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Medioevo Dossier n. 33, Luglio/Agosto 2019

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MEDIOEVO IN NERO

♦ L’OMBRA DEL DIAVOLO ♦ LA FOLLIA DI FAUST ♦ LA DANZA MACABRA ♦ I MORTI VIVENTI ♦ DRACULA, LA VERA STORIA ♦ L’ESERCITO INFERNALE

€ 7,90

IN EDICOLA IL 29 GIUGNO 2019

IN

N°33 Luglio/Agosto 2019 Rivista Bimestrale

UR O

IL LA ME TO DI OS OEV C O

MEDIOEVO DOSSIER

Dossier

Timeline Publishing S.r.l. – Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento – Aut. n° 0703 Periodico ROC

EDIO VO M E

MEDIOEVO

Il lato oscuro dell’età di Mezzo

NERO


MEDIOEVO IN

NERO

Il lato oscuro dell’età di Mezzo testi di Maria Giovanna Belcastro, Federico Canaccini, Luca Cesari, Francesco Colotta, Mario Iannaccone, Tommaso Indelli, Valentina Mariotti, Chiara Mercuri, Marco Milella, Marina Montesano, Diana Neri, Pierangelo Pancaldi e Domenico Sebastiani

Presentazione 6. Storie di ordinaria ambivalenza

Miti infernali 60. L’esercito delle tenebre

Iconografia 8. Tutte le visioni del Maligno

Iconografia 74. Vittorie senza gioia

Arte e pensiero 18. Il principe nero Folklore 32. Quelle sostituzioni inquietanti Simbolismo 42. Quando il Medioevo perde la testa Superstizione 52. E non riposarono in pace...

Vlad Tepes 82. Dracula: la vera storia del principe vampiro Faust 102. La scelta di Faust Barbablú 112. Gloria e miserie d’un maresciallo di Francia Il Sinodo del cadavere 122. Orrore in basilica


Storie di ordinaria

ambivalenza P

er secoli l’improprio assunto che denigrava il Medioevo come «epoca oscura» trovò numerosi e illustri paladini: nel Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni (1756), Voltaire lo definiva un periodo di barbarie e di superstizioni, tanto da aver determinato un arresto nel progresso umano. Tuttavia, non fu l’illuminismo a introdurre il «secolare pregiudizio» sull’età di Mezzo, per usare una fortunata espressione di Régine Pernoud. Il cupo stereotipo – che colpiva in particolare i secoli precedenti all’anno Mille – aveva iniziato a diffondersi già nel Cinquecento, sulla scia delle tesi contenute nella Historia Ecclesiae Christi, redatta da alcuni eruditi protestanti noti come Centuriatori di Magdeburgo, i quali descrivevano come turbolenta e barbarica l’era successiva al tramonto dell’impero romano. Nel Rinascimento la condanna non risparmiò nemmeno l’architettura, definita«gotica», dal termine «goto», ossia «barbaro». Alla parziale apologia del Medioevo, operata dal romanticismo, fece seguito, nel XX secolo, la sua definitiva riabilitazione, con i contributi degli storici francesi Marc Bloch, Georges Duby e, soprattutto, Jacques Le Goff: l’età di Mezzo rinacque, nell’interpretazione comune, come un tempo che aveva generato anche forme di sviluppo e progresso. Non piú una malattia della civiltà, bensí un’epoca di «ordinaria» ambivalenza, connotata da splendori e nefandezze. Un’epoca che, come ogni altra della storia, ebbe un suo «lato oscuro». Il nuovo Dossier di «Medioevo» esplora gli antri piú bui di quel passato, seguendo due direttrici di profilo iconografico: la presenza del Diavolo nella percezione collettiva e l’ossessione per la morte, effigiata in tanti cicli pittorici connessi al misterioso tema della Danza macabra. A partire dal IX secolo il demonio, nell’arte e nella coscienza comune, divenne una figura preminente, con evidenti allegorie religiose – secondo Le Goff, è stato «la grande creazione del cristianesimo durante il Medioevo». A sua volta, il tentativo di esorcizzare il Maligno spinse la Chiesa a compiere atti repressivi e violenti, talvolta piú esecrabili del male che intendevano sradicare. Allo stesso modo, l’inquietudine per l’idea della morte e per la caducità del genere umano contribuirono alla diffusione di tradizioni e usanze dalla lugubre ritualità. A corollario del viaggio negli abissi del «Medioevo nero» si materializza, infine, una galleria di personaggi dalla fama oscura: dal voivoda Vlad III al pluriomicida Gilles de Rais – resi celebri dai rispettivi alter ego letterari: Dracula e Barbablú –, dalla possibile incarnazione della leggenda di Faust a papa Stefano VI, che volle processare pubblicamente il cadavere in avanzato stato di decomposizione del suo odiato predecessore… Francesco Colotta

Diavoli di diverso colore nella Discesa agli Inferi affrescata da Andrea di Bonaiuto nel Cappellone degli Spagnoli della basilica fiorentina di S. Maria Novella. 1366-1368. 6

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ARTE E PENSIERO

L’immaginario diabolico Nella pagina accanto scomparto di pala d’altare raffigurante il Giudizio Particolare, dipinto su tavola del Maestro di Soriguerola. Fine del XIII sec. Vic, Museu Episcopal de Vic. L’arcangelo Michele pesa le anime dei defunti e un demonio cerca di far pendere la bilancia dalla propria parte. senza del Maligno nel mondo, egli è chiamato a farsi miles, combattente (come d’altra parte nella letteratura giudaica postbiblica), e – nel caso del cristiano – a dare il suo contributo alla piú generale lotta di Cristo contro le potenze demoniache. Tuttavia, nei primi secoli del cristianesimo, il demonio è ancora un’entità aniconica, non corrisponde cioè a una persona, a un’immagine precisa, quanto piuttosto a un’azione d’influenza negativa esercitata sull’uomo per distrarlo dal bene. La durezza del cuore, la mancanza di misericordia, la fragilità, l’instabilità emotiva, il mancato controllo di sé, l’orgoglio, l’avidità di ricchezze, l’avvilimento, la fiacchezza, la disperazione sono tutti effetti del suo pernicioso ascendente, della capacità del diavolo di persuasione, della sua ostinata strategia di distruzione dell’uomo.

Sguaiato e ghignante

Di Lucifero si parla ampiamente nell’Antico Testamento, dove è citato con i nomi di Diavolo, Demone, Nemico, Drago, Tiranno, Spirito della fornicazione, Principe dei demoni ed è rappresentato come l’angelo ribelle precipitato a causa del suo peccato d’invidia, ma la sua presenza nel mondo si precisa nel Nuovo Testamento, nel Vangelo di Giovanni, perché l’evangelista lo definisce «principe di questo mondo» (Gv 12,31; 14,30; 16,11). Con san Paolo il problema del demonio viene demandato all’uomo e cessa di riguardare esclusivamente Dio, in quanto l’uomo è chiamato a lottare «contro i principati, contro le potestà, contro i padroni delle tenebre di questo mondo, contro gli spiriti del male che sono nei cieli» (Ef 6,12). Ne deriva quindi un imperativo preciso per il cristiano: di fronte alla pre20

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Miniatura raffigurante il peccato originale, dal Commento all’Apocalisse di Beato di Libana. X sec. Madrid, Real Biblioteca del Monasterio de San Lorenzo de El Escorial.

Nell’età medievale, invece, il demonio si presenta secondo l’icona a cui, ancora oggi, attingiamo piú di frequente nel nostro immaginario collettivo: egli è antropomorfo, oscuro, sguaiato e ghignante. Parallelamente al precisarsi della sua immagine – che da semplice forza ingannatrice e istigatrice diviene un’entità reale dotata di attributi precisi – si definisce anche la natura del suo regno, l’Inferno. Nel III secolo d.C., il teologo alessandrino Origene aveva applicato alla nozione di male, d’inferno e di dannazione la dottrina stoica dell’apocatastasi, ovvero di quel processo secondo il quale – per gli stoici – ogni essere che, nascendo, si stacca dal suo principio unitario, il Logos, è destinato poi a farvi ritorno alla fine di un movimento circolare, che ne prevede il reintegro nell’Uno. Sulla base di quella dottrina, Origene concepí l’idea – espressa nel suo De principiis – secondo la quale anche il male, Satana e i dannati, sarebbero stati, alla fine dei tempi, reintegrati in Dio, principio unitario ed eterno. In quest’ottica, la punizione ultraterrena, se doveva essere contemplata, andava considerata come punizione a tempo, che avrebbe avuto fine dopo il Giudizio Universale, a seguito del quale tutti gli esseri sarebbero stati salvati. Tale visione – oggi prevalente tra credenti e teologi – non riuscí tuttavia ad allungare la propria luce sull’età medievale, perché condan-


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Quando il Medioevo perde la testa La pratica della decapitazione ha radici antichissime, e altrettanto remote sono le implicazioni simboliche attribuite al «frutto» delle decollazioni. Che trovano interessanti riscontri anche nella genesi dei vocaboli utilizzati per designare il Sacro Graal di Marina Montesano

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l Campidoglio è qui, dove un tempo, quando venne ritrovato un cranio umano, gli indovini vaticinarono che sarebbe sorta la capitale del mondo e il comando supremo». Cosí scrive lo storico Tito Livio, a proposito della fondazione di Roma e per giustificare il nome del luogo: Capitolium, da caput (testa). Le testimonianze sul valore simbolico del cranio sono ampie e diffuse in contesti culturali e cronologici assai distanti fra loro. Per esempio, l’uso della conservazione della testa degli antenati è molto antico. Erodoto narra che il popolo scita degli Issedoni usava decalvare e scarnificare la testa del pater familias defunto, che poi venne dorata e conservata come un oggetto sacro. In una cappella nel cimitero di Hallstatt, in Austria, ancora oggi si può vedere una curiosa esposizione di teschi decorati. Anche esseri divini o semidivini, la cui morte è narrata nel mito, ricevevano un culto cefalolatrico: è il caso di Osiride a Biblo, secondo quanto testimonia lo scrittore greco Plutarco; oppure di Orfeo, che in quanto originario della Tracia proveniva da un’altra terra famosa per il culto tributato alle teste. Se non altro a livello fenomenologico, qualcosa sembra legare tra loro le teste delle divinità greco-romane a quelle dei Celti e dei Germani, oppure i crani trasformati in coppe delle tradizioni eurasiatiche alle teste tagliate e ridotte nelle dimensioni dei riti amerindi o del Sud-Est asiatico. «Peredur conversava con lo zio quando vide due uomini attraversare la sala ed entrare in una camera: portavano una lunga lancia dalla cui punta colavano 42

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Salomè con la testa di Giovanni Battista, olio su tavola di Andrea Solario. 1520-1524. Vienna, Kunsthistorisches Museum.


L’esercito delle tenebre Incisione di Gustave Doré (1832–1883) raffigurante Morte a cavallo, uno dei Quattro Cavalieri (Guerra, Carestia, Pestilenza e Morte) citati nell’Apocalisse di Giovanni. 1865.


La letteratura, l’arte e l’immaginario dell’età di Mezzo hanno forgiato e alimentato la leggenda di un esercito composto da mostruosi cacciatori, provenienti dall’Aldilà. Un mito tra le cui pieghe non è difficile individuare una ben precisa funzione sociale, religiosa e morale, tramandata dai racconti degli «spaventosi incontri» scritti dai cronachisti del XII secolo di Marina Montesano

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l tema della «caccia feroce» o dell’«esercito infernale» conosce la sua maggiore fortuna letteraria nei secoli del pieno e del Basso Medioevo, ma ha le radici in un passato piú remoto e lascia tracce nella letteratura moderna e contemporanea. La leggenda-tipo presenta l’apparizione di cavalieri al galoppo nella notte, descritti in modi differenti ma che nel complesso si caratterizzano come apparizioni dall’Aldilà. Alla base della caccia infernale vi è senza dubbio un nucleo di credenze che appartengono al patrimonio orale di popoli presumibilmente celto-germanici, ed è altrettanto certo

che, una volta approdato alla forma narrativa, il tema assume significati ben diversi, che vanno dal prendere la forma di profezie sino alla rappresentazione a carattere morale. Il primo riferimento sicuro a un esercito di morti è contenuto in un passo della Germania di Tacito, nel quale si parla della tribú degli Arii: «Quanto agli Arii, a parte la forza che li fa emergere fra i popoli or ora enumerati, con artifici e scelta di tempo esaltano la ferocia, già insita nel loro aspetto truce: hanno scudi neri e il corpo tinto di scuro; per combattere scelgono notti tenebrose, e la sola raccapricciante comparsa di questo esercito

Fronte di sarcofago raffigurante la battaglia di Maratona. III sec. d.C. Brescia, Museo di Santa Giulia. Secondo Pausania, che scrive nel II sec. d.C., sul luogo dello scontro, combattuto tra Greci e Persiani nel 490 a.C., si potevano ancora sentire il nitrito dei cavalli e il clangore delle armi. MEDIOEVO IN NERO

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PERSONAGGI

Vlad Tepes

ASSETATI DI SANGUE E ALLERGICI ALLA LUCE... Chi è realmente il vampir? Secondo le tradizioni popolari il vampiro è un revenant, «morto non morto», un individuo che, a causa della nefasta influenza maligna, è morto solo apparentemente e si nutre del sangue di umani, trasformati a loro volta in vampiri con il morso. Nelle tradizioni folcloriche, i vampiri potevano assumere l’aspetto di animali e fecondare donne che avrebbero partorito creature simili a loro. La vista della luce poteva risultare mortale, perciò agivano, di preferenza, nelle ore notturne. La tradizione contemplava l’uso di vari elementi apotropaici per neutralizzare l’azione di queste creature mostruose, come le esalazioni dell’aglio, l’ostensione della croce e dell’ostia, la celebrazione della messa, l’aspersione di acqua benedetta e incenso, e, per finire, il ben noto palo piantato nel cuore, eventualmente accompagnato dal taglio della testa e dalla combustione del corpo, in modo da dare al vampiro la definitiva «seconda morte». Lo stesso Stoker, nello scrivere il romanzo, attinse al patrimonio folclorico romeno, grazie all’amicizia e alla consulenza di un noto professore di orientalistica dell’Università di Budapest, Hermann Weinberger, che lo spinse ad approfondire i suoi studi sul voivoda valacco e sulle leggende romene relative ai vampiri. Ovviamente non è possibile affermare se Vlad III fosse affetto da vampirismo patologico, cioè dalla sindrome di Renfield (dal nome del servitore di Dracula, nel romanzo di Stoker), caratterizzata dall’ossessionecompulsione – accertabile con diagnosi psichiatrica – che lo spingeva a nutrirsi di sangue animale e umano, proprio o di altri. Tale patologia ha molto probabilmente origine da traumi infantili psicologicamente non elaborati dal malato con l’età adulta, ed è spesso

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accompagnata anche da particolari patologie sessuali, poiché, nei casi accertati, l’ematofagia è spesso associata anche a eccitazione erotica. Nel vampirismo, il sangue è percepito come fonte di vitalità ed energia, pertanto il suo consumo produce sensazioni di potenza e di benessere in chi se ne nutre. Accanto al vampirismo patologico, l’antropologia ha potuto riscontrare, presso varie civiltà, molte forme di «vampirismo culturale», fondate su particolari credenze – scientificamente infondate – connesse ai benefici derivanti dall’assunzione alimentare di sangue.

In alto la locandina del film Le cauchemar de Dracula (L’incubo di Dracula), versione francese del film sul vampiro diretto da Terence Fisher nel 1958. Nella pagina accanto Klaus Kinski nel film Nosferatu, il principe della notte, di Werner Herzog. 1979.


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La scelta di Faust


La sete di conoscenza e di potere spinsero Faust alla piú innominabile delle scelte: accettare di scendere a patti col Diavolo, promettendogli la propria anima. Un gesto esecrabile eppure affascinante, che ha decretato la nascita di un mito senza tempo di Mario Iannaccone

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hi non conosce Faust, colui che per sete di potere offre la sua anima al Diavolo? Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) lo raffigurava chino sul tavolo del suo studiolo, un dotto medievale goloso di ogni conoscenza e mai sazio, disposto a tutto pur di spingersi oltre i propri limiti. Christopher Marlowe (1564-1693), grande drammaturgo inglese, lo vedeva come un mago cinico giustamente punito. Thomas Mann (1875-1955), romanziere tedesco, ne fece l’incarnazione della germanità piú oscura, quella che portò alla catastrofe della seconda guerra mondiale. Difficile trovare un personaggio che meglio incarni l’ansia di conoscenza e la tentazione di patteggiare col male, fonte d’ispirazione di grandi opere letterarie, poetiche e musicali ma che, prima di essere un’innocua creazione letteraria, esprime in modo tremendo la volontà di potenza, la sete di conoscenze proibite, la brama di godere al di fuori dei limiti. Il tema del patto con il Diavolo di cui Faust diverrà il simbolo supremo affiora per la prima volta in una leggenda ispirata al culto della Vergine, che narra di fatti a cui avrebbe assistito Eutychianus, patriarca di Costantinopoli, verso l’anno 538. Scritta in greco nel Vll secolo e poi in latino da Paolo Diacono di Neapolis (morto nell’870, da non confondere con il longobardo Paolo Diacono di Varnefrido morto nel 799), narra la storia del monaco Teofilo di Adana, umilissimo, che rinuncia a ogni onore ma che viene poi offeso e privato di ogni dignità. Roso dalla rabbia, viene avvicinato da un mago pestifer che lo convince a evocare il principe delle Faust e Mefistofele alla corte imperiale, incisione su rame di Ferdinand Ruscheweyh, da un’illustrazione originale di Peter von Cornelius facente parte di una serie realizzata per un’edizione del Faust, poema drammatico di Johann Wolfgang von Goethe. 1814. MEDIOEVO IN NERO

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