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IN NOME DEL POPOLO
♦ LE PROTESTE FISCALI
♦ LA GUERRA DEGLI SCHIAVI
N°30 Gennaio/Febbraio 2019 Rivista Bimestrale
POPOLO Leader e rivolte che hanno NOME DEL
infiammato l’età di Mezzo
♦ I PRIMI «POPULISTI»
♦ TRIBUNI E PREDICATORI RIBELLI
€ 7,90
IN EDICOLA IL 28 DICEMBRE 2018 Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.
RI VO LT DELLE E
IL M ED IO EV O
MEDIOEVO DOSSIER
Dossier
EDIO VO M E
IN NOME DEL
POPOLO
Leader e rivolte che hanno infiammato l’età di Mezzo testi di Fabio
Brioschi, Jean-Claude Maire-Vigueur, Marina Montesano,
Domenico Sebastiani, Massimo Vallerani, Paolo Viti e Maria Paola Zanoboni
Introduzione 6. A furor di popolo Rivolte cittadine 8. Il popolo in piazza
La Jacquerie 74. Le campagne in fiamme
Cola di Rienzo 20. L’ultimo tribuno
Eroi del popolo Pietro l’Eremita 78. Tutti in Terra Santa
L’Europa degli scontenti 34. Non di solo pane Lotte di classe 50. Taci e lavora
Robin Hood 90. Frecce di giustizia
Tumulto dei Ciompi 62. Una settimana di paura e illusioni
Jan Hus 104. Seguire il Vangelo
Le Fiandre in rivolta 69. Squilli di rivolta nelle Fiandre e in Francia
Girolamo Savonarola 116. La salvezza è nella rinuncia
A furor di popolo «L
a plebe è tumultuante per abito, malcontenta per miseria, onnipotente per numero». Cosí Giuseppe Mazzini – in una lettera indirizzata al sovrano Carlo Alberto – delinea in modo laconico, ma efficace, il profilo di un fenomeno dalle radici antiche e tornato oggi prepotentemente alla ribalta: la protesta del «popolo» dei disagiati che manifesta il proprio risentimento nei riguardi di élite ritenute incapaci di percepire le sue aspirazioni. Si abusa, spesso, della contigua categoria concettuale di «populismo» per definire sommariamente i lineamenti di tale ribellione, termine ormai applicato per estensione a ogni forma di leadership «carismatica» della contestazione sociale e alla generica apologia dell’idea di «popolo» come depositario di valori positivi. Populisti, pertanto, non sono chiamati soltanto coloro che coniarono l’espressione, i legittimi fondatori del movimento – quei rivoluzionari della Russia ottocentesca fautori di una versione non marxista ma comunitaria di socialismo, avulsa dai processi di industrializzazione di massa –, ma tanti altri protagonisti di istanze protestatarie del presente e di un passato ancora piú remoto. Recenti studi hanno rinvenuto prodromi di populismo in epoca medievale e rinascimentale: nel saggio Nuova età dell’oro (2018), Ian Goldin e Chris Kutarna li individuano nelle prediche di Girolamo Savonarola alla fine del XV secolo; simile primogenitura viene attribuita da alcuni politologi al tribuno trecentesco Cola di Rienzo (Alexander Lee, Dolora A. Wojciehowski) e anche alle tesi di Niccolò Machiavelli sulle istituzioni della repubblica romana (John P. McCormick). Certamente, un’analisi comparata con gli eventi della contemporaneità rischia di apparire fuorviante. Ma alcuni fermenti che hanno generato grandi e piccole sommosse nell’età di Mezzo sembrano sorprendentemente assimilabili agli slogan politici dei nostri giorni. Questo nuovo Dossier di «Medioevo» ripercorre l’era del malcontento e delle rivolte popolari che si scatenarono nel Vecchio Continente, dal XIII al XVI secolo. Un’epoca durante la quale comunità di ribelli, spesso capeggiate da turbolenti leader, irruppero sulla scena della storia per vedere affermate le proprie aspirazioni. Raramente si trattò di «guerre per il pane», come affermano gran parte degli storici. Piú di frequente si scendeva in piazza per combattere l’eccessivo carico fiscale, per limitare il centralismo dei governi, per interessi di corporazione, per richieste salariali, per contare di piú nelle stanze del potere, ma anche per rivalità di fazione e, talvolta, solo per puro istinto di sedizione. Mentre, sullo sfondo, cominciava a montare la protesta di quelle classi di sfruttati, costrette a lavorare in condizioni drammatiche. Furono significative, inoltre, le ribellioni a sfondo religioso, guidate da grandi predicatori poi messi all’indice dalla Chiesa. Riviviamo le rivolte del Duecento nelle Fiandre, il tumulto dei Ciompi a Firenze, i moti inglesi contro il fisco, la Jacquerie dei contadini francesi, le sollevazioni corporative nelle città anseatiche. E grande spazio è dedicato anche alle singole figure di capipopolo, in grado di affascinare le platee con il loro vibrante eloquio e il magnetico carisma: dall’«ultimo tribuno» Cola di Renzo al leader della Crociata dei Pezzenti, Pietro l’Eremita; dal predicatore boemo Jan Hus all’eroe leggendario dei poveri Robin Hood, fino a giungere, alle soglie del Rinascimento, alla rivoluzione del domenicano Girolamo Savonarola. Francesco Colotta
Miniatura raffigurante l’incontro, alle porte di Londra, fra due gruppi di contadini in rivolta, rispettivamente capeggiati da Wat Tyler (a sinistra, indicato come Waultre le Tieulier) e l’abate John Ball (a cavallo, con il nome Jehan Balle annotato sulla tonaca), da un’edizione delle Chroniques di Jean Froissart. 1460-1480. Londra, British Library. 6
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Cola di Rienzo
L’ultimo tribuno
Cosí amava definirsi Cola di Rienzo, il figlio di un taverniere che, alla metà del Trecento, conquistò Roma con la veemenza del suo eloquio. Il sogno di un ritorno ai fasti dell’impero fu, però, un’utopia di breve durata. Soffocata dalla disillusione degli stessi che avevano acclamato questo visionario capopopolo
Veduta del Campidoglio e di Campo Vaccino, olio su tela di Paolo Monaldi e Paolo Anesi. 1760-70. Roma, Museo di Roma. L’assetto degli edifici del colle capitolino, tra i quali è ben riconoscibile il Palazzo Senatorio (sorto sui resti del Tabularium), è simile a quello che dobbiamo immaginare per l’epoca in cui fu attivo Cola di Rienzo.
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di Jean-Claude Maire-Vigueur
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ola di Rienzo nacque a Roma, nel rione Regola, nell’aprile o nel maggio del 1313, da un taverniere e una lavandaia. La sua famiglia risiedeva nella parte piú orientale del rione, non lontano dall’Isola Tiberina e dal teatro di Marcello, allora occupato dalla famiglia baronale dei Savelli che lo aveva trasformato in una fortezza. Alcuni sostengono che i genitori di Cola fossero legati ai Savelli da un legame di clientela o di dipendenza, come accadeva spesso a famiglie popolane costrette dalla povertà ad accettare aiuti economici dai baroni in cambio di servizi vari. Durante una malattia della madre, il ragazzo fu affidato a un parente di Anagni e rimase in Ciociaria fino ai vent’anni. Rientrato a
Qui accanto Roma, monumento a Cola di Rienzo, inaugurato nel 1887. La statua bronzea del tribuno fu realizzata, a dimensioni inferiori del vero, dallo scultore Girolamo Masini nel 1871 e lo ritrae nell’atto di arringare il popolo.
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L’EUROPA DEGLI SCONTENTI
Non di solo pane di Maria Paola Zanoboni
Le ribellioni scoppiate a piú riprese in molti Paesi europei non ebbero come molla scatenante solo la fame e le ristrettezze economiche. A portare in piazza le masse furono spesso i risvolti sociali ed economici di eventi drammatici: come la peste del 1348 o l’imposizione di condizioni lavorative prossime allo schiavismo
L’esattore delle tasse, olio su tavola del fiammingo Jan Massys. 1539. Dresda, Staatliche Kunstsammlungen. Molto piú della mancanza o dello scarseggiare del pane, i pesanti oneri fiscali furono spesso la causa scatenante delle rivolte medievali. POPULISMO
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L’Europa degli scontenti
li storici concordano nell’affermare che nel tardo Medioevo, fino agli inizi dell’età moderna, le «rivolte per il pane» furono piuttosto rare, nonostante il gran numero di carestie e di avversità atmosferiche che si registrarono prima e dopo l’epidemia di peste del 1348. I motivi che scatenavano le sommosse erano invece di altro genere (politici, fiscali, sociali), e naturalmente diversi a seconda dell’area geografica. In particolare, per il periodo precedente la peste, è stata rilevata una netta differenza tra i Paesi del Nord Europa (Fiandre e Francia settentrionale soprattutto), dove già nel Duecento era assai sviluppata la manifattura laniera e dove dunque furono assai precoci le proteste di carattere sociale, e l’Italia, dove insurrezioni di questo tipo si verificarono, invece, solo verso la metà del Trecento, e in un contesto – quello toscano –, che, a un secolo di distanza, riproduceva quello delle Fiandre duecentesche. Innumerevoli sono gli esempi di artigiani, salariati, e contadini impegnati nelle forme piú varie di protesta, comprese le ribellioni armate, volte a sfidare e a cambiare la propria condizione giuridica, sociale e materiale. Lungi dall’inevitabilità di repressioni sanguinose, in molti casi queste sfide furono in grado di far vacillare i governi, di riformare le strutture politiche e
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Miniatura raffigurante gli effetti di una pestilenza. Scuola veneta, XIV sec. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana.
persino di capovolgere le gerarchie sociali: tessitori, follatori, cardatori e altri membri del popolo minuto riuscirono talora a impadronirsi del potere, a bandire gli oligarchi e l’aristocrazia, e a stabilire nuovi assetti di governo.
Questioni fiscali e politiche
Le rivolte nelle Fiandre e nella Francia del Nord, tra la fine del Duecento e la prima metà del Trecento, furono sollevazioni dalle molteplici sfaccettature, con base sociale, ma motivate prevalentemente da questioni fiscali e politiche. La vera e propria epidemia di tumulti scoppiata intorno agli anni Ottanta del Duecento nasceva dalla congiunzione di esigenze socio-economiche (e salariali soprattutto) con un malcontento politico generale, diretto in primo luogo contro le élite dirigenti, e dovuto alla situazione fiscale e alla gestione delle finanze urbane. I fermenti rivoluzionari venivano soprattutto dalla manifattura tessile, caratterizzata da una espansione economica piú precoce, che aveva favorito il formarsi di un ceto medio già verso il 1280, con ambizioni di ascesa allo scabinato (lo scabino era un giudice inquisitore di nomina imperiale o regia, n.d.r.) e al consolato. Le diverse circostanze della congiuntura davano a queste lotte una colorazione talora sociale, talora politica, talora professionale, talora infine eco-
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Rivolte urbane dal 1250 al 1400
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Diffusione della peste nera
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L’EUROPA DEL MALESSERE: RIVOLTE E DISORDINI NEI SEC. XIV-XV
REGNO
M E DI SICILIA DI TER RANEO La cartina riassume alcuni degli eventi che sconvolsero l’Europa tra il XIV e il XV sec. La micidiale pestilenza del 1348 ebbe effetti devastanti, non solo per l’elevatissimo numero di vittime mietute, ma anche per i riflessi socio-economici che andò a innescare. E le rivolte, che scoppiarono numerose, ebbero spesso,
tra le loro cause scatenanti, anche gli scompensi determinati nel mondo del lavoro dall’improvviso ammanco di manodopera o dalle speculazioni di quanti, tra i sopravvissuti, cercavano di trarre vantaggio dall’essere piú che mai indispensabili per lo svolgimento delle diverse attività produttive.
Battaglie
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Taci e lavora Anche nei secoli dell’età di Mezzo la classe operaia «non andava in Paradiso»: erano all’ordine del giorno salari risibili, orari di lavoro massacranti, infortuni e, non da ultimo, lo sfruttamento sistematico della manodopera infantile. Ecco perché scioperi e rivendicazioni segnarono la vita di città e interi Paesi, anticipando i moti sindacali dell’età moderna di Maria Paola Zanoboni
I
l tema del lavoro salariato nel Medioevo si rivela di straordinaria attualità, poiché fa emergere problematiche per molti aspetti assai simili a quelle odierne: gli scioperi, per esempio, documentati fin dal Duecento e ritenuti dall’autorità pubblica «reati contro il bene comune»; il lavoro nero; gli infortuni; il lavoro precario costituito da salariati giornalieri assunti sulle piazze d’ingaggio, nonché la convenienza di molti operai specializzati nel farsi assumere, in periodi di crisi, con lo status di apprendista per avere la garanzia di una certa stabilità dell’occupazione, anche se con un compenso piú basso; la severa disciplina della giornata lavorativa. Le origini di questo tipo di rapporto lavorativo si perdono nella notte dei tempi: già mille anni prima del periodo qui preso in considerazione, il Vangelo di Matteo descriveva minuziosamente il meccanismo di assunzione dei vignaioli sulla piazza d’ingaggio, la contrattazione del salario, la necessità di assegnare una retribuzione commisurata al numero delle ore di lavoro, il pagamento del compenso alla fine della giornata. È un dato ormai acquisito dagli storici il fatto che il lavoro salariato, ritenuto una delle maggiori novità nei rapporti di produzione del XIIXIII secolo, fosse diffuso, almeno a partire dal Duecento, a ogni livello, in qualsiasi tipo di manifattura, e alle latitudini piú diverse, circondato spesso dal disprezzo, talvolta dalla compassione dei contemporanei per un mondo percepito come miserabile e subalterno. Tra i primi documenti in proposito emergono le norme volte a disciplinare le remunerazioni contenute negli Statuti di Pistoia del 1117. Si tratta di un periodo storico cruciale, che vede
l’affermazione delle autonomie cittadine con la nascita del Comune (fine dell’XI-inizio del XII secolo) e il progressivo emergere, tra i ceti dirigenti cittadini dell’Italia centro-settentrionale, anche di gruppi mercantili e artigianali, «mecanicharum artium opifices» che Ottone di Frisinga, zio di Federico Barbarossa, additava, verso la metà del XII secolo, come partecipi di molti governi cittadini, e tra i principali responsabili dei guai dell’imperatore. Negli stessi anni, proprio a causa delle controversie fra i Comuni e l’impero, fioriva la Scuola giuridica di Bologna, che ebbe modo di pronunciarsi a piú riprese, tra il XII e il XIII secolo, anche a proposito del lavoro salariato.
Nella pagina accanto la misura e il trasporto del carbone, acquarello da Ordonnances Royaux de la Juridiction de la Prevote des Marchands de la Ville de Paris. 1528. Parigi, Bibliothèque historique de la Ville de Paris.
Al di fuori delle corporazioni
Tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, permeando sempre nuovi settori economici, fino a investire l’ambito stesso della formazione professionale, il lavoro salariato era ormai saldamente insediato non solo nei grandi complessi produttivi – come i cantieri o le aziende laniere –, ma anche all’interno degli ambiti piú modesti, quali le botteghe artigiane, con forme e modalità che, assai spesso, sfuggivano alle maglie dell’organizzazione corporativa, configurandosi con le connotazioni tipiche del «lavoro nero». Questo tipo di rapporto lavorativo era caratterizzato da una straordinaria capacità di infiltrazione capillare nella maggior parte delle attività e di adattamento alle situazioni, modificandosi di volta in volta a seconda delle circostanze, e nascondendosi dietro le piú varie forme contrattuali: maestro-salariato, apprendista-salariato, salariato che «evolve» in apprendista per ottenere una maggiore garanzia della stabilità e della durata dell’impiego. POPULISMO
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EROI DEL POPOLO
Tutti in Terra Santa di Marina Montesano
Pietro l’Eremita è un acceso sostenitore della liberazione del Santo Sepolcro e ai suoi appelli rispondono folle sempre piú numerose. Fino a che, nella primavera del 1096, una vera e propria armata di gente d’ogni tipo si mette in viaggio sotto la sua guida. Ma quella crociata «popolare» fallirà miseramente, senza mai raggiungere Gerusalemme
Alessio Comneno riceve Pietro l’Eremita a Costantinopoli, 1096, olio su tela di Gillot Saint-Evre. 1839. Versailles, Musée national des châteaux de Versailles et de Trianon.