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Archeo Monografie n. 50, Agosto/Settembre 2022

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Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC

ARCHEO MONOGRAFIE

MONOGRAFIE

I BRONZI DI RIACE

MERAVIGLIE DAL MEDITERRANEO N°50 Agosto/Settembre 2022 Rivista Bimestrale

€ 7,90

I BRONZI DI RIACE

a cura di Luigi Fozzati e Alessandra Ghelli

IN EDICOLA IL 16 AGOSTO 2022


I BRONZI DI RIACE

MERAVIGLIE DAL MEDITERRANEO testi di Barbara Barbaro, Andrea Camilli, Pippo Cappellano, Massimo Capulli, Daniele Castrizio, Giuseppina Carlotta Cianferoni, Maria Raffaella Ciuccarelli, Angelina De Laurenzi, Stefano Gennaro, Alessandra Ghelli, Luigi Fozzati, Carmelo Malacrino, Flavia Marimpietri, Stefano Mariottini, Piera Melli, Francesca Oliveri, Davide Persico, Christos G. Piteros e Fabrizio Sudano

6. Presentazioni 10. Archeologia subacquea La disciplina che non c’era 36. Dopo la scoperta Le ricerche subacquee 38. Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria Storie millenarie nella casa degli eroi 44. Il racconto della scoperta Una mattina d’agosto 48. «Lettura» e identificazione Un elmo da re e quello sguardo carico d’odio 72. Argo Nella città dei bronzisti 78. «Nel mare degli antichi» Filmare la storia 84. Fortuna moderna dei Bronzi Nascemmo guerrieri... e non moriremo pecore 92. Il proembolon dal porto di Genova Cinghiali d’assalto

98. I Bronzi della Meloria Antichi, ma non troppo 102. L’Atleta di Fano L’arroganza di un campione 104. L’anfora di Baratti Argento per dèi ed eroi 106. Il relitto del Pozzino Un luminare della medicina 108. L’Apollo di Piombino «Lampadario» o statua di culto? 110. Bronzi da mari di Sicilia Di elefanti, satiri e altre storie 116. Il «tesoretto» di Rimigliano Caracalla contro la crisi economica 118. La spada di Martignano Un cavaliere in Adriatico 120. Lago di Bolsena Echi di un antico rito 124. Fiume Po I fossili delle alluvioni


Il Bronzo di Riace A. Metà del V sec. a.C. Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale.

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uesta monografia racconta la storia del piú spettacolare ritrovamento di archeologia subacquea del Mediterraneo, nonché di uno dei piú straordinari rinvenimenti dell’archeologia del Novecento tout court. Coordinate da due «addetti ai lavori» che vivono la loro professione con grande passione e competenza (Luigi Fozzati – esponente della prima generazione di archeologi subacquei, nata in seguito alle imprese pionieristiche di Nino Lamboglia, tra i padri fondatori della disciplina – e una studiosa di nuova generazione, Alessandra Ghelli), le pagine seguenti riuniscono le voci dei principali protagonisti che all’avventurosa riscoperta dei Bronzi rinvenuti al largo di Riace hanno dedicato anni di ricerche: a partire da quella del loro scopritore, Stefano Mariottini, cui quell’immersione in una mattina d’agosto di 50 anni fa ha cambiato la vita per sempre (e in positivo, naturalmente!), per proseguire con le indagini circa l’identità dei due personaggi, documentata con affascinante perizia da Daniele Castrizio e che ci invita a rileggere uno dei piú complessi e drammatici episodi della mitologia greca: la tragedia dei figli di Edipo, re di Tebe, maledetti dal proprio padre e destinati – a conclusione di una disastrosa lotta di successione – al reciproco annientamento. Alla vicenda dei Bronzi di Riace si accompagna la cronaca dei principali rinvenimenti archeologici nelle acque italiane dal 1500 ai giorni nostri. I lettori troveranno cosí un motivo in piú per conoscere – e apprezzare – l’importanza dell’archeologia subacquea come disciplina scientifica. Come sottolinea Luigi Fozzati «mari, laghi, fiumi e lagune sono gli ambienti che hanno conservato tracce importanti della presenza dell’uomo nell’area mediterranea» e sono oggetto, oggi, di attenzione da parte di una disciplina ancora giovane in Italia, dove la Soprintendenza per il Patrimonio Culturale Subacqueo è stata istituita dal Ministero della Cultura solo da poco tempo. E – ricorda ancora lo studioso – «i reperti piú famosi che ammiriamo nei nostri musei sono solo la punta di un iceberg, al di sotto della quale si nascondono dati antropologici ed ecostorici importantissimi, tali da rendere di fatto l’archeologia subacquea un ambito di ricerca interdisciplinare». La monografia, infine, vuole essere un invito alla visita degli «Eroi di bronzo» conservati al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. Solo la loro percezione diretta, infatti, è in grado di suscitare – come notava lo storico dell’arte Paolo Moreno – quell’«autentico stupore di fronte all’ineguagliabile superiorità dell’antico». Andreas M. Steiner | BRONZI DI RIACE | 7 |


ARCHEOLOGIA SUBACQUEA IN ITALIA

Questo ritardo s’inserisce nella storia del rapporto quasi perverso, possiamo dire, tra il Mediterraneo e i suoi abitanti. Quattro capolavori storiografici hanno illustrato cosa sia stato il Mare Nostrum nel corso del tempo: ci ha provato per primo il francese Fernand Braudel con un’opera diventata subito un autentico classico (1949, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi 1953); successivamente ben tre storici inglesi: David Abulafia (2010, Il grande mare. Storia del Mediterraneo, Mondadori 2013), Peregrine Horden e Nicholas Purcell (2000, The Corrupting Sea) e, infine, l’archeologo sempre inglese Cyprian Broodbank con il ponderoso Il Mediterraneo. Dalla preistoria alla nascita del mondo classico (2013, tradotto in italiano e pubblicato nel 2015 da Einaudi). Si avvicinano di piú a capire il ruolo del Mediterraneo come spazio geografico di essenziale importanza per le popolazioni rivierasche Horden e Purcell, continuatori della ricerca braudeliana, ovvero di un metodo storiografico innovativo che coinvolge l’intero ecosistema marino e non la sola presenza dell’uomo: Braudel aveva sorvolato il Mediterraneo con un piccolo aereo per comprenderne la geografia e il rapporto terra-mare. Purtroppo a oggi questo «mare che corrompe» non ha trovato in Italia un editore che si assuma l’onere e l’onore di tradurlo nella nostra lingua. È comunque significativo che i grandi storici del Mediterraneo siano tutti nati lontano dalle sue sponde e nessuno sia italiano.

Gli insegnamenti universitari

Il Bronzo di Riace A.

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Tuttavia, se il Ministero per i Beni e le Attività Culturali risponderà parzialmente e solo in ritardo, nel 1986, con l’istituzione del Servizio Tecnico per l’Archeologia Subacquea (Stas), responsabile della prima carta archeologica subacquea di almeno una parte dell’Italia con i progetti Archeomar 1 (Campania, Basilicata, Calabria e Puglia) e Archeomar 2 (Lazio e Toscana), grazie all’interessamento dell’allora Direttore Generale Francesco Sisinni, le Università non saranno da meno. Si deve a Piero


Alfredo Gianfrotta l’apertura di un corso triennale di laurea in archeologia subacquea all’Università della Tuscia a Viterbo: è l’anno accademico 2002/2003 ed è il primo corso del genere attivato in Italia. Negli stessi anni vengono atttivati insegnamenti alle Università di Venezia, Catania, Napoli (Suor Orsola Benincasa), Foggia, Palermo, fino alle attuali 13 sedi universitarie: Udine, Venezia, Padova, Genova, Milano, Pisa, Napoli, Foggia, Bari, Palermo, Sassari (Scuola di specializzazione a Sassari e Oristano), Bologna, Reggio Calabria. Nell’ottobre del 2000 parte invece a Trapani il primo corso in Europa di archeologia navale: diploma universitario della durata di tre anni. La storia della scoperta dei Bronzi di Riace s’inserisce in quella che possiamo definire straordinaria e nello stesso tempo sensazionalistica serie di recuperi subacquei di «tesori» (sull’uso e sulla fortuna dei Bronzi riflette Stefano Gennaro, funzionario archeologo della Soprintendenza ABAP per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la Provincia di Vibo Valentia alle pp. 84-91). Giornali, riviste e libri sono periodicamente ridondanti di resoconti avventurosi, ai limiti della credibilità; ma vendono. I tesori, purché subacquei si vendono entusiasticamente in tutto il mondo, a prescindere dall’epoca del naufragio e della località del rinvenimento. È al riguardo significativo che il libro di George F. Bass, uno dei padri dell’archeologia subacquea contemporanea, abbia visto il titolo originale, Archaeology Beneath the Sea, tradotto in italiano nel 1981 con Tesori in fondo al mare. Tutto ciò ha portato il mondo della cultura a maturare un senso di disagio e poi a costruire un paracadute per quella disciplina mai nata che era l’archeologia subacquea. Nonostante i silenzi dell’allora Ministero dei Beni Culturali, nonché delle università, prima e dopo i Bronzi di Riace si sono succedute numerose scoperte, spesso avvolte dal mistero, fonti di polemiche, di domande senza risposta, di ricerche per lo piú senza risultati. Questa Monografia di «Archeo» ne presenta (segue a p. 24)

Il Bronzo di Riace B.

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Sulle due pagine il piede destro e la bocca del Bronzo di Riace B.

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IL RACCONTO DELLA SCOPERTA

UNA MATTINA D’AGOSTO La storia moderna dei Bronzi di Riace ha inizio nel 1972, quando un sub romano esce per una delle sue abituali battute di pesca in apnea... Ecco, nel suo ricordo il racconto di quell’impresa straordinaria incontro con Stefano Mariottini, a cura di Flavia Marimpietri e Andreas M. Steiner

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ra il 16 agosto 1972 quando un giovane sub dilettante romano, Stefano Mariottini, si immerse nel Mar Ionio, al largo di Riace Marina. Durante la discesa in apnea, fu attratto da qualcosa che emergeva dalla sabbia del fondale: sembrava un braccio. Non si sbagliava. Da quel momento cambiò la sua vita, ma anche la storia dell’archeologia greca e romana. Perché Mariottini aveva trovato, per caso, due statue oggi considerate tra i capolavori assoluti della scultura classica, rari originali greci del VI secolo a.C.: i Bronzi di Riace. A cinquant’anni dalla scoperta, lo abbiamo intervistato per farci raccontare un rinvenimento del tutto fortuito e straordinario, che sarebbe il sogno di ogni archeologo. Che cosa prova Stefano Mariottini, oggi, pensando a quel giorno e a quello che trovò immergendosi nelle acque di Riace? «Non ho avuto fortuna solo io nel trovare i Bronzi di Riace, ma l’ha avuta l’umanità intera, che ora ne può godere! Sono passato in quel punto del mare per caso, è vero, ma ho capito subito che quello che sporgeva dalla sabbia non era un sasso». Ci racconti gli attimi emozionanti in cui si

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rese conto che laggiú, sott’acqua, c’era qualcosa di insolito… «Sono passati cinquant’anni, ma sono legato come ieri a questo avvenimento sorprendente. Nel 1972 ero in vacanza a casa dei suoceri, a Monasterace: ero solito andare a pesca subacquea nelle acque di Riace poiché c’erano scogli molto pescosi, circondati da un mare cristallino. A un certo punto, nell’acqua trasparente, al centro di un gruppo di scogli isolati, notai una cosa che mi sembrò la spalla di un uomo… Usciva solo quella, dal fondo del mare. Non lo sapevo ancora, era il Bronzo “B”. Quel giorno ho vissuto l’emozione di trovarmi di fronte a un reperto antico e la sorpresa della scoperta, anche se in modo fortuito». Quindi per prima cosa vide una spalla e poi? «Ho pensato che fosse un morto, ma il corpo aveva contorni molto precisi, non poteva essere un cadavere… Ho fatto una capriola per immergermi, sono sceso a circa 6-8 m di profondità, e ho visto che l’oggetto era di colore verde: allora ho capito che era un bronzo. Ero già laureato in chimica, dal 1966, conoscevo i materiali. Ero anche responsabile di settore nell’azienda per cui lavoravo, ho saputo riconoscere che era bronzo. Iniziai a spolverare l’oggetto per levare la sabbia… per


In alto 16 agosto 1972. Stefano Mariottini (al centro della foto) accanto alla statua B di Riace, dopo il recupero. Nella pagina accanto Stefano Mariottini oggi.

circa un’ora. Facevo pesca subacquea, ero allenato. In una mano avevo il fucile, con l’altra spolveravo quella spalla, che col passare del tempo è diventata un avambraccio, poi gomito, con tanto di “imbracciatura” per lo scudo. Ho continuato a spolverare i fianchi, le cosce… ma erano infilati profondamente nella sabbia. Usciva solo il profilo sinistro del corpo, dalla testa fino alle gambe. Il torace e la schiena erano sotto la sabbia. Del capo vedevo i riccioli e la “tenia”, la fascetta che il guerriero porta sulla fronte. Infilavo la mano nella sabbia per sentire il viso, ma non riuscivo a vederlo». Dev’essere stato emozionante scoprire a poco a poco, scavando nella sabbia a mani nude, i resti di un guerriero di bronzo

adagiato sul fondo del mare da millenni… «Sí, è stata un’emozione incredibile. Anche se in quel momento non avevo realizzato: avevo capito che era una statua, ma non immaginavo fosse uno dei capolavori piú importanti dell’arte classica. Continuavo a spolverare, ma non vedevo il viso. L’emozione era cosí grande che mi levava l’aria. Per poter scavare andavo su e giú in apnea, rimanendo senza fiato. Muovendo le pinne, poi, un metro e mezzo piú in là, ho scoperto un ginocchio e un alluce…». Era la gamba della seconda statua che affiorava dalla sabbia: il Bronzo di Riace A... «Esatto. Ho pensato che fosse un’altra statua e ho iniziato a spolverarla: era riversa su un fianco. Sarà passata una mezzoretta. Giaceva

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«LETTURA» E IDENTIFICAZIONE

grossolano, al fine di fissare un’ulteriore sbarra, il cui unico scopo doveva essere quello di sostenere l’elmo. Tutta la serie di accorgimenti per tenere saldo il copricapo sembra indicare la preoccupazione costante, da parte del bronzista, per una esposizione della statua al vento e alle intemperie. Per i motivi di stabilità sopra esposti, nel Bronzo B si pensò a deformare preventivamente la calotta cranica, per renderla adatta ad accogliere l’elmo corinzio senza bisogno di perni di rinforzo e di altri incastri; rispetto all’altra statua, del resto, non c’era la necessità di mostrare la capigliatura, poiché sotto l’elmo era prevista la presenza di una cuffia con paranuca a ricciolo, paraorecchie e sottogola (vedi l’immagine nella pagina accanto, in basso).

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Per far intuire la presenza di tale cuffia, all’altezza dei fori per gli occhi fu realizzato un rettangolo in rame rosso, fissato sulla testa entro un apposito incavo, con tracce di picchiettature ottenute mediante colpi di martello, una convenzione iconografica per indicare la pelle conciata e il cuoio. Sulla fronte, analogamente, fu posta una sorta di triangolo in rame, con analoghe picchiettature, visibile al di sotto delle paragnatidi, che rivestiva anche la funzione pratica di bloccare la parte anteriore dell’elmo. Per fissare la cuffia, invece, furono poste tre alette in bronzo proprio sotto la parte posteriore dell’elmo: servivano da supporto al paranuca a ricciolo, che doveva essere in rame; la parte alta delle orecchie, invece, non è stata rifinita, e presenta un foro per


Sulle due pagine elaborazione grafica della testa del Bronzo A che evidenzia la funzione di sostegno svolta dai riccioli della capigliatura, ciascuno dei quali venne fuso singolarmente. A destra elaborazione grafica della testa del Bronzo B che mostra, oltre all’elmo, la sottostante cuffia con paranuca a ricciolo, paraorecchie e sottogola.

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«NEL MARE DEGLI ANTICHI»

FILMARE LA STORIA A dieci anni dalla scoperta, l’avventura cominciata nelle acque di Riace fu rievocata e fedelmente ricostruita a beneficio delle cineprese. Ne scaturí un documentario suggestivo, per il quale furono anche realizzate due repliche perfette delle statue originali di Pippo Cappellano

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iviamo in un Paese ricco di cultura e di storia e, per chi va sott’acqua, i siti archeologici sommersi sono moltissimi e famosi in tutto il mondo. C’è ancora cosí tanto da riportare alla luce da far venir voglia di inseguire il sogno di ogni archeologo: ritrovare un sito, un relitto, un pezzo del nostro passato non ancora inquinato da mani bandite, mani che possono stravolgere la possibilità di ricostruire la storia o addirittura cancellarla per sempre. Per chi come noi, che raccontiamo per immagini quanto riportato alla luce dal meticoloso lavoro degli archeologi, una scoperta rappresenta un film ancora non scritto su cui puntare l’obiettivo della nostra telecamera. Quando si racconta l’archeologia, subacquea in particolare, attraverso la cinematografia, il lavoro è particolarmente complesso: ci si trova davanti a oggetti statici, frammenti, spesso incomprensibili al grande pubblico televisivo, e allora spetta a noi trasformare le immagini in un linguaggio comprensibile a chiunque, ascoltando le testimonianze, verificando con gli storici la veridicità di quanto si ricostruisce e traducendo il tutto in qualcosa che catturi l’attenzione e aiuti a capire l’importanza del nostro passato. Nel 1981 mi sono trovato a dirigere per RAI UNO una serie di 7 puntate da 52’ dal titolo «Nel Mare degli Antichi». Si trattava di realizzare una carrellata sui cantieri in opera e su alcune scoperte che hanno segnato la storia complessa e travagliata delle rotte attorno al nostro stivale. Ho avuto al fianco

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due consulenti d’eccezione: Sabatino Moscati, che a quei tempi presiedeva l’Accademia dei Lincei, e Piero Alfredo Gianfrotta, archeologo subacqueo e professore all’Università della Tuscia.

Un compito impegnativo Quando in scaletta fu inserito l’argomento Riace, a dire il vero, ho vissuto un momento di smarrimento: immergerci nelle acque in cui è avvenuto il ritrovamento del secolo non era cosa da poco e ricostruirne la storia era una vera sfida. Stavamo parlando di due statue in bronzo considerate tra le testimonianze piú significative dell’arte greca classica. Il materiale raccolto raccontava una storia importante, ma il luogo del ritrovamento e la mancanza di altri reperti sollevavano qualche quesito e rendevano difficile una narrazione che a tratti si tingeva di giallo. Erano passati dieci anni da quel giorno e non avevamo materiale di repertorio che supportasse il ricordo di quegli eventi. Dopo lunghe riflessioni, decidemmo di ricostruire il ritrovamento sulla base della testimonianza di Stefano Mariottini, protagonista di quella storica giornata. Rimettere in acqua i bronzi era cosa impensabile, di stampanti 3D ancora non si parlava nemmeno, quindi non restava che affidarsi ai laboratori di Cinecittà per la ricostruzione in vetroresina di due copie identiche agli originali. Il risultato del lavoro di quelle maestranze fu perfetto. Guidati dalle parole di Stefano Mariottini, ci trovammo

La sequenza del documentario dedicato alla storia della scoperta dei Bronzi di Riace, diretto da Pippo Cappellano, nella quale viene ricostruito il recupero di una delle statue.


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CAPITOLO

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NASCEMMO GUERRIERI... E NON MORIREMO PECORE Fin dalla prima esposizione pubblica, i Bronzi di Riace furono richiesti in tutto il mondo, ma, dichiarati intrasportabili, non hanno mai lasciato l’Italia. Di qui nacque l’idea di «clonarli», ma il progetto suscitò polemiche infuocate e non è mai divenuto realtà di Stefano Gennaro

Nella pagina accanto le repliche dei Bronzi di Riace nell’interpretazione proposta da Vinzenz Brinkmann. In basso la pecora Dolly, esito della clonazione realizzata nel 1996 in Scozia.

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ra i momenti piú significativi della metà degli anni Novanta del Novecento, tra la fine della guerra in Iugoslavia (1995) e l’inizio della saga di Harry Potter (1997), il mondo fu scosso dalla notizia della nascita di una pecora. Nel luglio del 1996, gli scienziati scozzesi del Roslin Institute di Edimburgo annunciarono il successo di un esperimento a cui stavano lavorando con molte difficoltà e da tanto tempo: finalmente, dopo svariati tentativi, era venuta alla luce Dolly, il primo mammifero clonato della storia. La notizia fece il giro del mondo, rendendo la piccola pecora, il cui corpo impagliato è conservato ed esposto al museo di Edimburgo, l’animale piú famoso del mondo. Il successo della ricerca, assolutamente inatteso, aprí la strada a studi che nei decenni successivi valsero anche il Nobel per la medicina nel 2012 a Shinya Yamanaka per la ricerca sulle cellule staminali riprogrammate, ma destò anche polemiche e numerosi interrogativi di carattere bioetico, legati in primis all’eventuale possibilità di giungere alla clonazione di un essere umano. Ma se vi state chiedendo che cosa accomuni la pecora Dolly e i Bronzi di Riace sappiate che la risposta è molto facile: anche i Bronzi furono oggetto e soggetto di un criticatissimo progetto

di «clonazione». Proprio nell’anno successivo all’annuncio della clonazione della pecora Dolly, il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, rappresentato dalla Soprintendente della Calabria, Elena Lattanzi, firmò un’apposita convenzione con la Regione Calabria, rappresentata dal Presidente Giuseppe Nisticò. L’oggetto dell’accordo era proprio «la riproduzione di una copia in bronzo, in scala 1:1, dei Bronzi di Riace con l’impiego di tecnologia di rilevazione di altissimo livello, di comprovata innocuità per l’integrità degli originali, verificata e certificata dall’Istituto Centrale del Restauro». L’idea aveva una lunga

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