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Archeo Monografie n. 17, Febbraio 2017

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Viaggio nella terra dei faraoni di Sergio Pernigotti

N°17 Febbraio 2017 Rivista Bimestrale

€ 7,90

VIAGGIO IN EGITTO

EGITTO

My Way Media Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

ARCHEO MONOGRAFIE

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IN EDICOLA IL 20 GENNAIO 2017


EGITTO Viaggio nella terra dei faraoni di Sergio Pernigotti, con un contributo di Euphrosyne Doxiadis

6. Presentazione Un fascino senza tempo

82. Ritratti del Fayyum Sguardi incantati

100. Medio Egitto

8. Il Cairo

Nella terra di mezzo

18. Da Saqqara a Tebe

110. Alessandria e il Delta

Da «tenda» a capitale

Splendori lungo il Nilo

Le regine del Delta

52. Deir el-Medina

118. Oasi esterne

Nella città degli artisti-operai

Miraggi nel mare di sabbia

64. Da Esna ad Abu Simbel

124. Bassa Nubia

Operazione Nubia

74. Fayyum

126. Conventi del Mar Rosso

I templi salvati

L’oasi delle meraviglie

Cristiani nel deserto


Una fotografia scattata tra il 1867 e il 1899 e che mostra la Sfinge di Giza in stato di parziale scavo, sullo sfondo delle piramidi di Cheope, a destra, e di Chefren, a sinistra.

UN FASCINO

SENZA TEMPO


L’attuale (e complessa) situazione del Paese sul piano interno e su quello internazionale ha fatto sí che i lavori sul campo di molte missioni archeologiche abbiano subito un’interruzione (che si spera di breve durata), interruzione dovuta soprattutto alle esigenze della sicurezza. Ciò ha però consentito a molti studiosi di dedicarsi allo studio e alla rielaborazione dei dati raccolti in anni di scavi e spesso noti solo parzialmente: in tal modo la nostra conoscenza della storia e della civiltà dell’Antico Egitto ha potuto progredire di molto. Quando l’esplorazione archeologica potrà riprendere, si potrà dare attuazione a nuovi progetti che riguarderanno non solo lo scavo dei vari siti ma anche – e soprattutto – il restauro degli edifici e di altri monumenti significativi, attività quest’ultima che si va rivelando sempre piú importante, come hanno dimostrato e dimostrano le esperienze maturate a Medinet Madi e a Tebtynis nel Fayyum e che rappresenta giustamente una priorità per le autorità egiziane preposte alle antichità.

L’

Egitto ha sempre ammaliato l’Occidente: basti pensare ai primi del Novecento, quando, sulla scia delle grandi scoperte archeologiche che andavano succedendosi, facoltosi personaggi sceglievano la Valle del Nilo per assaporare l’affascinante amalgama tra l’esotismo del mondo arabo musulmano e la grandiosità dei monumenti dell’età faraonica. Erano esperienze riservate a pochi, vissute in maniera individuale, che spesso sfociavano in forme di mecenatismo e portavano contributi notevoli alla stessa egittologia. La vicenda di Lord Carnarvon – nobiluomo britannico animato da una grande passione per la civiltà dei faraoni – ne è un esempio tipico: recatosi in Egitto per trovare sollievo ai propri mali, divenne il finanziatore di importanti scavi archeologici culminati con il ritrovamento della tomba di Tutankhamon. Quel che accadde in quegli anni è una pagina importante dei rapporti tra la cultura europea e la riscoperta della civiltà dell’Egitto antico, anche perché molti dei visitatori di allora riportarono nel Vecchio Continente ricche collezioni di oggetti egiziani. Era del resto una prassi diffusa quella del signore europeo che, visitando uno scavo in corso, riceveva in omaggio dall’archeologo impegnato nella missione uno o piú reperti. Oggi un simile comportamento sarebbe inaccettabile, ma allora era un fatto del tutto usuale nel panorama della buona società egiziana e del mondo diplomatico del Cairo. Né si deve dimenticare che proprio questo fenomeno ha alimentato l’interesse per la civiltà antica del Paese sia in Europa che negli Stati Uniti, suscitando gusti e mode che si sono ampiamente diffusi anche negli anni fra la prima e la seconda guerra mondiale. Da allora le cose sono molto cambiate, soprattutto perché negli ultimi decenni il turismo di massa ha trasformato un’esperienza individuale in un prodotto di consumo. Una mutazione che, tuttavia, ha avuto e ha il merito di far sí che le conoscenze sul mondo antico escano da un ambito riservato a pochi e diventino un patrimonio piú largamente condiviso. Che cosa significa dunque compiere oggi un viaggio in Egitto? Vi sono molti modi per trasformare un viaggio turistico in un’esperienza culturale: nel caso del Paese dei faraoni, il segreto sta nel cercare di comprendere quali siano stati i rapporti culturali tra la civiltà egiziana e la nostra, dall’antichità ai nostri giorni. Parlare di rapporti significa stilare una sorta di inventario di ciò che noi dobbiamo all’Egitto antico, ma, anche, di quel che da noi ha avuto in cambio. Ci accorgeremo allora che, superato l’aspetto esotico che il Paese conserva (fatto di moschee, minareti, mercati arabi, ecc.) e che gli deriva dalla sua storia medievale, per nulla legata al suo passato piú remoto, la riscoperta della civiltà egiziana antica è stata fortemente voluta e infine realizzata dalla cultura europea, dal Rinascimento ai giorni nostri. L’interesse per l’Egitto antico ci è giunto come eredità della cultura greca. E nella Valle del Nilo possiamo scorgere quello che già gli scrittori greci vi vedevano: una civiltà «veneranda per la sua antichità» e per avere realizzato, cosí almeno credeva Platone, uno Stato governato da uomini sapienti dalla vita santa. L’Egitto sembrava insomma corrispondere all’ideale della sua Repubblica: un modo, questo, di rendere nostro ciò che in realtà era molto lontano, sia come origini che come sviluppo. Tenendo conto di questi presupposti, diviene piú facile comprendere il significato di questa civiltà, che ha a lungo dominato il Mediterraneo: un’esperienza che ha accompagnato e sempre si è svolta vicino a quella greca, proponendo tuttavia un modello di diversità rispetto alle soluzioni poi adottate dal mondo ellenico. Una diversità che va capita, rispettata e ammirata per gli straordinari risultati che essa ha consegnato all’umanità intera. Sergio Pernigotti Professore emerito di egittologia dell’Università di Bologna

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DA SAQQARA A TEBE

A

lla periferia occidentale del Cairo si trova parte di una delle piú vaste aree archeologiche del mondo, nella quale si conservano i resti delle necropoli regali dell’Antico Regno (dinastie III-VI, 2700-2195 a.C.). Si tratta di una serie pressoché ininterrotta di piramidi, a partire da Abu Rawash a nord per giungere a sud fino a Meidum, nelle quali sono stati sepolti i sovrani del III millennio a.C., e, in tombe ordinatamente poste accanto a quelle dei loro signori, i funzionari piú importanti che con loro avevano collaborato su questa terra. Quei funzionari formavano la sua corte anche in cielo, dove il sovrano aveva raggiunto gli dèi suoi fratelli, dai quali si era temporaneamente separato per rivelarsi agli uomini come re d’Egitto. Una notevole porzione di questa immensa area è esclusa dai circuiti turistici abituali: per visitarla è necessario organizzare escursioni per piccoli gruppi accompagnati da guide. Tuttavia, quel che si può visitare nell’ambito dei percorsi tradizionali fornisce un’idea esauriente della civiltà faraonica, dalla sua epoca piú antica sino al momento in cui assunse, verso la metà del III millennio a.C., i caratteri che la rendono familiare e che conservò intatti, o quasi, fino alla fine del mondo antico. La logica, e la cronologia, vorrebbero che la visita iniziasse dalla zona di Saqqara, uno dei piú importanti siti archeologici che si trovino in Egitto.

L’unificazione dell’Egitto Il nome Saqqara è forse di origine antica e deriverebbe da quello di una divinità funeraria, Sokaris, che era posta a tutela della zona. Con esso si indica ora una grande area archeologica, nella quale sorgeva la necropoli di sovrani e di importanti funzionari dello Stato egiziano fin dalla I dinastia (3100-2890 a.C. circa), cioè fin da quando il Paese non venne unificato per opera di un re di nome Aha «il A destra Menfi. Un primo piano del volto della sfinge di Amenhotep I (XVIII dinastia, 1518-1497 a.C.). Realizzata in alabastro, è la piú grande oggi superstite tra quelle ricavate da un unico blocco di materiale, con i suoi 4,5 m di altezza e 8 m di lunghezza.

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Mar Mediterraneo Porto Said Alessandria

Cairo Suez

Giza

Saqqara

Sinai

Menfi Ain Sukhna

Fayyum

Golfo di Suez

Nil

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Gharib

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Al-Minya

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Beni Hassan

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Tell el-Amarna

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Sohag

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Akhmim

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In alto Menfi. Particolare del Colosso di Ramesse II (XIX dinastia, 1279-1212 a.C.), statua in calcare che misura oltre 10 m di altezza. Rinvenuta nel XVIII sec. dall’esploratore Giovanni Battista Caviglia, anticamente era parte di una coppia posta all’ingresso del tempio di Ptah. A destra cartina dell’Egitto con l’indicazione dei luoghi citati nel testo.

el-Balyana Abydos

Qena Coptos Dendera Tebe Esna

Luxor

Egitto Edfu

Kom Ombo

Assuan

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DA SAQQARA A TEBE

A sinistra cartina che evidenzia la localizzazione dei principali complessi funerari e santuari dell’Antico Egitto. In basso Rovine del tempio di Karnak, disegno di Giovanni Battista Belzoni. 1822. Gerusalemme, Museo di Israele. A destra Karnak. Panoramica aerea dell’area con, in secondo piano, il Nilo e, sullo sfondo, la Valle dei Re.

Valle dei Re Deir el-Bahari Dra Abu el-Naga

Qurna El-Khokha

Ramesseum Colossi di Memnone Medinet Habu

Valle delle Regine

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Deir el-Medina

El-Asasif

Nil

Sheikh Abd el-Qurna

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Karnak

EGITTO Luxor (Tebe)

sviluppo circa mille anni piú tardi e di cogliere sia la profonda continuità che essa presenta nei secoli, sia le innovazioni che hanno segnato una vicenda storica a prima vista tra le piú conservatrici e tradizionaliste di sempre. Dopo la fine dell’Antico Regno, l’asse politico dell’Egitto si è spostato progressivamente verso sud, per approdare definitivamente a Tebe nel XVI secolo a.C., quando una famiglia

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di principi locali diede vita alla XVIII dinastia (1543-1292 a.C.), trasformando nella propria residenza quello che fino ad allora era stato un villaggio di modesta importanza, nonostante vi fossero nati i sovrani della XII dinastia (1994-1797 a.C.). Per questo motivo, per tutta la durata del Nuovo Regno (1543-1069 a.C.) e anche oltre, Tebe è stata il centro dell’Impero creato grazie alle vittoriose guerre condotte


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DA ESNA AD ABU SIMBEL

piuttosto che inserirsi in esso. L’aspetto piú importante del tempio di Kom Ombo sta però nell’essere «doppio», dedicato cioè a due diverse triadi divine, con altrettanti assi paralleli, che svolgono due percorsi rituali, distinti ma racchiusi nel medesimo edificio. Ad Assuan la situazione archeologica, inserita in un paesaggio tra i piú belli dell’Egitto, è assai piú complessa. Dal punto di vista geografico, siamo ai confini meridionali del Paese: il Nilo scorre tra le rocce della Prima Cataratta e il suo percorso è interrotto da varie isole, la piú importante delle quali è Elefantina, che si trova proprio di fronte alla città moderna,

sopra i resti di quella antica. Poco piú a sud si trovano le due grandi dighe che tagliano il fiume, la seconda delle quali, la cosiddetta «diga alta», ha creato l’enorme invaso del Lago Nasser, le cui acque hanno inghiottito numerosi monumenti egiziani e le testimonianze piú importanti della civiltà nubiana. L’Egitto terminava qui e gli Egiziani ne


Nella pagina accanto in alto Elefantina. Una panoramica aerea dell’isola sul Nilo, sede di insediamenti egiziani fin dall’antichità. Sulle due pagine Kom Ombo. Uno scorcio delle imponenti rovine del tempio di età romana.

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NELLA TERRA

DI MEZZO La distinzione del Medio Egitto è frutto di una convenzione stabilita dagli studiosi moderni: una scelta voluta per sottolineare le peculiarità di una regione in cui si concentrano alcune fra le espressioni piú alte dell’arte e dell’architettura egiziane

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Qena. Un suggestivo scorcio dell’interno del tempio di Dendera, in cui si possono ammirare i capitelli dei pilastri decorati con le sembianze della dea Hator e i rilievi che si estendono su tutte le superfici.


MIRAGGI NEL

MARE DI SABBIA Acqua, palmizi, riposo dopo un lungo viaggio nel deserto: in una parola, oasi. E quelle del Sahara egiziano sono anche custodi di una storia affascinante, che affonda le sue radici nella preistoria

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el Deserto Libico, che si estende a ovest della Valle del Nilo, disposte a formare una lunga linea che va da nord a sud – dunque grosso modo parallela al corso del fiume –, si estendono le oasi esterne. La loro visita rappresenta però un’esperienza unica per cogliere la natura profondamente africana della civiltà egiziana nel rapporto fra terra coltivata e deserto e insieme sulla sua capacità di diffondersi al di là dello stretto ambito della Valle del Nilo. L’esplorazione archeologica delle oasi esterne è recente, anche se in passato non sono mancate ricerche pionieristiche, a opera di un coraggioso archeologo egiziano, Ahmed Fakhry (1905-1973), che hanno almeno permesso di stilare un inventario di ciò che si poteva ancora scorgere in superficie. La visita delle cinque oasi principali – da nord sono Siwa, Bahariya, Farafra, el-Dakhla ed

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el-Kharga – si può organizzare in piccole tappe, partendo dalla Valle del Nilo e a essa ritornando dopo un soggiorno di un paio di giorni in ciascuna di esse. Se si preferisce una soluzione piú avventurosa, si può seguire un altro percorso, che va da Siwa a nord fino a el-Kharga a sud, passando di oasi in oasi per il deserto, senza rientrare nella Valle del Nilo.

Sulle tracce di Alessandro Magno Il percorso è in genere agevole, tranne che per il lungo tratto tra Siwa e Bahriya, dove la strada si riduce a una pista non sempre facile e che rende indispensabile la presenza di una guida esperta. Si parte da Alessandria, lungo la costa verso ovest in direzione di Marsa Matruh: da qui si procede quasi in linea retta verso sud, in direzione di Siwa, che si raggiunge dopo un viaggio che si snoda sulle tracce di quello compiuto da Alessandro Magno al momento

Sulle due pagine oasi di Kharga. Una veduta delle tombe di Bagawat, una delle piú antiche necropoli cristiane del mondo. Nella pagina accanto una delle spettacolari mummie dorate recuperate nella necropoli greco-romana scoperta nell’oasi di Bahariya.


della conquista dell’Egitto quando si recò nell’oasi per consultare l’oracolo di Amon che doveva confermargli la sua origine divina. L’arrivo a Siwa ci proietta in un mondo in cui vi sono usi, costumi e perfino una lingua (la maggior parte degli abitanti parla berbero, mentre l’arabo è usato quasi solo dagli uomini) profondamente diversi dal resto dell’Egitto. Nei pressi della località di Agurmi, dove si trovava l’antica capitale, vi sono i resti di un tempio dedicato ad Amon da Amasi, faraone della XXVI dinastia: proprio in questo tempio Alessandro Magno si recò per ascoltare l’oracolo. Vi sono anche i resti di un secondo tempio della XXX dinastia e varie tombe, disposte in almeno due necropoli, entrambe databili all’Epoca Tarda.

La Valle delle Mummie d’Oro Una lunga pista nel deserto conduce a Bahariya, che è collegata anche alla Valle del Nilo da una strada asfaltata e da una ferrovia. Qui la sensazione di isolamento «culturale» che si prova a Siwa non si sente piú, perché nell’oasi è in atto un rapido processo di modernizzazione che ci fa sentire in un Egitto proiettato verso il futuro. Bahariya è balzata agli onori delle cronache di tutto il mondo nel 1996, quando in circostanze del tutto accidentali – lo sprofondamento nella sabbia di un contadino in groppa al suo asino – venne alla luce una mummia ricoperta d’oro. Tre anni piú tardi ebbero inizio scavi regolari, che rivelarono un vasto complesso sepolcrale, dal quale sono state recuperate oltre 200 mummie di epoca greco-romana, molte delle quali caratterizzate, come la prima, da decorazioni sontuose. In quella che è stata da allora ribattezzata la Valle

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