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IN EDICOLA IL 16 MARZO 2021
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NEMICI PER SEMPRE. GUELFI E GHIBELLINI
N°43 Marzo/Aprile 2021 Rivista Bimestrale
GH GU IB ELF EL I E LIN I
MEDIOEVO DOSSIER
Dossier
Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.
EDIO VO M E
NEMICI
PER SEMPRE GUELFI E GHIBELLINI,
STORIA DI UNA RIVALITÀ SENZA FINE
di Federico Canaccini
NEMICI PER SEMPRE
GUELFI E GHIBELLINI, STORIA DI UNA RIVALITÀ SENZA FINE di Federico
Canaccini Curzio Bastianoni e un’ intervista a Paolo Grillo
con contributi di Francesco Troisi e
PRESENTAZIONE 5. Essere di parte LE ORIGINI 6. Nella culla del male LE FAZIONI IN LOTTA 22. Il contagio CITTÀ DIVISE 38. L’Italia in fiamme 50. Dante: esule guelfo o ghibellino fuggiasco? I MERLI 54. Quando le mura scendono in campo EMBLEMI 64. Animali, santi ed eroi 80. Una provocazione studiata, intervista a Paolo Grillo LE BATTAGLIE 82. Montaperti 94. Benevento 102. Tagliacozzo 112. Colle di Val d’Elsa 118. Campaldino
Nella culla del male
La sconfitta di di Ezzelino da Romano a Cassano d’Adda, stampa dal dipinto di Adeodato Malatesta (1840-1860). Il protagonista dell’episodio fu il piú potente signore ghibellino del Veneto e trovò la morte in battaglia, a Cassano d’Adda, dopo aver dominato su Padova, Verona, Vicenza e Treviso per oltre un decennio, complice l’appoggio di Federico II, di cui aveva sposato la figlia naturale Selvaggia.
Fu Firenze ad aver diffuso quel binomio che infestò l’Italia? Guelfi e ghibellini, la storia infinita di una mutazione semantica, tra esotismo e «comunicazione internazionale»
LE ORIGINI
Nascita di un’etichetta
intellettuale come Dante: «Imperio è chiamato senza nulla addizione, però che esso è di tutti li altri comandamenti, comandamento» e per l’impero l’Alighieri, pur guelfo, richiede la massima riverenza. Nella rampogna di Giustiniano, nel VI canto del Purgatorio, ai versi 91-93, scrive «Ahi gente che dovresti esser devota, / e lasciar seder Cesare in sella, / se bene intendi ciò che Dio ti nota». La presenza di un imperatore in trono, dice il poeta fiorentino, è dunque la volontà di Dio: non si intuisce certo un aut aut, la volontà di eliminare l’elezione imperiale, come talvolta si potrebbe invece immaginare. Tornando agli anni di Rodolfo d’Asburgo, c’è ancora da sottolineare il fatto che in questa fase sono piú i Comuni guelfi che non gli esu16
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Sacra Famiglia, olio su tavola di Luca Signorelli. 1487-1488. Firenze, Galleria degli Uffizi. Secondo Giorgio Vasari, l’opera – un tondo – sarebbe stata realizzata per la Sala delle Udienze dei Capitani di Parte guelfa di Firenze.
li ghibellini a temere l’intesa inedita e improbabile tra Rodolfo, Carlo d’Angiò e il papa, paventando le rivendicazioni imperiali in merito agli acquisiti iura civilia. C’è poi ancora da notare come, mutato l’assetto politico italico, gli interessi di Rodolfo non siano piú rivolti al regno di Sicilia, come fu invece per gli Svevi, bensí in primo luogo verso la Germania e, in seconda battuta, verso il Nord Italia. Un altro episodio complica ulteriormente il quadro politico: nel 1282, la rivolta siciliana nota col nome dei Vespri e l’arrivo in Sicilia degli Aragonesi forniscono il pretesto ideologico per riallacciare il legame dei ghibellini con gli Svevi, offrendo loro un nuovo leader. In una lettera di Pietro III d’Aragona si legge infatti
Farinata degli Uberti in un olio su tela di scuola lombarda. 1600-1650. Milano, Pinacoteca Ambrosiana.
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Il contagio Siena, Arezzo, Lucca, Pistoia: la contesa fra guelfi e ghibellini nasce come un fatto locale, ma presto si allarga ben oltre le mura di Firenze
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e piú antiche attestazioni dei nomi delle fazioni si trovano in documenti fiorentini databili nella prima della metà del Duecento. Lo conferma il già citato passo di Salimbene de Adam («a Firenze quelli della parte della Chiesa son chiamati Guelfi, quelli della parte dell’Impero Ghibellini»), il quale scriveva nel pieno del XIII secolo e visse durante quella che possiamo definire «l’età d’oro» del conflitto di fazione. Agli inizi del Duecento, Firenze era stata teatro di episodi, tra cui l’ uccisione di Buondelmonte dei Buondelmonti (vedi box alle pp. 26-28), che avevano mostrato come i contrasti interni tra le famiglie dell’antica aristocrazia consolare fossero tutt’altro che sopiti. Dopo questi fatti cruenti, però, la città del giglio dovet-
te vivere un paio di decenni di quiete interna, al punto che il Comune poté impegnarsi nella guerra contro le principali città circumvicine, Pisa e Siena, potenziali concorrenti nell’espansione politico-economica, nonché territoriale.
Catapulte in cima ai palazzi
Seguendo le scarne notizie degli annalisti del tempo, verso il 1236 a Firenze riprendono gli scontri urbani – le cosidette «battaglie cittadinesche» –, anche a causa dell’azione di Federico II, che inasprisce le rivalità tra famiglie e fazioni. Le torri urbane vengono armate e, a seguito degli scontri e degli esili, numerosi palazzi sono abbattuti, al punto che, nel tessuto urbano di molte città italiane, si creano modifiche irreversibili.
La Madonna del Cimabue portata in processione, olio su tela di Frederic Leighton. 1853-55. Londra, The Royal Collection Trust. Nel corteo si riconoscono lo stesso Cimabue, vestito di bianco, che porta per mano Giotto bambino, Dante (all’estrema destra) e Carlo d’Angiò, a cavallo. La critica moderna ha peraltro assegnato la pala a Duccio di Buoninsegna. GUELFI E GHIBELLINI
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L’Italia in fiamme Come in un gioco del domino, tutte le maggiori città italiane divengono pedine della lotta di fazione. Tra papato e impero, le grandi famiglie cavalcano la contesa, trascinando il Paese in una spirale di violenza 38
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ra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, la divisione in guelfi e ghibellini coinvolse l’Italia intera. Lo storico Giovanni Tabacco scrisse che proprio in questi decenni si assiste a «un certo irrigidimento del nome “guelfo” e “ghibellino” in ciascuna famiglia signorile e in ciascuna collettività cittadina, cosí da tramutarli in elementi costitutivi delle tradizioni peculiari di famiglie e cittadinanze». Come già per la Toscana, anche nel resto d’Italia «ciò si associa normalmente allo sviluppo di consuetudini di ostilità tra città o consorterie
determinate, rivali nell’espansione territoriale, per contiguità geografica o concorrenza di commerci, o nella scalata al potere locale. Ma in pari tempo si nota che nei due schieramenti, pur cosí condizionati da una serie di conflitti particolari, si va delineando qualche tendenza distintiva generale, non riducibile a un piú o meno fortuito riferimento alla potenza imperiale o papale. Il guelfismo, anche se le eccezioni sono frequenti e talvolta cospicue, come quelle di Genova e Pisa, e benché esso abbia origine, non meno del ghibellinismo, nel conflitto fra
L’assalto respinto di Ezzelino alla città di Belluno, affresco di Giovanni Demin. 1839. Belluno, Sala del Consiglio municipale. Ezzelino fu il piú potente signore ghibellino del Veneto e controllò gran parte della regione per oltre un decennio.
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CITTÀ DIVISE
L’estensione del conflitto
DANTE: ESULE GUELFO O GHIBELLINO FUGGIASCO? Nel canto X dell’Inferno, Farinata degli Uberti ricorda a Dante che i suoi parenti «per due fiate» furono «dispersi» dalla Parte ghibellina, alludendo chiaramente alla militanza guelfa degli Alighieri e al loro esilio sia dopo la vittoria ghibellina del 1248 che dopo quella del 1260 presso Montaperti. Gli Alighieri, dunque, sarebbero stati di fazione guelfa e cosí anche Dante, nato verso la fine di maggio del 1265, quando a Firenze ancora governavano i Ghibellini. Si trova poi a militare con l’esercito fiorentino e guelfo sia a Campaldino che a Caprona (1289) contro i ghibellini di Arezzo e quelli di Pisa. Se Dante ebbe una fede politica, dunque, l’ebbe guelfa. Sul finire del secolo, però, il clima politico a Firenze si va sempre piú logorando: i magnati che non avevano voluto accettare di iscriversi a un’Arte – cosa che Dante invece aveva fatto intorno al 1295 – vengono ben presto esclusi dal governo, dando vita a un clima carico di tensione. Alcuni magnati iniziano a fare proseliti tra gli ex ghibellini rimasti in città, mentre le consorterie si polarizzano attorno a due potenti casate, una popolare, quella dei Cerchi, e una magnatizia, quella dei Donati: il dissidio sfocerà di lí a poco nel conflitto tra guelfi bianchi, piú moderati, e guelfi neri, piú conservatori. Tuttavia, benché fosse imparentato con i Donati (sua moglie era Gemma Donati), ma certamente piú vicino per carattere e per ideali politici, ai Cerchi, Dante non prese una posizione netta per nessuna delle due fazioni. Nel 1296, però, votò a favore di una mozione antimagnatizia, che dovette senza dubbio incrinare il rapporto con l’ala guelfa piú intransigente. Il 1299, poi, portò la rottura definitiva tra Dante e Corso Donati: il leader nero viene bandito, ma trova in Bonifacio VIII un protettore e un mecenate. Durante il priorato (15 giugno-15 agosto 1300) Dante è però costretto a prendere decisioni che, come egli
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Dante illustra la Divina Commedia, tavola di Domenico di Michelino. 1465. Firenze, basilica di S. Maria del Fiore. Alle spalle del poeta, la città di Firenze e, sullo sfondo, Inferno, Purgatorio e Paradiso. stesso afferma, lo condurranno all’esilio: «Tutti li mali e l’inconvenienti miei, dalli infausti comizi del mio priorato ebbono cagione e principio». Poche ore dopo l’insediamento, i nuovi priori condannano tre congiurati a una pena pecuniaria e al taglio della lingua. Poi, dopo una zuffa tra magnati e popolari, la sera della vigilia di san Giovanni, Dante e i suoi colleghi sono costretti a confinare i facinorosi: i donateschi furono messi al bando presso Castel della Pieve, nel Perugino, i cerchieschi, a Sarzana, in Val di Magra. Gli eventi che seguirono nei mesi successivi condussero il poeta alla rovina: inviato quale ambasciatore a Roma, presso Bonifacio VIII, venne trattenuto dal pontefice, mentre a Firenze entrava Carlo di Valois che spalancò le porte a Corso Donati e ai neri, che devastarono la città, dando inizio a una terribile repressione. Il 27 gennaio del 1302 Cante de’ Gabrielli da Gubbio condannò in contumacia Dante e altri quattro Fiorentini quali «falsarii et baracterii», accusandoli di baratteria, di aver tramato contro i neri di Pistoia, di essersi opposti all’operato di Carlo d’Angiò e di Bonifacio VIII. Oltre un mese piú tardi, non essendosi presentati a pagare l’ammenda di 5000 fiorini piccoli, i cinque vengono condannati a morte il 10 marzo, per mezzo del rogo. Da allora Dante, «benché fosse guelfo e però sanza altra colpa», scrisse Giovanni Villani, si allontanò da Firenze per non farvi mai piú ritorno. A questo punto, nell’esilio, il poeta fece parte coi Cerchi esuli e coi ghibellini espulsi anni prima dalla città: questa alleanza temporanea che si risolverà nel fallimento della battaglia della Lastra (1304), non
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Quando le mura scendono in campo
Castelli e città si ornano di coronamenti merlati: «quadrati» o «a coda di rondine», un luogo comune li vuole ancora oggi messaggeri di identità politiche associate, rispettivamente, a guelfi e ghibellini… di Federico Canaccini
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na delle piú famose caratteristiche che avrebbero distinto guelfi e ghibellini sono i «merli», le strutture in muratura che coronano le torri e le mura dei castelli. Forse non tutti conoscono la differenza, ma, quasi sempre, un turista, di fronte a un castello, non si lascia scappare una esclamazione alla vista di un coronamento merlato ora in un modo ora nell’altro, dando per certa l’appartenenza all’una o all’altra fazione, sulla base della mera osservazione della merlatura. Con lo sviluppo delle città comunali, nacquero anche associazioni che inquadravano le milizie cittadine composte dagli artigiani (per appartenenza alle corporazioni) e dai semplici cittadini, in base alle ripartizioni urbane. Le milizie urbane erano dotate di armi in asta che, nel corso dei decenni, mutarono forma, traendo spesso ispirazione dagli attrezzi dei campi e da lavoro, come lo spiedo o la roncola pennata. Lo sperimentalismo di queste armi in asta è particolarmente evidente grazie alla varietà di forme che esse assumono nel corso dei secoli, passando da 13 forme attestate nel XII secolo, per passare a 20 nel secolo seguente, a 26 nel Trecento, a 31 nel Quattrocento e a ben 43 modifiche nel Cinquecento! I nomi di queste armi furono quanto Particolare dell’Allegoria del Buon Governo, affresco realizzato da Ambrogio Lorenzetti, fra il 1338 e il 1339, nella Sala della Pace del Palazzo Pubblico di Siena. Spiccano, in primo piano, i merli quadrati che coronano le mura di cinta e la torre. GUELFI E GHIBELLINI
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4 SETTEMBRE 1260
Battaglia di Montaperti Immortalato dalla penna di Dante Alighieri, quello di Montaperti fu uno degli scontri piú cruenti fra la guelfa Firenze e la ghibellina Siena. E le forze della prima, sebbene numericamente superiori, riportarono una cocente sconfitta di Francesco Troisi
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Farinata degli Uberti alla battaglia del Serchio (particolare), olio su tela di Giuseppe Sabatelli. 1842. Firenze, Palazzo Pitti, Galleria d’Arte Moderna.
utto le divideva. Firenze era fieramente guelfa, mentre Siena, con altrettanto orgoglio, si professava ghibellina. Rivaleggiavano anche sul piano commerciale, contendendosi i mercati internazionali, oltre a quelli regionali. Queste tormentate relazioni conobbero il momento piú critico nel XIII secolo e culminarono nella resa dei conti di Montaperti, il 4 settembre 1260. A fronteggiarsi, però, non furono solo Siena e Firenze, ma coalizioni articolate. Gli amici dei Fiorentini erano molti, sicuramente piú numerosi: la Chiesa romana, Corradino di Svevia, Lucca, Bologna e Prato tra i Comuni piú rinomati. Per i Senesi, invece, parteggiavano il re di Sicilia Manfredi, Pisa, Arezzo e altre città meno prestigiose. A Firenze la situazione era insostenibile per chi non condivideva l’orientamento guelfo. Nel 1251, molti ghibellini avevano perciò preferito l’esilio rispetto a una vita da perseguitati in patria, riunendosi sotto l’antico vessillo comunale: il giglio bianco in campo rosso. Pure i guelfi si riconoscevano in quell’ insegna, ma con colori invertiti: il giglio rosso su sfondo bianco, l’attuale simbolo della città. Poco dopo, tuttavia, i dissidenti tornarono a casa, accettando giocoforza lo scomodo ruolo di minoranza mal sopportata. In quel periodo la città viveva uno dei massimi momenti di splendore economico, consacrato nel 1252 dalla coniazione del fiorino d’oro, accettato come valuta in molti Paesi d’Europa. Alcuni banchieri fiorentini, inoltre, figuravano nella lista dei finanziatori di papi e sovrani in improvvisa crisi di liquidità. Anche la rivale Siena, a ogni modo, vantava un nucleo consistente di cittadini munifici, di prestatori di danaro, oltre che un’altrettanto nutrita schiera di cambiavalute e intermediari. La sua fortuna economica (segue a p. 86) GUELFI E GHIBELLINI
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26 FEBBRAIO 1266
Battaglia di Benevento Lo scontro combattuto nei pressi della città del Sannio vide fronteggiarsi Manfredi, figlio di Federico II, e Carlo d’Angiò, alfieri delle fazioni ghibellina e guelfa e animati, in realtà, da interessi dinastici e sogni di egemonia. Passato alla storia per le efferatezze perpetrate dai vincitori angioini, l’evento segnò la fine della dominazione sveva in Italia di Francesco Troisi
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i assolvano ladri, briganti, stregoni, incendiari, sacerdoti concubinari, purché partecipino all’impresa». Ogni mezzo era lecito, secondo papa Clemente IV, per rafforzare l’esercito guelfo del conte Carlo d’Angiò, in procinto di scontrarsi con le truppe del grande nemico ghibellino: il re di Sicilia Manfredi di Hohenstaufen. Il pontefice temeva che il sovrano potesse accelerare la sua campagna espansionistica, prendendo di mira anche i territori della Chiesa, nel tentativo di realizzare il progetto di dominio germanico sull’intera Penisola già cullato dal padre, Federico II. In tanti, perciò, si trovarono coalizzati sotto le insegne delle forze angioine che, nel febbraio del 1266, nei pressi di Benevento, sbaragliarono l’armata del monarca svevo: milizie regolari, banditi provenienti dalla Provenza e dalla Fiandra, molti baroni dell’Italia meridionale, oltre ai Fiorentini ancora scottati dalla disfatta di Montaperti del 1260. Clemente IV, come alcuni predecessori, aveva posto tra le priorità del suo programma la lotta contro Manfredi, definito «l’usurpatore» per il suo insediamento sul trono del
Il ritrovamento del corpo di Manfredi tre giorni dopo la battaglia di Benevento del 1266, olio su tela di Giuseppe Bezzuoli. 1838. Benevento, Museo del Sannio. Ispirandosi alla Divina Commedia, il pittore fiorentino illustra l’episodio del ritrovamento del corpo di Manfredi, morto da eroe contro le truppe francesi di Carlo I d’Angiò, appoggiate dal papato. Sulla destra, il vescovo di Cosenza, legato pontificio, indica che il sovrano svevo, scomunicato da papa Clemente IV, non può essere seppellito in terra consacrata, ma solo fuori dal regno.