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Archeo Monografie n. 20, Agosto 2017

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Vita quotidiana nella Terra tra i due Fiumi • Prima dell’alfabeto • Religione, arte e scienza • Hammurabi, l’uomo del mistero • Uruk, una megalopoli dell’età del Bronzo • Ur, la leggenda continua • Ritorno a Babilonia •

di Massimo Vidale

€ 7,90

IN EDICOLA IL 20 LUGLIO 2017

MESOPOTAMIA, ALLE ORIGINI DELLA CIVILTÀ

MESOPOTAMIA ALLE ORIGINI DELLA CIVILTÀ

My Way Media Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

MONOGRAFIE

N°20 Agosto 2017 Rivista Bimestrale

ARCHEO MONOGRAFIE

RA MI R E FIU T LA UE L NE A I D TR


MESOPOTAMIA alle origini della civiltà di Massimo Vidale, con un contributo di Claudio Saporetti

6. Presentazione 14. Il territorio

La terra tra i due fiumi 26. Città, re e dinastie

Gli artefici del miracolo

66. La religione

Religione, arte e scienza 84. Hammurabi

L’uomo del mistero 94. Uruk

38. La scrittura

Prima dell’alfabeto

Una megalopoli dell’età del Bronzo

48. I luoghi della vita

98. Ur

Scene di vita quotidiana

La leggenda continua

56. I luoghi del potere

104. Babilonia

Il tempio e il palazzo

La porta degli dèi

La ziqqurat di Ur, innalzata per volere del re Ur-Nammu alla fine del III mill. a.C.


«Gli antichi abitanti della Mesopotamia vedevano le proprie città-stato come copie terrene di un modello d’ordine divino. Ogni città-stato era sacra, in quanto legata a un dio oppure a una dea. Di qui, Nippur, il piú antico centro religioso di Sumer, era Enlil, dio del Vento. Inoltre, collocato al centro di ogni maggiore città-stato, vi era un complesso templare. Estesa per alcuni ettari, quest’area sacra comprendeva una ziqqurat, con un tempio sulla sommità, dedicato al dio o alla dea che possedeva la città. Tale complesso templare era il vero centro della comunità. Il dio o la dea principali vi abitavano simbolicamente sotto forma di una statua, e la cerimonia di dedica comprendeva un rituale che legava l’immagine al dio o alla dea, e cosí ne sfruttava il potere sovrannaturale a vantaggio della città (...) sebbene gli dèi, letteralmente, possedessero la città, il tempio usava soltanto una parte dei suoi terreni, e dava in affitto il resto» (Jackson J. Spielvogel, Western Civilization, 1996).

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alla Terra tra i due Fiumi, alla Terra dei mille conflitti. Se un antico Greco, per incanto, potesse godere dell’occhio dell’attualità, potrebbe ben chiamarla «Mesopolemia». In questo mondo in cui tutto cambia senza sosta, i due fiumi sono confluiti nell’unico estuario dello Shatt-el Arab, e uno di essi, il Tigri, sbarrato da una diga dopo l’altra, scorre ormai come una profonda cicatrice con non piú del 10 o del 20 per cento della sua antica portata; mentre attorno alle pianure alluvionali si affollano guerre e stragi vecchie e nuove. È con un senso di continuo stupore che chi ama (per personale e spesso irrazionale vocazione) l’archeologia orientale, la cultura biblica e la storia delle prime civiltà assiste a questo ribollire di guerre e distruzioni: violenze che, come i lettori ben sanno, in ben piú di un’occasione si sono riversate con esiti rovinosi sulle testimonianze del patrimonio culturale. Facile sarebbe sostenere che vi è ben poco di nuovo sotto il sole: la storia della Mesopotamia, in particolare da quando essa può essere ricomposta, tra mille esitazioni, da frammenti di iscrizioni e immagini quasi integralmente

dovute alla propaganda dei sovrani, è intrisa di arroganza, violenza e compiacimento di morte.

All’ombra di una pergola Il pensiero corre, a questo punto, ai celebre rilievo di Assurbanipal (668-631) e della sua consorte a banchetto, che abbellivano le pareti dei palazzi di Ninive: l’ultimo grande re degli Assiri, posate le armi, beve sdraiato su un letto tra palme e alberi da frutto, tra uccelli svolazzanti e i fumi aromatici degli incensieri, all’ombra di una pergola rigonfia di grappoli d’uva (vedi foto in alto, sulle due pagine). Al suo cospetto, l’aria serale è pervasa dal suono dell’arpa e dolcemente mossa dai ventagli degli inservienti. Dal ramo di un albero, in un angolo remoto del giardino, per ribadire l’insignificanza del nemico, è appesa, capovolta, la testa mozzata di Te-Umman, re dell’Elam (nel margine sud-occidentale dell’altopiano iranico): un grande anello in ferro, come quello usato per appendere le teste degli animali macellati, gli attraversa la bocca. Era il 653 a.C., e mancavano poco piú di quarant’anni al crollo, nella polvere e nel sangue, della stessa Ninive.

Ma abbiamo veramente il diritto di riconoscere – nell’esperienza millenaria del Vicino Oriente e del Levante – le nostre radici storiche e culturali? | MESOPOTAMIA | 6 |


Di nemici calpestati dagli zoccoli di carri, asini e cavalli, di atroci torture, cadaveri e teste impilate come pietre in grandi tumuli eretti davanti alle mura di città in fiamme, e di puntuali descrizioni di pulizie etniche, traboccano le iscrizioni regali e le immagini della propaganda dei vincitori. La caccia alle vittime umane, del resto, come segno di valore militare e trionfo politico, fa parte da sempre della cultura del Paese. È forse il destino inevitabile di un Paese ricco d’acqua, di un’inesauribile vastità di terra coltivabile, e di braccia per lavorarla. A patto che il controllo su questo ristretto ventaglio di risorse, e su confini molto incerti, sia quello fermo e spietato di mani ben armate. Come può tutto questo conciliarsi con le profonde radici della cultura occidentale nel Vicino Oriente e nel Levante? Stiamo parlando del quadro idilliaco, spesso alquanto statico e pacifico, comune nei manuali di storia; delle invenzioni della scrittura, delle tecniche di amministrazione dello Stato (e della burocrazia!), della divisione del tempo, dell’affascinante In alto, sulle due pagine particolare di un rilievo raffigurante il re assiro Assurbanipal e la sua consorte a banchetto, da Ninive. 645-635 a.C. Londra, British Museum.

affabulazione dei segni zodiacali e dell’astrologia, ma anche dei primordi della medicina, dell’ingegneria idraulica e di poemi davvero immortali, come quelli del ciclo di Gilgamesh: in poche parole, di una preziosa e insostituibile eredità di «progresso» che sentiamo come intimamente nostra. Abbiamo il diritto – in senso storico e culturale – di riconoscere nella sua esperienza millenaria le nostre radici? E, se sí, in quale misura? E quale prezzo pagò l’umanità per tali «progressi»? Rispondere a queste domande, al di là dei luoghi comuni e di mille banali equivoci, è tutt’altro che semplice. Forse, prima di immergerci nelle immagini e nelle suggestioni che continuano a regalarci l’archeologia e i musei, e nella confortevole idea della contiguità, vale la pena di riflettere su come Occidente e Oriente, prima della catastrofica (per i Persiani) e momentanea incursione di Alessandro Magno, fossero stati mondi separati, oppure uniti da eventi e fili storici ancora poco visibili, o del tutto da decifrare. Prendiamo, per esempio, i tempi tra il IV e il III millennio a.C., quando lungo le piane di Tigri ed A sinistra pugnale in argento e oro con lama in bronzo, e fodero in oro, dalla tomba di Meskalamdug del Cimitero Reale di Ur. Metà del III mill. a.C. Baghdad, Iraq Museum.

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CITTÀ, RE E DINASTIE

Gli artefici del miracolo Nella storia della Mesopotamia si succedono dinastie ed epoche oscure, salgono alla ribalta città che si conquistano a vicenda e regni fortemente centralizzati...

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e dovessimo identificare un motivo dominante nella storia di questa parte del mondo, la scelta non sarebbe difficile: questo tema è una pulsazione continua in cui, alla costituzione di Stati unitari fortemente centralizzati – costruiti militarmente da genti che spesso avevano una cultura e una lingua ben distinte –, succedevano periodi di caos e frammentazione politica. In questi periodi, regioni e città riacquistavano, seppur temporaneamente, la propria autonomia. Poiché i documenti su cui si basano gli storici sono perlopiú testi scritti, e quelli di cui disponiamo per l’antica Mesopotamia sono innanzitutto di natura amministrativa, i periodi di centralizzazione politica sono piú noti, mentre le fasi di frammentazione sono considerate «oscure». Parlando dell’antica Mesopotamia, è quindi inevitabile fare riferimento a una storia fatta di città dominanti, re e dinastie. Proprio gli antichi testi scritti sulle tavolette d’argilla con caratteri cuneiformi ci tramandano parte di questo complesso quadro

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In questa pagina statuetta in calcare forse raffigurante un re, da Uruk. Cultura di Uruk, seconda metĂ del IV mill. a.C. Baghdad, Iraq Museum. Nella pagina accanto frammento di intarsio in scisto e marmo, raffigurante un sovrano che afferra per un braccio un prigioniero, da Kish. EtĂ sumerica, 2700 a.C. Baghdad, Iraq Museum.

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I LUOGHI DEL POTERE

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l tempio erano annessi archivi amministrativi, magazzini agricoli, laboratori artigianali. A Eshnunna, tra l’Antico Dinastico III e l’Akkadico, un edificio monumentale connesso al tempio di Abu ospitava con tutta probabilità una grande manifattura tessile. Le maggiori concentrazioni di artigiani a servizio dei templi potevano includere centinaia e anche migliaia di lavoratori. Le case dei governatori e dei re avevano ogni interesse a collaborare in modo pacifico e fruttuoso con «imprese» cosí dinamiche. Insieme alla manutenzione dei canali agricoli, il restauro o l’edificazione dei templi, considerati una delle principali prerogative reali, fornivano continui temi propagandistici all’arte ufficiale di Stato. Innumerevoli iscrizioni tracciate su tavolette e coni d’argilla sepolti nelle fondazioni dei maggiori edifici sacri del Paese testimoniano di quanto orgogliosi fossero i governanti dell’appoggio fornito ai complessi religiosi. Nel tempio, la statua di culto poggiava su un podio considerato «la sede» del dio, o della dea. Nessuna statua è mai stata trovata al suo posto: esse erano troppo preziose per essere abbandonate tra le rovine. I Sumeri costruivano spesso oggetti compositi in materiali diversi, e possiamo immaginare che venerassero statue in legno pregiato, intarsiate di lapislazzuli, con parti in oro, argento o bronzo; le figure potevano sedere su troni intarsiati, altrettanto preziosi, e venivano probabilmente rivestite di tessuti pregiati e di gioielli. Questi oggetti, di proprietà divina, formavano il tesoro del tempio. Le tavolette ci hanno tramandato lunghi inventari di beni preziosi, che comprendono sigilli, ornamenti e addobbi in oro, argento, elettro, bronzo, cornalina, lapislazzuli, conchiglia marina, e lunghe liste di stoffe e abiti pregiati. Nel corso dei frequenti episodi bellici che costellano la storia mesopotamica, templi cittadini e i loro tesori, furono ripetutamente saccheggiati dagli eserciti delle città rivali. Nei templi, sacerdoti e indovini sancivano l’inviolabilità di giuramenti e giudizi legali, e

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A sinistra gli imponenti resti (57 m di altezza) della ziqqurat di Aqar Auf (Dur Kurigalzu, Iraq). XIV-XIII sec. a.C. In basso veduta aerea della ziqqurat di Ur, colossale torre a gradoni con terrazze e scalinate monumentali. XXI sec. a.C.

traevano responsi dai movimenti degli astri e dalle viscere degli animali sacrificati. La scienza del vaticinio rimase totalmente orale sino alla prima metà del II millennio a.C., quando iniziano a comparire i primi «manuali» e i primi modelli del fegato degli animali.

I pasti degli dèi Gli dèi venivano accuditi, profumati, nutriti due volte al giorno con pane, farina, dolci, pesce, frutta fresca o essiccata. Le offerte di acqua, vino e birra venivano fatte con speciali vasi in pietra semipreziosa e facevano parte del grande ammontare di contributi che i proprietari terrieri e la casa regnante inviavano regolarmente al tempio, come forma non ufficialmente dichiarata di tassazione: le tavolette, ancora una volta, ci forniscono monotoni elenchi di pecore, agnelli, oche, cereali e farina, datteri, burro, fichi e frutta secca, verdura, combustibili, metallo, lana e bitume, ma anche di doni costosi, come le barche. Le provviste nutrivano innanzitutto il clero e gli attendenti del tempio, come gli scribi, i guardiani e gli amministratori. Una parte veniva usata per pagare le tessitrici e gli artigiani che il tempio periodicamente

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HAMMURABI

Suo nonno si chiamava Apil-sin, e suo padre Sin-muballit; appartenevano alla tribú dei Beniaminiti, e a loro si devono i primi passi del piccolo regno di Babilonia. Ma quando tutto ciò sia avvenuto resta oscuro. Storici e archeologi, infatti, cercano di ancorare i fatti dell’antica Mesopotamia a una rigida successione temporale usando tre cronologie contrastanti, che ne fanno oscillare il regno tra la fine del XIX e buona parte del XVII secolo a.C. Per la storia non è questione da poco: è come se, nella storia dell’antica Roma, il regno di Augusto potesse oscillare sino a lambire quello di Traiano. In questa occasione, useremo per pura convenzione i tempi «medi», anche se sono sempre piú frequenti gli studiosi che adottano date ben piú recenti.

Una personalità sfuggente Oggi il nome del re ha una sfumatura fascinosa, soprattutto grazie alla testimonianza della nera stele che al Louvre continua a celebrarlo. Ma sembra che ai suoi tempi fosse invece un nome piuttosto comune, che significava «L’antenato è grande» oppure forse «L’antenato è un guaritore». Non è giunto a noi nemmeno il suo sigillo, il simbolo di potere piú personale di un sovrano: ne conosciamo solo parte dell’impronta, rimasta impressa sulla confezione di un regalo ignoto, che Hammurabi aveva fatto al re di Mari, ZimriLim. Indeterminato, come si è detto, resta anche l’anno della sua nascita (convenzionalmente collocabile, per quanto ora ci interessa, intorno al 1810 a.C.). Ma la cosa ben piú importante che ci sfugge è la personalità intima di Hammurabi, e con essa le radici di una intelligente, quanto sistematica

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Testa in diorite identificata convenzionalmente con Hammurabi, da Susa. Inizi del II mill. a.C. Parigi, Museo del Louvre. L’opera ritrae un principe che regnò probabilmente prima di Hammurabi perché in questo senso depongono alcuni particolari, come la forma della barba e la disposizione dei capelli sulla fronte.

e implacabile volontà di potere. Quanto sappiamo di lui viene da immagini rarissime, da una ventina di iscrizioni commemorative intrise di ufficialità, da una rete vasta ma scarna e arida di riferimenti indiretti, dedotti soprattutto dai nomi che gli scribi davano agli anni della corrispondenza di corte e dei documenti amministrativi. Anche quando il re sembra mostrare una vena umana, nel dedicare una fortezza o un tempio alla memoria del padre o del nonno, obbedisce in realtà ai dettami formali della celebrazione degli antenati ereditati dall’ascendenza amorrea. Quel poco di lui che si cela nelle duecento lettere inviate dalla segreteria di Hammurabi a Zimri-Lim – e ritrovate nel Palazzo di Mari –, va cercato sotto le vernici del linguaggio formale e ripetitivo della prassi burocratica. E, come vedremo, persino la celebre stele del Louvre, che contiene forse il testo piú lungo mai lasciato da un sovrano del Vicino Oriente antico, rivela assai poco del protagonista, e resta molto piú difficile da interpretare di quanto non si immagini. Per queste ragioni Hammurabi resta e forse resterà per sempre «l’uomo del mistero». Come ha scritto la studiosa di storia e religioni del Vicino Oriente antico Maria Giovanna Biga, il nome di Babilonia compare per la prima volta in una tavoletta di carattere amministrativo del XXII secolo a.C., nella quale l’insediamento, che doveva essere poco piú di un villaggio sulla riva destra dell’Eufrate, era designato con i Nella pagina accanto particolare del Codice di Hammurabi, una grande stele in basalto rinvenuta a Susa, da Babilonia. 1792-1750 a.C. Parigi, Museo del Louvre. A sinistra, in piedi, è raffigurato il sovrano stesso, in attesa che il dio della giustizia Shamash, seduto di fronte, gli detti il Codice delle 282 leggi.


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La porta degli dèi

Città di cui, fin dall’antichità, si favoleggiava la magnificenza, Babilonia divenne un luogo leggendario. Che invece esistette davvero ed ebbe una storia lunga e illustre, come confermano le indagini archeologiche insieme a migliaia di documenti letterari ed epigrafici di Claudio Saporetti

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Sulle due pagine un’immagine d’epoca del Grande Leone di Babilonia, scultura incompiuta che forse ornava il palazzo di Nabucodonosor II. VI-V sec. a.C. In basso un’immagine recente del Grande Leone di Babilonia. La città sulle rive dell’Eufrate iniziò la sua ascesa, in seguito alla caduta dell’impero di Ur (Mesopotamia meridionale), dovuta alla penetrazione degli Amorrei, provenienti dall’Occidente.

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l nome «Babilonia» è universalmente noto e variamente utilizzato, anche fuori luogo. Ma se chiedessimo su Babilonia qualcosa di piú approfondito e appropriato, scopriremmo che sono soltanto due i nomi babilonesi conosciuti: quelli dei sovrani Hammurabi (o Hammurapi) e Nabucodonosor. Il primo è legato all’esistenza di un «codice» noto per la sua vaga denominazione (il termine «codice» è inesatto) piú che per il suo contenuto. Il secondo ricorda invece la deportazione degli Ebrei, appresa dalla Bibbia o anche dall’opera verdiana Nabucco (dove però Babilonia e Assiria sono intese come un tutt’uno!). Eppure tra l’uno e l’altro sovrano intercorre piú di un millennio, durante il quale Babilonia non ha certo rinunciato a far parte della storia. La vera storia di Babilonia inizia con una dinastia «amorrea», prima della quale la località era certamente esistita, ma non aveva mai raggiunto l’importanza di altre città mesopotamiche, come Ur, Uruk, Lagash, Umma, o Nippur, potenti capitali sumere del Sud. Nelle fasi piú antiche della storia mesopotamica, Babilonia non fu che una delle tante località rette da un «governatore», anche durante il cosiddetto «rinascimento sumerico», quando, intorno al XXII-XXI secolo a.C., Ur divenne una grande potenza dominante.

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BABILONIA

Cosí Sedecia, catturato mentre fuggiva, dovette assistere all’uccisione dei suoi figli e venne quindi accecato e deportato. Si procedette anche all’esecuzione dimostrativa di una settantina di persone, alcune delle quali di particolare rilievo, e fu deportato il popolo, tranne i ceti inferiori, ai quali venne affidato, sotto la sovrintendenza di un tal Godolia, il terreno da coltivare. Ci fu anche una terza deportazione, avvenuta intorno al ventitreesimo anno del regno di Nabucodonosor, probabilmente quando il sovrano vinse Ammoniti e Moabiti e, in quell’occasione, puní gli Ebrei che avevano ucciso il fedele Godolia. Da quanto si è visto, le deportazioni avvennero in circostanze diverse: in un clima di tolleranza e di sostanziale

A destra la Porta di Ishtar ricostruita nel Vorderasiatisches Museum di Berlino. VI sec. a.C. In basso plastico dell’area centrale di Babilonia: in primo piano, la Via della Processione, che conduce alla Porta di Ishtar; sullo sfondo, la ziqqurat di Marduk. Gerusalemme, Bible Lands Museum.


Eufrate

Palazzo d’Estate

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Porta di Ishtar

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Porta di Marduk

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Avancorpo occidentale

Porta di Shamash

Palazzo principale

Porta di Ishtar

Tempio di Nin-mah

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Palazzo meridionale

Porta di Marduk

Tempio di Ishtar

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Porta di Zababa

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«perdono» la prima, di violenta reazione la seconda e, si immagina, anche la terza. Il trattamento riservato agli Ebrei dovette essere, dunque, presumibilmente differente nei due casi. Nel primo il re e il suo entourage non furono imprigionati, ma accolti nella corte babilonese, e qui nutriti con razioni regolari, quelle che risultano dai testi amministrativi in cui è nominato Ja’u-kin re di Jakhudu – cioè Joachin re di Giuda –, insieme a cinque suoi figli e ad altri otto Giudei. E poiché la Bibbia dice che questo re fu liberato dalla prigione da Evil-Merodac, figlio e successore di Nabucodonosor, può darsi che dopo il periodo sereno in cui godeva dell’ospitalità reale sia stato vittima della reazione innescata dalla ribellione di Sedecia. I testi babilonesi nominano altri Ebrei, tra cui un frutticoltore, che potremmo immaginare impiegato nella manutenzione dei giardini pensili. La maggior parte degli Ebrei non fu però concentrata nella sola Babilonia. In particolare, gli venne destinato il territorio

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In alto la decorazione in mattoni smaltati che ornava uno dei lati della Via della Processione di Babilonia. VI sec. a.C. Berlino, Vorderasiatisches Museum. A destra pianta di Babilonia con le tre principali aree della città, i nomi dei quartieri e le fortificazioni completate sotto Nabucodonosor II (604-562 a.C.).

Porta di Zababa

Eridu

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Porta del Re

Fossato

Fossato

Tempio di Marduk Tempio di Ishara

Tempio di Ninutta

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