Elaborazione grafica di Carlo Busi
N°42 - 15 aprile 2013 Periodico telematico - Reg.Tribunale di Roma n. 280 del 20 settembre 2011 House Organ del Consiglio provinciale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma - Pubblicazione quindicinale Direttore Responsabile Lorenzo Lelli Comitato Scientifico Gabriella Di Michele - Aldo Forte Giuseppe Sigillò Massara Pierluigi Matera - Antonio Napolitano Antonio Maria Rinaldi - Vincenzo Scotti Virginia Zambrano Redazione Eleonora Marzani Massimiliano Pastore Daniele Donati Giuseppe Marini Paolo Stern Andrea Tommasini Aldo Persi Editore Ordine dei Consulenti del Lavoro Consiglio Provinciale di Roma IT 00145 Roma RM Via Cristoforo Colombo, 456 Tel. 06 89670177 r.a. - Fax 06 86763924 www.consulentidellavoro-roma.it Segreteria: segreteria@cdlrm.it Ente di Diritto Pubblico Legge 11-1-l979 N.12 Redazione: TheWorldOfIlConsulente@cdlrm.it Questo numero è stato chiuso in redazione il 15-04-2013
Ordini professionali garanti della libera concorrenza
Editoriale
Care colleghe e cari colleghi, ha suscitato grandi polemiche e confusione la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 28 febbraio u.s., riguardo la controversia portoghese tra l’Ordine degli Esperti Contabili e l’Autorità Garante della Concorrenza. La tematica oggetto della contesa riguarda la formazione professionale obbligatoria che in Portogallo è gestita interamente dagli Ordini professionali. Nello specifico, l’Ordine degli Esperti Contabili ha previsto nel proprio regolamento l’obbligo del conseguimento di un quantum di crediti formativi da acquisire mediante due tipologie di formazione: una di natura “istituzionale”, relativa esclusivamente alle novità legislative e dottrine di carattere etico e deontologico a cura dell’ordine di riferimento; e l’altra di tipo “professionale”, quest’ultima da conseguirsi anche mediante organismi esterni, purché autorizzati dallo stesso Ordine. La Corte di Giustizia Europea con la predetta sentenza, assimilando gli Ordini Professionali alle associazioni d’impresa, ha ritenuto di applicare la disciplina in materia di concorrenza prevista dal TFUE – Trattato di funzionamento dell’Unione Europea, legittimando gli Ordini ad autorizzare degli istituti esterni per la formazione continua ma con la supervisione e il parere vincolante del Ministro Vigilante. Essendo imminente l’emanazione e l’approvazione dei regolamenti dei nostri Ordini professionali, la controversia è stata seguita
da molti con interesse e al riguardo non sono mancati gli accenti polemici. Molti non sanno, tuttavia, che il nostro regolamento interno e le caratteristiche dei nostri Ordini sono dissimili da quelli portoghesi. Vantiamo un sistema ordinistico che cammina insieme alle istituzioni: anche in Italia gli ordini hanno la gestione della formazione dei propri professionisti, ma con la recente Riforma degli Ordini Professionali, abbiamo previsto esplicitamente che i nostri regolamenti vengano approvati dal Ministro Vigilante. L’intento di gestire la formazione professionale dei nostri iscritti nasce dall’esigenza e dalla ferma volontà di perseguire l’eccellenza, di garantire la migliore formazione e di contenere il più possibile i costi che il consulente deve sostenere per essa. L’Ordine Professionale non viola le norme sulla libera concorrenza e non cerca la speculazione nella formazione, ma l’esatto contrario: è l’Ente che per primo vuole tutelare il Professionista iscritto, offrendogli una selezione mirata all’ottimizzazione della sua crescita professionale, con una particolare attenzione alle giovani leve, che molto spesso non hanno grandi risorse da investire nella formazione. Quante parole e quante fatiche sono state inutilmente spese da quelli che immancabilmente puntano il dito contro le nostre Professioni, ma è sempre una grande soddisfazione poter dare prova tangibile di integrità e della nostra buona fede.
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Sommario
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In Focus
1 the world of
Solidarietà passiva negli appalti:
Evoluzione normativa, responsabilità e competenze per il controllo di Filippo Burigana
il Consulente
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Rigetti a tappeto dei ricorsi amministrativi
Dubbia la bontà dell’azione amministratica dei Comitati Regionali. Occorre forse una class action? di Mauro Parisi
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Ordini professionali garanti della libera concorrenza L’editoriale del Presidente
Razionalizzazione e codifica negli accertamenti dei tributi
di Adalberto Bertucci
Il riordino della giustizia tributaria: la riforma del processo. di Maurizio Villani
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Chi sarà mai questo Cecchini
Andiamo insieme ad identificare quali sono le colpe per poi svelare il ruolo del personaggio di Antonio Maria Rinaldi
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Verbale ispettivo e strumenti difensivi
Evoluzione in materia di verbalizzazione unica e semplificazione delle attività ispettive di Carlo De Benedictis
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Faccia a faccia con Sanda Pandza
Professione Wedding: al via una proposta di regolamentazione per il settore di Andrea Tommasini
Ordine
Europa
Chisarà mai questo Cecchini Andiamo insieme ad identificare quali sono le colpe per poi svelare il ruolo del personaggio
di Antonio Maria Rinaldi Docente Universitario
T
utti si domanderanno chi sarà mai questo Cecchini per additarsi tutte le colpe! Per prima cosa però definiamo quali sono le colpe per poi svelare il ruolo del personaggio citato. Per colpe intendo quelle scelte che sono state prese, più o meno inconsapevolmente, quando ci siamo affidati ad un nuovo sistema economico e ordine monetario che avrebbe dovuto in positivo modificare il nostro futuro. Mi riferisco alle regole previste per la nostra (e non solo) partecipazione all’avventura europea concepite e decise ormai un quarto di secolo fa. Tutti ormai viviamo, ma sarebbe più opportuno dire subiamo, gli enormi disagi che una architettura imperfetta del disegno europeo comune provoca ormai da qualche anno a diverse centinaia di milioni di cittadini. Eppure i presupposti erano completamente diversi: la sempre più forte coesione fra stati europei, suggellata anche dalla condivisione di una stessa moneta, avrebbe dispensato esclusivamente benessere, progresso, crescita e occupazione. Tutti, o quasi tutti, ne siamo stati sin dall’inizio contenti, convinti e partecipi in quello che considero ancora oggi alla stregua di una rivoluzione copernicana. Ma poi è successo qualcosa che ne ha alterato profondamente i nobili scopi, invertendo di 180 gradi le intenzioni e gli obiettivi iniziali. Si, ora si può dire a piena voce: tutto l’impianto europeo è risultato essere non coerente per tutte le economie e paradossalmente nel tempo as-
sumere il ruolo di controvolano per tutta l’euro-economia continentale, tranne (per ora) quella della Germania. E ora entra in campo Cecchini, anzi il prof. Paolo Cecchini economista perugino, classe 1927, che “emigrò” a Bruxelles fin dagli anni ’70 nella “quota” italiana. Preparato economista, fu incaricato nel 1986 dall’allora storico Presidente della Commissione Europea Jacques Delors, di redigere uno studio approfondito sui costi della non-Europa, cioè del costo che gli allora paesi della CEE sostenevano per non appartenere ancora ad un mercato comune integrato Lo studio che ne scaturì prese il nome di “1992: La sfida europea”, ma da subito ribattezzato come “Rapporto Cecchini” e fu presentato ufficialmente a Bruxelles nel 1988. Sostanzialmente il rapporto analizzava nel dettaglio, oltre ai costi della non integrazione in 200Mld di ECU (Unità di Conto
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Europea, papà dell’attuale euro, sostituito con valore equivalente il 1 gennaio 1999 con l’introduzione dei cambi irrevocabili fra le valute dei paesi partecipanti), anche i vantaggi derivanti dalla crescita, valutati in non meno del 4,5% per arrivare al 7% di incremento PIL, e dalla creazione di posti di lavoro nella misura di 5 milioni di unità. Ma Cecchini si spingeva oltre, sostenendo che i benefici si sarebbero ulteriormente incrementati nel tempo per effetto della sempre maggiore integrazione che avrebbe consentito di raggiungere sempre più ambiziosi traguardi! La metodologia applicata per giungere a queste considerazioni aveva previsto interviste a circa 10.000 testimoni qualificati, quali imprese (divise fra grandi e piccole e diversi settori) e le associazioni sindacali delle imprese stesse e dei lavoratori. In queste interviste si chiedevano
essenzialmente le aspettative riguardo il processo d’integrazione e i benefici attesi in funzione delle maggiori opportunità che si sarebbero sicuramente create. Inoltre il rapporto si basava su analisi economico-industriale sugli effetti del Mercato Unico nei singoli settori produttivi per stimare i minori costi produttivi favoriti dall’integrazione economica. Cecchini non tralasciò di valutare quale impatto avrebbe avuto l’economia di ciascun paese in modo da stimare i benefici dalla partecipazione a un mercato unico. Dalla sommatoria di tutti questi risultati ne scaturì un valore globale quantificato, per l’appunto in 200Mld di ECU. Era il costo della non-Europa, almeno secondo le deduzioni dell’economista italiano incaricato dalla Commissione Europea nella valutazione dei costi sostenuti da tutto il sistema Europa per rimanere disuniti. Il rapporto fu messo da parte dopo la presentazione, come in genere venivano archiviati la gran parte degli studi prodotti dalla Commissione (a volte sembravano commissionati per giustificare la grande e già costosa macchina burocratica europea) e tutto per un po’ sembrava dimenticato. Poi all’improvviso nell’estate dell’anno successivo, il 1989, quando ormai era inevitabile lo sfaldamento dell’Unione Sovietica, l’allora Presidente francese Mitterrand, convocò l’amico, compagno di partito e collega in precedenti governi, Delors per chiedergli di supportare tecnicamente il coinvolgimento economico della Germania con tutti gli altri parters, in quanto i tempi sarebbero stati presto maturi per una riunificazione. Il Presidente francese temeva infatti che la riunificazione avrebbe ulteriormente rafforzato la già straripante forza economica del paese e
pertanto desiderava fortemente metterla sotto “tutela”, almeno economica, imbrigliandola con accordi stretti di integrazione, forte del suo ruolo di potenza vincitrice e quindi disponibile alla concessione al nulla osta alla riunificazione solo dietro precise garanzie. Quale miglior strumento già bello e pronto se non il Rapporto Cecchini? Delors lo ripescò in fretta e furia e lo portò come arma di scambio al tavolo di Mitterrand e Kohl. Tutto il resto è storia! Quel rapporto ha segnato il destino di un Continente e non sappiamo se non fosse stato fatto o fatto in modo diverso come ora sarebbero le cose. Di una cosa però siamo certi: corretto o sbagliato che fosse è ormai certamente obsoleto, ed è assolutamente necessario rivedere quel Trattato di Maastricht di cui è figlio e che continua a condizionare così pesantemente non solo l’economia, ma ora anche gli equilibri sociali e politici di tutti gli Stati membri. Riusciremo a cambiare le regole? L’alternativa concreta è che se questo non avverrà presto alcuni paesi saranno costretti veramente all’uscita dall’Unione Europea e dall’Unione Monet a r ia , infran-
gendo così def init iva mente il sogno della grande e forte Europa!
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Appalti
Solidarietà passiva negli appalti: Evoluzione normativa, responsabilità e competenze per il controllo
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di Filippo Burigana CdL Centro Studi Roma
l legislatore ha recentemente rivisto la formula della responsabilità solidale e gli appalti con una norma tanto discussa che ha creato non pochi disagi al mondo dell’imprenditoria, in un momento in cui peraltro, uno dei principali problemi delle aziende è rappresentato dalla grave crisi di liquidità. L’entrata in vigore della nuova disposizione contenuta nell’art 13-ter del D.L. 83/2012 c.d. decreto sviluppo, convertito in Legge 7 agosto 2012 n. 134, in vigore dal 12 agosto 2012 ha sostituito integralmente il comma 28 dell’art. 35, del D.L. n. 223/2006 e ha sostanzialmente modificato la disciplina relativa alla responsabilità solidale negli appalti, determinando come primo effetto quello di ritardare il pagamento dei corrispettivi per le prestazioni effettuate in esecuzione di contratti di appalto.
A seguito di tali modifiche, in caso di appalto di opere o servizi, l’appaltatore risponde in solido con il subappaltatore, nei limiti del corrispettivo dovuto, del versamento all’Erario delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente e del versamento dell’Iva dovuta dal subappaltatore in relazioni alle prestazioni effettuate nell’ambito del rapporto di subappalto. La responsabilità viene meno quando l’appaltatore verifica, acquisendo la documentazione che tutti i versamenti che il subappaltatore era tenuto ad eseguire prima della data di pagamento del corrispettivo in relazione al singolo contratto di appalto, sono stati eseguiti. In pratica, tutti coloro che intervengono nella filiera dell’appalto devono essere in regola con il fisco con i versamenti di iva e ritenute. In alternativa è possibile attestare l’avvenuto pagamento mediante il rilascio di un’ attestazione dell’avvenuto adempimento tramite un’asseverazione dei CAF, dei Consulenti del Lavoro ovvero dei Commercialisti. In caso non si dimostri la prova dell’avvenuto pagamento, l’appaltatore ha il potere di sospendere il pagamento del corrispettivo dovuto al subappaltatore. Al pari dell’appaltatore anche il committente può sospendere il pagamento dei corrispettivi se l’appaltatore non esibisce la documentazione atte-
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stante l’avvenuto versamento delle ritenute fiscali sui redditi da lavoro dipendente e dell’Iva, scaduti alla data di pagamento del corrispettivo. Nei rapporti tra committente e appaltatore la sanzione in capo al committente non è la responsabilità solidale dell’Iva e delle ritenute eventualmente non versate, ma viene determinata nella misura minima di 5.000 euro sino ad un massimo di 200.000 euro. La norma, meritevole nel suo fine, quello di contrastare il mancato versamento di tributi, di fatto però fa ricadere l’obbligo di verifica e controllo spettante all’Amministrazione Finanziaria su soggetti privati, facendo sostenere maggiori oneri burocratici a carico delle imprese. La confusione che ha creato la nuova norma, ha costretto le associazioni di categoria a richiedere tempestivi chiarimenti, resi dall’Agenzia delle Entrate nella circolare n. 40/E/2012 e recentemente dalla circolare n. 2/E/2013. Quest’ultima circolare ha cercato di risolvere problemi interpretativi circa l’aspetto oggettivo della disciplina in esame che con il primo intervento di prassi, circolare 8 ottobre 2012 n, 40/E non si è riusciti a fare. L’Agenzia ha affermato di ritenere che la norma in questione si riferisca alle sole fattispecie riferite al contratto d’appalto definito dall’articolo 1655
c.c., definito come come “il contratto con il quale una parte assume con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione del proprio rischio, il compimento di un ‘opera o di un servizio verso un corrispettivo in denaro”. Di contro vengono esclusi dal campo di applicazione le tipologie di contratto diverse dal contratto di appalto di opere e servizi quali ad esempio i contratti d’opera, il contatto di trasporto, le prestazioni rese nell’ambito consortile e il contratto di sub fornitura. Riguaro all’aspetto temporale, alla luce dei chiarimenti della circolare 40/E/2012 le disposizioni dettate dall’articolo 13-ter del D.L. n. 83/2012 devono trovare applicazione solo per i contratti di appalto/ subappalto a decorrere dalla data di entrata in vigore del suddetto articolo ossia dal 12 agosto 2012. Inoltre in considerazione del fatto che la norma introduce a carico dei contribuenti un adempimento di natura tributaria, si deve ritenere che, in base al disposto art. 3 c.2 della Legge 212/2000 tali adempimenti siano obbligatori a decor- r e re dal 60esi-
mo giorno successivo a quello di entrata in vigore della norma. Pertanto la certificazione relativa alla regolare effettuazione dei versamenti deve essere richiesta per i pagamenti effettuati a decorrere dalla data del 11 ottobre 2012 in relazione ai contratti stipulati dal 12 agosto 2012. Per concludere la disciplina relativa alla responsabilità solidale dell’appaltatore sembra non raggiungere il fine pensato dal legislatore, quello di contrastare fenomeni evasivi nell’ambito dei contatti di appalto, ma piuttosto è giunto a penalizzare le imprese con controlli formali a cui non erano pronte, in considerazione del fatto che il vuoto interpretativo aveva favorito la diffusione di cautele, alle volte esagerate, dagli operatori economici per cui si chiedevano tutti i documenti possibili, alle volte anche inutili, ma che potessero in qualche modo assicurare da eventuali sanzioni, anche se quest’ultime non ben definite dalla norma. Credo che in un periodo economico così critico, emanare leggi semplici e chiare che diano certezza e che sollevino il contribuente da annose questioni di diritto e di fatto, sia un dovere da parte del legislatore affinché si possano apprezzare anche i “fini” che vengono dati ai decreti che contengono norme come l’art. 13-ter (“Misure urgenti per la crescita del paese”).
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Lavoro
Verbale ispettivo e strumenti difensivi
Evoluzione in materia di verbalizzazione unica e semplificazione delle attività ispettive
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di Carlo De Benedictis CdL Centro Studi Roma
l legislatore con l’art. 33 della Legge 183/2010, recependo la Direttiva sui servizi ispettivi e le attività di vigilanza del Ministero del Lavoro del 18 settembre 2008 in materia di verbalizzazione unica e di semplificazione delle attività ispettive, ha riscritto le norme che regolamentano il procedimento di verbalizzazione.
Nel testo che segue si tenterà di offrire una lettura sintetica delle norme che regolamentano la redazione del verbale ispettivo, senza trascurare i poteri degli ispettori, con particolare riguardo ai poteri di diffida obbligatoria degli ispettori del lavoro. L’art. 33 della L. 183/2010 ha di fatto stravolto il contento dell’art 13 L. 124/2004. Se prima il legislatore intitolava l’articolo “Diffida”, senza effettuare alcuna esplicita mensione al verbale ispettivo, oggi l’epigrafe dell’articolo recita “Accesso ispettivo, potere di diffida, verbalizzazione unica”. Ciò a significare da un lato la conferma del riconoscimento agli ispettori del lavoro del potere di diffidare il trasgressore, in caso di accertamento di inadempimenti dai quali derivino sanzioni amministrative, dall’altro la necessità di verbalizzare gli esiti del procedimento nel rispetto di criteri previsti dalla legge. Il nuovo art. 13 si occupa nello specifico almeno di quattro aspetti: a) i soggetti legittimati alla ispezione, redazione del verbale e diffida; b) modo tempo dell’accesso;
c) le modalità di verbalizzazione; d) il potere di diffida. a) Soggetti legittimati alla ispezione, redazione del verbale e diffida. I commi 6 e 7 dell’art. 13 della legge 124 / 2004 così come modificata precisano che sono legittimati a espletare funzioni di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale : - il personale ispettivo in forza presso le direzioni regionali e provinciali del lavoro; - gli ispettori e i funzionari amministrativi degli enti e degli istituti previdenziali nell’ambito dell’attività di verifica del rispetto degli obblighi previdenziali e contributivi; - gli agenti di polizia giudiziaria che accertano violazioni in materia di lavoro e previdenza sociale. b) Modo e tempo dell’accesso. L’art. 13 stabilisce che il personale ispettivo può accedere nei luoghi di lavoro nei modi e tempi previsti dalla legge. Cercando di sintetizzare la normativa di riferimento conosciuta dallo scrivente ( art. 138 del R.D. n 1422/1924 Art. 8 del D.P.R. n. 520/1995) si può sostenere che
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il potere di visita degli ispettori è molto ampio in quanto essi, ipoteticamente in qualsiasi ora del giorno e della notte, senza alcuna autorizzazione del magistrato o del datore di lavoro, hanno facoltà di visitare non solo i locali dove l’azienda esercita l’attività, ma anche quelli direttamente o indirettamente connessi con l’azienda (con l’unica eccezione del domicilio domestico). Essi inoltre possono esaminare i documenti del personale, interrogare i titolari e il personale, acquisire documentazione probatoria. c) Le modalità di verbalizzazione. L’art. 13 impone agli ispettori un obbligo di verbalizzazione che si concretizza nella redazione del verbale di primo accesso al quale seguirà il verbale di accertamento e notificazione. La Circolare 41/2010 stabilisce che il verbale di primo accesso deve essere necessariamente consegnato prima della conclusione dell’accesso ispettivo, al datore di lavoro. Ciò nell’ottica di favorire la verbalizzazione immediata del verbale stesso al termine della prima fase dell’accesso ispettivo.
La Circolare individua altresì i casi eccezionali in cui il verbale, previa espressa motivazione della mancata consegna dell’atto, può essere inviato successivamente. L’art 13 individua altresì i requisiti minimi del contenuto del verbale e cioè: - l’identificazione dei lavoratori trovati intenti a lavoro e la descrizione delle modalità del loro impiego; - la specificazione delle attività compiute dal personale ispettivo; - le eventuali dichiarazioni rese dal datore di lavoro o da chi lo assiste, o dalle persona presente all’ispezione; - ogni richiesta documentale utile al proseguimento dell’istruttoria finalizzata all’accertamento degli illeciti. All’accertamento segue una fase di studio da parte degli ispettori all’esito del quale seguono due provvedimenti alternativi : - una comunicazione di regolare definizione degli accertamenti, come previsto dalla circolare n. 41/2010, in assenza di irregolarità; - la notifica del verbale al trasgressore e all’obbligato in solido del “Verbale unico di accertamento e notificazione” nel caso opposto. verbale di accertamento e notificazione deve contenere: - gli esiti dettagliati dell’accertamento, con indicazione puntuale delle fonti di prova degli illeciti rilevati; - la diffida a regolarizzare gli inadempimenti sanabili ai sensi del comma 2 dell’art. 13; - la possibilita’ di estinguere gli illeciti ottemperando alla diffida e provvedendo al pagamento della somma di cui al comma 3, dell’a art. 13, ovvero pagando la medesima somma nei casi di illeciti gia’ oggetto di regolarizzazione;
- la possibilita’ di estinguere gli illeciti non diffidabili, ovvero quelli oggetto di diffida nei casi di cui al comma 5, attraverso il pagamento della sanzione in misura ridotta ai sensi dell’articolo 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689; - l’indicazione degli strumenti di difesa e degli organi ai quali proporre ricorso, con specificazione dei termini di impugnazione. L’indicazione normativa del contenuto minimo necessario dei verbali rappresenta forse uno dei pochi passi avanti nella direzione nella realizzazione dell’effettivo diritto di difesa di quei datori di lavoro che si trovano a dover contrastare la Pubblica Amministrazione in tale materia. In particolare il trasgressore nel caso di vizi dell’atto potrà eccepire : - la nullità dell’atto che manca dei requisiti essenziali, art. 21 septies L. 241/90, come modificato della legge 11 febbraio 2005 n. 15; - l’annullabilità dell’atto adottato in violazione di legge o viziato da eccesso di potere ( tranne i casi in cui il contenuto dispositivo del provvedimento, seppur viziato nella forma o nel procedimento, non avrebbe potuto essere diverso da quello adottato art. 21 octies. Si segnala infine che la circolare n. 41 del 2010 ribadisce il principio della fede privilegiata del verbale asserendo che in virtù del combinato disposto dell’art. 2700 c.c. e 10 comma 5, del D. Lgs n 124/2004 i verbali ispettivi fanno fede fino a querela di falso della loro provenienza, delle dichiarazioni delle parti e degli in altri fatti che il pubblico ufficiale attesti essere avvenuti in sua presenza relativamente alle dichiarazioni rese .
d) il potere di diffida. Nel verbale unico di accertamento vengono tratte le conclusioni dell’accertamento vengono richiamate le violazioni e irrogate le sanzioni civili, previdenziali, amministrative e penali. L’art. 13 si sofferma in particolare sul potere di diffida a regolarizzare. Tale potere può essere esercitato ogni qualvolta gli ispettori rilevano delle violazioni di legge e del contratto collettivo che costituiscono violazioni amministrative sanabili. Secondo l’interpretazione della Circolare del Ministero del Lavoro n 24/2004, che aveva affrontato il tema sulla base del vecchio testo, la violazione amministrativa si intende sanabile ogni qualvolta gli adempimento omessi risultino materialmente realizzabili. L’adempimento entro trenta giorni alla diffida, tramite il versamento di sanzioni agevolate, determina l’estinzione del procedimento. A titolo esemplificativo e non esaustivo si citano alcune violazioni amministrative sanabili: Riforma Fornero L. 92/2012 ART 1, comma 35: lavoro intermittente omessa comunicazione anticipata, art. 1, comma 35, Omessa corresponsione indennità per tirocinio. Testo unico apprendistato 167/2011 circolare n. 5 del Ministero del Lavoro: Mancato affiancamento del tutor. Illeciti previsti dal Legislatore in materia di LUL - ad eccezione di quello concernente la mancata conservazione dello stesso. I testi consultati per la redazione del testo sono: Pierluigi Rausei, Ispezioni e nuovo sistema sanzionatorio, Ipsoa , Iunio Valerio Romano, Ispezioni del Lavoro e Contenzioso, Giuffrè Editore.
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ORDINE NELLA VITA...
CDL CARD - LA FORZA DELL’UNIONE LA PRIMA CARTA SCONTO RISERVATA AI CONSULENTI DEL LAVORO
L’Ordine dei consulenti del Lavoro – Consiglio Provinciale di Roma con l’obiettivo di consolidare ed aumentare ulteriormente il senso di appartenenza ed il livello dei servizi offerto ai propri iscritti ha demandato alla Fondazione Studi Oreste Bertucci la realizzazione della “CDL CARD”. La CDL CARD è in buona sostanza una carta sconti, gratuita, nominativa, e riservata esclusivamente ai consulenti del lavoro e rispettivi familiari, che consente un risparmio immediato in Italia e all'estero, presso gli esercizi convenzionati, sia pubblici, sia privati, selezionati con priorità nei confronti dei clienti degli stessi Consulenti del Lavoro e da essi segnalati alla Fondazione. La condizione di essere clienti non è certamente vincolante, in quanto, abbiamo ritenuto di voler dare la possibilità di accesso anche agli altri esercizi ritenuti comodi o strategici o che, in ogni caso, intendono riservare alla categoria quel segnale di attenzione nei nostri confronti che ogni giorno conquistiamo con il nostro servizio professionale ed umano, alle imprese ed alla società. Ciascun consulente ha facoltà di segnalare alla Fondazione, attraverso i recapiti di seguiti specificati, i propri clienti del settore Commercio o servizi interessati alla stipula di una convenzione a titolo non oneroso che possa riservare alla Categoria, sconti o “corsie preferenziali” per i titolari di Cdl Card nell’acquisto di beni o servizi. L’iniziativa è stata promossa ed attuata dalla nostra Presidenza attraverso la Fondazione Studi Oreste Bertucci con il duplice obiettivo, sia di rafforzare il senso di appartenenza della Categoria all’Ordine, sia di aiutarci a fidelizzare i nostri clienti ed ha immediatamente riscosso ampio consenso da parte dei titolari e dei convenzionati. I settori merceologici nei quali la Card esercita i propri ambiti d’azione, sono già molteplici e con il contributo di tutti i nostri iscritti contiamo di poter coprire quanto prima tutti i settori di mercato nella comune esigenza di risparmio. Per maggiori informazioni puoi visitare il sito internet www.cdlcard.it nella pagina dedicata oppure inviare una mail all’indirizzo info@fondazioneorestebertucci.it.
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Ricorsi
Rigetti a tappeto deiricorsi amministrativi Dubbia la bontà dell’azione amministratica dei Comitati Regionali. Occorre forse una class action?
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di Mauro Parisi Avvocato
l caso di cui si è appreso è di qualche giorno fa ed avvenuto in una delle belle Regioni del nostro paese. La vicenda è (purtroppo) reale, per cui, quale sia tale Regione, non ha importanza. Un’azienda si vede contestare alcuni illeciti amministrativi relativi a cinque suoi lavoratori. Dato il ritenuto difetto di tali posizioni, gli ispettori decidono pure di operare recuperi di contribuzione.
Ma l’azienda non ci sta e propone ricorso al Comita- mente, respinta) per ottenere un po’ di documentazione utile. to Regionale per i rapporti di lavoro. Passa qualche tempo –quello previsto per legge- e, come sovente accade, all’azienda non giunge risposta alcuna. Ovviamente, come è a tutti noto, il “silenzio” equivale a rigetto dell’istanza: per cui il significato di un tale ritardo appare evidente. Ma l’azienda decide che, tutto sommato, vale la pena fare un “esperimento”. Propone, quindi, richiesta formale di accesso agli atti, quella che si fa ai sensi della legge 241/1990 (si prova a fare, in verità, venendo quasi sempre, inflessibil-
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Lo “strumento” sembra “strano”, nel caso, ma il diritto a conoscere se vi è o meno una pronuncia a proprio carico è fuori di dubbio. E così, dopo qualche giorno, a quell’azienda il Direttore Regionale – Presidente del Comitato Regionale - scrive una sua nota con cui comunica che il ricorso è stato respinto in ragione di una pronuncia che risalirebbe a oltre un mese prima. Il Direttore Regionale riferisce che la posizione del lavoratore Y… è stata accertata in modo inequivocabile. A questo punto l’azienda si domanda: va bene la posizione di Y…., ma cosa è stato deciso della posizione degli altri quattro lavoratori? Nulla, apparentemente. Almeno, la nota di quel Direttore Regionale non dice alcunché al riguardo. Ma perché accontentarsi della nota del Direttore Regionale? L’azienda vuole vedere la pronuncia stessa del Comitato Regionale. Giusto. E così parte una seconda richiesta di accesso agli atti in cui si chiede la predetta decisione. Passa ancora qualche giorno e lo stesso Direttore Regionale comunica all’azienda che si sbaglia a richiedere un’ulteriore pronuncia del Comitato Regionale, poiché è la sua “nota” a costituire la “pronuncia” di quel Comitato Regionale. A questo punto l’azienda non capisce: ma, soprattutto, non ci sta. Il Comitato è un organismo collegiale di almeno tre membri e occorre conoscere come in effetti si sono compor t a t i
tutti i membri, non solo uno di essi, quantunque “Presidente”. La “nota” direttoriale, quindi, non può costituire la “pronuncia”, ma, al massimo, una comunicazione della medesima. Ed ecco, perciò, giungere la terza richiesta di accesso agli atti: questa volta viene domandato il verbale della riunione del Comitato del giorno indicato dal Direttore Regionale come quello della delibera; inoltre, il ruolo in cui sarebbe stato iscritto il presentato ricorso, poi apparentemente trattato dal Comitato Regionale. Ed è all’esito di questa istanza che giunge la maggiore sorpresa. Perviene, infatti, uno striminzito verbale di riunione – mezza paginetta, nessun protocollo- in cui a malapena si riportano i nominativi dei presenti; si dice che in quella giornata si tratteranno 17 ricorsi; per sapere quali siano i ricorsi in discorso occorrerà rifarsi a un foglio allegato che pure viene fornito; nulla si dice, ovviamente, di doglianze, di vizi, di eccezioni, di discussione tra i membri, ecc. Ma è soprattutto l’allegato elenco dei ricorsi che riserva la maggiore sorpresa di tutte: scorrendo tra gli esiti dei vari risulta che tutti (TUTTI) sono stati rigettati. Inammissibilità, respingimento “semplice”, irricevibilità…ogni motivo è buono per mandare a tappeto ciascuna singola impugnazione. 100%. En plein. Premesso che ogni cosa può essere nella vita, ciò che però pare palesarsi è, una volta tanto, la conferma chiara di ciò che finora ci si è limitati solo a sospettare. Ossia, che i ricorsi di quel genere vengono tutti, sistematicamente, presso molte sedi, rigettati. In effetti non sembrerebbe statisticamente plausibile che neppure uno dei diciassette ricorsi proposti sia stato accolto, anche, se fosse, solo in parte. Può darsi, pure, però, che quella giornata di riunione dei membri di quel Comitato sia stata infausta (ferma, comunque, la nullità della “nota” direttoriale a valere quale “pronuncia” del Comitato stesso). R e s t o il fatto, tuttavia, che se si avessero evidenze di altre, diffuse, giornate “infauste”, oltre alle eventuali e personali responsabilità, si dovrebbe senz’altro ragionare in termini di “class action” da parte di tutti coloro (professionisti in testa) che, in questi anni, hanno confidato ed affidato alla bontà dell’azione amministrativa dei Comitati Regionali le sorti di importati vicende di lavoro.
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Tributi
Razionalizzazione e codifica negli accertamenti dei tributi Il riordino della giustizia tributaria: la riforma del processo.
di Maurizio Villani Avvocato
I
n ottemperanza all’art. 99 della Costituzione Italiana, il 20 marzo 2013 il CNEL ha approvato il Ddl di “Delega legislativa al Governo della Repubblica per razionalizzare e codificare l’attuazione e l’accertamento dei tributi e per la revisione delle sanzioni amministrative e del processo tributario.”. Il documento divulgato pochi giorni fa riferisce che “in questi quarant’anni la gestione di una fiscalità di massa, quale quella che riferita al sistema tributario riformato nel 1971, ha da una parte aumentato l’importanza del ruolo del contribuente nell’attuazione dei tributi e dall’altra ha reso sempre più complessi e difficili i controlli dell’amministrazione finanziaria e non sempre adeguate le procedure di accertamento alla numerosità dei contribuenti ed alla crescente complessità delle fattispecie e della basi imponibili. Le reazioni normative a tale trasformazione per il diritto tributario formale sono state varie numerose ed anche incidenti per i contribuenti e per l’amministrazione. Comunque, non potevano che seguire il modello della riforma. Hanno continuato a riferirsi coerentemente in maniera distinta e differenziata ai singoli tributi. Anche i progressi di avvicinamento evidenti per imposte sui redditi ed iva si sono rivelati del tutto funzionali all’attuazione della dichiarazione unica, ma non hanno segnato un significativo abbandono della pluralità di modelli del diritto tributario formale. E’ difficile ora invece continuare a confermare la fiducia in quella scelta riformatrice per il diritto tributario che quarant’anni fa era apparsa chiara e condivisa. In nome di quella scelta riformatrice, infatti, il diritto tributario formale:”. Il documento è scandito in sei articoli, di cui il secondo, il terzo ed
il quarto, rappresentano il cuore della disciplina innovativa. Con riferimento ai punti di maggiore rilevanza possono annoverarsi: - il rafforzamento e l’ampliamento della disciplina della conciliazione giudiziaria, che costituisce uno dei temi più caldi degli ultimi tempi, vista la grave limitazione relativa al suo utilizzo – per il solo procedimento di primo grado, oltre alla funzione deflativa che presiede l’intero sistema tributario attuale; - la necessità della qualifica dell’organo giudicante, in termini di competenza (giudici a tempo pieno) e di adeguata retribuzione – punto focale soprattutto ai fini del corretto svolgimento delle cause tributarie, oltre che dell’applicazione corretta delle norme sia dal punto di vista dell’Amministrazione che dal punto di vista del-
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lo Statuto del Contribuente; - l’istituzione di un apposito albo dei difensori tributari presso ciascuna Corte d’appello tributaria e presso la sezione tributaria della Corte di Cassazione; - l’immediata esecutorietà delle sentenze, valevole per tutte le parti in causa, onde evitare una sovrapposizione in virtù del ruolo ricoperto dalle parti in giudizio: amministrazione / contraente più forte, contribuente / contraente più debole. Il progetto di legge ha sicuramente degli intenti lodevoli, da attuarsi nell’immediato. Tanto vero, che già in tempi non sospetti, ossia nel 2007, a firma degli attuali scriventi, era stato già presentato un progetto di legge di riforma del processo tributario. Non a caso, i punti su cui si reggeva la citata riforma erano proprio i punti salienti dell’attuale disegno
di legge datato 20 marzo 2013. A distanza di ben sei anni, forte è la necessità di riformare un processo che fa acqua da tutte le parti. Non tanto per quanto riguarda la materia – intesa come contenuti delle discipline tributarie – quanto relativamente alla forma ed alla procedura da eseguirsi sia da parte degli uffici che da parte dell’organo giudicante. L’attuazione dell’art. 111 della Costituzione è uno dei temi fondamentali su cui si deve insistere nell’attuazione della riforma del processo tributario, in applicazione di quanto già espresso nel citato progetto di legge che, in sintesi, già prevedeva: - una nuova denominazione ed organizzazione delle Commissioni tributarie (con riferimento all’imparzialità dell’organo giudicante, in richiamo al “parere della Commissione dei Trenta - chiamata ad esprimersi sui decreti delegati adottati in base all’art. 30 della Legge 413/91 – in cui veniva chiarito
che si deve tendere alla previsione, anche costituzionale, di una magistratura tributaria, totalmente autonoma, con giudici specializzati.); - con riferimento agli atti impugnabili: stabilire i limiti dei giudici tributari: - di conseguenza, una corretta qualificazione degli atti autonomamente impugnabili; - la qualifica professionale dei giudici; - la conciliazione giudiziale anche in appello (infatti, nel citato progetto di riforma legislativa, si fa notare come già nella prima formulazione normativa della conciliazione era possibile effettuarla anche in secondo grado e persino in Commissione Centrale; motivo per il quale è necessario, ai fini della realizzazione del giusto processo – come indicato dagli artt. 24 e 111 della Costituzione – , che sia nuovamente introdotta la conciliazione giudiziale in ogni grado del processo; Come si può ben vedere, i tratti
salienti del disegno di legge appena approvato, erano stati già ampiamente argomentati dagli scriventi nel 2007, a testimonianza di quanto sia urgente una riforma del processo tributario. Inoltre, la citata proposta di riforma menzionava, tra le altre voci, anche l’integrazione della fase istruttoria – che allo stato attuale risulta ancora monca, in particolare del giuramento e della testimonianza – che è uno dei punti su cui bisognerebbe immediatamente accogliere la parità rispetto agli altri processi. In conclusione, alla luce di quanto appena approvato dal CNEL, di quanto preventivamente già proposto con il progetto di riforma del processo tributario – datato 2007 – a firma degli scriventi, l’emergenza del Fisco nella lotta all’evasione fiscale deve partire dall’applicazione immediata di tali modifiche processuali, per consentire ad ogni contribuente e al proprio difensore, la parità processuale garantita dalla Costituzione.
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Professioni
Faccia a faccia con Sanda Pandza Professione Wedding: al via una proposta di regolamentazione per il settore
S
di Andrea Tommasini Redazione Cultura
iamo andati ad intervistare Sanda Pandza, Presidente e co-fondatrice dell’Associazione di Categoria WIP Wedding Italian Professionals, per comprendere insieme a lei come si intenda procedere verso l’elaborazione di una proposta nazionale di regolamentazione del settore “Wedding” che, insieme anche al contributo di una rosa selezionata di professionisti, possa consentire di far riconoscere e normare anche in Italia la professione del Wedding Planner. Sanda, nasce a Spalato (Croazia) ed è attualmente responsabile dell’Organizzazione dei Ricevimenti e Feste Private presso il Castello Odescalchi di Bracciano e collaboratrice dal 2002 della Principessa Maria Pace Odescalchi nella veste di organizzatrice dei Ricevimenti di Nozze ed Eventi privati. Termina il Liceo Classico in Croazia, si trasferisce a Roma nel 1991 dove si laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Durante la sua carriera accademica, collabora per alcuni anni con Maria Teresa Venturini Fendi. Negli
Il Castello Odescalchi di Bracciano
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stessi anni collabora con i pittori Felice Levini e Simona Marchini in occasione di alcune mostre prestigiose presso la galleria “La Nuova Pesa” di Roma. Successivamente lavora come assistente della Direzione Operativa della Sodecaer, Azienda di catering dell’Alitalia, collaborando inoltre come account pubblicitario presso l’Azienda BoxAdv. Nella sua carriera organizza più di 400 matrimoni, tra i quali fa piacere ricordare dalle patine rosate quelli di Tom Cruise e Katie Holmes – (in collaborazione con Roberta Armani), Mena Suvari e Simone Sestito, Geoffrey Willis
Foto di: Ivana Porta
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Professioni e Francesca d’Aragona, Roberto Boscolo e Mariangela Leone e molti altri. Collabora, inoltre, all’organizzazione della manifestazione “Opere Festival” che si svolge già da diversi anni al Castello Odescalchi di Bracciano e accoglie prestigiosi mostre come quella di Roberto Capucci nel 2009. Dal 2010 è ideatrice, organizzatrice e docente dei Corsi di Wedding Planner che si svolgono ogni anno al Castello Odescalchi. Da marzo 2012 diventa membro dell’ABC - Association of Bridal Consultants – la più prestigiosa associazione internazionale di wedding planners. A dicembre 2012 Fonda ed è Presidente dell’Associazione WIP – Wedding Italian Professionals, impegnata a favorire lo sviluppo e la crescita della professione Wedding Planner all’interno di un sistema regolamentato con una interessante proposta per il mondo del lavoro che andiamo a comprender meglio. Come nasce la vostra Associazione? L’Associazione WIP è una realtà giovane e dinamica, composta da un team di professionisti di altissimo livello che operano nel settore dei matrimoni da ormai tanti anni. Nasce formalmente nel dicembre 2012 e vuole rappresentare la categoria professionale dei wedding planners e degli altri professionisti che operano nel settore dell’organizzazione dei ricevimenti, sul territorio nazionale. Quali sono la vostra identità ed il carisma professionale? Si tratta prima di tutto di un progetto professionale che vuole gettare le basi per una regolamentazione, anche sul piano costituente normativo, di nuove professionalità che nel resto del mondo già trovano pieno riconoscimento ed ampia diffusione di opportunità per giovani e meno giovani. Prima fra tutte è la professione del Wedding Planner e, se pur presente ormai da qualche anno sul mercato, ancora oggi trova delle difficoltà nell’avere un riconoscimento del proprio operato. Alla base
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di questo progetto c’è un codice deontologico ed un sistema di monitoraggio attivo svolto dall’Associazione attraverso un evoluto sistema di punteggio che si prefigge di evidenziare il livello formativo e di esperienza lavorativa dei suoi Associati, di certificarne le competenze acquisite e di stimolarne l’ulteriore professionalizzazione. Sui dati che stiamo strutturando saremo quanto prima in grado di fornire una base certa e validata di dati, fungendo da osservatorio nazionale, ad oggi carente, quale base fondamentale per la proposta di un disegno di Legge nazionale, atta a regolamentare nelle sedi competenti la nostra straordinaria e complessa professione. Quali sono secondo Lei le maggiori difficolta’ della professione del wedding planner oggi? Il o la wedding planner si trova a svolgere una “professione orfana”, senza una famiglia di riferimento e come tale esposta ad inevitabili errori di crescita. Ogni singolo matrimonio è un evento unico, anche nella sua realizzazione ed il margine di errore, per quanto “umano” voglia essere considerato, non può e non dovrebbe esistere, non è permesso. Una delle prime domande che l’Associazione si è posta è stata proprio quella di capire se l’utente finale conosca realmente la figura professionale del Wedding Planner e pertanto il primo obiettivo del quale ci siamo fatti carico è quello di sensibilizzare l’opinione di tutti, sia dei clienti finali, sia dei providers, sul ruolo e sull’importanza del valore prezioso che questa professione offre. L’importanza del percorso formativo? È fondamentale. All’interno dell’Associazione nasce L’Accademia WIP che offre una vasta scelta di percorsi formativi, guidati dai professionisti riconosciuti al livello nazionale ed internazionale. La maggior parte dei Corsi si svolge nella bellissima cornice del Castello
Odescalchi di Bracciano, la sede più importante d’Italia per l’organizzazione degli eventi e matrimoni. L’obiettivo dei corsi prima di tutto è sconfiggere l’improvvisazione per poi favorire e stimolare la crescita corretta della professione, potendoci avvalere dei migliori professionisti presenti sul mercato. L’importanza dei social network per il vostro lavoro? Oggi giorno è divenuto fondamentale usare i Social Network ma sempre con cautela e in modo mirato. La grande visibilità che queste reti di condivisione danno ci è sembrata un opportunità per far conoscere meglio il nostro operato e pertanto è nata l’idea di creare un canale virtuale su YOUTUBE che si chiama WIP CHANNEL. Il canale offre la possibilità agli Associati di promuovere e valorizzare la propria attività attraverso interviste o videoclip, realizzati dai professionisti del settore. Il valore aggiunto di questo canale di comunicazione è quello di far conoscere all’utente finale il proprio background professionale unitamente alla propria immagine personale. Sono state realizzate già delle interviste ai nomi noti del settore Wedding ed Eventi quali: il Bridal Designer Peter Langner, il Floral Desi-
gner Andrea Patrizi, il Cerimonial Master Andrea Tommasini, nonché a nomi noti al livello internazionale quali Estelle Preston e LaurenMarie Affre. Altre ancora ne seguiranno. L’associazione WIP sposa una nobile causa: da donna a donna? Ritengo che siamo dei professionisti fortunati e privilegiati in quanto svolgiamo un lavoro dove c’è gioia e felicità e condividere una parte di questo momento con chi purtroppo vive in una realtà difficile, ci è sembrato doveroso. Questa professione, mi permetto di sottolineare da donna, è svolta in via principale da donne che per le donne contribuiscono in modo importante alla realizzazione dei loro sogni. A fianco alla gioia per la quale lavoriamo, dietro le mura domestiche si nascondono troppo spesso, realtà sempre più diffuse di chi ha visto i propri sogni distrutti e frantumati in mille pezzi. L’Associazione WIP ha dunque unitariamente deciso di sposare una nobile causa insieme all’Associazione Differenza Donna, all’insegna della solidarietà per le donne, vittime di violenza e stalking, nella considerazione di “Una missione nata da passione, da donna a donna che si dona al proprio uomo, nella perfezione del cerchio dell’eterno…”
Da sinistra a destra: Peter Langner, Andrea Patrizi, Vanessa Cerrone, Sanda Pandza, Valentina Picca Bianchi, Paolo Vergoni Lazzerini, Andrea Tommasini e Vinicio Ferri
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