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LUOGHI, DÈI E MISTERI
LA RELIGIONE ETRUSCA
• Tutte le divinità dell’Etruria e come riconoscerle • La Disciplina Etrusca, una tradizione scomparsa? • Chi erano gli aruspici? • Sacerdoti, viscere e fulmini • I luoghi di culto • Le rivelazioni dell’archeologia di Daniele F. Maras
N°27 Ottobre/Novembre 2018 Rivista Bimestrale
RELIGIONE ETRUSCA € 7,90
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LA RELIGIONE DEGLI ETRUSCHI LUOGHI, DÈI E MISTERI di Daniele F. Maras
6. Introduzione Un popolo alla ricerca della volontà divina 16. Selvans A guardia del confine 22. Culsans La sentinella che vede tutto 28. Thanr Dalla nascita alla morte 34. Fufluns Ebbrezza e mistero 40. Cavtha La figlia del Sole 46. Calus Sfuggente e tenebroso 52. Guardiani dell’Oltretomba Quella porta fatale... 58. Hercle L’eroe universale 64. Thesan Gli amori dell’alba 70. Menerva Le armi e la ragione 76. Laran e Maris Scambio di nomi 82. Tinia Le folgori del dio supremo 88. Uni Dalla parte delle donne 92. Turan Quando l’amore è un tiranno 98. Suri Nero come l’Inferno 102. Artumes e Tiur Al chiaro di luna 108. Cel e Vei Sacre maternità 112. Turms e Nethuns Fra cielo e mare 118. Thufltha Misteriosa e venerata da tutti 124. Le divinità «minori» Comprimari illustri
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Un popolo
alla ricerca della
volontà divina PER LO STORICO ROMANO TITO LIVIO ERA «LA GENTE CHE PIÚ DI TUTTI SI DEDICAVA ALLA RELIGIONE». UN ASPETTO CHE TUTTORA CARATTERIZZA QUANTO CONOSCIAMO DELLA LORO ARTE E ARCHITETTURA. MA COME «FUNZIONAVA» LA DISCIPLINA RELIGIOSA DEGLI ETRUSCHI? E, AL DI LÀ DI RICHIAMI E SIMILITUDINI, QUAL È LA VERA IDENTITÀ DELLE DIVINITÀ CHE POPOLANO IL LORO MISTERIOSO PANTHEON?
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li autori classici fanno a gara nel presentare gli Etruschi come versati in questioni di religione e particolarmente esperti nell’interpretare la volontà degli dèi. Cosí, per esempio, Tito Livio li definiva «la gente che piú di tutte è dedita alle pratiche religiose» (Liv. 5.1.6), al punto da far dipendere decisioni politiche da circostanze rituali. Seneca osservava che «essi attribuiscono tutto alle divinità» (Sen. nat. q. 2.32.2) e credono che ogni fenomeno naturale abbia lo scopo di comunicare un loro messaggio. E il cristiano Arnobio arrivava addirittura a definire l’Etruria come la «madre delle superstizioni» (Arn. adv. gent. 7.26). Di fatto, però, tutti gli autori che insistono sulla speciale religiosità degli Etruschi scrivono in epoca romana imperiale, a partire dall’età augustea, quando la civiltà etrusca aveva da lungo tempo perso la propria indipendenza, venendo gradualmente assorbita nel mondo romano. È pertanto improbabile che queste notizie possano essere trasposte
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Perugia, Ipogeo dei Volumni. Particolare dell’urna funeraria di Arunte, raffigurante due demoni alati, dall’aspetto giovanile, che vigilano la porta di accesso all’Ade, dipinta al centro. II sec. a.C.
meccanicamente indietro nei secoli, all’epoca dell’Etruria indipendente, quando l’integrazione della religione nella vita quotidiana era un tratto comune di tutti i popoli italiani, ivi compresi i Latini. In verità, in epoca imperiale, tutto ciò che rimaneva della cultura etrusca erano le tradizioni familiari di alcune gentes di ordine equestre e senatorio, che facevano risalire la propria origine all’antica Etruria e ne rivendicavano la continuità culturale. Fulcro di tali rivendicazioni era la conservazione di vetuste pratiche religiose gentilizie e soprattutto il richiamo alla Disciplina Etrusca: un’antica tradizione nazionale specializzata nell’interpretazione della volontà divina e nel corretto comportamento rituale. Numerose fonti storiche ci informano che la Disciplina veniva tramandata di padre in figlio da tempo immemorabile e custodita da una casta di eruditi sacerdoti chiamati «aruspici», in grado di leggere il volere degli dèi nelle viscere degli animali sacrificati e nei fenomeni atmosferici, con particolare riguardo ai fulmini. Gli aruspici usavano mettere per iscritto la propria dottrina, al punto che, generazione dopo generazione, era stato raccolto un intero corpo di libri tecnici, parte dei quali venne tradotta in latino da specialisti come Aulus Caecina e Nigidius Figulus, contemporanei di Cicerone. Secondo una notizia tramandata dal grammatico latino Sesto Pompeo Festo (forse attivo nella Gallia Narbonense nel II secolo d.C., n.d.r.), questi scritti, la cui forma piú antica era attribuita al mitico Tagete – il figlio di Giove scaturito dal solco di un campo arato all’epoca dell’origine della civiltà etrusca –, contenevano prescrizioni dettagliate «sui riti da usare per fondare città, consacrare altari e templi, quale inviolabilità attribuire alle mura e quale diritto alle porte, come dividere il popolo in tribú, curie e centurie, come formare eserciti, ed ogni altra cosa relativa alla guerra e alla pace» (Fest. 358 L.). Cicerone aggiunge che esistevano libri specifici sulla divinazione aruspicina e fulgurale (Cic. div. 1.72.7) e, piú tardi, Cornelio Labeone testimonia che una parte dei testi conteneva indicazioni rituali per trasformare le anime dei defunti in divinità – i cosiddetti «di animales» – per mezzo di certi sacrifici (Serv., ad Aen., 3.168).
Scritti pericolosi e diabolici Di tutta questa letteratura specializzata, considerata pericolosa e diabolica dagli scrittori cristiani dei primi secoli della nostra era, quasi nulla è giunto fino a noi, al di là della notizia della sua esistenza. Fortunatamente, le fonti archeologiche ci consentono di indagare l’origine della fama imperitura della religione etrusca, a partire dai resti dei luoghi sacri e dei riti che gli Etruschi stessi compivano. Nell’epoca in cui i villaggi si fondevano tra loro a comporre le strutture protourbane tipiche dell’età villanoviana, pochi luoghi di culto possono essere individuati con certezza, a volte in corrispondenza di siti che in epoca storica avrebbero ospitato importanti santuari cittadini.
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In basso coperchio di un cinerario in terracotta la cui presa è modellata in forma di una coppia mistica, da Pontecagnano (Salerno). IX-VIII sec. a.C. Pontecagnano, Museo Archeologico Nazionale.
Carrello in bronzo (interpretato come porta-offerte o come incensiere), dalla tomba 2 della necropoli di Olmo Bello, a Bisenzio (Capodimonte, Viterbo). Fine dell’VIII sec. a.C. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. La ricca decorazione plastica del manufatto presenta scene di guerra, di caccia e di aratura.
Piú diffuse, invece, sembrano essere state forme di religiosità domestica o legate a grotte e sorgenti. Un caso eccezionale è il ritrovamento di un deposito di oggetti di bronzo dall’elevato valore simbolico nell’importante sito sacroistituzionale della Civita di Tarquinia, dove furono sepolti una tromba-lituo, un grande scudo e un’ascia cerimoniale, evidentemente nell’ambito di un rituale pubblico che celebrava il potere politico e religioso alla fine dell’VIII secolo a.C. Altre testimonianze vengono invece da contesti funerari dello stesso periodo o di poco precedenti, in cui spicca la ricorrenza di figurine di divinità femminili, che a volte sembrano accogliere il defunto in una sorta di matrimonio mistico, come sul coperchio di un cinerario da Pontecagnano. La coppia mistica ritorna anche nella decorazione di un carrello cerimoniale di bronzo da Bisenzio, inserita in un insieme di gruppi celebrativi che esaltano le virtú dell’aristocrazia etrusca, includendo scene di famiglia, di caccia, di guerra e di aratura. Quest’ultima, in particolare, che ricorre pressoché identica sul coperchio di un altro cinerario da Bisenzio, allude al possesso della terra e alla tradizione agricola, ma anche, senza dubbio, al valore cerimoniale dell’aratro nei rituali di fondazione delle città. Non è un caso, infatti, che il mitico fondatore della civiltà etrusca, Tarconte, sia dipinto come un aratore, al quale il divino Tagete insegnò i fondamenti della Disciplina (Lyd. de ost. 2.6.B), e che lo stesso Romolo, secondo Plutarco, tracciò il solco rituale della fondazione di Roma in base alla prescrizione dei sacerdoti etruschi (Plut. Rom. 11).
Nomi etruschi o greci? L’avvento della scrittura permise di registrare le attività votive e tramandare fino a noi i nomi delle divinità venerate e a volte quelli dei devoti, consentendoci cosí di approfondire l’indagine su aspetti religiosi e sociali delle forme di culto. Le piú antiche attestazioni epigrafiche a questo riguardo risalgono alla seconda metà del VII secolo a.C., quando sono documentati il nome del dio Tina a Veio (piú tardi assimilato allo Zeus dei Greci), quello del «demone» femminile Vanth a Marsiliana d’Albegna e quelli delle divinità Achavisur e Ithavusva, appartenenti alla cerchia di Afrodite, a Casale Marittimo e a Narce. Significativamente, i primi nomi a comparire sono di origine genuinamente etrusca e, ancor piú significativamente, proprio a partire da questa fase si osserva l’inizio di un fenomeno di antropomorfizzazione delle divinità, che le porterà nel corso dei secoli ad assumere forme sempre piú ellenizzanti, sia nel culto che nell’iconografia. Si viene cosí a creare, nel tempo, un pantheon composito, che comprende divinità assimilate ai principali dèi greci aventi un nome etrusco (come Tina o Tinia, corrispondente a Zeus, Turan/Afrodite, Thesan/Eos, Cavatha/Persefone), un nome di origine italica (Uni/Era, Menerva/ Atena, Vei/Demetra, Fufluns/Dioniso, Nethuns/Poseidone), o addirittura un nome del tutto greco (Artumes/Artemide, Hercle/Eracle). A queste si aggiungono divinità prive di un corrispondente greco, che però trovano confronto con omologhe divinità latine (come Selvans/Silvanus,
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SELVANS
A guardia del confine
SELVANS
A sinistra statuetta bronzea di Selvans, dall’area del Foro Boario di Cortona. Metà del III sec. a.C. Cortona, Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona. In alto, sulle due pagine Cortona. La Porta Ghibellina, o Bifora, edificata dagli Etruschi e poi inglobata nelle mura medievali. Qui, nell’Ottocento, furono rinvenute queste due statuette con dediche gemelle, raffiguranti Selvans (dio del confine) e Culsans (dio della porta). Le dediche invocavano la protezione dell’accesso alla città contro i pericoli provenienti dall’esterno.
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a tradizione giuridica etrusca prestava un’attenzione particolare al problema della divisione della terra e degli spazi pubblici e privati, attribuendo addirittura un valore religioso all’atto di tracciare il confine e alla sua funzione immutabile nei secoli. Esistevano appositi testi in cui la dottrina che disciplinava tali operazioni era descritta e codificata: un lungo brano in traduzione latina, tramandato fino a oggi in una raccolta di testi degli agrimensori romani (i cosiddetti Gromatici veteres), raccontava la rivelazione che la Ninfa Vegoia aveva concesso a un certo Arruns Veltymnus, consistente nella profezia di terribili calamità e disgrazie che avrebbero colpito chi avesse osato rimuovere le pietre di confine volute e consacrate dallo stesso Giove. Tale aspetto della «religiosità civile» etrusca rientrava in una caratteristica concezione del cosmo, secondo la quale ogni cosa e ogni essere vivente avevano un
A destra statuetta bronzea di Culsans, da Cortona. IV-III sec. a.C. Cortona, Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona.
proprio spazio e un proprio tempo predeterminato dal fato e dalla volontà degli dèi. Perfino la durata stessa della civiltà etrusca era stata stabilita dai sacerdoti in nove o dieci saecula, di durata variabile, e il passaggio dall’uno all’altro sarebbe stato segnalato da eventi prodigiosi: prima di morire, l’aruspice Vulcanio riconobbe l’inizio del decimo (e ultimo) saeculum in seguito all’avvistamento di una cometa, che comparve nel cielo all’epoca dei funerali di Giulio Cesare (44 a.C.).
Scegliere il luogo giusto La medesima tradizione stabiliva la posizione corretta delle città, dei templi e degli spazi pubblici: una traccia archeologica delle pratiche tecniche e religiose collegate con la divisione del terreno e la determinazione degli spazi è venuta alla luce in diversi contesti urbani, nei quali si sono potuti rintracciare alcuni cippi confinari posti all’incrocio degli assi stradali e/o i punti di osservazione (auguracula) per le tecniche di traguardo ottico e inaugurazione degli spazi (vedi box a p. 18), come per esempio a Marzabotto (Bologna), una città etrusca (ri)fondata in epoca storica (VI secolo a.C.). Appare evidente che un popolo dalla spiccata sensibilità religiosa come gli Etruschi non poteva non aver identificato
una specifica divinità a cui attribuire la tutela dei confini: in effetti tale ruolo era svolto dal dio Selvans. Infatti, nonostante la profezia di Vegoia attribuisse al sommo Giove l’autorità per disporre i termini e per punire i trasgressori delle regole confinarie, è Selvans che viene chiamato in causa nelle attestazioni epigrafiche votive relative a cippi terminali o alla tutela dei confini urbici. Le piú antiche testimonianze del culto del dio risalgono al V secolo a.C. e consistono nell’offerta di oggetti pregiati di bronzo, come un incensiere, e una paletta col manico a forma di figura femminile. Selvans si rivela quindi da subito un dio di particolare importanza, anche se mancano per ora attestazioni arcaiche della sua venerazione; per converso, in epoca recente – tra il IV e il II secolo a.C. –, il suo culto è uno dei piú diffusi nelle iscrizioni votive di dedica. La funzione di dio dei confini è documentata
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THANR
THANR
Dalla nascita alla morte
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I
n assenza di fonti letterarie dirette, la possibilità di conoscere le divinità etrusche dipende in parte dalle loro raffigurazioni su monumenti e oggetti della vita quotidiana, ma anche e soprattutto dalle iscrizioni che ne menzionano il nome, sia in quanto didascalie delle rappresentazioni figurate, sia come testimonianze del culto e della religione votiva. Tuttavia, spesso, i dati provenienti da fonti di natura diversa sono discordanti e obbligano ad approfondire la ricerca per comprendere le caratteristiche delle divinità venerate. È il caso, per esempio, della dea Thanr, che compare piú volte nelle scene incise su specchi del IV e del III secolo a.C., sempre
In alto, sulle due pagine anfora a figure nere, di produzione ateniese, con la nascita di Atena, rinvenuta in ambito etrusco. VI sec, a.C. Parigi, Museo del Louvre. Nella scena, da destra a sinistra, sono raffigurati Era, con lo scettro in mano, Dioniso, Zeus con Atena, Nereide e Poseidone con il tridente. A destra specchio in bronzo proveniente da Arezzo. IV-III sec. a.C. Bologna, Museo Civico Archeologico. Vi è raffigurata la nascita di Menrva/Atena, dalla testa di Tina/Zeus, dopo che Aethlans/Efesto, a destra nella scena, l’ha aperta con un colpo di scure, e con l’assistenza di Thanr e di Thalna.
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FUFLUNS
Ebbrezza e mistero
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FUFLUNS
A sinistra e nella pagina accanto due immagini di una statuetta bronzea raffigurante Fufluns nelle vesti del Dioniso greco, barbato e coronato da un diadema intrecciato, nonché riccamente vestito con chitone e mantello. 480 a.C. circa. Modena, Galleria Estense.
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ell’immaginario figurativo degli Etruschi è piuttosto precoce la comparsa di Dioniso, la cui iconografia fu accolta dal mondo greco di pari passo con l’importazione e con l’imitazione del vasellame decorato sul quale l’immagine del dio era spesso raffigurata. Tale rapida accoglienza deriva dalla stretta connessione della divinità con il consumo del vino, che dalla Grecia arriva in Etruria, con tutto il valore cerimoniale e sociale del simposio, carico di aspetti religiosi posti sotto la tutela di Dioniso e della sua cerchia. Il nome del dio etrusco, però, non è attestato prima del V secolo a.C., quando le iscrizioni votive che lo menzionano certificano la stretta identificazione del locale Fufluns con il greco Dioniso; non è facile, perciò, ricostruire le fasi piú antiche del culto della divinità e del suo accoglimento nel pantheon etrusco.
Dal fiore il nome Come per altre figure divine importanti, quali Selvans, Nethuns o Menerva, nel nome di Fufluns si riconosce una forma di derivazione italica, probabilmente umbro-sabina, che in origine doveva designare un dio della vegetazione: *Foflo-nos, dalla stessa base di flora e flos, il «fiore». L’unica testimonianza dell’originaria connessione del dio con il mondo italico viene da uno specchio inciso, da Orvieto, in cui Fufluns è posto in stretta associazione con Vesuna, una grande dea umbra della fertilità, ben nota da altre attestazioni. Il passaggio logico da una divinità fondamentalmente agricola al dio della vite e del vino è facilmente comprensibile, poiché
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GUARDIANI DELL’OLTRETOMBA
Quella
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I GUARDIANI DELL’OLTRETOMBA
ra le caratteristiche della tradizione religiosa etrusca che piú colpiscono l’immaginazione dei visitatori dei musei di archeologia e delle necropoli dell’ Etruria meridionale, occupano un posto di primo piano le rappresentazioni dei terribili demoni funerari, che nei dipinti e nei rilievi accompagnano i defunti nel loro ultimo viaggio, ovvero simboleggiano l’inevitabile destino di morte che si sta per abbattere sui personaggi di alcune scene mitologiche. Il patrimonio figurativo ha conservato l’aspetto e il nome di diverse entità di questo genere, che rendono le rappresentazioni dell’Oltretomba etrusco assai piú tetre e terrificanti rispetto a quelle del mito classico di tradizione greca. In alcuni casi i demoni sono in azione anche al di fuori del regno degli Inferi, come il pallido auriga dalla chioma infuocata che lancia al galoppo il suo carro trainato da creature mostruose, nella chiusina Tomba della Quadriga Infernale. Similmente, su uno specchio vulcente, ha le feroci sembianze di un demone la Furia [A]charum, intenta a perseguitare Oreste dopo l’uccisione della madre Clitennestra.
Affini nel ruolo ma diversi nell’aspetto Ma le figure demoniache che incarnano piú spesso il timore della morte e la sua ineluttabilità sono Charun e Vanth, delle quali sono note innumerevoli rappresentazioni, che ne confermano la popolarità e l’importanza per l’immaginario collettivo etrusco. L’estrema diversità nell’aspetto dei due accompagnatori dei defunti, che spesso sembrano costituire una coppia, ha fatto pensare in passato che intendessero alludere alla differenza tra una morte
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porta fatale... violenta (evocata dal maglio impugnato dall’orrido Charun) e una serena (impersonata dal gelido angelo della morte Vanth). L’ipotesi, tuttavia, per quanto suggestiva, non è convalidata dalle attestazioni note, che vedono entrambi i demoni impegnati in scene violente, come quella che raffigura il sacrificio dei prigionieri troiani nella Tomba François di Vulci, o nel semplice ruolo di accompagnatori nel viaggio verso l’Aldilà.
Sancire l’impossibilità del ritorno
Tarquinia, Tomba degli Anina. Particolare della coppia di demoni, Charun, sulla sinistra, con il martello, e Vanth, sulla destra, con la torcia, vivacemente caratterizzati, posti a guardia ai due lati della porta del sepolcro. Prima metà del lII sec. a.C. L’allargamento dell’entrata della tomba, per facilitare l’inserimento di alcuni sarcofagi, ha asportato parte delle braccia e delle ali dei demoni, ma, nel complesso, le figure sono ben conservate.
Uno studio dell’etruscologo francese Jean-René Jannot ha dimostrato che il poderoso martello che il demone Charun brandisce costantemente e che rappresenta il suo principale attributo, non è altro che lo strumento con cui gli addetti alle grandi porte urbiche conficcano il paletto che sigilla i battenti. Il ruolo di Charun, pertanto, è quello di sancire per l’eternità l’impossibilità del ritorno e l’inesorabilità del destino umano: e si può senz’altro affermare che, dal punto di vista psicologico, tale immagine è persino piú efficace e terrificante della falce che caratterizza la Grande Mietitrice a partire dall’iconografia medievale. L’aspetto del demone è quello di un uomo rozzo e muscoloso, barbuto, in genere vestito con una corta tunica e spesso alato, reso mostruoso dal grande naso adunco, e, soprattutto, dal colore azzurro della pelle, che richiama quello dei cadaveri in decomposizione. La sua funzione nelle scene rappresentate è quella di assistere al momento del trapasso, nel caso di alcuni momenti drammatici del mito, o, piú prosaicamente, di accompagnare i morti fino alla loro dimora eterna, occupando un ruolo che
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MENERVA
Le armi e la ragione
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ra le divinità etrusche che portano un nome latino-italico, spicca per importanza Menerva, di fatto identica alla latina Minerva, con la quale, oltre al nome, condivide anche l’antica assimilazione alla greca Atena, luminosa dea guerriera della sapienza e delle arti. A giudicare dall’etimologia del nome, con ogni probabilità derivato dalla stessa base di mens, il collegamento con la ragione e con la sapienza giustifica il confronto con la divinità greca. Inoltre, un antico verbo tecnico dei sacerdoti divinatori, promenervare, dal significato di «avvertire in anticipo», mostra che nel mondo latino era tenuta in particolare considerazione la chiaroveggenza della dea. Anche lo studio delle informazioni relative alla figura divina di Menerva, quindi, si dibatte tra le caratteristiche del culto locale e le inevitabili forzature dell’assimilazione a una divinità greca, dagli aspetti iconografici alla mitologia e ai rituali.
MENERVA
Quel parto prodigioso... La nascita di Atena, cosí come viene narrata dal mito greco, colpí in modo speciale l’immaginario etrusco, che ne ha conservate diverse rappresentazioni, solo in minima parte adattate alla religione etrusca. Secondo la tradizione, mentre era incinta di Atena, Metis fu inghiottita dal marito Zeus per impedirle di generare un figlio maschio, che lo avrebbe spodestato. Insediatasi nella sua testa, la dea (il cui nome significa «saggezza») partorí e il padre degli dèi fu costretto a farsi aprire il cranio da Efesto per farne uscire la neonata Atena.
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Altorilievo di terracotta che decorava la parte centrale del frontone posteriore del tempio A nel santuario di Pyrgi. 470-460 a.C. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Le due scene rappresentate appartengono alla saga dei «Sette contro Tebe», e raffigurano due momenti dell’assedio della città: in primo piano, in basso Tideo assale alle spalle Melanippo accingendosi a rompergli la testa con la spada (perduta) per rodergli il cranio; a sinistra Atena/ Menerva si ritrae inorridita, negando allo stesso Tideo la bevanda dell’immortalità che gli aveva portato. In alto, al centro, Zeus/ Tinia si sostituisce a un Tebano per uccidere con un colpo di fulmine Capaneo (che cade a destra), colpevole di aver bestemmiato gli dèi.
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TINIA
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Le folgori del dio supremo
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arco Terenzio Varrone, erudito romano dell’età augustea, in un passo dell’opera Sulla Lingua Latina, racconta che nel quartiere etrusco di Roma arcaica (il vicus Tuscus) era presente una statua di Vertumnus, definito deus Etruriae princeps, «il dio principale dell’Etruria». E da Livio e altri autori apprendiamo che a Volsinii (I’odierna Orvieto) esisteva un santuario dello stesso dio, il cui nome è tramandato piú propriamente come Voltumna, presso il quale si tenevano riunioni annuali dei «dodici popoli», ovvero delle delegazioni delle principali città etrusche, che culminavano nell’elezione di un magistrato-sacerdote – che rimaneva in carica per un anno – e nel corso delle quali venivano prese decisioni riguardanti l’intera nazione etrusca.
Divinità suprema L’importanza di questa divinità doveva essere ben maggiore di quella di un culto locale e pertanto è assai strano che sia menzionata solo in un’iscrizione votiva peraltro di lettura incerta (anche se scavi condotti a Orvieto da Simonetta Stopponi stanno portando in luce quello che sembra essere il grande santuario del dio). In un saggio del 1928 lo storico delle religioni Raffaele Pettazzoni (1883-1959) riconobbe che, in realtà, il nome Voltumna non era altro che un epiteto di Tina, il Giove etrusco, al quale doveva pertanto essere attribuito il ruolo di «divinità suprema della religione
Sulle due pagine statuetta di bronzo arcaica raffigurante Tinia in posa regale, con un’asta o scettro nella mano sinistra e nella destra un altro attributo (perduto, ma probabilmente un fulmine), da Populonia. Secondo quarto del V sec. a.C. Malibu, Paul Getty Museum. Il dio etrusco Tina, o Tinia, in cui è possibile riconoscere un’antica divinità del giorno – dal significato della parola etrusca tin, «giorno» – venne assimilato, sin da epoca arcaica, allo Zeus greco, dal quale prese anche l’attributo principale, il fulmine.
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THUFLTHA
Misteriosa e venerata da tutti
THUFLTHA
Statuetta in bronzo raffigurante un personaggio femminile vestito di chitone e ammantato. Ritrovata nel 1905 da una contadina in località Castello di Sant’Angelo in Colle, presso Montalcino. Metà del Il sec. a.C. Firenze, Museo Archeologico Nazionale.
L’
originalità della religione etrusca viene alla luce prepotentemente nelle caratteristiche del culto di Thufltha: una divinità che fino a oggi ha resistito ai tentativi di identificazione da parte degli studiosi con le figure del pantheon classico e per la quale sono stati espressi dubbi – anche in tempi recenti – persino sulla sua natura femminile. In realtà, almeno su questo dato sembra esservi certezza, dal momento che le statuette a essa dedicate (anche da devoti maschi) raffigurano, in maggioranza, personaggi femminili che, in qualche caso, potrebbero corrispondere a immagini della dea. Comunque, va ritenuta femminile anche la finale -tha del suo nome, condivisa con quello della dea Cavatha e utilizzata in etrusco per distinguere il lautni, lo «schiavo liberato», dalla «lautnitha», la sua corrispondente femminile. Siamo sicuri, pertanto, di essere alle prese con una dea, ma si tratta senz’altro di una delle divinità piú oscure e misteriose tra quelle venerate dagli Etruschi. E anche di una delle piú importanti, a giudicare dal numero di attestazioni del suo culto, ritrovate in diverse parti dell’Etruria.
Nobili, liberti e donne Una rapida occhiata ai documenti di culto della dea dimostra che in età recente (tra il IV e il II secolo a.C.) le vennero dedicate soprattutto statuette di bronzo da parte di persone appartenenti a diverse classi sociali: da un nobile della levatura di Arnth Muras, sepolto
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nella prestigiosa Tomba François di Vulci, fino a liberti come Murila Hercnas a Tarquinia e un anonimo lautni a Chiusi, ma anche donne, come Thana Cencnei o Velia Fanacni, rispettivamente a Montalcino e a Cortona. Si tratta, pertanto, di una divinità pressoché universale che, nel caso del deposito votivo cortonese, da cui viene l’ultima delle dediche menzionate, ha richiesto addirittura l’intervento cultuale di un’istituzione pubblica locale: il cosiddetto tuthina, una partizione amministrativa delle campagne etrusche. Le dediche a Thufltha mostrano, però, anche un’altra caratteristica, unica rispetto al panorama delle attestazioni votive etrusche: in tre casi diversi, forse provenienti da un medesimo santuario posto al confine tra Orvieto e Chiusi, i destinatari dell’offerta sono indicati come aiser Thuflthas, «gli dèi di Thufltha», ovvero Thuflthica, «che stanno presso Thufltha». Esisteva dunque una cerchia di divinità non meglio identificate, che avevano la caratteristica di essere accomunate sotto la protezione di Thufltha, ovvero che agivano entro la sua sfera di azione. La situazione si fa complessa.
Il retro della statuetta da Castello di Sant’Angelo in Colle, presso Montalcino. Sulla schiena sono state incise due iscrizioni di dedica da parte di persone diverse: una donna, Thana Cencnei, che ha offerto la statuetta, e un personaggio di umili origini, il flautista (suvlu) Laris Calznis, che l’ha ridedicata in un secondo momento.
Una divinità autorevole Per determinare chi fossero queste divinità sono disponibili alcuni indizi: la dedica di un bronzetto da parte del Vulcente Arnth Muras è intestata a Thufl Suuris, ovvero a Thufl(tha) e Suri, o meglio «al Suri di Thufltha», il che lascia intendere che il nero Apollo etrusco poteva entrare a far parte della cerchia della dea. Ma ancora piú intrigante è l’analisi delle iscrizioni sul Fegato di Piacenza (argomento ricorrente nella ricostruzione del pantheon etrusco); qui Thufltha compare ben tre volte, di cui una nel nastro esterno, in associazione con Tina, il Giove etrusco. Anche qui Tin(a) Thuf(lthas) ha ottime probabilità di essere un altro autorevole membro della cerchia di divinità in questione. A quanto pare, quindi, sono le stesse divinità principali della religione etrusca a riunirsi sotto la guida di Thufltha in determinate circostanze e ciò ha permesso agli
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