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Archeo n. 375, Maggio 2016

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ARCHEO 375 MAGGIO 2016 CAMPIDOGLIO TRONO DI BOSTON TAVOLETTE ENIGMATICHE

IL «MISTERO» DELLA

SCRITTURA ETRUSCA

L’AQUILA

ESCLUSIVA

INDAGINI SUL TRONO DI BOSTON

PREISTORIA

L’ENIGMA DI VALENTANO

ARCHEOTRAFFICI

CRONACA DI UN INTRIGO INTERNAZIONALE

€ 5,90

SPECIALE LA SCRITTURA DEGLI ETRUSCHI

Mens. Anno XXXII n. 375 maggio 2016 € 5,90 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

QUANDO COMPARVE? È DAVVERO IMPOSSIBILE TRADURLA? PERCHÉ VENNE ABBANDONATA?

www.archeo.it


EDITORIALE

COME UN PALAZZO INCANTATO Per evitare che un estraneo legga un appunto o una relazione tracciata su un foglio, lo si copre o, semplicemente, lo si gira. È accaduto piú o meno cosí a uno dei palinsesti archeologici e monumentali piú complicati e travagliati dell’antica storia di Roma, il Campidoglio. Chiunque, infatti, risalga oggi l’elegante rampa che, dalla piazza dell’Aracoeli, giunge in cima alla collina, potrà solo intuire la presenza delle sue vestigia antichissime, nascoste sotto lo spazio ridisegnato nientemeno che da Michelangelo e occupato da superbi edifici cinque e seicenteschi. È, poi, subito tratto in inganno dal completo capovolgimento dell’originaria prospettiva dello spazio, anticamente composto dalle due alture dell’Arx e del Capitolium, separate da un avvallamento, tradizionalmente denominato inter duos lucos («tra i due boschi sacri») o Asylum (una sorta di area franca che la leggenda vuole sia stata qui istituita dallo stesso Romolo). Piuttosto che affacciarsi verso nord-ovest, infatti, l’orientamento prevalente dei monumenti antichi (tra cui il grande tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva) era in direzione opposta, verso sud-est e la valle del Foro. Trasformazioni e travisamenti che nulla, però, hanno tolto al richiamo (e al fascino) di questo luogo: della sua originaria rilevanza come centro della vita politica e religiosa si ricordò il popolo di Roma, quando, nel XII secolo, diede vita a un proprio governo, in opposizione al dominio papale, costruendo proprio sulla collina il Palazzo Senatorio. E la sua imperitura potenza simbolica si riflette nella fortuna che il nome ebbe in età moderna: sul Capitol Hill, a Washington, sorse, alla fine del Settecento, la sede del Congresso degli Stati Uniti. In quello stesso scorcio di secolo aveva soggiornato a Roma Johann Wolfgang Goethe. Vale la pena di riportare le parole con le quali il grande poeta e scrittore tedesco – nell’aprile del 1788 – si congedò dalla città, al termine dei due anni trascorsi in Italia: «Dopo aver attraversato il Corso – certo per l’ultima volta – ascesi il Campidoglio, che si ergeva come un palazzo incantato nella solitudine di un deserto (…) discesi per la gradinata posteriore. Ed ecco in faccia a me l’Arco di trionfo di Settimio Severo nella tenebra piú fitta (…) gli oggetti a me ben noti, nella solitudine della via Sacra, mi sembravano strani e fantastici» (Viaggio in Italia, traduzione di Eugenio Zaniboni). Il passo sembra prefigurare l’impressionistica visione dipinta da William Turner nel 1839: la sua celebre opera Modern Rome. Campo Vaccino (era questo il nome con cui, durante il Medioevo, era conosciuta l’area del Foro Romano, mentre Colle Caprino designava il Campidoglio!) è attualmente esposta in una bella mostra allestita proprio in un palazzo sul Colle Capitolino. Ne parliamo alle pp. 40-55. Andreas M. Steiner Il Campidoglio e la chiesa di S. Maria in Aracoeli in un disegno di Giovanni Battista Piranesi. 1747-48. Collezione privata.


SOMMARIO EDITORIALE

Come un palazzo incantato 3 di Andreas M. Steiner

Attualità NOTIZIARIO

Diario di scavo per nativi digitali (ma non solo)

22

di Valentina Di Napoli

8

SCOPERTE Forse localizzato il valico scelto da Annibale per passare le Alpi con i suoi quasi leggendari elefanti 8 ALL’OMBRA DEL VESUVIO L’Antiquarium degli Scavi di Pompei riapre le porte con un insolito confronto tra devozione antica e moderna 12 PAROLA D’ARCHEOLOGO Dopo il clamoroso furto di tre anni fa, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia saluta il ritorno degli ori Castellani

DA ATENE

ESCLUSIVA

40

Ambiguità del falso 28

MOSTRE

Trono di Boston

di Marcello Barbanera

28

Sul piú sacro dei colli

40

di Alberto Danti

MISTERI

Tavolette enigmatiche

Punto-linea-punto... 56 di Carlo Casi, Patrizia Petitti, Sabrina Radicati e Fabio Rossi

INCHIESTE

Intrigo internazionale 64 14

INCONTRI Prende il via, a Murlo, la seconda edizione del festival Bluetrusco, fra archeologia e spettacolo 17

di Maurizio Pellegrini

RESTAURI

Nella città che rinasce

74

di Barbara Di Vincenzo In copertina in primo piano, frammento di un cofanetto in bucchero con iscrizione dedicatoria da parte di Laris Velkasnas e, sullo sfondo, la Tabula Cortonensis.

Anno XXXII, n. 375 - maggio 2016 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990

Direttore responsabile: Pietro Boroli Direttore editoriale: Andreas M. Steiner a.m.steiner@mywaymedia.it Redazione: Stefano Mammini stefano.mammini@mywaymedia.it Collaboratori della redazione: Ricerca iconografica: Lorella Cecilia lorella.cecilia@mywaymedia.it Impaginazione: Davide Tesei Redazione: Piazza Sallustio, 24 – 00187 Roma tel. 02 0069.6352 Comitato Scientifico Internazionale

Richard E. Adams, Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, José M. Blázquez, John Boardman, Larissa Bonfante, Mounir Bouchenaki, Jean Chavaillon, Yves Coppens, W.A. van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Friedrich W. von Hase, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis, Conrad M. Stibbe

Comitato Scientifico Italiano

Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro F. Bondí, Francesco Buranelli,

Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale. Hanno collaborato a questo numero: Andrea Augenti è professore di archeologia medievale all’Università di Bologna. Marcello Barbanera è professore associato di archeologia classica presso Sapienza Università di Roma. Paolo Bruschetti è Vice Lucumone dell’Accademia Etrusca di Cortona. Luciano Calenda è consigliere del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Giovannangelo Camporeale è Accademico dei Lincei e Lucumone dell’Accademia Etrusca di Cortona. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Carlo Casi è direttore scientifico della Fondazione Vulci. Giovanni Colonna è Accademico dei Lincei. Alberto Danti è curatore beni culturali-archeologo presso la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Giuseppe M. Della Fina è direttore scientifico della Fondazione «Claudio Faina» di Orvieto. Andrea De Pascale è conservatore del Museo Archeologico del Finale (IISL) e membro del Centro Studi Sotterranei di Genova. Valentina Di Napoli è archeologa. Barbara Di Vincenzo è istruttore direttivo archeologo presso l’Ufficio Speciale per la Ricostruzione dei Comuni del Cratere, Fossa (L’Aquila). Giampiero Galasso è archeologo e giornalista. Paolo Giulierini è direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Fabio Isman è giornalista. Paolo Leonini è storico dell’arte. Daniele Manacorda è docente ordinario di metodologie della ricerca archeologica all’Università di Roma Tre. Alessandro Mandolesi si occupa di comunicazione archeologica per conto della Soprintendenza Pompei. Flavia Marimpietri è archeologa e giornalista. Maurizio Pellegrini è responsabile del Laboratorio Didattica e Promozione Visuale della Soprintendenza Archeologia Lazio ed Etruria Meridionale. Patrizia Petitti è funzionario archeologo della Soprintendenza Archeologia Lazio ed Etruria Meridionale. Sabrina Radicati è operatore museale presso il Museo di Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese di Valentano. Fabio Rossi è direttore scientifico del Museo di Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese di Valentano. Flavio Russo è ingegnere, storico e scrittore, collabora con l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Eleonora Storri è epigrafista. Illustrazioni e immagini: Cortesia Ufficio Stampa: copertina e pp. 18, 80, 81 (sinistra), 82-93,


Rubriche IL MESTIERE DELL’ARCHEOLOGO Non si scrive sui muri!

100

di Daniele Manacorda

106 L’ORDINE ROVESCIATO DELLE COSE

Nel cuore dell’umanità 106

100 A VOLTE RITORNANO

La forza della semplicità 104 di Flavio Russo

di Andrea De Pascale

di Francesca Ceci

Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.

Segreteria marketing e pubblicità segreteriacommerciale@mywaymedia.it tel. 02 00696.346 Direzione, sede legale e operativa via Roberto Lepetit 8/10 - 20124 Milano tel. 02 00696.352

Scrivere etrusco

Suggestioni cretesi 110

96-99 – Mondadori Portfolio: AKG Images: p. 3; The Art Archive: p. 33 (basso), 34-35 – ANSA: pp. 64/65, 66; Claudio Peri/Musei Vaticani: pp. 38/39 – Erich Lessing Archive/Magnum/ Contrasto: pp. 8/9 – Cortesia Soprintendenza Archeologia delle Marche: pp. 10-11 – Cortesia Soprintendenza Pompei: pp. 12-13 – Cortesia Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale: p. 14 (alto) – Cortesia Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale: pp. 14 (basso), 15-16 – Doc. red.: pp. 17, 30-32, 33 (alto), 36-37, 56/57, 65, 72 (basso), 74-75 – American School of Classical Studies at Athens, Agora Excavations, cortesia Bruce Hartzler: pp. 22-25 – DeA Picture Library: G. Dagli Orti: p. 28: A. Dagli Orti: p. 29 – Cortesia Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali: pp. 40/41, 42, 44-51, 52 (basso), 53-55; Studio Inklink, Firenze: pp. 40 (alto e p. 52, alto), 43 – Shutterstock: p. 41 (alto), 59 (sfondo) – Cortesia degli autori: pp. 56, 57, 58 (basso), 59 (basso), 60-61, 62 (basso), 67-71, 77, 78-79, 101-102, 105 (alto), 110 – Marka: Peter Noyce: p. 62 (alto) – Foto Scala, Firenze: BPK, Bildagentur für Kunst, Kultur und Geschichte, Berlino: p. 72 (alto); su concessione MiBACT: p. 100 – Per gentile concessione di Luciano Biondi: p. 77 – Archivi Alinari, Firenze: RMN-Grand Palais (Musée du Louvre)/Hervé Lewandowski: p. 81 (destra) – Cortesia Mugello Valley Archeological Project: pp. 94-95 – Flavio Russo: pp. 104 (sinistra), 105 (basso) – Getty Images: Werner Forman: p. 104 (destra) – Andrea De Pascale: pp. 106-108 – The Metropolitan Museum of Art, New York: p. 111 – Cippigraphix: cartine e rielaborazioni grafiche alle pp. 58, 82.

Editore: My Way Media S.r.l. Presidente: Federico Curti Amministratore delegato: Stefano Bisatti Coordinatore editoriale: Alessandra Villa

SPECIALE

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

LIBRI

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a cura di Giuseppe M. Della Fina, con contributi di Paolo Bruschetti, Giovannangelo Camporeale, Giovanni Colonna e Paolo Giulierini

Distribuzione in Italia m-dis Distribuzione Media S.p.A. - via Cazzaniga, 19 - 20132 Milano Tel 02 2582.1 Stampa: NIIAG Spa - Via Zanica, 92 - 24126 Bergamo Abbonamenti: Direct Channel srl - Via Pindaro, 17 - 20128 Milano Per abbonarsi con un click: www.miabbono.com Per informazioni, problemi di ricezione della rivista contattare: E-mail: abbonamenti@directchannel.it Telefono: 02 89708270 [lun-ven 9/13 - 14/18 ] Posta: Miabbono.com c/o Direct Channel Srl - Via Pindaro, 17 - 20128 Milano Arretrati Per richiedere i numeri arretrati contattare: E-mail: abbonamenti@directchannel.it Fax: 02 252007333 Posta: Direct Channel Srl - Via Pindaro, 17 - 20128 Milano Informativa ai sensi dell’art. 13, D. lgs. 196/2003. I suoi dati saranno trattati, manualmente ed elettronicamente da My Way Media Srl – titolare del trattamento – al fine di gestire il Suo rapporto di abbonamento. Inoltre, solo se ha espresso il suo consenso all’atto della sottoscrizione dell’abbonamento, My Way Media Srl potrà utilizzare i suoi dati per finalità di marketing, attività promozionali, offerte commerciali, analisi statistiche e ricerche di mercato. Responsabile del trattamento è: My Way Media Srl, via Roberto Lepetit 8/10 - 20124 Milano – la quale, appositamente autorizzata, si avvale di Direct Channel Srl, Via Pindaro 17, 20144 Milano. Le categorie di soggetti incaricati del trattamento dei dati per le finalità suddette sono gli addetti all’elaborazione dati, al confezionamento e spedizione del materiale editoriale e promozionale, al servizio di call center, alla gestione amministrativa degli abbonamenti ed alle transazioni e pagamenti connessi. Ai sensi dell’art. 7 d. lgs, 196/2003 potrà esercitare i relativi diritti, fra cui consultare, modificare, cancellare i suoi dati od opporsi al loro utilizzo per fini di comunicazione commerciale interattiva, rivolgendosi a My Way Media Srl. Al titolare potrà rivolgersi per ottenere l’elenco completo ed aggiornato dei responsabili.


n otiz iari o SCAVI Libia

SULLE «TRACCE» DEGLI ELEFANTI

Q

uale tragitto percorse Annibale per valicare le Alpi nel III secolo a.C.? Studiosi di ogni epoca, e perfino Napoleone, si sono interrogati sul quesito senza riuscire a dare una risposta definitiva. Oggi, un gruppo di ricerca multidisciplinare internazionale sembra avere raggiunto un punto di svolta. Capofila del team sono William Mahaney, del dipartimento di geografia della York University di Toronto, e Chris Allen, del dipartimento di microbiologia della Queen’s University di Belfast. Tutte le ipotesi finora formulate hanno preso in esame le fonti letterarie disponibili, ovvero il resoconto degli storici Polibio, Livio e Plutarco. Dei tre autori, il primo è considerato il piú attendibile, soprattutto perché visse all’epoca dei fatti e perché dichiarò di essersi informato direttamente da alcuni dei reduci di Annibale; Livio scrisse invece centocinquant’anni dopo e Plutarco quasi tre secoli piú tardi. La principale difficoltà nella ricostruzione del percorso, a partire da queste narrazioni, è rappresentata dalla mancanza di indicazioni univoche, chiaramente interpretabili anche a duemila anni di distanza. Due domande, in particolare, hanno orientato il dibattito storico: a quale altezza del fiume Rodano le truppe cartaginesi ne guadarono il corso? E qual è un valico alpino che mostri frane di terreno assimilabili a quelle riportate dalle fonti, che Annibale cercò inizialmente di aggirare, senza successo, e quindi superò aprendosi un passaggio?

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Roma, Musei Capitolini, Sala di Annibale. Affresco attribuito a Jacopo Ripanda raffigurante la spedizione di Annibale in Italia. XVI sec.

LA SECONDA GUERRA PUNICA

Un conflitto lungo e incerto

Il passaggio delle Alpi di Annibale e del suo esercito si inserisce nel quadro della seconda guerra punica, scoppiata dopo che il generale cartaginese aveva assediato ed espugnato la città iberica di Sagunto (219 a.C.). Dopo la vittoria, Annibale lasciò in Spagna il fratello Asdrubale e, nel 218 a.C., mosse verso l’Italia, alla testa di un esercito forte di 25 000 uomini e 27 elefanti; superati i Pirenei e le Alpi, si presentò nella Pianura Padana, dove sconfisse le forze romane prima sul Ticino, poi sulla Trebbia. L’anno successivo (217), dopo aver superato l’Appennino non senza difficoltà (vi perse un occhio), sconfisse un altro esercito romano nei pressi del Trasimeno, e poi, nel 216, a Canne ottenne un risultato clamoroso con la tremenda sconfitta inflitta a un nuovo poderoso esercito avversario, forte di 50 000 uomini, il doppio dei suoi. Non ritenne però di marciare su Roma, che sapeva munitissima, tanto piú che le sue vittorie non ebbero l’effetto sperato di sollevare gli alleati italici dei Romani, eccettuate alcune città (Capua, Siracusa, Taranto). I Romani adottarono allora la tattica di Fabio Massimo della resistenza passiva, che finí con il mettere in difficoltà lo stesso Annibale, la cui situazione si fece critica quando i rinforzi portatigli dalla Spagna dal fratello Asdrubale vennero sconfitti al Metauro (207) e Cartagine cominciò a lesinare gli aiuti. Richiamato in patria, nel 202 fu sconfitto nella battaglia di Zama (combattuta in realtà a Naraggara) da parte di Scipione, il primo grande generale romano. La lunga guerra si concludeva disastrosamente per Cartagine.


I risultati ottenuti dal gruppo di Mahaney e Allen si basano su un lavoro di ricerca ventennale, iniziato con l’analisi di immagini satellitari e la ricognizione sui passi alpini, testi antichi alla mano, per verificare quale tra le diverse alternative possibili fosse la piú verosimile. L’attenzione è caduta su un valico delle Alpi Cozie, il Col de la Traversette (2950 m), che collega la Valle del Guil alla Valle del Po. Procedendo all’indagine del sottosuolo, a una profondità di circa 40 cm, è stato rilevato uno strato di terreno molto disturbato, contenente una grande quantità di escrementi misti a frammenti vegetali molto pressati e mescolati.

Attraverso l’analisi di laboratorio di alcuni campioni, è stato possibile isolare batteri del gruppo Clostridia, che hanno fatto ipotizzare il passaggio in quest’area di uomini, cavalli e di altri animali ruminanti; l’aspetto e la compattazione dello strato di terreno indicherebbero una presenza nell’ordine di migliaia di unità, compatibile con la dimensione delle truppe cartaginesi. Datato con il metodo del radiocarbonio, lo strato ha restituito un risultato compatibile con il 218 a.C., l’anno dell’impresa. I risultati sembrano dunque offrire un quadro convincente, oltre che suggestivo, ma non tutti sono concordi: per esempio l’archeologo

Patrick Hunt, dello Stanford Alpine Archaeology Project (che propende invece per un tragitto piú settentrionale), continua a dirsi scettico fino all’eventuale ritrovamento di prove schiaccianti, come potrebbero essere microrganismi che evidenzino la presenza degli elefanti. Le ricerche proseguiranno attraverso ulteriori analisi di laboratorio e, nelle intenzioni di Mahaney, anche con altre ricognizioni sul campo, ricorrendo all’impiego del georadar, per cercare di individuare gli eventuali oggetti che il passaggio di un tale esercito non può non aver lasciato dietro di sé. Paolo Leonini

archeo 9


ESCLUSIVA • TRONO DI BOSTON

AMBIGUITÀ DEL FALSO

NEL 1894, IN CIRCOSTANZE PIÚ CHE MISTERIOSE, VENNE ALLA LUCE IL RILIEVO OGGI NOTO COME «TRONO DI BOSTON»: UN’OPERA DECISAMENTE SINGOLARE, LA CUI AUTENTICITÀ SEMBRA NON POTER CONTINUARE A REGGERE ALL’INCHIESTA CHE QUI PUBBLICHIAMO IN ANTEPRIMA di Marcello Barbanera

«A

nche gli oggetti d’arte antica, come il grano e lo zucchero e le patate, hanno obbedito alle leggi ineluttabili del mercato (…) Quando han cominciato a mancare gli oggetti antichi, gli antiquari senza perdersi d’animo, spronati dalle generali richieste, han dovuto promuoverne la fabbricazione (…) L’antiquario compie un’azione altamente umanitaria e direi quasi sociale. In quanto incoraggia da un verso l’amore per l’arte, nobilitando cosí gli spiriti ancor rozzi dei popoli vergini, e dall’altro attrae nel proprio paese l’oro straniero». Cosí, il 1° dicembre 1907, sul Marzocco, lo scrittore Italo Mario Palmarini descriveva, con evidente ironia, la situazione del mercato di antichità in Italia, in cui i falsi proliferavano. Sembra che, all’epoca, nel nostro Paese gli oggetti antichi contraffatti fossero piú numerosi di quelli autentici presenti sul mercato mezzo secolo prima: la richiesta sempre piú pressante di manufatti 28 a r c h e o

artistici da parte dei musei europei e, soprattutto, dei privati e delle istituzioni museali statunitensi aveva determinato la fioritura di una vera specializzazione nella produzione di oggetti contraffatti: a Napoli si fabbricavano bronzi e terrecotte «pompeiane»; a Roma elmi, corazze, lance, daghe, bighe e altri oggetti simili, cosí come teste, gambe, torsi di bronzo e di marmo e di avorio i quali poi venivano lasciati a «stagionare» nel Tevere, per produrre la patina antica. Il termine «falso» o «falsificazione» è ambiguo, come lo sono gli oggetti che derivano da questa attività: il significato di questa parola e i conA sinistra: statua in bronzo di Apollo, da Piombino. II-I sec. a.C. Parigi, Museo del Louvre. Nella pagina accanto: Giove bacia Ganimede, affresco in stile «pompeiano» dipinto da Anton Raphael Mengs (poi staccato e riportato su tela). 1760. Roma, Galleria Nazionale di Arte Antica, Palazzo Barberini.


a r c h e o 29


MOSTRE • ROMA

SUL PIÚ

SACRO DEI COLLI In alto: disegno ricostruttivo ipotetico dell’aspetto del Campidoglio nel VI sec. a.C. Il grande edificio centrale rappresenta il tempio di Giove Ottimo Massimo. Sulle due pagine: Filippo Juvarra, Veduta del Campidoglio da nord, 1709. Roma, Museo di Roma, Gabinetto Comunale delle Stampe. Si distinguono, da sinistra: la basilica di S. Maria in Aracoeli, il Palazzo Nuovo, il Palazzo Senatorio e il Palazzo dei Conservatori.


È IL LUOGO SIMBOLO DI ROMA, ABITATO GIÀ PRIMA DELLA NASCITA STESSA DELLA CITTÀ. SU QUELL’ALTURA POCO DISTANTE DALLE RIVE DEL TEVERE SORSE IL PIÚ IMPORTANTE DEI SUOI SANTUARI, IL GRANDE TEMPIO DEDICATO A GIOVE. IN QUESTE PAGINE RIEVOCHIAMO LA COMPLESSA E AVVENTUROSA VICENDA DEL CAMPIDOGLIO, DALLE ORIGINI ALL’ETÀ MODERNA: UN RACCONTO SCANDITO DA DISTRUZIONI E RICOSTRUZIONI, AL QUALE, GRAZIE A RECENTI INDAGINI ARCHEOLOGICHE, SI È AGGIUNTO UN CAPITOLO NUOVO E STRAORDINARIO, CHE PRESENTIAMO IN ANTEPRIMA AI NOSTRI LETTORI di Alberto Danti

In alto: una veduta della piazza del Campidoglio. In primo piano, il ritratto equestre dell’imperatore Marco Aurelio (il cui originale è conservato nei Musei Capitolini), sullo sfondo, il Palazzo Senatorio, sede di rappresentanza del Comune di Roma.


MISTERI • TAVOLETTE ENIGMATICHE

PUNTO-LINEAPUNTO...

È

il 1993 e alcuni archeologi stanno svolgendo ricerche di superficie nell’entroterra vulcente, nell’area della Caldera di Latera (il termine caldera, di origine portoghese, indica una depressione di origine vulcanica, causata dallo sprofondamento di crateri, per effetto di eruzioni particolarmente violente, n.d.r.). Giunti in località Vallone, nel Comune di Valentano (Viterbo), vedono affiorare un oggetto che sembra un normale ciottolo di fiume, ma che l’occhio curioso del topografo identifica con 56 a r c h e o


ANCHE L’ALTO LAZIO È ENTRATO A FAR PARTE DELL’«ATLANTE» DELLE TAVOLETTE ENIGMATICHE: OGGETTI SUI QUALI, COME SUGGERISCE IL NOME, GLI ARCHEOLOGI CONTINUANO A INTERROGARSI. A OGGI, IL SOLO DATO CERTO È LA LORO DIFFUSIONE, CHE ABBRACCIA GRAN PARTE DELL’EUROPA di Carlo Casi, Patrizia Petitti, Sabrina Radicati e Fabio Rossi

Il tratto unificante è la presenza di segni realizzati su una o, meno frequentemente, su entrambe le facce: elementi geometrici (punti, coppelle o cerchi, quadrati, rettangoli, triangoli, scanalature, motivi cruciformi, rombi, spirali, ecc.), a volte campiti da segni minori (punti, trattini, piccole coppelle) e variamente associati a determinare un campionario ricco e multiforme di segni astratti, a cui si aggiungono – in area danubiana – segni naturalistici a forma di fiore, prodotti utilizzando come stampo i frutti di una pianta della famiglia delle Malvacee.

NON SEMPRE ORDINATI I segni si dispongono prevalentemente su sottili righe parallele, ma sono note anche tavolette che presentano i segni distribuiti senza un ordine apparente. Quanto alla tecnica di realizzazione, tali segni sono generalmente impressi, cioè prodotSulle due pagine: la Caldera di Latera, presso Valentano, nel Viterbese. In basso e nella pagina accanto: le due facce della tavoletta enigmatica rinvenuta in questa zona nel 1993, databile a un momento finale dell’età del Bronzo Antico (1900-1700 a.C.).

una «tavoletta enigmatica». Fino a quel momento, mai era stato ritrovato cosí a sud un esemplare di questa classe di materiali. Ma che cosa sono le tavolette enigmatiche? Già la definizione stessa di «tavoletta enigmatica», invalsa in tutta Europa, ne indica la difficile interpretazione funzionale. Sono oggetti di terracotta, piú raramente in pietra, di lunghezza compresa tra circa 3 e 12 cm, di forma soprattutto ellissoidale, ovoidale e rettangolare (ma sono noti anche esemplari trapezoidali o circolari). a r c h e o 57


RESTAURI • L’AQUILA

L’Aquila. Il Castello Spagnolo, attualmente in corso di recupero. La costruzione della fortezza venne affidata dal vicerè don Pedro de Toledo al capitano Pirro Luis Escrivà.


A sinistra: particolare del gonfalone de L’Aquila, stendardo su seta dipinto da Giovanni Paolo Cardone. 1579. L’Aquila, Museo Nazionale d’Abruzzo. Raffigura una veduta del capoluogo abruzzese, «disteso» su un manto sorretto dai quattro protettori della città (san Massimo, Celestino V, san Bernardino da Siena e sant’Eutizio).

NELLA

CHE

CITTÀ

RINASCE

ALL’AQUILA OPERANO NUMEROSI CANTIERI FINALIZZATI AL RESTAURO DEL PATRIMONIO STORICO-ARCHITETTONICO. MA PIÚ DI UN MONUMENTO È IN ATTESA DI UN INTERVENTO CHE RISANI LE FERITE INFERTE DAL SISMA DEL 2009: COME IL «TORRIONE», LA STRUTTURA FUNERARIA CHE DÀ NOME A UNO DEI PIÚ POPOLOSI QUARTIERI CITTADINI di Barbara Di Vincenzo

I

l «Torrione» è uno dei quartieri piú popolosi della città dell’Aquila, che ha avuto un grande sviluppo a partire dagli anni Cinquanta. Come il resto della città e del suo territorio, è

stato gravemente danneggiato dal sisma del 6 Aprile 2009. Quest’ultimo non ha risparmiato i numerosi beni culturali che testimoniano lo straordinario passato del capoluogo, a r c h e o 75


SPECIALE • SCRITTURA ETRUSCA

SCRIVERE

ETRUSCO LA LINGUA USATA DAL PIÚ IMPORTANTE DEI POPOLI PREROMANI È VITTIMA DI UNA SORTA DI «MALEDIZIONE», CHE LA VORREBBE PER NOI INCOMPRENSIBILE. MA È DAVVERO COSÍ? UNA MOSTRA ALLESTITA A CORTONA RACCONTA QUANTO DI VERO CI SIA IN UNA CONVINZIONE ANCORA OGGI ASSAI DIFFUSA. E QUALI SIANO, IN REALTÀ, LE MOLTE CERTEZZE ACQUISITE a cura di Giuseppe M. Della Fina, con contributi di Paolo Bruschetti, Giovannangelo Camporeale, Giovanni Colonna e Paolo Giulierini

80 a r c h e o


Qui accanto: stilo scrittorio in bronzo, dal Melone II di Cortona. 480-460 a.C. Cortona, MAEC (Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona). Nella pagina accanto: l’Apollo di Ferrara, bronzetto che ritrae il dio Aplu. Seconda metà del IV sec. a.C. Parigi, Bibliothèque nationale de France. Sulla gamba sinistra corre una lunga iscrizione dedicatoria. A destra: vaso in bronzo per profumi. III sec. a.C. Parigi, Museo del Louvre. Sulla fronte del volto femminile si legge suthina, termine traducibile con «che appartiene alla tomba», «funerario» ed esplicita la funzione dell’oggetto.

D

ue presunti «misteri» accompagnano la fascinazione che gli Etruschi ancora esercitano sulla cultura contemporanea: il problema delle origini e il tema della lingua. Questioni che, in realtà, l’archeologia ha da tempo risolto, ma che molti amano continuare a considerare come enigmi. Il secondo di essi, la lingua, è protagonista della mostra «Gli Etruschi maestri di scrittura. Società e cultura nell’Italia antica», allestita a Cortona negli spazi del Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona. Già presentata in Francia, al Museo a r c h e o 81


SPECIALE • SCRITTURA ETRUSCA

100 SEGNI DI UNA NUOVA ISCRIZIONE La recentissima scoperta di Poggio Colla Come scrive Giovannangelo Camporeale, le ricerche sulla scrittura degli Etruschi sono in continuo divenire (vedi alle pp. 89-93). Una conferma è venuta dalla scoperta – recentissima – di una nuova stele iscritta etrusca avvenuta nel santuario etrusco di Poggio Colla, nel territorio del Comune di Vicchio (Firenze), durante indagini svolte nell’ambito del Mugello Valley Archaeological Project, diretto da Gregory Warden, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. La stele in arenaria ha la parte superiore levigata e parzialmente iscritta con il bordo superiore arrotondato, mentre la parte inferiore, solo sbozzata, era destinata a essere infissa nella terra. È stato calcolato che la superficie a vista, fuori dal terreno, doveva essere alta circa 75 cm. Essa è stata trovata riutilizzata nelle fondazioni del tempio monumentale arcaico, tra i blocchi destinati a sostenere il settore orientale del podio. Le strutture di fondazione erano alloggiate nel taglio di uno strato di terra caratterizzato dalla presenza di numerosi vasi in bucchero da banchetto databili nel periodo orientalizzante e arcaico. Di conseguenza, gli scopritori hanno ipotizzato che la stele fosse stata utilizzata nella fase pre-monumentale del tempio e poi A destra: Poggio Colla (Vicchio, Firenze). La stele al momento della scoperta, ancora inglobata nelle fondazioni del tempio per le quali venne reimpiegata.

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reimpiegata nelle fondazioni dell’edificio sacro. In proposito, si può ricordare che gli scavi hanno consentito di portare alla luce strutture ovali, probabilmente capanne, di epoca precedente: è questa la fase in cui la stele sarebbe stata in vista e in uso, «come simbolo di autorità connesso alla fase piú antica del tempio», secondo Gregory Warden. L’interesse, comunque, si è comprensibilmente concentrato soprattutto sull’iscrizione il cui studio è appena iniziato. Il testo è stato inciso su una delle facce a vista della stele e su entrambi i suoi bordi, che sembrano smussati appositamente per accogliere la scrittura.

La stele in pietra arenaria di Poggio Colla viene esaminata nel Centro di restauro della Soprintendenza Archeologia della Toscana. L’iscrizione incisa sul manufatto, databile al VI sec. a.C., è in corso di studio, ma sembra verosimile ipotizzare che si tratti di un testo a carattere sacro.

In basso: uno dei quattro bronzetti recuperati nel corso dell’ultima campagna di scavi a Poggio Colla. Le indagini si svolgono nell’ambito del Mugello Valley Archaeological Project e stanno riportando alla luce i

resti di un insediamento la cui frequentazione copre quasi l’intero orizzonte cronologico della civiltà etrusca, dal VII sec. a.C. fino alla romanizzazione, che investí questa zona agli inizi del II sec. a.C.

C’è quindi da comprendere se si tratti di un’iscrizione unica, o piú di una. Complessivamente, il numero delle lettere e dei segni d’interpunzione finora individuati è pari a 100, ma il dato potrebbe variare al termine del restauro (che si sta svolgendo nel Centro di restauro della Soprintendenza Archeologia della Toscana). L’ortografia sembra collocare l’iscrizione (o le iscrizioni) nella seconda metà del VI secolo a.C., in accordo con il contesto archeologico che suggerisce un terminus ante quem del 500-480 a.C. Di conseguenza, la stele avrebbe svolto la sua funzione originaria per alcuni decenni. Il ritrovamento non è destinato a costituire la chiave per comprendere i «segreti» della lingua etrusca, ma la stele di Poggio Colla rappresenta un’aquisizione comunque importante che – una volta analizzata e studiata – arricchirà significativamente il corpus delle iscrizioni etrusche a oggi note. G.M.D.F.

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Archeo n. 375, Maggio 2016 by Archeo - Issuu