SANTA SOFIA TUSCANIA BANCHETTO A RAVENNA SPECIALE ANTICHI SUBACQUEI
Mens. Anno XXXV n. 426 agosto 2020 € 5,90 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.
ROMA E GLI ITALIANI
ITALIANI DISCENDENTI DI ROMA? LA DIFFICILE RICERCA DI UN PASSATO COMUNE
RISCOPRIRE TUSCANIA DAGLI ETRUSCHI AGLI SPLENDORI MEDIEVALI
ISTANBUL
I MILLENNI DI SANTA SOFIA SCRITTURA E POTERE
LA MATITA DELL’UOMO BIANCO
SPECIALE
VENTIMILA ANNI SOTTO I MARI
www.archeo.it
IN EDICOLA L’ 8 AGOSTO 2020
2020
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ARCHEO 426 AGOSTO
€ 5,90
EDITORIALE
SONO OVUNQUE QUESTI ROMANI... Da romano d’adozione – vivo nella Città Eterna da piú di quarant’anni – e incuriosito osservatore di volti e costumi dei miei concittadini, posso garantire, per molti di loro, la diretta e irrefutabile discendenza dai grandi protagonisti dell’epopea romano-repubblicana e imperiale. Quante volte, entrando in un negozio, cercando un meccanico o semplicemente salendo su un autobus, mi sono imbattuto nel profilo scavato e imperscrutabile del Divo Giulio, nel faccione grosso e dalle guance cadenti del grande Cicerone, nello sguardo sicuro di sé del cinematografico Caracalla, nel rustico volto quadrato di Vespasiano, perfino nella sagoma filosoficamente riccioluta di un Marco Aurelio. Inutile negarlo, quegli antichi Romani sono ancora tra noi! E possiamo affermarlo grazie, e soltanto, a una singolare, fortunata, circostanza: l’esistenza, cioè, di una ricchissima produzione ritrattistica antica, idealizzata quanto si vuole, ma tuttora esistente, perché scolpita in un materiale che ambisce all’eternità. Un privilegio, a pensarci bene, unico nel panorama europeo (la teoria di volti che anima la Gliptoteca di Monaco di Baviera, tanto per fare un esempio, è composta da… ritratti marmorei romani). Un privilegio condiviso, sebbene in misura minore, da altre regioni dell’italica Penisola: se non avessimo le magnifiche pitture funerarie etrusche, come potremmo attribuire ad alcune nostre contemporanee e contemporanei un «profilo»
etrusco o umbro? O, ancora, cogliere nei volti delle donne del Sud una «evidente» eredità italiota o canosina, con riferimento alle omonime classi ceramiche? Ma fermiamoci qui, anche perché la questione della fisionomia ha molto a che vedere con la genetica e un po’ meno con la storia. Quando però, in virtú di un’opportunità ritenuta ineluttabile, l’Italia si avviò sulla via del nazionalismo scegliendo di guardare – come ci ricorda Umberto Livadiotti (vedi alle pp. 64-77) – alla grandeur di Roma antica per darsi una paternità, quella vivace molteplicità di volti, tuttora componente essenziale della nostra popolazione, si spense, sublimandosi nell’astratta teoria dei 64 superuomini scolpiti in marmo di Carrara che ancora oggi decorano il celebre Stadio dei Marmi a Roma. Sono corpi marmorei senza un volto, senza personalità… Ridurre la complessità della storia a un unico denominatore può portare a esiti incalcolabili, ammonisce Louis Godart (vedi alle pp. 32-43). Meglio, allora, immergersi nelle impagabili atmosfere della Maremma laziale per visitare Tuscania, dove gli archeologi stanno lavorando per restituirci un patrimonio archeologico e naturalistico davvero senza tempo. Accompagnati (vedi foto a p. 47) dallo sguardo vigile di un bellissimo, umanissimo, volto in terracotta…
Testa della statua nota come Togato Barberini. Tarda età augustea. Roma, Centrale Montemartini (fotografia di Luigi Spina).
Andreas M. Steiner
SOMMARIO EDITORIALE
Sono ovunque questi Romani...
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Stabia offrono una delle testimonianze piú spettacolari di questa moda 12
di Andreas M. Steiner
Attualità NOTIZIARIO
TEMI E PROBLEMI
Santa Sofia e la sfida alla civiltà
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di Louis Godart
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RECUPERI I Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale sono riusciti a fermare il martelletto del banditore che, a New York, stava per aggiudicare un pregevole ritratto di Settimio Severo 8
MUSEI Dal cranio di un Uomo di Neandertal di 150 000 anni fa a preziosi monili medievali: sono questi l’alfa e l’omega del ricco Museo Archeologico Nazionale di Altamura 14
LA DEMOCRAZIA NEL CUORE La matita dell’uomo bianco
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32 SCAVI
Riscoprire Tuscania
di Louis Godart
di Alessandro Tizi
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PASSEGGIATE NEL PArCo L’estate 2020 è l’occasione per scoprire i graffiti del Colosseo: testimoni di storie di maghi, cavasassi e di curiosi «dialoghi» tra sacro e profano 10 ALL’OMBRA DEL VULCANO Per i Romani piú facoltosi, avere una villa sul golfo di Napoli era quasi un obbligo e quelle di
In copertina Roma, Stadio dei Marmi. Particolare di una delle statue che coronano le gradinate raffiguranti le diverse discipline sportive, offerte dalle province d’Italia.
Presidente
Federico Curti Anno XXXVI, n. 426 - agosto 2020 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990
Comitato Scientifico Internazionale
Editore Timeline Publishing S.r.l. Via Calabria, 32 – 00187 Roma tel. 06 86932068 – e-mail: info@timelinepublishing.it
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Direttore responsabile Andreas M. Steiner a.m.steiner@timelinepublishing.it Redazione Stefano Mammini s.mammini@timelinepublishing.it Lorella Cecilia (ricerca iconografica) l.cecilia@timelinepublishing.it Impaginazione Davide Tesei Amministrazione amministrazione@timelinepublishing.it
Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, John Boardman, Mounir Bouchenaki, Yves Coppens, Wim van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Svend Hansen, Friedrich W. von Hase, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro Filippo Bondí, Francesco Buranelli, Carlo Casi, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Sergio Ribichini, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale, Andrea Zifferero Hanno collaborato a questo numero: Luciano Calenda è consigliere del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Carlo Casi è direttore scientifico della Fondazione Vulci. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Carlo Citter è professore aggregato di archeologia medievale all’Università di Siena. Francesco Colotta è giornalista. Giuseppe M. Della Fina è direttore scientifico della Fondazione «Claudio Faina» di Orvieto. Giampiero Galasso è archeologo e giornalista. Louis Godart è stato professore di civiltà egee all’Università Federico II di Napoli. Paolo Leonini è giornalista e storico dell’arte. Umberto Livadiotti è cultore della materia in storia romana presso «Sapienza» Università di Roma. Maria Rosa Lucidi è archeologa. Alessandro Mandolesi si occupa di comunicazione archeologica per conto del Parco archeologico di Pompei. Stefania Nicolosi è Presidente del Consiglio Comunale di Tuscania, Delegata alla Cultura e Turismo. Giovanna Pizziolo è ricercatore di preistoria e protostoria presso l’Università di Siena. Federica Rinaldi è funzionario archeologo del Parco archeologico del Colosseo. Flavio Russo è ingegnere, storico e scrittore, collabora con l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Alessandro Tizi è direttore del Gruppo Archeologico Città di Tuscania. Chiara Valdambrini è direttore scientifico del Museo Archeologico e d’Arte della Maremma. Nicoletta Volante è ricercatore di preistoria e protostoria presso l’Università di Siena.
ARCHEOLOGIA DELLE NAZIONI/2 Sotto l’elmo di Scipio
64
di Umberto Livadiotti
64
88 SPECIALE
MOSTRE
A banchetto con Teodorico
78
di Giuseppe M. Della Fina, con un’intervista a Giuseppe Sassatelli
Ventimila anni sotto i mari
88
di Flavio Russo
Rubriche
LIBRI
112
L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA
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La regina senza volto
110
di Francesca Ceci
Illustrazioni e immagini: Shutterstock: copertina e pp. 32/33, 34/35, 36/37, 42/43, 64/65, 88/89 (sfondo), 90/91, 94, 95 (basso), 97 – Cortesia Soprintendenza ABAP per la città metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia: pp. 6-7 – Cortesia Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale: p. 8 – Cortesia Parco archeologico del Colosseo: pp. 10-11 – Cortesia Parco archeologico di Pompei: pp. 12-13 – Cortesia Direzione regionale Musei Puglia, Museo Archeologico Nazionale di Altamura: pp. 14-15 – Cortesia Parco Naturalistico Archeologico di Vulci: pp. 16-17 – Cortesia degli autori: pp. 18-21, 95 (alto), 110-111 – Mondadori Portfolio: Erich Lessing/Album: p. 28; The Print Collector/Heritage Images: p. 29; AKG Images: pp. 30, 35, 68, 91, 98-99, 101, 106/107; Album/Prisma: p. 71; Electa/Sergio Anelli: p. 72; Werner Forman Archive/British Museum, London/Heritage Images: pp. 92/93; Album/Metropolitan Museum of Art, NY: p. 96; Werner Forman Archive/Scavi di Ostia/Heritage Images: p. 105; Kurt Amsler/ardea.com: pp. 108/109 – Flavia Farina: pp. 38-41 – Cortesia Gruppo Archeologico Città di Tuscania: pp. 46/47, 48 (basso), 48/49, 50-52, 53 (alto), 54-55, 58-59, 61, 62 (alto) – Cortesia Anna Maria Staccini: pp. 47, 56, 57, 60 – Marka: Nico Tondini: p. 53 (basso) – Doc. red.: pp. 56/57, 62 (basso), 66-67, 70, 73, 75, 81 (alto), 88/89 (primo piano), 102-103, 107 – Archivi Alinari, Firenze: pp. 69, 74, 77 – Cortesia Ufficio Stampa Fondazione RavennAntica: pp. 78-79, 80, 81 (basso), 82-83, 85, 86; Giorgio Albertini: pp. 86/87 – Bridgeman Images: pp. 100, 104 – Cippigraphix: cartine alle pp. 48, 84. Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.
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Pubblicità e marketing Rita Cusani e-mail: cusanimedia@gmail.com – tel. 335 8437534 Distribuzione in Italia Press-di - Distribuzione, Stampa e Multimedia Via Mondadori, 1 - 20090 Segrate (MI) Stampa Roto3 Industria Grafica srl via Turbigo 11/B - 20022 Castano Primo (MI) Servizio Abbonamenti È possibile richiedere informazioni e sottoscrivere un abbonamento tramite sito web: www.abbonamenti.it/archeo; e-mail: abbonamenti@directchannel.it; telefono: 02 211 195 91 [lun-ven, 9-18; costo della chiamata in base al proprio piano tariffario]; oppure tramite posta scrivendo a: Direct Channel SpA Casella Postale 97 – Via Dalmazia, 13 – 25126 Brescia (BS) L’abbonamento può avere inizio in qualsiasi momento dell’anno. Arretrati Per richiedere i numeri arretrati: Telefono: 045 8884400 – E-mail: collez@mondadori.it – Fax: 045 8884378 Posta: Press-di Servizio Collezionisti – casella postale 1879, 20101 Milano
TEMI E PROBLEMI • TURCHIA
SANTA SOFIA E LA SFIDA ALLA CIVILTÀ LA GRANDIOSA BASILICA, RICOSTRUITA DALL’IMPERATORE GIUSTINIANO SULLE ROVINE DI UN EDIFICIO COSTANTINIANO, È IL SIMBOLO STESSO DELLA CITTÀ DI ISTANBUL. NEL 1934, IL PADRE DELLA MODERNA TURCHIA, KEMAL ATATÜRK, DECIDE DI TRASFORMARE IL CONTESO MONUMENTO IN UN MUSEO, CONFERENDOGLI COSÍ UN CARATTERE UNIVERSALE. CHE, OGGI, SEMBRA DESTINATO A ESSERE CANCELLATO, FORSE PER SEMPRE… di Louis Godart
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Istanbul, Santa Sofia. Ricostruito in epoca giustinianea dagli architetti Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto, l’edificio sostituí la basilica consacrata nel IV sec. dall’imperatore Costanzo Il, devastata da due incendi. Dopo la conquista ottomana, Santa Sofia fu trasformata in moschea e vi furono aggiunti i quattro minareti.
I
l suo splendore conquistò gli Slavi e li convinse da pagani a diventare ortodossi. Mandati a Costantinopoli e a Santa Sofia per indagare sul Cristianesimo, gli ambasciatori di Vladimiro, gran principe di Kiev (958-1015), rimasero incantati. «Ci portarono laddove celebrano il loro Dio e non capivamo piú se eravamo in cielo o in terra perché sulla terra non vi è nulla che goda di tanta bellezza. In quel luogo, Dio vive in mezzo agli uomini». Soggiogato dalla descrizione che gli fecero i suoi emissari parlando della finezza dei mosaici, dell’oro delle icone, dello splendore dei marmi, Vladimiro – che sarà consacrato come il fondatore della «Santa Madre Russia» – si convertí al Cristianesimo, portando dietro di sé la stragrande maggioranza del popolo slavo. Costruito su una collina che domina il mar di Marmara, il monumento fu edificato nel VI secolo sui resti di una chiesa piú antica eretta intorno al 325 da Costantino, il primo imperatore romano ad avere ricevuto il battesimo. L’edificio fu distrutto nel 532 durante i violenti scontri tra fazioni che avevano devastato Costantinopoli, la grande capitale che allora contava circa 400 000 abitanti. L’imperatore Giustiniano (483-565) decise di far ricostruire subito la basilica. Nello spazio di cinque brevi anni, i maggiori architetti dell’epoca (Isidoro di Mileto e Antemio di Tralle), aiutati da oltre 10 000 operai, costruirono la chiesa della Santa Sapienza (Aghia Sophia in greco), che diventò il monumento piú spettacolare della cristianità.
a r c h e o 33
TEMI E PROBLEMI • TURCHIA
IL VOLO DELL’ANGELO di Flavia Farina
Nel 2010, Istanbul fu Capitale Europea della Cultura e, grazie ai fondi stanziati per l’occasione, le celebrazioni del riconoscimento furono precedute da numerosi interventi sulla città e sul suo patrimonio culturale. Fra gli altri, fu condotto il restauro di uno dei pennacchi sottostanti la cupola di Santa Sofia, dove, alla metà dell’Ottocento, era stata rilevata la presenza di una pittura murale raffigurante il volto di un Serafino. Dell’operazione pubblicammo un ampio reportage (vedi «Archeo» n. 308, ottobre 2010), a firma di Flavia Farina, di cui ci è sembrato particolarmente significativo, alla luce degli eventi di queste ultime settimane, riproporre un ampio stralcio.
È
tornato alla luce. La stella dorata che campeggiava al centro delle tre coppie di ali sul pennacchio nord-est di Santa Sofia, a Istanbul, è stata rimossa, rivelando il volto di un Serafìno, rimasto nascosto da oltre un secolo e mezzo. Nel 1849 gli architetti Gaspare e Giuseppe Fossati, incaricati di importanti interventi di restauro, avevano scoperto che sotto la stella c’era un volto (peraltro già testimoniato da illustrazioni dei secoli precedenti); ma dopo il restauro avevano ripristinato la copertura, affidandone la memoria a schizzi e acquarelli. 38 a r c h e o
Lo scorso anno l’angelo (2009, n.d.r.) è stato finalmente restaurato e presentato al pubblico ed è ora visibile anche dalla navata, 50 m piú in basso: un volto severo circondato da sei ali, delle quali due si incrociano sopra la testa e due nascondono il corpo. Sono quattro – in realtà – gli angeli sui pennacchi sotto la cupola. Forse quattro Serafini, creature celesti che Dionigi l’Aeropagita pone tra le piú vicine a Dio e che la Bibbia descrive proprio cosí: «Vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato (...). Attorno a lui stavano dei Serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la
faccia, con due si copriva i piedi e con due volava» (Isaia 6, 1-2). (...) Paolo Silenziario, dignitario di corte e poeta greco del VI secolo, raccontava che tutte le pareti (della basilica, n.d.r.) erano rivestite di mosaico, con tessere dorate che riflettevano la luce, diffusa da ampie finestre (ora murare) o dal lampadario centrale sui marmi pregiati, sui bronzi e sui rivestimenti d’argento degli arredi.Va ricordato, tuttavia, che la prima decorazione di Santa Sofia era aniconica, forse perché l’imperatrice
Teodora era di fede monofisita: questa dottrina negava la natura umana di Cristo, e, considerando il divino non rappresentabile in assenza di reincarnazione, si opponeva alla rappresentazione figurativa. Molte erano quindi le croci, accompagnate unicamente da motivi geometrici, girali e altre decorazioni, comunque splendide.
Le prime immagini figurative nella basilica vanno datate probabilmente alla fine della crisi iconoclasta: la Vergine con il Bambino, ancora oggi visibile nell’abside, risale all’867 circa e si pensa che, non molto tempo dopo, il grande mosaico con la croce che ornava il centro della cupola, conosciuto grazie alla descrizione del Silenziario, fu
Nella pagina accanto: particolare della cupola di Santa Sofia, nei cui pennacchi si riconoscono le immagini dei quattro Serafini.
In basso: l’angelo restaurato nel 2009. Solo due delle quattro figure, realizzate a mosaico policromo, si sono conservate completamente.
sostituito con una immagine del Cristo, forse già accompagnata dai quattro angeli nei pennacchi sottostanti. Tra il 1343 e il 1344 Costantinopoli fu scossa da violenti terremoti. Il risultato fu il crollo, nel 1346, di parte della cupola, dell’arcone orientale, di parte dei pennacchi di sud-est e nord-est e della semicupola. La ricostruzione cominciò quasi subito e venne completata, con il ripristino dei mosaici, sotto il giovane imperatore Giovanni Paleologo, poco dopo il 1355: la datazione del Serafino rivelato è quindi questa, anche se qualche frammento potrebbe essere del IX secolo, e nello stesso periodo si pensa sia stato realizzato il Cristo Pantocratore della cupola, del quale oggi non resta traccia. Non si ceda alla tentazione di addossare al dominio ottomano la responsabilità della decadenza strutturale di Santa Sofia, né della scomparsa di molti mosaici ancora descr itti all’epoca dei fratelli Fossati: anche se la conquista fu seguita dalla distruzione e dispersione, in tutta Costantinopoli, di beni di grande valore, l’opera di manutenzione di alcuni sultani fu fondamentale. Dopo la conquista (1453) Mehmet II diede l’ordine di trasformare la basilica in moschea, ma fece conservare i mosaici, probabihnente occultandoli alla vista con grandi veli. (...) I viaggiatori del XVI e del XVII secolo descrivono ancora molti mosaici, segno che non erano stati coperti né distrutti, anche se alcuni risultavano parzialmente danneggiati, come scrive Pietro della Valle (15861652) nel 1614: «Nella cupola, e a r c h e o 39
ARCHEOLOGIA DELLE NAZIONI/2
UN’ITALIA SENZA ITALIANI Le guerre civili dell’età tardo-repubblicana si conclusero con la vittoria del comandante a cui l’Italia intera (tota Italia, secondo le parole dello stesso Augusto) aveva conferito l’incarico di combattere Cleopatra, la regina d’Egitto. Forse il giuramento di fedeltà non fu cosí spontaneo e totale come lascia intendere il testo augusteo, ma certo in quegli anni la propaganda politica e culturale insistette nella celebrazione dell’Italia, salutata nei versi dei poeti e raffigurata nei rilievi degli altari, come Saturnia tellus (cioè la terra dell’età dell’oro). I suoi abitatori erano presentati come una una stirpe caratterizzata da virtú bellica, dedizione religiosa e laboriosità contadina. In effetti, dal tempo delle guerre annibaliche, l’Italia giocava un ruolo centrale nell’immaginario geopolitico dei Romani. E continuò a giocarlo a lungo. Fino alla fine del III secolo d.C., per esempio, la Penisola (a cui comunque non erano associate le isole maggiori) mantenne un ordinamento amministrativo distinto dalle province. Non sarebbe tuttavia corretto pensare che a una concezione unitaria dal punto di vista geografico corrispondesse una percezione unitaria del tessuto etnico. Era stata l’egemonia romana a conferire una patina di uniformità a un mosaico di popolazioni differenti. Ma ciò era avvenuto nel momento stesso in cui Roma si strutturava come impero, aprendosi assai precocemente all’integrazione di territori e popolazioni anche al di fuori della Penisola. Perciò, nonostante alcuni sporadici richiami alla consanguineità e all’affinità etnica, non emerge dalle nostre fonti l’esistenza di una forma radicata di «italianità». Gli abitanti delle tante colonie e municipi, come anche i contadini alloggiati nelle fattorie sparse nella Penisola, che fossero discendenti diretti di antichi romani, o membri di famiglie italiche (o etrusche o magari celtiche) romanizzate, pur sentimentalmente accomunati dalla percezione di essere parte di un unico mondo non si consideravano membri di una «nazione italica» specifica, distinta – per cultura e storia – dal resto del mondo romanizzato. Ci si sentiva romani, cittadini di una res publica tendenzialmente universale. Il vero patriottismo era la difesa dell’impero. Non dell’Italia. Anche se poi, in genere, ciascun individuo coltivava pure un campanilistico spirito di appartenenza alla propria, piccola, comunità locale. 70 a r c h e o
Anzi il successo militare, industriale, organizzativo del mondo prussiano suscitava una certa germanofilia, cui non era affatto esente il mondo accademico. Il divario fra le due comunità scientifiche sotto il profilo della metodologia e della qualità del lavoro era netto ed evidente; tanto piú nella ricerca antichistica, che proprio allora si andava ramificando in nuove discipline. Non a caso, nelle cattedre universitarie venivano spesso chiamati a insegnare proprio studiosi tedeschi: per esempio, Julius Beloch (storico dell’antichità, 18541929) o Emanuel Löwy (archeologo, 1857-1938). Ma il fatto che lo studio dell’antica storia d’Italia finisse per essere quasi monopolizzata da eruditi stranieri, fossero anche giganti del calibro di Theodor Mommsen, (giurista filologo, storico ed epigrafista tedesco, 1817-1903) acuiva in alcuni un
senso di insofferenza. A molti filologi e archeologi italiani rincresceva soprattutto la supponenza con cui, a loro giudizio, i colleghi tedeschi minimizzavano l’apporto romano e in genere italico alla storia della civiltà. Nelle ricostruzioni tedesche, infatti, il fulcro dell’antichità risultava soprattutto la Grecia, da cui il mondo italico e romano in sostanza avrebbe importato o copiato tutto. Per decenni, annose querelle sull’originalità della letteratura latina e sul valore dell’arte romana si trascinarono caricando l’ambiente di animosità. Agli studiosi stranieri, di fatto, venne spesso preclusa persino la possibilità di accedere alle aree di scavo, nella cui gestione si impose una certa gelosia nazionalistica. Nelle regioni «irredente» (in Trentino e nella Venezia-Giulia) presero corpo vivaci diatribe sulla presunta italianità o germani-
Nella pagina accanto: l’Augusto di Prima Porta. Inizi del I sec. d.C. Città del Vaticano, Musei Vaticani. In basso: statua di un personaggio togato integrata da un ritratto di Druso, dal teatro di Emerita Augusta (Mérida). I sec. a.C. Mérida, Museo Nazionale d’Arte Romana.
ASPETTANDO DRUSO Ettore Tolomei (1865-1952), geografo e politico, fu uno dei piú attivi sostenitori dell’ampliamento del confine italiano fino al Brennero. Per contrassegnare l’italianità del Tirolo Meridionale (per indicare il quale fu proprio lui a riesumare, ritoccandola, la denominazione napoleonica «Alto Adige»), Tolomei, all’indomani dell’annessione all’Italia della regione, richiese insistentemente l’erezione di una statua di Druso, da collocare nella piazza centrale di Bolzano al posto di quella del poeta medievale tedesco Walther von der Vogelweide. Druso era stato un personaggio importante della prima generazione della famiglia giulio-claudia: secondogenito di Livia, prima della morte (avvenuta nel 9 a.C., a soli 28 anni, a seguito di una caduta da cavallo) era divenuto l’erede designato di Augusto. Nel 15 a.C., con il fratello Tiberio, aveva condotto una spietata campagna di sottomissione delle genti alpine, attraversando la Valle dell’Adige e quella dell’Isarco. Nonostante la titubanza delle autorità fasciste, che volevano evitare di esacerbare le rimostranze della popolazione locale di lingua tedesca, molto innervosita dall’italianizzazione forzata a cui era sottoposta, Tolomei ottenne il consenso all’operazione. Per raccogliere i fondi necessari alla realizzazione della statua fu organizzata una sottoscrizione e, alla fine degli anni Trenta, l’opera, in bronzo, venne finalmente approntata in un laboratorio di Roma. Tentennamenti ed esitazioni da parte delle autorità ne dilazionarono però ulteriormente l’invio a Bolzano, nonostante gli incessanti reclami e appelli di Tolomei. Poi gli sviluppi della guerra stravolsero ogni piano. La statua non arrivò mai a Bolzano e svaní nel nulla. Ne restano solo piccole copie, in mano a privati.
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SPECIALE • ANTICHE IMMERSIONI
VENTIMILA ANNI SOTTO I MARI UN’IMPRESA AI LIMITI DELLE POSSIBILITÀ FISIOLOGICHE, EPPURE PRATICATA, VEROSIMILMENTE, SIN DALLA PREISTORIA: MOLTEPLICI FURONO LE RAGIONI PER LE QUALI L’UOMO SI ERA IMMERSO, TRATTENENDO IL RESPIRO, ANCHE SOLO PER POCO TEMPO, IN MARI, LAGHI E FIUMI. E NUMEROSI FURONO, IN ETÀ STORICA, GLI ACCORGIMENTI ATTUATI PER «PROLUNGARE» QUELLA INNATURALE PERMANENZA NELLE PROFONDITÀ DEL «SESTO CONTINENTE». CHE, TRA I SUOI PROTAGONISTI PIÚ ILLUSTRI, ANNOVERÒ NIENTEMENO CHE ALESSANDRO MAGNO... di Flavio Russo
L’
acqua copre i due terzi del pianeta e racchiude al suo interno risorse alimentari e minerarie di gran lunga superiori a quelle terrestri, ricchezze di cui l’uomo ebbe piena consapevolezza sin dall’antichità, ma che, non disponendo di mezzi adeguati, sfruttò solo in minima parte. La constatazione che fosse possibile nuotare anche sott’acqua, sia pure trattenendo il respiro per pochi minuti e restando a una profondità di pochi metri, dovette senza dubbio essere contemporanea alla pratica stessa del nuoto. Non si trattò però della naturale risposta a uno stimolo ludico, quanto piuttosto di un’esigenza connessa a vario titolo con la pesca, con la navigazione – a partire dalle piú rudimentali piroghe – e, soprattutto, con il recupero di funi impigliate o di qualche oggetto caduto sul fondo. In seguito l’uomo non si negò il piacere di gettarsi a capofitto da una piccola altura in quel liquido elemento, senza riportarne alcuna conseguenza, e ben presto
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quella pratica, nel salto dall’aria all’acqua, divenne metafora del passaggio dalla vita terrena a quella dell’aldilà. In un tempo relativamente breve, l’immergersi per le ragioni anzidette diede origine ad altrettante attività sistematiche e complementari, a partire dall’approvvigionamento di cibo con la raccolta dei molluschi. Furono cosí sviluppate e messe a frutto nuove capacità, acquisendo inedite strategie di rifornimento alimentare ed economico, vuoi con la pesca vuoi con il commercio di conchiglie, perle, ambra o corallo, fino a estrarre dai piú alti fondali – in epoche di gran lunga piú recenti – non soltanto il petrolio, ma anche pregiati minerali, sotto forma di noduli polimetallici.
AFFONDARE LE NAVI NEMICHE A partire dal II millennio a.C., inoltre, le fonti provano che l’attività subacquea entrò a buon diritto fra le procedure belliche, affiancando le operazioni navali, difensive e offensi-
Sulle due pagine: lastra di copertura della Tomba del Tuffatore. 480-470 a.C. Capaccio Paestum, Museo Archeologico Nazionale. La pittura mostra un giovane nudo che si tuffa nell’oceano, immagine metaforica del passaggio dalla vita alla morte.
ve. Peculiare di tale applicazione fu la sua connotazione insidiosa, protrattasi immutata nel corso della storia fino ai nostri giorni, insistendo ora come allora nel poter restare celati sotto la superficie dell’acqua, dolce o salata che fosse. E dal momento che, da sempre, la guerra sul mare si combatte contro i mezzi che la praticano, piú che contro gli uomini nemici, lo scopo degli scontri è quello di mandare a fondo il naviglio avversario, in qualsiasi modo. Non sorprende, quindi, che quel risultato fu spesso raggiunto agendo al di sotto dei flutti, magari col favore delle tenebre. Né stupisce che, altrettanto spesso, si cercò di recuperare quanto affondato, immergendosi ai limiti delle possibilità fisiologiche. Una vicenda che potrebbe avere avuto inizio già nella preistoria. Recenti studi hanno infatti rilevato la presenza di esostosi uditive, ovvero delle escrescenze ossee che si formano nel condotto uditivo in seguito a ripetute immersioni in acque fredde (una patologia
nota anche come «orecchio del nuotatore»), in crani di Uomini di Neandertal risalenti a 50 000 anni fa circa. Soltanto dall’età classica, però, si registrò una progressiva evoluzione tecnica, destinata a portare all’esplorazione del mondo azzurro, il «sesto continente».
LE PRIME «BOMBOLE» Per rintracciare nelle fonti scritte o iconografiche riferimenti indiscutibili ed espliciti ad attività subacquee, si deve attendere il IX-VII secolo a.C., quando vennero raffigurati su alcuni rilievi assiri uomini che nuotano immersi in un fiume, con in bocca un cannello collegato a un otre, posto sotto il torace e fissato al corpo con una robusta cinghia (vedi foto alle pp. 92-93). Che siano immersi e non tenuti a galla dall’otre – che in quel caso sarebbe un salvagente –, lo conferma la presenza di un pesce al loro fianco, per cui è ovvio interpretare quel cannello come un antesignano boccaglio, in grado di far respirare l’aria contenua r c h e o 89
SPECIALE • ANTICHE IMMERSIONI
L’ATTREZZATURA DEGLI URINATORES automaticamente la parte emersa, consentendo la respirazione autonoma. Non piú una cannuccia dalle approssimate funzioni di aeratore, ma uno snorkel, identico, di fatto, a quelli usati dagli odierni apneisti. Di un casco siffatto riferiscono, sia pure confusamente, alcuni scrittori romani, precisando anche che, a causa della rudimentale chiusura intorno al collo, la sua impermeabilità era modesta. Non si può tuttavia escludere che i testi relativi a quelle descrizioni siano andati persi nel corso del Medioevo, ipotesi che spiegherebbe il ricomparire proprio di una muta e di un cappuccio del genere fra i disegni di Konrad Kyeser e di molti altri ingegneri militari del XV secolo.
Dalle scarne testimonianze di cui disponiamo, sembrerebbe che gli urinatores (i membri di una corporazione di nuotatori subacquei istituita forse già in età repubblicana, n.d.r.) indossassero, sopra una sorta di rozza muta, un cappuccio o, piú verosimilmente, un sacco, che fungeva da antesignano elmo da palombaro. La sua cuspide terminava con un lungo budello, la cui estremità superiore era tenuta fuori dall’acqua da un adeguato galleggiante, simile, in sostanza, a un moderno aeratore. La scarsa profondità, e, forse, la brevità del budello, avrebbero fatto in seguito evolvere quel rudimentale cappuccio in un casco vero e proprio, munito di un tubo dotato di un’apposita valvola che ne chiudeva
porti d’appoggio, ma solo resti di maniglie, appare ragionevole ipotizzare che possa trattarsi, se non di un vaso da immersione, almeno di quanto di piú somigliante a esso potesse esserci. Del resto, Ercolano era una florida cittadina marittima, con traffici e commerci, ed è perciò verosimile che di tanto in tanto si dovessero recuperare, grazie a qualche sommozzatore locale, oggetti caduti in mare durante il carico e lo scarico delle imbarcazioni. Di quest’ultima modalità d’immersione ipotizzata, Aristotele fornisce una conferma esplicita: «Affinché i pescatori di spugne possano respirare facilmente, si cala una caldaia, non piena d’acqua ma di aria, che aiuta costantemente l’uomo immerso; è necessario mantenere il recipiente dritto mentre scende per impedire all’aria di fuoriuscirne e all’acqua di entrarvi» (Problemata physica, XXXII, 5). Il lebete va quindi immaginato indipendente dal subacqueo, analogo di fatto a una sorta di piccola campana subacquea, piú o meno ancorata al fondo, nella quale, a brevi intervalli, il sub andava a rifornirsi d’aria. Per la sua indubbia efficienza, la facilità d’impiego e per la capacità di favorire immersioni prolungate, conobbe rapidamente un’ampia diffusione. 102 a r c h e o
Illustrazione raffigurante un subacqueo che respira attraverso una sorta di boccaglio, dal Bellifortis, trattato redatto dall’ingegnere tedesco Konrad Kyeser. XV sec. Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek.
V. Campana. Ideatore del primo mezzo sottomarino collettivo sembra essere stato lo stesso Aristotele: alcune sue osservazioni sembrano avvalorare tale ipotesi. Ricordava, infatti, nei suoi Problemata, che una ragazza immergeva per gioco una clessidra di bronzo nell’acqua, superando la resistenza all’affondamento. La clessidra in questione non era ovviamente quella a sabbia – comparsa solo in epoca medievale –, ma quella costituita da un vaso tronco-conico, munito di un foro alla base, o di un tubicino, dal quale fuoriusciva con estrema lentezza l’acqua contenutavi, indicando col suo abbassarsi su una apposita graduazione, incisa all’interno della stessa, il tempo trascorso. La giovane, tenendone chiuso con un dito il foro di deflusso, immergeva il vaso con la bocca in basso, spingendolo con la mano verso il fondo del recipiente pieno d’acqua, constatando che però il liquido non entrava al suo interno per la resistenza dell’aria, fin quando, tolto il dito, non la faceva sfogare sibilando. E qui Aristotele si dilunga a spiegarne il perché con queste parole: «La causa di ciò che accade con la clessidra, nel suo insieme, sembra essere quella indicata da Anassagora: l’aria
te zavorrata, che in seguito avrebbe assunto il nome di campana da immersione.
in essa racchiusa impedisce all’acqua di entrare, quando il tubo è chiuso» (Problemata, XVI, 8). Al di là delle astruse, e spesso errate deduzioni, la dinamica di fondo dell’equilibrio isobarico stabilitosi fra acqua e aria all’interno della clessidra durante la sua immersione, quindi del lebete e infine della campana, risulta perciò perfettamente recepita. La precisa spiegazione è alla base della costruzione della campana di Alessandro, la prima del genere, se non cronologicamente, di certo tale per dimensioni, almeno stando a varie fonti. Non stupisce, dunque, che, dopo avere studiato l’impiego del lebete, proprio Aristotele ne abbia immaginato un modello gigante, all’interno del quale non solo la testa di un subacqueo, ma, addirittura, piú persone avrebbero potuto trovare posto prima d’immergersi. Non un vaso quindi, ma una grande tinozza, debitamen-
Un’altra illustrazione dal Bellifortis di Konrad Kyeser raffigurante un subacqueo con uno scafandro da immersione. XV sec. Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek.
I SOMMOZZATORI ROMANI Per trovare chiara menzione della presenza di sommozzatori anche presso i Romani, bisogna attendere il II secolo d.C., come provano alcune epigrafi riferibili a un corpus urinatorum, una corporazione i cui membri erano tutti provetti nuotatori subacquei, che svolgevano compiti reputati basilari per il funzionamento del porto. Cosí recita la lastra di marmo rinvenuta a Roma presso il portus Tiberinus fatta risalire al 206 d.C., alludendo a una corporazione mista di pescatori e urinatores che operavano lungo l’intero corso urbano del fiume: «A Tito Claudio Severo della tribú Esquilina, littore decuriale, patrono delle corporazioni dei pescatori e degli urinatores, per la terza volta quinquennale della stessa corporazione, per i suoi meriti, perché per primo qui pose due statue, una di Antonino Augusto nostro signore, un’altra con Claudio Ponziano figlio suo cavaliere romano, e in piú donò allo stesso corpo dieci mila sesterzi perché dai loro interessi ogni anno nel giorno del suo natalizio il 16 gennaio siano divise sportule per ciascuno, tanto piú che la navigazione delle imbarcazioni per la sua diligenza è stata acquisita e confermata, per decreto dell’ordine e della corporazione dei pescatori e urinatores di tutto l’alveo del Tevere, ai quali è lecito il diritto di assemblea per senatoconsulto, a sue spese posto» (Corpus Inscriptionum Latinorum,VI 1872, Epigrafe di Ostia] Poco piú tarda è una seconda lapide risalente alla seconda metà dello stesso secolo, che però allude alla sola corporazione degli urinatores, in questi termini: «A Publio Aufidio Forti figlio di Publio della tribú Quirina, per decreto dei decurioni, decurione, duo viro, patrono della corporazione dei misuratori, dei fornitori di grano e dei sommozzatori, questore dell’erario ostiense, prefetto dei carpentieri per quattro volte, patrono delle corporazioni ostiensi dei misuratori, dei fornitori di grano, e degli urinatores, decurione scelto nella regio Ippona d’Africa, la corporazione dei misuratori e dei fornitori di grano, il quinquennale perpetuo [posero]» (Corpus Inscriptionum Latinorum, II, I, 1982-1916). Che gli urinatores non svolgessero solo compiti civili ma fossero spesso impiegati come incursori subacquei in operazioni militari e quale intraprendenza avessero già maturato lo conferma quest’altro brano di appena poa r c h e o 103