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MONOGRAFIE
NEL MONDO ANTICO di Sergio Ribichini
N°23 Febbraio 2018 Rivista Bimestrale
€ 7,90
MAGIA E DIVINAZIONE NEL MONDO ANTICO
MAGIA E DIVINAZIONE
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ARCHEO MONOGRAFIE
A HI I AGNTIC M A LI A
IN EDICOLA IL 17 GENNAIO 2018
MAGIA E DIVINAZIONE NEL MONDO ANTICO di Sergio Ribichini
LA MAGIA
6. Introduzione Esplorare l’occulto 12. Egitto Il dono degli dèi 24. Mesopotamia Nel regno dei demoni 36. Israele L’arte proibita 44. Grecia e Roma/1 Una disciplina «pericolosa» 58. Grecia e Roma/2 Maghi, streghe e stregoni
LA DIVINAZIONE
70. Introduzione Il presente non basta 84. Extispicina ed epatoscopia Verità nascoste 90. Segni premonitori Segni e prodigi 94. Ornitomanzia Un battito d’ala 96. Cleromanzia La sorte e le sorti 100. Oracoli illustri La bocca della verità 106. Necromanzia Messaggi dall’aldilà 110. Oniromanzia Sogni rivelatori 118. Astrologia Il destino è nel cielo 124. Critiche e declino Quella temibile curiosità
ESPLORARE L’OCCULTO Ogni civiltà del passato, a partire dalle culture del Vicino Oriente per arrivare alla Grecia e a Roma, ha dato vita a un proprio «mondo magico». Ma è possibile comprenderlo – o almeno spiegarlo – attraverso le nostre, moderne, categorie di pensiero? E che cosa distingue il concetto di «magia» da quello di «religione»? Materiali archeologici, ma anche testi letterari e il confronto con la documentazione etnologica, fanno da filo conduttore nella nostra indagine, alla ricerca della storia piú antica dei fenomeni magici | MAGIA E DIVINAZIONE | 6 |
Magia d’amore romana (La strega Sagana con l’etera Canidia, da un racconto di Orazio), olio su tela di Johann Erdmann Hummel. 1848. Norimberga, Germanisches Nationalmuseum. Il dipinto si ispira a un passo dell’VIII Satira, nel quale il poeta narra di un rituale fatto dalle due streghe, Canidia e Sagana, con due pupazzi, uno di lana e uno di cera. Per richiamare gli spiriti infernali, le due donne sbranano a morsi un’agnella bruna, versandone il sangue in una fossa. Il rituale si svolge sull’Esquilino, antico luogo di sepoltura della plebe.
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CAPITOLO
L’ARTE PROIBITA
Accadimenti prodigiosi, benigni o maligni, vengono narrati a piú riprese nella Bibbia. Tuttavia, l’atteggiamento dei popoli dell’antico Israele fu essenzialmente critico nei confronti della magia: trattando di maghi e fattucchiere, essa implicava l’idea che i comuni mortali possedessero facoltà considerate esclusive dell’Onnipotente
L
a religione dell’antico Israele presenta, in merito ai fenomeni magici, un atteggiamento deciso e una contraddizione non sempre risolta. Nell’Antico Testamento si legge a piú riprese un’esplicita condanna per le arti dei maghi e delle streghe, siano esse pratiche lecite o rituali nocivi di operatori ai margini della società. Il «Codice dell’Alleanza» e la «Legge di Santità» proibiscono il ricorso alla magia sotto pena di morte fin dai tempi di Mosè. Isaia, Ezechiele e gli altri profeti si battono con veemenza contro di essa, non lesinando ironia e sarcasmo, mentre in numerosi episodi le pratiche superstiziose dei popoli vicini vengono ridicolizzate e rese vane dagli eroi della tradizione ebraica. Sono note, per esempio, le competizioni di Giuseppe e di Mosè con i maghi egiziani, la storia dell’ammonita Balaam costretto da un’asina parlante a benedire anziché maledire il popolo d’Israele, i prodigi del profeta Daniele alla corte di Babilonia. Ma se è vero che le istituzioni religiose dell’Antico Testamento – prime fra quelle dei popoli finora esaminati – sono prive per la gran parte di elementi magici e di rituali apotropaici, è altrettanto certo che i promotori del monoteismo yahwistico faticarono assai per ostacolare usanze che avevano, nella realtà della fede popolare, un’ampia diffusione. Insieme al testo sacro, sono indicativi a questo proposito alcuni dati archeologici, che ci confermano il quadro biblico e anzi lo arricchiscono, offrendo l’immagine di un sincretismo politeistico nel quale il culto di Yahweh era posto accanto a quelli di altre divinità e la magia attingeva alle piú diverse esperienze religiose.
Il festino di Baldassarre, olio su tela di Rembrandt. 1636 circa. Londra, National Gallery. Il dipinto si ispira al banchetto allestito dal re di Babilonia, nonostante la città fosse assediata da Ciro. Baldassarre offrí vino servito nei calici sacri che i suoi predecessori avevano razziato a Gerusalemme e, in risposta all’oltraggio, apparve una mano che scrisse sul muro una frase in cui preconizzava la fine del suo regno.
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CAPITOLO
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DISCIPLINA
«PERICOLOSA» Sebbene ne subissero il fascino, anche Greci e Romani assunsero un atteggiamento negativo nei confronti della magia. Tanto che, in piú di un caso, si vollero varare provvedimenti che ne vietavano l’esercizio, nel timore che il possibile «abuso della credulità popolare» minasse il rispetto delle leggi e la devozione nei confronti degli dèi
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Testa di Medusa, olio su tavola di Pieter Paul Rubens 1618 circa. Vienna, Kunsthistorisches Museum. Intesa come trofeo terrificante, la testa della Medusa figurava come ornamento amuletico su armature e scudi.
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il PRESENTE non BASTA Il desiderio di conoscere il proprio destino è antico quanto l’uomo. Ne è prova il fatto che tutte le civiltà del passato misero a punto tecniche di predizione del futuro assai elaborate, con operatori ritenuti capaci di stabilire una speciale e diretta comunicazione con le divinità | MAGIA E DIVINAZIONE | 70 |
L’oracolo, olio su tela di Camillo Miola. 1880. Los Angeles, John Paul Getty Museum. Il pittore raffigura la sacerdotessa di Apollo, Pizia, nell’atto di pronunciare una profezia.
S
ul piano generale, per «divinazione» s’intende oggi un sistema di conoscenza che travalica la ragione umana per apprendere cose future o altrimenti ignote. Come tale, essa costituisce un fenomeno pressoché universale, praticamente conosciuto da tutte le civiltà e particolarmente da quelle documentate archeologicamente. Tuttavia, a questa universalità corrisponde un’ampia articolazione del fenomeno stesso, che si distingue dall’una all’altra civiltà per i suoi metodi, il suo oggetto, i suoi protagonisti, i rapporti che stabilisce con il sistema di valori proprio di ciascuna cultura. Di conseguenza, la varietà della documentazione che attesta il ricorso all’una o all’altra pratica divinatoria rinvia sempre a una diversità di modelli e di quadri ideologici, che solo giustificano la scelta della tecnica adottata. Possiamo insomma distinguere, accanto al problema fenomenologico della divinazione (cioè quello di una sua classificazione tipologica – partendo dalla premessa che si tratta di una categoria di fenomeni vasta e diversificata, al punto che raggrupparli sotto la stessa etichetta di «divinazione» costituisce una definizione operativa, di comodo –), un problema storico (cioè quello della funzione che essa svolge nell’edificazione e nell’evoluzione delle culture in cui si trova documentata), e un problema filosofico (cioè quello della considerazione accordata al sapere divinatorio), ciascuno specificamente inerente alle diverse situazioni in cui la divinazione viene considerata come componente, spesso essenziale, della cultura. In particolare, presso le culture arcaiche e quelle dei popoli illetterati, la divinazione costituisce l’unica modalità con cui esse si rivolgono a un tempo futuro con l’intenzione di conoscerne, il piú esattamente possibile, gli accadimenti, in particolare quelli vitalmente piú rilevanti, relativamente alla malattia, alla morte, alla raccolta, alla caccia.
Distinzioni e classificazioni Una classificazione delle pratiche divinatorie di particolare antichità si trova nel trattato Sulla divinazione di Marco Tullio Cicerone, e deriva dalle teorie in voga al suo tempo sull’argomento. Cicerone distingue una divinazione «naturale», fondata sull’intervento diretto della divinità che parla attraverso una persona ispirata o tramite segni casuali, indipendenti dalla volontà dell’uomo, e una divinazione «artificiale» (da ars, «tecnica, scienza»), in cui i segni sono appositamente provocati per ottenere un responso. Su questa base, lo storico Auguste Bouché-Leclercq (1842-1923) propose per la divinazione nelle culture del mondo antico una classificazione di ampia portata, distinguendo una divinazione spontanea o «intuitiva», da una divinazione artificiale o «induttiva», con una serie di sottodivisioni per l’una e l’altra forma divinatoria (vedi box a p. 18). Per il mondo antico, l’archeologia fornisce spesso documentazione per le diverse categorie, restituendo oggetti e strumenti della divinazione induttiva (modelli di fegato per epatoscopia, sortes, astragali, testi mantici, ecc.), riscontri monumentali per luoghi di culto consacrati alla divinazione intuitiva (con oracoli, incubazione, ecc.), raffigurazioni di personaggi ispirati e di cerimonie consultatorie, documenti scritti di evidente connessione con pratiche dell’uno e dell’altro tipo, sia nella forma di veri e propri testi mantici, sia in quella, piú semplice, di resoconti di avvenute consultazioni oracolari. La documentazione archeologica è invece solitamente meno ricca d’informazioni sul quadro ideologico e sui contesti socio-culturali che ispiravano le varie tecniche. Per questi aspetti è importante poter disporre anche di un’ampia documentazione letteraria, dal momento che l’interpretazione di una medesima tecnica può seguire in ciascuna
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CAPITOLO
MESSAGGI dall’ALDILÀ
Saul e la strega di Endor, olio su tela di Januarius Zick. 1753. Collezione privata. Il pittore immagina il passo biblico (Samuele, 28, 16-17) in cui Saul consulta lo spirito del profeta Samuele evocato dalla strega di Endor attraverso un rito negromantico.
Sebbene temuta e praticata con circospezione, anche l’interrogazione degli spiriti era una pratica diffusa per conoscere il proprio destino. I suoi «effetti collaterali» potevano però essere assai pesanti...
«Q
ui interroghiamo indovine e spiriti dei morti, per sapere se il dio Assur continuerà a curarsi di te»: cosí si legge in una lettera paleoassira del 1800 a.C. circa, che documenta una pratica divinatoria diffusa, ma considerata inquietante e spesso dichiarata illecita. È la necromanzia, cioè il ricorso agli spiriti dei morti, ritenuti capaci di conoscere l’avvenire dei vivi. Etemmu era il nome che si dava in Mesopotamia a tali spettri, evocati con un rito al quale, forse, si ricorreva solo in caso di estrema necessità. Tale impressione si ricava anche in altri contesti culturali; cosí è, per esempio, nel racconto biblico della consultazione dello spirito di Samuele da parte di una donna della città di Endor, alla quale il re Saul si era rivolto, pur avendo egli stesso proibito in Israele il ricorso ai necromanti, giacché si era rivelato inutile ogni altro metodo divinatorio per conoscere la volontà di Yahweh. Cosí è, del resto, anche per la necromanzia praticata nella Roma imperiale da occultisti che operavano ai limiti del lecito, stimati, ma soprattutto temuti per la loro arte. I papiri magici, le gemme, gli intarsi ci mostrano con vivide immagini il mondo tenebroso in cui operavano i necromanti, che si richiamavano agli dèi dell’antico Oriente, a Zoroastro e al faraone Nectanebo, per vantare doti eccezionali e dichiararsi capaci di risvegliare i cadaveri, di forzare a rispondere anche i defunti piú nocivi, quelli deceduti per morte violenta o prematuri. Pericolosa e funesta quale doveva essere la necromanzia, non meraviglia la rarità delle attestazioni che la concernono o la discrezione che circonda le notizie giunte fino a noi, che pure non mancano. Le biblioteche dei re assiri contenevano anzi testi rituali molto espliciti, con le formule che avrebbero consentito di evocare uno spettro e istruzioni di questo tipo: «Recita l’incantesimo per tre volte, poi ungi i tuoi occhi con la pozione (un
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