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Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.
MONOGRAFIE
L’IMPERO DEI SERVIZI SEGRETI
AGENTI, SPIONAGGIO E «SICUREZZA NAZIONALE»: COME FUNZIONAVA L’INTELLIGENCE NELL’ANTICA ROMA di Anna Maria Liberati ed Enrico Silverio
N°29 Febbraio/Marzo 2019 Rivista Bimestrale
L’IMPERO DEI SERVIZI SEGRETI € 7,90
IN EDICOLA IL 29 GENNAIO 2019
ARCHEO MONOGRAFIE
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L’IMPERO
DEI SERVIZI SEGRETI AGENTI, SPIONAGGIO E «SICUREZZA NAZIONALE»: COME FUNZIONAVA L’INTELLIGENCE NELL’ANTICA ROMA di Anna Maria Liberati ed Enrico Silverio
PREMESSA
6. Gli occhi e le orecchie di Roma LA SICUREZZA INTERNA
10. In principio era il pater 26. La fine della repubblica 40. Taci, l’impero ti ascolta... 58. Curiosi di mestiere LA SICUREZZA MILITARE
72. Quando il gioco si fa sporco... 84. Spie e soldati 98. Messaggi di fuoco 114. Quando le notizie corrono sull’acqua 124. Uomini del conte e seguaci del re
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N°28 Dicembre 2018/Gennaio
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OCCHI E LE ORECCHIE GLI
DI
ROMA
I SERVIZI SEGRETI TRA ROMA ANTICA E MONDO MODERNO di Anna Maria Liberati ed Enrico Silverio
È
possibile parlare di «servizi segreti» con riferimento alla storia di Roma antica? E qual è l’esatto significato di questa espressione? Partiamo da quest’ultima domanda: oggi, per «servizi segreti» si intendono quegli organismi che negli Stati moderni sono preposti alla raccolta di informazioni utili per la sicurezza politico-istituzionale e militare. Sulla base di quelle informazioni, i «servizi» saranno incaricati di realizzare le azioni che le autorità di governo avranno deliberato di intraprendere. I «servizi», poi, non sempre sono «segreti»: spesso, infatti, la segretezza rappresenta un corollario della riservatezza che caratterizza i compiti che tali organismi sono chiamati ad affrontare e non è dovuta a un ipotetico alone di mistero che avvolge la loro esistenza, né, tantomeno, all’uso di tecnologie sconosciute o innovative. I «servizi di informazione e sicurezza», come sarebbe meglio definirli, operano nella cornice degli Stati moderni, all’interno di enti sovrani decisamente diversi da Roma antica, nella quale, per esempio, non si conosceva la distinzione dei poteri in esecutivo, legislativo e giudiziario. | SERVIZI SEGRETI | 6 |
Oggi l’attività dei «servizi segreti» è generalmente suddivisa in due grandi aree: quella offensiva e quella difensiva. Della prima fanno parte la raccolta di informazioni, la propaganda, la disinformazione, la contro-informazione e le diverse forme di sabotaggio, la seconda si occupa di tutte quelle attività in grado di fronteggiare le prime, ovvero le iniziative «offensive» messe in atto da uno Stato o da un’entità «nemica». Spesso si parla anche di «intelligence» o di «apparati di intelligence». Il termine non descrive altro che un processo conoscitivo (raccolta di notizie da fonti diverse, valutazione della loro attendibilità, confronto con altri dati e loro integrazione e interpretazione, successiva analisi della situazione) che porterà a scegliere quale azione offensiva o difensiva adottare nel caso specifico. Se ci riferiamo a Roma antica, non possiamo, naturalmente, parlare né di un «potere esecutivo» né di una intelligence come la intendiamo oggi: troppo grande è la distanza che separa i servizi di informazione e sicurezza dello Stato moderno dalle istituzioni del mondo romano (sebbene non sia mancato chi, come lo storico statunitense William G. Sinnigen, in anni di «guerra fredda» abbia paragonato le strutture romane del tardo impero alla CIA, all’FBI o al KGB, indicando nei funzionari della burocrazia del IV-V secolo d.C. gli antesignani dei temuti «commissari politici» sovietici!). Per un lungo periodo, inoltre, Roma non conobbe neppure una forza di polizia simile a quelle esistenti negli Stati moderni. Quando, dunque, ci riferiamo ai soggetti o agli strumenti con
In alto e nella pagina successiva gli occhi di una statua bronzea di Augusto, rinvenuta a Meroe in Sudan. 27-25 a.C. circa. Londra, British Museum. Un’immagine evocativa del tema affrontato in questo Speciale. A Roma operò un vasto sistema di «agenti» a tutela della sicurezza interna, spesso fondato sulla delazione, l’ indicium.
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SICUREZZA MILITARE
QUANDO IL GIOCO SI FA
SPORCO...
LA CONCEZIONE «CAVALLERESCA» CHE AVEVA CARATTERIZZATO IL CONFRONTO CON IL NEMICO NELLA ROMA DELLE ORIGINI SCOMPARE DURANTE LE GUERRE COMBATTUTE CONTRO ANNIBALE. APRENDO LA STRADA ALL’USO DI MEZZI POCO ORTODOSSI, TRA CUI L’IMPIEGO DI SPIE E INFORMATORI di Anna Maria Liberati
P
rendendo a prestito un termine di sapore medievale, cioè «cavalleria», i Romani dell’età piú antica e fino alle guerre puniche sono stati definiti latori di un’etica comportamentale che si può identificare con i concetti di lealtà e correttezza, anche e soprattutto nei confronti del nemico. Si trattava infatti di valori trasversali nati nell’universo aristocratico arcaico, in seguito estesi agli organismi cittadini e quindi sin dall’inizio non limitati alla sola città di Roma. Questo sentimento permeava cosí fortemente l’élite aristocratica arcaica da essere addirittura personificato in una divinità: la Fides. D’altro canto, l’elemento religioso era talmente intrecciato alle
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vicende degli uomini che il diritto umano, lo ius, si compenetrava con quello divino, il fas. Poiché l’avvento di tale sistema giuridico-religioso era connaturato con la nascita stessa della città, avvenuta proprio per volere divino, e alla promessa dell’eternità del suo impero, cosí gli uomini per permettere l’avverarsi di un tale destino avrebbero dovuto dimostrare verso gli dèi una particolare devozione e soprattutto l’osservanza della fides: in tal modo non sarebbe venuta meno la pax deorum, il buon rapporto tra uomini e dèi. Gli antichi ritenevano che la condizione naturale fra gli uomini fosse la pace, e, del resto, in una società in principio essenzialmente contadina e dedita
Mucio Scevola, olio su tela di Girolamo Brusaferro. Prima del 1760. Introdottosi nell’accampamento degli Etruschi per ucciderne il re, Porsenna, il Romano fu smascherato: il suo sacrificio può essere inteso come la punizione rituale di uno spergiuro, tale in quanto venuto meno al principio della fides.
soprattutto alla pastorizia e alla cura dei campi, la guerra era considerata un evento negativo. E, se proprio inevitabile, si voleva essere ben sicuri non solo della sua ineluttabilità, ma anche del rifiuto del nemico a ottemperare a quelle norme divine e umane che proprio con il suo comportamento erano state offese. Una guerra quindi sarebbe stata qualificata come «giusta» solo dopo che i feziali, i sacerdoti preposti a custodire i valori di cui si è parlato anche in rapporto agli altri popoli, avessero eseguito i numerosi rituali previsti per garantirsi l’appoggio degli dèi.
La «conquista anticipata» Uno dei rituali riguardava la «conquista anticipata» del territorio nemico. Ce ne parla Servio (Commentario all’Eneide, 9,52): «Quando si voleva indire una guerra il pater patratus, cioè il capo dei fetiales, si recava presso il confine del territorio nemico, e, dopo aver pronunciato alcune formule prestabilite con voce chiara, proclamava aperte le ostilità per determinati motivi, o perché erano stati offesi gli alleati dei Romani, o perché gli avversari non intendevano restituire gli animali razziati o gli schiavi catturati. E quest’atto rituale era chiamato clarigatio per il fatto che la dichiarazione di guerra doveva essere pronunciata con chiarezza. Una volta effettuata questa clarigatio, il lancio di un’asta nel territorio nemico segnava l’inizio delle ostilità (…). Al tempo delle guerre contro Pirro, dal momento che i Romani si trovavano ad avere a che fare con un nemico che viveva al di là del mare, e, di conseguenza, non avevano a disposizione un posto in cui i fetiales potessero celebrare questa cerimonia dell’apertura delle ostilità, fecero in modo di catturare uno dei soldati avversari e lo costrinsero a comprare un appezzamento di terra nella zona del circo Flaminio, in modo da avere un territorio comunque appartenente al nemico su cui fosse possibile adempiere all’obbligo rituale della dichiarazione di guerra. Successivamente in quella località, davanti al tempio di Bellona, venne consacrata una
colonna. Varrone, nell’opera Calenus, ci informa del fatto che il comandante dell’esercito, allorché doveva penetrare per la prima volta in un territorio nemico, scagliava una lancia in quel campo quale buon augurio in vista della sua conquista». La descrizione di usi giuridico-religiosi cosí arcaici è di sicuro interesse. Vediamo quindi come Livio (1, 32, 6-14) descrive l’apertura rituale delle ostilità nei confronti, per esempio, dei Latini, dando risalto alle funzioni del capo del collegio dei feziali, il pater patratus, che agisce come messo del popolo romano: «Quando il messo giunge nel territorio del popolo al quale si chiedono riparazioni, col capo bendato – è una benda di lana – dice: “Ascolta, Giove; ascolta, o territorio”, e qui nomina il popolo cui esso appartiene “ascolti la giustizia divina: io sono l’inviato ufficiale del popolo romano; vengo ambasciatore secondo il diritto umano e divino, e si presti fede alle mie parole”. Formula quindi le richieste. Poi chiama a testimone Giove. (…). Se non vengono soddisfatte le sue richieste, trascorsi trentatrè giorni – ché tanti ne fissa il cerimoniale – dichiara la guerra in questi termini: “Ascolta, Giove, e tu, Giano Quirino, e voi tutti dèi del cielo, della terra e degli inferi, ascoltate: io vi chiamo a testimoni che questo popolo” e qui nomina il popolo “è ingiusto e ci paga soddisfazione” (…) [Il messo tornava a Roma, qui il re consultava gli anziani per conoscere la loro opinione, e il primo anziano rispondeva] “penso che si debba ottenerle [cioè le cose che bisognava «restituire, risarcire e riparare»] con una guerra giusta e legittima, e cosí delibero e decido”. Quindi s’interrogavano a uno a uno gli altri: e quando la maggior parte dei presenti era dello stesso parere, la guerra era decisa. Era costume che il feziale portasse un’asta ferrata o con la punta bruciacchiata e tinta di sangue al confine dei nemici e, alla presenza di non meno di tre adulti dicesse: “Poiché il popolo dei Prischi Latini e i singoli Prischi Latini hanno agito e mancato contro il popolo romano dei Quiriti; poiché il popolo romano dei Quiriti ha voluto che vi sia guerra coi Prischi Latini, e il
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SICUREZZA MILITARE
senato del popolo romano dei Quiriti ha decretato, deliberato, deciso che si facesse guerra ai Prischi Latini, perciò io, col popolo romano, dichiaro e muovo guerra al popolo dei Prischi Latini e ai singoli Prischi Latini”. Detto ciò, scagliava l’asta nel loro territorio. In tal modo allora furono chieste riparazioni e fu dichiarata la guerra ai Latini, e i posteri accolsero quest’uso». In tale contesto i Romani non ricorrevano ancora allo spionaggio, al tradimento e ad altri espedienti, ritenuti con disprezzo propri di altri popoli quali per esempio i Greci, ma combattevano a viso aperto.
Mucio Scevola di fronte a Porsenna Tutti ricordiamo l’episodio di Mucio Scevola, il romano che introdottosi nell’accampamento nemico tenta di uccidere il re etrusco Porsenna, ma fallisce nel suo intento e, condotto alla presenza del sovrano, lascia che la sua mano destra bruci nel fuoco di un braciere. Ma perché Mucio si comportò in questo modo? Non certo per dimostrare il suo coraggio, che, del resto, sarebbe stato ben
presto messo alla prova, visto che aveva attentato alla vita del re nemico. Secondo gli antichi, nella mano destra risiedeva la fides e dunque Mucio, entrato fraudolentemente nel campo nemico, con tale atto estremo vuole punire se stesso per un comportamento scorretto nei confronti dell’avversario. È pur vero che Porsenna, alleato di Tarquinio il Superbo aveva posto l’assedio a Roma con la speranza cosí di aiutare il re a riprendere il potere, ma Mucio si era comportato da spergiuro nel suo tentativo di assassinare il comandante etrusco, violando cosí la fides, cioè la lealtà dovuta anche nei confronti del nemico. Il racconto va quindi letto come il resoconto della punizione rituale di uno spergiuro. Le fonti, narrando avvenimenti che hanno a che vedere con la sicurezza dello Stato e dei suoi ordinamenti riportano una serie di termini, sia in lingua latina che greca (e di cui si farà qui uso), che sono per noi illuminanti per comprendere, a volte anche con l’aiuto della filologia, i concetti e le nozioni che tali termini intendono esprimere. Si può dire che in tal senso esista un vero e proprio linguaggio spesso rintracciabile fin nel
I BAFFI FINTI DI ANNIBALE Un valore fondante professato dai Romani, soprattutto dell’età arcaica, era la fides. L’importanza di tale valore era talmente forte da permeare di sé ogni azione compiuta dagli uomini. Esso si traduceva in sentimenti di lealtà e di rispetto, la cui osservanza da parte degli uomini avrebbe mantenuto il buon rapporto di Roma con gli dèi e avrebbe consentito all’Urbe di sopravvivere e prosperare. Tale comportamento era dovuto non solo nei rapporti privati e interni ma anche e soprattutto nei confronti del nemico. I Romani arrivarono a personalizzare questo ideale attribuendogli le sembianze di una dea: la Fides, che risiedeva in un tempio sul Campidoglio, accanto a Giove Ottimo Massimo. Fintantoché la politica espansiva di Roma si limitò alla penisola italica questo codice di comportamento, nato peraltro all’interno delle aristocrazie arcaiche e solo in seguito trasferito ai rapporti tra organismi cittadini, funzionò, ma andò in frantumi non appena i Romani vennero a contatto con Cartagine. Le guerre puniche costituiscono infatti una cesura che segna un
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progressivo ma radicale mutamento non solo nella politica estera ma anche nella mentalità di Roma e dei Romani. «Punica» fides era chiamata con disprezzo la condotta del nemico cartaginese, dedito a inganni, sotterfugi e, per dirlo con una parola greca, strategemata, cioè «stratagemmi», in opposizione alla vera fides, quella romana basata invece su comportamenti corretti e leali. In particolare, la figura di Annibale appare veramente spregevole nei racconti degli storici che descrivono la sua abitudine di ricorrere perfino a mezzi per nulla consoni alla dignità di un condottiero. Gli avvenimenti narrati si collocano in Italia in prossimità dei valichi dell’Appennino dove Annibale «a causa del freddo intollerabile» è costretto a passare l’inverno in attesa della primavera «in mezzo a grandi pericoli e paure». Secondo la nostra fonte: «Durante l’inverno ricorse anche a qualche stratagemma, caratteristicamente punico. Per timore dell’incostanza dei Celti e delle insidie che avrebbero potuto tendergli, dato che cosí recente era la loro amicizia, soleva
mondo greco e anche oltre, nell’epica. Per esempio, il vocabolo greco strategemata, da cui deriva l’italiano «stratagemmi», non ha un equivalente nella lingua latina, appunto perché Roma aborriva tutto ciò che era sotteso al suo uso e quindi anche lo spionaggio militare. Significativa è invece la considerazione che i termini latini che maggiormente si avvicinano al significato greco del vocabolo strategema abbiano tutti in origine, nonostante tesi diverse, un palese significato negativo: fraus, dolus e calliditas, cioè «frode», «dolo» e «furbizia», quest’ultima in senso deteriore. A proposito degli «stratagemmi» usati dai Greci, gli storici antichi ci dicono dei Romani: «I loro avi non avevano fatto le guerre ricorrendo a imboscate e a combattimenti notturni, a finte fughe e a ritorni improvvisi addosso a un nemico che non se lo aspettava, né in maniera da doversi gloriare della propria astuzia invece che del proprio autentico valore; avevano l’abitudine di dichiarare guerra, prima di farla, talvolta persino di annunciare la battaglia e di indicare il luogo in cui avrebbero (segue a p. 79)
usare parrucche adatte alle età piú varie e le mutava continuamente: cosí cambiava gli abiti, scegliendoli sempre in armonia con le parrucche. Con questi mezzi riusciva a rendersi irriconoscibile non solo a quanti lo vedevano di sfuggita, ma anche a chi gli era familiare» (Polibio, 3,78). E ancora: «Annibale, spesso oggetto di assalti insidiosi da parte dei capi Galli, era stato poi salvato dalla malafede reciproca degli stessi capi che rivelavano la congiura con la medesima leggerezza con la quale l’avevano organizzata e, mutando ora il vestito, ora le parrucche, li aveva tratti in inganno difendendosi cosí dalle insidie» (Livio, 22, 1, 3). A onor del vero, occorre precisare che il vocabolo usato da Livio e interpretato come «parrucche» potrebbe anche riferirsi a semplici copricapi o comunque accessori della veste che mirassero a nascondere il viso.
CARTAGINE CONTRO LA VERA «FIDES» scipione l’africano Busto di Publio Cornelio Scipione (235-183 a.C.), generale e uomo politico romano, detto l’Africano per le vittorie su Annibale. Tarda età adrianea-prima età antoniniana. Roma, Musei Capitolini. Dovendosi confrontare con i «sotterfugi» del nemico, Scipione fu costretto a rompere con i valori tradizionali.
annibale Busto tradizionalmente identificato con un ritratto di Annibale (247-183 a.C.). Seconda metà del XVI sec. Roma, Palazzo del Quirinale. Il generale cartaginese, che sconfisse piú volte i Romani, era solito avvalersi di stratagemmi di varia natura, compreso il travestimento.
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