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MaterialiCasa Mag-Book 2/2026

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Cover by Luisa Tosetto (aka La Tos) “Ospitalità come cura, accoglienza, benessere. E quindi: BELLEZZA. Realizzando questo artwork ho pensato a un semplice concetto: accogliere un ospite, offrendogli comfort, qualità e attenzioni ai dettagli, permette di creare un’esperienza che nutre corpo, mente, anima. E questo per me genera bellezza. E la bellezza, si sa, fa bene al mondo.”


BRANDS Cotto Cusimano Marazzi Porcelanosa Ekxtra ABK Group Italgraniti Kastamonu Kährs Iris Ceramica Group DORSUM RAK Ceramics Ardogres Schlüter-Systems GMC Lasa Marmo Isolspace

PEOPLE Norm Architects Alan Prekop Lionel Jadot Studio Plantea Estudio Studio RA! RMA Roberto Murgia Architetto Elena Tassi Alberto Zanetta Maurizio Tavano Luca Provenzano Mesura Maria Vittoria Paggini Sara Edalatkhah Atelier Sergio Rebelo VPMZ studio ingegneria e architettura Null17 Architektur Joseph Dirand Karhard Odeon Design Studio THDP Claudia Mazzucato


HO.RE.CA. 04

RAW COPENAGHEN Copenaghen

10

OLI’S ITALIANO Bratislava

16

JAM HOTEL Ghent

22

ARCHI-PEOPLE PLANTEA ESTUDIO

28

YEITE Madrid

34

LAIVA PLAZA San José del Cabo

10

68

28 40

VISTA OSTUNI

46

BOUTIQUE GUEST HOTEL Lerici

48

HOTEL CUSIMANO Catanzaro Lido

54

CHERIFF Barcellona

60

ARCHI-PEOPLE MARIA VITTORIA PAGGINI

KITCHEN SURFACES

70

MARAZZI | The Top

72

PORCELANOSA | Offroad Kitchen

74

EKXTRA

76

ABK GROUP | ABKStone e Materia

78

ITALGRANITI | Natural Collection

80

KASTAMONU | VIAROMEA

82

KÄHRS European Naturals Collection

84

IRIS CERAMICA GROUP Breccia Rosa 4D

85

DORSUM | Texture e personalità

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MAG | BOOK | 2-2026

92

126

THE CHANCERY ROSEWOOD Londra

132

KADEWE Berlino

136

TONDARELLA Torino

140

OLTREMARE LOUNGE BAR Costiera Sorrentina

146

86

ARCHI-PEOPLE SARA EDALATKHAH

92

QUINTA DE ADORIGO Alto Douro Vinhateiro

100

MORDÌ LAB

106

GARDEA SOULFAMILY RESORT Torbole sul Garda

112

CHALET ZUEGG Merano

116

WELLNESS ON DEMAND Lozzo di Cadore

120

CASTEL BADIA San Lorenzo di Sebato

PIATTI FANTASTICI E DOVE TROVARLI

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ph. Jonas Bjerre-Poulsen e Karl Tranberg Knudsen


Raw Copenhagen Nel cuore della capitale danese, all’interno di un edificio storico degli anni Trenta, l’hotel interpreta l’ospitalità contemporanea per connettere il visitatore alla cultura scandinava.

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HO.RE.CA.

Norm Architects firma gli interni del 1 Hotel Copenhagen, un progetto di ospitalità che interpreta il concetto di rifugio urbano attraverso un dialogo equilibrato tra natura, materia e benessere. Ogni scelta progettuale valorizza l’autenticità dei materiali dando forma a un’esperienza fondata sulla sostenibilità, il comfort e la connessione con il contesto. Materia e artigianalità nell’esperienza dell’accoglienza L’ingresso con una pavimentazione di pietre quadrate in granito scuro segna una transizione graduale tra il ritmo della città e la dimensione più raccolta degli interni. Una scala scenografica in legno recuperato accoglie l’ospite all’ingresso e attraversa il grande atrio, affiancata da una vegetazione rigogliosa capace di ridefinire la percezione dello spazio. Gli elementi biofilici non sono solo decorativi, ma si integrano nello spazio architettonico. Tronchi trasformati in elementi scultorei, ampie fioriere con vegetazione autoctona e superfici materiche danno forma a un paesaggio interno che favorisce la sosta e la cura. La pavimentazione in rovere massello recuperato conferisce calore e continuità agli interni. Nelle zone a maggiore intensità d’uso, l’inserimento di pavimentazioni a testa realizzate con blocchi di legno a venatura trasversale valorizza il disegno naturale della materia e garantisce elevati livelli di resistenza e durabilità. Nell’area reception il legno recuperato assume un ruolo centrale, mettendo in evidenza venature, imperfezioni e tracce del tempo. Il dialogo tra architettura e arte prende forma attraverso le opere realizzate dall’artista danese Sara Martinsen, che utilizza fibre naturali intrecciate a mano e composizioni lignee per rafforzare il legame tra spazio costruito e natura. Nella lobby e nelle aree comuni, legno, pietra, tessuti naturali e vegetazione convivono in un perfetto equilibrio visivo e tattile. Le pareti sono rifinite con pitture minerali applicate su superfici in gesso, una soluzione che contribuisce alla qualità dell’aria interna mantenendo al contempo una finitura naturale e materica. Il comfort delle suite attraverso la materia Le camere sono concepite come rifugi sospesi sopra la città, dove il comfort scandinavo si esprime attraverso materiali naturali, luce diffusa e una palette cromatica dai toni morbidi e avvolgenti. Ampie aperture inquadrano i tetti | 06


e le architetture storiche di Copenaghen, consentendo alla luce naturale di scandire il trascorrere della giornata. Come sottolineano i progettisti di Norm Architects: “Nelle camere volevamo creare un rifugio silenzioso sopra la città: spazi modellati da materiali naturali, luce generosa e una morbidezza elegante. Gli ambienti si sviluppano per strati delicati, dove la tattilità materica incontra il comfort raffinato, progettati per sostenere uno spostamento nello spazio rilassato e accogliente”. La distribuzione interna degli spazi privilegia la fluidità dei percorsi. Zona notte, guardaroba e living si susseguono attraverso passaggi naturali, mentre partizioni in vetro testurizzato rendono la separazione discreta senza interrompere la continuità luminosa e visiva. Legno, lino, cotone, lana, pelle ecologica e superfici materiche definiscono un’atmosfera intima e domestica. Pannelli in alga marina compressa collocati dietro i televisori introducono un ulteriore elemento naturale all’interno delle camere. Nei terrazzi la pavimentazione in legno recuperato e la vegetazione contribuiscono a mantenere la coerenza del progetto e la relazione con l’ambiente. Nelle suite le cucine sono concepite come estensioni naturali dell’ambiente domestico. Mensole aperte, dettagli integrati e una

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HO.RE.CA.

palette tono su tono favoriscono un utilizzo informale. L’illuminazione naturale è accostata a lampade a sospensione, realizzate a mano con materiali naturali e tecniche tradizionali. La stessa attenzione alla qualità sensoriale e al dialogo equilibrato tra superfici differenti continua anche nei bagni. “Nei bagni volevamo creare ambienti modellati da materiali autentici, luce morbida e una sensazione di raccolta intimità”, spiegano i progettisti di Norm Architects. Il pavimento in mattoni introduce una dimensione tattile e artigianale che contrasta con la levigatezza delle pareti in pietra naturale. I toni tenui dei materiali contribuiscono a generare un’atmosfera raccolta e rilassante, mentre le ampie docce diventano protagoniste di un’esperienza orientata al benessere. | 08


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ph. : Nora Saparova


OLI’S ITALIANO Bratislava Lo studio di architettura e design Alan Prekop firma il progetto del ristorante Oli’s Italiano, trasformando lo spazio in un ambiente che reinterpreta l’immaginario della convivialità italiana.

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HO.RE.CA.

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«Desideriamo creare spazi che non solo funzionino bene, ma raccontino anche una storia. Ogni progetto che realizziamo è esclusivo, unico e pensato per trasmettere un senso di vita». La dichiarazione dei progettisti trova piena espressione in questo loro intervento, che non riproduce un’estetica riconoscibile ma costruisce un’esperienza: introdurre negli interni un frammento di quotidianità italiana e trasferire nel contesto della ristorazione il carattere spontaneo e condiviso della vita all’aperto. INTERNO ED ESTERNO COME CONTINUITÀ L’ispirazione nasce dai vicoli dei centri storici, dai terrazzi e dai balconi in cui interno ed esterno si contaminano senza soluzione di continuità. Il risultato non è un interno concepito come una stanza da arredare, ma una dimensione ibrida tra fuori e dentro: un ambiente che adotta codici, materiali e rituali dell’esterno per ridefinire l’esperienza dell’ospitalità e mettere al centro il gesto del mangiare italiano e, in particolare, la pizza. Il progetto parte da un’operazione iniziale di svuotamento. Lo spazio viene liberato da strati aggiunti e residui di utilizzi precedenti e riportato alla sua struttura originaria, mettendo in evidenza elementi costruttivi come murature in laterizio, intonaci grezzi e proporzioni originali dell’edificio. 13 |


HO.RE.CA.

La materia a vista diventa dispositivo narrativo e contribuisce a definire una nuova identità senza cancellare la memoria del luogo. L’intervento evita ogni effetto scenografico, affidando invece ai materiali il ruolo di generare atmosfera, continuità e autenticità. ARREDI, MATERIALI E CONTRASTI La sensazione di “mangiare all’aperto” è rafforzata da una serie di interventi precisi. Tende da sole a righe blu e bianche vengono installate all’interno delle aperture esistenti, alleggerendo il volume interno e richiamando le schermature tipiche delle terrazze mediterranee. Sospese, quasi precarie, tramite sottili aste in acciaio inox, filtrano la luce naturale e generano ombre morbide che modificano la percezione dello spazio durante la giornata. Fili luminosi in stile giardino attraversano il soffitto e rafforzano la continuità con l’immaginario esterno. | 14


Anche la scelta degli arredi contribuisce a questo tipo di narrazione. Le sedute monoblocco in plastica bianca reinterpretano un archetipo della socialità mediterranea informale, richiamando l’atmosfera delle feste popolari e delle tavolate all’aperto che animano piazze e cortili, introducendo leggerezza, autenticità e un senso di familiarità quotidiana. In contrasto, le superfici in marmo lucido impiegate nei piani dei tavoli, nel banco bar e nel volume della cassa aggiungono massa e stabilità. Il progetto alterna così materiali ordinari a materiali durevoli, costruendo un equilibrio tra informalità e raffinatezza. Il blu diventa il codice cromatico che tiene insieme l’intero intervento. Compare nelle tende, nelle tessere di mosaico lucido che rivestono il forno per la pizza e prosegue fino a uno degli elementi più caratterizzanti del progetto: una struttura composta da lattine di pomodori San Marzano utilizzate come rivestimento del banco pizza. Un gesto che trasforma un oggetto quotidiano e identitario in elemento architettonico e introduce un ulteriore livello di lettura della materia. Il progetto Oli’s Italiano resiste alla nostalgia e alla perfezione formale di layout e arredi, dimostrando come l’approccio progettuale e la capacità dei materiali riescano ad attivare percezioni e comportamenti. Sono le superfici a definire l’atmosfera, i dettagli a evocare immaginari e le scelte progettuali a trasformare il gesto del mangiare in uno spazio capace di generare atmosfera, relazione e identità.

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ph. Stan Huaux


JAM HOTEL Ghent Dalla riconversione di una ex caserma militare nasce il JAM Hotel Ghent, progetto di interior firmato da Lionel Jadot Studio, che investe sul recupero dei materiali e sul coinvolgimento della filiera locale.

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HO.RE.CA.

Nel settore dell’hospitality contemporanea emergono sempre più frequentemente interventi in cui spazio, materia e costruzione si integrano in sistemi complessi, nei quali il patrimonio esistente non viene rimosso ma reinterpretato attraverso processi di trasformazione. In questa direzione si colloca il progetto di Lionel Jadot Studio, collettivo internazionale con sede a Bruxelles, che sviluppa per il JAM Hotel Ghent un approccio fondato su riuso, sperimentazione materica e collaborazione con artigiani locali. Il progetto nasce dalla riconversione dell’ex caserma militare Leopold, imponente edificio del XX secolo situato a Ghent. Fin dalle prime fasi di intervento, lo spazio viene interpretato come un laboratorio operativo aperto, in cui ingegneri, designer, artigiani e artisti contribuiscono alla definizione del progetto attraverso un’esperienza condivisa. L’approccio si struttura come una jam session progettuale, basata sull’interazione tra competenze differenti verso una costruzione progressiva dello spazio, centrata sull’improvvisazione e sulla libertà creativa, senza voler controllare tutto. I Jam Hotels, presenti tra Belgio e Portogallo, nascono da un modello interdisciplinare che coinvolge figure provenienti da ambiti diversi - ingegneri, designer, artigiani, ambientalisti e chef - con l’obiettivo di superare la visione tradizionale dei ruoli nella progettazione dell’hospitality.

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Materia esistente e strategie di riuso L’intervento comprende 108 camere, un ristorante, un bar e una terrazza panoramica al quinto piano. Il progetto prende avvio dalla lettura e classificazione del materiale esistente. Non vi è l’esigenza di introdurre all’interno dell’edificio arredi già definiti, prodotti in massa, ma studiare come intervenire partendo da ciò che è già presente. Elementi strutturali, superfici grezze e materiali di recupero non vengono considerati residui o scarti, ma componenti attivi del processo progettuale. Travi e strutture metalliche sono risorse da interpretare e non considerate un vincolo progettuale. Il “Realistic Circle”, manifesto dello studio, sintetizza questo approccio proponendo una metodologia basata sulla riduzione degli sprechi, la collaborazione diretta tra tutti i soggetti operativi e la continuità tra progettazione ed esecuzione. «È la nostra risposta a un mondo del design spesso guidato da tendenze effimere e processi complessi. Offre un’alternativa concreta, elimina le gerarchie e mette al centro la vera collaborazione», racconta Lionel Jadot, fondatore dello studio. Le operazioni di demolizione diventano parte integrante della progettazione, consentendo il recupero di materiali reimpiegati negli interni e negli arredi. Le travi originarie vengono riutilizzate per pavimentazioni e rivestimenti del

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HO.RE.CA.

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bar, mentre lo spazio viene progressivamente costruito come archivio materico. Il pavimento blu è uno degli elementi visivi più caratterizzanti dell’hotel. In contrasto con la ruvidità dei mattoni rossi e della struttura originaria, introduce un’atmosfera più conviviale ed energica. Questo gesto cromatico crea una tensione interessante con il carattere quasi industriale dell’edificio. Anche il bar combina materiali di recupero e superfici grezze con interventi più precisi, restituendo uno spazio aperto, diretto e vivo, non eccessivamente rifinito. Nei diversi ambienti, sistemi modulari in metallo introducono configurazioni flessibili e potenzialmente riconfigurabili nel tempo. Il legno recuperato viene trasformato in arredi, soprattutto tavoli e sedute, mentre elementi industriali dismessi sono riconvertiti in sistemi espositivi e contenitivi. Nelle camere da letto è stato sviluppato un sistema modulare in metallo, smontabile e riconfigurabile, che consente possibili riusi futuri. L’ingresso conduce alla reception, caratterizzata da un bancone realizzato con vecchi scaffali di stoccaggio. La struttura originaria dell’edificio è stata lasciata a vista, con intonaco e mattoni esposti, costruendo una narrazione materica che mette in dialogo memoria e contemporaneità. Memoria del luogo, filiera locale La presenza di elementi riconvertiti mantiene leggibile la memoria del luogo e introduce un dialogo tra elementi storici e utilizzo moderno, definendo un ambiente in cui l’ospite interagisce con una materia già vissuta. In questo senso, il progetto interpreta l’ospitalità come un’esperienza basata sul rapporto diretto tra persona, spazio e materiali. Più di quaranta tra designer, artigiani e artisti locali — entro un raggio di circa cinquanta chilometri — hanno contribuito alla realizzazione del progetto. Il modello proposto ridefinisce l’accoglienza attraverso tre principi: sostenibilità dei processi, valorizzazione della filiera locale e adattabilità degli spazi. Più che un esercizio di stile, il JAM Hotel Ghent propone un modello progettuale per immaginare nuovi scenari dell’ospitalità contemporanea.

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ph. Salva López

Per Plantea, studio di architettura fondato a Madrid da Luis Gil, Lorenzo Gil e Carla Morán, l’architettura è un processo artigianale, fatto di materia, memoria e relazione con il contesto.

PLANTEA ESTUDIO MADRID ENG


di Sara Foschi Ogni progetto prende forma a partire dalla ricerca di un carattere. Non un’immagine da perseguire, ma una qualità dello spazio da costruire lentamente, attraverso riferimenti, memorie e suggestioni che appartengono all’esperienza individuale e collettiva. Ricordi, luoghi, immagini sedimentate nel tempo riaffiorano nel processo progettuale e vengono reinterpretati, trovando nuove possibilità espressive. In questa conversazione, Luis Gil racconta la visione che orienta il lavoro dello studio. Ogni progetto nasce dall’idea di creare uno spazio in cui sentirsi a casa, indipendentemente dalla sua funzione o dalla sua scala. Un luogo capace di accogliere la vita delle persone e di trasformarsi nel tempo attraverso l’uso quotidiano, le relazioni e i gesti che lo animano. Parlate di architettura come di un mestiere artigianale. Come si traduce questa idea nella progettazione di ristoranti, caffè e spazi per l’ospitalità? I nostri progetti fanno parte di un processo evolutivo che non si conclude al termine della loro realizzazione, a volte proseguono anche oltre, quando alcuni aspetti possono ancora essere affinati. Esiste sempre la possibilità, fino all’ultimo momento, di modificare una finitura, un colore o una scelta progettuale, indipendentemente da quanto era stato pensato in precedenza. Consideriamo sempre la possibilità di un cambiamento, anche radicale, verso una soluzione diversa, che può essere compresa appieno soltanto sul campo, mentre il progetto prende forma. Erich Mendelsohn scrisse qualcosa che ricordiamo spesso: “Quando vedi l’edificio prossimo al completamento, impari ciò che dovrai fare nel progetto successivo”. Cerchiamo di rimanere aperti al processo del fare, all’atto del costruire, che è molto diverso dal limitarsi a produrre dei disegni per poi verificare che vengano realizzati esattamente come erano stati immaginati alla scrivania dello studio. Quest’ultimo approccio non ci interessa. Sul vostro sito scrivete che i ricordi e le esperienze personali si trasferiscono nei progetti e trovano nuove forme di espressione attraverso l’architettura. In che modo la memoria diventa uno strumento progettuale? Sulla base della nostra esperienza personale e dello studio di filosofi e architetti che ammiriamo, riteniamo che l’immaginazione sia

GOTA bar - ph. Salva López


ARCHI-PEOPLE

fondamentalmente una forma di memoria, unita alla capacità di collegare e trasformare i ricordi in modi inattesi. Per esempio, il negozio Veja a Madrid nasce da un ricordo d’infanzia legato alle scarpe da ginnastica. Le calzature sportive erano associate alle gite, alle vacanze, ai momenti di libertà; non erano di uso comune come oggi. La sensazione di sicurezza che provavamo camminando sulla terra, sulle rocce, arrampicandoci e saltando è ancora un ricordo intenso e vivo. Per questo motivo, gli elementi centrali del negozio - dove è esposta parte della collezione e dove ci si siede per provare le scarpe - sono concepiti come grandi rocce di calcestruzzo massiccio realizzate in opera. Nessuno potrebbe intuire questa origine, ma una scarpa da ginnastica appoggiata su una roccia trasmette una sensazione di comfort e di affidabilità, rafforzando la fiducia nel prodotto. Affermate che “tutta l’architettura, indipendentemente dalla sua funzione, è una casa”. In che modo questo principio influenza la progettazione di luoghi pubblici destinati all’accoglienza? Generalmente, salvo alcuni casi eccezionali, l’architettura deve offrire luoghi dove le persone si sentano a proprio agio, accolte e comprese nelle loro esigenze, indipendentemente dalla loro funzione. Se un ufficio ti accoglie, ti offre relazioni confortevoli con le altre persone e con l’ambiente esterno, ti senti bene. Lo stesso vale per una palestra, una biblioteca o un negozio. Quando le persone si sentono mentalmente a proprio agio in un luogo, qualunque esso sia, spesso dicono: “Sembra di stare a casa”. Questo ha poco a che vedere con lo stile architettonico, con la città o persino con la funzione dello spazio. Dipende dalla capacità di un luogo di accoglierti nel senso più profondo della parola. Gli esseri umani vivono costantemente tra esigenze ed emozioni diverse, a volte opposte. Abbiamo bisogno di compagnia ma anche di privacy; di spazi raccolti e, allo stesso tempo, di aperture verso l’esterno; di calore senza perdere il contatto con l’aria fresca. Alterniamo momenti di concentrazione e lavoro a momenti di pausa e riposo, il desiderio di leggere con attenzione al bisogno di sollevare lo sguardo verso qualcosa che consenta alla mente di spaziare e recuperare energie. L’architettura deve accogliere queste diverse necessità e creare un equilibrio tra elementi apparentemente contrastanti. Quando riesce a farlo, ci sentiamo davvero “a casa”. | 24

VejaStore - ph. Salva López


Qual è il ruolo dei materiali nei vostri progetti? Sono una conseguenza del concept o rappresentano uno strumento generatore dell’idea architettonica? Quali caratteristiche ricercate nella scelta di un materiale? Ci sono materiali che oggi considerate particolarmente interessanti per il mondo dell’ospitalità? La matericità rappresenta una componente fondamentale nella costruzione dell’identità e del carattere di ogni progetto. Un luogo come l’Acid Café a Berlino, pensato per una comunità di artisti e intellettuali con ritmi di vita flessibili e informali, richiede una scelta di materiali, arredi e atmosfere profondamente diversa rispetto a un Members Club all’interno di un hotel londinese, concepito per una clientela internazionale di investitori e professionisti che ricerca un ambiente più esclusivo e rappresentativo. Detto questo, cerchiamo le stesse qualità in tutti i materiali: lavorazione minima, massima naturalezza e, soprattutto, autenticità. Raramente siamo interessati a materiali che cercano di apparire come qualcosa che non sono. Più in generale, tendiamo a evitare materiali la

Hotelhumano - ph. Fabian Martinez

cui origine o modalità di produzione risultino poco chiare o lontane dalla nostra sensibilità. La plastica rientra in questa categoria, anche se esistono sempre eccezioni legate a determinati elementi o prodotti nei quali il suo utilizzo può risultare appropriato. Quanto conta per voi la componente tattile delle superfici rispetto a quella visiva? Entrambe sono molto importanti. Un legno che al tatto non restituisce la sensazione di essere legno perde immediatamente il suo interesse, indipendentemente da quanto possa sembrare bello a prima vista. L’esperienza sensoriale di un materiale non può essere ridotta al solo aspetto visivo; la sua presenza fisica, la texture, la temperatura e il peso sono elementi altrettanto essenziali nel modo in cui lo percepiamo e lo valorizziamo. Quando progettate uno spazio, quanto conta il legame con il territorio? I materiali locali e le tradizioni costruttive influenzano le vostre scelte progettuali?

Il legame con il territorio rappresenta l’aspetto più importante dei nostri progetti e viene sempre preso in considerazione fin dall’inizio. L’Hotel Humano, ad esempio, è costruito interamente con materiali e arredi realizzati artigianalmente in Messico, utilizzando legni, ceramiche e tessuti locali. Qualsiasi progetto è una continuazione di un contesto: sia quando si inserisce naturalmente al suo interno, sia quando crea un contrasto intenzionale capace di attivare l’ambiente circostante e instaurare con esso un dialogo coinvolgente. Connettersi a un contesto non significa necessariamente “intonarsi” ad esso. Tuttavia, un edificio non dovrebbe mai apparire come un fondale scenografico estraneo a ciò che accade intorno a lui, come se fosse appena atterrato da un altro pianeta. I progetti concepiti in questo modo possono attirare l’attenzione inizialmente, ma il loro fascino tende a svanire rapidamente. Nel settore Ho.Re.Ca. la durabilità è un requisito fondamentale. Come riuscite a conciliare resistenza, manutenzione e qualità estetica?

Fundación Juan March - ph. Salva López 25 |


ARCHI-PEOPLE

HER ristorante - ph. Salva López

Per noi, la qualità di un materiale si misura nella sua capacità di attraversare il tempo. I materiali autentici, naturali e ben lavorati non perdono valore con l’età: acquisiscono carattere, profondità e una bellezza legata all’esperienza. Troppo spesso l’efficienza, la facilità di produzione e la minima necessità di manutenzione hanno prevalso sulla qualità espressiva e sulla capacità della materia di evolvere. Un materiale che invecchia bene non cerca di rimanere immutato: accoglie il tempo, le tracce dell’uso e le trasformazioni che lo rendono unico. È la stessa qualità che riconosciamo negli oggetti destinati a durare, nelle architetture che attraversano le generazioni e nelle persone che portano sul volto i segni della propria esperienza. Per questo scegliamo materiali capaci di migliorare con gli anni. Non guardiamo solo a come appariranno al termine di un progetto, ma a come sapranno trasformarsi nel tempo. Il tempo non è qualcosa da evitare, ma una qualità che l’architettura deve saper accogliere. | 26

ONOE ristorante - ph. Salva López

Oggi molti locali cercano di essere “instagrammabili”. Voi sembrate seguire una strada diversa, più legata all’atmosfera e all’esperienza fisica. Come vedete questa evoluzione del settore? Le fotografie hanno per noi una grande importanza. In molti casi diventano la testimonianza di un progetto, oppure il mezzo attraverso cui gli altri possono percepire le qualità di ciò che abbiamo creato. Quello che per noi conta ancora di più, però, è l’atmosfera reale di un luogo: quel carattere mutevole, personale e in continua evoluzione che emerge con il passare del tempo. È profondamente gratificante scoprire che un progetto può migliorare nel tempo. Ci piace molto tornare nei ristoranti e nei bar che abbiamo progettato anni prima e osservare la loro maturazione e trasformazione in relazione alle persone che li hanno vissuti e fatti propri. L’aspetto che più ci interessa è vedere le persone mentre li vivono, li abitano e li trasformano in parte delle loro abitudini quotidiane. Questo è

il vero obiettivo dell’architettura: non la fotografia, ma la vita che si sviluppa al di là di essa. Nei vostri progetti l’esperienza sensoriale appare molto importante. Come si costruisce un ambiente capace di generare emozioni e rendere un posto memorabile, senza ricorrere a effetti spettacolari? Cerchiamo un equilibrio tra ciò che appare immediato e comprensibile a un primo sguardo e ciò che si rivela gradualmente quando si dedica più tempo all’osservazione. Un progetto dovrebbe essere in grado di comunicare qualcosa di essenziale fin da subito, ma allo stesso tempo offrire nuove scoperte a chi lo osserva con maggiore attenzione. La canzone Blackbird di Paul McCartney ha un testo semplice, universale e al tempo stesso emozionante. La sua melodia è memorabile e apparentemente elementare eppure, dietro questa apparente semplicità, si nasconde una struttura classica, ispirata alla musica di Johann Sebastian Bach. In questo


senso, è ancorata a ciò che dura nel tempo: ai principi della composizione classica, alle armonie fondamentali della musica. Aspiriamo a qualcosa di simile nell’architettura: creare spazi naturali, accessibili e facili da comprendere, ma sostenuti da una struttura più profonda, capace di dare loro permanenza e ricchezza nel tempo. Oggi la sostenibilità viene spesso affrontata attraverso certificazioni e tecnologie. Qual è la vostra interpretazione di un progetto realmente sostenibile? Pensiamo che la scelta di materiali durevoli e destinati a invecchiare bene possa essere una forma di sostenibilità. Crediamo anche nel fare ciò che è necessario, utilizzando i mezzi giusti. Se qualcosa può essere realizzato con meno risorse e con un numero inferiore di elementi, allora è così che dovrebbe essere fatto. Per noi, questo è il vero significato della sostenibilità.

Quanto conta il confronto con artigiani, aziende e produttori nella definizione dei dettagli e delle soluzioni materiche di un progetto? È assolutamente fondamentale. Siamo definiti da ciò che siamo in grado di realizzare insieme ai nostri falegnami, fabbri, marmisti, tappezzieri… Ognuno di loro ha un nome e un’identità all’interno del nostro studio; nella maggior parte dei casi si tratta di aziende a conduzione familiare, proprio come la nostra. Con loro ci confrontiamo ogni giorno. Quali tendenze vedete emergere nel design degli spazi Ho.Re.Ca. nei prossimi anni? Osserviamo con interesse ciò che viene pubblicato e ciò che accade nel panorama contemporaneo, ma il nostro sguardo si rivolge spesso con maggiore attenzione ai progetti del passato. Molte delle idee che oggi percepiamo come nuove affondano le loro radici in esperienze già

esplorate decenni fa: ciò che cambia è il modo in cui vengono reinterpretate e i processi attraverso cui prendono forma, mentre i principi alla base rimangono spesso gli stessi. Crediamo che le idee più autentiche raramente nascano dall’inseguire ciò che accade intorno a noi. Spesso emergono da un ritorno alle origini, dalla riscoperta delle intenzioni profonde che hanno dato vita a un progetto. Il contemporaneo rappresenta per noi uno strumento prezioso per comprendere il tempo in cui viviamo, ma non necessariamente un modello da replicare. Potete dirci tre materiali che meglio rappresentano oggi la vostra idea di architettura e hospitality? Scegliamo pietra, legno e argilla, il più possibile allo stato naturale. Tutti provengono direttamente dalla terra e vengono trasformati in qualcosa di utile.

AcidCafe - ph. Salva López 27 |


ph. Salva López

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YEITE MADRID Un cocktail bar tra ritualità e sperimentazione nel cuore di Madrid. Uno spazio costruito attraverso intuizioni e riferimenti, lontano da formule precostituite.


HO.RE.CA.

All’interno di un elegante edificio nel centro di Madrid, Plantea Estudio firma il progetto di Yeite, un cocktail bar concepito come uno spazio intimo e identitario nel quartiere di Conde Duque. Un luogo pensato per ritrovarsi, ascoltare musica e degustare cocktail ricercati, dove l’atmosfera è garantita dai materiali, dagli arredi e dall’illuminazione. Il nome del locale deriva dal termine argentino yeite, una parola colloquiale che indica un espediente, un trucco del mestiere o una soluzione personale e non convenzionale. Un riferimento coerente all’approccio sperimentale e ricercato del cocktail bar spagnolo. La costruzione di un carattere: materia, memoria e identità Per i progettisti - Luis Gil, Lorenzo Gil, Carla Morán - ogni intervento prende forma a partire dalla costruzione di un carattere: un insieme di riferimenti, suggestioni, figure e scenari che vengono tradotti in architettura attraverso la disposizione degli elementi e la scelta dei materiali. In questo caso, il contesto gioca un ruolo fondamentale. Conde Duque è infatti uno dei quartieri più autentici della capitale spagnola, abitato da una vivace comunità di designer, artisti, attori e professionisti accomunati da una forte sensibilità culturale ed estetica. Yeite interpreta questo spirito attraverso un linguaggio che unisce sperimentazione e memoria, ricerca formale e dimensione quotidiana. Il progetto si sviluppa attorno al bancone centrale, un volume monolitico in granito disposto parallelamente al percorso laterale e concepito come il fulcro delle attività che animano il locale. Da questo elemento prende avvio l’intera organizzazione dello spazio. «Il bancone rappresenta una sintesi tra qualcosa di spirituale, come un altare in pietra grezza, massiccio e radicato, e qualcosa di scientifico, come un banco da laboratorio in acciaio inox», spiegano i progettisti. Attorno a questo nucleo si costruisce un ambiente in cui non esiste una distinzione netta tra architettura, superfici e arredi. Tutti gli elementi partecipano alla definizione di un linguaggio coerente e continuo, dove l’arredo non è concepito come un’aggiunta decorativa ma come parte integrante dello spazio. Nulla è pensato secondo un’idea convenzionale di comfort: le forme sono scultoree, talvolta | 30


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HO.RE.CA.

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sperimentali, ma trovano equilibrio nella sincerità dei materiali e nella loro capacità di trasmettere una sensazione di naturalezza. Lo stesso approccio si riflette nella proposta del locale, fatta di cocktail non convenzionali, lontani dalle formule più immediate e rassicuranti, ma saldamente ancorati a valori e riferimenti universali. Un paesaggio materico tra luce, colore e arredi Nell’ambiente gli arredi e gli oggetti sembrano perdere la loro funzione originaria per assumere una presenza quasi astratta e geometrica. Tavolini circolari con piani in granito e sedute in legno di castagno, dalle forme essenziali ma ricche di carattere, evocano la semplicità delle tradizionali osterie madrilene, contribuendo a definire un ambiente familiare e al tempo stesso inaspettato. Materiali e illuminazione concorrono alla costruzione di un’atmosfera sospesa, che richiama le tonalità del crepuscolo. Le discrete applique Fresnel 1148 di Joe Colombo accolgono i visitatori all’ingresso, mentre le lampade da parete A910 di Alvar Aalto introducono un preciso riferimento alla storia del design. A queste si aggiunge la presenza della lampada Tolomeo di Artemide, espressione di un’altra iconica stagione progettuale. La convivenza di linguaggi differenti genera profondità visiva e una sensazione domestica, come accade nelle proprie case, dove gli oggetti si stratificano senza seguire un disegno prestabilito. Una parete in vetrocemento filtra una luce intensa e rossastra, simile al sole al tramonto, accompagnando lo sguardo e il movimento verso il livello inferiore. A terra, una pavimentazione in gomma industriale con texture circolare in rilievo introduce un contrappunto materico al blocco centrale in pietra, ridimensionandone la monumentalità. Il risultato richiama, per certi aspetti, l’effetto di un mosaico reinterpretato in chiave contemporanea e quotidiana. A unificare l’intero progetto è infine il blu Yves Klein delle pareti, vibrante alla luce del giorno e profondo nelle ore serali. Questo colore avvolge lo spazio e ne amplifica il carattere, diventando il filo conduttore capace di mettere in relazione materiali, arredi e luce in un’unica esperienza percettiva, non convenzionale.

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ph. Oscar Hernández


LAIVA PLAZA SAN JOSÉ DEL CABO

Geometria, materia, colore, superfici tattili e sequenze volumetriche costruiscono un’architettura alberghiera contemporanea, in continuità con lo spazio pubblico e profondamente radicata nell’identità del Messico.

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Situato nel centro storico di San José del Cabo, in Messico, Laiva Plaza, progettato da RA! e realizzato dal Grupo Laiva, è un boutique hotel concepito come un elemento urbano integrato nel tessuto pedonale della città. Gli architetti di RA! — studio fondato nel 2017 a Città del Messico da Cristóbal Ramírez de Aguilar, Pedro Ramírez de Aguilar e Santiago Sierra — hanno immaginato un edificio non estraneo al contesto, ma una presenza capace di instaurare una relazione diretta con il ritmo della città. Piuttosto che posizionare l’ingresso a filo del marciapiede, gli architetti hanno arretrato il piano | 36

terra, generando una soglia urbana coperta che estende simbolicamente lo spazio pubblico all’interno dell’edificio. Questo elemento intermedio costruisce una sequenza di ombra, ventilazione e transizione tra esterno e interno, instaurando una continuità percettiva tra spazio urbano e spazio dell’ospitalità. In questo modo l’esperienza dell’ospite non inizia all’ingresso, ma prende forma già nell’area di attraversamento: una successione di soglie, aperture e condizioni atmosferiche che accompagna il passaggio dalla dimensione pubblica della città a quella più raccolta e privata dell’hotel.


Facciata, geometria e “genius loci” Il disegno ritmico della facciata definisce aperture, ombre e profondità, costruendo un involucro che interpreta in chiave contemporanea il linguaggio locale. Il progetto prevede un sistema di pareti intrecciate che creano una serie di piccoli cortili e terrazze. Gli architetti hanno tratto ispirazione dal papel picado, le tradizionali bandierine di carta traforata che animano le strade messicane e che qui vengono reinterpretate attraverso un sistema di pieni e vuoti capace di modellare luce e diversificare l’esperienza.

La finitura in stucco applicata artigianalmente e il colore rosso non agiscono come semplice rivestimento, ma costruiscono l’identità dell’edificio attraverso variazioni tattili, riflessi e matericità. La superficie diventa così un elemento progettuale che lega il nuovo intervento al contesto culturale e climatico di San José del Cabo, conferendo all’architettura una presenza contemporanea e radicata. L’edificio è destinato a uso misto e commerciale al piano terra, si sviluppa poi su due livelli per le camere da letto e si conclude con il tetto che accoglie 37 |


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un roof garden dedicato alla permanenza e alla vista sulla città. Il volume dell’edificio arretra progressivamente ai livelli superiori, adattandosi agli edifici già esistenti e riducendo l’impatto percettivo dell’intervento all’interno del centro storico. Il cortile come dispositivo climatico Internamente, il progetto si organizza attorno a un cortile centrale verticale che distribuisce i percorsi, introduce luce naturale e favorisce la ventilazione trasversale. Questo vuoto funziona come un dispositivo ambientale che contribuisce alla regolazione del microclima dell’edificio e riduce la dipendenza da sistemi meccanici, generando condizioni di comfort attraverso strategie passive. Le scale dialogano visivamente con il cortile attraverso aperture circolari che consentono agli ospiti di mantenere una relazione costante con il vuoto centrale durante gli spostamenti tra i livelli. | 38


Materia e percezione In tutto il progetto è stato utilizzato un pavimento in piastrelle di terracotta per conferire calore e consistenza, rafforzando il carattere tattile e materico degli spazi. All’interno delle stanze e delle aree comuni, le pareti presentano un intervento in marmo travertino di Veracruz, che aggiunge resistenza e un sottile contrasto agli interni.

“Volevamo che gli ospiti non vivessero soltanto il comfort di un hotel, ma un’esperienza architettonica capace di lasciare un ricordo. Luce, ombra, ventilazione naturale e sequenze volumetriche sono state progettate per trasformare ogni passaggio in un momento da vivere: una scala che diventa punto di osservazione, un percorso che si trasforma in soglia, una transizione ombreggiata tra città e interno. Crediamo che l’architettura rimanga nella memoria attraverso le emozioni che riesce a generare, ed è proprio questa l’esperienza che abbiamo voluto costruire al Laiva Plaza Hotel.” Studio RA!

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ph. Giovanni Hänninen, Davide Lovatti, Lea Anouchinsky. Courtesy Vista Ostuni


VISTA OSTUNI

Nell’ex Manifattura Tabacchi affacciata sulla Città Bianca, RMA Roberto Murgia Architetto firma la rinascita di un edificio industriale dismesso: 28 suite e camere, due ristoranti, tre piscine e una spa, dentro una cornice che intreccia il lusso discreto del brand Vista, la materia pugliese e la memoria del luogo.

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Vista Ostuni è un’architettura pensata per ospitare, con radici che si nutrono della storia e della memoria del territorio. Protesa verso il mare, l’ex Manifattura Tabacchi è stata riportata a nuova vita: si sono riaperte le porte di un edificio di valore, impreziosito dagli scorci sulla Città Bianca e sulla piana degli ulivi. I dettagli architettonici originali, valorizzati con sapienza, e la luce che inonda le stanze grazie alle ampie aperture sono disegnati con cura meticolosa. Intervenire su un edificio storico impone il rispetto delle sue radici culturali, ambientali e sociali. L’ospitalità viene reinterpretata attraverso materiali naturali e geometrie della tradizione, forme semplici ma ricche di dettagli ricercati: il genius loci è il germe, prima, e l’anima, poi, del progetto. In RMA la progettazione parte dalla cura per il patrimonio storico e dal desiderio di svelare territori negletti, attraverso il recupero di materiali e tradizioni incastonati in composizioni architettoniche contemporanee. Vista racconta così l’Italia anche attraverso il recupero di architetture storiche, portando valore a destinazioni meno convenzionali e proponendo ritmi lenti, tranquillità, esperienze intime. L’edificio si sviluppa su 6.000 mq e 5 piani, a cui si aggiungono 1.200 mq di terrazzi e 3 ettari di giardino. Ospita 28 tra suite e camere con una superficie media di 60 mq ciascuna, 2 ristoranti, l’Infinity Bar sul rooftop e il Chiostro Bar per un drink in un ambiente raccolto. Completano l’offerta 3 piscine — due esterne, tra cui un’Infinity Pool in terrazza, e una interna — oltre a una spa, un beauty center e una palestra. La sfida principale è stata tenere insieme tre identità: il DNA del brand Vista, fatto di lusso discreto e intimità raffinata; il carattere del territorio pugliese, con la sua materia, i suoi colori e le sue tradizioni; l’anima dell’edificio, con la memoria stratificata nei materiali e nelle proporzioni. A legarle è un filo narrativo che attraversa ogni ambiente ed evoca l’immaginario delle vacanze italiane e il design made | 42


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in Italy, dai grandi classici alle sperimentazioni dei giovani designer che reinterpretano l’artigianato locale. A ispirare il progetto ha contribuito anche il Mediterraneo, culla di civiltà e modellatore, nei secoli, di paesaggi, architetture e modi di abitare. Lo studio dei materiali racconta una relazione autentica con il territorio: marmi locali per le aree comuni, breccia Sant’Antonio per i terrazzi, legno naturale nelle camere, chianche recuperate dall’edificio originario per il giardino. Un racconto del saper fare italiano, con radici nella tradizione e sguardo al futuro. Gli interni sono pensati come paesaggi abitabili, dove ogni elemento appartiene a un sistema armonico: i servomuti nelle zone soppalcate, con ripiani, svuota tasche e specchi; i cocoon ricavati nelle nicchie nello spessore dei muri, illuminati dalla luce calda del Sud; le cabine armadio essenziali, complete di sedute, appenderie e vani contenitivi. La palette cromatica, calibrata sulle tonalità originali degli intonaci e delle superfici storiche, restituisce un’identità coerente, radicata nel paesaggio e nella cultura del luogo.

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BOUTIQUE GUEST HOUSE

Lerici Charme Nel centro storico di Lerici, l’architetto Elena Tassi ha trasformato un edificio antico in una boutique guest house. Cento metri quadri su cinque livelli, dove a tenere insieme la palette ci sono smalti e resine che rimandano la luce, ringiovaniscono il cotto antico e accompagnano l’effetto boiserie delle camere.

L’edificio ha gli anni e la pietra dei palazzi che lo circondano, nel centro storico di Lerici. All’architetto è stato chiesto di trasformarlo in una boutique guest house, 100 metri quadri su cinque livelli: piano terra, primo, secondo, terzo e una camera mansardata con il suo terrazzino privato. Il restyling è partito da un passo indietro. “Avevamo pensato in un primo momento di usare carte da parati diverse per ogni stanza - racconta l’architetto Elena Tassi - Ma ci siamo accorti che andavamo a seguire una questione di tendenza più che l’anima dell’edificio. Volevamo che a parlare fosse l’edificio”. Da lì è nato il filo conduttore vero del progetto: un’armonia tra materiali, colori e luci percepita ma non esibita, costruita perché il dialogo tra le superfici avvenga in maniera naturale. “La semplicità è la cosa più complicata del mondo - ricorda l’architetto citando Vico Magistretti - Soprattutto in un edificio antico, che in un attimo diventa pesantissimo, e va invece alleggerito”. Il punto di partenza, sul piano cromatico, è stato il pavimento in legno scuro trattato. “Il legno aveva un tono freddo - spiega l’architetto - e il primo gesto è stato cercare i colori e l’illuminazione giusti per scaldare l’ambiente”. Nelle camere domina così una palette calda, mediata dalle luci e dall’arredo. “L’armonia cromatica nasce alla base, poi è la luce a completare”. Nei bagni il ragionamento si rovescia: pavimento scuro, palette fredda, e una scelta luminosa più decisa, applique di design e uno smalto brillante a fare da rimbalzo della luce sulle superfici. Il tocco prezioso della palette è un turchese che ritorna anche nel logo del progetto. Il primo riferimento era il Tiffany, un colore che connota qualcosa di prezioso. Ma andava cercata la lunghezza d’onda esatta capace di dialogare con il cotto antico dell’edificio. Da lì è arrivato il tono giusto, quello che si vede nella hall. I materiali che tengono insieme il progetto sono resina e smalto. L’architetto ne ha fatto un uso esteso e ragionato: la resina nel mosaico dei bagni (“iper resina” di Giorgio Graesan), gli smalti nel rivestimento a effetto boiserie delle camere, della hall, perfino sul rivestimento esterno dell’ascensore. È una scelta tecnica oltre che estetica. “Cerco materiali e sistemi coprenti, elastici, non secchi – spiega – Quando un materiale è troppo asciutto non segue il movimento dei supporti, non aderisce o attacca tecnicamente come dovrebbe, non ha quella morbidezza, e il risultato è meno bello. O peggio, possono verificarsi bolle o distacchi”. La materia brillante svolge anche un compito preciso nell’economia luminosa del progetto: rimanda la luce, compensa la profondità del pavimento scuro e ringiovanisce la pietra esistente, che torna a respirare sotto il colore.


La boiserie smaltata non corre lungo tutte le pareti, ma solo su porzioni precise. È una scelta che porta con sé anche una funzione: lasciare alle pareti restanti la possibilità di respirare con materiali traspiranti, attenzione necessaria in un edificio del centro storico esposto al rischio di umidità. La ventilazione naturale è risolta da un camino di aerazione interno, che lavora in tandem con la traspirabilità degli intonaci. Sulla luce l’architetto Tassi ha lavorato a strati. Strip LED nascoste lungo le cornici per disegnare i volumi, applique di design come momento d’autore, luce calda nelle camere per ammorbidire la palette di base e dialogare con il legno scuro a pavimento. Anche la scelta di una porta a vetri in punti strategici risponde alla stessa logica: separare gli ambienti senza interrompere il passaggio della luce. Il restyling ha dovuto fare i conti con la natura dell’edificio. Le infiltrazioni tipiche di un fabbricato antico in centro storico hanno richiesto un intervento puntuale di impermeabilizzazione, in particolare sul terrazzino e nel sottotetto, dove si è agito con guaina. Gli impianti hanno chiesto cura, e il calendario imposto dall’apertura della stagione turistica ha lasciato poco margine. “Avere avuto la possibilità di avviare i lavori per tempo è stato fondamentale – conclude l’architetto – Siamo riusciti a chiudere prima della stagione”. Alla fine, è il cotto antico rustico a tornare protagonista, con una finitura opaca e una posa strutturata a spina di pesce che valorizza il sapore storico della struttura, seppur ringiovanito dal turchese della hall e dalla luce calda delle camere. Un restyling che si vede poco perché funziona molto: l’armonia, qui, è percepita più che esibita.

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A pochi metri dal mare di Giovino, tra il paese e la pineta, nasce un hotel che si ispira alla storica fornace di mattoni lavorati a mano dell’omonima famiglia.

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Cultura, natura e sostenibilità sono tre caratteristiche che contraddistinguono il progetto dell’Hotel Cusimano, ispirato dalla fornace di mattoni lavorati a mano di proprietà da oltre 50 anni dell’omonima famiglia, nota per il suo ruolo nei restauri del Colosseo, degli scavi di Pompei, Ercolano e molti altri. Costruire un hotel impreziosito dall’utilizzo di questo materiale significa portare quella competenza fuori dai cantieri archeologici e dentro la vita quotidiana di chi abita la struttura. Situato a Catanzaro Lido, a pochi passi da una pineta e a circa 100 metri dalle spiagge di Giovino, Hotel Cusimano nasce proprio da questo cortocircuito tra materiale storico e uso contemporaneo. L’art direction e il progetto di Interiors portano la firma dell’architetto Alberto Zanetta, mentre il progetto architettonico è frutto della collaborazione tra l’Ingegner Maurizio Tavano e gli architetti Luca Provenzano e Alberto Zanetta. L’obiettivo dichiarato è stravolgere il modo in cui il cotto viene normalmente impiegato, dal semplice rivestimento a superficie o pavimento, per farne invece un vero materiale di design, sviluppato a partire dagli stessi modelli già in produzione in fornace. Dal tetto alla lampada Il primo gesto in questa direzione riguarda gli embrici, le tegole curve tradizionalmente destinate ai tetti, che nel progetto diventano lampade a parete. Un passaggio che ribalta la funzione originaria del pezzo senza modificarne la forma: la stessa curva pensata per far scorrere l’acqua piovana diventa oggi lo schermo che modula la luce. Stesso principio per i bessali, i mattoni fatti a mano piatti e sottili utilizzati dalla Cotto Cusimano per i restauri del Colosseo, reinterpretati come tavolini e rivestimenti per le fioriere. In entrambi i casi il punto di partenza non è un disegno nuovo, ma un manufatto già esistente nel catalogo della fornace, a cui viene semplicemente cambiato l’uso. La parte più tecnica del progetto riguarda il piano terra, dove il vincolo era mantenere il più possibile la superficie libera, evitando di creare volumetria chiusa. La soluzione è arrivata dai mattoni forati, inseriti all’interno di intelaiature in alluminio che funzionano come vere e proprie pareti scorrevoli. La foratura dei mattoni permette il passaggio dell’aria e la continuità | 50


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visiva tra dentro e fuori, mentre lo scorrimento consente di modulare lo spazio sottostante secondo necessità. Il cotto ricompare anche nelle pavimentazioni di una delle terrazze con una trama che richiama la pavimentazione di epoca romana del Parco Archeologico di Scolacium nei pressi di Catanzaro. Nel ristorante dell’hotel, il materiale entra anche nell’area dedicata all’esposizione del vino, dove coppi e listelli sono stati pensati come supporti per le bottiglie, retroilluminati per valorizzarne la trama. Dietro le singole applicazioni c’è un’idea più ampia: un hotel pensato per accogliere gli ospiti e farli entrare in contatto diretto con un materiale antico ma sorprendentemente attuale. Un luogo dove soggiorno, formazione e sperimentazione si incontrano, grazie a spazi dedicati a workshop, conferenze e attività esperienziali che permettono di scoprirne qualità, potenzialità e tecniche di lavorazione. L’intera struttura è progettata per essere flessibile: ambienti che si

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riconfigurano facilmente in base alle esigenze e spazi esterni che ampliano le possibilità d’uso, con pergole e aree modulari pensate per eventi, incontri e momenti di relazione. Un dialogo continuo tra architettura, natura e materia. Non tutto, nel progetto, è cotto, ed è proprio questa selettività a rendere credibile l’operazione. Nella zona wellness, dove l’acqua pone problemi di tenuta e disinfezione, il cotto compare solo nei camminamenti, su piattaforme galleggianti. La piscina, riscaldata e dotata di varie postazioni per idromassaggio, resta fruibile anche nella stagione fredda, una novità per un’area dove non esistono strutture di questo tipo con una componente di benessere paragonabile. Una delle terrazze è annessa alla private spa, affittabile per eventi privati, mentre palestra e ristorante completano la dotazione dell’hotel. A caratterizzare gli esterni sono sei grandi vele in tessuto tecnico Serge Ferrari retroilluminate, realizzate da Eoss Architettura, e capaci di richiamare, nella forma, le barche pronte a salpare

del paesaggio marittimo circostante. La loro funzione principale è climatica: abbattere l’irraggiamento solare sulle facciate, mantenendole più fresche e ventilate e contribuendo a ridurre i consumi energetici dell’edificio. La retroilluminazione RGBW permette inoltre una comunicazione scenografica e visiva a tutti gli effetti: le vele possono essere, ad esempio, modulate con i colori sociali del Catanzaro Calcio, di cui Cotto Cusimano è sponsor, in occasione di eventi legati alla squadra. Il filo che tiene insieme il progetto, dal singolo embrice trasformato in lampada fino alle vele che schermano il sole, è lo stesso: un materiale che ha attraversato duemila anni di storia italiana, dai tetti romani ai cantieri di restauro contemporanei, viene qui messo alla prova su un terreno nuovo, quello del design d’interni e dell’ospitalità, senza perdere la matrice artigianale che lo ha reso, prima ancora che un materiale da costruzione, il prodotto di un mestiere da tramandare.


Nel 1972 Andrea Cusimano, palermitano di origine, si imbatte in una piccola cava di argilla nei pressi di Catanzaro con annessa una fornace artigianale, e decide di fermarsi. Nasce così Cotto Cusimano, oggi azienda calabrese giunta alla terza generazione, con sede a Settingiano (Catanzaro). Da oltre cinquant’anni lavora esclusivamente argilla locale calabrese, con metodi produttivi moderni ed efficienti dal punto di vista energetico, per realizzare pavimenti, rivestimenti e coperture in cotto tradizionale dalle caratteristiche sfumature rosate mediterranee.

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ph. Jose Hevia


Cheriff BARCELLONA Dalla riqualificazione di una storica pescheria nel quartiere della Barceloneta nasce un ristorante che costruisce un dialogo misurato tra identità locale e nuova ospitalità.

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Intervenire su spazi che custodiscono la memoria di una comunità significa misurarsi con un equilibrio sottile: quello tra storia e innovazione, tra permanenza e trasformazione, tra materia ereditata e nuovi segni del progetto. Come costruire, in questo contesto, uno spazio che vada oltre il tempo, in cui tradizione e contemporaneità possano coesistere senza gerarchie? È da questi interrogativi che lo studio di architettura e design Mesura ha sviluppato il progetto di riqualificazione del ristorante Cheriff di Barcellona, nel quartiere della Barceloneta. L’intervento interpreta lo spazio attraverso un linguaggio contemporaneo, senza intaccarne il valore identitario, intervenendo su uno dei luoghi simbolici della tradizione gastronomica locale. Nato negli anni Settanta come piccola pescheria di quartiere per iniziativa di Pedro Ruipérez, detto “lo Sceriffo”, il ristorante si è progressivamente radicato nella memoria collettiva della Barceloneta. Progettare per continuità Il progetto si fonda su un principio di continuità: non sovrascrivere l’esistente, ma lavorare per stratificazione leggera, attraverso un linguaggio essenziale. Lo studio Mesura interviene per sottrazione e affinamento, introducendo elementi puntuali che ridefiniscono lo spazio senza interromperne la memoria. La scansione originaria degli ambienti, eredità della vecchia pescheria, rimane invariata, così come la sequenza di spazi raccolti che accompagna il percorso dall’ingresso. Materia, artigianato e memoria Anche la scelta dei materiali segue questa logica. Il progetto affida alla materia e al colore il com-

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pito di costruire continuità tra passato e presente. Legno e ottone esistenti vengono recuperati e reinterpretati come rivestimenti continui di pareti e soffitti, mentre il metallo si traduce in arredi realizzati su misura. Per rafforzare ulteriormente il legame con il territorio, Mesura coinvolge una rete di artigiani locali, che diventano parte integrante del progetto. In questo contesto, l’artigianato non assume un ruolo decorativo, ma diventa uno strumento per introdurre intensità tattile, precisione e valore all’interno dello spazio. Il pavimento, realizzato con la tecnica artigianale alla veneziana o terrazzo, gettato in opera, diventa elemento centrale del racconto materico. Una miscela di marmo, quarzo, granito e scaglie di vetro, legata da un composto cementizio e polimerico, dà forma a una superficie continua. Il disegno alterna una trama geometrica con piastrelle in marmo bianco a campiture omogenee in blu navy, instaurando un riferimento diretto al Mar Mediterraneo. La palette chiara degli interni, amplificata dalla presenza di tende leggere che, come quinte, segnano la planimetria, viene interrotta da innesti curvi in blu profondo. Segni che introducono ritmo e profondità, senza alterare l’equilibrio complessivo. Ne risulta un ambiente che rinuncia alla nostalgia del passato e costruisce una propria contemporaneità silenziosa e raffinata: uno spazio in cui la memoria del luogo continua attraverso materia, colore e misura del progetto.

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Maria Vittoria Paggini CASAORNELL A di Chiara Poggi

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Cresciuta in una famiglia di orafi, la designer toscana Maria Vittoria Paggini ha trasformato il suo appartamento déco a due passi dai Navigli in Casaornella: una casa da attraversare che si reinventa a ogni Milano Design Week. Quest’anno il tema ‘Animale Sociale – Nessuno mi può giudicare’ ha cancellato porte e separazioni e fatto dello spazio un luogo di contatto, dove perfino il bagno smette di essere privato. Con lei parliamo della materia come linguaggio: carte da parati, ceramica, superfici da toccare prima che da vedere. Casaornella Sleepover è il passo che porta il suo modo di abitare dentro l’ospitalità.


ARCHI-PEOPLE

Prima di parlare di Casaornella, vorrei partire da te: come nasce il tuo percorso nel mondo del design e quali esperienze hanno contribuito a definire il tuo sguardo progettuale? Il mio percorso non nasce in modo lineare. Vengo da una famiglia di orafi e credo che il mio primo approccio al progetto sia stato proprio attraverso gli oggetti: osservare come vengono costruiti, come invecchiano, come portano addosso le tracce delle persone che li usano. Prima ancora del design mi interessava la capacità delle cose di raccontare storie. Negli anni ho lavorato tra design, ricerca estetica e interior design. Il mio sguardo si è formato più attraverso l’osservazione delle persone, dei luoghi e delle case vissute che attraverso le regole accademiche del progetto. Mi interessa creare ambienti che abbiano una personalità, non necessariamente una perfezione.

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Casaornella nasce come spazio domestico ma oggi è diventato una piattaforma progettuale e relazionale. Quando hai capito che la casa poteva trasformarsi in un luogo di esperienza condivisa? Me ne sono accorta quasi subito. Le persone entravano e si comportavano in modo diverso rispetto a una galleria o a uno showroom. Si sedevano, parlavano, si fermavano più del previsto. Ho capito che la casa aveva una forza particolare: abbassa le difese. È uno spazio che invita naturalmente alla relazione. Da lì è nato tutto il resto. Casaornella non è mai stata pensata come un luogo da osservare, ma come un luogo da attraversare. Quanto c’è di autobiografico nei progetti che realizzi? Molto, anche quando non è evidente. Ogni progetto nasce quasi sempre da una doman-

da che mi sto facendo in quel momento della vita. Non mi interessa raccontare me stessa in modo esplicito, ma usare lo spazio per esplorare temi che sto vivendo o osservando. In questo senso ogni edizione di Casaornella è una sorta di diario aperto, quasi terapico, anche se poi diventa qualcosa che appartiene a chi la visita. Il tema di quest’anno, Animale Sociale – Nessuno mi può giudicare, mette al centro il bisogno di prossimità e interazione. Come si traduce questo concetto nello spazio fisico? Volevo costruire una casa in cui connettersi. Abbiamo eliminato molte separazioni tradizionali tra gli ambienti e creato una sequenza di spazi che favoriscono l’incontro. La cucina dialoga con il soggiorno, la camera da letto si apre verso le altre stanze, persino la sala da bagno diventa un luogo da condividere. Mi interessa-


va raccontare una casa che non protegge dalle relazioni ma che, al contrario, le incoraggia. Cosa vuol dire per te costruire un’esperienza oltre il singolo elemento d’arredo? È fondamentale. Un bell’oggetto da solo non basta a creare un’emozione. Mi interessa il modo in cui gli elementi dialogano tra loro, la luce che li colpisce, i materiali che si incontrano, i suoni, i profumi, le persone che abitano quello spazio. Progetto atmosfere prima ancora che ambienti. Le cene e gli appuntamenti del Club Casaornella trasformano lo spazio in un luogo vissuto. Come nasce l’idea di utilizzare convivialità e ospitalità come parte integrante del racconto progettuale? Perché una casa esprime il suo carattere soprattutto quando viene abitata. Una cena, una conversazione o un incontro raccontano molto più di qualsiasi rendering. Mi piace osservare come le persone si muovono nello spazio, quali angoli scelgono, dove si fermano a parlare. L’ospitalità è diventata una parte naturale del progetto perché completa il racconto dell’interior design. Pensi che l’abitare contemporaneo stia assorbendo dinamiche tipiche dell’hôtellerie? Assolutamente sì. Credo che oggi molte persone cerchino nelle proprie case sensazioni che un tempo associavano ai viaggi: benessere, comfort, ritualità, cura dei dettagli. Allo stesso tempo gli hotel stanno diventando sempre più domestici. Mi sembra che i due mondi si stiano avvicinando progressivamente fino quasi a sovrapporsi. Casaornella Sleepover rappresenta un’evoluzione importante del progetto. Come nasce l’idea di portare la vostra visione dell’abitare nel mondo dell’ospitalità? È una conseguenza naturale del percorso fatto finora. Negli anni molte persone ci hanno detto che avrebbero voluto vivere davvero dentro Casaornella, non soltanto visitarla durante la Design Week. Sleepover nasce da questo desiderio. L’idea è creare luoghi che conservino il carattere narrativo e progettuale di Casaornella ma che possano essere abitati, anche solo per pochi giorni. 63 |


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Nei tuoi progetti la materia ha sempre una presenza molto forte. Ci racconti come vivi il rapporto tattile e sensoriale con superfici e materiali? Scelgo i materiali non solo con gli occhi ma anche con le mani. Mi interessa il modo in cui una superficie riflette la luce, la sua temperatura, la sua irregolarità e l’accostamento tra materiali apparentemente molto distanti tra loro, amo i contrasti e la tensione. La materia è il linguaggio attraverso cui una casa comunica. Le carte da parati di Casaornella hanno sempre una forte personalità. Che ruolo hanno nel definire l’identità degli spazi? Per me sono come un elemento narrativo. Una parete può trasformarsi in un ricordo, una suggestione. Le carte da parati permettono di introdurre una dimensione immaginifica che altri materiali difficilmente riescono a | 64

raggiungere. Spesso sono loro a dare il tono emotivo al progetto. Anche la sala da bagno, in Casaornella, perde la sua dimensione più privata per trasformarsi in uno spazio aperto e dialogante. Come cambia secondo te il modo di progettare questi ambienti? Credo che il bagno stia vivendo una trasformazione molto interessante. Non è più soltanto uno spazio funzionale ma una stanza dedicata al benessere, alla cura e al tempo lento. Per questo motivo penso che meriti la stessa attenzione progettuale che dedichiamo al soggiorno o alla cucina. Può diventare uno degli ambienti più espressivi della casa. Le superfici ceramiche all’interno del progetto hanno una funzione anche espressiva? Sì, assolutamente. La ceramica oggi permette

di lavorare sul colore, sulla texture e sulla percezione dello spazio in modi molto sofisticati. Non la considero un semplice rivestimento ma uno strumento progettuale vero e proprio. Può costruire un’atmosfera tanto quanto un arredo. I partner entrano nel progetto in maniera molto integrata. Quanto conta per te costruire collaborazioni con aziende che condividono una stessa sensibilità progettuale? Conta moltissimo. Casaornella non è un contenitore neutro e non aspira a esserlo. Ogni progetto nasce da una visione precisa e da un modo molto personale di intendere la casa, il design e le relazioni. Per questo non collaboriamo semplicemente con aziende con ottimi prodotti, ma realtà che parlino la nostra stessa lingua e che abbiano il coraggio di condividere una visione. Mi interessa lavorare con partner


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che comprendono il valore della contaminazione, della ricerca e di una certa libertà progettuale. Le collaborazioni migliori nascono quando non c’è bisogno di convincersi a vicenda. Ci si riconosce. E da quel riconoscimento diventa possibile costruire qualcosa che va oltre una semplice presenza all’interno di uno spazio. Casaornella riesce a mettere in relazione mondi diversi — design, arte, aziende, ospitalità — senza che il risultato appaia costruito. Qual è il segreto di questo equilibrio? Probabilmente il fatto che non partiamo mai dalle categorie. Partiamo dalle persone, dalle idee e dalle affinità. Se una collaborazione ha senso umano e culturale, allora trova natural-

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mente il proprio posto nel progetto. Non cerchiamo di costruire solo un ecosistema, cerchiamo di frequentarlo. Guardando al futuro, come immagini l’evoluzione di Casaornella nei prossimi anni? Più casa, più hospitality o sempre più piattaforma culturale? Mi piacerebbe che rimanesse tutte queste cose contemporaneamente. La casa continuerà a essere il punto di partenza, ma credo che Casaornella stia diventando sempre più una piattaforma capace di generare incontri, progetti, ospitalità e visioni. Più che crescere in una sola direzione, vorrei che continuasse a contaminarsi.

L’ultima domanda è una curiosità un po’ più pop della nostra redazione. Ci colpiscono sempre le vostre colonne sonore. Come scegliete le playlist? Le playlist arrivano sempre molto prima di quanto si possa immaginare. Spesso una canzone entra nel progetto prima di un colore o di un materiale. La musica ci aiuta a capire il tono emotivo che stiamo cercando. Non seguiamo un genere preciso: passiamo da Mina a Franco Battiato, da Lucio Dalla a Tullio de Piscopo, da una colonna sonora elettronica a una canzone pop dimenticata degli anni Ottanta. La regola è una sola: deve sembrare la colonna sonora di una vita, non di un evento.


CERAMIC SURFACES

moooiceramicsurfaces.com


La cucina è il luogo dell’autenticità. È qui che prende forma quello che mangiamo, e cioè ciò che siamo. Le superfici sono il palcoscenico discreto e funzionale di una ritualità che scandisce i giorni di lavoro, con i loro tempi compassati, e quelli della festa. Accolgono la nostra personalità, la convivialità e danno forma a un’estetica che parla di cultura, memoria e progetto. Con la rubrica Kitchen Surfaces celebriamo questo incontro tra design e vita quotidiana, tra bellezza e funzionalità, attraverso una selezione di prodotti che trasformano ogni piano in una storia da raccontare. E da ammirare.


K I T C H E N

S U R F A C E S


KITCHEN SURFACES

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The Top | MARAZZI Con The Top, Marazzi porta il gres porcellanato nel mondo delle grandi superfici d’arredo, sia in ambito residenziale che commerciale. La collezione di grandi lastre, disponibile nei formati 160x320 e 162x324 cm, nasce per dare forma a top cucina e bagno, lavabi, backsplash, tavoli, ante e soluzioni su misura, offrendo un equilibrio tra valore estetico, prestazioni tecniche e libertà compositiva. Igieniche, resistenti e stabili nel tempo, le superfici The Top sono proposte nelle finiture matt, satinata e lucida, con un linguaggio materico che spazia dal cemento alla pietra, fino alle suggestioni marmoree. Un catalogo ampio e trasversale, pensato per rispondere alle esigenze dell’interior design contemporaneo, dove continuità visiva, dimensione architettonica e funzionalità diventano parte

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dello stesso progetto. Tra le novità, Concrete Look rinnova l’estetica del cemento attraverso una lettura sofisticata e metropolitana. La linea si arricchisce di Slow, ispirata alle terre battute a mano e proposta nelle tonalità Pomice, Calce e Argilla, dove imperfezioni calibrate e profondità grafica restituiscono una superficie viva e naturale, resa ancora più realistica dalla tecnologia 3D Ink. A completare la proposta, Ivory introduce una nuova nuance chiara, dalla superficie matt leggermente strutturata, capace di unire sobrietà cromatica e percezione tattile. Anche Stone Look amplia il racconto della pietra naturale, combinandone la forza espressiva con le performance del gres porcellanato. La tecnologia 3D Ink consente di ottenere una matericità autentica

e dettagli fedeli all’originale, valorizzando ogni lastra come elemento d’arredo e non solo come rivestimento. Le nuove proposte comprendono Tivoli, ispirata ai travertini romani e disponibile nei colori Bianco, Beige e Grigio; Pietra di Sicilia, caratterizzata da un fondo compatto attraversato da venature calde, nelle tonalità Bianco, Beige e Grigio; e Silver Root White, variante chiara del marmo turco, che affianca la versione Grey con venature scenografiche di forte impatto visivo. The Top conferma così la capacità di Marazzi di trasformare la superficie ceramica in un sistema versatile per l’interior design: resistente, decorativo e progettualmente flessibile, capace di dialogare con cucine, bagni e spazi contract attraverso soluzioni continue, personalizzabili e ad alto contenuto estetico.


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Offroad Kitchen PORCELANOSA Trasformare il giardino o la terrazza in un prolungamento degli interni è una tendenza sempre più diffusa: le cucine da esterno permettono di sfruttare al massimo gli spazi aperti della casa, reinventando ogni angolo come zona di ritrovo, relax e gastronomia. Una cucina da esterno ben attrezzata evita spostamenti inutili verso l’interno, permette di preparare e servire i piatti nello stesso spazio e aumenta il valore dell’abitazione. Porcelanosa propone una soluzione che unisce funzionalità e design con la sua divisione di cucine Gamadecor: Offroad Kitchen, un nuovo concetto di cucina outdoor realizzato con materiali di alta qualità e configurazione modulare, adattabile a qualsiasi ambiente. Offroad Kitchen è la cucina da esterno sviluppata da Gamadecor che combina resistenza, estetica e versatilità: una proposta pensata per resistere a pioggia, sole, vento e sbalzi di temperatura, senza rinunciare a funzionalità ed estetica. Realizzata con pannelli in alluminio e superfici di grande formato, incorpora piani di lavoro in XTONE o Krion®, per la massima durata e un’estetica impeccabile; l’assenza di ostacoli amplia la superficie di lavoro e la trasforma in un punto di ritrovo. Il design modulare si adatta a qualsiasi spazio, con cassetti e armadi ad apertura fluida e componenti integrati: un insieme innovativo che ha permesso a Gamadecor di aggiudicarsi il premio Good Design 2022.

Gamadecor, Nedra è prodotta in Krion® e XTONE, due dei materiali più innovativi di Porcelanosa Grupo. Le forme semplici e adattabili permettono di modulare la composizione con facilità; tra le novità, il sistema a induzione integrato nel gres porcellanato XTONE, mentre il compatto minerale RC Krion® K·Life 1100 apporta proprietà batteriostatiche, resistenza e facilità di manutenzione. L’estetica minimalista dei mobili Gamadecor si distingue per un modulo a forma di tavolo, che offre una superficie continua ed estesa quando non è in uso. Moduli, isola e rubinetteria da esterno: ogni dettaglio conta Le cucine Offroad Kitchen si distinguono per la modularità: ogni elemento - zone di cottura, moduli lavello, armadi, cassetti estraibili - può essere combinato in composizioni personalizzate, adattate a superficie ed esigenze.

L’isola, elemento centrale, funge da piano di lavoro, bancone per aperitivi o tavolo per pasti informali; rivestita in XTONE o Krion®, resiste all’uso quotidiano e alle intemperie. La rubinetteria da esterno, in materiali anticorrosione, completa la funzionalità della cucina con un design sobrio, minimalista e robusto. Anche la pavimentazione ha un ruolo determinante per sicurezza, durata e coerenza estetica: deve resistere all’esposizione continua a intemperie, umidità e sbalzi termici tipici di giardini, terrazze e cucine all’aperto. Si raccomandano superfici ceramiche e tecniche, con proprietà antiscivolo, elevata resistenza meccanica e facile manutenzione, che evitano accumuli d’acqua e facilitano la pulizia da grasso e residui. I rivestimenti verticali aggiungono un ulteriore strato protettivo, migliorando isolamento e integrazione architettonica con l’ambiente circostante.

XTONE e Krion®: i migliori materiali per le cucine da esterno Uno dei segreti di Offroad Kitchen è la scelta di materiali di ultima generazione per il piano di lavoro, elemento chiave per durata, igiene e bellezza: XTONE e Krion®. XTONE è una superficie in gres porcellanato di grande formato, resistente a urti, graffi, alte temperature e raggi UV; impermeabile e facile da pulire, è disponibile in finiture cementizie o marmoree per adattarsi a qualsiasi stile. Krion® è invece un materiale minerale compatto, privo di pori, batteriostatico e di facile pulizia, che consente superfici continue senza giunti visibili: ideale per cucine da esterno e zone esposte all’umidità. Nedra, cucine da esterno d’autore Progettata da Fran Silvestre Arquitectos per Gandía Blasco e realizzata con i mobili di 73 |


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EKXTRA ENG

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Grandi lastre di gres porcellanato per piani continui, isole e penisole: è questa una delle tendenze più consolidate nella cucina contemporanea, dove il top ha assunto un peso progettuale sempre più rilevante. A interpretarla con autorevolezza è Energieker, che con il brand EKXTRA dedica alle grandi lastre una linea pensata espressamente per il mondo dell’arredamento e dell’interior design. La versatilità del materiale è tra i fattori chiave della sua diffusione. Le superfici EKXTRA declinano effetti marmo, pietra, cemento e metallo con una resa convincente, adattandosi a registri progettuali differenti senza perdere coerenza. La possibilità di lavorare con lastre di grande formato consente inoltre di eliminare le fughe, restituendo piani dall’aspetto monolitico e dalla pulizia visiva che il progetto contemporaneo ricerca. Sul fronte delle prestazioni, il gres porcellanato EKXTRA offre resistenza alle macchie, al calore e all’usura quotidiana: caratteristiche che ne hanno consolidato l’utilizzo non solo nelle abitazioni private, ma anche in ambito hospitality, dove le esigenze di durabilità si sommano a quelle estetiche. Il top dialoga così con ante, schienali e complementi, contribuendo a definire l’identità complessiva dello spazio cucina. Una superficie che non si limita a completare la composizione, ma ne orienta il carattere.


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ABKStone e Materia | ABK GROUP Le grandi lastre ceramiche di ABKStone e Materia, brand di ABK Group, caratterizzano il design della cucina contemporanea e ampliano le possibilità creative nella realizzazione di piani di lavoro ed elementi d’arredo su misura. Resistenti e facili da lavorare, uniscono alte prestazioni a un’estetica ormai indistinguibile da quella di pietre e marmi naturali, grazie a due tecnologie esclusive: FullVein3D e FullBody3D. FullVein3D ricrea le venature dei marmi anche all’interno della lastra, in perfetta continuità con la superficie, come accade nel materiale naturale. FullBody3D riproduce invece la complessa struttura delle pietre naturali in tutto lo spessore. Frutto di investimenti mirati in ricerca e sviluppo, queste tecnologie permettono ad ABK Group non di imitare, ma di interpretare ed evolvere ciò che la natura offre. Tra le novità più recenti, le superfici anticate “bocciardate” introducono una sensibilità tattile che esalta la grafica del prodotto, pensata per simulare l’usura del tempo. La leggera struttura tridimensionale rende le lastre ABKStone e Materia ancora più realistiche al tatto e alla vista. Sono disponibili nel formato 1635x3230 mm, in due spessori, 12 e 20 mm, e trovano applicazione in architettura e interior design: dai tradizionali pavimenti e rivestimenti ai piani di lavoro per bagni e cucine, fino agli elementi d’arredo e alle facciate ventilate. Soluzioni che rispondono a una visione progettuale orientata alla massima resistenza alle sollecitazioni e alla riduzione delle tensioni interne.

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Natural Collection | ITALGRANITI Italgraniti Group presenta Natural, la collezione effetto pietra declinata in diverse tonalità, tra cui la White. Ispirata al limestone bianco, la lastra ceramica ne riprende la ricchezza tattile e visiva, restituendola in un materiale pensato per resistere nel tempo senza rinunciare alla versatilità: pavimenti, rivestimenti interni ed esterni, e ora anche arredo su misura. È proprio l’arredo il terreno su cui Natural White mostra il suo lato più sorprendente. Sulle grandi superfici di un’isola cucina, la lastra trasforma un elemento funzionale in un volume quasi scultoreo: pieni e vuoti si alternano lungo il perimetro dell’isola, mentre la zona office adiacente gioca sul registro opposto, con linee rigorose ed essenziali. Il risultato è un dialogo

tra complessità e sottrazione, in cui la superficie ceramica assume un ruolo compositivo e non solo di finitura. Dal punto di vista tecnico, le grandi lastre garantiscono continuità visiva anche su superfici estese, riducendo le fughe e semplificando la manutenzione: un vantaggio concreto per chi progetta cucine dal forte impatto estetico ma con esigenze quotidiane di resistenza a calore, graffi e umidità. Con Natural White, Italgraniti conferma una traiettoria precisa: la ceramica, da rivestimento, entra sempre più nella progettazione dell’arredo, offrendo ad architetti e designer un materiale capace di tenere insieme prestazioni tecniche e libertà espressiva.

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KASTAMONU | VIAROMEA VIAROMEA è la collezione Kastamonu di pannelli melaminici costruita attorno a un’idea di viaggio: paesaggi, culture e suggestioni del territorio italiano tradotti in superfici per l’architettura d’interni. La cucina, chiamata a reggere l’uso quotidiano senza perdere identità estetica, è oggi uno degli ambiti dove questo linguaggio trova terreno più fertile. Per anni il melaminico in cucina è stato scelto soprattutto per convenienza, una risposta tecnica più che una scelta di stile. Oggi invece garantisce continuità estetica tra ante, fianchi, top e boiserie, controllo progettuale su misura e una qualità percettiva vicina a finiture ben più costose, senza rinunciare alle prestazioni richieste da un ambiente dove convivono acqua, calore e uso intensivo. Per architetti e interior designer significa poter sviluppare l’intero sistema cucina con un unico linguaggio materico, dai fronti ai rivestimenti fino ai componenti custom. VIAROMEA viene fornito, inoltre, con bordi abbinati e laminati coordinati, così che la continuità visiva regga fino ai dettagli di finitura, spesso il punto debole del mobile componibile. Le texture della collezione si muovono tra la naturalezza calda del legno e la matericità più contemporanea della pietra. I 10 decorativi sono stati pensati sia per brillare singolarmente che per dialogare: un’idea rafforzata da VIAROMEA Selection, selezione di 10 tinte unite Kastamonu Italia che vanno ad ampliare la gamma di combinazioni messe a disposizione dei designer. Sul fronte sostenibilità, i pannelli sono realizzati interamente con truciolare riciclato in un ciclo produttivo circolare, certificato CARB, UBA e REACH: una filiera che valorizza il legno come risorsa rinnovabile e punta a ridurre gli sprechi. Il supporto tecnico e progettuale arriva dal Design Center di Kastamonu Italia a Pesaro, riferimento per chi lavora la superficie melaminica in chiave contract.

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KÄHRS | European Naturals Collection, Rovere Burgundy Negli ultimi anni il legno ha riconquistato la cucina, accompagnando il passaggio sempre più diffuso ad ambienti open space in cui il pavimento prosegue senza soluzione di continuità tra zona living e zona di lavoro. A interpretare questo orientamento è Kährs, brand svedese che dal 1857 produce parquet di alta gamma e che vanta tra i suoi primati l’invenzione del parquet multistrato, nel 1941, e del sistema di posa a incastro a click, nel 2000. All’interno della European Naturals Collection, Rovere Burgundy propone una lettura del legno improntata alla naturalità. La selezione Lively, rustica ma non eccessiva, ammette variazioni cromatiche dal marrone chiaro al marrone scuro e integra nodi sani neri di buona dimensione: caratteristiche che restituiscono al pavimento l’aspetto vissuto e materico dei tavolati di un tempo, declinato però in una forma contemporanea. Le scelte di finitura accompagnano questa direzione. La superficie spazzolata mette in evidenza la venatura; l’olio naturale consente al legno di conservare un tono caldo e una morbidezza al tatto che la verniciatura non restituirebbe; la micro-bisellatura sui quattro lati definisce ogni singola tavola, sottolineandone formato e proporzioni, 187 x 2266 millimetri per uno spessore complessivo di 15 millimetri. Il sistema di giunzione Woodloc® 5S e la compatibilità con il riscaldamento a pavimento ne fanno una soluzione adatta anche ai progetti residenziali più tecnici. In cucina, un pavimento di questo tipo lavora come fondale: stabilisce la temperatura cromatica dell’ambiente e dialoga con ante, top e complementi, offrendo un riferimento materico stabile su cui costruire l’intero progetto. Una superficie che porta in cucina lo stesso linguaggio del living, mantenendone unità e carattere.

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Breccia Rosa 4D Iris Ceramica Group Il Breccia Rosa ha un carattere immediato e inconfondibile. Estratto principalmente nel Veronese, conosciuto anche come Breccia Pernice o Breccia Oniciata, è un marmo dalla struttura mai uguale a se stessa: frammenti di roccia compattati da legature cromatiche che costruiscono una superficie densa, sempre diversa, inconfondibile. Le lastre più pregiate presentano un rosa intenso e uniforme, privo di macchie giallastre o grigie, con venature bianche che attraversano la massa in modo irregolare e profondamente naturale. È una pietra che parla di identità: forte, riconoscibile, capace di fare di una superficie un punto fermo nello spazio. È da questo patrimonio materiale che nasce Breccia Rosa 4D. La composizione della lastra è dinamica: toni caldi di rosa antico, terracotta e cipria convivono con le legature avorio e le tracce di grigio, creando un movimento cromatico profondo. Il disegno è costruito su variazioni che danno ritmo alla superficie senza mai scadere nell’eccesso. Il rosa è uno dei colori più significativi del design contemporaneo. È entrato con forza nelle palette dell’architettura residenziale e del contract di fascia alta come il segno di un ritorno alla materia calda e all’intimità degli spazi. Breccia Rosa intercetta questo momento e porta un colore caldo in una forma complessa, capace di dialogare con altri materiali nell’ambiente, enfatizzandolo. La tecnologia 4D di Iris Ceramica Group porta questa complessità un passo più avanti. Il disegno non si ferma alla superficie: venature, sfumature e pattern proseguono in continuità all’interno della lastra, che accentua la propria coerenza estetica nelle soluzioni con lavorazioni di finitura. La ceramica di Sapienstone, brand di Iris Ceramica Group, garantisce resistenza, stabilità e durabilità per piani di lavoro, superfici continue e rivestimenti di alto livello. Disponibile nel formato unico 320 x 160 cm con spessore 12 mm e 20 mm, pensato per superfici di grande impatto visivo, è proposta nella finitura Cashmere, che avvolge la ceramica in una morbidezza vellutata, una carezza che invita al contatto.

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Texture e personalità | DORSUM® La cucina contemporanea richiede materiali capaci di coniugare identità estetica, libertà progettuale e prestazioni elevate. In questo scenario si inserisce Dorsum®, una tecnologia applicativa che consente di trasformare superfici e supporti differenti - dal legno al vetro, fino ai melaminici - in elementi tridimensionali, ampliando in modo significativo le possibilità espressive del progetto. L’estetica si arricchisce di una nuova dimensione: texture, rilievi e lavorazioni diventano strumenti per modellare la materia e conferire profondità alle superfici. La tridimensionalità non è soltanto un valore visivo, ma una componente progettuale che contribuisce a definire il carattere dell’ambiente cucina attraverso giochi di luce, percezioni tattili e dettagli distintivi. La forza di Dorsum® risiede anche nella sua elevata capacità di personalizzazione. La tecnologia permette infatti di realizzare superfici materiche su misura, adattando pattern, finiture e soluzioni applicative alle esigenze specifiche di ogni progetto. Ogni cucina può così acquisire un’identità unica, espressione di un approccio progettuale sempre più orientato alla customizzazione. A questo si aggiunge il tema della performance. Applicabile a diversi materiali e supporti, Dorsum® garantisce precisione realizzativa, qualità esecutiva e affidabilità nel tempo, offrendo ai progettisti uno strumento versatile per interpretare le esigenze dell’abitare contemporaneo. Una tecnologia che supera il concetto di rivestimento per diventare un vero e proprio linguaggio progettuale, capace di trasformare la superficie in un elemento di carattere, materia e innovazione.

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ph. Carmela Fasano

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ARCHI-PEOPLE

"La tua casa deve parlare di te."

Nelle case di Sara Edalatkhah affiorano ricordi lontani: l’infanzia a Teheran, le città italiane conosciute prima attraverso i suoi racconti e poi abitate davvero. Ogni suo progetto nasce dall’ascolto di chi abiterà lo spazio, ma porta con sé anche qualcosa della sua storia: due paesi, due alfabeti decorativi e la stessa tenacia nel trattenere ciò che il tempo rischia di cancellare.

A Teheran, quando Sara era piccola, c’era una moquette bordeaux in casa, e c’era suo padre, architetto laureato a Firenze, che faceva il vino di nascosto perché in Iran era proibito. Le parlava sempre dell’Italia, le raccontava delle città in cui aveva studiato, del clima, del popolo. Sara è cresciuta dentro quei racconti e a otto anni aveva già capito che sarebbe andata via. È arrivata in Italia per completare gli studi, ha preso la cittadinanza e oggi vive e lavora a Roma. Suo padre è mancato qui tre anni fa e lei ha voluto che qui restasse. Il suo studio si occupa quasi esclusivamente di residenziale, spesso in palazzi storici romani. Ogni progetto comincia con un sopralluogo e con un questionario che Sara lascia ai clienti per entrare nel loro modo di abitare. Solo dopo arriva il disegno; solo dopo, la materia. Ed è proprio dai materiali che il discorso prende corpo: un mosaico in tessere colorate su fondo bianco che disegna degli alberi, guardando alla Sardegna; una serie di mattonelle ispirate a un casale in una vigna, ognuna è una “goccia di vino”; mattonelle a margherita disposte come una pioggia di fiori per un cliente innamorato della moglie: m’ama, non m’ama. Le superfici di fondo restano spesso silenziose, tavolozze pulite che lasciano alla decorazione il ruolo di pennellata d’autore: un tappeto persiano che funziona come un quadro, una graniglia su misura accanto a un pavimento d’epoca, una

libreria ridipinta e incassata per restituire luce a una stanza. Nella sua ricerca convivono due alfabeti:la decorazione persiana che ha respirato da bambina e la cultura italiana del restauro, dell’antico che si tiene anziché buttare. Da questo incrocio nasce il suo gusto attuale, e nasce anche Le stanze di Sara, un progetto personale in cui quattro sedie comprate al mercatino portano ricamate, in caratteri persiani, le iniziali della sua famiglia; una lampada ritrovata diventa un tulipano in onore di una poesia che recita finché ci sono i papaveri bisogna vivere; i comodini si rivestono della stessa moquette bordeaux della casa di Teheran. Il modo, dice, di trasformare in bellezza i ricordi e il dolore. Quando entri in un appartamento per la prima volta, da dove parti? Il primo giorno è la giornata dell’ascolto. Cerco di parlare il meno possibile e di capire il più possibile. Ogni ambiente ha il suo fascino, e i palazzi storici hanno un’anima che ti chiede di essere salvata: una porta di cento anni urla per essere tenuta, e va sentita. Negli spazi senza una memoria già scritta, invece, ci sono meno tracce da cui partire, e diventa fondamentale entrare nella personalità di chi ci abita. È allora che, tra le parole e i racconti dei clienti, comincia ad affiorare ciò che ancora non sanno di desiderare: il primo nucleo del progetto.

Come lo fai emergere? Comincio sempre con un sopralluogo per il preventivo, e in quell’occasione faccio parlare i clienti dei loro desideri e delle loro abitudini. In genere sono ansiosi, vogliono dirti tutto subito. Allora lascio loro un questionario, da compilare con calma: cosa amano fare in casa, se ricevono spesso o sono solitari, quali colori li affascinano, come vivono le giornate. L’anima di un progetto nasce dai materiali, è vero, ma nei primi giorni i materiali ancora non ci sono. Tutto esce dalle parole, e le parole vanno registrate, elaborate. Ti occupi anche di interior, fino al tessile? Se il cliente è disponibile, sì: arrivo fino alle tende e ai cuscini scelti con il tappezziere. Ho la caratteristica di saper legare le cose tra loro. Forse è un’eredità persiana, perché in Iran tutto era molto decorativo, anche troppo per il mio gusto personale. Da lì viene la mia attenzione ai dettagli, ma anche il desiderio di alleggerirli. Hai studiato a Teheran e ti sei specializzata a Roma. Quanto pesa, oggi, questo doppio sguardo nel tuo lavoro sulle superfici? Pesa moltissimo, soprattutto nel rapporto con la memoria dei luoghi. In Iran la conservazione dell’antico non esiste: dopo trent’anni, spesso, si buttano giù le case e si rifà tutto, le città cambiano volto senza un criterio storico. Quando sono


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arrivata in Italia mi ha colpito proprio questo: qui si studia la storia, la si attraversa, si tiene. Io sono del Cancro, tengo i ricordi dentro di me, e l’Italia mi ha insegnato ad accompagnare le persone a portarsi dietro qualcosa del passato senza far pesare il futuro. Una vecchia graniglia rossa e gialla, una porta di cento anni, una libreria a cui si è affezionati da una vita: sono tutte cose che valgono più di quello che sembra. Anche nel tuo gusto personale c’è stato un alleggerimento? Molto. Ho alleggerito l’eccesso decorativo iraniano. Oggi, per me, un tappeto persiano dev’essere come un quadro: un’integrazione precisa dentro una tavolozza pulita. Mi piace portare la decorazione come una piccola pennellata, dove serve, basandomi sul mood del cliente. Sto lavorando in questi mesi a un progetto di mosaici ispirati alla Sardegna: tessere colorate su fondo bianco, che da lontano sembrano alberi. Per il restauro di un casale in una vigna ho disegnato delle mattonelle che rappresentano gocce di vino. E per un cliente che dichiarava sempre il suo amore alla moglie ho disposto delle mattonelle a forma di margherita, come una pioggia di fiori che entra in casa: il gioco del m’ama, non m’ama, trasformato in rivestimento. Le tue superfici di base sono spesso silenziose, per lasciare emergere arredi e dettagli. Mi piacciono i volumi puliti, dove la matericità arriva dai dettagli o dalle opere d’arte. Ma sto evolvendo: ho voglia di portare il mosaico materico anche fuori dal bagno, su oggetti, su quadri, come elemento centrale. Cosa cerchi in un materiale? Mi deve emozionare, prima di tutto. In questo momento sono particolarmente attratta dai piccoli formati e dalle forme sagomate, da quello che si può comporre come fosse una stoffa. C’è un materiale che non useresti mai? I materiali finti. Il finto parquet, i finti marmi, le ceramiche che imitano il legno: per me non trasmettono calore, non danno benessere, hanno una superficie fredda che non tollero. Quando un cliente arriva con un’idea così, gli mostro sempre delle alternative vere. Un legno modesto per me vale più di un marmo finto. ph. Francesca Maiolino | 88


E un materiale che vorresti usare di più? I clienti sono il fulcro della progettazione, ma devo ancora incontrare un committente che mi chieda di osare e di entrare in contatto con il suo lato più estroso.. Sarebbe anche per me una bella opportunità per sperimentare. Quanto conta la luce naturale nella scelta delle superfici? È tutto. La luce è benessere, e cerco di portarla ovunque, anche aiutando i clienti a non aver paura del colore. Una signora era molto affezionata a una libreria scura e ingombrante che teneva da anni: l’ho ridipinta in un colore chiaro, le ho cambiato il disegno e l’ho incassata in una nicchia. L’ambiente è tornato a respirare, e lei ha mantenuto il suo oggetto. Tra i tuoi cantieri ce n’è uno che racconta bene il tuo modo di intendere le superfici? Uno recente, in un quartiere storico di Roma: c’era una vecchia graniglia rossa e gialla, e i proprietari volevano sostituirla con il parquet. Li ho convinti a conservare il pavimento antico e, nelle parti mancanti, ho ripreso e reinterpretato il suo disegno con una graniglia verde e grigia realizzata su misura. Oggi sono felicissimi. Le mode non vanno assecondate: bisogna trovare uno stile che duri nel tempo, e l’antico, dove c’è, va lasciato parlare.. Cosa, invece, non sopporti dei cantieri di oggi? Le case senza anima, tutte uguali. Catalogo dopo catalogo, ci si finisce sempre nello stesso appartamento, in qualunque città. La nostra responsabilità di progettisti è andare oltre. Ti definisci più architetto o interior designer? Sono figure legate, ma io mi vedo come architetto degli interni. C’è chi pensa che interior designer suoni riduttivo: l’architetto ha il vantaggio di saper costruire i volumi e l’illuminazione, di lavorare sullo spazio prima ancora che sull’arredo. La tua passione per l’architettura quando è nata? Da piccola. Mio padre era architetto, aveva studiato a Firenze, e mi parlava sempre dell’Italia. Per lui era il secondo paese: amava il vino, il clima, il popolo. È venuto a mancare proprio qui tre anni fa e ho voluto che restasse a Roma. È stato un amore totale, fino alla fine.

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Quando sono arrivata in Italia ho ritrovato anche quel suo sguardo, e adesso lo riconosco nei miei progetti: la stessa cura del particolare, lo stesso modo di accompagnare un luogo verso qualcosa di nuovo senza tradirne la storia. E con l’Iran, com’è il tuo legame? Ho la doppia cittadinanza, ma oggi sento che il mio primo posto è l’Italia, il paese che mi ha accolta e sostenuta. Con l’Iran ho un legame profondo, anche se fin da bambina avvertivo una distanza da alcune regole e sapevo che un giorno sarei andata via. L’Italia mi appartiene, ma l’Iran resta dentro di me e, ogni tanto, riaffiora nei miei progetti. A questo proposito, c’è un tuo lavoro recente in cui questa biografia è entrata in modo diretto? Sì, si chiama Le stanze di Sara. È nato durante la guerra più recente, in un periodo in cui non riuscivo a sentire mia madre, rimasta in Iran. Ho comprato quattro sedie al mercatino e ho

fatto ricamare sul tessuto le iniziali dei nomi della mia famiglia in lettere persiane. Ho disegnato dei comodini ispirati alla mia infanzia, alla moquette bordeaux che avevamo in casa a Teheran. E poi c’è una lampada trovata anch’essa al mercatino, che diventerà un tulipano simbolico che ho ideato ma non ancora realizzato. Una poesia iraniana dice: finché ci sono i papaveri bisogna vivere. Mio padre faceva il vino di nascosto, perché in Iran non era permesso, e quel tulipano custodisce anche il suo ricordo. Per me è stato un modo liberatorio di dare una forma bella alla memoria e al dolore. E nel futuro, dove vorresti spingerti? Vorrei diventare un’artista delle superfici. Mi piacerebbe collaborare con le aziende per disegnarli, i materiali: banconi, tavoli, pavimenti, intere superfici per spazi pubblici, dove la matericità possa esprimere tutto il suo potenziale organico, oltre quello che oggi si trova nei cataloghi.

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Nella valle del Douro, in Portogallo, su un’area di 24 ettari, prende forma un’architettura dedicata al vino che nasce dall’incontro tra il paesaggio terrazzato, plasmato nei secoli dal lavoro dell’uomo, e le esigenze di una moderna realtà produttiva. Accanto alla funzione principale, la cantina assume un ruolo centrale nell’esperienza enoturistica del luogo.


Quinta de Adorigo Alto Douro Vinhateiro

ph. Fernando Guerra


HO.RE.CA.

Nel cuore dell’Alto Douro Vinhateiro, la più rinomata regione vitivinicola del Portogallo, e Patrimonio Mondiale UNESCO dal 2001, la nuova cantina Quinta de Adorigo, progettata dallo studio portoghese Atelier Sergio Rebelo, manifesta in chiave moderna l’unione tra paesaggio, produzione vinicola e tradizione edilizia locale. Con una superficie di 1.100 m², la cantina si inserisce perfettamente nel contesto grazie a soluzioni tecniche innovative e strategie passive volte a ridurre l’impatto ambientale, trasformando i vincoli del contesto in opportunità progettuali. La struttura costituisce il primo tassello di un più ampio progetto di enoturismo a conduzione familiare che comprenderà anche un hotel attualmente in fase di realizzazione. Le colline terrazzate che accompagnano il corso del fiume Douro, famose per il vino Porto, definiscono uno dei paesaggi vitivinicoli più iconici della regione. Filari ordinati disegnano trame geometriche che scendono fino alle sponde del fiume. È dall’osservazione di questo contesto che prende avvio il progetto. Le forme orizzontali e sinuose della cantina riprendono

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i movimenti dei vigneti adagiati sulle colline e nelle vallate circostanti, senza ricorrere a una traduzione letterale del paesaggio. Architettura, paesaggio e spazi per l’accoglienza Una sequenza di volumi intrecciati si sviluppa lungo il pendio, integrando la topografia nel processo produttivo. L’impianto architettonico riflette il sistema di vinificazione per gravità, tradizionalmente diffuso nella regione, consentendo il trasferimento del vino tra le diverse fasi di lavorazione senza l’impiego di sistemi meccanici ad alto consumo energetico. La copertura rappresenta uno degli elementi più caratterizzanti del progetto. Un elemento scultoreo fluido, continuo e organico composto da una sequenza di elementi lignei curvilinei, reinterpreta il tetto a due falde in legno tipica della tradizione locale. Esso diventa un elemento caratterizzante anche per chi vive l’edificio dal suo interno, consentendo al visitatore di tenere traccia del paesaggio esterno. Dalla facciata principale si accede ad uno spazio dedicato ai visitatori con reception e

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HO.RE.CA.

negozio di vini. Da qui si sviluppa un percorso che conduce alla sala riunioni panoramica e all’ampia area degustazione dalla quale è possibile affacciarsi sia sulla navata centrale con le botti di vino, sia sul paesaggio del Douro. Una grande terrazza panoramica - luogo ideale per eventi, incontri e degustazioni - collega gli spazi interni ai vigneti e alla cappella della tenuta. Per chi vive l’edificio all’esterno sentieri, nicchie e patii favoriscono un rapporto diretto con la natura e invitano al relax e alla socialità. I materiali definiscono il legame con il territorio La scelta dei materiali rafforza ulteriormente il legame con il territorio. Scisto e granito, materiali profondamente radicati nella tradizione edilizia del Douro, definiscono gli spazi esterni e i muri di contenimento in calcestruzzo. La palette cromatica riprende la tavolozza naturale dei marroni rosati, dei verdi e dei grigi. Le navate principali sono invece realizzate con una struttura in legno lamellare e pannelli CLT (Cross Laminated Timber), successivamente rivestiti con pannelli prefabbricati in GRC (Glass Fiber Reinforced Concrete) prodotti nel nord del Portogallo, a meno di 150 chilometri | 96


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HO.RE.CA.

dal sito. L’impiego di componenti prefabbricati locali ha consentito di ridurre i tempi di costruzione, limitare il traffico di cantiere e contenere le emissioni legate al trasporto dei materiali. Parallelamente, l’impiego del legno nelle porzioni fuori terra e la riduzione dell’uso del calcestruzzo hanno consentito una diminuzione delle emissioni di CO₂ pari a circa il 40% rispetto a una soluzione tradizionale interamente realizzata in cemento armato. Strategie ambientali ed efficienza energetica Strategie passive e sistemi tecnologici garantiscono sostenibilità ed efficienza energetica. Le soluzioni adottate assicurano le condizioni di temperatura e umidità necessarie alle diverse fasi di produzione del vino, riducendo il fabbisogno energetico complessivo. Una parte dell’edificio è integrata nel pendio, utilizzando il terreno come isolamento naturale per mantenere condizioni ambientali costanti. Anche l’orientamento contribuisce ulteriormente alle prestazioni energetiche: il lato meridionale è protetto dal terreno mentre la facciata principale si apre verso nord, limitando l’esposizione diretta al sole. A queste strategie si affianca un sistema geotermico per la produzione, il recupero e l’accumulo dell’energia. La gestione delle risorse idriche è stata affrontata secondo una logica di autosufficienza: in assenza di infrastrutture pubbliche dedicate, il progetto integra un impianto di trattamento delle acque potabili e un impianto di trattamento delle acque reflue, consentendo il trattamento e il riutilizzo dell’acqua all’interno della cantina. Attraverso il recupero e la valorizzazione della vegetazione autoctona, per il rafforzamento della biodiversità utile alla viticoltura, viene completata la visione sostenibile dell’intervento.

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IMAGINE YOUR SPACE

Immagina uno spazio in cui la tua ispirazione non conosce limiti. Un mondo capace di raccontare chi sei, ogni giorno. In RAK Ceramics ti aiutiamo a scrivere la tua storia.

Imagine your space. RAKCERAMICS.COM


Tra rosso dominante e geometrie decise, Mordì Lab affida alla pavimentazione Poster di Marazzi il compito di scandire lo spazio e tenere insieme identità visiva e resa tecnica.

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HO.RE.CA.

Mordì Lab è un ristorante nel centro di Catanzaro progettato come uno spazio fortemente identitario, in cui l’esperienza della ristorazione si costruisce attraverso un linguaggio architettonico riconoscibile. Il progetto si sviluppa su un impianto dinamico, fatto di volumi pieni, superfici continue e cambi di prospettiva che accompagnano il percorso degli ospiti tra le diverse aree del locale. L’atmosfera è definita da una palette cromatica intensa e calibrata: il rosso dominante dialoga con tonalità verdi e accenti caldi, costruendo un equilibrio tra energia visiva e comfort. Elementi curvi, quinte tessili e superfici compatte scandiscono lo spazio, mentre l’illuminazione - tra corpi sospesi puntuali e diffusori sferici enfatizza i contrasti e contribuisce a rendere leggibile la profondità degli ambienti. Ne risulta uno spazio contemporaneo e immersivo, progettato per essere vissuto in modo informale ma con una forte caratterizzazione | 102

visiva. In questo contesto, il progetto della pavimentazione assume un ruolo centrale nella definizione dell’identità degli interni. Per Mordì Lab è stata scelta la collezione Poster di Marazzi, utilizzata a pavimento con posa a scacchiera alternando tonalità White e Anthracite nel formato 30x120 cm. Il disegno geometrico, netto e riconoscibile, introduce un ritmo visivo che organizza lo spazio e dialoga con la componente cromatica degli arredi e delle superfici verticali. Poster è una collezione in gres porcellanato effetto cemento, con una grafica morbida e leggermente irregolare che reinterpreta questa estetica in chiave contemporanea. Le superfici, disponibili in una gamma di tonalità neutre, consentono accostamenti a contrasto o più uniformi, mantenendo sempre un equilibrio materico adatto a contesti progettuali articolati. La scelta del formato rettangolare consente una posa flessibile e contri-


buisce a valorizzare il disegno a pavimento, mentre la qualità del gres porcellanato garantisce prestazioni tecniche elevate: le superfici risultano resistenti all’usura, ai graffi e alle abrasioni, non porose e stabili nel tempo, caratteristiche fondamentali in un ambiente ad alta frequentazione. A queste si aggiunge la tecnologia Puro Marazzi Antibacterial, un trattamento che agisce sulla superficie della piastrella riducendo la carica batterica e mantenendo nel tempo un livello di igiene superiore, senza alterare l’estetica né le prestazioni tecniche del prodotto: una risposta concreta alle esigenze funzionali di un ambiente come quello della ristorazione. Nel progetto di Mordì Lab, la pavimentazione in Poster non è solo un elemento tecnico, ma diventa parte attiva del linguaggio architettonico, contribuendo a costruire un equilibrio tra segno grafico, materia e uso quotidiano dello spazio. 103 |


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Presente in più di 140 Paesi, Marazzi è universalmente riconosciuto come sinonimo di ceramica di qualità per pavimenti e rivestimenti e simbolo del miglior made in Italy nel settore dell’arredamento e del design. Marazzi è stata fondata nel 1935 a Sassuolo, in un’area che sarebbe diventata il polo all’avanguardia a livello internazionale nella creazione di piastrelle di ceramica di pregio e cresciuto nei decenni insieme all’azienda. Si devono infatti a Marazzi le principali innovazioni tecnologiche, di processo e di design nel settore delle piastrelle - alcune delle quali rappresentano importanti tasselli della storia della ceramica moderna - che hanno reso l’azienda e il distretto un punto di riferimento per l’intero mondo della ceramica. Con un’offerta unica di prodotti e servizi che spaziano dalle grandi lastre in gres di ultima generazione ai piccoli formati della tradizione, dalle facciate ventilate ai pavimenti sospesi, Marazzi rappresenta un punto di riferimento nel settore della ceramica per progettisti, architetti, imprese edili, distributori, rivenditori e clienti finali. Negli ultimi anni, Marazzi ha implementato un importante piano di investimenti volti al miglioramento di prodotti e processi, allo sviluppo di nuove tecnologie Premium e all’apertura di flagship showroom tra cui Milano, Londra, Parigi, Lione, Atene, Madrid e Copenaghen. project by GR Arredamenti ph. Estro Studio Creativo 105 |


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Gardea Soulfamily Resort Torbole sul Garda Il Gardea Soulfamily Resort interpreta l’hospitality familiare in chiave contemporanea con le superfici in gres porcellanato e i lavabi RAK Ceramics.


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A Torbole sul Garda, nel dialogo tra acqua, ulivi e montagne, sorge il Gardea Soulfamily Resort, struttura a 5 stelle dedicata a una nuova idea di vacanza in famiglia. Il progetto accoglie adulti e bambini con la stessa attenzione, articolandosi in 36 camere e suite, piscine interne ed esterne, area wellness, spazi per il gioco all’aperto, attività sportive e una proposta gastronomica di alto livello. L’architettura dell’ospitalità si sviluppa in continuità con il paesaggio gardesano, cercando un equilibrio tra comfort, benessere e qualità degli ambienti. In questo scenario, RAK Ceramics firma le superfici in gres porcellanato e i lavabi in finitura Matt, definendo una presenza materica discreta ma riconoscibile, capace di unire valore estetico e prestazioni tecniche in spazi destinati a un utilizzo quotidiano e intensivo. Nelle camere e nei bagni en suite, la serie Curton Beige nel formato 60x120 cm riveste pavimenti e pareti, introducendo una tonalità calda e naturale che valorizza la luminosità degli interni e dialoga con gli arredi in modo armonico. Il finish morbido e vellutato contribuisce alla percezione di comfort, mentre la classificazione antiscivolo R10 A+B+C risponde alle esigenze di sicurezza richieste da una struttura hospitality pensata anche per le famiglie. All’interno dei bagni, il racconto materico prosegue nelle docce con la serie Surface 2.0 Copper, sempre nel formato 60x120 cm. Ispirata all’estetica del cemento contemporaneo, la collezione introduce un carattere essenziale e autentico, affiancando alla resa visiva elevate prestazioni tecniche. La resistenza all’acqua,

agli agenti chimici, alle macchie e agli sbalzi termici rende queste superfici particolarmente adatte agli ambienti bagno e wellness, dove funzionalità e durata sono requisiti imprescindibili. A completare gli spazi bagno sono stati scelti i lavabi da appoggio RAK-Feeling Countertop Oval da 55 cm in finitura White Matt. Le linee fluide ed essenziali introducono una nota di morbidezza formale, alleggerendo la composizione e rafforzando l’immagine di un ambiente curato, accogliente e contemporaneo. La stessa continuità estetica caratterizza l’area wellness del resort, dove la collezione Surface 2.0 viene declinata in più varianti cromatiche. La versione Copper nel formato 60x120 cm definisce il bordo piscina con una raffinata nota materica, mentre le pavimentazioni Off White, nello stesso formato, completano l’intervento con una presenza luminosa e misurata. Il risultato è uno spazio equilibrato, in cui la sensazione di leggerezza si accompagna a requisiti tecnici fondamentali per ambienti esigenti: durabilità, igiene, resistenza e facilità di manutenzione. Il Gardea Soulfamily Resort diventa così un esempio di come le soluzioni RAK Ceramics possano contribuire alla definizione dell’identità di una struttura hospitality contemporanea. Superfici e lavabi non si limitano a completare gli ambienti, ma partecipano alla costruzione di un’esperienza immersiva, in cui qualità tecnica, eleganza e comfort concorrono a restituire agli ospiti un’idea di soggiorno autentica e armoniosa. 109 |


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RAK Ceramics è il terzo gruppo al mondo nel settore ceramico. Specializzata in pavimenti e rivestimenti in ceramica e gres porcellanato, tableware, sanitari e rubinetteria, l’azienda ha una capacità produttiva annua di 118 milioni di metri quadrati di piastrelle, 5,7 milioni di sanitari, 26 milioni di pezzi di tableware e 2,6 milioni di pezzi di rubinetteria. Fondata nel 1989 e con sede a Ras al-Khaima, negli Emirati Arabi Uniti, RAK Ceramics serve clienti in oltre 150 Paesi attraverso una rete internazionale di hub operativi in Europa, Medio Oriente e Nord Africa, Asia, Nord e Sud America e Australia. Il gruppo, quotato presso l’Abu Dhabi Securities Exchange, registra un fatturato annuo di circa 1 miliardo di dollari USA. 111 |


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M E R A N O Ad Avelengo il tetto degli chalet Zuegg guarda il Picco Ivigna, pronto a conservare le sue caratteristiche nel tempo. Sull’altopiano di Merano 2000, nel cuore dell’area sciistica ed escursionistica che sovrasta la città, il bosco si dirada e lo sguardo arriva fino alle piste. Qui nasce chalet Zuegg, i nuovi chalet e loft firmati Michael e Christine Reiterer, con il figlio Martin, pensati per coppie e famiglie in cerca di una pausa rigenerante, con Jacuzzi all’aperto, sauna, stube tirolese e un ristorante che propone la cucina della tradizione altoatesina anche agli ospiti di passaggio. Un progetto che si misura con un tema ricorrente dell’architettura alpina contemporanea: come costruire un rifugio che sembri sempre stato lì, senza rinunciare alle prestazioni di un edificio nuovo. La risposta, in copertura, arriva da Ardogres e dal suo OLD CEDAR 25x40, una tegola in gres porcellanato che riproduce la scandola in cedro canadese invecchiato posata ortogonalmente. Il prodotto nasce alcuni anni fa da una richiesta precisa, arrivata dal RhôneAlpes: sviluppare un programma di tegole capace di riprodurre le scandole tradizionali che, insieme al larice, coprono da sempre i tetti dei paesi alpini, dalla Francia alla Slovenia. Da quella richiesta sono nate due referenze, RED CEDAR ARAVIS, il cui nome richiama il massiccio che domina Le Grand-Bornand, storico terreno di lavoro dell’azienda in Alta Savoia, e OLD CEDAR, a cui negli ultimi mesi si è affiancato anche il LARICE NATURALE, richiesto soprattutto nel nord est italiano, tra Trentino, Alto Adige e Friuli. Il progetto grafico di OLD CEDAR nasce dalla scansione di scandole originali invecchiate per restituire il passaggio cromatico che caratterizza il cedro canadese. Da oltre trent’anni Ardogres produce le uniche tegole per tetti e facciate in gres porcellanato, le sole a impiegare la tecnologia digitale a getto d’inchiostro ad alta risoluzione e un doppio aggancio meccanico con viti e fori ad asola, un sistema pensato per resistere alle condizioni più severe della montagna. Una soluzione che nasce per il restauro di baite, rifugi ed edifici pubblici, ma che trova applicazione anche su facciate ventilate e strutture


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ricettive di dimensioni maggiori, come dimostra l’hotel con piscina a Le Grand-Bornand documentato nel catalogo dell’azienda. Rispetto al legno tagliato di provenienza americana, il gres porcellanato garantisce disponibilità costante, una durata nettamente superiore e il mantenimento nel tempo di colore e grafica, senza il naturale deterioramento della scandola originale, oltre a una posa più semplice e a un impatto ambientale ridotto. Agli chalet di Avelengo, la copertura OLD CEDAR aggiunge un ulteriore livello di coerenza materica: quello di un tetto pensato per raccontare, nel tempo, la stessa storia del legno che valorizza, tra i boschi e gli spazi ampi dell’altopiano sopra Merano.

Fondata nel 1993 a Fiorano Modenese, ARDOGRES® ha aperto un capitolo nuovo nella ceramica applicata ai tetti, portando il grès porcellanato dove prima c’erano solo coppi e materiali tradizionali. Le tegole ARDOGRES® restano oggi un punto di riferimento nel settore: resistenza elevata, durata nel tempo e una resa estetica che si è guadagnata spazio in progetti pubblici e privati di rilievo. Un’azienda che continua a muoversi tra tradizione costruttiva, ricerca tecnologica e attenzione alla sostenibilità. 115 |


Wellness on demand Lozzo di Cadore A 756 metri d’altitudine, tra le Dolomiti bellunesi, due bagni separati diventano un unico percorso benessere di appena 13 mq. Il progetto di VPMZ studio ingegneria e architettura affida a Schlüter-Systems la regia tecnica dell’intervento.

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Lozzo di Cadore è un comune di poco più di 1.600 abitanti incastonato tra il Piave e il Rio Rin, ai piedi delle Marmarole, in una conca verde che sale fino ai 1.800 metri del Pian dei Buoi. Fino a cinquant’anni fa il paese viveva attorno alla roggia dei mulini, il canale che alimentava segherie, magli, fucine e lanifici: un’economia costruita sull’acqua che scorre, incanalata, misurata, messa al lavoro. Oggi quell’economia è quasi scomparsa, sostituita da un turismo che cerca proprio ciò che il paese ha sempre avuto, autenticità, silenzio, montagna vera. È in questo contesto, a distanza da qualsiasi logica metropolitana, che nasce Wellness on Demand: un progetto domestico che ragiona però con la precisione e la cura di uno spazio hospitality, come se il committente avesse portato in casa propria lo standard di una spa alpina. Il punto di partenza è quasi un vincolo: 13 metri quadrati, distribuiti originariamente su due ambienti bagno separati. La scelta progettuale di VPMZ studio ingegneria e architettura, a firma di Veronica Pais Marden Nanon e Massimo Zeni, è stata quella di non limitarsi a una ristrutturazione ma di riscrivere la logica dello spazio: unire i due ambienti in un unico percorso, in cui doccia, vasca e lavabo non sono stazioni indipendenti ma tappe di una sequenza pensata per accompagnare il corpo, non solo per lavarlo. È la stessa logica che regola la disposizione delle aree wellness negli alberghi di fascia alta, dove il passaggio da una funzione all’altra è parte dell’esperienza tanto quanto la funzione stessa. Applicarla a 13 mq domestici


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significa lavorare senza margine d’errore: ogni centimetro deve avere una ragione, ogni giunto deve essere pensato prima di essere costruito. L’atmosfera che ne risulta è raccolta, quasi introversa, costruita su un vocabolario ridotto ma esatto: materiali naturali, superfici continue, dettagli metallici che introducono punti di luce senza rompere l’unità dell’insieme. Non ci sono elementi decorativi nel senso tradizionale del termine, il decoro è affidato alla continuità della materia stessa, al modo in cui una superficie prosegue da un piano all’altro senza soluzioni visibili. È una scelta che richiede un lavoro tecnico importante a monte: senza un sistema costruttivo capace di garantire tenuta e precisione geometrica anche in spazi contenuti, la continuità che si vede sarebbe impossibile da ottenere. Ed è qui che il progetto architettonico incontra il progetto tecnico. In un ambiente bagno, tutto ciò che si vede poggia su ciò che non si vede: l’impermeabilizzazione, il drenaggio, la tenuta nel tempo. A Lozzo di Cadore questa parte del lavoro è stata affidata a Schlüter-Systems, che ha accompagnato il progetto dalla costruzione degli elementi su misura fino alla finitura, passando per l’impermeabilizzazione e il drenaggio. Non un prodotto isolato ma un sistema integrato, pensato perché ogni fase parli con la successiva: la struttura che sostiene la vasca ha la stessa logica costruttiva che definisce la base del lavabo, la membrana che protegge le pareti è la stessa che garantisce la tenuta del pavimento della doccia. È questo approccio sistemico, più che il singolo materiale, a rendere possibile un risultato che in altri contesti richiederebbe superfici ben più ampie. Il caso più evidente è la doccia walk-in: nessuna barriera, nessun bordo a interrompere il pavimento, solo una superficie che scorre fino allo scarico. Ottenerla significa risolvere, sotto il livello del pavimento fi-

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nito, un problema di pendenze e drenaggio che la maggior parte degli spazi da 13 mq non avrebbe margine per affrontare con soluzioni tradizionali. Quattro soluzioni, un’unica logica Schlüter-KERDI-BOARD è il pannello multifunzione da cui parte tutto: costruttivo e impermeabilizzante allo stesso tempo, è servito per costruire su misura la vasca e le strutture d’appoggio, poi rivestite in gres. È un materiale che permette di trattare il bagno come un piccolo esercizio di falegnameria muraria, componendo volumi che normalmente richiederebbero opere murarie tradizionali, con tempi e ingombri molto maggiori. Schlüter-KERDI è la membrana impermeabilizzante applicata in tutte le zone soggette al contatto diretto con l’acqua. È lo strato invisibile che rende possibile tutto il resto: protegge

le strutture sottostanti e garantisce che la tenuta nel tempo non dipenda dalla sola posa del rivestimento in superficie. Schlüter-KERDI-LINE-D è il sistema di drenaggio lineare che rende possibile la doccia walk-in. Integrato nel pavimento, elimina la necessità di un piatto doccia rialzato o di un bordo di contenimento, assicurando continuità visiva tra i diversi ambienti del percorso bagno e, insieme, l’accessibilità che un piatto doccia tradizionale non potrebbe garantire. Schlüter-KERDI-BOARD-WS, infine, è la base per lavabo con rubinetteria da appoggio, rivestita con lo stesso gres delle superfici verticali. È il dettaglio che chiude il discorso sulla continuità materica: il lavabo non si appoggia su un piano diverso da quello delle pareti, ne è la naturale prosecuzione, con un effetto monolitico che è insieme risultato estetico e soluzione tecnica.

Nel 1966 il giovane piastrellista Werner Schlüter fonda a Saerbeck, in Germania, una nuova azienda che nel tempo si farà conoscere in tutto il mondo con il nome di Schlüter-Systems. Solo due anni dopo la fondazione, Werner Schlüter si trasferisce a Iserlohn, città che ospita ancora oggi la sede centrale dell’azienda. Nel frattempo l’azienda è cresciuta fino a comprendere centri di servizio internazionali e filiali in Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Italia, Spagna, Francia e Turchia.

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SAN LORENZO DI SEBATO Arroccato sopra la Val Badia, l’antico complesso monastico di Schloss Sonnenburg torna a vivere grazie a un articolato intervento di recupero firmato da null17 Architektur.

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ph. Juan Segundo Diaz Dopazo


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Un monastero benedettino fondato nell’XI secolo trasformato in un hotel cinque stelle da 29 camere, preservando la complessa stratificazione storica del luogo e reinterpretandola attraverso un linguaggio architettonico contemporaneo. Un approccio fondato sulla continuità, sul valore dell’esistente e sulla capacità dell’architettura di accompagnare l’evoluzione degli spazi senza interromperne la memoria. Dominando dall’alto il paese di San Lorenzo di Sebato, alle porte della Val Badia, Schloss Sonnenburg rappresenta uno dei complessi storici più significativi dell’Alto Adige. Fondato nell’XI secolo come monastero benedettino femminile, il sito ha attraversato quasi mille anni di storia lasciando emergere, ancora oggi, le tracce delle diverse epoche che ne hanno definito l’identità. Resti di insediamenti romani, strutture medievali, ampliamenti successivi e testimonianze della vita monastica convivono in un insieme architettonico di straordinaria complessità, dove ogni elemento contribuisce a raccontare una storia fatta di trasformazioni, adattamenti e continuità. Il progetto di recupero e rifunzionalizzazione curato da null17 Architektur prende avvio proprio da questa consapevolezza. L’operazione si configura come un processo di evoluzione dell’esistente, fondato sull’idea che l’architettura sia anche uno strumento capace di influenzare relazioni, percezioni e modalità di utilizzo degli spazi. Alla base dell’intervento vi è un approccio che attribuisce all’esistente il ruolo di principale risorsa progettuale. Ogni elemento del complesso, indipendentemente dall’epoca di realizzazione, dallo stato di conservazione o dalla sua funzione originaria, viene interpretato come una potenzialità da valorizzare. Ne deriva una strategia progettuale che evita gerarchie tra parti considerate più o meno importanti e che lavora invece sulla selezione, sul consolidamento e sulla prosecuzione di ciò che è già presente. Questa visione trova espressione nel concetto di “costruire nell’esistente”, principio che guida l’intero intervento. Le nuove aggiunte si inseriscono come naturale prosecuzione dell’organismo architettonico originario, rafforzandone la logica spaziale e accompagnandone l’evoluzione. Il nuovo dialoga con l’antico attraverso proporzioni, materiali e atmosfere che per| 124


mettono di mantenere una forte continuità percettiva tra le diverse parti del complesso. L’intervento evita quindi soluzioni spettacolari o gesti architettonici autoreferenziali, privilegiando una progettazione misurata e attenta al contesto. Gli elementi tipici dell’architettura locale vengono reinterpretati e tradotti in un linguaggio contemporaneo, mantenendo un forte radicamento nel territorio senza ricorrere a citazioni letterali. Materiali provenienti dal contesto locale, lavorazioni artigianali e sistemi costruttivi reversibili contribuiscono a costruire un dialogo equilibrato tra permanenza e trasformazione, tra memoria e innovazione. Particolarmente significativa è la riconversione degli spazi un tempo destinati alla vita monastica. Le antiche celle sono state trasforma-

te in un’area dedicata al benessere e al relax, mantenendo leggibile la sequenza spaziale originaria e adattandola alle esigenze di una nuova funzione. Gli ambienti conservano il carattere raccolto e introspettivo che li contraddistingueva, offrendo oggi agli ospiti un’esperienza che continua a essere profondamente legata all’identità del luogo. Parallelamente, il recupero del giardino delle erbe officinali ristabilisce il rapporto storico tra monastero, edifici agricoli e paesaggio. Ricostruito sulla base di fonti risalenti al XIII secolo, il giardino rappresenta un ulteriore tassello nel processo di riconnessione tra il complesso architettonico e il suo contesto naturale, restituendo una componente fondamentale dell’organizzazione originaria del sito.

Con l’apertura dell’hotel cinque stelle nel dicembre 2025, Schloss Sonnenburg ha inaugurato una nuova fase della propria lunga storia. Le 29 camere e suite, progettate in dialogo con le caratteristiche dell’edificio esistente, offrono un’interpretazione contemporanea dell’ospitalità all’interno di un contesto di straordinario valore storico. Gli interni, sviluppati dal team milanese Droulers, contribuiscono a costruire un’atmosfera coerente con il carattere del complesso, valorizzando le qualità spaziali e materiche dell’architettura senza sovrapporsi alla sua identità.

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Nel cuore di Mayfair nasce uno degli hotel più esclusivi d’Europa. Il marmo Breccia Capraia rende unici gli interni con le venature di una pietra delle Alpi Apuane.

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Nel Mayfair, uno dei quartieri più esclusivi di Londra, nasce The Chancery Rosewood, definito da molti come uno degli hotel 5 stelle più eleganti d’Europa. L’edificio che lo ospita ha una storia particolare: progettato nel 1960 da Eero Saarinen per essere la sede dell’ambasciata degli Stati Uniti, è riconoscibile per la facciata a diagrid, il tetto aggettante e l’aquila scolpita da Theodore Roszak che ancora oggi lo sovrasta. Dismesso il ruolo diplomatico, l’edificio, vincolato Grade II, è stato oggetto di un restauro architettonico firmato Sir David Chipperfield, che ne ha preservato l’identità modernista trasformandolo in una destinazione d’eccellenza per l’ospitalità internazionale. Gli interni delle 144 suite sono firmati da Joseph Dirand, che ha costruito un racconto fatto di linee pulite e materiali naturali, pietra, legno, metallo e tessuti, per restituire un’atmosfera calma e accogliente pur nella monumentalità dell’edificio. Le grandi vetrate a tutta altezza portano luce naturale negli ambienti, mentre una palette di toni caldi, punteggiata da detta-

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gli in alluminio anodizzato dorato, dialoga con la pietra della facciata storica. Completano il progetto un centro benessere con piscina da 25 metri firmato Yabu Pushelberg e una collezione d’arte di circa 700 opere curata da Cramer & Bell, tra le più ampie mai riunite in una struttura alberghiera europea. Tra i materiali selezionati per valorizzare gli interni spicca il marmo Breccia Capraia®, scelto per esaltare estetica, funzionalità e prestigio degli spazi. Nei bagni delle suite il fondo chiaro della pietra, attraversato da venature dinamiche e sfumature di viola, verde, avorio e bianco, trasforma rivestimenti, top lavabo e dettagli d’arredo in elementi di forte impatto visivo, capaci di dialogare con la palette calda scelta da Dirand per il resto degli ambienti. Il marmo nasce nel cuore delle Alpi Apuane, in Toscana, tra i monti Altissimo e Carchio, in provincia di Massa-Carrara. A estrarlo e lavorarlo è GMC S.p.A, proprietaria esclusiva della cava da cui nasce il marmo Breccia Capraia®. La sua bellezza era già apprezzata nell’antica Roma, dove veniva impie-

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gato in decorazioni di pregio per la sua rarità, e nel Rinascimento fiorentino, quando i Medici lo scelsero come uno dei materiali di punta per adornare la città. Con il suo carattere deciso, il Breccia Capraia® rappresenta una delle espressioni più raffinate del marmo naturale italiano per l’architettura e l’interior design di lusso, e la sua integrazione negli interni del The Chancery Rosewood rafforza il dialogo tra architettura contemporanea e materiali naturali di pregio, contribuendo a creare un’esperienza sensoriale unica per gli ospiti. Il risultato è un progetto che interpreta il lusso moderno attraverso design sofisticato, architettura iconica e marmo naturale di eccellenza, un elemento che rende questo hotel uno dei nuovi simboli dell’ospitalità di alta gamma a Londra.

GMC Spa viene fondata nel 1973 dalla famiglia Grassi che da sempre opera nel settore lapideo e tuttora gestisce l’azienda. Nel corso degli anni GMC Spa si è affermata come leader sui mercati mondiali nell’approvvigionamento e nella trasformazione di materiali lapidei provenienti da tutto il mondo che, sommati ai marmi estratti direttamente nelle proprie cave (Bianco Carrara e l’esclusiva Breccia Capraia), le permettono di affrontare e portare a termine con successo qualsiasi tipologia di progetto. Grande importanza è sempre stata attribuita all’ufficio tecnico dove la più moderna tecnologia è a disposizione di personale altamente qualificato. L’abilità di GMC Spa di reperire le migliori pietre insieme alla sua capacità di trasformazione la rende estremamente competitiva nel settore delle lastre, in un range ampio di materiali: dal sempre richiesto Bianco Carrara alle pietre più esotiche e in voga del momento. | 130


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Berlino Lasa Marmo impreziosisce il reparto di gastronomia al piano nobile del più noto grande magazzino tedesco. Il Kaufhaus des Westens (KaDeWe) è il grande magazzino più noto della Germania e, con i suoi 60.000 m² di superficie commerciale, uno dei più grandi d’Europa. Fin dagli anni Venti del Novecento, il reparto di gastronomia situato al sesto piano rappresenta una delle principali attrazioni del lussuoso centro commerciale berlinese. Dopo i lavori di ristrutturazione del 1978, il KaDeWe vanta il secondo reparto alimentare più grande al mondo in un grande magazzino. Nel 2018 il proprietario, il gruppo thailandese Central Group, ha avviato una ristrutturazione su larga scala della Food hall, che si estende su una superficie di 7.500 m². Su progetto dello studio di design berlinese Karhard, Lasa Marmo ha fornito per il nuovo bancone del bar di champagne un bancone massiccio in Lasa Bianco Nuvolato®. Per il nuovo reparto formaggi è stata invece impiegata la linea Lasa Fantastico® per il piano di appoggio del bancone della gastronomia.

ph. Stefan Wolf Lucks

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Anche il piano di appoggio del reparto formaggi, ampio e ben organizzato, dove vengono proposte oltre 1.300 varietà da tutto il mondo, è impreziosito dal marmo di Lasa della linea Lasa Fantastico®, che nelle sue venature richiama le sfumature naturali di molti formaggi gourmet.

Lasa Marmo è specializzata nella fornitura di pietra naturale di alta qualità per progetti edilizi e architettonici d’alta gamma. Dalla sua costruzione nel 1928, l’area dello stabilimento nel circondario di Bolzano, sviluppato su 55.000 m2 di superficie, rappresenta l’ultimo anello della catena del valore del pregiato marmo bianco delle cave della Val di Lasa. Con le più moderne macchine di lavorazione, il laboratorio di scalpellini per lavorazioni speciali, il reparto di imballaggio, seghe a telaio e seghe per taglio grezzo (a filo), il marmo di Lasa viene trasformato da blocchi grezzi in materiale da costruzione di pregio destinato ad un mercato internazionale.

Il KaDeWe, sin dalla sua fondazione nel 1907, è un grande magazzino di superlativi. Tra i più grandi department store al mondo, si reinventa costantemente fondendo tradizione e modernità: le vetrine e l’architettura interna riflettono le tendenze attuali. L’intero sesto piano è dedicato alla gastronomia e alla cultura enogastronomica, ed è da sempre un polo di attrazione per appassionati e buongustai esigenti, grazie ai numerosi ristoranti specializzati e reparti di gastronomia. Gli architetti Thomas Karsten e Alexandra Erhard, dello studio Karhard, hanno curato l’allestimento dei reparti ristrutturati valorizzando i prodotti alimentari attraverso la scelta dell’architettura interna. I materiali impiegati, in sinergia con la luce e una texture studiata per coinvolgere i sensi, si ispirano ai prodotti esposti. Al bar di champagne il protagonista è naturalmente lo champagne francese: i designer hanno creato un ambiente raffinato con il marmo di Lasa della linea Bianco Nuvolato® nei suoi toni delicati bianco-grigi, abbinato a superfici dorate lucidate e a un pavimento in terrazzo color crema, che richiamano l’atmosfera leggera dello champagne. Persino le lampade sferiche ricordano le bollicine. 135 |


TONDARELLA TORINO Il locale affida il comfort acustico dei suoi due piani a Marea Collection, i pannelli fonoassorbenti in fibra di poliestere da fonti di riciclo disegnati da Odeon Design Studio insieme all’ufficio tecnico Isolspace.

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Tondarella, il nuovo format dedicato alla piadina romagnola nel cuore di Torino, si sviluppa su due livelli open space, con ampie superfici riflettenti che avrebbero potuto causare fastidiosi effetti di riverbero. A evitarlo è stato uno studio acustico mirato, nato dalla sinergia tra Tondarella, Odeon Design Studio e l’ufficio tecnico Isolspace, che ha trasformato il problema del riverbero da criticità tecnica a elemento qualificante del progetto d’interni. La soluzione è Marea Collection: una collezione di pannelli fonoassorbenti modulari tridimensionali in ISOLFIBTEC®, fibra in tessile tecnico di poliestere ingegnerizzata per l’assorbimento acustico e rivestita in tessuto. Disegnata da Odeon Design Studio, la collezione parte dalla geometria del cerchio: onde di larghezza irregolare, porzioni di circonferenza che si susseguono fino a comporre un effetto di boiserie cannettata, morbido nelle linee e riconoscibile al primo sguardo. I pannelli sono installati sia a parete sia a soffitto. Per il soffitto è stata sviluppata una soluzione custom, con i pannelli incassati in una cornice di legno pensata su misura per l’architettura del locale. La conformazione ondulata del pannello si adatta con naturalezza a superfici piane e curve,

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un dettaglio che ha lasciato ai progettisti margine di manovra su geometrie non sempre regolari. Il profilo leggermente bombato e il tessuto della palette Melange aggiungono una texture materica che dialoga con il resto degli arredi, restituendo calore all’ambiente. Marea Collection è oggi disponibile in quattro palette cromatiche, dalle tonalità più delicate alle nuance più decise, in due formati: il classico 120×120 cm e il nuovo 120×280 cm, pensato per ridurre il numero di giunzioni in posa e uniformare l’effetto visivo sulle grandi superfici. Leggero e facile da installare, il pannello ha uno spessore di circa 22 mm. Sul fronte ambientale, la collezione è certificata VOC A+ e Indoor Air Comfort GOLD, è conforme ai CAM (Criteri Ambientali Minimi) e utilizza materiale riciclato certificato ReMade® in Italy. Da Tondarella, l’acustica smette di essere una semplice questione tecnica e diventa stimolo del linguaggio materico che racconta il locale.

Isolspace è un brand specializzato nella fonocorrezione di design, con una gamma di prodotti che coniuga prestazioni acustiche avanzate e valore estetico. Le sue soluzioni fonoassorbenti non sono soltanto oggetti funzionali, ma veri e propri elementi decorativi capaci di ridisegnare gli spazi con un approccio sartoriale, disponibili in una ricca palette di colori, finiture e grafiche, anche totalmente personalizzabili. Le soluzioni Isolspace comprendono pannelli a parete, a sospensione o autoportanti, anche per superfici curve. Questa versatilità consente di rispondere in modo puntuale alle diverse tipologie di spazio – residenziale, direzionale, commerciale e ricettivo – garantendo sempre un risultato calibrato sulle specifiche caratteristiche dell’ambiente. Tutte le proposte Isolspace sono realizzate con la speciale fibra di poliestere riciclata ISOLFIBTEC®, ottenuta dal recupero di PET. Si tratta di un materiale ad alte prestazioni, che assicura elevata efficienza acustica e risponde ai criteri di sostenibilità ambientale richiesti dalle più recenti linee guida progettuali. Isolspace è un marchio del Gruppo Tecnasfalti, wellness company fondata nel 1976 con sede a Carpiano (MI), che opera in oltre 50 Paesi nel mondo, attiva nello sviluppo, nella produzione e commercializzazione di soluzioni per l’isolamento acustico in edilizia e nel design.

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Costiera Sorrentina Un grande open space bianco, anonimo e difficile da abitare. Da lì lo studio THDP ha ricavato l’Oltremare Lounge Bar, affidando il progetto alla materia: ottone lasciato ossidare, bronzo brunito, foglia d’oro e vetro di Murano, con il blu del mare che dalle vetrate scivola sulle pareti fino a diventare carta da parati.

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Sant’Agnello occupa uno dei tratti più scenografici della costiera sorrentina, affacciato sul Golfo di Napoli. È un paesaggio che ha una lunga consuetudine con lo sguardo dei viaggiatori: già tra Settecento e Ottocento Sorrento e i suoi dintorni erano tappa del Grand Tour, l’itinerario che i giovani aristocratici europei percorrevano per completare la propria formazione. La città di Torquato Tasso ha accolto nei secoli visitatori illustri e continua a esercitare la stessa attrazione. È in questo contesto che l’Hotel Mediterraneo ha riaperto i battenti con una novità rilevante: l’Oltremare Lounge Bar, ricavato nella hall e attivo ogni sera dalle 18 a mezzanotte. Vini e champagne, cocktail internazionali e signature firmati dall’head barman Arturo Iaccarino, un menù di specialità di mare, la presenza fissa di un DJ e l’apertura anche a un pubblico esterno: l’Oltremare nasce come destinazione, pensata per dare al boutique hotel un punto di gravità anche nei mesi in cui lo Skybar estivo resta chiuso. Il progetto degli interni dell’Oltremare e del-

le aree comuni porta la firma di THDP. Il brief chiedeva il restyling della lobby e la creazione di un bar nella hall che celebrasse la vista sul Golfo e tenesse insieme funzioni diverse nell’arco della giornata. I colori del mare sono il filo conduttore, declinati attraverso tessuti naturali e accenti dorati. Dallo spazio aperto alla sequenza di ambienti La lobby era in origine un grande open space bianco, scandito da archi sovradimensionati e soffitti alti: un volume di forte presenza ma privo di un’identità definita e difficile da governare. L’intervento ha lavorato per sottrazione e per articolazione, trasformando l’ambiente unico in una sequenza di spazi distinti. L’area check-in assume un carattere informale e accogliente; le zone di attesa diventano un salotto, con un divano dalle forme sinuose e poltroncine in legno naturale rivestite nei toni che vanno dal verde acqua al blu oltremare. Gli archi esistenti, anziché essere nascosti, vengono valorizzati: cornici in bronzo e vetrine ospitano

oggetti e manufatti artigianali locali raccolti in cinquant’anni dai proprietari dell’hotel, una collezione che dialoga idealmente con la memoria del Grand Tour. Dalla lobby è stata ricavata una saletta per eventi privati, separata dalla hall da un camino bifacciale. Tendaggi in velluto blu incorniciano gli archi come quinte teatrali e aprono la prospettiva verso il lounge bar. È nel registro materico che il progetto trova la sua voce più riconoscibile. Le pareti del bar sono rivestite da una carta da parati su misura di Jannelli & Volpi: la linea blu del mare, che si vede dalle grandi vetrate della terrazza, prosegue all’interno, restituendo la sensazione di immergersi nelle acque del Mediterraneo. È un espediente che cuce il dentro e il fuori in un’unica continuità cromatica. Il bancone, lungo cinque metri, è rivestito in ottone naturale spazzolato, lasciato con una leggera patina scura destinata a ossidarsi nel tempo: un materiale vivo, che continuerà a modificarsi e a guadagnare sfumature. Il retrobanco

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è il cuore visivo dell’ambiente — una sovrapposizione di pannelli in bronzo, ottone e vetro rigato che si intrecciano alle bottiglie. La fascia centrale trasparente lascia passare la luce diurna nella sala e, di sera, costruisce prospettive verso l’esterno. Sopra il bancone, le cupole in bronzo brunito blu, realizzate su misura e rivestite internamente in foglia d’oro. La luce è affidata anche a un lampadario con onde in vetro di Murano soffiato di Italamp, che genera riflessi inattesi nella saletta eventi. La palette dei tessuti e delle finiture richiama tutte le gradazioni del mare. All’arrivo, i toni | 144

firmati Besana evocano l’incontro tra le onde e la sabbia della costa. Gli sgabelli Artnet in eco-pelle hanno una stampa shagreen; i tavoli sono rifiniti in Laminam con riflessi argentati che richiamano la pelle dei pesci azzurri del Mediterraneo. A completare l’allestimento, una consolle DJ fissa per le serate più conviviali. Materiali Tessuti: Panaz, Marzotto, Abitex Arredi: D’Anton, Cattelan Italia, Italamp, Contardi, Livoni Arredi su misura: Besana, Miic, Ramiro, Citielle


Quali fattori bisogna considerare quando si progettano gli spazi per un hotel, in particolare la lobby? Al centro della nostra filosofia progettuale c’è l’enfasi sulla distribuzione degli spazi, che è il punto di partenza di ogni progetto. L’esperienza iniziale dell’arrivo deve sorprendere e affascinare, pur rispondendo alle esigenze operative dell’hotel. Qual è il vostro approccio quando iniziate un nuovo progetto? Adottiamo un approccio olistico: già dal primo brainstorming individuiamo gli elementi chiave del progetto. Abbiamo immaginato la nuova

lobby e il lounge bar Oltremare come spazi belli e accoglienti, stratificati con elementi interessanti, colori, texture e oggetti capaci di incuriosire e coinvolgere gli ospiti fin dal loro ingresso. La palette cromatica si ispira alla vista sulla baia di Sorrento: blu profondi, verdi vetro-marino, tonalità sabbia e accenti in ottone. Abbiamo disegnato una carta da parati su misura per estendere idealmente la linea blu tra mare e cielo fino alle pareti del bar. Qual è stata la sfida più grande del progetto? La lobby e il bar lounge erano originariamente un grande open space bianco con archi sovradimensionati e soffitti alti, difficile da gestire e privo di identità definita. Era fondamentale creare spazi distinti per esigenze diverse durante la giornata, offrendo al contempo un’esperien-

za memorabile. In risposta, gli archi sono stati incorniciati con tendaggi ricchi e arricchiti da teche in vetro che ospitano oggetti ispirati al Grand Tour. Dietro l’arco principale è stato inserito un American bar con bancone in ottone naturale lungo cinque metri, viste sul mare e interni rigogliosi. Come si affronta il design di una ristrutturazione parziale rispetto a un progetto completo? È essenziale progettare uno spazio che completi e valorizzi il contesto esistente, celebrando ciò che rende unico il design precedente e aggiungendo un tocco contemporaneo. La longevità è fondamentale: un progetto senza tempo affonda le sue radici nel passato ma guarda al futuro, capace di parlare alle generazioni di oggi e di domani.

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E se in fondo l’intero nostro peregrinare fosse una semplice - e quindi difficilissima - ricerca dell’essenzialità? Se il vorticare che dai tempi di Ulisse muove gli esseri umani non fosse altro che un tortuoso tentativo di riconnettersi alle radici? Se la vera soddisfazione si nascondesse dietro a un pedagogico minestrone, a un esplicito ‘pescato’, a una superficie lavorata col know how che ci tramandano gli antichi artigiani e scalpellini? Lo sappiamo: tante volte le risposte alle nostre domande arrivano a tavola. Il cibo, concentrato di natura e cultura, attiva le sinapsi come un’infallibile Madeleine proustiana. E quando il design dialoga col piatto, l’esperienza è completa. E l’emozione è servita. Ecco il quarto capitolo della nostra rubrica visuale ‘Piatti fantastici e dove trovarli’. Piccole suggestioni per tenere accesa la magia.


DESIGN&FOOD

Scampo e granchio tra Varanasi ed Hong Kong | 148


Ristorante Famiglia Rana | Oppeano, (VR) 149 |


DESIGN&FOOD

Gnudi di ricotta e bietola su crema di pecorino e tartufo | 150


Il Borro Tuscan Bistro | Firenze 151 |


DESIGN&FOOD

Pescato | 152


ph. Alberto Blasetti

Nomos Ante | Roma 153 |


DESIGN&FOOD

Minestrone di frutta e verdura | 154


ph. Nicol Brunelli

Il Sereno al Lago | Como 155 |


DESIGN&FOOD

I crudi del mercato, zafferano, salicornia | 156


Nostrano | Pesaro 157 |

ph. Marco Poderi Studio


DESIGN&FOOD

Risotto in brodo di Bosco, Castagne, Lepre e Sommacco | 158


Sàpìo | Catania 159 |


ISSN 2975-1063

M A G | B O O K | 2-2026

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