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Archeo Monografie n. 52, Dicembre 2022/Gennaio 2023

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il primo imperatore

Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC

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ARCHEO MONOGRAFIE

AUGUSTO

€ 7,90

AUGUSTO

N°52 Dicembre 2022/Gennaio 2023 Rivista Bimestrale

IN EDICOLA IL 20 DICEMBRE 2022


AUGUSTO il primo imperatore di Furio Sampoli

6. Gli

esordi

I primi passi di un dominatore 22. La

scalata al potere

Tessere la tela

48. La

consacrazione

Un uomo solo al comando 78. Pubblico

e privato

Il lato oscuro della gloria 98. Apoteosi

ed epilogo

Verso il commiato


GLI ESORDI

che non aveva e che gli erano indispensabili per intrigare sia nell’ambito della «concordia civile», sia nella fazione cesariana. Gaio Ottavio arriva a Roma nel momento strategicamente piú opportuno: non c’è Marco Antonio. Si guadagna subito la simpatia, l’affetto, e il plauso popolare, dichiarando in pubblico di accettare l’adozione e insieme di tener fede ai lasciti testamentari del padre in favore del popolo. L’atto di adozione comportava una procedura rituale: doveva essere sancito dai comizi curiati. Inaspettatamente, gli si oppone Lucio Antonio,

tribuno della plebe. Fu il primo scontro con i fratelli Antoni: erano tre, Marco console, Gaio pretore, Lucio tribuno della plebe. La maggior parte del popolo e i vecchi veterani si schierano con Gaio Ottavio. Di lui piacevano la giovinezza, quella risoluta disinvoltura e una consapevole temerarietà che lo indicavano degno erede di Cesare. Tornato a maggio, Marco Antonio non prese in troppa considerazione il giovane rivale. Di statura gli arrivava poco oltre l’altezza delle spalle, esile, biondiccio, perfettamente proporzionato, il viso di una bellezza apollinea, ma gli occhi, chiari, a volte sembravano lame di

Una veduta del Foro Romano, teatro dei drammatici avvenimenti delle guerre civili di Cesare e Ottaviano Augusto.


coltelli, altre animati, come dice Svetonio, «da una sorta di vigore divino». Ebbero un colloquio. Dinanzi al console e conclamato leader dei cesariani il giovane Ottavio non mostrò neppure un attimo di soggezione: pretese non solo l’eredità che gli spettava (e di cui Antonio si era appropriato), ma anche il denaro contante necessario per pagare al popolo i legati di Cesare.

Nel mese di assenza da Roma Marco Antonio era stato a Brindisi a ricevere le legioni richiamate dall’Epiro. Aveva bisogno di un esercito per insediarsi, magari con la forza,


Il teatro greco sull’acropoli di Pergamo (Turchia). II sec. a.C. Nella spartizione delle province tra i triumviri, ad Antonio vennero attribuite anche le province orientali, prima occupate da Bruto e Cassio.

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TESSERE LA TELA CON ACUME E LUNGIMIRANZA, OTTAVIANO ACCETTA DI CONDIVIDERE LE RESPONSABILITÀ DEL POTERE E ARRIVA A SPARTIRSI I DOMINI DI ROMA CON MARCO ANTONIO. FINO A QUANDO QUESTI NON GLI SI RIVOLTA CONTRO…

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LO SCALATA AL POTERE

veterani pretendevano sí le terre, ma non per coltivarle di persona. Le trattative dirette con i municipi fallirono quasi subito. I veterani strepitarono, si ribellarono, passarono alla violenza. Era chiaro, in ogni caso, un punto fermo: che Ottaviano, per convinzione o necessità, era deciso ad affrontare qualunque rivolgimento, per difficile e tremendo che fosse, pur di non giocarsi il potere che gli veniva dalla loro forza militare e politica. D’accordo, i cesaricidi erano stati eliminati, ma si prospettavano altre guerre. Sesto Pompeo dominava il mare, Stazio Murco e Domizio Enobarbo, che avevano comandato le flotte di Bruto e di Cassio, raccoglievano navi e soldati. Per l’interruzione del traffico marittimo Roma era alla fame. Di notte la plebe commetteva rapine e azioni anche peggiori, impunemente. Non c’erano piú né ordine, né giustizia. Già di per sé drammatica, la situazione divenne deflagrante quando vi si inserí il conflitto di poteri fra il triumviro e i consoli in carica.

Dalla parte degli espropriati Per l’anno 41 a.C. erano Lucio Antonio e Pubblio Servilio Isaurico. Soprattutto il primo si fece interprete e difensore del malcontento o meglio del disastro, sul piano economico e sociale, degli espropriati. Sbandierò addirittura un programma antitriumvirale in nome della libertà. Sapeva che popolo e repubblicani erano dalla sua parte. Con un esercito, che «nominalmente» aveva sei legioni, occupò Roma fra gli applausi, accolto come un liberatore, ma dovette fuggire per non essere sorpreso da Marco Vipsanio Agrippa, allora ventunenne. Ci furono un paio di tentativi dei veterani per scongiurare le atrocità di un’altra lotta fratricida: non approdarono a nulla. Lucio Antonio si ritirò a Preneste, dove lo raggiunse Fulvia. Ambedue pensavano di poter contare su una schiacciante superiorità militare: Fufio Caleno e Ventidio tenevano undici legioni nella Gallia; sette Asinio Pollione nella Cisalpina. Soprattutto era prevedibile che Marco Antonio, venuto a conoscenza del fatto

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che i suoi generali, le sue truppe, suo fratello, la moglie erano impegnati nella guerra contro Ottaviano per il potere d’Italia, in realtà per il potere nel mondo, sarebbe sbarcato a Brindisi. Nell’attesa, a Preneste, Fulvia era l’anima della resistenza. Dione dice che «lei stessa cingeva la spada, dava la parola d’ordine, arringava i soldati». Poi lei e il cognato passarono a Perugia. La posizione era fortissima, e a Perugia aspettarono Marco Antonio per tutto l’inverno. Ma lui non venne: era e rimase ad Alessandria, rinvoltato nel letto di Cleopatra. Sprecò quello che Antifonte definisce «la cosa piú preziosa che si può sprecare: il tempo». Fece di peggio: si lasciò passare sotto il naso «la grande occasione» di rendersi padrone del

I resti dell’acropoli di Lindos, a Rodi. Alla vigilia della spedizione contro i Parti, Marco Antonio concesse all’isola speciali gratifiche.


mondo. Non gliene sarebbe mai capitata un’altra cosí perfetta, circoscritta e a portata di mano. Fufio Caleno, Ventidio, Asinio Pollione si erano tanto avvicinati a Perugia, che i soldati dalle mura potevano scorgere i fuochi dei loro accampamenti.

La resa di Perugia Dal meridione li aveva raggiunti Munazio Planco al comando di un esercito di veterani sovvenzionato da Fulvia. Ma di fronte si trovarono Marco Vipsanio Agrippa, deciso a sbarrare loro la strada. E Marco Antonio? Da lui neppure un messaggio che fosse per loro punto di riferimento strategico o tattico. Fu la fermezza di Marco Vipsanio Agrippa a

convincerli di non venire a battaglia. È anche vero che le continue attese, le incertezze avevano finito per instillare in loro il disgusto della guerra civile: era follia, dicevano, morire per Lucio Antonio e le classi possidenti d’Italia. Ritiratisi Ventidio, Planco, Asinio Pollione, Fufio Caleno (quest’ultimo sarebbe poi morto improvvisamente e le sue legioni passarono a Ottaviano), Perugia si arrese. Fu incendiata, e i prigionieri sgozzati come bestie alla vigilia dei Saturnali. Erano migliaia, trecento fra senatori e cavalieri. Ottaviano mostrò la faccia della crudeltà in una forma peggiore di quella esibita all’indomani di Filippi. Ma il rischio per lui era stato molto piú grande che nella giornata di Filippi e, si può dire, di quanti altri mai avrebbe affrontato nell’arco cinquantennale della sua vicenda politica. Nell’autunno del 41 a.C. tutto gli era sfavorevole: l’opinione pubblica che gli addebitava la spoliazione delle terre, la posizione strategica dei generali avversari, l’inferiorità militare, l’incubo di uno sbarco a Brindisi di Antonio, la situazione dei mari, con Sesto Pompeo nel Tirreno e nel Mediterraneo, Domizio Enobarbo nell’Adriatico che tenevano chiusa l’Italia come le chele di un granchio gigantesco. L’essere divenuto di colpo, forse insperatamente, addirittura il solo e vero padrone dell’Italia lo doveva certo alla incrollabile fiducia che aveva nel proprio destino, alla sua straordinaria capacità politica, alla fermezza di Marco Vipsanio Agrippa, ma in massima parte o soprattutto all’ignavia colpevole di Marco Antonio. Machiavelli ha, in proposito, una battuta feroce: «Chi è cagione che uno diventi potente, rovina».

Un genio della dissimulazione Non gli bastò, comunque. Impadronitosi delle legioni di Munazio Planco, come di quelle di Fufio Caleno, che del resto erano passate a lui dopo la morte del loro comandante, Ottaviano, con una rapidità sconcertante, arriva nelle Gallie e prende possesso della Narbonense e della Comata, che Caleno aveva tenuto per Antonio. La Spagna gli era toccata nella

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UN UOMO SOLO AL COMANDO LA VITTORIA CONTRO MARCO ANTONIO RIPORTATA AD AZIO SPIANA LA VIA A OTTAVIANO. CHE, IN QUALITÀ DI «AUGUSTO», DIVENTA ARBITRO SUPREMO DEI DESTINI DI ROMA

Cleopatra e Ottaviano, olio su tela di Louis Gauffier. 1787-1788. Edimburgo, National Gelleries of Scotland.

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IL

LATO OSCURO DELLA GLORIA

AUGUSTO CONSOLIDA IL PROPRIO POTERE E GARANTISCE A ROMA PACE E PROSPERITÀ. NON ALTRETTANTO FELICEMENTE SI SNODA LA SUA VICENDA PERSONALE, SEGNATA DA CONTRASTI, RIVALITÀ E PIÚ DI UN TRAGICO LUTTO La trascrizione delle Res Gestae Divi Augusti incisa, in età moderna, su una delle pareti del basamento realizzato per la prima musealizzazione dell’Ara Pacis e conservata nella struttura che oggi accoglie il monumento. Il testo, un resoconto redatto dallo stesso imperatore delle imprese compiute nel corso della sua vita, ci è noto grazie alla versione in lingua latina incisa sulla parete del pronao del tempio di Augusto e Roma ad Ancyra (l’odierna Ankara, in Turchia).

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APOTEOSI ED EPILOGO

Ricostruzione virtuale dell’aspetto del tempio di Marte Ultore (vendicatore), divinità alla quale venivano fatte risalire le origini della stirpe romana e della famiglia di Augusto.

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patrizia, Livia Drusilla, ne uscí sconvolta. Inconsolabile Augusto. Gli pareva che la morte gli si affollasse intorno: prima Agrippa, poi Ottavia, la sorella amatissima e fedele, ora Druso, il figlio del cuore. Nei giorni che seguirono, la perdita di Druso gli divenne tanto piú amara, insopportabile se paragonava il comportamento di lui con quello della figlia Giulia. Padre e figlia avevano caratteri completamente diversi.

Matrimoni obbligati dalla legge In un mondo che cambiava in modo fin troppo accelerato, Augusto si piccava di indossare tuniche e toghe tessute dalle donne di casa. Giulia amava il lusso, l’eleganza, le sete orientali che lasciavano trasparire il suo giovane corpo di donna. Rimasta vedova, e rigogliosa di vita, non poteva restare senza marito. Augusto la maritò a Tiberio. Lo spingevano due motivi: la lex de maritandis ordinibus da lui voluta ed emanata, che imponeva a una donna o uomo giovani di rimaritarsi; l’altro motivo, la ragione di Stato. Con la morte di Agrippa, il figlio primogenito di Livia Drusilla, Tiberio, diveniva – per la giovane età dei figli (adottati) di Augusto, Gaio (otto anni), Lucio (cinque anni) – il secondo personaggio dell’impero. Il meno contento delle nozze fu proprio Tiberio, sposato con Vipsania Agrippina, nata da Agrippa e da Cecilia Attica (la prima moglie di Agrippa), e che lui amava: gli aveva dato un figlio ed era incinta di nuovo. Ma Augusto fu drastico: doveva divorziare. E per di piú da parte di Giulia c’era la rivalsa politica di non perdere il privilegio di signora dell’impero al pari di Livia Drusilla. Il matrimonio fu un disastro ed ebbe conseguenze altrettanto rovinose. Avevano piú o meno la stessa età: trent’anni Tiberio, ventisette lei. Tiberio fu inviato in Dalmazia e Giulia ad Aquileia partorí un maschio, che campò solo qualche giorno. Il freddo di Aquileia la intristiva, le nebbie le toglievano la vista del cielo e sognava il sole di Roma. Tornò appena seppe che Tiberio era stato mandato in Germania e che le operazioni militari si sarebbero prolungate per almeno

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