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Medioevo Dossier n. 46, Settembre/Ottobre 2021

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DANTE

UN DESTINO TRA AMORE E POLITICA

di Chiara Mercuri

DANTE

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N°46 Settembre/Ottobre 2021 Rivista Bimestrale

IN EDICOLA IL 16 SETTEMBRE 2021

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MEDIOEVO DOSSIER

Dossier

Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

EDIO VO M E

€ 7,90


DANTE

UN DESTINO TRA AMORE E POLITICA di

Chiara Mercuri

PRESENTAZIONE 6. Alla ricerca del «vero» Dante FRA GUELFI E GHIBELLINI 20. Gli anni del bianco e del nero LA CERCHIA DEL POETA 30. L’amico Guido 34. Un amore di «gran potenza» 38. Matelda la bellissima 40. Il segreto del maestro Brunetto ESSERE DI PARTE 42. Un guelfo «che non bene sapea conversare co’ laici»... SUGGESTIONI DANTESCHE 76. Ascolta, guarda, pensa e comprendi... 80. L’oltretomba prima della Commedia 82. Un mondo a tinte fosche L’ESILIO 84. Esule per sempre TRA FEDE E FANATISMO 124. L’eredità di Francesco 128. Dante e la cancel culture


DANTE

Presentazione

Alla ricerca del «vero» Dante

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GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO


Dante illustra la Divina Commedia, tavola di Domenico di Michelino. 1465. Firenze, basilica di S. Maria del Fiore. Alle spalle del poeta, la città di Firenze e, sullo sfondo, Inferno, Purgatorio e Paradiso.


Gli anni del bianco e del nero


La vicenda della condanna e dell’esilio di Dante si inquadra nel piú ampio contesto delle lotte senza quartiere di cui Firenze – e buona parte dell’Italia – furono teatro nel XIII secolo. Contrasti animati dai guelfi e dai ghibellini, la cui rivalità fu figlia di un ben piú ampio gioco politico, legato alla contrapposizione fra Chiesa e impero e alimentato da non meno «corposi» interessi economici

Miniatura raffigurante Carlo Magno in battaglia, alla guida delle sue truppe, dall’edizione delle Chroniques de France edita da Antoine Vérard. 1493. Parigi, Bibliothèque nationale de France. DANTE ALIGHIERI

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DANTE

La cerchia del poeta

UN AMORE DI «GRAN POTENZA» Miniatura raffigurante Dante e Beatrice che volano verso la città celestiale (Paradiso, canto XXX), da un’edizione della Divina Commedia illustrata dal pittore senese Giovanni di Paolo. 1450 circa. Londra, The British Library.

N

on abbiamo motivo di ritenere che Beatrice fosse un personaggio fittizio. I figli di Dante si sforzarono infatti di avvertire che il padre, nella Commedia, attinge alla sua personale biografia; che i suoi maggiori protagonisti sono conoscenze reali, che Dante rievoca. Quasi piú nessuno, infatti, dubita che Beatrice sia la Beatrice Portinari, che andò in sposa al ricco Simone de’ Bardi.

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DANTE ALIGHIERI

Beatrice era nata a Firenze nel 1266 e quindi aveva solo un anno meno di Dante ed egli stesso ci dice di averla incontrata una prima volta all’età di 9 anni e poi una seconda, all’età di 18. I loro incontri si susseguirono fino ai 25 anni di età di Dante, cioè fino al 1290, anno in cui, nel mese di giugno, Beatrice morí. La storia del loro amore, soprattutto la storia dei giorni


disperati del lutto di Dante, sono raccontati nella Vita Nova, il primissimo dei suoi libri, terminato intorno al 1293. Quel testo reca, in chiusura, la promessa di tornare ancora a parlare di lei, ma in una forma piú alta e piú degna. Una promessa che rimane a lungo disattesa. Ci volle, infatti, una quindicina d’anni prima che Dante riprendesse a scrivere di Beatrice, facendone la sua guida, in una

cantica della Commedia. Cinque anni dopo la morte della donna, come abbiamo visto, Dante entrò in politica e alla scrittura non pensò piú. Quando, poi, ormai in esilio, riprese a farlo, non parlò di Beatrice, ma del volgare e della necessità di portare la cultura e la conoscenza a tutti, attraverso i libri del Convivio e del De vulgari eloquentia. Solo intorno al 1307-1308, quando iniziò a scrivere la

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Esule per sempre

Il borgo di Gargonza (Arezzo). Qui Dante si incontrò con altri fuoriusciti fiorentini e diede vita all’Università dei bianchi di Firenze, associazione di cui venne nominato segretario.


Nel 1302, Dante viene bandito da Firenze per due anni. Ma presto il provvedimento diviene perpetuo e vani saranno i tentativi del poeta di fare rientro in città. Trascorre quindi il resto della sua esistenza errando, una condizione amara e dolorosa, da cui, tuttavia, emergeranno le opere destinate a renderlo immortale

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ome attesta Dino Compagni, Dante è a Roma in qualità di ambasciatore mentre a Firenze si consuma il colpo di Stato. All’indomani del quale, Dante torna in Toscana per riunirsi ai fuoriusciti, che a centinaia hanno lasciato Firenze, dopo l’arrivo di Carlo di Valois, ma anche a quei ghibellini, padri e figli, in esilio dai tempi delle sconfitte di Benevento e di Tagliacozzo. Li incontra una prima volta nel castello di Gargonza, sulla via che corre tra Siena e Arezzo, probabilmente già nel febbraio del 1302. Con loro dà vita a un’associazione denominata «Università dei bianchi di Firenze», secondo il significato medievale della parola «università», intesa cioè come unione, corporazione, congregazione. A Dante viene assegnato il ruolo di segretario della neonata associazione, ovvero di voce e anima del gruppo, senza che ciò significhi, però, che egli rinunci a partecipare agli scontri armati. Qualche mese piú tardi, nel giugno del 1302, presso la pieve di S. Godenzo, al confine tra Mugello e Val di Sieve, Dante li incontra nuovamente. Sappiamo con certezza che all’incontro presero parte due figure simbolo degli scontri di quegli anni: Vieri de’ Cerchi e Lupo degli Uberti. Vieri è l’ex capo del partito dei bianchi, che si trova in esilio come Dante; Lupo, invece, è il nipote di quel Farinata degli Uberti che era stato il grande capo dei ghibellini a Firenze, e che Dante incontra nell’Inferno, nel canto X. DANTE ALIGHIERI

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DANTE

L’esilio

LA CORONA D’ALLORO

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È

evidente che, per un uomo in esilio, ogni tipo di riconoscimento era importante, in quanto rappresentava un piccolo risarcimento – se non una personale vendetta – contro il potere che l’aveva messo al bando. Nel 1315, l’Università di Padova era tornata a celebrare un rito d’età augustea: l’uso di conferire una corona d’alloro come segno di massimo riconoscimento per il valore dimostrato in opere di vasta ampiezza e rilevanza. Nel primo anno d’istituzione della cerimonia, l’alloro era andato al poeta e storiografo Albertino Mussato, il cui nome non ci dice piú nulla, ma che all’epoca era considerato un letterato illustre, sia per aver dato vita a opere pompose in esametri latini, sia per aver avviato, insieme a Lovato Lovati, il recupero della cultura classica, additata come canone di assoluta bellezza e perfezione. Un’operazione, quest’ultima, destinata ad avere esiti dirompenti nella nascita dell’umanesimo. Dante era però consapevole di non appartenere a quel tipo di corrente, a quel genere letterario cosí lontano dal vero. Sapeva che il suo tenace volgare lo escludeva da un tipo di riconoscimento, nato per premiare la produzione in latino. In verità, Dante nemmeno ambiva a quel tipo di riconoscimento. Pochi mesi prima di morire, quando ha ormai 56 anni, e ne sono passati venti dalla sua dipartita da Firenze, nel XXV canto del Paradiso, scrive infatti di volere l’incoronazione poetica non a Padova, ma a Firenze. È a Firenze che si misura tutta la sua vicenda. Lí si sono fatti passare come ruberia e malaffare il suo impegno civile e la sua devozione al comune fiorentino; lí si permette – ancora – a poche e violente famiglie di agire indisturbate; lí quelle poche e violente famiglie, in luogo di essere disprezzate e combattute, vengono riverite e omaggiate, per convenienza o per paura, lí vuole il cappello, la corona: «Se mai continga che ‘l poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra, sí che m’ha fatto per molti anni macro, vinca la crudeltà che fuor mi serra

Nella pagina accanto il ritratto di Dante realizzato ad affresco da Luca Signorelli nella Cappella Nova (o di S. Brizio) del Duomo di Orvieto. 1499-1502.

del bello ovile ov’io dormi’ agnello, nimico ai lupi che li danno guerra; con altra voce omai, con altro vello ritornerò poeta, e in sul fonte del mio battesmo prenderò ‘l cappello». (Paradiso, XXV, 1-9) [Se mai avvenga che il poema sacro – alla cui creazione hanno concorso le cose umane e le cose divine, e che per tanti anni m’ha smagrito – vinca la crudeltà che serra fuori dal dolce ovile dove io dormii come agnello nemico dei lupi che gli fanno guerra, con altra voce ormai e con altro pelo ritornerò poeta, e sul fonte del mio battesimo prenderò il cappello].

In alto medaglia in bronzo con il profilo di Dante. Manifattura fiorentina, XV sec. Washington, The National Gallery of Art.

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TRA FEDE E FANATISMO

L’EREDITÀ DI FRANCESCO

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I

l legame tra Dante e Francesco d’Assisi non solo merita d’essere approfondito, ma rivendicato. L’influenza dell’Assisiate sul poeta aiuta a capire per quali valori militasse Dante. È un atto che gli dobbiamo per riscattarlo dalla terribile accusa di «baratteria» di cui fu oggetto in vita e che gli costò la condanna all’esilio. Dobbiamo intendere bene, quindi, il senso della «professione di fede» che Dante ha posto in apertura al canto XI del Paradiso, nel quale rende omaggio a san Francesco. Nell’esordio del canto Dante non parla, come fa di solito, in veste di personaggio – quello fittizio che sta attraversando l’oltretomba –, ma con la sua propria voce di poeta per condannare i «falsi ragionamenti» che ci spingono a cercare felicità nella carriera, negli onori, nella vanità e nella ricchezza. Tutte cose, queste – ammonisce Dante –, che ci fanno solo volare bassi, ci fanno «battere in basso le ali» per citare l’espressione che sceglie di utilizzare. Qui c’è tutto il Francesco del rifiuto degli onori, delle alte cariche, della vanità personale e del desiderio di profitto. Il secolo in cui nacque Dante è lo stesso in cui Francesco d’Assisi, grazie a quella che gli storici hanno definito una «canonizzazione lampo», diventa santo. E nel Medioevo ciò voleva dire che, ogni anno, nel giorno anniversario della sua morte, a messa se ne leggeva la biografia. Dunque Dante, come chiunque altro nel perimetro dell’Europa cristiana, conobbe Francesco andando a messa.

Miniatura raffigurante Dante e Beatrice che volano nel cielo del Sole, in cui si trova san Tommaso d’Aquino, che presenta san Francesco e san Domenico, fondatori dei due grandi Ordini mendicanti del Medioevo, da un’edizione della Divina Commedia illustrata da Giovanni di Paolo. 1450 circa. Londra, The British Library.


Lo incontra anche per un altro motivo: un suo coetaneo, Giotto, nato nel contado fiorentino, ottiene dal papa, negli anni in cui Dante è ventenne e vive ancora a Firenze, un incarico prestigiosissimo: illustrare la vita del santo di Assisi nell’epicentro stesso della sua storia. In quegli anni Dante dovette perciò imbattersi spesso nelle notizie che giungevano dal cantiere aperto ad Assisi. Infine, Dante dovette incontrare il pensiero di Francesco nella chiesa francescana di Santa Croce, sempre a Firenze, durante un famoso ciclo di lezioni tenute dal frate francescano piú militante dell’epoca: Pierre de Jean Olivi. Da teologo, l’Olivi aveva indagato la natura del male, del peccato e dei demoni. Da francescano, aveva difeso sopra ogni altra cosa il valore della povertà. Nel presentare Francesco, nell’XI canto del Paradiso, Dante prende posizione in merito alla questione della povertà. Dopo la morte di Francesco il suo Ordine aveva conosciuto lunghe tribolazioni e spaccature interne, tra i frati che difendevano la povertà a oltranza e quelli che spingevano per ammorbidire il dettato della Regola. Dante si esprime, insistendo sul matrimonio tra Francesco e «Madonna Povertà», una donna rimasta vedova per «millecent’anni e piú» (v. 65) del suo primo marito, Cristo. E proprio da Pierre de Jean Olivi Dante riprende l’immagine della «vedova di Cristo», risposata in seconde nozze da Francesco. L’affinità tra Dante e Francesco si coglie anche nella scelta

che entrambi fanno di ricorrere all’uso del volgare. Scrivere in volgare equivaleva a essere considerati persone di scarsa cultura. Quella lingua era stata utilizzata, ma soprattutto per parlare d’amore alle donne, che raramente conoscevano il latino. Ma Francesco e Dante scelgono di usare il volgare per parlare di tutto e a tutti. Attraverso il Cantico di frate Sole, Francesco vuole fornire le parole a chiunque, perché possa pregare nella propria lingua. Nella Commedia, che è un’opera totale, il volgare viene usato per parlare di politica, di filosofia, di costumi, di scienza, di morale, di fede. Entrambi pagheranno la propria scelta, entrambi ne riceveranno un marchio, a causa dell’enorme discredito che l’uso del volgare suscitava all’epoca in ambito culturale e pastorale. Entrambi furono sospettati di avere una conoscenza modesta del latino, di essere cioè degli ignoranti. E per secoli furono raccontati cosí. Francesco, in realtà, di norma scriveva solo in latino: ne è prova il biglietto privato che scrive di getto a frate Leone, ancora conservato nel Duomo di Spoleto. Cosí come lo provano i suoi scritti, una trentina in tutto: tutti in latino! Per quel dono del Cantico, però, è passato alla storia come il frate ingenuo e ignorante. A Dante accadrà lo stesso: dopo un primo, iniziale successo, la sua fama si spegnerà e l’importanza della Commedia verrà negata. E si dovrà attendere l’Ottocento per assistere alla sua rivalutazione.

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