Skip to main content

Medioevo Dossier n. 31, Marzo/Aprile 2019

Page 1

LE

LE GRANDI SIGNORIE DELL’ITALIA MEDIEVALE

DELL’

SIGNORIE

ITALIA MEDIEVALE

♦ VISCONTI-SFORZA ♦ SAVOIA ♦ GONZAGA ♦ ESTENSI ♦ MEDICI ♦ MALATESTA ♦ MONTEFELTRO

N°31 Marzo/Aprile 2019 Rivista Bimestrale

GRANDI

€ 7,90

IN EDICOLA IL 28 FEBBRAIO 2019 Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

OR N IE DI

DE IL M SIGLLE G EDIO N RA EVO

MEDIOEVO DOSSIER

Dossier

EDIO VO M E


LE GRANDI

SIGNORIE

DELL’ ITALIA

MEDIEVALE

di Tommaso Indelli

Presentazione 6. Una nuova etĂ Le signorie italiane 8. Genesi di un fenomeno I Visconti e gli Sforza 18. Un ducato per due I Gonzaga 46. Una famiglia tra arte e guerra Gli Estensi 58. Glorie transnazionali I Medici 72. Firenze al centro del mondo Le signorie minori 106. Comprimari eccellenti


Una nuova età Q

uesto Dossier di «Medioevo» segue a breve distanza la pubblicazione, anch’essa a firma di Tommaso Indelli, dedicata alle grandi dinastie dell’Italia medievale e del quale rappresenta, in un certo qual modo, una necessaria integrazione. Entrambi i testi si configurano, sia detto, come un racconto serrato ed estremamente sintetizzato, di avvenimenti e processi storici ognuno dei quali si presterebbe, a sua volta, a una trattazione piú ampia e approfondita. Eppure, ogni nuovo sguardo d’insieme, oltre a riportare in mente nomi, date e avvenimenti, colloca gli stessi in una visione rinnovata e ne offre un’affascinante «rilettura». Potremmo chiederci: ma non rischia, invece, la suddivisione in due aree tematiche – quella delle dinastie dell’Italia meridionale e quella delle signorie dell’Italia settentrionale (argomento del presente fascicolo) – di ricalcare, senza sostanziali apporti di novità, il topos delle «due Italie», dalla storia e dagli esiti storiografici diversi? I lettori si accorgeranno che non è cosí… Rimane il dato – e le pagine che seguono lo illustrano con dovizia di particolari e vasti quadri contestualizzanti – di un Nord del Paese costellato da centri urbani, piccoli e grandi, sostenuti da attività manifatturiere, mercantili e finanziarie caratterizzate da una dinamicità complessa e unica, destinata a dar luogo a quell’epoca culturale che verrà chiamata – ma solo a partire dal XIX secolo – «Rinascimento». È stata – come sembra suggerire il capitolo dedicato ai Medici – la trasformazione del capitale commerciale in capitale finanziario il vero catalizzatore di questo processo? E come spiegare, allora, quella dedizione «politica» alle arti, all’architettura e alla produzione letteraria, che ha trasformato un capitolo di storia d’Italia in storia d’Europa? Nelle pagine che seguono i lettori potranno trovare piú di una risposta a questi interrogativi; perché, ed è questa forse la vera cifra di quell’epoca, le reazioni alle sfide lanciate dalla storia erano molteplici e di una ricchezza senza precedenti. Una ricchezza che, come ricorda Tommaso Indelli a pagina 100, rese necessaria l’invenzione di un nuovo termine, quello, appunto, di «Medioevo». Per suggellare, cosí, l’avvento di una nuova età. Andreas M. Steiner

Mantova, Palazzo Ducale, Castello di San Giorgio. Particolare del ciclo pittorico dipinto da Andrea Mantegna per la Camera degli Sposi: Ludovico Gonzaga (sulla sinistra), seduto in trono, ascolta un membro della sua corte, da alcuni identificato nel suo segretario Marsilio Andreasi, da altri nel diplomatico Raimondo Lupi di Soragna o nel fratello Alessandro. L’artista realizzò gli affreschi verosimilmente tra il 1465 e il 1474. LE SIGNORIE

7


LE SIGNORIE

La genesi

tale processo, perché alcune di esse, come gli Scotti di Piacenza, i Guinigi di Lucca, i Petrucci di Siena – solo per fare qualche esempio – limitarono il loro potere alla città d’origine e al suo immediato contado. L’affermazione del potere signorile, potere assoluto e autocratico, all’interno dei contesti urbani italiani, fu comunque l’esito naturale di una condizione di conflittualità politica endemica sia tra i comuni stessi che all’interno della vita politica cittadina (vedi box alle pp. 10-11). Non a caso, già prima dell’affermazione delle signorie, le città italiane fecero ricorso a istituti monocratici di diversa tipologia, per contenere il fenomeno della violenza politica tra fazioni contrapposte, come i ben noti guelfi e ghibellini o i magnati e i popolari. Si pensi agli uffici amministrativi del podestà e del capitano del popolo, istituiti in moltissime città tra il XII e il XIII secolo, e affidati generalmente a forestieri, proprio per garantire una maggiore imparzialità nell’adempimento dei compiti istituzionali che implicavano competenze militari, esecutive e giurisdizionali.

Nelle mani del senior

Il fallimento di questi esperimenti costituzionali indusse i ceti dirigenti a delegare i pieni poteri, prima distribuiti tra organi diversi – non solo monocratici, ma anche assembleari e rappresentativi – a un princeps o senior, ossia a un signore – vero e proprio sovrano –, titolare della suprema potestà di governo. In genere, il senior apparteneva a facoltose famiglie cittadine o rurali poi inurbatesi, di estrazione borghese o, molto piú spesso, aristocratico-feudale, ma da tempo inserite nella vita politica ed economica comunale, dove avevano avuto modo di costituire vaste clientele ed enormi ricchezze. La nascita dei primi regimi signorili, salvo rare eccezioni, risale alla metà del XIII secolo, attraverso una procedura consolidata, che consisteva nel conferimento della carica di podestà o di capitano del popolo, o di entrambe, per lungo tempo o a titolo vitalizio, a una persona di efficace capacità nell’esercizio del potere (vedi box qui accanto). Il conferimento della carica avveniva a opera dei tradizionali organi di governo del comune, in genere i consigli ristretti – consigli di credenza o degli anziani – o l’arengo, cioè l’assemblea cittadina. Non di rado, tale conferimento di cariche e poteri rappresentava l’esito naturale di un precedente colpo di Stato, ordito dal signore e dai suoi partigiani a danno delle istituzioni cittadine. Il cumulo vitalizio di tante funzioni in capo a un solo individuo – 12

LE SIGNORIE

UNA STIRPE NOBILE E ANTICA: I DA ROMANO Benché i regimi signorili si impongano in Italia dalla metà del Duecento, già alla fine del secolo precedente si riscontra un fenomeno simile a Treviso, la città da cui ebbe origine la fortuna dei da Romano. Questi erano un’antica famiglia feudale, di probabile ascendenza germanica, giunta in Italia agli inizi dell’XI secolo, quando un cavaliere sconosciuto, Ecelo († 1091) – o Ezelo – ottenne dell’imperatore, Corrado II di Franconia (1024-1039), alcuni feudi nel territorio di Vicenza. Il nome da Romano, infatti, sembra avere origini toponomastiche e indicava il castello di famiglia, epicentro dei domini della stirpe. Ecelo combatté anche al servizio del re di Germania, Enrico IV (1056-1106), durante la lotta per le investiture contro il papa. Un discendente di Ecelo, Ezzelino I il Balbo († 1180), figlio di Alberico, partecipò alla seconda crociata e divenne advocatus, rappresentante legale e amministratore della diocesi di Belluno, col compito di amministrarne i beni e di esercitare le funzioni pubbliche di cui l’episcopio era titolare. Già con Ezzelino I si definirono le simpatie ghibelline del casato e il Balbo militò infatti agli ordini di Federico Barbarossa contro i comuni. (segue a p. 14)

In alto Ezzelino da Romano, leader ghibellino e fedele alleato di Federico II, in un’incisione di Tobias Stimmer. 1575. Berlino, Sammlung Archiv für Kunst und Geschichte. A destra miniatura raffigurante il signore di Padova, Giacomo da Carrara (sulla destra), che sguaina la spada contro il condottiero Ezzelino da Romano, alla presenza del sovrano Federico II, dal manoscritto trecentesco Chronica de Carrariensibus. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana.


LE SIGNORIE

13


LE SIGNORIE

La genesi

UNA STIRPE NOBILE E ANTICA: I DA ROMANO Il figlio, Ezzelino II († 1235) – detto il Monaco – si trasferí a Treviso, di cui venne eletto podestà nel 1191, consolidando il suo potere con ripetute rielezioni e una complessa rete di clientele che spianarono la strada verso la signoria al figlio. Dopo il ritiro del padre in monastero, nel 1223, Ezzelino III ereditò infatti la carica di podestà di Treviso e Vicenza e, schieratosi con il partito ghibellino, al servizio di Federico II di Svevia – di cui sposò la figlia naturale, Selvaggia († 1244) – riuscí a ridurre in suo potere un vasto territorio. Tra il 1236 e il 1240, anche grazie all’alleanza con famiglie ghibelline locali – per esempio i Montecchi di Verona – Ezzelino sottomise Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno, costituendo una vasta compagine territoriale, con epicentro Treviso – detta «marca trevigiana» – e su cui l’imperatore concesse al signore pieni poteri in qualità di vicario imperiale. Il controllo della marca era d’importanza fondamentale per il partito ghibellino, perché consentiva le comunicazioni tra la Germania e l’Italia attraverso le valli dell’Adige e del Brenta. Lasciato al fratello Alberico († 1260) il governo di Treviso, cuore dei domini signorili, Ezzelino III si pose al comando delle milizie imperiali nelle lunghe guerre contro il papato e la Lega lombarda che funestarono gli anni di regno di Federico II, attirandosi la scomunica. Nel 1239, Ezzelino dovette fronteggiare anche la ribellione del fratello, passato disinvoltamente al partito guelfo e, solo nel 1257, fu possibile una riconciliazione tra i due. Nel 1250, politicamente indebolito dalla morte di Federico II, suo protettore, non fu adeguatamente sostenuto dai successori dello Svevo e cosí, nel 1254, papa Innocenzo IV (1243-1254) lo scomunicò e bandí contro di lui la crociata, con l’accusa di eresia e di ogni genere di violenze e malversazioni compiute a danno di beni e persone ecclesiastiche. Nel 1258, Ezzelino si impossessò di Brescia e catturò il legato pontificio della crociata, il vescovo Filippo da Pistoia († 1270), comandante delle forze della Lega lombarda. L’anno successivo mosse contro Milano, la città piú potente della Lega e dello schieramento guelfo, ma fu battuto a Cassano d’Adda dalle città coalizzate che, per l’occasione, avevano richiesto aiuto persino a Oberto II Pallavicino († 1269), vicario imperiale di Lombardia e, come Ezzelino, uno dei capi del partito ghibellino. Obizzo II considerava Ezzelino un suo rivale e, in ogni caso, ne temeva il potere, pertanto non esitò a schierarsi, per l’occasione, con i comuni lombardi e col papa. Colpito da un dardo di balestra e

14

LE SIGNORIE

Insegna di Ezzelino da Romano, signore di Vicenza. XIII sec. Padova, Biblioteca Capitolare.

gravemente ferito, il signore della marca trevigiana morí poco dopo. Non solo la propaganda guelfa, ma anche Dante Alighieri tramandò di Ezzelino l’immagine di un tiranno crudele (Inferno, XII). Morto Ezzelino, il fratello, Alberico, tentò di resistere alle forze guelfe e fuggí nel castello di San Zenone, presso Treviso, dove fu massacrato con tutta la sua famiglia dalle forze della Lega lombarda. La sorella di Ezzelino e Alberico, Cunizza – celebre per la sua relazione con il poeta Sordello da Goito – si trasferí a Firenze, dove morí nel 1279. Anche Cunizza fu ricordata da Dante tra gli «spiriti amanti» (Paradiso, IX).


talvolta investito anche del diritto di trasmetterle ai discendenti – condusse all’instaurazione di regimi politici dichiaratamente autoritari e monarchici, per quanto la forma istituzionale del comune fosse apparentemente rispettata. Instaurata la signoria, la designazione dei principali ufficiali cittadini divenne prerogativa esclusiva del signore, che procedeva direttamente alla nomina o, indirettamente, attraverso raccomandazioni rivolte agli organi competenti. Oltre a costituire vere e proprie dinastie, i signori mirarono anche a consolidare la loro posizione istituzionale con la concessione – spesso lautamente pagata – di altisonanti titoli onorifici – vicario, duca, marchese, conte –, rilasciata dalle supreme e universali autorità politiche dell’Europa medievale, cioè l’impero germanico e il papato. Venne cosí definitivamente esautorata la forma di governo comunale e presero vita veri e propri principati, ossia domini politici di vaste dimensioni territoriali che ricalcavano, in parte, le antiche circoscrizioni dell’epoca carolingia e che sancirono la definitiva trasformazione dei cittadini in sudditi. Il potere signorile, almeno teoricamente, rimase subordinato alla legge e al vincolo del perseguimento

Disegno ricostruttivo dell’abitato medievale di Montarrenti, nel Senese, cosí come doveva presentarsi fra l’VIII e il IX sec. Una cinta muraria proteggeva la curtis, l’azienda fondiaria dalla quale si sviluppò, a partire dall’XI sec., la signoria territoriale.

Lo scudo dei Pallavicino (o Pelavicino) con il tipico disegno «scaccato», composto da linee verticali e orizzontali che si incrociano, formando appunto dei riquadri di colore alternato. Nella parte superiore, la cosiddetta «stecconata» composta da tre pali scorciati attraversati da una fascia anch’essa scorciata.

LE SIGNORIE FEUDALI A differenza delle signorie cittadine, l’inizio del processo di formazione delle cosiddette signorie feudali – o rurali – è molto piú antico e rimonta al IX-X secolo, cioè alla scomparsa dell’impero carolingio, in seguito alla deposizione e alla morte dell’imperatore Carlo il Grosso (881-888), pronipote di Carlo Magno († 814). Quell’evento comportò la progressiva polverizzazione del potere pubblico e degli apparati amministrativi carolingi, favorita dalla situazione di caos generata dalle incursioni normanne, ungare e musulmane che devastarono (segue a p. 16)


LE SIGNORIE Nella pagina accanto Difesa di Brescia, olio su tela del Tintoretto, al secolo Jacopo Robusti, che raffigura lo scontro tra la popolazione locale, supportata dai Veneziani, e le truppe milanesi di Filippo Maria Visconti.1584. Venezia, Palazzo Ducale.

Medaglia celebrativa in bronzo realizzata nel 1441 dal Pisanello, al secolo Antonio di Puccio Pisano, in omaggio di Filippo Maria Visconti, ultimo esponente della dinastia viscontea a reggere Milano. Milano, Pinacoteca del Castello Sforzesco. Il duca compare come profilo (al dritto) e a cavallo fra le montagne. 28

LE SIGNORIE

I Visconti e gli Sforza giudiziario al controllo di capitani generali o podestà nominati dal signore e che fungevano da cinghia di trasmissione tra centro e periferia. Gli statuti normativi della città capitale prevalsero su quelli delle città dominate e ciò significò che, a livello periferico, non fu piú possibile una legislazione contrastante con essi. Infine, una parte del reddito fiscale delle città sottomesse confluí nel fisco della città dominante.

Un uomo solo al potere

Morto Gian Galeazzo Visconti, secondo le sue ultime volontà i domini conquistati vennero spartiti tra i figli, sottoposti, per breve tempo, alla reggenza della madre Caterina: Gabriele Maria Visconti ebbe i domini toscani, mentre gli altri due, Filippo Maria e Giovanni Maria si divisero il resto. Il titolo di duca, però, spettò al solo Giovanni, che si stabilí a Milano, mentre Filippo fu insignito del titolo di conte di Pavia. Ben presto, dopo le morti dei fratelli Gabriele, nel 1408, e Giovanni, nel 1412, Filippo rimase solo al potere, assunse il titolo di duca e tentò di ricostruire l’immenso dominio paterno, che, nel frattempo, era andato in frantumi, perché città e signorie minori avevano riconquistato l’indipendenza. Molti capitani, al servizio di Gian Galeazzo, avevano costituito signorie personali a spese del ducato: Cabrino Fondulo si era impossessato di Cremona, Ottobono Terzi di Parma e Facino Cane di Alessandria, Novara, Tortona e Piacenza. Filippo agí inesorabilmente. Nel 1409, fece sopprimere Terzi dal duca di Ferrara e, alla morte di Facino, nel 1412, ne sposò la vedova Beatrice di Tenda in modo da ereditarne i domini, per poi, nel 1418, farla decapitare. Con Fondulo, il duca arrivò a un compromesso, ma, in seguito, lo fece assassinare (1425). Nel 1421, Filippo occupò Genova e, nel 1423, dopo aver sottomesso tutta la Lombardia, invase la Toscana e il Veneto, nel tentativo di ricostituire il ducato paterno. Immediatamente si costituí una coalizione antiviscontea che affidò il comando degli eserciti a Niccolò della Stacciola, meglio conosciuto come Niccolò da Tolentino († 1435). Al servizio di Visconti militavano alcuni dei piú prestigiosi condottieri dell’epoca come Francesco Sforza († 1466) – su cui si ritornerà – Niccolò Fortebracci († 1435), nipote del condottiero Braccio da Montone († 1424) e Francesco di Bussone – detto il Carmagnola – un piemontese già al servizio di Facino


LE SIGNORIE

29


LE SIGNORIE

Le signorie minori

CESARE BORGIA E L’EDIFICAZIONE DELLO STATO PONTIFICIO Cesare Borgia, duca di Valentinois, gonfaloniere e capitano generale della Chiesa, duca di Romagna, è passato alla storia come il perfetto esempio del principe rinascimentale crudele, amorale e privo di scrupoli e non è un caso che Niccolò Machiavelli, scrivendo Il principe (1513), abbia pensato proprio a lui, che conobbe di persona in occasione dell’adempimento di alcuni incarichi diplomatici al servizio di Firenze. Cesare era nato a Roma, intorno al 1475, dal cardinale Rodrigo Borgia – futuro papa Alessandro VI – e da una locandiera Vannozza Cattanei († 1518). Fu avviato alla carriera ecclesiastica e già a quattordici anni era notaio apostolico e canonico di Valenza. Nel 1491 fu designato vescovo di Pamplona. Studiò teologia e diritto canonico a Perugia e Pisa, venne promosso cardinale diacono di S. Maria Nuova e arcivescovo di Valenza dal padre – nel frattempo diventato papa – nel 1493. Nel 1498 Alessandro VI creò le premesse per la scalata al successo del suo primogenito. Morto il fratello Giovanni, nel 1497, il papa fu costretto a ripiegare su Cesare per realizzare i suoi ambiziosi disegni politici, quindi consentí al figlio di abbandonare lo stato clericale per ritornare a quello laicale, facendo sí che si sposasse, e fu Luigi XII di Francia a trovare una sposa al giovane. Si trattava di Carlotta d’Albret († 1514), sorella del re di Navarra. Il nuovo legame del papato con la Francia, però, non si limitò solo ai matrimoni, ma divenne sempre piú stretto, poiché Cesare fu insignito da Luigi del titolo di duca di Valentinois, uno dei feudi del regno di Francia, ed ebbe dal re il comando di un esercito per realizzare i suoi progetti di gloria. Da quel momento Cesare decorò il suo blasone di famiglia – in cui era inscritto un toro rosso – con i tre gigli di Francia e, in alleanza con la Francia, il papa concesse via libera a Luigi per l’annessione del ducato di Milano e del regno di Napoli. Mentre i Francesi procedevano alle nuove

nium beati Petri –, ma, dopo la morte del legato, la famiglia ritornò in possesso dei suoi domini fino al 1480, quando Pino III Ordelaffi, signore dal 1466, fu avvelenato e Forlí fu acquisita da papa Sisto IV per farne un ducato da destinare al nipote Girolamo. Gli Ordelaffi tornarono al potere solo dopo la caduta dei Borgia, nel 1503, ma, l’anno successivo, la morte di Ludovico II 124

LE SIGNORIE

annessioni, Cesare, capitano generale delle milizie pontificie, domava la riottosa nobiltà laziale, lanciandosi in una serie di conquiste in direzione dell’Italia centro-settentrionale, formalmente sottoposta al papa ma, in realtà, governata da una moltitudine di città e signorie

pose fine alla signoria, i cui domini furono incorporati nel demanio papale. Meno noti dei precedenti, i Manfredi furono una famiglia di probabili origini borghesi, cosa non rara tra le dinastie dell’Italia centro-settentrionale, attiva a Faenza, tra le fila guelfe, fin dal XII secolo (vedi box a p. 126). L’instaurazione della signoria faentina avvenne nel 1313, con


autonome. Tra il 1499 e il 1500 Cesare occupò la signoria di Imola e Forlí, deponendo Caterina Sforza, legittima signora di quei territori, che fu incarcerata in Castel Sant’Angelo e liberata nel 1501, su pressione di Firenze, dove si stabilí. Tornato a Roma mentre era in corso il Giubileo, Cesare celebrò uno splendido trionfo, sull’esempio di quelli imperiali, in una solenne apoteosi, che mescolava sacro e profano. Tra il 1501 e il 1502, il Valentino espugnò Pesaro, Camerino, Urbino e Rimini, deponendo una serie di importanti famiglie signorili quali gli Sforza, i da Varano, i Montefeltro e i Malatesta, i cui membri furono costretti all’esilio, imprigionati o uccisi come accadde ad Astorre III Manfredi di Faenza, incarcerato e poi trucidato. Le conquiste di Cesare incontravano precisi limiti negli stati che erano sotto la protezione del re di Francia – Firenze, Bologna, Perugia, Ferrara – che il Valentino non poté conquistare. Per espressa volontà del padre-papa, l’insieme dei territori sottomessi andò a costituire il ducato di Romagna e, nel 1501, Cesare ottenne il titolo di duca. Non piú soggetti all’autorità del papa, città e principati che, fino ad allora, avevano fatto parte dello stato pontificio, vennero inglobati in una compagine autonoma e consegnati nelle mani dell’abile conquistatore. Cesare fissò a Cesena la sua corte presso cui riuní letterati e artisti come Leonardo da Vinci, che progettò per il Valentino alcune macchine da guerra, e abili condottieri, come Oliverotto, signore di Fermo, i fratelli Vitellozzo e Paolo Vitelli, signori di Città di Castello, Paolo e Francesco Orsini. Nel 1502 alcuni di essi furono fatti strangolare dal Valentino a Senigallia, dopo un fittizio tentativo di riappacificazione seguito alla scoperta di una congiura. Nel 1503, alla morte di Alessandro VI, il ducato di Romagna si dissolse, mentre le città riacquistavano la loro indipendenza e i signori tornavano sul trono dei loro principati. Cesare, privato da Luigi di Francia del ducato di

Valentinois, e da papa Giulio II, successore di Alessandro, delle cariche e degli appannaggi paterni, fu arrestato e messo in prigione a Ostia. Riuscí a fuggire, trovando rifugio a Napoli presso il viceré Gonzalo de Córdoba († 1515). A Napoli, Cesare tentò di ricostituire un esercito per conquistare Roma, ma fu arrestato e condotto in prigione in Castel Nuovo e, nel 1504, trasferito in Spagna per volontà dei reali Ferdinando e Isabella. Sbarcato a Valenza, fu imprigionato nella fortezza di Medina del Campo. I reali di Spagna intendevano processarlo per l’assassinio del fratello Giovanni Borgia, marito della loro cugina Maria Enriquez de Luna. Nel 1506, prima che il processo iniziasse, Cesare fuggí da Medina e trovò rifugio a Pamplona, nel regno di Navarra, allora retto dal re Giovanni III d’Albret († 1516), suo cognato. Poiché la Navarra era sconvolta da gravi ribellioni delle famiglie nobili, Cesare mise a disposizione del cognato le sue abilità guerriere e iniziò ad assediare Viana, che si era ribellata al sovrano. Sotto le mura della città, il 12 marzo 1507, il Valentino fu ucciso in combattimento e trovò la morte come aveva vissuto, alla perenne ricerca della gloria militare.

l’elezione a capitano del popolo di Francesco I († 1343), responsabile dell’estromissione politica dei ghibellini Accarisi. Nel 1379 Astorre I († 1405), ottenuta dal papa la concessione dell’ufficio vicariale, incorporò nei possedimenti di famiglia anche la città di Imola, che fu poi conquistata dagli Sforza, alla metà del Quattrocento. Anche i Manfredi furono travolti dalla furia

dei Borgia. Nel 1501, infatti, Cesare occupò Faenza, facendo prigioniero il giovane Astorre III (1488-1501), che, condotto a Roma, fu probabilmente strangolato e buttato nel Tevere. Nello stesso anno il Borgia si impossessava anche di Camerino, estromettendo un’altra signoria, i da Varano, facendo assassinare Giulio Cesare da Varano (1464-1501) e tutta la sua discen-

In alto l’epitaffio sulla tomba di Cesare Borgia nel sagrato della chiesa spagnola di S. Maria a Viana, nella regione della Navarra. Nella pagina accanto Ritratto di gentiluomo, olio su tavola del pittore lombardo Altobello Melone che si presume raffiguri il nobile e condottiero Cesare Borgia, figlio illegittimo di papa Alessandro VI, passato alla storia per la sua condotta spietata e amorale. 1515-1520. Bergamo, Pinacoteca dell’Accademia Carrara.

LE SIGNORIE

125


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook