Buona lettura e… buona visita! Luciano Frazzoni

Le Terme di Caracalla, olio su tela di Lawrence Alma Tadema. 1899. Collezione privata.

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LE CASE E I PALAZZI

A sinistra un particolare della decorazione del triclinio, con colonne corinzie da cui pendono festoni di foglie, fiori e frutta.

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In alto, sulle due pagine veduta d’insieme del tablino e delle ali che lo affiancano, le cui pareti sono dipinte con festoni di frutta, scene di paesaggio e mitologiche.

riquadri con paesaggi sacri e nature morte di vasi di frutta. Sulla parete lunga di destra è raffigurato il betilo, una pietra oblunga nella quale si supponeva abitasse la divinità, in questo caso simulacro aniconico di Diana. Il tablino, quello centrale dei tre ambienti affiancati, è detto anche sala di Polifemo, ma l’affresco sulla parete di fondo che rappresenta il ciclope nell’atto di inseguire la ninfa Galatea fuggente su un cavallo marino è ormai quasi del tutto svanito. È leggibile invece, sulla parete di destra, incorniciata da un’architettura in prospettiva, la scena che

rappresenta Io, amata da Giove, mentre Mercurio è in procinto di liberarla dalla custodia di Argo. Sulla medesima parete è anche raffigurata una vivace scena cittadina. Degli altri due ambienti, quello a sinistra è ornato con figure fantastiche umane e animali, di un genere che l’architetto Vitruvio deprecava, in quanto le riteneva irreali e impossibili. In quello di destra si può ammirare una straordinaria decorazione a festoni vegetali, sopra la quale un fregio giallo mostra scene ambientate in Egitto: sfingi, cammelli e una statua di Iside. M.F.

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LE CASE E I PALAZZI

Acqua a volontà U

na delle opere piú imponenti realizzate dai Romani è la rete degli acquedotti, che portavano ogni giorno a Roma 1 miliardo di litri di acqua, e che alimentavano le numerose terme, le fontane pubbliche e le case private. Svetonio racconta che, al popolo che protestava per l’aumento del prezzo del vino, Augusto rispose che suo genero Agrippa aveva portato a Roma acqua sufficiente perché non avessero sete. Come si è visto, le ricche domus erano provviste di tutte le comodità e servizi, compresi

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impianti balneari e terme private; grazie alle tubature di piombo che portavano l’acqua, conosciamo spesso anche i nomi dei proprietari di queste dimore. L’uso privato dell’acqua veniva concesso direttamente dall’imperatore, era strettamente personale e cessava alla morte del concessionario. Tutt’altro discorso vale per le insulae, che non disponevano di impianti idraulici, pertanto l’acqua (utilizzata non solo per lavarsi, ma come scorta per spegnere gli incendi) doveva

essere presa con i catini alla fontana del cortile o a una delle tante fontane pubbliche, poste nei crocicchi e sulle strade principali. Sappiamo per esempio che sul Quirinale (Regio VI Alta Semita), dove abitava Marziale, ve ne erano ben 73, di cui una proprio vicino alla sua casa, che portava l’Acqua Marcia. Questa Regione aveva una grande disponibilità di acqua, che alimentava i numerosi bagni a gestione privata, non molto grandi, ma probabilmente lussuosi, stando sempre a


E Mausoleo di Augusto

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Mausoleo di Adriano (Castel S.Angelo)

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Marziale; uno di essi si trovava proprio vicino alla casa del poeta, e apparteneva a un certo Stefano, probabilmente uno degli uccisori di Domiziano; un altro impianto, definito piccole terme (thermulae), appartenente a Etrusco, e trasformato, secondo un’ipotesi, nelle Terme di Costantino, viene descritto da Marziale per lo splendore dei suoi ambienti rivestiti da marmi pregiati. Invano però Marziale tentò di avere da Domiziano l’uso esclusivo dell’acqua in casa sua! L.F.

VERGIN

Sulle due pagine un tratto dell’acquedotto Claudio nella Campagna romana: l’impianto derivava la propria acqua dall’alta valle dell’Aniene. A destra carta dei principali acquedotti di Roma.

LEA CU ER Terme di Caracalla

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LE CASE E I PALAZZI

L’igiene personale L e case private erano dotate di bagni per lavarsi e latrine, ubicati nelle vicinanze della cucina; le insulae erano invece prive di qualunque ambiente adibito a servizi; pertanto, per le esigenze corporali, soprattutto notturne, si usavano catini di bronzo o terracotta, che venivano regolarmente svuotati dalla finestra direttamente per strada, senza badare troppo a chi passava sotto, come racconta Giovenale. Di giorno, si poteva disporre di sistemi rudimentali, consistenti in vasi di terracotta o anfore a cui era stato segato il collo, presenti nelle strade (il liquido raccolto poteva poi essere usato come emolliente nelle lavanderie o fulloniche) e di latrine pubbliche (foricae), previo pagamento di una modesta somma. Esempi ben conservati di tali bagni pubblici si trovano soprattutto a Ostia Antica; si tratta di locali ai quali si accedeva da porte girevoli, divisi probabilmente tra servizi per gli uomini e per le donne, con sedili in marmo forati nella parte superiore e anteriore (sellae portusae), sotto cui era una canaletta di scolo per le acque sporche. Davanti vi era invece un’altra canaletta, nella quale scorreva acqua pulita e dove venivano immerse spugne immanicate per pulirsi. In questi luoghi la privacy non era contemplata, ma anzi si poteva conversare amabilmente con il vicino mentre si espletavano i propri bisogni; erano per questo spesso frequentate da noti scrocconi, che passavano da una all’altra nella speranza di ricevere un invito a pranzo, come il Vacerra descritto da Marziale. A Roma, come in altre città, latrine di grandi dimensioni si trovavano in prossimità di luoghi altamente frequentati, dunque nei pressi dei

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In alto, a destra ricostruzione della latrina situata alle spalle dei templi dell’area sacra di largo Argentina. A sinistra, sulle due pagine Ostia Antica. La latrina di via della Forica; tra le porte di ingresso vi è una fontana per le abluzioni.

fori, delle terme, dei teatri. Una di queste è infatti visibile presso l’Area Sacra di largo Argentina, compresa tra la parte posteriore del cosiddetto Tempio A e il portico del Teatro di Pompeo; un’altra latrina era collocata nell’esedra della Crypta Balbi, nel portico opposto al teatro. Presso il Gianicolo, in via Garibaldi, nell’area della XIV Regione augustea (Trans Tiberim) fu scoperta nel 1963, al di sotto di un muraglione antistante la chiesa di S. Pietro in Montorio, una latrina decorata da pitture con elementi fitomorfi e zoomorfi stilizzati entro riquadri rettangolari sulle pareti; i sedili dovevano essere in questo caso di legno, mancando tracce di incasso sul muro di fondo. L’ambiente faceva probabilmente

parte di un complesso abitativo di età traiano-adrianea, successivamente trasformato in latrina tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C. Interessanti sono alcune incisioni tracciate con le dita sull’intonaco ancora fresco, raffiguranti animali, barche, figure umane, simboli osceni, e alcune iscrizioni di contenuto licenzioso, lasciate da chi ha eseguito i lavori di ristrutturazione e da occasionali frequentatori del luogo (come testimonia anche Marziale). Per le abluzioni quotidiane, le case dei piú abbienti disponevano di piccoli bagni privati, collocati in genere vicino alla cucina per sfruttarne il calore; in epoca repubblicana tali ambienti erano assai modesti, tanto che Scipione l’Africano, nella sua villa di Liternum, presso Capua, disponeva solo di un locale angusto, nel quale si lavava ogni giorno braccia e gambe dopo il lavoro nei campi, e dove faceva il bagno, ogni nove giorni (Seneca, Epistulae ad Lucilium, 86). In epoca tardo-repubblicana e imperiale, quasi tutte le domus e le ville disponevano di piccole terme private, con ambienti destinati al bagno caldo, a quello freddo e alla sauna. Le classi meno abbienti, i liberti e anche gli schiavi, potevano, almeno a partire dall’età imperiale, recarsi presso i bagni pubblici, che potevano essere di piccole o grandi dimensioni. I Cataloghi Regionari ci informano che a Roma, nel IV secolo, vi erano ben 856 balnea. Ciò significa che, oltre alle grandi terme imperiali – come quelle di Traiano, di Caracalla, di Diocleziano, di Costantino –, in città si trovavano bagni alla portata di tutti. Sopra uno di essi, situato al piano terra di un’insula, abitava Seneca (Epistulae ad Lucilium, 56). L.F.

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UN GIORNO IN CITTÀ

sorgere del sole. La prima hora iniziava alle 4,27 durante il solstizio d’estate, alle 7,33 durante il solstizio d’inverno, e segnava l’inizio della giornata tipo, come ci è descritta ancora una volta da Marziale: «La prima e la seconda ora spossano i clienti; la terza fa lavorare gli avvocati rauchi; fino alla quinta ora Roma prolunga le sue varie occupazioni, la sesta apporterà riposo alla gente affaticata, la settima (mezzogiorno), ne segnerà la fine, l’ottava basterà fino alla nona per gli esercizi del corpo lucente d’olio, la nona impone di schiacciare sotto i piedi i cuscini accatastati». E ancora, a chi gli rimprovera di pubblicare un solo libro all’anno, il poeta descrive la sua giornata, che comincia prima che faccia giorno con il saluto ai suoi patroni; poi si reca come teste nel Tempio di Diana, dove venivano redatti e conservati testamenti, contratti di matrimonio, affrancamenti di schiavi; nel disbrigo degli affari arriva all’ora quinta, tra un colloquio con un console o un pretore e

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Qui sopra affresco con scena tratta dalla commedia di Menandro L’Invasata e della quale sono protagonisti alcuni musici ambulanti, da Stabia. 30-40 d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.


A sinistra rilievo raffigurante una pollivendola. Prima metà del III sec. d.C. Ostia, Antiquarium. Si noti, sulla destra, il tocco esotico conferito alla scena dall’immagine delle due scimmie sedute sul banco della venditrice. In basso frammento di sarcofago raffigurante un cambiavalute, da Roma. Roma, Museo Nazionale Romano.

l’ascolto dei versi di un poetastro; dopo l’ora decima si reca al bagno, a guadagnarsi i 100 quadranti della sportula. Dura vita di un poeta squattrinato come Marziale, ma non tanto diversa da quella di un qualunque membro della middle class dell’epoca. La prima attività era dunque la salutatio matutina, cioè la visita dei clienti al proprio patrono. Verso la seconda ora si andava al Foro o ai Comizi, mentre la terza segnava l’inizio delle udienze giudiziarie, a cui si poteva assistere, e si faceva colazione (jentaculum). Verso la sesta o settima ora si consumava il prandium, un pasto leggero e veloce, che segnava anche la fine di tutte le attività. Da questo momento le ore libere da dedicare allo svago e al divertimento erano molte. Per questo a Roma, come in tutte le città dell’impero, vi erano luoghi accessibili a tutti nei quali trascorrere il resto della giornata fino all’ora di cena, che iniziava tra la X e la XII ora (dopo le 17,00). Anche i lupanari aprivano alla nona ora, per permettere dedicarsi al ristoro del corpo presso le terme. L.F.

I Romani in cifre Riportiamo, qui di seguito, la consistenza (stimata e/o reale) della popolazione di Roma nel corso della sua storia: Epoca serviana (VI sec. a.C.) 30 000 unità Epoca delle guerre puniche (270 a.C.) 190 000 unità Epoca imperiale (II sec. d.C.) 1 200 000-1 700 000 unità Sacco di Roma e guerra gotica (V-VI sec. d.C.) da 650 000 a 100 000 unità

Età medievale (XI-XIII sec.) da 100 000 a 30 000 unità (epidemia di peste) Rinascimento (XV sec.) 40 000 unità Età moderna (XVII sec.) 100 000 unità Unità d’Italia (1870) 200 000 unità Oggi (dati ISTAT, settembre 2011) 2 777 979 unità, (è il Comune piú popoloso d’Italia)

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UN GIORNO IN CITTÀ Le festività religiose

I giorni del rito

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li antichi, non disponendo della domenica per riposarsi dal lavoro di tutti i giorni, «inventarono» le feste. Ossia, i giorni festivi – dies festi (o feriati) – dando a essi un appellativo derivato dal verbo ferior che, nel senso di «sospensione» e di «tregua», significa, per l’appunto, «astenersi dal lavoro» e, quindi, «riposare». Nel loro complesso quei giorni furono indicati col nome plurale di feriae. Come ancora facciamo noi con i giorni consacrati alle vacanze, mentre, al contrario, chiamiamo «feriali» proprio i giorni lavorativi, poiché in tal modo furono indicati dalla Chiesa i giorni della settimana, a eccezione del sabato e poi anche della domenica. Trattandosi di una società che, almeno alle origini, era fondamentalmente agricola (o agricolo-pastorale), per lavoro gli antichi intendevano soprattutto quello dei campi. I giorni di riposo furono pertanto strettamente legati alle esigenze della natura e alla necessità di rispettare i tempi da essa imposti. Donde, l’irregolarità nella successione delle feste e il loro addensarsi o diradarsi, e perfino il loro ripetersi o, piuttosto, il duplicarsi in stagioni diverse nel corso dello stesso anno. Ma anche la loro assenza, in periodi che non richiedevano sospensione da lavori di per sé scarsi o assai poco impegnativi: come avveniva, per esempio, nei mesi di settembre e novembre.

Riposo e riti propiziatori Non rimase tuttavia il solo riposo a giustificare i giorni festivi. Presto, infatti, si pensò bene di abbinare – in quegli stessi giorni – all’astensione dal lavoro il compimento di atti, di tipo magico-religioso, volti a fini propiziatori o di scongiuro, ai quali dedicare almeno una parte del tempo libero disponibile. Ognuno di quei giorni venne cosí dedicato – a seconda delle stagioni e dei mesi – a riti e cerimonie sacre, con preghiere, sacrifici e offerte (di animali, di primizie, di cibi, di vino) miranti ad assicurarsi, contro tutti gli inconvenienti e le

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Tavola a colori nella quale si immagina la processione rituale dei suovetaurilia, in cui un maiale, un montone e un toro. vengono condotti all’altare per essere sacrificati agli dèi.


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