Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC
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• TUTTI GLI IMPERATORI • LEGIONARI AI CONFINI DEL MONDO • I GRANDI CONDOTTIERI • NEI LUOGHI DEL POTERE • L’ORGANIZZAZIONE DELLO STATO • BARBARI E CRISTIANI • UN GIORNO NELL’URBE N°33 Ottobre/Novembre 2019 Rivista Bimestrale
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IN EDICOLA L’1 OTTOBRE 2019
di Livio Zerbini
Profilo di una capitale
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Vite al comando
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Avversari irriducibili
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Dall’aquila alla Croce
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Un impero multietnico
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La Cina è vicina!
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L’ impero dei Cesari
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SCOPRILE TUTTE!
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S.P.Q.R. Q
uello dell’antica Roma è uno dei capitoli piú avvincenti della storia universale. L’Urbe ebbe un destino straordinario: da piccolo villaggio di pastori riuscí a dare vita a un grande impero che cambiò il volto del mondo. La storia di Roma inizia nell’VIII secolo a.C. e, per convenzione, termina nel 476, anno della deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore dell’impero romano d’Occidente, a opera di Odoacre: un periodo lungo piú di dodici secoli. A ciò si deve aggiungere che in Oriente uno Stato con il nome di Roma, con le sue istituzioni e con tutto il patrimonio di cultura politica e amministrativa specificamente romana, sopravvisse ancora per molto tempo, sino al 1453, anno della caduta di Costantinopoli per mano degli Ottomani. Roma rimase per molto tempo una città-stato e mantenne questa dimensione anche quando il suo territorio si estese a tutta l’area mediterranea e a gran parte dell’Europa occidentale. La progressiva costituzione di un grande impero creò un’alterazione graduale del sistema e una lenta trasformazione, in quanto, dalla res publica, si passò a un potere che sovrintendeva e provvedeva, decideva e imponeva: questa metamorfosi poté dirsi conclusa alla fine dell’impero romano e si trasmise nei secoli successivi, trovando terreno favorevole nel sistema feudale elaborato dalle genti germaniche. Fin dagli albori della sua storia, Roma mostrò una capacità di accogliere l’«altro da sé» che non trova eguali nella storia universale: pertanto Sabini,
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Latini, Etruschi, genti magno-greche, Cartaginesi e poi altri popoli furono integrati e le loro civiltà e culture assimilate e, per cosí dire, «metabolizzate» e concorsero in maniera significativa al grande destino dell’Urbe. Certamente la conquista romana fu violenta e invasiva, ma, a differenza degli altri conquistatori, i Romani non si limitarono solamente a imporre con la forza il loro modello di civiltà, bensí, con una visione del tutto innovativa e di grande apertura, seppero adattarsi alle varie situazioni e alimentarsi delle culture «altre» con cui vennero in contatto e che concorsero a inverare e rendere piú solida la propria. Nel processo di romanizzazione dei popoli assoggettati, un formidabile strumento di assimilazione e di integrazione fu rappresentato dalla cittadinanza romana, che consentí a tutti di avere un senso di appartenenza a una patria communis, e rappresentò un forte incentivo per coloro che cittadini romani non erano. E proprio la cittadinanza fu uno degli elementi piú innovatori della civiltà romana: a differenza delle città greche, che anche nel momento del loro massimo splendore erano apparse incapaci di estendere la cittadinanza e anzi l’avevano custodita come un privilegio, concependola come un diritto «esclusivo», Roma seppe proiettarla al di fuori dei propri confini e condividerla, una volta compiuto il processo di romanizzazione, con le popolazioni che entrarono a far parte del suo impero. In sostanza, la
IL FASCINO DI UNA STORIA SEMPRE ATTUALE cittadinanza romana, la civitas appunto, aveva un forte carattere «inclusivo», poiché costituiva il «cemento» che permetteva a persone di diverse lingue e religioni e dagli usi e costumi differenti, di sentirsi comunque pienamente integrate e partecipi di un unico mondo: quello romano. Essere Britanni, Galli, Greci e Siriani era cosí un mero dato geografico di provenienza; la cosa importante era essere tutti accomunati sotto il nome di Roma. In ragione di questo, un noto filosofo francese, Rémi Brague, nel libro Europe, la voie romaine (tradotto in italiano con il titolo Il futuro dell’Occidente. Nel modello romano la salvezza dell’Europa, Milano 1998), ha proposto come modello culturale per l’Europa, in cui permangono ancora spinte e tensioni centripete, proprio la romanità, nel senso che Roma seppe realizzare quella che egli definisce la «secondarietà culturale», sempre piú significativa in un mondo globalizzato quale è il nostro, vale a dire l’attitudine al saper ricevere e trasmettere, a trovare ciò che è proprio soltanto attraverso ciò che è altro o straniero. Già duemila anni fa infatti l’impero romano aveva sperimentato una globalizzazione ante litteram, in cui non vi erano Romani e stranieri, ma cittadini e non cittadini, e in cui a tutti era consentito, per il forte dinamismo sociale che caratterizzò per molto tempo la storia di Roma, di migliorarsi e progredire, tanto che uno schiavo poteva affrancarsi e divenire libero. Dell’impero romano si è data talvolta un’immagine distorta e densa di stereotipi, nonché
di incrostazioni ideologiche: era, in realtà, un mondo permeabile sul piano culturale e religioso, salvo alcune eccezioni. Lo stesso concetto di limes, cioè di frontiera, lo dimostra chiaramente: non si trattava di una ben precisa linea di demarcazione, come avviene tra gli Stati moderni, se si eccettuano il Vallo di Adriano e pochi altri casi, ma di spazi aperti e in cui tutti potevano entrare, purché non belligeranti, e si viaggiava molto di piú di quanto si è indotti a pensare, senza avere bisogno di passaporto e salvacondotti. Da queste fugaci ed estemporanee considerazioni si evince che anche la nostra modernità, in ragione di quella «secondarietà culturale» evocata da Brague, dovrebbe alimentarsi di una buona conoscenza del passato, per cogliere preziosi e utili strumenti di confronto che possono essere forniti da passate esperienze, come quella dei Romani. Non si deve certo idealizzare quell’antico intervento, oggi improponibile, perché realizzato da una potenza egemone, che alcune cose poteva imporre, altre tollerare, altre, infine, acquisire nel suo patrimonio culturale, a suo insindacabile giudizio; mentre oggi tutto dovrebbe essere concordato, mediato e deciso tra Stati di pari diritti, se non di pari autorità. Tuttavia, nel controllo romano su parte dell’Europa vi furono alcune linee di condotta, come l’adesione, in certi punti, alle culture locali, la salvaguardia di certe autonomie, il rispetto di certe unità etniche, che potrebbero, ancora oggi, risolvere problemi e attriti, senza crearne di nuovi.
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ROMA
sulla scena in pieno giorno
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Disegno ricostruttivo del teatro gallo-romano di Alise-Sainte-Reine, l’antica Alesia, nella Gallia Lugdunense, realizzato in età augustea o durante il I sec. d.C.
A Cavea 1 precinzione 2 ingressi B Edificio scenico 3 palcoscenico 4 postscaenium, o struttura di fondo della scena 5 porticus post scaenam (portico dietro la scena) C Orchestra
| Su il sipario! | Le rappresentazioni teatrali si svolgevano di giorno. Si hanno notizie, rarissime, di spettacoli notturni in Spagna, illuminati da torce entro vasi. Sconosciuto ai Greci, il sipario si «abbassava» scomparendo nella fossa sul bordo del palcoscenico del teatro romano e iniziava lo spettacolo! Il sipario sembra sia stato introdotto nel 13 a.C. utilizzando ricchi tappeti provenienti dal regno di Pergamo sui quali erano rappresentati personaggi a grandezza naturale. Quando veniva srotolato da terra verso l’alto si aveva l’impressione che queste persone sollevassero il sipario con le braccia. La situazione era molto diversa dall’attuale modo di andare a teatro. La luce del sole, infatti, illuminava tutto l’edificio all’aperto, tutto era visibile e la scenografia non poteva puntare su effetti illusionistici. Tuttavia, come è raccontato in Apuleio, è ampiamente documentato l’uso di scenografie, che talvolta coprivano parzialmente il muro di fondo della scena (di per sé ricco di colonne e statue), o si inserivano in vario modo all’interno di essa. Erano infatti usati pinakes, quadri fissi, e periaktoi, prismi dipinti sulle varie facce che
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ruotavano su un perno centrale per cambiare il quadro. Inoltre la scena doveva avere, come nei teatri moderni, un pavimento in tavole di legno. Nei teatri greci con edificio scenico a proscenio rialzato i pinakes si disponevano anche inferiormente tra le colonne o i pilastri che sostenevano il palcoscenico. Da Vitruvio e da Polluce (II secolo d.C.), sappiamo che in epoca romana venivano usati macchinari per effettuare rapidamente cambi di scenari: il piú antico – scaena ductilis – era costituito da pannelli scorrevoli su guide, mentre la scaena versilis, usata successivamente, era formata da alcuni pannelli mobili dipinti su ambedue le facce, che giravano su se stessi cambiando cosí lo scenario. Gli scenari variavano a seconda del genere di rappresentazione: porticati con vedute di templi per la tragedia, vedute di città con case per la commedia, grotte con giardini, pergole e fontane per il dramma satiresco. Le pitture di un ambiente della villa di Boscoreale, databili alla metà del I secolo a.C. (e attualmente ricostruite al Metropolitan
Museum di New York), propongono i tre tipi di scenografie (presenti anche nelle meno note pitture della villa di Oplontis, ove compaiono alcune maschere, a conferma dell’ispirazione teatrale nelle scene dipinte sulle pareti delle ville, testimoniate soprattutto a Pompei). Il palcoscenico, molto diverso da quelli profondi cui siamo abituati oggi, era una striscia piuttosto lunga e stretta; gli attori avevano quindi qualche limitazione nei movimenti durante la recitazione, soprattutto non potevano essere molto numerosi. Per spettacoli di ampio respiro, dunque erano probabilmente necessari adattamenti che garantissero un ampliamento dello spazio e l’utilizzazione dell’orchestra. II palcoscenico era anche attrezzato con macchine teatrali. Utilizzate soprattutto nelle tragedie e nelle parodie tragiche, le piú note sono: l’ekkiklema, una piattaforma ruotante provvista di una struttura al centro (per esempio un trono, una tenda o una casa), nella quale venivano rappresentati i fatti che non si riteneva opportuno mostrare al pubblico, al quale però si faceva vedere l’esito dell’azione svolta
(per esempio un cadavere dopo un assassinio), facendo ruotare la piattaforma; la mechanè, un gancio legato a una carrucola posto in alto alla scena per mezzo del quale apparivano gli esseri volanti e gli dèi (il deus ex machina di Euripide), che poi «atterravano» sul theologheion, un’alta piattaforma di legno dalla quale le divinità pronunciavano i loro discorsi, e infine le scale (o fossa) «di Caronte», una botola aperta nell’orchestra collegata a un passaggio che conduceva all’esterno della scena, mediante il quale era possible simulare delle apparizioni dall’Oltretomba, come nel teatro di Segesta. Come segno di gradimento dello spettacolo, il pubblico usava battere i piedi sui gradini e le mani una contro l’altra con le palme concave o distese: sono i tradizonali applausi, che avevano quindi anche varie gradazioni di sonorità, cosí come i fischi esprimevano anche in antico la riprovazione del pubblico verso gli attori! Sembra, infine, che l’applauso concordato, quello che oggi chiamiamo claque, sia stata un’invenzione dell’imperatore-attore Nerone.
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I NEMICI DELL’IMPERO
nuovo con le truppe romane, guidate dai consoli Publio Decimo Mure e Publio Sulpicio Severo. Le forze dei belligeranti erano quasi uguali, con 40 000 soldati per parte, ma l’equipaggiamento e la tecnica militare dei Romani erano inferiori, come del resto la capacità strategica dei comandanti. Teatro della battaglia, che si protrasse per due giorni, fu Ascoli Satriano: i contendenti si scontrarono su un terreno ruvido e paludoso, nella Valle dell’Ofanto, sfavorevole alla falange e anche agli elefanti, tanto che nemmeno la cavalleria poteva manovrare con facilità. Pirro si rese conto delle difficoltà, e reagí organizzando la sua falange con manipoli di alleati italici, costituiti da unità piú piccole e manovrabili. Alla fine, sebbene il re epirota, che venne ferito combattendo in prima linea, godesse di una situazione vantaggiosa dal punto di vista strategico, non riuscí a sfruttarla a causa delle ingenti perdite umane, tanto che è ben nota l’espressione «vittoria di Pirro», a indicare un successo ottenuto a costi troppo elevati. L’esito dello scontro fu di fatto favorevole ai Romani, i quali mantennero le loro posizioni che poterono anche rinforzare con l’alleanza di Cartagine, che, spaventata dai disegni espansionistici del re epirota, decise di schierarsi con Roma.
Sogni di conquista Nel 278 a.C. cedendo a inviti e richieste di aiuto da parte di varie città greche della Sicilia minacciate dai Cartaginesi, sbarcò nell’isola. Il suo audace intervento salvò la minacciata Siracusa e, successivamente, con limitate forze militari, Pirro ottenne numerose vittorie e prese tutte le fortezze cartaginesi in Sicilia, con l’eccezione di Lilibeo, nella parte occidentale. Cartagine chiedeva la pace, ma Pirro voleva prendere anche l’ultima roccaforte nemica e vagheggiava nel contempo la conquista dell’Africa punica. Tali progetti, però, ottennero l’effetto di spaventare i Greci di Sicilia, già scontenti della politica assolutistica e repressiva del re, nonché dei continui sacrifici richiesti e cosí le città cominciarono a tradirlo, avviando contatti con i Cartaginesi. Lo stesso
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Pirro sentiva di non poter piú controllare l’isola e, nel 276 a.C., la abbandonò, per tornare in Italia, chiamato dagli alleati, che si sentivano minacciati dalla pressione romana. Nella Penisola, malgrado alcuni successi, Pirro si trovò in difficoltà: la sua flotta fu distrutta dai Cartaginesi a Messina; del suo tesoro non era rimasto ormai piú nulla ed egli dovette confiscare i beni dei templi greci, suscitando cosí paura e odio. In quel momento poteva contare su un esercito di 25 000 uomini, in maggioranza mercenari, ma il numero dei Romani era decisamente superiore, e Pirro cercò allora di combattere separatamente le truppe dei due consoli, tentando una sortita in territorio sannita. Dopo una marcia difficile e faticosa, il suo esercito arrivò presso Malevento, dove, nell’estate del 275 a.C., si combatté la battaglia decisiva: sebbene fosse in inferiorità numerica, il console Manio Curio Dentato attaccò l’esercito nemico; Pirro, da parte sua, respinse l’offensiva con la falange e con gli elefanti, ma fallí nell’attacco del campo romano. I Romani ferirono e spaventarono gli elefanti, i quali, a loro volta, si gettarono sulla falange, scompaginandola completamente. La controffensiva romana fu efficace e il re epirota fu costretto a ritirarsi con grandi perdite. Scoraggiato, decise di abbandonare l’Italia e si ritirò in Epiro con gli ultimi 8000 soldati. Seppur a caro prezzo, Roma aveva avuto ragione del nemico: la città dell’ultima battaglia, Malevento, venne ribattezzata Benevento e l’Italia meridionale passò integralmente sotto la dominazione romana. La guerra lasciò Pirro privo di risorse e ne ridimensionò il prestigio. Del resto, proprio la sua personalità lo aveva posto in questa difficile situazione: era stato un geniale capo militare, ma aveva mostrato scarso realismo politico. Alla fine, coinvolto in varie contese in Grecia, nel 272 a.C. fu ucciso ad Argo.
Piatto raffigurante un elefante in assetto da guerra, seguito da un elefantino, dalla tomba 233 della necropoli delle Macchie, Capena (Roma). Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Il manufatto appartiene a una serie creata, probabilmente, in occasione del trionfo, presso Malevento (oggi Benevento) del console Manio Curio Dentato sull’esercito di Pirro, nel 275 a.C.
CON LUI CARTAGINE FU L’INCUBO DEI ROMANI
N
ella storia di Roma affiorano a piú riprese anche le imprese e le gesta di numerosi capi politici e comandanti militari che sono stati fieri avversari del potere romano, ma nessuno di loro è diventato tanto noto come il generale cartaginese Annibale. Nato nel 247 a.C., Annibale apparteneva a un’illustre famiglia aristocratica di Cartagine, i Barca. Era il primo figlio del glorioso generale Amilcare, il piú valente comandante militare cartaginese durante la prima guerra punica e poi l’efficace pacificatore della città nordafricana, devastata dalla rivolta dei mercenari. I Barcidi, molto ricchi e potenti, giocavano un ruolo eminente nella vita pubblica di Cartagine: erano molto amati dal popolo, anche se le élite politiche e
sociali temevano che questa famiglia intendesse acquisire un potere personale, al di là della costituzione, e queste tensioni furono accresciute dalla carriera di Amilcare. Il governo aristocratico, infatti, lo aveva nominato comandante dell’esercito punico in Spagna, allo scopo di allontanarlo dalla scena politica, ma qui Amilcare aveva ampiamente ingrandito il dominio di Cartagine, incrementato notevolmente le entrate dello Stato e ottenuto l’alleanza di molte popolazioni iberiche. Il generale era anche convinto della necessità di scatenare una nuova guerra contro Roma, allo scopo di ripristinare il potere e la gloria di Cartagine. A questi valori educò i figli, tanto che si diceva che Annibale avesse dovuto
AVVERSARI IRRIDUCIBILI
ANNIBALE
Annibale in Italia, particolare. Affresco attribuito al pittore bolognese Jacopo Ripanda. Inizi del XVI sec. Roma, Musei Capitolini, Appartamento dei Conservatori, Sala di Annibale.
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LE GENTI STRANIERE
I GALLI
LA VIA CELTICA ALLA ROMANITÀ
L
e tribú galliche penetrate nel V secolo a.C. nella Pianura Padana furono i primi veri barbari conosciuti dai Romani. Con il loro aspetto e modo di vita, assai diversi da quelli delle popolazioni italiche, i Galli suscitarono paura e ostilità. Erano valenti guerrieri, ma non riuscirono mai a realizzare alcuna forma di unità politica. Dopo aver invaso e popolato tutto il bacino del Po, nel secolo successivo diversi gruppi di Galli minacciarono gravemente la Penisola italica; si pensi, in tal senso, al saccheggio di Roma del 390 a.C. Il timore dei Galli (metus Gallicus) rimase cosí come un topos duraturo nella cultura romana. I piú affini agli Italici erano i Senoni, insediati nell’attuale regione tra Ravenna e Senigallia, con i quali i Romani si scontrarono a piú riprese. Alla fine i Senoni furono sconfitti e annientati e il loro territorio fu attribuito ai coloni romani. Nel III secolo a.C. i Romani sottomisero progressivamente tutto il bacino padano, malgrado la resistenza dei Galli. Ma la politica seguita da Roma fu diversa: se le tribú celtiche del sud del Po furono annientate, al nord si procedette alla sottomissione di ciascuna tribú, accompagnata da alcune colonizzazioni. Sebbene ribellatisi contro Roma durante la guerra annibalica, i Galli padani furono alla fine domati. Ciò portò a una loro rapida romanizzazione e cosí Cesare, nel 49 a.C., poté accordare la cittadinanza romana a questa popolazione, senza suscitare contestazioni significative. Successivamente Augusto integrò pienamente tutta la Gallia Cisalpina nella stessa Italia. Questo successo totale,
Nella pagina accanto statua di capo gallico armato, da Vachères (Provenza-AlpiCosta Azzurra). Seconda metà del I sec. a.C. Avignone, Musée Calvet.
sancito dalla completa romanizzazione, si spiega anche per la specificità della società gallica, strutturata in modo simile a quella romana, e per il comportamento delle stesse élite celtiche. I rapporti con gli altri Celti seguirono generalmente lo stesso modello, vale a dire prima lo scontro militare, poi la sottomissione e alla fine la romanizzazione.
Nel II secolo a.C. i Romani dovettero lottare energicamente per sottomettere i Celtiberi della Spagna e le popolazioni della Gallia Narbonense. La loro strenua resistenza si spiega in ragione del fatto che ora combattevano per la loro libertà e sopravvivenza. Le tribú galliche infatti non intraprendevano piú invasioni, né grandi guerre di conquista. La loro società si confrontava con intere trasformazioni e con la costituzione di regimi politici aristocratici; nel contempo anche la loro civiltà progrediva e si I resti del Trofeo delle Alpi, detto anche Trofeo di Augusto, nel comune di La Turbie (Provenza-Alpi-Costa Azzurra). Il monumento venne eretto nel 6 a.C., per commemorare le vittorie dell’imperatore sulle popolazioni alpine.
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Statuette in terracotta policroma di guerrieri con lancia, dalla regione di Shaanxi. Dinastia degli Han occidentali, I-III sec. Nella pagina accanto resti della fortezza di Apsaros (oggi Gonio, in Georgia).
LA CINA Ăˆ
VICINA! | IMPERIUM | 116 |
AL MOMENTO DELLA SUA MASSIMA ESPANSIONE, L’IMPERO ROMANO ARRIVÒ A INCLUDERE TERRITORI COMPRESI FRA L’EUROPA SETTENTRIONALE E L’ESTREMO ORIENTE, I CUI LIMITI ERANO SPESSO SEGNATI DA IMPONENTI OPERE DI DIFESA
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er il mondo antico il centro del mondo era rappresentato dal Mar Mediterraneo, attorno al quale si erano sviluppate le piú antiche civiltà. All’apogeo dell’impero i Romani lo ribattezzarono Mare Nostrum, poiché tutti i territori che si affacciavano su di esso erano ormai sotto il dominio di Roma. Ma quali erano i confini di quell’impero? I limiti territoriali delle regioni controllate seguivano generalmente l’andamento geomorfologico e, in modo particolare, le linee naturali costituite dai fiumi, come fu, per esempio, per il Reno e per il Danubio. Per la difesa delle frontiere i Romani non impiegarono sbarramenti, muraglie e fossati, tranne poche eccezioni, come il Vallo di Adriano, il limes germanico-retico e il fossatum Africae, in quanto il limes, in sostanza, era un confine aperto e non vi erano demarcazioni dei territori nette come quelle in uso negli Stati moderni.
Le frontiere erano comunque attrezzate e sorvegliate, con una difesa che, per gran parte dell’età imperiale, era strutturata in profondità, con avamposti, torri e forti, almeno sino alle prime minacciose invasioni barbariche. La frontiera piú settentrionale dell’impero romano fu il Vallo di Adriano, una fortificazione in pietra, che segnava il confine tra la Britannia e la Caledonia (l’attuale Scozia), fatto costruire dall’imperatore Adriano per prevenire le frequenti incursioni delle tribú dei Pitti. I Romani successivamente si spinsero circa 160 km piú a nord, erigendo qui il Vallo che prese il nome dell’imperatore Antonino Pio, che ne aveva voluto la realizzazione, anche se pochi anni piú tardi, dovettero ripiegare all’interno del vallum precedente. Di particolare interesse è il forte romano di Vindolanda, l’odierna Chesterholm, nei pressi del Vallo di Adriano, edificato tra il I e
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