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MEDIOEVO DOSSIER
EDIO VO M E Dossier
L’ETÀ DEI
SANTI
MISTERI, MIRACOLI E PRODIGI Quando e come uomini, donne e re divennero «Servi di Dio» di Franco Cuomo 20048 9
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L’ETÀ DEI SANTI
N°48 Gennaio/Febbraio 2022 Rivista Bimestrale
IN EDICOLA IL 18 GENNAIO 2022
L’ETÀ DEI SANTI
MISTERI, MIRACOLI E PRODIGI Quando e come uomini, donne e re divennero «Servi di Dio» di Franco Cuomo con un contributo di Chiara
Mercuri
PRESENTAZIONE 6. Un mistero alla prova della storia
SAN FRANCESCO D’ASSISI 68. Come una rivoluzione
CAMPIONI DELLA FEDE 8. L’arma invincibile del popolo di Dio
SANTE MILITANTI 76. L’altra forza della morale
CARLO MAGNO 16. La visione di Carlo
SANTA RITA DA CASCIA 84. I silenzi di Rita
SANTI CORONATI 26. In battaglia con la preghiera
NUOVI MARTIRI 90. Fino al sacrificio estremo
LOTTA ALLE ERESIE 34. Il tempo delle regole
IL PENSIERO TEOLOGICO 96. Nell’età dei santi dottori
EREMITI E ANACORETI 42. Lontani dal mondo
CRONISTI DELLA FEDE 102. In odor di leggenda
L’AVVENTO DEL MONACHESIMO 56. Con la croce e con l’aratro
RELIQUIE D’ITALIA 106. L’Italia dei sacri resti
L’arma invincibile del popolo di Dio Miracolo o diplomazia? Come spiegare lo straordinario ascendente di personalità come Leone Magno, in grado di sconfiggere la furia di un nemico temibile e pagano? E quale fu il potere di donne come Geneviève e Orsola, veri prototipi della santità medievale?
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i molti miracoli va data una spiegazione razionale, che però non scalfisce la santità di chi ebbe a compierli. Esemplare in tal senso, anche per il peso che ebbe sul corso della storia, è l’altolà dell’inerme papa Leone I ad Attila, il feroce capo degli Unni, che minacciava d’invadere con la sua orda l’Italia. Si tratta d’altronde di un episodio che, per il momento in cui ebbe a verificarsi, nel crescendo terrificante delle invasioni barbariche, e per l’aura prodigiosa che l’avvolge, può ben segnare l’inizio di un discorso tendente a decodificare nei suoi tratti essenziali l’arcano della santità medievale. La statura stessa dei protagonisti – e ancor piú la condizione nella quale si trovavano al momento dell’incontro, l’uno senza esercito, l’altro alla testa di un’armata selvaggia, all’apparenza inarrestabile – conferisce all’evento una eccezionalità senza pari. È il 452. Attila ha già devastato coi suoi Unni mezza Europa, sottomesso i Germani e gli Slavi, invaso i Balcani e minacciato Costantinopoli, imponendo un tributo all’imperatore Teodosio II. Un terrore superstizioso si scatena dovunque si abbia notizia del suo sopraggiungere. Le genti lo chiamano per la sua vocazione allo sterminio il «flagello di Dio». Una recente sconfitta presso Troyes, per mano del romano Ezio, l’ha reso ancora
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L’incontro di Leone Magno con Attila, affresco di Raffaello Sanzio e aiuti. 1513-1514. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Stanza di Eliodoro.
In battaglia con la preghiera Come si spiega la profusione, in età medievale, di santi «di rango», potenti e ricchi? Furono meriti autentici o «unzioni» interessate? Ecco le vicende di re, regine e soldati, divenuti «servi di Dio» attraversando percorsi di guerra e di sangue…
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ltri re, dopo Carlo Magno, e moltissime regine, ornarono la propria corona dell’aureola. Con maggiore fortuna di Carlo, poiché a decretarne la santità furono dei papi legittimi, non un antipapa come Pasquale III. Nessuno ebbe pertanto l’ardire di depennarli dal calendario liturgico, indipendentemente dalla fatale dispersione, nella maggior parte dei casi, di quanto avevano costruito nel corso della loro vita. Si dissolsero regni e signorie, si sgretolarono imperi, si estinsero illustri casati, ma chi era entrato nel novero dei santi ci rimase. E furono tanti da indurre uno dei piú ispirati pittori di cose sacre, il Beato Angelico, a inserire nella sua celebre raffigurazione del Paradiso, tra una moltitudine di monaci, anche un re coronato con accanto la sua regina. Come animato dall’urgenza di giustificare queste ingombranti presenze in un territorio per definizione interdetto (salvo a voler rimuovere l’allegoria evangelica del cammello e della cruna dell’ago) ai ricchi, ai potenti e, di conseguenza, anche ai re. Guardarne alcuni da vicino può aiutare a comprendere la natura dei meriti (e degli interessi) che consentirono una cosí diffusa eccezione, in età medievale, a questa regola. Il santo di rango piú elevato è l’imperatore Enrico II, detto il Buono, figlio di Enrico il Litigioso, duca di Baviera, e nipote di Ottone il Grande. Successe a Ottone III (1002) e venne unto «Sacro Romano
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Imperatore» (1014) da papa Benedetto VIII, che cosí lo ricambiò dell’appoggio ricevuto contro l’antipapa Gregorio, chiedendogli contemporaneamente aiuto contro i Bizantini nell’Italia meridionale. Come Carlo Magno, Enrico non se lo fece dire due volte. Sistemò la questione con le armi e con la preghiera, concedendosi una pausa spirituale a Montecassino. Amava i ritiri monastici. Frequentò le abbazie di Cluny, di Camaldoli e di San Vanne a Verdun, dove chiese di farsi frate. L’abate lo rifiutò, dicendogli che sarebbe stato molto piú apprezzato dal Signore proseguendo il suo «lavoro» d’imperatore. «Per obbedienza», aggiunse. Vera o inventata che sia, questa battuta spiega bene il senso della santità regale, intesa come attività complementare se non addirittura subordinata – di protezione, di sostegno – a quella pastorale esercitata dal pontefice. Vennero canonizzati insieme a Enrico (in calendario il 13 luglio) sua moglie Cunegonda (3 marzo), la sorella Gisela (7 maggio) e il marito di quest’ultima, Stefano d’Ungheria (16 agoMiniatura raffigurante l’incoronazione di Enrico II, detto il Santo, dal Sacramentario che porta il nome dell’imperatore stesso. 1002-1014. Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek. Ai lati del sovrano sono ritratti i vescovi Ulrico di Augusta ed Emmerano di Ratisbona, che gli porgono la lancia di san Maurizio e la spada imperiale.
Lontani dal mondo
Un’esistenza esemplare, vissuta in luoghi isolati e appartati – magari appollaiati sulla cima di una colonna – ma in comunione con Dio: cosí eremiti, padri (e madri) del deserto divengono modelli universali di santità e rettitudine
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i è un’altra faccia della santità medievale, che sembra contraddire, se non addirittura rigettare, lo spirito comunitario della Chiesa, intensamente sentito dai fedeli e dalle loro guide fin dagli albori della cristianità. È la santità della solitudine, che non conosce dispute dottrinarie né pratiche religiose all’interno di basiliche affollate, ma i grandi spazi del deserto e delle rocce piú impervie, delle caverne scavate nelle pareti scoscese dei monti, dei letti di muschio nell’ombra verde di inaccessibili foreste. È la santità degli eremiti e degli anacoreti, dal cui anelito d’isolamento prenderà paradossalmente vita piú avanti un fenomeno di massa come il monachesimo, destinato a produrre i piú imprevedibili effetti (culturali, economici, politici e sociali) nell’evolversi dell’Occidente cristiano. Una santità che si esprime attraverso il ricorso talvolta morboso a forme d’isolamento cosí estreme da risultare eccentriche, come nel caso degli stiliti e dei dendriti, appollaiati per l’intero arco della propria esistenza sulla cima di una colonna (donde il termine, dal greco stylos) o tra i rami di un albero (déndron). La figura piú emblematica di questi ricercatori
Sulle due pagine Umm ar-Rasas (Giordania). Una delle torri considerate come testimonianza della presenza di monaci stiliti. Nella pagina accanto mosaico raffigurante san Simeone lo Stilita. 1230 circa. Venezia, basilica di S. Marco.
Con la croce e con l’aratro Il progetto di santità elaborato da Benedetto esercita la sua influenza su una comunità sempre piú vasta di discepoli e seguaci: uomini e donne che alla ricerca della comunione con Dio affiancano un’esistenza laboriosa e pienamente inserita nella società
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u basi del tutto diverse da quelle su cui si era fondato l’originario monachesimo dei Padri del deserto, intessuto di visioni scaturite dalla solitudine, si sviluppò il grande movimento dei monaci occidentali, teso a produrre tangibili effetti nella società circostante. Dell’ampiezza e varietà di tali effetti rende un’idea l’opera di Benedetto da Norcia, che attraverso il lavoro svolto da comunità numerose di frati esercitò una influenza attiva sulla cultura, sull’architettura, sull’agricoltura e il progresso economico di intere regioni. Dotati di laboratori di scrittura e di botteghe artigianali, allevamenti e pertinenze agricole, oltre che di una loro personalità giuridica, i grandi monasteri divennero centri per il recupero di quanto aveva prodotto la civiltà classica in materia di letteratura, filosofia, ricerca storica e scienza. Migliaia di testi, destinati altrimenti al macero del tempo, vennero trascritti dagli amanuensi degli scriptoria, com’erano chiamate queste officine della conoscenza, e cosí trasmessi alle generazioni future. Ne fanno fede i reperti e i documenti conservati negli archivi benedettini e le biblioteche straripanti di preziosi codici miniati, libri d’ore, incunaboli. Furono inoltre attivati meccanismi di produzione artigianale, che incrementarono i commerci tra borghi, mercati e fiere, mentre venivano nel contempo sperimentati nuovi piú razionali si-
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stemi di coltivazione nelle campagne gestite dalla comunità. Andò infine perfezionandosi un’architettura funzionale all’abbazia, comprensiva di spazi dedicati al culto e altri al lavoro, alle attività intellettuali e all’elaborazione artistica di soggetti sacri. Trovava cosí riscontro pratico il progetto di santità elaborato da san Benedetto, che all’ascesi dell’anacoreta contrapponeva una molteplicità di nuovi impegni, anche civili, tesi a coniugare la preghiera e il lavoro in un imperativo (ora et labora) che è perfetta sintesi di devozione. È per questo che lo stemma prescelto da Benedetto per l’Ordine monastico che da lui prese nome – oggi scolpito e affrescato su innumerevoli abbazie – raffigura una croce e un aratro, emblemi di ciò che serviva alla società occidentale, in un momento di estrema crisi, per rinascere. Per comprenderlo, Benedetto non si affidò all’illuminazione mistica ma allo studio, sia pure ispirato da un genere di meditazione che per altri aspetti riproduceva le attese dei predecessori orientali. Non ebbe difficoltà, essendo nato in seno a una nobile famiglia (a NorBenedetto immerge il manico della scure nell’acqua e la lama miracolosamente torna a posto, scena dal ciclo delle Storie di San Benedetto affrescato da Spinello Aretino nella basilica di S. Miniato al Monte, a Firenze. 1386-1390.
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Come una rivoluzione
I suoi ideali di rigore, umiltà e povertà sono guardati con sospetto e la prima versione del suo «programma» di rinascita spirituale non ottiene il riconoscimento del papa. Eppure il seme gettato da san Francesco d’Assisi scuote l’universo religioso dell’epoca: in breve tempo, l’Ordine da lui fondato diviene uno tra i piú diffusi e seguiti in Italia e nel resto dell’Europa
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econdo Dante, che nella Divina Commedia lo raffigura come un sole che nasce per illuminare di nuova luce la Terra, provocando coi suoi raggi una seconda rivoluzione cristiana, Francesco d’Assisi è il santo della libertà estrema dalla «insensata cura dei mortali» per la ricchezza e le altre cose caduche della vita: non ambisce a possedere altro che il «crudo sasso» della terra su cui giace o cammina, la pietra sulla quale ha ricevuto le stimmate alla Verna e il suolo su cui attende disteso la morte alla Porziuncola. È perciò Cristo stesso a incoronarlo, quand’è l’ora d’introdurlo nel proprio Regno. Cosí rappresentandolo nell’XI canto del Paradiso, Dante trasfigura in poesia il dato piú significativo della mistica francescana, ovvero l’affinità quasi speculare tra la divinità e il «giullare» che a essa si ispira per imitazione. Anche questa esperienza, destinata a produrre effetti straordinari nella comunità cristiana, scaturisce dal grande flusso del monachesimo, giunto a una fase vorticosa del suo scorrere. Scaturisce in specie dalla necessità di ricondurre la vita monastica al rigore delle origini, fondando un Ordine tendente a restaurare il primato di quella scelta di povertà che nella magnificenza delle grandi certose sembrava essersi perduto. Di questa emergenza c’era stato 68
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preavviso, del resto, nella contestazione mossa dai Cistercensi all’indirizzo dei Cluniacensi per l’eccessivo fasto delle loro abbazie.
Se Gesú chiama, Francesco risponde
La storia di Francesco, nato ad Assisi dal ricco mercante di stoffe Pietro Bernardone e dalla nobile moglie provenzale intorno al 1182, è inizialmente simile a quella di molti altri mistici del suo ceto, chiamati d’improvviso all’ascesi da una forza misteriosa. Ricorrono nella sua prima giovinezza gli agi e i piaceri propri della sua condizione, poi la prova della guerra (contro la vicina Perugia) e della prigionia, che sicuramente ne modifica il carattere, predisponendolo al cambiamento. Infine il richiamo: da un crocifisso esposto nel santuario diroccato di S. Damiano, presso Assisi, Gesú lo chiama a «riparare» la sua chiesa (1205). Francesco risponde vendendo un cavallo e alcune pezze di stoffa per devolvere il ricavato al restauro del santo luogo, ma la metafora della richiesta rivoltagli dal Cristo è evidente: non è certo alle povere mura di S. Damiano che la Voce si riferisce, ma alla comunità ecclesiale (la «sua» Chiesa) in piena tempesta. La risposta di Francesco è simbolica come l’impegno che gli è stato richiesto: vendere la sua roba per riparare S. Damiano è l’atto di
Glorificazione di San Francesco, affresco attribuito al cosiddetto Maestro delle Vele, artista attivo nel primo quarto del XlV sec. e cosí denominato per aver dipinto le vele della crociera della Chiesa Inferiore della basilica di S. Francesco ad Assisi.
sottomissione alla volontà celeste. È una risposta pronta e appassionata, che però si distingue dalle tante conversioni di cui abbonda l’agiografia medievale per la radicalità dell’imperativo che l’ispira: un imperativo di assoluta rinuncia, che si manifesta in maniera cosí estrema agli occhi del mondo da fare apparire il giovane Francesco quasi folle. È lo scandalo della santità, lo spettacolo dell’incondizionata devozione. Francesco si spoglia, liberandosi materialmente dei vestiti, per rifugiarsi nell’eremo desolato della Porziuncola, fuori dell’abitato di Assisi, dove lo raggiungeranno in breve tempo altri undici compagni.
Alcuni di essi, come il beato Egidio, saranno con lui elevati alla gloria degli altari. Li unisce la volontà di «vivere secondo la forma del santo Vangelo». La via migliore per arrivarci è quella della piú intransigente povertà, resa però attiva dalla pratica della misericordia per chi soffre. La ricerca dell’ascesi non impedisce dunque a Francesco e ai suoi confratelli di assistere lebbrosi e derelitti d’ogni genere, condividendone le pene. È questa la sola regola sulla quale Francesco fonda la disciplina del suo Ordine, che il papa Innocenzo III riconoscerà con qualche riserva nel 1210. Suscitava in effetti diffidenza e disagio nelle SANTI E RELIQUIE
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L’altra forza della morale Papa Gregorio XI torna da Avignone, affresco di Benvenuto di Giovanni. Prima metà del XVI sec. Siena, Museo della Società di Esecutori di Pie Disposizioni.
Analfabete divenute grafomani incallite, visionarie e profetiche, punto di riferimento per teologi e reggenti d’Europa: da Ildegarda di Bingen a Caterina da Siena (passando per Brigida di Svezia), ecco il ritratto di donne sante e straordinarie, la cui voce andrebbe ascoltata ancora oggi…
Fino al sacrificio estremo Anche il millennio medievale si macchiò del sangue dei molti ferventi cristiani, pronti a morire pur di non rinnegare la propria fede
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a cristianità medievale serbava un ricordo ancora vivo delle persecuzioni affrontate dai primi martiri. Aveva perciò una speciale predisposizione – quasi un’aspirazione in certi casi – a testimoniare la propria fede con il sangue. Ne ebbe piú volte occasione, per mano di nuovi persecutori, in prevalenza musulmani ma anche pagani dediti agli antichi culti germanici, come i Sassoni, i Frisoni e altri abitatori dell’Europa settentrionale. A questi ultimi si deve il massacro sistematico, in età carolingia, delle comunità cristiane di frontiera, e in specie dei sacerdoti impegnati nell’evangelizzazione di quei territori, una evangelizzazione pacifica, molto diversa da quella operata dagli Spagnoli nelle Americhe. La vittima piú illustre di tali eccidi fu l’inglese Winifred, divenuto Bonifacio per volontà di papa Gregorio Il all’atto della sua ordinazione episcopale. Amico di Pipino il Breve, a cui aveva impartito l’unzione regale per conto del pontefice, Bonifacio era detto l’Apostolo della Germania per la sua infaticabile attività missionaria oltre il Reno, tra le barbare tribú di Frisia e Sassonia, dedite ai sacrifici umani. Venne ucciso in una impervia zona paludosa dell’estremo Nord (nel 754, due anni dopo la consacrazione reale di Pipino), dove si era accampato con un gruppo di giovani sacerdoti della sua missione.
Un Vangelo per non vedere
Era stato chiamato da indigeni che chiedevano il battesimo, forse per convenienza, ma senza costrizione. Ne approfittarono altri per tendergli un agguato, anche per derubarlo delle provviste che portava. Ai diaconi che tentavano di difenderlo con i loro bastoni aveva comandato di deporli e di esultare, poiché era finalmente giunta l’ora del martirio. Aveva 90
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In alto San Tommaso d’Aquino, particolare del Polittico di Valle Romita (Incoronazione della Vergine e santi), tempera su tavola di Gentile da Fabriano. 1408 circa. Milano, Pinacoteca di Brera. avuto il tempo di dire a tutti qualche parola sulla infinita felicità che li aspettava, e si era coperto il viso con il Vangelo per non vedere l’arma che lo colpiva. Truppe franche avevano in seguito recuperato il suo corpo, che era stato inumato nell’abbazia di Fulda, da lui fondata. Vennero con lui santificati gli uomini che lo accompagnavano in quel suo ultimo viaggio e che al suo fianco incontrarono il martirio.
Miniatura raffigurante Alcuino (735-804) che presenta al vescovo di Magonza Ogtario, il suo scolaro Rabano Mauro, da un manoscritto del IX sec. Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.
L’Italia dei sacri resti
Durante i secoli del Medioevo, il culto delle reliquie conobbe una diffusione straordinaria a partire proprio dalla nostra Penisola. Roma, e non solo, divenne meta di intensi pellegrinaggi, volti a rendere omaggio, innanzitutto, ai corpi dei grandi martiri, oltre che a una miriade di «oggetti» della cui santità nessuno (o quasi) dubitava… di Chiara Mercuri
Processione della reliquia della Croce in Piazza San Marco, tempera e olio su tela di Gentile Bellini, 1496. Venezia, Gallerie dell’Accademia.