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TICINOWELCOME N°91

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MAGAZINE DI PERSONE, EVENTI, AZIENDE, FATTI E NOTIZIE

Svizzera CHF 8,00 / Italia € 6,80

N° 091 SETTEMBRE / NOVEMBRE 2026

FRANCO CITTERIO

EDIZIONE TICINO WELCOME SAGL

OLTRE LA SCRIVANIA

PRIMO PIANO

TAVOLA ROTONDA

COLLEZIONE OLGIATI

AZIENDE

POLITICA CANTONALE Una nuova stagione

TICINO E ITALIA Amici o vicini?

MASI LUGANO Jannis Kounellis

THE LONGEVITY SUITE Benessere personalizzato


Sofa Hatton - Coffee Table Noah - Armachair Coco - Bookcase Asia Low


TICINO WELCOME / EDITORIALE

EDITORE Ticino Welcome Sagl Palazzo Mantegazza, Riva Paradiso 2 CH-6900 Lugano-Paradiso T. +41 (0)91 985 11 88 info@ticinowelcome.ch www.ticinowelcome.ch RESPONSABILE EDITORIALE Mario Mantegazza COORDINAMENTO EDITORIALE, PUBBLICITÀ E PUBBLICHE RELAZIONI Paola Chiericati COORDINAMENTO EDITORIALE, SETTORE ARREDO/DESIGN Francesco Galimberti REALIZZAZIONE EDITORIALE Mindonthemove srls LAYOUT E GRAFICA Kyrhian Balmelli e Lorenzo Terzaghi FOTOGRAFIE Si ringraziano le aziende produttrici, amministrazioni, enti e istituzioni del Ticino. Foto di copertina: studio kilo snc

STAMPA FONTANA PRINT SA CH-6963 Pregassona SERVIZIO ABBONAMENTI (4 NUMERI) CHF 32.- (spese postali escluse) T. +41 (0)91 985 11 88 www.ticinowelcome.ch PUBBLICITÀ SVIZZERA TEDESCA E FRANCESE FACHMEDIEN ZÜRICHSEE WERBE AG CH-8712 Stäfa claudio.moffa@fachmedien.ch T. +41 (0)44 928 56 31 COLLABORATORI Dalmazio Ambrosioni, Moreno Bernasconi, Paola Bernasconi, Rocco Bianchi, Andrea Conconi, Elisa Bortoluzzi Dubach, Franco Citterio, Ariella Del Rocino, Fabio Dotti, Roberto Giannetti, Keri Gonzato, Andrea Grandi, Eduardo Grottanelli De’ Santi, Marta Lenzi, Arianna Livio, Dimitri Loringett, Manuela Lozza, Giorgia Mantegazza, Giacomo Newlin, Valentino Odorico, Patrizia Pedevilla, Sarah Peregalli, Romano Pezzani, Amanda Prada, Valeria Rastrelli, Donatella Révay, Mattia Sacchi, Gerardo Segat, Gianni Simonato, Fabiana Testori. DISTRIBUZIONE IN TICINO: Abbonamenti, Ticino Turismo, alberghi 4 e 5 stelle, studi medici e dentistici, studi d’avvocatura, studi d’ingegneria e d’architettura, banche e fiduciarie, aziende AITI (Associazione Industrie Ticinesi), aziende Cc-Ti (Camera di commercio, dell’industria e dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino), Club Rotary Ticino, Club Lions Ticino, edicole del Ticino. IN ITALIA: Nelle fiere turistiche, Aeroporto di Malpensa, Hotel ed esercizi pubblici Provincia di Como e Lombardia.

IL PESO delle parole di Mario Mantegazza

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i preoccupiamo molto delle azioni e troppo poco delle parole. Eppure, spesso, sono proprio le parole a precedere le azioni e a determinarne le conseguenze. Una frase pronunciata nel momento giusto può infondere coraggio, cambiare una scelta, aprire una strada. Una frase sbagliata può incrinare un rapporto, spegnere un entusiasmo, lasciare una ferita destinata a durare nel tempo. Eppure viviamo in un’epoca in cui le parole vengono consumate con troppa facilità. Si parla molto, si ascolta poco. Si commenta tutto, spesso d’impulso. La velocità ha preso il posto della riflessione e il linguaggio si è adattato a questo ritmo. È un’abitudine che si assume molto presto. Anche i più giovani crescono in un ambiente dove le parole vengono lanciate con leggerezza, soprattutto attraverso i social, senza misurarne davvero il peso. Ma le parole non scompaiono nel momento in cui vengono pronunciate. Restano nella memoria di chi le riceve e, qualche volta, finiscono per accompagnarlo molto più a lungo di quanto immaginiamo. Per questo possono diventare

un’arma. Non soltanto quando vengono usate con l’intenzione di ferire, ma anche quando sono pronunciate senza rif lettere. C’è poi un altro dialogo che merita attenzione: quello che ciascuno di noi intrattiene con se stesso. Le parole con cui ci definiamo finiscono spesso per orientare il nostro modo di affrontare la realtà. Se continuiamo a ripeterci di non essere all’altezza, sarà sempre più difficile convincerci del contrario. Le parole, dunque, non descrivono soltanto ciò che siamo. Contribuiscono, almeno in parte, a farci diventare ciò che pensiamo di essere. Sono sempre più convinto che dovremmo recuperare il valore della misura. Fermarci un istante prima di parlare. Chiederci se quello che stiamo per dire servirà a costruire qualcosa oppure lascerà soltanto una ferita. Le parole possono dividere, ma possono anche ricucire. Possono togliere fiducia oppure restituirla. Per questo meritano rispetto. Sempre.

Mario Mantegazza TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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SOMMARIO / N° 91

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FRANCO CITTERIO Oltre la scrivania

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GUIDO SASSI Accoglienza, la chiave vincente della ristorazione

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COLLEZIONE OLGIATI Jannis Kounellis, la pittura oltre la tela

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INDOSUEZ WEALTH MANAGEMENT Dove guardano gli investitori

EDITORIALE 05 Il peso delle parole di Mario Mantegazza PRIMO PIANO 08 Franco Citterio: Oltre la scrivania di Michelle Uffer 14 Stéphanie Lachat: Combattere contro tutte le disuguaglianze di Rocco Bianchi 20 Myron S. Scholes: Quale futuro per la finanza globale? 24 Henry Dunant: Il visionario sconfitto che entrò nella storia di Eduardo Grottanelli de’Santi 28 Federico Moccia: la felicità non è un traguardo di Eduardo Grottanelli de’Santi 32 Comuni e Cantone: Si apre una nuova stagione politica di Andreas Grandi 36 Martina Vondruska: My commitment to art di Elisa Bortoluzzi Dubach 40 Diego Fasolis: Senza la musica la vita sarebbe più triste di Eduardo Grottanelli de’Santi 46 Damiano Müller: 40 anni al servizio dell’emozione di Eduardo Grottanelli de’Santi A TAVOLA CON… 50 Guido Sassi: Accoglienza, la chiave vincente della ristorazione GRANDANGOLO 54 Moreno Bernasconi: L’AI, arma per l’egemonia mondiale TAVOLA ROTONDA 56 Ticino e Italia: Amici davvero o semplici nemici? di Enrico Carpani LAC 60 Claudia Burgarella: 250 appuntamenti all’anno tra business e networking di Donatella Révay 62 Arti performative: Il confine sottile della civiltà MASI LUGANO 66 Umberto Boccioni: Alle origini della rivoluzione futurista COLLEZIONE OLGIATI 68 MASI Lugano: Jannis Kounellis, la pittura oltre la tela SPECIALE IA 72 Arte: Avanti ma con molta cautela di Paola Bernasconi CULTURA 76 Deodato Arte: Una distribuzione dell’arte sempre più multicanale di Cristina Zappa FINANZA 80 ABT: La piazza finanziaria tra stabilità e nuove sfide 82 Cornèr Banca: La trappola che blocca i risparmiatori 84 UBS: Il valore di una vita, la responsabilità del futuro 86 Credinvest: Una partnership che accresce la fiducia della clientela 88 Indosuez Wealth Management: Dove guardano gli investitori 92 Ceresio Investors: La sfida ora si chiama redditività 94 SYZ Group: Quando gli interessi della banca coincidono con quelli dei clienti 96 Banca Raiffeisen Colline del Ceresio: Una banca di consulenza, aperta al territorio 99 Union Bancaire Privée (Europe): La nuova competizione dell’asset management 100 Fidinam: Innovazione, qualità e prossimità al cliente ARCHITETTURA 106 A++Group: L’essenza del luogo 110 Wetag Luxury Real Estate: Uniti nei valori, flessibili nelle differenze 112 MG Immobiliare: Trent’anni di fiducia, una visione internazionale 116 SIT Immobiliare: Al primo posto la fiducia come valore 118 Filippini & Partners Ingegneria: Gestire un territorio in trasformazione LUSSO 122 Harry Winston: Il tempo come espressione di stile 124 Damiani: Quando l’arte diventa gioiello AZIENDE 126 Visiva: Comunicare con i rinoceronti 128 Connect26: Come il Ticino si prepara ad un futuro digitale?

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SOMMARIO / N° 91

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MG IMMOBILIARE Trent’anni di fiducia, una visione internazionale

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FERRARI AMALFI La mia auto è come un abito, deve raccontare chi sei

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CLAUDIA ZORLONI GARZONI L’accoglienza scelta di vita

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ORDINE DEI MEDICI Un secolo di medicina al servizio del Ticino

Da 30 anni la tua immobiliare di riferimento

132 Gruppo Multi: Relocation in Ticino 134 Lions Club Monteceneri: La responsabilità al primo posto 136 Dick&Figli: Quando il design migliora il modo di vivere e lavorare 138 Fondazione Agire/Crion: Dal Ticino l’intelligenza artificiale che porta le persone all’aria aperta 142 Equans Switzerland: Competenza, innovazione e vicinanza al territorio 146 Studio Fiduciario Pagani: Fiducia, competenza e visione LUXURY REAL ESTATE 148 AB Baratella Giardini: Il tempo è il bene più prezioso. Anche in giardino Via Pessina, 6900 Lugano +41 91 921Una 42 58 | info@mgimmobiliare.ch 150 STRP: di Dimitri Loringett grande opportunità per le PR MGIMMOBILIARE.CH LADIES IN MOTION 152 Ferrari Amalfi: La mia auto è come un abito, deve raccontare chi sei AUTO 156 Maserati Granturismo: Il lusso italiano che guarda al futuro 158 Aston Martin Vantage S: Entusiasmante incontro tra prestazioni ed eleganza 160 Bentley Continental GTC S: Il lusso si mette alla prova di Joel Camathias 162 Gamma smart: La nuova dimensione di smart DOSSIER FONDAZIONI 164 Elisa Bortoluzzi Dubach: La filantropia che accoglie i bambini indivisibili 168 Claudia Zorloni Garzoni: L’accoglienza come scelta di vita di Elisa Bortoluzzi Dubach 172 Jacqueline Burckhardt: La filantropia come forza creativa di Elisa Bortoluzzi Dubach 176 Karin Schick: Non esisterebbe l’arte senza filantropia 180 Fondazione HC Lugano Academy: La forza di una comunità solidale TURISMO 182 Ticino Turismo: Il Ticino diventa un set 184 Lugano Region: Una porta aperta sul territorio 188 OTR Mendrisiotto: Quando il Medioevo parla ai più giovani 190 Ferrovia Monte Generoso: Festa d’autunno GASTRONOMIA 193 Marmant SA: Tra tradizione e futuro 194 G.B.C. SA: Dal bosco alla tavola 198 CCAT: Il grande cuore agroalimentare 200 Al Porto: Un regalo che racconta una storia 202 Pasticceri svizzeri: La dolce epopea svizzera in Italia di Marta Lenzi 204 SPST 2026: Un omaggio alla Svizzera Gourmet ENOLOGIA 208 Ticino Gourmet: La sfida della viticoltura ticinese contro il cambiamento climatico VIAGGI 210 Antalya: Storia, natura, cultura e tradizioni di Antalya di Paola Chiericati 214 Antalya Golf Club: Giocare a golf tra mare, pinete e spazi da campionato di Ariella Del Rocino HOTELLERIE 216 Park Hotel Sonnenhof: Spettacolare vista sul castello di Vaduz di Paola Chiericati 218 Park Hotel Sonnenhof: Invito a cena nel Principato del Liechtenstein di Giacomo Newlin MEDICINA 220 Lana E. Kandalaft: I vaccini che verranno 222 Ordine dei Medici: Un secolo di medicina al servizio del Ticino BENESSERE 224 The Longevity Suite: Una nuova idea di benessere personalizzato 226 The Longevity Suite Kitchen: Quando l’alimentazione diventa uno stile di vita

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OLTRE la scrivania


PRIMO PIANO / FRANCO CITTERIO

C’è un uomo dietro al direttore. Ce lo racconta lui stesso tra una riunione in ufficio e un tiro a canestro. di Michelle Uffer

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ranco Citterio, nato nel 1962 a Lugano, è da oltre vent’anni il punto di riferimento della piazza finanziaria ticinese come direttore dell’Associazione Bancaria Ticinese – incarico che ricopre dal 2003, dopo un percorso professionale che lo ha portato dal giornalismo economico al mondo bancario – e per dodici anni anche sindaco di Porza, oltre a presiedere Ticino for Finance. Una lunga stagione di impegno pubblico, fatta di riunioni, dossier e delibere. Ma fuori dall’ufficio, chi è davvero? Arrivo a Villa Negroni a metà mattinata. Sempre vista ed ammirata unicamente dall’esterno, devo ammettere che fosse la mia prima visita all’interno dell’edificio, sede della Fondazione Centro Studi Villa Negroni, di cui Citterio è peraltro membro del Consiglio. Entro nel silenzio più totale, tra sale, imponenti statue, corridoi e scalinate, salgo affascinata alla ricerca degli uffici dove, sentendomi parlare con la sua assistente, il Direttore Franco Citterio fa capolino. Dopo qualche minuto di presentazioni e aggiornamenti, ci sediamo per quella che sarà una mezz’oretta di chiacchierata davvero scorrevole ed interessante. A grandi linee, eccola.

Lei incarna da oltre vent’anni la trasformazione della piazza finanziaria ticinese. Ma chi è Franco Citterio quando si toglie la giacca, nel senso figurato, e torna ad essere un cittadino qualunque? «Direi una persona assolutamente normale. Sono nato e cresciuto qui, ho fatto le scuole in Ticino, sono sposato, ho due figlie». Le figlie hanno ventisei e ventinove anni «sono già grandicelle», precisa. Una vita costruita con radici solide, senza particolari strappi. Ticinese doc, insomma, ma con un piccolo dettaglio: gli anni universitari trascorsi a San Gallo per studiare economia lo hanno lasciato con qualcosa in più di una laurea. «Mi ha dato una struttura mentale», dice. «Una certa sistematicità nel pensiero che poi ti porti dietro anche nella vita di tutti i giorni».

“I paesi orientali mi attraggono molto. Il Giappone, l’India ma anche la Via della seta, le ex repubbliche sovietiche. Sono culture che ai nostri occhi restano abbastanza sconosciute”. In effetti San Gallo è sinonimo di rigore elvetico, il Ticino piuttosto di solarità. Nel suo carattere prevale una o l’altra? «Credo di essere più latino. Però è vero che l’educazione tedesca mi ha portato ad un certo rigore». Un rigore che non è ottusità, tiene a chiarire, non si tratta di essere inquadrati, ma di avere un obiettivo e seguirlo senza perdersi nei meandri dell’attualità. «Nel mondo finanziario, se non hai una strada da seguire, rischi di farti trascinare dal

breve termine. Serve una certa stabilità». Della città di San Gallo conserva un ricordo affettuoso ma anche assai concreto: «Tutto sommato abbastanza provinciale. Non aveva la vivacità internazionale di Zurigo». Però, mi racconta, è lì che ha incontrato sua moglie. «Eravamo tutti e due studenti ticinesi, lei di Losone, io di Lugano. Ci siamo conosciuti a San Gallo, nonostante al sud delle Alpi fossimo praticamente vicini di casa». Il destino ha sempre i suoi piani. TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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PRIMO PIANO / FRANCO CITTERIO

Mi sembra di intuire che, oltre ai suoi mille impegni, lei sia uno sportivo. Come si muove durante l’anno? «Due o tre volte alla settimana mi piace praticare sport. Lo considero una valvola di sfogo importante, non solo fisicamente, fa bene anche mentalmente». Il calendario è preciso: estate in mountain bike, autunno a giocare a basket con gli ex compagni di squadra «partitella e cena, bellissimo», inverno sugli sci, mentre in primavera gioca a tennis. «Non mi sono inventato niente di speciale», dice. «Sono sport normali. Ma per me il movimento è fondamentale». Il basket è rimasto nel tempo. Ha giocato a lungo? «È stato il mio primo sport. Ho giocato nella Federale Lugano dai piccoli fino alla prima squadra». Oggi si ritrova ancora una volta alla settimana con gli ex compagni. Non è solo movimento, è un rito, un modo di restare in contatto con persone che lo conoscono da decenni. «Con gli amici di sempre, magari non ci si sente per mesi, però si sa che ci sono», dice. «Stiamo però entrando in un periodo in cui qualcuno di questi amici lo perdi. Scompare. E lì ti rendi conto di quanto ti manca la sua presenza». La famiglia, lo sport, gli amici, le radici. E poi un altro hobby, i viaggi. C’è una meta che non ha ancora visitato e che le piacerebbe raggiungere? «I paesi orientali mi attraggono molto. Il Giappone, l’India ma anche la Via della seta, le ex repubbliche sovietiche. Sono culture che ai nostri occhi restano abbastanza sconosciute». Il resto del mondo lo conosce abbastanza bene, anche se l’Africa rimane un punto interrogativo: «Ho

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fatto il nord e il sud, ma tutto quello che c’è nel mezzo resta inesplorato. Andiamo sempre agli estremi». Per ora queste mete restano nella lista. «Magari un po’ più avanti», dice. Cosa le piace fare quando stacca davvero? «La letteratura, sicuramente. Leggo spesso.» Romanzi italiani ma anche saggi storici. «Mi piacciono quei libri che raccontano un personaggio, una biografia, e ti aiutano a contestualizzarlo in un quadro più ampio. Colleghi le conoscenze, vai avanti e indietro nel tempo». E poi la musica, che lo accompagna sempre. Musica clas-

sica ma anche musica moderna. Per anni ha seguito moltissimo i Jamiroquai. «Un genere funky jazz che mi ha preso davvero», dice. E con le sue figlie, avete gusti musicali in comune? «Non ho ancora capito bene cosa ascoltano i giovani. Un po’ di tutto, immagino, dai vecchi cantautori italiani alle cose più recenti». Una risposta onesta, di chi non pretende di capire tutto delle generazioni successive. Convivenza pacifica, insomma, tra una Quinta di Beethoven e una “Cosmic Girl” dei Jamiroquai.


Come immagina la domenica perfetta in Ticino? «Semplicissima. Montagna, una passeggiata, un pranzo con amici o parenti». Niente di costruito. Il Sopraceneri riserva belle sorprese. «Le valli, posti che conosci da sempre e che ogni volta ti regalano un’emozione. Per avere gli occhi pieni di meraviglia, in Ticino ci vuole poco. Bisogna solo uscire». Quando invita gli amici, cucina o preferisce portarli al ristorante? «Il ristorante è più pratico. E ti permette di restare davvero a contatto con i tuoi ospiti, quando organizzi a casa rischi di passare più tempo tra i fornelli che con le persone che hai invitato». E poi ammette senza problemi: «Non sono un grande cuoco. Qualcosa alla griglia, qualche piatto semplice, ma fino a un certo punto. Mia moglie è brava e si dà da fare, però oltre un certo

numero è più comodo andare fuori. Costa qualcosa però si apprezza di più». Ancora una volta Franco Citterio brilla in onestà. Dopo vent’anni tra Consiglio comunale e Municipio ha scelto di non ricandidarsi. Come ci si sente con una tabella di marcia un po’ meno fitta? «L’agenda ne ha giovato, diciamo così». Essere Sindaco significa essere disponibile quasi in modo continuo, non solo le riunioni formali, ma il piccolo sopralluogo, l’appuntamento dell’ultimo minuto, la telefonata la sera. «Il fatto di lavorare vicino a casa mi permetteva di gestirlo, però l’agenda ne risentiva, non soltanto durante la settimana, ma anche la sera, il weekend». Vent’anni di politica, dai quarantadue ai sessantadue. «È stato un percorso molto soddisfacente, ma anche tempo sottratto

alla famiglia», dice, senza recriminazioni. «Ed è giusto lasciare spazio alle nuove generazioni». Lugano è cambiata moltissimo negli ultimi decenni, evolvendo da piazza prettamente finanziaria a polo culturale e tecnologico. Come ha vissuto, da cittadino, questa metamorfosi della sua città natale? «Penso che il lungo periodo di ristrutturazione della piazza finanziaria possa dirsi concluso. Il settore bancario si è adeguato ai nuovi standard internazionali in materia di trasparenza fiscale, introducendo lo scambio automatico di informazioni con l’estero. Nel frattempo, Lugano ha subìto le conseguenze di questa trasformazione (occupazione, entrate fiscali, lavoro indotto ecc.) ma ha saputo anche reagire intercettando nuovi business (commercio di materie TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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PRIMO PIANO / FRANCO CITTERIO

prime in primis) e creando nuovi punti d’attrattività quale polo culturale. Da cittadino ho osservato con dispiacere i contraccolpi della crisi finanziaria ma ho anche ammirato la capacità di reazione degli operatori e della collettività di fronte a questi cambiamenti». Cosa consiglierebbe ad un giovane ticinese che si affaccia adesso al mondo del lavoro? «Prima di tutto: scegliere in base alle proprie preferenze, non alle opportunità che si intravedono sul momento». Non è facile, riconosce, a quattordici, quindici anni ti chiedono già di prendere una strada. «Ma una volta individuate le tue preferenze, vai in quella direzione». E poi: non restare per forza in Ticino. «Siamo 350.000 abitanti con una struttura economica variegata. Le opportunità ci sono, ma non come in altri contesti. Non bisogna aver paura di uscire dai confini cantonali o nazionali,

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PRIMO PIANO / FRANCO CITTERIO

anche solo per un periodo lavorativo. Le esperienze fuori formano, e poi il Ticino resta lì, si può sempre far ritorno a casa». A quattordici anni, lei sapeva già cosa voleva fare? «Sapevo appena di voler continuare a studiare. Nient’altro». Il liceo, poi la scelta tra economia e architettura. «L’architettura mi interessava, ma era un periodo difficile per l’edilizia ticinese. I miei mi hanno convinto che l’economia lasciava più sbocchi». E così è andata. Senza rimpianti. C’è una lezione che ha imparato con gli anni e che il Franco appena laureato non avrebbe ancora potuto capire? «Il valore di quella struttura mentale che mi ha dato l’università, ma lo dico anche perché allora la consideravo abbastanza noiosa». Le cose che sembrano inutili quando le studi, e che poi si rivelano fondamentali. «Non

“Il rischio con i soldi è di attirare persone che ti stanno vicino per quello che hai, non per quello che sei. Quando ti sganci da questo, riesci a capire meglio chi ti vuole davvero bene”. solo per il lavoro. Proprio per la vita di tutti i giorni, il fatto di saper mettere ordine tra le priorità, di soppesare le cose prima di decidere». Una razionalità che non è freddezza, precisa. È semplicemente un modo di non farsi confondere e travolgere. Ultima domanda: qual è il lusso più grande che i soldi non possono comprare? «La famiglia. Le amicizie». Risposta senza esitazione. «Il rischio con i soldi è di attirare persone che ti stanno vicino per quello che hai, non per quello che sei. Quando ti sganci da questo, riesci a capire me-

glio chi ti vuole davvero bene». Le amicizie vere, dice, sono quelle filtrate dal tempo, non dai vantaggi reciproci. «È qualcosa in più. Nel rispetto. E quello non si compra». Quando si alza, l’agenda lo aspetta già. Ma per una mezz’ora, «dicevo un quarto d’ora e siamo già a trentadue minuti», nota lui stesso, il Direttore ha fatto una cosa che gli capita raramente: parlare di sé. «Non sono abituato», nel nostro settore, uscire dal professionale fa un po’ strano». Forse. Ma ogni tanto fa bene lo stesso, ed io ho apprezzato molto questa chiacchierata. Spero valga lo stesso per voi.

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Combattere

CONTRO TUTTE LE DISEGUAGLIANZE


PRIMO PIANO / STÉPHANIE LACHAT

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inquantenne, giurassiana, vanta esperienze in funzioni dirigenziali sia nelle amministrazioni pubbliche che nel settore privato. Un compito affrontato con entusiasmo ed energia, che si confronta ogni giorno con una realtà sempre più complessa, a una società sempre più stressata, competitiva e violenta. La Svizzera non è immune dai femminicidi e dalla violenza domestica, fenomeno che anzi sembra in aumento. Cosa sta facendo l’Ufficio per contrastarlo? «I dati sono effettivamente in aumento. In ogni caso ogni singolo caso è chiaramente un caso di troppo. La lotta contro la violenza domestica, sessuale e di genere rappresenta oggi una delle priorità dell’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo. Dal 2025 abbiamo definito, insieme ai Cantoni e ai Comuni e in collaborazione con le organizzazioni non governative (case di accoglienza, particolare attenzione nelle fasi di separazione e analisi sistematica dei casi per trarne insegnamenti per il futuro), una serie di priorità d’a-

Dal 1 settembre 2024 la giurassiana Stéphanie Lachat codirige l’Ufficio federale per l’uguaglianza tra donna e uomo insieme a Gian Beeli. Questa codirezione rappresenta una novità assoluta per un ufficio federale. di Rocco Bianchi

zione. Conduciamo inoltre la prima campagna nazionale di prevenzione “L’uguaglianza contro la violenza”, che mira a individuare e segnalare la violenza fin dai suoi primi segnali. Sosteniamo inoltre finanziariamente misure volte a prevenire la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica in tutta la Svizzera. Coordiniamo anche l’attuazione del Piano d’azione nazionale della Convenzione di Istanbul, una convenzione del Consiglio d’Europa che protegge le donne e le ragazze dalle diverse forme di violenza. In questo contesto, sempre in collaborazione con Cantoni, Comu-

ni e organizzazioni non governative, la Confederazione sta attualmente elaborando una strategia nazionale comune per rafforzare in modo duraturo la prevenzione e la lotta contro queste forme di violenza. Gli assi portanti del lavoro sono l’uguaglianza e la sicurezza». Davvero una maggiore uguaglianza tra sessi riduce la violenza? «Sì. L’uguaglianza rappresenta un importante fattore di protezione. Quando donne e uomini dispongono degli stessi diritti, delle stesse opportunità e della stessa autonomia economica, diminuiscono i rapporti di

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dominio e di dipendenza. Ed è proprio in questi rapporti che può nascere la violenza. Sappiamo che nelle coppie in cui le decisioni vengono prese congiuntamente e in cui entrambi i partner contribuiscono al reddito familiare, la violenza domestica è meno frequente. Promuovere l’uguaglianza significa quindi intervenire alla radice della violenza». Recentemente sono stati chiesti più mezzi per la prevenzione: è davvero possibile prevenire la violenza domestica e di genere? «Sì, la prevenzione funziona, ma richiede un impegno collettivo a lungo termine. La violenza non scompare grazie a un’unica misura. Occorre intervenire contemporaneamente su più livelli: sensibilizzazione della popolazione, protezione delle vittime, perseguimento degli autori di violenza, formazione dei professionisti e contrasto agli stereotipi. Ciò presuppone risorse adeguate e una stretta collaborazione tra tutti gli attori coinvolti, compresa l’intera popolazione. Ognuno e ognuna ha un ruolo da svolgere nel rifiutare ogni forma di violenza». Si parla sempre di violenza sulle donne da parte di uomini. Esiste anche il fenomeno contrario? «Sì, anche gli uomini sono vittime di violenza, in particolare di violenza domestica. Ogni forma di violenza è inaccettabile e richiede il nostro impegno. È proprio questo il senso della nostra azione. Tuttavia la realtà statistica è chiara: le donne sono di gran lunga le principali vittime delle forme di violenza più gravi, come la violenza sessuale o gli omicidi all’interno della coppia, commessi prevalentemente da uomini. Questo spiega la particolare attenzione rivolta a queste forme di violenza».

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Gian Beeli e Stéphanie Lachat

Negli ultimi anni, in generale, si assiste a un ritorno se non a forme di maschilismo per lo meno a una visione più tradizionale della società e della famiglia, dunque nei rapporti tra sessi. È solo un’impressione, una narrazione su media e social, oppure lo constatate anche nella realtà? E quanto è davvero ampio questo fenomeno? «Osserviamo queste tendenze all’interno della popolazione, sia in Svizzera sia in molti altri Paesi. In realtà rileviamo due tendenze parallele: da una parte vi sono persone che chiedono che l’uguaglianza si traduca finalmente nella realtà dei fatti; dall’altra alcune persone assumono come modello forme di mascolinità che favoriscono la violenza contro le donne. Constatiamo in particolare un divario crescente e preoccupante tra le posizioni dei ragazzi e delle ragazze sulle questioni dell’uguaglianza». Si tratta solo a suo avviso di una fase temporanea, sintomo forse di un sentimento di frustrazione da parte degli uomini e di parte della società che fa fatica ad adattarsi e accettare una nuova realtà, o crede sia più duraturo?

«È difficile prevederne l’evoluzione nel lungo periodo. La storia dimostra che i progressi in materia di uguaglianza non seguono un percorso lineare: conoscono avanzamenti, ma anche resistenze. In ogni caso questa situazione, in particolare sui social media, richiede la nostra vigilanza. Il progetto del movimento maschilista è chiaramente antidemocratico. Ciò sottolinea l’importanza di proseguire il dialogo e il lavoro di sensibilizzazione affinché il rispetto reciproco e la valorizzazione della diversità continuino a far parte del DNA della Svizzera». Veniamo al mondo del lavoro. Il suo ufficio è nato circa 40 anni fa soprattutto per eliminare le disuguaglianze salariali e di carriera. Che bilancio possiamo fare oggi? «Il bilancio è complessivamente positivo. In quarant’anni la Svizzera ha compiuto progressi considerevoli: la Legge sulla parità dei sessi ha dato attuazione al principio della parità salariale sancito dalla Costituzione; sono stati introdotti l’assicurazione maternità e il congedo di paternità; sono stati fissati obiettivi


PRIMO PIANO / STÉPHANIE LACHAT

di rappresentanza dei sessi nei consigli di amministrazione, solo per citare alcuni esempi. Tuttavia, sebbene la parità giuridica sia ormai in larga misura acquisita, la parità di fatto non è ancora stata raggiunta. I dati dell’Ufficio federale di statistica mostrano che il divario complessivo nei redditi da lavoro tra donne e uomini ammonta a quasi il 40%. La Carta per la parità salariale nel settore pubblico mira proprio a contribuire a colmare questa disparità. Gli enti del settore pubblico possono aderire a questa Carta, sottolineando così il proprio impegno a favore della parità salariale e professionale. Ad esempio, in Ticino il Consiglio di Stato ha invitato tutti i Comuni e gli enti parapubblici del Cantone a valutarne l’adesione. Quest’anno 30 nuovi Comuni ed enti parapubblici ticinesi hanno sottoscritto la Carta». Le diseguaglianze persistono comunque: cosa bisognerebbe fare per ridurle ulteriormente? «Le disuguaglianze nella vita professionale riflettono le diverse rappresentazioni dei ruoli attribuiti alle donne e agli uomini, in particolare alle madri e ai padri, nella nostra società. Le posizioni professionali di donne e uomini sono strettamente

legate alla distribuzione di genere del lavoro di cura. L’uguaglianza è quindi un progetto di società che riguarda tutti: donne e uomini. Occorre pertanto intervenire in modo sistemico, agendo contemporaneamente su più livelli. Nel 2021 il Consiglio federale ha adottato la Strategia Parità 2030, che promuove l’uguaglianza nella vita pubblica e professionale, favorisce la conciliabilità tra famiglia e lavoro e contrasta la violenza e le discriminazioni. Le misure riguardano sia gli aspetti strutturali (leggi, condizioni di lavoro favorevoli alla conciliazione, orari scolastici, servizi di accoglienza extrascolastica, ecc.) sia il cambiamento delle mentalità. Progredire verso questo obiettivo richiede decisioni politiche concrete, sensibilizzazione fin dalla giovane età, raccolta di dati affidabili e interventi concreti sul territorio. Confederazione, Cantoni, Comuni, mondo economico e società civile hanno tutti un ruolo da svolgere». Sarà mai possibile eliminarle del tutto? «È questo il nostro obiettivo. Nutro grande rispetto e riconoscenza per tutte le persone che si sono impegnate per ottenere i progressi compiuti negli ultimi decenni. Questo

“Sì, la prevenzione funziona, ma richiede un impegno collettivo a lungo termine. La violenza non scompare grazie a un’unica misura. Occorre intervenire contemporaneamente su più livelli: sensibilizzazione della popolazione, protezione delle vittime, perseguimento degli autori di violenza, formazione dei professionisti e contrasto agli stereotipi”.

dimostra che il cambiamento è possibile. La nostra motivazione è proprio quella di proseguire questo lavoro affinché le generazioni future possano vivere in una società realmente egualitaria». Oggi una donna che fa carriera deve spesso rinunciare a qualcosa oltre a dover dimostrare capacità spesso maggiori rispetto a un uomo, spingendole a performance estreme. Sono le cosiddette “lady di ferro”. Esisterà mai una “gestione femminile” delle imprese, o sarà sempre e solo l’economia che detterà cosa e come comportarsi? «L’obiettivo non è sostituire un modello con un altro, bensì favorire una rappresentanza equilibrata di donne e uomini a tutti i livelli di responsabilità. Gli studi dimostrano che team diversificati – non solo per genere, ma anche per origine, età, stato di salute e altri fattori – permettono di valorizzare i talenti e favoriscono l’innovazione. Essi risolvono meglio i problemi, rappresentando un vantaggio operativo concreto nei mercati competitivi. La diversità costituisce quindi un fattore determinante anche per la performance economica. L’Ufficio federale per l’uguaglianza contribuisce a questo obiettivo anche attraverso la concessione di aiuti finanziari a progetti che promuovono l’uguaglianza nella vita professionale. Questi progetti consentono di sviluppare e diffondere approcci innovativi ed economicamente sostenibili». Quarant’anni fa si parlava solo di due generi, donne e uomini; oggi il movimento LGBT occupa sempre più spazio, e ci sono pure persone che si dichiarano “non binarie”. Vi occupate anche di queste persone? In che modo? TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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PRIMO PIANO / STÉPHANIE LACHAT

«Sì. L’Ufficio federale per l’uguaglianza è competente, a livello federale, anche per le questioni riguardanti le persone LGBTIQ. Ci occupiamo del trattamento dei mandati parlamentari, del coordinamento dei servizi federali attivi in questo ambito e del rafforzamento della collaborazione con Cantoni, Comuni e organizzazioni della società civile impegnate su queste tematiche. Quest’anno il Consiglio federale ha inoltre lanciato il primo Piano d’azione nazionale contro i crimini d’odio nei confronti delle persone LGBTIQ. Il piano si articola su tre assi principali: la protezione e l’accompagnamento delle vittime, la prevenzione e la sensibilizzazione, nonché il miglioramento della raccolta di dati affidabili per orientare le politiche pubbliche». Lei è codirettrice assieme a un uomo: come va la convivenza? Soprattutto, come è stata accolta dai vostri collaboratori? «Il nostro modello di codirezione con il signor Gian Beeli funziona in modo molto armonioso e complementare. Oltre a prospettive diverse legate ai nostri percorsi personali e professionali, apportiamo competenze linguistiche e professionali complementari. Questa diversità rappresenta una vera ricchezza per la nostra organizzazione. Possiamo inoltre contare su un team estremamente motivato. Come diciamo spesso: “Nessuno lavora all’Ufficio federale per l’uguaglianza per caso”». Due anni di lavoro: un primo bilancio? «Siamo riusciti a portare avanti progetti importanti, come l’introduzione di nuove misure contro i femminicidi. Grazie al sostegno del Parlamento la nostra campagna naziona-

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le di prevenzione «L’uguaglianza contro la violenza» ha potuto essere notevolmente ampliata. Insieme ai miei colleghi considero particolarmente positiva la stretta collaborazione instaurata sia all’interno del nostro Ufficio, con le nostre collaboratrici e i nostri collaboratori, sia con i partner a livello federale, cantonale e comunale, nonché con le organizzazioni della società civile».

Lei andrà in pensione tra una quindicina di anni: che società spera di trovare? «Una società nella quale ogni persona possa scegliere liberamente come vivere la propria vita privata e professionale, senza essere limitata da stereotipi o discriminazioni. Una società nella quale un lavoro di pari valore sia retribuito in modo uguale. Una società nella quale ogni persona

Progetti e visioni per il futuro? «Stiamo attualmente lavorando all’aggiornamento della Strategia Parità 2030 e all’elaborazione di una nuova strategia nazionale contro la violenza domestica, sessuale e di genere. Anche la campagna di prevenzione dedicata a questo tema proseguirà nel lungo periodo. Sarà inoltre necessario porre maggiore attenzione alla conciliazione tra vita familiare e vita professionale, sviluppando ulteriori misure in questo ambito. Un’altra sfida, già attuale e destinata ad accompagnarci nei prossimi anni, riguarda la crescente diffusione delle ideologie mascoliniste».

possa vivere in sicurezza, libera dalla violenza e dalle discriminazioni. Una società nella quale l’uguaglianza sia semplicemente un valore condiviso e dato per acquisito».


PRIMO PIANO / MYRON S. SCHOLES

QUALE FUTURO PER LA FINANZA GLOBALE?

Dopo aver messo a punto il modello Black-Scholes per il pricing delle opzioni, insieme al caro amico Fischer Black e al co-premio Nobel Robert Merton, Myron Scholes è diventato uno dei maggiori esponenti dell’economia finanziaria. Già da ragazzo negoziava titoli e azioni, gettando le basi che l’hanno portato a sviluppare un modello premiato con il Nobel nel 1997 e ampiamente utilizzato per la valutazione delle opzioni. Per gentile concessione di UBS Nobel Perspectives (ubs.com/nobel). 20 TICINO WELCOME / SET - NOV 2026


PRIMO PIANO / MYRON S. SCHOLES

In breve Data e luogo di nascita: 1941, Timmins, Canada Campo di studi: Economia finanziaria Lavoro premiato: un metodo per determinare il valore dei derivati, la formula Black-Scholes Hobby da teenager: negoziare titoli da pochi centesimi su oro e argento con sua madre L’aspetto peggiore del Premio Nobel: la limousine e la scorta sono solo temporanee Un consiglio per la vita: vai dove si trovano i migliori, vai con i migliori, ruba dai migliori, impara insieme ai migliori. Ma per andare con i migliori, devi essere anche tu il migliore

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entre altri si chiedono se a causa dei robot buona parte della nostra forza lavoro diventerà ridondante, Scholes è certo che da questi profondi cambiamenti nasceranno nuovi modi di investire e che le generazioni future beneficeranno di tali progressi. Come canadese-americano, per il futuro Scholes spera in un mondo unito ed è contrario all’idea dei confini, convinto che il futuro non sarà un luogo dove parleremo di “noi contro di loro”, bensì dove sarà possibile uno scambio aperto e libero delle opportunità. Un uomo del domani Scholes è davvero un bel tipo. Non lascia mai il suo ufficio senza gli occhiali da sole, anche se in realtà non può farne a meno a causa di una malattia agli occhi avuta da bambino che gli provoca sensibilità alla lu-

ce. E a chi si complimenta per il suo look risponde ammiccando, come a dire “yeah, baby”. Scholes è un eloquente oratore. Si prende il tempo necessario per spiegare le cose con precisione, e non solo la sua esperienza sui mercati finanziari, ma qualsiasi argomento di cui discuta. Poiché è un uomo del domani, i temi che più lo interessano di recente sono il futuro degli investimenti e i robot. I robot non stanno diventando più intelligenti Sui media fiorisce il dibattito sull’intelligenza artificiale, alimentato in parte dal timore che possa non solo rubarci il lavoro, ma anche rendere l’umanità obsoleta. Scholes ride all’idea: «I robot non stanno diventando più intelligenti, ma solo più stupidi!». Secondo Scholes la tecnologia creata dall’uomo sarà limitata a un livello molto basilare,

tanto da poterla personalizzare, per esempio inserendo un telefono cellulare nel cervello di un robot. «Il cloud computing consente al software di modificare il modo di lavorare del robot, affinché possa svolgere diverse funzioni. Questo significa operare in modo più flessibile e, quindi, meno costoso». Flessibilità. Abbracciare il cambiamento. Sono parole a cui Scholes ricorre in maniera quasi eccessiva quando pensa al futuro. Prenotare appuntamenti tramite il cloud sharing, lavorare da remoto dovunque ci si trovi. E cosa c’è di sbagliato nel voler vedere la casa dei nostri sogni stampata in 3D prima di comprarla, se questo ci dà l’opportunità di ottimizzarla e personalizzarla? È chiaro che mentre molti temono i robot e le nuove tecnologie, Scholes la pensa in maniera opposta e si lascia entusiasmare dalle opportunità che offrono. Scholes ricorda un momento significativo con uno dei suoi “grandi eroi”, Milton Friedman. Durante un viaggio in Asia, i due economisti videro i contadini che lavoravano nei campi con attrezzature di altri tempi. Mentre Friedman era indignato per l’arretratezza e l’inefficienza del lavoro, il suo punto di vista era chiaro: senza quelle tecnologie antiquate, quei contadini sarebbero stati disoccupati. Scholes ride al ricordo di quando Friedman gli disse: «Allora perché non gli dai una zappa o una vanga, così torni al modo di lavorare più inefficiente che si possa immaginare e puoi dare lavoro a un sacco di gente!». Pur ridendo, Scholes non intende dire che i timori delle persone siano infondati. La nostra società sarà costretta ad affrontare una forma completamente nuova di interessi futuri. Il World Economic Forum ha rivelato che il 65 percento dei bambini che iniziano a frequentare TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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PRIMO PIANO / MYRON S. SCHOLES

oggi la scuola primaria avrà un lavoro che ancora non esiste e per il quale non sta ricevendo un’istruzione adeguata. «Non è questione di temere la tecnologia», insiste Scholes. La tecnologia della blockchain rivoluzionerà i mercati finanziari? Scholes sottolinea che il passaggio di internet dal trasferimento di informazioni al trasferimento di valore comporterà automaticamente una serie di benefici significativi per la prossima generazione. Più diminuisce la fiducia nelle istituzioni finanziarie, e negli investimenti finanziari, a causa della recente crisi finanziaria, più aumentano le probabilità che un imminente sviluppo digitale possa sbloccare la situazione. La tecnologia della blockchain potrebbe essere proprio la rivoluzione dei sistemi finanziari che stavamo aspettando. «Tutti noi diventeremo la persona di fiducia», afferma Scholes. «La fiducia deriverà dalla verifica delle nostre transazioni, proprio come quando vogliamo andare in un ristorante e cerchiamo su internet il parere di altre persone». Crowdsourcing. Una speranza? Una promessa? Il necessario elemento di svolta attraverso il quale una nuova generazione potrà investire con più fiducia? Scholes non ha dubbi sul fatto che la tecnologia della blockchain farà un’enorme differenza e suggerisce tre ragioni per cui ci aiuterà risolvendo vecchi problemi. «Riesce a comprimere il tempo. Se tutto si fa più velocemente, diventa più difficile ingannare il sistema. Il secondo motivo è che c’è un valore enorme nel fare cose personalizzate. Il trasferimento di valore tra individui a cui assisteremo in futuro ci consentirà di fare le cose in modo sempre più personalizzato per-

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ché avremo una più ampia gamma di opzioni e quindi di prezzi». Il terzo motivo citato da Scholes è la flessibilità. «È al servizio dell’individuo. Più dati fornisci, più dati vengono forniti, più numerosi saranno gli individui coinvolti. E più individui sono coinvolti, maggiori saranno le efficienze ottenute». Dobbiamo temere il commercio internazionale e la globalizzazione? Il fatto che le persone oggi temano la finanza internazionale e la globalizzazione porta Scholes a formulare domande interessanti e insolite. Per esempio, perché parliamo sempre di mercati globali e finanza internazionale ma non di email internazionali? Il suo paragone fa sorridere, ma mette in evidenza i benefici che tutti noi approviamo, e di cui poi ci scordiamo, quando immaginiamo di crescere insieme come un tutt’uno. «Quando mando un’email a qualcuno in Germania, non penso che si tratti di un’email internazionale, ma semplicemente di un’email», afferma Scholes, sempre ottimista sulla possibilità che il mondo definito in passato dai confini possa diventare un unico mondo identificato dalle transazioni. Ma Scholes sa che non tutti beneficiano della globalizzazione nella sua forma attuale. Chi si sente lasciato indietro è tentato dai partiti estremisti e questa rabbia diviene terreno fertile per il populismo. «Nei tempi andati, se c’era un villaggio si costruiva intorno un fossato. Non avevamo paura di niente perché il fossato ci proteggeva. Ma poi, sfortunatamente, capitava che arrivassero le truppe straniere e distruggessero l’intera città. Anche se si può pensare di essere protetti in un mondo isolato, in realtà non si è mai isolati per via delle forze che ci circondano».

La sua analogia sembra fare cenno alle forze politiche che invocano la costruzione di muri, ma secondo Scholes il mondo si sta muovendo più verso il villaggio globale e lo scambio globale di titoli e ricchezza che non verso una situazione di «noi contro di loro». Dobbiamo fare attenzione a chi sta in alto? Per spiegare meglio il problema originario, Scholes cita un film per dimostrare che le persone si concentrano su come stanno bene rispetto a qualcun altro. «Qualche anno fa ho visto Titanic. Quelli che stavano sul ponte superiore bevevano champagne e ascoltavano musica mentre quelli sui ponti inferiori stavano annegando o cercavano le scialuppe di salvataggio. In termini relativi, quelli sul ponte superiore del Titanic stavano meglio, ma non erano sicuramente messi bene». Riportando il discorso alla finanza, Scholes ripete che la questione non riguarda il rapporto tra te e quelli che dominano il mondo della finanza, bensì come stai rispetto al rischio a cui sei esposto. «Negli investimenti, i rischi più importanti sono le code di distribuzione, quei rischi poco probabili ma che si verificano abbastanza frequentemente da incidere sulla tua esperienza a lungo termine». Questo è il motivo per cui Scholes ha usato i mercati delle opzioni e il pricing delle opzioni per capire cosa può dirci il mercato sulla distribuzione futura dei rischi e, sperabilmente, aiutarci a modellare le decisioni di investimento in futuro. La formula di Black-Scholes: uno strumento indispensabile per i mercati finanziari Il capolavoro della sua carriera accademica è il già citato modello


PRIMO PIANO / MYRON S. SCHOLES

Black-Scholes per la valutazione dei prezzi delle opzioni. Agli inizi degli anni ‘70, Scholes e Black crearono una formula per calcolare il valore attuale di un’opzione e si arrivò alla conclusione che era possibile dare un valore a un’opzione senza sapere realmente quale fosse il rendimento atteso, bastava capire la volatilità o l’incertezza. Naturalmente il lavoro premiato dal Nobel abbondava di sofisticate analisi matematiche. Una volta stabilita la metodologia, divenne chiaro che essa consentiva una gestione più efficiente del rischio e rappresentava un grande aiuto per proteggere i portafogli. Il loro modello è usato ancora oggi dagli investitori di tutto il mondo. Scholes è certo che vi saranno enormi cambiamenti per l’economia finanziaria, anche per quanto riguarda le funzioni stesse della finanza, e

ritiene che il potere del cloud e dei big data siano i motori di una migliore distribuzione di cui tutti noi possiamo beneficiare. Scholes sorride mentre chiude la conversazione, come se il futuro fosse una Ferrari e lui stesse per saltare a bordo. Avendo compiuto egli stesso degli errori durante la sua vita, ha imparato la lezione più importante: a volte si ha successo e a volte no. Spetta a ciascuno di noi imparare da queste lezioni. Che si vinca o si perda, in ogni caso si affronta una nuova avventura. Con i suoi occhiali da sole all’ultima moda, Scholes ci saluta dichiarando «Così è la vita».

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Il visionario

sconfitto che entrò nella storia


PRIMO PIANO / HENRY DUNANT

BPS (SUISSE) ha dedicato l’inserto culturale della Relazione d’Esercizio per l’anno 2022, a Henry Dunant una figura ancora straordinariamente attuale, la sua grandezza non risiede soltanto nell’aver ispirato la nascita della Croce Rossa internazionale, ma nell’aver dimostrato come un’intuizione autentica possa sopravvivere al proprio autore. La monografia è stata realizzata a cura di Andrea Romano, Direttore e Responsabile Comunicazione & Marketing Banca Popolare di Sondrio (SUISSE).

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sistono uomini che conquistano il successo e uomini che lasciano un’eredità. Henry Dunant appartiene ai secondi. La sua vita fu segnata da sconfitte, povertà e solitudine, ma la forza della sua visione sopravvisse a tutto, fino a diventare uno dei più alti patrimoni morali della civiltà contemporanea. Se dovessimo giudicare la sua esistenza con i criteri abituali, dovremmo parlare di una lunga sequenza di fallimenti. Studente mediocre, imprenditore sfortunato, travolto dal dissesto finanziario, emarginato dalla società ginevrina e perfino estromesso dall’organizzazione alla quale aveva dato impulso, trascorse molti anni nell’isolamento e nella povertà, ben lontano dal prestigio che aveva conosciuto. Eppure, mentre la sua vicenda personale sembrava ormai destinata a scomparire, la sua idea continuava silenziosamente a conquistare il mondo. La monografia Coraggio e perseveranza. La forza delle idee non racconta soltanto la storia del fondatore della Croce Rossa. Attraverso i contributi di storici, studiosi e protagonisti dell’umanitarismo contemporaneo, restituisce il ritratto di un uomo molto

più complesso di quanto l’iconografia ufficiale abbia spesso lasciato intendere. Non un santo privo di dubbi né un eroe senza ombre, ma una personalità inquieta, sostenuta da una fede profonda e da una determinazione capa-

di Eduardo Grottanelli de’Santi ce di resistere perfino alle sconfitte più amare. È forse questa la chiave migliore per avvicinarsi alla sua figura: non partire dall’istituzione che ha contribuito a creare, ma dall’uomo che ne rese possibile la nascita. Come osserva Costantino Cipolla nell’introduzione alla monografia, dopo il fallimento finanziario Dunant fu quasi «sepolto da vivo»: perse il patrimonio, il prestigio sociale e perfino il ruolo nella creatura che aveva contribuito a fondare. Proprio questa parabola, così drammatica e apparentemente contraddittoria, rende ancora più sorprendente la forza della sua eredità morale. Per comprendere Henry Dunant bisogna tornare alla Ginevra della prima metà dell’Ottocento, una città austera, operosa, profondamente permeata dalla cultura protestante. Jean-Henry Dunant nasce l’8 maggio 1828

Croce Rossa TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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PRIMO PIANO / HENRY DUNANT

in una famiglia agiata. Il padre Jean-Jacques è un commerciante di successo, spesso lontano da casa per i suoi affari; la madre Anne-Antoinette appartiene invece a quell’ambiente evangelico che fa della carità, dell’impegno sociale e della responsabilità individuale una vera regola di vita. Roger Durand osserva come sia soprattutto da questa educazione religiosa che il giovane Henry tragga quella fede intensa destinata ad accompagnarlo fino agli ultimi giorni. La sua giovinezza, tuttavia, non lascia presagire un destino straordinario. A scuola non eccelle, anzi viene espulso dal Collegio Calvino per scarso rendimento. È un episodio che avrebbe potuto segnare negativamente il suo futuro, ma che rivela già un tratto destinato a rimanere costante: Dunant non possiede il rigore dello studioso né il metodo del giurista, bensì l’inquietudine del visionario. È attratto molto più dalle persone che dai libri, dall’azione più che dalla teoria. Mentre svolge l’apprendistato presso una banca ginevrina, il suo tempo libero è dedicato quasi interamente all’impegno sociale. Ancora giovanissimo promuove gruppi di studio biblico, organizza associazioni di giovani cristiani e contribuisce alla nascita di quella rete internazionale che diventerà la YMCA. Già allora emerge una caratteristica che lo accompagnerà per tutta la vita: la capacità di trasformare un’intuizione in un progetto concreto, coinvolgendo persone, istituzioni e Paesi diversi. Per Dunant le idee acquistano valore soltanto quando riescono a tradursi in azione. Nel giugno del 1859 Henry Dunant raggiunge l’Italia per motivi tutt’altro che umanitari. Sta cercando di incontrare Napoleone III per ottenere il sostegno ai suoi progetti im-

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Cornelio Sommaruga

prenditoriali in Algeria. Ma il destino lo conduce altrove. A Castiglione delle Stiviere, all’indomani della battaglia di Solferino, si trova immerso in uno dei più impressionanti scenari di sofferenza del XIX secolo. Migliaia di feriti giacciono senza assistenza, le chiese sono trasformate in ospedali improvvisati e donne del luogo soccorrono indistintamente amici e nemici, ripetendo quel semplice «Tutti fratelli» destinato a diventare un simbolo universale. L’episodio è noto e appartiene ormai alla storia. Meno noto è ciò che accade dopo. Dunant non si limita a conservare il ricordo di quella tragedia. Fa qualcosa di molto più raro: trasforma l’emozione in un progetto, la compassione in un metodo, l’indignazione in una proposta concreta. Come osserva Roger Durand, quelle immagini non lo abbandoneranno più e troveranno infine voce nel volume Un ricordo di Solferino, il libro destinato ad avviare una delle più straordinarie rivoluzioni umanitarie dell’età moderna. Ed è proprio qui che emerge la vera originalità di Henry Dunant. Non è il primo uomo a commuoversi davanti al dolore, né il primo a soccorrere i feriti. Il suo genio consiste nell’aver intuito che la solidarietà non può essere affidata soltanto al-

la generosità del momento. Per diventare efficace deve organizzarsi, darsi regole, preparare uomini e mezzi prima che la tragedia si compia. È da questa intuizione, più ancora che dalla battaglia di Solferino, che nascerà la Croce Rossa. L’immagine che la storia ha consegnato di Henry Dunant rischia, paradossalmente, di nascondere la parte più autentica della sua esistenza. Siamo abituati a ricordare il fondatore della Croce Rossa, il primo Premio Nobel per la pace, il filantropo celebrato in tutto il mondo. Molto meno conosciuto è l’uomo che pagò quella visione con una lunga stagione di solitudine. Mentre l’idea della Croce Rossa prende forma e conquista rapidamente l’Europa, la vita privata di Dunant si avvia verso il tracollo. I suoi investimenti in Algeria falliscono, i debiti diventano insostenibili e nel 1867 è costretto a dichiarare bancarotta. Nella severa Ginevra calvinista il fallimento economico non rappresenta soltanto un insuccesso finanziario: è una condanna morale. Dunant perde il prestigio, gli amici, la posizione sociale e viene progressiTarga commemorativa


vamente allontanato anche dal Comitato internazionale della Croce Rossa, l’istituzione alla quale aveva dedicato le sue energie migliori. A rendere ancora più dolorosa quella stagione contribuirono anche le crescenti tensioni all’interno del Comitato internazionale. Tra Henry Dunant e Gustave Moynier, autorevole giurista e straordinario organizzatore, emersero ben presto profonde divergenze di carattere e di visione. Da una parte il visionario, spesso guidato dall’intuizione; dall’altra l’uomo delle istituzioni, attento alla solidità e alla credibilità dell’organizzazione. Il dissesto finanziario di Dunant trasformò quelle differenze in una frattura ormai irreversibile. Sarebbe tuttavia ingeneroso ridurre quella vicenda a un semplice conflitto personale: fu piuttosto il confronto, non sempre facile, tra due modi diversi di servire la stessa causa, uno rivolto all’ideale, l’altro alla costruzione di un’istituzione destinata a durare. Alla fine fu Dunant a pagare il prezzo più alto. Pur attraversando anni difficilissimi, segnati perfino dalla povertà e da una vita errabonda tra diverse città europee, Dunant non smette mai di immaginare nuovi progetti. Continua a scrivere, riflette sul futuro del diritto umanitario, pensa alla tutela dei prigionieri di guerra, sostiene l’arbitrato internazionale come strumento per prevenire i conflitti, dialoga con i primi movimenti pacifisti. La sua esistenza sembra consumarsi, ma la sua capacità di guardare oltre non si spegne mai. Roger Durand coglie bene questo tratto quando descrive gli anni di Heiden non come una malinconica attesa della fine, ma come una straordinaria prova di resilienza morale. Quando, nel 1901, Henry Dunant ri-

ceve il primo Premio Nobel per la pace della storia, il riconoscimento arriva quasi al termine del suo cammino terreno. È un tardivo risarcimento morale per un uomo che il suo tempo aveva troppo frettolosamente dimenticato. Non cancella le sofferenze vissute né gli anni trascorsi nell’ombra, ma restituisce dignità a una vicenda umana che sembrava destinata a rimanere ai margini della storia. La monografia Coraggio e perseveranza. La forza delle idee suggerisce, in fondo, una riflessione che va oltre la ricostruzione biografica. La forza di Henry Dunant non risiedette soltanto nell’aver saputo vedere ciò che altri non vedevano, ma nell’aver trasformato un’esperienza personale in un principio universale. Molti assistettero agli orrori della guerra; pochi seppero immaginare una risposta destinata a cambiare il diritto umanitario e il modo stesso di concepire l’assistenza alle vittime dei conflitti. Forse è proprio questa la lezione più attuale che emerge dalle pagine del volume. Le idee capaci di cambiare il mondo non nascono necessariamente dalla forza, dal potere o dal successo personale. Talvolta prendono forma nelle esistenze più fragili, attraversano sconfitte, incomprensioni e solitudine, ma continuano il loro cammino ben oltre la vita di chi le ha concepite.

Museo Henry Dunant

Henry Dunant non fu un uomo di potere, né un grande condottiero o uno statista. Fu un uomo profondamente imperfetto, spesso sconfitto dagli eventi, ma capace di restare fedele alla propria visione anche quando tutto sembrava crollargli intorno. È forse questa, più ancora della fondazione della Croce Rossa, la ragione per cui continua a parlarci dopo oltre un secolo. La storia ricorda i vincitori. Più raramente ricorda coloro che hanno saputo perdere senza rinunciare alle proprie idee. Henry Dunant appartiene a questa seconda categoria. Ed è forse proprio per questo che il visionario sconfitto è entrato, per sempre, nella storia.

Inquadrate il codice QR per scoprire la versione completa dell’inserto culturale di BPS (SUISSE) dedicato a Henry Dunant.

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La felicità non è

UN TRAGUARDO:

è anche riconoscere la bellezza delle piccole cose


PRIMO PIANO / FEDERICO MOCCIA

Da anni Federico Moccia è uno degli scrittori italiani più conosciuti e letti. Ma dietro il fenomeno editoriale c’è un uomo che oggi guarda al mondo attraverso occhi diversi: quelli di un padre. Reduce da due incontri a Berna e Lugano promossi da Nicoletta Gianni Special Moments per conto di un istituto bancario con sede principale a Lugano, racconta in questa intervista il suo rapporto con la Svizzera italiana, la sensibilità culturale dei ticinesi, i giovani di oggi, il ruolo dell’educazione e quella forma di felicità quotidiana che nasce dall’attenzione alle cose semplici. di Eduardo Grottanelli de’Santi

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a oltre trent’anni Federico Moccia occupa un posto tutto suo nel panorama culturale italiano. Scrittore, sceneggiatore e autore televisivo, ha saputo raccontare come pochi altri il mondo dei sentimenti, intercettando i sogni, le inquietudini e le speranze di più generazioni. Il suo nome è legato a romanzi diventati autentici fenomeni editoriali come Tre metri sopra il cielo, Ho voglia di te e Scusa ma ti chiamo amore, libri che hanno superato i confini della pagina per trasformarsi in film di grande successo e, soprattutto, in un immaginario condiviso da milioni di lettori. Ma ridurre Federico Moccia allo scrittore degli amori giovanili sarebbe ingiusto. Nel corso degli anni la sua scrittura si è evoluta, seguendo il ritmo della vita e delle esperienze personali. Nei romanzi più recenti, come L’uomo che non voleva amare e Semplicemente amami, i protagonisti affrontano sentimenti più maturi, ferite profonde, il valore delle seconde possibilità e la ricerca di una felicità meno appariscente ma più autentica. Incontro dopo incontro, libro dopo libro, Moccia continua a interrogarsi sui grandi temi dell’esistenza: l’amore, il tempo, la famiglia, il rapporto

tra genitori e figli, il difficile mestiere di crescere e quello, non meno complesso, di accompagnare la crescita degli altri. Ed è forse proprio questa sua capacità di osservare le emozioni senza cinismo, con uno sguardo partecipe e curioso, che gli permette ancora oggi di entrare in sintonia con pubblici molto diversi tra loro. Nell’intervista che segue emerge soprattutto questo Federico Moccia: meno interessato al personaggio pubblico e più incline a raccontarsi come padre, osservatore dei giovani e uomo che continua a credere che la felicità non sia un punto d’arrivo, ma un modo di abitare la vita. Lei torna spesso in Svizzera italiana. Che rapporto ha instaurato con il Ticino? «È un luogo che amo molto. Negli anni ho presentato qui diversi libri e ho sempre trovato un’accoglienza sincera. Mi piace il modo in cui le persone partecipano agli incontri: con curiosità, con leggerezza, ma anche con una grande capacità di ascolto. Ho percepito un interesse autentico non solo per i miei libri, ma per ciò che essi raccontano: i sentimenti, i rapporti umani, la felicità e il dolore, che sono uguali in Italia come in Svizzera».

Cosa la colpisce in particolare dei ticinesi? «La misura. Sanno essere cordiali senza essere invadenti. Sanno scherzare, ma conoscono anche il valore del silenzio e dell’ascolto. Nei miei incontri a Lugano e a Berna ho visto persone emozionarsi, ritrovare ricordi della loro vita attraverso le mie parole. È stato molto bello. Mi sono sentito tra amici: educati, intelligenti, ma mai freddi o distanti». Forse c’è anche una particolare sensibilità per la cultura e per la musica… «Assolutamente sì. È una caratteristica che ammiro molto. Ho percepito una grande attenzione verso tutto ciò che riguarda la cultura e le emozioni che essa sa trasmettere. La musica classica, i concerti, le manifestazioni culturali fanno parte della vita quotidiana. È una ricchezza che si è costruita nel tempo e che oggi rappresenta un patrimonio prezioso. La musica è poi, seppur in modo indiretto, presente nel mio libro, L’uomo che non voleva amare, dove la protagonista, Sofia, è una straordinaria concertista». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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PRIMO PIANO / FEDERICO MOCCIA

Lei ha raccontato per anni il mondo giovanile. Oggi continua a essere il suo osservatorio privilegiato? «Oggi più di prima. Perché sono padre di due ragazzi, un figlio di sedici anni e una figlia di quattordici. Questo mi ha cambiato profondamente. I giovani di oggi mi sorprendono: sono incredibilmente più maturi, più informati, più sicuri di quanto fossimo noi alla loro età. Sono nativi digitali, possiedono strumenti che noi non avevamo e spesso dialogano con gli adulti con una naturalezza impressionante». Eppure lei avverte anche qualche rischio… «Sì. Ho l’impressione che crescano molto velocemente, ma che abbiano bisogno di essere aiutati a riflettere. Non basta conoscere le cose: bisogna imparare a ragionare sulle conseguenze, sulle emozioni, sulle relazioni. Io cerco di fare questo con i miei figli: stimolarli a pensare, a porsi delle domande, a non fermarsi alle apparenze». Lei è favorevole a limitare l’uso dei social e degli smartphone in età precoce? «Credo sia giusto accompagnare i ragazzi in un percorso graduale. Il telefono non può diventare una babysitter. Può essere uno strumento straordinario di conoscenza, ma deve avere dei limiti. A casa nostra, per esempio, ci sono momenti in cui il telefono viene messo da parte: durante i pasti, quando si guarda un film insieme, quando si parla. Vale per i miei figli, ma vale anche per me. Credo che i genitori debbano essere i primi a dare il buon esempio» A sentirla parlare, sembra che i suoi figli abbiano cambiato la sua prospettiva sulla vita…

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“Credo sia giusto accompagnare i ragazzi in un percorso graduale. Il telefono non può diventare una babysitter. Può essere uno strumento straordinario di conoscenza, ma deve avere dei limiti. A casa nostra, per esempio, ci sono momenti in cui il telefono viene messo da parte: durante i pasti, quando si guarda un film insieme, quando si parla”. «È così. Lo dico sempre: loro sono il mio vero grande successo. Mi hanno insegnato una forma di amore che non conoscevo. Mi hanno reso meno attaccato alle cose materiali e più attento a ciò che conta davvero. Guardare mia figlia, ascoltare mio figlio suonare il pianoforte, vedere crescere le loro passioni: tutto questo è una forma di felicità che non avrei mai immaginato».

C’è un tema verso il quale sta focalizzando la sua ricerca e la sua osservazione del mondo? «Da tempo sto scrivendo un libro sul rapporto tra genitori e figli. È un tema che mi appassiona profondamente, perché mi ha coinvolto personalmente. Mi interessa raccontare questo dialogo tra generazioni, le loro fragilità, le loro differenze, ma anche quanto abbiano ancora da insegnarsi reciprocamente».

Nei suoi libri l’amore è sempre stato centrale. Oggi come lo definirebbe? «Oggi direi che l’amore è soprattutto presenza. È desiderare la felicità dell’altro senza condizioni. È quello che provo per i miei figli, ma anche quello che ho imparato a cercare nella vita. È un sentimento più profondo, meno spettacolare, ma infinitamente più forte».

Forse è proprio questa la nuova stagione narrativa di Federico Moccia: meno legata agli amori adolescenziali che lo hanno reso celebre e più concentrata sui legami che ci accompagnano per tutta la vita. Con uno sguardo più maturo, ma con la stessa fiducia nei sentimenti che, da sempre, rappresentano il cuore della sua narrativa.

E la felicità? «Ho sempre pensato che la felicità non sia un traguardo. È uno stile di vita. È imparare a riconoscere la bellezza delle piccole cose: un tramonto, il gusto di un caffè, una risata condivisa, una conversazione sincera. Se aspettiamo la grande felicità rischiamo di perdere quella che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno».


Fare impresa è un viaggio d’avventure da una generazione all’altra

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SI APRE una nuova stagione politica

I sindaci di Bellinzona, Chiasso, Locarno, Lugano e Mendrisio si esprimono sulla ripartizione degli oneri finanziari tra Comuni e Cantone, tema che condiziona le prospettive dei poli urbani ticinesi. di Andreas Grandi

Q

ueste settimane segnano l’avvio di una stagione politica, che culminerà con le elezioni cantonali previste l’11 aprile 2027. I responsabili delle mu-

nicipalità del nostro Cantone si troveranno a elaborare strategie amministrative e pianificatorie che dovranno non solo convivere con una campagna elettorale prevedibilmente movimentata, ma successivamen-

te confrontarsi con un Gran Consiglio e un Consiglio di Stato rinnovati dalla volontà popolare, la quale, a sua volta, nel 2028 si esprimerà anche per il rinnovo degli equilibri politici comunali. Chiediamo ai sin-

Mario Branda

Bruno Arrigoni

Nicola Pini

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PRIMO PIANO / COMUNI E CANTONE

daci delle principali città del Cantone un’opinione previsionale sulle evoluzioni che inevitabilmente si rifletteranno sulla cittadinanza. «Pur rimanendo convinto», ricorda Mario Branda, Sindaco di Bellinzona, «che la Città sarà come sempre chiamata a proseguire sulla rotta intrapresa in questi ultimi anni di consolidamento del nuovo Comune, e quindi in una logica di sostanziale autonomia decisionale rispetto alle dinamiche esterne, inevitabilmente le future configurazioni degli organi politici di livello cantonale avranno ripercussioni sul grado istituzionale “inferiore”. Penso in particolare alle decisioni prese in materia di distribuzione degli oneri tra questi due livelli, che negli ultimi anni, immagino anche come conseguenza delle autoinflitte difficoltà di bilancio incontrate dal Cantone, si sono rilevate penalizzanti per i Comuni e per una Città come Bellinzona, erodendone le già esigue disponibilità finanziarie e, quindi, limitando le possibilità di azione sul fronte di servizi e progetti a favore della popolazione. È fon-

damentale che con il nuovo governo che uscirà dalle prossime elezioni si possa davvero cambiare rotta». «Negli ultimi anni», precisa il Sindaco di Chiasso Bruno Arrigoni, «i Comuni polo del Canton Ticino si sono ritrovati con sempre nuovi aggravi finanziari da parte del Cantone. Si tratta di cifre difficilmente prevedibili che mettono in difficoltà la pianificazione finanziaria annuale, fondamentale soprattutto per i cinque Centri economici di riferimento cantonale. Prossimamente avremo pure le “fatture” delle due iniziative sulle casse malati accolte in votazione lo scorso settembre, che in parte peseranno sulle nostre casse comunali. In questo contesto le entrate fiscali non riescono a compensare quanto viene maggiormente addebitato dal Consiglio di Stato. Altra problematica che ci concerne come Comune di Chiasso è il futuro dei cosiddetti “permessi S” che riguardano i cittadini ucraini e che scadranno nel prossimo anno. Attualmente a Chiasso abbiamo una numerosa comunità proveniente dall’Ucraina, composta da circa

Michele Foletti

Samuele Cavadini

400 persone. Se non ci saranno ripensamenti da parte della Confederazione, il 25% degli eventuali contributi cantonali di assistenza saranno a carico dei comuni e, anche qui, saranno soprattutto i Comuni di maggior peso a sopportarne le conseguenze. In questa congiuntura economica complicata non è semplice svolgere il compito primario di traino per l’economia cantonale. Sarà quindi fondamentale avere un dialogo diretto con il nuovo Consiglio di Stato allestendo se possibile un piano degli oneri finanziari condiviso su più anni. La pianificazione delle entrate e delle uscite sul medio e lungo termine sarà fondamentale per i principali centri del Cantone». «È inevitabile», prosegue Nicola Pini, Sindaco di Locarno, «che quanto succede a livello di politica cantonale abbia un riverbero su quanto stiamo portando avanti, sia come Tavolo dei poli urbani che come singole Città. Dobbiamo sempre ricordarci, e soprattutto ricordare alle istituzioni cantonali, che in definitiva per i cittadini l’ente pubblico è uno solo, ed è chiamato a proporre e risolvere nell’interesse generale: serve a poco scaricare oneri e responsabilità, come è controproducente attuare politiche pubbliche cantonali e comunali non coordinate tra di loro. È un aspetto importante che come Municipi, e come Sindaci, sentiamo molto, anche perché abbiamo la fortuna di rappresentare le Istituzioni più prossime alla cittadinanza, con cui interagiamo costantemente. Spero ad ogni modo che il rinnovo dei poteri cantonali prima e di quelle comunali porti da un lato a trovare maggiori convergenze su alcuni punti che ci vedono ora su posizioni diverse, mentre dall’altro permetta di portare avanti progetti importanti sui quali stiamo lavorando insieme. TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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PRIMO PIANO / COMUNI E CANTONE

Per Locarno penso in particolare al prospettato Museo cantonale di storia naturale con la relativa riqualifica del comparto strategico di Santa Caterina, che integrerà perfettamente gli investimenti portati avanti non solo dalla Città, che ha previsto nelle riqualifiche di Rotonda, Piazza Grande e Largo Zorzi, ma anche dai privati, ad esempio con il Grand Hotel e le botteghe Varenna. Penso però anche alla sistemazione del Pretorio, all’edilizia scolastica e allo sviluppo del settore strategico dell’audiovisivo, in modo da sfruttare e non solo subire la digitalizzazione. Tutti progetti importanti non solo per Locarno, ma per il Ticino tutto». «Fare previsioni in questo momento non è assolutamente facile», commenta il Sindaco di Lugano, Michele Foletti: «È però già oggi prevedibile che sarà una competizione molto incerta alla luce di alcuni fattori che oggi conosciamo: la non disponibilità di Christian Vitta a ricandidarsi, il divorzio tra Lega ed UDC e il matrimonio a sinistra con la lista unica PS-Verdi-MPS. Quindi si aprono molti scenari sulla possibile futura composizione del Consiglio di Stato. Sarà poi interessante capire quali equilibri o squilibri ci saranno nella composizione del parlamento che potrebbe ritrovare la capacità di collaborare oppure continuare in una costante contrapposizione. Capiremo tutto l’11 aprile 2027, ma l’importante è che la campagna elettorale non impedisca a questo Cantone di trovare quelle soluzioni responsabili che ci permettano di guardare al futuro con un po’ di ottimismo. Il rischio è che nella speranza di conquistare qualche voto in più vengano prese decisioni per soluzioni inapplicabili che rischiano di provocare più problemi di quelli che si sarebbe voluto risolvere».

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«La Città di Mendrisio», osserva Samuele Cavadini, Sindaco di Mendrisio, «costruisce la propria visione sui suoi punti di forza: il polo universitario, un’economia dinamica, un patrimonio culturale e paesaggistico straordinario, la vicinanza alle cittadine e ai cittadini e una posizione strategica al centro di importanti collegamenti. Da questa consapevolezza sono nati progetti come Mendreasy, che raccontano un territorio in cui vale la pena vivere, lavorare, studiare, fare impresa e costruire il proprio futuro. Mendrisio assume con convinzione il proprio ruolo di città-capoluogo. Per le competenze, i servizi e le reti che mette a disposizione, contribuisce ogni giorno allo sviluppo dell’intera regione del Mendrisiotto. È una

responsabilità, che condivide con gli altri capoluoghi ticinesi. La nuova “stagione politica” è l’occasione per riconoscere con maggiore chiarezza il ruolo strategico delle città. Tutti i Comuni sono fondamentali, ma non tutti svolgono la stessa funzione. Chi genera servizi, opportunità e sviluppo per un’intera regione deve poter contare su relazioni istituzionali solide, strumenti adeguati e un dialogo costruttivo con il Cantone. È da questa collaborazione che nasce una crescita equilibrata e condivisa, a beneficio di tutto il Ticino. Investire su Mendrisio significa investire in uno dei motori dello sviluppo cantonale. Se il ruolo dei capoluoghi è riconosciuto con chiarezza, anche le decisioni nel prossimo quadriennio diventano...easy».


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PRIMO PIANO / MARTINA VONDRUSKA

My commitment to art Interview with Martina Vondruska*, entrepreneur, philanthropist. by Elisa Bortoluzzi Dubach

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artina Vondruska, when you are invited to introduce yourself beyond professional labels and titles: which elements of your personal and intellectual development do you consider most revealing of the person you have become? «I would like to begin with my cultural and familial roots. Born and raised in Zurich, the dialogue between Italian, Swiss, and Eastern European culture shaped my identity from an early age and taught me that perspectives are never singular. As an only child, my relationships with women were especially significant. My strong mother and Italian grandmother shaped my understanding of resilience and care, which continues to influence my actions today - perhaps also because I am now the happy mother of three daughters (laughs). Emotional connections and learning within groups are essential; siblings and friendships strengthen us. My studies in political philosophy further shaped my intellectual development by challenging me to ask normative questions and seek answers that move us closer to an ideal form of coexistence within society». Which early experiences first awakened your awareness of how closely culture and human possibility are intertwined?

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PRIMO PIANO / MARTINA VONDRUSKA

“Beyond the dialogue of languages, I was deeply influenced by my grandparents’ philosophy of life. They were devoted anthroposophists and advocates of a holistic worldview that sought to unite body, mind, and heart. Thinking, feeling, and acting were meant to exist in harmony”. «Beyond the dialogue of languages, I was deeply influenced by my grandparents’ philosophy of life. They were devoted anthroposophists and advocates of a holistic worldview that sought to unite body, mind, and heart. Thinking, feeling, and acting were meant to exist in harmony. From an early age, I encountered the ideas of Rudolf Steiner and Joseph Beuys. I internalized notions such as: dolls need not have faces, numbers and letters can be clapped and sung, houses can be round and without corners. Culture is more than decoration. It shifts our perception of reality; it opens spaces for creativity. At the same time, I also questioned these concepts. To this day, discourse remains important within my own family - it shapes and educates us in equal measure». Looking back on your path in life, which encounters or turning points most profoundly shaped your sensitivity and sense of responsibility toward the world? «After completing my studies, I had the opportunity to work on a cultural project at the Consulate General in New York. The energy and passion with which complex problems were approached and goals achieved at the time left a lasting impression on me and deeply fasci-

nated me. Upon returning, I decided to join our small family business while continuing to pursue and support my passion for art and culture. What I learned was that one does not exclude the other. On the contrary, contributing to society and carrying responsibility from the inside outward brings immense strength and joy». How has your relationship with art evolved over time - from an initial curiosity to a deeper engagement with its ability to transform, unsettle, or reshape our reality? «In essence, one’s relationship with art is a relationship with oneself and with the reality in which one lives. I find the idea of reading this relationship as a form of psychoanalysis both compelling and fruitful. Masterpieces by van Gogh, Monet, or Picasso possess a transcendent force; they permeate perception and touch deep, often unconscious resonances within us. Precisely because art affects us so personally, my perspective gradually became more sensitive to context. For me, the provocative exhibition Sensation (1997) by the Young British Artists marked a decisive turning point: it offered me a new and challenging understanding of art».

In what sense? «The turning point lay in the realization that art was no longer perceived merely as aesthetics. On the contrary, it challenged social conventions and sparked intense public debate. Female artists, in particular, radically broke taboos and staged themes surrounding the body, identity, and societal role models. “Signs that say what you want them to say and not signs that say what someone else wants you to say” - this is the title of a photographic series by the British Turner Prize winner Gillian Wearing. Radical honesty and self-determination fascinate me. That is why I am always interested in what female artists’ works reveal about biographies, social structures, and the ways in which we relate to one another». Was there a specific artwork or cultural place that marked a moment when art revealed itself to you not merely as an object of contemplation, but as a form of knowledge? «Ten years ago, I was invited by Valeria Napoleone to her women’s salon in London. She is an art collector and philanthropist who has collected exclusively works by women for more than thirty years and supports female artists in many different ways. It was a revelation. The way the works were positioned within the rooms and communicated with one another created a spatial choreography that connected biographies, visual languages, and social echo chambers. Looking back, I realize that I had intuitively always collected works by women; yet this key moment anchored itself deeply in my consciousness and shaped my mindset. Georgia O’Keeffe expressed it beautifully: “I found I could say things with colour and shapes that I couldn’t say any other way”». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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PRIMO PIANO / MARTINA VONDRUSKA

How do you understand the role of cultural institutions today, at a time when society oscillates between technological acceleration and a search for symbolic depth? «This dilemma in which our society finds itself was already described by Guy Debord in La Société du Spectacle (1967). The world presents itself as spectacle - people become passive spectators rather than active participants, something that is especially evident in social media. Beyond the classical mission of collecting, exhibiting, and archiving, cultural institutions now carry an additional responsibility: creating spaces that encourage visitors to think, ask questions, and engage actively. This challenge is particularly significant given the financial pressure many institutions face. Kunsthaus Zürich has created an innovative example with its ReCollect program, which directly involves artists and curators in the process of reflection. Likewise, the museum’s expansive public entrance hall invites visitors to linger, while Monster Chetwynd’s new mega-sculpture in the courtyard has even become a gathering place for families». What does philanthropy mean to you when it is understood not simply as generosity, but as an ethical stance - a conscious redistribution of opportunity, attention, and care? «One can be generous and still achieve nothing. Philanthropy is a personal attitude and a philosophical school of thought. A precise focus on the issue and its implementation are essential. The political philosopher John Rawls remains highly relevant to philanthropy through his Theory of Justice, which explored fairness and equal opportunity. His concepts

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continue to shape the way we think about equitable giving and supporting more vulnerable groups». How do you put this into practice within the context of supporting the arts? «My focus lies in the systematic support of women and the development of their potential. Whenever I am presented with an idea or project seeking support, I first examine the values and ethical stance behind it. Partners must share the same values, be motivated, and engage on equal footing; integrity and transparency are non-negotiable for me. For this reason, I founded my own non-profit platform, Brand of Sisters. Continuity is important to me in order to create long-term change, but so is agility when exceptional talent or achievement urgently requires awareness and visibility. Through Brand of Sisters, we create a vibrant intergenerational space that fosters female potential, supports cultural and social initiatives, and contributes to an open and conscious society. “Brand of Sisters” means creating visibility, dialogue, networking, and mutual support among women. Depending on the project, this may also mean financing educational initiatives or supporting charitable associations over the long term. In this regard, the Beyeler Patronesses Program also does exemplary work». What do Kunstfreunde Zürich mean to you? «For me, Kunstfreunde Zürich represents an important place of cultural exchange that brings together and stimulates diverse perspectives. As an active network, it fosters dialogue among different actors within the art world beyond the borders of

Zurich, thereby strengthening the international reputation of our city as a leading art metropolis. Personally, I find it deeply motivating to be part of a community committed to diversity and creativity, and to creating a space in which art can live and flourish. This commitment is essential for a dynamic cultural environment in Zurich». When you imagine the future of Kunstfreunde Zürich, what development would you hope for in its intellectual, social, or cultural role - and what contribution would you hope your own engagement might make? «I hope for an expanded dialogue across generations and perspectives. Cultural engagement should remain accessible without losing depth. The board represents a cultural identity shaped by a healthy balance of genders and roles. The association is committed to enriching the collection with significant works. I hope we can inspire more young people in this city and throughout Switzerland to engage with art. If my contribution helps strengthen connections between people and institutions, then it has fulfilled its purpose».

*Martina Vondruska was born in Zurich and raised in an Italian-Swiss family. After studying political science with a focus on political philosophy and completing further education in small company management at the University of St. Gallen, she worked on a cultural project for the Consulate General of Switzerland in New York before joining her family business. Alongside her professional activities, she is deeply engaged in the cultural sector, supporting institutions such as Kunsthalle Zürich and serving as a board member of Kunstfreunde Zürich. Martina Vondruska lives in Küsnacht with her family.


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SENZA LA MUSICA la vita sarebbe più triste

Ph: © A. Heitman


PRIMO PIANO / DIEGO FASOLIS

I

n oltre cinquant’anni di attività, lei ha suonato e diretto in tutti i teatri e le sale da concerto del pianeta. Possiamo ricordare quali sono stati i suoi primi passi nel mondo della musica? «Vengo da una famiglia di musicisti, mio nonno e i suoi fratelli erano tutti interpreti strumentali apprezzati, mio padre professore al Liceo dedicava anche tempo alla critica musicale. Da parte di mia mamma il nonno costruttore di barche suonava la fisarmonica e mia mamma Flavia aveva una voce da usignolo. Ho iniziato a 4 anni a suonare il pianoforte, a 10 anni il mio primo concerto in pubblico alla sala Carlo Cattaneo di Lugano. Amavo l’organo della mia chiesa a Pazzalino (Pregassona) ma per raggiungere i pedali dovevo suonare in piedi… Mi sono poi formato musicalmente a Zurigo studiando Organo con Eric Vollenwyder, Pianoforte con Verena Schaufelberger e Jürg Von Vintschger, Canto con Carol Smith e Direzione con Klaus Knall. Successivamente ho perfezionato lo studio dell’organo e prassi interpretative storiche con Gaston Litaize a Parigi e con Michael Radulescu a Vienna e Cremona. Negli anni Ottanta ho intrapreso una intensa carriera di organista con mille concerti e nel 1993 sono stato nominato direttore stabile dei complessi vocali e strumentali della Radiotelevisione della Svizzera italiana. In oltre trent’anni di collaborazione la RSI mi ha permesso di realizzare il progetto di creare una compagine di persone altamente dotate e desiderose di lavorare assieme unendo alla professionalità ideali di arte e fratellanza. Festeggiamo nel 2026, 90 anni di Coro e 30 anni di Barocchisti e il lavoro continua integrando sempre nuove e giovani leve.

Diego Fasolis, Direttore d’orchestra svizzero, riconosciuto nel mondo come uno degli interpreti di riferimento per la musica storicamente informata, è un testimone prezioso riguardo all’importanza della cultura musicale di cui Lugano è portatrice, ma anche dei problemi connessi ad una programmazione artistica adeguate alle aspettative e alle potenzialità del Ticino. di Eduardo Grottanelli de’Santi

Quello che negli anni `50 sembrava una moda si è ormai consolidata e molte orchestre si sono indirizzate all’esecuzioni su strumenti e con prassi storicamente informate HIP (historically informed performance). Ho fondato al Teatro alla Scala l’orchestra su strumenti storici, altrettanto sto facendo da dieci anni con il progetto Vivaldi al Teatro la Fenice di Venezia e sono regolarmente inviato da molte orchestre europee che desiderano aggiornarsi su questi aspetti». Il complesso I Barocchisti costituisce la realizzazione di un progetto a cui ha dedicato grandi energie, risorse umane e idee. Quali difficoltà comporta il suonare con strumenti storici? «Le esecuzioni “storicamente informate” impongono il ricorso a strumenti originali o copie fedeli. Il timbro degli strumenti a fiato così come degli archi montati con corde di budello (non di metallo) è assolutamente non paragonabile al suono di un’orchestra con strumenti moderni. Certamente lo strumento storico presenta insidie in relazione all’into-

nazione e alla necessità, per quanto riguarda i fiati, di cambiare strumento a seconda delle tonalità dei brani. Il lavoro portato avanti nel corso di tanti anni ha consentito a questo complesso di acquisire tutta la competenza, unita e all’amore verso gli autori e per i brani eseguiti, necessaria per raggiungere una precisione tecnica, una visione ispirata e il contatto con l’anima del pubblico. L’obbiettivo è quello di commuovere ed educare». Lei si è espresso più volte in modo critico nei confronti della politica in campo musicale portata avanti nel Cantone. Quali sono, in particolare, le sue perplessità? «Lugano può essere in un certo senso definita la città delle occasioni perdute. Nonostante abbia a disposizione tutte le condizioni necessarie per diventare una “capitale europea della musica” (il clima, la piacevolezza del paesaggio, le strutture alberghiere, la posizione intermedia tra Zurigo e Milano, ecc.) si dimostra poi spesso incapace di sfruttare appieno tutte le potenzialità di cui dispone. Si pensi alle difficoltà inTICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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PRIMO PIANO / DIEGO FASOLIS

contrate dalla “Primavera concertistica” sul finire degli anni ’90, che, sostenuta fermamente da molti privati, tra cui un ruolo di primo piano lo ha avuto senza dubbio la famiglia Mantegazza, non ha trovato lo sbocco internazionale che meritava. Ancora più clamoroso il caso di Marta Argerich che il Ticino si è lasciata scappare senza comprendere che il suo festival era un modello assolutamente da seguire. Un vero peccato perché non vi è una valida motivazione per cui Lugano (ma si dovrebbe parlare della Città Ticino unendo le forze e le caratteristiche di città che distano una dall’altra meno che due quartieri di Milano) non possa essere una Salisburgo del sud. Esiste un turismo musicale di alto livello culturale e spesso facoltoso che attende solo di scoprire nuove mete. Il Canton Ticino deve solo decidere di emanciparsi. Prima con l’educazione e poi con l’azione». Che cosa manca dunque a Lugano per allinearsi ad una programmazione musicale di assoluto livello internazionale? «La nostra realtà culturale dovrebbe guardare, e non solo per un fatto linguistico, all’Italia che non sempre valorizza il suo repertorio e Lugano potrebbe diventare, attraverso un suo festival operistico-strumentale, il riferimento musicale della grande tradizione italiana dimenticata: si pensi alle decine di autori di opere musicali quasi del tutto abbondonate che invece meriterebbero una riscoperta ed una adeguata valorizzazione. Quando la programmazione luganese fa uno scatto in avanti in termini di coraggio e voglia di innovare, il successo è quasi sempre assicurato. Faccio il recente esempio dell’opera Anna Bolena di Gaetano Donizetti, con la regia di Carmelo Refici e l’esecuzio-

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ne dei Barocchisti, che ha riscosso un vivo apprezzamento non solo al LAC ma anche in tournée in Italia nei teatri di tradizione belcantistica. Dobbiamo dunque lavorare ancora molto per valorizzare appieno tutte le potenzialità che il LAC, il Conservatorio e la prossima entusiasmante Città della Musica sono in grado di esprimere». Le prospettive dell’Orchestra della Svizzera Italiana e de I Barocchisti non sembrano al momento essere delle più rosee… «Come è noto L’orchestra della Svizzera italiana (già Radiorchestra) che nel 2025 ha festeggiato il novantesimo giubileo è una delle quindici orchestre professionali riconosciute a livello svizzero. Quest’orchestra svolge un ruolo importante nel panorama culturale, turistico ed economico del Cantone e negli ultimi anni ha aumentato la propria offerta concertistica e le relative ricadute sul territorio ticinese. Inoltre, grazie alla qualità del suo lavoro, funge da

ambasciatrice culturale d’eccellenza nel resto della Svizzera e a livello internazionale. Il progetto di rinnovo della convenzione sull’erogazione di aiuti finanziari annuali alla Fondazione OSI costituisce dunque un passaggio fondamentale per assicurare la continuità dell’attività delle Orchestre e delle numerose altre iniziative ad essa collegate. Da sempre aspiro ad unire le forze tra Coro RSI, Barocchisti e OSI per farne un centro di produzione sinergico con a disposizione quasi un millennio di repertorio e farlo con la strumentazione e lo stile adeguato. Bisogna altresì dire che queste istituzioni sono care ai ticinesi e i privati hanno concorso in più occasione al suo sostegno per garantire il suo funzionamento e lo sviluppo di ambiziosi progetti. Geo Mantegazza, ne sono certo, non avrebbe mai fatto mancare il suo sostegno, non soltanto economico: lui era un costruttore di “ponti” capace si stabilire i collegamenti necessari al raggiungimento dei risultati prefissi»


PRIMO PIANO / DIEGO FASOLIS

La Civica è un’altra istituzione che vive in parte grazie al contributo dei privati… «Assolutamente sì. La Civica Filarmonica di Lugano è nata addirittura nel 1830 dall’iniziativa di una ventina di musicanti dilettanti luganesi. Un sodalizio che oggi rappresenta l’associazione più longeva della città La sua storia musicale è contraddistinta da un impegno continuo a fare sempre meglio e a perseverare nel solco dell’eccellenza, promuovendo anche, assieme alle società musicali di Bellinzona, Chiasso e Locarno, la cultura musicale tra i giovani e i cittadini. Ma la Civica Filarmonica di Lugano non sarebbe ciò che è oggi se nel suo più recente passato, non avesse saputo sviluppare e integrare attività complementari che qualificano le proprie visioni, tra cui l’insegnamento di uno strumento musicale è una delle principali. A tal fine, dal 1977 ha valorizzato la propria attività didattica dando avvio alla creazione di una Scuola di avviamento musicale, poi divenuta Scuola Musicale di Lugano». Riguardo alla formazione musicale di giovani talenti un importante contributo proviene anche dalla Fondazione da lei creata per ricordare sua moglie Adriana Brambilla…

«Pensi che fu Claudio Mantegazza e presentarmi Adriana che sposai nel 1989. Adriana era una persona molto discreta e profondamente generosa. Durante la sua lunga malattia abbiamo avuto il tempo di decidere come valorizzare il nostro lascito. Con mia mamma Flavia Brivio e i genitori Jeannine e Adriano Brambilla (ora tutti purtroppo defunti) abbiamo deciso di onorare la memoria di Adriana tramite una fondazione “pro musica et natura” che aiutasse giovani studenti di musica sulla difficile via dell’impegno professionale e che lo facesse nel rispetto della Natura. Mi piace definire la nostra un’attività di “mecenatismo taciturno” e abbiamo già aiutato una trentina di studenti a diplomarsi al Conservatorio della Svizzera italiana. In particolare alcuni giovani molto talentuosi provenienti dall’america latina. E per quanto riguarda la natura… « Sempre lavoriamo per compensare l’inquinamento generato dalla nostra attività. Questo è importante perché anche la cultura genera inquinamento ed è doveroso porre rimedi. Ho di recente concluso la prima fase di un progetto che mi ha visto fortemente impegnato, anche emotivamente, nel corso degli ultimi anni. Dopo varie peripezie buro-

cratiche sono riuscito ad acquistare una grande proprietà a Vernate, appartenuta all’attore, matematico e intellettuale austriaco Prof. Otto W. Fisher. Si tratta di una sorta di ampio chalet circondato da un parco di 20’000 metri quadrati. Uno straordinario ambiente naturale che induce immediatamente alla pace, alla riflessione e alla meditazione ma anche ideale per dedicarsi pienamente alla musica. In questo contesto ho curato il restauro di alcuni immobili annessi destinati ad ospitare musicisti, direttori, compositori e allievi che abbiano voglia di vivere nuove esperienze musicali. Mi piace pensare a questo luogo, che rispecchia appieno l’aspirazione ad un benessere spirituale tra il bosco, le piante e gli animali - ci sono cerbiatti, volpi, cinghiali oltre ad una grande varietà di uccelli e insetti - come ad una sorta di piccolo Monte Verità nel cuore del Malcantone». Quando pensate di inaugurare questo luogo così affascinante e stimolante per lo spirito delle persone? Dopo aver trascorso cinque anni in cui ogni mattina, di buon’ora, mi sono personalmente dedicato, con il solo aiuto di un assistente, ad ogni genere di opere murarie e risanatorie, il 21 dicembre scorso, dopo aver acqui-

“La nostra realtà culturale dovrebbe guardare, e non solo per un fatto linguistico, all’Italia che non sempre valorizza il suo repertorio e Lugano potrebbe diventare, attraverso un suo festival operistico -strumentale, il riferimento musicale della grande tradizione italiana dimenticata: si pensi alle decine di autori di opere musicali quasi del tutto abbondonate che invece meriterebbero una riscoperta ed una adeguata valorizzazione”. TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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PRIMO PIANO / DIEGO FASOLIS

stato un pianoforte mozartiano, abbiamo tenuto un concerto con i membri della nostra fondazione: erano 10 anni esatti dalla sua costituzione ed è stato un momento di autentica partecipazione e commozione. In settembre presenteremo la nuova Stagione e in autunno un altro concerto che oltre ad un momento di festa rappresenterà l’inaugurazione ufficiale di questo luogo speciale. Sarai molto felice, in accordo con Mario, di organizzare prossimamente in questo ambiente unico che induce al raccoglimento e al silenzio, un concerto espressamente dedicato al ricordo di Sergio e Geo Mantegazza». Da ultimo, quale è la personale gioia che, dopo molteplici attività in campo musicale e innumerevoli successi a livello internazionale, prova ancora oggi nel fare musica? «Mio nonno Michelangelo Fasolis, musicista, co-fondatore della Radiorchestra, mi sconsigliava di diventare musicista. Poi si è arreso constatando che anch’io ero affetto dal “virus della musica”, una malattia in verità inguaribile e meravigliosa. La musica è sempre stata la mia ragione di vita nel senso che è l’unica arte che mette in relazione le anime con una vibrazione fisica e, secondo le circostanze, è in grado di educare, innalzare, curare o consolare e tanto altre ancora. Ma per me, al di là della presenza di un pubblico di ascoltatori o della sua condivisione con altri musicisti, resta soprattutto il piacere intimo di studiare e suonare da solo, senza compromessi e condizionamenti, a tu per tu con uno strumento e uno spartito, ascoltando soltanto il suo respiro, abbandonandomi al senso entusiasmo, libertà, rifugio o conforto con cui essa sola riesce ad inondare l’animo umano».

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Il mio ricordo di Geo Ho iniziato a conoscere Geo Mantegazza sin da bambino molto piccolo per una particolare circostanza familiare. La mia madrina di battesimo, Anita Poma Mantegazza, era sua zia e talvolta, quando andavo a trovarla, capitava che mi parlasse di questa persona che in famiglia era così stimata e apprezzata per la sua intelligenza e i suoi modi gentili e raffinati. Qualche anno dopo, ormai adolescente, ero un giovane che all’epoca si sarebbe detto “scapestrato” e al momento della sua morte la mia madrina volle ricordarsi di me nel suo testamento con un lascito, che tuttavia subordinò al controllo affidato appunto a Geo Mantegazza. In quell’occasione iniziai dunque a conoscerlo in prima persona, mi conquistai la sua fiducia, ed ebbi modo di riscuotere senza problemi quella donazione che mi aiutò molto nei miei studi musicali. Si prese il ruolo di padrino passatogli da Zia Anita. Un altro episodio che mi lega a Geo Mantegazza risale agli esordi della mia passione per la musica. Come molti giovani ero giocatore di hockey ma soprattutto gran tifoso dell’Hockey Club Lugano che in quel periodo conosceva i suoi maggiori successi e, insieme a mio cugino Flavio Maspoli, realizzammo l’arrangiamento di alcune casette di musica leggera, dal tono trascinante e celebrativo, che venivano suonate in occasione delle partite ed ebbero un buon successo: quasi una sorta di We Are the Champions ante litteram. La mia più profonda conoscenza e una continuativa frequentazione di Geo Mantegazza sono tuttavia connesse alla sua passione per la musica classica e al suo intimo piacere di assistere a importanti rappresentazioni, soprattutto di opere liriche con il palco al Teatro alla Scala. Certamente era orgoglioso della mia attività all’interno del grande teatro. Era un conoscitore della musica sinfonica, come testimonia il sostegno offerto in più circostanze alle istituzioni musicali luganesi. Ma la sua più autentica passiona era per i grandi autori operistici italiani, Verdi e Puccini in primo luogo. Dell’opera apprezzava la capacità di coniugare scene, costumi e balletti. Ma, in particolare, la straordinaria forza delle voci liriche capaci, pur senza microfoni e amplificazioni, di penetrare migliaia di spettatori, parlando direttamente al loro cuore e alla loro anima. Negli anni è nato uno stretto legame che si è poi consolidato attraverso varie ricorrenze in cui ho avuto l’onore di suonare, in particolare l’organo, per celebrare eventi della sua Famiglia, soprattutto matrimoni. Quando Mario mi ha chiesto di suonare al funerale di Geo non ho esitato a lasciare le prove in tour per arrivare e ripartire in tempo e non mancare l’ultimo (ma non ultimo) commiato. Vedere fuori dal cimitero la sua Rolls- Royce con l’autista alla guida mi aveva ricordato che qualche tempo prima lo avevo “inseguito” in bicicletta mentre usciva dalla sua villa di Figino. Non avevo però avuto il coraggio di affiancarmi e bussare al vetro per salutarlo ma ho questo tenero ricordo. Grazie Geo!


40 ANNI AL SERVIZIO DELL’EMOZIONE


PRIMO PIANO / DAMIANO MÜLLER

di Eduardo Grottanelli de’Santi

Nel 1985 Damiano Müller apriva a Lugano Musicdoor, destinato a diventare un punto di riferimento per appassionati di alta fedeltà, musicisti e protagonisti della vita culturale ticinese. Quarant’anni dopo, mentre il digitale e le piattaforme hanno rivoluzionato il modo di ascoltare, la sua filosofia non è cambiata: prima degli apparecchi e degli impianti vengono la musica, le persone e la capacità di restituire un’emozione.

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usicdoor ha festeggiato nel 2025 quarant’anni di attività. Come è cominciata questa avventura? «Ho svolto il mio apprendistato in un negozio di radio, televisori e alta fedeltà di Lugano. Terminato quel periodo, avrei voluto riprendere gli studi e conseguire la maturità da privatista in Italia, ma per non dipendere dai miei genitori andai a lavorare sui vagoni ristorante dei treni. Pochi mesi dopo, però, il gerente del negozio nel quale avevo lavorato lasciò il suo incarico e la proprietà mi propo-

se di sostituirlo. Avevo appena diciotto anni e mi trovai improvvisamente a dirigere un’attività appartenente a una grande azienda ticinese. Era un’occasione difficile da rifiutare e così i miei programmi cambiarono completamente. In pochi anni riuscii a raddoppiare il fatturato, ma ben presto compresi che volevo lavorare seguendo una mia visione e assumendomi direttamente responsabilità e rischi. Nel 1985 aprii quindi Musicdoor al Quartiere Maghetti». L’alta fedeltà era già una passione personale?

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«Assolutamente sì. Quando tornai a lavorare come gerente, utilizzai praticamente tutti i soldi che avevo messo da parte per comprarmi un impianto stereo. Avevo vent’anni e spesi una cifra che, per l’epoca e per la mia età, era davvero considerevole. Oggi possiedo ancora una collezione di sette-ottomila dischi in vinile. Prima di diventare un mestiere, l’alta fedeltà è stata dunque una passione. Mi piace quello che faccio e non so se proverei la stessa soddisfazione dedicandomi a qualcos’altro». Che cosa distingue Musicdoor da un tradizionale negozio di apparecchiature elettroniche? «Un impianto non dovrebbe mai essere considerato semplicemente un prodotto. Non si tratta di scegliere un amplificatore da un catalogo, aggiungere due diffusori e consegnare una scatola al cliente. Cerchiamo sempre di capire che cosa una persona desidera ascoltare, quali sono le sue abitudini, gli spazi disponibiTICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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li, le aspettative e naturalmente il budget. La maggior parte degli impianti viene progettata su misura, consegnata e installata direttamente da noi. C’è quindi un lavoro di consulenza, assistenza tecnica e soprattutto ascolto della persona. Il punto di partenza non è Quale apparecchio vuoi comprare? ma: Quale esperienza vuoi vivere?». Avete celebrato il vostro 40° anniversario con un importante evento a Villa Castagnola. Di cosa si è trattato? «Già in passato, per dieci anni, avevamo organizzato una manifestazione analoga. In questa occasione abbiamo affittato 25 camere e 4 sale conferenze e in ciascuna di esse sono stati allestiti impianti HI FI ai vertici del mercato attuale, con caratteristiche e prestazioni di riferimento assoluto. È stata una bella occasione per ritrovare tanti amici e incontrare clienti, esperti e giornalisti internazionali del settore». Nel corso degli ultimi decenni il modo di ascoltare la musica è cambiato radicalmente. Quali sono state le trasformazioni più importanti? «La vera rivoluzione è rappresentata dalle piattaforme. Il digitale non ha mai raggiunto una qualità così elevata. Oggi, attraverso alcuni servizi

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di streaming, possiamo ascoltare file ad alta risoluzione che superano nettamente la qualità del CD. Spotify ha avuto il merito di rendere popolare il moderno sistema di streaming, ma per molto tempo ha utilizzato file compressi. Per un ascolto di qualità elevata, l’MP3 è fortemente limitante. Successivamente sono nate piattaforme che partono almeno dalla qualità del CD e arrivano a risoluzioni molto superiori. La facilità di accesso è straordinaria: in pochi secondi possiamo raggiungere un repertorio sterminato. Ma esiste anche un problema. Sulle piattaforme non acquistiamo la musica: acquistiamo il diritto di ascoltarla. Se domani il proprietario dei diritti di un artista interrompe il rapporto con il servizio, quei brani possono scomparire, insieme alle nostre playlist».

Il vinile sta vivendo una nuova stagione. È una moda romantica oppure offre realmente una qualità superiore? «Entrambe le cose. Da una parte esiste una componente romantica, soprattutto tra i giovani, affascinati dall’analogico, dal vintage e dalla presenza fisica dell’oggetto. Con la progressiva scomparsa del CD, il vinile è rimasto praticamente l’unico supporto musicale tangibile. Dall’altra, quando parliamo di musica strumentale, la sorgente iniziale è comunque analogica. Mantenendo analogica l’intera catena, almeno potenzialmente, si può ottenere un risultato straordinario. Ma sottolineo la parola “potenzialmente”, perché l’analogico porta con sé molti problemi. Anche il miglior giradischi del mondo, alla fine, ha una puntina che scorre all’interno di un solco e, per quanto raffinata, quella lettura comporta usura. Il digitale, invece, può essere riprodotto infinite volte rimanendo sempre uguale». Lei mette spesso in guardia i giovani dall’acquisto di giradischi troppo economici. Perché? «Perché un giradischi scadente può rovinare i dischi. Dico sempre ai ragazzi: comprate pure inizialmente un piccolo diffusore o un apparec02


PRIMO PIANO / DAMIANO MÜLLER

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“Quello che non cambierà è il motivo per cui ascoltiamo musica: cercare un’emozione”. 01 1985 al nuovo Quartiere 02 Damiano con Dieter Burmester nel 1998 03 Damiano con Mark Levinson nel 1995

chio semplice, ma non utilizzate un giradischi costruito male. Il rischio è che una persona compri cinquanta o cento dischi e, quando finalmente acquista un giradischi di buona qualità, scopra che quei vinili sono ormai danneggiati». Occorre possedere una particolare cultura musicale per riconoscere la qualità? «Non necessariamente. Ascoltare meglio significa prima di tutto ascoltare più cose. Anche nella più semplice canzone puoi improvvisamente scoprire un violino, un respiro, un dettaglio che non avevi mai percepito. Da quel momento, quando riascolti quel brano, cerchi proprio quel particolare. Se manca, senti che una parte dell’emozione è andata perduta». In qualche caso la musica può assumere anche un valore profondamente umano… «Recentemente sono stato chiamato a casa di una persona molto malata. Viveva quasi sempre sola e nel silenzio. Mi dissero che forse la musica

avrebbe potuto aiutarla e installai un impianto che le consentisse di utilizzare facilmente lo streaming e di ritrovare alcune registrazioni alle quali era legata. Naturalmente un impianto non cambia la condizione di una persona, ma può restituirle momenti di serenità, ricordi e una forma di compagnia. Esperienze come questa spiegano il senso più profondo del mio lavoro». L’alta fedeltà di fascia elevata rimane però un settore di nicchia. Perché non ha la stessa visibilità di altri beni di lusso? «Un’automobile, un orologio o una borsa vengono portati fuori casa e, anche involontariamente, mostrati agli altri. Un impianto viene invece acquistato per sé stessi e rimane all’interno della propria abitazione. È quindi un lusso molto intimo. Audio e immagine sono ormai sempre più legati. Come si è evoluto l’home cinema? «In passato, per avere un’immagine di grandi dimensioni in soggiorno, era indispensabile utilizzare un pro-

iettore. Oggi disponiamo invece di schermi da ottanta o cento pollici e, negli ambienti domestici, spesso il display ha sostituito la proiezione. Anche nel video il supporto fisico è praticamente scomparso. DVD e Blu-ray esistono ancora, ma la direzione del mercato è ormai quella dell’accesso online». Quale sarà il futuro dell’ascolto musicale? «Il digitale continuerà inevitabilmente a crescere e le piattaforme diventeranno sempre più sofisticate. L’intelligenza artificiale potrà migliorare la catalogazione, le ricerche e i suggerimenti personalizzati. Già oggi i servizi analizzano ciò che ascoltiamo e ci propongono artisti o registrazioni simili. Non credo invece che, almeno nel prossimo futuro, cambierà radicalmente il principio dell’impianto. Quello che non cambierà è il motivo per cui ascoltiamo musica: cercare un’emozione. Ed è la stessa ragione per cui, dopo quarant’anni, continuo a fare questo lavoro». MUSICDOOR HIFI SAGL Piazza della Riforma CH-6900 Lugano T. +41 91 921 36 61 info@musicdoor.com TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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Accoglienza, la chiave vincente della ristorazione

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er molti anni il tuo nome è stato legato a Piazza della Riforma. Che cosa ha rappresentato quella stagione e quale ricordo ti è rimasto più nel cuore? «Una storia che parte dal 1981, ero ancora un ragazzino e già frequentavo Piazza della Riforma. Mio padre, mi chiama e mi affida la gestione del ristorante Olimpia, locale storico frequentato da luganesi, politici e uomini della finanza. Da quel momento prende avvio una lunga esperienza

professionale fatta di stagioni intense, incontri e cambiamenti che hanno segnato profondamente il mio percorso. Tra i ricordi più vivi emergono le grandi edizioni di Estival Jazz e di Blues to Bop, eventi che hanno contribuito a rendere unica l’atmosfera di quegli anni. Ma l’episodio che più mi è rimasto impresso risale alla firma del contratto d’affitto dell’Olimpia, quando il sindaco Ferruccio Pelli mi disse una frase diventata per me un vero insegnamento: “Durante il giorno la città è amministrata dalle istituzioni, la sera il Mario Mantegazza incontra mentre locale diventa il Guido Sassi in un aperto confronto tuo spazio, con sullo stato e le prospettive latà responsabilidi gestirlo al della ristorazione luganese. meglio e con

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correttezza”. In un primo momento non ne colsi pienamente il significato, ma col tempo quelle parole si sono trasformate in una guida professionale e personale. Da lì ho compreso che il ruolo del ristoratore richiede umiltà, rispetto verso la clientela, discrezione e grande attenzione all’accoglienza, evitando ogni coinvolgimento nelle dinamiche politiche. L’esperienza all’Olimpia si è così rivelata molto più di un’attività lavorativa: un percorso formativo che ha contribuito a costruire non solo il mio profilo professionale, ma soprattutto la mia crescita personale». Che cosa ti ha portato a cedere i tuoi locali e a passare il testimone? È stata una scelta difficile o naturale?


A TAVOLA CON… / GUIDO SASSI

«Credo che, in fondo, a portarmi a questa scelta siano state alcune parole di Charlie Chaplin che mi hanno colpito profondamente: l’idea che nella vita, quando arriva il momento di uscire di scena, bisogna avere il coraggio di farlo con eleganza, e che prima che cali il sipario dobbiamo averlo vissuto per davvero, senza cercare continuamente l’approvazione o gli applausi degli altri. Cedere i miei locali non è stata una decisione facile. In quei luoghi non lasciavo soltanto un’attività: lasciavo anni di lavoro, sacrifici, emozioni, soddisfazioni, difficoltà e soprattutto una parte importante della mia vita. Ci sono luoghi che, a un certo punto, diventano parte di noi, e separarsene significa anche fare i conti con tanti ricordi. Eppure, dentro di me, sentivo che era arrivato il momento. Non è stata una scelta improvvisa, né una fuga da qualcosa. È stata una scelta maturata lentamente, quasi naturalmente, ascoltando una parte di me che da tempo chiedeva di cambiare. Ho capito che a volte il vero coraggio non è continuare a tutti i costi, ma riconoscere quando una storia ha dato tutto ciò che poteva dare e avere la forza di voltare pagina. Così ho scelto di uscire di scena. Non con rimpianto, ma con gratitudine per tutto quello che quei locali mi hanno insegnato, per le persone che ho incontrato, per i momenti belli e anche per quelli difficili, perché ognuno di loro ha contribuito a rendermi quello che sono oggi. E forse è proprio questo il senso di certe scelte: non chiudere una porta, ma avere il coraggio di lasciare spazio a qualcosa di nuovo. Il sipario è calato su una parte importante della mia vita, ma lo spettacolo, in fondo, continua».

“Il problema non è trovare il personale. È capire perché nessuno vuole più fare questo mestiere. Il problema esiste ed è reale, ma credo che sia anche il sintomo di un cambiamento più profondo. Oggi le persone, soprattutto i giovani, cercano un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata, maggiori prospettive di crescita e un ambiente in cui sentirsi valorizzate”. Oggi, da osservatore privilegiato, come vedi la ristorazione luganese? Quali sono i cambiamenti più significativi che hai notato? «Oggi vedo una ristorazione luganese in continua evoluzione. Negli ultimi anni sono aumentati gli investimenti, si è alzato il livello dell’offerta gastronomica e la tecnologia ha cambiato profondamente il modo di lavorare. È un’evoluzione importante e, sotto molti aspetti, indispensabile. Quello che mi colpisce di più, però, non è solo ciò che arriva nel piatto, ma il modo in cui i ristoranti scelgono di raccontarsi. A volte ho l’impressione che, nel tentativo di seguire le mode e le tendenze internazionali, si rischi di mettere in secondo piano ciò che rende davvero speciale il nostro territorio. Per questo credo che la vera sfida non sia capire quanto dobbiamo cambiare, ma quanto siamo disposti a perdere in nome del cambiamento. Possiamo avere locali modernissimi, tecnologie all’avanguardia e piatti capaci di sorprendere chiunque. Ma se, entrando in un ristorante di Lugano, non si percepiscono più la nostra identità, la nostra storia e quella genuina cultura dell’accoglienza che ci ha sempre contraddistinti, allora vale la pena chiedersi: stiamo davvero facendo un passo avanti o stiamo semplice-

mente diventando uguali a tutti gli altri? Sono convinto che il futuro della ristorazione luganese non stia nell’assomigliare sempre di più al resto del mondo, ma nel trovare il giusto equilibrio tra innovazione e tradizione. Perché innovare è fondamentale, ma farlo senza perdere la propria anima è ciò che, alla fine, fa davvero la differenza». Si parla spesso di carenza di personale. Secondo te il problema è solo questo o c’è anche la necessità di ripensare il modo di gestire e valorizzare il settore? «Il problema non è trovare il personale. È capire perché nessuno vuole più fare questo mestiere. Il problema esiste ed è reale, ma credo che sia anche il sintomo di un cambiamento più profondo. Oggi le persone, soprattutto i giovani, cercano un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata, maggiori prospettive di crescita e un ambiente in cui sentirsi valorizzate. La ristorazione, invece, è spesso percepita come un settore fatto di sacrifici, orari impegnativi e poche certezze. Per questo penso che la vera sfida non sia soltanto trovare collaboratori, ma creare le condizioni perché scelgano di rimanere. Significa investire nella formazione, offrire percorsi di crescita, valorizzare il talento e costruire una TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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A TAVOLA CON… / GUIDO SASSI

cultura del lavoro basata sul rispetto reciproco e sulla fiducia. Anche noi imprenditori dobbiamo interrogarci sul nostro modo di gestire le aziende. Guidare un ristorante oggi non significa soltanto servire un buon piatto, ma saper costruire una squadra motivata, trasmettere una visione e far sentire ogni collaboratore parte di un progetto. Quando le persone stanno bene, lavorano meglio. E quando chi lavora con passione si sente riconosciuto e valorizzato, anche il cliente percepisce quella differenza. È da qui, a mio avviso, che passa il futuro della ristorazione». Tu insisti molto sul valore dell’ospitalità. Che cosa distingue, a tuo avviso, un ristorante che accoglie davvero bene i propri clienti? «Per me l’ospitalità è ciò che trasforma un semplice pasto in un’esperienza che rimane nella memoria. Si può mangiare molto bene in tanti posti, ma quello che il cliente ricorderà davvero è come si è sentito. Accogliere bene non significa essere formali o impeccabili a tutti i costi. Significa far sentire ogni persona attesa, ascoltata e a proprio agio, con naturalezza e autenticità. Un sorriso sincero, un’attenzione discreta, la capacità di cogliere le esigenze del cliente senza essere invadenti: sono questi i dettagli che fanno la differenza. Credo che un grande ristorante non si distingua solo per la qualità della cucina, ma soprattutto per l’armonia tra cucina, sala e accoglienza. Quando tutto funziona in sintonia, il cliente non percepisce semplicemente un buon servizio: vive un’esperienza. Alla fine, il piatto può essere eccellente, ma è l’emozione che resta. E l’ospitalità ha proprio questo potere: far sì che una persona

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abbia voglia di tornare non solo per ciò che ha mangiato, ma per come è stata accolta e per come si è sentita durante tutto il tempo trascorso con noi. Il cliente dimentica cosa ha mangiato, ma difficilmente dimentica come lo hai fatto sentire». Servizio, formazione e condizioni di lavoro: da quali di questi aspetti dovrebbe partire il rilancio della ristorazione ticinese? «Credo che questi tre aspetti siano strettamente collegati e che non si possa rilanciare la ristorazione ticinese intervenendo su uno solo di essi. Tuttavia, se dovessi scegliere un punto di partenza, direi le persone. La formazione è fondamentale, perché permette di sviluppare competenze, professionalità e consapevolezza del proprio ruolo. Ma la formazione, da sola, non basta. Se non è accompagnata da condizioni di lavoro dignitose, da reali opportunità di crescita e da una cultura aziendale fondata sul rispetto, difficilmente riusciremo ad attrarre e trattenere i talenti. Allo stesso tempo, il servizio rappresenta il volto della ristorazione. È il momento in cui tutta la preparazione, l’organizzazione e la passione prendono forma davanti al cliente. Un servizio attento, competente e autentico può trasformare una buona cena in un’esperienza memorabile. Per questo credo che il rilancio della ristorazione ticinese debba partire da una nuova cultura dell’impresa: investire nelle persone, valorizzarne il talento e creare ambienti di lavoro in cui professionalità, motivazione e senso di appartenenza possano crescere insieme. Solo così potremo offrire un servizio di qualità e costruire un settore capace di affrontare il futuro con solidità e fiducia».

Quanto possono fare le istituzioni, e in particolare il Comune di Lugano, per favorire una ristorazione più attrattiva e una migliore qualità della vita in città? «Secondo me, se parliamo delle istituzioni turistiche di Lugano, il punto non dovrebbe essere semplicemente “portare più turisti”, ma far rimanere le persone più a lungo, aumentare la spesa sul territorio e rendere Lugano riconoscibile tutto l’anno se no, Lugano rischia ed è percepita come una bella città da vedere in mezza giornata. Bisognerebbe costruire pacchetti e itinerari che portino il visitatore a fermarsi 2–4 giorni. Le istituzioni non dovrebbero lavorare separatamente da hotel, ristoranti, commercianti, organizzatori di eventi, musei e attrazioni». Se potessi indicare tre priorità per il futuro della gastronomia luganese, quali sceglieresti? «Partirei dalle persone. Senza collaboratori preparati, motivati e valorizzati, nessun progetto può avere successo. Per questo è fondamentale continuare a investire nella formazione, nelle condizioni di lavoro e nella crescita professionale di chi sceglie questo mestiere. La seconda priorità è preservare l’identità del nostro territorio. Innovare è indispensabile, ma senza dimenticare le nostre radici, la cultura dell’ospitalità e quei valori che hanno sempre reso la ristorazione luganese autentica e riconoscibile. La vera sfida è evolversi senza perdere ciò che ci rende unici. Infine, credo sia essenziale rafforzare la collaborazione tra tutti gli attori del settore: istituzioni, enti turistici, ristoratori, albergatori, produttori locali e commercianti. Solo facendo squadra possiamo costruire un’offerta capace di attrarre visitatori, farli rimanere più a lungo e generare valore per l’intero territorio».


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L’AI, arma per l’egemonia mondiale

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lanciare la proposta, sul palco della World Artificial Intelligence Conference, è stato Xi Jinping in persona, il che ne sottolinea l’importanza strategica. Il fatto che il Segretario generale dell’ONU Guterres abbia presenziato al lancio dell’Organizzazione di cooperazione sull’intelligenza artificiale rappresenta una tacita benedizione dell’ONU. E questo benché la lista dei ventinove Paesi che hanno aderito alla WAICO sia in larga misura composta di Paesi o retti da autocrati, o ideologicamente schierati con l’autocrate cinese oppure vassalli della Cina. Interessante indicarne i più significativi: Russia, Cuba, Venezuela, Bielorussia, Brasile, Serbia, dieci Paesi africani e dodici asiatici (tra cui Kazakistan, Laos, Pakistan e Indonesia). Non è il BRICS: manca un attore geopolitico fondamentale come l’India. E tutto l’Occidente non c’è. Poiché si tratta di un’architettura di governance sedicente indipendente, ma che si vuole alternativa agli USA e ai Paesi

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Il 16 luglio scorso, la Cina ha lanciato la World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO), un’organizzazione intergovernativa, con sede a Shanghai, che vuole dettare al mondo le regole nell’uso dell’AI. Quelle cinesi. Nella guerra per l’egemonia geopolitica mondiale, l’AI rappresenta l’arma finale per dominare la sicurezza militare e ciber, l’economia e la tecnologia del futuro, sulla terra e nello spazio. di Moreno Bernasconi occidentali di stampo liberale e basati su sistemi politici democratici. Nel suo discorso, Xi Jinping ha affermato che «lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere un’esibizione solista di un singolo Paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale»: una denuncia (senza citarla) della cosiddetta Pax Silica promossa dagli Stati Uniti per garantire la catena di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale, semiconduttori e minerali essenziali per la transizione digitale, volta a ridurre la dipendenza dalla Cina su scala globale. Alla Pax Silica hanno aderito UE, Regno Unito, Giappone e Australia. L’autocrate cinese ha presentato il progetto WAICO come una rivoluzione virtuosa nell’approccio all’AI:

«Affinché questa tecnologia apporti maggiori benefici all’umanità, dobbiamo attuare un’ampia cooperazione internazionale e aiutare i Paesi del Sud a rafforzare le proprie capacità per colmare il divario digitale e dell’AI, promuovere lo sviluppo sostenibile e prevenire la creazione di nuove ingiustizie storiche». Pechino intende condividere le proprie tecnologie e competenze con i Paesi del sud globale finanziando progetti di ricerca, guidando programmi volti a regolare l’AI: fornirà formazione e svilupperà centri di cooperazione. Aiuti che serviranno a colmare il divario digitale ma anche a rafforzare l’influenza cinese in questi stessi Paesi, da decenni economicamente e geopoliticamente


GRANDANGOLO / MORENO BERNASCONI

vassalli di Pechino. Xi Jinping ha denunciato in particolare il sistema “chiuso” di sviluppo dell’AI promosso dagli USA, contrapponendogli un modello di accesso all’intelligenza artificiale e una sua governance mondiale di tipo “aperto” (“open weight”), facilmente accessibile a tutti e a basso costo. Alla Conferenza WAIC, la startup Moonshot AI, con sede a Pechino, ha presentato Kimi K3, definito «il modello più grande di intelligenza artificiale aperto al mondo per numero di parametri»: emblema di come il modello di AI cinese rappresenti «un bene pubblico globale» - hanno sottolineato i media di regime cinesi. Fin qui le dichiarazioni governative e filogovernative cinesi. In realtà, Pechino sta attuando restrizioni all’accesso dall’estero ai principali modelli cinesi di AI e un sistema di controllo rigoroso dell’AI rispondente alla sicurezza nazionale e volta a impedire ogni forma di critica al regime. Da questo punto di vista, giova rilevare un solo esempio: i Chatbot cinesi sottostanno alla censura del regime sui loro contenuti. Rifiutano di rispondere a domande su temi politicamente sensibili (storia o attualità politica) e veicolano la narrativa ufficiale del regime. Sono quindi strumenti di propaganda del “Minculpop” comunista cinese entro i confini del Celeste Impero ma anche nei Paesi del mondo che adottano e adotteranno la tecnologia AI cinese e che vengono formati con i generosi programmi annunciati da Xi. Ciò contribuirà ad attenuare il divario digitale, ma non necessariamente a formarsi una visione della realtà senza filtri ideologici e a sviluppare lo spirito critico, essenziali in democrazia. A fronte delle proposte avanzate dalla WAICO cinese, al fine di avere una

visione equilibrata della posta in gioco, è utile sintetizzare brevemente le differenze di modello esistenti fra l’approccio cinese e quello delle democrazie occidentali. Va notato anzitutto che le differenze rispondono a visioni del mondo, sistemi politici e filosofie commerciali antitetiche. La strategia di sviluppo degli USA, locomotiva dei Paesi occidentali in questo campo, punta a raggiungere il risultato tecnologicamente più avanzato. Per le big tech come Open AI o Anthropic l’AI è una “destinazione” in sé. Sono in competizione per ottenere standard e capacità di ragionamento massimi. I giganti tecnologici cinesi come Alibaba o Tencent si concentrano soprattutto sull’integrazione dell’AI nelle abitudini quotidiane degli utenti in modo automatico e invisibile, tramite modelli estremamente invasivi. Anche i tipi di governance sono opposti. Da un lato è il libero mercato a finanziare, tramite venture capital, la ricerca e lo sviluppo, regolamentato da autorità indipendenti in un contesto di stampa libera. Gli Stati possono dare un contributo al finanziamento e nell’ambito di procedure democratiche definiscono regole e standard etici. In Cina lo sviluppo dell’AI, finanziato e sussidiato dallo Stato, è centralizzato e costituisce un’infrastruttura nazionale sovrana. Le aziende rispondono direttamente al Governo che esercita un controllo sociale capillare sui contenuti. L’accesso ai dati dei sistemi prodotti dalle aziende occidentali è limitato da leggi sulla privacy e copyright e le big tech offrono l’AI solo tramite abbonamenti e accessi controllati (“sistema chiuso”). In Cina modelli aperti (open weight) rendono invece l’AI accessibili a tutti e la integrano nelle app d’uso corrente; il problema della privacy non si pone visto che lo Stato controlla capillarmente l’insieme dei

dati. Benché siano aperti, i modelli sono addestrati rispettando le linee guida stabilite dal Governo cinese. Sono progettati in modo da non generare contenuti che violino «i valori socialisti fondamentali» o siano critici nei confronti delle istituzioni politiche e i leader comunisti cinesi. Queste differenze fondamentali delle strategie occidentale e cinese nella promozione e l’uso dell’AI permettono di cogliere meglio la portata della nuova organizzazione lanciata a Shanghai da Xi Jinping. Presentata come una nobile iniziativa per creare regole etiche mondiali che contribuiscano a colmare il divario digitale del Sud Globale, la WAICO consegna sì tecnologie d’avanguardia e modelli AI aperti e quasi a costo zero ai mercati emergenti asiatici, africani e latino-americani. Ma porta nel contempo i Governi e le aziende di questi Paesi a costruire la propria capacità digitale a partire da algoritmi, modelli multimodali di grandi dimensioni (LMM) cinesi che li rendono strutturalmente dipendenti da Pechino a lungo termine. In realtà si tratta dell’applicazione pari pari nel settore dell’AI del progetto egemonico della Via della Seta già attuato negli ultimi decenni. L’influsso della Digital Silk Road è tuttavia molto più invasivo, poiché non riguarda la costruzione e gestione di porti, vie ferrate, telecomunicazioni e reti di fibra ottica, bensì algoritmi, piattaforme digitali che hanno standard e generano contenuti che rispondono all’ideologia e al controllo capillare del regime di Pechino. La Digital Silk Road e la nuova Organizzazione per la cooperazione internazionale nel campo dell’AI, WAICO, che ne è la naturale continuazione, sono leve cinesi nel contesto della nuova guerra fredda digitale per conquistare l’egemonia mondiale. TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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TAVOLA ROTONDA / TICINO E ITALIA

Amici davvero o semplici vicini? Sino a qualche anno fa erano soprattutto le rivalità sportive – peraltro allora quasi sempre sbilanciate in favore dei nostri avversari – a creare il terreno fertile per sberleffi, polemiche e spaccature più o meno occasionali che solo in parte si alimentavano nel contesto più vasto di una relazione molto intensa e profonda. di Enrico Carpani

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TAVOLA ROTONDA / TICINO E ITALIA

O

ggi tra il Ticino e l’Italia non contano più soltanto le posizioni nelle gerarchie del calcio: nella delicata gestione della vicinanza geografica e culturale che contraddistingue la nostra inevitabile… promiscuità di frontiera si inseriscono infatti sempre più frequentemente elementi politici, economici e sociali che rendono ancora più complesso un rapporto che al netto di ciò che ci accomuna tende a evidenziare, a volte non senza una palpabile, crescente insofferenza, ciò che ci rende diversi. Al punto da indurre a qualche legittima riflessione sulla natura di certe spigolosità che sono emerse di recente a livello sia istituzionale sia

mediatico e che hanno contribuito a estendere ma anche a modificare le caratteristiche di una prossimità in cui lo scambio si trasforma molto spesso in confronto. Nella tavola rotonda che abbiamo voluto dedicare a questo tema di grande attualità e interesse per le sue innumerevoli sfaccettature non sarebbero dunque potute non affiorare le diverse prospettive da cui è possibile, anzi doveroso, tentare di analizzare la qualità fondante di un legame certamente da tutelare e preservare. Il Ticino di oggi, del resto, è storicamente figlio di un importantissimo flusso migratorio in provenienza dall’Italia, che ha generato una parte molto significativa di quello che è

Stefania Padoan

Stefano Rogna

Bernardino Regazzoni

Uberto Vanni d’Archirafi

Andrea Gehri

Giangi Cretti TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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TAVOLA ROTONDA / TICINO E ITALIA

diventato il suo stesso tessuto sociale. Ciò che siamo, insomma, dipende anche, inevitabilmente, da ciò che siamo stati: negarlo ma anche soltanto cercare di ridurre l’influenza di questo fattore rischierebbe di orientare in modo perlomeno incompleto ogni tentativo di analisi. Già nella fase di allestimento della serata – seguita da un pubblico folto e molto coinvolto nell’accogliente spazio RIVADUE del Palazzo Mantegazza – ne abbiamo perciò tenuto conto, invitando personalità dalla storia individuale particolarmente in sintonia con l’argomento della discussione come Stefania Padoan, imprenditrice trevigiana alla testa dell’azienda di famiglia ormai stabilmente trapiantata nella nostra regione, a cavallo tra Lugano e i Grigioni, e Stefano Rogna, CEO di Banca Sempione, un vicino…valtellinese oggi di nazionalità svizzera che ha messo radici in Ticino. Per certi versi il loro approccio è stato il più spontaneo e significativo: entrambi perfettamente consapevoli delle trasformazioni degli ultimi anni hanno comunque tenuto a sottolineare nei

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loro interventi la solidità del legame che hanno instaurato con un territorio e una comunità che mantengono nonostante tutto un enorme potenziale di attrattività e di crescita. Chi ha vissuto sulla propria pelle una delle fasi più movimentate dei rapporti tra il Ticino e l’Italia è stato senza dubbio Bernardino Regazzoni,

ambasciatore svizzero a Roma al tramonto dell’era del segreto bancario. Per un ticinese attivo nella diplomazia elvetica in molte realtà diverse rappresentare il nostro paese proprio nella capitale di quell’italianità cui anche noi – lo si voglia o no – apparteniamo indiscutibilmente può non essere stato facile. Oppure no? «Starai come un pesce nell’acqua» si era sentito rispondere da un collega che lo aveva preceduto nell’esperienza che ricorda oggi tra le più importanti ma non necessariamente la più difficile della sua lunga carriera. Il ruolo dell’ambasciatore, ha del resto puntualizzato Regazzoni, non è quello di intervenire direttamente nelle questioni operative bensì di facilitare le relazioni tra i diversi attori impegnati nell’ambito di ogni problematica che coinvolge i rispettivi governi. E alla fine si è ritrovato proprio…come un pesce nell’acqua? «Sono stato molto bene, certo». Una sensazione in totale sintonia con quella che ha affermato di provare attualmente il Console Gene-


TAVOLA ROTONDA / TICINO E ITALIA

rale d’Italia a Lugano Uberto Vanni d’Archirafi, il quale ha offerto al dibattito con estrema lucidità e precisione il contributo della sua parentesi di vita e lavoro in Ticino, focalizzandosi soprattutto sul volume globale e dunque sul valore complessivo della relazione tra il Cantone e l’Italia, che non possono essere intaccati da questioni specifiche come quella del paventato blocco dei ristorni dei frontalieri. Il tema che in fondo costituiva…il vero elefante nella stanza, impossibile da evitare, certo, ma da affrontare con la dovuta serenità e senza sottovalutarne l’impatto politico e le possibili conseguenze sull’asse Berna-Roma. Una dimensione inedita quanto insidiosa del rapporto privilegiato tra Bellinzona e l’Italia, in cui la fragorosa e straordinaria unicità della condivisione esclusiva della lingua e di riflesso del patrimonio culturale – che rende quello della diffusione del nostro idioma un caso praticamente unico al mondo – si stempera nei rivoli della politica internazionale, frutto di accordi e decisioni, protocolli e pratiche da accettare e rispettare dalle parti. E che di fatto eleva il problema a un livello superiore, creando una situazione di innegabile disagio tra Berna e Roma, e a cascata, inevitabilmente, tra Bellinzona e Berna. Ma allora, sullo sfondo magari anche della tragedia di Crans-Montana, che volutamente abbiamo deciso di non inserire nella mappa della nuova reciprocità transfrontaliera italo-svizzera ma che in un paio di momenti si è tuttavia infilata nelle riflessioni degli ospiti quasi a voler certificare una differente modalità di valutazione e di interpretazione, esiste davvero il rischio che questa situazione di disagio avvertita dal Cantone possa provocare un vero e proprio strappo con la Confederazione, da parte sua pre-

occupata di tutelare l’interesse superiore della relazione con l’Italia? Dal punto di vista strettamente economico, Andrea Gehri, dal suo osservatorio di Presidente della Camera di Commercio ticinese, ha quindi invitato a considerare con attenzione e realismo l’effettiva portata degli importi in gioco per le finanze ticinesi: oltre cento milioni di franchi che nell’attuale situazione congiunturale avrebbero una notevole rilevanza per le casse cantonali. Una prospettiva su scala più ridotta – peraltro già affiorata durante le negoziazioni che avevano portato alla definizione dell’accordo tra Italia e Svizzera, su cui il Ticino aveva espresso le sue preoccupazioni – oppure il giustificato tentativo di ribadire la criticità di un quadro molto diverso da quello generale? Difficile prevedere come andrà a finire: lo stallo appare per certi versi addirittura imbarazzante più sul piano interno che su quello internazionale, dove come ha fatto opportuna-

mente notare anche Giangi Cretti, Direttore della Rivista della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, da molti anni attivo nel nostro paese, i parametri e dunque anche le sensibilità non sono paragonabili alle percezioni avvertite a livello locale. Di sicuro, quella che è sempre stata vissuta come una relazione quantomeno controversa, tipica forse di chi è più simile alla controparte di quanto non voglia e non riesca ad accettare, al momento sembra vicina ai minimi storici di comprensione e collaborazione: il Ticino non pare disposto a recedere, nella cultura politica svizzera non è prevedibile un intervento risolutore da parte di Berna, per l’Italia la diatriba sui frontalieri non costituisce una priorità. Il vero nodo, probabilmente, sta proprio in questa combinazione di disallineamenti, che in un modo o nell’altro dovranno comunque essere risolti. Per tornare alle vecchie, innocue incomprensioni che hanno fatto la storia di una frontiera più politica che culturale. TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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LAC / CLAUDIA BURGARELLA

250 appuntamenti all’anno tra business e networking

di Donatella Révay

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l LAC non è soltanto teatro e spettacoli, ma mette a disposizione spazi versatili, modulari e che possono essere allestiti per conferenze, congressi, seminari, feste private, cene aziendali, cene di Natale e, più recentemente, anche matrimoni. Ambienti che si adattano a ogni esigenza, per creare un’esperienza unica e curata nei dettagli. Un’attività completamente distinta dalla programmazione culturale e artistica che si occupa appunto dell’affitto e della gestione degli spazi destinati agli eventi privati.

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C’è un volto del LAC che molti conoscono meno: quello degli eventi privati e dei congressi. Un aspetto che negli anni ha dimostrato una costante crescita. Figura chiave di questo settore è Claudia Burgarella, Venue manager e responsabile degli eventi e congressi del LAC. Chi sono i vostri clienti? «Da quando siamo attivi, in una decina d’anni il LAC è diventato un punto di riferimento per gli eventi. Oggi contiamo un bacino di circa un migliaio di clienti. Tra i più assidui ci sono aziende del settore bancario, assicurativo, medico e farmaceutico, che si affidano a noi per congressi da 50, 100 fino a oltre 300 partecipanti. Lavoriamo anche con il mondo accademico e con le istituzioni». Qualche esempio concreto? «Congressi medici, cerimonie di laurea del Franklin University Switzerland e dell’USI, cerimonie istituzionali come l’insediamento del Municipio o i Premi svizzeri di arte e musica. Eventi che si affiancano alla stagione culturale del LAC. Organizziamo inoltre convention e convegni con keynote, discorsi inaugurali e momenti di networking, dal coffee break al pranzo, durante i quali le persone possono incontrarsi e creare relazioni. A seconda delle esigenze utilizziamo più spazi, anche in sequenza. Il teatro può trasformarsi, per una giornata, in una sala congressi dedicata a presentazioni di prodotto o inter-

venti di relatori di rilievo, mentre durante le pause la hall diventa un grande salotto per il networking, con tavoli standing, coffee break e aree dedicate agli sponsor». Come gestite la doppia anima, teatro ed eventi privati? Parlo al plurale perché so che lavora con un team. «Siamo un team di quattro event manager, affiancati da tecnici specializzati negli eventi privati. Disponiamo di sei sale specificamente dedicate agli eventi privati con varie capienze, dislocate al terzo piano del LAC e nel chiostro situato accanto alla Chiesa degli Angioli. La nostra sala ammiraglia è la Sala Panoramica, un loft di 400 mq con una vista mozzafiato sul Lago di Lugano. Per eventi particolarmente importanti, da trecento o quattrocento persone in su, utilizziamo anche il teatro e la hall che sono spazi comuni e nei quali si intersecano le attività del Settore Eventi e della Programmazione culturale. Tutto viene pianificato in stretta collaborazione con la programmazione artistica e con i tecnici di palcoscenico. È un lavoro di incastri che richiede organizzazione e anticipo.


LAC / CLAUDIA BURGARELLA

Il settore Eventi e Congressi rappresenta oggi una realtà sempre più importante anche dal punto di vista economico. Con circa 250 eventi all’anno genera il 10- 15% degli incassi complessivi del LAC, pari a circa un milione di franchi». Cosa rende questa venue diversa dalle altre, a Lugano e in Ticino? «Il primo elemento è sicuramente l’impatto estetico. Gli organizzatori cercano luoghi belli e rappresentativi e il LAC offre un contesto unico, con la vista sul lago, una posizione centrale, facilmente raggiungibile in treno o in auto, e la comodità dell’autosilo. Ma il vero valore aggiunto è poter unire, nello stesso edificio, la dimensione business e quella culturale. Molti gruppi, soprattutto dalla Svizzera interna, organizzano qui seminari e momenti di formazione, abbinandoli a una visita guidata del MASI o del teatro. Poi la giornata prosegue magari con una traversata in battello verso Gandria o una cena sul San Salvatore». Ci sono eventi che ritornano? «Sì, moltissimi. Il LAC è conosciuto soprattutto grazie al passaparola e alla fidelizzazione. Numerose aziende organizzano qui ogni anno la propria assemblea generale o la cena aziendale e, prima ancora

di concludere l’evento, prenotano già la data per l’anno successivo. Lavoriamo molto sull’ascolto del cliente e sulla cura di ogni dettaglio, dalla richiesta iniziale fino alla conclusione dell’evento. Negli anni abbiamo implementato tutta una serie di servizi aggiuntivi come la consulenza tecnica, la formazione di personale qualificato per l’accoglienza e la gestione degli ospiti, materiale audio e video e mobilio per rispondere alle esigenze ricorrenti dei clienti. Questo ha permesso di costruire rapporti duraturi con molte realtà economiche del territorio. Alcune aziende sono diventate anche sponsor del LAC. È bello vedere crescere le startup che scelgono questi spazi come punto di riferimento per incontrare clienti e partner». C’è spazio per nuovi clienti? «Certamente. Oltre alla clientela locale cresce quella proveniente dalla Svizzera interna, soprattutto da Zurigo e Lucerna. La stagione segue il ritmo delle aziende: il periodo più intenso va da settembre fino a Natale, con ottobre e novembre particolarmente richiesti. Dopo una pausa nei primi mesi dell’anno, l’attività riprende a marzo e raggiunge il picco tra maggio e giugno. Il nostro listino tiene conto di questa stagionalità». C’è un evento ospitato al LAC di cui è più fiera? «Ce ne sono molti, le cito il più recente che è l’evento Lifestyle In-

novation Day di Dagorà, realtà luganese che opera nei settori della moda, dell’e-commerce e dell’innovazione. Li seguo fin dalla prima edizione nel 2016 e, negli anni, siamo cresciuti insieme. Oggi la convention di Dagorà richiama circa seicento persone da tutta la Svizzera. Il teatro è pieno, la piazza si anima e il programma comprende keynote e sessioni parallele con ospiti di primo piano e aziende di successo». MASI e teatro sono le due anime del LAC. Come collaborate? «La collaborazione tra MASI e settore Eventi rappresenta un importante valore aggiunto. Un esempio è un congresso previsto per il 2027: dopo la giornata di lavori al Palazzo dei Congressi, i partecipanti saranno accolti al LAC per una serata di networking con accesso esclusivo alle mostre del MASI. Questa sinergia permette di offrire un’esperienza culturale unica, valorizzando sia il Palazzo dei Congressi sia il Centro culturale, contribuendo a rafforzare l’immagine internazionale di Lugano». Avete ottenuto premi o riconoscimenti? «Abbiamo ricevuto per quattro anni consecutivi il sigillo di qualità dello Swiss Location Award, che ogni anno premia le migliori location della Svizzera. Sono inoltre particolarmente orgogliosa della certificazione ISO 20121 per la sostenibilità degli eventi, ottenuta grazie ad un percorso di risparmio delle risorse, alla valorizzazione dei fornitori locali e alla collaborazione con realtà come l’associazione di Fra Martino Dotta, alla quale doniamo i lunch box sigillati rimasti inutilizzati durante congressi e convention». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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LAC / ARTI PERFORMATIVE

Il confine sottile della Civiltà 02 01

In/Civiltà è il titolo che Carmelo Rifici, direttore artistico delle arti performative del LAC, ha scelto per la stagione 2026/27. Un viaggio attraverso la grande prosa, la scena internazionale, la danza, la musica, il teatro comico e le proposte per le famiglie. La stagione 2026/27 conferma il LAC come luogo di produzione e di incontro fra linguaggi, generazioni e sensibilità differenti.

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2 titoli, 19 produzioni e coproduzioni, 165 aperture di sipario: la stagione di arti performative 2026/27 presenta un cartellone che spazia dal teatro alla danza fino ai musical e ai nuovi formati. La danza dialoga con la musica ed il teatro entra negli spazi espositivi del Museo. Strutturata nel focus principale In/Civiltà e in diversi percorsi tematici, la stagione rivolge uno sguardo importante alla scena svizzera e a quella internazionale.

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La violenza alle origini della democrazia Il nucleo teorico e simbolico della stagione è rappresentato da Orestea – Parte I / Mythos, Parte II / Logos, nuova produzione LAC diretta da Carmelo Rifici, in prima assoluta dal 15 al 17 gennaio. L’unica trilogia della classicità greca giunta integralmente fino a noi viene riletta non come un monumento della tradizione, ma come un testo ancora capace di porre domande radicali sull’origine della giustizia e della democrazia occidentale.

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LAC / ARTI PERFORMATIVE

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Composta da Agamennone, Coefore ed Eumenidi, l’opera di Eschilo racconta il passaggio dalla vendetta privata al giudizio pubblico. Rifici concentra la propria lettura su un’ipotesi inquietante: la democrazia non nascerebbe da una volontà di pace, ma dalla necessità di regolare una violenza considerata ineliminabile. La polis non sarebbe dunque l’opposto della barbarie, bensì la sua trasformazione più evoluta e controllabile. La trilogia diventa così il racconto

di un trauma fondativo. Agamennone, tornato vittorioso da Troia, viene ucciso da Clitemnestra ed Egisto; Oreste, riconosciuto da Elettra come vendicatore e portatore di giustizia, è chiamato a ristabilire l’ordine attraverso un nuovo delitto: l’assassinio della madre. Ogni gesto risponde a una colpa precedente, in una catena nella quale giustizia e vendetta sembrano coincidere. La prima parte, Mythos, si apre con l’Agamennone e si chiude con la pri-

ma lamentazione del coro delle Coefore. Si tratta di decifrare, nella storia dell’uccisione di Agamennone e Cassandra da parte di Clitemne04

stra ed Egisto, e nel riconoscimento di Elettra del fratello Oreste come unico vendicatore, portatore di giustizia, un trauma fondativo della civiltà occidentale. In questo mondo, fatto soprattutto di dèi del sottosuolo, i morti non muoiono se non vendicati. Qui la violenza è regolata dalla giustizia della vendetta. Su questa certezza si costruisce il primo pilastro della società occidentale e su questa evidenza si chiude la prima parte della tragedia. La seconda parte, Logos, inizia con Oreste e Pilade e il loro destino di uccisori di Clitemnestra; si apre con il matricidio e si chiude con il tribunale di Atene, dove il processo ai danni di Oreste termina con la sua assoluzio05

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ne, grazie all’intercessione di Apollo, ma soprattutto alla strategia di Atena. Si abbandona la riva del mito per entrare nel territorio della storia dell’uomo; l’assoluzione di Oreste sancisce la nascita della democrazia occidentale, che poggia il suo primo pilastro sull’assassinio di una Grande Madre. La democrazia non nasce dalla pace ma da una violenza regolata: la polis non elimina la barbarie, la trasforma. Il logos non risolve ma è contenimento della forza arcaica.

diritti, con Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Marco Damilano e Sara Poma, mentre Stato contro Nolan (un posto tranquillo) di Stefano Massini riflette sul rapporto tra informazione, potere e responsabilità pubblica. Rilevante rimane l’impegno produttivo del LAC, con titoli quali Un marito ideale di Oscar Wilde, diretto da Francesco Frongia e Ferdinando Bruni, Sei personaggi in cerca d’autore, ancora con la regia di Carmelo Rifici, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde nella lettura di Fabio Condemi e Sabato, domenica e lunedì

La scena interroga il presente Attorno a questo nucleo si sviluppano spettacoli che affrontano conflitti, memoria e responsabilità. Il prodigio, adattamento del romanzo di Fabrizio Sinisi diretto da Giacomo Bisordi, Guerra civile con la regia di Andrea De Rosa e A Place of Safety. Viaggio nel Mediterraneo centrale del collettivo Kepler-452 osservano le fratture del presente da prospettive diverse. Quest’ultimo nasce dall’esperienza compiuta a bordo della nave Sea-Watch 5 e porta sulla scena il tema delle migrazioni, della salvezza e dei confini. La memoria italiana più recente è al centro di Anni Settanta. Terrore e 08

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di Eduardo De Filippo, affidato a Luca De Fusco. Tra i protagonisti della prosa figurano Stefano Accorsi con Nessuno. Le avventure di Ulisse, diretto da Daniele Finzi Pasca, Gabriele Lavia con Dopo la prova, ispirato a Ingmar Bergman, e Silvio Orlando con Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello. Accanto a loro, Sonia Bergamasco, Tindaro Granata e Christian La Rosa confermano l’attenzione del cartellone per interpreti capaci di coniugare rigore e popolarità. Una personale è dedicata a Romeo Castellucci, presente con Faust. Fatto,


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non detto, una lectio magistralis e la performance site-specific Credere alle Maschere negli spazi del MASI Lugano. Il percorso è completato dalla proiezione del documentario Theatron. Romeo Castellucci. Corpi, identità e nuovi linguaggi La scena svizzera occupa uno spazio significativo. Il progetto Extra Time Plus riunisce giovani artisti emergenti, mentre Elena Boillat, Simon Waldovogel e Carlotta Viscovo presentano lavori dedicati a identità, memoria e autobiografia.

Graces performance della coreografa Silvia Gribaudi che omaggia il valore poetico dell’imperfezione. Alle questioni dell’identità e del genere guardano Classical Queers, che immagina incontri con figure come ˇ Freddie Mercury e Pëtr Il’icˇ Cajkovskij, Per sempre, ispirato al carteggio tra Giovanni Testori e Alain Toubas e Oracola di Elena Boillat, riflessione sulla voce e sulla costruzione di sé. La danza internazionale porta al LAC Christos Papadopoulos, Angelin Preljocaj, il Nederlands Dans Theater 2, la Dresden Frankfurt

01 Adieu Mummenschanz 02 À la carte Dresden Frankfurt Dance Company Ph: © Dominik Mentzos 03 La Tendresse du ventre de la baleine Ph: © Julie Folly 04 Oscar Sonia Bergamasco Ph: © Andrea Adriani 05 Surviving you, always Simon Waldvogel 06 Belle e la bestia - Il Musical Compagnia dell’ORA

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07 Nomadi a teatro 08 SAABA Nederlands Dans Theater 2 Ph: © Rahi Rezvani 09 Il berretto a sonagli Silvio Orlando Ph: © Laila Pozzo 10 STOMP 11 Mai più Majorana 12 Pleiades Cindy Van Acker Ph: © Sandra Piretti

Il percorso Il corpo che cura affronta il rapporto tra arte, fragilità e trasformazione. Ne fanno parte Tamdom di Bianca Berger, ispirato a modelli matematici legati all’Alzheimer, Can Can, nato dall’esperienza della performer Irene Mantova, Cuna di Giuseppe Comuniello, costruito intorno all’accoglienza e alla percezione sensoriale, Madri diretto da Alice Sinigaglia, un dialogo serrato tra madre e figlio che esplora la fragilità dei legami familiari, La donna si cura (kills the party), spettacolo che esplora il sessismo con cui la medicina tratta il corpo femminile e

Dance Company e il Croatian National Theatre in Zagreb con L’uccello di fuoco e Petruška. Tra le coreografe più celebri della Svizzera, Cindy Van Acker sarà LAC con il suo nuovo lavoro, Pléïades, in absentia. Torna inoltre la produzione LAC Lo schiaccianoci nella rilettura coreografica di Mauro Bigonzetti. La programmazione musicale accoglie Fiorella Mannoia, Arisa, Massimo Ranieri e i Nomadi, Marco Masini, e lo spettacolo esplosivo STOMP mentre il musical è rappresentato da Chicago, Belle e la Bestia – Il Musical e Cenerentola – Il Musical.

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MASI LUGANO / UMBERTO BOCCIONI

Alle origini della rivoluzione futurista

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sistono momenti nella storia dell’arte in cui conta quasi più il cammino della meta. Sono gli anni nei quali un artista sperimenta, cambia direzione, mette continuamente in discussione ciò che ha appena conquistato. È proprio questo il periodo che il MASI Lugano sceglie di raccontare con la mostra “Umberto Boccioni. Verso la liberazione futurista”, dedicata agli anni decisivi che precedono l’approdo al Futurismo. L’esposizione, curata da Cristina Sonderegger, non propone semplicemente una selezione di capolavori, ma invita il visitatore a seguire passo dopo passo la trasformazione di uno degli artisti più influenti del Novecento. È il racconto di una ricerca inquieta, attraversata da continui interrogativi, nella quale ogni dipinto rappresenta una tappa verso una nuova concezione dell’arte.

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Sino al 24 gennaio 2027 il MASI Lugano dedica una mostra a uno dei momenti più affascinanti della vicenda artistica di Umberto Boccioni. Un percorso che racconta gli anni della ricerca, dei dubbi e delle sperimentazioni che precedono la nascita del Futurismo, mostrando come il grande maestro sia arrivato a costruire un linguaggio capace di cambiare per sempre l’arte del Novecento. Del resto è lo stesso Boccioni, annotando nel proprio diario nel marzo del 1907, a riassumere perfettamente il proprio stato d’animo: “Cerco, cerco, cerco, e non trovo.” Una frase che diventa quasi il filo conduttore dell’intera mostra e che restituisce tutta l’urgenza di un giovane artista deciso a liberarsi dai modelli del passato per trovare una voce autenticamente personale. Il percorso prende avvio dalle opere realizzate tra il 1903 e il 1904 e accompagna il visitatore fino alle grandi conquiste formali del 1911. Sono anni di intenso lavoro, nei quali Boccioni passa progressivamente dalla lezione divisionista alla costruzione di un linguaggio completamente nuovo, capace di interpretare la modernità, il movimento e il dinamismo che stanno trasformando la società europea. 02

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Ad accompagnare questa evoluzione è un nucleo di quindici opere, costruito attorno ai dipinti futuristi conservati al MASI grazie alla storica donazione degli eredi di Gabriele Chiattone, collezionista, committente e sostenitore dell’artista negli anni milanesi. A queste si aggiungono importanti prestiti provenienti da musei e collezioni pubbliche e private,


MASI LUGANO / UMBERTO BOCCIONI

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che consentono di ricostruire con particolare completezza una fase cruciale della carriera di Boccioni. Il rapporto con Gabriele Chiattone rappresenta infatti uno degli aspetti più interessanti della mostra. Attraverso il collezionista milanese, Boccioni trova infatti un interlocutore capace di sostenerne la ricerca proprio nel momento in cui le difficoltà economiche e artistiche sembrano rallentarne il cammino. Molte delle opere esposte nascono proprio all’interno di questo dialogo, documentando una stagione di incessanti sperimentazioni. Nei primi lavori domina ancora il paesaggio. Campagne, cascine, campi coltivati e periferie sembrano appartenere alla tradizione della pittura divisionista, ma osservandoli con attenzione si percepisce già qualcosa di diverso. Le pennellate iniziano ad acquisire ritmo, la luce non descrive più soltanto la realtà ma costruisce movimento, mentre gli spazi sembrano perdere progressivamente la loro immobilità. Opere come Campagna romana o Meriggio, Campagna lombarda, Casolare, Contadini al lavoro o Treno che passa testimoniano come Boccioni stia lentamente abbandonando la rappresentazione naturalistica per cercare un’immagine ca-

pace di suggerire energia, tensione e trasformazione. Persino un semplice convoglio ferroviario diventa il simbolo della velocità moderna, anticipando alcuni dei temi che caratterizzeranno il Futurismo. È una ricerca che procede per tentativi, senza salti improvvisi. L’artista continua a interrogarsi sul ruolo del colore, della luce e della composizione, ma soprattutto sul modo in cui la pittura possa superare la semplice imitazione della realtà per restituirne la forza interiore. Anche quando affronta il ritratto o la figura umana, l’obiettivo non è più soltanto descrivere un volto. In opere come Nudo di spalle (Controluce) o Ritratto femminile la luce diventa materia espressiva, capace di trasformare il soggetto in una vibrazione emotiva più che in una presenza fisica. L’ambiente si dissolve, i contorni perdono rigidità e la figura sembra fondersi con lo spazio circostante. Il vero punto di svolta arriva nel 1911 con Visioni simultanee, opera che segna il definitivo ingresso di Boccioni nella dimensione futurista. Dopo il soggiorno parigino e l’incontro con le ricerche cubiste, lo spazio pittorico si frantuma, i punti di vista si moltiplicano e la realtà viene rappresentata nella sua simultaneità. Non esiste più un solo sguardo: il mondo viene percepito come un insieme di energie in continuo movimento. È proprio questo passaggio che la mostra del MASI riesce a mettere in evidenza con particolare efficacia. Più che celebrare il Boccioni già consacrato dalla storia dell’arte, il percorso racconta il laboratorio creativo dell’artista, gli anni in cui ogni certezza viene rimessa in discussione e ogni opera rappresenta un passo verso una nuova idea di pittura. Il risultato è un’esposizione che non interessa soltanto gli studiosi del

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Futurismo, ma tutti coloro che desiderano comprendere come nasca una rivoluzione artistica. Perché prima delle opere destinate a entrare nei manuali esistono sempre il dubbio, l’inquietudine, la ricerca e il coraggio di abbandonare ciò che si conosce per inseguire qualcosa che ancora non ha un nome. 01 Ritratto femminile 1911 Olio su tela Collezione della Fondazione Cariverona, Italia 02 Campagna romana o Meriggio 1903 Olio su tela Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano, Donazione Chiattone 03 Visioni simultanee 1911 Olio su tela Von der Heydt-Museums Wuppertal 04 Nudo di spalle (Controluce) 1909 Olio su tela Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. Collezione L.F. 05 Sera d’aprile 1908 Olio su tela Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano, Donazione Chiattone TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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COLLEZIONE GIANCARLO E DANNA OLGIATI / MASI LUGANO

Jannis Kounellis la pittura oltre la tela

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o sono un pittore». Jannis Kounellis ha ripetuto più volte questa affermazione nel corso della sua lunga attività, anche quando nelle sue opere non comparivano più tele, pennelli e colori, ma lastre di ferro, sacchi di juta, carbone, pietre, fiamme, cappotti, frammenti di mobili e tracce di fumo. È proprio da questa dichiarazione, semplice e radicale, che prende avvio la mostra organizzata dalla Collezione Giancarlo e Danna Olgiati di Lugano, in programma dal 20 settembre 2026 al 17 gennaio 2027. Il progetto assume per la prima volta in maniera sistematica la pittura come principale chiave interpretativa dell’opera dell’artista greco naturalizzato italiano. Non si tratta di ricon-

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Dal 20 settembre al 17 gennaio 2027 la Collezione Giancarlo e Danna Olgiati presenta a Lugano l’ampia mostra “Jannis Kounellis. Io sono un pittore”. Curato da Vincenzo de Bellis e realizzato con l’Archivio Kounellis di Roma, il progetto riunisce oltre trentacinque opere e propone una rilettura dell’artista non soltanto come protagonista dell’Arte Povera, ma come pittore capace di trasformare materia, spazio e memoria in un linguaggio profondamente contemporaneo. durre il suo lavoro entro i confini di una tecnica tradizionale, quanto di riconoscere nella pittura un modo di osservare, organizzare e trasformare il reale, attribuendo alle cose un nuovo peso visivo, simbolico ed emotivo. Nato al Pireo nel 1936, Kounellis si trasferì a Roma nel 1956, scegliendo l’Italia come luogo della propria formazione e della successiva attività artistica. Nella capitale frequentò l’Acca01

demia di Belle Arti e si confrontò con una scena culturale attraversata dalle eredità dell’avanguardia e dal-


COLLEZIONE GIANCARLO E DANNA OLGIATI / MASI LUGANO

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le prime ricerche orientate al superamento della pittura tradizionale. Le sue opere giovanili erano ancora realizzate su tela, ma già contenevano i presupposti degli sviluppi successivi. Lettere, numeri e segni ingranditi, ispirati alle scritte osservate sulle casse da imballaggio e sulle fiancate delle navi nel porto del Pireo, entravano nella composizione come frammenti di un alfabeto ur-

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bano, anonimo e universale. Dalla metà degli anni Sessanta, la pittura cominciò progressivamente a uscire dalla superficie del quadro, occupando lo spazio reale e coinvolgendo materiali, architetture e presenze vive. È in questa fase che l’artista si avvicinò alle esperienze poi riunite sotto la definizione di Arte Povera, il movimento teorizzato da Germano Celant nel 1967, del quale Kounellis divenne uno degli interpreti più autorevoli. La sua ricerca, tuttavia, non si esaurisce in quella stagione e non può essere circoscritta al solo impiego di materiali 03

“poveri”. Ferro, carbone, lana, caffè, legno, piombo e juta non erano scelti per la loro umiltà, ma per la capacità di conservare memoria, evocare il lavoro, il viaggio, l’industria, la fatica, il Mediterraneo e la storia europea. La mostra luganese intende dunque superare la lettura più consueta di Kounellis come protagonista dell’Arte Povera, maestro dell’installazione o poeta della materia, 01 Senza titolo 2007 Ferro, verniciatura spray su tela, sedia, cappotto, cappello, scarpe 200 x 180 x 41 cm Collezione Gianfranco D’Amato © Estate of Jannis Kounellis; 2026, ProLitteris, Zurich Ph: Pedicini fotografi 02 Senza titolo 1978 Sacchi di juta, modello di barca, pigmento su tela 132 x 78 x 59 cm Collezione Maramotti, Reggio Emilia © Estate of Jannis Kounellis; 2026, ProLitteris, Zurich Ph: Carlo Vannini TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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COLLEZIONE GIANCARLO E DANNA OLGIATI / MASI LUGANO

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peso della storia. Il visitatore non si limita quindi a guardare, ma attraversa uno spazio costruito dall’artista e diviene parte della composizione. “Jannis Kounellis. Io sono un pittore” offre l’occasione per avvicinarsi a una figura centrale dell’arte del secondo Novecento attraverso una prospettiva critica nuova e, al tempo stesso, fedele alle sue parole. La pittura evocata dal titolo non coincide con una disciplina o con un insieme di strumenti, ma con la volontà di dare forma all’esperienza, rendendo visibile ciò che normalmente resta nascosto: il trascorrere del tempo, la stratificazione della memoria, la fragilità della civiltà e la forza silenziosa delle cose. restituendo continuità a un percorso rimasto, nella sua essenza, profondamente pittorico. Come suggerisce il curatore, il termine greco zográphos, ¯ traducibile come pittore: colui che scrive la vita. Da questa suggestione nasce l’idea di un artista che ha continuato a dipingere anche dopo aver abbandonato la tela: con il ferro e il carbone, con il fuoco e il fumo, con i sacchi di juta e il profumo del caffè, ma soprattutto con lo spazio, il silenzio e la memoria. Il percorso riunisce oltre trentacinque lavori, alcuni dei quali inediti, realizzati dalla fine degli anni Cinquanta fino al 2014, poco prima della morte dell’artista, avvenuta a Roma nel febbraio 2017. Non si tratta di una retrospettiva costruita secondo una successione rigidamente cronologica, ma di una costellazione di opere e rimandi. L’allestimento mette in relazione momenti lontani della carriera di Kounellis, facendo emergere temi che ritornano, si trasformano e assumono significati diversi: il rapporto tra materia e peso, linguaggio e se-

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gno, memoria e silenzio, teatro e immagine, presenza e assenza. Anche quando rinunciava alla rappresentazione tradizionale, Kounellis continuava infatti a comporre immagini. Le lastre metalliche diventavano superfici pittoriche; il carbone introduceva nello spazio un nero denso e assoluto; il fuoco produceva luce, calore e trasformazione; i sacchi e i cappotti evocavano corpi non più presenti; porte e finestre mettevano in scena una soglia, un passaggio, una separazione. Gli oggetti conservavano la propria identità, ma venivano sottratti all’uso quotidiano e inseriti in una nuova sintassi visiva. Anche le installazioni acquistavano così una forte dimensione teatrale. Kounellis guardava alla tragedia greca, alla musica e alla cultura mediterranea come a un patrimonio ancora vivo, capace di interrogare il presente. Le opere non sono scenografie da osservare a distanza, ma luoghi nei quali lo spettatore è chiamato a entrare, misurandosi fisicamente con la materia, con la scala dell’ambiente e con il

03 Senza titolo 1967 Rosa di stoffa nera applicata su tela con bottoni automatici, punti cuciti su tela a formare una rosa 226 x 188 cm Collezione privata © Estate of Jannis Kounellis; 2026, ProLitteris, Zurich Ph: Giorgio Benni 04 Z/3 1961 Tempera su tela 135 x 165 cm Torino, GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Museo Sperimentale. Su concessione della Fondazione Torino Musei © Estate of Jannis Kounellis; 2026, ProLitteris, Zurich Ph: Paolo Robino, 2019 05 Senza titolo 1967 Sacchi di juta, tela 200 x 240 cm Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, Lugano © Estate of Jannis Kounellis; 2026, ProLitteris, Zurich Ph: Studio Pagi


Teatro

Sinfonica

Jazz & World

Cine-concerto

24/25.10

28.10

29.10

14/15.11

Icaro Compagnia Finzi Pasca

Staatskapelle Dresden Daniele Gatti Augustin Hadelich

Hiromi: The Trio Project

Blade Runner Live The Avex Ensemble

Figura tra le più originali della scena contemporanea, capace di coniugare virtuosismo e libertà espressiva in performance di grande energia, la pianista giapponese Hiromi torna in Ticino con il suo trio, per un concerto che unisce jazz, rock, fusion e musica classica.

Il LAC presenta Blade Runner in una speciale versione cine-concerto, riportando sul grande schermo il capolavoro fantascientifico del 1982 diretto da Ridley Scott. La leggendaria colonna sonora di Vangelis, oscura e melodica, viene eseguita dal vivo da The Avex Ensemble in perfetta sincronia con le immagini del film.

Tra le orchestre più antiche e prestigiose al mondo, la Staatskapelle Dresden debutta al LAC sotto la direzione di Daniele Gatti. Coprotagonista della serata il violinista Augustin Hadelich, figura di primo piano della scena internazionale. Il programma celebra il Romanticismo tedesco con il Concerto per violino di Beethoven e la Sinfonia n. 2 di Brahms.

Still da Blade Runner, Ridley Scott, 1982 © The Ladd Company

In occasione del suo 35o anniversario, l’opera emblematica di Daniele Finzi Pasca torna al LAC per condurre il pubblico nella mente di un sognatore: Icaro è la storia di un antieroe fatto della stessa sostanza di tutti noi, che spesso perdiamo e solo a volte, per un attimo, riusciamo a vincere.

Ho visto cose che voi umani... Scopri gli imperdibili di quest’autunno.

LAC Lugano Arte e Cultura

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SPECIALE INTELLIGENZA ARTIFICIALE / ARTE

Riflettere di AI e arte vuol dire ragionare su più piani, dal suo utilizzo nel processo di creazione di un’opera a quello invece connesso alla sua fruizione. di Paola Bernasconi

Elio Schenini

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Avanti, ma con molta cautela

«I

n ambito museale, in Ticino, ma anche fuori dal Ticino, la presenza dell’AI è però ancora abbastanza limitata e in via di sperimentazione. Lo sviluppo e l’implementazione di sistemi basati sull’AI richiedono del resto investimenti in termini di tempo e di risorse non sempre facili da trovare», fa notare Elio Schenini, direttore della Pinateca Zuest. In Ticino, l’utilizzo prevalente al momento pare essere quello legato a processi interni, dal marketing e comunicazione alla gestione, più che ad uno connesso all’interazione col pubblico e con le opere. Il MASI sta adottando quella che ritiene essere «un’integrazione consape-

Sarah Greenwood

vole, non una sostituzione dei processi esistenti ma un’evoluzione che rafforza le competenze e apre nuove possibilità di lavoro e di ricerca», e sta definendo un percorso formativo rivolto ai dipendenti, come spiega l’Head of Marketing, Communication and Fundraising, Sarah Greenwood. Il LAC impiega dell’AI nelle attività di gestione, con una forte attenzione a sviluppi e integrazioni. «Direi che al momento stiamo lavorando su tre livelli di crescente complessità», analizza il Direttore esecutivo Gregory Birth. «Lo staff usa abitualmente svariati chatbot e strumenti AI come supporto per migliorare l’efficienza e la qualità di alcune attività quotidiane. Gli ambiti sono svariati: traduzioni, copywriting, ricerche… A questo aggiungo che diversi software che utilizziamo stanno integrando sempre maggiori funzionalità AI, ad esempio in ambito finanziario o di produzione video/ grafica. Abbiamo già creato un nostro strumento nell’ambito del servizio clienti, si tratta di un collega “digitale” che risponde alle domande e fornisce un primo livello di supporto via Whastapp. Per ora l’esperienza è stata positiva e in futuro svilupperemo lo strumento dandogli anche la possibilità di effettuare operazioni come, ad esempio, la vendita di un biglietto, un cambio di un posto in sala ecc… Il progetto più significativo che stiamo realiz-


SPECIALE INTELLIGENZA ARTIFICIALE / ARTE

Stefano Knuchel

zando in ambito AI è ancora in corso e consiste nell’automazione di diversi processi di lavoro che oggi avvengono manualmente». Il Festival di Locarno esclude «qualsiasi utilizzo dell’intelligenza artificiale nella scelta dei film e nei rapporti con gli artisti», ma il direttore di Locarno Factory, Stefano Knuchel ritiene che «potrebbe rivelarsi uno strumento interessante nel rapporto con il pubblico. In prospettiva, potrebbe aiutare a rendere più comprensibile il funzionamento del Festival, facilitare l’orientamento all’interno del programma e proporre percorsi o suggerimenti più mirati in base agli interessi degli spettatori». Di certo ha lanciato un tema: l’AI in molti ambiti dà il suo contributo per la creazione di percorsi altamente di customer e esperienze altamente personalizzate. In merito, per Greenwood il punto centrale è la differenza di livello di interazione dei visitatori con le opere d’arte. Il MASI sta lavorando allo sviluppo di un sistema per la personalizzazione dell’esperienza di visita, nell’ambito

Roberta Nicolò

di un progetto internazionale di scambio tra Svizzera e West Coast statunitense, legato alla mediazione e alla curatela delle mostre e vincitore della fellowship Future Museums Lab, co-organizzata da Swissnex e Max Kohler Stiftung. «Sarà realizzato in collaborazione con professionisti e istituzioni della Bay Area di San Francisco, attivi tra cultura, design e tecnologia e avrà l’obiettivo è definire un prototipo e un piano di implementazione, da testare al MASI - anche attraverso una fase dedicata all’osservazione delle reazioni degli utenti - e successivamente sviluppare e adattare in vista di un utilizzo concreto», racconta. Gregory Birth sottolinea come l’offerta del LAC sia caratterizzata, e continuerà ad esserlo come tratto distintivo, da esperienze umane e dal vivo. Dunque, «pur riconoscendo il potenziale dell’AI nel migliorare tutto ciò che attiene la sfera gestionale della nostra attività, l’offerta al pubblico resterà un’esperienza prettamente a dimensione umana». Non è un caso, a suo dire, che negli ultimi cinque anni l’istituzione lu-

ganese abbia assistito a un aumento di spettatori, che apprezzano, in un’epica sempre più digitale, il posizionamento del LAC. Anche Schenini mette l’accento su come «il museo è, e deve essere soprattutto, il luogo dove il pubblico incontrando l’opera fa esperienza della sua irriducibile unicità». Sulla stessa lunghezza d’onda rispetto al ruolo dell’intelligenza artificiale nell’esperienza del pubblico anche Knuchel. «Se si parla della possibilità di coinvolgere un pubblico più ampio, la questione di fondo resta quella dell’educazione all’immagine e al racconto, quindi, in sostanza, una questione culturale. Da questo punto di vista, l’intelligenza artificiale non rappresenta un elemento determinante». Anche Greenwood concorda su come «resta invariata la dimensione centrale dell’esperienza artistica: l’incontro diretto con l’opera, che rimane fisico e insostituibile. L’AI può supportare l’accesso e l’interpretazione, ma non sostituisce l’esperienza museale». Per quanto concerne l’uso diretto nella creazione di opere d’arte, per TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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SPECIALE INTELLIGENZA ARTIFICIALE / ARTE

tutti l’AI deve essere uno strumento a supporto dell’artista. «Può contribuire alla creazione e che porta con sé anche un potenziale di democratizzazione dell’espressione cinematografica. In questo senso, siamo interessati alle sperimentazioni più consapevoli e creative legate al suo utilizzo», è la posizione di Knuchel. Il Festival è invece «contrario a un uso dell’intelligenza artificiale che non rispetta il diritto d’autore, la creatività umana e l’ecosistema lavorativo del cinema». Roberta Nicolò, Responsabile Pool Cultura TV della RSI; porta alcuni esempi di come l’AI sia entrata nella cultura e nell’arte: «Nella letteratura, oggi, alcuni autori la utilizzano per fare ricerche, per la redazione di schede tecniche o la stesura di sinossi. Gli artisti digitali sono quotati e hanno un mercato. C’è la manipolazione di opere d’arte che vengono animate e diventano virali sui social network. Nel cinema è molto usata, ci sono film interamente rea-

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lizzati con l’intelligenza artificiale. È uno strumento che rivoluziona letteralmente il modo di lavorare, anche in campo artistico, ma che ci pone di fronte a degli interrogativi etici da non sottovalutare». Essi chiamano in causa anche il modo di raccontare l’arte. «Il giornalismo culturale non segue logiche sue, ma si inserisce nella rivoluzione che questo settore sta affrontando. I temi sono molti, dal copyright alla raccolta di informazioni, dall’editing alla distribuzione e la personalizzazione di contenuti». Serve una regolamentazione e la SSR ha deciso di dotarsi di un regolamento interno definito come «attento e preciso che si basa su principi di responsabilità, trasparenza e riservatezza». Il ruolo del giornalista culturale è «offrire uno sguardo competente e analitico. È la base del nostro mestiere. Deve proporre una chiave di lettura al pubblico». È convinta che, a servizio anche dell’arte, sia positivo «abbassare le soglie d’accesso,

perché la cultura può e deve saper parlare a tutti. Se qualcuno si avvicina all’arte passando da un reel di instagram e sceglie poi di andare a vedere una mostra, leggere la biografia di un regista, o ascoltare un approfondimento sulla musica jazz alla radio ebbene direi “evviva!”». A livello di futuro, Schenini, ritiene che «più che per la produzione di immagini, in ambito museale l’AI può contribuire in maniera sicuramente determinante nell’analisi e nell’interpretazione di grandi quantità di dati (con tempistiche sicuramente inferiori a quelle umane). E mi riferisco non solo a dati testuali ma anche visivi», in particolare nell’attribuzione delle opere d’arte. Al momento la Pinateca Zuest usa l’AI con «forme di intelligenza artificiale trasversali che sono ormai comuni a tutti i settori, come la traduzione automatizzata» e, verso il pubblico, con «un sistema di guida alle mostre che può essere fruita direttamente dal proprio telefono».


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CULTURA / DEODATO ARTE

Una distribuzione dell’arte sempre più multicanale di Cristina Zappa

Le gallerie d’arte contemporanea già posizionate sul mercato digital marketing credono nell’Engadina.

A

St. Moritz è presente pure Deodato Arte, un Brand legato al suo “proud owner” Salafia Deodato (così dice il biglietto da visita), già leader nel mercato dell’arte, che ha saputo coniugare estetica e metaverso in più gallerie specializzate nella Pop e Street Art, per divulgare il lavoro degli artisti che sostiene. Deodato, laureato in Informatica e Teologia, esperto di marketing online e algoritmi, è il mentore (2001), il creatore e il promotore della Deodato Arte. Ha pubblicato con una sua casa editrice (101111 Editore) un primo testo Le tue prime cinque opere di arte contemporanea oggi

Deodato Salafia Ph: ©Tommaso Cimarelli

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alla quinta ristampa e il Manuale per aspiranti collezionisti d’arte (Moebius Editore, ottobre 2025). Personaggio impegnatissimo mi concede un incontro il 15 maggio, accanto a una delle sue gallerie a Milano, nella centralissima via Nerino, in una giornata primaverile di pioggia battente. Persona affabile e informale, credente convinto e instancabile lavoratore, mi ripete a più riprese la sua passione per la filosofia (Socrate e Platone) e per il continuo movimento che l’arte deve assumere per adeguarsi ai tempi, lui, figlio di un ferroviere la cui priorità è sempre stata la devozione per il lavoro e per il padre che gli ha permesso di studiare.


CULTURA / DEODATO ARTE

Oltre al web su cui punta in primis, ben otto gallerie tutte in zone strategiche per il mercato. La prima nel 2010 in Italia. Poi nel 2015 nella magica Brusino, sul lago Ticinese, pied dans l’eau, per poi continuare a crescere proiettandosi dal web sino alla Borsa Valori Milano, posizionandosi fisicamente in luoghi ove l’arte suscita emozioni e coltiva stimoli, mentre induce riflessioni che vanno oltre l’estetica. Dopo Courmayeur anche St. Moritz, luogo elitario che ospita collezionisti e appassionati d’arte, ma anche industriali milionari, in uno spazio davvero inusuale. Cosa l’ha indotta a aprire anche qui? «Abbiamo aperto nello spazio di una nota agenzia immobiliare di lusso “The Great Living Estate”, di un amico con cui già collaboro, un luogo di business, ma anche conviviale ove l’arte si può capire e gustare. Fuori il freddo e i profili delle montagne, la luce, l’infinito, la meraviglia del mondo….dentro ci si confronta umanisticamente. Poi con il computer si fa tutto. Io penso che il mercato della comunicazione, come il mercato dell’arte sia saturo e sia posizionato in maniera statica. Bisogna attivarsi perché l’arte, quella contemporanea segua il flusso della vita tecnologica per rimanere nella storia dell’umanità. Pensi a artisti come Leonardo che ancora studiamo. La mia idea è che l’arte, anche quella di oggi, non deve cadere nell’oblio. Tutti temono il digitale rifugiandosi nell’arte tradizionale. Il contemporaneo esprime il nostro essere oggi e va preservato. L’Arte deve uscire da questa empasse, deve adeguarsi alla tecnologia e alla contemporaneità, deve essere fruita da tutti: l’artista la concepisce, gli operatori la propongono e

viene acquistata per restare. Questo è il vero nodo. Le mie opere sono per lo più contemporanee, i costi vanno dai 3.000 ai 250.000 euro. Io voglio che l’arte, quella di oggi, sia accessibile e non esclusiva, ma più di tutto mi attivo perché resista e resti nei secoli come testimonianza di quel che siamo». Il nome Deodato è un punto di riferimento per artisti anche di livello internazionale (Banksy, Mr. Brainwash, Jeff Koons, Romero Britto, David LaChapelle, Richard Orlinski, Andy Warhol, Keith Haring), quindi vuole sperimentare la longevità di un mercato vigente? «Sa “l’informatico vuole continuamente fare cose”, il market place (come il conosciuto Artsy) è cosa diversa dall’e-commerce. Non penso che l’arte sia in ascesa nel mercato grigionese, per me l’arte ha un unico vincolo: deve essere reale e esprimere le nostre umanità. Il mio ormai è un Brand, non conta più chi è più bravo, più veloce o più ricco, ma chi è il più noto. Io sono arrivato prima, da informatico ho osato e mi preoccupo del futuro dell’arte, affinché rimanga per sempre. Seguo fiere e musei, ma io vedo l’arte nelle strade e spero proprio che ciò che propongo abbia un riconoscimento anche tra qualche millennio, dentro o fuori dai musei». L’arte per Lei è anche responsabilità sociale? «Assolutamente si. Durante la Design Week con Fidenza Village abbiamo divulgato il progetto Wild Kong dell’artista Richard Orlinski che è una meditazione sulla tensione tra istinto primordiale e coscienza: all’Università Statale c’era uno dei tre gorilla giganteschi, era in resina rossa e

entrerà nel parco artistico di arte diffusa del Fidenza Village (The Bicester Collection) a ricordarci in questi tempi difficili le nostre identità. In questi giorni in piazza della Scala, accanto al posizionamento di 3 grandi sculture luminose (Nabucco, Abigaille e Zaccaria, personaggi del Nabucco di Verdi, ndr) accese di notte, dell’artista-elettricista italiano Marco Lodola (Note di Luce, ndr) abbiamo contribuito a commemorare l’ottantesimo anniversario dalla riapertura del Teatro, ma nel contempo intendiamo sostenere la Fondazione Banco dell’Energia (2016) per un progetto per famiglie meno abbienti, abbinando la vendita di alcune serigrafie in edizione limitata (anche online) al modico prezzo di 200 euro, insieme a A2A e FonTICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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CULTURA / DEODATO ARTE

dazione Teatro alla Scala. Capisce quindi che oltre a essere una vera Agency che combina Arte e Industria, protegge il copyright e i diritti degli artisti cerchiamo di posizionarci attivamente anche nel mercato con messaggi positivi». È vero che siete anche quotati in Borsa? «La nostra azienda da sempre guarda al futuro, siamo sbarcati in piazza Affari il 25 gennaio 2023 con la Deodato Gallery Spa. Il nostro web è interattivo 24/24 e noi sempre operativi». Quindi mi conferma che l’online lascia ancora spazio al personale, la gente preferisce vedere le opere; è questo uno dei motivi che vi ha indotto a aprire i vostri spazi in un’epoca 4.0? «Non vendiamo tante opere online, ma siamo un riferimento. Come le dicevo la visibilità non è un nostro problema perché siamo un brand prima che una galleria. L’arte è cultura ma è anche socialità. Le faccio un esempio pratico: l’operazione di marketing che ha fatto Louis Vuitton con Kusama prima e ora con Murakami. La gente non compera 7 borse uguali, eppure se l’arte entra nel mercato oltre al marketing l’arte sposa in questo caso la cultura asiatica e l’artigianato d’élite, dopo le sfilate e la pubblicità c’è una coda lunga non sempre visibile, ma che coinvolge individui e culture. Io credo nella diffusione dell’arte, quella di oggi che ci rappresenta». Cosa ne pensa di Nomad, la nuova boutique alternativa alle fiere? «Non conosco molto il progetto co-fondato e diretto da Nicolas Bellavance-Lecompte, ma al momento non rientra nel nostro fare quotidiano».

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La trafila burocratica italiana per opere di artisti internazionali come i vostri, si vendono con tutti i documenti ex lege (Archivi, Catalogazioni, Autentiche, Diritto di seguito, SIAE e Belle Arti). Immagino che i vostri costi anche di logistica possano essere spaventosi e i tempi lunghi. «Per fortuna da luglio scorso anche la tassazione italiana sulle opere d’arte è più snella (5%) anche se purtroppo non aiuta ancora i galleristi nell’Esportazione Temporanea con un’IVA agevolata e l’Istituto di Belle Arti con le Dogane Italiane non possono supplire a queste carenze organizzative. Ci sarebbe tanto da fare. Comunque le vendite online sono poche anche se nella nostra mailing abbiamo 120.000 contatti e su Instagram quasi 80.000 followers. Diciamo che abbiamo comunque creato un ecosistema parallelo senza venditori. Certo è più facile muovere un’opera da Roma a Milano come da Zurigo a St. Moritz

(ove l’agevolazione fiscale è passata oggi dal 7,8% al 8,1%) che non da uno Stato all’altro. Abbiamo circa 45 persone tutte impegnate a osservare le diverse legislazioni». AI: ne siamo tutti coinvolti. Che prospettive vede per il mercato dell’arte? «Io non temo l’AI. Non deve mettere paura, non capisco. Io sono un uomo di Fede e l’uomo ha un’eccellenza che è la vera eccedenza, il libero arbitrio. Se Dio esiste, come credo, e la natura procede da sola perché fatta da Dio, credo che sarà impossibile che le “macchine” abbiano il soffio divino (cita Giordano Bruno), la coscienza che è la nostra eccedenza. Si tratta di ripensare il business dell’arte e basta. Come per le fotografie: tutti temono la conservazione, invece io penso che basterebbe un’Organizzazione Mondiale centrale e sinergica che archivia, cataloga e all’occorrenza ristampa gli originali deperiti».


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FINANZA / ASSOCIAZIONE BANCARIA TICINESE

La piazza bancaria tra stabilità e nuove sfide

L’Assemblea generale dell’Associazione Bancaria Ticinese (ABT) in maggio e un incontro istituzionale a Berna in giugno con i Parlamentari federali hanno fornito degli elementi di riflessione sullo stato di salute della piazza finanziaria e sulle prospettive future del settore.

D Sopra: i partecipanti all’incontro di Berna che ha riunito parlamentari federali, Consiglieri di Stato e presidenti delle associazioni bancarie cantonali.

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opo un lungo periodo di trasformazioni la piazza bancaria ticinese sembra aver raggiunto una nuova fase di stabilità. Con circa quaranta istituti bancari, dodici dei quali con sede principale nel Cantone, oltre un migliaio di società di gestione patrimoniale e cir-

ca 10.000 addetti, la piazza finanziaria ticinese rimane tra le prime per importanza a livello svizzero dopo Zurigo e Ginevra. Nel corso dell’Assemblea ABT del 4 maggio scorso è stato sottolineato come la Svizzera abbia rafforzato negli ultimi anni il proprio ruolo di porto sicuro in un contesto internazionale caratterizzato da pandemia, tensioni geopolitiche e instabilità economica. La solidità del sistema finanziario nazionale continua ad attrarre capitali, imprese e famiglie, consolidando la reputazione del Paese quale destinazione affidabile. Pur restando la gestione patrimoniale internazionale l’attività principe, il settore ha progressivamente amplia-


FINANZA / ASSOCIAZIONE BANCARIA TICINESE

to il proprio raggio d’azione, sviluppando maggiormente il retail banking, il credito commerciale e quello ipotecario. Parallelamente, la crescente digitalizzazione ha favorito l’introduzione di nuove competenze e processi che stanno modificando il modo di operare degli istituti. Tra i temi affrontati figura anche l’evoluzione del mercato ipotecario. Il calo dei tassi di interesse continua a favorire l’indebitamento e la FINMA invita gli istituti a mantenere alta l’attenzione nella valutazione del merito creditizio. Il rischio di una bolla immobiliare rimane infatti un elemento di cui tenere conto, soprattutto nell’eventualità di futuri rialzi dei tassi. Ricambio generazionale A medio termine uno dei dossier più rilevanti riguarda il ricambio generazionale che interesserà migliaia di collaboratori nei prossimi anni. Con la trasformazione digitale, inoltre, crescerà il valore delle funzioni orientate allo sviluppo e al controllo dei processi operativi. Per affrontare questa sfida, l’ABT ha promosso uno studio, realizzato dal Centro Studi Villa Negroni, volto ad analizzare l’attrattività del settore bancario ticinese quale datore di lavoro per le generazioni Z e Y. La ricerca ha coinvolto 445 giovani residenti in Ticino e ha analizzato motivazioni, percezione e conoscenza del comparto, con l’obiettivo di individuare strategie efficaci per attrarre e trattenere i talenti. Dall’analisi emerge che i giovani attribuiscono particolare importanza alla stabilità, alla qualità dell’ambiente di lavoro, alle relazioni con colleghi e superiori e alle opportunità di crescita professionale. Oggi le banche sono quindi chiamate a valorizzare meglio la varietà delle professioni che offrono, le prospettive di carriera e gli investimenti nell’innovazione.

Condizioni quadro Sono state espresse anche preoccupazioni riguardo all’evoluzione delle finanze pubbliche cantonali e al possibile impatto che un aumento della pressione fiscale potrebbe avere sull’attrattività economica del Ticino. Una gestione sostenibile della spesa pubblica rappresenta una condizione essenziale per mantenere la competitività del Cantone e offrire prospettive di crescita a imprese e cittadini. Altro tema centrale è quello della regolamentazione bancaria. Il Presidente Petruzzella ha ribadito l’importanza di adottare un approccio proporzionato, capace di riconoscere la diversità degli operatori presenti sul territorio: «Le banche cantonali, le piccole istituzioni, i gestori patrimoniali indipendenti che operano in Ticino non possono e non devono essere trattati come UBS. La diversità del nostro ecosistema finanziario è una ricchezza, non un problema da uniformare». L’Assemblea si è conclusa con un messaggio orientato al futuro. «Le decisioni che prendiamo oggi sui modelli di business, sulle tecnologie adottate, sulle competenze formate, sulle posizioni assunte nel dibattito normativo, plasmeranno la nostra piazza per i prossimi vent’anni», ha concluso il Presidente ABT. Cantoni e banche incontrano la politica a Berna Il 16 giugno scorso l’Associazione Bancaria Ticinese ha organizzato insieme alle associazioni bancarie di Ginevra e Zurigo e ai rispettivi Cantoni un incontro istituzionale a Berna. L’evento, dedicato ai Parlamentari e ad alti funzionari dell’Amministrazione federale, ha permesso di sensibilizzare il mondo politico sul ruolo del settore quale motore di crescita e sul suo contri-

buto per l’economia svizzera nel suo complesso. Sono intervenuti i Presidenti delle tre associazioni, nonché i Consiglieri di Stato responsabili dell’economia e delle finanze dei Cantoni coinvolti. Nel suo intervento, il Presidente dell’ABT Alberto Petruzzella ha sottolineato come la piazza finanziaria svizzera abbia dimostrato negli ultimi anni una notevole capacità di adattamento, superando sfide significative quali la crisi finanziaria del 2008, gli anni dei tassi negativi, il cambiamento del quadro fiscale internazionale e la crisi di Credit Suisse. Questa resilienza, ha evidenziato, «non è il risultato di un caso fortunato. È il frutto di modelli di business solidi, di una cultura della prudenza e di una piazza bancaria diversificata». Il Consigliere di Stato Christian Vitta ha ribadito il valore strategico del settore finanziario per il Ticino e la necessità di garantire condizioni quadro competitive, anche attraverso un dialogo costruttivo con l’Unione europea sull’accesso ai mercati.

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FINANZA / CORNÈR BANCA

La trappola che blocca i risparmiatori

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er molti risparmiatori, l’attesa del “momento perfetto” per entrare nei mercati rappresenta una chimera irresistibile. Questa attitudine si traduce sistematicamente in un costo opportunità gravoso, configurando una trappola comportamentale che immobilizza i capitali in una sterile stasi protettiva. La dicotomia tra sicurezza nominale e perdita reale L’approccio classico al risparmio si fonda sulla conservazione nominale. Il conto di risparmio tradizionale viene percepito come la massima espressione di sicurezza: la cifra sull’estratto conto è fissa, calcolabile e non diminuisce. Tuttavia, in un contesto di rendimenti strutturalmente compressi — come quello vissuto dalla Svizzera negli ultimi dieci anni, con tassi prossimi allo zero o negativi — la conservazione nominale del capitale può tradursi in un’erosione del potere d’acquisto nel tempo, configurando una perdita reale

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Nel panorama della gestione patrimoniale, una delle asimmetrie più persistentemente visibili tra la teoria finanziaria e la prassi operativa risiede nella ricerca del cosiddetto market timing. Le riflessioni di Sascha Kever, Chief Investment Officer di Cornèr Banca. pressoché certa. L’inflazione riduce lentamente ma inesorabilmente il potere d’acquisto. Quando il rendimento nominale è inferiore al tasso di rincaro, mantenere il capitale immobile significa accettare una svalutazione geometrica. Valori reali e la barriera psicologica dei mercati La finanza comportamentale ha ampiamente codificato le radici di questo immobilismo. L’avversione alla perdita, unita al bias del tempo presente, spinge gli individui a posticipare le decisioni strategiche: durante le correzioni si attende un minimo assoluto, mentre nei cicli espansivi il timore dei massimi genera procrastinazione. Per proteggere efficacemente il patrimonio, è, invece, necessario un cambio di rotta verso i cosiddetti valori reali. Le azioni non offrono una protezione perfetta nell’immediato, ma forniscono una tutela indiretta ed efficace nel lungo termine, poiché le aziende adeguano progressivamente ricavi, prezzi e

margini al mutato livello generale dei prezzi, riflettendo la crescita economica sottostante. La mitigazione del rischio tramite la struttura


FINANZA / CORNÈR BANCA

Lo scetticismo dei risparmiatori deriva spesso da una percezione distorta del rischio, confuso con la scommessa speculativa su singoli titoli. L’evidenza storica dimostra che la leadership di mercato è fluida: molte società dominanti o protagonisti dei mercati di inizio secolo rivestono oggi un ruolo marginale, mentre nascono continuamente nuovi settori e aziende ad alta crescita. Puntare su singoli nomi espone il patrimonio a un rischio idiosincratico inutile. La risposta risiede nell’architettura della diversificazione, accessibile tramite i fondi diversificati anche con capitali ridotti. Un fondo distribuisce sistematicamente il rischio sull’intero tessuto economico, consentendo di partecipare alla crescita di un mercato nel suo complesso anziché legare il risultato dell’investimento alle sorti di una singola società. Inoltre, l’implementazione di un piano di accumulo periodico at-

tiva il meccanismo del costo medio. Questa metodologia attenua le fluttuazioni: a corsi bassi si acquista una quantità maggiore di quote, mentre a corsi elevati se ne acquistano meno, ottimizzando matematicamente il prezzo di carico e neutralizzando l’emotività. La leva del fattore tempo Se lo sviluppo economico non procede in linea retta ma attraverso fluttuazioni cicliche, l’orizzonte temporale rappresenta la variabile decisiva in grado di assorbire tali oscillazioni. Quando si risparmia a lungo termine, ad esempio per i figli, disponendo di un orizzonte di 15 o più anni, la componente temporale diventa la leva finanziaria più potente. I dati storici indicano che su orizzonti superiori ai 5-7 anni i cicli economici tendono naturalmente a equilibrarsi. Tentare di anticipare la correzione successiva porta spesso a perdere il prezioso effetto

temporale. Perdere anche solo una manciata dei migliori giorni di borsa nel corso di un ciclo pluriennale può compromettere la performance complessiva di un portafoglio. Più lungo è il periodo di investimento, più si beneficia di un interessante corso medio, riducendo sensibilmente il rischio di un momento di ingresso sfavorevole. In conclusione, il successo nella gestione del patrimonio si ottiene massimizzando il time in the market anziché ricercando il market timing. Sostituire la presunzione del momento perfetto con la disciplina della costanza temporale è l’unica strategia scientificamente fondata per generare e preservare la ricchezza, lasciando che il tempo faccia il suo lavoro.

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FINANZA / UBS

Il valore di una vita, la responsabilità del futuro Marzio Grassi, Head Corporate & Real Estate Ticino, illustra la strategia di UBS a supporto degli imprenditori impegnati in un passaggio decisivo come la continuità aziendale. può richiedere anni, in alcuni casi anche dieci. Per questo è importante cominciare a pensarci molto prima del momento nel quale si intende effettivamente lasciare l’azienda».

L

a continuità aziendale viene spesso considerata soprattutto come un problema tecnico o finanziario. È davvero così? «Direi esattamente il contrario. Gli aspetti tecnici sono importanti, naturalmente, ma il primo passaggio è quasi sempre di carattere personale. Un imprenditore dedica alla propria azienda decenni della sua vita, ne segue quotidianamente lo sviluppo, prende decisioni, affronta problemi, costruisce relazioni. Arriva però un momento nel quale deve cominciare a chiedersi che cosa accadrà dopo di lui. Ed è una domanda che non è facile affrontare. Mi piace definirlo “l’elefante nella stanza”: è lì, tutti lo vedono, ma non si sa da quale parte cominciare. Il nostro compito è proprio aiutare l’imprenditore a trasformare un problema apparentemente enorme in una successione di decisioni affrontabili. Una continuità aziendale ben costruita

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Qual è allora la prima domanda che un imprenditore dovrebbe porsi? «Che cosa voglio veramente per la mia azienda? Non esiste una risposta uguale per tutti. Si può desiderare di massimizzare il valore economico attraverso una vendita, oppure considerare prioritario che l’attività rimanga sul territorio e che vengano salvaguardati i posti di lavoro. Si può immaginare una successione familiare, una cessione al management o ai collaboratori, l’ingresso di un investitore o di un gruppo industriale. Ricordo il caso di un imprenditore che aveva ricevuto decine di offerte. Non scelse quella economicamente più elevata, perché per lui era fondamentale che l’azienda continuasse a produrre in Ticino, mantenendo gli immobili, il personale e il legame con il territorio: dietro una successione non ci sono soltanto numeri, ma valori, relazioni e una precisa idea del futuro».

È qui che entra in gioco la particolare posizione di UBS, banca globale ma fortemente radicata nel territorio? «Questo è certamente uno dei nostri punti di forza. Possiamo mettere a disposizione dell’imprenditore competenze e relazioni che hanno una dimensione internazionale e, nello stesso tempo, mantenere una conoscenza molto diretta della realtà ticinese e delle persone che vi operano. Per ogni operazione costruiamo di fatto un team dedicato. Coinvolgiamo specialisti corporate, professionisti della pianificazione patrimoniale e del wealth management e, quando necessario, competenze legate alla fiscalità, alla struttura societaria e al finanziamento dell’acquisizione. Ma nel gruppo devono trovare spazio anche le persone delle quali l’imprenditore già si fida: il fiduciario che magari lo accompagna da vent’anni, l’avvocato, i suoi consulenti abituali. Non può essere una soluzione standardizzata. Per confrontarsi con un imprenditore che ha alle spalle trenta o quarant’anni di esperienza serve anche un certo vissuto professionale».


FINANZA / UBS

Quali sono concretamente gli aspetti che devono essere affrontati durante questo percorso? «Sono numerosi e fortemente interconnessi. Occorre verificare innanzitutto se la struttura dell’azienda sia pronta per una futura operazione o se sia necessario intervenire preventivamente: per esempio separando gli immobili dall’attività operativa, riorganizzando determinate partecipazioni o gestendo la liquidità in maniera differente. Bisogna valutare gli aspetti fiscali, il finanziamento dell’acquirente e naturalmente il valore dell’impresa. Parallelamente esiste tutto il tema personale. Il capitale che l’imprenditore ricaverà dalla cessione dovrà essere inserito in una pianificazione patrimoniale capace di accompagnarlo nella nuova fase della sua vita. Impresa, patrimonio privato, previdenza e famiglia non possono quindi essere considerati mondi separati. È proprio questa visione complessiva che permette di costruire soluzioni solide». UBS sta dedicando anche diverse iniziative alla sensibilizzazione degli imprenditori. Perché ritenete così importante creare una maggiore consapevolezza sul tema? «Perché molti imprenditori sanno che prima o poi dovranno affrontare il problema, ma tendono a rinviare. Il lavoro è spesso anche una parte fondamentale della loro identità: essere proprietario di un’azienda significa avere ogni giorno rapporti, responsabilità, interlocutori. Lasciare significa immaginarsi improvvisamente in una vita differente. Per questo organizziamo incontri con gruppi volutamente ristretti di imprenditori, nei quali possiamo approfondire le diverse problematiche, spiegare quale contributo UBS può

offrire e soprattutto presentare casi concreti, naturalmente anonimizzati. Le esperienze reali aiutano a comprendere quanto possano essere diverse le situazioni e quanto sia importante cominciare per tempo».

ciò che un imprenditore ha costruito, si garantisce continuità a un’impresa e spesso anche a molti posti di lavoro, e nello stesso tempo si permette a una persona di affrontare con serenità una nuova fase della propria vita».

A questo si aggiunge anche uno studio dedicato alla continuità aziendale. «Sì. UBS ha realizzato insieme all’Università di San Gallo una pubblicazione articolata in cinque capitoli, concepita volutamente in maniera accessibile. Non volevamo realizzare un manuale estremamente tecnico, ma uno strumento che permettesse all’imprenditore di comprendere le principali tappe di un processo di continuità aziendale, le domande da porsi e gli aspetti ai quali prestare attenzione. Preferisco parlare di “continuità aziendale” piuttosto che semplicemente di successione, perché il termine cambia la prospettiva: non si tratta soltanto di capire chi viene dopo, ma di chiedersi come preservare e possibilmente accrescere nel futuro il valore costruito nel corso di una vita».

UBS ha un osservatorio privilegiato anche sull’andamento dell’economia ticinese. Quali sono oggi le principali difficoltà per le piccole e medie imprese del Cantone? «Negli ultimi anni gli imprenditori hanno dovuto confrontarsi con condizioni estremamente impegnative. Il franco svizzero forte continua a rappresentare una difficoltà importante per chi esporta e il tema dei dazi ha inciso in maniera molto pesante su alcuni settori. A questo si aggiungono oscillazioni dei tassi, dell’inflazione e dei mercati internazionali che modificano continuamente le condizioni competitive. Negli ultimi mesi abbiamo tuttavia osservato anche segnali di ripresa molto interessanti, in particolare nella domanda proveniente dagli Stati Uniti per tecnologia, macchinari, componentistica e prodotti industriali specializzati. Ciò che continua a impressionarmi è soprattutto la capacità degli imprenditori ticinesi di reagire. Essere imprese relativamente piccole può diventare in queste circostanze un vantaggio: significa maggiore flessibilità, rapidità nelle decisioni e capacità di cogliere nuove opportunità. È sorprendente vedere quanto riescano continuamente a innovare, adattarsi e reinventarsi. Ed è probabilmente una delle maggiori forze del nostro tessuto imprenditoriale».

Che cosa rende questo settore particolarmente interessante anche dal punto di vista professionale? «Il fatto che non esistano due casi uguali. La teoria e gli strumenti finanziari possono essere in parte standardizzati, ma appena entrano in gioco la famiglia, le relazioni personali, le aspettative dei figli, la visione dell’imprenditore e i suoi obiettivi si apre ogni volta uno scenario differente. È uno degli aspetti del mio lavoro che considero più stimolanti. Ci sono successioni che si fermano e ripartono più volte e richiedono quattro o cinque anni prima di trovare una soluzione. Ma quando si arriva in fondo si crea realmente valore: si tutela

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FINANZA / BANCA CREDINVEST

Una partnership che accresce la fiducia della clientela

Da sinistra: Alex Oberholzer e Federico Bianchetti

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entre anche a Lugano la digitalizzazione avanza in ambito finanziario, la partnership tra Credinvest Bank e Carthesio - quota del 19,5%, annunciata a inizio luglio - richiede una premessa: Carthesio è una società di asset management autorizzata FINMA dal 2007, con oltre un miliardo di patrimoni gestiti. Come nei rapporti sociali, anche quelli finanziari si rafforzano quando i protagonisti si riconoscono in obiettivi comuni: questo il messaggio confermato dai due intervistati, Federico Bianchetti, CEO di Carthesio, e Alex Oberholzer, CEO di Credinvest Bank. Una formazione condivisa e una maturità anagrafica simile li portano a

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Banca Credinvest ha siglato un accordo per l’acquisizione del 19,5% di Carthesio SA, società di gestione patrimoniale e di fondi collettivi d’investimento, attiva sulla piazza di Lugano dal 2001. Le valutazioni di questo accordo nella nostra intervista ai due Amministratori Delegati: Federico Bianchetti, CEO di Carthesio, e Alex Oberholzer, CEO di Banca Credinvest.

concordare sull’interpretazione dei mercati, e ad annunciare la partnership come una formalità amministrativa. A beneficiarne saranno i clienti, che grazie all’accordo accedono a un più ampio menu di strategie gestionali e soluzioni di investimento. «È proprio questo il concetto su cui si fonda la nostra partnership», esordisce Federico Bianchetti di Carthesio: «Le sinergie tra banca e gestore patrimoniale devono tradursi in valore aggiunto per clientela, collaboratori e piazza finanziaria, e comunque confermare l’indipendenza delle rispettive governance. Priorità che, in quasi tre decenni, hanno portato Carthesio a distinguersi a livello ticinese e svizzero. Dal 2007 operiamo con autorizzazione FINMA nella gestione di fondi quotati

in borsa, con procedure già analoghe a quelle bancarie. L’ingresso di Credinvest Bank, primo azionista istituzionale di Carthesio, conferma la nostra evoluzione verso procedure ormai consolidate a livello professionale. Con Credinvest Bank abbiamo sottoscritto un accordo di gestione patrimoniale su linee di investimento adattabili ai clienti della banca. La gestione patrimoniale resta il core business di Carthesio: in 25 anni ha generato una crescita costante di collaboratori, competenze, clientela e masse gestite. È un modello orientato alla crescita del capitale e al contenimento della volatilità, oggi disponibile anche per i clienti di Credinvest Bank». «Grazie all’accordo con Carthesio», prosegue Alex Oberholzer, «Cre-


FINANZA / BANCA CREDINVEST

dinvest Bank rafforza l’offerta alla clientela e consolida le attività istituzionali - finora due terzi delle competenze interne - concentrate su accesso ai mercati e cartolarizzazioni, a beneficio di gestori patrimoniali e banche terze. L’acquisizione del 19,5% di Carthesio apre tre possibilità: sinergie tra il personale delle due strutture, tramite comitati d’investimento e linee di gestione; un dialogo costruttivo, reso possibile dall’indipendenza delle governance; nuove strategie a disposizione dei gestori indipendenti già serviti da Credinvest Bank». Quali sono le sfide del mercato che questa vostra nuova partnership viene ad intercettare? Federico Bianchetti: «Il cliente desidera essere assistito nelle scelte d’investimento con un dialogo continuo e un rapporto di reale vicinanza con chi ne gestisce il patrimonio. È un approccio centrale nel nostro metodo, apprezzato da famiglie e imprenditori, che la presenza di Credinvest Bank come nuovo partner rafforza. Nei grandi gruppi bancari lo stesso livello di attenzione e personalizzazione è talvolta riservato solo a una cerchia ristretta di patrimoni eccezionalmente elevati». Come prevedete di adeguarvi alle oscillazioni dei mercati? Federico Bianchetti: «Le oscillazioni di mercato sono il nostro “pane quotidiano”: privilegiamo il controllo dei rischi e la stabilità del patrimonio rispetto al rendimento di breve periodo. Le nostre gestioni integrano in un portafoglio ragionato investimenti tradizionali - azioni, obbligazioni, fondi flessibili - e alternativi, soprattutto hedge fund, che permettono di diversificare le fonti

di rendimento nei diversi contesti di mercato. Un approccio che riflette i principi della nostra filosofia d’investimento: prudenza, disciplina, trasparenza e strategie long-term. Le nostre selezioni di hedge fund si integrano nei portafogli degli investitori HNWI con strategie sofisticate, già apprezzate dai clienti di Carthesio e presto disponibili anche a quelli di Credinvest Bank. La collaborazione con Credinvest Bank amplierà la nostra offerta d’investimento con soluzioni innovative, mantenendo una selezione rigorosa, una personalizzazione, una vicinanza al cliente e un controllo del rischio. Un esempio sono i club deal, accessibili tramite cartolarizzazioni o certificati gestiti in sinergia tra le due strutture; un possibile sviluppo è il mercato immobiliare locale. Alcune di queste soluzioni saranno a disposizione anche dei professionisti ticinesi, per lo sviluppo della piazza finanziaria locale. L’obiettivo è unire competenze e innovazione per creare valore nel lungo periodo». Quali sono le vostre relazioni con gli altri gestori ed istituti bancari? Alex Oberholzer: «I partenariati già in essere con altri operatori bancari restano confermati e continueranno in piena indipendenza. In futuro, l’accordo tra Credinvest Bank e Carthesio potrebbe aggregare nuovi gestori patrimoniali esterni, soprattutto presso Carthesio: una strategia già seguita con successo nei loro primi venticinque anni».

Alex Oberholzer: «Per l’avvenire ipotizzo due sviluppi. Anzitutto, forme di remunerazione per i familiari dei gestori che trasferiscono patrimoni significativi alla partnership, anche dopo la fine della loro attività: una royalty a tutela di chi ha costruito, nel tempo, anche un patrimonio di relazioni. Il mio obiettivo si rivolge ai professionisti che riconoscano il valore che Credinvest Bank, ora insieme a Carthesio, offre al loro lavoro e alla fiducia dei clienti. Sono anche molto attento al work-life balance dei nostri team, investendo in relazioni di qualità con la clientela e in un equilibrio sostenibile per chi lavora con noi». A colloquio concluso, Bianchetti e Oberholzer ribadiscono un messaggio condiviso: sulla piazza ticinese è ora presente una nuova entità professionale, nata dall’incontro di due strutture con governance distinte. Pronte ad affrontare insieme le sfide che nei prossimi anni interesseranno anche il territorio ticinese: il ricambio generazionale dei gestori indipendenti, le oscillazioni dei mercati internazionali, l’evoluzione digitale del settore. Sfide che Carthesio e Credinvest Bank affronteranno condividendo un medesimo obiettivo: confermare il gestore, e con lui il cliente, al centro delle loro comuni attività».

Federico Bianchetti: «Grazie ad accordi con gestori esterni siamo riusciti a sviluppare le gestioni e a consolidare il loro dialogo con i clienti finali, che hanno così proseguito il rapporto già in essere con il proprio referente di fiducia». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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FINANZA / INDOSUEZ WEALTH MANAGEMENT

Dove guardano gli investitori

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recenti conflitti hanno riportato al centro il tema della sicurezza energetica. Quali sono oggi i principali rischi per i mercati? «All’inizio dell’anno avevamo elaborato i nostri scenari ipotizzando una crescita moderata dell’economia mondiale, senza prevedere né una forte accelerazione né una recessione. Lo shock energetico legato al petrolio ha in parte modificato questo quadro, ma con effetti molto diversi a seconda delle aree geografiche. Negli Stati Uniti continuiamo a osservare un’economia resiliente, capace di assorbire gli shock meglio di altre regioni del mondo. Le prospettive di crescita sono state leggermente riviste al ribasso, ma restano positive. Diversa è la situazione in Europa, dove il tema energetico pesa maggiormente e dove gli investimenti nella difesa e nelle infrastrutture richiederanno tempo prima di tradursi

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Dalla crisi energetica alle prospettive dell’intelligenza artificiale, dalla resilienza dell’economia americana alle sfide dell’Europa. In questa intervista Alexandre Drabowicz, Global Chief Investment Officer di Indosuez Wealth Management, analizza i principali fattori che stanno ridefinendo i mercati finanziari e le strategie d’investimento in un mondo sempre più segnato dalle tensioni geopolitiche, dall’innovazione tecnologica e dalla ricerca di una maggiore autonomia strategica. in un effettivo impulso alla crescita. In sintesi, il petrolio rappresenta certamente un fattore di rischio, ma non riteniamo che possa provocare una crisi paragonabile a quelle del passato. Per questo continuiamo a guardare con fiducia all’economia mondiale, pur mantenendo un approccio improntato alla prudenza». Quanto durerà questa fase di tensione sul mercato dell’energia? «È difficile formulare previsioni precise. Nelle prime fasi di una crisi i mercati tendono a reagire in modo emotivo, per poi ricalibrare progressivamente le proprie aspettative. Per quanto riguarda il petrolio, occorre considerare sia l’offerta sia la domanda. Diversi Paesi produttori dispongono ancora di capacità produttive inutilizzate, mentre la domanda mondiale appare meno dinamica rispetto al passato. La Cina, ad esempio, sta riducendo gradualmen-

te la propria dipendenza dal petrolio grazie all’elettrificazione dei trasporti e ad altre politiche energetiche. Per queste ragioni riteniamo che il rischio di una carenza strutturale sia limitato. Più che una crisi di approvvigionamento, stiamo attraversando una fase di forte volatilità che potrebbe protrarsi ancora per qualche tempo». Nonostante l’inflazione e le tensioni geopolitiche, l’economia americana continua a sorprendere. Quali sono le ragioni di questa resilienza? «Da anni gli economisti tendono a sottovalutare la forza dell’economia americana e, soprattutto, la straordinaria capacità di adattamento dei consumatori statunitensi. Una quota significativa delle famiglie possiede investimenti finanziari e beneficia direttamente della crescita dei mercati. Questo genera un effetto ric-


FINANZA / INDOSUEZ WEALTH MANAGEMENT

chezza che sostiene i consumi. Inoltre, il mercato del lavoro rimane solido e negli ultimi anni i salari reali hanno ripreso a crescere. È la combinazione di questi fattori a spiegare perché l’economia americana continui a dimostrare una capacità di tenuta superiore alle aspettative e perché i consumi restino il principale motore della crescita». Perché la vostra visione sugli Stati Uniti resta più favorevole rispetto a quella sull’Europa? «Negli Stati Uniti osserviamo una maggiore capacità di adattamento, politiche economiche più reattive e un ecosistema dell’innovazione che continua ad attrarre capitali da tutto il mondo. Non abbiamo una visione negativa dell’Europa, ma, a parità di condizioni, riteniamo che gli Stati Uniti offrano oggi una combinazione più favorevole di crescita, innovazione e rapidità nel trasformare le opportunità in risultati concreti. Per modificare questa valutazione sarebbe necessaria un’accelerazione del processo di integrazione europea e una maggiore capacità di tradurre rapidamente le decisioni politiche in interventi efficaci». I mercati asiatici sembrano assumere un ruolo sempre più importante. Dove individuate le opportunità più interessanti? «Uno degli errori più frequenti degli ultimi anni è stato sottovalutare la capacità di innovazione dell’Asia e, in particolare, della Cina. Il cuore della competizione tra Stati Uniti e Cina è rappresentato dalla tecnologia. Pechino ha sviluppato competenze di altissimo livello in settori strategici, dalla robotica ai veicoli elettrici, fino a numerosi comparti della filiera dei semiconduttori. In questo contesto Taiwan occupa

una posizione centrale. I semiconduttori rappresentano una delle infrastrutture essenziali dell’economia moderna e il controllo delle tecnologie più avanzate costituisce un elemento decisivo per l’autonomia strategica dei Paesi. Per questo manteniamo una visione positiva sui mercati asiatici e sulle aziende più innovative del continente». L’intelligenza artificiale rischia di alimentare l’inflazione oppure sarà un fattore di crescita? «Nel breve periodo richiede investimenti enormi in infrastrutture, data center, energia e competenze. Tutto questo può produrre effetti temporaneamente inflazionistici. Nel medio e lungo termine, però, lo scenario cambia radicalmente. Una volta completata la fase degli investimenti, l’intelligenza artificiale consentirà significativi incrementi di produttività, riducendo i costi e migliorando l’efficienza dei processi. È proprio qui che vediamo il vero potenziale di questa rivoluzione tecnologica: inizialmente può generare pressioni inflazionistiche, ma nel tempo diventerà un potente fattore di disinflazione». Secondo le valutazioni e l’approccio di Indosuez Wealth Management, quali principi dovrebbero oggi guidare la costruzione di un portafoglio equilibrato? «La prima regola è non lasciarsi guidare dalle emozioni. Negli ultimi anni abbiamo vissuto una successione quasi continua di shock e chi ha reagito emotivamente ai mercati ha spesso commesso errori. Occorre mantenere l’attenzione sui fondamentali dell’economia e rivedere alcuni schemi tradizionali. Anche i titoli di Stato non rappresentano più automaticamente il

Sede centrale di Indosuez a Ginevra

principale elemento di stabilità di un portafoglio. Per questo riteniamo fondamentale diversificare maggiormente le fonti di rendimento e adottare una gestione del rischio più dinamica». Quale ruolo attribuite oggi alle obbligazioni e alle valute? «Le obbligazioni restano una componente importante, ma devono essere selezionate con maggiore attenzione. In alcuni segmenti il rapporto rischio-rendimento delle obbligazioni societarie appare oggi più interessante rispetto a quello offerto da parte del debito sovrano. Anche la gestione del rischio valutario è diventata un elemento essenziale. In un contesto geopolitico complesso, coprire almeno una parte dell’esposizione ai cambi può TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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FINANZA / INDOSUEZ WEALTH MANAGEMENT

contribuire a ridurre la volatilità complessiva del portafoglio». Quali saranno i grandi trend d’investimento dei prossimi anni? «Il tema dominante sarà quello dell’autonomia strategica. Gli eventi degli ultimi anni hanno dimostrato quanto le dipendenze energetiche, tecnologiche e industriali possano trasformarsi in fattori di vulnerabilità. Per questo prevediamo una forte accelerazione degli investimenti nelle infrastrutture, nell’energia, nella difesa, nelle tecnologie critiche e nella sicurezza informatica. Sono tendenze destinate ad accompagnarci per molti anni e che offriranno importanti opportunità d’investimento». Come si prendono decisioni in un contesto tanto incerto?

«L’elemento fondamentale è il confronto. Nessuna decisione importante dovrebbe dipendere da una sola persona. Nel nostro comitato investimenti ogni scelta viene discussa collegialmente e sottoposta a un rigoroso processo di valutazione. Naturalmente è possibile sbagliare: ciò che conta è riconoscere rapidamente gli errori e adattarsi ai cambiamenti. L’umiltà intellettuale resta una delle qualità più importanti per chi opera nel mondo degli investimenti».

applicazioni estremamente interessanti nei sistemi di pagamento e nella digitalizzazione dei processi finanziari. Siamo molto più interessati al potenziale della tecnologia sottostante che alla componente altamente speculativa delle criptovalute».

Un’ultima domanda sulla sua visione delle criptovalute... «Manteniamo un approccio prudente. Non le consideriamo un elemento centrale nelle strategie patrimoniali dei nostri clienti. Diverso è il discorso relativo alla blockchain, una tecnologia che offre

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FINANZA / CERESIO INVESTORS

La sfida ora si chiama redditività La dodicesima edizione del Food Industry Monitor, promossa dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e da Ceresio Investors, ha fotografato la situazione di un comparto che continua a dimostrare solidità e capacità di adattamento nonostante uno scenario economico complesso. Le imprese crescono, investono e innovano, ma margini sempre più compressi, costi elevati e nuove tensioni internazionali impongono una riflessione sui modelli di sviluppo futuri.

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onostante gli anni difficili attraversati dall’economia internazionale, il settore alimentare italiano continua a distinguersi per solidità e capacità di adattamento. È quanto emerge dalla dodicesima edizione del Food Industry Monitor, l’Osservatorio promosso dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo insieme a Ceresio Investors. L’indagine prende in esame oltre 820 imprese appartenenti a quattordici

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comparti produttivi, per un fatturato aggregato di circa 85 miliardi di euro, offrendo una fotografia articolata di un settore centrale per l’economia italiana. Nel 2025 il fatturato delle aziende analizzate è cresciuto del 3,3%, un dato positivo, ma inferiore alle attese. Critico appare il quadro della redditività: il ROS è sceso dal 6,6% al 4,6%, mentre il ROIC è passato dall’8,9% al 5,2%. Materie prime, logistica, lavoro ed energia continuano infatti a comprimere i margini, rendendo difficile trasformare la crescita dei ricavi in un aumento proporzionale degli utili. Le previsioni indicano per il 2026 una crescita ancora pari al 3,3% e per il 2027 un incremento del 3,4%. Dati da leggere però alla luce dell’inflazione: se nel 2026 dovesse superare il 3%, una parte consistente dell’aumento dei ricavi sarebbe soltanto nominale. Nel 2027, con un’inflazione prevista intorno all’1,9%, la crescita

potrebbe invece riflettere più chiaramente un’espansione reale del mercato. È questo uno dei messaggi centrali del Food Industry Monitor 2026: oggi non basta vendere di più. Occorre produrre meglio, innovare più rapidamente e aumentare l’efficienza dell’organizzazione aziendale. La competitività si gioca sempre meno sui volumi e sempre più sulla capacità di creare valore. Il recupero della redditività sarà quindi la principale sfida del prossimo biennio. Le imprese dovranno intervenire sull’efficienza produttiva, sulla selezione dei mercati, sulla composizione dell’offerta e sull’organizzazione commerciale, individuando i prodotti e i canali capaci di generare margini adeguati. L’Osservatorio conferma inoltre la propensione del settore agli investimenti. Digitalizzazione, automazione, sostenibilità, ricerca e valorizzazione del capitale umano rappresentano leve indispensabili. Parallelamente cresce l’attenzione verso la solidità finanziaria: il nuovo scenario dei tassi impone una gestione più prudente dell’indebitamento e una maggiore capacità di autofinanziamento. Le aziende con strutture patrimoniali equilibrate saranno meglio preparate a sostenere programmi di innovazione e internazionalizzazione. Per quelle più indebitate, invece, il costo del denaro rischia di ridurre la capacità di investimento. Una leva fondamentale continuerà a essere rappresentata dall’export. Dopo il forte incremento dell’8,7% registrato nel 2024, nel 2025 le esportazioni sono


cresciute del 4,4%, il valore più contenuto del periodo post-pandemico. Per il biennio 2026-2027 il Food Industry Monitor stima tuttavia una crescita dell’export superiore al 7% annuo, sostenuta dalla reputazione del Made in Italy e dalla capacità delle imprese di presidiare i mercati a maggiore valore aggiunto. Su queste prospettive pesano l’economia statunitense, le politiche tariffarie, il prezzo dell’energia e le tensioni geopolitiche. La crescita internazionale dovrà quindi fondarsi non soltanto sui volumi, ma anche sulla scelta dei mercati, sul posizionamento dei prodotti e sulla forza dei marchi. Le prospettive variano tra i comparti. Per il 2026 si segnalano le performance più interessanti per farine, con una crescita stimata del 5,9%, olio, con il 6,3%, caffè, con il 4,8%, e surgelati, con il 3,8%. Buone anche le attese per il vino, con un incremento del 3,6%, sostenuto soprattutto dalla domanda internazionale di spumanti e Prosecco. Il rapporto dedica particolare attenzione anche ai modelli di business. Poco meno del 60% delle imprese presenta un’offerta articolata su più linee di prodotto, ma la diversificazione non si traduce automaticamente in risultati migliori. Tra il 2018 e il 2024 emerge anzi un lieve vantaggio per le imprese concentrate su una sola linea. La focalizzazione può favorire maggiore specializzazione, un’identità più chiara e

un utilizzo più mirato degli investimenti. La scelta tra diversificazione e specializzazione dovrà quindi essere coerente con dimensioni, competenze e opportunità di mercato. Uno dei risultati più significativi riguarda il rapporto tra governance e performance. Le imprese con modelli di governo più aperti, inclusivi e strutturati mostrano livelli di redditività superiori. Risultati positivi emergono anche nelle aziende guidate da donne CEO e nelle realtà che adottano forme di leadership condivisa. Il settore resta caratterizzato da imprese familiari, che rappresentano il 70% del campione. Le aziende multifamiliari ottengono risultati mediamente superiori rispetto a quelle controllate da una sola famiglia. Il dato pone in primo piano il ricambio generazionale. Aprire la governance a competenze esterne, distinguere proprietà e gestione e definire per tempo ruoli e responsabilità potrà fare la differenza tra imprese capaci di continuare a crescere e realtà destinate a perdere competitività. Alessandro Santini, Head of Corporate & Investment Banking di Ceresio Investors, ha sottolineato come la compressione dei margini e il graduale aumento dell’indebitamento rendano necessario un ripensamento delle strategie commerciali e finanziarie. In questo scenario, la qualità della governance e la capacità di affrontare il passaggio generazionale diventano fattori sempre più decisivi.

I risultati sono stati presentati a Pollenzo nel convegno “Modelli di sviluppo a confronto”. Il settore alimentare italiano continua a crescere e conferma la propria capacità di reagire agli shock esterni. La vera partita dei prossimi anni, tuttavia, non sarà soltanto aumentare il fatturato, ma recuperare marginalità, investire nell’innovazione e costruire modelli di sviluppo capaci di trasformare la qualità delle produzioni italiane in una redditività stabile e duratura. Il biennio 2026-2027 si presenta quindi come una fase di transizione: le opportunità legate all’export, all’innovazione e alla forza del Made in Italy restano consistenti, ma potranno essere colte soltanto dalle imprese capaci di governare costi, investimenti, organizzazione e mercati. La qualità delle decisioni diventerà importante quanto quella dei prodotti.

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FINANZA / SYZ GROUP

Quando gli interessi della banca coincidono con quelli dei clienti Da trent’anni Syz accompagna famiglie imprenditoriali, investitori e professionisti con un approccio indipendente, una visione di lungo periodo e un forte allineamento di interessi. Un modello sempre più raro nel panorama finanziario contemporaneo.

plina e costruire un futuro sostenibile per le generazioni successive. Il Ticino come luogo di relazioni e visione Il Ticino fa parte della storia di Syz da oltre venticinque anni. L’apertura dell’ufficio di Lugano nel 1999 e successivamente di Locarno ha per-

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rent’anni di indipendenza imprenditoriale Nel 1996 la famiglia Syz ha fondato una banca privata partendo da una convinzione semplice: una gestione patrimoniale di qualità richiede indipendenza di pensiero, capacità di innovare e libertà di agire nel lungo periodo. A distanza di trent’anni, Syz continua ad essere controllata dalla famiglia fondatrice. In un settore caratterizzato da grandi gruppi internazionali e da una crescente standardizzazione, questa scelta rappresenta molto più di una particolarità societaria. Essere una banca a proprietà familiare significa poter privilegiare una visione generazionale piuttosto che trimestrale, mantenere una cultura imprenditoriale e adottare decisioni orientate alla creazione di valore nel tempo. Le sfide che affrontano i clienti di Syz sono le stesse che ogni famiglia imprenditoriale conosce bene: preservare un patrimonio, preparare il passaggio generazionale, investire con disci-

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Da sinistra: Simone Crivelli, Diana Vrabie, Aris Cerutti e Sheila Ghielmetti


FINANZA / SYZ GROUP

messo alla banca di sviluppare relazioni solide e durature con imprenditori, professionisti e famiglie del territorio. Non si tratta soltanto di una presenza locale. Il Ticino rappresenta uno dei contesti più dinamici per l’imprenditoria privata e le imprese familiari. Un territorio nel quale il valore della parola data, la continuità, la reputazione e le relazioni personali continuano a giocare un ruolo fondamentale. Sono valori che Syz condivide da sempre e che contribuiscono a creare una naturale affinità con molti dei suoi clienti. Accesso diretto alle persone che contano La gestione patrimoniale è innanzitutto una questione di fiducia. Per questo motivo Syz ha scelto di mantenere un modello che privilegi l’accesso diretto ai professionisti e ai responsabili delle decisioni d’investimento. In un settore nel quale la complessità organizzativa tende spesso ad allontanare le banche dai propri clienti, Syz continua a credere nel valore della prossimità, del dialogo e della rapidità decisionale. Per gli imprenditori e le famiglie patrimoniali questo significa poter contare su interlocutori accessibili, capaci di comprendere situazioni complesse e di costruire soluzioni realmente personalizzate. Investire insieme L’allineamento degli interessi non è soltanto un principio. È un modo di lavorare. Nel corso degli anni Syz ha sviluppato una competenza riconosciuta negli investimenti alternativi attraverso Syz Capital, con particolare esperienza nei settori del private equity, del private credit, degli hedge fund, della litigation finance e degli asset digitali. Ma ciò

Not many family banks can claim to be traditionally innovative Tradition taught us how to last. Innovation showed us how to lead. And our clients? They taught us everything else.

Private Banking Alternative Investments Asset Management External Asset Managers

che distingue realmente questo approccio è il fatto che la famiglia Syz investe personalmente in molte delle strategie e delle opportunità sviluppate all’interno del Gruppo. In determinate circostanze, i clienti possono accedere alle stesse opportunità nelle quali investe la famiglia proprietaria della banca, condividendo la medesima visione di lungo termine e beneficiando di un forte allineamento di interessi. Per molti investitori questo rappresenta un elemento particolarmente rilevante: sapere che chi propone un’opportunità è disposto ad investire il proprio capitale nella stessa iniziativa. Oltre il private banking tradizionale Negli ultimi anni la gestione della ricchezza è diventata sempre più complessa. Le famiglie si confrontano con la successione generazionale, la governance patrimoniale, la diversificazione del patrimonio e la necessità di individuare nuove opportunità di crescita in un contesto in continua evoluzione. Per affrontare queste sfide non ba-

stano competenze finanziarie. Servono esperienza imprenditoriale, capacità di ascolto e una prospettiva di lungo periodo. È con questo spirito che Syz accompagna da trent’anni famiglie e imprenditori, mettendo a disposizione non soltanto soluzioni d’investimento, ma una visione condivisa della creazione e della conservazione del patrimonio. Guardando ai prossimi trent’anni La storia di Syz è quella di una banca nata dall’iniziativa imprenditoriale di una famiglia che continua ancora oggi a guidarne lo sviluppo. Con solide radici in Ticino, una governance indipendente, una riconosciuta competenza negli investimenti alternativi e un modello fondato sull’allineamento degli interessi, Syz guarda al futuro con la stessa ambizione che ne ha accompagnato la nascita. Perché la fiducia si costruisce nel tempo. E perché le migliori relazioni nascono quando gli interessi della banca coincidono realmente con quelli dei clienti. www.syzgroup.com TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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FINANZA / BANCA RAIFFEISEN COLLINE DEL CERESIO

Una banca di consulenza, aperta al territorio Rolf Endriss, Presidente del Consiglio di Amministrazione di Banca Raiffeisen Colline del Ceresio, racconta un modello bancario fondato sulla sostenibilità, sulla trasparenza e sulla relazione. Una banca che vuole accompagnare soci e clienti nelle loro scelte, ma anche creare valore per il territorio attraverso il dialogo, la qualità degli spazi e una presenza concreta nella comunità.

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n un contesto economico e sociale in trasformazione, quale ruolo può avere oggi una banca fortemente radicata nel territorio? «Il ruolo fondamentale di una banca rimane naturalmente quello di svolgere con competenza la propria attività: finanziare progetti, accompagnare investimenti, gestire il risparmio e mettere in relazione chi dispone di capitali con chi ne ha bisogno. Ma per una banca cooperativa come la nostra credo sia necessario andare oltre. I nostri soci sono in gran parte persone che vivono nel territorio in cui operiamo e questo ci attribuisce una responsabilità particolare. Significa prestare attenzione alle iniziative che possono generare valore per la regione e, nello stesso tempo, accompagnare il cliente in una riflessione più ampia. Quando, per esempio, affrontiamo il finanziamento di un’abitazione, non ci limitiamo necessariamente all’ipoteca: possiamo richiamare l’attenzione sull’efficienza energetica dell’edificio, sulle possibilità di rinnovo, sui costi futuri o sulla pianificazione finanziaria complessiva. È in questo senso che ci definiamo

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sempre più una banca di consulenza: non semplicemente un luogo nel quale acquistare un prodotto finanziario, ma un interlocutore capace di comprendere la situazione del cliente nel suo insieme e accompagnarlo nel tempo». Questa impostazione è strettamente legata anche al vostro concetto di sostenibilità. Che cosa significa concretamente? «Per noi sostenibilità significa considerare contemporaneamente la dimensione economica, quella ambientale e quella sociale. Non può ridursi alla realizzazione di un edificio efficiente o alla proposta di un


prodotto finanziario sostenibile: deve diventare un’attitudine. Una scelta è davvero sostenibile quando funziona nel lungo periodo. Un investimento che riduce il consumo di energia, per esempio, può comportare inizialmente un costo maggiore, ma diminuire nel tempo i costi di gestione e l’esposizione alle oscillazioni dei prezzi energetici. Credo inoltre che una banca abbia anche una funzione di esempio. Non possiamo chiedere agli altri di adottare determinati comportamenti se noi per primi non cerchiamo di metterli in pratica. L’obiettivo è quello di essere in qualche misura “contagiosi”: mostrare che alcune scelte sono possibili e che possono produrre risultati positivi». La nuova sede di Savosa rappresentare fisicamente questa filosofia… «Quando abbiamo iniziato a progettare la sede, avremmo potuto limitarci a risolvere una necessità logistica. Abbiamo invece deciso di cogliere l’occasione per ripensare anche il modo in cui una banca può inserirsi nel proprio territorio. Volevamo un edificio funzionale all’attività bancaria, naturalmente, ma an-

che aperto, trasparente e capace di dialogare con ciò che lo circonda. Persino la scelta del vetro ha per me un significato: una banca è tradizionalmente associata alla riservatezza, e la riservatezza resta naturalmente garantita, ma questo non significa che debba essere un luogo chiuso. La sede fisica continua ad avere un valore importante anche in un mondo sempre più digitale. Possiamo utilizzare il telefono per moltissime operazioni, ma le persone hanno ancora bisogno di sapere che dietro quel sistema esistono un luogo, delle competenze e soprattutto delle persone alle quali rivolgersi. Il digitale deve semplificare la relazione, non sostituirla». L’edificio ha ottenuto importanti certificazioni nell’ambito della sostenibilità. Quali soluzioni considerate più significative? «Abbiamo voluto realizzare l’edificio secondo criteri molto rigorosi, ottenendo la certificazione SNBS e adottando soluzioni di elevata efficienza energetica e ambientale. È stato un percorso impegnativo perché ogni scelta di maggiore qualità comporta inevitabilmente una discussione sui costi. L’impianto fotovoltaico è un esempio concreto. Abbiamo inoltre

costituito una comunità energetica che permette di utilizzare l’energia prodotta non soltanto per la banca, ma anche per gli altri fruitori dell’edificio, aumentando l’autoconsumo. Una parte importante riguarda la mobilità elettrica. Molti posteggi sono già dotati di colonnine di ricarica e l’energia prodotta durante il giorno può essere utilizzata direttamente per ricaricare i veicoli. Parallelamente sosteniamo anche chi utilizza i trasporti pubblici. La sostenibilità non deve trasformarsi in una contrapposizione tra soluzioni, ma nella ricerca di un equilibrio capace di ridurre complessivamente la nostra impronta ecologica». Avete in ogni caso concepito la sede anche come un luogo aperto a incontri ed eventi. Perché questa scelta? «Crediamo molto nel dialogo. Uno dei problemi che vedo nella società contemporanea è che siamo continuamente raggiunti da informazioni, newsletter, social media, messaggi digitali, ma non necessariamente comunichiamo meglio. Spesso partiamo dalle nostre esigenze e dalle nostre conoscenze senza domandarci quale sia il punto di vista dell’interlocutore. Ci parliamo, ma non sempre ci comprendiamo. Abbiamo aree che possono ospitare formazione, workshop, assemblee, eventi e momenti di confronto, utilizzabili anche indipendentemente dall’apertura ordinaria della banca. Sono spazi a disposizione delle nostre attività, naturalmente, ma che possono essere utilizzati anche da associazioni, enti, imprese o gruppi che propongano iniziative coerenti con i nostri valori. Un incontro ha valore quando una persona torna a casa con qualcosa che prima non aveva: un’informazione, un’idea, una conoscenza o un’opportunità. Questo è il tipo di relazione che vogliamo favorire». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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FINANZA / BANCA RAIFFEISEN COLLINE DEL CERESIO

Un simile approccio richiede però anche un diverso modo di relazionarsi con la clientela. «Certamente, ed è un lavoro continuo. Per noi la comunicazione non coincide con il marketing o con la sponsorizzazione. Significa innanzitutto comunicazione interna e capacità dei collaboratori di instaurare una relazione autentica con il cliente. Per questo investiamo nella formazione e cerchiamo di sviluppare una cultura basata sull’ascolto. Cerchiamo di applicare un principio molto semplice: servire il cliente come vorremmo essere serviti noi. Significa non essere evasivi, dedicare attenzione alle sue esigenze e cercare di capire realmente quale sia il problema da risolvere».

«Innanzitutto, rendendo il cliente consapevole delle possibilità esistenti. Nell’ambito immobiliare, come dicevo, possiamo favorire una riflessione sull’efficienza energetica e sugli interventi di rinnovo. Nell’ambito degli investimenti e della previdenza disponiamo invece di prodotti orientati alla sostenibilità che possiamo proporre alla clientela. La decisione resta naturalmente sempre del cliente, ma quanto maggiore è la conoscenza, tanto più una decisione può essere coerente con le esigenze e con i valori della persona». Il modello cooperativo rafforza questo rapporto con il territorio? «Senza dubbio. Essere una banca cooperativa significa avere una relazione particolare con la comunità nella quale si opera. Cerchiamo di sostenerla attraverso sponsorizzazioni, collabo-

razioni e iniziative locali, con un’attenzione particolare ai giovani e ai settori giovanili dello sport. Abbiamo inoltre strumenti come la piattaforma di crowdfunding “Eroi locali”, che consente di raccogliere risorse per progetti nati sul territorio. In determinati casi la banca stessa decide di accompagnarli direttamente. Essere parte di un territorio significa anche partecipare in prima persona e mettersi in gioco. I nostri collaboratori vivono qui, incontrano i clienti fuori dalla banca, frequentano gli stessi luoghi e partecipano alla stessa comunità. È questa vicinanza che permette di capire meglio esigenze e opportunità. Alla fine, il vero valore di una banca sono le persone. È su questo equilibrio tra innovazione e dimensione umana che vogliamo costruire la banca del futuro ed il rapporto di fiducia con i nostri clienti».

215x138 Ticino Welcome 22 (2026).pdf 1 26.01.2026 13:49:38

Come si traduce questa attenzione alla sostenibilità nella consulenza e negli investimenti?

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FINANZA / UNION BANCAIRE PRIVÉE (EUROPE)

La nuova competizione dell’asset management Dalla centralità crescente delle reti bancarie all’evoluzione dei private markets, fino all’impatto dell’intelligenza artificiale sulla gestione patrimoniale: Luca Trabattoni, Country Head Italy & Mediterranean Countries di Union Bancaire Privée (Europe), analizza le trasformazioni che stanno ridefinendo il settore dell’asset management. «Il branding è ancora più cruciale in questo contesto. Per questo è efficace che il messaggio legato al branding sia chiaro, semplice e distintivo».

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n che misura il modello distributivo basato sulle reti bancarie limita o orienta il posizionamento degli asset manager internazionali? «Le reti bancarie hanno assunto un’importanza sempre maggiore nella distribuzione di strumenti finanziari e il modello si è quindi adattato per soddisfare anche le esigenze di questo canale distributivo che sono diverse rispetto ad altri canali, come per esempio l’istituzionale, per tipologia di prodotti, supporto e servizio richiesto. Concretamente, ciò spinge i gestori a privilegiare gamme più leggibili, processi di due diligence molto solidi e strumenti didattici adatti ai consulenti e alla clientela finale». In un mercato presidiato da operatori globali, quale ruolo assume oggi il branding?

Come ha modificato l’offerta di investimento il rialzo dei tassi e il ritorno di rendimenti sui titoli di Stato? «L’offerta si è ampliata perché è aumentata la competizione. Il ritorno di rendimenti interessanti sulle obbligazioni ha ridato spazio a strategie orientate al reddito e a fondi a scadenza, meno rischiosi rispetto ad alcune alternative. Questa dinamica incoraggia una maggiore trasparenza su costi e qualità dell’esecuzione, poiché i prodotti diventano più comparabili». I vincoli regolamentari rendono gli investitori istituzionali meno aperti all’innovazione rispetto ad altri mercati? «I vincoli regolamentari sono uno stimolo alla ricerca di soluzioni in linea le normative. Orientano l’innovazione verso prodotti meglio documentati, più trasparenti e più solidi nella gestione dei rischi e dei dati ESG. A lungo termine, ciò rafforza la fiducia tra investitori, gestori e regolatori e rende più fluida la comparazione tra soluzioni».

Quali prospettive vede per lo sviluppo di private markets e investimenti sostenibili nei portafogli istituzionali? «Abbiamo visto che gli investimenti sostenibili hanno successo quando sono supportati da performance finanziarie interessanti. Questo ci indica le prospettive della tematica. Lo stesso discorso vale per i private markets. Per gli investimenti sostenibili, la domanda si concentra su strategie con obiettivi misurabili e una materialità finanziaria chiara, supportate da un reporting migliore». L’intelligenza artificiale rappresenta soprattutto un’opportunità di investimento o uno strumento di trasformazione operativa? «L’intelligenza artificiale è un’opportunità di investimento così come lo è tutta la catena del valore correlata alla sua “produzione”. È anche una potente leva operativa: l’automazione delle attività, la maggiore personalizzazione, il miglioramento della gestione dei rischi e dei controlli. L’IA non è una scelta esclusiva tra finanza e operatività: è un doppio motore di performance ed efficienza». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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FINANZA / FIDINAM SA

Innovazione, qualità e prossimità al cliente A partire dal 1 luglio 2026 la gestione operativa di Fidinam SA è stata affidata ad un direttivo composto da Maurito Rossi, Manuele Ferrari e Davide Granzella. Con loro abbiamo discusso del ricambio generazionale, delle necessità e delle soluzioni a disposizione delle aziende e di come digitalizzazione e Intelligenza Artificiale stanno radicalmente trasformando l’intero settore della consulenza aziendale.

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l passaggio della direzione da una figura singola a un direttivo rappresenta una scelta importante. Quali sono le ragioni che hanno portato a questo modello di governance e quali obiettivi vi ponete per i prossimi anni? «La scelta di un modello di direzione collegiale riflette la volontà di costruire una governance solida, resi-

liente e orientata al futuro. Fidinam SA, nata nel 1960 come prima fiduciaria in Ticino, ha saputo crescere e adattarsi nel tempo. Il nuovo direttivo è composto da Maurito Rossi, Manuele Ferrari e Davide Granzella, tre figure che operano in Fidinam SA da molti anni e che hanno maturato competenze complementari: dalla contabilità all’amministrazione del personale, dalla consu-

Da sinistra: Maurito Rossi Manuele Ferrari e Davide Granzella

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lenza aziendale alla gestione di mandati complessi. Raccolgono il testimone di Guido Turati, figura storica del Gruppo Fidinam, che ha guidato l’unità negli ultimi vent’anni e che continua a essere parte attiva della società. Non è dunque un cambio improvviso, ma una transizione preparata e condivisa: la crescente complessità del contesto normativo richiede competenze specializzate e una capacità decisionale distribuita. Gli obiettivi per i prossimi anni sono ambiziosi: consolidare la nostra posizione di riferimento sul mercato ticinese, ampliare la gamma di servizi in outsourcing e rafforzare le relazioni con i clienti con un approccio sempre più personalizzato e proattivo». Il ricambio generazionale è spesso considerato una sfida per le imprese. Nel vostro caso, quali benefici vi aspettate da questa nuova organizzazione e in che modo pensate possa rafforzare il rapporto con i clienti e la capacità di innovare? «Il ricambio generazionale, se gestito con lungimiranza, non è una sfida bensì un’opportunità. In Fidinam


FINANZA / FIDINAM SA

“Le criticità più frequenti riguardano tre aree: la pressione fiscale e la complessità normativa, la difficoltà di trovare e trattenere personale qualificato, la gestione dei flussi di cassa in un contesto economico incerto”. SA lo abbiamo vissuto portando nuove energie e competenze digitali senza rinunciare all’esperienza e ai valori che ci contraddistinguono da oltre sessant’anni: la continuità con chi ci ha preceduto alla guida dell’unità resta un punto fermo. I benefici sono già concreti: una maggiore capacità di intercettare le esigenze emergenti delle imprese, un approccio più agile e tecnologicamente orientato, una visione che coniuga tradizione e innovazione. Crediamo che questo mix generazionale rafforzi la fiducia dei clienti, che trovano in noi un partner capace di accompagnarli sia nelle sfide consolidate sia nelle nuove frontiere del business». Sempre più aziende, soprattutto piccole e medie imprese, scelgono di affidare all’esterno attività come contabilità, amministrazione del personale e payroll. Quali sono le motivazioni che spingono verso l’outsourcing e quali vantaggi concreti riscontrano oggi i vostri clienti? «Le motivazioni sono molteplici. La prima è la complessità crescente delle normative fiscali, contabili e del lavoro, che rende indispensabile affidarsi a specialisti aggiornati. La seconda è la necessità di concentrare le risorse interne sul core business. I vantaggi che i clienti riscontrano sono la riduzione dei costi fissi legati al personale interno, l’accesso a competenze specialistiche di alto livello, la garanzia di

conformità normativa e la flessibilità di un servizio su misura. In Fidinam SA offriamo un modello integrato che comprende contabilità, gestione delle risorse umane, payroll e molto altro, diventando un vero partner strategico per le imprese del territorio. In questo contesto, l’intelligenza artificiale sta già cambiando le regole del gioco: gli strumenti applicati alla riconciliazione contabile e alla gestione documentale ci permettono di essere più rapidi e precisi. Chi saprà integrare l’AI nei processi fiduciari avrà un vantaggio competitivo decisivo: è una sfida che stiamo già raccogliendo». La digitalizzazione sta trasformando profondamente la gestione delle risorse umane e delle paghe. A che punto sono le PMI ticinesi in questo percorso e quali sono, secondo la vostra esperienza, le principali opportunità ma anche le difficoltà ancora da superare? «La digitalizzazione della contabilità, delle risorse umane e della gestione paghe è un processo in piena evoluzione, e il Ticino non fa eccezione. Le PMI ticinesi mostrano un interesse crescente, ma il percorso di adozione rimane disomogeneo: alcune realtà sono già avanzate, altre muovono i primi passi. Le opportunità sono enormi: automazione dei processi ripetitivi, riduzione degli errori, accesso in tempo reale ai dati e

analisi predittive. La vera svolta, a nostro avviso, sarà portata dall’intelligenza artificiale, che permetterà di automatizzare anche attività complesse come la verifica degli oneri sociali o la gestione delle imposte alla fonte su più cantoni. Le difficoltà riguardano il costo iniziale, la resistenza al cambiamento e la formazione del personale. Il nostro ruolo è guidare i clienti in questa transizione, con soluzioni digitali accessibili e un supporto che renda il cambiamento graduale e sostenibile». Fidinam SA offre un’ampia gamma di servizi alle imprese. Quale è, secondo la vostra esperienza, il servizio oggi più apprezzato dai clienti e perché? «Il servizio che registra la maggiore crescita è l’outsourcing del payroll. La gestione salariale nel tempo è diventata sempre più complessa: oneri sociali, imposta alla fonte su più cantoni, permessi di lavoro, contratti collettivi. Ogni elemento richiede competenze specifiche e aggiornamento continuo, e un errore può comportare sanzioni e danni reputazionali. C’è poi una questione di rischio spesso sottovalutata: un ufficio paghe interno dipende da poche persone, e basta un’assenza prolungata per creare blocchi operativi seri. Con l’outsourcing il cliente trasferisce questo rischio a una struttura organizzata e ridondante. Non è un caso che alcuni clienti ci abbiano contattati proprio dopo aver perso improvvisamente la persona responsabile del payroll interno. In Fidinam SA operiamo con un team di oltre 40 professionisti specializzati e relazioni dirette con funzionari cantonali e federali, casse di compensazione e ispettorati del lavoro: un network che ci consente di risolvere situazioni complesse con rapidità». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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FINANZA / FIDINAM SA

Quali sono le criticità che le PMI ticinesi vi segnalano con maggiore frequenza e in che modo la consulenza può trasformarsi in un fattore di crescita? «Le criticità più frequenti riguardano tre aree: la pressione fiscale e la complessità normativa, la difficoltà di trovare e trattenere personale qualificato, la gestione dei flussi di cassa in un contesto economico incerto. A queste si aggiunge la pianificazione strategica, spesso trascurata nelle piccole realtà dove l’operatività quotidiana assorbe tutte le energie. È proprio in questi ambiti che la consulenza può trasformarsi in un reale fattore di crescita: non limitandosi a rispondere ai problemi contingenti, ma anticipandoli. Anche in questo l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità concreta a supporto delle nostre attività, e la stiamo già integrando nel

nostro approccio consulenziale. Puntiamo su una relazione di lungo periodo, costruendo con i clienti un rapporto di fiducia che permetta di individuare insieme le leve su cui agire per sostenere crescita e stabilità». Guardando al futuro, come immaginate l’evoluzione di Fidinam SA nei prossimi anni? Quali saranno le priorità strategiche del nuovo direttivo per continuare a essere un punto di riferimento per il tessuto imprenditoriale ticinese? «Il futuro di Fidinam SA si costruisce su tre pilastri: innovazione, qualità e prossimità al cliente. La nostra priorità è consolidare e ampliare la gamma di servizi in outsourcing, investendo nelle tecnologie che ci permettono di offrire soluzioni sempre più efficienti e integrate. L’intelligen-

za artificiale rappresenta forse la sfida più importante del settore: avrà un impatto profondo su contabilità, gestione paghe e consulenza aziendale, mentre le competenze umane si concentreranno sempre più sull’interpretazione, sulla strategia e sulla relazione con il cliente. Questa trasformazione non ci spaventa: la vediamo come un’opportunità per chi saprà integrarla in modo consapevole e responsabile. Vogliamo inoltre rafforzare la presenza sul territorio ticinese, che è il cuore della nostra identità, e al contempo aprirci alle opportunità del mercato svizzero e internazionale, grazie alla rete di relazioni costruita in oltre sessant’anni di attività. Siamo convinti che Fidinam SA, con la sua storia e il suo rinnovato dinamismo, abbia tutti gli strumenti per continuare a essere il punto di riferimento per le imprese del Ticino.

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L’essenza del luogo Nel cuore della Valle d’Itria, A++ Group ha sviluppato Mo’ un nuovo concetto di Luxury Experience, trasformando due complessi di trulli storici in un progetto di ospitalità contemporanea. Il concept nasce dalla capacità del Gruppo di valorizzare patrimoni immobiliari d’eccellenza, integrando architettura, interior design, costruzione e hospitality management, e dal confronto tra memoria, architettura bioclimatica e nuovi modelli dell’abitare.

C Da sinistra: Paolo e Carlo Colombo, A++ Group

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ome nasce, all’interno della visione di A++ Group, il progetto Mo’ Trullo’s Luxury Experience? «Mo’ nasce all’interno di un percorso di ricerca sviluppato da A++ Group e, innanzitutto, dall’ascolto del luogo. La Valle d’Itria possiede un’identità architettonica e paesaggistica molto forte, che non consente interventi indifferenti o puramente decorativi. Il nostro obiettivo era recuperare due nuclei storici senza trasformarli in una rappresentazione nostalgica della Puglia. Abbiamo lavorato sulla possi-

bilità di conservare la memoria dei trulli, rendendoli però compatibili con una concezione contemporanea dell’abitare e dell’ospitalità». Qual è stato, dunque, il principio che ha orientato l’intervento? «La ricerca di un equilibrio tra ciò che era necessario preservare e ciò che poteva essere reinterpretato. Il progetto non tenta di imitare il passato, ma ne riconosce il valore costruttivo e culturale. Abbiamo mantenuto la matericità, le proporzioni e il rapporto con il terreno, introducendo nuovi


ARCHITETTURA / A++ GROUP

spazi e nuovi servizi attraverso un linguaggio essenziale. L’architettura contemporanea, in questo caso, non deve imporsi sull’esistente, ma renderne più leggibili le qualità». Il trullo è una struttura fortemente caratterizzata. In che modo può rispondere alle esigenze dell’ospitalità di alto livello? «Il trullo è una costruzione molto più sofisticata di quanto possa apparire. Possiede qualità bioclimatiche naturali, legate allo spessore delle murature, all’inerzia termica e alla ventilazione. Il nostro lavoro è consistito nel valorizzare queste caratteristiche, integrandole con le esigenze contemporanee di comfort senza alterarne la natura. Il livello dell’ospitalità non è determinato dalla quantità di elementi aggiunti, ma dalla qualità dello spazio, dalla precisione dei dettagli e dalla capacità dell’architettura di generare benessere». Il progetto adotta un approccio bioclimatico rigoroso. Come si traduce concretamente nel progetto? «Si traduce nel ridurre il più possibile la dipendenza da sistemi artificiali, utilizzando in modo consapevole orientamento, ombreggiamento, ventilazione naturale e comportamento termico dei materiali. Il clima mediterraneo non deve essere contrastato, ma compreso. L’architettura tradizionale pugliese offre già molte risposte efficaci: il progetto contemporaneo deve saperle riconoscere, aggiornandole quando necessario senza sostituirle indiscriminatamente con la tecnologia. È una sostenibilità concreta, non dichiarativa, che riduce l’impatto ambientale e pone l’uomo e il suo benessere al centro del progetto». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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ARCHITETTURA / A++ GROUP

una golf car privata consente di muoversi liberamente tra le due residenze, trasformando l’intera tenuta in un’estensione naturale delle ville».

Un ruolo centrale sembra essere affidato alla luce… «La luce è uno dei materiali fondamentali dell’architettura. Nei trulli entra in modo controllato, incontra superfici irregolari, pietra e calce, modificando la percezione degli ambienti durante la giornata. Non volevamo una luce uniforme, ma una luce capace di costruire profondità, pause e sequenze. Anche gli spazi esterni sono stati progettati secondo questa logica, attraverso zone d’ombra, aperture sul paesaggio e passaggi graduali tra interno ed esterno». Quale criterio ha guidato la scelta dei materiali? «Abbiamo privilegiato materiali naturali e coerenti con il contesto, evitando soluzioni che potessero apparire estranee al luogo. La pietra di Trani, le superfici calcaree, il legno e le finiture materiche contribuiscono a definire un linguaggio sobrio. Non ci interessava una ricostruzione folcloristica, ma una continuità percettiva con il paesaggio. Il materiale deve invecchiare bene, reagire alla luce e mantenere nel tempo una propria autenticità. La

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longevità del progetto nasce proprio da questa capacità di durare, sottraendosi alle tendenze e costruendo una bellezza senza tempo». Le due residenze possono ospitare complessivamente fino a 25 persone. Come siete riusciti a conciliare elevati livelli di comfort e una forte dimensione di privacy? «La proprietà si estende all’interno di un parco privato di 6 ettari, un contesto naturale esclusivo pensato per offrire massimo comfort e riservatezza. Il Trullo delle Dame e il Trullo dei Pumi possono essere vissuti come un’unica dimora privata oppure come due residenze indipendenti, senza alcun compromesso sull’esclusività e garantendo in ogni caso assoluta privacy. Ogni trullo dispone infatti di propri spazi esterni riservati: piscina privata riscaldata, area gym, living e cucina en plein air, ambienti dedicati alla vita all’aperto perfettamente integrati nel paesaggio e pensati per assicurare, in ogni momento, la piena riservatezza reciproca. Quando l’intera proprietà viene riservata in esclusiva, gli ospiti possono vivere il parco nella sua totalità:

Quale idea di lusso esprime dunque Mo’? «Un lusso non esibito, legato alla possibilità di disporre del proprio tempo e del proprio spazio. Oggi il vero privilegio è poter abitare un luogo senza interferenze, stabilendo con esso una relazione autentica. Il comfort rimane naturalmente essenziale, ma non deve trasformarsi in ostentazione. È la qualità complessiva dell’esperienza a definire il lusso: il silenzio, la luce, la privacy, il paesaggio, il servizio e la cura con cui ogni elemento è stato pensato». Il progetto comprende anche Mo’ Agricola, la componente legata alla cucina e alla produzione agricola. Che valore assume all’interno dell’esperienza? «Mo’ Agricola non è un elemento accessorio, ma parte integrante del


ARCHITETTURA / A++ GROUP

rapporto tra ospitalità e territorio. Attraverso la produzione di olio e la coltivazione di ortaggi tipici e stagionali, crea un legame concreto con la terra e con i suoi ritmi. I prodotti entrano nella cucina e nell’esperienza quotidiana degli ospiti, valorizzando la stagionalità, la provenienza degli ingredienti e i sapori del luogo. Anche questo contribuisce a rendere il soggiorno più autentico e profondamente radicato nel paesaggio culturale della Valle d’Itria». Mo’ è entrato a far parte della collezione Mandarin Oriental Exceptional Homes. Che cosa rappresenta questo riconoscimento? «Rappresenta la conferma della validità di un progetto che unisce identità architettonica e qualità dell’ospitalità. L’appartenenza a una collezione internazionale di questo livello richiede standard molto elevati, ma soprattutto una precisa coerenza tra spazio, servizio ed esperienza. È significativo che una realtà profondamente legata

alla Valle d’Itria possa inserirsi in un contesto internazionale senza perdere la propria specificità». Mo’ può essere considerato un modello replicabile?

«Sì, ma attraverso una visione, non una formula. Mo’ nasce all’interno del sistema integrato di A++ Group per valorizzare patrimoni immobiliari d’eccellenza, unendo architettura, interior design, costruzione e hospitality management. La Valle d’Itria rappresenta la prima espressione di un concept destinato a svilupparsi in luoghi differenti, mantenendo una stessa idea di ospitalità e di lusso discreto. Questo percorso è già in evoluzione, con nuovi progetti che prenderanno presto forma in Toscana, nel vicino lago di Como, in altre località della penisola, in lugohi magici della svizzera e perché no in location internazionali di fascino. Non replichiamo un’architettura o un linguaggio estetico, ma un insieme di valori: autenticità, privacy, servizio impeccabile e un profondo legame con il luogo. Ogni proprietà interpreta il proprio territorio con carattere e sensibilità, mantenendo lo stesso livello di eccellenza e offrendo un’esperienza immediatamente riconoscibile». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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ARCHITETTURA / WETAG LUXURY REAL ESTATE

Uniti nei valori, flessibili nelle differenze Dalla valorizzazione delle persone al dialogo quotidiano tra le sedi di Lugano e Ascona: Wetag ha costruito il proprio modello organizzativo sulla condivisione delle competenze e sul lavoro di squadra. Una filosofia che punta su trasparenza, formazione e responsabilità individuale, lasciando al tempo stesso alle due sedi la flessibilità necessaria per interpretare mercati e clientele differenti. Ce ne parlano Philipp Peter e Iradj Alexander David, Owners e Co-Ceo di Wetag. stro know-how e l’esperienza accumulata negli anni. La mia filosofia o quella di chi guida un’azienda non dovrebbe necessariamente essere quella di determinarsi come il più bravo in tutto: deve piuttosto saper scegliere persone che, nei rispettivi ambiti, possano essere persino più competenti di lui, lasciando loro lo spazio per esprimersi e crescere».

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etag dedica particolare attenzione alle proprie risorse interne. Quali principi guidano la scelta e la crescita dei collaboratori? P.P.: «Il primo elemento che cerchiamo nelle persone è lo spirito di squadra. Nel nostro settore si tende molto a valorizzare la figura del singolo venditore e i risultati individuali. Noi abbiamo scelto una strada diversa. Prevediamo una remunerazione composta da un salario fisso e un sistema di bonus che viene condiviso all’interno del team per ogni singola

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vendita. Infatti, una compravendita non è mai soltanto il risultato di chi accompagna il cliente a visitare una proprietà o conclude la trattativa. Dietro ci sono l’assistente che gestisce una richiesta, chi risponde al telefono, il marketing che assicura visibilità all’immobile, chi realizza fotografie, video e testi. Ogni passaggio della catena contribuisce al risultato finale. Accanto allo spirito di squadra cerchiamo trasparenza, nei rapporti tra colleghi così come in quelli con venditori e acquirenti. E siamo noi per primi a praticarla, mettendo a disposizione dei collaboratori tutto il no-

Uno dei momenti più significativi di questa filosofia sono i vostri viaggi di team building. Come sono organizzati e che cosa rappresentano? I.A.D.: «Quando le condizioni del mercato lo consentono, organizziamo un viaggio di quattro giorni al quale partecipa l’intero team Wetag, oggi composto da 17 persone. Scegliamo destinazioni che permettano innanzitutto di uscire dalla dimensione professionale quotidiana e creare un clima più rilassato. Negli anni siamo stati, per esempio, in Sardegna, a Mykonos, Ibiza e da ultimo a Bodrum. Il programma è comunque piuttosto intenso e alterna attività, esperienze condivise, momenti di confronto e occasioni più infor-


ARCHITETTURA / WETAG LUXURY REAL ESTATE

mali. Lo scopo è permettere alle persone di conoscersi meglio al di fuori dell’ufficio e rafforzare relazioni che poi si riflettono positivamente sul lavoro. È inoltre un’occasione importante per riunire i collaboratori di Lugano e Ascona, che appartengono alla stessa azienda ma non hanno la possibilità di incontrarsi quotidianamente. C’è infine anche un aspetto di riconoscenza da parte nostra, in quanto il nostro team lavora con grande disponibilità e spesso senza guardare rigidamente agli orari o i fine settimana. Ritrovarsi tutti insieme per scoprire una destinazione nuova è inoltre un piacere e un modo per riconoscere questo impegno, non soltanto attraverso una gratificazione economica». Al di là del team building, come affrontate la formazione e l’aggiornamento professionale? P.P.: «Una parte importante della formazione avviene internamente e quasi quotidianamente. Condividiamo negoziazioni, esperienze, problemi e informazioni: il confronto su casi reali diventa così uno strumento continuo di crescita professionale. A questo si aggiungono le opportunità offerte dalle quattro affiliazioni internazionali di cui facciamo parte, che organizzano meeting periodici a li-

vello europeo e mondiale. Scegliamo di volta in volta chi coinvolgere in funzione dei temi trattati. Se, per esempio, si parla di marketing, nuove tecnologie o applicazioni digitali, partecipano i collaboratori maggiormente interessati a quelle aree; lo stesso avviene quando gli incontri sono più orientati alla vendita. Il valore di queste esperienze è soprattutto il confronto. I nostri collaboratori possono misurarsi con professionisti e società di primo piano a livello internazionale. Crediamo che il modo migliore per far crescere le competenze di ogni singolo, sia condividere le esperienze: l’esperienza di una persona deve poter diventare patrimonio di tutto il team». Wetag opera attraverso due sedi, Lugano e Ascona. Quali sono le caratteristiche di queste due realtà? I.A.D.: «Entrambe sono profondamente radicate nei rispettivi territori. Il Ticino presenta una particolarità molto evidente: il Monte Ceneri separa due aree geograficamente vicine, ma caratterizzate da dinamiche e profili di clientela in parte differenti. Dal punto di vista organizzativo, amministrativo e dei valori aziendali, Lugano e Ascona seguono esattamente gli stessi criteri. Allo stesso tempo, la distanza geografica e soprattutto le caratteristiche differenti dei mercati rendono necessaria una certa autonomia operativa. L’aspetto fondamentale è quindi mantenere una comunicazione costante».

Anche le clientele di Lugano e Ascona presentano profili differenti? P.P.: «Sì, e questo rappresenta uno degli aspetti più interessanti. Lugano intercetta maggiormente una clientela interessata alla relocation e alla prima residenza. Ascona e il Locarnese hanno invece una componente più marcata legata alla seconda residenza e alla dimensione leisure. Di conseguenza, le campagne di marketing vengono costruite tenendo conto della provenienza geografica, della lingua, dell’età e delle caratteristiche del pubblico che intendiamo raggiungere. Avere competenze interne ci consente anche di reagire rapidamente ai cambiamenti. Il mercato immobiliare internazionale è influenzato da fattori economici, sociali e geopolitici e bisogna saper leggere tempestivamente i segnali e intervenire velocemente con campagne mirate». Qual è allora il principale valore aggiunto che nasce dall’integrazione tra Lugano e Ascona? P.P.: «La possibilità di essere contemporaneamente molto radicati sul territorio e capaci di offrire una visione complessiva del mercato ticinese. Nell’immobiliare di fascia alta la presenza locale è fondamentale: il cliente vuole risposte rapide, interlocutori che conoscano realmente il territorio e professionisti ai quali potersi rivolgere direttamente. Il nostro obiettivo è offrire un servizio realmente su misura, sia al proprietario che affida a noi un immobile sia a chi sta cercando una proprietà. Potremmo sintetizzare il nostro modello in questo modo: uniti nei valori e nel metodo, flessibili nell’interpretare territori, mercati e esigenze personali differenti». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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ARCHITETTURA / MG IMMOBILIARE

Trent’anni di fiducia, una visione internazionale 01

giato rapporti personali e duraturi, offrendo una consulenza immobiliare trasparente e attenta alle reali esigenze del cliente. Impegnandoci nella continua formazione professionale oltre che tecnologica, ricordo sempre ai miei collaboratori una frase di mio suocero: “la preparazione è la chiave del successo”. Siamo stati attenti ai cambiamenti geopolitici ed emozionali dei clienti, pronti a ricercare nuove fonti di ispirazione. Anche oggi, in un mercato profondamente cambiato, fiducia, e qualità del servizio restano i nostri punti di riferimento irrinunciabili».

Giovanni Mastroddi traccia un bilancio molto positivo dell’esperienza maturata nel corso di trent’anni alla guida di MG Immobiliare. E guarda con fiducia al futuro con la consapevolezza che l’azienda si fonda su solide basi ed è al tempo stesso aperta all’innovazione e all’apporto di nuove forze giovani e preparate.

M

G Immobiliare ha festeggiato trent’anni: quali valori hanno guidato la crescita della società e restano ancora oggi irrinunciabili? «In trent’anni di attività abbiamo costruito MG Immobiliare su valori molto concreti: serietà, competenza, riservatezza, successo e profonda conoscenza del territorio ticinese. Abbiamo sempre privile-

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01 Gianluca e Giovanni Mastroddi: due generazioni di MG Immobiliare | BARNES Lugano 02 Il team MG Immobiliare | BARNES Lugano. Da sinistra: Nicole Parlatano, Giorgia Gallo, Giovanni Mastroddi, Maria Antonietta Mastroddi, Gianluca Mastroddi e Michel Montalbetti.


La serata celebrativa per il trentennale di MG Immobiliare al Ristorante Moncucchetto, con Bentley Lugano, co-sponsor dell’evento.

La famiglia Mastroddi in occasione delle celebrazioni per i 30 anni di MG Immobiliare. Da sinistra: Giacomo, Giovanni, Maria Antonietta e Gianluca Mastroddi.

Dr. Guido Borsa, Avv.ssa Simonetta Perucchi Borsa e Ariella Del Rocino

Marco Varini e Maria Antonietta Mastroddi

Melissa e Daniele Finzi Pasca

Fabio Soldati e Alina

Paolo Cornaro e Sandro Montorfani

Antonietta Castelnuovo ed Erika Fiolkova, in rappresentanza di OMEGA e Bentley Lugano, co-sponsor dell’evento. TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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ARCHITETTURA / MG IMMOBILIARE

Quali esperienze raccontano meglio il percorso professionale e umano compiuto dall’azienda? «Le esperienze più significative sono legate alle “persone”, alle numerose famiglie che abbiamo accompagnato nel tempo, talvolta seguendo genitori e figli in momenti diversi della loro vita. È affascinante come oggi, molti clienti si rivolgono a mio figlio per vendere l’immobile che avevo venduto ai genitori molti anni fa. Ricordo operazioni articolate e ricche di emozioni vere, non solo legate alle proprietà di pregio, ville sul lago e attici importanti. Mantengo vivi tanti ricordi per l’impegno e le soddisfazioni nel promuovere i progetti residenziali, nei quali è stato necessario conciliare aspettative, riservatezza e competenze negoziali e fiducia professionale. Qui abbiamo fuso con piacere i rapporti professionali e di stima spaziando dai rapporti con i promotori, gli operai, il capo cantiere, gli artigiani, gli ingegneri ed architetti e ovviamente il Cliente con le sue aspettative. Ogni vendita conclusa ha rafforzato la nostra esperienza, ma soprattutto il valore umano del nostro lavoro. Non sono frasi scontate, ma abbiamo sempre creduto e lavorato sulla “referenza attiva” sia quella del cliente che del professionista con il quale abbiamo collaborato. Abbiamo avuto oltre 300 ospiti durante la nostra doppia festa dei 30 anni, tra gara di golf e cena ad invito, tra questi clienti storici, amici clienti, professionisti di ogni settore merceologico e partner professionali, che hanno condiviso con noi questi primi 30 anni di MG Immobiliare, con entusiasmo, successo e affetto ricambiato». In un mercato più complesso e internazionale, come è cambiato il vostro modo di presentare gli immobili e seguire i clienti?

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«Quando abbiamo iniziato, la promozione immobiliare si basava soprattutto sulla conoscenza del territorio, sul passaparola e su una solida rete di relazioni. Oggi ogni proprietà richiede un posizionamento preciso, immagini e video professionali, storytelling, campagne digitali e una diffusione internazionale mirata. Abbiamo evoluto strumenti e linguaggi senza perdere il contatto diretto con il cliente: ascolto, discrezione e capacità negoziale restano il cuore del nostro lavoro. La tecnologia amplia la visibilità, ma è l’esperienza maturata in trent’anni a trasformarla in risultati concreti. Mi piace ricordare che per MG Immobiliare il rapporto di fiducia con i Clienti è la cosa piu’ importante, da sempre lavoriamo per migliorare costantemente e per essere all’altezza delle aspettative dei Clienti attuali e futuri». Quali opportunità apre la collaborazione con BARNES International Realty per MG Immobiliare e per le proprietà ticinesi? «L’acquisizione del brand BARNES International Realty per MG Lugano rappresenta uno dei passaggi professionali più importanti della nostra storia. Ci permette di unire trent’anni di esperienza nel mercato immobiliare ticinese a una rete internazionale autorevole e altamente qualificata. Le proprietà di Lugano possono così raggiungere una clientela globale selezionata, beneficiando di maggiore visibilità e nuove sinergie. Siamo giornalmente in contatto con i colleghi di 150 agenzie sparse nel mondo, con i quali scambiamo contatti, visioni e condividiamo nuovi Clienti. È un’evoluzione naturale, futuristicamente avvincente e costruita su solide competenze locali».

Che significato ha l’ingresso di suo figlio Gianluca e come state costruendo il passaggio generazionale? «L’ingresso di Gianluca rappresenta la continuità di una storia familiare e anche l’inizio di una nuova fase. Il passaggio generazionale viene costruito gradualmente, attraverso la condivisione dell’esperienza maturata e l’apertura a nuovi linguaggi, strumenti evoluti e performanti che agevolano le modalità operative. Il suo contributo, avviene insieme a quello di una squadra rinnovata e composta da collaboratori giovani con esperienze qualificate, che condividono i nostri valori e portano nuova energia, una visione contemporanea dell’azienda, lavorando con responsabilità e con uno sguardo nuovo verso il futuro. Un passaggio che ci rende orgogliosi per la continuità». Dopo il trentennale, con quali obiettivi e quale visione affrontate la nuova fase di sviluppo? «Affrontiamo questa nuova fase con entusiasmo, con innovazioni e migliorandoci sempre, il trentennale non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase di crescita. La piacevole novità è che entro fine 2026 inaugureremo un nuovo ufficio disposto su due piani sempre in via Pessina, con vetrine nel cuore di Lugano, in una delle vie più prestigiose della città. La nuova sede esprimerà il posizionamento di MG Immobiliare | BARNES Lugano: esperienza locale, visione internazionale, innovazione e consulenza di alto livello. Vogliamo consolidarci come un riferimento sempre più autorevole per il mercato immobiliare ticinese. Crediamo nel lavoro e nei giovani per valorizzare al meglio il nostro bellissimo territorio».


ARCHITETTURA / SIT IMMOBILIARE

Al primo posto la fiducia come valore mercato è profondamente cambiato: oggi è più veloce, digitale e competitivo. Quello che mi rende maggiormente orgogliosa, però, non sono tanto i numeri o le compravendite concluse, quanto il fatto che persone incontrate molti anni fa continuino a cercarci e a riporre fiducia in noi. Ci sono clienti che magari avevano preso in affitto un appartamento vent’anni fa e oggi tornano per acquistare, vendere o realizzare un piccolo progetto immobiliare. Questa continuità, insieme al gruppo di persone che lavora dietro l’azienda, rappresenta il nostro patrimonio più importante. Festeggiare significa quindi guardare avanti, continuando a investire nelle persone, nell’innovazione e nella qualità del servizio».

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uest’anno SIT Immobiliare celebra vent’anni di attività. Cosa rappresenta questo traguardo? «Vent’anni non li considero un punto d’arrivo, ma una responsabilità. Il

Qual è oggi il ruolo e il valore aggiunto della qualifica professionale di fiduciario immobiliare? «Le persone non ci affidano semplicemente una casa: spesso ci affidano una parte importante del patrimonio costruito durante una vita. È una re-

Sabina Gatto, CEO di SIT Immobiliare, racconta vent’anni di attività guardando soprattutto al futuro: dalla centralità del rapporto con il cliente alla necessità di integrare competenze diverse, fino all’intelligenza artificiale, destinata a rendere il lavoro più efficiente senza sostituire il valore umano della consulenza. 116 TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

sponsabilità enorme. Oggi chiunque può pubblicare un annuncio su un portale o sui social, ma il nostro lavoro comincia proprio dove finisce l’annuncio. Dobbiamo conoscere il cliente, capire davvero che cosa cerca, quali sono le sue esigenze e persino le ragioni che lo spingono a cambiare casa. Allo stesso tempo dobbiamo conoscere in profondità l’immobile, il condominio, i regolamenti, i verbali assembleari, le eventuali criticità e tutti gli elementi che possono incidere su una decisione. Il cliente è molto più informato di un tempo e chiede risposte precise. Il nostro compito è accompagnarlo con competenza e trasparenza, aiutandolo anche a interpretare informazioni che talvolta possono apparire più preoccupanti di quanto siano realmente. La fiducia nasce soprattutto da questo rapporto». Nell’ambito delle celebrazioni avete organizzato anche un talk con professionisti di diversi settori. Quale messaggio volete trasmettere? «Credo molto nella condivisione delle competenze. L’immobiliare non vive isolato: dialoga con il mondo finanziario, fiscale, legale, assicurativo, con l’architettura, il design, la comunicazione e sempre più anche con la tecnologia. Il talk vuole raccontare proprio questo. SIT è cresciuta anche grazie alle persone e ai professionisti con cui ha collaborato negli anni, alle conoscenze acquisite e persino alle difficoltà affrontate


ARCHITETTURA / SIT IMMOBILIARE

insieme. Il mio sogno sarebbe arrivare a un modello nel quale specializzazioni diverse possano lavorare sotto uno stesso grande cappello, mantenendo ciascuna la propria autonomia e competenza ma condividendo valori e attenzione al cliente. In altre realtà internazionali questo avviene già. Per chi compra o vende significherebbe poter trovare, in modo rapido e coordinato, competenze immobiliari, finanziarie, fiscali e legali. Credo che il futuro vada sempre più in questa direzione». Molti proprietari affidano lo stesso immobile a più agenzie pensando di aumentare le possibilità di vendita. Perché crede invece nell’incarico in esclusiva? «Perché vendere una casa oggi non significa semplicemente metterla online: significa costruire un progetto. Quando lo stesso immobile viene affidato contemporaneamente a numerose agenzie, spesso nessuno è realmente incentivato a investirvi risorse importanti. Possono comparire prezzi differenti, metrature non coincidenti, fotografie e descrizioni diverse: agli occhi di un potenziale acquirente tutto questo genera confusione e rischia di svalutare la proprietà. Con l’esclusiva, invece, possiamo definire una strategia, investire nella comunicazione e lavorare seriamente sul corretto posizionamento del prezzo. Anche questo è fondamentale: chiedere una cifra non sostenuta dal mercato può bloccare una vendita per mesi. Il nostro lavoro non è “spingere” un immobile, ma valorizzarlo e tutelarne il valore». Quanto contano oggi marketing, social media e capacità di scegliere i canali più adatti? «Sono diventati parte integrante del nostro lavoro. Ogni piattaforma par-

la a pubblici differenti: Instagram non è LinkedIn, YouTube non è TikTok. Non basta quindi essere presenti, bisogna sapere a chi ci si rivolge e costruire linguaggi e contenuti coerenti. Un immobile non viene più presentato soltanto attraverso le sue stanze e i suoi metri quadrati: bisogna raccontarne il contesto, lo stile di vita che può offrire e il pubblico a cui realmente si rivolge. In questi anni SIT è diventata molto riconoscibile anche attraverso i social, e quando qualcuno ci dice di averci conosciuto seguendo ciò che raccontiamo significa che il lavoro fatto ha prodotto fiducia ancora prima dell’incontro personale. Dietro una comunicazione apparentemente semplice ci sono però strategia, professionalità e investimenti continui».

processi molto più veloci. Ma tutto questo resterà uno strumento. Il vero valore continuerà a essere umano. Nessuna intelligenza artificiale può leggere fino in fondo le emozioni di una famiglia che vende la casa in cui ha vissuto trent’anni, interpretare il non verbale durante una visita o costruire fiducia in una trattativa delicata. Dovremo essere capaci di utilizzare meglio i dati e, proprio grazie alla tecnologia, recuperare più tempo per le relazioni. Credo che il futuro della nostra professione non consista semplicemente nel vendere più immobili, ma nel costruire relazioni migliori. La tecnologia farà sempre più lavoro ripetitivo; alle persone resterà ciò che conta davvero: ascoltare, comprendere, consigliare e meritarsi la fiducia».

Anche l’intelligenza artificiale entrerà sempre più nel vostro lavoro. Quale sarà il suo ruolo? «Stiamo sviluppando un nuovo sito e introducendo una piattaforma gestionale evoluta, con strumenti basati sull’intelligenza artificiale. Ma per me il punto fondamentale è uno: non vogliamo utilizzare l’AI per sostituire le persone, bensì per restituire tempo alle persone. Se un sistema può occuparsi più rapidamente di attività ripetitive, amministrative, della preparazione di documenti o dell’organizzazione delle informazioni, il consulente può dedicare quel tempo al cliente. Ed è questo che mi interessa. La tecnologia deve consentirci di ascoltare di più, comprendere meglio le esigenze e costruire relazioni più profonde».

www.sitimmobiliare.ch

Come immagina, allora, il mediatore immobiliare del futuro? «Sarà certamente più tecnologico, avrà a disposizione dati più precisi, strumenti di intelligenza artificiale e TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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ARCHITETTURA / FILIPPINI & PARTNER INGEGNERIA SA

Gestire un territorio in continua trasformazione 01

L’Ing. Raffaele Filippini presenta uno studio di ingegneria civile con sede a Biasca e succursali a Lugano Airolo e Bellinzona, che vanta competenze specifiche nella progettazione e nella realizzazione di opere di sopra e sottostruttura.

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a Filippini & Partner nasce nel 1972 e oggi è una realtà consolidata dell’ingegneria civile ticinese. Quali sono stati i passaggi decisivi della sua crescita e come siete riusciti a conservare la vostra indipendenza? «Il primo passaggio decisivo è stato il concorso per il viadotto autostradale “Ruina”, vinto dai giovanissimi Balmelli e Filippini nel 1978, che hanno saputo confermarsi negli anni ’80 e ’90 con tante opere di pregio in Ticino. Gli anni 2000 sono caratterizzati dal progetto AlpTransit, con F&P capofila del consorzio di progettisti CIPM per il Nodo di Camorino, dimostrando capacità di gestire grandi progetti multidisciplinari. Parallelamente allo sviluppo legato ai progetti, centrale è stato il passaggio generazionale iniziato nel 2007. Per riuscire a conservare l’indipendenza è indispensabile restare coin-

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volti operativamente come proprietà; questo richiede tanto lavoro, sostegno e sacrifici anche della famiglia. Una crescita finanziata con mezzi propri, validi collaboratori e rapporti collegiali con altri studi sono stati pure fattori per noi determinanti». Lei è cresciuto accanto allo Studio, seguendo suo padre Augusto sui cantieri fin da bambino. Quali insegnamenti di quell’esperienza considera ancora oggi fondamentali nel suo modo di fare impresa e di essere ingegnere? «A livello umano e personale penso di aver colto il suo rispetto per le persone, alla base del nostro modo di fare impresa. A livello professionale la chiarezza dei processi, per i quali mio padre spesso ricordava che “prima è necessario concepire e progettare, solo dopo calcolare”. Attualmente, infatti, con le nuove tecnolo02

01 Ph: © Mazzantini & Associati SA 02 Ph: © Giacomo Poretti 03 Ph: © FFS SA 04 Ph: © Filippini & Partner Ingegneria SA 05 Ph: © Filippini & Partner Ingegneria SA 06 Ph: © USTRA 07 Ph: © Filippini & Partner Ingegneria SA


ARCHITETTURA / FILIPPINI & PARTNER INGEGNERIA SA

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minante mantenere sin dall’inizio una forte motivazione e disporre del sostegno discreto dei fondatori. Tutto questo mi ha permesso di vivere con entusiasmo il percorso. Un momento difficile è stata la perdita di mio padre, presidente della società. Dopo alcune settimane, la mia reazione è stata forte e, grazie all’aiuto di professionisti a me vicini, sono riuscito a chiarire cosa fare, ma soprattutto perché». Negli ultimi 5 anni la vostra azienda è passata da 20 a 35 collaboratori. Quali sono state le principali sfide di questa crescita e quali valori hanno guidato il vostro sviluppo? gie (seppur utilissime) notiamo un approccio capovolto, molto distante dall’essere ingegneri, dove serve l’ingegno, che viene dalle persone». Dopo gli studi al Politecnico di Zurigo e le prime esperienze professionali, è entrato nello Studio assumendo via via maggiori responsabilità. Come ha vissuto questo percorso fino a diventarne proprietario e presidente? «Entrare in un’azienda di famiglia significa dimostrare di meritarlo. È stato quindi importante farlo solo dopo 04

aver acquisito un bagaglio di esperienze. Gli anni trascorsi a Zurigo, in particolare con Prof. Kovári, mi hanno dato conoscenze in campi che lo Studio ancora non curava, guadagnando così la fiducia dei collaboratori. L’assunzione progressiva di responsabilità è avvenuta parallelamente alla ripresa della direzione e della proprietà. Per riuscire è stato necessario avviare il processo – molto impegnativo – con anni di anticipo, avvalersi del supporto di consulenti capaci, come pure condividere con chiarezza obiettivi e rapporti tra le parti. Personalmente è stato deter-

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«Se fino a massimo 15 persone uno studio di ingegneria può essere condotto da un unico responsabile, oltre serve strutturarsi. La sfida da un lato è stata arrivarci, perché un’organizzazione integrata si finanzia solo da una certa cifra d’affari e perché da tempo è molto difficile trovare personale tecnico. Impegnativo per tutti è stato poi adattarsi ai cambiamenti. Personalmente, seguendo anche un percorso di coaTICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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ARCHITETTURA / FILIPPINI & PARTNER INGEGNERIA SA

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ching, ho dovuto considerare processi di delega e prendere in conto una maggiore distanza dai collaboratori, che parallelamente hanno assunto indipendenza e responsabilità. Questo ha portato ad una crescita non solo nei numeri, ma di tutti. Lo sviluppo è stato guidato dai nostri valori, ossia una cultura del lavoro fondata su rigore, serietà, qualità, rispetto e collegialità». Quali sono i progetti che meglio rappresentano la storia e l’identità della Filippini & Partner? «Il Nodo di Camorino, la Galleria Mte Olimpino 2, la Stazione di Lugano, il Ponte Tibetano Carasc, gli impianti funiviari, il Potenziamento autostradale Lugano-Mendrisio (PoLuMe) e molte altre opere rappresentano tappe per noi fondamentali. Un’opera che ha un grande significato personale è il Secondo tubo della Galleria autostradale del San Gottardo. Il Gottardo non è solo un luogo simbolo e un’infrastruttura strategica, ma per me ha anche un valore affettivo. La nostra famiglia è originaria di Airolo e quelle montagne rappresentano le radici. Poter contribuire a quest’opera di importanza nazionale e complessità elevata è motivo di orgoglio, ma anche di profonda responsabilità». Oggi siete impegnati in opere infrastrutturali di grande rilevanza. Quali sono i progetti più sfidanti attualmente in corso e quali difficoltà richiedono maggiore impegno? «I nostri maggiori progetti attualmente in corso sono la Stazione di Lugano, il S. Gottardo e PoLuMe. Altrettanto sfidante, seppur di dimensioni minori, è la sottostazione elettrica di Swissgrid a Robiei. Il denominatore comune dei primi tre progetti è la loro dimensione, che im-

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pone una visione multidisciplinare, come pure la gestione di gruppi di progettazione molto numerosi e processi complessi. Robiei invece è una sfida prettamente tecnica. Rinnovare una sottostazione a 2000 msm, mantenendo il più possibile l’esercizio con 220 kV, è una missione ad “alta tensione”, che ci sta entusiasmando». Quale ruolo può avere oggi l’ingegneria nello sviluppo del Canton Ticino e come immagina il contributo della Filippini & Partner alle sfide future della mobilità, dell’ambiente e del territorio? «Buona parte del patrimonio infrastrutturale del Ticino è stato costruito tra gli anni ‘60 e ’80 e giunge ora a termine del suo primo ciclo di vita. Mantenerne la funzionalità richiederà un grande sforzo ingegneristico, oltre a quanto sarà necessario per finalizzare le nuove opere da tempo auspicate per lo sviluppo del Ticino. A livello di mobilità diversi progetti attendono infatti di essere realizzati:

la Rete Tram Treno del Luganese, PoLuMe, il collegamento autostradale Bellinzona – Locarno, il completamento di AlpTransit, ecc. Per quel che concerne l’ambiente e il territorio, il riutilizzo di materiali da demolizione, le energie rinnovabili, i pericoli naturali, ma anche una pianificazione più attenta, richiederanno a loro volta prestazioni ingegneristiche di qualità. La politica dovrà ulteriormente chinarsi su questi aspetti, non solo a livello di finanziamento, ma anche di risorse umane, che al momento per fare tutto non ci sono. F&P è e sarà presente con entusiasmo, competenze multidisciplinari e capacità di adattamento, per cogliere sfide e opportunità straordinarie, in un mondo che sta vedendo cambiamenti epocali ad una velocità sempre maggiore. Determinante sarà mantenere saldi i nostri valori».


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LUSSO / HARRY WINSTON

Il tempo come espressione di stile Dalla forma iconica del diamante taglio smeraldo all’energia creativa della New York più autentica, la collezione Emerald di Harry Winston si arricchisce di due nuovi segnatempo Graffiti, dove alta orologeria, gioielleria e design contemporaneo si incontrano in una raffinata espressione di stile. Le novità sono disponibili presso la boutique Tourbillon di Lugano di via Nassa 3.

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i sono Maison che raccontano il tempo attraverso la precisione meccanica e altre che lo interpretano come un’esperienza estetica. Harry Winston appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Da quasi un secolo il nome del celebre gioielliere americano è sinonimo di pietre straordinarie, eleganza asso-

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luta e creazioni destinate a superare le mode, capaci di coniugare l’eccellenza dell’alta gioielleria con una visione sempre contemporanea del lusso. Da questa eredità nasce la collezione Emerald, presentata nel 2016 e ormai considerata uno dei grandi classici contemporanei dell’orologeria femminile della Maison. Il suo elemento distintivo è la raffinata cassa ottagonale, ispirata proprio alla geometria del diamante taglio smeraldo, una silhouette elegante che unisce equilibrio architettonico e delicatezza, diventando immediatamente riconoscibile al primo sguardo. Nel tempo la collezione si è evoluta mantenendo intatto il proprio carattere. Il modello da 18 millimetri, autentica icona della linea, esprime tutta la tradizione gioielliera di Harry Winston attraverso la cassa incastonata di diamanti e una ricercata essenzialità del quadrante. La ver-


LUSSO / HARRY WINSTON

sione da 33 millimetri propone invece proporzioni più generose e un’impronta maggiormente architettonica, valorizzata da superfici sfaccettate che amplificano il dinamismo della cassa. Oro bianco, oro rosa e, per il modello più piccolo, anche oro giallo, dialogano con quadranti satinati, madreperla e dettagli che impreziosiscono ogni

segnatempo senza mai eccedere. La vera novità di questa stagione è rappresentata dall’arrivo di due nuovi modelli Emerald Graffiti, che introducono nella collezione un linguaggio sorprendentemente fresco e creativo. L’ispirazione nasce dalla New York Collection, una linea che rende omaggio alla città nella quale Harry Winston costruì la propria leggenda. È questo spirito che la collezione Graffiti traduce in alta gioielleria e orologeria. Le iniziali HW, reinterpretate con un segno grafico libero e contemporaneo, diventano il filo conduttore di un’estetica audace ma sorprendentemente elegante, nella quale il linguaggio urbano viene nobilitato dalla maestria artigianale della Maison. Il primo dei due nuovi modelli interpreta questa filosofia con raffinata discrezione. Su un quadrante in madreperla laccata blu navy, le iniziali HW emergono in una luminosa tonalità blu, accompagnate da quattro acquamarine taglio brillante che conferiscono profondità e leggerezza alla composizione. Completa il segnatempo un

sofisticato cinturino double tour in pelle blu navy, che avvolge il polso con naturale eleganza. La seconda versione sceglie invece una strada più audace e giocosa. Il quadrante in madreperla bianca ospita un lettering HW rosa e giallo, racchiuso da elementi grafici blu e rosa che richiamano la forma del diamante taglio smeraldo. Tre diamanti taglio brillante scandiscono le ore principali, mentre il cinturino double tour in pelle verniciata rosa accentua il carattere vivace di un orologio pensato per chi considera il lusso anche una forma di espressione personale. La collezione Emerald Graffiti trae ispirazione dall’omonima collezione di alta gioielleria Harry Winston, nella quale diamanti e gemme di colore danno vita a pendenti, orecchini, bracciali e spille impreziositi dall’inconfondibile logo “HW”, firma distintiva della Maison.

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LUSSO / DAMIANI

Quando l’arte diventa gioiello opere d’arte. È proprio da questo dialogo che nasce Arte Maestra, la nuova collezione di Alta Gioielleria con cui Damiani rende omaggio ad alcuni dei più grandi artisti della storia. La collezione muove dall’idea che ogni creazione artistica sia il risultato di un’alchimia fatta di intuizione, cultura, sensibilità e abilità manuale. La stessa alchimia anima il lavoro dei maestri orafi della Maison, chiamati a trasformare metalli preziosi e gemme rare in creazioni che raccontano

Un affascinante evento tenutosi l’11 giugno sul lago di Como ha fatto da cornice alla presentazione di Arte Maestra, una straordinaria collezione di Alta Gioielleria che dialoga con i grandi capolavori della storia dell’arte. Nel corso della manifestazione Haute Jewels Geneva 2026 hanno invece trovato una degna vetrina le ultime interpretazioni delle iconiche collezioni Belle Époque e Margherita, espressioni di una tradizione orafa italiana che da oltre un secolo coniuga creatività, eleganza e savoir-faire.

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sistono opere d’arte capaci di attraversare i secoli continuando a emozionare lo sguardo. Esistono anche gioielli che, grazie alla forza della creatività e all’eccellenza artigianale, riescono a trasformarsi in autentiche

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emozioni prima ancora che bellezza. Il gioiello diventa così un linguaggio capace di interpretare la pittura, traducendone colori, movimento, luce e armonia in forme tridimensionali. Otto capolavori della storia dell’arte diven-

tano il punto di partenza di altrettante creazioni. Da Botticelli nasce Floréa, un trionfo floreale ispirato all’Allegoria della Primavera (Gallerie degli Uffizi, Firenze), dove smeraldi, diamanti, zaffiri e rubini ricreano l’incanto di un giardino in piena fioritura. Da Caravaggio prende vita Malìa, collier intenso e magnetico che rievoca la drammatica energia della Rotella con la testa di Medusa (Gallerie degli Uffizi, Firenze), attraverso sinuose forme ispirate ai serpenti e giochi di luce che richiamano il celebre chiaroscuro del maestro lombardo. L’universo impressionista di Claude Monet rivive in En-Plein-Air, dove le Ninfee (The Art Institute, Chicago). diventano una composizione di smeraldi, zaffiri e diamanti che evocano l’acqua, i riflessi e la continua trasformazione della luce. Il dinamismo della celeberrima Grande Onda di Kanagawa (The Metropolitan Museum of Art, New York) di Hokusai si traduce invece in Impetuosa, una creazione che sembra catturare l’istante in cui l’onda raggiunge il proprio culmine prima di infrangersi.


LUSSO / DAMIANI

Il percorso prosegue con Estasi, ispirata al celebre Bacio di Gustav Klimt (Österreichische Galerie Belvedere, Vienna), che interpreta in chiave contemporanea le geometrie decorative e l’inconfondibile luminosità dorata dell’artista viennese. Più intima e contemplativa è invece Impressioni d’Autunno, dedicata all’opera A leisurely Cat in Autumn del pittore coreano Jeong Seon, (Gansong Mu-

seum of Art & Cultural Heritage Foundation, Seul), dove foglie, colori caldi e armonie naturali evocano il silenzio della stagione autunnale. L’astrazione di Graue Form di Kandinsky (Bayerische Staatsemäldesammlungen, Monaco di Baviera), trova una raffinata interpretazione in Pentagramma, gioiello che trasforma linee e forme geometriche in una composizione dal ritmo quasi musi-

cale, mentre la vitalità cromatica dei Girasoli (Bayerische Staatsemäldesammlungen, Monaco di Baviera) di Vincent van Gogh ispira Radiosa, una creazione

che celebra la forza della luce e del colore attraverso una straordinaria esplosione di tonalità dorate. A Ginevra, la Maison ha presentato nuove interpretazioni di due delle sue collezioni più rappresentative. Belle Époque, ispirata, ispirata alla nascita del cinema e al susseguirsi dei fotogrammi, amplia il proprio universo creativo con la nuova croce Azzurra, caratterizzata dalle preziose tormaline Paraiba che richiamano le sfumature cristalline della Grotta Azzurra di Capri. La collezione si arricchisce inoltre di raffinati orologi gioiello che riprendono l’iconico motivo geometrico di cerchi e rettangoli, unendo design contemporaneo e tradizione orafa. Anche Margherita, una delle collezioni simbolo della Maison, evolve con nuove creazioni dedicate al fiore che rende omaggio alla Regina Margherita di Savoia. Protagonista delle novità è il luminoso zaffiro giallo, che illumina anelli, collane, orecchini e bracciali, mentre la linea Margherita Bloom propone composizioni floreali ancora più ricche di colore grazie all’accostamento di diamanti e gemme dai delicati toni naturali. La collezione comprende infine eleganti segnatempo gioiello che trasferiscono il motivo floreale anche nell’universo dell’orologeria. TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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Qualcosa di completamente diverso Contro i luoghi comuni della comunicazione

COMUNICARE CON I RINOCERONTI

Perché le PMI continuano a cercare la persona “unicorno”? Signed by Visiva – visiva.ch


Quando Marco Polo, di ritorno dall’Oriente, raccontò di aver visto da vicino il leggendario unicorno, fece una descrizione tutt’altro che incantata. La creatura che aveva osservato a Giava non aveva nulla dell’essere narrato nelle storie in Europa. Aveva la pelle spessa come quella di un bufalo, un corno nero e tozzo sul muso, la testa bassa, e abitudini tutt’altro che nobili. Lo descrisse per quello che era, un rinoceronte, e concluse che con la figura aggraziata della tradizione non c’entrava niente. L’unicorno, semplicemente, non esisteva. Esisteva un quadrupede reale, goffo e potente, che qualcuno a un certo punto aveva immaginato diverso da com’era. Vale la pena tenere a mente quella delusione (e cioè il fatto che la vita quotidiana è fatta di rinoceronti e non di unicorni) ogni volta che una PMI ticinese pubblica un annuncio per un responsabile marketing e comunicazione. Nella stessa riga compaiono, con disinvoltura, la richiesta di competenze nella strategia, nella scrittura, nella grafica, nel montaggio video, nella gestione dei social, nelle campagne a pagamento e nei rapporti con la stampa. “Tanto oggi c’è l’AI, no?” No. Perché si vuole continuare a sognare l’unicorno: una sola persona con i superpoteri che faccia bene sette cose che, nel mercato del lavoro reale, sono sette professioni separate, ciascuna con la propria curva di apprendimento e i propri strumenti. Il risultato lo conoscono tutti gli imprenditori che hanno provato la strada interna in cerca dell’unicorno: testi curati ma video girati col telefono, social presidiati ma posizionamento approssimativo, tanta operatività e poca strategia, proprio la strategia che era la ragione iniziale dell’assunzione. Il mercato si è accorto del problema e ha iniziato a muoversi nella direzione opposta. La tendenza più netta degli ultimi anni è la richiesta di competenze verticali: profili che fanno un mestiere solo, ma lo fanno per molti clienti e quindi lo fanno a un livello che una figura interna tuttofare non può raggiungere. Il professionista che il lunedì lavora per un’agenzia e il martedì segue un altro progetto non è un ripiego, è la forma con cui oggi si

accede alla profondità. Chi gira video tutti i giorni per dieci aziende diverse resta aggiornato sugli strumenti, sull’intelligenza artificiale applicata alla produzione, sui formati che funzionano. Chi gira video sei volte l’anno per una sola azienda, no. C’è poi una ragione di tempi e pianificazione. Una media impresa del Mendrisiotto ha bisogno di un videomaker forse sei giornate l’anno, di uno stratega una volta a stagione, di un copywriter in modo intenso per due mesi e poi molto meno, di chi gestisce la community ogni settimana ma per poche ore. Sono intensità diverse. Comprare tutto questo come tempo pieno di una persona sola significa pagare a stipendio fisso ciò che serve a singhiozzo, e ottenere la media di sette mestieri invece dell’eccellenza di ciascuno. La soluzione, a questo punto, ha una forma precisa: un’agenzia che tenga al proprio interno questa pluralità di specialisti. Non un fornitore che rivende il lavoro di una sola persona, ma una struttura dove convivono il videomaker, lo stratega, il copywriter, il grafico, chi gestisce i social, e molte alte professionalità che si occupano di web design, ottimizzazione SEO/ GEO, video motion, brand journalism, pr e advocacy. Dove ognuno si dedica al proprio mestiere ed è disponibile per l’azienda quando quella professionalità serve davvero. È la stessa profondità che il mercato cerca nei profili verticali, raccolta però sotto un unico interlocutore che ne coordina la regia. Il modello tecnico che la regge si chiama T-shaped: una base

di competenze trasversali condivisa dal gruppo, con picchi di specializzazione verticale su ogni singolo mestiere. Per la PMI cambia la qualità e anche il costo. Non assume l’unicornorinoceronte a stipendio fisso, accede a un’agenzia di specialisti e li attiva nella dose che le serve, solitamente pagando meno di quanto costerebbe quella singola persona a tempo pieno e ottenendo, al posto della media di sette mestieri, l’eccellenza di ciascuno. La prossima volta che state per scrivere “cercasi persona che sappia fare tutto”, ricordatevi di Marco Polo: si può inseguire l’unicorno per mezza Asia e trovare comunque un rinoceronte. Tanto vale partire cercando la creatura che esiste davvero.


AZIENDE / CONNECT26

Come il Ticino si prepara ad un futuro digitale?

Dalla crescita di una realtà nata sul territorio all’ingresso definitivo in un gruppo internazionale. La terza edizione di Connect, che ha riunito a Lugano quasi 200 professionisti e imprenditori, è stata l’occasione per riflettere sulle trasformazioni che stanno cambiando il mondo delle imprese e per annunciare una nuova fase di sviluppo per 4IT Solutions, oggi Var Group Suisse. 128 TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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uasi duecento partecipanti, una crescita del 40 per cento rispetto all’edizione precedente e una platea composta da imprenditori, manager, professionisti e rappresentanti delle istituzioni. Sono questi i numeri che hanno caratterizzato Connect26, la terza edizione della conferenza annuale organizzata da 4IT Solutions e ospitata a Lugano, appuntamento che negli an-


AZIENDE / CONNECT26

ni si è progressivamente affermato come momento di incontro e confronto per il settore dell’innovazione e delle tecnologie digitali in Ticino. L’edizione di quest’anno ha assunto un significato particolare. Oltre ad affrontare i temi più attuali della trasformazione digitale, dell’intelligenza artificiale, della sicurezza informatica e delle infrastrutture tecnologiche, l’evento è stato infatti l’occasione per annunciare ufficialmente il completamento del percorso che porta 4IT Solutions a operare sotto la denominazione di Var Group Suisse, consolidando l’alleanza strategica con uno dei principali gruppi europei attivi nel settore delle tecnologie digitali. Una trasformazione che rappresenta il punto di arrivo di un percorso iniziato nel novembre scorso e che segna una nuova fase nella storia di un’azienda nata nel 2008 a Gravesano per iniziativa di Sladjana Timotijevic e Mishel Borcic. In quasi vent’anni di attività, la società ha accompagnato numerose imprese ticinesi nell’evoluzione delle proprie infrastrutture informatiche, costruendo una reputazione fondata sulla vicinanza al cliente e sulla conoscenza diretta delle esigenze del tessuto economico locale. Oggi questa esperienza entra definitivamente a far parte di una dimensione internazionale. L’integrazione in Var Group consente infatti

di combinare la presenza territoriale sviluppata in Ticino con una rete globale di competenze, centri di ricerca e investimenti. Per le aziende clienti questo significa poter accedere a un’offerta più ampia di servizi, mantenendo al contempo la prossimità e la relazione diretta che hanno caratterizzato l’attività della società fin dalle origini. La trasformazione riflette una tendenza che interessa l’intero settore tecnologico. La crescente complessità dei sistemi digitali, l’affermazione dell’intelligenza artificiale, l’aumento delle minacce informatiche e la necessità di integrare infrastrutture, dati e processi richiedono infatti competenze sempre più specializzate. Per molte imprese non è più sufficiente disporre di un semplice fornitore tecnologico: occorre un partner capace di seguire l’intero percorso di trasformazione. È proprio in questa direzione che si colloca il nuovo posizionamento di Var Group Suisse. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la presenza nel mercato svizzero come provider end-toend, in grado cioè di accompagnare

aziende e istituzioni pubbliche lungo tutte le fasi dell’innovazione digitale, dalla progettazione delle infrastrutture fino alla sicurezza, dalla gestione dei dati alle applicazioni basate sull’intelligenza artificiale. Particolarmente significativo appare anche il ruolo attribuito al Ticino all’interno di questa strategia. L’ambizione espressa dai vertici del gruppo è infatti quella di sviluppare nel Cantone un polo di competenze capace di coniugare conoscenza del territorio e capacità di innovazione internazionale. Una prospettiva che conferma come la trasformazione digitale non sia soltanto una questione tecnologica, ma anche un processo che coinvolge competenze, cultura aziendale e sviluppo economico locale. Sul palco si sono alternati rappresentanti di importanti aziende del settore tecnologico, tra cui iSquared, Dell Technologies, Oracle, Microsoft e Sunrise, offrendo una panoramica sulle principali sfide che le organizzazioni si trovano oggi ad affrontare. Ad aprire i lavori è stato però un ospite proveniente da un ambito apparentemente distante da quello tecTICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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AZIENDE / CONNECT26

nologico: l’ex campione olimpico Yuri Chechi. Attraverso il racconto della propria esperienza sportiva, il “Signore degli Anelli” ha proposto una riflessione sulla resilienza, sulla capacità di affrontare il cambiamento e sull’importanza di acquisire continuamente nuove competenze. La giornata si è conclusa con una performance di arte digitale realizzata dall’artista Antonio Barbieri in collaborazione con Var Digital Art by Var Group. A distanza di tre edizioni, Connect conferma così la propria evoluzione da semplice appuntamento aziendale a momento di confronto sul futuro dell’economia digitale.

L’innovazione nasce dal coraggio di cambiare Dall’oro olimpico agli incontri con imprese e manager, Yuri Chechi continua a trasmettere un messaggio che va ben oltre lo sport: il cambiamento richiede competenze, determinazione e la capacità di restare fedeli alla propria identità. Quale affinità vede tra la preparazione di un atleta olimpico e quella di un’azienda chiamata oggi a innovare continuamente? «Esiste un legame molto forte. Nel corso della mia carriera ho dovuto innovare più volte il mio modo di allenarmi e di affrontare le competizioni. Innovare significa spesso cambiare, e il cambiamento richiede sempre nuove competenze. Se un atleta vuole migliorare le proprie prestazioni deve imparare qualcosa di nuovo, proprio come un’azienda che vuole affrontare mercati e tecno-

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logie in continua evoluzione. Ogni volta che ho modificato programmi, strategie o metodi di allenamento l’ho fatto perché avevo acquisito nuove conoscenze. Credo che anche nelle organizzazioni il vero motore della trasformazione siano le competenze. Spesso siamo portati a cercare giustificazioni quando non riusciamo a raggiungere un obiettivo. In realtà possediamo molte più risorse di quanto pensiamo. La differenza la fanno il coraggio e la volontà di mettersi in gioco». Che cosa le ha insegnato il rapporto con il pubblico e con le aziende? «Mi ha insegnato l’importanza dell’autenticità. È giusto adattarsi alle situazioni e ai contesti, ma non bisogna mai snaturarsi. Cambiare per migliorare è una cosa; cambiare per sembrare qualcun altro è un errore.


AZIENDE / CONNECT26

Quando collaboro con un’azienda, per me è fondamentale condividere valori e obiettivi. L’aspetto economico è importante, naturalmente, ma ciò che conta davvero è riconoscersi in un progetto comune. Le collaborazioni migliori nascono quando esiste una sintonia reale tra le persone e i principi che rappresentano». Quali sono le qualità umane indispensabili oggi per affermarsi nello sport e nella vita professionale? «Sicuramente resilienza, forza di volontà e determinazione. Esiste anche una componente di fortuna: sarebbe poco realistico negarlo. Tuttavia, la fortuna da sola non basta. La qualità più importante è la convinzione di poter raggiungere il proprio obiettivo. Molto spesso il limite non è nelle capacità, ma nella fiducia che abbiamo in noi stessi. Quando si sviluppa questa consapevolezza, si scoprono energie e risorse che non si immaginava di possedere». Quali insegnamenti della sua esperienza sportiva continuano a guidarla ancora oggi? «Lo sport mi ha insegnato che non si smette mai di imparare. Viviamo in un mondo che cambia rapidamente e che richiede un aggiornamento continuo. Oggi opero anche nel settore del turismo e della promozione del territorio e mi rendo conto ogni giorno di quanto sia importante acquisire nuove competenze. L’esperienza insegna anche a diffidare delle scorciatoie: il successo può far credere che tutto sia semplice, ma la realtà è diversa. Dietro ogni risultato esistono sempre lavoro, preparazione e capacità di met-

tersi continuamente in discussione. Quando ero ragazzo volevo diventare un ginnasta. Per riuscirci ho dovuto imparare come si diventa ginnasti. È una lezione che vale ancora oggi: se vogliamo raggiungere un obiettivo, dobbiamo prima essere disposti a imparare ciò che serve per ottenerlo». Si parla spesso di crescita e trasformazione. Quanto è importante mantenere identità e valori solidi mentre si affrontano nuovi scenari internazionali?

«È essenziale. Innovare non significa rinunciare alla propria identità. Al contrario, credo che per affrontare il cambiamento servano radici solide e valori chiari. Le competenze permettono di evolvere, ma sono i valori a dare una direzione a quella crescita. Solo mantenendo questo equilibrio si possono affrontare con successo le sfide del futuro, nello sport come nel mondo delle imprese».

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AZIENDE / GRUPPO MULTI SA

Relocation in Ticino: stabilità, sicurezza e qualità della vita attraverso un’assistenza professionale La fiscalità resta un fattore importante, ma oggi chi sceglie di trasferirsi in Svizzera e in Ticino guarda soprattutto alla qualità complessiva del contesto: stabilità politica ed economica, sicurezza, servizi, formazione e sanità. Alessandro Nebuloni, Partner di Gruppo Multi SA, racconta come è cambiato il fenomeno della relocation e perché un trasferimento internazionale richiede una pianificazione professionale e integrata.

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egli ultimi anni la Svizzera, e in particolare il Ticino, attirano un numero crescente di persone interessate a trasferirvi la propria residenza. Quali sono oggi le principali ragioni di questa scelta? «Il nostro Paese beneficia di condizioni quadro estremamente favorevoli, che assumono ancora maggiore valore nell’attuale contesto di turbolenze geopolitiche, conflitti e incertezza economica. Chi cerca stabilità

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politica, monetaria ed economica trova qui sicurezza, un sistema sanitario e formativo di alto livello e, più in generale, una qualità della vita che da decenni colloca il Paese ai vertici internazionali. A tutto questo si aggiungono la neutralità e una posizione geografica strategica, nel cuore dell’Europa e lungo l’asse nord-sud. Per chi viaggia frequentemente, per lavoro o per ragioni personali, anche questo rappresenta un vantaggio importante. Sono elementi che rendono la Svizzera una destinazione sempre interessante pur in differenti fasi della vita». La fiscalità resta importante, ma sicurezza, stabilità e qualità della vita sembrano pesare sempre di più. È così?

«Certamente. La fiscalità rimane un elemento favorevole rispetto a molti altri Paesi europei: regimi di favore quali la tassazione forfettaria delle persone fisiche, l’esenzione su capital gain, donazioni e successioni in linea diretta nonché aliquote fiscali attrattivesi combinano con stabilità, certezza del diritto e snellezza della burocrazia. Gli aspetti fiscali non sono però necessariamente il fattore determinante. Esistono giurisdizioni fiscalmente convenienti, ma che non offrono lo stesso insieme di stabilità, servizi e sicurezza. I clienti facoltosi che si rivolgono a noi sono spesso consapevoli di dover sostenere un determinato livello di imposizione, ma percepiscono anche il valore di ciò che ricevono in cambio: infrastrutture efficienti, sicurezza, sanità, for-


AZIENDE / GRUPPO MULTI SA

mazione, servizi pubblici e certezza delle regole. In sostanza, valutano positivamente il rapporto tra il costo e la qualità complessiva della vita». Qual è il profilo di chi oggi sceglie il Ticino? «Il nostro supporto è richiesto soprattutto da due categorie. La prima comprende imprenditori, ex imprenditori o dirigenti che, arrivati a una fase più matura della propria vita professionale, desiderano stabilirsi con il coniuge in un luogo tranquillo e sicuro, dove godere dei risultati del proprio lavoro. La seconda è costituita da famiglie più giovani, con genitori ancora pienamente attivi professionalmente e figli in età scolastica. In questo caso assumono un peso ancora maggiore la formazione, la sanità, la sicurezza e la qualità dell’ambiente nel quale crescere i figli. Spesso l’imprenditore continua ad avere aziende e interessi economici all’estero, mentre il Ticino diventa il centro della vita personale e familiare». Per le famiglie quanto incidono servizi, scuola e sanità? «Incidono moltissimo. Quando una famiglia valuta un trasferimento non guarda soltanto agli aspetti economici, ma a tutto ciò che determinerà la propria quotidianità negli anni successivi. La qualità delle scuole, l’affidabilità del sistema sanitario, la sicurezza e l’efficienza dei servizi diventano quindi elementi centrali». Trasferire la propria residenza comporta però valutazioni fiscali, amministrative, immobiliari e personali. Come accompagna Gruppo Multi il cliente in questo percorso? «Per noi la relocation è un progetto che coinvolge a 360 gradi la vita

personale e familiare. Non può quindi essere affrontata in maniera estemporanea. Occorre innanzitutto comprendere esigenze, patrimonio, interessi economici, situazione familiare e Paese di provenienza del cliente. Su questa base si analizzano gli aspetti fiscali e successori, le eventuali conseguenze legate all’uscita dal Paese di origine, la situazione migratoria e le esigenze abitative. Gruppo Multi ha il vantaggio di poter coprire internamente gran parte di queste necessità attraverso le proprie competenze fiduciarie, fiscali, immobiliari e di procedure di relocation. Possiamo accompagnare il cliente dalla pianificazione iniziale alla ricerca dell’abitazione, dalla preparazione dei permessi ai rapporti con gli uffici pubblici, fino alla gestione dei numerosi adempimenti conseguenti al trasferimento». Il vostro lavoro, quindi, non termina con l’arrivo del cliente in Ticino… «No, anzi. Dopo il trasferimento iniziano molte necessità concrete: annunci agli enti locali, pratiche relative al trasloco, dichiarazioni fiscali, conversione della patente, e numerosi altri aspetti della vita quotidiana. Quando si crea un rapporto di fiducia veniamo coinvolti anche per esigenze molto pratiche, compresa, per esempio, la gestione del personale di servizio». Quali sono dunque i vantaggi derivanti dall’affidarsi a una struttura realmente qualificata? «Si tratta di un’attività molto più complessa di quanto possa apparire; Gruppo Multi dispone di professionisti qualificati e vanta un’esperienza molto consolidata in questo ambito, che necessita anche del

coordinamento. Negli ultimi anni sono nate molte realtà che propongono servizi di relocation concentrandosi soprattutto sugli aspetti più immediatamente attrattivi del territorio: il paesaggio, la qualità della vita, le opportunità. Tutto questo è vero, ma non basta. Dietro un trasferimento internazionale esistono questioni fiscali, amministrative, migratorie e patrimoniali che devono essere analizzate con competenza e preventivamenteIl rischio, altrimenti, è creare aspettative alle quali possono seguire difficoltà o sorprese poco piacevoli. La relocation richiede competenza tecnica, esperienza e pianificazione. Gruppo Multi opera sul mercato ticinese da circa quarant’anni, è presente a Lugano, Bellinzona e Locarno e conta oggi circa 45 collaboratori. Questa struttura ci consente di affrontare il trasferimento non come un semplice servizio commerciale, ma come un percorso professionale articolato e completo». Quali sono le prospettive della relocation in Ticino e cosa potrebbe rafforzare ulteriormente l’attrattività del Cantone? «Le condizioni di partenza discusse sono eccellenti ed è prioritario preservarle e, potenzialmente, migliorarle ulteriormente. A mio avviso, il principale margine di crescita riguarda il marketing territoriale, cioè la capacità di far conoscere meglio il Ticino e le sue caratteristiche all’estero. È un’attività sulla quale, per esempio, la Città di Lugano si sta già muovendo. Il vero potenziale consiste nel raccontare meglio il territorio e, soprattutto, la solidità del sistema che sta dietro alla sua qualità della vita». www.gruppomulti.ch TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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AZIENDE / LIONS CLUB MONTECENERI

La responsabilità al primo posto

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uali sono oggi i valori e le competenze più importanti per preparare chi è chiamato a servire la comunità? «La formazione di un agente non si limita all’acquisizione di competenze tecniche e giuridiche. Oggi è fondamentale preparare donne e uomini capaci di interpretare il proprio ruolo con integrità, equilibrio e spirito di servizio. Viviamo in una società sempre più complessa, nella quale il poliziotto è chiamato non solo a far rispettare la legge, ma anche a dialogare, mediare, comprendere e sostenere le persone nei momenti di difficoltà. Per questo motivo, accanto alla preparazione professionale, assumono sempre maggiore importanza la capacità di comunicare, la gestione dei conflitti, l’intelligenza emotiva e l’adattabilità. Il nostro obiettivo è formare professionisti competenti, ma soprattutto persone affidabili, consapevoli della responsabilità che comporta indossare una divisa e rappresentare le istituzioni. La fiducia dei cittadini si conquista ogni giorno attraverso la competenza, il rispetto e l’esempio».

Christophe Cerinotti è il Presidente per il periodo 2026–27 del Lions Club Monteceneri. Lo abbiamo intervistato per conoscere la sua attività di responsabile della formazione degli agenti della Polizia cantonale e il suo impegno a favore dello sviluppo del suo Lions Club. 134 TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

Ripensando alla sua carriera, quali esperienze hanno segnato maggiormente il suo percorso e quali insegnamenti guidano ancora oggi il suo lavoro di formatore? «Le esperienze che più mi hanno segnato sono state quelle vissute sul terreno, a contatto diretto con la popolazione, nei momenti di diffi-


AZIENDE / LIONS CLUB MONTECENERI

coltà, di emergenza e talvolta di sofferenza. Sono situazioni che insegnano rapidamente quanto sia importante saper prendere decisioni, assumersi responsabilità e mantenere la lucidità anche sotto pressione. Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna di svolgere funzioni molto diverse tra loro, e ognuna mi ha lasciato insegnamenti preziosi. Ho imparato che la leadership richiede capacità di adattamento: nella gestione ordinaria è importante ascoltare, coinvolgere e valorizzare le competenze delle persone; nelle situazioni di urgenza o di pericolo, invece, occorre saper decidere rapidamente e indicare una direzione chiara. Questo principio guida ancora oggi il mio lavoro di formatore. Formare significa trasmettere conoscenze, ma anche accompagnare una crescita professionale e umana. Credo inoltre che non si smetta mai di imparare: la curiosità, l’umiltà e la disponibilità a mettersi in discussione sono qualità essenziali per chiunque voglia continuare a crescere». Da anni è attivo nel Lions Club Monteceneri. Che cosa rappresenta per lei il servizio lionistico e che cosa l’ha portata ad assumere la presidenza? «Il Lions Club rappresenta per me un’opportunità concreta di mettere a disposizione della comunità esperienza, competenze e tempo, insieme a persone che condividono valori di servizio, amicizia e solidarietà. Nel corso degli anni ho trovato nel Lions non soltanto un ambiente stimolante, ma anche un gruppo di persone provenienti da realtà professionali molto diverse, unite dalla volontà di contribuire al bene comune. Questa pluralità di esperienze costituisce una grande ricchezza e permette di affrontare le sfide del territorio con

sensibilità differenti e complementari. Ho accettato la presidenza con gratitudine e senso di responsabilità. È un incarico che considero prima di tutto un servizio al Club e ai suoi soci, ai quali desidero restituire quanto ho ricevuto in termini di amicizia, crescita personale e opportunità di impegno a favore della collettività». La sua nomina a Presidente è una testimonianza di stima e fiducia. Con quale spirito affronta questo incarico e quale impronta desidera dare al suo mandato? «Affronto questo incarico con entusiasmo, umiltà e grande rispetto per il lavoro svolto da chi mi ha preceduto. Credo molto nella forza del lavoro di squadra e nella capacità di valorizzare le competenze di ogni socio. Il motto che accompagnerà il mio anno di presidenza è: «Il Ticino che unisce. La nostra terra, il nostro impegno.» Una frase che riassume bene la mia visione. Viviamo in un Cantone ricco di competenze, associazioni, istituzioni e persone impegnate. Mi piacerebbe contribuire a creare occasioni di incontro, dialogo e collaborazione, favorendo ciò che unisce piuttosto che ciò che divide. Desidero inoltre promuovere un Lions Club capace di rafforzare il proprio ruolo nella comunità, senza mai perdere di vista i valori di amicizia, servizio e solidarietà che ne costituiscono l’essenza».

elementi distintivi del nostro Club. Dal recente sondaggio interno è emersa chiaramente la volontà di valorizzare maggiormente i momenti conviviali e le occasioni di incontro tra soci, un’indicazione che intendo considerare con particolare attenzione. Continueremo naturalmente a proporre conferenze e momenti di approfondimento su temi di attualità, che da sempre caratterizzano il Lions Club Monteceneri, ma senza perdere di vista l’importanza della dimensione associativa e delle relazioni umane che costituiscono il fondamento del nostro impegno. Al termine del mio mandato non ambisco a lasciare un segno personale, ma piuttosto a rafforzare un percorso collettivo. Se avremo contribuito a rendere il Club ancora più unito, partecipativo e vicino ai propri valori, dando concretezza al principio «Il Ticino che unisce. La nostra terra, il nostro impegno», considererò raggiunto il mio obiettivo».

Quali saranno le priorità del suo anno di presidenza e che cosa vorrebbe lasciare al Lions Club Monteceneri al termine di questa esperienza? «Le priorità saranno innanzitutto consolidare lo spirito di appartenenza e la partecipazione attiva dei soci, rafforzando ulteriormente i legami di amicizia che rappresentano uno degli TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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AZIENDE / DICK & FIGLI

Quando il design migliora il modo di vivere e di lavorare Nata oltre quarant’anni fa dall’intuizione dei fratelli Marcato, Lapalma è oggi un punto di riferimento internazionale nel design di arredi per ufficio e spazi contract. Ce ne parla Carol Walker, alla guida di Dick & Figli, storica azienda luganese specializzata nella vendita di arredi per l’ufficio e l’abitazione.

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a storia di Lapalma parte da un piccolo garage e arriva ai mercati internazionali. Qual è il segreto di questo percorso? «Tutto inizia nei primi anni Ottanta a Cadoneghe, in provincia di Padova, dove Dario e Romano Marcato cominciarono a costruire mobili a mano

in un garage. Prima ancora avevano maturato un’esperienza nella meccanica di precisione, un patrimonio di competenze che ha segnato il loro modo di lavorare. Da allora l’azienda non ha mai perso quello spirito fatto di concretezza, curiosità e voglia di migliorare continuamente. Oggi esportano in oltre ottanta Paesi nel mondo». Lapalma è conosciuta soprattutto per gli arredi destinati agli spazi di lavoro. Come è cambiato l’ufficio negli ultimi anni? «È cambiato profondamente. L’ufficio non è più soltanto un luogo dove lavorare, ma uno spazio di relazione, incontro e condivisione. Per questo vengono sviluppati sistemi, tavoli, sedute, divisori e complementi capaci di adattarsi a esigenze molto diverse, creando ambienti flessibili e accoglienti. Ogni prodotto nasce per favorire il benessere delle persone e accompagnare l’evoluzione dei nuovi modi di lavorare». Il design italiano è il tratto distintivo di questa azienda. Che cosa significa oggi progettare secondo questa filosofia?

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AZIENDE / DICK & FIGLI

«Il design non coincide mai con il semplice esercizio estetico. Significa cercare equilibrio tra forma, funzione e qualità costruttiva. Ciò vuol dire ispirarsi alla tradizione italiana del “bello e ben fatto”, curando ogni dettaglio, anche quello che normalmente rimane invisibile. La ricerca si orienta verso linee essenziali, destinate a durare nel tempo, evitando le mode passeggere e privilegiando oggetti che possano accompagnare la vita delle persone per molti anni». L’innovazione è un altro elemento che caratterizza Lapalma. Come si coniuga con la vostra tradizione artigianale? «La tecnologia è uno strumento, non un fine. L’azienda ha investito costantemente in macchinari e processi produttivi all’avanguardia, ma senza rinunciare al valore dell’esperienza artigianale. Molte lavorazioni, dall’assemblaggio ai controlli di qualità, vengono ancora eseguite manualmente, perché precisione industriale e sensibilità umana possono convivere e rafforzarsi a vicenda».

Parlare oggi di design significa inevitabilmente parlare anche di sostenibilità… «La sostenibilità non è una tendenza recente, ma un percorso iniziato molti anni fa. Significa scegliere materiali certificati, ridurre l’impatto ambientale dei processi produttivi, investire in energie rinnovabili e progettare prodotti destinati a durare nel tempo. Nella sede di Cadoneghe si utilizza energia solare e geotermica e sono controllate internamente tutte le fasi della produzione, perché la qualità passa anche attraverso la responsabilità verso l’ambiente e le persone».

concetto semplice: progettare per vivere meglio. Ogni sedia, tavolo o sistema nasce dall’idea che gli spazi influenzino il benessere di chi li abita. Per questo l’azienda continua a collaborare con designer internazionali, e investe nella ricerca pur mantenendo salde le proprie radici manifatturiere. L’obiettivo non è semplicemente realizzare mobili, ma contribuire a creare ambienti armoniosi, funzionali e capaci di migliorare la qualità della vita quotidiana».

In conclusione, qual è la filosofia che guida oggi Lapalma? «Può essere riassunta con un

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AZIENDE / FONDAZIONE AGIRE/CRION

Dal Ticino l’intelligenza digitale che porta le persone all’aria aperta Matteo Pellissone racconta la crescita di Crion, l’ecosistema digitale nato a Lugano che aiuta persone, aziende e territori a trasformare il desiderio di vivere l’outdoor in esperienze concrete. Oggi Crion collega oltre 1.500 professionisti verificati e più di 2.000 attività in nove Paesi e sta sviluppando con SUPSI una nuova componente di intelligenza artificiale per valorizzare il territorio.

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ilioni di persone vorrebbero trascorrere più tempo all’aria aperta, ma

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spesso l’intenzione non riesce a trasformarsi in azione. Bisogna scegliere l’attività, valutarne le difficoltà, trovare un professionista affidabile,

conoscere i costi e capire come raggiungere la destinazione. «Tutte queste variabili possono diventare un ostacolo», conferma Matteo Pellissone, cofondatore della società, cresciuto in Inghilterra e stabilmente a Lugano dal 2014, con una forte passione per il territorio che lo ha portato a diventare vicepresidente di AITI Up, con la quale aiuta quasi 60 startup ticinesi nel loro percorso di crescita. «Entrando in Crion si selezionano la località, la data e il tipo di attività desiderata. Sono disponibili oltre duemila esperienze in nove Paesi e in più di cento località, proposte da professionisti certificati e verificati. Si possono prenotare lezioni di sci e arrampicata, escursioni, tour in mountain bike, passeggiate a cavallo, canyoning, parapendio e molte altre attività. L’obiettivo è rendere semplice la ricerca, ma soprattutto aiutare l’utente a scegliere un’esperienza coerente con le proprie capacità e aspettative». Crion nasce come marketplace, ma il suo modello di sviluppo è sempre più B2B2C. Attraverso il Partner Hub, brand outdoor e destinazioni possono attivare le proprie comunità offrendo esperienze selezionate e prenotabili, integrate nei loro canali digitali. «Mettiamo a disposizione la nostra tecnologia e la rete di professionisti verificati per permettere ai partner di trasformare il coinvolgimento della community in attività


AZIENDE / FONDAZIONE AGIRE/CRION

reali sul territorio», precisa Pellissone. Tra le collaborazioni sviluppate da Crion figurano Helly Hansen, Smith Optics del gruppo Safilo ed Elan, storico marchio di sci. L’iscrizione alla piattaforma è gratuita, ma la pubblicazione delle attività è sottoposta a controlli precisi. «Ogni professionista deve presentare un certificato aggiornato e un’assicurazione di responsabilità civile», spiega. «Alle aziende e alle associazioni chiediamo anche la documentazione societaria. Ma, oltre alle qualifiche, la relazione personale conta molto. Per questo permettiamo all’utente di conoscere in anticipo il professionista attraverso il profilo, la biografia, l’esperienza e i suoi canali social. Vogliamo che possa scegliere non soltanto un’attività, ma anche la persona con la quale condividerla». A questo canale si aggiunge una proposta dedicata al welfare aziendale.Le imprese possono acquistare voucher da distribuire ai collaboratori, che li utilizzano su Crion per prenotare un’attività all’aperto. «È un modo per trasformare il welfare in un beneficio concreto», dichiara, «legato al benessere, al movimento e al rapporto con la natura. I datori di lavoro, in questo modo, diventano un vettore di impatto positivo sul territorio». Alla base di Crion si trova una lunga storia di amicizia e di passione per la montagna. Matteo Pellissone

e Carlo Gerbino si conoscono da quando avevano cinque anni e sciavano sulle piste di Limone Piemonte. Entrambi sono stati atleti, maestri e allenatori di sci, continuando poi a esplorare il mondo dell’outdoor dalla Patagonia alla Nuova Zelanda, dall’Alaska al Giappone. «Nel frattempo abbiamo seguito percorsi professionali differenti», ricorda Pellissone. «Io sono cresciuto nel mondo finanziario e di pianificiazione strategica in un gruppo multinazionale. Carlo Gerbino, che è ingegnere e segue la componente tecnologica di Crion, ha lavorato nella consulenza e successivamente in UBS». Durante i loro viaggi hanno continuato a osservare la distanza esistente tra le persone che vivono nelle città e i professionisti attivi nei territori montani. La pandemia ha reso questa frattura ancora più evidente: mentre cresceva il desiderio di stare all’aperto, molti professionisti della montagna non potevano lavorare. «Da questa contraddizione è nata l’idea di costruire un collegamento digitale tra domanda e offerta», conferma. Inizialmente Crion era un progetto sviluppato nelle ore serali e durante i fine settimana. L’incontro con il sistema regionale dell’innovazione ha contribuito a trasformarlo in una vera impresa. «Nel 2021 sono entrato in contatto con Barbara Pin, responsabile di Boldbrain Startup Challenge, che si è appassionata all’idea e mi ha convinto a partecipare al programma», racconta ancora Matteo. «Siamo arrivati in finale e quell’esperienza si è dimo-

strata decisiva. Boldbrain ci ha dato i primi strumenti per strutturare una startup, ma soprattutto la consapevolezza che il progetto potesse avere un impatto concreto. Un altro momento determinante è arrivato nel 2023, durante una presentazione pubblica. Dichiarai che non stavamo cercando capitali, ma contatti capaci di aiutarci a diffondere la nostra missione ma al termine dell’incontro due investitori ci proposero, insieme al proprio network, anche un sostegno finanziario». È nato così il primo round, che ha permesso ai fondatori di lasciare le precedenti occupazioni, dedicarsi completamente al progetto e trasformare la società in Crion SA. «Oggi siamo presenti in nove Paesi, lungo l’intero arco alpino, nei Pirenei e in Scandinavia», conferma Pellissone. Abbiamo più di millecinquecento professionisti verificati, oltre sessanta ambassador tra atleti, content creator e operatori locali. Alle collaborazioni con Helly Hansen si sono aggiunte quelle con Smith Optics del gruppo Safilo, Elan e il gruppo svizzero Nidecker. Crion ha inoltre ricevuto il sostegno della Fondazione Milano Cortina 2026, partecipato all’Impact Club di Impact Hub Ticino e sta avviando una collaborazione con Bellinzona e Valli Turismo per valutare l’applicazione della nostra tecnologia alla digitalizzazione dell’offerta locale». «Abbiamo vinto un Innovation Booster promosso da Innosuisse con un progetto dedicato al welfare aziendale e, nel 2026, ottenuto un assegno per l’innovazione da CHF 15.000 per realizzare con SUPSI uno studio di fattibilità sull’evoluzione della componente di intelligenza artificiale. Microsoft for Startups ci ha inoltre riconosciuto un finanziamento in crediti Azure e acTICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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AZIENDE / FONDAZIONE AGIRE/CRION

cesso al supporto tecnico necessario per accelerare lo sviluppo». Crion coinvolge inoltre studenti e neolaureati dell’Università della Svizzera italiana nelle attività di comunicazione e marketing.La valorizzazione del territorio costituisce uno degli aspetti più originali del progetto. «Esistono centinaia di professionisti che operano ogni giorno sul territorio, ma spesso non dispongono di strumenti digitali né dell’accesso ai grandi canali di comunicazione», dichiara Pellissone. «Promuovere una regione significa anche sostenere chi vi lavora, digitalizzare l’offerta e rendere accessibili esperienze che altrimenti resterebbero sconosciute». La prossima evoluzione di Crion sarà legata all’intelligenza artificiale e segnerà il passaggio a vero strumento di orientamento. «Il mar-

ketplace tradizionale si limita a mettere in contatto domanda e offerta, ma grazie all’intelligenza artificiale vogliamo invece aiutare direttamente l’utente a decidere». Per realizzare questa evoluzione, rafforzare i canali B2B e ampliare la distribuzione internazionale, Crion ha aperto un round seed da CHF 1,2 milioni. «Una prima parte dei capitali

è già stata raccolta e stiamo dialogando con nuovi investitori e partner strategici», conclude Pellissone. «Cerchiamo persone e organizzazioni che condividano la nostra visione: utilizzare tecnologia e intelligenza artificiale per aiutare più persone a stare meglio all’aria aperta, generando allo stesso tempo nuove opportunità per professionisti e territori».

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AZIENDE / EQUANS SWITZERLAND

Competenza, innovazione e vicinanza al territorio Flavio Ugazzi, Direttore della Svizzera italiana di Equans Switzerland, ha assunto la direzione complessiva delle attività del gruppo in Ticino. Con lui abbiamo parlato del nuovo modello organizzativo, della gestione integrata degli immobili, della transizione energetica e digitale e di una leadership fondata sulla fiducia e sulla valorizzazione delle persone.

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on l’ampliamento delle sue responsabilità assume la direzione complessiva delle attività di Equans Switzerland in Ticino. Che cosa cambia concretamente nell’organizzazione e nella presenza del gruppo sul territorio? «L’ampliamento delle responsabilità rappresenta soprattutto un rafforzamento dell’integrazione tra le diverse competenze presenti in Equans Switzerland. In Ticino disponiamo già di solide expertise nei settori della tecnica degli edifici, del facility management e del property management. Grazie a una maggiore integrazione tra le nostre competenze, i clienti potranno contare su decisioni

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più rapide, interlocutori più coordinati e una gestione più efficiente dei loro patrimoni immobiliari. In altre parole, il cliente beneficerà di una maggiore continuità e di una visione complessiva del proprio patrimonio immobiliare, con processi decisionali più semplici e una maggiore capacità di pianificare il futuro. Dal punto di vista della presenza sul territorio, il nostro impegno rimane quello di essere vicini ai clienti, comprendendo le specificità del mercato ticinese e garantendo tempi di risposta rapidi. La forza di un grande gruppo si unisce così alla capacità di operare con un approccio locale e orientato alle relazioni di lungo periodo. Il cambiamento non riguarda solo l’organizzazione, ma anche il modo di lavorare insieme. Il mio obiettivo è favorire una maggiore collaborazione tra le diverse realtà di Equans Switzerland presenti in Ticino, valorizzando le competenze esistenti e promuovendo una cultura basata sull’ascolto, sulla fiducia e sulla condivisione degli obiettivi».

Equans integra progettazione, realizzazione, gestione, manutenzione e amministrazione degli edifici. Perché oggi è così importante considerare un immobile lungo l’intero ciclo di vita? «Gli edifici sono diventati sistemi sempre più complessi, caratterizzati da elevati requisiti tecnologici, energetici e normativi. Concentrarsi solo sulla fase di costruzione non è più sufficiente. Oggi il vero valore si crea nella gestione dell’intero ciclo di vita dell’immobile, dalla progettazione fino all’esercizio quotidiano. Una visione integrata consente di ottimizzare i costi, migliorare le performance energetiche, prolungare la durata degli impianti e garantire una migliore esperienza per gli utenti degli edifici. Inoltre, permette di pianificare gli investimenti in modo più efficiente e sostenibile, riducendo rischi e costi imprevisti nel lungo termine».


AZIENDE / EQUANS SWITZERLAND

Quali vantaggi offre al cliente un unico interlocutore capace di coordinare competenze diverse, dalla tecnica degli edifici al facility management e alla digitalizzazione? «Per il cliente significa innanzitutto maggiore semplicità. Avere un unico interlocutore permette di coordinare in modo efficace tutte le attività, evitando frammentazioni e riducendo la complessità gestionale. Inoltre, la collaborazione tra specialisti provenienti da ambiti diversi consente di individuare soluzioni più innovative e performanti. La digitalizzazione, ad esempio, può essere integrata direttamente nella gestione tecnica e operativa degli edifici, generando dati utili per migliorare efficienza, comfort e sostenibilità. Il risultato è un servizio più coerente, una maggiore trasparenza e una migliore ottimizzazione delle risorse. Per questo intendo promuovere uno stile di leadership basato sull’ascolto, sulla collaborazione e sulla valorizzazione delle competenze. Credo che il ruolo di un responsabile sia creare le condizioni affinché le persone possano esprimere al meglio il proprio potenziale e contribuire agli obiettivi comuni. Un unico partner in grado di accompagnare il cliente lungo tutto il ciclo di vita dell’immobile». Quali sono, secondo la sua esperienza, le esigenze specifiche delle imprese, degli investitori e dei proprietari immobiliari ticinesi? «Il mercato ticinese è caratterizzato da una forte attenzione alla qualità del servizio, alla rapidità di intervento e alla capacità di costruire rapporti basati sulla fiducia. Imprese, investitori e proprietari cercano partner affidabili che sappiano coniugare competenza tecnica e conoscenza del contesto locale.

Un’altra esigenza crescente riguarda la valorizzazione del patrimonio immobiliare. Non si tratta più soltanto di mantenere gli edifici in esercizio, ma di aumentarne l’attrattività, l’efficienza energetica e la sostenibilità nel tempo. Questo richiede una gestione professionale e una visione strategica che tenga conto sia degli aspetti economici sia delle evoluzioni normative e tecnologiche. Il Ticino, come altre regioni, sta affrontando una trasformazione importante legata all’efficienza energetica e alla digitalizzazione degli edifici. Il nostro obiettivo è accompagnare clienti pubblici e privati in questo percorso, offrendo soluzioni concrete e sostenibili per i prossimi decenni». Efficienza energetica, sostenibilità e digitalizzazione stanno trasformando il patrimonio immobiliare. Quali sono oggi le richieste più frequenti e dove vede i maggiori margini di sviluppo? «Le richieste più frequenti riguardano la riduzione dei consumi energetici, l’ottimizzazione degli impianti tecnici e il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità. Sempre più clienti desiderano monitorare le prestazioni dei propri edifici e disporre di dati affidabili per prendere decisioni informate. Oltre agli aspetti ambientali, oggi l’efficienza energetica rappresenta anche una leva economica fondamentale. Ridurre i consumi significa aumentare la competitività delle aziende, contenere i costi operativi e valorizzare gli immobili nel lungo periodo. I maggiori margini di sviluppo si trovano nell’integrazione tra efficienza energetica e tecnologie digitali. Sistemi di monitoraggio avanzati, manutenzione predittiva, gestione intelligente degli impianti e utilizzo dei dati consentono di ottenere risultati significativi sia dal

punto di vista economico sia ambientale. In Ticino esiste ancora un importante potenziale di riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente, che rappresenta una grande opportunità per il futuro». Equans Switzerland conta circa 6.000 collaboratori e oltre 100 sedi, ma sottolinea l’importanza del radicamento regionale. Come si conciliano le dimensioni di un grande gruppo con una relazione diretta e locale con il cliente? «Credo che questa sia una delle principali forze di Equans Switzerland. Da un lato possiamo contare sulle competenze, sulle risorse e sulle capacità innovative di un grande gruppo internazionale; dall’altro operiamo attraverso strutture regionali che conoscono da vicino il mercato e i clienti. Le dimensioni di un grande gruppo rappresentano un vantaggio solo quando si mantengono rapporti umani autentici con il territorio. Per questo crediamo molto nella vicinanza ai clienti e in uno stile di gestione che privilegia il dialogo, l’ascolto e la TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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AZIENDE / EQUANS SWITZERLAND

comprensione delle esigenze locali. Per il cliente questo significa avere accesso a competenze specialistiche e soluzioni all’avanguardia, senza rinunciare alla vicinanza e alla flessibilità di un partner locale. Le decisioni e le relazioni continuano a svilupparsi sul territorio, mentre il gruppo garantisce solidità, capacità di investimento e una costante evoluzione delle competenze». Lei conosce profondamente il mercato ticinese e opera da molti anni nel facility e property management. Come influenzerà questa esperienza il nuovo modello organizzativo e quali obiettivi si pone per il futuro di Equans Switzerland in Ticino? «La mia esperienza nel facility e property management mi ha insegnato che i risultati migliori nasco-

no dall’ascolto delle persone e dalla capacità di costruire relazioni di fiducia nel tempo. Per questo intendo promuovere uno stile di leadership gentile, fondato sulla collaborazione, sulla valorizzazione delle competenze e sulla responsabilizzazione dei collaboratori. Credo in una leadership che unisce competenza, responsabilità e umanità. I risultati si costruiscono attraverso le persone: ascoltando, valorizzando i talenti e creando un clima di fiducia che permetta a tutti di contribuire al successo comune. È questo l’approccio con cui desidero guidare lo sviluppo di Equans Switzerland in Ticino. Guardando al futuro, vogliamo consolidare il nostro ruolo di partner di riferimento per la gestione e la valorizzazione degli immobili, accompagnando clienti pubblici e pri-

vati nella transizione energetica e nella trasformazione digitale. Ma soprattutto vogliamo continuare a costruire valore attraverso le persone, perché sono loro il vero motore dell’innovazione e del successo. Credo in una leadership che unisce competenza e umanità: i risultati si raggiungono attraverso le persone, creando fiducia, valorizzando i talenti e lavorando insieme verso obiettivi condivisi».

EQUANS SWITZERLAND AG Via Cantonale 43 CH-6802 Rivera www.equans.ch

Via Balestra 22b | CP 1557 | 6901 Lugano | Svizzera I nostri servizi: Brokeraggio assicurativo I Programmi internazionali I Gestione dei rischi Gestione dei sinistri I Gestione delle assenze Piermichele Bernardo Alessandro Paltenghi Stefano Ciampi Stefano Del Cò

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AZIENDE / STUDIO FIDUCIARIO PAGANI

Fiducia, competenza e visione momenti di sviluppo e nelle scelte più complesse della vita aziendale. Con l’ingresso di Giovanni Pagani nel 2009 e, successivamente, di Nicola Franchini nel 2013, le diverse competenze sono state progressivamente strutturate e organizzate nei tre pilastri della consulenza aziendale, finanziaria e immobiliare. Nel tempo, lo Studio Fiduciario Pagani è diventato la società di riferimento del Gruppo per la consulenza aziendale e fiscale. Oggi la sede storica di Lugano affianca oltre 130 realtà aziendali grazie a un team coeso e altamente qualificato. I servizi spaziano dalla contabilità alla fiscalità, dalla gestione delle paghe alla pianificazione finanziaria ed economica, fino al controllo di gestione, alle riorganizzazioni societarie e alle operazioni di M&A.

Fondato nel 2001 da Matteo Pagani, lo Studio Fiduciario Pagani SA celebra un anniversario importante: venticinque anni di crescita, relazioni e scelte condivise con imprese e famiglie. Un percorso nato dalla visione imprenditoriale di Enrico Pagani e sviluppato nel tempo fino a dare vita a una realtà integrata e multidisciplinare, capace di guardare al futuro senza perdere lo spirito delle origini.

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l 1° luglio 2001 Matteo Pagani fondava lo Studio Fiduciario Pagani SA, raccogliendo e sviluppando l’esperienza e le competenze consulenziali trasmesse dal padre Enrico, attivo già dagli anni Sessanta. Nasceva così un progetto fondato su un principio semplice, ma an-

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cora oggi essenziale: offrire a ogni cliente un servizio completo e personalizzato, costruito su un rapporto diretto di fiducia. Da allora sono trascorsi venticinque anni. Un quarto di secolo durante il quale lo Studio è cresciuto insieme ai propri clienti, affiancandoli nella gestione quotidiana, nei

Da studio fiduciario a gruppo integrato Oggi il Gruppo Pagani conta sette soci attivi, oltre cinquanta collaboratori e otto società che operano in stretta sinergia. Una crescita costruita passo dopo passo, che ha dato forma a un modello di consulenza tailor made a 360 gradi, capace di


AZIENDE / STUDIO FIDUCIARIO PAGANI

riunire competenze aziendali, fiscali, contabili, finanziarie e immobiliari. L’obiettivo è offrire a imprese e famiglie non una semplice somma di servizi, ma una visione d’insieme. Un interlocutore di fiducia in grado di comprendere esigenze diverse, coordinare gli specialisti del Gruppo e accompagnare il cliente dalla gestione ordinaria alle decisioni strategiche di crescita, dalla riorganizzazione aziendale al passaggio generazionale. In questa direzione si inserisce anche il ruolo del Family Advisor, pensato in particolare per le famiglie imprenditoriali. Una figura capace di mettere in relazione impresa, investimenti finanziari e patrimonio immobiliare, coordinando le competenze presenti all’interno del Gruppo e offrendo supporto sui temi della governance familiare e del coinvolgimento delle nuove generazioni. Il valore aggiunto consiste nella possibilità di affidarsi a un referente capace di mantenere una vi-

sione complessiva, senza rinunciare a un rapporto personale, diretto e riservato. In questo modo si favorisce un dialogo sempre più fluido e sinergico tra la consulenza fiscale e aziendale diretta da Nicola Franchini e le altre aree professionali del Gruppo Pagani: la consulenza finanziaria, guidata da Giovanni Pagani, e il comparto immobiliare, curato da Matteo Pagani. Radici ticinesi, visione nazionale e internazionale Dalle solide radici familiari ticinesi, il Gruppo Pagani ha progressivamente ampliato la propria presenza sviluppando una visione nazionale e internazionale. Oggi è presente a Lugano, Locarno, Bellinzona e Zugo, oltre che a Singapore e Taiwan, unendo la vicinanza al territorio alla capacità di operare in contesti e mercati diversi. Bellinzona rafforza la presenza nel Sopraceneri, mentre Zugo rappresenta un ponte strategico verso la Svizzera tedesca. Le sedi asiatiche di Singapore, costituita vent’anni fa, e Taiwan

accompagnano invece lo sviluppo di relazioni e opportunità sui mercati internazionali. Questa crescita non risponde soltanto a una logica dimensionale, ma alla volontà di essere più vicini ai clienti, ai loro progetti e alle loro opportunità, mantenendo in ogni contesto lo spirito ticinese e familiare che contraddistingue il Gruppo. Dopo venticinque anni, lo spirito resta quello delle origini: mettere al centro le persone e le imprese, investendo nella qualità, nelle competenze e nelle relazioni. La tecnologia, la digitalizzazione e la crescente complessità del mercato continueranno a trasformare il settore, ma la fiducia resterà il punto di partenza di ogni consulenza. Con competenza, discrezione e visione strategica, il Gruppo Pagani guarda così ai prossimi venticinque anni, pronto a continuare a crescere al fianco dei propri clienti e a costruire con loro soluzioni solide, personalizzate e durature. www.paganigroup.com

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AZIENDE / AB BARATELLA GIARDINI

Il tempo è il bene più prezioso. Anche in giardino

Alfredo Baratella

Florian Wandeler

La vera ricchezza non è più soltanto possedere uno spazio verde bello da vedere, ma poterlo vivere con serenità. Il bene più prezioso che abbiamo a disposizione non è il terreno, né la vegetazione: è il tempo. Le riflessioni di Alfredo Baratella, fondatore dal 1992 della Baratella Giardini.

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er molto tempo il valore di un giardino è stato misurato in metri quadrati, nella rarità delle essenze presenti o nella complessità delle sue realizzazioni. Prati perfettamente rasati, siepi geometriche, aiuole ricche di fioriture e alberi esotici rappresentavano l’ideale di un giardino prestigioso. Oggi, però, qualcosa è cambiato. Viviamo in un’epoca in cui le giornate sembrano sempre troppo cor-

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Hope Stroede e Federico Demolfetta

te. Impegni professionali, famiglia, viaggi e responsabilità lasciano poco spazio al riposo. In questo contesto il giardino dovrebbe rappresentare un luogo di equilibrio, non un ulteriore elenco di lavori da svolgere durante il fine settimana. È qui che entra in gioco la progettazione. Un buon progetto paesaggistico non nasce semplicemente per creare un ambiente piacevole, ma per migliorare la qualità della vita di chi lo abita. Ogni scelta dovrebbe essere guidata da una domanda molto semplice: Ph: © Igor Ponti


AZIENDE / AB BARATELLA GIARDINI

“come posso rendere questo spazio bello da vivere oggi e sostenibile negli anni?”. La risposta non consiste nel rinunciare alla qualità, bensì nel progettare con intelligenza. La selezione delle specie vegetali, ad esempio, incide enormemente sulla manutenzione futura. Piante adatte al clima e al terreno crescono in modo più equilibrato, richiedono meno irrigazione, meno interventi fitosanitari e potature meno frequenti. Al contrario, specie scelte esclusivamente per il loro impatto estetico possono trasformarsi nel tempo in una fonte continua di costi e problemi. Anche il prato merita una riflessione. Per molti rappresenta ancora il simbolo del giardino perfetto, ma mantenerlo sempre impeccabile richiede acqua, tempo e manutenzione costante. Oggi esistono soluzioni progettuali che consentono di ridurne la superficie senza perdere qualità paesaggistica, valorizzando arbusti, tappezzanti, alberature e materiali naturali capaci di conferire carattere e personalità agli spazi. La tecnologia offre inoltre strumenti che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Impianti di irrigazione intelligenti che dialogano

con le previsioni meteo, sensori di umidità, robot rasaerba, illuminazione automatizzata e sistemi di controllo remoto permettono di gestire il verde in modo efficiente, evitando sprechi e riducendo gli interventi manuali. Tuttavia, la tecnologia da sola non basta: funziona davvero solo quando è inserita all’interno di un progetto ben studiato. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda la crescita del giardino nel tempo. Molti spazi verdi vengono progettati pensando esclusivamente al giorno dell’inaugurazione. La vera qualità di un progetto, invece, si misura dopo cinque, dieci o vent’anni. Un albero avrà raggiunto la sua dimensione adulta, le chiome avranno modificato la luce, le radici avranno occupato nuovi spazi e le esigenze della famiglia potrebbero essere cambiate. Progettare significa anche immaginare questa evoluzione, anticiparla e trasformarla in un valore. Questa filosofia interessa sempre di più anche il mercato immobiliare di fascia alta. Un giardino ben concepito non rappresenta soltanto un elemento estetico, ma contribuisce alla percezione complessiva della proprietà. Valorizza l’architettura, aumenta il

comfort degli spazi esterni e rende l’immobile più attrattivo nel tempo. Non si tratta semplicemente di “fare verde”, ma di creare un’esperienza abitativa capace di distinguersi. Forse il cambiamento culturale più importante riguarda proprio il significato stesso del giardino. Non è più un luogo da mostrare soltanto nelle occasioni speciali, ma uno spazio da vivere ogni giorno: leggere un libro all’ombra di un albero, cenare all’aperto con gli amici, osservare il mutare delle stagioni, lasciare che i bambini giochino in sicurezza o concedersi qualche momento di silenzio dopo una giornata intensa. In questo senso, la manutenzione non è un nemico da eliminare. Prendersi cura del proprio giardino può essere un’attività piacevole e persino rigenerante. Il problema nasce quando la gestione diventa un obbligo costante, sottraendo tempo proprio a ciò che il giardino dovrebbe offrire: benessere, tranquillità e libertà. Un progetto paesaggistico di qualità non cerca quindi di eliminare il rapporto tra l’uomo e la natura, ma di renderlo più semplice, più sostenibile e più autentico. È la differenza tra lavorare per il giardino e lasciare che sia il giardino a lavorare per noi, offrendo ombra, comfort, biodiversità e bellezza con il minimo impatto possibile sulla nostra quotidianità. Perché, alla fine, un grande giardino non è quello che richiede più attenzioni. È quello che restituisce tempo. Tempo da dedicare alle persone che amiamo, al riposo, alla contemplazione e a tutto ciò che rende davvero preziosa una casa. BARATELLA GIARDINI SAGL Via Antonietti 9 CH-6900 Paradiso T. +41 78 882 45 94 www.giardini.ch TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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AZIENDE / STRP

Una grande opportunità per le PR Intervista a Tanja Hollenstein, neopresidente dell’Associazione Svizzera di Relazioni pubbliche (pr suisse). Imprenditrice della comunicazione e consulente strategica, è presidente della Riverside Strategy AG e controllore dell’omonimo gruppo con sede a Zurigo. Vanta un ventennio di esperienza dirigenziale in importanti agenzie di comunicazione e pr. L’abbiamo incontrata a margine dell’Assemblea di pr suisse svoltasi a Locarno lo scorso giugno. di Dimitri Loringett

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ll’ultima assemblea generale di pr suisse il suo predecessore Alberto Stival l’ha presentata come «la persona giusta, al posto giusto, al momento giusto». Qual è la sua visione per l’associazione nei prossimi anni? «Sono felice di rappresentare pr suisse e di mettere al suo servizio la mia lunga esperienza e l’entusiasmo per questa professione. Negli ultimi anni Alberto Stival, insieme al comitato e al nostro direttore Rico Löhrer, ha dato impulsi importanti allo sviluppo dell’associazione. Ora è il momento giusto per

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sfruttare sia le dinamiche interne sia i cambiamenti esterni e portare all’attenzione pubblica il valore delle PR per le organizzazioni. Mi sta a cuore anche che come associazione sappiamo garantire qualità e promuovere le nuove leve. pr suisse deve offrire ai propri membri confronto professionale, spunti rilevanti e una rete solida». PR e intelligenza artificiale sono un tema caldo, soprattutto sul piano etico. Qual è la sua posizione in merito? «Vedo l’IA come una grande opportunità per il nostro settore. Più il contesto diventa complesso nell’era dell’intelligenza artificiale, più contano l’interpretazione, la credibilità e la fiducia - e quindi la comunicazione. Una cosa è chiara: chi usa l’IA se ne assume la responsabilità. Servono trasparenza, competenza e chiare regole di governance e di processo, presupposti fondamentali della fiducia.

Ma la fiducia nasce solo dall’incontro tra un’identità aziendale autentica, una strategia chiara e una comunicazione efficace. Contribuendo a far sì che questi elementi agiscano in modo coerente e che le organizzazioni siano percepite come credibili, gli esperti di PR danno un apporto strategico alla guida dell’impresa». Quest’anno pr suisse ha introdotto il «Label pr suisse» per i corsi offerti da istituti partner, un’iniziativa che ha «sostituito» gli esami federali per specialisti in relazioni pubbliche. Ce ne può parlare? «Il panorama formativo nelle PR e nella comunicazione d’impresa è cambiato molto, per la moltiplicazione delle offerte di formazione e aggiornamento. Per questo abbiamo ripensato la nostra attività in questo ambito. Con il «Label pr suisse» distinguiamo percorsi selezionati di diversi istituti che rispondono ai nostri standard di qualità. A completamento, il certificato personale «Certified PR and Communication Expert SAQ» unisce titoli riconosciuti, esperienza professionale e aggiornamento continuo. Per pr suisse e per il settore sono misure lungimiranti: promuovono standard condivisi, rafforzano la credibilità dei professionisti qualificati e ampliano il contatto con le nuove generazioni».


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Ticino Welcome, in collaborazione con Kessel Auto e Simonetta Rota Agency, prosegue i suoi incontri con signore che hanno il piacere di guidare prestigiose auto di lusso e propone questa conversazione tra Federica Colombo Marzorati e Giampaolo Tenchini, collaudatore e istruttore di guida.


LADIES IN MOTION / FERRARI AMALFI

La mia auto è come un abito: deve raccontare chi sei

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er Federica Colombo Marzorati l’automobile non è uno status symbol, ma un luogo dove ritrovare sé stessa. Dalle strade dell’Engadina al sound della sua Ferrari F8 Spider fino alla scoperta della nuova Ferrari Amalfi, il racconto di una passione nata in famiglia e diventata uno stile di vita. Quando sei da sola in auto, cosa fai? «Canto. A squarciagola. Sono una cantante mancata: ho studiato musica, ho inciso anche una canzone e appena resto sola in macchina parte il concerto. L’auto è il mio spazio, quasi una zona di comfort. Lì riesco a fare quello che durante la giornata

non faccio mai: pensare, riflettere, mettere ordine nelle idee». Se domani mattina avessi il pieno e nessuna meta? «D’estate partirei per l’Engadina o per le Dolomiti. Amo i passi di montagna, le curve, la guida tecnica. In autunno sceglierei invece la Toscana. Non cerco la velocità a tutti i costi: mi piace il piacere della guida, quello di costruire una traiettoria perfetta». Quindi conta più il viaggio della destinazione? «Molto spesso sì. Mi piace guidare la sera tardi, quando c’è poca gente in strada. È un momento tutto mio, fatto di libertà e silenzio».

Scopri la nuova puntata di Ladies in Motion. Inquadra il QR code e vivi l’episodio completo.

Quando guidi preferisci la musica o il rumore del motore? «Dipende dall’auto. Se sono sulla mia Ferrari, vince sempre il motore. Abbasso il lunotto dietro ai sedili proprio per sentirne il sound e, lo ammetto, in galleria una piccola sgasata scappa sempre. Con l’auto di tutti i giorni, invece, ascolto musica, soprattutto se ho qualcuno accanto». Il sound è davvero così importante? «Per me sì. I cavalli contano, ma il sound ancora di più. È uno dei motivi per cui faccio fatica ad appassionarmi alle auto elettriche. Ne riconosco le prestazioni, ma mi manca quella vibrazione che solo un motore sa trasmettere. L’automobile è emozione e le emozioni passano anche attraverso il suono». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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LADIES IN MOTION / FERRARI AMALFI

Che cosa racconta di te la tua Ferrari? «Il mio lato più adrenalinico. Mi piace guidarla scoperta praticamente sempre, anche d’inverno con il riscaldamento acceso. Sentire il vento, il rumore del motore, la strada… è una sensazione di libertà difficile da spiegare». Quanto conta lo stile? «Moltissimo. L’auto è come un vestito: deve appartenere a chi la guida. A volte vedi automobili bellissime che però sembrano indossate dalla persona sbagliata. Il colore, gli interni, i dettagli raccontano qualcosa di noi. La mia è verde, il mio colore preferito. Non è stata una scelta casuale». E la tua auto di tutti i giorni? «È l’opposto della sportiva. Se la Ferrari è l’abito elegante del weekend, la daily car è molto più caotica. In fondo assomiglia a me: sono precisa nel lavoro, ma nella vita ho poche regole. Anche la mia auto quotidiana vive così». Hai appena guidato la nuova Ferrari Amalfi. Che impressione ti ha fatto?

Federica Colombo Marzorati, una passione che viene da lontano Laureata in Lingue e Letterature straniere e con un Executive MBA conseguito alla Bocconi, Federica Colombo Marzorati lavora nell’azienda siderurgica di famiglia, dove segue l’area commerciale ed è membro del Consiglio di amministrazione. La sua prima esperienza professionale si svolge in Germania, nei pressi di Stoccarda, una delle capitali mondiali dell’automobile. La passione per i motori, però, nasce molto prima. È il nonno paterno a trasmettergliela, seguito dal padre: entrambi grandi appassionati, al punto che il nonno ricevette perfino un riconoscimento da Ford dopo aver cambiato un numero impressionante di automobili nel dopoguerra. Una tradizione di famiglia che Federica ha fatto propria. Quando si parla di auto sportive, la scelta è una sola: Ferrari. Dopo California e Portofino è arrivata la F8 Spider, che considera ancora oggi la compagna ideale. Mamma di Luca ed Emma, ama viaggiare in auto, giocare a golf e sciare. E in ogni macchina tiene sempre un paio di scarpe basse di ricambio: i tacchi possono aspettare, il piacere di guidare no.

«Mi ha colpito il comfort. Rispetto alla mia F8 Spider è più morbida, più accogliente, con una posizione di guida che trasmette immediatamente sicurezza. Assorbe meglio le asperità della strada, è più facile da vivere ogni giorno, ma senza perdere il carattere Ferrari. Quando affondi l’acceleratore capisci subito che il DNA è quello».

Quindi due Ferrari con filosofie diverse? «Esatto. La F8 è più estrema, più vicina a una vettura da pista. La Amalfi nasce invece per accompagnarti ovunque: è una Ferrari che puoi usare tutti i giorni senza rinunciare al piacere della guida».

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LADIES IN MOTION / FERRARI AMALFI

Da dove nasce questa passione? «Da mio nonno e da mio padre. In casa le automobili ci sono sempre state e io ci sono cresciuta dentro. Da bambina ricevevo modellini di auto invece delle bambole. Per me era assolutamente normale». Non ti affascina soltanto guidarle, però… «No. Mi incuriosisce tutto quello che c’è dietro: la progettazione, la costruzione, la complessità tecnica. Quando posso visito le fabbriche e le linee di montaggio. Vedere nascere un’automobile è quasi emozionante quanto guidarla». Ricordi la tua prima macchina? «Benissimo. Una Opel Corsa consegnata il giorno del mio diciottesimo compleanno. Per la mia generazione la patente rappresentava la libertà. Il primo viaggio importante lo feci fino a Friburgo, in Germania. Partii di notte: guidare di notte mi è sempre piaciuto tantissimo».

Ferrari Amalfi, la sportiva che unisce emozione e quotidianità La nuova Ferrari Amalfi raccoglie l’eredità della Ferrari Roma reinterpretando il concetto di berlinetta V8 2+ in chiave contemporanea. Il V8 biturbo da 640 cavalli, abbinato al cambio a doppia frizione a otto rapporti, consente di scattare da 0 a 100 km/h in 3,3 secondi, mantenendo però una sorprendente facilità di utilizzo. Il progetto punta a un equilibrio tra prestazioni e comfort. Il design, essenziale e scolpito, integra uno spoiler posteriore attivo e soluzioni aerodinamiche evolute, mentre l’abitacolo introduce un nuovo volante con pulsanti fisici, il ritorno del tasto di accensione e una configurazione 2+ che rende la vettura più versatile anche nella vita di tutti i giorni. Tra le novità tecniche figurano il sistema brake-by-wire, l’ABS Evo, una scatola guida ulteriormente affinata e il sollevatore anteriore che permette di affrontare con maggiore facilità gli ostacoli urbani. Completano la dotazione il sistema di infotainment con Apple CarPlay e Android Auto, la ricarica wireless e, a richiesta, l’impianto audio Burmester®. Una Ferrari pensata per chi desidera emozionarsi ogni volta che si mette al volante, senza rinunciare a comfort, eleganza e praticità.

Hai un consiglio di guida che senti tuo? «Guardare sempre lontano. Vale in auto come sugli sci: se anticipi quello che succederà, tutto diventa più fluido, più naturale. Freni meno, guidi meglio e ti senti anche più sicura».

In fondo, che cos’è per te un’automobile? «È molto più di un mezzo di trasporto. È un rifugio, un luogo dove ritrovare me stessa. La devo sentire, mi devo fidare, devo diventare un tutt’uno con lei. Quando succede, non stai semplicemente guidando: stai vivendo un’emozione».

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AUTO / MASERATI GRANTURISMO

Il lusso italiano che guarda al futuro Nell’anno del centenario del Tridente, Maserati rinnova la GranTurismo, una delle vetture più iconiche della sua storia. Design evoluto, motorizzazioni V6 Nettuno ancora più performanti, tecnologia intuitiva e un abitacolo raffinato definiscono una granturismo capace di coniugare eleganza, emozione e piacere di viaggio secondo la migliore tradizione italiana.

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aserati rappresenta una delle espressioni più affascinanti dell’automobile italiana. Un marchio capace di unire la ricerca della prestazione a un’idea di eleganza mai ostentata, dove il lusso non è esibizione ma armonia tra forma, tecnologia e piacere di guida. Nell’anno in cui il celebre Tridente celebra il suo centenario, la Casa di Modena presenta la nuova GranTurismo, un modello che non si limita a rinnovarsi ma riafferma, con maggiore chiarezza, la propria identità.

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La nuova GranTurismo è una vettura che nasce per viaggiare, ma anche per emozionare. Le sue linee conservano l’eleganza senza tempo che ha reso celebri le granturismo Maserati, pur introducendo un linguaggio stilistico più deciso e contemporaneo. Il frontale appare più scolpito e orizzontale, con prese d’aria ridisegnate e un assetto visivo più largo e sportivo. Il profilo rimane filante, quasi scultoreo, mentre il posteriore acquista ulteriore personalità grazie ai nuovi gruppi ottici e a dettagli che ne accentuano il carattere dinamico. L’impressione generale è quella di una vettura in movimento anche quan-


do è ferma. Le proporzioni sono perfettamente equilibrate e trasmettono quella sensazione di potenza controllata che da sempre appartiene al DNA Maserati. Se l’esterno colpisce per la sua eleganza, l’abitacolo sorprende per la qualità dei materiali e per l’attenzione riservata al comfort. Pelle pregiata, legni selezionati, fibra di carbonio e Alcantara convivono in un ambiente raffinato e contemporaneo, pensato per accogliere quattro persone in un’atmosfera esclusiva. Ogni dettaglio è studiato per offrire una sensazione di qualità artigianale, senza rinunciare alle più moderne tecnologie. Il nuovo volante, ispirato al mondo delle competizioni, dialoga con una plancia completamente digitale composta da un quadro strumenti personalizzabile, da uno schermo centrale di grandi dimensioni e da un display dedicato alle funzioni di comfort. Tutta l’interfaccia è stata progettata per risultare intuitiva e naturale, lasciando al conducente il piacere di concentrarsi sulla guida. Anche il celebre orologio Maserati, elemento iconico del marchio, si rin-

nova con una nuova forma ottagonale e una raffinata corona metallica, diventando un dettaglio distintivo che unisce tradizione e innovazione. Sotto il lungo cofano trova posto il cuore tecnologico della vettura: il motore V6 Nettuno da 3 litri, un propulsore che rappresenta uno dei maggiori orgogli della Casa modenese. Nella versione Trofeo raggiunge oggi i 590 cavalli, con un incremento di potenza che si traduce in una risposta ancora più pronta e in prestazioni straordinarie. La velocità supera i 320 chilometri orari, mentre l’accelerazione è accompagnata da un sound profondo e coinvolgente, reso ancora più emozionante dallo scarico sportivo di serie. Ma la GranTurismo non è soltanto velocità. La trazione integrale e le sospensioni pneumatiche adattive permettono di affrontare lunghi viaggi con un comfort sorprendente, adattando l’assetto alle diverse condizioni di guida e offrendo sempre la massima stabilità e sicurezza. Grande attenzione è stata riservata anche ai sistemi di assistenza alla guida. Tra le novità spicca il monitoraggio dell’attenzione del conducente,

capace di rilevare eventuali segnali di affaticamento o distrazione. A questo si aggiungono sistemi avanzati di controllo della dinamica della vettura e una serie completa di dispositivi progettati per rendere la guida più sicura e rilassante, senza sottrarre nulla al piacere di essere al volante. La nuova GranTurismo è inoltre disponibile nella versione Folgore, completamente elettrica, una delle più avanzate del panorama automobilistico mondiale. Grazie alla tecnologia a 800 Volt e a tre motori elettrici, offre prestazioni di assoluto rilievo e un’autonomia che supera i 540 chilometri, dimostrando come la transizione energetica possa convivere con il carattere e la personalità che hanno sempre contraddistinto Maserati. Prodotta in Italia, tra Modena e Cassino, la nuova GranTurismo rappresenta oggi la sintesi più autentica di ciò che Maserati intende per lusso contemporaneo: una vettura capace di coniugare bellezza, innovazione e passione, mantenendo intatto quel fascino tutto italiano che, da oltre cento anni, continua a conquistare gli appassionati di tutto il mondo.

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Entusiasmante incontro tra prestazioni ed eleganza Le nuove Vantage S, DB12 S e DBX S interpretano la filosofia Aston Martin con un carattere ancora più deciso, senza rinunciare a quella raffinata eleganza che da sempre distingue il marchio britannico. Ne parliamo con l’Ing. ETHZ Igor Pasta, manager di Aston Martin Cadenazzo per il Garage Tarcisio Pasta SA.

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ston Martin occupa da sempre un posto speciale nell’immaginario degli appassionati di automobili. Non è soltanto un marchio sinonimo di prestazioni, ma rappresenta uno stile di vita fatto di eleganza, artigianalità, ricerca estetica e piacere di guida.

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Qual è il significato della lettera “S” nella nuova gamma Aston Martin? «Dietro una sola lettera si racchiude una precisa filosofia progettuale, che non indica semplicemente un incremento delle prestazioni, ma riguarda il modo stesso di vivere l’automobile. La “S” è la sintesi di una filosofia che rende ogni modello an-

cora più coinvolgente da guidare, più preciso, più emozionante, senza alterare quell’eleganza e quella raffinatezza che costituiscono il DNA di Aston Martin. È un’evoluzione che esalta il carattere dell’automobile, mantenendola perfettamente utilizzabile nella quotidianità. Una visione che costituisce il filo conduttore dell’intera gamma e trova espressioni diverse nei tre nuovi modelli». Partiamo dalla Vantage S. A chi si rivolge questo modello? «La Vantage S rappresenta probabilmente l’anima più sportiva della gamma. È pensata per chi desidera un’esperienza di guida molto diretta e coinvolgente, con una straordinaria agilità e una risposta immediata in


AUTO / ASTON MARTIN VANTAGE S

identità ben definita, ma tutti condividono una ricerca ancora più approfondita dell’equilibrio tra prestazioni, eleganza, comfort e piacere di guida. Sono automobili che non cercano di stupire con l’eccesso, ma conquistano attraverso la qualità di ogni dettaglio e la capacità di trasmettere emozioni autentiche».

ogni situazione. Ma ciò che colpisce davvero è la sua capacità di coniugare prestazioni elevate con un design elegante e senza eccessi. È una vettura che emoziona tanto su una strada di montagna quanto arrivando davanti a un hotel o a un ristorante. Sportività e raffinatezza convivono così in un equilibrio che è da sempre uno dei tratti distintivi del marchio». La DB12 S viene spesso definita una “Super Tourer”. Che cosa significa? «Significa riuscire a offrire il meglio di due mondi. Da una parte troviamo prestazioni di altissimo livello, dall’altra il comfort e la raffinatezza necessari per affrontare lunghi viaggi con il massimo piacere. La DB12 S è un’automobile che invita a partire, a scoprire nuove strade, senza mai affaticare il conducente. È una vettura che interpreta

perfettamente il concetto di granturismo in chiave contemporanea». Anche il SUV della Casa britannica entra nella famiglia S con il DBX S. Qual è la sua personalità? «Il DBX S dimostra che un SUV può essere al tempo stesso estremamente dinamico, raffinato e versatile. Offre spazio, comfort e praticità, ma conserva quella precisione di guida e quella personalità tipicamente Aston Martin che lo distinguono nel panorama dei SUV di lusso. È una vettura ideale per chi desidera vivere ogni giorno l’esperienza Aston Martin, senza alcun compromesso». Al di là delle differenze tra i tre modelli, qual è il filo conduttore della nuova gamma S? «Credo sia l’intensità dell’esperienza. Ogni modello ha una propria

Che cosa cerca oggi chi entra nello showroom Aston Martin di Lugano? «Sempre più spesso il cliente non cerca soltanto un’automobile di prestigio. Cerca un oggetto che rifletta la propria personalità, che racconti una storia fatta di stile, esclusività e qualità artigianale. Aston Martin continua a rappresentare proprio questo: un lusso autentico, mai ostentato, che privilegia l’eleganza, la cura dei particolari e il piacere di vivere ogni viaggio come un’esperienza speciale. Le nuove versioni S interpretano perfettamente questa visione, offrendo un carattere ancora più deciso senza rinunciare a quella raffinatezza che rende ogni Aston Martin immediatamente riconoscibile». ASTON MARTIN CADENAZZO Via Monte Ceneri 1 CH-6593 Cadenazzo T. +41 (0)91 850 20 24 info@astonmartincadenazzo.ch www.astonmartincadenazzo.ch


AUTO / BENTLEY CONTINENTAL GTC S

Il lusso si mette alla prova Ci sono automobili che si guidano e automobili che, prima ancora di partire, ti fanno capire di essere davanti a qualcosa di speciale. La nuova Bentley Continental GTC S appartiene decisamente alla seconda categoria.

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arto innanzitutto da un ringraziamento a Bentley Lugano, che mi ha concesso l’opportunità di provare una vettura di questo livello, e a tutto lo staff per la calorosa accoglienza e la grande professionalità. Un ringraziamento particolare va a Christian Ferrara, Sales Manager, che mi ha accolto e accompagnato alla scoperta delle caratteristiche di questa Continental GTC S, riuscendo a trasmettermi con competenza e passione tutto quello che si nasconde dietro un’automobile così particolare. La prima sensazione, una volta salito a bordo, è quella del comfort. Il sedile ti avvolge letteralmente e riesce a adattarsi alla propria posizione di guida in modo estremamente na-

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turale. Ci si trova immediatamente a proprio agio, quasi fosse un ambiente costruito di Joël Camathias intorno a chi guida. Poi ci sono i dettagli. E qui Bentley gioca una partita tutta sua. Gli interni, con finiture rigorosamente manifatturiere e dettagli cuciti a mano, restituiscono una sensazione di raffinatezza difficile da raccontare a parole. La pelle, al tatto, sembra quasi velluto. Ogni particolare comunica una cura quasi maniacale per la qualità, senza però dare la sensazione di trovarsi in un ambiente artificiosamente lussuoso. È semplicemente tutto molto ben fatto. Ma una Bentley non è soltanto comfort e materiali pregiati. Quando si parte e si cominciano a mettere le ruote sulla strada, la Continental GTC S cambia registro. La guidabilità è fantastica. La vettura trasmette immediatamente una sensazione di sicurezza e di controllo, con una tenuta di strada estremamente efficace. Il tutto senza compromettere minimamente quella comodità che si percepisce da fer-

mi. È probabilmente questo uno degli aspetti che più mi ha colpito: la capacità di essere una vettura estremamente confortevole e, allo stesso tempo, decisamente coinvolgente quando si decide di guidare. Anche la spinta è impressionante. Il sistema che abbina la componente ibrida al motore termico offre una coppia e una progressione che si sentono eccome. Le modalità di guida permettono di scegliere tra diverse personalità della vettura, dalla più sportiva (Sport) fino alla


AUTO / BENTLEY CONTINENTAL GTC S

Alcuni dati tecnici della Bentley Continental GTC S Motore: V8 benzina 4,0 litri biturbo, con sistema ibrido plug-in e motore elettrico integrato nel cambio Alimentazione: Ibrida plug-in, benzina + elettrica Cilindrata: 3996 cc Potenza massima a giri/min (MCI): 519PS / 382kW a 6.250 giri/min Potenza massima (combinata MCI + ME): 680PS / 500kW a 6.250 giri/min

possibilità di costruirsi una configurazione personalizzata attraverso la modalità Custom. Indovinate quale ho usato? Esatto: Sport. Perché è proprio lì, secondo me, che una vettura come questa dà il meglio di sé: nella possibilità di trovare il proprio equilibrio tra comfort, risposta e piacere di guida, senza essere costretti a scegliere una personalità preconfezionata. Un’altra sorpresa è arrivata dall’infotainment, che Bentley definisce con un’espressione che mi è piaciuta particolarmente: “digital detox”. In un’epoca in cui le automobili sembrano sempre più simili a smartphone con le ruote, qui si è scelto un approccio diverso. Il sistema è essenziale, intuitivo e soprattutto facile da utilizzare. Non bisogna perdere tempo a cercare le funzioni: sono dove ti aspetti che siano. Una semplicità che, paradossalmente, diventa un valore aggiunto. Durante una parte della prova ho naturalmente abbassato anche la capote. E qui mi aspettavo qualche compromesso in termini di comfort acustico. Invece no. Anche con l’abitacolo aperto, la Continental GTC S mantiene un’insonorizzazione sorprendentemente efficace. Si può godere

Coppia massima a giri/min (MCI): 770 Nm da 2.300 a 4.500 giri/min Coppia massima a giri/min (MCI + ME): Velocità massima: Accelerazione 0-100 km/h: Peso totale (a vuoto): Trazione: Integrale attiva AWD, con cambio automatico doppia frizione a 8 rapporti

930 Nm 306 km/h 3,5 sec 2’636 kg

della sensazione di viaggiare all’aperto senza avere l’impressione di essere immersi nel rumore della strada. Alla fine della prova, quello che rimane non è tanto l’elenco delle prestazioni o dei numeri, quanto una sensazione complessiva: quella di essere saliti a bordo di un’automobile nella quale ogni elemento è stato pensato per rendere l’esperienza di guida qualcosa di speciale. E forse è proprio questo il vero lusso della nuova Bentley Continental GTC S: non dover dimostrare nulla. Basta mettersi al volante, scegliere la propria modalità – nel mio caso, ovviamente, Sport – e partire. TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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AUTO / GAMMA SMART

La nuova dimensione di smart

Il nuovo corso del marchio interpreta la mobilità elettrica in chiave premium, con una gamma capace di coniugare design, tecnologia, comfort e prestazioni.

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AUTO / GAMMA SMART

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ata nel 1994 dall’incontro tra la visione di Nicolas G. Hayek, fondatore di Swatch, e il know-how automobilistico di Mercedes-Benz, smart ha trasformato la mobilità urbana in un fenomeno di design. Dopo aver conquistato le città con l’inconfondibile fortwo, il marchio ha avviato una profonda evoluzione. Dal 2019, la joint venture tra Mercedes-Benz AG e Geely Holding ha dato nuovo impulso allo sviluppo, inaugurando una fase interamente elettrica e una presenza sempre più decisa nel segmento premium. Lo stile resta affidato al team Mercedes-Benz Design, mentre la collaborazione con BRABUS porta nella gamma una marcata componente sportiva. Oggi l’offerta europea comprende tre SUV elettrici, #1, #3 e #5, diversi per dimensioni e vocazione, ma accomunati da un linguaggio coerente. E il ritorno alle origini è già all’orizzonte: la nuova due posti #2 sarà presentata al Salone dell’automobile di Parigi nell’ottobre 2026, in vista

del lancio sul mercato nel 2027. Con i suoi 4,27 metri, la smart #1 è il modello più compatto della gamma e quello che interpreta con maggiore immediatezza la tradizionale vocazione urbana del marchio. Le proporzioni raccolte, gli sbalzi ridotti e le superfici morbide le conferiscono una presenza elegante e contemporanea; il passo di 2,75 metri, invece, permette di offrire uno spazio interno sorprendente in rapporto agli ingombri. La plancia, essenziale e avvolgente, è dominata dal display centrale, mentre il tunnel rialzato moltiplica i vani portaoggetti e accentua la sensazione di qualità. Le versioni a trazione posteriore dispongono di 272 CV, con batterie da 47 o 62 kWh netti e autonomie WLTP comprese fra 310 e 440 km. Al vertice, la #1 BRABUS abbina due motori e la trazione integrale a 428 CV, sufficienti per scattare da 0 a 100 km/h in 3,9 secondi. Più lunga e filante, la smart #3 traduce gli stessi principi in una carrozzeria SUV coupé. Misura 4,40 metri e combina il passo generoso di

2,79 metri con una linea del tetto discendente, portiere senza cornice e un ampio tetto panoramico: elementi che ne rafforzano il carattere sofisticato senza penalizzare la fruibilità quotidiana. L’aerodinamica più favorevole contribuisce anche all’efficienza: con batterie da 47 o 62 kWh netti, l’autonomia WLTP varia da 325 a 455 km. Le versioni a motore singolo e trazione posteriore erogano 272 CV; la #3 BRABUS, con doppio motore, trazione integrale e 428 CV, porta nella gamma un’impronta decisamente più dinamica. Con la smart #5, il marchio entra nel segmento dei SUV di medie dimensioni. I 4,70 metri di lunghezza e il passo di 2,90 metri si traducono in un abitacolo generoso e versatile, con un bagagliaio fino a 630 litri. Il design si fa più deciso, pur conservando le superfici pulite e i dettagli distintivi della famiglia smart. A bordo, alla strumentazione da 10,25 pollici si affiancano due schermi OLED da 13 pollici, uno centrale e uno per il passeggero. La gamma parte con una batteria da 76 kWh; dalle versioni Pro+ in poi adotta l’accumulatore da 100 kWh lordi (94 netti) e un’architettura a 800 volt, capace di accettare fino a 400 kW in corrente continua e di passare dal 10 all’80% in 18 minuti in condizioni ideali. L’autonomia raggiunge 590 km WLTP. Le versioni a trazione posteriore sviluppano fino a 363 CV, quelle integrali fino a 588 CV; la #5 BRABUS culmina a 646 CV e 710 Nm, con uno 0-100 km/h in 3,8 secondi. Così il nuovo corso di smart si spinge oltre la città senza rinunciare a design e carattere.

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DOSSIER FONDAZIONI / ELISA BORTOLUZZI DUBACH

La stanza accanto: la filantropia che accoglie i bambini invisibili

di Elisa Bortoluzzi Dubach*

*Dr. Dr. Elisa Bortoluzzi Dubach, consulente di Relazioni Pubbliche, Sponsorizzazioni e Fondazioni, è docente presso varie università e istituti di studi superiori in Svizzera e Italia. (www.elisabortoluzzi.com).

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e ferite dell’infanzia non guariscono col tempo: imparano solo a stare zitte.” Nel mondo della disabilità esiste una presenza silenziosa, rimasta per anni ai margini della ricerca e delle politiche sociali: quella dei siblings, i fratelli e le sorelle di bambini con disabilità o malattia cronica. È proprio qui che la filantropia – intesa come leva strategica e coraggio di immaginare una società più giusta – trova uno degli spazi in cui la sua forza benefica riesce a dispiegarsi con più autentica incisività.

Diversi dirigenti di istituzioni filantropiche – come ad esempio Sam Gill, presidente e CEO della Doris Duke Charitable Foundation – hanno raccontato come l’esperienza di essere bambini segnati da questo trauma familiare abbia affinato in loro la capacità di vedere chi resta ai margini (https://philanthropynewyork.org/ news/philanthropy-can-help-bridgegap-between-idea-disabilityrights-and-reality). I siblings non sono al centro delle diagnosi e non attirano l’attenzione degli adulti, eppure la loro vita viene profondamente segnata da ciò che accade intorno a loro: una malattia, una disabilità, una fragilità che assorbe ogni gesto, ogni sguardo, ogni energia disponibile. Crescono in un equilibrio delicato, imparando presto a non chiedere, a non disturbare, a diventare affidabili molto prima di capire cosa questo significhi. Sono i bambini invisibili: quelli ai margini della scena familiare perché tutto intorno a loro è più urgente di loro. In non poche famiglie questi bambini vengono coinvolti in procedure mediche che non dovrebbero conoscere, imparano presto a mettere il gioco in secondo piano, trattengono il fiato per paura di sbagliare. In casa dalle porte socchiuse filtrano parole di paura e stanchezza, e nessuno immagina che loro ascoltino. Invece sentono tutto, e provano a


DOSSIER FONDAZIONI / ELISA BORTOLUZZI DUBACH

essere perfetti, a casa e a scuola, convinti che la loro bravura possa aggiustare ciò che in casa è rotto. Naturalmente non succede. A volte il corpo cede: febbri improvvise, malesseri che nessuno collega allo stress emotivo. Durante l’adolescenza alcuni soffrono di disturbi alimentari, altri si chiudono, altri ancora si rendono invisibili per non pesare. Imparano a nascondersi, a non occupare spazio. Quando arriva il momento di lasciare casa, non lo fanno per ribellione, ma per respirare. Portano con sé un dolore preciso, silenzioso, che non ha avuto testimoni ma che ha modellato ogni parte di loro. Finché un giorno trovano le parole – e raccontare diventa il primo gesto che li rende visibili. È proprio in questo spazio che la filantropia può esprimere la sua natura più autentica: non come semplice aiuto, ma come investimento capace di generare valore umano, prevenire disagio psicologico e creare effetti positivi che si estendono all’intero sistema familiare. La psicologia e i siblings Un bambino che si trovi a crescere all’ombra della fragilità di un fratello o di una sorella, in una casa dove l’emergenza è quotidiana e il suo benessere non trova mai spazio, si trova esposto a un trauma che la psicologia chiama cumulativo e relazionale: non è un singolo episodio a ferire, ma la ripetizione costante di situazioni emotivamente ingestibili. Tanti di questi bambini sviluppano una maturità precoce che non è una conquista, ma una risposta adattiva: diventano iper-vigilanti, attenti a ogni segnale di tensione, pronti a intervenire o a sparire per evitare di aggravare il clima familiare. Questa sensibilità estrema, che da adulti può diventare empatia, da piccoli è

segno di allerta costante, una forma di stress che il corpo registra anche quando la mente non ha ancora gli strumenti per capirlo. È proprio qui che la filantropia può intervenire in modo tangibile, creando programmi che permettano a questi bambini di non trasformare la loro attenzione costante in una ferita permanente. Un peso senza nome Un genitore esausto non è un genitore disinteressato: è un genitore sopraffatto, ma per un bambino questa distinzione non esiste. Percepisce solo il vuoto, la distanza, la mancanza di sguardo. E quando lo sguardo non arriva, non pensa “mamma è depressa”; pensa “non valgo abbastanza per essere visto”. Cresce così la convinzione che l’amore vada meritato attraverso la perfezione e che il proprio dolore sia meno importante di quello degli altri. Da adulti spesso diventano persone competenti e generose, capaci di sostenere gli altri, ma altrettanto spesso incapaci di sostenere sé stessi. Continuano a trattenere, adattarsi, resistere – le stesse strategie di sempre, quelle che sembravano funzionare in passato, ma che diventano poi un limite difficile da riconoscere. Il dolore di un sibling non esplode: si deposita. C’è una frase che molti di questi bambini portano dentro senza averla mai pronunciata: “Si impara ad andare sempre bene, anche quando dentro non si sta bene affatto”. Non è un comportamento: è un’identità. Non “faccio il bravo”, ma “sono quello che non crea problemi”. Quando un bambino costruisce se stesso su questa premessa, la ferita non guarisce: cresce con lui. Il risentimento dei siblings adulti non è rabbia cieca: è lucida e tardiva. Arriva quando finalmente hanno parole per descrivere ciò che da

bambini non potevano nominare. È la presa di coscienza di essere stati bambini senza infanzia, costretti a reggere pesi emotivi che non spettavano loro. Guardano indietro e rivedono i momenti in cui consolavano un genitore che avrebbe dovuto consolare loro, rivivono la sensazione di non poter cedere – se crollavi tu, crollava tutto. Capiscono che non erano forti: semplicemente non era loro permesso essere fragili. Il sibling adulto non cerca rivalsa: cerca riconoscimento. Cerca qualcuno che gli dica, anche a distanza di anni: “Non avresti dovuto portare tutto quel peso. Non era tuo.” Ricominciare da sé: la guarigione possibile La ferita di un sibling è un trauma relazionale, fatto di micro-rinunce, iper-vigilanza e responsabilità interiorizzate. È un dolore intrecciato con l’amore, e proprio per questo il nodo è difficile da sciogliere. Non si guarisce con un gesto solo, ma attraverso un percorso. Si guarisce quando si riesce a dare un nome a ciò che è accaduto. Si guarisce quando si comprende di non essere stati bambini difficili o sbagliati, ma bambini che hanno fatto ciò che potevano per sopravvivere emotivamente in un ambiente sovraccarico. Si guarisce quando si riconosce che non era compito proprio tenere insieme la famiglia, e che oggi, da adulti, si può scegliere di non portare più quel peso. Si guarisce quando ci si permette di provare rabbia: non per distruggere, ma per liberarsi, smettendo di proteggere chi non ha protetto noi. Si guarisce quando si scopre che chiedere aiuto non è un tradimento della propria identità, ma un atto rivoluzionario – significa occupare lo spazio che non si è mai osato prendere. TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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E soprattutto si guarisce quando qualcuno guarda quella storia e dice: “Ti vedo. Non avresti dovuto portare tutto quel peso. Non era tuo.” In quel momento, qualcosa dentro si riallinea. Non si torna bambini, ma si torna vivi. Spiegare l’esperienza dei siblings all’opinione pubblica è un atto di giustizia sociale. Non si tratta di creare una nuova categoria di vittime, ma di riconoscere una realtà psicologica con conseguenze profonde sulla vita adulta: sulla capacità di chiedere aiuto, di stabilire confini, di sentirsi degni di amore non condizionato. La filantropia può trasformare un dolore individuale in un tema collettivo, dare voce a chi ha imparato troppo presto a tacere, e rivelare che dietro ogni bambino “forte” e “maturissimo per la sua età” potrebbe esserci un sibling che non chiede nulla perché nessuno sembra avere spazio per lui. Come dare spazio a chi non ne ha mai avuto Sostenere i bambini invisibili significa offrire loro ciò che è mancato: un luogo in cui non devono dimostrare nulla per meritare attenzione. Gli interventi concreti si articolano su tre linee. - La prima riguarda la creazione di spazi di parola protetti, ambienti in cui i bambini possono raccontarsi senza paura di essere un peso. È ciò che fanno programmi come Sibshops negli Stati Uniti, che offre gruppi di ascolto e gioco dedicati ai siblings (https:// siblingsupport.org/sibshops/), o la Sibs Charity nel Regno Unito, che li accompagna con incontri, supporto psicologico e attività di gruppo (https://www.sibs.org.uk). In Australia il Young Carers Project crea spazi sicuri per bam-

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bini che vivono ruoli di cura in famiglia (https://www.youngcarersnetwork.com.au). In questi luoghi i bambini scoprono di non essere soli e che la loro voce merita di essere ascoltata. - La seconda linea riguarda la formazione degli adulti, perché la sensazione di invisibilità di questi bambini nasce spesso dallo sguardo impreparato di chi sta loro intorno. Organizzazioni come la Carers Trust nel Regno Unito formano insegnanti e operatori sociali perché imparino a riconoscere gli young carers nascosti (https://carers.org). In Canada la Young Caregivers Association collabora con scuole e comunità per intercettare i segnali dell’iper-adattamento, del silenzio e del perfezionismo (https://youngcaregivers.ca). Quando gli adulti imparano a vedere ciò che prima non vedevano, possono cambiare un destino semplicemente riconoscendo un bisogno. - La terza linea riguarda il diritto alla normalità, a un tempo per essere semplicemente bambini. Negli Stati Uniti la Camp Sunshine Foundation offre campi estivi con programmi dedicati esclusivamente ai siblings (https://www. campsunshine.org). In Australia e Nuova Zelanda la Starlight Children’s Foundation organizza giornate di svago per intere famiglie (https://www.starlight.org.au). In Italia realtà come Anffas (https://www.anffas.net) e Fondazione Ariel propongono weekend di sollievo, con attività ricreative dedicate ai siblings che convivono quotidianamente con la disabilità (https://www.fondazioneariel.it). Sono esperienze che restituiscono ai bambini il diritto di correre, ridere, sbagliare, senza dover controllare nulla.

Questi interventi non “aggiustano”: accolgono. Non “curano”: ascoltano. Non “compensano”: vedono. E vedere un bambino invisibile è già, di per sé, un atto di guarigione. Aprire la porta della stanza accanto Arriva un momento, nella vita di molti siblings, in cui il dolore non è più solo un ricordo che punge, ma una verità che chiede spazio. È il momento in cui si comprende che la stanza accanto – quella in cui per anni hanno vissuto in silenzio, adattandosi, diventando piccoli per non pesare – non è un luogo da cui fuggire, ma un luogo da aprire. Aprire quella porta significa riconoscere la propria storia senza vergogna, guardare la propria ferita e scoprire che non è un marchio di debolezza, ma la prova di una sensibilità che ha resistito. La filantropia autentica può offrire proprio questo: la possibilità per questi bambini – e per gli adulti che sono diventati – di sapere che non devono più portare tutto da soli, che esiste uno spazio in cui possono essere visti, ascoltati, sostenuti. E allora la conclusione non è una chiusura, ma un inizio: l’inizio di un modo nuovo di guardare a chi ha imparato troppo presto a non chiedere nulla. Aprire la porta della stanza accanto significa finalmente vedere ciò che per anni è rimasto invisibile, e accogliere ciò che emerge con rispetto, delicatezza e verità. “La vostra ferita non è qualcosa da nascondere, ma un luogo da cui può nascere la tenerezza.”


Capiamo cosa serve davvero Il vostro team comunicazione


DOSSIER FONDAZIONI / CLAUDIA ZORLONI GARZONI

L’accoglienza come scelta di vita Intervista a Claudia Zorloni Garzoni, imprenditrice e filantropa. di Elisa Bortoluzzi Dubach

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laudia Zorloni, prima di parlare del suo impegno sociale, come si presenterebbe e quali aspetti della sua storia personale ritiene importanti? «Mi considero una donna attiva ed entusiasta, che ama la vita, le persone e il lavoro. Il piacere di dare, di offrire senza attendere un grazie, la

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gioia di chi riceve hanno sempre dato senso alla mia esistenza. Per questo ho scelto il settore alberghiero, che richiede e consente il contatto autentico con gli altri. Nell’ambito dell’accoglienza, la cura e l’attenzione alle esigenze soggettive sono infatti valori essenziali».

Nel suo percorso di vita, c’è qualcuno che considera un mentore, anche se non si è mai definito tale, e che ha influenzato il suo modo di guardare agli altri e al mondo? «Fin dall’infanzia, nei nostri viaggi familiari in India, ho visto in Madre Teresa di Calcutta l’insuperabile modello di dedizione agli altri, soprat-

tutto ai meno fortunati. Nella quotidianità, invece, ho potuto assorbire costantemente l’esempio di mia madre. Con la massima disponibilità, si è sempre prodigata ad accompagnare le persone che percepiva nel bisogno, non solo finanziariamente, ma dedicando loro il tempo necessario per l’ascolto, per una telefonata e per un gesto di vicinanza». Quando pensa alla parola generosità, qual è il primo gesto concreto, piccolo o grande, che le viene spontaneamente alla mente? «Il sorriso, un saluto dal cuore, una pacca sulla spalla, un abbraccio sincero sono per me gesti di pura generosità. Ma la disponibilità più efficace si manifesta nel sostenere la persona nel proprio percorso di crescita interiore e sociale, nella prospettiva della piena realizzazione di sé. Autonomia, competenza, relazione: per vivere intensamente e per mantenerci umani, abbiamo tutti bisogno di sperimentare le nostre attitudini, raggiungere obiettivi, condividere sogni, progetti, sentimenti, riflessioni e provare la gioia dell’incontro». La filantropia non è fatta solo di grandi iniziative, ma anche di scelte quotidiane. Qual è un esempio di filantropia semplice e concreta che l’ha ispirata profondamente?


DOSSIER FONDAZIONI / CLAUDIA ZORLONI GARZONI

«L’amore per la persona, la solidarietà e la cura verso il genere umano implicano sempre un impegno pratico, altrimenti restano pure intenzioni. Mentre la beneficenza può far fronte a un’emergenza contingente, la filantropia richiede strategie mirate e iniziative strutturate e protratte nel tempo, in modo da contenere, prevenire ed eliminare alla radice le cause dei problemi sociali, attraverso investimenti a lungo termine di energie, lavoro e denaro. Ma i risultati, sempre superiori alle aspettative, gratificano in misura esaltante tanto chi dà quanto chi riceve aiuto. La scelta di vita degli amici Adriana e Alberto Eisenhardt, che conosco da 35 anni, di occuparsi concretamente di bambini e ragazzi delle favelas brasiliane è per me il miglior esempio di solidarietà sociale, di una dedizione quotidiana che si trasforma in ricchezza umana, in luce per il futuro. Mi sono perciò appassionata al loro progetto e alle varie iniziative di Casa dos Curumins». Guardando al suo percorso personale, quale momento l’ha portata a capire che sostenere gli altri avrebbe fatto parte del suo modo di vivere? «Quando ero bambina provavo gioia e allegria nel condividere con gli altri ciò che avevo e le esperienze che vivevo: ho sempre amato le persone con cui entravo in contatto. Per me, quindi, non c’è stato un momento specifico di presa di coscienza delle varie realtà sociali, ma piuttosto un’evoluzione continua, maturata negli anni, del senso di appartenenza all’umanità, soprattutto quella deprivata e dolente. Ora vivo nella felice e grata consapevolezza che agire in ogni occasione con altruismo, aprendo orizzonti di speranza per chi non ha sufficienti strumenti per la propria sopravviven-

za, rende l’esistenza più significativa e i legami affettivi più profondi». L’associazione Casa dos Curumins opera nella Pedreira, una delle zone più fragili di San Paolo. Come descriverebbe che cosa rappresenta questa Casa per i bambini, i giovani e le famiglie che la frequentano? «Dal punto di vista umano, un prezioso riferimento per un radicale cambiamento di rotta, cioè per la concreta possibilità di riscatto dal degrado e dalla miseria di un crescente numero di persone in condizione di vulnerabilità che, negli anni, hanno trovato davvero “casa”, cioè affetto, nutrimento, cura, istruzione e possibilità di espressione per crescere, emanciparsi e affermarsi nella vita. Per chi ha creduto fin dall’inizio a questa sfida, tessendo efficaci sinergie per offrire protezione dalla violenza e dall’abbandono, sostegno, educazione, ma soprattutto fiducia e amore, la Casa rappresenta la conferma che occorre investire costantemente e con passione sull’enorme potenziale che ogni persona può svi-

luppare per diventare protagonista della propria esistenza e contribuire così al benessere della società». Durante la celebrazione dei vent’anni, nel vostro albergo di Villa Castagnola sono state condivise storie di giovani che, grazie al progetto, sono diventati ingegneri, dentisti, infermieri o musicisti. Quali testimonianze l’hanno toccata maggiormente? «Accogliere, coinvolgere e orientare bambini, adolescenti e giovani - ma anche anziani, intere famiglie e comunità - a una migliore qualità della vita, attraverso opportunità di cambiamento di natura educativa, culturale, artistica, sportiva e umana: a distanza di due decenni, l’esito della costante azione dei fondatori e della crescente partecipazione dei sostenitori è evidente nell’esaltante mosaico di storie di vita e di rivincita personale e sociale. La Casa, gli atelier, i programmi e gli spazi abitativi hanno trasformato l’assenza di prospettiva di bambini lasciati a se stessi e di giovani cresciuti in strade polverose e case fatiTICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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scenti, in realizzazioni professionali e relazionali tali da riuscire a fondare, fuori dalla favela, nuove famiglie con un futuro dignitoso e sicuro. Tutte le testimonianze raccontate dai protagonisti mi hanno profondamente commossa: avendo accompagnato il progetto fin dall’inizio e ospitando iniziative, presentazioni e opere dei ragazzi, Villa Castagnola è diventata il punto d’incontro tra due mondi apparentemente lontani, ma accomunati da una speranza attiva e dalla reciproca fiducia nell’umanità». L’ Atelier Pipilù ha permesso a molti giovani di scoprire talenti e costruire un futuro diverso. In che modo, secondo lei, la creatività può diventare uno strumento di riscatto anche in contesti difficili? «L’Atelier Pipilù della Casa dos Curumins è un progetto artistico‑sociale. La sua funzione principale è offrire una formazione umana completa, attraverso l’educazione artistica e un’istruzione di qualità. Consente realmente ai ragazzi di superare ristrettezze, emarginazione e povertà, scoprendo le proprie abilità per realizzarle pienamente nel percorso di vita. Sono iniziative necessarie e doverose di vera trasformazione sociale, che rinnovano il mondo. Alcuni ex-allievi raccontano come l’esercizio della manualità praticato nei laboratori li ha qualificati come vetrinisti in grandi negozi di San Paolo, mentre altri espongono in mostre collettive, oppure, grazie a borse di studio mirate, frequentano università di belle arti, altrimenti inaccessibili. L’Atelier Pipilù, il laboratorio artistico fondato nel 2019, rappresenta quindi un modello vincente per valorizzare l’estro individuale, incentivare la voglia di vivere e di condividere con gli altri il senso e il gusto della bellezza e dello stile.

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“L’Atelier Pipilù della Casa dos Curumins è un progetto artistico‑sociale. La sua funzione principale è offrire una formazione umana completa, attraverso l’educazione artistica e un’istruzione di qualità. Consente realmente ai ragazzi di superare ristrettezze, emarginazione e povertà, scoprendo le proprie abilità per realizzarle pienamente nel percorso di vita”. Molto gratificante per allievi e insegnanti è stato anche il successo della band musicale che si è esibita sul palco di Festival Jazz a Lugano. Molti ragazzi trovano infatti nella musica una professione, altri una possibilità di espressione e di condivisione, tutti un’esperienza di vita. La creatività è dunque un forte valore, un’immensa risorsa poiché offre a ogni persona modi e spazi per estrinsecare la propria personalità e rimarginare le ferite profonde». Casa dos Curumins segue ogni anno centinaia di bambini, adolescenti e anziani. Quali aspetti del progetto considera oggi più urgenti da sostenere e quali speranze nutre per il futuro della comunità della Pedreira? «Innanzitutto è necessario assicurare la continuità di un impegno che premia con risultati eccellenti: l’iniziativa familiare dei fondatori ha aperto la strada a una vera e propria impresa solidale che si è consolidata negli anni tra la nostra realtà svizzera e quella brasiliana. I numeri parlano chiaro: sono oltre 600 i bambini e gli adolescenti seguiti ogni anno con progetti nell’ambito dell’istruzione, della musica, dell’arte, della cultura e dello sport, mentre più di 100 anziani vengono coinvolti in programmi sociali e del tempo libero».

Il progetto è nato da un gesto profondamente umano e continua a vivere grazie a legami personali. Che ruolo ha, secondo lei, la spiritualità nel modo in cui ci si avvicina alla filantropia e si sostiene una comunità così lontana geograficamente, ma così vicina nei valori? «Secondo Adriana e Alberto Eisenhardt, una comunità solidale come la Casa “vive grazie ai legami, alle persone che credono che anche la bellezza – nei luoghi, nei gesti, nei colori – possa essere un atto sociale”. La dedizione a una causa così nobile e umana non può che attingere un inesauribile slancio dalla verità evangelica e universale: la parola di Gesù “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare”, incarnata nella cura e nell’attenzione globale ai più piccoli, diventa per tutti nutrimento e vita». www.casadoscurumins.org


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DOSSIER FONDAZIONI / JACQUELINE BURCKHARDT

La filantropia come forza creativa Una conversazione con Jacqueline Burckhardt*, storica dell’arte, sul mecenatismo culturale di Elisa Bortoluzzi Dubach

*Jacqueline Burckhardt è una storica dell’arte e curatrice, formatasi a Roma e Zurigo. È stata cofondatrice e redattrice della rivista Parkett, presidente della Commissione federale d’arte e docente all’Accademia di Architettura di Mendrisio. Ha curato progetti artistici per il Novartis Campus di Basilea e diretto l’Accademia estiva del Zentrum Paul Klee. Nel 2002 ha pubblicato il libro La mia commedia dell’arte in tedesco, tradotto in inglese nel 2004. Nello stesso anno è stata insignita del Grand Prix Meret Oppenheim.

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el corso della sua carriera lei ha accompagnato più volte artiste, artisti e istituzioni con testi critici e progetti curatoriali. Quale ruolo può svolgere oggi la filantropia culturale per rafforzare e rendere più visibile questo impegno intellettuale? «La filantropia culturale, sostenuta da curiosità, competenza, intuizione, propensione al rischio e senso di responsabilità sociale, è oggi particolarmente necessaria come pratica morale. A differenza dello sponsoring, non si orienta principalmente al valore di mercato, alla popolarità o alla spendibilità mediatica. Sostiene anche riflessioni sulle profondità storiche, che aprono nuove prospettive sulla percezione del presente. I filantropi convincenti sono personalità che sanno recepire i progetti culturali e che hanno interiorizzato la cultura. Per loro la cultura non significa soltanto prestigio, svago

o ornamento sociale; è qualcosa di esistenziale per la propria formazione e per il loro concreto agire e operare. Queste persone praticano la trasformazione del capitale finanziario in capitale culturale. Il piacere del confronto intellettuale dovrebbe essere coltivato molto più fortemente nelle scuole e nei media. Tuttavia, il sistema educativo svizzero è orientato soprattutto alla pragmaticità e all’efficienza. Le discipline umanistiche vengono sempre più marginalizzate e la cultura viene spesso trasmessa in modo offensivamente semplificato. Ciò significa che il valore della cultura è sottovalutato nel nostro Paese del benessere. Tanto più importante è quindi la filantropia culturale». L’Accademia estiva del Zentrum Paul Klee, che lei ha diretto per molti anni, offriva a giovani artiste, artisti e curatrici, curatori uno spazio di ricerca intenso e al tempo stesso aperto. Quale effetto a lungo termine può avere un’iniziativa di questo tipo sostenuta filantropicamente? «L’Accademia estiva (2005-2016) fu resa possibile grazie alla lungimiranza dell’allora CEO della Berner Kantonalbank. Quando alla banca fu chiesto di contribuire alla costruzione del Zentrum Paul Klee, il CEO preferì destinare i fondi non a inve-


DOSSIER FONDAZIONI / JACQUELINE BURCKHARDT

stimenti in acciaio, vetro e cemento, ma alla creazione, all’interno dell’istituzione, di un forum vivace e intellettuale. Ogni anno selezionavo insieme al comitato scientifico dodici fellows internazionali e invitavo inoltre artiste, artisti, curatrici, curatori e teoriche, teorici che, ogni agosto, si confrontavano con un tema specifico (http://sommerakademie.zpk.org). In questo modo, Berna venne percepita come un luogo ispiratore di riflessione sui fenomeni contemporanei. Fu quindi tanto più deplorevole quando, dopo dieci anni, la banca - sotto una nuova direzione - modificò il proprio programma di sponsoring a favore dello sport. Proprio nel campo della cultura, un mecenatismo continuo e stabile è essenziale affinché possano nascere e perdurare un’autentica consapevolezza culturale e reti significative». Parkett ha reso possibile per decenni un dialogo internazionale tra arte, critica e istituzioni. In che modo la filantropia può oggi sostenere pubblicazioni indipendenti che favoriscono tali processi di scambio transfrontaliero? «Senza mecenati, la rivista d’arte Parkett non avrebbe potuto esistere per 33 anni - ma neppure senza “l’auto‑sfruttamento” delle sue editrici e dei suoi editori. Proprio nel campo del lavoro intellettuale, della ricerca e della mediazione culturale è difficile trovare sostenitrici e sostenitori che si interessino anche ad archivi e progetti interdisciplinari - cioè a iniziative che non producono qualcosa di immediatamente visibile o facilmente comunicabile. Ancora una volta vale lo stesso principio: a tutti i livelli della società e ovunque, l’interesse per la cultura deve essere ravvivato attraverso strategie sensate».

Molte fondazioni sostengono l’arte contemporanea. Che cosa rende, dal suo punto di vista, una fondazione una partner davvero affidabile per artiste, artisti e istituzioni culturali? «Tutto dipende dalla competenza delle personalità che, all’interno di queste fondazioni, prendono le decisioni. Un consiglio di fondazione deve sapere dove risiedono le proprie debolezze e da chi può farsi consigliare in modo competente. Una fondazione affidabile non si distingue soltanto per il numero e l’entità dei contributi erogati, ma soprattutto per la sua capacità di riconoscere qualità, potenziali e urgenze». Lei ha accompagnato importanti progetti nello spazio pubblico, come le vetrate di Sigmar Polke nel Grossmünster. In che modo la filantropia può contribuire a rendere possibili opere che arricchiscono in modo duraturo la collettività e il patrimonio culturale pubblico? «In questo caso, il principale atto di filantropia venne compiuto dallo stesso artista. Poiché la sua opera, con le preziose lastre di agata e tormalina, diventava sempre più complessa e quindi più costosa, ci si chiese come sarebbe stato possibile finanziarla. I fondi donati da una mecenate non sarebbero stati sufficienti. Quando Polke si ammalò gravemente e comprese che quelle vetrate sarebbero state la sua ultima opera, decise di donare il suo lavoro - insieme alle pietre preziose impiegate - come lascito al mondo. Questa generosità fu resa possibile anche dal fatto che si sentiva accompagnato da persone impegnate e compreso nelle sue intenzioni».

Nella sua attività, la promozione delle artiste ha sempre avuto un ruolo importante. In che modo la filantropia può contribuire a rendere il sistema dell’arte più equo - senza limitarsi a gesti simbolici o a una retorica superficiale sulla parità di genere? «Nella filantropia non si tratta di giustizia secondo un principio democratico di distribuzione, ma della capacità di riconoscere qualità, talenti e urgenze culturali. È a queste che occorre rendere giustizia. Per farlo servono conoscenza, esperienza e intuizione, non un pensiero distaccato o burocratico». Lei ha contribuito alla creazione del Prix Meret Oppenheim, oggi uno dei più importanti premi d’arte in Svizzera. Che cosa rende un premio sostenuto filantropicamente davvero determinante per la carriera di un’artista o di un artista? «Il premio rappresenta il riconoscimento istituzionale delle prestazioni pluriennali di personalità influenti nei campi dell’arte, dell’architettura e della mediazione culturale. Porta alla luce figure esemplari, le motiva e rafforza la loro fiducia in sé». Molti giovani artisti dipendono da residenze, borse di studio e programmi di sostegno. Quali elementi rendono un’iniziativa filantropica realmente utile per il loro sviluppo professionale e personale? «Gli artisti devono informarsi su tutte queste opportunità, capire di cosa hanno davvero bisogno e, allo stesso tempo, rimanere aperti alla serendipità. La filantropia, da parte sua, non dovrebbe assumere un atteggiamento paternalistico, ma cogliere con sensibilità ciò che merita TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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di emergere, ciò che nel sistema dell’arte non ha ancora trovato spazio, e comprendere come possa svilupparsi in modo significativo». La Svizzera dispone di una lunga tradizione di filantropia culturale. Quali aspetti di questo modello si rivelano, dal suo punto di vista, particolarmente efficaci per la promozione della creatività contemporanea? «È vero: più dello Stato, nel nostro Paese sono i filantropi e gli sponsor a sostenere la cultura, e questo ci viene riconosciuto e invidiato a livello internazionale. Tuttavia, da una prospettiva storica e umanistica, la Svizzera non è mai stata una grande ”nazione culturale” come l’Italia o la Francia. Oggi, come democrazia diretta, è fortemente segnata dal pragmatismo.

Qui si guarda spesso con scetticismo a ciò che è intellettuale o non immediatamente definibile, soprattutto quando non si inserisce nelle logiche dell’efficienza o nel consenso sociale. Per questo è importante interrogarsi su come la Svizzera, con i suoi molteplici strati e le sue influenze creative, possa crescere sempre più fino a diventare una vera e propria “nazione culturale”». Guardando al futuro: quali forme di collaborazione tra istituzioni artistiche e filantropia ritiene particolarmente adatte a promuovere ricerca, sperimentazione e innovazione? «La filantropia potrebbe incentivare e sostenere in misura maggiore l’interazione tra quelle istituzioni e quelle forze che contri-

buiscono a rafforzare la consapevolezza culturale nel nostro Paese. Nella politica, e persino nelle istituzioni culturali, mancano personalità operative dotate di visioni culturali. Ci sono buoni funzionari, certo, ma servono persone che puntino sulla formazione e sul pensiero critico. E queste sono sempre più rare. I musei devono orientarsi alle quote di visitatori e abbassano le proprie ambizioni. I media riducono le pagine culturali e pubblicano sempre meno contributi approfonditi. Vi sono dunque molte ragioni per rif lettere su come la filantropia possa impegnarsi in modo più proattivo a favore della cultura – magari rivolgendosi direttamente alla politica dell’educazione, dei media e della cultura, e mettendola alla prova».

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DOSSIER FONDAZIONI / KARIN SCHICK

Non esisterebbe l’arte senza la filantropia Intervista a Karin Schick, storica dell’arte, Direttrice della Hilti Art Foundation. nuove idee e nuovi modi di vedere, arricchendo così la mia comprensione dell’arte. E naturalmente un impulso centrale è l’incontro con artiste e artisti, con i loro atteggiamenti personali e le loro diverse modalità di interpretare e rappresentare il mondo».

L

a sua storia personale si sviluppa attraverso luoghi, incontri e scelte significative. Quali momenti della sua biografia considera più decisivi nel determinare il suo percorso umano e professionale? Ripensando ai suoi primi anni, c’è un momento o una figura che per prima ha risvegliato la sua curiosità per l’arte e la cultura? «L’arte, la progettazione e la bellezza hanno sempre avuto un grande significato nella mia famiglia. Questi elementi facevano naturalmente parte della nostra quotidianità: avevano un valore intrinseco, erano rispettati e apprezzati, e tutto ciò in modo sensoriale e concreto. La dimensione intellettuale è arrivata più tardi, e in questo il mio relatore di dottorato,

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Konrad Hoffmann a Tübingen, si è rivelato una figura importante: non trasmetteva il suo sapere ex cathedra, ma invitava alla discussione viva, al mettere in questione, all’osservazione attenta e critica. L’arte e la cultura sono diventate per me uno specchio del loro tempo, espressione degli individui ma anche delle condizioni sociali e politiche. Un impulso fondamentale è venuto anche da Uwe M. Schneede, allora direttore della Hamburger Kunsthalle: richiedeva precisione nello sguardo e nel linguaggio, così come chiarezza nell’argomentazione. Più tardi sono state importanti anche le mie colleghe più giovani, con cui ho avuto il privilegio di lavorare negli ultimi vent’anni. Hanno portato con piena consapevolezza di sé

L’arte occupa un posto centrale nella sua vita e nel suo lavoro. Come descriverebbe il rapporto interiore che, nel tempo, si è instaurato tra lei e le opere che l’hanno accompagnata? «Amo lavorare con gli originali. Essi sono pura materia - da vedere, toccare, persino annusare - e al tempo stesso custodiscono le idee, le convinzioni e le sensibilità delle persone che li hanno creati, consegnandoli al mondo e lasciandoli in eredità a noi. Le opere d’arte costituiscono un’intersezione unica tra sensorialità, intelletto, presente e storia, comprese, ad esempio, le vicende della loro provenienza. Quanto più ci si dedica a esse, tanto più si rivelano dense di significato, e tuttavia non possono mai essere spiegate del tutto. Rimangono, in ultima analisi, enigmi - e proprio per questo portano in sé anche il futuro: possibilità che devono ancora emergere».


DOSSIER FONDAZIONI / KARIN SCHICK

Il suo percorso formativo l’ha portata a confrontarsi con sensibilità e prospettive molto diverse. Quali insegnamenti fondamentali continuano oggi a guidare il suo modo di interpretare il mondo? «Le persone sono molto diverse tra loro, e spesso percepiamo la realtà in modi sorprendentemente differenti. Già durante gli anni di studio in Germania e negli Stati Uniti, così come nelle mie varie funzioni - anche direttive - in musei in Germania, in Svizzera e ora in Liechtenstein, ho potuto farne esperienza diretta. In questo senso, è utile coltivare il desiderio di comprendere gli altri ed esercitare un atteggiamento di fondo empatico. Ciò non garantisce però automaticamente il successo di un percorso comune: anche con le migliori intenzioni si può fallire, e allora occorre saper ricominciare. In questo risiede anche un vantaggio dell’età: grazie all’esperienza accumulata, si riescono a valutare rapidamente determinate situazioni o dinamiche e a orientarsi di conseguenza. Al tempo stesso si avverte il valore dell’intuizione e si impara a fare affidamento sulla propria voce interiore e sulle proprie convinzioni. Il mondo è sempre un processo di interpretazione, e solo attraverso di esso diventiamo soggetti attivi, capaci di dare forma alla realtà». La filantropia riflette spesso valori profondamente radicati e convinzioni personali. Nella sua prospettiva attuale, quale significato assume la filantropia se osservata alla luce dei principi storici che hanno a lungo caratterizzato il rapporto tra artisti e mecenati? «La storia delle arti non sarebbe concepibile senza il principio del

mecenatismo: dapprima esercitato dalla Chiesa e dall’aristocrazia, poi dalla borghesia e, oggi, da istituzioni private e singoli individui. È soprattutto nell’impegno privato che possono emergere visioni, preferenze e convinzioni profondamente personali. In dialogo con un sostegno pubblico e civico - che, a mio avviso, dovrebbe rimanere imprescindibile - la filantropia indipendente contribuisce a generare una straordinaria ricchezza di espressioni. Questa pluralità di voci nell’arte può diventare un modello per una società capace di diversità e confronto. La cultura rappresenta un elemento essenziale della democrazia, che tutti noi siamo chiamati a esercitare con continuità, oggi più che mai». In qualità di fondazione che conserva un corpus di opere di grande rilievo, la Hilti Art Foundation offre uno spazio in cui il patrimonio artistico e una cultura della generosità si intrecciano. Quali forme di risonanza o trasformazione ritiene che questo incontro possa suscitare in chi visita la collezione? «La prestigiosa collezione della Hilti Art Foundation abbraccia un arco storico che va dalla fine del XIX secolo fino ai giorni nostri. Al suo interno, l’arte moderna e quella contemporanea si incontrano in un dialogo vivo, che ci permette di considerare e rappresentare in modo esemplare la dimensione storica del nostro presente. I nostri fondatori concepiscono l’arte come un elemento essenziale della vita sociale; per loro è fondamentale condividere la collezione e renderla accessibile al maggior numero possibile di persone. Consapevolezza della responsabilità sociale, apertura e generosità si intrecciano in modo naturale.

Come direttrice della Fondazione, è per me una grande gioia vivere questo spirito insieme al mio team: attraverso mostre temporanee nel nostro edificio museale, pubblicazioni e proposte di mediazione sia analogiche sia digitali, lavoriamo per aprire ulteriormente la collezione a un pubblico regionale e internazionale. Oggi la mediazione è molto più di un servizio complementare: è uno strumento strategico e sociale. L’apertura alla cooperazione, alla pluralità delle voci e a nuovi formati, anche di natura mediale, riveste un ruolo decisivo: i contenuti possono suscitare curiosità, creare accessi e rendere possibile il dialogo. Soprattutto in luoghi geograficamente particolari come il Liechtenstein, tutto ciò non dovrebbe avvenire soltanto in presenza, ma anche essere percepibile ed efficace oltre i confini. Per questo motivo, circa un anno fa abbiamo introdotto una guida multimediale innovativa, sviluppata insieme all’esperta realtà berlinese tonwelt, che continuiamo ad ampliare man mano che la nostra collezione cresce». La guida multimediale della collezione crea un ponte tra narrazione, tecnologia ed esperienza dell’arte. Quale potenziale intravede in questo strumento per coinvolgere nuovi pubblici? «Come un classico audioguida, la nostra guida multimediale bilingue (tedesco e inglese) offre testi introduttivi alle opere della collezione. Ma, oltre a ciò, attraverso fotografie, videoclip, interviste, brani musicali o teatrali, si apre un ulteriore spazio, ampio e ricco, di storie, contenuti e interpretazioni: collezionisti, curatori, artisti, testimoni del tempo, studenti e visitatori prendono la parola, diventano interlocutori e ci permetTICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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DOSSIER FONDAZIONI / KARIN SCHICK

tono di accedere alle loro prospettive. In particolare i testimoni diretti condividono spesso materiali che non potrebbero essere letti o ascoltati altrove: è la nostra forma di oral history. Lo sguardo personale rivolto alla singola opera si rinnova, e la visita al museo diventa più intima, immediata, sorprendente. Scienza, educazione e intrattenimento stimolante non devono contraddirsi; al contrario: ciò che ci tocca, ci muove, ci fa riflettere e rimane nella memoria. Siamo molto lieti di constatare che questo lavoro impegnativo stia già dando i suoi frutti: quando non partecipano a una visita guidata, un numero crescente di visitatori di ogni età utilizza la guida multimediale. Il tempo di permanenza davanti alle singole opere, così come all’interno del museo, è aumentato sensibilmente, segno di un coinvolgimento più intenso con

l’arte. I contenuti di alta qualità della guida vengono inoltre impiegati anche sul nostro sito web e sui social media, grazie ai quali possiamo raggiungere, oltre i confini nazionali, soprattutto i più giovani, che forse un giorno decideranno persino di venirci a trovare. Online, senza vincoli di luogo, chiunque sia interessato può informarsi, godere della nostra collezione o entrare in contatto con noi». Il suo lavoro unisce sguardo curatoriale, innovazione e impegno sociale. Quale filo invisibile collega queste dimensioni nella sua esperienza quotidiana? Guardando al futuro, quale visione desidera condividere sul rapporto tra arte e filantropia e sul ruolo che queste due forze possono svolgere nel promuovere un cambiamento duraturo?

«Il lavoro con l’arte, la consapevolezza sociale e il desiderio di novità e di sviluppo sono per me elementi intimamente connessi. La passione per l’arte è ciò che ci muove, ma essa fiorisce davvero solo nel confronto con l’altro. Non facciamo tutto questo per noi stessi, bensì per le persone che desiderano interessarsi, partecipare, lasciarsi coinvolgere. Il Modernismo classico che costituisce il nucleo della nostra collezione, è un’epoca di curiosità, coraggio e innovazione. Le opere che raccogliamo, conserviamo, studiamo, interpretiamo ed esponiamo irradiano questo spirito. Ci mettono alla prova e, ogni volta, ci ricaricano della loro energia. Se riuscissimo a trasmetterne anche solo una parte, se il nostro impegno potesse davvero produrre effetti, sarebbe un contributo prezioso a una comunità libera e aperta».


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DOSSIER FONDAZIONI / FONDAZIONE HC LUGANO ACADEMY

La forza di una comunità solidale

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he cosa l’ha convinta ad accettare un ruolo attivo all’interno della Fondazione HCL Academy e quali valori personali ritrova maggiormente nelle finalità di questa istituzione?

L’Avv. Massimo Pedrazzini, Presidente della Fondazione HC Lugano Academy, ha invitato i membri del Consiglio di Fondazione dell’HCL Academy a raccontare le motivazioni della loro passione per l’hockey e le ragioni dell’impegno a favore della Sezione Giovanile. La parola a Luca Pedrotti, Direttore regionale UBS Ticino.

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«Entrare a far parte della Fondazione HCL Academy è stata una scelta naturale, perché credo profondamente nell’importanza di investire nelle nuove generazioni. Lo sport è una straordinaria scuola di vita: insegna il rispetto, la responsabilità, il lavoro di squadra e la capacità di affrontare le difficoltà con determinazione. Sono valori che condivido pienamente e che ho vissuto personalmente durante tutta la mia carriera sportiva dapprima e professionale successivamente, e che ritrovo nella missione della Fondazione, impegnata a offrire ai giovani un ambiente sano e motivato in cui crescere, sia come atleti sia come persone».


L’impegno nella Fondazione richiede tempo, energia e partecipazione concreta. Che cosa la spinge a mettere, come si dice, “anima e corpo” in questo progetto? «Credo che ciascuno di noi abbia la responsabilità di restituire qualcosa alla comunità. Se attraverso la mia esperienza posso contribuire, anche solo in parte, a creare opportunità per i ragazzi e a sostenere un progetto di valore, allora considero questo tempo ben investito. Vedere l’entusiasmo dei giovani, la passione dei volontari e il sostegno delle famiglie è una motivazione continua e ricorda quanto sia importante lavorare insieme per un obiettivo comune». Lo Skateathon è uno degli appuntamenti più attesi dell’anno: che significato ha per lei questo evento e quale messaggio desidera trasmettere a chi decide di partecipare o di sostenerlo? «Lo Skateathon rappresenta perfettamente lo spirito della HCL

Academy. È un momento in cui sport, solidarietà e senso di appartenenza si incontrano, coinvolgendo atleti, famiglie, sostenitori e tutta la comunità. Non è soltanto una raccolta fondi, ma un’occasione per condividere valori e costruire insieme il futuro dell’Academy. A chi partecipa o sostiene l’iniziativa vorrei dire che ogni contributo, grande o piccolo, ha un impatto concreto e permette ai nostri giovani di continuare a crescere in un ambiente ricco di opportunità». Lei è da sempre vicino al mondo dell’hockey e all’HC Lugano. Quali valori di questo sport – spirito di squadra, sacrificio, solidarietà – ritrova anche nel suo percorso professionale? «L’hockey insegna che i risultati non arrivano mai grazie al talento individuale, ma attraverso il lavoro di squadra, la preparazione e la fiducia reciproca. Sono principi che considero fondamentali anche nella vita professionale. Affrontare le sfide

con disciplina, sostenersi nei momenti difficili e condividere successi e responsabilità sono elementi che fanno la differenza, sia in un’azienda sia su una pista di ghiaccio». Se dovesse descrivere la sua passione di tifoso con una sola immagine o un ricordo legato all’hockey, quale sceglierebbe e perché questo sport continua ancora oggi a emozionarla così tanto? «Più che un singolo episodio, penso all’immagine della Cornèr Arena gremita, con il pubblico che sostiene la squadra dall’inizio alla fine. È una dimostrazione autentica di appartenenza e passione, capace di unire persone di tutte le età. È questo che continua a emozionarmi: l’hockey non è soltanto uno sport, ma una comunità che condivide emozioni, sacrifici e momenti indimenticabili. Ed è proprio questo spirito che la HCL Academy contribuisce a coltivare, guardando al futuro». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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TURISMO / TICINO TURISMO

Il Ticino diventa un set Dai videoclip internazionali alle produzioni cinematografiche, dalle serie digitali alle campagne musicali, il Ticino sta conquistando uno spazio crescente nell’industria audiovisiva. Una strategia che unisce promozione turistica, forza delle location e capacità organizzativa, trasformando immagini e storie in una vetrina globale per il territorio. Ne parliamo con Angelo Trotta, Direttore di Ticino Turismo. Ph: © Ti-Press

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egli ultimi mesi il Ticino è stato scelto per numerose produzioni audiovisive. Che valore assume questo fenomeno nella vostra strategia di promozione? «L’audiovisivo è un canale di promozione molto interessante perché permette al territorio di entrare in una narrazione e di raggiungere pubblici che spesso vanno ben oltre quelli della comunicazione turistica tradizionale. Un film, un videoclip o una produzione digitale non mostrano semplicemente una destinazione: la trasformano nello scenario di una storia, associandola a emozioni, personaggi e immaginari. Quando poi sono coinvolti artisti o produzioni seguiti da milioni di persone, la capacità di amplificazione diventa straordinaria. Per il Ticino significa accrescere la notorietà internazionale e presentarsi attraverso linguaggi contemporanei, capaci di parlare a generazioni e mercati diversi».

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Che cosa rende il Ticino particolarmente adatto ad accogliere produzioni cinematografiche, musicali e televisive? «Innanzitutto la straordinaria varietà del paesaggio concentrata in uno spazio relativamente ridotto. Nel giro di poco tempo si può passare dai laghi a scenari alpini, da borghi storici a città, fortezze medievali, architetture contemporanee e ambienti dal carattere quasi mediterraneo. Per una produzione significa poter disporre di location molto differenti limitando tempi e spostamenti. A questo si aggiungono qualità delle infrastrutture, professionalità e capacità di coordinamento. La collaborazione con la Ticino Film Commission è fondamentale proprio perché consente di accompagnare concretamente le produzioni, dalla ricerca delle location alle autorizzazioni e agli aspetti logistici. Il pitch del 10 agosto dedicato alla presentazione del Ticino agli operatori del settore va esattamente in questa direzione».

Un caso particolarmente significativo è stato il videoclip “When I’m Home” di Travis Scott, girato in gran parte alla Fortezza di Bellinzona. Che cosa ha rappresentato una produzione di questa portata? «È stato un esempio molto efficace di ciò che il Ticino può offrire. La Fortezza di Bellinzona, patrimonio mondiale UNESCO, possiede una forza visiva straordinaria e nel video è stata utilizzata insieme ad altre location, tra cui Gordola. Ma altrettanto importante è stata la capacità del territorio di rispondere alle esigenze di una grande produzione internazionale in tempi estremamente rapidi. Il progetto ha coinvolto professionisti di primo piano e un brano interpretato da Travis Scott e James Blake con Ludwig Göransson, collegato al film The Odyssey di Christopher Nolan. Sono produzioni che hanno una visibilità mondiale e che permettono di mostrare luoghi simbolici del Ticino a un pubblico enorme. Dimostrano


Ph: © Christian Meixner

inoltre che, quando istituzioni, enti turistici e Ticino Film Commission collaborano, il Cantone può competere efficacemente nell’industria audiovisiva internazionale». La musica sembra essere diventata uno dei veicoli privilegiati di questa nuova comunicazione. Penso anche a Beatrice Egli e agli Schwiizergoofe… «Sono due esempi differenti ma accomunati dalla capacità di creare un rapporto emozionale con il territorio. Con Beatrice Egli la collaborazione è arrivata nel 2026 alla terza edizione e quest’anno ha avuto un ulteriore sviluppo con il videoclip di Zyt zum heicho, girato nella regione di Ascona-Locarno. Il tema stesso della canzone, quello del ritorno a casa e del legame con le proprie radici, dialoga molto bene con il paesaggio ticinese. LAGO MIO degli Schwiizergoofe è invece un progetto rivolto soprattutto alle famiglie che combina musica, video, social media, movimento e storytelling. In entrambi i casi non si tratta semplicemente di “mostrare” il Ticino, ma di farlo diventare parte integrante del racconto». Anche il cinema può contribuire a costruire un’immagine del territorio meno convenzionale. È il caso di “Becaària”, recentemente arrivato nelle sale della Svizzera tedesca. «Becaària rappresenta forse uno degli esempi più profondi del rapporto tra cinema e territorio, perché il Ticino non è soltanto uno sfondo, ma appartiene alla storia stessa. Il film di Erik Bernasconi, tratto dal romanzo di Giorgio Genetelli, racconta la formazione di un ragazzo nel Ticino degli anni Settanta ed è stato girato in particolare nella regione di Ascona-Lo-

carno e a Fusio, nell’alta Vallemaggia. Il paesaggio diventa quindi parte della narrazione e contribuisce in maniera decisiva alla sua atmosfera. Il film, premiato con il Prix du Public alle Giornate di Soletta 2026, attraverso le proiezioni e le iniziative collegate può far conoscere anche nella Svizzera tedesca un Ticino autentico, legato ai suoi villaggi, alla sua memoria e alla sua identità». L’audiovisivo non significa però soltanto cinema e videoclip. La “Culinary Grand Tour of Switzerland”, ad esempio, utilizza YouTube per raccontare il territorio attraverso la gastronomia… «Esattamente. È importante ragionare sull’audiovisivo in senso molto ampio. Nella quarta stagione della Culinary Grand Tour of Switzerland, i food creator Noah Bachofen e Nico Franzoni attraversano il Ticino raccontando produttori, vini, formaggi, paesaggi e gastronomia. Dall’Alpe Crestumo a Vico Morcote, dalle cantine del Castello del Sole ad Ascona, l’esperienza culinaria diventa una modalità per raccontare il territorio e le persone che lo abitano. È un linguaggio particolarmente efficace perché oggi una parte importante dell’ispirazione di viaggio nasce proprio dai video e dalle piattaforme digitali. Lo stesso vale per le collaborazioni realizzate

con televisioni svizzere ed estere, documentari, programmi e produzioni come Linea Verde della Rai». Possiamo quindi parlare di una vera politica di attrazione delle produzioni audiovisive. Quale potrebbe essere il prossimo passo? «L’obiettivo è continuare a costruire relazioni con il mondo della produzione audiovisiva e far conoscere sempre meglio ciò che il Ticino può offrire. Non dobbiamo limitarci ad aspettare che qualcuno scopra casualmente una location: occorre presentare attivamente il territorio, collaborare con la Ticino Film Commission, facilitare il lavoro di chi arriva e creare una rete efficiente tra enti turistici, Comuni, istituzioni e operatori locali. Anche produzioni nate indipendentemente dalle nostre attività, come quella degli OneRepublic in occasione della loro presenza a Moon&Stars, confermano quanto il territorio possa esercitare spontaneamente un’attrazione creativa. Ogni volta che un regista, un artista o una grande produzione sceglie il Ticino, quelle immagini possono iniziare un viaggio che raggiunge milioni di persone. Ed è probabilmente questa la forza più interessante dell’audiovisivo: far conoscere una destinazione senza descriverla, semplicemente facendola vivere dentro una storia». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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TURISMO / LUGANO REGION

Una porta aperta sul territorio 01

Nel cuore della città, l’Info Point di Via Magatti 6 è molto più di un ufficio informazioni: un luogo di accoglienza, incontro e scoperta rivolto ai visitatori, ma sempre più anche ai residenti. Un punto di riferimento che offre consulenza, servizi ed esperienze e contribuisce a diffondere una cultura dell’ospitalità in tutta la regione. 184 TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

L’

Info Point di Lugano Region rappresenta molto più di un semplice ufficio informazioni turistiche. È la porta d’accesso alla destinazione e l’unico punto di riferimento ufficiale per una città che vuole essere sempre più aperta al turismo. Il Settore Informazione di Lugano Region svolge


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infatti un ruolo fondamentale nella valorizzazione del territorio, accompagnando visitatori e residenti alla scoperta delle numerose opportunità offerte dalla regione. Lugano Region interpreta il tema dell’ospitalità in senso ampio: non soltanto come supporto al turista, ma come servizio rivolto anche alla comunità locale, sempre più interessata a conoscere eventi, esperienze e iniziative. Un impegno che riflette

la volontà dell’Ente Turistico del Luganese di promuovere una vera cultura dell’accoglienza anche tra i propri partner, considerata un elemento strategico per la crescita e l’attrattività della destinazione. L’Info Point si presenta come uno spazio moderno e innovativo, dove trovare informazioni e scoprire il territorio anche in modo esperienziale. Tre installazioni digitali interattive consentono infatti di avvicinarsi alla regione attraverso un gioco dedicato ai più piccoli, una mappa del comprensorio e delle attività disponibili e una postazione che, attraverso un’attività ludica, suggerisce una possibile giornata tipo. A tutto questo si affianca una consulenza attenta e completa, fruibile in autonomia oppure con il supporto di personale specializzato. Accanto ai visitatori cresce costantemente anche il pubblico locale, uno dei principali target sui quali è stato sviluppato il nuovo concetto di Info Point. Con la sua “Home of Travellers”, Lugano Region ha voluto creare uno spazio accogliente, dinamico e aperto, capace di diventare un punto d’incontro 03

per chi visita la destinazione, e anche per chi la vive ogni giorno. In conformità alla Legge sul turismo, il Settore Informazione dell’ETL è responsabile delle attività di accoglienza, orientamento e consulenza rivolte ai visitatori, garantendo assistenza prima, durante e dopo il soggiorno nella regione. Ogni anno l’Info Point di Lugano fornisce oltre 15’000 consulenze personalizzate allo sportello, con suggerimenti su itinerari, escursioni, eventi, trasporti, esperienze e attività. Il servizio è inoltre disponibile negli Info Point di Caslano e Morcote, aperti da aprile a fine ottobre, e a distanza tramite telefono, chat ed e-mail. Presso l’Info Point è possibile prenotare le escursioni guidate della città e della regione, acquistare le patenti di pesca turistiche e il contrassegno autostradale, così come i prodotti di Lugano Region, tra cui Culture Pass e Dine Around, e quelli proposti da alcuni partner, quali i biglietti del Trenino Turistico Lugano, Detektiv Trail e Foxtrail. Interessanti opportunità di visibilità sono inoltre offerte ai partner TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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TURISMO / LUGANO REGION

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attraverso i Pop Up tematici, corner temporanei messi gratuitamente a disposizione degli operatori turistici della regione per promuovere eventi, iniziative stagionali, prodotti ed esperienze direttamente ai visitatori e ai residenti che frequentano il punto informazioni. Grande attenzione viene dedicata anche alla valorizzazione delle eccellenze locali. Grazie alla collaborazione con il Centro di Competenze Agroalimentari Ticino, l’Info Point propone una selezione di prodotti del territorio, contribuendo alla promozione dell’artigianato, delle specialità gastronomiche e delle produzioni locali. Un’iniziativa che sostiene l’economia regionale e permette agli ospiti di portare con sé un souvenir autentico della destinazione. L’accoglienza, tuttavia, non si esaurisce all’interno dell’Info Point. Da questa visione nasce il progetto “Lugano Region Ti Conosco”, una formazione gratuita rivolta al personale delle strutture ricettive, con l’obiettivo di rafforzare le competenze degli operatori, approfondire la conoscenza della destinazione e offrire ai visitatori

un’esperienza sempre più qualificata e coerente con gli elevati standard di ospitalità del territorio. Il primo ciclo del progetto si è concluso dopo otto incontri, coinvolgendo 68 partecipanti provenienti da 24 strutture ricettive di tutti i comprensori della regione del Luganese: Lugano, Capriasca, Ceresio, Malcantone e Vedeggio. Il riscontro raccolto dall’ETL è stato particolarmente positivo e, alla luce dell’entusiasmo e della partecipazione regi-

strati, l’Ente prevede di proporre nuovi cicli dell’iniziativa nel primo trimestre del 2027, con l’obiettivo di coinvolgere progressivamente un numero sempre maggiore di strutture e rafforzare la rete di collaborazione tra gli operatori turistici. L’ETL continua inoltre a investire nel consolidamento della propria rete di soci, elemento strategico per costruire una destinazione sempre più competitiva e partecipata. Diventare soci significa contribuire attivamente alla promozione del territorio, partecipare alla vita dell’Ente attraverso le Assemblee ordinarie annuali, esprimere il proprio voto sui temi all’ordine del giorno e beneficiare di servizi e iniziative dedicate. Per maggiori informazioni: www.luganoregion.com/soci

01 / 03 / 05 Ph: © Lugano Region – Michele Mengozzi 02 Ph: © Svizzera Turismo – Lorenz Richard 04 Ph: © Lugano Region – Martin Maestretti


TURISMO / MENDRISIOTTO E BASSO CERESIO

Quando il Medioevo parla anche ai più giovani A dieci anni dalla nascita, il Parco archeologico di Tremona rinnova l’esperienza di visita con nuovi occhiali di realtà aumentata e un percorso in quattro lingue dedicato ai ragazzi. Nadia Fontana-Lupi, direttrice dell’Organizzazione turistica regionale Mendrisiotto e Basso Ceresio, racconta un progetto capace di unire storia, tecnologia e divulgazione.

I

l Parco archeologico di Tremona compie dieci anni. Qual è il significato di questo anniversario? «È un traguardo importante perché conferma la validità di un progetto

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nato dalla collaborazione tra istituzioni, archeologi, operatori turistici e numerosi volontari. In questi dieci anni il Parco è riuscito a trasformare le testimonianze di un antico insediamento in un’esperienza accessibile al grande pubblico. Tremona non è soltanto un luogo nel quale osservare mura e reperti: è uno spazio che permette di comprendere come si viveva in un villaggio medievale, entrando idealmente nelle case, nella bottega del fabbro e negli ambienti della vita quotidiana. È il primo Parco archeologico del Cantone Ticino e continua a rappresentare una proposta unica nel panorama regionale».

La realtà aumentata accompagna il Parco fin dalla sua apertura. Che cosa cambia con i nuovi occhiali? «La città di Mendrisio ha deciso di introdurre gli EPSON BT-40, dispositivi più moderni, intuitivi e performanti, che consentono una visione più fluida e coinvolgente. La realtà aumentata ha una funzione molto precisa: rendere visibile ciò che il tempo ha cancellato. Davanti alle vestigia del villaggio, il visitatore può vedere ricomparire edifici, persone, attività e scene della vita medievale. Non si tratta quindi di sovrapporre la tecnologia alla storia, ma di utilizzarla come strumento di mediazione tra ciò che è ancora presente e ciò che può essere ricostruito grazie agli studi archeologici. Il percorso comprende dieci tappe e l’esperienza completa dura indicativamente tra i cento e i centoventi minuti». La novità più significativa è il percorso KIDS. Come è stato concepito?


Informazioni per la visita

«È stato pensato specificamente per bambini e ragazzi dagli 8 ai 16 anni, che non potevano essere coinvolti semplicemente adattando o abbreviando il racconto destinato agli adulti. L’archeologa e mediatrice culturale Ilaria Verga ha elaborato contenuti con un linguaggio diretto, comprensibile e capace di stimolare la curiosità. Ad accompagnare i giovani visitatori è la voce narrante di Zanes, un personaggio che li conduce alla scoperta delle abitazioni, dei mestieri, dell’alimentazione e delle abitudini degli abitanti del villaggio. L’intento è far percepire la storia non come una successione di date, ma come il racconto della vita di persone realmente vissute in questo luogo». Il percorso è disponibile in quattro lingue. Quanto conta l’accessibilità per una destinazione come Tremona? «È fondamentale. Il progetto della ricostruzione del villaggio in 3D e quindi anche degli occhiali, ha lo scopo di attirare anche i turisti. Offrire i contenuti in italiano, francese, tedesco e inglese significa permettere anche alle famiglie e ai giovani ospiti stranieri di vivere pienamente l’esperienza. La tecnologia può contribuire ad abbattere non soltanto le distanze temporali, ri-

portandoci nel Medioevo, ma anche quelle linguistiche. Il sostegno dell’Ente Regionale per lo Sviluppo del Mendrisiotto e Basso Ceresio alla città di Mendrisio è stato determinante per realizzare questa nuova proposta dedicata ai ragazzi». Che ruolo può avere il Parco nella valorizzazione turistica del Monte San Giorgio e dell’intera regione? «Il Parco si inserisce in un territorio straordinariamente ricco, nel quale è possibile compiere un viaggio attraverso epoche molto diverse: dalla storia antichissima testimoniata dai fossili del Monte San Giorgio alla vita medievale di Tremona. Il nostro obiettivo è mettere in relazione natura, cultura, ricerca scientifica e proposte esperienziali, invitando il visi-

L’Infopoint di Tremona, situato nella ex casa comunale in via al Castello 10, resterà aperto fino al 30 novembre 2026, dal giovedì alla domenica e nei giorni festivi. Le visite per gruppi possono essere organizzate anche dal lunedì al mercoledì, mentre le visite guidate, disponibili durante tutto l’anno nelle tre lingue nazionali e in inglese, possono essere prenotate attraverso il Museo dei fossili del Monte San Giorgio.

tatore a fermarsi e a scoprire l’intera regione. Tremona dimostra inoltre come un patrimonio archeologico possa essere raccontato con strumenti contemporanei senza perderne l’autenticità. Dietro ciò che oggi il pubblico può visitare vi sono decenni di scavi e di ricerche condotti dall’Associazione Ricerche Archeologiche del Mendrisiotto e dai suoi volontari, ai quali va riconosciuto un merito fondamentale: avere restituito alla collettività un villaggio che il bosco aveva nascosto per secoli».


TURISMO / FERROVIA MONTE GENEROSO

Festa d’autunno Dal foliage agli eventi in quota, dall’enogastronomia del Fiore di pietra alla nuova Mostra Storica della Ferrovia Monte Generoso, fino ai progetti dedicati alla sostenibilità: l’autunno conferma il Monte Generoso come una destinazione da vivere ben oltre la stagione estiva. Ne parliamo con Carolina Russbach, Head of Marketing, Communication & Digital di Ferrovia Monte Generoso SA.

L’

autunno è una delle stagioni più affascinanti sul Monte Generoso. Che cosa rende questo periodo così speciale? «Il foliage trasforma boschi e pascoli in uno straordinario mosaico di colori, offrendo panorami sempre diversi. Il viaggio sulla Ferrovia Monte Generoso, da Capolago alla vetta, diventa parte integrante dell’esperienza e, nelle ultime corse della stagione, il treno a vapore aggiunge un ulteriore tocco di fascino. Il calendario accompagna i visitatori fino alla Festa di chiusura dell’8 novembre con concerti, appuntamenti gastronomici, trekking, il Generoso Running Day e iniziative pensate per pubblici diversi. Ognuno può vivere la montagna secondo i propri interessi, tra natura, sport e relax». Il Monte Generoso è sempre più una destinazione anche per il gusto e per gli eventi… «La gastronomia rappresenta uno degli elementi distintivi della nostra proposta. Il ristorante del Fiore di pietra valorizza prodotti locali e stagionali in un contesto architettonico e paesaggistico unico, mentre il Buffet Bellavista

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offre un’atmosfera più informale immersa nella natura. Entrambe le strutture sono sempre più richieste anche per matrimoni, anniversari, meeting e team building aziendali, grazie alla possibilità di personalizzare ogni evento e di offrire agli ospiti un’esperienza davvero memorabile». A settembre ricorre il primo anno dell’abbonamento “Amici del Generoso”. Qual è la filosofia di questa iniziativa? «L’idea nasce dal desiderio di rendere il Monte Generoso ancora più accessibile. L’abbonamento permette di salire liberamente per un anno e offre anche vantaggi sulla ristorazione e negli shop. È una formula apprezzata da famiglie, escursionisti e aziende, che possono sceglierla anche come originale benefit per i collaboratori. In fondo riprende la visione di Gottlieb Duttweiler, che immaginava questa montagna come un patrimonio aperto a tutti e non riservato a pochi».

Sostenibilità e valorizzazione del territorio sono oggi due pilastri della vostra attività… «Per noi la sostenibilità è un metodo di lavoro quotidiano. Il rinnovo della certificazione TourCert fino al 30 giugno 2029 conferma un percorso fatto di tutela della biodiversità, valorizzazione dei prodotti locali e stagionali, riduzione degli sprechi alimentari e utilizzo di energia da fonti rinnovabili. A questo si affianca la nuova Mostra Storica della Ferrovia Monte Generoso, situata al piano terreno del Fiore di pietra, inaugurata recentemente, gratuita e aperta al pubblico che racconta oltre centotrent’anni di storia attraverso fotografie, documenti, manifesti, biglietti e materiali d’epoca, permettendo di riscoprire l’evoluzione della nostra ferrovia e del turismo sul Monte Generoso». Il Monte Generoso sarà protagonista anche durante l’inverno… «Da dicembre proseguiremo con l’apertura nei fine settimana, nei giorni festivi e quotidianamente durante il periodo natalizio. È una scelta che si inserisce nel progetto Ticino365 e che ci permette di offrire un’esperienza completa durante tutto l’anno. Il fascino della salita in treno, gli ambienti accoglienti del Fiore di pietra e del Buffet Bellavista e il panorama invernale renderanno il Monte Generoso una meta ideale anche per pranzi, cene ed eventi nel periodo delle festività».


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GASTRONOMIA / MARMANT SA

Tra tradizione e futuro: la rivoluzione gentile nella ristorazione di Lugano

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uccesso immediato, solida organizzazione e ambizioni di crescita: Mario Mantegazza, Presidente di MarMant SA spiega come sta evolvendo il suo progetto di ristorazione, tra eccellenza gastronomica e radicamento nel territorio. A pochi mesi dall’apertura del Federale 1855 e del Ristorante META in Piazza della Riforma, che bilancio è possibile tracciare? «Il bilancio è assolutamente positivo. Abbiamo registrato fin da subito un forte interesse da parte del pubblico a livello locale, nazionale e internazionale. La risposta è stata concreta, quotidiana, e questo ci conferma che la direzione intrapresa è quella giusta. Non si tratta solo di numeri, ma anche di percezione: i clienti riconoscono la qualità dell’esperienza, dall’accoglienza alla proposta gastronomica senza dimenticare il rapporto qualità prezzo che è assolutamente vantaggioso». Quali sono, secondo lei, gli elementi che hanno determinato questo successo? «Direi una combinazione di fattori. Innanzitutto la posizione, Piazza della Riforma, che è il cuore pulsante di Lugano. Poi la scelta di differenziare l’offerta: il Federale 1855 propone una cucina accessibile, legata alla tradizione e alla convivialità, mentre il META rappresenta un’esperienza più ricercata, un vero viaggio nel gusto. Infine, grande attenzione al servizio: oggi le persone cercano un’esperienza completa, non solo un buon piatto». Il Ristorante META ha anche mantenuto la Stella Michelin dopo il trasferimento. Quanto è importante questo riconoscimento? «È un risultato di grande valore, soprattutto considerando il cambiamento di sede e di chef. Conferma la solidità del progetto e la qualità del lavoro svolto dal team. Ma, al di là dei riconoscimenti, ciò che conta davvero è la continuità nella qualità e la capacità di sorprendere il cliente ogni volta».

Dietro questi progetti c’è MarMant SA. Che ruolo ha oggi questa realtà all’interno del suo gruppo? «MarMant è il cuore organizzativo di tutte le attività. È una società di famiglia che gestisce gli aspetti finanziari, operativi e strategici dei diversi ristoranti. Ci permette di avere una visione integrata e di lavorare con metodo, mantenendo al tempo stesso una forte identità in ogni singolo locale. È una struttura snella ma molto dinamica». Possiamo dire che si tratta di un modello imprenditoriale replicabile? «Sì, ma con attenzione. Non si tratta di standardizzare, bensì di creare una base solida su cui costruire progetti diversi. Ogni ristorante ha una sua anima e deve mantenerla. MarMant garantisce coerenza gestionale, ma lascia spazio alla creatività e all’identità di ciascun concept». La vostra è anche una realtà fortemente familiare. Quanto conta questo aspetto? «Conta moltissimo. La famiglia è un elemento di stabilità e di visione a lungo termine. Ognuno ha un ruolo preciso: dalla gestione alla comunicazione, fino alla direzione operativa. Questo ci consente di essere rapidi nelle decisioni e molto allineati sugli obiettivi». Guardando al futuro, avete recentemente annunciato l’acquisizione del Sass Café. Cosa rappresenta questo passo? «È un passaggio importante, sia dal punto di vista imprenditoriale sia emotivo. Il Sass Café è una realtà storica di Lugano e abbiamo grande rispetto per il lavoro svolto negli anni dal precedente proprietario Guido Sassi, che ne ha definito il posizionamento. L’obiettivo è garantire continuità, mantenendo il personale e l’identità del locale, ma allo stesso tempo portando nuove energie e visione». Quali sono le prospettive per questo nuovo capitolo? «Vogliamo valorizzare Piazza della Riforma come luogo di incontro e di eccellenza. Con META, Federale 1855 e ora Sass Café possiamo offrire un ventaglio di esperienze complementari. L’idea è quella di contribuire a una nuova cultura dell’ospitalità, capace di coniugare tradizione e innovazione». In una parola, quale sarà la vostra linea guida per i prossimi anni? «Crescita, ma con identità. Vogliamo continuare a sviluppare progetti ambiziosi senza perdere il legame con le nostre radici. È questo equilibrio che fa la differenza». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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GASTRONOMIA / G.B.C.

Dal bosco alla tavola G.b.c. è da oltre 100 anni l’azienda leader in Ticino nel settore dell’importazione di prodotti ortofrutticoli da tutto il mondo, con cui rifornisce ristoranti, alberghi, negozi, ospedali e mense scolastiche. E ora sulle tavole dei ticinesi arrivano anche tartufi di eccellente qualità. Ce ne parlano Gilberto Bernasconi e i suoi figli Giacomo e Andrea.

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a qualità, oggi, non è più soltanto una promessa. È una ricerca quotidiana, fatta di relazioni dirette, conoscenza dei produttori, attenzione alla filiera e capacità di proporre al cliente il prodotto giusto, al momento giusto e al prezzo corretto. È questa la filosofia che guida l’attività della famiglia Bernasconi, impegnata da anni nel settore della distribuzione agroalimentare in Ticino, con una particolare attenzione ai prodotti freschi, alle eccellenze gastronomiche e alle produzioni di nicchia. Accanto al lavoro tradizionale di grossisti per la ristorazione, l’azienda ha sviluppato negli ultimi anni anche uno shop a Manno, pensato non solo come punto vendita, ma come luogo di incontro, consulenza e scoperta. Qui si trovano frutta e verdura selezionate, carni pregiate, salumi, formaggi, prodotti gastronomici e specialità ricercate. Tra le novità più recenti c’è la collaborazione con alcuni cavatori piemontesi per la fornitura di tartufi bianchi e neri. Che ruolo hanno oggi le primizie e i prodotti di nicchia nel vostro assortimento? «Hanno un ruolo fondamentale. I mercati sono pieni di prodotti, ma ciò che fa davvero la differenza è la capacità di selezionare la qualità giusta, al prezzo corretto, offrendo anche un servizio adeguato alle esigenze del cliente. Noi siamo sempre alla ricerca di prodotti nuovi, particolari, qualitativi, in grado di soddisfare le richieste della ristorazione ma anche dei privati».

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Recentemente avete avviato una collaborazione con alcuni cavatori piemontesi per la fornitura di tartufi. Come è nata questa iniziativa? «È nata attraverso alcune conoscenze comuni. Siamo entrati in contatto con Alberto Lezzeri, che lavora in Piemonte, in provincia di Torino, e che riunisce un importante gruppo di cavatori di tartufo. È venuto a conoscere la nostra attività, ci ha spiegato come funziona il mercato del tartufo, le diverse tipologie, le stagionalità, le dinamiche di prezzo e di fornitura. Da lì è nata l’idea di collaborare. Oggi lavoriamo direttamente con chi il tartufo lo cerca, lo seleziona e lo gestisce in prima persona. Questo ci permette di proporre un prodotto di alta qualità, con una filiera chiara e tempi di consegna molto rapidi». Anche il tartufo è soggetto alla stagionalità… «Nei mesi estivi si trova il tartufo nero, un prodotto molto apprezzato e più accessibile rispetto al tartufo bianco. Spesso si associa il tartufo a un prezzo molto elevato, e questo porta molti ristoratori a evitarlo nei menù. In realtà, lavorando direttamente con i cavatori, si riescono ad abbassare i costi e a proporre il prodotto a prezzi più equilibrati. Questo significa che il tartufo può

diventare interessante non solo per il grande albergo o il ristorante di alto livello, ma anche per una pizzeria, una trattoria, una cucina più semplice che voglia arricchire un piatto con un ingrediente di qualità. Da fine agosto e inizio settembre, inizia poi la stagione del tartufo bianco. Si tratta chiaramente di un prodotto diverso, di qualità superiore e con prezzi più importanti. Non sarà accessibile a tutti allo stesso modo, ma la qualità sarà davvero alta». Quanto è importante il rapporto diretto con i cavatori? «È importantissimo, per due ragioni. La prima è economica: eliminando passaggi intermedi si riesce a proporre un prezzo più corretto. La seconda, ancora più importante, ri-

guarda la trasparenza. Nel mondo del tartufo esistono molte ambiguità. Basta dire “tartufo bianco d’Alba” per far salire il prezzo, ma non sempre il prodotto arriva davvero da lì. Può capitare che venga da altre zone d’Italia, magari dalle Marche o dal Centro Italia, e venga venduto come prodotto di un’origine diversa. Noi vogliamo evitare tutto questo. Quando consegniamo il tartufo, il prodotto è accompagnato da una documentazione che ne certifica la provenienza piemontese. Questo per noi è essenziale: il cliente deve sapere che cosa sta acquistando». Come funziona concretamente il servizio? «Anche sui tempi cerchiamo di fare la differenza. Nel giro di due giorni possiamo avere il tartufo richiesto dal cliente. I cavatori ci mandano fotografie, pezzature, quantità disponibili. Noi giriamo queste informazioni ai nostri clienti, che possono così scegliere il prodotto più adatto alle loro esigenze». Che interesse riscontrate oggi in Ticino verso il tartufo e i prodotti gastronomici d’eccellenza? «L’interesse è notevole. Sia nella ristorazione che tra i privati c’è una TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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GASTRONOMIA / G.B.C.

maggiore attenzione alla provenienza, alla filiera, al modo in cui il prodotto viene trattato. Se un cliente mangia bene al ristorante, poi spesso chiede allo chef o al gerente dove ha acquistato quel prodotto. Da lì nasce una catena positiva: il privato arriva anche nel nostro shop per cercare quello stesso ingrediente». A proposito di privati: come consigliate di utilizzare il tartufo in cucina? «Il tartufo, quando è buono, non ha bisogno di troppe aggiunte. Il segreto è rispettarlo. Deve essere utilizzato nel modo più naturale possibile, senza coprirlo con condimenti troppo forti o ingredienti che ne alterino il profumo. Può valorizzare un risotto, una pasta, un uovo, una carne, ma deve restare protagonista. Se il prodotto è certificato, fresco, profumato, non serve complicarlo. Nel nostro shop, poi, abbiamo la fortuna di poter contare su Gabriele Tedeschi, uno chef con esperienze importanti in Svizzera e all’estero. È lui il punto di riferimento per i clienti che vogliono consigli pratici:

non solo sul tartufo, ma anche sulle carni, sui formaggi e sugli altri prodotti che proponiamo». Lo shop di Manno è quindi diventato anche un luogo di consulenza? «Esattamente. Non è solo un negozio. È uno spazio dove il cliente può acquistare prodotti di qualità, ma anche ricevere consigli su come utilizzarli. Lo shop è suddiviso in tre aree principali. C’è la salumeria, dove proponiamo anche carni pregiate e tagli selezionati che vengono messi nei maturatori per raggiunge-

re il giusto grado di frollatura. C’è il reparto frutta e verdura, che resta il cuore storico della nostra attività. E poi c’è la formaggeria, con oltre trecento varietà di formaggi a seconda del periodo dell’anno: formaggi svizzeri, francesi, d’alpeggio, del territorio, olandesi, a pasta molle e molte altre specialità». Proponete anche piatti pronti e preparazioni gastronomiche? «Sì. Ogni settimana prepariamo alcune proposte che comunichiamo ai clienti dello shop. Chi è interessato può prenotare il piatto e venire a ritirarlo. Lavoriamo anche su richiesta, con un certo anticipo, soprattutto quando si tratta di preparazioni per più persone. Non lo definiremmo un catering tradizionale, ma sicuramente è un servizio gastronomico su misura. Quando riceviamo un prodotto particolare, come il tartufo, cerchiamo anche di valorizzarlo in cucina, inserendolo in piatti preparati da Gabriele».

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GASTRONOMIA / CCAT

Il grande cuore agroalimentare del Ticino

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l CCAT celebra dieci anni di attività. Quali erano gli obiettivi iniziali e quali sono stati i risultati più importanti raggiunti finora? «In questi dieci anni abbiamo reso l’offerta locale più visibile e accessibile grazie alla piattaforma “Ticino a te”, alla quale hanno aderito circa 250 produttori e rivenditori. Parallelamente, abbiamo consolidato l’impiego di prodotti regionali nella ristorazione collettiva, con 86 mense che servono circa 489’000 pasti annui e utilizzano una quota significativa (ca. 30%) di prodotti locali nei menu. Grazie all’iniziativa “Ticino a Tavola”, realizzata con GastroTicino, circa 100 ristoratori generano oltre 400’000 piatti all’anno per un fatturato di circa 4 milioni di franchi. A questo si affianca la promozione dei marchi di filiera, in particolare “Ticino regio.garantie”.

Intervista a Sibilla Quadri, Direttrice del Centro di Competenze Agroalimentari Ticino (CCAT), associazione senza scopo di lucro voluta dal Cantone Ticino e sostenuta dalla Sezione dell’agricoltura, con l’obiettivo di valorizzare e rafforzare la filiera agroalimentare ticinese, creando sinergie tra i diversi settori coinvolti (produzione, trasformazione, distribuzione, ristorazione, albergheria e turismo). Rafforzando il legame tra agroalimentare e turismo, abbiamo sviluppato progetti ed offerte enogastronomici ed esperienziali come lo Swiss Wine Tour (ad esempio cene in vigna) e le Agriesperienze, che valorizzano il territorio e le realtà produttive locali. A conferma dei risultati raggiunti, quest’anno abbiamo celebrato il decimo anno di attività ottenendo an-

che due importanti riconoscimenti: il primo per “Ticino a te” e “Ticino a Tavola”, assegnato dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) e dall’Ufficio federale dell’agricoltura (UFAG), e il secondo per le Agriesperienze, premiate a livello nazionale e internazionale con il riconoscimento Best of Wine Tourism. Questo risultato ha portato alla mia nomina quale membro della neocostituita Commissione svizzera dell’enoturismo». Tra i numerosi progetti promossi in questi anni, quali ritiene abbiano avuto il maggiore impatto per i produttori e per il territorio ticinese? «Uno dei risultati più significativi è certamente aver creato una rete tra i produttori, che oggi beneficiano di una maggiore visibilità e, di conseguenza, di migliori opportunità di vendita. Questo ci permette anche di orientare in modo mirato i consumatori verso i produttori locali.


GASTRONOMIA / CCAT

Altrettanto importanti sono le sinergie create tra il settore agricolo con la ristorazione (privata e collettiva) e il turismo, partner fondamentali per valorizzare e far conoscere sempre di più le eccellenze agroalimentari del nostro territorio». Quale ruolo svolge oggi il CCAT nell’economia ticinese e quale valore aggiunto apporta al settore agroalimentare del Cantone? «Nel corso degli anni, il CCAT ha assunto un ruolo sempre più centrale quale coordinatore, promotore e gestore di progetti nel settore agroalimentare. Abbiamo dimostrato di possedere le competenze, la visione e la capacità operativa necessarie per svolgere con efficacia i compiti a noi affidati, consolidando la fiducia dei partner e dei consumatori». Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso i prodotti locali e la sostenibilità. Quanto ha contribuito il CCAT a questo cambiamento culturale? Tutte le nostre attività hanno un obiettivo chiaro: far conoscere quanto di buono viene prodotto in Ticino in quanto siamo convinti che conoscere sia il primo passo per apprezzare. Con iniziative come le Agriesperienze cerchiamo proprio di creare

un ponte tra il mondo agricolo e quello urbano, rispondendo a un interesse sempre maggiore dei consumatori per l’origine degli alimenti e le modalità di produzione. In quest’ottica collaboriamo anche con le scuole e con la formazione professionale, partecipando a iniziative come la Giornata della sostenibilità del Centro professionale tecnico di Trevano e il Green Day di Bellinzona, in programma a settembre. Sono particolarmente sensibile a questo tema, motivo per cui l’anno scorso ho approfondito le mie conoscenze in materia frequentando l’Executive Master in Circular Economy for Food, promosso dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo». La collaborazione con ristorazione, turismo, scuole e media è uno dei punti di forza del CCAT. Quanto è importante fare rete per sostenere l’agroalimentare ticinese?

«Il Ticino è troppo piccolo per permettersi di lavorare in ordine sparso. Il detto “l’unione fa la forza” resta più attuale che mai: fare rete è una necessità, non un’opzione. È incoraggiante vedere quante sinergie virtuose possono nascere quando c’è la volontà di collaborare e di mettere competenze ed energie al servizio di un obiettivo comune». Guardando al futuro, quali saranno le priorità del CCAT e le principali sfide da affrontare nei prossimi anni? «L’agricoltura è un settore fragile: una grandinata o mesi di siccità possono compromettere un intero raccolto. Sostenere la produzione locale è quindi fondamentale, alfine di garantire la vitalità del settore agricolo. Per questo continueremo a promuovere un’alimentazione sana, equilibrata e sostenibile, sensibilizzando i consumatori sulle opportunità offerte dal territorio. Essere consumatori consapevoli è una responsabilità di tutti. In Ticino e in Svizzera possiamo contare su una produzione controllata e certificata, con alimenti freschi e genuini: una fortuna da valorizzare e sostenere». TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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GASTRONOMIA / AL PORTO

Un regalo che racconta una storia

Le specialità artigianali Al Porto diventano ambasciatrici della vostra storia. Con confezioni personalizzate curate in ogni dettaglio, ogni regalo acquista carattere, emozione e un’identità inconfondibile.

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fotografia o grafica esclusiva diventano così parte integrante della confezione, dando vita a una creazione originale e riconoscibile.

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i sono regali che sorprendono per ciò che racchiudono e altri che conquistano ancora prima di essere aperti. È proprio dall’incontro tra eccellenza artigianale e cura del dettaglio che nasce la proposta della Confiserie Al Porto: confezioni personalizzate capaci di raccontare un’identità, celebrare un anniversario o rendere ancora più speciale un momento da condividere. Già a partire da 25 pezzi, diverse confezioni possono essere personalizzate con il proprio logo aziendale, una fotografia, una grafica dedicata oppure un messaggio personale, trasformando ogni creazione in un regalo dal carattere unico. Un dono che lascia il segno Ogni dettaglio contribuisce a rendere un regalo memorabile. Per

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questo Al Porto offre numerose possibilità di personalizzazione delle proprie confezioni, valorizzando le specialità artigianali con un’estetica elegante e perfettamente coordinata. Che si tratti di un regalo aziendale, di una ricorrenza, di un evento o di un’occasione speciale, ogni progetto viene studiato per riflettere lo stile e la personalità di chi lo offre. Tante possibilità di scelta Dagli Amaretti bianchi o selezionati alle raffinate Pralinés e Truffes, fino ai pluripremiati Panettoni Al Porto disponibili in otto sorprendenti varietà, ogni specialità può essere impreziosita con bolli, cartoline, nastri, fasce dedicate o confezioni completamente personalizzate che permettono di creare un insieme armonioso e raffinato. Logo aziendale, dedica, augurio,

Un servizio su misura Ogni progetto nasce da un dialogo con il cliente. Il team Al Porto accompagna nella scelta della soluzione più adatta, proponendo idee e suggerimenti in funzione dell’occasione, del destinatario e dell’immagine che si desidera trasmettere. È possibile scegliere tra diversi layout già sviluppati oppure partire da un’idea completamente personalizzata. Una volta definito il progetto grafico, viene realizzato un buono stampa per approvazione, prima della produzione, così da garantire un risultato curato in ogni dettaglio. Massima libertà creativa Le aziende che dispongono di un proprio reparto marketing o collaborano con uno studio grafico possono sviluppare autonomamente il progetto. Al Porto mette infatti a disposizione il tracciato tecnico della confezione scelta, permettendo di realizzare una grafica perfettamente coerente con la propria immagine coordinata. Ricevuto il file definitivo, la produzione viene avviata ed entro la data concordata, le confezioni vengono consegnate complete delle specialità selezionate.


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Consegna o spedizione Le confezioni personalizzate possono essere ritirate nelle Boutique Al Porto di Ascona, Locarno, Lugano e Bellinzona oppure consegnate a un indirizzo in Ticino. Su richiesta, Al Porto organizza anche la spedizione direttamente ai destinatari indicati dal cliente e, se desiderato, allega una cartolina personalizzata fornita dal committente.

Dall’idea alla realizzazione Ogni progetto prende forma attraverso una consulenza personalizzata, pensata per individuare la soluzione più adatta alle proprie esigenze. Le personalizzazioni sono disponibili durante tutto l’anno; per le creazioni natalizie è consigliabile iniziare la pianificazione già nel mese di settembre. Il competente servizio clienti è a completa disposizione.

GASTRONOMIA / AL PORTO

CONFISERIE AL PORTO Locarno, Ascona, Lugano, Bellinzona Sede e produzione artigianale Tenero servizioclienti@alporto.ch T. +41 (0)91 756 20 44 www.alporto.ch

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Un ricordo che resta Che sia destinato a clienti, collaboratori, partner commerciali, amici o familiari, un regalo personalizzato comunica attenzione, riconoscenza e cura per i dettagli. È questo il valore aggiunto delle confezioni personalizzate Al Porto: unire l’eccellenza dell’artigianato alla possibilità di raccontare una storia, un’identità o un’emozione, trasformando ogni dono in un ricordo destinato a durare nel tempo.

01 Selezione di specialità Al Porto con fasce parzialmente o interamente personalizzabili 02 Collezione con tre diversi Panettoncini premiati allo Swiss Bakery Trophy

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03 Panettoni selezionati impreziositi da ingredienti scelti e raffinati 04 Amaretti Selezionati in 4 deliziose varianti 05 Bon Bon – Un nome, una promessa: 3 varianti e diverse possibilità di personalizzazione TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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GASTRONOMIA / PASTICCERI SVIZZERI

La dolce epopea svizzera in Italia Dal Seicento al Novecento migliaia di pasticceri dei Grigioni aprono locali in tutta la penisola, trasformando i dolci da privilegio aristocratico a rito borghese.

di Marta Lenzi

P

asticceria, cioccolateria, confetteria e liquoristica. Queste erano le arti degli Zuckerbäcker, arrivati tra il Seicento e il Novecento in Italia dai Grigioni, in particolare dall’Engadina e anche dal Canton Ticino. Erano anche panificatori, produttori di confetture, venditori di caffè, ideatori della bevanda alla cicoria, produttori e commercianti di vino. Aprono drogherie con prodotti difficilmente reperibili in Italia, rilanciano il settore della birra, acquistano le prime ghiacciaie disponibili, investono nel settore dell’accoglienza con alberghi di lusso, aprono banche e compagnie assicurative, studiano l’import e l’export. Realizzano, soprattutto, i locali più eleganti destinati a entrare nel cuore delle

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città, da Trieste a Napoli, da Firenze a Roma, sino alla Sicilia dove si incontravano scrittori, poeti, industriali, politici e rivoluzionari. Sono imprenditori, capaci di organizzare le proprie attività, spesso, in un moderno sistema cooperativistico, dove i lavoratori sono anche soci. Una attenta analisi di questo fenomeno, basata su una approfondita ricerca, si trova nel libro La Dolce Vita scritto da Lorenzo Cresci, giornalista de La Stampa e de Il Gusto, un racconto dettagliato dell’epopea dei migranti svizzeri e di come abbiano plasmato la storia della pasticceria italiana. Una storia fatta di adattamenti regionali, nei quali i segreti della tradizione svizzera si sono fusi con le materie prime e le identità dei territori attraversati. Giovani adolescenti lasciarono le loro terre per costruirsi un futuro. Si stima che siano stati circa diecimila: una migrazione lunga secoli che trovò sostegno nella presenza di connazionali già inseriti nel settore e capaci di trasmettere competenze e opportunità. Oggi di quelle attività ne sopravvivono circa sessanta. Contribuirono a trasformare il concetto stesso di pasticceria, che fino ad allora coincideva spesso con drogherie, panetterie e rivendite di confetti, introducendo un’idea più moderna del lo-

cale e del servizio. Mantennero salde alcune tradizioni, specialmente nei matrimoni tra evangelici, nell’inviare denaro a casa e nel dar vita a una sorta di società di mutuo soccorso tra connazionali, ma si adeguarono anche ai luoghi che li avevano accolti, italianizzando spesso i propri cognomi. Chi ha avuto più fortuna, chi meno. Tra il Seicento e il Settecento, a Venezia su 42 pasticcerie e caffè cittadini, 38 sono in mani grigionesi; nel 1706, la comunità conta su 124 prestineri o fornai, 118 scaleteri (pasticcieri caffettieri). Nel 1750, il 20 % della popolazione di Venezia, diciassettemila persone, sono grigionesi. Erano artigiani e ristoratori, possedevano il monopolio dei gelati e, secondo gli storici, già nel 1680 avevano venduto il primo caffè in Europa. Tutto cambiò con la diaspora del 1766 quando ca. 7000 svizzeri lasciarono la Serenissima per sparpagliarsi in altre regioni d’Italia. A Firenze esiste tuttora il Caffè Gilli, il più antico. In Lunigiana a Pontremoli, il Caffè degli Svizzeri mantiene viva la tradizione della specialità dolciarie, con le antiche ricette degli Steckli: dai richiestissimi Amor (due cialde, con un cuore morbido, fatto con una densa crema burrosa e nocciole sbriciolate), alla spongata, secondo le antiche prescrizioni dei pasticceri. Nella provincia pisana, a Pontedera, è aperta ancora oggi la Crastan, fondata nel 1870 da Lüzza (Luzio) Crastan, originario di Sent e arrivato in Italia tredicenne. Come tanti, Luzio avviò una propria attività aprendo nuovi negozi, nei quali chiamava a


GASTRONOMIA / PASTICCERI SVIZZERI

lavorare intere famiglie di compaesani. Le sue drogherie e pasticcerie erano collegate tra loro come una moderna catena di supermercati. Depositò il brevetto, ‘Crastan Luzio di Livorno - Caffè di cicoria economico’, proponendo agli italiani una bevanda quasi sconosciuta, alternativa al caffè troppo costoso a causa dei pesanti dazi di importazione. E fondò anche una fabbrica per la torrefazione di cicorie. Nell’Ottocento, quando a Genova c’erano 12 pasticcerie svizzere, arrivò Klainguti, noto per la sua torta engadina e un classico della pasticceria genovese: la Zena. Famosi i suoi Falstaff, così buoni che Giuseppe Verdi un giorno lasciò un biglietto: “I vostri Falstaff sono migliori del mio”. La Lombardia meriterebbe un discorso a parte, soprattutto Milano, dove è noto che il rapporto con i Ticinesi è sempre stato forte soprattutto inizialmente con tutti i bleniesi che

Lorenzo Cresci Lorenzo Cresci

LA DOLCE VITA UN POPOLO DI PASTICCERI E IL LORO SOGNO RIVOLUZIONARIO

Nato alla Spezia nel 1973, vive da anni tra Bogliasco e Torino.

È giornalista della Stampa dal 2015,

dopo aver iniziato appena quindicenne collaborando con la televisione locale Uno Tv, aver fatto un’esperienza

LA DOLCE VITA

di alcuni anni alla Servizi Editoriali

di Milano ed essere entrato nel mondo dei quotidiani grazie alla Nazione

(nelle redazioni di Grosseto, La Spezia, Lucca, Pisa e Viareggio)

e al Secolo XIX (La Spezia, di cui è stato responsabile dell’edizione locale, Chiavari e Genova). Per Il Gusto – l’hub del gruppo Gedi dedicato al mondo del food dove è approdato nel 2022 – scrive di cibo e pasticceria. Appassionato di storia e letteratura, ama

UN POPOLO DI PASTICCERI E IL LORO SOGNO RIVOLUZIONARIO

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lavoravano presso la corte viscontea prima e degli Sforza poi. Si aprirono poi botteghe per la vendita di spezie e zucchero, ma il legame forte rimase sempre con il cioccolato e il gelato. A Mantova ancora oggi si produce la torta Helvetia: tre dischi di amaretto, creati con una granella di mandorle mista allo zucchero a velo e amalgamata con gli albumi d’uovo. Tra uno strato e l’altro, una doppia farcitura fatta di crema al burro, bagnata con il rum, e di zabaione, una ricetta esclusiva della corte dei Gonzaga. Come guarnizione finale, la stessa granella di mandorle tostate utilizzata per la pasta. Figura emblematica di questa epopea è Ludwig Caflisch, giovane emigrante dei Grigioni che nel primo Ottocento costruisce un vero impero dolciario tra Livorno, Roma e Napoli, diventando il pasticciere più famoso del Sud. Lascia la Svizzera a tredici anni nel 1805, tra mille difficoltà. Diffonde ovunque l’arte pasticcera, propone la caffetteria come luogo di incontro con tè e caffè, profumi d’Oriente e di cacao fresco a cui affiancherà la birra, altra sua passione. Studia le città e sceglie strategicamente gli spazi comLORENZO CRESCI merciali da utilizzare: eleganti vetrine quasi sempre al piano terreno di palazzi lussuosi e negozi d’angolo, per poter avere le esposizioni su due vie, ben visibili da tutti. A Napoli apre la sua prima bottega nel 1826 e nel giro di vent’anni arriva ad avere otto negozi e 250 dipendenti. Inventa la guantiera, il vassoio di cartone dorato per portare a casa i dolci della domenica. Introduce la birra artigianale in città e porta burro, panna e latte pastorizzato in una cucina scavare nel passato per scoprire come da vite apparentemente

semplici si possano trovare modelli (anche imprenditoriali) capaci di trasformare un’esistenza in una traccia concreta e che favorisca

cambiamenti nelle vite degli altri: come quella dei pasticceri svizzeri, cui dedica il suo saggio dopo aver affrontato, in passato, le storie

di pompieri e di calciatori protagonisti nei secoli nella propria città di nascita, in due libri per LunaEditore e Edizioni Cinque Terre

tra fine anni Novanta e inizio Duemila. Sul mondo della pasticceria e della diaspora degli Svizzeri ha scritto alcuni articoli, così come sul mondo delle caffetterie e degli hotel e della loro stretta

connessione con artisti e scrittori, pubblicati in serie su Tuttolibri, inserto della Stampa.

Con la prefazione di IGINIO MASSARI

meridionale che fino ad allora usava quasi solo la sugna. Nel frattempo, il nome Caflisch si espande, conquista altre città del Mezzogiorno anche grazie a famigliari in arrivo dalla Svizzera, a lavoranti che dopo l’apprendistato ne diffondono l’arte e a svizzeri con lo stesso cognome. Nel 2000, chiude l’ultima caffetteria Caflisch in via Chiaia a Napoli. Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento altri Caflisch emigrano in Sicilia e aprono diversi negozi, puntando molto

sulla pubblicità con inserzioni su quotidiani e annuari o su cartoline e cartoncini. Pur mantenendo la radice arabo e normanna della produzione locale, gli svizzeri rendono la pasticceria siciliana più moderna presentandola nei caffè-pasticceria. Tra questi, un nome leggendario è Alessandro Caviezel, arrivato nel 1914 a Catania. Nella sua pasticceria, rimasta attiva sino al 1995, nel 1936 si serviva indossando frac e guanti bianchi. I Caviezel sono i primi che sviluppano il gelato e il cono da passeggio. Il figlio Luca Caviezel diventerà il maggior esperto di gelateria in Italia specializzandosi in tecniche di produzione. Accanto alle specialità svizzere trovavano spazio anche prodotti legati alla tradizione siciliana: un esempio concreto di integrazione culturale fra chi arrivava e il territorio che lo accoglieva. Tante storie di migrazione, di identità, di coraggio imprenditoriale. Una dolce rivoluzione che ha fatto della pasticceria un piacere quotidiano. TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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GASTRONOMIA / S.PELLEGRINO SAPORI TICINO 2026

Un omaggio alla Svizzera Gourmet 32 stelle Michelin e 558 punti GaultMillau per festeggiare i 20 anni del Festival S.Pellegrino Sapori Ticino Piatto di Franck Giovannini, © Rest. de l’Hôtel de Ville de Crissier

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U

n ricco assaggio della cultura enogastronomica elvetica sarà possibile grazie a una squadra di 11 chef che porteranno la loro creatività a partire da metà settembre nelle cene ufficiali che si svolgeranno, come sempre, in alcune delle più belle e significative location del Ticino, tra Ristoranti e Hotel negli angoli più suggestivi del territorio, ospitati dai colleghi ticinesi. Come ogni anno, il Festival inizierà

ufficialmente con il Grand Opening presso l’Hotel Splendide Royal a Lugano il 13 settembre dedicato agli Chef di Swiss Deluxe Hotels con Marco Veneruso, 1 Stella Michelin, 16 GM che ospita altri protagonisti della scena gastronomica nazionale come Dario Moresco, 1 stella Michelin, 17 GM del Mandarin Oriental Savoy di Zurigo, Stefan Beer, 1 stella Michelin, 1 stella verde, 17 GM del Victoria Jungfrau di Interlaken e Fabrizio Zanetti, 17 GM, del Su-


GASTRONOMIA / S.PELLEGRINO SAPORI TICINO 2026

vretta House di St. Moritz. E si chiuderà con il consueto Final Party il 15 novembre a La Romantica Boutique Hotel di Melide con gli chef ticinesi che 20 anni fa hanno dato il via al Festival: Dario Ranza, Martin Dalsass e Lorenzo Albrici, 1 stella Michelin, 16 punti GM della Locanda Orico di Bellinzona, in rappresentanza anche di 3 istituzioni del panorama gastronomico, Grandes Tables Suisses, Guida Michelin e Guida GaultMillau, ospiti di Egidio Iadonisi. La prima serata ufficiale sarà il 14 settembre, all’Hotel Splendide Royal, con ospite Tanja Grandits, la grande signora tra i grandi chef svizzeri, regina degli aromi al Ristorante Stucki di Basilea, membro delle Grandes Tables Suisses, 2 stelle Michelin e 19 punti GM. Una cucina classica e moderna, con l’aggiunta di influenze internazionali, sarà protagonista lunedì 21 settembre a Villa Principe Leopoldo – Lugano, dove Cristian Moreschi, 16 punti GM ospita Stefan Heilemann del Widder Restaurant di Zurigo, 2 stelle Michelin, 18 punti GM. Domenica 4 ottobre al Ristorante Eden Roc – Ascona, Marco Campanella, 2 stelle Michelin, 19 punti GM ospita lo chef rivelazione dell’anno 2026 per GM Marcel Koolen del Restaurant 7132 Silver – Vals, 2 stelle Michelin, 18 punti GM. Gli ospiti proveranno una cucina alpina e creativa basata su ingredienti locali ed erbe raccolte nei boschi, costruita su contrasti armoniosi e volta ad esaltare il gusto naturale di ingredienti d’eccellenza. Lunedì 5 ottobre al Ristorante Seven di Lugano Emanuele Bertelli ospita Reto Brändli del Restaurant ECCO – Ascona, 2 Stelle Michelin, 18 punti GM, rivelazione dell’anno 2026 per GM, uno degli chef svizzeri

più interessanti della sua generazione. La sua cucina è ricca di carattere ed emozioni con una precisa filosofia: essenzialità anziché spettacolarità. Martedì 6 ottobre al Ristorante La Baia – Locarno Muralto, Salvatore Sanfilippo ospita Kevin Fernandez del Talvo, St. Moritz – Champfer, 1 Stella Michelin, 18 punti GM, che da novembre 2024, insieme alla compagna Lisa Carlevero, ha preso le redini dopo Martin Dalsass, loro mentore di lunga data. Non poteva mancare in una edizione così speciale, Franck Giovannini, uno dei più grandi nomi della gastronomia svizzera, dell’Hotel de Ville a Crissier, 3 stelle Michelin, 19 punti GM. Domenica 11 ottobre sarà ospite di Loris Meot, 15 punti GM, al Ristorante Ciani di Lugano. Domenica 25 ottobre all’Hotel Belvedere Locarno, Rosario Stipo, 14 punti GM ospita Stéphane Décotterd della Maison Décotterd - Glion-sur-Montreux, 1 stella Michelin, 18 punti GM, membro Grandes Tables Suisses, autore di una cucina creativa e responsabile, con sapori raffinati e con esclusivamente prodotti locali. Verdure al centro della scena con un’attenzione particolare al benessere e al piacere con tanta artigianalità ed eccellenza dei prodotti, lunedì 26 ottobre, al Grand Hotel Villa Castagnola – Lugano, dove Alessandro Boleso, 16 punti GM, ospiterà Pascal Steffen, del ristorante Roots di Basilea, 2 stelle, 1 stella verde, 18 punti GM. Domenica 8 novembre, al Ristorante META di Lugano Arturo Fragnito, 1 Stella Michelin, 16 punti GM accoglierà Paolo Rota del Ristorante Da Vittorio - St. Moritz, 2 stelle Michelin, 18 punti GM, avamposto in Engadina dell’iconico ristorante tristellato Da Vittorio di Brusaporto della famiglia Cerea.

Lunedì 9 novembre al Swiss Diamond Boutique Hotel La Romantica, Melide Egidio Iadonisi, ospita Gilles Varone del Restaurant Gilles Varone – Savièse, 2 Stelle Michelin, 1 Stella Verde, 17 punti GM, considerato l’enfant prodige e una delle migliori promesse della gastronomia elvetica. Martedì 10 novembre a Moncucchetto – Lugano ospite di Andrea Muggiano, Silvio Germann del Restaurant Mammertsberg – Freidorf, 2 stelle Michelin, 18 punti GM, ideatore del primo concetto al mondo di «sharing» per la cucina d’alta gastronomia. Oltre alle cene ufficiali tanti appuntamenti per tutti i gusti. Sabato 19 settembre al Ristorante Curzutt - Monte Carasso, un pranzo all’insegna della natura e del territorio a 612 m.s.m. in un angolo di paradiso con gli chef Simone Bionda Camana e Mauro Michele. Domenica 27 settembre al Seven Toc Toc – Ascona, una Young Night con Nicola Leanza, 15 punti GM che ospita Andrea Bertarini, 15 punti GM, del ristorante Montalbano, Stabio e Luca Bellanca, Al Faro – Lugano. Una serata trendy tra territorio e stagionalità per un pubblico giovane, ma non solo, una cucina dallo spirito mediterraneo reinterpretata da 3 chef storici di SPST e grandi amici. Domenica 18 ottobre, torna Déjeuner au château nella splendida cornice della Tenuta Castello di Morcote – Vico Morcote con Francesco Sangalli, Ristorante La Sorgente, Vico Morcote, 14 punti GM, Federico Palladino, Osteria Enoteca Cuntitt, Castel San Pietro, 1 Stella Michelin, 16 punti GM e Paolo Casanova, Chesa Stüva Colani, Madulain, 1 Stella Michelin, 17 punti GM. Insieme porteranno in TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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GASTRONOMIA / S.PELLEGRINO SAPORI TICINO 2026

Dany Stauffacher con da sin. in alto, Bernard Fournier, Eugenio Belfiore, Rosario Stipo, Andrea Pedrina, Lorenzo Albrici, Alessandro Boleso, Reto Brändli, Ambrogio Stefanetti, Emanuele Bertelli, Egidio Iadonisi, Luca Bellanca, Loris Meot, Michele Mauro, Nicola Leanza, Moreno Manzini, Andrea Muggiano, Francesco Sangalli, Marco Badalucci, Salvatore Sanfilippo, Cristian Moreschi, Marco Campanella, Dario Ranza, Martin Dalsass, Simone Bionda Camana, Marco Veneruso, Diego Della Schiava, Federico Palladino, Guglielmo Curcio, Arturo Fragnito, Jacopo Rovetini e Andrea Bertarini. Ph: © Giorgia Panzera

tavola i sapori autentici e le tradizioni culinarie del territorio abbinati a una cucina che racconta l’altitudine, i pascoli alpini e le materie prime delle vallate grigionesi. Giovedì 29 ottobre la sempre attesa Serata Lounge al Casinò Lugano dove Moreno Manzini del Ristorante Elementi ospita Emanuele Bertelli del Ristorante Seven – Lugano. Non mancheranno inoltre le grandi serate oltre Gottardo dedicate al Ticino, nelle strutture di alcuni membri del gruppo Swiss Deluxe Hotels, quest’anno a Losanna il 13 ottobre nella sede di EHL, la più importante Hospitality Business School al mondo, dove Arturo Fragnito, Meta, 1 stella Michelin e 16 GM, Cristian

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Moreschi, Villa Principe Leopoldo, 16 GM, Diego della Schiava, The View Lugano, 1 stella e 16 GM e Andrea Pedrina porteranno il loro estro culinario abbinato alle eccellenze enologiche del territorio ticinese e il 27 ottobre al Grand Hotel du Lac di Vevey, con Jacopo Rovetini, 1 stella Michelin e 16 GM, Osteria dell’Enoteca, Losone, Marco Badalucci, Ristorante Badalucci Lugano, 16 GM, Guglielmo Curcio, Ristorante Enoteca Origini, Morbio Inferiore. Un programma ricco per una grande celebrazione del percorso compiuto in questi due decenni. Un omaggio al Ticino, alla Svizzera e alle persone che hanno contribuito al successo di S.Pellegrino Sapori Ticino.


ENOLOGIA / TICINO GOURMET

La sfida della viticoltura ticinese contro il cambiamento climatico Settembre in Ticino segna l’arrivo della vendemmia, ma dietro l’immagine suggestiva di questo lavoro si nasconde oggi una sfida particolarmente complessa: affrontare le conseguenze del cambiamento climatico.

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egli ultimi anni, il Cantone ha dovuto fare i conti con condizioni ambientali

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sempre più difficili. Le grandinate hanno danneggiato numerosi grappoli e foglie, compromettendo parte del raccolto, mentre i lunghi periodi di caldo e siccità hanno messo a dura prova le piante. Le temperature elevate hanno inoltre provocato disidratazione e stress idrico. Gli acini più esposti al sole sono andati incontro a scottature, mentre la crescita delle piante ha subito un rallentamento, causando una riduzione della resa. Sfide che hanno coinvolto da vicino anche le cantine di Ticino Gourmet, di-

stribuite nelle diverse aree del Cantone: Cantina alla Maggia nel Sopraceneri e, nel Sottoceneri, Tamborini, Cantina Monti, Fumagalli, Vinattieri, Azienda Agricola Bianchi e Tenuta Castello di Morcote. Le difficoltà dei viticoltori, però, non finiscono qui. A rendere il lavoro ancora più impegnativo è la conformazione del territorio. I vigneti si trovano infatti tra i 220 e i 700 metri di altitudine, spesso su piccoli appezzamenti e pendii ripidi. Per questo motivo, in molte zone la raccolta viene ancora effettuata a mano, rendendo il lavoro particolarmente faticoso nelle annate segnate dal caldo intenso. Nonostante le difficoltà, i vini prodotti in Ticino continuano a regalare grandi soddisfazioni al palato degli appassionati. Il protagonista indiscusso resta il Merlot, vitigno simbolo del Cantone, introdotto all’inizio del Novecento, ma oggi, al suo fianco, vengono coltivate numerose altre varietà, tra cui Bondola, Pinot Nero, Cabernet Franc, Chardonnay e Sauvignon Bianco. Ed è proprio questa varietà di vitigni, unita al forte legame con il territorio, a rappresentare la vera ricchezza della viticoltura ticinese. Preservarla richiederà soluzioni sempre più mirate per affrontare le nuove condizioni climatiche, senza rinunciare all’identità che rende questi vini così riconoscibili.


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VIAGGI / ANTALYA

Storia, natura, cultura e tradizioni di Antalya Affacciata sul Mediterraneo e considerata la capitale della Riviera turca, Antalya conquista con il suo straordinario patrimonio storico, le spiagge, i paesaggi naturali e una tradizione gastronomica che racconta l’incontro fra mare e Anatolia. Un viaggio tra antiche civiltà, borghi senza tempo e luoghi di rara bellezza. di Paola Chiericati

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C’

è una Turchia, il cui nome ufficiale è Türkiye, che sorprende per la straordinaria armonia con cui il mare, la storia e la natura convivono nello stesso paesaggio. Antalya ne è forse l’espressione più autentica. Affacciata sulle acque del Mediterraneo e considerata la capitale della cosiddetta Riviera turca, questa vivace città della costa meridionale rappresenta una delle destinazioni più apprezzate del Paese, capace di coniugare il fascino delle antiche civiltà con un’offerta turistica moderna e di alto livello. Da Zurigo è facilmente raggiungibile grazie al collegamento diretto Edelweiss, che impiega circa tre ore e venti minuti, mentre gli aeroporti

di Dalaman e Gazipasa ¸ rappresentano valide alternative per chi desidera esplorare questa parte della Turchia. Sorta nella regione sud-occidentale del Paese, Antalya ha attraversato secoli di storia, passando dal dominio bizantino a quello ottomano fino alla nascita della Repubblica Turca nel 1923. Oggi conta quasi un milione di abitanti e si sviluppa lungo una spettacolare scogliera affacciata sul Mediterraneo, dove spiagge, edifici storici, moschee e grandi spazi verdi convivono in perfetto equilibrio. Tra questi merita una sosta il Parco Karaalioglu, splendido belvedere naturale dal quale lo sguardo spazia sull’intero golfo. Anche l’ospitalità contribuisce a rendere speciale il soggiorno. Gli alberghi di lusso della città interpretano il


concetto di accoglienza con particolare attenzione al comfort, al benessere e alla qualità dei servizi. Ne è un esempio il cinque stelle Nirvana Cosmopolitan, elegante struttura certificata nell’ambito del Programma di Turismo Sostenibile della Turchia, dove l’attenzione per l’ambiente si accompagna a un servizio di alto livello. Antalya conquista anche a tavola. La sua cucina racconta infatti l’incontro fra la costa mediterranea, i Monti del Tauro e l’antica tradizione nomade degli Yörük. Pesce fresco, agrumi ed erbe aromatiche si affiancano ai prodotti dell’entroterra anatolico, come agnello, legumi e pane cotto nei tradizionali forni

all’aperto, dando vita a una gastronomia che possiede caratteristiche proprie e difficilmente riscontrabili in altre regioni della Turchia. Il modo migliore per conoscere Antalya è partire dal suo cuore più antico. Kaleiçi, il quartiere storico, conserva ancora oggi l’atmosfera della città di un tempo, fatta di vicoli lastricati, antiche abitazioni e scorci che sembrano raccontare secoli di storia. Qui si incontrano la torre dell’orologio in pietra e la sta-

tua di Attalo II, il sovrano che fondò la città, mentre poco più a nord si estende il grande bazar coperto, risalente alla fine del XV secolo. Proseguendo la passeggiata si raggiunge la monumentale Porta di Adriano, costruita nel 130 d.C. in occasione della visita dell’imperatore romano. Ancora oggi rappresenta uno degli ingressi più suggestivi al centro storico e una delle testimonianze più significative del passato romano della città. Pochi passi separano la porta imperiale da un altro simbolo di Antalya: il celebre Yivli Minare, il minareto scanalato che domina lo skyline cittadino con i suoi 38 metri di altezza. Costruito in mattoni rossi e impreziosito da mosaici e piastrelle, è uno dei monumenti più rappresentativi della città storica e una tappa immancabile per chi desidera coglierne l’identità architettonica. Per completare questo primo viaggio nella storia della regione vale la pena raggiungere il Museo Archeologico, situato a circa due chilometri dal centro storico e considerato uno dei più importanti della Turchia. Le sue collezioni accompagnano il visitatore attraverso millenni di civiltà: dalle testimonianze del Neolitico e dell’Età del Bronzo fino alle splendide statue di epoca ellenistica e romana provenienti dall’antica Perge, offrendo una preziosa chiave di lettura per comprendere la ricchezza storica e culturale di tutto il territorio. Lasciandosi alle spalle la costa, il paesaggio cambia rapidamente e rivela un volto diverso della regione di An-

talya, fatto di montagne, piccoli villaggi e scenari naturali che sembrano appartenere a un’altra epoca. Tra le tappe più sorprendenti c’è Ormana, riconosciuto nel 2024 dall’Organizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite come uno dei migliori villaggi turistici del mondo. Adagiato a circa 1.000 metri di altitudine, questo piccolo centro di appena 600 abitanti custodisce un patrimonio storico e architettonico di straordinario interesse. Le sue origini risalgono all’epoca ellenistica, ma ciò che colpisce maggiormente il visitatore sono le celebri case a bottone, oltre trecento abitazioni costruite esclusivamente con pietra e legno, senza l’impiego di malta o cemento. Una tecnica costruttiva antichissima che ha consentito a questi edifici di attraversare i secoli resistendo alle intemperie e ai terremoti, trasformandoli nel simbolo stesso del borgo, circondato da rigogliosi vigneti. Non lontano da qui la natura offre un altro spettacolo di rara bellezza. La grotta di Altınbesik, conosciu¸ ta anche come la “grotta della culla d’oro”, è una delle meraviglie naturalistiche più affascinanti della Turchia. Situata tra i Monti del Tauro, nei pressi di Akseki, custodisce un lago sotterraneo lungo circa 2.200 metri, il più grande del Paese e il terzo d’Europa. Già l’ingresso, impreziosito da spettacolari stalattiti, lascia intuire la straordinarietà del TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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VIAGGI / ANTALYA

luogo, ma è durante la visita in barca che la grotta rivela tutta la sua magia, tra suggestive formazioni rocciose e giochi di luce che creano un’atmosfera quasi irreale. Ritornando verso la costa, il viaggio continua lungo le tracce lasciate dalle grandi civiltà del passato. A meno di cinquanta chilometri da Antalya sorge Aspendos, celebre in tutto il mondo per il suo magnifico teatro romano, considerato uno dei meglio conservati della Turchia. Costruito nel 155 d.C., poteva accogliere fino a 12.000 spettatori e ancora oggi colpisce per l’integrità della struttura e per l’eleganza della sua architettura, capace di raccontare, a distanza di quasi duemila anni, la grandezza dell’epoca romana. Poco distante si incontra un altro dei siti archeologici più importanti della regione: Perge, una meta imprescindibile per gli appassionati di storia. Fondata intorno al 1000 a.C., conobbe il suo massimo splendore durante il periodo romano, al quale appartengono gran parte delle rovine oggi perfettamente conservate. Passeggiando nell’antica città si possono ammirare il teatro, un tempio dedicato ad Artemide e due chiese, testimonianze di una lunga storia che continua ancora oggi ad affascinare studiosi e visitatori provenienti da tutto il mondo. Proseguendo verso est, la costa continua a regalare luoghi in cui il fascino del Mediterraneo si intreccia con quello delle grandi civiltà che qui si sono succedute nel corso dei secoli. Tra le tappe più apprezzate figura Side, oggi rinomata località balneare ma anche autentico museo a cielo aperto, situata a circa 75 chilometri da Antalya. Passeggiando tra le vie del centro storico si ha spesso l’impressione che il passato riaffiori a ogni angolo: il maestoso teatro roma-

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no, i templi di Apollo e Atena e numerosi resti archeologici convivono con negozi, caffè e ristoranti, alcuni dei quali hanno scelto di valorizzare le antiche vestigia realizzando pavimenti in vetro attraverso i quali è possibile osservare colonne e altri reperti. Per preservare questo prezioso patrimonio, l’accesso al nucleo storico è riservato ai pedoni; un ampio parcheggio e un servizio navetta permettono comunque di raggiungere facilmente l’area monumentale. A completare il quadro contribuiscono le lunghe spiagge sabbiose che si estendono sia a est sia a ovest della città, con alcuni tratti ancora privi di strutture turistiche. L’itinerario può poi proseguire verso Olympos, a circa 70 chilometri da Antalya, dove le rovine romane e bizantine emergono immerse nella vegetazione. La presenza di numerose sorgenti di acqua tiepida e potabile ha favorito nel tempo lo sviluppo di una flora particolarmente rigogliosa, rendendo questo sito un luogo in cui storia e natura convivono in perfetta armonia. Poco più avanti merita una sosta anche Phaselis, una delle testimonianze meglio conservate dell’antica Licia. Qui il fascino delle rovine si fonde con un paesaggio naturale di

grande suggestione. La città disponeva di tre porti naturali e conserva ancora oggi la celebre Via del Porto, costeggiata dai resti di negozi, bagni e acquedotti di epoca romana e bizantina. Tra i monumenti più significativi spiccano l’anfiteatro e l’Arco di Adriano, eretto per commemorare la visita dell’imperatore nel 131 d.C., mentre tutto il sito è avvolto da una fresca pineta che rende particolarmente piacevole la visita tra mura, agorà e antichi edifici pubblici. Chi desidera completare questo viaggio con una tappa dedicata alla storia più recente della Turchia può infine visitare l’Atatürk House Museum, dedicato a Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo presidente della Repubblica Turca. Un luogo che offre l’occasione per conoscere più da vicino la figura dell’uomo che ha guidato la nascita della Turchia moderna. www.goturkiye.com/antalya


www.fontana.ch


VIAGGI / ANTALYA GOLF CLUB

Giocare a golf tra mare, pinete e spazi da campionato

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ra le destinazioni golfistiche che negli ultimi anni hanno conquistato un posto di primo piano nel panorama internazionale, la regione di Belek, sulla costa mediterranea della Turchia, occupa certamente un ruolo di rilievo. Qui, a pochi chilometri dalla città di Antalya e a breve distanza dal mare, sorge l’Antalya Golf Club, uno dei circoli più apprezzati del Paese, immerso in un paesaggio fatto di pinete, laghi e vegetazione mediterranea. Il Club è inserito in un ambiente naturale di grande fascino. I boschi di pini, le ampie aree verdi e gli specchi d’acqua che caratterizzano

Nel cuore della riviera turca di Belek, l’Antalya Golf Club offre due percorsi immersi in una natura rigogliosa, servizi di alto livello e un clima ideale per giocare durante tutto l’anno. Ariella del Rocino ci presenta una meta che unisce tecnica, paesaggio e ospitalità. 214 TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

il terreno regalano scorci suggestivi lungo tutto il percorso, creando un perfetto equilibrio tra sport e natura. Il clima mite per gran parte dell’anno consente inoltre di praticare il golf in ogni stagione, rendendo questa destinazione particolarmente apprezzata dai giocatori provenienti da tutta Europa. L’Antalya Golf Club dispone di due percorsi a 18 buche progettati dallo studio European Golf Design con la consulenza del professionista David Jones. Il primo è il celebre PGA Sultan Course, un autentico campo da campionato lungo 6.477 metri, par 72. Si tratta del tracciato più impegnativo del club, studiato per mette-


VIAGGI / ANTALYA GOLF CLUB

quale è stato realizzato il complesso era originariamente paludosa e proprio lo scavo dei bacini ha permesso di modellare il terreno, creando i dolci dislivelli che rendono oggi il gioco ancora più interessante. re alla prova anche i golfisti più esperti. Fairway ben difesi, numerosi ostacoli d’acqua, bunker strategicamente posizionati e green movimentati richiedono precisione, capacità tattica e continuità di gioco. Accanto al Sultan si sviluppa il Pasha Course, anch’esso un percorso da 18 buche, par 72, lungo 5.769 metri. Pur risultando più accessibile, presenta numerose insidie tecniche, tra cui dog-leg, bunker e green ondulati che obbligano il giocatore a pianificare con attenzione ogni colpo. Grazie ai fairway più generosi, rappresenta una soluzione ideale sia per chi desidera migliorare il proprio handicap che per chi si avvicina al golf senza rinunciare a un percorso di qualità. Entrambi i campi sono caratterizzati dalla presenza di numerosi laghetti. Non si tratta di elementi puramente scenografici: l’area sulla

L’offerta del club è completata da una moderna Academy, dove maestri qualificati organizzano lezioni indivi-

duali e di gruppo, programmi dedicati ai giovani, sessioni sul campo e corsi con l’ausilio di sistemi di analisi video. La Club house rappresenta invece il punto d’incontro dei soci e degli ospiti, con ambienti eleganti e rilassanti, spogliatoi, pro shop e tutti i servizi necessari per vivere al meglio la giornata di golf. Il ristorante propone una cucina internazionale e specialità della tradizione turca, offrendo una piacevole vista sui campi e il luogo ideale per una pausa dopo il percorso. Tecnicità dei tracciati, qualità delle strutture, ospitalità e uno scenario naturale di grande bellezza fanno dell’Antalya Golf Club una delle mete più interessanti per chi desidera vivere un’esperienza golfistica completa. Un luogo dove sport, relax e paesaggio si fondono armoniosamente, confermando la Turchia come una delle destinazioni emergenti più affascinanti del golf internazionale.

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HOTELLERIE / PARK HOTEL SONNENHOF

Circondato da un parco idilliaco, il Park Hotel Sonnenhof di Vaduz è un albergo familiare che offre una vista panoramica sul castello, le Alpi e i vigneti. di Paola Chiericati

Spettacolare vista sul castello di Vaduz PARK HOTEL SONNENHOF Mareestrasse 29 FL-9490 Vaduz Liechtenstein T. +423 239 0202 www.sonnenhof.li

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o possiamo definire un vero angolo di paradiso nel Liechtenstein, adatto per chi è in cerca di esperienze culinarie raffinate e un ritmo di vita calmo in un’atmosfera magica, assicurandosi un soggiorno straordinario a poca distanza dalla Svizzera. Arroccato come un piccolo nido

d’aquila sopra i tetti della capitale del Principato, il Park Hotel Sonnenhof 4 stelle Superior rappresenta un’ottima espressione dell’hôtellerie di lusso. Unica struttura del Paese a fregiarsi del prestigioso marchio Relais & Châteaux, l’albergo si presenta come una sontuosa dimora privata guidata da oltre sessant’anni dalla stessa famiglia. Fondato nei primi anni ‘60 da Jutta ed Emil Real, l’hotel è oggi gestito dal figlio Hubertus Real. La famiglia Real è una delle dinastie più influenti della capitale, indissolubilmente legata alla politica locale e alla nascita dell’alta gastronomia nel Principato del Liechtenstein. Le radici della famiglia non sono autoctone del Liechtenstein, ma affondano nell’Italia settentrionale. Nel 1867, Felix Real – originario di


HOTELLERIE / PARK HOTEL SONNENHOF

Gressoney, nella Valle d’Aosta – ottenne la cittadinanza di Vaduz dopo essersi stabilito nel Principato e aver sposato Maria Anna Rheinberger. La famiglia si integrò rapidamente nel tessuto sociale e politico locale. Lo stesso capostipite Felix Real divenne sindaco di Vaduz dal 1873 al 1876. Suo figlio, Adolf Real, seguì le orme paterne guidando a sua volta l’amministrazione cittadina come sindaco della capitale. A partire dalla metà del Novecento, i discendenti della famiglia Real decisero di abbandonare la politica attiva per dedicarsi all’hôtellerie e alla ristorazione, diventando i pionieri della cucina di alto livello nella regione. Nel 1962, Emil Real e sua moglie Jutta acquistarono una piccola struttura ricettiva chiamata Pension Son-

di Stato accorsi per l’evento. Poco dopo, un noto giornalista di viaggio statunitense si innamorò della struttura, dedicandole recensioni entusiastiche nelle sue guide per anni e inserendo i Real nella mappa del turismo di lusso mondiale. Nel 1979 la struttura entrò a far parte di Relais & Châteaux. Oggi la dinastia prosegue con Hubertus Real: cresciuto nelle cucine del padre, ha ottenuto la medaglia d’oro alle Olimpiadi dei Mestieri a Sydney nel 1988 come miglior giovane chef. Nel 1993 è rientrato stabilmente nell’azienda di famiglia, assumendo prima la guida della cucina del ristorante Marée e poi la direzione generale dell’intero albergo, mantenendo intatta la tradizione di riservatezza e accoglienza su misura portata a Vaduz dai suoi genitori oltre sessant’anni prima. Nel corso dei decenni, la sua totale riservatezza e la posizione strategica – ai margini del bosco del castello principesco – lo hanno reso il rifugio prediletto per capi di Stato, reali eu-

ropei (dalla famiglia svedese ai Grimaldi di Monaco) e icone della cultura internazionale come lo scrittore Paulo Coelho, l’attore Hugh Grant o il pianista Lang Lang. Non a caso nell’atrio dell’hotel sono esposte le fotografie di tante personalità anche del mondo dello sport e dello spettacolo. Le 29 camere e junior suite, distribuite su tre piani, abbracciano un lusso contemporaneo e personalizzato, dove ogni stanza segue un tema unico con lo sguardo sulla Valle del Reno e sui vigneti. Il giardino circostante porta la firma di Enzo Enea, tra i più celebri architetti paesaggisti del mondo. Ha trasformato l’area verde in un’oasi di quiete intervallata da installazioni naturali e spazi di meditazione. Una spettacolare terrazza panoramica tondeggiante sospesa tra le fronde degli alberi, offre una vista senza filtri sul vicino maniero dei Principi del Liechtenstein. La proposta gastronomica è affidata al ristorante interno Marée, da anni ai vertici delle guide internazionali. Con 16 punti GaultMillau e l’inserimento nella Guida Michelin, lo chef Hubertus Real propone una cucina che unisce la precisione classica francese a rivisitazioni contemporanee. A completare il quadro di questa eccellenza territoriale vi è l’area wellness, che ospita una piscina coperta con acqua di sorgente.

nenhof a Vaduz. Decisero di rinominarla Park Hotel Sonnenhof valorizzando l’ampio giardino circostante. La consacrazione definitiva dell’hotel e della famiglia Real avvenne nel 1967. In occasione del matrimonio del Principe Ereditario Hans-Adam II con la Contessa Marie Kinsky von Wchinitz und Tettau, la Casa Principesca scelse proprio il Sonnenhof per ospitare tutti i membri delle famiglie reali europee e i capi

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HOTELLERIE / RISTORANTE MARÉE DEL PARK HOTEL SONNENHOF

di Giacomo Newlin

Il Marée non è soltanto un ristorante gourmet: è un luogo nel quale paesaggio, cucina, architettura e ospitalità si fondono in un equilibrio raro. RISTORANTE MARÈE PARK HOTEL SONNENHOF Mareestrasse 29 FL 9490 Vaduz Liechtenstein T. +423 239 0202 www.sonnenhof.li

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Invito a cena nell’atmosfera del Principato del Liechtenstein

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n un piccolo Stato come il Principato del Liechtenstein, dove l’identità nazionale è vissuta con orgoglio e la monarchia costituzionale rappresenta per molti cittadini un saldo punto di equilibrio della democrazia parlamentare, si percepisce un’atmosfera di serenità e misura che finisce inevitabilmente per riflettersi anche nell’ospitalità. È un luogo dove il gusto per la qualità e l’attenzione ai dettagli sembrano appartenere naturalmente al paesaggio. Questa stessa filosofia si ritrova al Ristorante Marée, all’interno del Park Hotel Sonnenhof di Vaduz, dove la tradizione gastronomica del Liechtenstein dialoga armoniosamente con quella delle vicine Svizzera e Austria, trovando però il proprio linguaggio espressivo nelle solide fondamenta della grande cucina

francese, arricchita da raffinati richiami mediterranei e internazionali. Artefice di questa identità culinaria è Hubertus Real, chef e patron dell’albergo, che ha raccolto il testimone dai genitori, Jutta ed Emil, trasformando l’azienda di famiglia in uno degli indirizzi gastronomici più prestigiosi del Principato. Da oltre trent’anni guida con passione il ristorante, premiato con 16 punti Gault & Millau, un riconoscimento che conferma una ricerca costante dell’eccellenza. La vocazione di Hubertus Real nasce molto presto. Cresciuto praticamente tra i fornelli della cucina paterna, nel 1988 conquista, ancora giovanissimo, la medaglia d’oro ai WorldSkills Competition di Sydney. Nel 1993 entra uf-


HOTELLERIE / RISTORANTE MARÉE DEL PARK HOTEL SONNENHOF

ficialmente nell’impresa di famiglia come chef e, poco dopo, ne assume anche la direzione alberghiera, imprimendo alla struttura una continua evoluzione qualitativa. Emblematica, in questo senso, è la valorizzazione del magnifico parco, dove la terrazza panoramica Nido dell’Aquila sembra sospesa tra le cime degli alberi e il suggestivo Gazebo, immerso nel verde, crea un perfetto dialogo fra architettura e natura. L’intero complesso invita l’ospite

a rallentare il ritmo e ad assaporare un’esperienza che coinvolge tutti i sensi. Ma è naturalmente la cucina il cuore pulsante del Sonnenhof. Tutto viene preparato in casa, privilegiando materie prime fresche, regionali e di stagione, nel rispetto di una filosofia che pone autenticità e qualità al di sopra di ogni artificio. Tra le numerose creazioni dello chef ve ne sono due che, nella mia lunga esperienza di gastronomo, meritano un posto d’onore. La prima è rappresentata dagli straordinari ravioli fatti in casa chiamati “Emilio”, dedicati al padre dello chef: un ripieno di vitello e spinaci racchiuso in una pasta sottilissima, esaltato da una salsa di impeccabile equilibrio, tanto convincente da indurre quasi inevita-

bilmente a ordinarne una seconda porzione. L’altra è una raffinata mini-bouillabaisse, nella quale pesci e crostacei dialogano con una delicata salsa rouille e crostini fragranti. Un piatto di sorprendente eleganza, intenso ma mai invadente, capace di coniugare profondità aromatica e leggerezza con rara precisione. Accanto alla proposta gastronomica colpisce la qualità del servizio. L’accoglienza è discreta, autenticamente cordiale, mai affettata; il personale accompagna il cliente con professionalità e naturalezza, facendolo sentire seguito senza essere mai invadente. È quella forma di ospitalità che oggi rappresenta un lusso tanto raro quanto prezioso. L’esperienza si completa con una carta dei vini di notevole livello, costruita con intelligenza e sensibilità negli abbinamenti. Non mancano le migliori etichette internazionali, ma particolare attenzione è riservata alle produzioni del Liechtenstein, dove il protagonista indiscusso resta il Pinot Nero, vitigno che trova espressioni di assoluta eleganza, fra cui quelle della storica Cantina di Corte del Principe del Liechtenstein. TICINO WELCOME / SET - NOV 2026

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MEDICINA / LANA E. KANDALAFT

I vaccini che verranno In occasione del 5° Simposio di Locarno, dedicato al tema del rapporto tra sanità e sostenibilità, abbiamo incontrato la dottoressa Lana E. Kandalaft che ci ha proposto alcune interessanti considerazioni sulle prospettive di sviluppo dei vaccini nella cure oncologiche e in altri ambiti della medicina.

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he cosa distingue un vaccino terapeutico personalizzato contro il cancro dai vaccini tradizionali e come potrebbe trasformare la cura dei tumori? «I vaccini tradizionali prevengono le malattie infettive, insegnando al sistema immunitario a riconoscere virus o batteri prima che ci facciano ammalare. Nel cancro il principio è diverso: ogni tumore presenta caratteristiche proprie e dobbiamo prima conoscerle per capire quali bersagli colpire. Per questo parliamo di vaccini terapeutici: vengono sviluppati per curare una malattia già presente e sono costruiti sulle caratteristiche specifiche del tumore di ogni paziente. Negli ultimi anni l’immunoterapia ha rivoluzionato l’oncologia. Alcuni

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farmaci riescono a togliere i “freni” al sistema immunitario, permettendogli di attaccare meglio il tumore, ma funzionano soltanto in una parte dei pazienti. I vaccini personalizzati possono completare questo meccanismo: se l’immunoterapia libera l’esercito del sistema immunitario, il vaccino contribuisce ad addestrarlo, insegnandogli a riconoscere le cellule tumorali. Potrebbero quindi diventare un nuovo pilastro della cura oncologica, soprattutto per prevenire le recidive dopo un intervento, quando nell’organismo possono essere rimaste pochissime cellule tumorali invisibili». Per realizzare un vaccino personalizzato è necessario identificare le caratteristiche uniche del tumore. Come si svolge questo processo? «È uno degli esempi più affascinanti di medicina di precisione. Partiamo da un campione del tumore e da un campione di sangue. Confrontiamo il DNA delle cellule tumorali con quello sano dello stesso paziente per identificare le muta-

zioni caratteristiche del tumore. Grazie anche all’intelligenza artificiale selezioniamo quelle che hanno maggiori probabilità di essere riconosciute dal sistema immunitario. Questi bersagli, chiamati “neoantigeni”, costituiscono la base del vaccino. Il vaccino viene poi prodotto in strutture altamente specializzate secondo rigorosi standard di qualità. Non viene preparata una singola dose, ma un intero ciclo terapeutico per quel paziente, che può prevedere diverse somministrazioni nell’arco di molti mesi. Esistono differenti tecnologie: vaccini basati su peptidi, RNA messaggero oppure cellule del sistema immunitario. È un settore in rapidissima evoluzione». Gran parte della sua ricerca riguarda le cellule dendritiche, che “istruiscono” il sistema immunitario. Qual è il loro ruolo? «Mi piace descrivere le cellule dendritiche come gli insegnanti o i direttori d’orchestra del sistema immunitario. Disponiamo di straordinari “soldati”, i linfociti T, ma devono sapere cosa attaccare. Le cellule dendritiche raccolgono


MEDICINA / LANA E. KANDALAFT

informazioni dal tumore e le presentano ai linfociti T, indicando loro con precisione il bersaglio. Il tumore, però, sviluppa numerosi meccanismi per sfuggire al sistema immunitario. La nostra ricerca cerca quindi non soltanto di identificare i bersagli migliori, ma anche di migliorare il modo in cui insegniamo al sistema immunitario a riconoscerli. Se riusciamo a combinare il bersaglio corretto con un’educazione efficace del sistema immunitario, possiamo ottenere una risposta antitumorale molto specifica e potenzialmente duratura». I vaccini antitumorali sembrano particolarmente interessanti quando vengono associati ad altre terapie. Quali combinazioni ritiene più promettenti? «Il futuro dell’oncologia difficilmente sarà basato su un’unica terapia. I vaccini insegnano al sistema immunitario cosa attaccare; l’immunoterapia può togliere i freni alla sua risposta; radioterapia, chemioterapia e terapie mirate possono, in determinate situazioni, contribuire a rendere il tumore più riconoscibile. Questi trattamenti quindi non necessariamente competono tra loro: possono completarsi. Stiamo osservando risultati molto incoraggianti, in particolare dalla combinazione tra vaccini e immunoterapia. L’obiettivo futuro è costruire strategie sempre più personalizzate, scegliendo la combinazione più adatta sulla base delle caratteristiche del tumore e del sistema immunitario di ogni paziente». Swiss Medical Network sta preparando nuovi studi clinici sui vaccini personalizzati a Genolier. Quali sono gli obiettivi? «Il nostro primo obiettivo è dimostrare che questi vaccini possono es-

sere prodotti e somministrati in modo sicuro ed efficiente, in tempi compatibili con le necessità dei pazienti e integrandoli con le terapie standard. Lo studio sarà aperto a Genolier e Ginevra. Swiss Medical Network ha investito nelle infrastrutture, nelle competenze, nei laboratori, nella bioinformatica e nelle collaborazioni necessarie per sviluppare questo programma. Il primo studio, di Fase I, valuterà soprattutto sicurezza, fattibilità e risposta immunitaria. Successivamente prevediamo uno studio di Fase II su circa 120 pazienti, per raccogliere maggiori evidenze su come integrare questi vaccini nella cura oncologica. La nostra ambizione non è realizzare un singolo studio, ma costruire un programma di lungo termine. Per accelerarne lo sviluppo e raggiungere più pazienti saranno però necessari ulteriori investimenti». Il Simposio di Locarno è dedicato alla sostenibilità della sanità. Come può una terapia così personalizzata diventare sostenibile? «L’innovazione nasce quasi sempre complessa e costosa. Il sequenziamento del primo genoma umano è costato miliardi; oggi può essere effettuato per poche centinaia di franchi. Credo che i vaccini personalizzati seguiranno un’evoluzione simile. Sequenziamento più rapido, intelligenza artificiale, processi produttivi standardizzati e maggiore esperienza clinica potranno progressivamente ridurre i costi. Ma la sostenibilità non riguarda soltanto quanto costa produrre un vaccino. Se riuscissimo a evitare una recidiva, potremmo anche ridurre il ricorso ad altre terapie, ricoveri e interventi, migliorando contemporaneamente la qualità di vita del paziente. Il vero investimento, quindi, potreb-

be essere evitare l’enorme costo umano, sociale ed economico del cancro avanzato». Guardando ai prossimi dieci anni, immagina che i vaccini vengano utilizzati solo per curare il cancro o anche per prevenirlo? «Credo che la prevenzione rappresenti la prossima grande frontiera. Oggi vacciniamo già contro virus che possono causare tumori, come l’HPV. In futuro potremmo arrivare a vaccinare direttamente contro determinate forme di cancro. Persone con un rischio genetico molto elevato, lesioni precancerose o segnali molecolari molto precoci potrebbero un giorno beneficiare di strategie vaccinali prima dello sviluppo di un tumore invasivo. Lavoro sui vaccini antitumorali da oltre venticinque anni. Dobbiamo naturalmente procedere per tappe: oggi partiamo dai pazienti che hanno già un tumore per dimostrare sicurezza e fattibilità, poi potremo progressivamente spostarci verso le fasi più precoci della malattia e, un giorno, verso la prevenzione. La mia ambizione è che la Svizzera possa assumere un ruolo di primo piano in questo campo, sviluppando un Cancer Vaccine Institute con una missione chiara: migliorare continuamente questi vaccini, ridurne progressivamente i costi e renderli accessibili al maggior numero possibile di pazienti. La prospettiva più affascinante è arrivare un giorno non soltanto a curare il cancro, ma a fermarlo prima ancora che diventi una malattia clinicamente evidente».

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MEDICINA / ORDINE DEI MEDICI

Un secolo di medicina al servizio del Ticino

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uest’anno l’Ordine dei Medici del Cantone Ticino celebra i cento anni dalla nomina del suo primo presidente. Quale significato assume oggi questo traguardo e quale eredità ritiene che quell’intuizione abbia lasciato alla professione medica ticinese? «Cento anni non sono soltanto una ricorrenza. Sono cento anni di fiducia tra i medici ticinesi e la nostra popolazione. Cento anni rappresentano un patrimonio di valori e di responsabilità. Nel 1926 si comprese che la professione medica aveva bisogno di un’istituzione indipendente e autorevole, capace di coniugare autonomia professionale, deontologia e servizio alla collettività. Da allora la medicina è profondamente cambiata,

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Nel centenario della nomina del primo Presidente dell’Ordine dei Medici del Cantone Ticino, il Dott. Med. Franco Denti, attuale Presidente, traccia un bilancio della storia dell’istituzione, del suo rapporto con il territorio e delle sfide che attendono la sanità cantonale.

ma resta immutata la necessità di un Ordine che sia al servizio dei propri membri e sappia rappresentare la professione con competenza e credibilità. L’eredità più preziosa che abbiamo ricevuto è un’istituzione capace di evolvere senza perdere i propri principi: qualità professionale, indipendenza del medico, rispetto dell’essere umano e fiducia nel rapporto con il cittadino-paziente». Nel corso di un secolo il ruolo dell’Ordine è profondamente cambiato. Quali sono oggi le sue principali missioni e quale contributo offre, oltre alla tutela della professione, alla qualità del sistema sanitario e alla fiducia tra medico e paziente? «Oggi il nostro ruolo va ben oltre la rappresentanza della categoria. Continuiamo a tutelare la professione e a vigilare sul rispetto della deontologia, ma siamo anche protagonisti dello sviluppo qualitativo del sistema sanitario. Investiamo nella formazione continua, promuoviamo strumenti innovativi

come il CIRS, che permette di imparare dagli eventi critici attraverso segnalazioni anonime, e collaboriamo con il DSS, l’EOC e l’USI sui grandi temi della politica sanitaria cantonale. Tutto questo ha un unico obiettivo: garantire cure sempre migliori. La tecnologia evolve rapidamente, ma la fiducia del paziente continua a fondarsi sulla competenza, sulla responsabilità e sull’umanità del medico». Se dovesse individuare alcuni momenti che hanno segnato la storia dell’Ordine, quali ricorderebbe come le tappe più significative di questo lungo percorso? «Se dovessi scegliere quattro immagini di questi cento anni, sceglierei la medicina di famiglia, la pandemia, la formazione e l’innovazione. Ogni epoca ha avuto le proprie sfide, ma alcune hanno segnato una svolta. Penso alla progressiva affermazione della formazione continua come dovere professionale permanente e alla difesa della medicina di famiglia durante il dibattito sul Managed Care, quando abbiamo ribadito che il rapporto medico-paziente non può essere subordinato esclusivamente a logiche economiche dettate dalle casse malati. Nei rapporti con la FMH, l’OMCT ha difeso con fermezza il principio secondo cui l’evoluzione delle strut-


MEDICINA / ORDINE DEI MEDICI

ture sanitarie non può compromettere l’indipendenza professionale del medico. L’autonomia clinica deve poggiare su garanzie concrete di governance e non su semplici dichiarazioni di principio. La pandemia di COVID-19 ha rappresentato probabilmente la prova più difficile della nostra storia recente: l’Ordine è diventato un punto di riferimento per i medici e per le autorità, contribuendo anche all’organizzazione dei Check-point OMCT, che hanno evitato il collasso degli ospedali. Negli ultimi anni sono stati importanti anche il passaggio dal TARMED al TARDOC e gli investimenti nella formazione delle nuove generazioni, attraverso il programma, sostenuto dal Cantone, volto a favorire la formazione del medico assistente negli studi medici, nonché l’apertura dell’Istituto di medicina di famiglia dell’USI, da noi promosso e sviluppato in collaborazione con l’EOC». Lei guida l’Ordine da vent’anni. Con quale idea ha assunto questo incarico e quale impronta personale ha cercato di dare alla sua presidenza? «Quando ho assunto questo incarico mi sono posto un obiettivo semplice: fare dell’Ordine la casa comune di

tutti i medici ticinesi. Ho sempre creduto nel dialogo con le istituzioni, ma anche nell’indipendenza dell’Ordine. Collaborare non significa rinunciare a difendere con fermezza ciò che riteniamo giusto per la professione e per i pazienti. In questi vent’anni abbiamo rafforzato la formazione continua, sviluppato nuovi servizi, investito nella qualità delle cure, accompagnato la digitalizzazione e consolidato il ruolo dell’Ordine quale interlocutore autorevole della politica sanitaria, sia a livello cantonale sia federale. Una particolare attenzione è stata rivolta ai giovani medici, nella convinzione che il futuro della medicina si costruisca investendo nella formazione e nella ricerca universitaria». La sanità sta vivendo trasformazioni profonde: dall’invecchiamento della popolazione alla carenza di medici, fino all’innovazione tecnologica e all’intelligenza artificiale. Quali ritiene siano oggi le sfide più urgenti che attendono l’Ordine nei prossimi anni? «La sfida non è il futuro della medicina. La vera sfida è garantire che ogni cittadino continui ad avere un medico di cui fidarsi. La priorità è assicurare ai cittadini un accesso tempestivo a cure di qualità. Per riuscirci dobbiamo affrontare la carenza di medici, soprattutto di medici di famiglia. La Svizzera deve investire maggiormente nella formazione dei propri giovani e creare condizioni di lavoro attrattive. Il programma “Medico assistente nello studio medico” e lo sviluppo dell’Istituto di medicina di famiglia dell’USI rappresentano investimenti strategici in questa direzione. Dovremo inoltre rispondere all’invecchiamento della popolazione e alla crescente multimorbidità, garantire la sostenibilità del sistema sanitario e cogliere le opportunità offerte dall’intelligenza arti-

ficiale. Sarà uno strumento prezioso di supporto alle decisioni cliniche, ma non sostituirà mai il giudizio del medico, la responsabilità professionale, l’empatia e la relazione umana». Guardando al futuro, quale vorrebbe fosse il giudizio sul suo mandato e quale messaggio desidera trasmettere ai giovani medici che si affacciano oggi alla professione? «Non spetta a me dare un giudizio sul mio operato: saranno i colleghi e le istituzioni a farlo. Mi auguro però che questi vent’anni siano ricordati come un periodo nel quale l’Ordine ha saputo crescere insieme alla medicina, promuovendo la qualità delle cure, sostenendo la medicina di famiglia e consolidando il proprio ruolo quale interlocutore competente, indipendente e credibile della politica sanitaria ticinese e federale. È un percorso che continua e che dovrà proseguire guardando alle nuove generazioni di medici. Le tecnologie cambieranno il nostro lavoro, ma non cambieranno mai il valore della relazione medico-paziente. È questo tipo di relazione che dà senso alla professione medica e che continuerà a distinguerla dalle altre, anche nel futuro».

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BENESSERE / THE LONGEVITY SUITE

Un nuova idea di benessere personalizzato Luigi Caterino, CEO & Co-Founder, delinea gli obbiettivi del Gruppo finalizzati a consolidare The Longevity Suite come piattaforma europea di riferimento nella medicina della longevità e nel wellness evoluto, sviluppando City Clinic e format The Longevity SPA.

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egli ultimi anni il concetto di longevità è cambiato profondamente. Oggi che cosa significa davvero “vivere più a lungo e meglio” e quale filosofia guida il metodo The Longevity Suite? «Il paradigma è cambiato: la longevità non significa più solo vivere più a lungo, ma vivere più anni in salute, mantenendo energia, autonomia e qualità della vita. Per noi significa lavorare sulla healthspan, ovvero il periodo vissuto in pieno benessere, attraverso prevenzione e consapevolezza del proprio organismo. La filosofia di The Longevity Suite nasce da un principio semplice: la longevità non è un protocollo uguale per tutti, ma una strategia personale. Ogni individuo ha una biologia, obiettivi e uno stile di vita diversi. Il nostro compito è fornire strumenti scientifici per costruire percorsi personalizzati, misurabili e sostenibili». Il vostro approccio integra medicina preventiva, tecnologie avanzate, nu-

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trizione e recupero fisico. Cosa rende il vostro metodo diverso rispetto a un centro wellness o a una spa? «La differenza principale è che partiamo sempre dalla conoscenza della persona. Ogni percorso nasce dal Longevity Check-up, un assessment che ci permette di analizzare lo stato di salute, individuare eventuali fattori di rischio e definire obiettivi personalizzati. A questo si affiancano medicina preventiva, rigenerativa ed estetica, tecnologie, nutrizione e protocolli medicali integrati. Non proponiamo semplicemente trattamenti, ma un metodo che evolve nel tempo insieme alla persona». Quali sono oggi le innovazioni più promettenti nel campo della longevità e quali benefici concreti possono offrire? «La vera innovazione non è una singola tecnologia, ma la capacità di stimolare i naturali meccanismi di adattamento e rigenerazione del corpo. Oggi tecniche come crioterapia, alternanza caldo-freddo, fotobiomodulazione, LED Therapy e protocolli di biohacking possono favorire recupero, equilibrio del sistema nervoso, performance cognitiva e benessere metabolico. Il futuro sarà sempre più legato alla medicina personalizzata: la tecnologia diventa realmente efficace quando viene integrata con dati clinici, biomarcatori e conoscenza della persona». Quando ha compreso che la longevità sarebbe diventata uno dei grandi temi del benessere contemporaneo? «Ho compreso che il futuro della salute sarebbe stato la prevenzione. Oggi abbiamo la possibilità di conoscere meglio il nostro organismo e intervenire prima che emergano problematiche. Quando abbiamo


BENESSERE / THE LONGEVITY SUITE

fondato The Longevity Suite, il mercato era ancora agli inizi: l’obiettivo era creare un luogo capace di accompagnare le persone in un percorso personalizzato di prevenzione, rendendolo anche piacevole e desiderabile. La longevità risponde a un’esigenza sempre più forte: non solo vivere più a lungo, ma mantenere energia, autonomia e qualità della vita nel tempo». State sviluppando numerose aperture all’interno di hotel di alta gamma. Cosa rappresenta questa scelta strategica? «L’hospitality è un touchpoint fondamentale per portare il metodo The Longevity Suite oltre la clinica e integrarlo nell’esperienza quotidiana dell’ospite. Con The Longevity SPA stiamo sviluppando un modello che supera il concetto tradizionale di spa: il benessere coinvolge recovery, nutrizione, qualità del sonno e tutti gli aspetti del soggiorno. Il futuro dell’hospitality di lusso

sarà offrire esperienze integrate, capaci di lasciare all’ospite non solo relax, ma maggiore energia, consapevolezza e strumenti concreti per la vita quotidiana». Il turismo del benessere cresce rapidamente a livello internazionale. Come evolverà questo mercato? «Oggi gli ospiti cercano esperienze complete e personalizzate, che coinvolgano non solo la spa ma l’intero soggiorno: dalla camera alla ristorazione, fino ad attività e programmi dedicati. La crescita dei retreat nasce proprio dal desiderio di fermarsi, dedicare tempo a sé stessi e vivere esperienze più immersive. Il valore di un soggiorno wellness, però, si misura soprattutto dopo: quando diventa un punto di partenza per nuove abitudini e uno stile di vita più consapevole».

«Oggi siamo presenti in Italia, Spagna, Svizzera e Turchia e stiamo portando avanti un piano di espansione internazionale con l’obiettivo di raggiungere 100 location nei prossimi quattro anni. Un progetto strategico è il Real Estate Longevity, sviluppato con Visionnaire, per integrare design, tecnologia e benessere negli spazi abitativi. Anche il digitale avrà un ruolo centrale attraverso app e membership dedicate. L’obiettivo è creare un unico ecosistema in cui cliniche, hospitality, residenze e digitale lavorino insieme per definire un nuovo standard europeo della longevità».

Guardando al futuro, quali sono i principali progetti di sviluppo di The Longevity Suite?

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BENESSERE / THE LONGEVITY KITCHEN

Quando l’alimentazione diventa uno stile di vita

Non una semplice dieta, ma un progetto che unisce ricerca scientifica, cultura alimentare e piacere della tavola. Ispirandosi alle cinque Blue Zones, le aree del mondo dove si concentra il maggior numero di ultracentenari, The Longevity Kitchen propone un nuovo modo di interpretare il cibo come strumento di benessere. Un percorso personalizzabile che può essere approfondito e seguito nei centri The Longevity Suite.

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angiare bene non significa soltanto nutrirsi correttamente. Sempre più spesso il cibo viene considerato uno degli strumenti più efficaci per migliorare la qualità della vita, preve-

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nire numerose patologie e favorire un invecchiamento sano. È proprio da questa convinzione nasce The Longevity Kitchen, un progetto sviluppato da The Longevity Suite che trasforma l’alimentazione in un vero e proprio percorso di benesse-

re, costruito sulla collaborazione tra medici, nutrizionisti e chef. L’idea è semplice quanto ambiziosa: portare nella quotidianità i principi alimentari osservati nelle cosiddette Blue Zones, le cinque aree del pianeta dove si registra la maggiore concentrazione di persone ultracentenarie. Non si tratta di inseguire una dieta miracolosa, ma di adottare uno stile alimentare equilibrato, ricco di ingredienti naturali e accompagnato da sane abitudini di vita. Le Blue Zones rappresentano infatti molto più di un modello nutrizionale. Comprendono Loma Linda in California, l’Ogliastra in Sardegna, la penisola di Nicoya in Costa Rica, l’isola greca di Icaria e l’arcipelago giapponese di Okinawa. Luoghi molto diversi tra loro ma accomunati da alcuni elementi ricorrenti: un’alimentazione prevalentemente vegetale, il consumo di prodotti locali e poco trasformati, una vita fisicamente attiva, forti relazioni sociali, ritmi meno frenetici e una particolare attenzione all’equilibrio tra corpo e mente. È da queste esperienze che The Longevity Kitchen trae ispirazione per elaborare ricette e percorsi alimentari adatti alla vita moderna. Il metodo nasce all’interno di un laboratorio nel quale professionisti della salute e della gastronomia lavorano insieme per sviluppare piatti che coniughino gusto, qualità nutrizionale e sostenibilità. L’obiettivo non è imporre rinunce, ma dimostrare come sia possibile mangiare con piacere scegliendo ingredienti


BENESSERE / THE LONGEVITY KITCHEN

ricchi di fibre, vitamine, antiossidanti, cereali integrali, legumi, ortaggi, frutta secca e proteine selezionate, limitando invece zuccheri semplici e alimenti ultraprocessati. Il programma si articola attraverso diversi menu, studiati per rispondere a esigenze specifiche. Il Menu Vegetariano valorizza il patrimonio nutrizionale di ortaggi, cereali, legumi e superfood, offrendo un’alimentazione completa ed equilibrata. Il Menu Microbiota è dedicato al benessere intestinale e punta a favorire l’equilibrio della flora batterica grazie a ingredienti ricchi di fibre e alimenti fermentati. Il Menu Lifestyle concentra invece l’attenzione sulla prevenzione dell’invecchiamento cellulare attraverso un’alimentazione ricca di vitamine, minerali e sostanze antiossidanti. Accanto a questi percorsi trovano spazio il Menu Detox, pensato per sostenere i naturali processi depurativi dell’organismo privilegiando alimenti ad alta qualità nutrizionale e a basso indice glicemico; il Menu Slim, studiato per favorire un dimagrimento graduale mantenendo il corretto equilibrio tra i nutrienti e preservando la massa muscolare; e infine il Menu Sirt, ispirato agli alimenti che favoriscono

l’attivazione delle sirtuine, proteine coinvolte nei processi di longevità cellulare. I programmi possono essere scelti nella formula Half, comprendente due pasti principali al giorno, oppure Full, con colazione, pranzo e cena, generalmente organizzati su cinque o sette giorni. Naturalmente non esiste un’alimentazione valida per tutti. Età, stile di vita, condizioni di salute e obiettivi personali richiedono approcci differenti. Per questo The Longevity Kitchen non si limita a proporre menu

già pronti, ma offre la possibilità di ricevere una consulenza personalizzata presso i centri The Longevity Suite, dove medici e nutrizionisti aiutano a individuare il percorso più adatto alle esigenze di ciascuno. Il programma può così diventare parte di un progetto più ampio dedicato alla salute, che comprende alimentazione, attività fisica, gestione dello stress e prevenzione. Più che una dieta, dunque, The Longevity Kitchen propone un diverso modo di guardare al cibo: non come semplice fonte di calorie, ma come uno degli strumenti più efficaci per prendersi cura di sé ogni giorno. Un approccio che mette insieme ricerca scientifica, tradizioni alimentari e piacere della tavola, ricordando che la longevità, prima ancora che una questione di anni, è soprattutto una questione di qualità della vita. THE LONGEVITY SUITE Palazzo Mantegazza Riva Paradiso 2 CH-6900 Lugano lugano@thelongevitysuite.com

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