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Medioevo Dossier n. 23, Novembre 2017

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FRANCESCO D’ASSISI

L’identità svelata

€ 7,90

FRANCESCO D’ASSISI

IN EDICOLA IL 20 OTTOBRE 2017 My Way Media Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

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MEDIOEVO DOSSIER

Dossier

EDIO VO M E

N°23 Novembre 2017 Rivista Bimestrale


FRANCESCO D’ASSISI L’identità svelata di Chiara Mercuri

6 Presentazione Un santo di successo 8 L’identità Alla ricerca della vera identità 24 Agiografi e biografie La scelta di Tommaso 44 Il rapporto con la città Nella sua Assisi 66 Chiara e le sorelle L’arrivo delle sorelle 88 Missione in Egitto Un «sant’uomo» al cospetto del sultano 102 La Regola Nel segno del rigore 114 La morte Nessuno tocchi Francesco


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TITOLO


Un santo di successo F

rancesco d’Assisi è il personaggio dell’epoca medievale per noi piú conoscibile e di fatto piú conosciuto. Questo perché ci restano di lui circa una trentina di scritti e perché ha suscitato presso i suoi contemporanei uno straordinario desiderio di tramandarne la memoria, attraverso cronache, ricordi, riflessioni, leggende e biografie. Ognuno di noi – almeno una volta – si è chiesto, però, se il Francesco che conosciamo sia frutto di una costruzione degli agiografi o di una verità storicamente attestata. Ognuno di noi si è chiesto se Francesco, cosí come ci è stato tramandato, sia davvero esistito o se sia il frutto di inevitabili cliché. Gli agiografi – lo sappiamo – fanno il loro mestiere, scrivono «biografie» che non hanno come scopo il raccontare i semplici fatti di vita di un individuo, ma di magnificarne l’eccezionalità. L’agiografia è del resto «un discorso» pronunciato «in morte», che come tale – come già avveniva presso i Romani con l’encomio funebre – deve esaltare i meriti e sottacere le eventuali debolezze. L’agiografia medievale, per giunta, non è – come il panegirico d’età classica – una semplice celebrazione del singolo, ma ha soprattutto una funzione moralizzatrice e pedagogica. Funzione che si espleta durante i riti, allora seguiti in massa e con regolarità in tutta l’Europa cristiana. L’agiografia si propone allora come manifesto, come programma di lavoro, da illustrare in occasione delle grandi celebrazioni liturgiche, domenica dopo domenica, festa liturgica dopo festa liturgica, in ogni remoto angolo della cristianità e nella lingua allora comune, il latino. Nel Medioevo, il libro liturgico per eccellenza – quello che riscuote maggiore attrattiva presso l’uditorio – è infatti il santorale, un libro per noi oggi dimenticato e quasi sconosciuto. Nel santorale erano raccolte le vite dei santi di cui la Chiesa di Roma celebrava la festa. Da esso si leggeva la vita dell’uomo o della donna, di cui ricorreva l’anniversario di morte, non solo con l’intento di ricordare la sua vicenda, ma anche con quello di presentare un modello, un esempio che fungesse – tanto per i laici quanto per i religiosi – come monito a ben operare. Oggi quel libro non è piú in uso presso di noi e ricordare qualcosa della vicenda del santo o dei santi, di cui ricorre l’anniversario, è cosa ardua e lasciata alla libera iniziativa dei sacerdoti. Conosciamo, cosí, sempre meno delle vicende di quei santi, le cui feste, nel Medioevo, scandivano il ritmo della vita quotidiana, tanto da venire usate come riferimenti nei documenti notarili, nelle epistole e nelle cronache: i prestiti scadevano a san Giovanni, le locazioni ai santi Gervaso e Protasio, le nozze erano fissate per san Michele, la riscossione dei tributi ordinari a san Martino e il pagamento delle decime a san Patrizio. Le fonti agiografiche – per le finalità con le quali nascevano – risultano di difficile utilizzo se vi si intende recuperare – in via esclusiva – il profilo reale della vita di un santo. Francesco, però, lo abbiamo detto, ha avuto un destino eccezionale tra i santi dell’epoca, perché nelle persone che lo conobbero – dai suoi primi compagni al cardinale protettore del suo ordine, dai molti cronisti che ebbero il privilegio di udirlo a quelli che non lo incontrarono, ma ne ebbero comunque notizia da testimoni oculari – ha suscitato un profondo, quanto insolito, desiderio di tramandarne la memoria. Un desiderio che ha tracimato la tendenza di un’epoca, il Medioevo, durante la quale ancora non si era sviluppato il culto per le personalità illustri, né l’abitudine di scrivere le vicende del singolo, che si riteneva comunque e sempre «strumento» e «tessera» di una storia piú grande, animata da un disegno piú alto e provvidenzialistico. L’affetto, l’ammirazione e l’attaccamento personale degli uomini che conobbero Francesco mutarono questa tendenza, perché essi furono spinti a farsi testimoni della sua vicenda.

Nella pagina accanto Assisi, basilica di S. Francesco, Chiesa inferiore, cappella di S. Martino. Ritratto di san Francesco, particolare di uno degli affreschi eseguiti da Simone Martini fra il 1312 e il 1320.

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L’identità

sotto dei singoli riquadri. La Leggenda Maggiore di Bonaventura era ormai divenuta normativa per tutti, come pure, oltre un secolo piú tardi, dimostrerà Benozzo Gozzoli nella vicina Montefalco. In ogni caso, a partire dal XIV secolo, il repertorio iconografico relativo a Francesco si ampliò anche a seguito della composizione e circolazione dei Fioretti, fonte d’ispirazione certa, per esempio, per il maestro senese del coro della chiesa di

S. Francesco a Pienza. Egli ci propone, in linea con la sua fonte, un Francesco assai piú umano e vicino rispetto a quello bonaventuriano di Giotto. Agli inizi dell’età moderna, con l’affermarsi dell’austerità controriformistica prima, e dell’enfasi barocca dopo, trionfò definitivamente l’immagine severa e ascetica che ne aveva dato Bonaventura. Essa si prestò piú delle altre a fungere da modello per le nuove correnti devozionali dell’epoca.

San Francesco, dipinto su tavola di Margaritone d’Arezzo. XIII sec. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

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A sinistra il saio di san Francesco. Assisi, basilica di S. Francesco, Cappella delle Reliquie. Il santo decise di rinunciare all’eredità paterna e di smettere le sue ricche vesti nel 1206. In basso mantello appartenuto a santa Chiara. Assisi, basilica di S. Chiara.

VESTI UMILI E RATTOPPATE Vedere una delle tonache di Francesco è come vedere «una foto» d’epoca. Da sempre, infatti, quelle tonache costituiscono un documento-monumento di quella storia. Che alla morte di Francesco, i frati si fossero impegnati a conservare quanti piú oggetti a lui appartenuti è una certezza, come dimostra la caparbia e gelosa conservazione da parte di frate Leone di due tra le «lettere» inviategli da Francesco. Tra le diverse tonache conservate ad Assisi, a Cortona, alla Verna e a Firenze, vengono considerate certamente autentiche quelle della Verna e della basilica di S. Francesco ad Assisi. Quest’ultima ha la stessa forma di quella della Verna, anche se caratterizzata dalla presenza di un numero maggiore di toppe, alcune delle quali dello stesso tessuto del mantello di santa Chiara. Un dato, quest’ultimo, che ha fatto supporre quanto già emergeva dalle fonti scritte: le sorelle s’incaricavano di riparare le tonache di Francesco. Il tessuto è di lana marrone, scuro e beige, striato da alcuni fili biancastri. Il risultato è quello di un colore indefinito, marrone-grigio, che nel Medioevo veniva definito «bigello», un colore non-colore, proprio dei tessuti non tinti, e dunque umili, poveri, disprezzabili. Anche i molti tagli presenti sulla tonaca confermano quanto riportato dai ricordi dei compagni: molte volte Francesco tagliava un pezzo della sua tonaca per donarla in elemosina a chi gliela domandava, e spesso si trattava di una richiesta fittizia, non dettata dal bisogno, ma dal desiderio di trattenere una reliquia del futuro santo.

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Nella sua Assisi Nato in una ricca famiglia borghese, nei primi anni della sua gioventú, Francesco è fra gli animatori della vita sociale della città e, quando se ne presenta la necessità, non si sottrae ai suoi doveri di soldato. Poco piú tardi, però, matura la svolta che lo porta a scegliere un’esistenza radicalmente diversa, che ha nella povertà uno dei suoi tratti distintivi. Ma anche in questa nuova fase, il rapporto con Assisi rimane strettissimo

L’omaggio dell’uomo semplice, nel ciclo delle Storie francescane affrescato da Giotto nella Chiesa Superiore della basilica di S. Francesco ad Assisi. 1290-1295 circa. La scena, ambientata nella stessa Assisi, della quale sono ben riconoscibili la Torre del Popolo e il tempio di Minerva, riprende la testimonianza riportata da Bonaventura da Bagnoregio nella Leggenda Maggiore: «Un uomo di Assisi, molto semplice, certo per ispirazione divina, ogni volta che incontrava Francesco per le strade della città, si toglieva il mantello e lo stendeva ai suoi piedi, proclamando che Francesco era degno di ogni venerazione, perché di lì a poco avrebbe compiuto grandi cose, per cui sarebbe stato onorato e glorificato da tutti i cristiani». 44

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Chiara e le sorelle


Santa Chiara all’assedio di Assisi, olio su tavola attribuito a Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino. Prima metà del XVII sec. San Pietroburgo, Museo di Stato dell’Ermitage. Nella scena si vede la santa che esce dalle porte della città, assediata dagli imperiali di Federico II, e, mostrando un ostensorio, li mette in fuga.

UN GRANDE PERICOLO Per quanto migliorato, il quadro generale dell’Europa bassomedievale non era esente da una certa anarchia militare, provocata dai continui microconflitti tra parti perennemente in guerra. Anche Chiara, nel 1241, corse un grande pericolo, in occasione del passaggio di un gruppo di arcieri arabi, reclutati nei reparti dell’esercito siciliano di Federico II, che attaccarono la città di Assisi per strapparla al papato. Essi penetrarono nel chiostro di S. Damiano, e attesero, sperando di trovare il modo di assaltare le sorelle che vi erano rinchiuse. Piú di un testimone al processo di canonizzazione fece riferimento all’episodio, come a un fatto profondamente inciso nella memoria dei contemporanei. Essi attestarono che – solo per miracolo – il giorno seguente la soldataglia lasciò, infine, la città senza toccare le sorelle; si suppone che a sventare l’assalto al monastero fosse intervenuto frate Elia, amico e protettore di Chiara, il quale dovette usare tutta l’influenza che aveva su Federico II per far richiamare d’urgenza le sue truppe sbandate. Il pericolo scampato dalle sorelle in regime di clausura, fa comprendere quali e quanti maggiori pericoli, avrebbero corso in libertà, in una società in cui i maschi erano abituati a considerare le donne, sempre e comunque, come proprietà di un uomo, fosse esso il padre, il fratello o il marito.

Vi sono gruppuscoli che a vario titolo hanno già sperimentato qualcosa di simile, ma si tratta perlopiú di gruppi dissidenti rispetto all’ortodossia cattolica, come i Catari o i Valdesi. Gli stessi cenacoli di penitenti nati nel Nord Europa – qualcuno nel Nord Italia – erano sorvegliati a vista e la loro libertà di movimento continuamente scoraggiata e combattuta. Tra gli eremiti c’era stato chi aveva raccolto attorno a sé gruppi misti di uomini e di donne, ma presto era stato obbligato dalla Chiesa a convogliare le donne in una struttura di clausura. Aver accolto Chiara in una comunità non soggetta a clausura fu perciò un passo ardito, e se Chiara mostra un coraggio non comune nel compierlo, Francesco non appare meno temerario nel lasciarsi guadagnare al suo proposito. Forse non vuole rinunciare a strapparla a quell’Assisi egoista e rapace di cui è espressione. Chiara proviene infatti da quella classe che – come abbiamo visto nella guerra tra Assisi e Perugia – si è fatta piú aggressiva da quando ha iniziato a perdere terreno; un terreno che le è stato sottratto dal ceto mercantile, da poco ammesso all’esercizio delle armi. Questo stato di cose ha fatto aumentare le faide e le contrapposizioni tra classi o gruppi di potere, determinando una situazione non dissimile da quella letterariamente descritta da William Shakespeare per la Verona del Trecento. Oppure Francesco vuole affrancare Chiara e le sorelle dalla suddi-

tanza ai maschi del clan, a cui sono condannate dalle famiglie e dalla società. Con Chiara, in ogni caso, si chiude il cerchio di quei giovani facoltosi che rigettano la violenza come mezzo di gestione del potere, la separazione rigida tra classi, la prevaricazione sulle componenti piú deboli e indifese della società, proprie della generazione dei loro padri.

La vita delle sorelle

Nei primi tempi in cui Chiara, Agnese e, poco dopo, Beatrice, terza tra le figlie di Favarone di Offreduccio, entrarono nella fraternità di Francesco, esse condivisero l’itineranza dei frati. Chiara aveva già sperimentato la clausura – come abbiamo visto – dopo la fuga dalla casa paterna, ma non intendeva proseguire su quella strada. Ciò avrebbe voluto dire rinunciare alla parte che piú le stava a cuore del progetto francescano: il servizio ai poveri, agli ammalati, il dialogo costante con la comunità cittadina. Inoltre, come Francesco, essa intendeva rifiutare ogni forma di prestigio sociale e di differenziazione nelle mansioni, entrambe mantenute in vita nel mondo monastico attraverso la consuetudine di corrispondere una dote al momento dell’entrata in monastero. Per le sorelle del movimento francescano valeva, invece, l’obbligo contrario di disfarsi di ogni proprietà e mai in favore dell’Ordine. Come i frati, le sorelle erano tenute alla recita SAN FRANCESCO

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La Regola

vertà può garantire la minorità, che è la sola chiave con cui i frati devono leggere e interpretare il progetto che ha definito per loro. I suoi allora lo incitano, lo spronano, lo pregano, lo supplicano di dare un segnale, di compiere un gesto, di punire i ribelli, di agire contro gli abusi, di correggere le deviazioni, di riprendere il controllo dell’Ordine prima che sia troppo tardi. Francesco rifiuta. Solo con l’esempio e l’esortazione – ricorda ai suoi – è loro concesso di procedere, mai con la coercizione e la punizione, come fanno i potenti della Terra.

Le ultime ore dell’Assisiate

Dopo averlo trattenuto, per alcune settimane, tra le mura di pietra della sua dimora, il vescovo decide, infine, di lasciarlo andare: Francesco vuole tornare alla Porziuncola, vuole morire nel piccolo villaggio rurale, dove ha iniziato a fare vita comune con i suoi primi compagni. Su quel fazzoletto di terra, posto sulla piana umbra ai piedi della città, sorge la sua chiesa amata, quella donatagli dall’abate del Monte Subasio vent’anni prima. Ora che la fine è prossima, Francesco vuole tornare in quel luogo prediletto, e il vescovo non intende piú negargli ciò che continua a chiedere. Dà cosí disposizione che, su una lettiga, venga scortato alla Porziuncola. Anche le autorità comunali accettano infine che egli si allontani dalla loro sorveglianza. L’essenziale è che Francesco resti all’interno della giurisdizione cittadina, in modo che, dopo il decesso, sia riportato presso la cinta muraria, dove sarà possibile garantirgli una vigilanza serrata. Quel corpo appartiene alla città, e nel volerlo assicurare alla protezione delle sue mura, le autorità laiche e religiose sono concordi. Francesco sa che i suoi compagni hanno iniziato a fare reliquie con gli oggetti che gli sono appartenuti. Sa che Leone – forse il piú amato tra i suoi – da tempo porta cucite addosso le sue lettere. Sa pure che molti dei suoi custodiscono gelosamente frammenti della sua tonaca, pezzetti del suo cordone, ma non giudica quell’ostinazione nel volerlo trattenere, come una contravvenzione alla sua Regola. Fino ad allora ha trattato con molta durezza i frati che hanno preteso di mitigare la sua interdizione assoluta a ogni forma di possesso. Fino ad allora ha smontato, uno a uno, tutti gli alibi che alcuni hanno avanzato per attenuarne i divieti. Ora, però, sebbene abbia piú volte ricordato ai suoi frati che l’essenziale è rimanere uniti nello spirito, di fronte a quel tentativo di trattenere un pezzetto di lui, come fosse un frammento 110

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del suo affetto, non appare piú cosí rigido. Francesco sa quanto giova loro essere riconfortati dalla sua presenza; sa che tante volte la semplice vista del suo volto, il contatto con le sue mani o col panno ruvido della sua tonaca hanno avuto il potere di risollevare i loro animi fiaccati dalla tempesta, e lui stesso – anche quando non lo riteneva del tutto necessario – ha concesso loro quel beneficio. Lui stesso, del resto, ha sperimentato piú volte la forza consolatrice della loro vicinanza. Piú di una volta, nelle tribolazioni, la loro presenza ha avuto il potere di calmarlo, di fargli riprendere coraggio, di restituirgli le energie consumate.

Tutti i compagni al capezzale

Questa è infine l’ora della verità, quella in cui ogni frate in cuor suo deve misurare fino in fondo il suo reale grado di vicinanza a Francesco e a quella Regola che lui ha scritto per loro. Anche i frati che l’hanno duramente contestato, che l’hanno combattuto per quella sua monolitica ostinazione sulla strada della povertà, in questa notte fatale, quando il suo trapasso è ormai prossimo, devono fare i conti con la sua figura. Una cosa, infine, è certa: ognuno, in questo epilogo, vorrebbe stringersi attorno a Francesco, vantare meriti particolari presso di lui, assicurarsi il conforto della sua

Sulle due pagine una veduta dell’esterno (qui sopra) e la Cappella della Maddalena del santuario di Fonte Colombo, presso Rieti. Qui, nel 1221, Francesco dettò la Regola dell’Ordine bollata da Onorio III e confermata dalla visione di Cristo.


fraterna benedizione, ma solo ai suoi è concesso di udire le sue ultime parole e di adempiere alle sue ultime volontà. I suoi compagni attestano che, sentendo la morte vicina, Francesco dà ordine a uno dei suoi di mandare a chiamare Jacopa de’ Settesoli (vedi box a p. 112), affinché venga a vederlo un’ultima volta prima che sia troppo tardi, e affinché porti i panni e i ceri necessari per la veglia funebre. Prima che il frate incaricato dell’ambasceria lasci il convento, la nobildonna romana si presenta davanti all’uscio della Porziuncola, come una madre in cerca del figlio. Forse la notizia della morte ormai prossima di Francesco ha raggiunto Roma, o forse sono stati la sollecitudine e l’affetto di Jacopa a

metterla in allerta, a spingerla a percorrere i tornanti dell’Appennino fino a giungere alla casa di Francesco.

Sulla nuda terra

Appena il tempo di udire ancora una volta la sua voce e di fargli ascoltare di nuovo la sua, poi i compagni lo portano a braccia fuori dal convento. È giunta l’ora di dare corso alle sue ultime volontà: Francesco vuole essere steso sulla terra nuda. E, nonostante siano abituati a piegarsi alle sue scelte piú radicali, è straziante, adesso, acconsentire a quell’ultima richiesta di essere adagiato sul suolo freddo e scuro. Ora che, minuto dopo minuto, le sue membra si fanno deboli e che, come mai, i compagni vorSAN FRANCESCO

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Francesco è qui!

La basilica del santo

La basilica del santo ad Assisi

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Assisi. Il complesso della basilica di S. Francesco, comprendente due luoghi di culto sovrapposti (Chiesa Superiore e Chiesa Inferiore), nonché il Sacro Convento. La costruzione della basilica ebbe inizio nel 1228, all’indomani della canonizzazione dell’Assisiate e gli altari vennero solennemente consacrati da papa Innocenzo IV nel 1258.

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