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Archeo n. 383, Gennaio 2017

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M IO O O E ST V RA O

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ARCHEO 383 GENNAIO 2017 TOMBA FRANÇOIS BAZIRA

ESCLUSIVA

I ROMANI A BOLOGNA

ARCHEOLOGI

SENZA FRONTIERE

I MAGNIFICI SETTE

SPECIALE

KENYA

CULLA DELL’UMANITÀ L’INTERVISTA

QUALE FUTURO PER I DIPINTI DELLA TOMBA FRANÇOIS?

€ 5,90

SPECIALE KENYA

Mens. Anno XXXIII n. 383 gennaio 2017 € 5,90 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

GUALA BICCHIERI

LA MISSIONE ITALIANA IN PAKISTAN RISCOPRE UNA ANTICA CITTÀ INDO-GRECA

www.archeo.it IN EDICOLA IL 9 GENNAIO 2017


EDITORIALE

ARCHEOLOGIA POST... Che cos’è l’archeologia? A chi appartiene il passato? Sono questi i due interrogativi principali – solo in apparenza scontati – attorno ai quali si articola una bella iniziativa promossa dal progetto europeo NEARCH (acronimo per New Scenarios for Archaeology) e confluita in una mostra allestita al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, a Roma, intitolata Archaeology & me. In essa sono esposte 87 opere – disegni, video e fotografie –, scelte fra le centinaia che hanno partecipato all’omonimo concorso internazionale, volte a esprimere le infinite associazioni che il termine «archeologia» evoca nei nostri concittadini europei. Ne riproduciamo una, scelta tra quelle a nostro avviso piú suggestive. Del progetto e delle sue molteplici - e fondamentali - implicazioni parleremo prossimamente. Qui ci soffermiamo solo su un aspetto, strettamente legato anche al tema che sottende all’articolo di apertura di questo numero (in cui Massimo Vidale illustra lo straordinario scavo della città indogreca di Bazira, condotto da una missione italiana): la necessità di elaborare un importante passato della nostra disciplina - quello dell’archeologia di età coloniale – in funzione del suo superamento e dell’acquisizione di una nuova consapevolezza deontologica e metodologica. Scrive Maria Pia Guermandi, curatrice – insieme a Rita Paris – della mostra romana: «La nostra disciplina aiuta a riconoscere gli usi e abusi di un passato deformato per usi propagandistici (…) Superare quella storia è compito di oggi, attraverso progetti di collaborazione in cui gli archeologi europei sappiano mettere in gioco il loro apparato ideologico e culturale, decostruendo i processi di appropriazione del passato cui hanno partecipato e ricostruendo un concetto di patrimonio culturale diverso, inclusivo e per questo piú sostenibile». Segnaliamo, infine, l’intervista pubblicata alle pp. 20-23: non vi si parla – beninteso – di archeologia orientale, né coloniale. Ma pur sempre di un passato (nostro? europeo? universale?) nuovamente alla ricerca, come vedrete, di un suo legittimo proprietario… Andreas M. Steiner Alessandra Ruozi, Work in progress: la fotografia è esposta nella mostra Archaeology & me, in corso a Roma, nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo.


SOMMARIO EDITORIALE

Archeologia post...

3

di Andreas M. Steiner

Attualità NOTIZIARIO

8

SCOPERTE Viene dal Museo Egizio la conferma che a volte non serve scavare per scoprire reperti straordinari: al centro dell’inatteso ritrovamento ci sarebbero addirittura le gambe della regina Nefertari! 8 SCAVI Grazie alle ricerche di una missione internazionale torna alla luce, nella Grecia del Nord, una città sconosciuta, abbandonata in età tardo-romana 10 ALL’OMBRA DEL VESUVIO L’Antiquarium degli Scavi di Pompei mette in mostra i lusinghieri risultati dell’attività svolta dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale 12

PAROLA D’ARCHEOLOGO La Fondazione Vulci ha lanciato una campagna per il rientro «a casa» dei magnifici dipinti della Tomba François: riuscirà nell’impresa? 20 MUSEI La civiltà messapica fa bella mostra di sé nel rinnovato Museo Civico di Alezio, che ne espone le produzioni di maggior pregio 24

DA ATENE

L’età delle Cicladi

MOSTRE

Nell’agro di Bononia

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di Tiziano Trocchi, Raffaella Raimondi ed Eleonora Rossetti

MOSTRE

In viaggio con il cardinale

58

di Andrea Augenti

58

28

di Valentina Di Napoli

SCAVI

Cosí risorge l’antica Bazira 32 di Massimo Vidale

LA METALLURGIA/1

32

di Flavio Russo

I magnifici sette

68

68 In copertina particolare di una stele raffigurante la dea Hariti, una delle divinità legate ai culti della fertilità della tradizione induista, da Bazira (Barikot, Pakistan).

Anno XXXIII, n. 383 - gennaio 2017 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990

Direttore responsabile: Pietro Boroli Direttore editoriale: Andreas M. Steiner a.m.steiner@mywaymedia.it Realizzazione editoriale: Timeline Publishing S.r.l. Piazza Sallustio, 24 – 00187 Roma Redazione: Stefano Mammini stefano.mammini@mywaymedia.it Lorella Cecilia (ricerca iconografica) lorella.cecilia@mywaymedia.it Impaginazione: Davide Tesei Comitato Scientifico Internazionale

Richard E. Adams, Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, José M. Blázquez, John Boardman, Larissa Bonfante, Mounir Bouchenaki, Jean Chavaillon, Yves Coppens, W.A. van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Friedrich W. von Hase, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis, Conrad M. Stibbe

Comitato Scientifico Italiano

Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro F. Bondí, Francesco Buranelli, Carlo Casi, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Daniele Manacorda,

Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale. Hanno collaborato a questo numero: Andrea Augenti è professore di archeologia medievale all’Università di Bologna. Luciano Calenda è consigliere del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Stefano Campana è professore aggregato in topografia antica all’Università di Siena. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Francesco Colotta è giornalista. Valentina Di Napoli è archeologa. Daniela Fuganti è giornalista. Giampiero Galasso è archeologo e giornalista. Maria Katsinopoulou è archeologa. Paolo Leonini è giornalista e storico dell’arte. Daniele Manacorda è docente ordinario di metodologie della ricerca archeologica all’Università di Roma Tre. Alessandro Mandolesi si occupa di comunicazione archeologica per conto della Soprintendenza Pompei. Flavia Marimpietri è archeologa e giornalista. Luca M. Olivieri è direttore della Missione Archeologica Italiana (ISMEO) in Pakistan e del progetto ACT-Field School. Raffaella Raimondi è archeologa e vicesindaco del Comune di San Pietro in Casale. Eleonora Rossetti è archeologa. Flavio Russo è ingegnere, storico e scrittore, collabora con l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Giuseppe Salemi è professore associato di rilievo 3D per l’archeologia all’Università degli Studi di Padova. Romolo A. Staccioli è stato professore di etruscologia e antichità italiche presso «Sapienza» Università di Roma. Tiziano Trocchi è funzionario archeologo della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Bologna e le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. Massimo Vidale è professore di archeologia delle produzioni all’Università degli Studi di Padova. Illustrazioni e immagini: Cortesia Missione Archeologica Italiana in Pakistan (ISMEO): copertina e pp. 32/33, 34 (centro e basso), 35-45 – Cortesia Ufficio Stampa: pp. 3, 18, 58-59, 60 (alto), 62-67, 71 – Da: Habicht M.E. et al., Queen Nefertari, the Royal Spouse of Pharaoh Ramses II, PLoS ONE 11(11): pp. 8-9 – Cortesia SIA/EFAK/YPPOA: pp. 10, 11 (alto e centro) – Cortesia Soprintendenza Pompei: pp. 12-13 – Cortesia degli autori: pp. 16-17, 22, 24, 46-47, 48 (basso), 48/49 (su concessione del Museo Archeologico Ambientale di San Giovanni in Persiceto, Bologna), 49, 50-52, 53 (sinistra), 53 (destra, da immagine satellitare GOOGLE Earth, elaborazione grafica S. Cremonini-Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali-Università di Bologna),


Rubriche IL MESTIERE DELL’ARCHEOLOGO La disfida di Siponto

100

di Daniele Manacorda

100 76 SPECIALE Kenya

Grande madre Africa

QUANDO L’ANTICA ROMA... ...veniva scossa dai terremoti

104

di Romolo A. Staccioli

SCAVARE IL MEDIOEVO

La rivincita della Mary Rose 108 di Andrea Augenti

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA Tutto dipende da Sothis

LIBRI

Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.

Concessionaria per la pubblicità extra settore: Lapis Srl Viale Monte Nero, 56 - 20135 Milano tel. 02 56567415 - 02 36741429 e-mail: info@lapisadv.it Pubblicità di settore: Rita Cusani e-mail: cusanimedia@gmail.com tel. 335 8437534 Direzione, sede legale e operativa via Roberto Lepetit 8/10 - 20124 Milano tel. 02 00696.352

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di Francesca Ceci

54-56 – Doc. red.: pp. 20 72, 73, 78, 79, 87-89, 94-95, 100-103, 106-109, 111 – Stefano Mammini: pp. 21, 23, 80 (alto e centro), 82-85, 90-93, 96-98 – Museo di Arte Cicladica, Atene: pp. 28, 29 (basso) – © Robert McCabe: p. 29 (alto) – Shutterstock: pp. 60 (basso), 70, 72/73, 76/77, 78/79 – DeA Picture Library: p. 80 (basso); C. Sappa: p. 61; M. Carrieri: p. 74; A. Dagli Orti: pp. 104/405, 105 – Erich Lessing Archive/Magnum/Contrasto: p. 68 – Mondadori Portfolio: Leemage: p. 69 – Bridgeman Images: p. 110 – Cippigraphix: cartine e rielaborazioni grafiche alle pp. 34, 48, 81, 86.

Editore: My Way Media S.r.l. Presidente: Federico Curti Amministratore delegato: Stefano Bisatti Coordinatore editoriale: Alessandra Villa

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di Stefano Mammini

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Distribuzione in Italia Press-di - Distribuzione, Stampa e Multimedia Via Mondadori, 1 - 20090 Segrate (MI) Stampa: NIIAG Spa - Via Zanica, 92 - 24126 Bergamo Abbonamenti: Direct Channel srl - Via Pindaro, 17 - 20128 Milano Per abbonarsi con un click: www.miabbono.com Per informazioni, problemi di ricezione della rivista contattare: E-mail: abbonamenti@directchannel.it Telefono: 02 89708270 [lun-ven 9/13 - 14/18 ] Posta: Miabbono.com c/o Direct Channel Srl - Via Pindaro, 17 - 20128 Milano Arretrati Per richiedere i numeri arretrati: Telefono: 045 8884400 E-mail: collez@mondadori.it Fax: 045 8884378 Posta: Press-di Servizio Collezionisti casella postale 1879, 20101 Milano Informativa ai sensi dell’art. 13, D. lgs. 196/2003. I suoi dati saranno trattati, manualmente ed elettronicamente da My Way Media Srl – titolare del trattamento – al fine di gestire il Suo rapporto di abbonamento. Inoltre, solo se ha espresso il suo consenso all’atto della sottoscrizione dell’abbonamento, My Way Media Srl potrà utilizzare i suoi dati per finalità di marketing, attività promozionali, offerte commerciali, analisi statistiche e ricerche di mercato. Responsabile del trattamento è: My Way Media Srl, via Roberto Lepetit 8/10 - 20124 Milano – la quale, appositamente autorizzata, si avvale di Direct Channel Srl, Via Pindaro 17, 20144 Milano. Le categorie di soggetti incaricati del trattamento dei dati per le finalità suddette sono gli addetti all’elaborazione dati, al confezionamento e spedizione del materiale editoriale e promozionale, al servizio di call center, alla gestione amministrativa degli abbonamenti ed alle transazioni e pagamenti connessi. Ai sensi dell’art. 7 d. lgs, 196/2003 potrà esercitare i relativi diritti, fra cui consultare, modificare, cancellare i suoi dati od opporsi al loro utilizzo per fini di comunicazione commerciale interattiva, rivolgendosi a My Way Media Srl. Al titolare potrà rivolgersi per ottenere l’elenco completo ed aggiornato dei responsabili.


n otiz iari o SCOPERTE Torino

QUATTORDICI SÍ PER NEFERTARI

I

l Museo Egizio di Torino è una delle realtà espositive piú importanti d’Italia, ma anche un primario punto di riferimento per l’egittologia a livello mondiale, secondo solo alle raccolte egiziane. Alla fine dell’anno appena passato, uno dei suoi reperti è salito agli onori della cronaca non solo per il nome «reale» al quale è accostato, ma soprattutto per le indagini a cui è stato recentemente sottoposto, che hanno confortato un’ipotesi di appartenenza a lungo dibattuta. Si tratta di due gambe

8 archeo

In alto: pomolo con iscrizione Khep er-Kheperu-Ra, il nome regale di re Ay, parte del corredo della tomba di Nefertari. Torino, Museo Egizio.

mummificate, rinvenute nella Valle delle Regine nella tomba della regina Nefertari (la QV66 nella schedatura dei sepolcri a oggi noti nella Valle delle Regine) consorte di Ramesse II (XIX dinastia, 1279-1212 a.C.), e a lei attribuite in via ipotetica, sulla base di osservazioni e del contesto del ritrovamento ma in assenza di esami o indagini diagnostiche. L’occasione per procedere in questo senso è stata fornita anche dallo spostamento dei resti, diretti al Rijksmuseum van Oudheden di Leida (Olanda) per


Nella pagina accanto: le gambe mummificate esposte dentro la vetrina presso il Museo Egizio di Torino. In alto, a destra: i sandali rinvenuti all’interno della tomba di Nefertari. Torino, Museo Egizio. essere esposti nella mostra «Regine del Nilo» (in programma fino al 17 aprile 2017). Sono state effettuate scansioni a raggi X e prelevati minuscoli frammenti interni da sottoporre agli esami di laboratorio, tra cui analisi chimiche e genetiche, radiocarbonio, gas cromatografia e spettrometria di massa. Le indagini sono state condotte da un nutrito team di studiosi internazionali di cui sono capofila Michael E. Habicht dell’Università di Zurigo e Raffaella Bianucci dell’Università di Torino. Pur non potendo giungere a una conclusione definitiva, lo studio ha comunque decretato la netta conferma dell’ipotesi iniziale. Dei quesiti posti dai ricercatori, ben quattordici su sedici, hanno

Qui sopra e in alto, a sinistra: due immagini delle scansioni a raggi X effettuate sulla gamba sinistra e sulla gamba destra.

ottenuto una risposta affermativa e scientificamente soddisfacente. I restanti, ovvero la determinazione genetica del sesso dell’individuo a cui appartenevano i resti e il suo profilo genetico, hanno fornito risultati non determinanti, il primo per il mancato rilevamento del cromosoma Y nel campione (circostanza che non consente di escludere il sesso maschile) e il secondo per l’impossibilità di rintracciare eventuali discendenti della regina che possano essere esaminati per fornire un raffronto definitivo. A favore, invece, sono risultate, tra le altre, la misura degli arti inferiori, compatibile con l’uso dei preziosi sandali di fattura regale rinvenuti nel corredo della tomba, l’età alla data del decesso (tra i 40 e i 50 anni) e lo stile di mummificazione, coerente con il periodo del Nuovo Regno per gli unguenti utilizzati e di qualità adeguata a un personaggio di lignaggio regale. Paolo Leonini

archeo 9


SCAVI • PAKISTAN

COSÍ RISORGE

L’ANTICA BAZIRA PAKISTAN, DISTRETTO DELLO SWAT. LA MISSIONE ARCHEOLOGICA ITALIANA SCAVA I RESTI DELL’ANTICA CITTÀ INDO-GRECA LOCALIZZATA NEI PRESSI DI BARIKOT. UN PROGETTO ESEMPLARE, GRAZIE AL QUALE LA RICERCA DIVENTA IL MOTORE DI UNA VALORIZZAZIONE CONCRETA E SOSTENIBILE di Massimo Vidale


L’

archeologia or ientale è morta: affermarlo mentre ci accingiamo a raccontare di una eccezionale avventura archeologica tutta italiana, alle lontane pendici dell’Hindukush – il Paropamiso degli antichi geografi Greci, oggi in Pakistan– può sembrare un paradosso, ma, come vedremo, esso si fa rivelatore di intricati precedenti storici. L’archeologia orientale odierna, infatti, fatica a distaccarsi dalle sue radici coloniali, sviluppatesi nel periodo in cui, nel tramonto del XIX secolo, la disgregazione della Sublime Porta, l’impero ottomano insie-

diato a Istanbul, scatenava gli appetiti imperialisti delle potenze occidentali. Allora, i grandi archeologi passati alla storia per pioneristiche imprese di scavo – come Paul Émile Botta, lo scavatore di Ninive e Khorsabad (1842-1843), Austen Henry Layard, a Ninive e Nimrud (1845-1851), Marcel and Jane Dieulafoy (tra i primi scavatori di Susa, in Iran, tra il 1885 e il 1886), e, se vogliamo, lo stesso Heinrich Schliemann (scavi di Troia dal 1872 e il 1873), per citare solo i piú famosi – erano diplomatici, consulenti di intelligence, avidi mercanti d’arte antica, uomini d’affari facoltosi e

influenti, comunque legati in varia misura a grandi interessi strategici e commerciali dell’Occidente. Il «gioco» era semplice e consisteva nello sfruttare l’ignoranza e la grettezza dei corrotti governatori locali, nonché l’indifferenza della corte di Istanbul, per palesare al mondo, con scoperte epocali, la veridicità storica della Bibbia, umiliando cosí indirettamente la cultura islamica del tempo. E in patria, nel frattempo, si poteva accumulare un considerevole prestigio accademico. Gli enormi, caotici cantieri di scavo erano resi possibili non solo dall’assenza di una cultura scientifica della

Pakistan. Una veduta generale del sito archeologico di Barikot. Gli scavi hanno portato alla luce le strutture di una grande città.

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MOSTRE • EMILIA-ROMAGNA

NELL’AGRO DI BONONIA SALITO AL POTERE, AUGUSTO RIORGANIZZA I DOMINI DI ROMA E, FRA LE VARIE INIZIATIVE, INVIA UN NUCLEO DI VETERANI DELL’ESERCITO IN EMILIA, NEI TERRITORI DELL’ODIERNA BOLOGNA. LE VASTE PIANURE CAMBIANO VOLTO E NASCONO NUOVI INSEDIAMENTI. COME IL VICUS ORA AL CENTRO DI UNA MOSTRA ALLESTITA A SAN PIETRO IN CASALE di Tiziano Trocchi, Raffaella Raimondi ed Eleonora Rossetti

B

ononia, 31 a.C. La battaglia di Azio si è appena conclusa, ma il vincitore, Ottaviano, futuro Augusto di Roma, non è quello che il Senato locale spera: da sempre Bononia e i suoi abitanti sono fedeli ad Antonio, patronus della città. Che, a quel punto, è certa di andare incontro a una punizione esemplare e invece la reazione del primo imperatore di Roma è nettamente diversa. In pochi anni Bononia (l’odierna Bologna) cambia volto: in questo centro di antica fondazione etrusca, passato ai Galli Boi prima di divenire colonia latina nel 187 a.C., si lastricano strade, si sistemano quartieri, si costruiscono un nuovo acquedotto e un grande impianto termale. Inizia un’era di pace e prosperità, che si estende alle campagne circostanti. Qui il

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«novello Romolo» manda alcuni veterani del suo esercito, con le proprie famiglie, a trovare compenso e riposo dopo anni di fedeltà e dure lotte civili.

UNA CAMPAGNA STERMINATA Il territorio circostante l’attuale centro di San Pietro in Casale è una delle porzioni di pianura bolognese scelte a questo scopo. Davanti agli occhi dei soldati si apre una campagna sterminata, a cui non sono abituati, ricca di campi fertili da coltivare, favorita dalla vicinanza di un ampio corso fluviale – il Reno antico – e costellata da fattorie e ville padronali di personaggi illustri; lungo la via che, attraversando queste terre, congiunge Bononia alle città del Veneto, si ergono i monumenti funerari.

Salvo diversa indicazione, i reperti e le immagini riprodotte in queste pagine sono esposti nella mostra «Villa, Vicus, Via. Archeologia e storia a San Pietro in Casale», allestita presso il Museo Casa Frabboni di San Pietro in Casale (Bologna). In alto: bronzetto con Mercurio, da una villa rustica di San Giorgio di Piano. II sec. d.C. Nella pagina accanto, in alto: puteale con dedica ad Apollo e al Genius Augusti. Nella pagina accanto, in basso: applique in bronzo con raffigurazione del Ratto di Europa.


Saltopiano, da anni impegnato accanto a istituzioni, Comune e Soprintendenza nella valorizzazione di questo significativo patrimonio. Il percorso espositivo approfondisce la vita in età romana degli abitanti di questo territorio tra la fine del I secolo a.C. e la fine del III-inizi del

IV secolo d.C., raccontandone la vita, la morte, le credenze e la quotidianità attraverso i reperti archeologici provenienti dagli scavi locali. Uno degli oggetti piú monumentali e significativi esposti in mostra è un puteale con dedica ad Apollo e al Genius di Augusto, importante

Il Ratto di Europa

Un secolo piú tardi, questa parte di pianura non era piú la stessa. Lungo la strada, oltre alle piccole fattorie, sorgeva allora anche un vicus, un villaggio non fortificato, luogo di sosta per i viaggiatori in cerca di ristoro nel tragitto verso Bononia e luogo di scambio e compravendita per i mercanti. Questo quadro storico e insediativo è il fulcro del percorso della mostra Villa, Vicus, Via.Archeologia e storia a San Pietro in Casale organizzata nei locali del Museo Casa Frabboni.

La campagna di scavo condotta nel 2000 nell’area dell’abitato di Maccaretolo ha portato in luce un’applique in bronzo in cui è raffigurato un toro su cui siede una figura femminile panneggiata. Di quest’ultima si conservano solamente le gambe e la mano destra aggrappata a un corno dell’animale, presumibilmente con andamento al trotto visto il dettaglio della zampa alzata, cosí come della coda attorcigliata. Sebbene il reperto sia in parte lacunoso, la rappresentazione è stata identificata come Europa (la giovane seduta sull’animale) e Zeus (in sembianze di toro) nella raffigurazione del mito greco del «Ratto di Europa». La resa stilistica del frammento, la pregiata lavorazione del metallo, l’attenzione ai dettagli e la delicatezza delle forme e del movimento, portano la sua datazione alla seconda metà del I secolo d.C. La vicenda racconta che il dio, invaghitosi di Europa, giovane figlia del re fenicio Agenore, decise di trasformarsi in un toro bianco e di rapire la ragazza portandola con sé sull’isola di Creta. Dall’unione dei due nacquero tre figli tra cui Minosse, futuro re di Creta. La rappresentazione di questo mito nella produzione artistica mediterranea ha avuto un largo successo sin dal VII secolo a.C., come attestano le numerose riproduzioni su bronzo, terracotta, pietra e mosaico.

ACQUISIZIONI RECENTI Negli ultimi decenni, questo territorio ha restituito numerose e significative testimonianze archeologiche, oggetto di indagini dirette dalla Soprintendenza. Nella maggior parte dei casi si è trattato di rinvenimenti fortuiti collegati alla realizzazione di edifici, infrastrutture o servizi, e, piú raramente, di scavi programmati o di campagne di ricognizione di superficie condotte con l’aiuto del Gruppo Archeologico Il a r c h e o 47


MOSTRE • TORINO

IN VIAGGIO CON IL

CARDINALE

DIPLOMATICO E GLOBETROTTER, IL PRELATO VERCELLESE GUALA BICCHIERI FU PROTAGONISTA INDISCUSSO DELLA VITA POLITICA EUROPEA DEL DUECENTO. LA SUA AVVENTUROSA ESISTENZA E IL MONDO IN CUI VISSE SONO NARRATI DA UNO STRAORDINARIO REPERTO, FORTUITAMENTE RISCOPERTO NELL’OTTOCENTO E OGGI ESPOSTO IN UNA RAFFINATA MOSTRA A TORINO di Andrea Augenti

A

lcune delle piú straordinarie scoperte di ogni tempo sono avvenute per caso e l’archeologia medievale non fa eccezione a questa regola non scritta. Ne sono un esempio i fatti accaduti nel 1823, durante i lavori di restauro

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della chiesa abbaziale di S. Andrea, a Vercelli: nel corso della demolizione di un muro nella zona del presbiterio viene alla luce un cofanetto, che era stato murato in una nicchia e poi dimenticato. L’oggetto è in legno e si presenta

In basso: il cofano di Guala Bicchieri. 1220-1225 circa. Torino, Palazzo Madama, Museo Civico di Arte antica. Nella pagina accanto: particolare della piastra della serratura, con una decorazione in rame dorato che mostra la lotta tra due creature fantastiche.


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SPECIALE • KENYA

GRANDE MADRE

AFRICA

TERRA DI PAESAGGI EMOZIONANTI ED ESPERIENZE DIFFICILMENTE DIMENTICABILI, IL KENYA È ANCHE UNO DEI PALCOSCENICI SUI QUALI SI È DIPANATA LA STORIA DELLA SPECIE UMANA. IN PARTICOLARE, NEI TERRITORI DELLA RIFT VALLEY, CHE ATTRAVERSA DA NORD A SUD L’INTERO PAESE, SONO STATI SCOPERTI SITI CHE HANNO SCRITTO PAGINE DECISIVE DELL’AFFASCINANTE LIBRO DELL’UMANITÀ E NEI QUALI VISSERO I NOSTRI PIÚ ANTICHI ANTENATI di Stefano Mammini


C

ome una grande cicatrice, la Rift Valley dell’Africa Orientale – la fossa tettonica piú grande del pianeta (dalla Siria corre fino al Mozambico) –, disegna una striscia lunga oltre 6000 km e larga, mediamente, tra i 45 e i 65 km. Questa immensa fossa è la testimonianza tangibile del processo di separazione in due blocchi del continente africano, che ebbe luogo nel Miocene (periodo compreso tra i 22,5 e i 5 milioni di anni fa) e sarebbe il risultato della frattura a seguito della quale l’Africa si staccò dall’Asia. Il braccio orientale della Rift Valley attraversa da nord a sud il Kenya, marcando la divisione fra la sua regione costiera e quella degli altopiani interni, ed è un osservatorio privilegiato per lo studio della storia piú antica del grande Paese africano e, piú in generale, della specie umana. Insieme alle regioni contigue dell’Etiopia a nord e della Tanzania a sud, infatti, i territori della Rift Valley sono da decenni una delle aree chiave per la conoscenza dei nostri piú lontani antenati e hanno contribuito in maniera determinante ad accreditare la teoria che vede nell’Africa la culla dell’uomo moderno. Basti ricordare che

Una veduta panoramica della Rift Valley, fra i monti Suswa (sulla sinistra) e Longonot (a destra, sullo sfondo), entrambi di origine vulcanica. La grande fossa tettonica attraversa l’intero territorio keniano, dividendo la regione costiera da quella degli altopiani.

fra i molti ominidi che abitarono la Rift Valley vi fu anche l’ormai celebre Lucy, un esemplare di australopiteco di sesso femminile (vedi box alle pp. 94-95), scoperto dal paleoantropologo statunitense Donald Johanson nel 1974 nella regione etiopica dello Hadar.

COME UNA STELLA DI PRIMA GRANDEZZA Alla popolarità di Lucy contribuí il volume nel quale lo studioso raccontò quell’avventura (pubblicato in Italia nel 1981, con il titolo di Lucy, le origini dell’umanità) e che, oltre a rendere accessibile una materia assai complessa, contiene un passaggio che illustra alla perfezione le straordinarie potenzialità della grande fossa africana. Rievocando le ricerche nella valle dell’Omo (il fiume etiopico che dopo una corsa di oltre 700 km sfocia nel lago Turkana, nel Kenya settentrionale), Johanson scriveva: «Il grande trionfo di Omo è la sua geologia, congiunta alle sequenze di fossili animali. Insieme brillano come una stella di prima grandezza (…) Omo è un prodigio. Esso preserva una continuativa registrazione di eventi che resta unica nella storia

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SPECIALE • KENYA

STORIE DI SCIMMIE, RADICI E SCHIACCIANOCI Il termine australopiteco (dall’aggettivo australe e dal vocabolo greco píthekos, scimmia) venne coniato per designare i resti fossili di ominide ritrovati nel 1924, a Taung (Botswana), dall’antropologo e paleontologo australiano Raymond A. Dart (1893-1988), che furono appunto classificati come resti di Australopithecus africanus. Oggi alla denominazione di Australopithecus viene preferita quella di Australopitecine, nome che indica l’intero genere della famiglia Hominidae, del quale fanno parte le diverse specie di australopiteci. L’area della valle dell’Omo e del lago Turkana e, piú in generale, l’intera regione della Rift Valley dell’Africa Orientale sono una delle «riserve di caccia» privilegiate per lo studio di questi antichi progenitori dell’uomo e anche i piú recenti ritrovamenti hanno piú volte ribadito questa realtà. Tra il 1992 e il 1994, nei pressi di Aramis, un villaggio situato 230 chilometri a nord-est di Addis Abeba, sono state rinvenute ossa fossili di una creatura vissuta 4,4 milioni di anni fa, inizialmente classificata come Australopithecus ramidus (ricavando l’appellativo ramidus da ramid, termine che in dialetto locale significa «radice»). Successivamente, un piú approfondito esame dei reperti, e in particolare dell’apparato dentario, ha evidenziato caratteristiche tali da indurre gli studiosi alla definizione di una nuova specie, battezzata Ardipithecus ramidus. L’ardipiteco aveva già acquisito la deambulazione bipede e aveva un’altezza stimata intorno ai 120 cm. Il fatto che fosse in grado di camminare in posizione eretta ha determinato la scelta del nome che gli è stato dato: il termine Ardipithecus è stato infatti ricavato unendo al suffisso di origine greca -píthekos, la parola ardi, che nella lingua afar – cioè quella dell’area della scoperta – vuole dire «terra» o «terreno». 94 a r c h e o

Ricostruzione ipotetica di una coppia della specie Australopithecus afarensis, immaginata in cammino nell’area del sito di Laetoli, in Tanzania, dove è stata scoperta una straordinaria traccia di questa antichissima «passeggiata» (vedi foto alla pagina accanto).


A sinistra: calco delle orme scoperte a Laetoli (Tanzania). Le impronte, assegnate ad Australopithecus afarensis (la stessa specie di Lucy) sono state sigillate dai depositi accumulatisi in seguito a un’eruzione vulcanica prodottasi 3,5 milioni di anni fa. Nel novembre 2016, la missione italiana che svolge attività di studio e valorizzazione dei siti paleoantropologici della Tanzania settentrionale ha annunciato la scoperta di una nuova serie di impronte, attribuibili anch’esse ad Australopithecus afarensis.

Nel 1995, Meave Leakey e i suoi collaboratori hanno annunciato la scoperta di una nuova specie di australopiteco, che è stata chiamata Australopithecus anamensis. Si tratta anche in questo caso di una creatura che aveva sviluppato l’andatura bipede, ma che, come l’ardipiteco, aveva una dentatura ancora vicina a quella delle scimmie che non a quella della specie umana. I resti di australopiteco anamense descritti da Leakey sono stati rinvenuti nella località di Kanapoi, in Kenya, e sono databili fra i 4,2 e i 3,9 milioni di anni fa.

Nel 1997 è stata invece annunciata la scoperta del primo cranio completo di un Australopithecus boisei, trovato a Konso, in Etiopia. Il cranio apparteneva a un individuo che visse intorno agli 1,4 milioni di anni fa ed è perciò l’esemplare piú giovane di Australopithecus boisei a tutt’oggi conosciuto (la specie visse fra i 2,3 e gli 1,4 milioni di anni fa). La completezza del cranio, e dunque la presenza della mascella inferiore, ha fornito un termine di riscontro ottimale per le ipotesi finora elaborate circa i tratti somatici distintivi e le abitudini alimentari di questo ominide, che, già in passato, si era guadagnato l’appellativo di «uomo schiaccianoci». L’Australopithecus boisei aveva infatti muscoli della mandibola molto sviluppati e una dentatura, soprattutto posteriore, molto robusta; viveva in zone di savana alberata e, appunto in virtú del suo possente apparato masticatorio, poteva cibarsi anche di vegetali molto coriacei. L’équipe alla quale si deve la scoperta del boisei di Konso, a seguito di ricerche condotte tra il 1996 e il 1999, ha messo a segno un altro importante risultato: nella regione desertica dell’Afar (la stessa in cui erano venuti alla luce i primi resti di ardipiteco) sono stati rinvenuti resti fossili attribuibili a un individuo che potrebbe costituire l’anello di congiunzione tra le australopitecine e l’uomo. Le analisi condotte sull’insieme dei reperti hanno fornito una datazione oscillante intorno ai 2,5 milioni di anni da oggi. I fossili appartenevano a un individuo che aveva già sviluppato parte delle caratteristiche strutturali tipiche dell’uomo (tra cui, per esempio, l’allungamento dell’osso femorale) e al quale si deve la piú antica attestazione finora conosciuta del consumo intenzionale di carne, provata dalla presenza, in associazione con i resti dell’ominide, di ossa di grandi mammiferi (antilopi, cavalli). I resti della nuova specie sono stati localizzati nei pressi del villaggio di Bouri, e il loro esame ha rivelato tratti palesemente diversi da quelli delle australopitecine già note e al tempo stesso inaspettatamente moderni per un essere vissuto intorno ai 2,5 milioni di anni fa: per questo alla nuova specie è stato attribuito il significativo nome di Australopithecus garhi, desunto dal vocabolo che nel dialetto della regione dell’Afar significa «sorpresa». a r c h e o 95


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Archeo n. 383, Gennaio 2017 by Archeo - Issuu